Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Svizzera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Svizzera. Mostra tutti i post

27/01/2026

Guappo ‘e cartone

I governi parafascisti hanno tutti molti tratti in comune. Sono violentissimi con i deboli, ossequiosi con i forti, falsi e bugiardi sempre, pronti a magnificarsi oltre il ridicolo – Trump è l’esempio più attuale, i fondali di cartone di Mussolini uno più antico – e a negare anche l’evidenza davanti ai problemi.

Negli ultimi giorni il governo Meloni ha inanellato una serie di spropositi che coprono quasi l’intero arco delle possibilità.

La sagra del celodurismo

La strage di Crans-Montana è una tragedia che nessuno dovrebbe provare a strumentalizzare, ma la tentazione è stata irresistibile. Il fatto che lì siano morti sei ragazzi italiani, ed altri siano ricoverati in ospedale con ustioni che ne condizioneranno la vita, è stato preso come l’occasione giusta per una campagna di celodurismo law and order a costo quasi zero (il teatro è un altro paese, in concreto non bisogna fare quasi nulla).

L’innesco “drammatizzante” è stato offerto dalla scarcerazione su cauzione di Jacques Moretti, il titolare del locale. Un imprenditore carogna indistinguibile dalle migliaia che in Italia e altrove “risparmiano” sulle misure di sicurezza producendo un migliaio di morti l’anno sul lavoro, oppure che sofisticano gli alimenti o sversano i loro residui industriali nelle acque avvelenandoci. Dipendesse da noi, nessuna pietà...

Il problema è che non dipende da noi e neanche dal governo italiano. La regola base delle relazioni internazionali è che ogni paese decide le proprie regole, sia sul piano delle procedure penali sia su quello del sistema sanzionatorio. Nessun paese, infatti, pretende di venire a decidere come in Italia si debbano fare le indagini o quantificare le pene (soltanto gli Usa godono di questo trattamento speciale, come si è visto per la strage del Cermis).

Per questa scarcerazione, invece, il governo Meloni ha ritirato l’ambasciatore in Svizzera fin quando non verrà avviata una «effettiva collaborazione» tra le autorità giudiziarie di Italia e Svizzera e creata una «squadra investigativa comune» per le indagini sull’incendio del locale Le Constellation di Crans-Montana.

Come se quella strage fosse “cosa nostra” e si temesse un “trattamento di favore” per gli imputati casalinghi+... Lì, bisogna ricordare, sono morti anche nove ragazzi francesi (che non hanno però chiesto altro che “indagini rapide e severe”) e soprattutto ventuno giovani elvetici, com’era peraltro logico visto il teatro della tragedia.

Aprire un incidente diplomatico serio su queste basi ha un senso solo se tutto interno al nostro paese: mostrare che abbiamo un governo “duro”, giustificare le continue strette “sull’ordine pubblico”, il parossistico aumento delle fattispecie di reato (avevano cominciato con i rave party, del resto) e l’aggravamento delle pene.

Neanche hanno avuto un attimo di riflessione sul fatto che la “lassista” o “furbetta” Svizzera presenta dati sulla criminalità interna infinitamente inferiori a quelli di qualsiasi regione italiana, anche se il massimo della pena – cioè l’equivalente del nostrano ergastolo – è fissato in... dieci anni.

Neanche un sospetto di star realizzando un autogol quando si costringe il presidente della Repubblica del primo paese in Europa a darsi regole democratico-liberali e confederali a ricordarci che lì c’è “la divisione dei poteri e il governo non può interferire con il lavoro della magistratura”.

Chiaro insomma che la levata di scudi contro Berna è stata pensata come momento della campagna referendaria sulla “riforma della giustizia” e come accompagnamento delle strette securitarie in atto.

La sagra della complicità

A Ramallah, capoluogo formale dello Stato palestinese in Cisgiordania ma occupato da Israele, un colono – ossia un civile, un “privato cittadino” senza nessuna autorità – ha costretto due carabinieri italiani in missione diplomatica per conto della UE nella zona di competenza dell’autorità palestinese (sopralluogo di preparazione per una visita di parlamentari) a inginocchiarsi davanti a lui e rispondere a domande ad libitum. L’argomento usato era un fucile mitragliatore puntato in faccia, non gentile ma convincente...

Stringendo molto. Quel colono è un occupante illegale, che Israele dovrebbe teoricamente tener lontano da quei luoghi e quindi anche dal personale diplomatico-militare in visita. Che abbia potuto tranquillamente aggredire due militari “nostri” senza essere neanche arrestato successivamente... questo sì che è un episodio di gravità tale da richiedere il richiamo dell’ambasciatore da Tel Aviv.

E invece il ministero degli esteri – il prode Tajani – si è limitato a convocare l’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, noto per le sue continue interferenza nella politica interna e nella legislazione italiana, per “esprimere il forte disappunto e la dura protesta dell’Italia per quanto accaduto”.

Peled, come ovvio, ha “espresso rincrescimento per l’incidente e ha indicato che il suo Governo provvederà a effettuare le opportune indagini su quanto accaduto”. Finirà come per tutte le altre “indagini” ufficialmente aperte dal governo Netanyahu su singoli episodi del genocidio ancora in corso a Gaza. Sepolte con le ruspe nella sabbia del deserto o nelle fosse comuni.

Qui nessuna fanfara, dunque. Solo la sommessa raccomandazione dei complici: “se proprio devi sfogarti, non farlo anche con noi, dài...”

P.s. Si è saputo solo dopo che non si trattava di un colono, ma direttamente dell’esercito israeliano. Il che è ovviamente molto peggio, per il governo di casa nostra...

La sagra del servilismo

La comica finale, per ora, arriva però da Milano che si appresta ad aprire le Olimpiadi invernali. Qui il quasi mai brillante presidente regionale, il leghista Attilio Fontana, ha confermato quella voce che circolava da giorni e che il ministro Piantedosi aveva “fermamente smentito”. Sì, i killer dell’ICE statunitense saranno presenti in città, “ma soltanto per controllare il vicepresidente americano Vance e il segretario di Stato Rubio, quindi sarà soltanto in misura difensiva”.

Il Viminale ha cercato di smentire nuovamente, ma con effetti suicidi: “non risulta, al momento, che agenti di Ice Usa vengano al seguito della delegazione americana al fine di scortarla” poiché “la composizione della scorta Usa, infatti, non è stata ancora comunicata dalle loro autorità”.

Non ne sappiamo nulla, in pratica, perché gli americani da noi fanno come gli pare e non hanno neanche bisogno di darci per tempo le liste degli uomini armati che seguiranno personalità ed atleti...

Diciamo la verità: la preoccupazione in fondo è minima, perché appare davvero lunare che le bestie dell’ICE, appena decapitate con “l’esonero” di Greg Bovino, possano apparire nelle strade di Milano applicando il loro “stile Minneapolis”. C’è però da ricordare che l’ICE da anni è già presente in Italia, con un ufficio accreditato, e collabora con l’europea Frontex nel “contrasto all’immigrazione clandestina”, ma nessuno se ne era accorto.

Però il fatto un consistente gruppo dell’“agenzia” venga direttamente qui a protezione del vice-presidente e del ministro degli esteri Usa dimostra che l’ICE è effettivamente una “milizia personale” dell’amministrazione, più fedele e “sicura” persino della Cia e dell’Fbi. Una milizia con metodi da Gestapo – dicono negli States – che il nostro governo accoglie preoccupandosi di sminuirne la presenza. Fino ad arrampicarsi sugli specchi più fragili... 

