Cominciano a diventare frequenti gli episodi, gravi quanto inquietanti, che stanno conformando il clima bellicista che sta investendo l’Europa. Gli ultimi due episodi riguardano la Germania e l’Italia, due paesi il cui passato negli anni Trenta e in contesti pre-bellici mette ancora i brividi.
La dicotomia “amico-nemico” caratteristica dei periodi di guerra, ormai dilaga nel dibattito pubblico, nella vita politica e nel lavorìo degli apparati di intelligence.
In una Germania attraversata da un furore bellicista che non si vedeva da quasi un secolo, chiunque osi contrastare la macchina del riarmo (il Bundestag si accinge ad approvare spese militari per un valore di 52 miliardi di euro) viene subito etichettato come traditore della patria o, peggio, come “agente di Putin”.
Ma se Berlino piange Roma non ride, in quanto qualcosa di simile sta accade anche in Italia verso chi critica la linea intransigente sul conflitto in Ucraina.
In Germania, Finch, un popolarissimo rapper, è finito sotto tale accusa per aver pubblicato un brano antimilitarista dal titolo “No Desire for War”. Il 13 dicembre scorso Finch ha pubblica le prime scene della sua nuova canzone “Kein Bock auf Krieg” sui social media. Apriti cielo!
Il video di Finch lascia scorrere le immagini di bambini in uniforme militare che cantano in coro, diretti da una figura che, per postura e acconciatura, ricorda piuttosto esplicitamente il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Il brano è un chiaro atto di contestazione contro l’indottrinamento militarista.
Il rapper è finito nel mirino di un alto ufficiale della Bundeswehr, Marcel Bohnert, che è intervenuto in modo aggressivo nel dibattito pubblico commentandolo come “Grandioso. I volenterosi aiutanti di Putin – e il Cremlino balla”.
Bohnert è l’addetto alla comunicazione dell’apparato militare e dunque non si tratta di un militare qualunque, ma di una figura di collegamento tra i vertici delle forze armate e le nuove strategie di propaganda avviate massicciamente in Germania anche per incentivare la leva militare tra i giovani. Sullo sfondo si materializza la crisi economica che ormai da anni attanaglia quella che era la “locomotiva d’Europa”.
La scorsa settimana migliaia di studenti tedeschi sono scesi in piazza in decine di città proprio contro le misure tese a reintrodurre la leva.
La caccia alle streghe lanciata dall’Unione Europea, si è estesa anche alla neutrale Svizzera, dove Jacques Baud, un ex colonnello dell’esercito e analista militare, nonché esperto di intelligence e terrorismo, è stato sottoposto a sanzioni dalla Ue perché accusato di “agire come portavoce della propaganda pro-russa e formulare teorie complottiste” e soprattutto di essere “responsabile di porre in atto o sostenere azioni o politiche imputabili al governo della Federazione Russa che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di un paese terzo (l’Ucraina) facendo ricorso alla manipolazione dell’informazione”.
Le sanzioni consistono nel congelamento di eventuali beni mobili e immobili del colonnello – e di altre persone colpite con lo stesso “ukaze” – sul territorio dell’Unione Europea, nel divieto di viaggio e transito nell’UE, nonché nella proibizione per cittadini e imprese UE di mettere a sua disposizione fondi, attività finanziarie o concedere risorse economiche. In pratica Baud non potrà, sul territorio UE, neanche fare la spesa, andare da un medico, ecc.
La Svizzera, per sua fortuna, non aderisce alle sanzioni dell’UE, ma di fatto il colonnello diventa “prigioniero” nel suo paese. Ma appare chiarissimo che in questo modo la UE sta mandando un messaggio terroristico a tutti coloro che fanno informazione: mettere in discussione la “narrazione ufficiale sull’Ucraina è un grosso rischio…
Anche in Italia le cose stanno peggiorando, di brutto.
Dopo le liste di proscrizione contro i “putiniani” del Corriere della Sera di tre anni fa, sono arrivate le campagne di caccia alle streghe da parte di Calenda o dei radicali di +Europa che hanno recentemente colpito il prof. Angelo D’Orsi. A marzo del 2024 il senatore renziano e membro del Copasir Enrico Borghi ha proposto l’istituzione di un’Agenzia contro la disinformazione e per la sicurezza cognitiva.
Ultima in ordine di tempo è l’accusa sottotraccia anche nei confronti di Lucio Caracciolo. La stampa di destra ha preso spunto dalle dimissioni di due membri del comitato scientifico della rivista Limes, per adombrare sospetti di filo-putinismo anche contro il fondatore e direttore di Limes, le cui ruvide analisi hanno spesso mandato in tilt i guerrafondai “de noantri”.
Prima di lui erano finiti nel mirino il prof. Alessandro Orsini, Marco Travaglio, lo street artist Yorit.
In una lettera aperta a Caracciolo pubblicata dal quotidiano Italia Oggi, l’ex sindacalista ed ex Pci Michele Magno non ci gira tanto intorno: “Ammetterà che a qualcuno possa venire il sospetto (non a chi le scrive, per carità) che dietro la sua tesi maestra della ‘guerra per procura’… ci sia lo zampino del Cremlino”, scrive Magno. Non sorprende che lo stesso Magno sia un fervido sostenitore del Ddl Delrio e un acerrimo avversario del movimento di solidarietà con la Palestina.
Ci sono poi riviste online finanziate dall’Unione Europea come Linkiesta, che da tempo vanno a caccia e attaccano docenti universitari o ricercatori per stanare i “filoputiniani”. A fine novembre hanno addirittura pubblicato la “mappa italiana dei propagandisti filorussi” elaborata dai segugi di Europa Radicale. Anche in questo caso si manifesta la coincidenza con il fatto che Linkiesta sia una pubblicazione anche filo-israeliana e ostile ai movimenti pro-Palestina.
Significativa la spiegazione che viene offerta da questa volenterosa organizzazione della caccia alle streghe.
Scrive infatti Linkiesta del 25 novembre: “La lotta contro la “peste putiniana” sarà sempre più dura e difficile: gli Stati dell’Unione europea hanno giustamente deciso di portare al cinque per cento la percentuale del loro Pil da destinare alla difesa e alla sicurezza per contrastare la Russia di Putin, che ha incardinato un’economia di guerra ormai irreversibile. È certo che i partiti populisti e/o filorussi in tutta Europa, e in Italia in particolare (Lega, Movimento 5 stelle e sigle varie di estrema destra e di estrema sinistra) si scateneranno nei prossimi mesi ed anni per contrastare tale politica, ben supportati da opinionisti più o meno esperti (Alessandro Orsini, Marco Travaglio, Lucio Caracciolo) ospitati tutte le sere in tv”.
Ma i volenterosi guerrafondai de noantri hanno il serio problema della contrarietà della maggioranza della popolazione a farsi trascinare dalla Nato e da alcuni governi europei nella guerra in Ucraina. Ragione per cui devono ottenere il consenso attraverso la coercizione e la criminalizzazione del dissenso politico contro le avventure belliciste.
Appare piuttosto evidente che il clima di guerra e l’ossessione riarmista in Italia e in Europa sta producendo pesantemente quella dicotomia “amico-nemico” propedeutica alla brusca limitazione delle libertà politiche e di espressione. Questo scenario è chiaramente intellegibile nel Rapporto sulla guerra ibrida elaborato dal ministro Crosetto e dal ministero della Difesa.
Chiunque non affianchi la linea ufficiale del governo italiano, della Nato e della Ue sarà considerato un traditore o un agente del nemico. Questo nemico oggi è la Russia ma anche l’Islam politico, ragione per cui sia i movimenti contro la guerra che quelli solidali con i palestinesi devono essere demonizzati e liquidati. Ieri la stessa isteria – e la conseguente repressione – era diretta contro i comunisti. Ma non è così che poi sono nati i regimi nazifascisti in Italia e in Germania?
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/07/2024
“Il nemico interno”. Anche in Italia i liberali gettano la maschera
Qualche giorno fa era stato Angelo Panebianco a rompere i freni inibitori e ad evocare in un editoriale sul Corriere della Sera la categoria del “nemico interno da battere” in un contesto di forte crisi internazionale.
Domenica, e non poteva mancare, è stato il direttore de La Repubblica, Molinari, a fare altrettanto, sottolineando “l’estensione della guerra segreta che, dal veleno sui social network ai piani di eliminazione fisica, Mosca ed i suoi alleati stanno conducendo dentro i confini dei nostri Paesi”. Ovviamente Molinari aggiunge qualche nota di servizio pro domo ad Israele e contro l’Iran.
Per Panebianco “La crescita del «nemico interno» (le forze anti-sistema) può essere favorita da cambiamenti negli equilibri internazionali. Cambiamenti che innescano circoli viziosi: la governabilità è vieppiù compromessa, l’insoddisfazione degli elettori cresce, le forze anti-sistema guadagnano spazi e influenza”.
Per Molinari invece, il problema è certo la longa manu della Russia nei paesi occidentali, ma è anche il sostegno iraniano alle proteste anti-Israele in America che “descrivono i contorni della guerra segreta che Mosca ed i suoi alleati stanno conducendo sui territori del loro avversario: i Paesi democratici”.
Rispetto a Panebianco c’è parecchia malafede in più. Il primo appartiene alla generazione della Guerra Fredda per cui il nemico viene sempre da Est. Per Molinari – e i suoi mandanti – la estesa mobilitazione contro il genocidio dei palestinesi da parte di Israele è un problema forse ancora maggiore della contrapposizione con la Russia ed ha assunto sicuramente una dimensione e una influenza di massa superiore alle mobilitazioni contro la guerra in Ucraina.
Quali conclusioni trarre dai due editoriali dei due maggiori giornali liberali italiani?
È che coloro che si considerano gli unici titolari delle libertà sono prontissimi a vederle sopprimere nei confronti di quelli che loro considerano “il nemico interno” o un ostacolo al ristabilimento della “interrotta” egemonia sionista sulla narrazione della questione palestinese.
Ragione per cui chi manifesta contro la guerra in Ucraina e l’invio di armi italiane al fronte o in solidarietà con il popolo palestinese, non va considerato come una opzione politica con crescenti consensi nella società ma alla stregua di un nemico da colpire e neutralizzare, né più né meno dei fanti russi o dei combattenti palestinesi.
È probabile che gli editoriali di Panebianco e Molinari troveranno orecchie attente e disponibili nel governo della destra e nei suoi apparati repressivi. Anche sul piano della comunicazione e dell’informazione.
Del resto gli scenari che abbiamo visto delinearsi in Francia sono la conferma che i liberali preferiscono i fascisti ai comunisti e i guerrafondai ai pacifisti. Lo hanno detto e fatto sempre nella storia europea. Con i tragici esiti che abbiamo conosciuto dagli anni Trenta in poi.
