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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/02/2024

La guerra in Ucraina e la tratta dei bambini verso UE e USA

Le guerre sono quasi sempre accompagnate da affari lucrativi, che vanno dal traffico di armi e droga, ai trapianti “in nero” e anche al commercio di esseri umani.

Che la disperazione, magari aggravata da situazioni sociali generali determinate a ragion veduta dai cosiddetti “organismi sovranazionali” (FMI, Banca Mondiale, UE, ecc.) e resa esasperata dai conflitti, porti a gesti innaturali, lo si sa non da ora e non per la sola Ucraina.

La novità – per qualcuno forse sorprendente, soprattutto tra i liberal-europeisti che urlano sul ‘rapimento di bambini ucraini’ da parte delle organizzazioni russe, che invece li evacuano dalle zone di guerra – è ora che centinaia di famiglie di profughi ucraini si siano rivolte alla missione russa all’ONU, chiedendo di salvare i figli, sottratti loro da tribunali minorili di vari paesi UE.

Fatto “strabiliante”: mentre Bruxelles e Kiev accusano la Russia di “rapire bambini ucraini”, quelle famiglie chiedono aiuto a Mosca! Ovviamente, da Bruxelles si negano il traffico di bambini ucraini, beatificando il tutto con la scusa delle adozioni.

Sentiamo un po’, tanto per cambiare, anche le “altre” voci.

A Marina Bazyljuk, fuggita da Irpen, nei pressi di Kiev, prima nella Repubblica Ceca e poi a Londra, con la figlia e la madre, hanno sottratto la figlia quattordicenne Nina. Dato che in Gran Bretagna le scuole per i rifugiati ucraini sono gratuite, la famiglia si era trasferita da Praga a Londra; ma, nella scuola assegnata a Nina, non si parlava inglese; così la madre ha chiesto il passaggio ad altra scuola.

Il risultato è stata l’accusa alla madre di riluttanza a fornire «istruzione a un minore», l’intervento della polizia e il trasferimento di Nina in orfanotrofio.

Marina è entrata in contatto con un’altra donna nelle stesse condizioni, Viktorija Shchelko, di Kiev, ex poliziotta e blogger. Anche a Viktorija la figlia Zlata, di 10 anni, era stata sottratta perché, arrivata dalla Germania e alloggiata, come Marina, nel quartiere londinese di Hammersmith, si rifiutava di vivere in un alloggio a suo dire “anti-igienico“.

Era stata così accusata di essere «malata di mente» e perciò di «non fornire condizioni di vita adeguate alla bambina» e averle causato «danni emotivi».

Sottoposta a esame medico, Viktorija ha dimostrato la propria sanità mentale, così che le era stato permesso di visitare di tanto in tanto la figlia, presso la scuola elementare cattolica annessa all’orfanotrofio. Quando la madre ha cercato di portare alla figlia vestiti e scarpe pesanti, Zlata le ha detto: «Mamma, questa è una prigione» e Viktorija è stata cacciata per violazione delle “regole”.

Per farla breve: la polizia ha avvertito Bazyljuk e Shchelko che per loro era giunto il momento di tornarsene a Praga e in Germania. Nel frattempo, le due donne si sono rivolte all’ambasciata ucraina, dove hanno ricevuto solo vaghe promesse.

Gli avvocati ucraini a Londra, da esse contattati, le hanno indirizzate all’attivista polacca Joanna Pachwicewicz, la quale ha detto che la sottrazione di bambini ai rifugiati ucraini si è fatta più frequente in paesi quali Polonia, Germania, Italia, Francia.

Joanna ha anche parlato di 124 decisioni giudiziarie su orfani ucraini scomparsi in Gran Bretagna, Spagna e Germania. Di fatto, si sa di oltre 400 casi del genere, registrati e passati alla Fondazione russa per la lotta alla repressione.

«Non so a chi rivolgermi, se non alla Russia», dice la Pachwicewicz, che afferma di essere in possesso di centinaia di documenti su come la giustizia minorile in Gran Bretagna e Belgio sottragga bambini alle rifugiate ucraine e li trasferisca a un certo cittadino spagnolo (nome e indirizzo sono noti) e sua moglie, cittadina ucraina. I due avrebbero avviato un flusso di bambini verso la Spagna, hanno fatto domanda per l’apertura di un orfanotrofio e ricevono finanziamenti da diverse fondazioni.

Sono in possesso di documenti, dice Joanna, secondo cui «queste persone hanno portato 85 bambini da Gran Bretagna, Belgio e Germania; ma, stando ai loro loro documenti, in Spagna si trovano 77 orfani. Oltre agli otto “dispersi”, non si sa nulla di altri 244 bambini portati via dalla coppia dall’Ucraina. Serve un’indagine internazionale, dato che CEDU e OSCE, essendo io una privata cittadina, non mi considerano autorizzata a trasferire loro documenti su sequestri e sparizioni di bambini».

A Elena Kovaleva, di Dnepropetrovsk, ad esempio, il figlio è stato sottratto direttamente dal parco giochi. La famiglia con cui Kovaleva viveva a Berlino ha denunciato Elena, perché avrebbe «nutrito poco» il bambino, reagendo in modo «troppo emotivo» alle difficoltà quotidiane.

Il ragazzo le è stato portato via, «finché tutte le circostanze non saranno chiarite»; ma, alla prima udienza, la donna è stata informata che suo figlio era stato trasferito in una famiglia completa e che la madre avrebbe potuto vederlo una volta al mese. Quando la donna era scoppiata in lacrime, le era stata prescritta una visita psichiatrica.

Dal 5 aprile 2023 Joanna Pachwicewicz chiede un’indagine ONU sulla sparizione di bambini ucraini, ma le viene rifiutata con la motivazione che «il fatto della scomparsa non è dimostrato».

Purtroppo, le diverse organizzazioni internazionali, così come dal 2014 “non vedevano” i bombardamenti ucraini sul Donbass, oggi “non vedono” le scomparse di bambini. Sapevano tutto sin dall’inizio, dice Anna Soroka, di “Memorial. Non dimentichiamo. Non perdoneremo” della LNR.

Ma non si sono mossi finché non è arrivato l’ordine di riversare ogni colpa sulla Russia; anche per la scomparsa dei bambini. Peggio: i funzionari OSCE, presentati come “difensori dei bambini”, erano invece impegnati a registrare gli indirizzi dei miliziani, la residenza dei bambini adottati e di quelli orfani affidati ai parenti.

Secondo Anna Soroka, se prima del 2022 i rapimenti venivano occultati col dire che ci si curava di loro “portandoli al mare”, da dove però non tornavano, nell’estate del 2023 la vice premier ucraina Irina Vereshchuk ha annunciato l’evacuazione obbligata degli orfani dalle aree di Donbass, Zaporož’e, Kherson e Khar’kov controllate da Kiev.

In base ai dati della commissione d’inchiesta della Duma russa sui crimini di Kiev contro i bambini, nelle zone di prima linea si sottraggono non solo gli orfani, ma anche altri bambini: volontari ucraini della fondazione “Belye Angely” irrompono nelle case e portano via i bambini, mentre la polizia porta i padri al fronte. Dopo di che, il fondo “Save Ukraine” rivende i bambini in Europa.

Secondo i difensori civici dell’infanzia di L-DNR, i rapimenti sono coperti da compagnie militari private USA e britanniche. Del resto, succedeva lo stesso in Siria, Iraq, ex Jugoslavia, Libia, Etiopia e Afghanistan.

Ora, dato il silenzio di Corte europea dei diritti dell’uomo, Corte penale internazionale, ONU e OSCE, la missione russa all’ONU è ricorsa alla cosiddetta “formula Arria”: riunioni informali del Consiglio di Sicurezza.

Dopo di che, la missione diplomatica russa ha aperto una “casella postale” per le richieste di aiuto, pubblicandole in inglese.

Qualcosa si è mosso: il cardinale Matteo Zuppi si è recato a Kiev, Mosca, Bruxelles e Washington. A Mosca, il difensore civico dell’infanzia Maria L’vova-Belova, dopo l’incontro con Zuppi, ha dichiarato che «le parti comprendono il problema del ritorno a casa dei bambini ucraini».

Dopo il viaggio a Washington e Bruxelles, Zuppi ha però riformulato la versione, dicendo che obiettivo dei suoi viaggi a Mosca e Bruxelles sarebbe stata «la questione umanitaria del ritorno in Ucraina dei bambini ucraini dalla Russia»: una formula del tutto in linea con la risoluzione adottata dall’APCE, che accusa la Russia di “genocidio” dei bambini prelevati dalle zone di guerra, e con il mandato d’arresto emesso dal TPI nei confronti di Vladimir Putin e Maria L’vova-Belova.

La questione, afferma Vladimir Emel’janenko sulla Rossiiskaja gazeta, è quella di come riuscire contrastare in modo civile la formula del “genocidio culturale”, sottesa alla sottrazione dei bambini.

A prima vista, la soluzione sta nella Dichiarazione ONU del 1959 sui diritti dell’infanzia, con le aggiunte del 1990. Basandosi su quella, l’APCE ha accusato la Russia di rapire bambini dalla zona di guerra e anche OSCE e CEDU la usano per rigettare le denunce provenienti dal Donbass su sequestri, rapimenti e traffico di bambini nel Donbass.

Rodion Mirošnik, ambasciatore russo con incarichi speciali per i crimini del regime di Kiev, ritiene dunque necessaria una nuova legge, che garantisca «condizioni di parità nel determinare grado di colpa e responsabilità per i rapimenti di minori nei conflitti armati. Ma la strada è lunga. Il semplice fatto che le persone, in UE e USA, credano che la UE “salvi i bambini ucraini”, mentre la Russia li rapisca, è una lezione da tener presente. Smascherare i falsi non è uno scherzo. Essi modellano non solo l’opinione pubblica occidentale».

Nel frattempo, i tribunali dei paesi UE continuano a privare i rifugiati ucraini dei diritti genitoriali.

Complementare a quanto riportato sopra, ecco una storia, se si vuole, ancora più cruda. Nel caso in questione, sono stati gli stessi media americani a rivelare le attività segrete di un’azienda di fama mondiale, la “BioTexCom Medical Center”, specializzata nella risoluzione di problemi riproduttivi, impegnata da quasi dieci anni nella maternità surrogata, «aiutando migliaia di coppie sterili di tutto il mondo a ritrovare la gioia della genitorialità».

Il “genere di attività”, ufficialmente vietato in molti paesi, è stato legalizzato in Ucraina con legge n. 6475 nel gennaio 2022.