Le tre diverse figure di Meloni & co. qui accennate sono organicamente complementari. Non avendo alcun ruolo “sovrano” nel mondo, devono inventarsene uno cambiando sceneggiatura e narrativa ogni giorno, piegandosi davanti a chi comanda, imbruttendo a chi viene ritenuto più debole (ma se la Svizzera minacciasse di rivelare quanti e quali conti sono stati aperte nelle sue banche da personalità del centrodestra probabilmente si abbasserebbero le penne anche in questo caso).

Scimmiottando la postura militaresca mussoliniana, ma in tempi assai meno favorevoli per i “nazionalisti minori”, è inevitabile finire per somigliare a un “guappo” – sì – ma della stessa materia dei fondali dipinti alzati per impressionare gli ospiti. Cartone, insomma... 

Fonte

03/01/2026

Prime malefatte con vecchi peccatori: il ‘caso Baud’

Svizzera sotto accusa Ue

«Jacques Baud è un colonnello in pensione dello Stato Maggiore dell’Esercito svizzero ed ex analista strategico specializzato in intelligence e antiterrorismo. L’UE ha sanzionato l’ex colonnello svizzero Jacques Baud per aver promosso sui media russi narrazioni cospirative e false affermazioni sulla guerra in Ucraina. Sanzioni che Baud ha deciso di contestare», scrive Elena Servettaz su suwissinfo.ch. La Gazzetta ufficiale dell’UE afferma che Baud ha agito «come portavoce della propaganda filorussa e fautore di teorie cospirative». Tra le persone prese di mira dall’UE ci sono cinque esperti associati al Valdai Club, un forum internazionale con sede in Russia a cui Vladimir Putin interviene annualmente.

Valdai Club e sovversivi alla Prodi

Il think tank ‘Valdai Club’, ospita regolarmente figure politiche, analisti e giornalisti internazionali, ma le ricerche più recenti indicano partecipanti stranieri sanzionati dall’UE per propaganda, suggerendo che gli ospiti italiani non sono centrali delle notizie attuali, sebbene la partecipazione italiana esista (spesso di esponenti di centro-destra o esperti di relazioni Russia-Italia) in eventi passati e attuali, come conferenze e dibattiti sulla geopolitica. Ad esempio Romano Prodi che stato un ospite regolare partecipando attivamente a discussioni e forum, soprattutto in contesti italo-russi. ‘Prodi sovversivo’ e chi lo sostiene si qualifica.

Svizzera e Unione europea

Finora la Svizzera ha seguito la linea dell’UE sulle sanzioni contro la Russia, che si applicano a oltre 2600 persone ed entità. La Svizzera, tuttavia, non adotta le misure dell’UE che riguardano le cosiddette ‘attività destabilizzanti’, e quindi non applicherà sanzioni a Baud. A complicare il pasticcio internazionale, non è chiaro neppure se Baud sia residente in Svizzera. Secondo il sito media svizzero ‘24 heures’, Baud vive a Bruxelles e il suo attuale editore principale, è francese. Ilya Shumanov, socio dirigente di TriTrace Investigations ed ex capo di Transparency International Russia, afferma che Baud è residente in Svizzera, e ciò renderebbe difficile il monitoraggio dei suoi spostamenti nei Paesi limitrofi, i confini con Francia, Italia e Germania.

Dai servizi segreti a commentatore controverso

Dal 1983 al 1990, Baud ha lavorato per il Servizio di intelligence strategica svizzero, monitorando le forze militari in Europa orientale e in altre regioni durante la Guerra fredda, quando l’Europa era divisa tra Est e Ovest. Le sue analisi sugli affari correnti ‘sono sempre state controverse’, nella versione ufficiale svizzera. Pochi giorni prima della pubblicazione della nuova lista di sanzioni, Baud ha sostenuto che «l’Europa non ha ancora capito che il conflitto ucraino finirà alle condizioni della Russia». Una opinione molto diffusa anche nei dintorno della Casa Bianca. A fine dicembre Jacques Baud ha comunicato che contesterà all’Unione europea le sanzioni che gli sono state inflitte sul conflitto in Ucraina.

Alla scoperta delle ragioni dell’Europa

Dunque, le sanzioni europee contro Jacques Baud, segnano di fatto un passaggio decisivo molto forte. Per la prima volta, un’analisi viene trattata come una minaccia alla sicurezza di un Paese terzo. Non attraverso l’uso di falsità comunque da definire, ma perché giudicata ‘ideologicamente deviante’. Sotto accusa le opinioni! E peggio, la decisione non nasce da un tribunale, ma da un atto politico-amministrativo sostenuto dalle istituzioni europee sotto l’impulso di Kaja Kallas. Il messaggio è esplicito: non si puniscono gli errori, ma le interpretazioni non allineate. Fine dell’Europa del Diritto.

Il silenzio della stampa italiana

Ancora più significativo è stato il comportamento dei media italiani di fronte a questo caso. Salvo rare eccezioni, ha prevalso il silenzio. Pochissimi giornali si sono interrogati sui modi delle valutazioni trasformate in sentenze, sulla legittimità delle sanzioni, sulla loro compatibilità con la libertà di espressione o sul precedente che creano. La maggior parte si è limitata a riprendere le versioni ufficiali, rinunciando a qualsiasi analisi critica. L’accettazione passiva di un meccanismo di chiara e clamorosa censura politica. Una informazione non come contropotere, ma parte dell’ingranaggio, denunciano in pochi.

Televisione ‘tribunale morale’

La deriva non riguarda solo la stampa scritta. Peggio i talk show televisivi italiani «che hanno contribuito a creare un clima di sospetto permanente», denuncia Giuseppe Gagliano. «Gli stessi ‘esperti autorizzati’ occupano stabilmente i palinsesti, mentre le voci discordanti vengono interrotte, messe sotto accusa, costrette a giustificare non le proprie argomentazioni, ma le proprie intenzioni. Il confronto viene sostituito dall’interrogatorio morale». Che questi personaggi vengano proposti impunemente al grande pubblico senza neanche una nota a margine perché si sappia che il loro giudizio è viziato dalla propaganda e la loro opinione può dunque essere manipolatoria è un’anomalia tutta italiana.

Così come è difficile trovare esempi in altri paesi civili di una così massiccia presenza in talk show e trasmissioni varie di propagatori di verità alternative, alterate e plateali falsi storici, diffusi e ripetuti senza uno straccio di contraddittorio, in virtù di un presunto diritto di parola universale, trasformato per l’occasione in un italianissimo diritto alla menzogna.

Uniformità informativa ad alto costo

Sul piano militare, la ripetizione dell’idea di un nemico al collasso confonde il desiderio con l’intelligence. L’editoriale prende il posto dell’analisi strategica, con il rischio di decisioni fondate su percezioni distorte. «Ma il punto più inquietante è il paradosso finale», sottolinea InsideOver.

Difendere la democrazia rinunciando ad applicarla

Nel tentativo di difendere la democrazia, l’Unione europea adotta pratiche sempre più illiberali. E una parte rilevante dell’informazione italiana, invece di interrogare questa deriva, la accompagna per conformismo, militanza o timore dell’isolamento professionale. A forza di voler vincere la guerra delle narrazioni, l’Europa rischia di perdere quella della credibilità. E senza credibilità, nessuna strategia – militare, economica o politica – può reggere a lungo.

Fonte

28/12/2025

Caso Baud, l’UE cancella anche lo Stato di diritto

Sottolineiamo spesso lo scarto enorme tra i “valori dichiarati” dal neoliberismo occidentale e la realtà delle su azioni pratiche. Il “doppio standard” seguito in tutte le vicende internazionali, e ora anche interne, fa collezionare ormai una infinità di casi.