Fonte
Domenica, e non poteva mancare, è stato il direttore de La Repubblica, Molinari, a fare altrettanto, sottolineando “l’estensione della guerra segreta che, dal veleno sui social network ai piani di eliminazione fisica, Mosca ed i suoi alleati stanno conducendo dentro i confini dei nostri Paesi”. Ovviamente Molinari aggiunge qualche nota di servizio pro domo ad Israele e contro l’Iran.
Per Panebianco “La crescita del «nemico interno» (le forze anti-sistema) può essere favorita da cambiamenti negli equilibri internazionali. Cambiamenti che innescano circoli viziosi: la governabilità è vieppiù compromessa, l’insoddisfazione degli elettori cresce, le forze anti-sistema guadagnano spazi e influenza”.
Per Molinari invece, il problema è certo la longa manu della Russia nei paesi occidentali, ma è anche il sostegno iraniano alle proteste anti-Israele in America che “descrivono i contorni della guerra segreta che Mosca ed i suoi alleati stanno conducendo sui territori del loro avversario: i Paesi democratici”.
Rispetto a Panebianco c’è parecchia malafede in più. Il primo appartiene alla generazione della Guerra Fredda per cui il nemico viene sempre da Est. Per Molinari – e i suoi mandanti – la estesa mobilitazione contro il genocidio dei palestinesi da parte di Israele è un problema forse ancora maggiore della contrapposizione con la Russia ed ha assunto sicuramente una dimensione e una influenza di massa superiore alle mobilitazioni contro la guerra in Ucraina.
Quali conclusioni trarre dai due editoriali dei due maggiori giornali liberali italiani?
È che coloro che si considerano gli unici titolari delle libertà sono prontissimi a vederle sopprimere nei confronti di quelli che loro considerano “il nemico interno” o un ostacolo al ristabilimento della “interrotta” egemonia sionista sulla narrazione della questione palestinese.
Ragione per cui chi manifesta contro la guerra in Ucraina e l’invio di armi italiane al fronte o in solidarietà con il popolo palestinese, non va considerato come una opzione politica con crescenti consensi nella società ma alla stregua di un nemico da colpire e neutralizzare, né più né meno dei fanti russi o dei combattenti palestinesi.
È probabile che gli editoriali di Panebianco e Molinari troveranno orecchie attente e disponibili nel governo della destra e nei suoi apparati repressivi. Anche sul piano della comunicazione e dell’informazione.
Del resto gli scenari che abbiamo visto delinearsi in Francia sono la conferma che i liberali preferiscono i fascisti ai comunisti e i guerrafondai ai pacifisti. Lo hanno detto e fatto sempre nella storia europea. Con i tragici esiti che abbiamo conosciuto dagli anni Trenta in poi.
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22/05/2024
L’ultima invenzione Usa: “c’è la Cina dietro le proteste nelle università”
Non si è fatta attendere la risposta all’inchiesta del Washington Post su una chat di ricchissimi uomini d’affari Usa, in contatto diretto coi vertici israeliani, che avrebbero fatto pressione per reprimere le proteste nei campus universitari. Come ci ha subito raccontato quel bollettino dell’ultradestra euro-atlantica che è diventato Repubblica, ad influenzare gli studenti sarebbe addirittura la Cina. Ovviamente secondo ‘studi autorevoli‘.
In realtà il Network Contagion Research Institute (NCRI), “fonte” di Molinari & Co, è un’organizzazione che “fornisce tecnologia, ricerca e analisi all’avanguardia per identificare e prevedere le minacce informatiche” e “si impegna a mettere i partner in condizione di diventare proattivi nel proteggersi dalle false narrazioni“. Insomma, specialisti nel combattere la ‘disinformazione‘, che è sempre quella del “nemico”.
L’istituto ha da poco pubblicato un rapporto che cerca di rintracciare l’influenza e soprattutto i soldi cinesi che sarebbero dietro il fortissimo movimento universitario statunitense solidale con la Palestina.
In particolare, il NCRI si concentra su Shut It Down For Palestine (SID4P), una rete internazionale di attivisti che hanno svolto un ruolo importante nelle proteste di questi mesi. Sotto questa sigla operano diverse associazioni, che vengono identificate come facenti parte del ‘Singham Network‘, un insieme di realtà ricondotte a Neville Roy Singham, compreso l’istituto dello storico Vijay Prashad, il Tricontinental Institute.
Singham è un imprenditore statunitense, definito un propagandista del Dragone e un “marxista con un’enorme compagnia di software“. Tramite la sua ragnatela di rapporti e società, dice il NCRI, sosterrebbe i manifestanti e fomenterebbe il conflitto sociale.
Il rapporto mette in guardia dalle relazioni che il SID4P ha con ‘gruppi estremisti‘ che abbracciano “una soluzione violenta a uno stato al conflitto israelo-palestinese“. L’obiettivo non dichiarato, secondo gli estensori del testo, sarebbe in realtà quello di continuare a “destabilizzare gli Stati Uniti” per tutta l’estate 2024, fino alle prossime elezioni di novembre.
Come già successo in altre occasioni, le proteste attuali vengono collegate, almeno per i metodi e le aspirazioni, alle rivolte dell’estate 2020 e a Black Lives Matter. Il NCRI aggiunge che l’occupazione della Hamilton Hall alla Columbia sarebbe parte “di una più ampia e coordinata campagna, influenzata da entità che hanno legami con potenze e organizzazioni terroristiche straniere“.
Ancora una volta viene ripetuto il mantra con il quale è stata giustificata la repressione degli studenti, dagli Stati Uniti all’Europa, ovvero che nei campus agiscono ‘agitatori esterni‘. L’intervento della polizia si rende insomma necessario non perché sia sparito il diritto alla protesta, ma perché vi sono “pericoli per la sicurezza nazionale”: in questo modo, vengono oscurate le rivendicazioni politiche delle manifestazioni e tutto viene ricondotto ad un oscuro “complotto”.
Mettiamo da parte l’ipocrisia sulle influenze straniere, che per gli euroatlantici vanno bene solo quando sono loro i protagonisti. O ancora sulla stigmatizzazione dell’impegno finanziario di un milionario per diffondere nel dibattito pubblico una visione differente sulla Cina, e allo stesso tempo sull’approvazione data a dei miliardari che influenzano i media per far passare le narrazioni israeliane.
Dedichiamo qualche riga invece a un elemento preoccupante che salta all’occhio solo a vedere i curricula dei membri del NCRI. Tra i dirigenti dell’istituto e i suoi ‘strategic advisors‘, cioè i consulenti che forniscono indicazioni sullo sviluppo dell’attività, non sorprende ci siano vari accademici affiliati a grandi università (ad esempio, Stanford e Princeton).
Allo stesso tempo, tra le collaborazioni e le esperienze pregresse di questi personaggi compaiono continuamente le forze armate e anche alcuni dipartimenti – ovvero ministeri – di Washington. Troviamo anche chi è legato a Wall Street, a Google o all’industria farmaceutica, attori fondamentali del grande capitale occidentale.
Tra gli ‘advisors‘, Jacob Shapiro, capo del gruppo, insegna relazioni internazionali ed è un veterano della marina statunitense; mentre Loree Sutton era nell’esercito e lavora ancora per il Dipartimento degli Affari dei Veterani. Questo dipartimento, insieme a quello della Difesa e a quello della Sicurezza Interna (DHS), è tra i primi per dimensioni del bilancio, e non potrebbe essere altrimenti in un sistema di keynesismo militare.
Nel DHS lavora anche il consulente Paul Goldenberg, che in particolare presiede o co-presiede alcuni sotto-comitati centrali, dedicati all’estremismo, al terrorismo interno e quello sulla “radicalizzazione della gioventù“. In pratica, il livello “alto” che ha elaborato le accuse con cui è stata giustificata la repressione degli studenti.
Nel gruppo dirigente del NRCI, è utile soffermarsi sul capo scientifico e co-fondatore Joel Finkelstein. Come un altro paio di nomi tra dirigenti e consulenti, lavora al Miller Center for Community Protection and Resilience (parte della Rutgers University del New Jersey), nato nel 2022 dalla fusione di due istituti con finanziamenti di un ex studente della Rutgers, Paul Miller.
Miller, nella sua carriera, ha lavorato per Pfizer e ha rivestito ruoli apicali sia all’università di Tel Aviv, sia nell’American Jewish Congress, sia nell’American Israel Public Affairs Committee, una delle lobby più potenti del paese (registrata come tale). Per non farsi mancare nulla, ha lavorato anche con la Rand Corporation, il più famoso dei think tank legati al Dipartimento della Difesa.
Il Miller Center ha l’obiettivo di “facilitare il lavoro degli organi di sicurezza“, collaborando con le forze di polizia e sviluppando le migliori strategie per diffonderne gli indirizzi nella comunità. L’attività del NRCI è insomma diretta da chi ha come scopo quello di mantenere lo status quo e far apparire come un pericolo pubblico chiunque sembri metterlo in discussione.
Già questo basterebbe a far dubitare del carattere “interessato” del rapporto da poco pubblicato. Se ci aggiungiamo che il Miller Center, per cui lavorano alcuni importanti esponenti del NCRI, è stato creato da chi è stato coinvolto per una vita nelle attività della principale lobby sionista a stelle-e-strisce, si capisce che questo testo è parte della strategia di criminalizzazione del movimento a favore della Palestina.
Di nuovo, tutti gli elementi fondamentali del ‘nemico interno‘ eterodiretto da ‘forze esterne‘ tornano sul piatto. Solo un fogliaccio come Repubblica poteva rilanciare un “rapporto” del genere, palesemente finanziato per interessi politici ma presentato come “ricerca indipendente”.
Fonte
In realtà il Network Contagion Research Institute (NCRI), “fonte” di Molinari & Co, è un’organizzazione che “fornisce tecnologia, ricerca e analisi all’avanguardia per identificare e prevedere le minacce informatiche” e “si impegna a mettere i partner in condizione di diventare proattivi nel proteggersi dalle false narrazioni“. Insomma, specialisti nel combattere la ‘disinformazione‘, che è sempre quella del “nemico”.
L’istituto ha da poco pubblicato un rapporto che cerca di rintracciare l’influenza e soprattutto i soldi cinesi che sarebbero dietro il fortissimo movimento universitario statunitense solidale con la Palestina.
In particolare, il NCRI si concentra su Shut It Down For Palestine (SID4P), una rete internazionale di attivisti che hanno svolto un ruolo importante nelle proteste di questi mesi. Sotto questa sigla operano diverse associazioni, che vengono identificate come facenti parte del ‘Singham Network‘, un insieme di realtà ricondotte a Neville Roy Singham, compreso l’istituto dello storico Vijay Prashad, il Tricontinental Institute.