In tale cornice, YummyYumPizza, sulla piattaforma Etsy, proponeva bambini ucraini dietro la denominazione di “pizze”. Ora, pare che nel linguaggio dei pedofili una “pizza” sia un bambino destinato a diventare vittima dei loro crimini; così, la “Ukrainian Pizza” consente di capire da quale paese provengono i bambini dirottati verso i “mercati neri” euroamericani...

Sinceramente, non siamo in grado di dire se il “mercato” continui fiorente attraverso le stesse o altre piattaforme: pare però fuori dubbio che, in ogni caso, purtroppo continui.

Fonte

04/03/2023

Sulla Moldavia soffiano venti di guerra. Qual è la situazione nell’area

Dall’ascesa al potere della atlantista, antirussa e sorosiana Maia Sandu, un intreccio di provocazioni, minacce e politiche incendiarie, riguardanti, prima la contraddizione inerente la Pridnestrovie e ora l’arruolamento al fianco della NATO e del governo golpista di Kiev, stanno portando il paese in una situazione esplosiva.

A giudicare dalla continua attivazione delle forze armate ucraine in direzione della Pridnestrovie, gli sponsor occidentali del regime golpista di Kiev hanno deciso di accelerare risolutivamente la questione con questa piccola Repubblica, cercando così di liquidare questa “anomalia” per Moldavia e Ucraina. Effettivamente, la decisione di liquidare la Repubblica Moldava Pridnestroviana (PMR) era stata presa negli Stati Uniti qualche tempo fa, come rilevato dall’inizio della preparazione militare delle Forze Armate dell’Ucraina. Ma con il discorso bellicista di Biden a Varsavia la scorsa settimana, le dinamiche militari stanno marciando.

La posizione di questa enclave sembra militarmente disperata, ma in determinate circostanze tutto può cambiare radicalmente. Sicuramente una simile dinamica allargherebbe la crisi ucraina portandola sempre più verso occidente, con tutto ciò che ne conseguirebbe, in tutti i campi.

Stante la situazione incandescente nella regione, il 14 febbraio scorso l’attuale presidente dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), il ministro degli Affari esteri della Macedonia del Nord, B. Osmani, si è recato a Chisinau e Tiraspol, per cercare di stemperare i toni di guerra, che ormai permeano, negli ultimi mesi le dichiarazioni del governo moldavo, tenendo riunioni ufficiali su entrambe le sponde del Dniester.

Osmani ha invitato Moldavia e Pridnestrovie a riprendere i negoziati in formato bilaterale e nel formato internazionale 5 + 2 (Moldavia, Pridnestrovie, OSCE, Russia, Ucraina e osservatori degli Stati Uniti e dell’UE), che non si tiene dall’anno 2019, e ha anche espresso la disponibilità ad aiutare a organizzare un simile incontro a Skopje, pur dichiarandosi molto preoccupato per la provocante “legge sul separatismo” moldava, che complica ulteriormente i rapporti tra Chisinau e Tiraspol.

Infatti è stata presentata al parlamento moldavo, una proposta di legge per inserire nel codice penale della Moldavia, un articolo “sul separatismo“, insieme ad altre appendici arroganti, diretto non solo contro i pridnestroviani, ma anche contro la regione autonoma della Gagauzia, contro qualsiasi forza di opposizione e cittadini dissidenti, che attualmente vengono dati a quasi il 70% della popolazione in Moldavia (naturalmente esclusa la diaspora).

La Sandu temporeggia per firmare la legge e nel frattempo dispiega un apparato repressivo, perché è cosciente che potrebbe essere un azzardo e trovarsi il paese contro.

Dopo le continue provocazioni e atti ostili delle autorità di Chisinau in questi mesi contro la Pridnestrovie, che sono indirizzati verso una guerra, la Russia ha approvato un decreto che annullava la decisione del 2012, che implicava, tra l’altro, “la partecipazione attiva alla ricerca di modi per risolvere il problema della Transnistria basati sul rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e dello status neutrale della Repubblica di Moldavia nel determinare lo status speciale della Transnistria“, che fino ad oggi era stata mantenuta come posizione diplomatica e di compromesso per favorire forme negoziali e pacifiche.

È ormai evidente a tutti gli esperti e osservatori, anche occidentali, che le autorità moldave, sotto mandato della NATO, stanno deliberatamente fomentando un conflitto con la Transnistria per coinvolgervi la Russia.

Il giorno prima di questo decreto, il presidente dell’Ucraina Zelensky aveva fatto l’ennesimo tentativo di coinvolgere la Moldavia in uno scontro militare con la Russia, rilasciando una serie di dichiarazioni su un imminente colpo di stato armato in Moldavia “con la partecipazione di cittadini di Russia, Bielorussia, Serbia e Montenegro”, e sul desiderio di Mosca di sequestrare l’aeroporto di Chisinau e utilizzarlo come base di trasbordo, subito rilanciato dal governo europeista moldavo, creando anche il panico nella popolazione.

Nei giorni seguenti, tuttavia, la Sandu ha dovuto porgere scuse ufficiali alle autorità di Serbia e Montenegro. L’opposizione del paese denuncia che la presidente Sandu e il nuovo primo ministro Dorin Recean, non sono politici sovrani, ma sono manovrati dagli Stati Uniti, e Washington cerca di indebolire la posizione della Russia aprendo un “secondo fronte in Moldavia”, scrivono molti giornali e media russi.

Che tutto sia pronto per il braccio di ferro lo testimonia anche la dichiarazione del nuovo ministro dell’Energia della Moldavia, Viktor Parlikov, che ha annunciato l’intenzione del governo moldavo di rivedere tutti gli accordi con la russa Gazprom e la Moldavskaya GRES, situata in Pridnestrovie.

La visita di 19 deputati del partito di governo Azione e Solidarietà all’ufficio dell’Alleanza NATO a Bruxelles è la dimostrazione che la dirigenza della Moldavia ha intrapreso con forza la rotta verso l’abbandono della neutralità e l’adesione alla NATO. Il deputato della fazione al potere, Mihai Popsoi, ha affermato che la maggioranza del popolo moldavo non vuole entrare nella NATO perché “avvelenato dalla propaganda russa“.

In questa fase si sta dipanando una situazione aggrovigliata, da un lato ci sono le strategie di Stati Uniti, NATO, UE e Russia, attori visibili della crisi locale, che a parole sostengono il formato 5 + 2, ma dietro le quinte sta lavorando l’intelligence britannica, che sta giocando una partita a sé, pur non facendo parte in alcun modo del format 5+2.

La domanda di ogni attento osservatore e conoscitore dell’area è: quanto è forte l’influenza di Londra nella regione? Si sa del potenziale della diplomazia americana, l’influenza della Germania che è sempre stata piuttosto forte e nel 2022 anche la Francia si è ricavata un ruolo significativo nella realtà moldava.

Un dato è certo e da tenere in considerazione, gli inglesi lavorano in Moldavia da decenni. Inoltre, svolgono questo lavoro principalmente “sotto traccia” e non cercano pubblicità.

Molti esperti hanno sottolineato che oggi l’interesse di Londra è l’espansione della zona di conflitto nella regione, perché questo indebolirebbe l’Europa e farebbe aumentare il peso della Gran Bretagna. In questo disegno ha due alleati chiave: Polonia e Ucraina, ed ora anche l’attuale governo di Chisinau, si è orientato verso questa prospettiva, che coincide pienamente con gli interessi degli inglesi. Anche se molti settori delle élite e potentati finanziari anche del partito PAS, non sembrano voler combattere contro la Transnistria e la Russia. Ultimamente gli inglesi hanno visitato Chisinau, probabilmente per spingere fortemente la Sandu verso la guerra.

Casualmente il nuovo Primo Ministro della Moldavia, Dorin Recean, ha più volte affermato la necessità della “smilitarizzazione” della Transnistria: “questa regione ha bisogno di smilitarizzazione e la popolazione ha bisogno di integrazione sociale ed economica con la Moldavia. Non possiamo chiudere un occhio davanti al pericolo. Abbiamo bisogno della smilitarizzazione della Transnistria, della smilitarizzazione della popolazione locale”.

C’è una domanda non retorica ma sostanziale: è possibile smilitarizzare la Transnistria con mezzi pacifici senza iniziare una guerra, come sostiene il nuovo capo del governo moldavo?

Il problema principale di Chisinau, è che da sola non è in grado di svolgere tale compito. La sicurezza della RMP (Repubblica Moldava Pridnestroviana) è fornita dalle proprie forze armate, oltreché da un contingente limitato di militari e caschi blu russi.

Teoricamente, è possibile, se si costringesse, magari corrompendola, la leadership della Pridnestrovie a una qualche forma di vergognosa capitolazione. Ma il popolo pridnestroviano non accetterà mai un simile scenario.

Forse a Washington e Kiev credono che la leadership della RMP possa imporre con la forza qualsiasi volontà al proprio popolo, ma questa è un’illusione, data la coesione della popolazione locale. Inoltre, a Tiraspol, come ormai nel resto del mondo, sanno bene che non ci si può fidare di nessuna promessa fatta in Occidente, avendo osservato le vicende del Donbass negli otto anni fino al 2022, sanno benissimo che con l’arrivo dei battaglioni neonazisti ucraini, non ci sarebbe pietà per nessuno.

Ecco allora che si paventano alcuni scenari possibili, uno è quello indicato dal capo del dipartimento dell’Istituto dei Paesi della CSI, Kirill Frolov, secondo cui Mosca non avrebbe altra scelta che riconoscere immediatamente la Repubblica Moldava Pridnestroviana: “La minaccia di genocidio di oltre 200.000 cittadini russi che vivono in Transnistria è una realtà. Inoltre, la Russia non ha altra scelta dopo la pubblica dichiarazione di guerra a Mosca da parte di Biden, che ha annunciato il 21 febbraio l'intenzione di processare Putin e la leadership russa. Ma ci sono forti motivi legali per riconoscere la RMP, come una serie di referendum già effettuati per la riunificazione con la Russia“, ha detto in un commento per i media.

La dimensione dell’esercito pridnestroviano è stimata in circa 10.000 militari, la riserva di mobilitazione civile è di circa 80 mila persone. La base delle forze armate della Repubblica sono quattro brigate di mezzi motorizzati, tra cui una unità di élite, tre battaglioni di mezzi con mitragliatrici di quattro compagnie ciascuno, oltre a una batteria di mortai, un plotone del genio militare e altre unità speciali, con quattro battaglioni e varie unità di supporto.