Quello delle sanzioni “europee” erogate contro un colonnello svizzero – giuridicamente fuori dall’Unione Europea, ma certo non appartenente ad un paese “nemico” come gli oligarchi o i generali russi – è però più una prova della rottura totale della UE con i fondamentali di uno “Stato di diritto”. Quindi anche con la pretesa di essere una struttura “democratica”. In generale il varo di “sanzioni” è una iniziativa illegittima secondo il diritto internazionale.

L’unico soggetto che potrebbe erogarle è infatti l’Onu, un organismo “super partes” che tiene insieme tutti gli Stati del Pianeta. L’abitudine degli ultimi decenni, da parte euro-atlantica, è stata ovviamente molto diversa, imponendo l’arbitrio basato sull’uso della forza e “condito” con formulazioni da legulei a digiuno di giurisprudenza.

Ma è chiaro che ormai la foia guerrafondaia è tale da far perdere il senno a dei minus habens come gli attuali “vertici” europei. Abituati – insieme agli Usa – a decidere atti unilaterali contro persone e popoli considerati “inferiori”, procedono con la stessa supponenza anche al proprio interno, “rottamando” in un attimo il quadro “narrativo” e giuridico che dicono di voler imporre come “giusto”.

Lasciamo su questo volentieri la parola a chi se ne è occupato da un punto di vista rigorosamente democratico.

*****

di Francesco Sylos Labini

Nelle democrazie costituzionali, come l’Italia, vige un principio fondamentale: nessuno può essere punito o privato dei propri diritti senza una decisione di un giudice, pronunciata in seguito a un giusto processo. Questo è garantito dagli articoli 24 e 25 della Costituzione italiana, nonché dall’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Fin da piccoli ci è stato insegnato che la democrazia liberale si fonda sulla separazione dei poteri – esecutivo, legislativo e giudiziario – sulla tutela delle minoranze contro l’arbitrio della maggioranza, sul pluralismo politico e sul pieno rispetto delle libertà individuali e collettive, a partire da quella di espressione.

Una democrazia costituzionale non può esistere senza Stato di diritto, cioè senza il principio per cui tutti, cittadini e istituzioni, sono soggetti alla legge che dev’essere chiara, accessibile, prevedibile e applicata in modo imparziale da un potere giudiziario indipendente. Per questo motivo, lo Stato di diritto dovrebbe costituire un pilastro essenziale dell’Unione Europea, fondamento del suo funzionamento democratico e garanzia concreta dei valori di giustizia, uguaglianza e rispetto dei diritti umani.

La vicenda delle sanzioni contro Jacques Baud, ex colonnello dei servizi segreti svizzeri, evidenzia con chiarezza il cedimento dell’architettura dello Stato di diritto in ambito europeo. La Commissione europea lo ha inserito in una lista di sanzioni individuali senza alcuna accusa formale, senza processo, senza possibilità di difesa. Una decisione in aperta violazione dei principi fondamentali che dovrebbe garantire ogni ordinamento democratico.

Il motivo è di aver espresso opinioni critiche sulla Nato e sulla guerra in Ucraina, citando – tra l’altro – una dichiarazione del 2019 di un funzionario ucraino. In sostanza, è accusato di “propaganda filorussa”.

Leggendo i suoi libri non solo ho trovato un’analisi informata e rigorosa dei conflitti in corso, ma ho anche compreso il senso più profondo del lavoro di intelligence: un’attenta analisi delle fonti, dei fatti, e delle loro conseguenze strategiche. Le lezioni sono semplici ma essenziali: per risolvere un conflitto occorre comprenderne le cause profonde, e trovare una strada in cui le ragioni di entrambe le parti vengano riconosciute e affrontate. Esattamente ciò che si è cercato in ogni modo di evitare nel conflitto russo-ucraino.

Nel caso Baud non c’è stata alcuna accusa legale di violazione di una legge specifica, nessun giudice, nessun processo, nessun diritto alla difesa, nessuna trasparenza. Ventisette ministri europei, o loro delegati, hanno votato a porte chiuse a Bruxelles per annientare la vita di una persona colpevole solo di aver espresso opinioni sgradite.

Baud risiede attualmente a Bruxelles, ma non può rientrare in Svizzera, non ha accesso ai propri conti bancari, non può acquistare cibo o medicine, né ricevere assistenza da terzi: anche se l’accesso ai beni di prima necessità sarebbe un diritto umano fondamentale in questo caso è negato.

Una simile punizione non esiste in nessun ordinamento democratico: si tratta di un atto politico arbitrario, privo di ogni garanzia, che ha cancellato da un giorno all’altro ogni possibilità di sostentamento per una persona. Stabilire se un cittadino ha commesso un reato e comminare una pena è responsabilità esclusiva del potere giudiziario, che deve agire in modo indipendente e secondo la legge. Non dell’esecutivo. E tanto meno sulla base delle sue opinioni personali dato che nessuna legge vigente sembra essere stata violata.

Persino Mussolini, pur nel pieno del suo autoritarismo, si preoccupò di istituire “tribunali speciali” per dare almeno una parvenza di legalità alle sue repressioni. Oggi l’UE nemmeno finge: le sanzioni vengono comminate per via esecutiva, senza alcun controllo giudiziario.

Il caso Baud rappresenta dunque un pericoloso spartiacque. Non solo per il trattamento riservato a un singolo individuo, ma per ciò che implica sul piano dei principi. Segna un cambio radicale nell’approccio dell’UE verso il dissenso e la libertà di espressione, e soprattutto sancisce la dissoluzione dello Stato di diritto, uno dei pilastri su cui si fondava il progetto europeo.

E quando la separazione dei poteri viene meno, e l’esecutivo si arroga il diritto di punire individui senza processo, non siamo più di fronte a una democrazia liberale, ma stiamo scivolando verso un regime autoritario centralizzato. Un sistema in cui sopravvivono solo elementi formali di democrazia, ma in cui manca il reale pluralismo politico, le libertà civili sono compresse, e il potere si concentra nelle mani di un’élite non direttamente legittimata dal voto.

In un simile contesto, la paura delle idee non è solo un cattivo segnale: è l’indicatore più chiaro della fine del confronto democratico.

Fonte

18/12/2025

Caccia alle streghe in Germania e Italia. Chi parla di pace è un “agente nemico”

Cominciano a diventare frequenti gli episodi, gravi quanto inquietanti, che stanno conformando il clima bellicista che sta investendo l’Europa. Gli ultimi due episodi riguardano la Germania e l’Italia, due paesi il cui passato negli anni Trenta e in contesti pre-bellici mette ancora i brividi.

La dicotomia “amico-nemico” caratteristica dei periodi di guerra, ormai dilaga nel dibattito pubblico, nella vita politica e nel lavorìo degli apparati di intelligence.

In una Germania attraversata da un furore bellicista che non si vedeva da quasi un secolo, chiunque osi contrastare la macchina del riarmo (il Bundestag si accinge ad approvare spese militari per un valore di 52 miliardi di euro) viene subito etichettato come traditore della patria o, peggio, come “agente di Putin”.

Ma se Berlino piange Roma non ride, in quanto qualcosa di simile sta accade anche in Italia verso chi critica la linea intransigente sul conflitto in Ucraina.

In Germania, Finch, un popolarissimo rapper, è finito sotto tale accusa per aver pubblicato un brano antimilitarista dal titolo “No Desire for War”. Il 13 dicembre scorso Finch ha pubblica le prime scene della sua nuova canzone “Kein Bock auf Krieg” sui social media. Apriti cielo!

Il video di Finch lascia scorrere le immagini di bambini in uniforme militare che cantano in coro, diretti da una figura che, per postura e acconciatura, ricorda piuttosto esplicitamente il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Il brano è un chiaro atto di contestazione contro l’indottrinamento militarista.

