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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/06/2025

Gli incubi “autocratici” di Henri Lévy e la lezione dell’aggressione all’Iran

Stando agli ultimi lanci d’agenzia, torna più insistente, ora che le bombe americane sono state sganciate, l’ipotesi per cui Teheran minaccerebbe, addirittura nelle prossime ore, la chiusura dello stretto di Hormuz, percorso chiave per il commercio petrolifero mondiale.

La relativa dichiarazione è stata rilasciata dal Ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi, secondo il quale Teheran sta valutando tutte le opzioni in risposta agli attacchi americani ai suoi impianti nucleari. Più o meno nelle stesse ore, lo stesso Araghchi ha dichiarato di recarsi a Mosca per incontrare Vladimir Putin.

Questo, per quanto riguarda le ultime ore. In leggero anticipo, però, sugli ultimi avvenimenti del 22 giugno, cui ha dato il via l’attacco notturno americano alle centrali iraniane, qualcuno non aveva mancato di mettere in mostra le proprie doti crepuscolari. Si tratta del solito “filosofo” Bernard-Henri Lévy – e contiamo che i lettori vorranno perdonare, se mettiamo ancora una volta in campo il suo nome, del resto monotono, come disse il prevedibile avversario di James Bond in Moonraker, sbuffando quel «Mister Bond! Lei compare con la tediosa inevitabilità di una stagione non amata».

Dunque, appena qualche mese fa, Bernard-Henri Lévy, dedito a spargere filosofiche bestialità su qualunque paese non rientri tra i suoi beneamati, sosteneva che l’“Impero americano” e i suoi alleati “democratici” sono sottoposti a «un potente assalto da parte di un fronte eterogeneo, ma sempre più coeso» composto da Cina, Russia, Turchia, Iran e Islam radicale, così che si è già entrati nella fase iniziale di una nuova guerra mondiale, i cui fronti principali, dice, passano per Ucraina e Israele, mentre il terzo fronte nel prossimo futuro sarà Taiwan.

Dopo il 13 giugno e ancor peggio dopo il 22 giugno, il signor Lévy deve spostare l’Iran sul primo fronte, in attesa di poter stabilire in quale posizione piazzare quello ucraino. Nemmeno a farlo apposta, il filosofo dehors è intervenuto sulle pagine de La Stampa prima del bombardamento notturno yankee sui siti iraniani di ricerca nucleare. Solo per poche ore, non ha potuto riversare sulle stesse pagine la frenesia che gli avrebbe procurato la notizia da lui tanto trepidamente attesa dell’attacco, ma non ancora data per imminente.

Comunque, la sua soddisfazione Lévy se l’era già presa, illustrando al lettore italiano le sue discettazioni su come sia preferibile una guerra, forse mondiale, innescata dalle bombe sioniste, col rischio di gettare la «regione nel caos» e rispondendosi da solo che «Caos per caos... non c’è fonte peggiore di caos dell’esistenza di Hamas, o Hezbollah, o di un esercito di Houti. O dell’Iran che ci faceva vivere tutti quanti, al di là della regione, sotto la minaccia di un ricatto continuo. È a questo caos latente che Israele cerca di mettere fine». Amen.

Siamo ormai avvezzi alla sua “filosofia” astro-politica. È d’altronde lo stesso Lévy che a inizi anni ’90 sosteneva i musulmani di Jugoslavia ed esaltava i tagliagole del UCK kosovaro, esortando a bombardare la Jugoslavia; lui, che appoggiava l’invasione USA dell’Afghanistan; lui, che era in Georgia nel 2008, naturalmente a sostenere Saakašvili e che nel marzo 2011 intrigava coi separatisti a Bengasi, promuovendo il rovesciamento di Gheddafi e chiedendo l’invasione della Libia, prima di passare, nel 2013, a chiedere quella della Siria, schierandosi poi, nel 2014, con la cosiddetta Euromajdan.

Tra i sostenitori della teoria del “caos controllato”, BHL fa da portavoce agli obiettivi di una Terza guerra mondiale, quale ultima ratio del capitale finanziario mondiale. Dunque, poche ore prima dell’aggressione USA del 22 giugno, Lévy vergava su La Stampa la pensata secondo cui la «dichiarazione di Ali Khamenej, per cui l’Iran non ha bisogno che qualcuno lo autorizzi ad arricchire il suo uranio e che per lui questo è un problema di sovranità non negoziabile», avrebbe costituito una «ragione sufficiente per i bombardamenti israeliani».

All’obiezione sul perché alcuni paesi avrebbero diritto all’atomica e l’Iran no, il filosofo della “morale” atlantista risponde che «Ragione numero uno: esiste una differenza sostanziale tra una democrazia e una tirannia e un’arma non significa la stessa cosa... negli arsenali dell’una o dell’altra»; e l’Iran, lo sanno tutti, «è una tirannia e il suo programma nucleare non ha mai avuto altro obiettivo se non quello di cancellare Israele dalla faccia della terra».

Pensando di vanificare un’ulteriore obiezione, secondo cui la nuova guerra potrebbe fare «il gioco del criminale supremo, Putin, che a): aumenterà il prezzo del petrolio e, così facendo, la manna che finanzia la sua guerra; b) vede l’occhio di bue della Storia scivolare verso il Medio Oriente e far calare in un’ombra propizia i crimini che commette in Ucraina», BHL replica che «il fatto più importante dei nostri tempi è che in tutte le regioni del mondo ai posti di comando c’è una Internazionale autoritaria (…) Iran-Russia, una stessa battaglia... Khamenei che rifornisce Putin di droni e Putin che si congratula con Hamas per la sua “grande azione” del 7 ottobre... L’uno e l’altro a sostegno del progetto imperiale cinese e degli islamisti... Verrà il giorno – sì, verrà – in cui i difensori dell’Ucraina, i patrioti curdi, le donne iraniane e afgane o i sopravvissuti uiguri ringrazieranno Israele di aver spezzato, se avrà la meglio, uno degli anelli di quella catena assassina».

