Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/06/2026

Attenti a Modena...

Che sta succedendo  nella placida città di pianura, dove si producono meccanica di precisione e tortellini?

Viene da chiederselo, leggendo notizie e veleni ormai quotidiani che arrivano da Modena. Non che la città fosse un luogo bucolico ed estraneo alle tensioni sociali: il tribunale è intasato da centinaia di cause contro lavoratori della logistica e dell’agroalimentare che negli ultimi 10 anni hanno scioperato e manifestato per contrastare la piaga degli appalti interni e delle cooperative spurie.

L’immagine della “piccola città” laboriosa e pacifica è da tempo segnata da conflitti e lacerazioni profonde che parlano di una comunità in cui la mobilità sociale e i processi di inclusione sono sempre meno efficaci.

Però è con la mobilitazione per la Palestina – che prosegue ininterrotta dal novembre 2023, sotto la Ghirlandina – che le tensioni sembrano essere entrate in una dimensione più profonda e pericolosa.   

La causa palestinese ha segnato profondamente l’opinione pubblica del territorio: centinaia le iniziative, culminate nel corteo del 3 ottobre 2025 – ventimila persone che hanno paralizzato la città nella più massiccia manifestazione di piazza a memoria d’uomo – ed una dinamica di egemonia virtuosa da parte del movimento, che riesce a contaminare pezzi crescenti di società civile, ben al di là del consueto rachitico tessuto militante. 

Il movimento pro-Palestina è diventato voce autorevole e riconosciuta in città: riempie le piazze, promuove cultura critica, è ospitato dentro convegni e congressi, pone domande pubbliche alla politica locale che balbetta, attraversa il dibattito sindacale. Si sta consolidando un’area organizzata di partecipazione: la lotta per la Palestina pare aver partorito un nuovo attore sulla scena politica cittadina, che in modo naturale si sta allargando ai temi più generali della guerra e del riarmo.  

A dicembre 2025 però cominciano a intorbidirsi le acque. Scatta a Genova l'“inchiesta Domino” – quella che travolgerà la vita dell’architetto italo giordano Hannoun e di altre sette persone. L’inchiesta si estende al territorio modenese: uno degli arrestati, Abu Rawwa, vive ed opera a Sassuolo. Lo scalpore è grande, il centrodestra attacca mentre il PD e i suoi cespugli corrono terrorizzati a prendere le distanze. 

A Modena  il movimento di solidarietà alla Palestina reagisce subito a testa alta ed organizza una affollatissima assemblea cittadina: in una dinamica piuttosto insolita per il territorio, 200 cittadine e cittadini contrastano la narrazione delle Procure e gridano che la solidarietà a Gaza non è un reato. Una specie di dichiarazione di indipendenza dal perbenismo della provincia progressista e prudente.

Nelle settimane successive agli arresti, la deputata Stefania Ascari finisce dentro una campagna di linciaggio mediatico devastante. Sui giornali si pubblicano le sue foto con Hannoun nel contesto di eventi solidali per la Palestina, come prova dei suoi legami con il “terrorismo internazionale”.

La Ascari, figura odiatissima dai sionisti per le sue denunce internazionali su Gaza e la Cisgiordania, è accusata di aver aperto le porte delle istituzioni italiane ad Hamas. Insinuazioni e insulti si convertono rapidamente in minacce di morte, tanto da obbligare le autorità competenti ad attivare un servizio di vigilanza a tutela della parlamentare.

In pochi mesi l’inchiesta si sgonfia come un soufflé. Quell’indagine è stata costruita sulla base di documentazione prodotta dal Mossad e gli elementi indiziari sono fasulli, irricevibili o politicamente controversi. L’indagato sassolese Abu Rawwa viene rilasciato poche settimane dopo l’arresto e nel mese di aprile anche la Cassazione annulla (con rinvio) l’arresto di Hannoun.

La motivazione? L’inchiesta made in Israel non può trovare spazio nella procedura penale italiana: quello che la cittadinanza attiva aveva subito denunciato come il vulnus di fondo dell’intera operazione. Uno dei legali del collegio difensivo è Fausto Gianelli, avvocato e giurista, notissimo per il suo storico schieramento pro-Palestina, tra i promotori della denuncia contro Giorgia Meloni per “complicità nel genocidio”.

Il 19 marzo, un’affollata assemblea pubblica intitolata: “Chi ha paura dell’Islam” (con la partecipazione di Yassine Lafram), cerca di andare dritta al cuore della questione: le destre alimentano l’islamofobia perché i musulmani stanno facendo registrare un protagonismo nuovo nella società modenese e questa visibilità, a partire dalla questione Gaza, fa paura e preoccupa chi vuole preservare confuse gerarchie etniche o sociali. I musulmani non dovrebbero parlare, non hanno il diritto di riunirsi o manifestare, né di costruire luoghi di culto: l’unico diritto che hanno è quello di affollare fabbriche e cantieri del territorio e farsi spremere affitti da rapina.

Il 16 maggio Salim El Koudri mette in atto a Modena il primo attentato in Italia “vehicle running” – con uso di auto lanciata contro la folla. Procura e ministero degli Interni concordano abbastanza rapidamente sul fatto che la matrice non è terroristica. Il ragazzo non frequenta moschee, non è praticante, non si occupa di politica, è solo vittima di una tragica deriva esistenziale. La città è legittimamente sgomenta.

L’avvocato Fausto Gianelli accetta di difendere El Koudri, su richiesta dei familiari dell’arrestato. Questo provoca un polverone in città: chi lo paga? – è il mantra insinuante che comincia a girare...

La sua scelta, professionalmente ineccepibile, costa a Gianelli una ulteriore razione di linciaggio mediatico e odio social, anche nel suo caso sfociato in minacce gravissime.  A Modena minacciare di morte – evidentemente con qualche elemento di attendibilità – sta diventando abbastanza normale.

Dopo l’attentato le destre cercano di attizzare l’odio e individuare una “maggioranza silenziosa” antislamica grazie a cui legittimarsi sul territorio.

Fortunatamente lo sciacallaggio “ufficiale” – quello di Fratelli d’Italia e dei vannacciani – non ha un vero seguito e la società civile modenese risponde in forme pubbliche con presidi e cortei contro gli avvoltoi della politica. Quello che però ribolle nel corpo sociale è più profondo, non assume visibilità pubblica e non trova codificazione politica; è un piano di malessere trasversale, rancoroso, antecedente ai fatti del 16 maggio; qualcosa che resta a livello di mugugni da bar e tastiere di frustati, ma non per questo meno preoccupante o insidioso.       

L ‘attentato inasprisce in maniera irrazionale quel brodo di dolore, odio, diffidenza ormai largamente diffuso nelle città medio piccole del Nord. La globalizzazione non è stata un pranzo di gala, da queste parti, e lasciare tutto alla spontaneità “liberale” della società di mercato – che tutto dovrebbe metabolizzare e regolare – non è stata una buona idea. 

Il 2 giugno 2026, con la ferita del 16 maggio ancora aperta, un pezzo di città decide di prendersi – letteralmente – la festa della Repubblica, sottraendola ai rituali militaristi, per reimpostarla all’insegna del contrasto alla società di guerra, all’economia di guerra, allo Stato di guerra.

L’evento, che si produce in piazza Grande, davanti al Municipio, occupa la scena mediatica e politica con rara efficacia, dimostrando che una parte della società si sta auto-organizzando per la difesa intransigente dell’articolo 11 della Costituzione.

Ospiti della mobilitazione Stefania Ascari, Moni Ovadia e Wael Al Dahdouh, giornalista di Al Jazeera  stimato e conosciuto in tutto il mondo arabo per il suo indefettibile ruolo di testimone del genocidio, nonostante lo sterminio della sua famiglia. 

Il giorno dopo Wael viene invitato da un gruppo di maestre ad un evento scolastico che coinvolge quattro scuole elementari; è un invito improvvisato che nasce nella piazza del 2 giugno ma darà vita ad una poderosa deflagrazione mediatica.

Il traduttore di Wael, quel giorno, risulta essere una persona coinvolta nell’inchiesta Domino (cioè: un incensurato iscritto nel registro degli indagati).  Per di più nello stesso istituto, nel medesimo giorno, il sindaco Mezzetti ha accettato l’invito “ufficiale” degli organi scolastici ed è presente nel plesso insieme a Wael.

Ma l’onta più terribile, che ai giornali del gruppo Angelucci e ai fetidi siti israelo-italiani proprio non va giù: pare che i bimbi abbiano intonato Free Free Palestine, scandalo irreparabile.

Gli articoli sulla stampa indignata si susseguono di ora in ora. Chi ha autorizzato l’ingresso di Wael a scuola? Chi lo ha invitato? Il sindaco sapeva del suo accompagnatore inquisito? Si paventa il complotto per “indottrinare i bambini”, si muove il ministro Valditara, il sindaco tentenna (come gli capita spesso), il Giornale e il Tempo picchiano duro su tutti. 

Viene coniata persino l’espressione “sistema Modena”: che prefigura l’esistenza di una specie di cupola malavitosa che permetterebbe di leggere insieme l’iper-attivismo di Modena per la Palestina, delle infide comunità islamiche, il ruolo della parlamentare fedifraga (Ascari), quello dell'“avvocato del Diavolo” (Gianelli) e persino l’esistenza del disgraziato attentatore El Koudri, che proprio la particolare situazione di Modena avrebbe in qualche modo generato.

Un delirio, però riconducibile a nomi e partiti che attualmente governano l’Italia e i suoi organi di Polizia.

Insomma, sembra che a Modena stia montando una maionese rancida che può contare su una narrazione robusta e dotata di gambe e canali pervi. Questo clima può trovare seguito in una parte – politica e sociale – della città. E diventare pericolosamente aggressiva.

Non c’è bisogno di scivolare in una contronarrazione paranoica, però gli elementi di rischio esistono e vanno segnalati: l’aria si fa pesante in città, come quando certi nuvoloni tristi e minacciosi squarciano il cielo grigio della inquinatissima pianura. Chi potrebbe sferrare qualche colpo al nemico immaginario? Uno squilibrato (di segno uguale e contrario rispetto al 16 maggio)? Un gruppo organizzato che mescola tifo sionista e militanza destrorsa? Un PM creativo che legge e reinterpreta a suo modo la trama del “sistema Modena”?

Difficile indovinare, ma la percezione diffusa è che dietro l’angolo ci sia qualche sorpresa in arrivo. Del resto, gli elementi ci sono tutti: a cominciare dalla capacità di organizzazione e di egemonia che il movimento sta facendo registrare sul territorio.

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02/11/2025

Lo spettro del “Partito dei comunisti di dio” inquieta Il Tempo

Da alcune settimane il quotidiano storico della destra di palazzo, Il Tempo, grida allarmato verso le iniziative comuni tra esponenti marxisti ed esponenti islamici in Italia.

In particolare starnazza per alcune assemblee o attestati di solidarietà di organizzazioni politiche e sindacali verso Mohammed Hannoun, rappresentante dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese, sottoposto per la seconda volta al foglio di via da Milano per i suoi interventi nel corso delle manifestazioni per la Palestina.

Hannoun è un rappresentante palestinese molto conosciuto e da anni al centro delle minacce da parte di Israele e Stati Uniti e dei loro terminali politico/mediatici in Italia.

Il Tempo, e ancor prima altri giornali “da incarto” della destra, hanno lanciato alte grida perché nelle manifestazioni per la Palestina comunisti e islamici scendono in piazza insieme e senza particolari problemi.

La storia insegna che nel mondo arabo/islamico, in moltissime occasioni, i comunisti e gli islamici hanno condiviso insieme le piazze delle proteste, la resistenza contro il colonialismo e le galere della repressione dei regimi. Quando uno dei due ha vinto, è accaduto spesso che l’altro sia tornato in galera o peggio.

In Europa, nei decenni trascorsi, fascisti e liberali temevano che si aggirasse lo spettro del comunismo, adesso fanno finta di temere quello islamico. Figuriamoci, con due spettri tutti in una volta sono andati nel panico…

Ma la caccia ai fantasmi, come noto, o è una presa per i fondelli per i boccaloni o, nel migliore dei casi, una distrazione di massa per occultare le proprie responsabilità nello sfascio economico, politico e culturale del paese.