Il rapper è finito nel mirino di un alto ufficiale della Bundeswehr, Marcel Bohnert, che è intervenuto in modo aggressivo nel dibattito pubblico commentandolo come “Grandioso. I volenterosi aiutanti di Putin – e il Cremlino balla”.

Bohnert è l’addetto alla comunicazione dell’apparato militare e dunque non si tratta di un militare qualunque, ma di una figura di collegamento tra i vertici delle forze armate e le nuove strategie di propaganda avviate massicciamente in Germania anche per incentivare la leva militare tra i giovani. Sullo sfondo si materializza la crisi economica che ormai da anni attanaglia quella che era la “locomotiva d’Europa”.

La scorsa settimana migliaia di studenti tedeschi sono scesi in piazza in decine di città proprio contro le misure tese a reintrodurre la leva.

La caccia alle streghe lanciata dall’Unione Europea, si è estesa anche alla neutrale Svizzera, dove Jacques Baud, un ex colonnello dell’esercito e analista militare, nonché esperto di intelligence e terrorismo, è stato sottoposto a sanzioni dalla Ue perché accusato di “agire come portavoce della propaganda pro-russa e formulare teorie complottiste” e soprattutto di essere “responsabile di porre in atto o sostenere azioni o politiche imputabili al governo della Federazione Russa che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di un paese terzo (l’Ucraina) facendo ricorso alla manipolazione dell’informazione”.

Le sanzioni consistono nel congelamento di eventuali beni mobili e immobili del colonnello – e di altre persone colpite con lo stesso “ukaze” – sul territorio dell’Unione Europea, nel divieto di viaggio e transito nell’UE, nonché nella proibizione per cittadini e imprese UE di mettere a sua disposizione fondi, attività finanziarie o concedere risorse economiche. In pratica Baud non potrà, sul territorio UE, neanche fare la spesa, andare da un medico, ecc.

La Svizzera, per sua fortuna, non aderisce alle sanzioni dell’UE, ma di fatto il colonnello diventa “prigioniero” nel suo paese. Ma appare chiarissimo che in questo modo la UE sta mandando un messaggio terroristico a tutti coloro che fanno informazione: mettere in discussione la “narrazione ufficiale sull’Ucraina è un grosso rischio…

Anche in Italia le cose stanno peggiorando, di brutto.

Dopo le liste di proscrizione contro i “putiniani” del Corriere della Sera di tre anni fa, sono arrivate le campagne di caccia alle streghe da parte di Calenda o dei radicali di +Europa che hanno recentemente colpito il prof. Angelo D’Orsi. A marzo del 2024 il senatore renziano e membro del Copasir Enrico Borghi ha proposto l’istituzione di un’Agenzia contro la disinformazione e per la sicurezza cognitiva.

Ultima in ordine di tempo è l’accusa sottotraccia anche nei confronti di Lucio Caracciolo. La stampa di destra ha preso spunto dalle dimissioni di due membri del comitato scientifico della rivista Limes, per adombrare sospetti di filo-putinismo anche contro il fondatore e direttore di Limes, le cui ruvide analisi hanno spesso mandato in tilt i guerrafondai “de noantri”.

Prima di lui erano finiti nel mirino il prof. Alessandro Orsini, Marco Travaglio, lo street artist Yorit.

In una lettera aperta a Caracciolo pubblicata dal quotidiano Italia Oggi, l’ex sindacalista ed ex Pci Michele Magno non ci gira tanto intorno: “Ammetterà che a qualcuno possa venire il sospetto (non a chi le scrive, per carità) che dietro la sua tesi maestra della ‘guerra per procura’… ci sia lo zampino del Cremlino”, scrive Magno. Non sorprende che lo stesso Magno sia un fervido sostenitore del Ddl Delrio e un acerrimo avversario del movimento di solidarietà con la Palestina.

Ci sono poi riviste online finanziate dall’Unione Europea come Linkiesta, che da tempo vanno a caccia e attaccano docenti universitari o ricercatori per stanare i “filoputiniani”. A fine novembre hanno addirittura pubblicato la “mappa italiana dei propagandisti filorussi” elaborata dai segugi di Europa Radicale. Anche in questo caso si manifesta la coincidenza con il fatto che Linkiesta sia una pubblicazione anche filo-israeliana e ostile ai movimenti pro-Palestina.

Significativa la spiegazione che viene offerta da questa volenterosa organizzazione della caccia alle streghe.

Scrive infatti Linkiesta del 25 novembre: “La lotta contro la “peste putiniana” sarà sempre più dura e difficile: gli Stati dell’Unione europea hanno giustamente deciso di portare al cinque per cento la percentuale del loro Pil da destinare alla difesa e alla sicurezza per contrastare la Russia di Putin, che ha incardinato un’economia di guerra ormai irreversibile. È certo che i partiti populisti e/o filorussi in tutta Europa, e in Italia in particolare (Lega, Movimento 5 stelle e sigle varie di estrema destra e di estrema sinistra) si scateneranno nei prossimi mesi ed anni per contrastare tale politica, ben supportati da opinionisti più o meno esperti (Alessandro Orsini, Marco Travaglio, Lucio Caracciolo) ospitati tutte le sere in tv”.

Ma i volenterosi guerrafondai de noantri hanno il serio problema della contrarietà della maggioranza della popolazione a farsi trascinare dalla Nato e da alcuni governi europei nella guerra in Ucraina. Ragione per cui devono ottenere il consenso attraverso la coercizione e la criminalizzazione del dissenso politico contro le avventure belliciste.

Appare piuttosto evidente che il clima di guerra e l’ossessione riarmista in Italia e in Europa sta producendo pesantemente quella dicotomia “amico-nemico” propedeutica alla brusca limitazione delle libertà politiche e di espressione. Questo scenario è chiaramente intellegibile nel Rapporto sulla guerra ibrida elaborato dal ministro Crosetto e dal ministero della Difesa.

Chiunque non affianchi la linea ufficiale del governo italiano, della Nato e della Ue sarà considerato un traditore o un agente del nemico. Questo nemico oggi è la Russia ma anche l’Islam politico, ragione per cui sia i movimenti contro la guerra che quelli solidali con i palestinesi devono essere demonizzati e liquidati. Ieri la stessa isteria – e la conseguente repressione – era diretta contro i comunisti. Ma non è così che poi sono nati i regimi nazifascisti in Italia e in Germania?

Fonte

11/05/2025

La misteriosa fondazione al centro del sistema israeliano di controllo su Gaza

Controlli biometrici, mercenari americani e un’opaca fondazione creata in Svizzera. Così Israele intende gestire tutti gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza

Si chiama Gaza Humanitarian Foundation e finora nessuno ne aveva sentito parlare. La fondazione, creata pochi mesi fa, ha sede nel centro di Ginevra, in Place de Longemalle, e uno dei suoi membri è un avvocato ginevrino. Ora è al centro del piano appena adottato dal governo israeliano per assumere il controllo totale degli aiuti alimentari e umanitari a Gaza, insieme a compagnie private di mercenari.

Questo fine settimana, il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato all’unanimità un nuovo piano per “estendere” le operazioni militari a Gaza. Questo piano, che mira, secondo le parole del Primo Ministro Benyamin Netanyahu, all’“occupazione” del territorio e a una “presenza israeliana prolungata” a Gaza, potrebbe significare la divisione e la successiva drastica riduzione dell’enclave palestinese, oltre a nuovi e massicci spostamenti di popolazione.

Sessanta camion al giorno

In questo contesto, è stato approvato anche un piano israeliano per la consegna degli aiuti umanitari da cui dipendono quasi 2 milioni di palestinesi. Israele permetterebbe l’ingresso di 60 camion al giorno contenenti cibo e aiuti di base: circa dieci volte meno di quelli entrati a Gaza durante le settimane del cessate il fuoco. Questi aiuti sarebbero scortati da compagnie mercenarie americane e raggruppati in “hub” [centri], dove i membri di migliaia di famiglie dovrebbero andare per rifornirsi.