Hanno un’idea fissa, questi imbonitori della “democrazia” celestiale in lotta divina contro l’infernale “autocrazia”: dappertutto, vedono una trama internazionale. A distanza di due giorni dalle assicurazioni, dateci sempre su La Stampa da Anne-“Golodomor”-Applebaum a proposito di una «una rete transnazionale», una cordata guidata da «Russia, Cina, Iran, Venezuela, Corea del Nord, Bielorussia e altri», che «rifiutano la democrazia», ecco che BHL è accecato dai bagliori luciferini di una «Internazionale autoritaria», contro cui si ergono a coorte i cherubini euro-atlantici.

Non rimane dunque che armarsi, come sostiene il PD a Strasburgo votando i “crediti di guerra” sul riarmo, per «una difesa comune» targata UE. Un voto a favore la cui scelta è stata poi rafforzata, il 21 giugno, dall’apostolico raccapriccio per le bandiere NATO-UE bruciate alle manifestazioni romane, cui la quasi totalità dei catechisti del PD è stata contenta di non partecipare, nemmeno a quella in cui, diosialodato, il tema NATO era assente.

Assente perché «gridano “fuori dalla NATO e dalla UE”, bruciano le bandiere. Il PD non è quella cosa là». Viscidi pappataci euroliberali, che omeliano di «protezione satellitare... tutelare i nostri dati... garantire la sicurezza ai cittadini».

Si genuflettono all’altare NATO-UE, provando ribrezzo per quelle piazze che «mandano messaggi sbagliati individuando nemici. E meno male che dicono di volere la pace. La pace si garantisce attraverso la difesa e la sicurezza che garantiscono la libertà dei popoli. Possibile che quello che sta succedendo in Ucraina, che è Europa, non abbia insegnato niente?».

Eccome, criptomajdanisti euroarringhiati; eccome, se lo ha insegnato. Proprio per questo, non nascondiamo il voltastomaco per gli eurobellicisti del PD, che non si differenziano dai fascisti di FdI nel votare i soldi per la guerra; proprio per questo, non nascondiamo la ripugnanza per una congrega reazionaria che, alla vigilia del vertice NATO de L’Aja, in nulla si differenzia dalla volgare parabola, opportunamente stigmatizzata da Barbara Spinelli su Il Fatto del 22 giugno, di un Putin che «è il criminale, l’Iran è l’aggressore terrorista, Israele è l’eterna “vittima invincibile”».

Quindi, in base alla vulgata russofoba UE-NATO e «in preda alla cecità» scrive ancora Spinelli, «gli occidentali ripetono che l’Ucraina ha diritto di difendersi. Ma si guardano dal concedere lo stesso diritto all’Iran, compreso il diritto al nucleare civile». Rispetto per l’onestà intellettuale di chi, pur da posizioni democratico-borghesi, dice la loro ai nefandi pennivendoli e ai biechi “politici” dell’intero arco bellico-atlantista.

E mentre il vice presidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, dichiara che tutta una serie di paesi sono disposti a rifornire direttamente Teheran di proprio armamento atomico, sulle pagine di Svobodnaja Pressa (discreto fiancheggiatore del KPRF) il professore Valentin Katasonov elenca quelle che, suo parere, sono le dieci lezioni che Mosca dovrebbe far proprie se non vuol ritrovarsi nella situazione di Teheran, ammonendo che l’attacco all’Iran è l’ultimo avvertimento per la Russia. Per la verità, Katasonov si riferisce alla situazione successiva al 13 giugno, ma sembra che l’attualità non sia andata persa, tantomeno dopo il 22 giugno.

Per prima cosa, la constatazione che Israele è sostenuto dall’intero “Occidente collettivo”: G7, UE, NATO e persino alcuni paesi arabi. L’Iran, invece, fa parte di SCO (Shanghai Cooperation Organiaation) e BRICS+, ma queste non «hanno ancora dimostrato il loro dovere di alleati»: un colpo, dice Katasonov, alla reputazione di SCO e BRICS, oltre che dell’ONU, che oggi «ricorda molto la SdN, che non riuscì a fermare la Seconda guerra mondiale».

Inoltre, fino al 13 giugno, la Russia era considerata il principale alleato dell’Iran. Cosa ha fatto negli ultimi giorni? Finora, solo dichiarazioni verbali. Washington sta dimostrando molto più chiaramente le proprie intenzioni di alleata di Israele. Terzo. Le azioni di Israele contro gli stati confinanti in Medio Oriente, incluso l’Iran, sono giustamente definite una “guerra senza regole”, uno dei cui segni più evidenti è la sorpresa: «qualcuno avrebbe potuto immaginare che ciò sarebbe accaduto nel momento in cui Washington e Teheran stavano negoziando il programma nucleare iraniano e il successivo round di negoziati era previsto per il 16 giugno?... Tel Aviv e Washington stavano agendo secondo uno scenario comune? Non è forse questa una lezione per Mosca?».

Come escludere, si domanda Katasonov, che Washington proponga a Mosca negoziati sull’Ucraina, sullo START e altre questioni militari, creando un senso di “distensione nella tensione internazionale” e, proprio in quel momento, sferri un colpo devastante alla Russia?