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23/06/2025

Gli incubi “autocratici” di Henri Lévy e la lezione dell’aggressione all’Iran

Stando agli ultimi lanci d’agenzia, torna più insistente, ora che le bombe americane sono state sganciate, l’ipotesi per cui Teheran minaccerebbe, addirittura nelle prossime ore, la chiusura dello stretto di Hormuz, percorso chiave per il commercio petrolifero mondiale.

La relativa dichiarazione è stata rilasciata dal Ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi, secondo il quale Teheran sta valutando tutte le opzioni in risposta agli attacchi americani ai suoi impianti nucleari. Più o meno nelle stesse ore, lo stesso Araghchi ha dichiarato di recarsi a Mosca per incontrare Vladimir Putin.

Questo, per quanto riguarda le ultime ore. In leggero anticipo, però, sugli ultimi avvenimenti del 22 giugno, cui ha dato il via l’attacco notturno americano alle centrali iraniane, qualcuno non aveva mancato di mettere in mostra le proprie doti crepuscolari. Si tratta del solito “filosofo” Bernard-Henri Lévy – e contiamo che i lettori vorranno perdonare, se mettiamo ancora una volta in campo il suo nome, del resto monotono, come disse il prevedibile avversario di James Bond in Moonraker, sbuffando quel «Mister Bond! Lei compare con la tediosa inevitabilità di una stagione non amata».

Dunque, appena qualche mese fa, Bernard-Henri Lévy, dedito a spargere filosofiche bestialità su qualunque paese non rientri tra i suoi beneamati, sosteneva che l’“Impero americano” e i suoi alleati “democratici” sono sottoposti a «un potente assalto da parte di un fronte eterogeneo, ma sempre più coeso» composto da Cina, Russia, Turchia, Iran e Islam radicale, così che si è già entrati nella fase iniziale di una nuova guerra mondiale, i cui fronti principali, dice, passano per Ucraina e Israele, mentre il terzo fronte nel prossimo futuro sarà Taiwan.

Dopo il 13 giugno e ancor peggio dopo il 22 giugno, il signor Lévy deve spostare l’Iran sul primo fronte, in attesa di poter stabilire in quale posizione piazzare quello ucraino. Nemmeno a farlo apposta, il filosofo dehors è intervenuto sulle pagine de La Stampa prima del bombardamento notturno yankee sui siti iraniani di ricerca nucleare. Solo per poche ore, non ha potuto riversare sulle stesse pagine la frenesia che gli avrebbe procurato la notizia da lui tanto trepidamente attesa dell’attacco, ma non ancora data per imminente.

Comunque, la sua soddisfazione Lévy se l’era già presa, illustrando al lettore italiano le sue discettazioni su come sia preferibile una guerra, forse mondiale, innescata dalle bombe sioniste, col rischio di gettare la «regione nel caos» e rispondendosi da solo che «Caos per caos... non c’è fonte peggiore di caos dell’esistenza di Hamas, o Hezbollah, o di un esercito di Houti. O dell’Iran che ci faceva vivere tutti quanti, al di là della regione, sotto la minaccia di un ricatto continuo. È a questo caos latente che Israele cerca di mettere fine». Amen.

Siamo ormai avvezzi alla sua “filosofia” astro-politica. È d’altronde lo stesso Lévy che a inizi anni ’90 sosteneva i musulmani di Jugoslavia ed esaltava i tagliagole del UCK kosovaro, esortando a bombardare la Jugoslavia; lui, che appoggiava l’invasione USA dell’Afghanistan; lui, che era in Georgia nel 2008, naturalmente a sostenere Saakašvili e che nel marzo 2011 intrigava coi separatisti a Bengasi, promuovendo il rovesciamento di Gheddafi e chiedendo l’invasione della Libia, prima di passare, nel 2013, a chiedere quella della Siria, schierandosi poi, nel 2014, con la cosiddetta Euromajdan.

Tra i sostenitori della teoria del “caos controllato”, BHL fa da portavoce agli obiettivi di una Terza guerra mondiale, quale ultima ratio del capitale finanziario mondiale. Dunque, poche ore prima dell’aggressione USA del 22 giugno, Lévy vergava su La Stampa la pensata secondo cui la «dichiarazione di Ali Khamenej, per cui l’Iran non ha bisogno che qualcuno lo autorizzi ad arricchire il suo uranio e che per lui questo è un problema di sovranità non negoziabile», avrebbe costituito una «ragione sufficiente per i bombardamenti israeliani».

All’obiezione sul perché alcuni paesi avrebbero diritto all’atomica e l’Iran no, il filosofo della “morale” atlantista risponde che «Ragione numero uno: esiste una differenza sostanziale tra una democrazia e una tirannia e un’arma non significa la stessa cosa... negli arsenali dell’una o dell’altra»; e l’Iran, lo sanno tutti, «è una tirannia e il suo programma nucleare non ha mai avuto altro obiettivo se non quello di cancellare Israele dalla faccia della terra».

Pensando di vanificare un’ulteriore obiezione, secondo cui la nuova guerra potrebbe fare «il gioco del criminale supremo, Putin, che a): aumenterà il prezzo del petrolio e, così facendo, la manna che finanzia la sua guerra; b) vede l’occhio di bue della Storia scivolare verso il Medio Oriente e far calare in un’ombra propizia i crimini che commette in Ucraina», BHL replica che «il fatto più importante dei nostri tempi è che in tutte le regioni del mondo ai posti di comando c’è una Internazionale autoritaria (…) Iran-Russia, una stessa battaglia... Khamenei che rifornisce Putin di droni e Putin che si congratula con Hamas per la sua “grande azione” del 7 ottobre... L’uno e l’altro a sostegno del progetto imperiale cinese e degli islamisti... Verrà il giorno – sì, verrà – in cui i difensori dell’Ucraina, i patrioti curdi, le donne iraniane e afgane o i sopravvissuti uiguri ringrazieranno Israele di aver spezzato, se avrà la meglio, uno degli anelli di quella catena assassina».

Hanno un’idea fissa, questi imbonitori della “democrazia” celestiale in lotta divina contro l’infernale “autocrazia”: dappertutto, vedono una trama internazionale. A distanza di due giorni dalle assicurazioni, dateci sempre su La Stampa da Anne-“Golodomor”-Applebaum a proposito di una «una rete transnazionale», una cordata guidata da «Russia, Cina, Iran, Venezuela, Corea del Nord, Bielorussia e altri», che «rifiutano la democrazia», ecco che BHL è accecato dai bagliori luciferini di una «Internazionale autoritaria», contro cui si ergono a coorte i cherubini euro-atlantici.

Non rimane dunque che armarsi, come sostiene il PD a Strasburgo votando i “crediti di guerra” sul riarmo, per «una difesa comune» targata UE. Un voto a favore la cui scelta è stata poi rafforzata, il 21 giugno, dall’apostolico raccapriccio per le bandiere NATO-UE bruciate alle manifestazioni romane, cui la quasi totalità dei catechisti del PD è stata contenta di non partecipare, nemmeno a quella in cui, diosialodato, il tema NATO era assente.

Assente perché «gridano “fuori dalla NATO e dalla UE”, bruciano le bandiere. Il PD non è quella cosa là». Viscidi pappataci euroliberali, che omeliano di «protezione satellitare... tutelare i nostri dati... garantire la sicurezza ai cittadini».

Si genuflettono all’altare NATO-UE, provando ribrezzo per quelle piazze che «mandano messaggi sbagliati individuando nemici. E meno male che dicono di volere la pace. La pace si garantisce attraverso la difesa e la sicurezza che garantiscono la libertà dei popoli. Possibile che quello che sta succedendo in Ucraina, che è Europa, non abbia insegnato niente?».

Eccome, criptomajdanisti euroarringhiati; eccome, se lo ha insegnato. Proprio per questo, non nascondiamo il voltastomaco per gli eurobellicisti del PD, che non si differenziano dai fascisti di FdI nel votare i soldi per la guerra; proprio per questo, non nascondiamo la ripugnanza per una congrega reazionaria che, alla vigilia del vertice NATO de L’Aja, in nulla si differenzia dalla volgare parabola, opportunamente stigmatizzata da Barbara Spinelli su Il Fatto del 22 giugno, di un Putin che «è il criminale, l’Iran è l’aggressore terrorista, Israele è l’eterna “vittima invincibile”».

Quindi, in base alla vulgata russofoba UE-NATO e «in preda alla cecità» scrive ancora Spinelli, «gli occidentali ripetono che l’Ucraina ha diritto di difendersi. Ma si guardano dal concedere lo stesso diritto all’Iran, compreso il diritto al nucleare civile». Rispetto per l’onestà intellettuale di chi, pur da posizioni democratico-borghesi, dice la loro ai nefandi pennivendoli e ai biechi “politici” dell’intero arco bellico-atlantista.

E mentre il vice presidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, dichiara che tutta una serie di paesi sono disposti a rifornire direttamente Teheran di proprio armamento atomico, sulle pagine di Svobodnaja Pressa (discreto fiancheggiatore del KPRF) il professore Valentin Katasonov elenca quelle che, suo parere, sono le dieci lezioni che Mosca dovrebbe far proprie se non vuol ritrovarsi nella situazione di Teheran, ammonendo che l’attacco all’Iran è l’ultimo avvertimento per la Russia. Per la verità, Katasonov si riferisce alla situazione successiva al 13 giugno, ma sembra che l’attualità non sia andata persa, tantomeno dopo il 22 giugno.

Per prima cosa, la constatazione che Israele è sostenuto dall’intero “Occidente collettivo”: G7, UE, NATO e persino alcuni paesi arabi. L’Iran, invece, fa parte di SCO (Shanghai Cooperation Organiaation) e BRICS+, ma queste non «hanno ancora dimostrato il loro dovere di alleati»: un colpo, dice Katasonov, alla reputazione di SCO e BRICS, oltre che dell’ONU, che oggi «ricorda molto la SdN, che non riuscì a fermare la Seconda guerra mondiale».

Inoltre, fino al 13 giugno, la Russia era considerata il principale alleato dell’Iran. Cosa ha fatto negli ultimi giorni? Finora, solo dichiarazioni verbali. Washington sta dimostrando molto più chiaramente le proprie intenzioni di alleata di Israele. Terzo. Le azioni di Israele contro gli stati confinanti in Medio Oriente, incluso l’Iran, sono giustamente definite una “guerra senza regole”, uno dei cui segni più evidenti è la sorpresa: «qualcuno avrebbe potuto immaginare che ciò sarebbe accaduto nel momento in cui Washington e Teheran stavano negoziando il programma nucleare iraniano e il successivo round di negoziati era previsto per il 16 giugno?... Tel Aviv e Washington stavano agendo secondo uno scenario comune? Non è forse questa una lezione per Mosca?».

Come escludere, si domanda Katasonov, che Washington proponga a Mosca negoziati sull’Ucraina, sullo START e altre questioni militari, creando un senso di “distensione nella tensione internazionale” e, proprio in quel momento, sferri un colpo devastante alla Russia?

C’è quindi la questione del lavoro delle quinte colonne israeliane in Iran, andato avanti per mesi o forse anni: e se le “guerre senza regole” «mirano a un risultato rapido (“blitzkrieg”), tali “improvvisazioni”, di norma, richiedono una preparazione piuttosto lunga... introdurre nel paese (o produrre in loco) componenti di droni, assemblarli, stoccarli» e, oltre ai droni, la “quinta colonna” può distruggere o danneggiare le imprese della difesa, uccidere figure chiave ai vertici militari, ecc.. 

Insomma, intende dire Katasonov: siamo sicuri che qualcuno non stia già conducendo un tale lavoro ai danni della Russia? Tali “quinte colonne” agiscono su «un “terreno preparato”, cioè un’atmosfera ideologica e morale-psicologica della società, in cui concetti di “dovere”, “patriottismo”, “popolo”, “eroismo” vengano ridicolizzati», sostituiti da altri comportamenti basati sui riflessi animali, facili da controllare.

Ma, allora, come ha potuto il Mossad creare una rete di intelligence in Iran, paese considerato profondamente islamico e dunque immune da tentazioni diverse? «Purtroppo, come ammettono molti esperti iraniani, l’Islam è da tempo diventato puramente nominale... Corruzione, tangenti, venalità, mercati “grigi” e “neri” prosperano nel Paese».