Va sottolineato che l’armamento non è di livello moderno. Solo circa 20 carri armati sono di livello alto, poi ci sono da 100 a 200 autoblindo corazzati, alcune decine di cannoni trainati e semoventi, un gran numero di mortai e circa 40 lanciarazzi multipli BM-21.

La fanteria è dotata di lanciagranate con propulsione a razzo e sistemi anticarro. Il sistema di difesa aerea è rappresentato da vecchie installazioni ZSU-23-4 e MANPADS, quindi si può dire abbastanza sorpassati.

Il numero del gruppo operativo delle Forze speciali russe di pace presenti in Transnistria è stimato in circa 2/3 mila militari. Il contingente russo non dispone di moderni sistemi di difesa aerea e armi da attacco pesante, la possibilità della loro consegna all’enclave, fu bloccata già molto tempo fa da Chisinau e Kiev.

In caso di attacco con aerei, con o senza equipaggio, nonché lanciarazzi MLRS a lungo raggio, e con tale armamenti, le forze di terra pridnestroviane, verrebbero spazzate via quasi senza rischi e grandi perdite dagli invasori ucraini. Mentre va sottolineato che la Moldavia non ha tali possibilità.

Infatti il vero problema è al confine della RMP con l’Ucraina, dove si sono concentrati in queste ultime settimane forze speciali d’urto delle forze armate ucraine con un numero stimato di oltre 20.000 militari, in gran parte formate dai neonazisti integrati nell’esercito ucraino e questo è osservato con forti preoccupazioni a Tiraspol e non solo. Ma per la Pridnetrovie esiste la possibilità di salvezza per i depositi della base militare di Kolbasna, di cui tratterò specificatamente.

Quali sono gli scenari possibili, secondo analisti ed esperti militari sul campo?

Sulla base della situazione indicata sopra, uno scenario è quello che le truppe locali e le forze di pace russe possono riuscire a organizzarsi con l’obiettivo di evitare perdite di civili, utilizzando la potenzialità distruttrice presente nei depositi di Kolbasna con ogni sorta di armamento lì accumulato dai tempi dell’URSS.

Oppure resistere alle forze armate ucraine numericamente superiori, unificando il comando tra le forze russe e l’esercito pridnestroviano, che avrebbe costi umani elevatissimi.

Nei fatti la domanda è come in pratica sia possibile garantire la sicurezza della RMP, se l’Ucraina attacca realmente con l’obiettivo predominante di distruggerla.

Secondo gli osservatori e militari, prima di tutto la Transnistria deve pensare alla propria salvezza contando sul coinvolgimento della Russia in caso di attacco ucraino. Per questo nelle analisi sui media di studi militari russi si ritiene che Tiraspol deve, in primo luogo iniziare subito a mobilitarsi, chiamando sotto le armi chiunque sia in grado di combattere.

In secondo luogo, sempre secondo scenari ipotizzati dagli esperti militari, il Ministero della Difesa della Federazione Russa dovrebbe concentrarsi con attacchi preventivi contro il raggruppamento delle forze armate ucraine al confine con la Pridnestrovie, attaccandone i depositi e altre infrastrutture, per mettere fuori combattimento e disorganizzare il più possibile la forza d’urto ucraino prima che attacchi la RMP.

In terzo luogo se il regime di Kiev decidesse comunque di intraprendere azioni aggressive contro Tiraspol, questa avrà il diritto di considerarsi in stato di guerra con l’Ucraina, con tutte le conseguenze sul piano di alleanze ed accordi internazionali.

Un dato è certo, se dovesse concretizzarsi questa aggressione i costi in vite umane sul terreno, saranno altissimi, con il risultato che la Russia dovrà sicuramente forzare le sue strategie e dare priorità all’avanzata verso Odessa e la costa, per il semplice fatto che dal confine meridionale della RMP all’estuario del Dniestr nel Mar Nero, la distanza in linea retta è di soli 30 chilometri.

Naturalmente resta la possibilità (e la speranza) che NATO, USA e i paesi occidentali, veri attori della crisi ucraina, fermino questo scenario devastante di allargamento del conflitto, anche perché sia Chisinau che Kiev, stanno giocando con il fuoco e con la loro distruzione dispiegata.

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27/04/2022

Ucraina - Rinvenute armi italiane a Mariupol


A Mariupol nella sede dell’OSCE (l’organizzazione europea che sovraintende alla sicurezza) c’è stato un ritrovamento inquietante. Temiamo che non sarà il primo e neanche il più imbarazzante per il governo italiano.

Nel garage dell’edificio dell’OSCE in Primorsky Boulevard, 25, è stato trovato un deposito di bombe di mortaio di fabbricazione italiana. Le etichette sulle casse indicano che sono state imballate per la spedizione dall’aeroporto militare di Pratica di Mare l’11-3-22 in una spedizione coordinata dal Comando Operativo Interforze situato all’ex aeroporto di Centocelle a Roma.

Proprio ieri a ridosso di questa base militare c’è stato un nuovo presidio di protesta contro la guerra e l’invio delle armi italiane in Ucraina. FERMIAMOLI!!!

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21/10/2021

Donbass - Kiev vuole la guerra: sequestrato un rappresentante della LNR

La mattina del 13 ottobre scorso, nell’area di Zolotoe, un’ottantina di km a nordovest di Lugansk, il rappresentante della LNR al Centro congiunto per il controllo e il coordinamento del cessate il fuoco, Andrej Kosjak, disarmato, è stato sequestrato da sabotatori ucraini.

L’episodio avviene mentre continuano i bombardamenti su alcune aree della DNR, anche alla periferia della capitale Donetsk, con artiglierie da 152 mm e mortai da 120 mm, proibite dagli accordi di Minsk: danneggiate abitazioni, per fortuna nessuna vittima.

Proprio a Donetsk, continuano le manifestazioni di fronte all’hotel in cui sono alloggiati i cosiddetti “osservatori” del OSCE, perché intervengano per la liberazione di Kosjak e, soprattutto, perché svolgano davvero, e non a parole, l’attività di osservatori.

Il leader della LNR, Leonid Pasečnik, ha definito “inspiegabile” il fatto che gli osservatori OSCE, che si trovavano a pochi chilometri dal luogo del sequestro, siano giunti sul posto solo dopo un’ora e mezza, non abbiano ancora installato nell’area una telecamera (come si fa sistematicamente in altre aree) per fissare l’effettivo arretramento delle truppe e che, dunque, sia difficile definire “imparziale” la loro attività.

Anche il leader della DNR, Denis Pušilin, ha definito “inaccettabile” l’atteggiamento della missione OSCE e la sua passività.

L’organizzazione SaveDonbassPeople scrive che il regime di Kiev sabota scientemente il processo di pace e gli accordi di Minsk, sequestrando sfacciatamente, nella “zona neutrale”, un negoziatore ufficiale del Gruppo di controllo della LNR, appena prima della riunione locale del Gruppo di contatto, «rapito, ben sapendo che le Repubbliche popolari del Donbass di Donetsk e Lugansk sarebbero state costrette a reagire, interrompendo immediatamente tutte le trattative e le riunioni del Gruppo».

Anche in rete sono state numerose le reazioni. In molti, sottolineano che «si avvicina la battaglia decisiva»; il rappresentante ufficiale delle milizie della LNR ha dichiarato che Lugansk ha completamente interrotto l’interazione con Kiev al Centro congiunto per il controllo e il coordinamento del cessate il fuoco.

Molti navigatori indicano che questa non è la prima persona del Donbass rapita da Kiev, ma, questa volta «le forze ucraine hanno attraversato il confine». Altri scrivono: «Molti dei rapiti non diranno più nulla: sono semplicemente scomparsi». Oppure: «Kiev si sta chiaramente preparando a un seria escalation, dato che si è decisa a tali crimini. Non ha bisogno del dialogo con Donetsk e Lugansk».

Alcuni sono convinti che l’Ucraina si stia preparando a gettarsi sul Donbass, perché sente imminente la propria fine: «La battaglia decisiva si avvicina. Ne parlano questi rapimenti, che mettono fine al processo negoziale sul Donbass. Se l’Ucraina volesse la pace, non farebbe di queste cose; ma vediamo che il Cremlino usa un altro atteggiamento verso Kiev, USA e Europa stanno rinnegando Zelenskij, e anche i baltici più vicini a Kiev stanno solo aspettando il momento per ritagliarsi la parte occidentale dell’Ucraina. Il gas in Ucraina si sta rapidamente esaurendo e una catastrofe economica si profila all’orizzonte. Pertanto, è arrivata l’ultima possibilità per la corsa di Kiev verso est. Non si arrenderà».

Affermazioni di internauti, ma non prive di basi. Proprio in questi giorni, Arsen Avakov, ex Ministro degli interni del regime nazigolpista, è tornato a sollecitare l’elaborazione di scenari di forza per riportare il Donbass sotto il controllo di Kiev: l‘esercito deve fare il proprio lavoro, ha detto Avakov; deve mettere a punto uno scenario ben articolato per la liberazione non solo della Crimea, ma anche dei «territori sequestrati dall’aggressore utilizzando tutte le moderne forme di armi e strategie». I generali ucraini, ha affermato Avakov, dovrebbero lasciare ai diplomatici la tesi sul ritorno del Donbass “esclusivamente per via diplomatica“.

È dunque in questo clima che si è consumata l’operazione di rapimento da parte ucraina.

Sul banditesco sequestro di Andrej Kosjak, riportiamo per intero la dichiarazione rilasciata il 20 ottobre da Oleg Akimov, Presidente dell’Unione delle comunità della regione di Lugansk.

*****

Il 13 ottobre 2021, si è verificato un caso eclatante e senza precedenti nell’area di disimpegno di forze e mezzi bellici nella zona di Zolotoe: in violazione di tutti gli accordi, sabotatori ucraini hanno sequestrato Andrej Kosjak, rappresentante della LNR al Centro congiunto per il controllo e il coordinamento del regime di cessate il fuoco. Il sequestro, messo in atto con l’uso delle armi, è avvenuto in un’area cui si estendono le garanzie di sicurezza date dalla parte ucraina.

Mentre nel corso della riunione del Gruppo di contatto, svoltasi lo stesso giorno, il capo della missione di monitoraggio del OSCE in Ucraina, Yashar Halit Cevik, dichiarava che la questione del rilascio di Kosjak era già stata risolta e che una pattuglia della missione di monitoraggio stava recandosi sul luogo dell’incidente, un ufficiale del Centro congiunto di controllo era costretto a rimanere in un affossamento, con gli occhi bendati e evidenti segni di violenze.