C’è quindi la questione del lavoro delle quinte colonne israeliane in Iran, andato avanti per mesi o forse anni: e se le “guerre senza regole” «mirano a un risultato rapido (“blitzkrieg”), tali “improvvisazioni”, di norma, richiedono una preparazione piuttosto lunga... introdurre nel paese (o produrre in loco) componenti di droni, assemblarli, stoccarli» e, oltre ai droni, la “quinta colonna” può distruggere o danneggiare le imprese della difesa, uccidere figure chiave ai vertici militari, ecc.. 

Insomma, intende dire Katasonov: siamo sicuri che qualcuno non stia già conducendo un tale lavoro ai danni della Russia? Tali “quinte colonne” agiscono su «un “terreno preparato”, cioè un’atmosfera ideologica e morale-psicologica della società, in cui concetti di “dovere”, “patriottismo”, “popolo”, “eroismo” vengano ridicolizzati», sostituiti da altri comportamenti basati sui riflessi animali, facili da controllare.

Ma, allora, come ha potuto il Mossad creare una rete di intelligence in Iran, paese considerato profondamente islamico e dunque immune da tentazioni diverse? «Purtroppo, come ammettono molti esperti iraniani, l’Islam è da tempo diventato puramente nominale... Corruzione, tangenti, venalità, mercati “grigi” e “neri” prosperano nel Paese».

Ecco, trasferiamo le stesse argomentazioni in Russia, dove il 79% dei russi si dichiara credente e dovrebbe quindi respingere «il culto di Mammona (tangenti, corruzione, appropriazione indebita, usura). Ma oggi in Russia c’è il capitalismo, un modello socio-economico che presuppone e persino richiede il culto di Mammona».

Secondo sondaggi condotti annualmente da «una nota organizzazione non governativa occidentale, nel 2024 l’indice di corruzione per l’Iran poneva il paese al 153° posto su 180 e la Russia al 158°»: più alto è il numero, maggiore è il livello di corruzione. Si può dunque «presumere che per le agenzie di intelligence straniere, il lavoro di reclutamento in Russia possa definirsi favorevole quanto quello iraniano e non c’è quindi da stupirsi» che gli attacchi con droni contro gli aeroporti russi siano partiti dallo stesso territorio russo.

Ricapitolando: l’Occidente nel suo complesso, dice Katasonov, ha dimostrato di sapersi «unire nei momenti decisivi, quando si tratta di capire chi siano i suoi principali nemici comuni, dandone persino le priorità: Iran, Russia e Cina. Di essi, l’Iran è il nemico relativamente più debole. È da lì che tutto è iniziato. Una volta sconfitto l’Iran, l’intero Occidente potrà attaccare la Russia. E dopo la Russia, affronterà la Cina; uno alla volta. Quindi, il 13 giugno, l’attacco di Israele all’Iran è stato un campanello d’allarme per il nostro Paese: tu, Russia, sarai il prossimo bersaglio».

In guardia, quindi, e velocemente, anche perché, come ammoniva Victor Hugo nel suo mirabile “Il ’93”, «Qualche volta la rapidità del lampo è mescolata alle catastrofi».

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30/01/2024

Gideon Levy sulla bizzarra difesa di Israele alla Corte Internazionale

Gaza, è genocidio?

“Come definire, in altro modo, i bambini moribondi sui pavimenti degli ospedali, alcuni dei quali non hanno più nessuno al mondo, e i civili anziani affamati che fuggono per salvarsi la vita dall’incessante minaccia delle bombe che cadono ovunque?”

“La definizione giuridica cambierà il loro destino? Israele tirerà un sospiro di sollievo se la Corte respingerà le accuse? Per quanto riguarda il nostro Paese, se questa situazione non sarà giudicata come genocidio, la nostra coscienza sarà di nuovo pulita. Se L’Aia proclamerà che ‘non c’è un genocidio in atto’, saremo di nuovo gli uomini più morali del mondo”.

Quindi, Levy ironizza sulla difesa esposta dai legali israeliani presso la Corte, ricordando anche l’accusa lanciata al Sudafrica di essere il “braccio legale di Hamas”, che riportiamo perché significativa della poca lucidità che stanno dimostrando nell’occasione gli esperti di pubbliche relazioni di Tel Aviv, che sperano di coprire quanto si sta consumando nella Striscia brandendo l’accusa di connivenza con Hamas contro chiunque devii dalla narrativa della Hasbara.

Israele e la Corte di giustizia internazionale

Levy segnala, in particolare, due passaggi della difesa, riguardo ai quali, annota, “era difficile decidere se ridere o se piangere. Come quando si è sostenuto che solo Hamas è responsabile della situazione di Gaza. Israele non vi ha alcun ruolo né partecipazione. Dirlo a una prestigiosa istituzione internazionale significa mettere in dubbio e insultare l’intelligenza dei suoi giudici”.

“E che dire delle osservazioni del capo della squadra della difesa israeliana, professor Malcolm Shaw, il quale ha affermato: ‘Le azioni di Israele sono proporzionate e prendono di mira solo le forze armate?’ Che dire, appunto di quanto avviene realmente? Proporzionate con tutta la distruzione in atto? Se questo significa proporzionato, cos’è sproporzionato? Hiroshima?”

[La cui devastazione, peraltro, è stata evocata da alti funzionari israeliani per quanto riguarda Gaza (New York Times), sulla quale si è abbattuta una potenza esplosiva doppia di quella di Hiroshima (al Jazeera)].

Inoltre, continua Levy, che dire delle altre affermazioni di Shaw, secondo il quale la nostra azione è rivolta “‘solo contro le forze armate’, quando si registra una moltitudine di bambini morti? Di cosa stava parlando? E poi quel ‘telefoniamo per evacuare le persone non coinvolte’; quante persone hanno ancora un telefono funzionante a Gaza e dove, esattamente, dovrebbero evacuare in quell’inferno, nel quale non rimane un solo angolo di territorio sicuro? E poi la conclusione definitiva: ‘Anche se i soldati violassero le leggi di guerra, il sistema legale israeliano se ne farà carico’”.