Ecco, trasferiamo le stesse argomentazioni in Russia, dove il 79% dei russi si dichiara credente e dovrebbe quindi respingere «il culto di Mammona (tangenti, corruzione, appropriazione indebita, usura). Ma oggi in Russia c’è il capitalismo, un modello socio-economico che presuppone e persino richiede il culto di Mammona».

Secondo sondaggi condotti annualmente da «una nota organizzazione non governativa occidentale, nel 2024 l’indice di corruzione per l’Iran poneva il paese al 153° posto su 180 e la Russia al 158°»: più alto è il numero, maggiore è il livello di corruzione. Si può dunque «presumere che per le agenzie di intelligence straniere, il lavoro di reclutamento in Russia possa definirsi favorevole quanto quello iraniano e non c’è quindi da stupirsi» che gli attacchi con droni contro gli aeroporti russi siano partiti dallo stesso territorio russo.

Ricapitolando: l’Occidente nel suo complesso, dice Katasonov, ha dimostrato di sapersi «unire nei momenti decisivi, quando si tratta di capire chi siano i suoi principali nemici comuni, dandone persino le priorità: Iran, Russia e Cina. Di essi, l’Iran è il nemico relativamente più debole. È da lì che tutto è iniziato. Una volta sconfitto l’Iran, l’intero Occidente potrà attaccare la Russia. E dopo la Russia, affronterà la Cina; uno alla volta. Quindi, il 13 giugno, l’attacco di Israele all’Iran è stato un campanello d’allarme per il nostro Paese: tu, Russia, sarai il prossimo bersaglio».

In guardia, quindi, e velocemente, anche perché, come ammoniva Victor Hugo nel suo mirabile “Il ’93”, «Qualche volta la rapidità del lampo è mescolata alle catastrofi».

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18/03/2025

I sionisti del Likud si arruolano nell’Internazionale Nera in nome di islamofobia e suprematismo

A febbraio il Likud israeliano è stato ammesso come osservatore nel gruppo parlamentare europeo dei Patrioti, quello composto dai partiti di destra ed estrema destra. Fascisti, insomma...

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Negli anni ’90, i partiti politici post-fascisti e post-nazisti d’Europa erano chiari nel respingere Israele sulla base del loro antisemitismo.

Visti in gran parte come un’estensione del neocolonialismo degli Stati Uniti, questi partiti si sono mobilitati contro gli Stati Uniti come leader dell’ordine mondiale liberale.

Allo stesso modo, Israele ha respinto i leader dell’estrema destra. Prendiamo ad esempio Jörg Haider, uno dei primi leader di estrema destra di successo in Europa, a cui è stato impedito di entrare in Israele.

Da allora sono cambiate molte cose

Mentre un leader di estrema destra atipico come Geert Wilders ha abbracciato apertamente Israele fin dall’inizio, posizionandosi come difensore della vita ebraica nei Paesi Bassi, l’estrema destra tradizionale ha impiegato molto più tempo per essere accettata dai circoli politici israeliani.

Nel dicembre 2010, un viaggio storico ha avuto luogo quando il Partito della Libertà dell’Austria (FPO), il Vlaams Belang del Belgio, il Partito della Libertà tedesco e i Democratici svedesi si sono recati in Israele e hanno firmato la cosiddetta “Dichiarazione di Gerusalemme”.

Questa dichiarazione affermava il “diritto di Israele a difendersi” contro il terrorismo, affermando: “Siamo in prima linea nella lotta per la comunità democratica occidentale” contro la “minaccia totalitaria” dell'“Islam fondamentalista”.

L’Islam, sostenevano, era il nemico comune sia dell’Europa che di Israele.

Come ha detto un attivista tedesco di estrema destra nel 2011: “Vi garantisco che la Kristallnacht [Notte dei cristalli] tornerà. Ma questa volta, cristiani ed ebrei saranno spinti per le strade, perseguitati e uccisi dagli islamisti”.

Secondo questa nuova logica, ebrei ed europei sarebbero diventati vittime di un crescente Islam fascista. Quindi, una nuova alleanza dovrebbe essere forgiata tra Israele e l’estrema destra europea per contrastare queste minacce percepite.

All’epoca, solo pochi membri di estrema destra del parlamento israeliano, la Knesset, accolsero la delegazione di estrema destra in Israele. Non è stata programmata alcuna visita ufficiale alla Knesset.

La delegazione di estrema destra ha visitato gli insediamenti e ha effettivamente messo in discussione il diritto palestinese alla terra, riferendosi ad essa come Giudea e Samaria. Giudea e Samaria è il termine israeliano per indicare la Cisgiordania occupata.

Questo ha segnato un cambiamento nell’ideologia: dalla negazione del diritto di Israele all’esistenza alla negazione del diritto della Palestina ad esistere.

Un blocco di estrema destra

Quindici anni dopo, l’estrema destra ha adottato ulteriori misure per normalizzare i suoi legami con le forze israeliane.

Con diversi partiti di estrema destra al potere che si sono assicurati un significativo sostegno elettorale nei loro Paesi, sono emersi come il terzo gruppo politico più grande alle elezioni parlamentari europee del giugno 2024, formando i Patrioti per l’Europa (PfE).

Guidato da Jordan Bardella del Rassemblement National francese, questo blocco comprende importanti forze politiche come Fidesz del primo ministro ungherese Viktor Orban, la Lega del vice premier italiano Matteo Salvini, il Partito per la Libertà di Wilders, l’FPÖ austriaco e altri.

Sebbene alcuni partiti di estrema destra, come Fratelli d’Italia e Alternativa per la Germania (AfD), rimangano in altri gruppi politici conservatori, il PfE si è allineato con successo con altre forze politiche conservatrici e di estrema destra in tutto il mondo.

L’AfD potrebbe ancora unirsi a loro

Nel febbraio 2025, nientemeno che il partito di governo israeliano Likud, sotto il primo ministro Benjamin Netanyahu, si è unito al PfE come membro osservatore.

Data l’attenzione dell’estrema destra sulle politiche anti-immigrazione, che prendono di mira principalmente i musulmani, questa alleanza non è una sorpresa.

Accogliendo un partito politico il cui presidente è incriminato per genocidio dopo una guerra brutale che ha lasciato la Striscia di Gaza in rovina, sfollato più di un milione di persone e ucciso decine di migliaia, il PfE ha inviato diversi messaggi.

Non solo dimostra la sua probabile indifferenza nei confronti dei mandati di arresto della Corte penale internazionale per Netanyahu, ma ha anche segnalato al suo elettorato che le azioni genocide del primo ministro israeliano sono in linea con le fantasie dell’estrema destra di una guerra difensiva genocida per “rendere l’Europa di nuovo bianca”.

Una nuova era

Vedendo i musulmani come la minaccia principale nella sua teoria del complotto della “Grande Sostituzione”, il genocidio può essere semplicemente visto come l’ultima linea di difesa, un’idea già messa in pratica da estremisti di estrema destra come Anders Breivik, che ha ucciso 77 persone nel 2011.

Gli appelli dei membri dell’estrema destra a “ripulire” l’Europa dai musulmani e a impegnarsi in una “Srebrenica 2.0” sono ora simbolicamente rafforzati dallo sfondo della guerra di Israele contro Gaza, portata avanti dal leader di un partito che ora detiene lo status di osservatorio nel PfE.

È l’utopia di estrema destra di un continente libero dai musulmani a cui aspira il PfE quando imita la retorica del presidente degli Stati Uniti adottando lo slogan “Make Europe Great Again”.

Con l’emergere di un ordine mondiale illiberale sotto l’attuale amministrazione statunitense, sembra sentirsi sempre più incoraggiata.

Quando il manager di DoGE Elon Musk fa il saluto a Hitler e si lamenta del fatto che c’è “troppa attenzione sulle colpe passate” (cioè l’Olocausto) mentre si rivolge ai membri dell’AfD di estrema destra, non sorprende che il palese antisemitismo di Orban – chiave del suo successo elettorale – sarà convenientemente dimenticato.

L’estrema destra in Europa sta entrando in una nuova era, sostenuta dalle sue controparti negli Stati Uniti e in Israele.

Fonte

22/12/2024

Razzismo chiamato libertà

Adesso che il criminale assassino di Madgeburgo, Taleb Al Abdulmohsen, si è rivelato un sionista, fascista, anti Islam, la sua terribile strage non è più “terrorismo” e per politici e media occidentali lui diventa un “attivista”.

Perché, come si sa, la parola “terrorismo”, nelle nostre democrazie occidentali in guerra con il resto del mondo per i supremi valori, può essere solo associata ai nemici e soprattutto ai musulmani.

Israele che compie un genocidio e pratica l’assassinio politico in scala industriale non può essere chiamato “terrorista”. Né tanto meno possono esserlo gli USA, maestri nel terrorismo di stato di cui ora l’Ucraina è apprendista.

Così gli islamofobi fanatici, che si erano subito scatenati contro i migranti, gli arabi, i neri ed i loro soci filopalestinesi, ora improvvisamente annullano post e tacciono. Contrordine camerati non è “terrorismo”, l’assassino di Madgeburgo è solo medico pazzo. Ora si condanni la mancanza dei controlli sui malati di mente e la chiusura dei manicomi.

Tanto il vomito contro i migranti e i musulmani tornerà presto.

E la stampa “democratica” cambia i suoi titoli e la parola terrorismo scompare.

Questo è il doppio standard dei regimi occidentali, un imbroglio schifoso dove il RAZZISMO È CHIAMATO LIBERTÀ.

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25/10/2024

Prove tecniche di liberalfascismo al Parlamento di Strasburgo

Sul contrasto duro all’immigrazione, nel Parlamento Europeo di Strasburgo stiamo assistendo alle prove tecniche di liberalfascismo in azione in Europa.

Durante le votazioni dei giorni scorsi, un primo emendamento proposto dalla destra tedesca di Afd che chiedeva “finanziamenti adeguati per la costruzione di barriere fisiche a protezione dei confini”, è stato approvato con 329 sì grazie ai voti di Conservatori, Patrioti e Destra ma anche del Ppe.

I contrari sono stati 297: i socialisti, la sinistra, i verdi, e la maggioranza dei liberali. Un incidente di percorso? Niente affatto.

Anche un secondo emendamento, sempre firmato dalla destra europea, che in questo caso chiedeva di “esaminare la possibilità di delocalizzare parti della politica migratoria Ue e di valutare l’idea di sviluppare politiche di rimpatrio fuori dai confini Ue” (in sostanza il modello Albania “ingegnato” dal governo Meloni) è stato approvato con la medesima maggioranza. Infine, e non certo per importanza, è stato approvato anche un terzo emendamento, questa volta presentato dai Patrioti, il quale chiedeva di aumentare i fondi per la contestatissima missione Frontex.

All’inizio della settimana, questa sorta di nuova maggioranza formata dal Ppe e dalle destre europea aveva anche bloccato la richiesta di un dibattito all’Europarlamento dedicato specificamente al protocollo Italia-Albania.

Mercoledì è saltata la risoluzione della “maggioranza Ursula” sul bilancio europeo. Socialisti, popolari e verdi non l’hanno votata proprio perché contrari agli emendamenti che il Ppe aveva approvato giocando di sponda con la destra.

La capogruppo dei socialisti al Parlamento Europeo Iratxe Garcia Perez, ha lasciato intendere che se la Von der Leyen dovesse insistere sulla proposta di istituire centri per il rimpatrio dei migranti fuori dal territorio Ue, il gruppo dei socialisti e democratici a Strasburgo potrebbe far venir meno il suo sostegno nei prossimi giorni, cioè quando dovranno essere approvati i nuovi commissari indicati dalla Von der Leyen per la Commissione Europeo. Su questo è stato esplicito il parlamentare europeo spagnolo Juan Fernando Lopez Aguilar, secondo il quale la linea della Von der Leyen “melonizza la politica dell’Unione europea” e rappresenta “una concessione strategica all’estrema destra”.

Non c’è dubbio che il tema immigrati sia quello più rognoso e lacerante in sede europea ed anche all’interno dei singoli paesi. Non lo è purtroppo l’ossessione guerrafondaia della Ue in Ucraina e neanche il ripristino dell’austerity e del rigore di bilancio in economia. Ma è proprio su questo tema che stiamo assistendo a pericolose alleanze a geometria variabile tra liberalconservatori e destra, una conferma ulteriore della natura reazionaria delle istituzioni dell’Unione Europea e del clima che si respira in Europa.