I mercenari armati avrebbero il controllo sull’elenco dei beneficiari autorizzati a entrare in queste zone ‘bunkerizzate’. La tecnologia di riconoscimento facciale permetterebbe loro di escludere, o addirittura “eliminare”, qualsiasi individuo sospetto. Il pacco di cibo peserebbe 20 kg. Verrebbe distribuito ogni due settimane.

La Gaza Humanitarian Foundation fa parte di un meccanismo istituito dalle autorità israeliane. Creata lo scorso gennaio, lo statuto della fondazione afferma che essa persegue “obiettivi esclusivamente caritatevoli e filantropici”. Si legge inoltre che intende fornire cibo “sicuro”, acqua, medicinali, alloggi e ricostruzione alle “persone colpite dal conflitto nella Striscia di Gaza”. Secondo le indicazioni israeliane, la fondazione si farà carico, almeno in parte, di questa “messa in sicurezza” degli aiuti, pagando, a quanto pare, gli stipendi dei mercenari.

“Una nuova soluzione”

A Ginevra, l’avvocato David Kohler, che è uno dei membri della fondazione (domiciliata allo stesso indirizzo del suo studio legale), si rifiuta di spiegarne le origini o gli obiettivi precisi. Gli altri due membri sono un avvocato americano, con sede in Virginia, e un finanziere armeno, David Papazian, ex direttore del Fondo per gli Interessi dello Stato armeno. Nessuno dei due ha credenziali umanitarie comprovate.

In risposta alle domande di Le Temps, è stata chiamata in aiuto una consulente americana. In un messaggio scritto, ha descritto le attività della fondazione come segue: “Per diverse settimane e mesi, leader umanitari esperti, esperti regionali, diplomatici e specialisti operativi hanno sviluppato una nuova soluzione per fornire aiuti alla popolazione di Gaza, evitando ogni rischio di deviazione degli aiuti verso attori non statali”. Un riferimento al gruppo palestinese Hamas, accusato da Israele di aver dirottato “milioni di dollari” di aiuti destinati alla popolazione. Ma non sono stati forniti ulteriori dettagli sull’identità di questi “esperti” umanitari che dovrebbero lavorare con la fondazione.

La stessa consulente, che non vuole che il suo nome venga rivelato, aggiunge: “Questa nuova fondazione indipendente sarà guidata e ispirata dai principi di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza”.

I funzionari delle Nazioni Unite sono tutt’altro che convinti di queste rassicurazioni. “Per quanto riguarda il rispetto di questi principi, che sono i pilastri del diritto umanitario internazionale, siamo molto lontani dal traguardo”, ha esclamato Jens Laerke, portavoce a Ginevra dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA). La settimana scorsa, il piano israeliano è stato presentato – oralmente, mai per iscritto – alle agenzie dell’ONU e alle principali organizzazioni umanitarie. In una dichiarazione dai toni forti, le agenzie dell’ONU hanno ribadito che non parteciperanno a questo meccanismo, in quanto contravviene proprio a tutti i principi enumerati dalla consulente americana.

“L’obiettivo non è più quello di soddisfare i bisogni della popolazione”

Distribuire gli aiuti sotto la sorveglianza di mercenari armati? “Questo equivale a militarizzare gli aiuti umanitari e a trasformarli in un obiettivo militare. È una ricetta per il disastro”, afferma Jens Laerke. Creare centri di distribuzione là dove li vogliono le forze di occupazione israeliane? “L’obiettivo non è più quello di soddisfare i bisogni della popolazione, ma di integrare questi centri di distribuzione in una strategia militare per spostare le persone a proprio piacimento”, conclude.

Numerosi testi di diritto internazionale, a partire dalle Convenzioni di Ginevra, stabiliscono la necessità per la potenza occupante (in questo caso Israele) di garantire il libero passaggio degli aiuti umanitari. L’invio di cibo, forniture mediche e vestiario deve essere effettuato dagli Stati o da “un organismo umanitario imparziale”, come il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR). Il meccanismo previsto da Israele, e in particolare l’opaca Gaza Humanitarian Foundation, può pretendere di essere così imparziale? Molti esperti legali ne dubitano, come lo specialista Itay Epshtain, che condivide le sue “serie preoccupazioni che non si tratti di una facilitazione a bona fide [in buona fede] degli aiuti”.

“A Gaza esiste un sistema di distribuzione degli aiuti umanitari che è stato sperimentato e collaudato per molto tempo, molto prima dell’attuale guerra”, conclude Jens Laerke [alludendo all’UNRWA]. “È urgente farlo funzionare di nuovo”.

Fonte

28/04/2025

1941, il segreto dell’attacco all’URSS: il sostegno europeo all’invasione nazista

Nel giugno del 1941, quando la Germania nazista decise di lanciarsi nell’invasione dell’Unione Sovietica, anche la Svizzera — ufficialmente neutrale — si schierò, in modo tutt’altro che marginale, nella crociata antibolscevica.

In un gesto clamoroso, il governo elvetico offrì al Reich non un prestito, ma un vero e proprio regalo di duecento milioni di franchi svizzeri. Non solo: mise a disposizione la propria industria per produrre armi e munizioni destinate all’esercito di Hitler. Una violazione della neutralità che rimase avvolta nel silenzio fino agli anni Novanta, quando una commissione parlamentare d’inchiesta ammise — pur cercando di ridimensionare — la collaborazione.

Secondo quella stessa commissione, il contributo svizzero rappresentò solo lo 0,5% della produzione bellica tedesca e dunque non influenzò significativamente la durata del conflitto. Ma si trattò comunque di 1500 cannoni, relative munizioni e dei fondamentali cuscinetti a sfera, prodotti in Svizzera e in Svezia, al riparo dai bombardamenti alleati.

Questi dettagli storici non sono citati per pedanteria. Servono a comprendere meglio le condizioni in cui Hitler decise di attaccare l’URSS: convinto che il “baraccone sovietico” sarebbe crollato in due mesi, e che l’Occidente avrebbe approvato o tollerato. Su questa base, oltre a scatenare l’Operazione Barbarossa, mise in moto anche il genocidio degli ebrei.

L’attacco, tuttavia, non fu soltanto un’iniziativa tedesca. Fu un’offensiva europea, appoggiata da numerosi alleati, alcuni dei quali antinazisti. Per ragioni ideologiche o geopolitiche, diversi governi e movimenti collaborarono con il Reich. I socialdemocratici del Nord Europa, il Vaticano, i conservatori francesi di Vichy: tutti vedevano nell’URSS il nemico principale.

Sul campo, Hitler poteva contare su un esercito composito e imponente:

– 400.000 finlandesi

– 230.000 italiani

– 280.000 ungheresi

– 530.000 romeni

– 5.400 croati

– 50.000 spagnoli

– 35.000 slovacchi

– 5.000 francesi

– 1.000 portoghesi

– 2.000 svedesi

– 7.000 norvegesi, danesi, belgi e olandesi

In tutto, circa 1.600.000 uomini su 70 divisioni dislocate sul fronte orientale. Tra questi, anche i nazionalisti ucraini, che si resero protagonisti dei primi pogrom contro gli ebrei.

Questo aspetto della guerra – l’attacco europeo all’URSS – è ancora oggi taciuto o minimizzato. Spesso proprio da chi, paradossalmente, sostiene che gli alpini abbiano difeso la nostra libertà “a oriente”, fingendo di ignorare o conoscere benissimo il contesto.