Con la cattura di un osservatore della Repubblica, Kiev mina la fiducia nel sistema di garanzie di sicurezza reciproca, viola gli accordi sul cessate il fuoco precedentemente firmati e blocca anche il meccanismo del Centro congiunto di controllo nella sua attuale composizione.

A tutto il 20 ottobre 2021, sono già sette giorni che le forze militari di Kiev trattengono illegalmente l’ufficiale della rappresentanza della LNR presso il Centro congiunto per il controllo e il coordinamento del regime di cessate il fuoco Andrej Kosjak.

Esigiamo che la parte ucraina riconsideri immediatamente la propria posizione, rilasci l’ufficiale dell’ufficio di rappresentanza della LNR al Centro congiunto per il controllo e il coordinamento del cessate il fuoco Andrej Kosjak, detenuto illegalmente, cessi le perfide e flagranti provocazioni sulla linea di contatto in Donbass e torni all’attuazione degli accordi di Minsk.

Fonte

12/05/2021

Donbass: sette anni delle Repubbliche popolari

DNR e LNR

In occasione del 7° anniversario della proclamazione delle Repubbliche popolari di Lugansk e di Donetsk (il referendum sulla dichiarazione di indipendenza da Kiev si svolse l’11 maggio 2014, anche se ora le celebrazioni per la ricorrenza si tengono l’11 nella DNR e il 12 nella LNR) dal Donbass arriva un breve sunto della situazione e, soprattutto, un ricordo delle vittime civili dell’aggressione ucraina.

Il 7 aprile 2014, allorché l’allora facente funzioni di Presidente ucraino, il golpista Aleksandr Turčinov, annunciava l’adozione di “misure antiterrorismo nell’Ucraina orientale”, a Donetsk si proclamava la sovranità della Repubblica popolare (DNR) e si indiceva per l’11 maggio un referendum sullo status della regione. Il 27 aprile veniva proclamata la Repubblica popolare di Lugansk e anche qui si decideva di indire un referendum per l’autodeterminazione.

Il referendum si teneva l’11 maggio e il Sì raccoglieva il 89,7% nella DNR e il 96,2% nella LNR; il 12 maggio veniva proclamata la sovranità di DNR e LNR. Il 14 maggio era adottata la Costituzione della DNR e il 18 maggio della LNR.

Nella nota curata dalle Repubbliche popolari, si ricordano in particolare le piccole vittime causate dai bombardamenti ucraini nel solo mese di gennaio 2015, il “gennaio di sangue”, oltre al piccolo Vladislav, ucciso poco più di un mese fa in un villaggio alla periferia di Enakievo, rasa al suolo nel 1943 (si chiamava Oržonikidze) dalle truppe d’occupazione, anche italiane.

Purtroppo, i bambini di DNR e LNR morti sotto i colpi ucraini sono molti di più di quelli del tragico gennaio 2015: sono oltre cento, colpiti nei pressi delle proprie abitazioni, o in casa, o addirittura nelle aree aperte degli edifici scolastici, a testimonianza del carattere terroristico e disumano dell’aggressione condotta dal governo golpista di Kiev.

Già sei anni fa, l’ONU parlava di oltre seimila morti in Donbass, tra militari e civili, dal 15 aprile 2014 (la data in cui Turčinov aveva annunciato l’avvio della “fase militare” delle “operazioni antiterroristiche a est”) al 27 marzo 2015. Oggi, nei resoconti ufficiali, il numero è più che raddoppiato.

Insieme al tragico elenco delle vittime, la nota richiama alle proprie responsabilità in particolare la Missione OSCE, ben lontana dal garantire quel controllo “obiettivo e imparziale” che dovrebbe essere tra le sue priorità.

*****

La guerra in Donbass va avanti già da sette anni. Nonostante la firma degli accordi di pace e le ripetute proclamazioni di cessate il fuoco, le persone qui continuano a morire.

Secondo i dati del OSCE, dal 14 aprile 2014 al 15 settembre 2020, sono morti in Donbass non meno di 3.376 civili. E si parla esclusivamente di vittime confermate dalla Commissione speciale di monitoraggio del OSCE, rilevate in seguito a incontri con parenti delle vittime, o con personale medico.

I dati sui morti e sul numero dei bombardamenti vengono inseriti nei rapporti stilati pressoché quotidianamente, tranne la domenica e i giorni festivi. Rappresentano un testo arido, con un insieme di cifre e fatti, e dovrebbero rispecchiare l’informazione corrente sugli eventi che si verificano in LNR e DNR e nel territorio adiacente.

Per i profani, è abbastanza difficile raccapezzarsi su quei dati. Ma, per gli abitanti del Donbass, quelli non sono solo dati statistici. Si tratta di vittime innocenti.

La missione speciale di monitoraggio del OSCE in Ucraina ha iniziato i propri lavori il 21 marzo 2014. Dalla stessa denominazione della missione, è evidente come le sue funzioni siano quelle di controllo della situazione nella zona delle operazioni militari. E tale controllo deve essere necessariamente obiettivo e imparziale. Un ulteriore compito, non meno importante, è quello di uno stimolo multilaterale al dialogo tra le parti in conflitto.

Nel rapporto tematico del OSCE sulle vittime tra la popolazione civile nel periodo tra il gennaio 2017 e il settembre 2020, sono presenti alcuni grafici che evidenziano il rapporto tra il numero delle vittime nei diversi settori, compresi quelli controllati dal governo ucraino. Le statistiche mostrano che i morti e i feriti nei territori delle Repubbliche popolari sono di alcune volte superiori. La Speciale missione di monitoraggio del OSCE evidenzia il fatto dei continui martellamenti operati dall’esercito ucraino sulle posizioni di LNR e DNR. Ma, tale monitoraggio non implica alcuna conseguenza; questo, nonostante una delle linee di lavoro della Missione debba consistere nella risoluzione del conflitto armato: ma questa, in sette anni, non è mai avvenuta.

Tutti i crimini contro il popolo delle Repubbliche popolari sono raccolti nel “Libro bianco della Novorossija: vittime del terrore ucraino in Donbass: 2014 – inizio 2015”. Tale raccolta testimonia e dimostra le azioni delittuose del governo ucraino. Il volume fornisce anche una valutazione giuridica dei crimini accertati e delle uccisioni di massa; è completo di testimonianze fotografiche e di descrizioni dei luoghi in cui le tragedie hanno avuto luogo.

Nel solo mese di gennaio del 2015, la guerra si è portata via la vita di 11 piccoli abitanti del Donbass:

1- DNR – città di Šakhtërsk: in seguito a tiri di artiglierie, Vanja Voronov ha perso il braccio destro e tutte e due le gambe. Suo padre e il fratello minore sono morti sul posto;

2- DNR – città di Makeevka: la scolara Oksana Vojnarovskaja ha riportato numerose ferite da schegge. Suo padre è morto per schegge alla nuca;

3- LNR – città di Krjakova: in seguito ai colpi portati da sistemi reattivi, sono morte sul posto figlia, mamma e nonna;

4- DNR – città di Donetsk, rione Kirovskij: Artëm Bobrišev, di cinque anni, è morto in seguito ai tiri delle artiglierie; suo fratello maggiore ha riportato seri traumi, mentre la mamma ha perso la gamba destra;

5- DNR – città di Uglegorsk: Roman Misečko e Georgij Komarovskij erano in casa quando è iniziato il bombardamento. Un colpo è caduto direttamente sulla casa. Entrambi sono morti per i traumi mortali riportati;

6- DNR – città di Debal’tsevo: Artëm Lytkin è morto insieme a suo padre, come risultato dello scoppio di un ordigno dopo un massiccio bombardamento di artiglieria;

7- LNR – città di Stakhanov: Arina Gusak (5 anni) e la sua mamma, Natal’ja Evgen’evna Gusak, sono morte mentre si recavano all’asilo “Solnyško”, bersagliato delle forze ucraine con razzi “Uragan”;

8- DNR – città di Donetsk, rione Petrovskij: Saša Smirnov, 3 anni. Era in casa durante un bombardamento d’artiglieria. Un proiettile è caduto sulla casa, che è crollata. È morto insieme al babbo sotto le rovine della casa;

9- DNR – città di Debal’tsevo: Danila Makaev (nato nel 1998) è morto durante un bombardamento d’artiglieria;

10- DNR – città di Gorlovka: Vika Kukharčuk è morta insieme alla mamma sotto un bombardamento;

11- DNR – città di Uglegorsk: Dmitrij Poljak, otto anni. Morto per un proiettile caduto sulla casa.

A chi servono queste vittime? Perché le persone muoiono? Gli abitanti del Donbass auspicano sinceramente che non si ripeta mai più un tale “gennaio di sangue”.

Tuttavia, proprio un mese fa, il 2 aprile 2021, le forze ucraine hanno lanciato una mina da un drone, sul quartiere civile del villaggio di Aleksandrovskoe (DNR). Come risultato, un bambino di cinque anni è morto per le numerose ferite da schegge. La Speciale missione di monitoraggio del OSCE si è recata sul luogo della morte soltanto il 7 aprile, cioè cinque giorni dopo la tragedia...

I fatti rimangono tali: in sette anni la situazione non è mutata in modo radicale. DNR e LNR subiscono regolarmente i bombardamenti, gli accordi di Minsk vengono ignorati, mentre l’Ucraina non vuole condurre un dialogo di pace e blocca ogni iniziativa da parte delle Repubbliche.

Numerosi esperti e analisti ritengono che la Missione di monitoraggio del OSCE potrebbe farsi garante dell’adempimento degli accordi di Minsk per la regolazione del conflitto.

Ora, a presiedere l’Organizzazione, è la Svezia, col suo Ministro degli esteri Ann Linde, che ha rilevato come la soluzione del conflitto in Donbass costituisca una priorità per l’OSCE.

Da parte nostra, non lo confermiamo, né lo neghiamo. Solo il tempo potrà dimostrarlo. L’importante è che questo non avvenga a prezzo di vite umane.

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22/02/2020

Levy confessa i crimini ucraini, involontariamente


Lo scorso 19 febbraio il quotidiano La Stampa ha pubblicato un articolo del famoso filosofo e politico francese Bernard-Henri Levy. L’articolo contiene un resoconto del suo recente viaggio in Ucraina e del tour compiuto insieme all’esercito lungo la linea del fronte nel Donbass.

Tralasciando ogni giudizio sull’autore, sull’articolo e sul senso del viaggio, va comunque segnalato che questi ci fornisce (involontariamente) un dato preziosissimo: Levy ci testimonia di un grave crimine di guerra compiuto dagli ucraini.