“Sembra che Shaw non abbia mai sentito parlare del sistema legale israeliano e ancor meno di quello che viene definito ‘sistema legale militare’. Non ha sentito che dopo l’operazione Piombo Fuso, il conflitto con Gaza del 2008-2009, solo quattro soldati sono stati incriminati per reati penali e solo uno di loro è finito in prigione per il furto di una carta di credito (!). Tutti gli altri, che hanno imperversato con bombe e proiettili contro degli innocenti, non sono stati incriminati, né mai lo saranno”.

“E che dire delle osservazioni della dottoressa Galit Rejwan, la scoperta del fine settimana – la quale senza dubbio sarà scelta per accendere la fiaccola di quest’anno alla cerimonia del Giorno dell’Indipendenza sul monte Herzl – che ha affermato: ‘L’IDF sta trasferendo gli ospedali in un luogo più sicuro’. Al Shifa verrà trasferita a Saba? Rantisi a Soroka? Di quali luoghi sicuri a Gaza sta parlando e quali ospedali sposterà l’IDF?”

“Niente di tutto ciò, ovviamente, prova che Israele ha commesso un genocidio. Lo deciderà il tribunale. Ma come sentirsi a proprio agio con tali argomenti a favore della difesa? Come sentirsi bene dopo L’Aia? Come sentirsi bene dopo Gaza?”

L’ombra di Mandela sulla causa del Sudafrica

Un’ultima annotazione la riprendiamo dall’Associated Press, che racconta l’incontro tra Nelson Mandela con Yasser Arafat, quando i due leader politici ebbero ad associare le rispettive cause, la fine dell’Apartheid e la lotta di liberazione del popolo palestinese.

Tanto che, quando tutto il mondo si felicitò con Mandela per la vittoria della sua causa, dopo aver ringraziato per le felicitazioni, aggiunse: “Sappiamo troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.

Così suona convincente il titolo che l’AP ha inteso dare alla sua nota: “L’impegno di Mandela per la causa palestinese continua oggi con la causa intentata del Sudafrica a Israele per genocidio”.

Per questo è così importante che a intentare la causa per genocidio sia stato il Sudafrica, che ha conosciuto gli orrori dell’apartheid, condizione alla quale erano sottoposti i palestinesi ben prima del 7 ottobre e della guerra di Gaza, come denunciato da Amnesty international e come hanno affermato più volte tanti intellettuali israeliani, compresi tanti recalcitranti ad accettare tale accusa, e addirittura l’ex capo del Mossad Tamir Pardo, che sapeva perfettamente di cosa stesse parlando.

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01/06/2023

Il Fronte ucraino di Bernard-Henri Lévy

La trovata non è nuova: privare la Russia del seggio al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, o perlomeno toglierle il diritto di veto, è un’idea che fa gola a molti e più di una volta qualche buontempone l’ha buttata sul tavolo delle serate in famiglia.

Anche le cosiddette “pezze d’appoggio”, per dare a intendere che la cosa non esca per caso dalla bocca, tra un sospiro e l’altro, ma sia stata “ponderata” con ragionamenti – pur se affrontati nella pausa pranzo – vengono più meno riproposte col solito ritornello.

Nei giorni scorsi è toccato al filo-sionista e filo-nazigolpista francese (in precedenza, non si era fatto mancare nemmeno l’appoggio ai contras anti-sandinisti) Bernard-Henri Lévy (BHL) il quale, per distinguersi in qualche modo dalla penombra dei “vecchi filosofi”, sulle colonne del The Wall Street Journal ha addirittura proposto di togliere quel seggio alla Russia e darlo all’Ucraina.

Bernard Henry detiene il simpatico record di aver ricevuto in varie conferenze pubbliche ben sette torte in faccia. Quasi un riconoscimento universale...

I “prolegomeni” a tale metafisica, come detto, ricalcano dissertazioni in circolazione da tempo: Mosca non avrebbe potuto pretendere il passaggio automatico dall’URSS alla Russia del seggio al Consiglio di Sicurezza. «Il seggio permanente della Russia e il diritto di veto non hanno base legale», ha teorizzato dopo profonda meditazione l’ereditiere milionario.

Per cui, sarebbe tempo di allineare i seggi all’afflato democratico che deve uniformare i membri permanenti, eliminandone i soggetti “totalitari” e promuovendo quelli “democratici”. Intanto, si comincia col far fuori la Russia e promuovendo l’Ucraina; più avanti, non è escluso che la “sintesi filosofica” tocchi anche alla Cina per Taiwan.

E anche la seconda parte, quella “construens”, della discettazione neo-filosofica arriva di sana pianta da esternazioni che, a memoria nostra, risalgono quantomeno (ma, più addietro nel tempo, non azzardiamo) al primo presidente golpista dell’Ucraina majdanista, Petro Porošenko.

Dunque, come si suffraga il passaggio di quel seggio da Mosca a Kiev? BHL abbandona per un momento il proprio campo, per addentrarsi in una materia che, a quanto pare, non gli è propriamente confacente: Kiev avrebbe diritto a quel seggio perché fu il 1° Fronte ucraino a dare un contributo significativo alla disfatta dei nazisti nel 1945 e a liberare Auschwitz.