Già nell’agosto del 1941, appena due mesi dopo l’attacco, il nervosismo serpeggiava tra gli alleati del Reich. Hitler, riferendosi alla situazione, disse di sentirsi come il cavaliere che, attraversato il ghiaccio sottile, muore di paura solo dopo, rendendosi conto del rischio corso. Si lamentava del fatto che i suoi servizi segreti avevano gravemente sottovalutato l’Armata Rossa, ma affermava con sicurezza che il suo genio avrebbe rimediato all’imprevisto.

Anche sul piano diplomatico qualcosa scricchiolava. Lo Shah di Persia si infuriò con l’ambasciatore tedesco: dov’era finita quella vittoria tanto annunciata? In Giappone, durante una conferenza imperiale a Tokyo, si prese atto che sconfiggere l’URSS non sarebbe stato né semplice né rapido. L’alternativa per l’espansione giapponese? Puntare a sud, verso le colonie britanniche, a condizione di neutralizzare la flotta americana di stanza a Pearl Harbor.

A Berlino, l’ambasciatore giapponese Oshima entrò in crisi: aveva promesso a Ribbentrop l’imminente intervento nipponico, ma doveva ora confessargli che la resistenza sovietica aveva sconvolto i piani. Intanto Wilhelm Canaris, capo dell’Abwehr, i servizi segreti tedeschi, metteva in guardia: «Il bolscevismo, che doveva uscire distrutto da questa guerra, potrebbe invece uscirne rafforzato, se non stiamo attenti».

E mentre tutto questo accadeva, nel 1938 Albert Speer – architetto di Hitler – aveva aperto un conto speciale per finanziare la ricostruzione di Berlino in versione monumentale, “imperiale”, da realizzare dopo la vittoria. Nel 1943, senza dir nulla al Führer, chiuse silenziosamente quel conto. Una premonizione? O semplicemente, la fine di un’illusione.

Fonte

06/01/2025

Gli USA ordinano l’arresto di un accademico anti-sionista svizzero

Nella foga di giustificare il “mandato d’arresto” statunitense contro lo scienziato iraniano Abedini, rivestendo di pseudo argomentazioni giuridiche la “legalità” di un gesto coloniale arbitrario, i media italiani si sono quasi sempre dimenticati del fatto che Abedini è anche cittadino svizzero.

Ossia di un paese storicamente tutto interno all’Occidente – e al suo sistema bancario – ma anche politicamente neutrale in tutte le guerre che hanno insanguinato la “civile Europa” che pretende ancora di dar lezioni al resto del mondo.

Ma le cose stanno peggiorando drasticamente anche al di là della ben nota (agli evasori fiscali) frontiera di Chiasso. Autorità politiche e media mainstream hanno rapidamente introiettato i format sfornati dal “grande fratello” statunitense. Anche se qualcuno, fortunatamente, non china la testa e controbatte con coraggio.

*****

A Malpensa, su ordine del governo statunitense, è stato fermato nei giorni scorsi il cittadino svizzero di origine iraniana, Mohammad Abedini Najafabadi, con l’accusa di traffico d’armi. Egli avrebbe presuntamente fornito al governo dell’Iran informazioni sui sistemi di navigazione di droni tramite una sua società con sede presso il campus del Politecnico federale di Losanna (EPFL).

L’accusa è, per dirla con le parole del giornalista Paolo Di Mizio, “farlocca senza alcuna base giuridica”. Questo perché, se davvero l’ingegnere lavora per lo Stato iraniano e se quest’ultimo vende armi a un paese terzo, ciò potrà essere eticamente discutibile ma certamente non costituisce il reato di “traffico d’armi”: è semplicemente un libero commercio garantito dalle leggi e dalla stessa World Trade Organisation (WTO).

Infatti non ci risulta che i rappresentanti dell’industria degli armamenti americani in Svizzera ed Europa vengano arrestati con questa accusa...

Le sanzioni contro l’Iran sono invenzioni della Casa Bianca!

Certo, vi sono delle sanzioni contro l’Iran per impedire che questo paese sviluppi la propria difesa militare. Ma si tratta di sanzioni politiche imposte da un governo nemico di Teheran, appunto quello USA.

Esse sono insomma prive di mandato dell’ONU e quindi da un punto di vista legale siamo di fronte al nulla: è un arresto squisitamente politico! Gli USA comandano, l’Italia ubbidisce, la Svizzera sta zitta anche se un suo cittadino viene arrestato abusivamente all’estero.

Il giornalista Di Mizio dice bene: “la verità è che gli americani vogliono interrogare, con le buone o con le cattive, l’ingegnere iraniano per conoscere i segreti dei droni iraniani, come li fabbricano, dove, se li vendono alla Russia, ecc. Questa è la vera ragione. L’arresto dell’ingegnere è un sequestro di persona, non un arresto: è un atto di pirateria di Stato”.

Il giornalismo ticinese ripete quello che dicono Israele e USA

Tutto questo non interessa al portale di informazione TicinOnline, il quale intervista lo storico Daniel Rickenbacher. Quest’ultimo – dando per buona solo una campana, ovviamente quella statunitense – spara a zero sia contro l’EPFL sia contro i Servizi di Informazione della Confederazione per aver presuntamente banalizzato i rischi e invitandoli a stravolgere le procedure di sicurezza.

Lo storico lamenta, peraltro con un linguaggio ben poco scientifico, che la Confederazione “non persegue una politica estera anti-islamista” e chiede che le università elvetiche assumano esse stesse “compiti di intelligence”.

Visto però che gli atenei sarebbero incapaci di svolgere tale funzione “hanno bisogno del sostegno dei servizi segreti e forse anche di altre autorità”.

In pratica questo professore chiede una tutela politica delle alte scuole e legittima un’ingerenza anche della polizia sulla ricerca. Dichiarazioni di una gravità inaudita poiché affossano per sempre il principio di libertà accademica, ma i giornalisti si guardano bene dall’approfondire o dal sentire un secondo parere.

Peraltro se c’è qualcuno che ha agito contro le derive terroristiche dell’islamismo in Medioriente negli ultimi vent’anni è stato proprio l’Iran sciita.

Smascheriamo Daniel Rickenbacher!

In Svizzera ci sono decine di migliaia di storici che potrebbero essere intervistati e molti non la pesano certo come questo loro collega, che però gode del privilegio di finire mediatizzato.

TicinOnline non dice a che titolo intervista Rickenbacher, però lo legittima: fa passare di fatto le sue opinioni – espresse senza alcun contraddittorio – come se fossero una verità scientifica assoluta.

Questo modo di pubblicare interviste è una forma di propaganda, atta a far credere al popolo che quanto sta leggendo è l’opinione di una persona competente e apparentemente “super partes”.

Come vedremo, questo storico, più che un accademico minimamente obbiettivo, è in realtà un ricercatore schieratissimo! Potremmo dire che sembra un militante politico più che uno scienziato...

Ovviamente, come tutto nella società umana, anche gli storici sono di parte e rispondono a specifici interessi. Il che è legittimo, purché lo si dica in modo trasparente e non si faccia passare per “neutrale” qualcosa che è invece di parte.

Daniel Rickenbacher, infatti, è un ex-insegnante alla cattedra di studi strategici dell’Accademia militare svizzera presso il Politecnico federale di Zurigo (ETH), è stato ricercatore – guarda un po’ che caso – presso l’Università Ben Gurion di Tel Aviv e oggi è ricercatore presso il Concordia Institute for Canadian Jewish Studies. Entrambe istituzioni accademiche di orientamento sionista, quindi prevenute nei confronti dell’Iran.