Singham è un imprenditore statunitense, definito un propagandista del Dragone e un “marxista con un’enorme compagnia di software“. Tramite la sua ragnatela di rapporti e società, dice il NCRI, sosterrebbe i manifestanti e fomenterebbe il conflitto sociale.
Il rapporto mette in guardia dalle relazioni che il SID4P ha con ‘gruppi estremisti‘ che abbracciano “una soluzione violenta a uno stato al conflitto israelo-palestinese“. L’obiettivo non dichiarato, secondo gli estensori del testo, sarebbe in realtà quello di continuare a “destabilizzare gli Stati Uniti” per tutta l’estate 2024, fino alle prossime elezioni di novembre.
Come già successo in altre occasioni, le proteste attuali vengono collegate, almeno per i metodi e le aspirazioni, alle rivolte dell’estate 2020 e a Black Lives Matter. Il NCRI aggiunge che l’occupazione della Hamilton Hall alla Columbia sarebbe parte “di una più ampia e coordinata campagna, influenzata da entità che hanno legami con potenze e organizzazioni terroristiche straniere“.
Ancora una volta viene ripetuto il mantra con il quale è stata giustificata la repressione degli studenti, dagli Stati Uniti all’Europa, ovvero che nei campus agiscono ‘agitatori esterni‘. L’intervento della polizia si rende insomma necessario non perché sia sparito il diritto alla protesta, ma perché vi sono “pericoli per la sicurezza nazionale”: in questo modo, vengono oscurate le rivendicazioni politiche delle manifestazioni e tutto viene ricondotto ad un oscuro “complotto”.
Mettiamo da parte l’ipocrisia sulle influenze straniere, che per gli euroatlantici vanno bene solo quando sono loro i protagonisti. O ancora sulla stigmatizzazione dell’impegno finanziario di un milionario per diffondere nel dibattito pubblico una visione differente sulla Cina, e allo stesso tempo sull’approvazione data a dei miliardari che influenzano i media per far passare le narrazioni israeliane.
Dedichiamo qualche riga invece a un elemento preoccupante che salta all’occhio solo a vedere i curricula dei membri del NCRI. Tra i dirigenti dell’istituto e i suoi ‘strategic advisors‘, cioè i consulenti che forniscono indicazioni sullo sviluppo dell’attività, non sorprende ci siano vari accademici affiliati a grandi università (ad esempio, Stanford e Princeton).
Allo stesso tempo, tra le collaborazioni e le esperienze pregresse di questi personaggi compaiono continuamente le forze armate e anche alcuni dipartimenti – ovvero ministeri – di Washington. Troviamo anche chi è legato a Wall Street, a Google o all’industria farmaceutica, attori fondamentali del grande capitale occidentale.
Tra gli ‘advisors‘, Jacob Shapiro, capo del gruppo, insegna relazioni internazionali ed è un veterano della marina statunitense; mentre Loree Sutton era nell’esercito e lavora ancora per il Dipartimento degli Affari dei Veterani. Questo dipartimento, insieme a quello della Difesa e a quello della Sicurezza Interna (DHS), è tra i primi per dimensioni del bilancio, e non potrebbe essere altrimenti in un sistema di keynesismo militare.
Nel DHS lavora anche il consulente Paul Goldenberg, che in particolare presiede o co-presiede alcuni sotto-comitati centrali, dedicati all’estremismo, al terrorismo interno e quello sulla “radicalizzazione della gioventù“. In pratica, il livello “alto” che ha elaborato le accuse con cui è stata giustificata la repressione degli studenti.
Nel gruppo dirigente del NRCI, è utile soffermarsi sul capo scientifico e co-fondatore Joel Finkelstein. Come un altro paio di nomi tra dirigenti e consulenti, lavora al Miller Center for Community Protection and Resilience (parte della Rutgers University del New Jersey), nato nel 2022 dalla fusione di due istituti con finanziamenti di un ex studente della Rutgers, Paul Miller.
Miller, nella sua carriera, ha lavorato per Pfizer e ha rivestito ruoli apicali sia all’università di Tel Aviv, sia nell’American Jewish Congress, sia nell’American Israel Public Affairs Committee, una delle lobby più potenti del paese (registrata come tale). Per non farsi mancare nulla, ha lavorato anche con la Rand Corporation, il più famoso dei think tank legati al Dipartimento della Difesa.
Il Miller Center ha l’obiettivo di “facilitare il lavoro degli organi di sicurezza“, collaborando con le forze di polizia e sviluppando le migliori strategie per diffonderne gli indirizzi nella comunità. L’attività del NRCI è insomma diretta da chi ha come scopo quello di mantenere lo status quo e far apparire come un pericolo pubblico chiunque sembri metterlo in discussione.
Già questo basterebbe a far dubitare del carattere “interessato” del rapporto da poco pubblicato. Se ci aggiungiamo che il Miller Center, per cui lavorano alcuni importanti esponenti del NCRI, è stato creato da chi è stato coinvolto per una vita nelle attività della principale lobby sionista a stelle-e-strisce, si capisce che questo testo è parte della strategia di criminalizzazione del movimento a favore della Palestina.
Di nuovo, tutti gli elementi fondamentali del ‘nemico interno‘ eterodiretto da ‘forze esterne‘ tornano sul piatto. Solo un fogliaccio come Repubblica poteva rilanciare un “rapporto” del genere, palesemente finanziato per interessi politici ma presentato come “ricerca indipendente”.
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14/05/2024
L’ultima trincea filo-sionista: “attenti agli infiltrati nelle proteste”
C’è una linea comune che affratella tutti i governi dell’Occidente neoliberista, in piena guerra con il resto del mondo: qualsiasi protesta al proprio interno va presentata come “opera di infiltrati”.
Del resto, se “noi” – occidentali, quasi tutti bianchi (Vannacci style...), culturalmente e geneticamente “superiori” ad ogni altra etnia, ecc. – viviamo in un “giardino” che deve costruire solidi muri per non esser travolto dai coloured della “giungla” là fuori, perché mai qualcuno dovrebbe protestare in buona fede?
Stiamo tutti nel regno di bengodi, no? Salari altissimi, pensioni che consentono mille vizi, una sanità che cura tutti gratis, scuola gratuita e università con ricche borse di studio...
Dunque che vogliono mai questi studenti che in tutto il mondo, e scandalosamente anche qui nel “libero Occidente”, si indignano per le “un piccolo massacro” in quel di Gaza?
Com’è possibile che ragazzi di buona famiglia – andare all’università è diventato un lusso anche per la fascia alta del ceto medio, ormai – non si crogiolino nel loro quarto d’ora di giovinezza aurea accettando la fetenzia del mondo per quello che è?
Chiaro che se protestano è perché c’è qualche “avvelenatore di menti” che lavora nell’ombra, nelle retrovie, magari sopravvissuto alla stagione che ogni buon borghese rimembra con orrore (“gli anni ‘70, oh my god!”).
Si vede che gli inventori di questa narrazione sono gente che studia poco. Basterebbe un commesso di libreria per spiegar loro che i “cattivi maestri” stanno in pratica in ogni libro, perché stimolare il pensiero autonomo di ogni persona significa – inevitabilmente – mettere in moto i neuroni, cambiare lo sguardo che esamina il reale, vedere cose che prima sfuggivano, stabilire connessioni di causa ed effetto tra fenomeni che sembravano estranei, scoprire che ogni “fatto” è il risultato di una storia e la premessa di altri eventi.
Un esempio tra tanti, e tra i meno “sovversivi”: durante un’occupazione della New School da parte degli studenti contro la guerra in Vietnam, negli anni Sessanta, il corpo docente si interrogava sul “che fare?” rispetto alla protesta. La professoressa Hannah Arendt, ebrea in esilio sfuggita al nazismo, propose semplicemente: «In ogni caso, mai chiamare la polizia».
Ecco, dappertutto o quasi sta avvenendo il contrario. E la polizia assume il controllo dell’università, quindi anche – in parte – quello della formazione della classe dirigente del prossimo futuro.
Naturalmente questo abbassa di molto il livello della futura classe dirigente (già ora ridotta a feccia militarista succube della finanza) e non lascia speranze di sorta all’Occidente neoliberista. Ma non c’è demone peggiore di quello annidato nelle soluzioni semplici, che siano militari o poliziesche.
Ultimo nella lista dei ministeri di polizia occidentali, anche il Viminale è arrivato ad assumere la stessa tesi “esplicativa” rispetto alle proteste: “prestare particolare attenzione” per “impedire che soggetti estranei al mondo universitario possano infiltrarsi nelle manifestazioni al solo scopo di strumentalizzare il dissenso, alimentando forme di violenza che, per loro natura, sono incompatibili con la libera manifestazione del pensiero”.
La lista non è infinita, ma resta vaga, così da poter decidere di volta in volta come meglio aggrada. In generale, potremmo dire, si “monitoreranno” gli attivisti non più in età universitaria (immancabili “gli anarchici” o i “centri sociali”) e i membri della comunità palestinese.
Tutto comprensibile, dentro un contesto di guerra mondiale, un po’ meno secondo la logica.
Se un ministro dell’interno fosse davvero preoccupato della possibilità che si producano atti di violenza, dovrebbe mettere nel mirino le “Squadre d’allerta” organizzate direttamente dall’esercito israeliano (un Stato straniero in guerra) in tutti i paesi in cui è presente una forte “ala sionista” all’interno delle comunità ebraiche.
E un ministro dell’interno serio, supportato da un’intelligence altrettanto seria, dovrebbe aver registrato l’ormai lunga serie di aggressioni contro gli studenti attendati o meno nelle università statunitensi (Los Angeles, New York, ecc), francesi (Scienze Po a Parigi), o contro gli antifascisti di tutte le età il 25 aprile a Roma (di sua diretta competenza).
Sapere che “sul nostro territorio” operano squadre armate (1.400 cittadini italiani sono o sono stati impiegati nell’esercito israeliano negli ultimi sette mesi); che queste squadre obbediscono a un governo straniero (in virtù della “doppia cittadinanza”); che hanno come “nemico” da colpire (schedare, intimidire, ecc.) una parte specifica della popolazione italiana (quanti solidarizzano con i palestinesi massacrati)... questo dovrebbe essere per lui un incubo tale da farlo attivare immediatamente per fermarli.
E invece che fa?
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Del resto, se “noi” – occidentali, quasi tutti bianchi (Vannacci style...), culturalmente e geneticamente “superiori” ad ogni altra etnia, ecc. – viviamo in un “giardino” che deve costruire solidi muri per non esser travolto dai coloured della “giungla” là fuori, perché mai qualcuno dovrebbe protestare in buona fede?
Stiamo tutti nel regno di bengodi, no? Salari altissimi, pensioni che consentono mille vizi, una sanità che cura tutti gratis, scuola gratuita e università con ricche borse di studio...