Ora, già dire che il contributo significativo (se proprio lo si vuol ridurre a “contributo”, senza attribuirgli il giusto ruolo di fattore pressoché unico e determinante) alla disfatta dei nazisti sia venuto da est solo nel 1945, significa azzerare quattro anni di storia durante i quali l’Armata Rossa, da sola, fu costretta a resistere all’aggressione nazista e riuscì, tappa dopo tappa, a ricacciare gli invasori (tedeschi, rumeni, italiani, finlandesi, ecc., oltre a volontari un po’ da tutta Europa) al di là delle frontiere sovietiche.

Per poi continuare verso ovest, liberando i paesi invasi dagli hitleriani, scoprendo l’orrore di Auschwitz e liberandone i sopravvissuti, mentre ancora nell’agosto del 1943, dopo gli scontri decisivi di Stalingrado e di Kursk, Londra e Washington non solo erano lontane dal voler aprire il secondo fronte, ma discutevano addirittura della possibilità di convincere gli hitleriani a facilitare l’entrata delle truppe anglo-americane in territorio tedesco «per respingere i russi».

Del resto – è cosa sconosciuta solo ai “nuovi filosofi” – che ancora agli inizi ’45 Allen Dulles si incontrasse in Svizzera col generale Karl Wolf, per discutere di una pace separata alle spalle dell’URSS e di come le forze di sicurezza naziste avrebbero potuto contribuire a “mantenere l’ordine” in Germania a guerra finita. Cosa che, dopo tutto, per quanto riguarda la RFT, si è avverata.

Ma, su questo, non si pretende che lo spirito “anti-totalitario”, avvezzo a volare alle altezze della speculazione neo-filosofica, afferri il reale stato dei fatti. Il ridicolo è ripetere le baggianate che, sinora, si pensavano proprie solo di alcuni avvinazzati, per quanto elevati a cariche pubbliche, ucraini.

Tocca quindi ricordare a BHL che il nome attribuito ai “Fronti” nel corso della Guerra patriottica dell’Unione Sovietica non aveva a che fare con la “nazionalità” delle Divisioni, o delle Armate (un “Fronte” equivaleva a quello che i tedeschi chiamavano Gruppo di Armate) dell’Armata Rossa, ma si riferiva all’area in cui avanzava nel dato periodo il fronte di guerra.

Tant’è che, prima di prendere il nome di ‘1° Fronte ucraino’, il medesimo Gruppo di Armate si chiamava ‘Fronte di Voronež’ che – per dire – nel 1942, assieme ai Fronti di Sudovest, del Don e di Stalingrado, si contrapponeva al Gruppo di Armate “Süd” hitleriano e che, prima ancora di esser definito Fronte di Voronež, era chiamato ‘Fronte di Brjansk’. Oppure, il ‘2° Fronte ucraino’, chiamato in precedenza ‘Fronte della steppa’.

Ora, non si pretende che taluni pensatori, usi come sono a librarsi ad altezze ultraterrene, trovino il tempo di porsi una domanda di una semplicità per loro offensiva; e infatti la poniamo noi, la domanda, per quanto sciocca.

Si è mai sentito parlare, a proposito della guerra in Unione Sovietica, di un ‘Fronte siberiano’, o di un ‘Fronte kazakho’, mentre hanno avuto un ruolo determinante nel respingere l’aggressione nazista, ad esempio, il ‘Fronte di Kalinin’, o il ‘Fronte di Volkhov’?

Se veramente i due Fronti ucraini avessero ricevuto il nome per il fatto che gli uomini che componevano le rispettive Divisioni e Armate fossero stati esclusivamente ucraini (si può dire la stessa cosa anche per i tre Fronti bielorussi, o i Fronti baltici) allora perché tutte le Divisioni affluite dalla Siberia non ebbero l’onore di denominarsi “Fronte della Siberia”?

Eppure nemmeno le centinaia di migliaia di soldati provenienti dalle Repubbliche centro-asiatiche ebbero tale onore, mentre, ragionando alla maniera dei campioni della nouvelle philosophie, si dovrebbe credere che piccoli (secondo il metro di paragone dell’allora URSS) centri quali Kalinin o Volkov, in cui vivevano, secondo il censimento del 1939, rispettivamente oltre 200.000 e 30.000 persone – donne, bambini e anziani compresi – avrebbero ricevuto la denominazione per il fatto di esser formati da soldati di Kalinin e Volkhov.

Ma basta...

Il fatto è però, come evidenzia Vladimir Kornilov su Ria Novosti, che la questione posta – in maniera “filosofica” – da BHL merita di esser presa sul serio. Ovviamente, per tutt’altre ragioni. Ragioni che, per comodità, possono esser riassunte con quanto affermato dal Ministro degli esteri russo Sergej Lavròv.

Osservando come la distribuzione di seggi e voti al Consiglio di sicurezza rifletta tutt’oggi la disposizione dei centri e forze mondiali al 1945, Lavròv ha detto che tale distribuzione non corrisponde più al peso sociale, economico e politico assunto dal Sud del mondo nell’odierna realtà multipolare; così che, al Consiglio di sicurezza, continua a dominare una spropositata rappresentanza occidentale.

Si tenga conto quindi di certe uscite “neo-filosofiche”, senza dimenticare però che la bocca da cui escono appartiene a qualcuno che, come disse il dantesco fra’ Catalano, è «bugiardo e padre di menzogna».

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20/05/2020

Alla ricerca di una “nuova pistola fumante”

di Alberto Negri

La nuova guerra fredda Usa-Cina. Come tutte le guerre anche questa si trascina un rumoroso corteo di pregiudizi, semplificazioni, bugie e mezze verità che si chiamano propaganda o fake news. Ne siamo tutti vittime. In primo luogo gli americani.

È la tempesta perfetta per una nuova guerra fredda tra Usa e Cina: in realtà in ballo c’è assai di più di uno scontro geopolitico ma come in Iraq nel 2003 aspettiamo, insieme al vaccino, le prove di Trump di un’ennesima «pistola fumante».