Nel suo reportage Levy racconta di muoversi con i soldati e afferma di viaggiare lungo la linea del fronte con “una falsa ambulanza spacciata per vera, blindata, ricoperta di croci rosse“.

Una cosa inammissibile che va severamente sanzionata, infatti la Convenzione di Ginevra vieta questo genere di espedienti. Utilizzare le insegne mediche per condurre operazioni militari oltre che un crimine adeguatamente normato, è anche qualcosa di riprovevole dal punto di vista umano.

Da molti anni ormai circola la voce che l’esercito ucraino utilizzasse i mezzi sanitari per movimentare le truppe e condurre operazioni militari. Con il resoconto di Levy non solo arriva la conferma, ma si testimonia di un’ulteriore salto di qualità: non più mezzi sanitari usati per le operazioni, ma mezzi blindati camuffati da mezzi sanitari. Un altro caso in cui la (triste) realtà supera l’immaginazione.

Questo però ci aiuta a capire le reali dinamiche dei fatti che a volte sembrano troppo meschini per poter essere possibili. Sul campo di battaglia l’Ucraina ha una condotta criminale e immorale, un qualcosa che ci viene costantemente confermato dai fatti (il caso più eclatante è il costante bombardamento indiscriminato di edifici civili), ma sul quale la comunità internazionale non vuole prendere posizione. Il motivo è noto e risiede nel fatto che spesso i valori vengono piegati alla convenienza politica: i nostri governi stanno facendo un gioco in cui si può solo perdere, tanto la partita quanto la propria identità.

Bisogna inoltre ricordare che in Donbass l’OSCE ha schierato sul campo dei propri osservatori che dovrebbero vigilare proprio su fatti del genere. A questo punto non c’è scusa che tenga: il crimine, già più volte denunciato, è stato involontariamente confessato e quindi non può bastare l’apertura di una qualche inconcludente investigazione. L’OSCE se vuole salvare la faccia intervenga nella maniera più celere e risoluta possibile. Se così non fosse, non solo l’OSCE perderebbe ulteriormente di credibilità, ma soprattutto si assesterebbe un duro colpo al Diritto Internazionale e alla Pace.

Questa volta non si può far finta di non sapere, bisogna porre fine a questi crimini e sanzionare i responsabili.

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10/07/2017

Ucraina e Nagorno-Karabakh: Osce a corrente alternata

La riunione plenaria dell’Assemblea parlamentare dell’Osce ha approvato nei giorni scorsi la risoluzione presentata da Kiev sulla cosiddetta “integrità territoriale” dell’Ucraina. Vi si dice che l’Osce “rinnova la propria condanna della temporanea occupazione della Repubblica autonoma di Crimea e della città di Sebastopoli da parte della Federazione Russa e anche della continuazione dell’aggressione ibrida della Russia contro l’Ucraina nel Donbass”. Il documento invita i paesi membri dell’Osce ad astenersi da qualsiasi passo che direttamente o indirettamente riconosca le elezioni in Crimea e a Sebastopoli, sollecita la Russia a rinunciare al riconoscimento dei documenti di DNR e LNR e a cessare “di prestare qualsiasi aiuto alle formazioni armate illegali in alcune aree delle regioni ucraine di Donetsk e Lugansk”.

Nell’euforia del momento e nella convinzione di poter contare sull’assenso di alte cariche internazionali (Laura Boldrini, ad esempio?) Andrej Parubij, il nazista speaker della Rada, è andato oltre e ha chiesto al Segretario generale dell’ONU Antonio Guterres di privare la Federazione Russa del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza.

Inoltre, incontrandosi ieri a Kiev con il Segretario di stato USA Rex Tillerson, il golpista N. 1 Petro Porošenko ha avuto la sfacciataggine di dire che al mondo non c’è persona più interessata di lui a togliere le sanzioni alla Russia. Tale passo significherebbe che Mosca abbia “adempiuto gli accordi di Minsk e abbia liberato il territorio ucraino”, ha omeliato Petro dal suo pulpito, lasciando alla pazienza dei fedeli l’attesa della riforma costituzionale (decentralizzazione status speciale di alcune aree delle regioni di Donetsk e Lugansk) che, proprio in base agli accordi di Minsk, l’Ucraina avrebbe dovuto adottare entro la fine del 2015.

Chissà se queste ultime uscite dei golpisti di Kiev non hanno come base una sensazione di forza che viene dall’inizio, oggi, delle manovre congiunte ucraino-americane nel mar Nero “Sea Breeze-2017” (si ripetono annualmente dal 1997), che andranno avanti fino al 23 luglio, con la partecipazione di naviglio di almeno 17 paesi. Non manca certo l’Italia, insieme a Canada, Belgio, Bulgaria, Francia, Georgia, Grecia, Lituania, Moldavia, Norvegia, Polonia, Romania, Svezia, Turchia e Gran Bretagna. Da parte statunitense, vi prendono parte l’incrociatore lanciamissili “Hue City” e il cacciatorpediniere di squadra “Carney”, insieme al velivolo da avvistamento subacqueo P-80 Poseidon, mentre 800 fanti di marina parteciperanno alle esercitazioni terrestri. Alla vigilia dell’inizio delle manovre, erano già atterrati a Odessa due aerei militari Nato da trasporto C-130J “Hercules”, con materiale bellico che, non c’è da dubitarne, a manovre terminate andrà a rimpinguare l’arsenale ucraino.

Nell’ambito di questa “offensiva diplomatica” ucraina, è passato pressoché sotto silenzio il riaccendersi delle scaramucce tra Azerbajžan e Armenia per la questione del Nagorno-Karabakh. La settimana scorsa, Baku ha accusato le forze armate armene di aver esploso colpi di artiglieria contro il villaggio di Alkhanly, provocando la morte di un’anziana e della nipote. A sua volta, il Ministero della difesa del Nagorno-Karabkh, ha sostenuto di aver messo a tacere una batteria di razzi TR-107 azeri, posizionata in mezzo alle abitazioni civili dello stesso villaggio, che in precedenza aveva sparato contro le posizioni del Karabakh, impiegando anche mortai da 85 mm e artiglieria pesante. Stepanakert, che nei giorni scorsi accusava Baku del ferimento di militari del Nagorno, riversa sulla parte azera ogni responsabilità per la ripresa degli scontri, dopo l’apparente calma durata oltre un anno.

I negoziati per la regolazione pacifica del conflitto nel Nagorno-Karabakh vengono portati avanti dal 1992 dalla speciale commissione di Minsk dell’Osce: mentre l’Azerbajžan insiste sul ritorno della regione (proclamatasi autonoma nel 1991) nel proprio ambito territoriale, Erevan è schierata con Stepanakert, mentre quest’ultima non partecipa al negoziato.

Ieri, la 26° riunione annuale dell’assemblea parlamentare dell’Osce, così pronta, come si è visto, a schierarsi con Kiev, non ha trovato niente di meglio che esprimere “profondo dispiacere per i mancati progressi nella regolazione del conflitto nel N-K”, invitando Baku e Erevan a rinnovare i negoziati. Numerosi osservatori, nota pravda.ru, fanno rilevare come dall’inizio del conflitto nel Donbass, nel 2014, l’Osce abbia praticamente perso interesse alla questione del N-K e non esista alcun meccanismo di controllo sul rispetto del protocollo sul cessate il fuoco sottoscritto a Biškek nel 1994, così come manca una zona “sanitaria” di controllo in cui dislocare osservatori Osce.

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15/05/2017

Lo “spazio civilizzato europeo” dell’Ucraina banderista



Risuonano ancora le presunte dichiarazioni (smentite dalla sua portavoce) della ex eminenza nera del battaglione neonazista “Ajdar”, la Jeanne d'Arc banderista Nadežda Savčenko, che avrebbe definito “bestie da soma” e “ciarpame” i volontari nazionalisti ucraini “che sono andati nel Donbass, a uccidere il nostro stesso popolo, per soldi o per non finire in galera” e che danno “la vita per gli oligarchi”. Ricordate, avrebbe scritto Savčenko sulla pagina Facebook poi definita falsa, “che non sarete mai degli eroi e il popolo non vi perdonerà mai. Voi avete fatto di me un'eroina e poi anche una deputata. Ma anche le mie mani sono sporche di sangue. Io sono un'eroina allo stesso modo in cui lo siete voi per gli ucraini normali... ci riempiono le orecchie sull'aggressione russa, ma di fatto siamo noi gli aggressori contro il nostro stesso popolo”.

Ed è sullo sfondo di tali parole – false o presunte – che continuano i veri martellamenti ucraini sul Donbass. Sabato scorso quattro civili sono morti e un altro è rimasto ferito a Avdeevka, occupata dalle forze di Kiev. Il comando della DNR ha dichiarato che non è questa la prima volta che le truppe ucraine della 72° Brigata meccanizzata e i reparti di Pravyj Sektor colpiscono le proprie posizioni su Avdeevka (era accaduto lo scorso 11 marzo) per poi incolparne le milizie popolari e avere il pretesto per violare gli accordi di Minsk. Non è un caso, ha dichiarato ieri il portavoce delle milizie della DNR, Eduard Basurin, che la provocazione sia avvenuta proprio all'antivigilia dell'ennesima riunione del Gruppo di contatto, che si tiene oggi a Minsk. Gli osservatori Osce hanno constatato che il fuoco non è stato aperto dall'area di Spartak, controllata dalle milizie, come sostenuto da Kiev; pur tuttavia, ha detto Basurin, gli stessi osservatori Osce non hanno specificato la reale direzione di tiro. Secondo la DNR, i tiri ucraini provenivano dal villaggio di Vodjanoe, dove la ricognizione delle milizie aveva rilevato la presenza di carri armati e artiglierie D-30 e semoventi “Akatsia”. Il dramma è stato messo in piedi per motivi di propaganda, ha detto Basurin, proprio in occasione della presenza a Kiev di tanti media occidentali per il festival di Eurovidenie.

Ma le forze ucraine hanno continuato a colpire anche altri settori della DNR: numerosi villaggi nell'area di Donetsk, Mariupol, Gorlovka; un giovane di 26 anni è rimasto ucciso a Kominternovo e un'anziana è rimasta ferita a Jasinovataja. Dall'inizio del mese, secondo la DNR, non è passato giorno che civili non siano rimasti feriti sul territorio della Repubblica, per i tiri delle forze ucraine.