È evidente come anche il clima di guerra che scuote l’Europa e il Medio Oriente stia producendo regressione civile e ferite profonde nella società europee.

Secondo l’Agenzia Ue per i diritti fondamentali (Fra) oggi un musulmano su due nell’Ue è vittima di “razzismo e discriminazione nella vita quotidiana”. Cresce dunque l’islamofobia e non solo l’antisemitismo che – a differenza della prima – gode però di maggiore attenzione, denuncia e pubblicità.

C’è stato un aumento sensibile dell’islamofobia rispetto all’ultima indagine del 2016: le persone di religione musulmana che subiscono discriminazioni razziali sono passate dal 39 per cento al 47 per cento. Potenzialmente, parliamo di oltre 13 milioni di persone, la metà di quanti ne vivono in Europa. I musulmani rappresentano infatti il secondo gruppo religioso dell’Ue, secondo il Pew Research Center nel 2016 erano 26 milioni di persone. L’Agenzia Ue ha intervistato – tra l’ottobre 2021 e l’ottobre 2022 – 9.604 musulmani in 13 Paesi dell’Ue: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna e Svezia. Ben prima del 7 ottobre 2023.

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11/08/2024

“Il nemico della classe operaia viaggia con il jet privato, non con il gommone dei migranti”

L’organizzazione “Stand Up to Racism” lancerà, questo 17 agosto, la campagna “Stop the far right”, ed ha chiamato a manifestare in ogni centro abitato il primo giorno di questo fine settimana.

Siamo alla vigilia di quella che potrebbe essere un’altra ondata di mobilitazioni dell’estrema destra e naturalmente di contro-manifestazioni.

Piazze che hanno già dimostrato la loro efficacia i giorni scorsi, quando circa 25 mila persone, in differenti città britanniche, sono scese in strada contro le 39 annunciate iniziative dell’estrema destra (alcune delle quali rivelatesi inconsistenti o inesistenti) che avrebbero dovuto svolgersi di fronte ad alcuni edifici eletti come bersaglio dalla destra radicale.

Il Primo Ministro Britannico, Keir Starmer, ha lodato la polizia che ritiene il maggior fattore di deterrenza rispetto allo scatenarsi della violenza neo-fascista, ma ha volutamente ignorato il ruolo cruciale delle contro-manifestazioni mentre ha ricordato che le celeri condanne comminate nei confronti dei rivoltosi “hanno lanciato un segnale forte”.

Fino ad oggi sono stati 483 gli arresti e ben 148 le condanne inflitte di fronte a questa inedita mobilitazione razzista, riporta il quotidiano comunista The Morning Star. Ma secondo The Guardian di venerdì pomeriggio sarebbero poco meno di 600.

6 mila riot officers verranno impiegati questo fine settimana, mentre viene mantenuto lo stato di “allerta massima” secondo le parole di Starmer.

Se la dirigenza del Labour ha scelto la strada dell’incremento delle politiche di legge ed ordine per impattare l’ondata xenofoba dell’estrema destra, le organizzazioni di base di una sinistra che non si trova più rappresentata nel centrismo laburista ha scelto l’organizzazione diretta e chiama in causa i diretti responsabili di ciò che sta avvenendo.

Un interessante parallelismo con la situazione greca è suggerito da Georgios Samaras in un suo recente intervento su Jacobin Magazine.
“L’incapacità del sistema politico britannico di affrontare efficacemente il terrorismo interno non è un caso unico in Europa. Anzi, ha dei paralleli sorprendenti con l’ascesa decennale di Alba Dorata, un’organizzazione criminale neonazista greca, durante la crisi economica del Paese.

La violenza dell’estrema destra contro i migranti è aumentata poco dopo che il partito si è assicurato i primi seggi parlamentari nel giugno 2012.

Il partito ha fatto rapidamente ricorso alla propaganda della paura sull’immigrazione; l’establishment politico ha risposto normalizzando questa retorica per evitare potenziali perdite elettorali a favore di fazioni di destra più estreme.

Il resto degli anni 2010 ha visto un’ampia copertura mediatica internazionale di Alba Dorata. Si è trattato di omicidi di attivisti di sinistra e di migranti, di pogrom nei mercati delle pulci e di aggressioni fisiche a parlamentari al Partito Comunista Greco.

Ci sono voluti quasi sette anni di processi prima che i tribunali stabilissero che Alba Dorata rappresentava una chiara minaccia per la democrazia e doveva essere fermata, con conseguenti lunghe condanne per molti dei suoi parlamentari e leader”.
Per continuare a dare una visione che rispecchi i contenuti internazionalisti e di classe di chi sta animando le mobilitazioni contro l’estrema destra abbiamo tradotto un intervento di Zarah Sultana.

Questo articolo, di cui abbiamo ripreso il titolo integralmente, è stato scritto per il Guardian dalla trentenne e deputata indipendente, membro della Socialist Campaign Group, e tra i parlamentari più attivi nel movimento di solidarietà con la Palestina.

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“Il nemico della classe operaia viaggia con il jet privato, non con il gommone dei migranti”

Lo straordinario spettacolo di solidarietà comunitaria che ha respinto l’estrema destra ci ha mostrato come la politica progressista può conquistare il futuro.

Moschee attaccate, alberghi che ospitano richiedenti asilo dati alle fiamme, Black e Brown assaliti da folle razziste, “posti di blocco razziali” istituiti agli incroci.

Mia madre, terrorizzata da ciò che sta vedendo, supplica me e le mie sorelle: non uscite se non siete costrette. E di sicuro non uscite da sole. È un messaggio che viene ascoltato dal posto di lavoro di mia sorella, che cancella i suoi turni di lavoro per timore della sicurezza. Lei indossa l’hijab e uscire la mette a rischio.

Come siamo arrivati a questo punto, in cui la violenza razzista di estrema destra e islamofoba è presente in tutto il Paese e la paura attanaglia i musulmani britannici e le persone di colore?

La miccia può essere stata innescata dalla disinformazione online e dai canali segreti dei social media, ma l’esplosione della violenza di estrema destra è stata preparata da decenni.

E se Stephen Yaxley-Lennon (alias Tommy Robinson) e la sua banda di agitatori di estrema destra ne sono gli istigatori immediati, gran parte della classe politica e mediatica britannica è complice nel gettare le basi per questa eruzione di odio.

La verità su come siamo arrivati a questo punto capovolge la normale narrazione classista sul razzismo in Gran Bretagna. La realtà è che il razzismo non è un’espressione dal basso del malcontento popolare, ma un progetto dall’alto verso il basso propagato da persone in posizioni di potere.

Pensate a come la stampa di destra, di proprietà dei miliardari, alimenta l’odio nella politica britannica, diffondendo titoli allarmistici sui loro giornali: “Complottasti islamici nelle scuole del Regno Unito” – Telegragh, “1 mussulmano su 5 simpatizza per gli jihadisti”- Sun, “i migranti scatenano la crisi degli alloggi”- Daily Mail.

Oppure pensiamo a come i politici conservatori normalizzano la retorica dell’estrema destra, disumanizzando le persone e diffondendo l’odio.

Dai conservatori “di una sola nazione” come David Cameron che, da primo ministro, ha descritto i migranti come uno “sciame”, a quelli come Suella Braverman che, da ministro degli Interni, ha detto che c’è una “invasione” di migranti.

Lo slogan di Rishi Sunak “Stop the boats” è ormai un ritornello dell’estrema destra e proprio questa settimana il candidato alla leadership del partito Tory Robert Jenrick ha detto che la polizia dovrebbe “arrestare immediatamente” le persone che gridano “Allah Akbar” per strada, la frase araba che significa “Dio è grande” – l’equivalente di un cristiano che dice “alleluia”.

Questa retorica è stata ulteriormente propagata dall’ex commerciante della City Nigel Farage, che sostiene di essere un uomo del popolo. Durante la campagna elettorale generale, ha affermato che molti musulmani non condividono i “valori britannici” e questa settimana ha promosso la cospirazione del “doppio standard della polizia”.

Ma la colpa non è solo dei politici, degli opinionisti e delle pubblicazioni di destra. Anche i cosiddetti centristi spesso si rifiutano di reagire a questo odio, a volte riproponendo gli stessi pericolosi stereotipi o ignorando le preoccupazioni di coloro che sono oggetto di questo odio.

Proprio questa settimana mi sono trovato di fronte a questa dolorosa realtà. Lunedì mattina sono stata invitata a Good Morning Britain per parlare dei recenti disordini razzisti, per poi essere “torchiata” – e mi è sembrato un interrogatorio – sul perché io, deputato musulmano, ritenessi importante definire islamofobica la recente violenza razzista. “Perché è importante usare questa parola specifica?“. Kate Garraway mi ha ripetutamente chiesto.

Quasi prima che potessi rispondere, e comportandosi con la stessa condiscendenza sogghignante con cui ha seguito l’intero segmento, l’ex cancelliere ombra laburista e ora emittente Ed Balls mi ha ripetutamente interrotto, apparentemente incredulo che io pensassi che questo odio dovesse essere chiamato con il suo vero nome.

Lo show ha ricevuto più di 8.200 reclami da parte dell’Ofcom, l’episodio di quella mattina, molti dei quali relativi alla gestione della mia intervista.

Non è stato un caso isolato, nemmeno per Ed Balls. Nell’estate del 2010, mentre esponeva la sua proposta di leadership laburista sul Guardina, Balls ha accusato i “migranti dell’Europa orientale” di avere un “impatto diretto sui salari, sui termini e sulle condizioni di troppe persone“.

Non è certo l’unico esponente laburista a fare eco ai discorsi della destra: dall’allora leader della Camera dei Comuni Jack Straw, che nel 2006 ha dichiarato di aver chiesto alle donne musulmane velate di togliersi il velo durante gli incontri con lui, all’ex deputato laburista Jonathan Ashworth che di recente ha affermato che i richiedenti asilo possono stare in hotel per “il resto della loro vita”.

Questi atteggiamenti non si limitano alle dichiarazioni pubbliche. Il rapporto di Martin Forde KC del 2022 sui processi interni del Labour ha rilevato che il partito opera una “gerarchia del razzismo”, e in seguito ha rivelato preoccupazioni sul modo in cui tratta “il razzismo anti-nero e l’islamofobia”. Questa constatazione concorda con la mia esperienza di deputato musulmano più giovane.

Questo è ciò che intendo quando dico che gran parte della classe politica e mediatica britannica è complice della recente ondata di violenza razzista e islamofoba contro gli immigrati.

Da coloro che prendono di mira i musulmani e gli immigrati con entusiasmo rabbioso a coloro che non riescono a contrastare queste narrazioni di destra, la responsabilità del fatto che la politica britannica sia al punto in cui si trova ora – rivolte razziste e tutto il resto – è di questa classe.

E non è un mistero perché questa classe fallisca questo test. Quando i servizi pubblici sono stati decimati e gli standard di vita hanno subito il più grande colpo mai registrato, le persone in posizioni di potere giocano a dividere e governare per mantenere il loro privilegio.

È quindi urgente trovare un’alternativa a questo capro espiatorio moralmente fallimentare e mercoledì sera, in città e paesi di tutta la Gran Bretagna, abbiamo visto il potere della solidarietà. Migliaia e migliaia di persone sono scese in piazza, affrontando l’estrema destra e difendendo le loro comunità.

Giorni prima, sindacati come il Sindacato dei Vigili del Fuoco, l’RMT, il Sindacato Nazionale dell’Educazione e il Sindacato dei Lavoratori della Comunicazione avevano preso posizione in modo analogo, invitando le loro sezioni e i loro membri a contattare le moschee e i centri per immigrati per offrire sostegno e solidarietà.

Queste azioni si inseriscono in una lunga tradizione di unità della classe operaia e riflettono una realtà importante: il nemico della classe operaia viaggia su jet privati, non su gommoni di migranti.