Che forse non avremo neppure dopo la votazione ieri per consenso all’Oms di un’indagine «imparziale e indipendente» sulla pandemia da Covid-19.

Come tutte le guerre anche questa si trascina un rumoroso corteo di pregiudizi, semplificazioni, bugie e mezze verità che si chiamano propaganda o fake news.

Ne siamo tutti vittime. In primo luogo gli americani. «Negli Stati uniti la verità è stata cancellata giorno dopo giorno dalle bugie di Trump fino a negare l’evidenza e alla follia di consigliare iniezioni di amuchina», scrive Roger Cohen sul New York Times.

Sfogliando le pagine di un altro giornale, Bernard-Henry Lévy ci racconta invece che è tutta colpa della Cina, definita un «impero senz’anima che non ha avvertito in tempo l’Oms reinventando la forma arcaica del confinamento». Noto sostenitore di ogni guerra di Usa e Nato, lui ha già trovato la pistola fumante.

In realtà la Cina non ha reinventato nulla che già non conoscessimo: con il lockdown tutti gli stati hanno confinato la popolazione con il pretesto di proteggerla perché non avevano i mezzi sanitari (rianimazione, tamponi, mascherine) per curarla.

L’arcaismo vero è stato credere che scienza e medicina avrebbero portato a una sparizione delle epidemie senza prendere in considerazione l’esplosione demografica, la distruzione da parte dell’uomo dell’habitat naturale, l’agricoltura industriale, l’accelerazione estrema dei flussi internazionali: in poche parole si sono trascurati gli effetti devastanti del capitalismo.

Non abbiamo creduto a quello che la scienza diceva da tempo: «È ipotizzabile che la prossima Grande Epidemia sarà un’influenza ad alta infettività. Forse sarà causata da un virus, si manifesterà nella foresta pluviale o forse in un mercato cittadino della Cina». Così scriveva otto anni fa David Quammen nel suo libro Spillover. Eccola qui la vera pistola fumante.

Che poi gli scienziati Usa e lo stesso Anthony Fauci, boss della sanità americana, fossero informati sulle ricerche sui coronavirus dai colleghi cinesi di Wuhan con cui collaborano è un fatto per Levy trascurabile. Non per Quammen che per documentarsi sulla Sars andò all’istituto di virologia di Wuhan, dal 2017 finanziato proprio dagli Stati Uniti. In genere tendo a fidarmi di più di Quammen o dell’amico Roger Cohen che di Levy, la cui ultima campagna portò al bombardamento della Libia nel 2011.

Un guaio che ha aperto, dopo l’Iraq, un altro vaso di Pandora alle porte di casa.

Il virus della «pistola fumante» è inarrestabile. Con la crisi economica post-pandemia la guerra fredda tra Usa-Cina è la maggiore carta elettorale che si gioca Trump.

La nuova guerra fredda però differisce sostanzialmente da quella con l’Urss. Lo sviluppo dell’Urss è sempre stato inferiore a quello dell’America: nel 1990 la produzione industriale di Mosca su base mondiale era del 12,9%, quella degli Usa del 20%; per non parlare del Pil, quello dell’Urss era meno della metà di quello americano. Oggi Usa e Cina assommano quasi in parti uguali il 40% dell’economia mondiale.

Stati Uniti e Unione Sovietica non hanno mai avuto tanti interessi comuni come oggi Washington e Pechino. Un interscambio di 541 miliardi di dollari l’anno, con General Motors che vende più auto in Cina che negli Usa. In base agli indicatori convenzionali gli Usa sono ancora molto più forti di Pechino come potenza militare, taglia economica, tecnologia, influenza politica e culturale. Ma la pandemia ha messo in luce alcune debolezze dell’America.

La Cina oggi può produrre molto di più degli Stati Uniti. Malgrado la loro forza, gli Usa dipendono in molti campi industriali dalla Cina, nonostante sia iniziato il «decoupling», la ri-localizzazione delle società americane.

Al di là delle teorie complottiste, è interessante vedere cosa è accaduto con l’esplosione dell’epidemia. Prima della pandemia la Cina produceva metà dei respiratori e delle mascherine chirurgiche a livello mondiale. A gennaio ha smesso di esportali e ha cominciato a rastrellare questi prodotti. Certo non è stata soltanto la Cina a farlo ma se a livello mondiale c’è scarsità di dispositivi sanitari accade perché Pechino domina la filiera produttiva.

Questa interdipendenza Usa-Cina-Mondo è la vera «pistola fumante». Ma è anno di elezioni e quindi Trump resuscita il vecchio maccartismo. Alla faccia della pandemia. A Trump però non crede neppure il suo ex consigliere della sicurezza nazionale: il generale McMaster, depositario di segreti strategici e vero esperto di «smoking gun», è stato assunto da Zoom, piattaforma di videocomunicazioni cinese. Il top manager della Disney, Kevin Mayer, è appena passato a TikTok, il social del momento controllato da Pechino. Persino Topolino ha abbandonato il presidente Usa. E anche questa è una pistola fumante.

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22/02/2020

Levy confessa i crimini ucraini, involontariamente


Lo scorso 19 febbraio il quotidiano La Stampa ha pubblicato un articolo del famoso filosofo e politico francese Bernard-Henri Levy. L’articolo contiene un resoconto del suo recente viaggio in Ucraina e del tour compiuto insieme all’esercito lungo la linea del fronte nel Donbass.

Tralasciando ogni giudizio sull’autore, sull’articolo e sul senso del viaggio, va comunque segnalato che questi ci fornisce (involontariamente) un dato preziosissimo: Levy ci testimonia di un grave crimine di guerra compiuto dagli ucraini.