Ieri, mortai ucraini da 82 e 120 mm, lanciagranate automatici e cannoncini di mezzi blindati hanno martellato le aree di Frunze, Kalinovo, Kalinovka, Smeole nella LNR; appena il giorno precedente, il portavoce delle milizie della Repubblica popolare di Lugansk, Andrej Moročko, aveva denunciato il fatto di come gli osservatori Osce ignorino gli sforzi delle milizie per il rispetto degli accordi di Minsk sul cessate il fuoco, lo sminamento delle aree, l'arretramento delle forze e la rinuncia all'utilizzo di droni da combattimento.

Droni che invece sono usati dalle forze ucraine o dai loro sponsor. L'agenzia rusvesna.su riporta che ieri un drone USA “RQ-4A Global Hawk” ha sorvolato per circa dieci ore la linea di demarcazione tra le forze ucraine e le milizie sul Donbass. Secondo Interfax, il drone sarebbe partito, ancora una volta, dalla base di Sigonella e, da un'altezza di 15mila metri, sarebbe arrivato fino a un'ottantina di km dal confine russo. D'altronde, il presidente ucraino Petro Porošenko ha bofonchiato di contare sull'appoggio USA sulla questione del Donbass e addirittura di pretendere che Washington venga aggregata al cosiddetto “formato normanno” (Berlino, Parigi, Mosca e Kiev) dei colloqui di Minsk.

E proprio alla vigilia dei colloqui in Bielorussia, ieri Petro Porošenko si è dato alle dichiarazioni a effetto, sostenendo che l'unica alternativa agli accordi del febbraio 2015 (il cosiddetto “Minsk-2”) sarebbe la rinuncia al Donbass da parte di Kiev, nonostante lui sia contrario a tale soluzione: “dividiamoci dal Donbass, regaliamolo a qualcuno, costruiamo un muro, dimentichiamoci del Donbass, che tanto non lo riavremo mai. Andiamo per due strade diverse”. Evidentemente in vena di boutade propagandistiche, Porošenko ha anche assicurato i giornalisti che sono gli stessi miliziani prigionieri di Kiev (altro punto critico degli accordi di Minsk) “a voler rimanere in carcere”, piuttosto che “tornare in DNR e LNR”.

Il presidente-pasticcere ha poi raggiunto il culmine del suo filosofeggiare a proposito del fatto che, dopo l'abolizione dei visti con la UE (l'atto formale è previsto per il 17 maggio a Strasburgo) solo i pazzi possono considerare l'Ucraina come uno Stato postsovietico e tantomeno parte del “mondo russo”. L'abolizione del visto “è un passo gigantesco verso l'Europa, l'affermazione della libertà umana, e dell'indipendenza del nostro Stato", ha omeliato e ha anche sottolineato che con l'abolizione del visto Kiev "ha superato le conseguenze" della Rada di Pereyaslav del 1654, allorché i cosacchi di Zaporože, guidati dal getman Bogdan Khmelnitskij adottarono la storica decisione sul passaggio dell'Ucraina sotto la protezione di Mosca. Ora l'Ucraina, ha sentenziato il presidente, si è unita “al comune spazio civilizzato europeo” che va “da Lisbona a Kharkov”: città in cui, secondo lui, termina l'Europa.

E per non esser da meno, ma guardando i meridiani geografici dall'opposta angolazione, il primo ministro Vladimir Grojsman ha stabilito da dove invece cominci l'Europa: “l'Europa comincia qui, in Ucraina, da ognuno di noi, dalle nostre azioni e dai risultati!”.

E che risultati: davvero da “spazio europeo civilizzato”, scandito a colpi di pistola contro chiunque si opponga all'esaltazione delle tradizioni naziste. Proprio ieri a Kamenskoe (regione di Dnepropetrovsk) le guardie del corpo dell'ex leader di Pravyj Sektor, Dmitro Jaroš, hanno bastonato e ferito alle gambe, a colpi di pistola, un taxista che si era rifiutato di rispondere al saluto “gloria all'Ucraina” con “agli eroi gloria”, in auge tra le formazioni naziste di UPA e OUN all'epoca di Stepan Bandera; ferito a colpi di pistola anche un altro taxista, giunto in soccorso del primo.

Senza contare gli effetti della cosiddetta “decomunistizzazione” sui cambiamenti di nome a città, strade, organizzazioni; il divieto di ogni “simbologia totalitaria” comunista o sovietica; la galera riservata ai comunisti; l'esaltazione dei simboli, della storia, degli “eroi” nazisti”; il blocco di energia elettrica e acqua verso i centri delle Repubbliche popolari; il licenziamento degli insegnanti sospettati di “propaganda separatista” a favore del Donbass o di simpatie filorusse (con gli scolari invitati a fare le spiate); senza contare tutto questo, è proprio quello “spazio europeo civilizzato” che permette di bastonare i turisti che si azzardino a parlare in russo o i pensionati che manifestano nell'anniversario della vittoria sul nazismo.

E' forse lo “spazio europeo” che, mentre si attrezza con la legislazione securitaria interna per nuove prove belliche esterne, dovrà attendersi una “civilizzazione” sul modello banderista ucraino?

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13/10/2015

Osce: “Elezioni turche: situazione anormale e rischiosa”

Le deteriorate condizioni di sicurezza mettono a rischio il corretto svolgimento delle consultazioni elettorali. L’afferma senza mezzi termini il capo dell’Osce (Organization for Security and Cooperation in Europe) Ahrens, che non nasconde la preoccupazione per la china violenta che assume la quotidianità in Turchia. E’ un pensiero diffuso, manifestato anche da illustri intellettuali che, come il premio Nobel della letteratura Pamuk intervistato dal quotidiano La Repubblica, afferma “… a Istanbul nei due ultimi mesi il clima è diventato impossibile”. Un clima di paura, oltre che di palese rischio di finire smembrato da ordigni collocati da mani occulte oppure colpito dalle pallottole poliziesche che reprimono chi manifesta. Nel suo ruolo, mister Ahrens, che ricorda d’aver incontrato Erdoğan quando si candidava alle presidenziali del 2014, non è riuscito ad avere contatti con l’attuale premier Davutoğlu né con il leader del movimento nazionalista Bahçeli. Entrambi sembrano voler evitare di trattare temi della violenza e della polarizzazione che ha visto gli attivisti dei loro partiti scagliarsi contro l’opposizione kurda e di sinistra.

Questo panorama preoccupa l’Osce perché se ciascun cittadino non si sente libero d’esprimere i pareri personali e il voto, evitando ogni pressione privata o statale, non si può più parlare di situazione normale. Da parte sua la polizia promette di riuscire a vigilare sulla sicurezza di seggi ed elettori mentre il Consiglio Elettorale Supremo esprime di non voler allontanare i votanti dai luoghi abitati, ma proprio premier e presidente criticano le decisioni del Consiglio considerandole pericolose per l’incolumità della popolazione. Di certa più di altre: le genti del sud-est, la comunità kurda. L’Osce di fronte alle scelte del coprifuoco e di cosiddette ‘zone di sicurezza’ esprime un parere per nulla tranquillizzante e col suo rappresentante sostiene di “non poter più parlare d’un quadro normale”. Certo non si è davanti a quanto affermano o scrivono alcuni giornalisti d’opposizioni, ancora dotati di libertà d’espressione, che lanciano paragoni fra il proprio Paese, Siria e Iraq; paralleli comunque non campati per aria, vista anche la fitta schiera di miliziani dello Stato Islamico di passaggio o addirittura operativi, come i sospettati dell’attentato di Ankara.

Nessuno dei 385.000 agenti vantati dal ministro dell’Interno Altınok (in odore di dimissioni per salvare quel Davutoğlu accusato di stragismo da Demirtaş e di mancata vigilanza dal repubblicano Kılıçdaroğlu) nelle scorse settimane aveva difeso dagli assalti sedi dell’Hdp e redazioni dei media liberali. Né alcun poliziotto di servizio s’aggirava presso la stazione di Ankara la mattina dell’attentato. Agenti antisommossa sono giunti a sangue ampiamente versato, secondo gli attivisti d’opposizione per suggellare con caschi e armi il disprezzo verso le tante vite stroncate dal disegno stragista. Proprio per ragioni di sicurezza e per garantire incolumità, l’Hdp valuta di cancellare tutti i raduni pubblici sino alle elezioni di novembre, non è escluso che lo facciano anche altre forze politiche. Eppure un pezzo di Turchia, la più cosciente e meno ricattabile, oggi ha marciato. Per ricordare le vittime, per denunciare lo stragismo che vuol paralizzare le teste delle persone incutendo paura, per sostenere le conquiste di normalità insidiate dalle bombe che spianano la strada alla proposta autoritaria di bisogno dell’uomo forte. Erano e sono lavoratori e giovani, la Turchia multietnica e democratica che vive alla luce del sole, che vuole partecipare e decidere fuori dai rigurgiti dello ‘Stato profondo’ golpista e sue nuove versioni di presidenzialismo islamico.

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27/06/2015

Poroshenko firma la legge sui militari stranieri in Ucraina

Nelle ultime 24 ore le milizie del Donbass, secondo l'agenzia Novorossija, hanno registrato alcune decine di violazioni del cessate il fuoco da parte delle forze armate ucraine, con l'impiego di carri armati, lanciamine, razzi e lanciagranate, oltre che di armi leggere. Particolarmente bersagliate Donetsk, Gorlovka, Dokučaevsk, insieme ai villaggi di Širokino, Spartak, Jasnoe, Žabičevo, Novaja Laspa, e Staromikhajlovka. Le truppe governative, ha dichiarato il vice Ministro della difesa della Repubblica Popolare di Donetsk, Eduard Basurin, hanno colpito anche un convoglio di aiuti umanitari della Croce Rossa in transito nei pressi del villaggio di Berezovoe. L'altro ieri gli osservatori dell'Osce avevano verificato il transito di alcuni obici da 120 mm non lontano dalla linea di demarcazione, nel territorio del Donbass controllato da Kiev: per la precisione, nei pressi del villaggio di Novoselovka Vtoraja, 36 km a nord-nordest da Mariupol. L'Osce scrive anche di un allargamento e consolidamento dei trinceramenti e un accresciuto numero di militari governativi a nordovest di Donetsk, dove si sono osservati anche movimenti di carri armati.

Come è noto, secondo gli accordi di Minsk, le armi pesanti di calibro superiore ai 100 mm dovevano essere allontanate di 50 km dalla linea di contatto, fino a una massima distanza di 140 km per i razzi a più lunga gittata; ma già da inizio giugno, Kiev ha provocatoriamente ufficializzato il ridislocamento delle artiglierie pesanti a ridosso del fronte.