Dunque che vogliono mai questi studenti che in tutto il mondo, e scandalosamente anche qui nel “libero Occidente”, si indignano per le “un piccolo massacro” in quel di Gaza?
Com’è possibile che ragazzi di buona famiglia – andare all’università è diventato un lusso anche per la fascia alta del ceto medio, ormai – non si crogiolino nel loro quarto d’ora di giovinezza aurea accettando la fetenzia del mondo per quello che è?
Chiaro che se protestano è perché c’è qualche “avvelenatore di menti” che lavora nell’ombra, nelle retrovie, magari sopravvissuto alla stagione che ogni buon borghese rimembra con orrore (“gli anni ‘70, oh my god!”).
Si vede che gli inventori di questa narrazione sono gente che studia poco. Basterebbe un commesso di libreria per spiegar loro che i “cattivi maestri” stanno in pratica in ogni libro, perché stimolare il pensiero autonomo di ogni persona significa – inevitabilmente – mettere in moto i neuroni, cambiare lo sguardo che esamina il reale, vedere cose che prima sfuggivano, stabilire connessioni di causa ed effetto tra fenomeni che sembravano estranei, scoprire che ogni “fatto” è il risultato di una storia e la premessa di altri eventi.
Un esempio tra tanti, e tra i meno “sovversivi”: durante un’occupazione della New School da parte degli studenti contro la guerra in Vietnam, negli anni Sessanta, il corpo docente si interrogava sul “che fare?” rispetto alla protesta. La professoressa Hannah Arendt, ebrea in esilio sfuggita al nazismo, propose semplicemente: «In ogni caso, mai chiamare la polizia».
Ecco, dappertutto o quasi sta avvenendo il contrario. E la polizia assume il controllo dell’università, quindi anche – in parte – quello della formazione della classe dirigente del prossimo futuro.
Naturalmente questo abbassa di molto il livello della futura classe dirigente (già ora ridotta a feccia militarista succube della finanza) e non lascia speranze di sorta all’Occidente neoliberista. Ma non c’è demone peggiore di quello annidato nelle soluzioni semplici, che siano militari o poliziesche.
Ultimo nella lista dei ministeri di polizia occidentali, anche il Viminale è arrivato ad assumere la stessa tesi “esplicativa” rispetto alle proteste: “prestare particolare attenzione” per “impedire che soggetti estranei al mondo universitario possano infiltrarsi nelle manifestazioni al solo scopo di strumentalizzare il dissenso, alimentando forme di violenza che, per loro natura, sono incompatibili con la libera manifestazione del pensiero”.
La lista non è infinita, ma resta vaga, così da poter decidere di volta in volta come meglio aggrada. In generale, potremmo dire, si “monitoreranno” gli attivisti non più in età universitaria (immancabili “gli anarchici” o i “centri sociali”) e i membri della comunità palestinese.
Tutto comprensibile, dentro un contesto di guerra mondiale, un po’ meno secondo la logica.
Se un ministro dell’interno fosse davvero preoccupato della possibilità che si producano atti di violenza, dovrebbe mettere nel mirino le “Squadre d’allerta” organizzate direttamente dall’esercito israeliano (un Stato straniero in guerra) in tutti i paesi in cui è presente una forte “ala sionista” all’interno delle comunità ebraiche.
E un ministro dell’interno serio, supportato da un’intelligence altrettanto seria, dovrebbe aver registrato l’ormai lunga serie di aggressioni contro gli studenti attendati o meno nelle università statunitensi (Los Angeles, New York, ecc), francesi (Scienze Po a Parigi), o contro gli antifascisti di tutte le età il 25 aprile a Roma (di sua diretta competenza).
Sapere che “sul nostro territorio” operano squadre armate (1.400 cittadini italiani sono o sono stati impiegati nell’esercito israeliano negli ultimi sette mesi); che queste squadre obbediscono a un governo straniero (in virtù della “doppia cittadinanza”); che hanno come “nemico” da colpire (schedare, intimidire, ecc.) una parte specifica della popolazione italiana (quanti solidarizzano con i palestinesi massacrati)... questo dovrebbe essere per lui un incubo tale da farlo attivare immediatamente per fermarli.
E invece che fa?
Fonte
13/06/2022
Il regime della disinformazione
La rogna esplosa tra governo e Corriere della Sera sull’ormai famosa lista nera sulla presunta “rete dei putiniani in Italia” è altamente illustrativa della trasformazione progressiva della (presunta) “democrazia liberale” in qualcosa di assai meno presentabile.
La conferenza stampa tenuta da Franco Gabrielli – sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega a quegli stessi servizi segreti che aveva guidato, un caso eclatante di “controllato” che diventa “controllore” – ha fatto emergere la “struttura” delle modificazioni istituzionali che sovrintende a questo degrado profondo della “libertà di opinione” nell’Occidente neoliberista attuale.
Tutto parte, com’è noto, da un “bollettino” che Gabrielli sostiene essere stato “declassificato” proprio per dimostrare che “non esiste un Grande Fratello che fa dossieraggio delle opinioni diverse da quelle del governo”. Mentre il Corriere sostiene di aver “lavorato” su una versione ben più corposa della “sintesi” poi resa pubblica da Gabrielli.
La differenza più palese emerge dal numero dei nomi fatti: tre, secondo la versione desecretata, nove in quella di Guerzoni e Sarzanini. La cui ultima narrazione è che la versione “sintetica” sarebbe quella trasmessa al presidente del Consiglio, mentre il documento “esteso” che è stato loro recapitato sarebbe quello originale dei servizi.
Qualcuno mente, è evidente, ma è possibile anche che lo facciano entrambe le sponde (nelle storie di servizi segreti, specie italiani, è sempre l’ipotesi più probabile).
Non è questo comunque l’elemento più interessante, ma quello che Gabrielli ha detto in conferenza stampa.
Si parte dal 2019, quando l’Unione Europea – l’istituzione sovranazionale ancora in formazione – e la Nato chiedono agli Stati membri di attrezzarsi rispetto ai pericoli della “guerra ibrida”. All’argomento abbiamo dedicato spesso attenzione, perché guardare alla guerra con gli occhiali del Novecento significa non vedere granché.
Oltre agli aspetti propriamente militari (esercito, aviazione, intelligence, ecc.) sono diventati rilevanti quelli dell’informazione. Non che anche nei secoli passati questi fossero meno considerati (Goebbels sta ancora lì a insegnare ai reazionari di tutto il mondo), perché ne dipende la “tenuta sociale”, lo “spirito di corpo” di un paese o di un’alleanza sotto stress bellico.
Tutta la storia della “Guerra fredda” tra Nato e Unione Sovietica è stata anche una guerra dell’informazione e della cultura, gestita con armi non convenzionali come i giornali, la tv, il cinema, ecc.
Ma per combattere su questo piano servono vere e proprie “strutture industriali”, con gruppi editoriali che investono miliardi, occupano centinaia o migliaia di persone, ecc. Roba che non si fa con gli spiccioli o il volontariato.
Internet e i social ha reso assai meno costoso pubblicare e far circolare “contenuti” di informazione, e quindi la necessità di “controllare” i flussi – per gli Stati di qualsiasi tipo – si è allargata di molto.
Dal 2019, dice Gabrielli, questa necessità ha fatto creare – tra l’altro – un “tavolo” dove i servizi portano informazioni e altri soggetti istituzionali (ministeri interni e difesa, dipartimento dell’editoria, il ministero dello sviluppo economico, l’authority per le telecomunicazioni, l’agenzia per la sicurezza cibernetica, ecc.) le assumono per prendere le opportune “contromisure” negli ambiti di competenza.
La logica della guerra, come si vede, finisce per pervadere ogni aspetto dell’attività dello Stato, anche delle strutture civili. Il confine tra “militare” e “civile” tende a svanire.
Ma l’aspetto più “delicato” – aggettivo usato da Gabrielli – riguarda il fatto che questa attività finisce inevitabilmente per “registrare” le opinioni di chiunque sia attivo sui social o altrove per stabilire se e in che misura siano “disinformazione”, “fake news”.
E soprattutto a dover stabilire se questa attività sia una libera espressione individuale o collettiva, oppure “eterodiretta” (finanziata, controllata, pianificata) da un “nemico”. In questo caso la Russia, ma anche la Cina e altri, secondo le contingenze. Il confine tra pensiero libero e manovra nemica tende a svanire, parallelamente a quello tra civile e militare.
Basta scorrere la versione edulcorata o “sintetica” del bollettino reso pubblico venerdì per vedere come ogni opinione divergente da quelle di governo-UE-Nato sia considerata “sospetta” e degna di essere “attenzionata”. Tanto da far dire a un insospettabile come Giovanni Floris che si tratta di una autentica “rassegna stampa” (fatta su “fonti aperte”, non messaggi segreti), ossia qualcosa di cui non dovrebbero occuparsi i servizi segreti.
Il confine tra libertà d’opinione e “reato di lesa maestà”, ripetiamo, diventa quasi impalpabile. O molto “soggettivo”, discrezionale (nessun potere sopporta serenamente le critiche).
Alcuni esempi. Si registrano come “attività inedite” (e da monitorare con attenzione) “le critiche all’operato del Presidente del Consiglio Mario Draghi, ritenuto responsabile dell’aumento dei prezzi alimentari ed energetici, della chiusura di numerose aziende […] e di trascinare il paese in guerra”. Oppure la “delegittimazione dell’attività di informazione dei media occidentali circa il conflitto in corso”.
In pratica diventa immediatamente “sospetta” l’opposizione al governo e la critica, anche documentata, al sistema dei media “ufficiali” perché controllati da gruppi industriali sicuramente “euro-atlantici”.
Tesi peraltro esplicitamente sostenuta – nella stessa conferenza stampa – da Monica Guerzoni, una delle due autrici dello “scoop” del Corriere: “nel nome della libertà di opinione, che noi tutti difendiamo, non si rischia di lasciar correre una propaganda, magari organizzata a colpi di fake news, che è probabilmente pilotata – da alcuni organizzata – per condizionare il dibattito pubblico, anche a livello parlamentare? [Chiedo] se non è dovere dell’intelligence monitorare – certamente con fonti aperte, non con un’attenzionamento di tipo diverso delle persone – un’attività di divulgazione di fake news che possa condizionare il dibattito democratico”.
Qui diventa difficile distinguere il giornalista dal soldato in prima linea, dobbiamo ammettere... E comunque è solare lo schema proposto: noi – media e intelligence – abbiamo il monopolio della verità e dell’informazione corretta, quello che “diverge” è disinformazione pilotata dal nemico.
Secondo questo schema i “servizi di informazione” – quelli militari, ossia l’intelligence – lentamente tendono a sostituire o dirigere l’informazione diffusa dai media, ne controllano i contenuti, ecc. In ultima analisi “formano l’opinione pubblica”, o almeno pretendono di farlo. Siamo un po’ oltre il “passare qualche carta” a giornalisti-terminali...