Nel suo reportage Levy racconta di muoversi con i soldati e afferma di viaggiare lungo la linea del fronte con “una falsa ambulanza spacciata per vera, blindata, ricoperta di croci rosse“.

Una cosa inammissibile che va severamente sanzionata, infatti la Convenzione di Ginevra vieta questo genere di espedienti. Utilizzare le insegne mediche per condurre operazioni militari oltre che un crimine adeguatamente normato, è anche qualcosa di riprovevole dal punto di vista umano.

Da molti anni ormai circola la voce che l’esercito ucraino utilizzasse i mezzi sanitari per movimentare le truppe e condurre operazioni militari. Con il resoconto di Levy non solo arriva la conferma, ma si testimonia di un’ulteriore salto di qualità: non più mezzi sanitari usati per le operazioni, ma mezzi blindati camuffati da mezzi sanitari. Un altro caso in cui la (triste) realtà supera l’immaginazione.

Questo però ci aiuta a capire le reali dinamiche dei fatti che a volte sembrano troppo meschini per poter essere possibili. Sul campo di battaglia l’Ucraina ha una condotta criminale e immorale, un qualcosa che ci viene costantemente confermato dai fatti (il caso più eclatante è il costante bombardamento indiscriminato di edifici civili), ma sul quale la comunità internazionale non vuole prendere posizione. Il motivo è noto e risiede nel fatto che spesso i valori vengono piegati alla convenienza politica: i nostri governi stanno facendo un gioco in cui si può solo perdere, tanto la partita quanto la propria identità.

Bisogna inoltre ricordare che in Donbass l’OSCE ha schierato sul campo dei propri osservatori che dovrebbero vigilare proprio su fatti del genere. A questo punto non c’è scusa che tenga: il crimine, già più volte denunciato, è stato involontariamente confessato e quindi non può bastare l’apertura di una qualche inconcludente investigazione. L’OSCE se vuole salvare la faccia intervenga nella maniera più celere e risoluta possibile. Se così non fosse, non solo l’OSCE perderebbe ulteriormente di credibilità, ma soprattutto si assesterebbe un duro colpo al Diritto Internazionale e alla Pace.

Questa volta non si può far finta di non sapere, bisogna porre fine a questi crimini e sanzionare i responsabili.

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30/01/2019

“In Europa, il popolo non deve essere l’unico sovrano!”, parola di Bernard-Henri Lévy

Proprio quando senti in giro dire “ma a che serve più la filosofia?”, ecco che arriva un arrogante intellettuale imperialista – uno che addirittura può raccontare di aver partecipato ad assemblee del ‘68 – a dimostrare che in effetti serve. Ed anche a molto. Ovviamente, non era questa la sua intenzione...

Bernard-Henri Lévy è così abituato a dare spettacolo di sé che, alla fine, ha messo su uno spettacolo vero e proprio con cui si appresta a girare per il Vecchio Continente, intitolato proprio «Looking for Europe» (In cerca dell’Europa). Scopo dichiarato: “rinnovare un’idea romantica dell’Europa, un’idea che porta speranza”. Si vede che la realtà. In questi ultimi decenni, ne ha fatto vedere e toccare una molto diversa, e quindi vai con la propaganda “romantica” per stendere cerone sulle lacerazioni dovute all’austerità...

Ma che c’entra la filosofia con uno spettacolo? Per un verso andrebbe chiesto a lui, che si inserisce nella tendenza a “spacciare pillole filosofiche” in piazze più o meno improbabili, dove si volgarizza alla meglio il pensiero teorico che ha per sua natura bisogno di scrittura e dialogo, invece della modalità broadcasting...

Per un altro verso, invece, Bernard-Henri Lévy va quasi ringraziato per aver infilato, in un profluvio di parole abusate, un concetto di filosofia politica che nessun pensatore liberaldemocratico aveva fin qui osato proporre: “In Europa, il popolo non deve essere l’unico sovrano!”.

I pensatori reazionari dell’Ancien Régime settecentesco, ovviamente, erano stati assai più drastici (“il popolo non deve essere sovrano”), ma a partire dal 1789, con relativa presa della Bastiglia e successiva decapitazione dei monarchi, e con la ben più contrastata affermazione della democrazia liberal-borghese moderna, il popolo è diventato lentamente l’unico legittimo titolare della sovranità entro un determinato spazio geografico; nazionale, sovranazionale o internazionale che fosse.

Dunque, stupisce a prima vista un’affermazione del genere in bocca a un liberal-liberista che ha fatto della forma della democrazia parlamentare l’architrave fondamentale del suo discorso in pubblico. Un pensiero violento, interventista, imperiale da punto di vista culturale e antropologico, che arroga alle – appunto! – democrazie occidentali il potere di decidere se un certo assetto politico-istituzionale di un certo paese rientra nei parametri della “democrazia” oppure in quelli della “dittatura”. E, nel secondo caso, di intervenire militarmente per imporre un assetto diverso, magari anche altrettanto anti-democratico...

Posizione interventista diventata “pensiero unico” a partire dal crollo del Muro, infiocchettata nella definizione di “ingerenza umanitaria” con il corollario ossimorico della “guerra umanitaria”. Bosnia, Iraq (due volte), Libia, ecc. Henri Lévy non ha mancato mai un appuntamento di guerra, elaborando ogni volta un’apposita narrazione giustificativa. Allegrotta e sgangherata sul piano concettuale, ma utilissima al giornalista medio che ha bisogno di frasi precotte da infilare come mantra nei suoi “pezzi”.