Prima che sia troppo tardi, i progressisti di tutta la Gran Bretagna devono riscoprire questa verità, opponendosi a chi la nega e spaccia odio razzista.

di Zarah Sultana è la deputata indipendente di Coventry South

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10/08/2024

Gran Bretagna - Mobilitazioni razziste e necessità di una risposta internazionalista e di classe

Pubblichiamo tre brevi interventi per dare una visione del tentativo di contrastare le mobilitazioni dell’estrema destra in Gran Bretagna. Iniziative che hanno ottenuto un primo risultato positivo con le numerose e partecipate manifestazioni di mercoledì 7 agosto a Londra, Liverpool, Newcastle, e Bristol, come in altre città.

Queste manifestazioni dimostrano come non sia il pugno di ferro di un governo laburista che può fermare i neo-fascisti britannici, ma la mobilitazione popolare.

Come ha fatto notare l’editoriale dello storico quotidiano comunista britannico The Morning Star: “Le bandiere palestinesi alle dimostrazioni mostrano l’intreccio tra antirazzismo e anti-imperialismo, e le connessioni personali e organizzative tra attiviste e campagne saranno vitali per assicurare che una sinistra anti-razzista e anti-imperialista non sia divisa.”

Tornando ai tre interventi.

Il primo è apparso sul sito della “Stop The War Coalition”, storica coalizione anti-war di cui fa parte anche l’ex leader del Labour Jeremy Corbyn, particolarmente attiva dall’autunno scorso contro il genocidio palestinese a Gaza.

Il secondo è un intervento apparso sullo storico quotidiano comunista “The Morning Star” sul ruolo di alcune federazioni sindacali nelle manifestazioni di solidarietà con le comunità colpite da questa nuova ondata xenofoba.

Il terzo è una presa di posizione unitaria, firmata da differenti soggetti, dell’organizzazione “Stand up to racism”.

Ciò che sembra mancare nella narrazione dei media-mainstream è la capacità di leggere ciò che sta succedendo connettendo la tradizionale politica imperialista britannica con lo sviluppo del razzismo all’interno del Paese, nelle sue ultime evoluzioni dalla “War on Terror” contro Iraq ed Afghanistan fino al sostegno alla politica israeliana.

Tommy Robison, pseudonimo di Stephen Christopher-Lento, ex leader EDL, ed uno dei maggiori fomentatori delle mobilitazioni violente dell’estrema destra – dalle sue vacanze in un hotel di lusso a Cipro – è un fervente filo-sionista che ogni pie’ sospinto prende le difese di Israele.

Nella concezione del neo-fascista britannico, Israele, è il paese guida della contro-offensiva nei confronti della Jihad e della popolazione mussulmana. La English Defense League (EDF) – ora formalmente sciolta – prende il proprio nome dall’organizzazione sionista di destra Jewesh Defence League (JDL) che aveva ospitato Robinson in un certo numero di eventi in nome della comune battaglia contro “l’islam politico”. In generale la destra sionista ed i gruppi di destra nord-americani che sostengono Israele – tra cui il Think Tank basato a Filadelfia Middle East Forum – hanno sostenuto (anche finanziariamente) in passato Robinson.

Non stupisce il legame tra difesa ad oltranza di Israele e odio anti-mussulmano considerando anche che le comunità islamiche nel Paese sono state al centro delle oceaniche manifestazioni pro-Palestina.

I media mainstream ignorano la natura profondamente anti-operaia delle organizzazioni dell’estrema destra britannica che si ergono a paladini della parte autoctona della working class, utilizzando il meccanismo del capro espiatorio per sviare l’attenzione sui veri responsabili della crisi sociale in atto, deresponsabilizzando le élite politico-economiche in maniera non dissimile da come avvenne nell’ascesa dell’importante movimento fascista britannico – British Union of Fascists (BUF) – con a capo Oswald Ernald Mosley, sostenuto da una parte importante della borghesia britannica.

Non vengono generalmente identificate le colpe di ciò che sta avvenendo, non additando un quadro della rappresentanza politica in cui i conservatori hanno fatto proprio un approccio tipico della destra oltranzista mentre la leadership centrista del Labour si è dimostrata sostanzialmente incapace di contrastare la regressione culturale veicolata anche dai media.

Buona Lettura.

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Lindsey German: l’odiosa propaganda contro i musulmani usata per giustificare il fallimento delle guerre in Afghanistan e Iraq riecheggia ancora oggi

L’esplosione di disordini da parte di folle fasciste e di estrema destra non dovrebbe essere degna del termine “protesta”. Nonostante l’inconsistente pretesto di essere solidali con le vittime degli atroci omicidi di Southport, non sono nulla di tutto ciò. Stanno sfruttando la questione per sferrare attacchi feroci contro moschee, alberghi che ospitano rifugiati e altri edifici, nonché contro musulmani e altre minoranze etniche che hanno la sfortuna di incrociare il loro cammino.

In questo sono l’eco dei pogrom e dei linciaggi che hanno segnato la storia del razzismo e che erano concepiti per tenere intere popolazioni in soggezione e paura. I fascisti vogliono creare di nuovo questo tipo di clima. I loro bersagli sono soprattutto i musulmani e sono riusciti a crescere perché l’islamofobia e il razzismo, quotidianamente declamati dai politici “rispettabili” del mainstream e dai media che ripetono e abbelliscono doverosamente le loro menzogne razziste, sono un terreno fertile per loro.

È importante riconoscere che l’islamofobia in Gran Bretagna si è notevolmente aggravata dall’inizio della “guerra al terrorismo” nel 2001. L’odiosa propaganda contro i musulmani usata per giustificare le fallimentari guerre in Afghanistan e in Iraq riecheggia ancora oggi. Va anche detto che alcuni di coloro che vengono attaccati negli alberghi che ospitano i richiedenti asilo sono probabilmente fuggiti dal caos lasciato da quelle guerre. Sono qui perché noi c’eravamo: questo non deve essere dimenticato.

I canti di “stop ai barconi”, “rimandiamoli a casa”, “rivogliamo il nostro Paese” non sono nati dai fascisti, ma dal palazzo di Westminster e dalle prime pagine dei giornali di destra (riportati quotidianamente in “paper reviews” dalla BBC, che si suppone liberale). Nigel Farage, leader del Reform, è stato esposto sui media più di ogni altro politico – si guardi ancora una volta il Question Time della BBC – per sputare la sua bile anti-immigrati e anti-musulmana.

Il morente governo Tory ha raddoppiato la sua retorica sulla deportazione degli immigrati in Ruanda e sul blocco dei barconi e non è stato messo in discussione dai laburisti sulle loro premesse razziste di base. Abbiamo avuto oltre due decenni di crescente islamofobia, che ha raggiunto un crescendo nell’ultimo anno con ripetuti attacchi al movimento di massa per la Palestina come “marce dell’odio”, “estremista” e “antisemita”. Questo nonostante il fatto che le marce siano state per la maggior parte pacifiche e composte da persone di tutte le etnie e religioni.

L’ex ministro degli Interni Suella Braverman ha deliberatamente incoraggiato i manifestanti di estrema destra a scendere in strada per affrontare la marcia per la Palestina dell’11 novembre dello scorso anno. Oggi vediamo le conseguenze della retorica dei politici.

Keir Starmer non ha capito nulla di tutto ciò e vuole trattare le folle di estrema destra come una semplice ala dell'”estremismo” e considerare le loro azioni come puramente criminali. Anche se pochi di noi verserebbero una lacrima se alcune di queste persone venissero rinchiuse, ciò non fermerà questo comportamento. È creato da un discorso politico dall’alto che poi rafforza l’estrema destra nei parlamenti – come vediamo in tutta Europa – e a sua volta contribuisce a rafforzare questo tipo di violenza razzista di strada.

La destra fa leva su lamentele genuine – sulla povertà, sugli alloggi, sulla disoccupazione, sui posti di lavoro spazzatura – per costruire la sua base e poi la usa per attaccare le minoranze etniche, i sindacalisti e chiunque non si conformi alle sue visioni gerarchiche razziste. Il Labour di Starmer si rifiuta di sfidare l’infrastruttura economica di sfruttamento e non è quindi in grado di affrontare le ragioni della miseria di cui soffre tanta classe operaia. Solo la settimana scorsa ha tagliato l’indennità di riscaldamento invernale per i pensionati, spingendo molti di loro ancora più in povertà. E la risposta del Labour alle sconfitte dei candidati indipendenti sulla Palestina è stata quella di accusarli di violenza e di campagne di odio, facendo eco agli attacchi islamofobici.

I fascisti non saranno – e non sono mai stati – sconfitti con mezzi parlamentari. Devono essere affrontati nelle strade, come molte persone hanno fatto durante il fine settimana e come continueranno a fare nelle prossime settimane e mesi. Dobbiamo anche collegare il movimento di massa per la Palestina, che è stato una forza di cambiamento così importante negli ultimi mesi, all’opposizione al fascismo e all’estrema destra.

Stop the War si è sempre opposto ai tentativi di demonizzazione dei musulmani e abbiamo lottato per la coesione delle nostre comunità in opposizione all’islamofobia. È chiaramente giunto il momento di raddoppiare questi sforzi.

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“Non restare indietro e permettere all’estrema destra di dividerci”

I sindacati hanno giurato oggi che non ci sarà alcun tentativo di dividerci.

La violenza ha attanagliato la Gran Bretagna dopo che agitatori di estrema destra hanno sfruttato l’accoltellamento mortale di tre ragazze a Southport per promuovere la loro agenda razzista.

I disordini sono stati scatenati dalla diffusione di menzogne online che sostenevano che l’aggressore, nato in Gran Bretagna da una famiglia cristiana, fosse musulmano e un immigrato.

I centri per l’immigrazione, le moschee e gli alberghi che ospitano i richiedenti asilo sono stati presi di mira in manifestazioni diffuse sui canali social media dell’estrema destra.

I rivoltosi hanno attaccato alberghi a Rotherham e Tamworth e hanno tentato di incendiarli.

Il gruppo nazionale di monitoraggio Tell Mama ha dichiarato che nell’ultima settimana sono quintuplicate le minacce ai musulmani, come quelle di stupro e di morte, e triplicati i crimini d’odio.

L’FBU, l’RMT, il CWU e il NEU sono tra i sindacati che hanno lanciato appelli per incoraggiare gli iscritti a offrire sostegno alle moschee e ai centri per rifugiati presenti sul territorio.

Il segretario generale dell’FBU Matt Wrack ha dichiarato: “L’austerità, il taglio dei salari e la distruzione dei servizi pubblici sono state scelte fatte da politici di destra nell’interesse delle grandi imprese – non dai migranti”.

Ha aggiunto che il governo laburista ha “il dovere di offrire un’alternativa, piuttosto che assecondare la retorica anti-migranti”.

Il Primo Ministro Sir Keir Starmer non ha finora fatto riferimento alla natura islamofobica della violenza.

Ha condannato i colpevoli come “teppisti di estrema destra” solo alcuni giorni dopo l’inizio dei disordini.

Da quando è entrato in carica, il Labour ha continuato a fare eco alla retorica anti-immigrati dei conservatori, impegnandosi a intensificare i controlli alle frontiere.

La Federazione Generale dei Sindacati (GFTU) ha preso di mira la retorica razzista dei politici e dei media che ha “sostenuto e alimentato l’estrema destra”, aggiungendo che essi portano una “parte di responsabilità per ciò che sta accadendo nelle nostre strade”.

L’organismo ha sollecitato una “strategia economica e politica alternativa per invertire il declino economico e sociale che ha fornito un terreno fertile per le idee fasciste”.

Ha detto che qualsiasi strategia a lungo termine deve prendere sul serio la necessità di affrontare la discriminazione e la disuguaglianza, fornire un’occupazione stabile e dare alle comunità una speranza per il futuro.

“Questo significa investire nella nostra economia e nei servizi pubblici, aumentare le retribuzioni e ricostruire il tessuto sociale della nostra società”, ha aggiunto.

Il segretario generale del Sindacato Nazionale dell’Educazione, Daniel Kebede, ha affermato che la violenza deve rappresentare un “momento spartiacque per il cambiamento”.

Ha dichiarato: “Il linguaggio divisivo e odioso e gli stereotipi negativi e razzisti hanno un impatto reale e immediato sulle classi e sul benessere di studenti ed educatori”.

L’attuale revisione dei programmi scolastici deve rispondere a queste urgenti problematiche sociali e studiare come costruire un programma di studi antirazzista che aumenti l’impegno, l’autostima e il senso di appartenenza di ogni bambino”.