Ma se la distinzione di funzione tra media e intelligence salta, ne deriva che “l’informazione” si trasforma nella costruzione di una verità di Stato cui è obbligatorio attenersi, perché “c’è un conflitto in corso“. La disinformazione si fa regime, e non lo nasconde neanche più.
La “crisi della democrazia” – tematizzata e teorizzata come “necessità” fin dai primi anni ‘70 – arriva ora alla sua evoluzione finale. Il capitalismo occidentale va alla guerra, e chi non collabora, o peggio resiste, è un nemico interno.
Fonte
La conferenza stampa tenuta da Franco Gabrielli – sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega a quegli stessi servizi segreti che aveva guidato, un caso eclatante di “controllato” che diventa “controllore” – ha fatto emergere la “struttura” delle modificazioni istituzionali che sovrintende a questo degrado profondo della “libertà di opinione” nell’Occidente neoliberista attuale.
Tutto parte, com’è noto, da un “bollettino” che Gabrielli sostiene essere stato “declassificato” proprio per dimostrare che “non esiste un Grande Fratello che fa dossieraggio delle opinioni diverse da quelle del governo”. Mentre il Corriere sostiene di aver “lavorato” su una versione ben più corposa della “sintesi” poi resa pubblica da Gabrielli.
La differenza più palese emerge dal numero dei nomi fatti: tre, secondo la versione desecretata, nove in quella di Guerzoni e Sarzanini. La cui ultima narrazione è che la versione “sintetica” sarebbe quella trasmessa al presidente del Consiglio, mentre il documento “esteso” che è stato loro recapitato sarebbe quello originale dei servizi.
Qualcuno mente, è evidente, ma è possibile anche che lo facciano entrambe le sponde (nelle storie di servizi segreti, specie italiani, è sempre l’ipotesi più probabile).
Non è questo comunque l’elemento più interessante, ma quello che Gabrielli ha detto in conferenza stampa.
Si parte dal 2019, quando l’Unione Europea – l’istituzione sovranazionale ancora in formazione – e la Nato chiedono agli Stati membri di attrezzarsi rispetto ai pericoli della “guerra ibrida”. All’argomento abbiamo dedicato spesso attenzione, perché guardare alla guerra con gli occhiali del Novecento significa non vedere granché.
Oltre agli aspetti propriamente militari (esercito, aviazione, intelligence, ecc.) sono diventati rilevanti quelli dell’informazione. Non che anche nei secoli passati questi fossero meno considerati (Goebbels sta ancora lì a insegnare ai reazionari di tutto il mondo), perché ne dipende la “tenuta sociale”, lo “spirito di corpo” di un paese o di un’alleanza sotto stress bellico.
Tutta la storia della “Guerra fredda” tra Nato e Unione Sovietica è stata anche una guerra dell’informazione e della cultura, gestita con armi non convenzionali come i giornali, la tv, il cinema, ecc.
Ma per combattere su questo piano servono vere e proprie “strutture industriali”, con gruppi editoriali che investono miliardi, occupano centinaia o migliaia di persone, ecc. Roba che non si fa con gli spiccioli o il volontariato.
Internet e i social ha reso assai meno costoso pubblicare e far circolare “contenuti” di informazione, e quindi la necessità di “controllare” i flussi – per gli Stati di qualsiasi tipo – si è allargata di molto.
Dal 2019, dice Gabrielli, questa necessità ha fatto creare – tra l’altro – un “tavolo” dove i servizi portano informazioni e altri soggetti istituzionali (ministeri interni e difesa, dipartimento dell’editoria, il ministero dello sviluppo economico, l’authority per le telecomunicazioni, l’agenzia per la sicurezza cibernetica, ecc.) le assumono per prendere le opportune “contromisure” negli ambiti di competenza.
La logica della guerra, come si vede, finisce per pervadere ogni aspetto dell’attività dello Stato, anche delle strutture civili. Il confine tra “militare” e “civile” tende a svanire.
Ma l’aspetto più “delicato” – aggettivo usato da Gabrielli – riguarda il fatto che questa attività finisce inevitabilmente per “registrare” le opinioni di chiunque sia attivo sui social o altrove per stabilire se e in che misura siano “disinformazione”, “fake news”.
E soprattutto a dover stabilire se questa attività sia una libera espressione individuale o collettiva, oppure “eterodiretta” (finanziata, controllata, pianificata) da un “nemico”. In questo caso la Russia, ma anche la Cina e altri, secondo le contingenze. Il confine tra pensiero libero e manovra nemica tende a svanire, parallelamente a quello tra civile e militare.
Basta scorrere la versione edulcorata o “sintetica” del bollettino reso pubblico venerdì per vedere come ogni opinione divergente da quelle di governo-UE-Nato sia considerata “sospetta” e degna di essere “attenzionata”. Tanto da far dire a un insospettabile come Giovanni Floris che si tratta di una autentica “rassegna stampa” (fatta su “fonti aperte”, non messaggi segreti), ossia qualcosa di cui non dovrebbero occuparsi i servizi segreti.
Il confine tra libertà d’opinione e “reato di lesa maestà”, ripetiamo, diventa quasi impalpabile. O molto “soggettivo”, discrezionale (nessun potere sopporta serenamente le critiche).
Alcuni esempi. Si registrano come “attività inedite” (e da monitorare con attenzione) “le critiche all’operato del Presidente del Consiglio Mario Draghi, ritenuto responsabile dell’aumento dei prezzi alimentari ed energetici, della chiusura di numerose aziende […] e di trascinare il paese in guerra”. Oppure la “delegittimazione dell’attività di informazione dei media occidentali circa il conflitto in corso”.
In pratica diventa immediatamente “sospetta” l’opposizione al governo e la critica, anche documentata, al sistema dei media “ufficiali” perché controllati da gruppi industriali sicuramente “euro-atlantici”.
Tesi peraltro esplicitamente sostenuta – nella stessa conferenza stampa – da Monica Guerzoni, una delle due autrici dello “scoop” del Corriere: “nel nome della libertà di opinione, che noi tutti difendiamo, non si rischia di lasciar correre una propaganda, magari organizzata a colpi di fake news, che è probabilmente pilotata – da alcuni organizzata – per condizionare il dibattito pubblico, anche a livello parlamentare? [Chiedo] se non è dovere dell’intelligence monitorare – certamente con fonti aperte, non con un’attenzionamento di tipo diverso delle persone – un’attività di divulgazione di fake news che possa condizionare il dibattito democratico”.
Qui diventa difficile distinguere il giornalista dal soldato in prima linea, dobbiamo ammettere... E comunque è solare lo schema proposto: noi – media e intelligence – abbiamo il monopolio della verità e dell’informazione corretta, quello che “diverge” è disinformazione pilotata dal nemico.
Secondo questo schema i “servizi di informazione” – quelli militari, ossia l’intelligence – lentamente tendono a sostituire o dirigere l’informazione diffusa dai media, ne controllano i contenuti, ecc. In ultima analisi “formano l’opinione pubblica”, o almeno pretendono di farlo. Siamo un po’ oltre il “passare qualche carta” a giornalisti-terminali...
Ma se la distinzione di funzione tra media e intelligence salta, ne deriva che “l’informazione” si trasforma nella costruzione di una verità di Stato cui è obbligatorio attenersi, perché “c’è un conflitto in corso“. La disinformazione si fa regime, e non lo nasconde neanche più.
La “crisi della democrazia” – tematizzata e teorizzata come “necessità” fin dai primi anni ‘70 – arriva ora alla sua evoluzione finale. Il capitalismo occidentale va alla guerra, e chi non collabora, o peggio resiste, è un nemico interno.
Fonte
05/10/2020
Francia - Altro che "destra moderata", la nuova guerra di Macron
Come primo argomento della ripresa dell’agenda politica nazionale, Macron ha scelto – a sorpresa di tutti – il lancio della filippica contro quello che lui chiama “separatismo islamista” e che di fatto descrive come un vero e proprio tentativo di “colpo di stato islamista”.
La stessa scelta di questo argomento fa pensare a un gioco di distrazione di massa, ma anche che è tramite questi argomenti che prepara la sua rielezione, togliendo voti alla destra e agitando di nuovo la necessità di puntare su di lui per raccogliere il voto dei tanti laici che, da un bel po’, scivolano verso un integrismo non meno estremo di quello del sovranismo americano e del resto d’Europa.
Togliendo ogni ambiguità, Macron ha detto: “In questo islamismo radicale c’è una volontà rivendicata, sfrontata, un’organizzazione metodica contro le leggi della Repubblica e per creare un ordine parallelo”; “lo scopo finale di tale organizzazione metodica è di prendere il controllo completo della società”. In altre parole Macron lancia l’allarme di un pericolo di “colpo di stato islamista”.
Così, anziché parlare dei problemi sanitari, economici e sociali urgenti, Macron aizza la crociata contro un islamismo che in Francia sembra avere dei singulti con azioni di follia individuale proprio come reazione al delirio dell’integrismo repubblicano dei pseudo-laici francesi, che trova così comunione d’intento con la destra fascista e razzista.
Non è un caso che in questi ultimi mesi il dibattito pubblico sia stato saturato (e distratto) da discussioni sulla necessità di vietare il «certificato di verginità», la poligamia e il velo o chador. Discussioni sovente alimentate da membri del governo, come il ministro della pubblica istruzione e la ministra della cittadinanza.
Macron ha promesso che per il 9 dicembre sarà pronto un progetto di legge apposito per la lotta al separatismo islamista e ha anticipato che seguirà una strategia in cinque direttrici.
Prima misura sarà l’istituzione dell’obbligo di istruzione nelle scuole pubbliche a partire da 3 anni. L’istruzione a domicilio sarà “strettamente limitata a motivi sanitari certi”. Ha escluso che gli impiegati dei servizi pubblici “manifestino le loro credenze religiose con segni esteriori, in particolare vestimentari” (il velo, insomma, cosa che per esempio è del tutto normale nel Regno Unito per qualunque dipendente della pubblica amministrazione e anche della polizia di frontiera).
Macron ha annunciato anche la sua volontà di dispiegare un “dispositivo antiputsch molto robusto contro gli estremisti nelle moschee”, con l’obiettivo di “evitare che questi sfruttino le debolezze delle regole dello Stato per prendere il controllo delle associazioni di culto e delle moschee, per predicare e organizzare il peggio. Perciò la legge stabilirà un controllo serrato sulle associazioni di culto al fine di eliminarne ogni opacità mentre promuoverà con il Consiglio francese del culto musulmano (CFCM) un islam delle Lumières”.