Solo questa affermazione sulla sovranità che non deve appartenere solo al popolo è in effetti una vera novità. Per lo meno, lo è il fatto che venga detto con questa nettezza, davvero “quasi filosofica”... da Bignami, insomma. Wolfgang Schaeuble, ex ministro tedesco più portato per l’economia, l’aveva detto in modo più indiretto: “non si può assolutamente permettere ad un’elezione di cambiare nulla” (con una certa enfasi su quell'“assolutamente”, che lascia spazio zero a qualsiasi ipotesi di “superamento dei trattati”).

Il giornalista di Le Temps, come spesso accade davanti a certi “mostriciattoli sacri” che non vanno contraddetti, non pone la domanda che sarebbe ovvia: ma se la sovranità – il potere politico di decidere – non deve appartenere solo al popolo, quali altri soggetti o istituti ne debbono essere titolari?

Non si tratta di una curiosità intellettuale, ma della questione fondamentale che distingue – appunto – le democrazie (comprese quelle popolari, presenti e passate, che Bernard-Henri invece odia) dalle dittature, dalle monarchie, e da altre forme ibride oligarchiche che non sono ancora classificate con chiarezza.

Bernard-Henri non ci dice dunque chi siano questi altri “condomini” della sovranità – e ci deve essere un motivo non nobile, diciamo – ma una cosa la dice proprio fuori dai denti: “smettiamo di sacralizzare la gente. [...] La democrazia ha bisogno della trascendenza”.

Ossia di un “ente” da rispettare quasi religiosamente perché sa “meglio del popolo” cosa è bene fare e cosa no (“Se ripetiamo: il popolo, il popolo, il popolo... andiamo dritti a una crisi di civiltà”). E chi sarà mai questo fantozziano Megadirettore Galattico che deve sostituirsi alla sovranità del popolo? Ma l’Unione Europea, ovvio! L’unica struttura che contiene le competenze tecniche per esaudire la volontà dei “mercati”.

Non c’è molto altro da commentare, potere leggere l’intervista tramire il link.

C’è solo da ringraziarlo, ripetiamo, per la sua involontaria chiarificazione: chi tuona contro “i sovranismi” sta semplicemente dicendo che la democrazia deve finire, in Europa, perché ci sono poteri molto più potenti e “razionali” dei popoli. Che in fondo, si sa, sono “come un bambino...”.

Benvenuti nel piccolo mondo dell’intellettuale macroniano…

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12/05/2017

Bernard Henry Levy. Ancora torte in faccia al filosofo delle guerre “umanitarie”

Chi semina odio raccoglie tempesta. In questo caso però la tempesta ha solo la cremosità di una torta in faccia. Il filosofo francese Bernard-Henri Levy, noto sostenitore di ogni guerra di aggressione della Nato, è stato duramente contestato a Belgrado, la capitale di uno dei paesi vittima delle campagne di odio di Levy e dei conseguenti bombardamenti della Nato.

Alcuni giovani attivisti di sinistra lo hanno accusato per le sue posizioni guerrafondaie e slavofobe. La contestazione, materializzatasi con una torta in faccia e striscioni di accusa, è avvenuta al termine della proiezione del suo film 'Peshmerga' presentato nell'ambito del Festival del film documentario in corso a Belgrado.

Appena Levy ha preso la parola in sala tre militanti della gioventù comunista gli hanno urlato “Assassino vai via da Belgrado” e “Questo bastardo era favorevole a bombardare la Jugoslavia otto anni prima dei raid della Nato”, prima di lanciargli una torta in faccia. Un altro attivista è salito sul palco srotolando uno striscione con la scritta in inglese “Bernard Levy appoggia gli omicidi imperialistici”.

Non è la prima volta che Bernard Henry Levy viene colpito da torte in faccia. Era accaduto in Belgio esattamente due anni fa e nella stessa Francia. Una contestazione “mirata”, che evita di farne un martire ma segnala clamorosamente le sue responsabilità ideologiche nelle pagine più nere scritte dal neoimperialismo europeo in questi ultimi venticinque anni.

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19/03/2014

Bernard Henry Levy, il filosofo delle foto false e della guerra


Beccato in castagna! Il noto “nuovo filosofo” francese Bernard Henry Levy, l’uomo che ha sostenuto tutte le guerre e gli interventi militari “umanitari” in Medio Oriente, Jugoslavia, Afghanistan ed ora in Ucraina, è stato sputtanato clamorosamente. Nei suoi articoli nei quali lancia appelli alla Nato e all’occidente ad attaccare la Russia accusandoli sistematicamente di codardia e tradimento perché ancora non hanno fatto volare missili o inviati soldati, BHL ha fatto credere di essere “sul campo”, in Ucraina, in mezzo al dolore e alla sofferenza di un popolo. Il Corriere della Sera di ieri lo ospita a pag.5 (e relega l’assai più lucido Massimo Nava a pag. 30). Ma l’errore o la malizia di un fotografo demolisce l’ultimo imbroglio di un filosofo delle cui qualità è molto lecito dubitare. La foto che vedete in prima pagina lo mostra in mezzo ad uno scenario che indicherebbe il dramma dell’Ucraina, uno scenario di desolazione e distruzione. Il problema è che la foto non è stata fatta in Ucraina ma in uno studio fotografico appositamente costruito (vedi la seconda foto). Un esempio di manipolazione e una conferma sulla caratura di un personaggio che vorrebbe essere la legittimità morale e pulita di ogni guerra sporca.


Dopo le foto false di Timisoara, delle incubatrici e del cormorano in Kuwait, delle fosse comuni in Kosovo o Libia, ecco una nuova dimostrazione di come le campagne che invitano all’interventismo militare siano solo e sistematicamente un prodotto della “fabbrica del falso”.

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