“I nostri figli hanno il diritto di crescere senza paura”.

Lo Scottish Trades Union Congress (STUC) ha dichiarato di aver da tempo messo in guardia dall’estrema destra che “diffonde l’odio razzista tra le comunità che sono spesso emarginate e con poche risorse”.

Ha giurato di “non restare indietro e permettere all’estrema destra di tentare di dividerci”.

Il Paese si prepara a nuovi disordini questa sera dopo che 39 luoghi, tra cui avvocati per l’immigrazione e servizi per i rifugiati, sono stati trovati su “liste di obiettivi” dell’estrema destra diffuse sui social media.

Steve Valdez-Symonds, direttore di Amnesty International UK per i diritti dei rifugiati e degli immigrati, ha dichiarato: “L’accesso ai servizi legali e di supporto, e la libertà di fornirli, sono fondamentali per salvaguardare i nostri diritti fondamentali.

“È ora urgente una seria riflessione da parte dei leader e dei commentatori politici riguardo al linguaggio che usano e alle politiche che promuovono. ”

Stand Up to Racism è tra coloro che stanno organizzando contro-dimostrazioni per garantire la difesa della comunità e la resistenza agli attacchi, e ha anche chiesto una giornata nazionale di protesta in ogni città sabato.

Il suo co-convocatore Weyman Bennett ha dichiarato: “Le nostre proteste devono unire neri, bianchi, musulmani, ebrei, LGBT+ per opporsi alla minaccia dell’estrema destra”.

“Li abbiamo già sconfitti in passato e li sconfiggeremo ancora grazie all’unità e alla solidarietà”.

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“Uniti contro il razzismo, l’islamofobia e l’antisemitismo”

Rivolte fasciste hanno avuto luogo in città e paesi della Gran Bretagna, con attacchi alle moschee e agli alberghi che ospitano migranti. Tommy Robinson ha mobilitato oltre 15.000 persone a Trafalgar Square il 27 luglio. L’estrema destra sta diffondendo razzismo, islamofobia e odio.

Robinson e altri stanno cercando di sfruttare l’orribile attacco con coltello a Southport per fomentare l’islamofobia e seminare divisioni, diffondendo informazioni errate sull’identità dell’aggressore. Questo ha portato a una folla razzista che si è scatenata a Southport e altrove, attaccando violentemente le moschee e la polizia, scandendo gli stessi slogan odiosi sentiti nella manifestazione londinese di Robinson.

Il razzismo e l’islamofobia in Parlamento stanno portando al razzismo e all’islamofobia nelle strade. Quando Robinson ha chiesto alla sua manifestazione londinese chi avesse votato per Nigel Farage e Reform UK, quasi tutte le mani si sono alzate. Suella Braverman ha incoraggiato quest’ultima iterazione di mobilitazioni fasciste, con le sue affermazioni di una minaccia “islamista”, i “doppi standard” della polizia e la retorica incendiaria dell'”invasione” dei rifugiati.

In tutta Europa assistiamo all’ascesa di forze di estrema destra e fasciste, da Marine Le Pen in Francia all’AfD in Germania.

L’estrema destra è una minaccia per tutte le persone oneste. Nel processo al terrorista di Finsbury Park Darren Osborne, che ha ucciso Makram Ali, è stato detto che si è radicalizzato leggendo il materiale di Tommy Robinson. Quando Robinson era leader della English Defence League, attaccava i musulmani, i sindacati e gli scioperi.

Tutti coloro che si oppongono a tutto questo devono unirsi in un movimento di massa unito e abbastanza potente da respingere i fascisti. La maggioranza delle persone in Gran Bretagna aborrisce Robinson e l’estrema destra.

Noi siamo la maggioranza, loro sono i pochi. La Gran Bretagna ha una storia orgogliosa di sconfitta di fascisti e razzisti. Possiamo sconfiggerli di nuovo. Dobbiamo opporci al razzismo, all’islamofobia e all’antisemitismo. Dobbiamo unirci e mobilitarci contro l’estrema destra e il fascismo.

Fonte

08/08/2024

Gran Bretagna - Non si placa l’ondata di mobilitazioni razziste

L’associazione antirazzista britannica che monitora l’attività dell’estremadestra Hope Not Hate sta dando priorità a 48 località che sono state indicate come possibili luoghi di mobilitazione dell’estrema destra. Tuttavia, alcuni rapporti suggeriscono che potrebbero esserci fino a 100 mobilitazioni in tutto il Paese.

“Alcuni giorni fa, un elenco di 39 località è stato compilato e diffuso in un canale Telegram di estrema destra che è stato uno degli spazi online centrali dietro la violenza razzista di questa settimana nel Merseyside. Si tratta di una “lista di bersagli” che invita all’azione, fino al terrorismo” riporta il sito dell’organizzazione.

Tuttavia, quello che era nato come un elenco di luoghi, principalmente rivolto ai fornitori di servizi per i rifugiati e i richiedenti asilo, si è poi diffuso ampiamente su Internet ed è stato discusso come un elenco di luoghi per proteste, disordini o attacchi.

“L’ampia diffusione di questa lista ha causato una grande quantità di angoscia, disagio e paura all’interno delle comunità menzionate. (...) Comprensibilmente, molti stanno organizzando contro-proteste e manifestazioni per difendere i luoghi elencati per gli attacchi” riferisce Hope Not Hate.

La maggior parte degli eventi precedenti sono stati organizzati da individui di quelle località con il sostegno di attivisti locali di estrema destra e razzisti, segno di una cornice organizzativa fluida quanto radicata.

Poiché i luoghi di questi eventi non sono stati scelti da persone del luogo, non è chiaro quali si concretizzeranno effettivamente, secondo quanto risulta da un monitoraggio dei canali d’informazione della destra radicale.

“Tuttavia”, registra Hope Not Hate “oltre a questo singolo elenco di luoghi, sono previste almeno altre nove proteste, più in linea con gli eventi della scorsa settimana. Queste sembrano essere organizzate più localmente e come tali potrebbero attirare un numero maggiore di persone”.

Come è accaduto per tutta la settimana, rimane estremamente difficile prevedere con precisione se gli eventi promossi si concretizzeranno, così come il probabile numero di partecipanti e il livello di ostilità/violenza che ci si può aspettare in tal caso.

Ma è chiaro che l’effetto emulazione ed il tam-tam via social stia funzionando.

Oltre agli eventi pre-pubblicizzati, c’è anche la possibilità che le tensioni attuali sfocino in ulteriori disordini spontanei in città e paesi del Regno Unito in una escalation che non sembra fermarsi, nonostante il massiccio impiego di forze dell’ordine anti-sommossa, gli oltre 400 arresti, e più di un centinaio di inchieste avviate.

Matt Jukes, capo dell’anti-terrorismo britannico, ha confermato il suo coinvolgimento nella direzione della risposta poliziesca ed ha affermato che auspica che le leggi anti-terroristiche vengano utilizzate per procedere contro le persone implicate nei disordini.

Con le sue parole fa eco al proprio predecessore, Neil Basu, per cui, in alcuni casi, la violenza ha varcato la soglia del terrorismo.

Non solo il deep State britannico è convinto dell’eccezionalità degli eventi.
Alcuni dirigenti di origine asiatica delle prime organizzazioni antirazziste in Gran Bretagna hanno ribadito il carattere inedito, per intensità ed estensione, dell’attuale ondata di mobilitazione dell’estrema destra e della necessità di contrastarla nelle strade.

“La lezione dagli anni '80 è che devi sfidare l’estrema destra in strada. Non puoi permettere che le nostre strade gli appartengano”, afferma il veterano anti-razzista Mukhtar Dar al The Guardian.

Chi sono i responsabili?

Secondo quanto afferma il quotidiano comunista The Morning Star: “per quanto riguarda la lotta contro la rapida diffusione dei disordini fascisti in Gran Bretagna, non dovremmo dare molta fiducia agli appelli per un giro di vite guidato dalle tecnologie e incentrato su un controllo più severo di Internet”.

“Sarebbe un errore considerare i social media come il problema principale” riporta il Morning Star e continua “La natura riflessa degli attacchi fascisti – che prendono immediatamente di mira due gruppi predeterminati di persone, i rifugiati e i musulmani – è continuata da quando sono state diffuse ulteriori informazioni sul sospetto di Southport, tra cui il fatto che non è né un rifugiato né un musulmano”.

“Gli omicidi di Southport sono stati un pretesto per scatenare folle di razzisti e, sebbene le menzogne online sul colpevole abbiano contribuito, questo gruppo chiaramente consistente di razzisti era già pronto a scatenarsi”.

“L’idea che il loro odio sia “incubato” negli spazi online non è falsa, ma è ben lontana dalla verità. Non ha bisogno di essere alimentato dalla propaganda di un dark web di estrema destra quando gran parte di ciò che lo alimenta è promosso apertamente dai leader governativi e dai media mainstream”.

L’attribuire i disordini alla regia di uno Stato, che sia la Russia o Israele, a seconda degli schieramenti è fuorviante: “non spiega nulla della crescita del fascismo qui o altrove. Supponendo che sia così, si ignora il carattere nazionale della minaccia di estrema destra e la si rende più difficile da affrontare” ribadisce il Morning Star.

La deputata di sinistra Zarah Sultana ha ricevuto un trattamento a dir poco scortese dal presentatore ed ex deputato laburista Ed Balls, che ha cercato di attribuire la colpa dei disordini a un mancato controllo dell’immigrazione.

Sultana ha invece reso chiaro il punto della questione evidenziando decine di prime pagine del Daily Mail che allarmano il pubblico sugli immigrati. Rishi Sunak ha fatto del “fermare i barconi” e della deportazione dei rifugiati in Ruanda le sue politiche principali.

L’islamofobia è stata promossa dai governi e dai media da quando Tony Blair ha aderito alla “guerra al terrorismo”, e recentemente è stata ripresa dai conservatori e dai laburisti per screditare il movimento di solidarietà con la Palestina, a cui Robinson ha fatto riferimento in uno dei suoi post incendiari.

Insomma, il pesce puzza dalla testa ed è il frutto di una politica bipartisan.

Iniziare a dire la verità

In un suo ficcante intervento Diane Taylor punta il dito su coloro che ritiene i veri responsabili delle attuali violenze.

“Tra coloro che si sono affrettati a condannare i rivoltosi c’è l’ex ministro e candidato alla leadership Tory Robert Jenrick, che non ha fatto alcun riferimento al ruolo che lui e il suo governo hanno avuto nell’alimentare le fiamme del razzismo e della divisione che hanno contribuito agli eventi attuali”.

“I politici, alcuni settori dei media e le fake news hanno costruito basi consistenti per molti anni, lasciando al nuovo governo il compito di rimediare al disastro”.

Continua la Taylor: “I governi che si sono succeduti, compresa l’ultima amministrazione laburista, hanno avuto paura di dire la verità sui richiedenti asilo, e ancor meno hanno osato esprimere umanità sulle persecuzioni da cui sono fuggiti, che spesso includevano stupri e torture”.

Alcuni dati basilari: nel 2023 solo 29 persone hanno attraversato la Manica su piccole imbarcazioni, erano 46 mila l’anno prima. Comunque, una frazione minimale rispetto ad un’immigrazione complessiva di 1,2 milioni di persone.

I richiedenti asilo non rubano le case popolari ai veterani militari britannici senzatetto, perché non hanno il diritto di accedere alle case popolari.

E i richiedenti asilo non stanno rubando i posti di lavoro britannici perché alla stragrande maggioranza di loro è vietato lavorare.

Ma l’estrema destra è stata piuttosto abile nel fare delle proprie preoccupazioni il centro gravitazionale della discussione politica, scatenando un processo di criminalizzazione contro chiunque non si allineasse all’ondata xenofoba.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti e costituiscono un esempio pericoloso per tutte quelle formazioni neo-fasciste divenute le più abili imprenditrici politiche del razzismo in un contesto di crisi sociale esplosiva.

La violenza razzista in Gran Bretagna

In un’intervista a Mediapart, il sociologo e ricercatore Matthijs Gardenier, autore di Vers une société vigilante: de la participation citoyenne à la vigilance anti-migrants (2022, Oxford University Press, in uscita a novembre in francese per Éditions Libre, e non tradotto in italiano), spiega le ragioni di queste rivolte senza precedenti.