Macron ha detto anche: “noi stessi abbiamo costruito il nostro separatismo, quello dei nostri quartieri, la ghettizzazione all’inizio con le migliori intenzioni […] abbiamo concentrato le difficoltà educative ed economiche in certi quartieri”. E ha evocato en passant il passato coloniale e i traumi che la Francia non ha sempre risolto, come la guerra d’Algeria.
Marcon promette quindi una “profonda riforma in materia di alloggi sociali”, ma probabilmente è una promessa agli speculatori, vista la sua continua politica a favore del privato.
L’insicurezza culturale secondo Macron si sposa con la guerra integralista e diventa infatti la priorità della sua nuova campagna elettorale.
Ovviamente la destra chiede ancora di più... e la sinistra si limita a lamentare la nuova “stigmatizzazione della comunità musulmana”, senza però denunciare che questo integralismo pseudo-laico macroniano aizza alla guerra contro il nemico interno.
vedi:
– https://www.mediapart.fr/journal/france/021020/separatisme-macron-prescrit-l-antidote- et-instille-le-poison
– https://www.mediapart.fr/journal/culture-idees/080920/separatisme-itineraire-d-un-mot-charge
– http://www.lavoroculturale.org/la-controversia-fra-integristi-universalisti-e-antirazzisti
Fonte
La stessa scelta di questo argomento fa pensare a un gioco di distrazione di massa, ma anche che è tramite questi argomenti che prepara la sua rielezione, togliendo voti alla destra e agitando di nuovo la necessità di puntare su di lui per raccogliere il voto dei tanti laici che, da un bel po’, scivolano verso un integrismo non meno estremo di quello del sovranismo americano e del resto d’Europa.
Togliendo ogni ambiguità, Macron ha detto: “In questo islamismo radicale c’è una volontà rivendicata, sfrontata, un’organizzazione metodica contro le leggi della Repubblica e per creare un ordine parallelo”; “lo scopo finale di tale organizzazione metodica è di prendere il controllo completo della società”. In altre parole Macron lancia l’allarme di un pericolo di “colpo di stato islamista”.
Così, anziché parlare dei problemi sanitari, economici e sociali urgenti, Macron aizza la crociata contro un islamismo che in Francia sembra avere dei singulti con azioni di follia individuale proprio come reazione al delirio dell’integrismo repubblicano dei pseudo-laici francesi, che trova così comunione d’intento con la destra fascista e razzista.
Non è un caso che in questi ultimi mesi il dibattito pubblico sia stato saturato (e distratto) da discussioni sulla necessità di vietare il «certificato di verginità», la poligamia e il velo o chador. Discussioni sovente alimentate da membri del governo, come il ministro della pubblica istruzione e la ministra della cittadinanza.
Macron ha promesso che per il 9 dicembre sarà pronto un progetto di legge apposito per la lotta al separatismo islamista e ha anticipato che seguirà una strategia in cinque direttrici.
Prima misura sarà l’istituzione dell’obbligo di istruzione nelle scuole pubbliche a partire da 3 anni. L’istruzione a domicilio sarà “strettamente limitata a motivi sanitari certi”. Ha escluso che gli impiegati dei servizi pubblici “manifestino le loro credenze religiose con segni esteriori, in particolare vestimentari” (il velo, insomma, cosa che per esempio è del tutto normale nel Regno Unito per qualunque dipendente della pubblica amministrazione e anche della polizia di frontiera).
Macron ha annunciato anche la sua volontà di dispiegare un “dispositivo antiputsch molto robusto contro gli estremisti nelle moschee”, con l’obiettivo di “evitare che questi sfruttino le debolezze delle regole dello Stato per prendere il controllo delle associazioni di culto e delle moschee, per predicare e organizzare il peggio. Perciò la legge stabilirà un controllo serrato sulle associazioni di culto al fine di eliminarne ogni opacità mentre promuoverà con il Consiglio francese del culto musulmano (CFCM) un islam delle Lumières”.
Macron ha detto anche: “noi stessi abbiamo costruito il nostro separatismo, quello dei nostri quartieri, la ghettizzazione all’inizio con le migliori intenzioni […] abbiamo concentrato le difficoltà educative ed economiche in certi quartieri”. E ha evocato en passant il passato coloniale e i traumi che la Francia non ha sempre risolto, come la guerra d’Algeria.
Marcon promette quindi una “profonda riforma in materia di alloggi sociali”, ma probabilmente è una promessa agli speculatori, vista la sua continua politica a favore del privato.
L’insicurezza culturale secondo Macron si sposa con la guerra integralista e diventa infatti la priorità della sua nuova campagna elettorale.
Ovviamente la destra chiede ancora di più... e la sinistra si limita a lamentare la nuova “stigmatizzazione della comunità musulmana”, senza però denunciare che questo integralismo pseudo-laico macroniano aizza alla guerra contro il nemico interno.
vedi:
– https://www.mediapart.fr/journal/france/021020/separatisme-macron-prescrit-l-antidote- et-instille-le-poison
– https://www.mediapart.fr/journal/culture-idees/080920/separatisme-itineraire-d-un-mot-charge
– http://www.lavoroculturale.org/la-controversia-fra-integristi-universalisti-e-antirazzisti
Fonte
18/05/2020
Il nemico interno/4
di Alexik
Finalmente è arrivata la fase due, e come promesso appaiono i primi timidi segnali di ritorno alla normalità.
Nella classifica dei ‘nemici pubblici della nazione’ cominciano a scendere verso il fondo della graduatoria i frequentatori di spiagge e giardinetti, gli appassionati di jogging e quelli che portano a spasso il cane, categorie che hanno calamitato negli ultimi due mesi gran parte dell’odio sociale e dell’arbitrio poliziesco.
Al loro posto in compenso ritorna in pole position un evergreen: gli anarchici sovversivi.
Una scelta che sa di tradizione, di un ritorno ai classici ed alle vecchie abitudini consolidate.
E questo non solo in tema di montature contro gli anarchici, di cui la storia offre esempi a piene mani, da Sole e Baleno a Valpreda, e ancor più a ritroso fino a Sacco e Vanzetti.
Ma anche per la riedizione aggiornata del vecchio arnese dei reati associativi e dello spauracchio del terrorismo.
Che è un po’ come dire:
“È vero, abbiamo prodotto innovazioni impensabili fino a pochi mesi fa.
A colpi di decreto abbiamo costretto metà del paese agli arresti domiciliari e l’altra metà al lavoro forzato.
Abbiamo trasformato le italiche strade in un’immensa fiera dello sbirro dove, in assenza di testimoni, ogni abuso è diventato lecito.
Abbiamo istigato milioni di persone (per la verità già predisposte) alla delazione, all’odio e all’aggressione contro il “folk devil” di turno, nascosto nei panni di ogni ignaro passante, potenziale untore in base alla mera appartenenza al genere umano.
Abbiamo sviluppato sistemi di tracciamento che permetteranno di immagazzinare su server gestiti da noi, o dai nostri appaltatori, i dati decriptabili sulle persone che ogni singolo abitante della penisola incontra durante il giorno. Sistemi che verranno accolti col plauso del Belpaese in nome della sicurezza sanitaria.
Abbiamo sospeso il diritto di sciopero.
Abbiamo ostacolato e represso con nuovi efficaci strumenti ogni forma di protesta di piazza, proibito ogni riunione in luogo pubblico o privato che potesse agevolarne l’organizzazione, additando le trasgressioni come un pericolo per la salute pubblica.
E lo abbiamo fatto [Geniale!] sventolando a giustificazione i dati sui morti che noi stessi abbiamo prodotto, dopo aver tagliato per 30 anni la sanità, dopo aver trasformato gli ospedali e le case di riposo in epicentri di contagio, e costretto milioni di persone ad assembrarsi ogni giorno sui luoghi di lavoro e di trasporto al lavoro.
In linea con quanto succedeva nel resto del mondo, abbiamo approfittato di una terribile epidemia per trasformare la penisola in un immenso esperimento di controllo sociale, dei cui risultati godremo in maniera permanente.
Ma non pensiate che tutto questo abbia soppiantato l’eredità teorica e pratica, la varietà dei dispositivi e la ricca strumentazione giuridica accumulata durante secoli di sviluppo del potere poliziale”1.
L’innovazione avveniristica che ha impresso in questi mesi un enorme salto di qualità alle tecniche di controllo e pacificazione2 si evolve sostenuta da solide e profonde radici, capaci di trarre ancora nutrimento dal positivismo giuridico, dal codice penale fascista e dalle stratificazioni di legislazioni emergenziali che si sono susseguite fino ad oggi dagli anni ’70 in poi.
Nessuno degli strumenti utilizzati nel corso della storia dai poteri costituiti, al fine di piegare individui, gruppi e popolazioni riottose, viene mai accantonato.
Ed è così che viene rispolverato dal cassetto, come un vecchio attrezzo ormai consunto dall’uso, l’art. 270bis del codice penale, il reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico, nel tentativo di accollarlo a sette anarchic* di Bologna, arrestati il 13 maggio scorso e deportati in varie carceri italiane in regime di alta sicurezza. Altr* cinque vengono attualmente sottopost* all’obbligo di dimora.
Pillole di storia
Evoluzione del fascistissimo art. 270 ereditato dal codice Rocco, che punisce l’associazione sovversiva semplice, l’art. 270bis entra a far parte della famiglia dei reati associativi grazie alla Legge Cossiga del 1980, col fine specifico di colpire i movimenti di lotta.
Viene usato per la prima volta (retroattivamente) nel processo 7 aprile contro l’Autonomia Operaia3, e poi in maniera intensiva per buona parte degli anni ’80.
Nel 1998 serve a condurre al suicidio Sole e Baleno, e a portare in giudizio Silvano Pellissero, nel primo processo contro l’opposizione al TAV in Val di Susa4.
Lo ritroviamo in seguito nel processo “sud ribelle” per le manifestazioni contro il Global Forum ed il G8 di Napoli e Genova del 2001, ed è utilizzato ancora contro i No Tav nel 2012, e numerose volte contro gli anarchici.
La duttilità dello strumento in mano alle Procure sta nel fatto che, per trovarselo sul gobbo, non occorre la presenza di armi, o la formazione di un gruppo clandestino, e neppure la realizzazione di atti effettivamente idonei a terrorizzare alcuno, o di tale portata da sovvertire realmente l’ordine costituito.
Perché “gli atti concreti non sono importanti, ciò che conta è individuare il fine ultimo, quindi stabilire nessi logici, interpretare la personalità e le convinzioni delle persone sospette, sì da rinvenire la “fattispecie terroristica”5.