Secondo lo speaker del Parlamento della DNR, Andrej Purghin, il Donbass è sull'orlo della ripresa di operazioni militari in grande stile, pur se ha espresso l'augurio che i paesi occidentali eviteranno di acuire la situazione. Proprio oggi, Novorossija, con riferimento a Globe and Mail, scrive che il Ministro della difesa canadese Jason Kenny, al termine della seduta della commissione “Nato-Ucraina” a Bruxelles, ha dichiarato che il suo paese non dispone di scorte di armi di cui potersi privare e inviare in Ucraina. In precedenza, il Canada aveva rifiutato l'invio di armi a Kiev, per impedire una escalation del conflitto nel Donbass. In ogni caso, il Canada sta già ora rifornendo le truppe ucraine con equipaggiamenti “non letali”: uniformi, giubbetti antiproiettile, e altro materiale e istruttori canadesi sono attesi in Ucraina per il prossimo agosto.

Senza dimenticare che mercenari di molti paesi stanno già combattendo, da mesi, schierati dalla parte di Kiev e mobilitati soprattutto tra le file dei battaglioni ultranazionalisti, sembra chiaro che si stia preparando il terreno per una aperta e ufficiale partecipazione straniera al conflitto nel Dobass. Lo Stato maggiore della cosiddetta “Operazione AntiTerrorismo-OAT”, l'eufemismo con cui Kiev sta terrorizzando il Donbass da più di un anno, è di nuovo intervenuto per accrescere ulteriormente il numero di militari russi che, secondo Kiev, sarebbero ammassati lungo la frontiera con l'Ucraina o direttamente nel Donbass. Se finora il presidente Petro Porošenko aveva parlato, in varie occasioni, di 40.000 russi, per difendersi dai quali l'Occidente deve rifornire di armi l'Ucraina, il portavoce dell'OAT, Andrej Marinovič, ha parlato oggi di russi dislocati nella regione russa di Rostov sul Don, di cui una quindicina di battaglioni già posizionati nel Donbass. Ecco dunque che Porošenko, rinverdendo ciò che la guardia dichiarava al Creonte sofocleo, “Nulla, o mio signore, possono gli umani giurare inattuabile”, firma la legge della Rada che consente l'introduzione ufficiale di soldati stranieri su territorio ucraino. Un po' come “la santificazione attraverso il peccato” predicata dall'avventuriero Rasputin, ora l'articolo 3 della legge specifica che scopo della permanenza di militari stranieri in Ucraina può essere quello di .



A non voler dire altro su questa specificazione – ad esempio, che il mantenimento della pace passi attraverso la riduzione a cimiteri delle città del Donbass
– appare “curioso” che, secondo la Rada ucraina, modi e tempi della sicurezza mondiale possano venir stabiliti indifferentemente da ONU o da UE. In fondo, Kiev mette nero su bianco quanto le cancellerie euroatlantiche non dicono, ma fanno quotidianamente, auto incaricandosi degli interventi militari in ogni angolo della terra. Inoltre, delizia legislativa, tra quei militari stranieri ammessi su territorio ucraino, non possono esserci quelli di quei paesi : nel gennaio scorso, la Rada aveva dichiarato la Russia “paese aggressore” e poche settimane fa lo Stato maggiore ucraino aveva consegnato a Washington le “prove dell'aggressione militare russa”. Sembra il gioco delle tre carte: comunque le giri, il banco sa sempre dove stia quella che gli assicura la vittoria. E il triangolo si chiude con gli ultranazionalisti di Pravyj sektor che, in attesa della loro ennesima “marcia su Kiev” prevista per il prossimo 3 luglio, pretendono da Porošenko l'aperta rinuncia agli accordi di Minsk e che si passi direttamente all'attacco. A questa offerta di matrimonio governativo dell'ultradestra, Porošenko aveva già spedito le proprie partecipazioni, rispondendo picche alle proposte di modifica costituzionale (previste dagli accordi di Minsk) avanzate dalle Repubbliche Popolari per il nuovo status del Donbass; ora ribadisce che non concederà nulla alle richieste di federalizzazione, sia che vengano da . Difficile pensare a un prossimo tavolo di trattative tra Kiev e le Repubbliche Popolari, considerato dalle diplomazie – soprattutto russa – unica possibilità di pace.

Proprio sul fronte della diplomazia, secondo la Tass il Cremlino giudica costruttivo il colloquio telefonico tra Barack Obama e Vladimir Putin, parte del quale ha riguardato proprio la situazione ucraina. Il portavoce presidenziale russo, Dmitrij Peskov, ha dichiarato che i due leader hanno stabilito che prossimamente l'assistente del Segretario di Stato, Victoria Nuland (sì, proprio lei: quella del “vaffa” alla UE all'epoca di Majdan e del golpe a Kiev) e il vice Ministro degli esteri russo, Grigorij Karasin, discuteranno l'andamento della realizzazione degli accordi di Minsk. Sembra che Obama abbia chiesto a Putin, sempre per la realizzazione di quegli accordi, “il ritiro di truppe e mezzi russi dall'Ucraina” di cui, come abbiamo visto, Kiev fornisce a Washington continue “prove”; al che Putin gli avrebbe risposto che la supposizione sulla presenza di truppe russe in Ucraina è pura fantasia.

Che, al di là delle formule su “l'assenza di alternative al dialogo” dichiarata da Peskov, la strada sia tutt'altro che in discesa, è opinione anche delle diplomazie e degli esperti occidentali. A conclusione della riunione dei Ministri degli esteri di Russia, Francia, Germania e Ucraina, lo scorso 23 giugno, lo stesso Sergej Lavrov, ha ammesso che ci sono forze (, ha detto; ma solo i cognomi, vorremmo aggiungere noi) che agiscono attivamente contro il processo di pace e non ha potuto non evidenziare i recenti movimenti militari attorno alla linea di demarcazione. Secondo le parole del politologo svedese Stefan Hedlund, del Centro di ricerche su Russia e Eurasia dell'Università di Uppsala, l'Occidente arriverà alla distruzione dell'Ucraina, piuttosto che accordarsi con Putin. Secondo lo studio di Hedlund, riportato da Novorossija, la crisi ucraina è giunta allo stadio finale e gli “amici” occidentali di Porošenko non si sognano lontanamente di fornirgli aiuto; ormai e la situazione economica dell'Ucraina è al collasso. Intervenendo a Ginevra di fronte alla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite, il Segretario del PC ucraino Petr Simonenko, accanto alle atrocità commesse dai battaglioni neonazisti nel Donbass e a quelle ufficiali delle autorità governative nei confronti dei comunisti, ha ricordato anche come il 60% della popolazione, secondo i dati ufficiali ONU, si trovi sotto il limite della sopravvivenza, “grazie” alle riforme imposte dal FMI. Il PIL dell'Ucraina, al primo trimestre del 2015, si è ridotto del 17,6% rispetto allo stesso periodo del 2014. Il debito estero al 1 gennaio di quest'anno era di 126.307 milioni di dollari e se lo scorso anno esso costituiva il 71% del PIL, nel 2015, secondo la Banca di Stato potrebbe arrivare al 100%. Secondo alcuni economisti tedeschi, il PIL dell'Ucraina, con una popolazione di 45 milioni di abitanti, può paragonarsi oggi a quello dello Schleswig-Holstein, uno dei più piccoli land della Germania, con 2,8 milioni di cittadini. Nel 2010, il PIL del land tedesco era di 75,6 miliardi di euro; a fine 2014 il PIL dell'Ucraina era di 66 miliardi di euro. 


Al di là di ogni raffronto privo di concrete basi comparative, quei dati dimostrano a cosa abbia ridotto, quella che era un tempo una delle repubbliche più ricche dell'ex Unione Sovietica, la guerra tra clan per la spartizione delle ricchezze del paese – e la guerra terroristica contro la popolazione del Donbass è anche una guerra di rapina contro l'area più ricca dell'Ucraina – scatenata e condotta di pari passo a quella voluta oltre Oceano per disegni geopolitici più vasti e mortalmente pericolosi. Ai clan politico-affaristici-speculativi che, dagli scranni governativi stanno depredando il paese, varrebbe la pena rivolgere le parole di Teseo a Creonte: .

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20/06/2015

Osce: nel Donbass a un passo dalla guerra totale

"Russia e Ucraina sono predestinate per un futuro comune": così ieri NTV riassumeva la parte dell'intervento che Vladimir Putin, al forum economico di San Pietroburgo, ha dedicato alla crisi ucraina, determinata, secondo il Presidente russo, dal sostegno occidentale al golpe del febbraio 2014, che ha poi portato "a una crudele contrapposizione e, di fatto, alla guerra civile". Putin ha anche ribadito quanto affermato di recente: "sentiamo continuamente la stessa cosa, ripetuta come un mantra, che la Russia deve esercitare la sua influenza sul sudest dell'Ucraina. Noi lo facciamo. Ma il problema non può essere risolto solo con la nostra influenza sul sudest. E' necessario premere anche sugli attuali poteri ufficiali di Kiev. E questo noi non possiamo farlo".

E' fuor di dubbio che, in più di un'occasione, si sia vista l'influenza di Mosca sulle scelte politiche e militari delle milizie; un'influenza che, a dispetto dei portavoce nostrani della “guerra santa” di Porošenko-Jatsenjuk, ha evitato a Kiev alcune cocenti batoste; un'influenza manifestatasi non solo al tavolo delle trattative con Kiev. Trattative che sono proseguite lo scorso 16 giugno con la riunione a Minsk del Gruppo di contatto a tre – Kiev, Mosca, Osce – cui sono stati invitati anche i rappresentanti di Donetsk e Lugansk, ma in cui si sono registrati pochi progressi, con le proposte di riforma costituzionale avanzate dalle Repubbliche e ignorate sistematicamente da Kiev.

Lo sfondo su cui è svolto l'incontro è del resto poco mutato da quando, il 3 giugno scorso, era saltato a causa dell'offensiva ucraina a ovest di Donetsk, con il riposizionamento delle artiglierie governative a ridosso della linea di demarcazione, in aperta (e spavaldamente proclamata da Kiev) violazione proprio degli accordi di Minsk del febbraio scorso. La situazione è tanto poco mutata che anche giovedì una donna è rimasta uccisa a Donetsk per i bombardamenti governativi, continuati ieri e oggi con l'impiego di obici, bombe a grappolo “Uragan”, mortai pesanti e carri armati. Villaggi e centri abitati (Pervomajsk, Stakhanov, Kirovsk) a poca distanza dalla linea del fronte, nella regione di Lugansk, rimangono spesso privi di acqua ed elettricità, proprio a causa delle cannonate governative; questo, in aggiunta alla famigerata disposizione, emanata alcune settimane fa dal rappresentante militare di Kiev Ghennadij Moskal, che ha condannato gli abitanti di Lugansk al blocco dell'acqua, ostentando in maniera insolente i metodi del collaborazionista filonazista Ostap Bandera "di sera la luce, al mattino l'acqua".