“L’idea che la Gran Bretagna possa essere una società più tollerante non deve far passare in secondo piano il suo fortissimo razzismo. La storia del Regno Unito è segnata da una grande violenza razzista, con un movimento skinhead e hooligan molto importante.
Sebbene il fenomeno del teppismo negli stadi sia notevolmente diminuito rispetto agli anni ’80 e ’90, a causa di tutta una serie di misure amministrative volte a reprimere il teppismo e anche per il forte aumento dei prezzi dei biglietti, la Gran Bretagna sta affrontando un forte aumento dell’estremismo di estrema destra.
In questo Paese esiste una tradizione di un grande movimento di strada di estrema destra, forse più grande che in altri Paesi europei, che si manifesta periodicamente come stiamo vedendo in questi giorni.
Queste rivolte riuniscono una gamma più ampia di persone rispetto ai soliti attivisti di estrema destra.
Nel nord-ovest dell’Inghilterra, dove si concentrano le rivolte e dove è diffusa una forma di segregazione tra le classi lavoratrici della popolazione maggioritaria e gli immigrati, l’estrema destra ha fomentato un sentimento anti-Islam molto forte”
.

È chiaro che la violenza razzista in Gran Bretagna è l’altra faccia della politica imperialista che l’ha sempre caratterizzata.

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18/10/2023

Salvini chiama un 4 Novembre “a difesa dei valori occidentali”. Due manifestazioni in aperta contrapposizione

Matteo Salvini, leader della Lega, ministro e vicepremier di questo governo, ha convocato per il 4 novembre a Milano una manifestazione “a difesa dei valori occidentali, dei diritti e della sicurezza” per contrastare le manifestazioni a sostegno della Palestina.

In una intervista al Tempo Salvini ha dichiarato che “visto quello che sta accadendo in Terra Santa, visto quello che sta avvenendo a Bruxelles, visti gli arresti di Milano, la Lega convocherà per sabato 4 novembre, in centro a Milano, una manifestazione nazionale a difesa dei valori e delle libertà occidentali, dei diritti, della sicurezza”.

Esplicita la contrapposizione alle manifestazioni popolari a sostegno dei diritti del popolo palestinese. “Tra tante manifestazioni che inneggiano alla Palestina libera, all’Islam, ad Hamas – afferma Salvini – abbiamo pensato al 4 novembre, giornata non scelta a caso, così come non è stata scelta a caso Milano”.

Ma per Salvini la crociata anti-islamica è funzionale anche alla caccia agli immigrati e al blocco degli sbarchi in Italia, temi utili per caratterizzare la sua campagna elettorale alle europee. “Se qualcuno inneggia alla jihad, alla guerra santa o agli sgozzamenti, come prevede già il codice penale: lo prendi per i capelli e lo porti in carcere”.

Il fatto che l’attentatore tunisino di Bruxelles fosse sbarcato anni fa a Lampedusa, per Salvini è la dimostrazione che “bisogna avere ancora maggiore accortezza”. “Dobbiamo contrastare gli sbarchi illegali a prescindere – dice il ministro – ma penso anche alla rotta Balcanica, che è meno evocativa giornalisticamente, ma è debordante”.

Ovviamente non poteva mancare l’attacco ai magistrati che hanno smentito la costituzionalità del decreto governativo sui migranti. Salvini si riferisce a quanto accaduto nelle ultime settimane al tribunale di Catania, dove alcuni migranti illegali sono stati rilasciati: “Dio non voglia che uno solo di questi immigrati ‘evaporati’ si armi di cattive intenzioni. Se qualcuno di questi commetterà violenza ai danni di un cittadino, chi pagherà? Controlli a tappeto nelle moschee, regolari o abusive, nessuna tolleranza per chi sostiene o inneggia alla violenza”.

Infine, ma non per importanza, Salvini parte di nuovo all’attacco contro i musulmani in Italia, come ai “bei tempi” quando l’altro leghista Calderoli portava un maiale a defecare sul terreno dove avrebbe dovuto sorgere una moschea. “Bisogna fermare qualsiasi nuovo permesso di costruzione di moschee, di centri culturali camuffati, e di avere una ricognizione di chi finanzia alcuni luoghi e di chi conduce le preghiere”. Come l’imam di Pisa, secondo il quale “quella palestinese è resistenza”. Il bersaglio dell’attacco di Salvini è Mohammed Kalil, una delle persone più perbene e stimate che ci siano in questo paese.

Questo è quindi il paese e la civiltà che Salvini vorrebbe rappresentare in piazza il prossimo 4 Novembre. È un bene che in quello stesso giorno un’altra visione di paese sarà in piazza a Roma, su valori e obiettivi radicalmente diversi.

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30/10/2020

Scontro di civiltà, all’amo di Erdogan abboccano tutti

di Alberto Negri

Con la febbre da Covid anche la politica internazionale è entrata in terapia intensiva. Il grafico della febbre si è impennato con il duello verbale tra Macron ed Erdogan, allargandosi all’Europa e a tutto il mondo arabo-musulmano.

La febbre potrebbe passare con un’aspirina se in gioco non ci fossero poste geopolitiche importanti, come il controllo del Mediterraneo, delle rotte del gas e del petrolio, delle influenze dal Nord Africa al Caucaso e gli stessi equilibri appena stabiliti dagli accordi di Abramo, la finta pace del mondo arabo con Israele voluta da Trump e dagli emiri del Golfo.

Erdogan questa volta non ha mosso truppe o mercenari jihadisti come ha fatto in Siria, in Libia e in Nagorno Karabakh ma ha mobilitato l’argomento preferito dalle destre americane, europee e musulmane: lo scontro di civiltà. E siccome – come cantava 40 anni fa Franco Battiato in Up patriots to arms – abbocchiamo sempre all’amo, questa volta il “reiss” turco, Sultano della Nato con missili russi e ambizioni neo-ottomane, ha fatto pesca grossa: nella sua rete sono caduti gli Emirati, il Pakistan, il Marocco, l’Arabia Saudita, l’Iran.

Tutti più o meno solidali, con sfumature assai diverse, con l’attacco di Erdogan alla Francia di Macron, compreso il boicottaggio delle merci transalpine. Poi se costoro non compreranno più da Parigi i caccia Rafale, le navi da guerra e le bombe è ancora tutto da vedere.

Ma è evidente che all’amo dobbiamo abboccare soprattutto noi, l’opinione pubblica, quella occidentale e musulmana, infilata dentro a uno scontro in cui tutti hanno da perdere tranne i padroni del vapore, che annaspano nella crisi dovuta alla pandemia e in quelle economiche-finanziarie, quindi hanno bisogno come non mai di distrarci con un duello rusticano sull’asse Parigi-Ankara e magari su quello ancora più ampio tra cristiani e musulmani.

L’importante è che tutto resti nell’ambito dei supermercati. Il Qatar ha annunciato di avere rinviato sine die la settimana della cultura francese, in Kuwait una catena governativa boicotterà i prodotti francesi, in Giordania nei negozi sono apparsi cartelli con il divieto di vendere prodotti transalpini. E in Turchia naturalmente Erdogan ha invitato la popolazione a non stappare più champagne. Vedete bene che l’affare si ingrossa in dimensioni che fanno dimenticare mascherine, tamponi e terapie intensive.

La realtà è ben diversa. Nessuno chiuderà con gli acquisti di armi provenienti da Stati Uniti ed Europa, nessuno penserà neppure per un momento di fermare le fabbriche che in Turchia producono gli elicotteri d’assalto dell’Agusta che vendiamo anche al Pakistan. Come neppure l’Arabia Saudita annullerà l’intesa con la Francia per la costruzione di due centrali nucleari per un valore di 12 miliardi di euro.

Ma Erdogan ha ottenuto un risultato, forse ben calcolato: la sua propaganda anti-francese e anti-occidentale ha costretto persino i suoi nemici come emiratini e sauditi a schierarsi con lui nella «difesa» del mondo musulmano.

Ma Erdogan non è un «mostro». È soltanto un abile manipolatore che gli stessi europei e americani hanno contribuito a tenere in sella, additandolo persino come «modello» per il mondo musulmano. Basti pensare alla Siria.

Quando nel novembre 2011 Bashar Assad sembrava travolto dalla sollevazione anti-baathista, il ministro degli Esteri francese Védrine e il suo collega turco Davutoglu si incontrarono a Iskenderum per decidere come spartirsi l’influenza in Siria nel caso di caduta del rais di Damasco, ed eravamo nel pieno della rottura tra Parigi e Ankara perché la Francia aveva definito come un olocausto il massacro degli armeni.

Entrambi fecero allora un calcolo sbagliato: i francesi lasciarono arrivare in Turchia i jihadisti dalla Francia che servirono a Erdogan, come quelli di molte altre molte nazionalità, a combattere il regime siriano, poi salvato da iraniani e russi. I francesi volevano persino bombardare Damasco nel settembre del 2013. O ce lo siamo dimenticato?

Insomma turchi e francesi erano d’accordo, con ogni mezzo, a defenestrare Assad con il sostegno degli Stati Uniti seguendo la politica dello stay behind del segretario di stato Hillary Clinton, mentre gli stessi francesi, con americani e inglesi, avevano già fatto fuori Gheddafi. Poi americani e francesi si sono tirati indietro, la Francia ha avuto in casa gli attentati jihadisti e tutto è cambiato. Ed Erdogan non deve essersi dimenticato neppure del sostegno occidentale e americano ai Fratelli musulmani al Cairo, prima che venissero eliminati nel 2013 dal colpo di stato del generale Al Sisi.

Insomma abbiamo fatto credere a Erdogan di essere un campione del rinnovamento musulmano durante le primavere arabe e ora non ci possiamo lamentare che si creda il nuovo Sultano. Tanto più che gli abbiamo lasciato massacrare i curdi, alleati contro il Califfato, e appaltato il «lavoro sporco» sui profughi sulle rotte dell’Egeo, nei Balcani e ora anche in Libia. Ma all’esca dello «scontro di civiltà», in tempi duri come questi, siamo tutti pronti da abboccare.

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05/10/2020

Francia - Altro che "destra moderata", la nuova guerra di Macron

Come primo argomento della ripresa dell’agenda politica nazionale, Macron ha scelto – a sorpresa di tutti – il lancio della filippica contro quello che lui chiama “separatismo islamista” e che di fatto descrive come un vero e proprio tentativo di “colpo di stato islamista”.

La stessa scelta di questo argomento fa pensare a un gioco di distrazione di massa, m​a ​anche che è tramite questi argomenti ​che prepara la sua rielezione, togliendo voti alla destra e agitando di nuovo la necessità di puntare su di lui per raccogliere il voto dei tanti laici che, da un bel po’, scivolano verso un integrismo non meno estremo di quello del sovranismo americano ​e ​d​el resto d’Europa.

Togliendo ogni ambiguità, Macron ha detto: “In questo islamismo radicale c’è una volontà rivendicata, sfrontata, un’organizzazione metodica contro le leggi della Repubblica e per creare un ordine parallelo”; “lo scopo finale di tale organizzazione metodica è di prendere il controllo completo della società”. In altre parole Macron lancia l’allarme di un pericolo di “colpo di stato islamista”.

Così, anziché parlare dei problemi sanitari, economici e sociali urgenti, Macron aizza la crociata contro un islamismo che in Francia sembra avere dei singulti con azioni di follia individuale proprio come reazione al delirio dell’integrismo repubblicano dei pseudo-laici francesi, che trova così comunione d’intento con la destra fascista e razzista.

Non è un caso che in questi ultimi mesi il dibattito pubblico sia stato saturato (e distratto) da discussioni sulla necessità di vietare il «certificato di verginità», la poligamia e il velo o chador. Discussioni sovente alimentate da membri del governo, come il ministro della pubblica istruzione e la ministra della cittadinanza.

Macron ha promesso che per il 9 dicembre sarà pronto un progetto di legge apposito per la lotta al separatismo islamista e ha anticipato che seguir​à​ una strategia in cinque direttrici.

Prima misura sarà l’istituzione dell’obbligo di istruzione nelle scuole pubbliche a partire da 3 anni. L’istruzione a domicilio sarà “strettamente limitata a motivi sanitari certi”. Ha escluso che gli impiegati dei servizi pubblici “manifestino le loro credenze religiose con segni esteriori, in particolare vestimentari” (il velo, insomma, cosa che per esempio è del tutto normale nel Regno Unito per qualunque dipendente della pubblica amministrazione e anche della polizia di frontiera).