Come se non bastasse il professore intervistato su TicinOnline è pure collaboratore del portale di informazione filo-atlantista AudiaturOnline, edito dalla Fondazione Audiatur, un think tank filo-sionista e filo-NATO fondato da Josef Bollag, già vice-presidente della Federazione Svizzera delle Comunità Israelite presieduta oggi dal deputato UDC Alfred Heer, che già si era fatto notare per aver attaccato l’ambasciatore svizzero Jean-Daniel Ruch, “colpevole” a suo dire di essere troppo tollerante con i palestinesi.

Siamo quindi di fronte a una persone schierata da sempre con Israele, cioè il nemico principale dell’Iran, e quindi palesemente di parte.

Non è illegale esserlo, ma i giornalisti avrebbero dovuto dirlo ai loro lettori: questi ultimi invece sono stati indotti a credere che le opinioni faziose di Rickenbacher abbiano una qualche valenza universale della comunità scientifica, invece è solo l’opinione di un privato cittadino politicamente attivo al fianco del sionismo internazionale, che ha insegnato come tanti in un’accademia svizzera.

Il Partito Comunista denuncia: “Vogliono militarizzare le università!”

Rickenbacher insiste nel criticare la Svizzera che “ha mantenuto per decenni stretti rapporti di ricerca con l’Iran e svolge un importante ruolo di mediazione tra Stati Uniti e Iran”.

Cosa dovrebbe fare un paese neutrale se non “mediare”? E perché mai le università svizzere dovrebbero rifiutare la cooperazione scientifica con l’Iran quando la mantengono anche con il regime sionista di Israele, le cui istituzioni di ricerca sono tutte dipendenti dall’esercito che sta oggi compiendo un genocidio in Palestina?

Perché Israele sì e l’Iran no? Solo perché a Washington hanno deciso così? Solo perché Rickenbacher è un professore che fa da megafono per i suoi amichetti sionisti?

L’unico partito politico svizzero ad essersi finora schierato è il Partito Comunista: già alcuni mesi fa i deputati Massimiliano Ay e Lea Ferrari avevano protestato con la rettrice dell’Università di Friburgo per l’attitudine repressiva dimostrata contro studenti e docenti critici verso il regime genocida di Tel Aviv.

Oggi ancora sottolineano: “vogliono limitare la libertà accademica svizzera e militarizzare la ricerca universitaria così da renderla al servizio della NATO e dei sionisti: noi invece dobbiamo restare un Paese neutrale nelle cui università viga un effettivo pluralismo”.

CIA e Mossad hanno campo libero nelle accademie svizzere

C’è anche un pericolo che le università svizzere promuovano il pensiero unico liberal-atlantista e di fatto impongano ai loro studenti un’unica storiografia: non a caso nei giorni scorsi anche l’ETH di Zurigo ha ammesso di voler introdurre forme di selezione discriminatoria per evitare che vi siano troppi studenti cinesi, evidentemente considerati spie del Partito Comunista Cinese.

Gli studenti israeliani spie del Mossad e i professori americani che lavorano con la CIA invece possono continuare a dettare legge nel nostro Paese.

Fonte

17/06/2024

Conferenza di pace sull’Ucraina. Meno della metà dei paesi firmano la dichiarazione finale

Meno della metà dei paesi invitati ha firmato il documento finale di una conferenza sulla pace in Ucraina partita male e resa inutile dal mancato invito alla Russia, ossia uno dei due belligeranti. Anche in questa occasione si è palesata nuovamente la rottura a livello internazionale tra “Occidente collettivo” e “Sud globale”.

Ritorno delle centrali e degli impianti nucleari ucraini, inclusa la centrale nucleare di Zaporizhzhia, “sotto il pieno controllo sovrano” dell’Ucraina; ripristino dell’accesso sicuro ai porti marittimi nel Mar Nero e nel Mar d’Azov per favorire una navigazione commerciale libera, completa e sicura; scambio di prigionieri di guerra secondo la formula “tutti per tutti” e la restituzione in Ucraina di tutti i civili illegalmente deportati, compresi i bambini. Sono questi i punti fondamentali della dichiarazione finale del vertice di pace per l’Ucraina, i cui lavori si sono conclusi ieri in Svizzera.

Ma meno della metà dei paesi invitati alla Conferenza ha sottoscritto il documento finale. Se solo 90 paesi su 160 avevano accettato di partecipare, sono scesi a 78 quelli che hanno messo la loro firma sotto alla dichiarazione finale. Che questa fosse l’aria che tirava era già leggibile alla vigilia della conferenza stessa.

Il quotidiano tedesco Handesblatt questa mattina parla di fallimento del vertice di pace. “È una sconfitta per l’Ucraina e per gli organizzatori svizzeri: solo 80 dei 93 Stati hanno firmato le condizioni quadro per ulteriori colloqui di pace”.

Iraq e Giordania hanno infatti ritirato la loro firma sul comunicato congiunto dopo il vertice di pace in Svizzera. Il numero dei firmatari è sceso così da 80 a 78, mentre il numero dei paesi presenti ma non firmatari è salito a 15.

Oltre a Iraq e Giordania, i Paesi che si sono rifiutati di firmare il comunicato sono Armenia, Bahrein, Brasile, Colombia, Vaticano, India, Indonesia, Libia, Messico, Arabia Saudita, Sud Africa, Thailandia ed Emirati Arabi Uniti. Come si vede neanche il Vaticano ha sottoscritto il documento finale.

I firmatari sono: Albania, Andorra, Argentina, Australia, Austria, Belgio, Benin, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Capo Verde, Canada, Cile, Comore, Costa Rica, Costa d’Avorio, Consiglio d’Europa, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Repubblica Dominicana, Ecuador, Estonia, Commissione europea, Consiglio europeo, Parlamento europeo, Figi, Finlandia, Francia, Gambia, Georgia, Germania, Ghana, Grecia, Guatemala, Ungheria, Islanda, Iraq, Irlanda, Israele, Italia, Giappone, Kenya, Kosovo, Lettonia, Liberia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Malta, Moldavia, Monaco, Montenegro, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Macedonia del Nord, Norvegia, Palau, Perù, Filippine, Polonia, Portogallo, Qatar, Repubblica di Corea, Romania, Ruanda, San Marino, Sao Tomé e Principe, Serbia, Singapore, Repubblica Slovacca, Slovenia, Somalia, Spagna, Suriname, Svezia, Svizzera, Timor Est, Turchia, Ucraina, Regno Unito, Stati Uniti, Uruguay.

Fin qui i numeri, ma sui contenuti e le decisioni come è andata questa “conferenza di pace” a Lucerna? Sono stati compiuti seri passi avanti verso la pace oppure le parole restano solo parole a coprire una retorica che spinge invece verso la prosecuzione della guerra?

Le indiscrezioni diplomatiche raccolte dall’Ansa alla conferenza sono piuttosto divaricanti. Si va dal “per la prima volta l’argomento principale non è la consegna di armi ma la ricerca di un negoziato possibile” al “è inutile girarci attorno, l’Ucraina alla fine dovrà concedere qualcosa a Putin, sennò non se ne esce”, mentre le divaricazioni tra Occidente e Sud globale restano in alcuni casi profonde. “La guerra in Ucraina è tremenda ma lo è anche quella a Gaza, non ci possono esseri doppi standard”, afferma un delegato africano.

E poi c’è la realtà delle forze in campo. Zelensky ha ammesso che: “Le armi che i nostri alleati ci hanno dato sono sufficienti a vincere? No”.

Un’altra fonte diplomatica di un Paese occidentale arrischia una previsione: “Il pendolo ora è dalla parte di Mosca ma la Russia ha enormi problemi economici sotto traccia, se Kiev tiene l’aprile del 2025 è il mese in cui si potrà chiudere”.