Il 270bis agevola la moltiplicazione di teoremi giudiziari fondati su congetture contorte che trasformano insiemi di fatti spesso leciti, o di illeciti lievi, in gravissime ipotesi di reato, fondando castelli accusatori sulla base della personalità e del credo politico del ‘reo’, valutando quindi “non l’offensività del fatto, ma la “nemicità” di chi l’ha commesso. Si può parlare a tal proposito anche di “diritto penale d’autore”, nel senso che più del fatto conta l’autore e il ruolo che il suo livello di politicizzazione ha giocato nella commissione del reato”6.
All’interno dei teoremi assurgono al rango di fatti criminosi le pratiche normali dei movimenti, come descrive questo compagno di Bologna, inquisito nell’inchiesta Mastelloni del 1985/86:
“Siamo accusati, io ed altri 33, di aver fatto cose che mai nessuno avrebbe pensato potessero essere dei reati o segni di reati; come l’aver partecipato a manifestazioni o conferenze, o l’aver avuto parte organizzativa in riviste, radio locali o cooperative di movimento. Sembra che gli inquirenti abbiano passato mesi a spiarci (spendendo non poco denaro in nastri magnetici e in carta da rapporti) per scoprire cose che tutti sapevano e che nessuno si sarebbe mai sognato di nascondere”7.
Date simili premesse, capita spesso che le costruzioni accusatorie cadano come castelli di carta, o si ridimensionino fortemente.
Succede nel 2002 a Silvano Pellissero, con una condanna che esclude il terrorismo, e che prevede una pena più breve della carcerazione cautelare già subita. Succede agli imputati del processo “sud ribelle”, iniziato con venti arresti nel 2002 e concluso con le assoluzioni definitive del 2012. Succede ai No Tav, quando cade l’accusa di terrorismo nel “processo del compressore”, e spesso succede agli anarchici:
“le indagini aperte negli ultimi anni per associazione sovversiva ai danni di anarchici sono spesso cadute alla prova del processo: l’inchiesta “Ixodidae” di Trento ha portato ad un’assoluzione piena già in primo grado, l’operazione “Ardire” di Perugia è stata bocciata in sede di udienza preliminare con un “non luogo a procedere”, l’accusa di 270 bis nell’ambito del processo “Brushwood”, partito a Terni, non ha retto in appello, anche l’operazione “Mangiafuoco” a Bologna si è conclusa con un niente di fatto, infine nel 2012 sono stati assolti dal 270 bis anche 19 anarchici fiorentini gravitanti intorno a Villa Panico e Asilo Occupato”8.
Ma allora perché Procure e Tribunali si ostinano a utilizzare il 270bis, se i risultati finali sono così fallimentari?
In realtà il vecchio attrezzo, grazie al riferimento al terrorismo, serve eccome, perché permette di ampliare a dismisura gli strumenti di indagine a disposizione delle Procure, in termini di intercettazioni, pedinamenti, perquisizioni e, per il futuro prossimo, utilizzo dei Trojan di Stato.
L’ampiezza delle possibilità di indagine e della loro durata permette, come afferma Xenia Chiaramonte in riferimento alle inchieste sui No Tav, la “formazione di un sapere sul movimento, propedeutico oltre che al controllo preventivo anche alle dinamiche che porteranno ad altri e diversi processi”9
Il fatto che spesso non si arrivi a delle condanne viene compensato dalla possibilità di infliggere lunghe custodie cautelari in carcere (ossia l’incarceramento dell’imputato prima della sentenza definitiva), fatto che costituisce la regola e non l’extrema ratio come avviene per i reati comuni e può avere durata molto lunga (fino a 6 anni)10.
I reati che si richiamano al terrorismo offrono enormi possibilità di criminalizzazione mediatica, che sempre precede e accompagna questo tipo di inchieste, provocando danni duraturi sulle persone coinvolte al di là di ogni possibile assoluzione, seminando diffidenza e allontanamento della gente nei confronti dei loro gruppi e movimenti di appartenenza.
Infine questo tipo di accuse impegnano necessariamente le energie dei movimenti e dei gruppi nel contrasto alla criminalizzazione mediatica e giudiziaria, energie che vengono sottratte in questo modo alle lotte sociali, e tolgono gli arrestati dal vivo dell’attività politica per mesi o anni.
Pillole di attualità
Il 13 maggio a Bologna sette compagni e compagne del circolo anarchico “Il Tribolo” sono stati arrestat* e altr* cinque sottopost* ad obbligo di dimora con l’accusa abnorme di associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico.
Si tratta di compagni e compagne che si sono distint* nella solidarietà e nel sostegno ai detenuti, pienamente intern* al movimento anticarcerario trasversale che ha ricominciato ad esprimersi negli ultimi mesi nei presidi sotto il carcere Dozza e nelle iniziative in città.
Tutta l’operazione contro di loro assume caratteristiche di abnormità: dai pedinamenti con i droni (perché, con la caccia ai runners in via di esaurimento, in qualche modo bisognerà pure utilizzarli), all’irruzione nelle case dei carabinieri in tenuta antisommossa, con caschi e scudi (una tenuta da ordine pubblico, mai usata, che io sappia, per perquisizioni e prelievo di arrestati dal loro domicilio).
Abnormi i trasferimenti nelle sezioni di alta sicurezza di Piacenza, Alessandria, Ferrara, Vigevano.
Abnormi al confronto dell’unico reato specifico contestato: il danneggiamento di un ponte ripetitore, la cui attribuzione ovviamente è tutta da dimostrare, ma che ricorda, tristemente, montature di altri tempi in Val di Susa.
Ma è soprattutto il comunicato stampa della Procura che assume il ruolo di un documento politico, quando afferma il carattere preventivo dell’intervento “volto ad evitare che in eventuali ulteriori momenti di tensione sociale, scaturibili dalla particolare descritta situazione emergenziale, possano insediarsi altri momenti di più generale “campagna di lotta antistato”, in linea con la direttiva emanata dal ministro Lamorgese ai prefetti per prevenire il “manifestarsi di focolai di espressione estremistica”.
Un documento politico, quello della Procura, che contesta agli indagati la loro opposizione ai centri per la deportazione forzata dei migranti (CPR) ed il sostegno alle campagne anticarcerarie, considerando come fatti eversivi l’organizzazione di manifestazioni non preavvisate, le scritte sui muri, la realizzazione e diffusione di opuscoli, articoli e volantini.
Pratiche consuete e diffuse di tutti movimenti di lotta, da chi difende i territori dalle devastazioni ambientali, a chi si muove per affermare il diritto alla casa, al reddito, agli spazi sociali, alla dignità del lavoro.
Pratiche che ci appartengono, come ci appartengono quest* compagn*, che vanno difes*, sostenut*, liberat*.
La solidarietà è un’arma.
Chi volesse portare la propria solidarietà anche attraverso il sostegno economico alle compagne e ai compagni arrestat* a Bologna qui può trovare le coordinate per contribuire.
Per chi volesse scrivere alle compagne e ai compagni in carcere:
Elena Riva e Nicole Savoia, Str. delle Novate, 65, 29122 Piacenza.
Duccio Cenni e Guido Paoletti, Via Arginone 327, 44122, Ferrara.
Giuseppe Caprioli e Leonardo Neri, Strada statale 31, 50/A – Loc. San Michele – 15121 Alessandria (AL)
Stefania Carolei, Via Gravellona, 240, 27029 Vigevano, PV
Chi volesse rimanere aggiornato può seguire il blog della Rete bolognese anticarceraria.
Qui un’intervista a Radio Onda Rossa.
Note:
Finalmente è arrivata la fase due, e come promesso appaiono i primi timidi segnali di ritorno alla normalità.
Nella classifica dei ‘nemici pubblici della nazione’ cominciano a scendere verso il fondo della graduatoria i frequentatori di spiagge e giardinetti, gli appassionati di jogging e quelli che portano a spasso il cane, categorie che hanno calamitato negli ultimi due mesi gran parte dell’odio sociale e dell’arbitrio poliziesco.
Al loro posto in compenso ritorna in pole position un evergreen: gli anarchici sovversivi.
Una scelta che sa di tradizione, di un ritorno ai classici ed alle vecchie abitudini consolidate.
E questo non solo in tema di montature contro gli anarchici, di cui la storia offre esempi a piene mani, da Sole e Baleno a Valpreda, e ancor più a ritroso fino a Sacco e Vanzetti.
Ma anche per la riedizione aggiornata del vecchio arnese dei reati associativi e dello spauracchio del terrorismo.
Che è un po’ come dire:
“È vero, abbiamo prodotto innovazioni impensabili fino a pochi mesi fa.
A colpi di decreto abbiamo costretto metà del paese agli arresti domiciliari e l’altra metà al lavoro forzato.
Abbiamo trasformato le italiche strade in un’immensa fiera dello sbirro dove, in assenza di testimoni, ogni abuso è diventato lecito.
Abbiamo istigato milioni di persone (per la verità già predisposte) alla delazione, all’odio e all’aggressione contro il “folk devil” di turno, nascosto nei panni di ogni ignaro passante, potenziale untore in base alla mera appartenenza al genere umano.
Abbiamo sviluppato sistemi di tracciamento che permetteranno di immagazzinare su server gestiti da noi, o dai nostri appaltatori, i dati decriptabili sulle persone che ogni singolo abitante della penisola incontra durante il giorno. Sistemi che verranno accolti col plauso del Belpaese in nome della sicurezza sanitaria.
Abbiamo sospeso il diritto di sciopero.
Abbiamo ostacolato e represso con nuovi efficaci strumenti ogni forma di protesta di piazza, proibito ogni riunione in luogo pubblico o privato che potesse agevolarne l’organizzazione, additando le trasgressioni come un pericolo per la salute pubblica.
E lo abbiamo fatto [Geniale!] sventolando a giustificazione i dati sui morti che noi stessi abbiamo prodotto, dopo aver tagliato per 30 anni la sanità, dopo aver trasformato gli ospedali e le case di riposo in epicentri di contagio, e costretto milioni di persone ad assembrarsi ogni giorno sui luoghi di lavoro e di trasporto al lavoro.
In linea con quanto succedeva nel resto del mondo, abbiamo approfittato di una terribile epidemia per trasformare la penisola in un immenso esperimento di controllo sociale, dei cui risultati godremo in maniera permanente.
Ma non pensiate che tutto questo abbia soppiantato l’eredità teorica e pratica, la varietà dei dispositivi e la ricca strumentazione giuridica accumulata durante secoli di sviluppo del potere poliziale”1.
L’innovazione avveniristica che ha impresso in questi mesi un enorme salto di qualità alle tecniche di controllo e pacificazione2 si evolve sostenuta da solide e profonde radici, capaci di trarre ancora nutrimento dal positivismo giuridico, dal codice penale fascista e dalle stratificazioni di legislazioni emergenziali che si sono susseguite fino ad oggi dagli anni ’70 in poi.
Nessuno degli strumenti utilizzati nel corso della storia dai poteri costituiti, al fine di piegare individui, gruppi e popolazioni riottose, viene mai accantonato.