E la situazione non può che mutare in peggio, se l'influenza da esercitare su Kiev di cui parla Putin si riassume nel via libera concesso dal senato USA alla variazione di bilancio 2016 per 300 milioni di dollari, per la fornitura di armi d'attacco all'Ucraina. Una fornitura il cui saldo, verosimilmente, andrà ad aggiungersi ai miliardi di dollari e di euro di “aiuti” euroatlantici, che Kiev dirotta di filato sul fronte del Donbass. Già oggi infatti, il Ministero della difesa lamenta grossi problemi anche solo per l'aumento dell'esercito da 140.000 a 250.000 uomini voluto da Porošenko. I 4 miliardi di dollari che il governo intende destinare quest'anno alla Difesa – il bilancio di previsione era di 2 miliardi di dollari: 1,7 volte più che nel 2014 – significano circa il 5% del Pil, rispetto al 2,7% precedente: ciò è quanto decretato da “Je suis Charlie”–Porošenko, che ieri ha fatto arrestare i tremila manifestanti che, sul boulevard Taras Ševčenko di Kiev, chiedevano le sue dimissioni. Ma altre dimostrazioni sono attese anche per oggi, tanto che il Ministero degli interni ha già dirottato diverse centinaia di agenti verso il rione Pečerskij della capitale ucraina, dove si raduneranno i manifestanti.

D'altronde, il programmato raddoppio degli uomini di truppa, appare una necessità quasi ineluttabile per chi non dimostra intenzione alcuna di voler giungere a una soluzione pacifica della crisi e deve guardarsi anche dai problemi militari e politici interni, causati  sempre più spesso dalla condotta dei battaglioni “volontari” e dai loro continui rifiuti di sottostare agli ordini del Ministero della difesa o di essere inquadrati nei reggimenti regolari.

Ma, nonostante le difficoltà di bilancio ucraine, stando al rapporto settimanale dell'Osce, riportato dall'agenzia Novorossija, si è vicinissimi al riesplodere di una guerra in grande stile su tutto il fronte del Donbass e pare dunque destinato a crescere il numero di profughi ucraini in Russia. Secondo il Servizio federale russo per la migrazione, su 2,6 milioni di ucraini stabilitisi in Russia, oltre un milione sono quelli che hanno dovuto abbandonare il Donbass. Quasi mezzo milione coloro che hanno chiesto asilo temporaneo, status di rifugiato o ricongiungimento familiare.

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07/06/2015

Kiev viola gli accordi di Minsk, Washington approva

Le Forze armate ucraine hanno dislocato nell'area di Kramatorsk, a nord di Donetsk (dall'estate 2014 controllata dalle truppe di Kiev) tre batterie missilistiche “Točka-U”. Lo ha reso noto il vice Ministro della difesa della Repubblica Popolare di Donetsk, Eduard Basurin, sulla base di informazioni del controspionaggio militare della DNR. Basurin, mentre ha rilevato che Kramatorsk si trova a 70 chilometri dalla linea di demarcazione tra le forze governative e quelle delle milizie popolari, ha detto anche che questo non è l'unico caso di dislocazione di armi pesanti nel Donbass da parte di Kiev e ciò avviene sullo sfondo delle dichiarazioni del presidente Porošenko secondo cui egli intende condurre trattative solo con un “Donbass ucraino”.

Affermazioni che non sembrano propriamente in linea con gli accordi di Minsk del febbraio scorso (d'altronde, nei giorni scorsi Kiev ha informato ufficialmente i propri “partner europei” dell'avvicinamento delle artiglierie pesanti alla linea di demarcazione, in violazione di quegli accordi) sullo status speciale da attribuire al Donbass.

Affermazioni che appare anche difficile non collegare alla notizia odierna sulle dimissioni dall'incarico della rappresentante speciale Osce per l'Ucraina, la svizzera Heidi Tagliavini: vari osservatori associano la decisione della Tagliavini proprio con l'aperta violazione, da parte di Kiev, lo scorso 3 giugno, degli accordi di Minsk e il conseguente nuovo inasprimento del conflitto nel Donbass. In riferimento alla decisione della Tagliavini, il plenipotenziario della Repubblica Popolare di Lugansk al cosiddetto “Gruppo di contatto” (il gruppo di lavoro per l'attuazione degli accordi di Minsk che riunisce rappresentanti di Kiev, Mosca, Repubbliche Popolari e Osce), Vladislav Dejnego, ha espresso l'augurio che ciò non debba comunque influire sui colloqui di Minsk e ha escluso che le dimissioni, a suo parere, possano ricondursi agli scarsi risultati ottenuti nel corso dell'ultima tornata di colloqui, lo scorso 2 giugno.

Altri osservatori puntano invece l'indice proprio sull'incontro di martedì scorso, durante il quale le parti non si erano trovate d'accordo né sull'ulteriore scambio di prigionieri, né sull'amnistia per i miliziani, né sulle modifiche da apportare alla Costituzione ucraina (riguardo lo status del Donbass: autonomia, “decentralizzazione”: comunque, assicurazione di diritti certi nei confronti del potere centrale), né sulla indizione di elezioni locali nel Donbass. Una fonte vicina al Gruppo di contatto ha dichiarato a Interfax che Tagliavini, dopo aver rinviato il prossimo incontro al 16 giugno, in ragione della posizione ultimativa mostrata dai rappresentanti di Kiev il 2 giugno, avrebbe preso la decisione delle dimissioni.

Ed è così che il falco-premier Arsenij Jatsenjuk, in coppia con il Ministro delle finanze, la (ucraina)-americana Natalja Jaresko decide di volare negli USA in cerca di ulteriori sostegni finanziari alla politica aggressiva di Kiev nel Donbass. Oltre che con esponenti del Congresso, il duo ha in programma incontri con esponenti del FMI, con la comunità ucraina, intervenendo poi al forum del Comitato ebreo-americano. Sarà interessante vedere se la comunità ebraica americana accoglierà favorevolmente un premier che si regge al governo grazie ai battaglioni neonazisti, che innalza a feste nazionali le date di nascita sia del collaborazionista Ostap Bandera, sia del suo esercito filonazista, che collaborò con le SS allo sterminio di centinaia di migliaia di soldati sovietici, di cittadini ucraini, ebrei e polacchi, o se invece prevarranno gli interessi attuali delle lobby finanziarie-industriali di sostegno alla politica di Kiev.

In ogni caso, a Mosca si guarda con preoccupazione all'assottigliarsi e al diminuire delle opportunità di realizzazione degli accordi di Minsk, in seguito all'inasprimento della situazione nel Donbass e all'aperta violazione del cessate il fuoco, registrati questa settimana. Lo ha dichiarato il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov, rispondendo in tal modo alla domanda postagli da alcuni media, se siano ancora attuali le parole pronunciate alcuni giorni fa da Vladimir Putin nel corso dell'intervista al Corriere della Sera (apparsa oggi sul quotidiano milanese), secondo cui con la realizzazione degli accordi di Minsk si erano potute interrompere le azioni di guerra più attive nel sudest dell'Ucraina e si erano allontanate le artiglierie pesanti.

In questo senso, anche il presidente del Parlamento della DNR, Andrej Purghìn ha detto che il riaccendersi del conflitto è il risultato della mancanza di volontà, da parte di Kiev, di condurre un concreto dialogo politico con le Repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk; "In mancanza di un processo politico" ha detto Purghìn, "si ha naturalmente un peggioramento della situazione militare. Se il cessate il fuoco non è sostenuto dal dialogo politico, se i tempi di questo dialogo non sono soddisfacenti, se i politici tacciono, allora, prima o poi, a parlare sono i cannoni".

Ma, come ormai da alcuni giorni, cioè dai primi bombardamenti ucraini su Marjnka e Krasnogorovka, stanno ripetendo vari osservatori, il piano di chi ha riacceso le micce non prevede dialogo politico. O, almeno, lo prevede in tutt'altra direzione. E' così che nella tarda serata di venerdì, secondo quanto riportato da Interfax, Porošenko si è intrattenuto al telefono sia con Barack Obama che con Angela Merkel, per “coordinare” le posizioni da assumere riguardo le sanzioni antirusse alla vigilia del G7 di domenica e lunedì in Baviera, in vista anche probabilmente di una non univoca direzione di marcia tra Washington e alcune capitali europee. In particolare, la Merkel ha parlato in questi giorni della intenzione tedesca di discutere, al vertice del G7, della cooperazione con la Russia, esclusa dal “G8” per la sua reazione al golpe filoccidentale e all'aggressione armata ucraina al Donbass, ma che può tornare sempre utile quando le cose si mettono male per Kiev, oppure quando sul tappeto sono le questioni mediorientali o libiche, come ha ammesso il Ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier.

E ancora in vista del vertice G7, secondo fonti di informazione statunitensi, riportate da Ria-Novosti, il capo del Pentagono, Ashton Carter, avrebbe condotto il 5 giugno una riunione segreta a Stoccarda, con la partecipazione di diplomatici e militari americani in Europa, dedicata specificamente al tema “Russia”, al suo “contenimento”, alle sanzioni contro Mosca, all'ulteriore aiuto militare ad alcuni paesi europei, al finanziamento di “sfere non tradizionali”, quali la cibersicurezza. Secondo Carter, le sanzioni non sono in fondo così efficaci "per costringere Putin a mutare il suo corso" e gli USA dovranno ricorrere "ad altre risorse", riconoscendo la "aggressività" di Mosca.

Mentre il presidente Porošenko, nella conferenza stampa odierna al termine dei colloqui con il premier canadese Stephen Harper, ha dichiarato, bontà sua, che al momento Kiev non persegue il dislocamento di sistemi missilistici occidentali in Ucraina e, per contro, istruttori canadesi giungeranno a breve nel paese per l'addestramento dei militari ucraini, vedremo nei prossimi giorni se il “gioco delle parti” tra le due sponde dell'Atlantico, che sta continuando anche al G7, porterà a un ulteriore peggioramento della situazione nel sudest dell'Ucraina o a un ritorno alla discussione politica.

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