Macron ha annunciato anche la sua volontà di dispiegare un “dispositivo antiputsch molto robusto contro gli estremisti nelle moschee”, con l’obiettivo di “evitare che questi sfruttino le debolezze delle regole dello Stato per prendere il controllo delle associazioni di culto e delle moschee, per predicare e organizzare il peggio. Perciò la legge stabilirà un controllo serrato sulle associazioni di culto al fine di eliminarne ogni opacità mentre promuoverà con il Consiglio francese del culto musulmano (CFCM) un islam delle Lumières”.

Macron ha detto anche: “noi stessi abbiamo costruito il nostro separatismo, quello dei nostri quartieri, la ghettizzazione all’inizio con le migliori intenzioni […] abbiamo concentrato le difficoltà educative ed economiche in certi quartieri”. E ha evocato en passant il passato coloniale e i traumi che la Francia non ha sempre risolto, come la guerra d’Algeria.

Marcon promette quindi una “profonda riforma in materia di alloggi sociali”, ma probabilmente è una promessa agli speculatori, vista la sua continua politica a favore del privato.

L’insicurezza culturale secondo Macron si sposa con la guerra integralista e div​e​nt​a​ infatti la priorità della sua nuova campagna elettorale.

Ovviamente la destra chiede ancora di più... e la sinistra si limita a lamentare la nuova “stigmatizzazione della comunità musulmana”, senza però denunciare che questo integralismo pseudo-laico macroniano aizza alla guerra contro il nemico interno.

vedi:

– https://www.mediapart.fr/journal/france/021020/separatisme-macron-prescrit-l-antidote- et-instille-le-poison

– https://www.mediapart.fr/journal/culture-idees/080920/separatisme-itineraire-d-un-mot-charge

– http://www.lavoroculturale.org/la-controversia-fra-integristi-universalisti-e-antirazzisti

Fonte

25/01/2020

Anche in Italia il vero allarme è l’islamofobia, ma si urla all’antisemitismo

I dati di EuroMedia mostrano una preoccupante intolleranza verso i musulmani e non un inasprirsi dell’antisemitismo

In questi giorni fioriscono articoli e servizi televisivi sulla ripresa dell’antisemitismo in Italia, avvalorati – si dice – da una recente ricerca sugli atteggiamenti degli italiani. “Così l’Italia si scopre antisemita” scrive la Stampa il 15 gennaio, “Antisemitismo numeri allarmanti” gli fa eco Moked (Il Portale dell’ebraismo italiano) e via così, in un coro unanime di preoccupazione per un crescendo continuo e pericoloso dei sentimenti anti ebraici.

Poiché per lavoro mi occupo di ricerca, ho voluto analizzare la fonte dei dati che, secondo i media nostrani, dimostrerebbero inconfutabilmente questo pericolo. Come ha raccontato bene Huff Durrel nel suo best seller “Mentire con le statistiche”, i numeri sono oggettivi, ma nascondono insidie e manipolazioni. Se si ha un pregiudizio alla fonte, e si cerca nei numeri la conferma, ecco che dati e percentuali possono perfino diventare degli utili alleati.

Scendiamo nel dettaglio. I risultati a cui mi riferisco provengono da una ricerca di EuroMedia Research per l’Osservatorio Solomon sulle Discriminazioni (studio su un campione di 1000 italiani maggiorenni rappresentativi dell’universo, eseguito con sistema CAWI tra il 28 e il 30 Nov. 2019) e sono fruibili dal sito del committente.

Il primo dato, quello sulla visione generale degli Italiani nei confronti delle confessioni religiose, è confortante: complessivamente il 71,9% dei nostri connazionali non ha alcun istinto negativo verso le fedi religiose (visione aperta e di buon vicinato 58,4%, +13,5% di indifferenti).

Se ci si addentra per capire quanti sono quelli che hanno una opinione “non favorevole” verso le diverse religioni, si scopre per fortuna che la metà degli italiani (49,2%) nutre solo sentimenti positivi.

Considerati i titoli dei giornali e l’allarme antisemitismo che fa da sottofondo costante della nostra informazione, ci si aspetterebbe di trovare gli ebrei decisamente al primo posto tra le religioni verso le quali l’altra metà dei nostri concittadini nutre ostilità. Invece non è così.

Al primo posto, infatti ci sono i musulmani, poco tollerati da ben il 36,7% degli italiani.

I giornali dunque si sono sbagliati, non erano questi i titoli che avrebbero dovuto fare: “Allarme islamofobia” sarebbe stato il titolo corretto. Però poi subito dopo ci si ricorda che probabilmente tra gli odiatori dei musulmani ci sono anche gli articolisti dei nostri media, e tutto prende senso.

Continuando nella disanima delle tabelle EuroMedia, emerge che tra le religioni non tollerate, gli ebrei sono solo al terzo posto, con un 6,1% di anti ebraici, preceduti, e questo è davvero inaspettato, da un 14% che non sopporta i cristiani. Il 6,1% rappresenta un numero di persone certo non irrisorio, ma non così preoccupante da farci i titoli di prima pagina, omettendo il vero dato allarmante che è, come è evidente, l’anti-islamismo.

Lo studio si concentra poi sull’antisemitismo. Non sorprende, vista la costante profusione di allarmi a cui siamo sottoposti quotidianamente, trovare la “percezione di antisemitismo” attestata al 35,6% e un 19,3% di italiani che lo ritiene in aumento. Ma, come si è visto dai dati precedenti, la “percezione” è smentita dallo stesso studio, con una percentuale di italiani dichiaratamente ostili agli ebrei ferma al 6,1%.

In realtà sarebbe più corretto chiamarlo anti-ebraismo, non solo perché sono semiti anche gli arabi, ma anche perché il confronto avviene fra religioni e non etnie o minoranze etnico-culturali, altrimenti si sarebbe dovuto considerare nelle risposte anche la voce “ostilità verso Rom e Sinti” ad esempio, che avrebbe con ogni probabilità sbaragliato tutte le tesi precostituite.

Oltre alle percentuali taciute in modo evidentemente strumentale alla tesi che vede l’antisemitismo imperante, l’analisi dei risultati mette in evidenza come si sia fatto un uso errato e mistificatorio di alcune percentuali, ad esempio quelle sui “luoghi comuni”. In particolare, sui giornali (e anche sul sito dell’Osservatorio Solomon) si cita in modo distorto il dato di quanti ritengono che “gli ebrei han troppo potere nel mondo finanziario internazionale”: non si prende la percentuale generale dell’intero campione (11,6%), che non sarebbe affatto allarmante neppure dal punto di vista di chi la ritiene una opinione antisemita, bensì la percentuale che la pensa tra la minoranza di “ostili agli ebrei” (che erano sempre e solo il 6,1% degli italiani): un 49,6% che rappresenta quindi solo il 3% dell’intero campione!

Non un numero di cui preoccuparsi affatto dunque.

In modo forzato e con un chiaro intento di equiparazione, compare improvvisamente poi, tra le domande dello studio, la percezione della diffusione dell’“antisionismo”, ovvero della contrarietà alle politiche israeliane (che però la domanda tendenziosamente definisce “opposizione alla esistenza di Israele”). In ogni caso, i sionisti possono stare tranquilli,perché non è ritenuto dagli italiani poi così diffuso (28,7% del campione).

I commentatori e i titoli di questi giorni si concentrano molto anche sulla percentuale, per fortuna molto bassa, dei negazionisti della Shoah (1,3%): sconcerta che ci sia qualcuno che abbia il coraggio di negare lo sterminio, anche se non sorprende, considerato il permanere di frange neonaziste nel nostro Paese.

Molto più interessante è invece il dato che vede il 45,4% degli italiani ritenere che la politica di Israele nei confronti dei palestinesi contribuisca ad aumentare il rischio di antisemitismo.

È forse questo il dato che più dovrebbe preoccupare le Comunità Ebraiche e spingerle a chiedere a gran voce che siano rispettati i diritti del popolo palestinese, così come dovrebbe aprire una riflessione critica nei media di casa nostra, presso i quali il tema delle violazioni del Diritto Internazionale da parte di Israele è sempre lasciato sotto traccia se non addirittura manipolato ed omesso.

Fermare le politiche del colonialismo di insediamento israeliano sarebbe quindi il modo migliore per ridurre il rischio di antisemitismo.

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19/03/2019

L'islamofobia va criminalizzata come qualsiasi altro fondamentalismo

di Michele Giorgio – il Manifesto

«L’ideologia esclusivista ed estremista di ogni inclinazione disumanizza ‘l’altro’ usando malintesi e distorsioni intenzionali. È una minaccia comune che mette in pericolo le società e le comunità di tutte le fedi». Hanan Ashrawi, storica portavoce palestinese, cristiana anglicana, commenta con tono fermo il massacro nelle due moschee di Christchurch. Ashrawi sa bene quanto l’islamofobia venga usata ad arte, nel modo più strumentale e bieco, per negare i diritti del suo popolo, formato in larga maggioranza da musulmani, che pure sono sanciti dalle risoluzioni internazionali.

Ashrawi parla dopo aver appreso, da un comunicato diffuso dall’ambasciatore dell’Olp in Australia e Nuova Zelanda, che tra le vittime dell’attacco terroristico c’è almeno un palestinese. «Sfortunatamente – aggiunge – l’istigazione all’odio è stata tollerata troppo a lungo. Bigottismo e razzismo sono stati normalizzati. Non pochi personaggi politici sfruttano l’ignoranza, accendono le fiamme dell’odio e seminano il timore per una cinica convenienza politica». Invece di tollerare l’istigazione e il pregiudizio, esorta Ashrawi, «dobbiamo lavorare per promuovere la tolleranza, la dignità e l’accettazione come valori umani condivisi». Sulla stessa linea la condanna della strage da parte del presidente palestinese Mahmoud Abbas che chiede alla comunità internazionale «di mostrare tolleranza zero nei confronti dei gruppi razzisti che incitano alla violenza, all’odio razziale e alla xenofobia».

Sono state molteplici le condanne giunte dal mondo islamico e dai Paesi arabi. Su tutte svetta quella dell’università Al Azhar del Cairo, la più importante istituzione dell’Islam sunnita, per bocca di Ahmed el Tayyeb, il Grande Imam che a inizio anno è stato protagonista negli Emirati di un abbraccio con papa Francesco per sancire la fratellanza tra cristiani e musulmani e il rifiuto della violenza in nome della religione. La disamina di el Tayyeb è netta: «Il massacro di Christchurch è un chiaro indicatore delle conseguenze dei discorsi di odio e xenofobia e del diffondersi dell’islamofobia in diversi paesi europei, anche in quelli noti per la forte coesistenza tra le diverse comunità». Per questo, aggiunge, l’attacco terroristico dovrebbe costituire «un campanello d’allarme contro la tolleranza verso gruppi estremisti e razzisti». El Tayyeb chiede di criminalizzare l’islamofobia e non nasconde il disappunto per il trattamento iniziale riservato all’autore della strage di Christchurch definito da molti «estremista di destra» e non «terrorista» mentre in casi di attacchi commessi da musulmani si parla sempre di terrorismo e si prende subito di mira la religione islamica.

Dura la reazione dell’Iran, paese a maggioranza sciita, che denuncia «l’ipocrisia occidentale». A puntare il dito verso Ovest è stato il capo della diplomazia, Mohammad Javad Zarif. «L’ipocrisia occidentale che difende la demonizzazione dei musulmani con il pretesto della libertà d’espressione deve cessare. L’impunità nelle democrazie occidentali per promuovere l’ipocrisia conduce a questo», ha scritto il ministro degli esteri su Twitter. Meno severo il re giordano Abdallah che si è limitato a sottolineare la gravità «di un terribile crimine compiuto dai terroristi» e a sollecitare una maggiore unità della comunità mondiale «contro l’estremismo, l’odio e il terrorismo che non conoscono religione». Da segnalare la condanna del massacro giunta dal presidente israeliano Reuven Rivlin e dal premier Benyamin Netanyahu che hanno inviato le condoglianze ai parenti delle vittime.

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