Ed è così che viene rispolverato dal cassetto, come un vecchio attrezzo ormai consunto dall’uso, l’art. 270bis del codice penale, il reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico, nel tentativo di accollarlo a sette anarchic* di Bologna, arrestati il 13 maggio scorso e deportati in varie carceri italiane in regime di alta sicurezza. Altr* cinque vengono attualmente sottopost* all’obbligo di dimora.
Pillole di storia
Evoluzione del fascistissimo art. 270 ereditato dal codice Rocco, che punisce l’associazione sovversiva semplice, l’art. 270bis entra a far parte della famiglia dei reati associativi grazie alla Legge Cossiga del 1980, col fine specifico di colpire i movimenti di lotta.
Viene usato per la prima volta (retroattivamente) nel processo 7 aprile contro l’Autonomia Operaia3, e poi in maniera intensiva per buona parte degli anni ’80.
Nel 1998 serve a condurre al suicidio Sole e Baleno, e a portare in giudizio Silvano Pellissero, nel primo processo contro l’opposizione al TAV in Val di Susa4.
Lo ritroviamo in seguito nel processo “sud ribelle” per le manifestazioni contro il Global Forum ed il G8 di Napoli e Genova del 2001, ed è utilizzato ancora contro i No Tav nel 2012, e numerose volte contro gli anarchici.
La duttilità dello strumento in mano alle Procure sta nel fatto che, per trovarselo sul gobbo, non occorre la presenza di armi, o la formazione di un gruppo clandestino, e neppure la realizzazione di atti effettivamente idonei a terrorizzare alcuno, o di tale portata da sovvertire realmente l’ordine costituito.
Perché “gli atti concreti non sono importanti, ciò che conta è individuare il fine ultimo, quindi stabilire nessi logici, interpretare la personalità e le convinzioni delle persone sospette, sì da rinvenire la “fattispecie terroristica”5.
Il 270bis agevola la moltiplicazione di teoremi giudiziari fondati su congetture contorte che trasformano insiemi di fatti spesso leciti, o di illeciti lievi, in gravissime ipotesi di reato, fondando castelli accusatori sulla base della personalità e del credo politico del ‘reo’, valutando quindi “non l’offensività del fatto, ma la “nemicità” di chi l’ha commesso. Si può parlare a tal proposito anche di “diritto penale d’autore”, nel senso che più del fatto conta l’autore e il ruolo che il suo livello di politicizzazione ha giocato nella commissione del reato”6.
All’interno dei teoremi assurgono al rango di fatti criminosi le pratiche normali dei movimenti, come descrive questo compagno di Bologna, inquisito nell’inchiesta Mastelloni del 1985/86:
“Siamo accusati, io ed altri 33, di aver fatto cose che mai nessuno avrebbe pensato potessero essere dei reati o segni di reati; come l’aver partecipato a manifestazioni o conferenze, o l’aver avuto parte organizzativa in riviste, radio locali o cooperative di movimento. Sembra che gli inquirenti abbiano passato mesi a spiarci (spendendo non poco denaro in nastri magnetici e in carta da rapporti) per scoprire cose che tutti sapevano e che nessuno si sarebbe mai sognato di nascondere”7.
Date simili premesse, capita spesso che le costruzioni accusatorie cadano come castelli di carta, o si ridimensionino fortemente.
Succede nel 2002 a Silvano Pellissero, con una condanna che esclude il terrorismo, e che prevede una pena più breve della carcerazione cautelare già subita. Succede agli imputati del processo “sud ribelle”, iniziato con venti arresti nel 2002 e concluso con le assoluzioni definitive del 2012. Succede ai No Tav, quando cade l’accusa di terrorismo nel “processo del compressore”, e spesso succede agli anarchici:
“le indagini aperte negli ultimi anni per associazione sovversiva ai danni di anarchici sono spesso cadute alla prova del processo: l’inchiesta “Ixodidae” di Trento ha portato ad un’assoluzione piena già in primo grado, l’operazione “Ardire” di Perugia è stata bocciata in sede di udienza preliminare con un “non luogo a procedere”, l’accusa di 270 bis nell’ambito del processo “Brushwood”, partito a Terni, non ha retto in appello, anche l’operazione “Mangiafuoco” a Bologna si è conclusa con un niente di fatto, infine nel 2012 sono stati assolti dal 270 bis anche 19 anarchici fiorentini gravitanti intorno a Villa Panico e Asilo Occupato”8.
Ma allora perché Procure e Tribunali si ostinano a utilizzare il 270bis, se i risultati finali sono così fallimentari?
In realtà il vecchio attrezzo, grazie al riferimento al terrorismo, serve eccome, perché permette di ampliare a dismisura gli strumenti di indagine a disposizione delle Procure, in termini di intercettazioni, pedinamenti, perquisizioni e, per il futuro prossimo, utilizzo dei Trojan di Stato.
L’ampiezza delle possibilità di indagine e della loro durata permette, come afferma Xenia Chiaramonte in riferimento alle inchieste sui No Tav, la “formazione di un sapere sul movimento, propedeutico oltre che al controllo preventivo anche alle dinamiche che porteranno ad altri e diversi processi”9
Il fatto che spesso non si arrivi a delle condanne viene compensato dalla possibilità di infliggere lunghe custodie cautelari in carcere (ossia l’incarceramento dell’imputato prima della sentenza definitiva), fatto che costituisce la regola e non l’extrema ratio come avviene per i reati comuni e può avere durata molto lunga (fino a 6 anni)10.
I reati che si richiamano al terrorismo offrono enormi possibilità di criminalizzazione mediatica, che sempre precede e accompagna questo tipo di inchieste, provocando danni duraturi sulle persone coinvolte al di là di ogni possibile assoluzione, seminando diffidenza e allontanamento della gente nei confronti dei loro gruppi e movimenti di appartenenza.
Infine questo tipo di accuse impegnano necessariamente le energie dei movimenti e dei gruppi nel contrasto alla criminalizzazione mediatica e giudiziaria, energie che vengono sottratte in questo modo alle lotte sociali, e tolgono gli arrestati dal vivo dell’attività politica per mesi o anni.
Pillole di attualità
Il 13 maggio a Bologna sette compagni e compagne del circolo anarchico “Il Tribolo” sono stati arrestat* e altr* cinque sottopost* ad obbligo di dimora con l’accusa abnorme di associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico.
Si tratta di compagni e compagne che si sono distint* nella solidarietà e nel sostegno ai detenuti, pienamente intern* al movimento anticarcerario trasversale che ha ricominciato ad esprimersi negli ultimi mesi nei presidi sotto il carcere Dozza e nelle iniziative in città.
Tutta l’operazione contro di loro assume caratteristiche di abnormità: dai pedinamenti con i droni (perché, con la caccia ai runners in via di esaurimento, in qualche modo bisognerà pure utilizzarli), all’irruzione nelle case dei carabinieri in tenuta antisommossa, con caschi e scudi (una tenuta da ordine pubblico, mai usata, che io sappia, per perquisizioni e prelievo di arrestati dal loro domicilio).
Abnormi i trasferimenti nelle sezioni di alta sicurezza di Piacenza, Alessandria, Ferrara, Vigevano.
Abnormi al confronto dell’unico reato specifico contestato: il danneggiamento di un ponte ripetitore, la cui attribuzione ovviamente è tutta da dimostrare, ma che ricorda, tristemente, montature di altri tempi in Val di Susa.
Ma è soprattutto il comunicato stampa della Procura che assume il ruolo di un documento politico, quando afferma il carattere preventivo dell’intervento “volto ad evitare che in eventuali ulteriori momenti di tensione sociale, scaturibili dalla particolare descritta situazione emergenziale, possano insediarsi altri momenti di più generale “campagna di lotta antistato”, in linea con la direttiva emanata dal ministro Lamorgese ai prefetti per prevenire il “manifestarsi di focolai di espressione estremistica”.
Un documento politico, quello della Procura, che contesta agli indagati la loro opposizione ai centri per la deportazione forzata dei migranti (CPR) ed il sostegno alle campagne anticarcerarie, considerando come fatti eversivi l’organizzazione di manifestazioni non preavvisate, le scritte sui muri, la realizzazione e diffusione di opuscoli, articoli e volantini.
Pratiche consuete e diffuse di tutti movimenti di lotta, da chi difende i territori dalle devastazioni ambientali, a chi si muove per affermare il diritto alla casa, al reddito, agli spazi sociali, alla dignità del lavoro.
Pratiche che ci appartengono, come ci appartengono quest* compagn*, che vanno difes*, sostenut*, liberat*.
La solidarietà è un’arma.
Chi volesse portare la propria solidarietà anche attraverso il sostegno economico alle compagne e ai compagni arrestat* a Bologna qui può trovare le coordinate per contribuire.
Per chi volesse scrivere alle compagne e ai compagni in carcere:
Elena Riva e Nicole Savoia, Str. delle Novate, 65, 29122 Piacenza.
Duccio Cenni e Guido Paoletti, Via Arginone 327, 44122, Ferrara.
Giuseppe Caprioli e Leonardo Neri, Strada statale 31, 50/A – Loc. San Michele – 15121 Alessandria (AL)
Stefania Carolei, Via Gravellona, 240, 27029 Vigevano, PV
Chi volesse rimanere aggiornato può seguire il blog della Rete bolognese anticarceraria.
Qui un’intervista a Radio Onda Rossa.
Note:
- Il termine è usato nell’accezione di M. Neocleous che definisce come ‘poliziale’ una vasta gamma di poteri aventi come funzione la fabbricazione coercitiva dell’ordine sociale.
- Il termine ‘pacificazione’ è usato nell’accezione di M. Neocleous, nel senso di ridurre con vari mezzi una popolazione conflittuale ad una sottomissione pacifica.
- Per approfondire: Dario Fiorentino, Xenia Chiaramonte, Il caso 7 aprile. Il processo politico dall’Autonomia Operaia ai No Tav, Mimesis, 2019, pp.52/64.
- Tobia Imperato, Le scarpe dei suicidi . Baleno Sole e Silvano e gli altri, Autoproduzioni Fenin!, Torino 2003, p. 193.
- Luther Blisset Project, Nemici dello Stato. Criminali, “mostri” e leggi speciali nella società di controllo, capitolo 2.
- Prison Break Project, Costruire evasioni. Sguardi e saperi contro il diritto penale del nemico, Edizioni Bepress, 2017, p.109.
- Dalla guerriglia semiotica al carcere speciale, in “Senza censura”, aprile-maggio 1986.
- Prison Break Project, op. cit, p. 133.
- Xenia Chiaramonte, Governare il conflitto. La criminalizzazione del movimento No Tav, Meltemi, 2019.
- Prison Break Project, op. cit, p. 108.
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