Secondo il giornale statunitense Politico, Kiev non si impegnerà in negoziati diretti con la Russia, ma “sta lavorando per costruire una coalizione di intermediari per aiutare a porre fine alla guerra in Ucraina, hanno detto i funzionari ucraini al vertice di pace di questo fine settimana, a cui la Russia non è stata invitata”.

La presenza della Russia al tavolo dei negoziati è necessaria per porre fine al conflitto in Ucraina, ha dichiarato il ministro degli esteri Dmitry Kuleba ai giornalisti alla conferenza svizzera sull’Ucraina.

Secondo Kuleba, è ovvio che “entrambe le parti sono necessarie” per risolvere il conflitto. “Naturalmente, comprendiamo perfettamente che arriverà il momento in cui sarà necessario parlare con la Russia”, ha detto il ministro degli Esteri ucraino.

Fonte

24/03/2023

Crisi bancaria. Più “ci lavorano”, più si aggrava...

Sono poche le certezze per chi ancora ha fede nelle chiacchiere liberiste. Tanto che i più ironici ormai pubblicano meme del tipo “faremo fallire la Russia facendola entrare nel nostro sistema bancario”.

Divertente di sicuro, ma anche piuttosto acuta, come osservazione. Perché contiene parecchi degli elementi determinanti dell’attuale crisi nervosa che percorre “i mercati finanziari” euro-atlantici.

C’entrano infatti la guerra in Ucraina, le sanzioni suicide, l’esplosione dei prezzi dell’energia (ridimensionati, ma con strascichi di lungo periodo), la conseguente inflazione (preparata da un decennio di quantitative easing da parte delle banche centrali), le abitudini delle banche e l’improvvida abolizione della distinzione tra “banche di investimento” e “banche commerciali” (dal 1999, quando Clinton abolì il Glass-Steagal Act risalente non a caso al 1933). Ed anche qualche altro squilibrio sistemico per ora non centrale...

Ieri la Federal Reserve ha alzato ancora i tassi di interesse base. Ma stavolta soltanto dello 0,25%. Una misura “dimezzata” rispetto alle attese di qualche settimana fa, e che viene fuori dalle due preoccupazioni principali che torturano le meditazioni dei banchieri centrali (in questo caso Jerome Powelll).

Da un lato devono cercare di riportare l’inflazione vicina al 2%, e quindi rendere più costoso il denaro, “raffreddando” l’economia. Dall’altro devono tener conto del fatto che proprio i rapidi rialzi dei tassi sono all’origine dello sconquasso nei bilanci di parecchie banche.

Contrariamente alle attese della “teoria neoliberista”, infatti, che assicurano sui maggiori profitti delle banche quando i tassi salgono, queste si sono ritrovate con portafogli pieni di titoli di stato che si svalutavano velocemente in conseguenza di quell’aumento.

Una situazione, come abbiamo provato a dire qualche settimana fa, non problematica se quei titoli di stato vengono tenuti fino alla data di scadenza. Ma potenzialmente devastante se si è costretti a venderli – rimettendoci anche molto – per rimediare la liquidità necessaria a far fronte alle richieste dei clienti.

È quello che è accaduto nel caso della Silicon Valley Bank, fallita in un giorno nonostante l’agenzia di rating Moody’s le riconoscesse la “tripla A” fino al giorno prima (era accaduto lo stesso con Lehmann Brothers... ops!). Poi con First National, in via di salvataggio, e altre banche Usa minori.

Si capisce, dunque, che la Fed abbia cercato di salvare capra e cavoli (il “rigore” contro l’inflazione e il timore di aggravare le crisi bancarie), lasciando capire di essere ormai molto vicina al punto in cui di aumenti dei tassi non si parlerà più.

Anche perché sarebbe poco credibile andare avanti da un lato alzando i tassi e dall’altra aprendo il portafogli per finanziare i salvataggi. Comprensibile alternare le due politiche nel tempo (“dai la cera, togli la cera”, come in Karate kid), ma non fare le due cose contemporaneamente.

Il “contagio” – che “non ci sarebbe stato”, assicuravano gli “esperti” – ha travolto in un giorno anche Credit Suisse, la seconda banca svizzera. E proprio le modalità di questo fallimento sono ora al centro delle preoccupazioni – tanto per cambiare – dei “mercati”.

Passi la scelta di farla comprare a prezzi stracciati dalla storica concorrente Ubs (a 0,75 franchi per azioni, ma ne aveva offerti inizialmente solo 0,25). E passi anche la garanzia posta dalla banca centrale: 200 miliardi di franchi. Cifra rilevante in assoluto, ma devastante se paragonata alle dimensioni del Pil elvetico: il 25%.

Quello che inquieta è però altro. Per la prima volta, in un fallimento bancario, sono stati parzialmente salvati gli azionisti mentre sono stati completamente azzerate le obbligazioni At1. Il che è semplicemente il contrario di ogni principio capitalistico, perché per garantire qualcosa ai “proprietari” (gli azionisti) vengono fottuti i creditori (quelli che avevano comprato le obbligazioni emesse dalla banca, cioè che avevano prestato i propri soldi).

La cosa è così sconvolgente da far dire anche a vecchie volpi del mercato cose come «Se questa decisione viene confermata, come possiamo fidarci di qualsiasi titolo di debito emesso in Svizzera, o in Europa in linea generale, se i governi possono semplicemente cambiare le leggi dopo il fatto?».

E per essere più chiari, Mark Dowding, chief investment officer di RBC BlueBay, che deteneva obbligazioni AT1 di Credit Suisse, ha aggiunto che la Svizzera «assomiglia più a una repubblica delle banane».

La Svizzera... quella che da secoli vive di neutralità e sistema bancario, che ha retto imperturbabile due guerre mondiali facendo da deposito bancario per chiunque (nazisti e democratici, “ariani” ed ebrei, ecc...).

La caduta di credibilità del sistema bancario svizzero è uno di quegli eventi che cambia la storia europea, anche se per ora ben pochi ci hanno fatto caso.

Il problema più grosso per Berna, al momento, è infatti un altro. Il bilancio di Ubs, dopo l’acquisizione di Credit Suisse, è a questo punto il doppio del Pil svizzero. Una “concentrazione di rischio” difficile da gestire, se dovessero venir fuori altri problemi, e che renderebbe la “garanzia” della banca centrale poco più di un’aspirina per combattere il cancro.

E non sembra confortante l’equilibrio mentale della stessa banca centrale elvetica, che stamattina ha deciso un nuovo rialzo dei tassi di interesse – dello 0,50%, una misura “elevata” – nonostante stia gestendo in prima persona una crisi bancaria che rischia di privare il paese della sua principale attività economica (poi restano orologi di lusso e cioccolata, direbbe un critico...).

In pratica “togli la cera” con la mano destra mentre “metti la cera” con la sinistra... Difficile pensare che sia un comportamento razionale, di quelli che risolvono il problema. Viene il sospetto che non sappiano proprio più che fare...

Fonte

20/03/2023

Credit Suisse - UBS, una fusione obbligata

UBS – la banca più grande, importante e tra le più antiche della Svizzera – ha accettato di comprare Credit Suisse per circa due miliardi di dollari, a conclusione di una frenetica trattativa che si è dipanata lungo tutto il fine settimana, a mercati chiusi. A riportarlo è il Financial Times, che cita fonti interne all’accordo.

Secondo la testata, UBS pagherà dunque circa 0,50 franchi svizzeri per azione, contro un prezzo di mercato più che triplo (Credit Suisse ha chiuso venerdì sera a quota 1,86 franchi svizzeri).

La Banca Centrale Svizzera (BNS) avrebbe inoltre accettato di offrire a UBS una linea di liquidità di cento miliardi di dollari a suggello dell’accordo, allo scopo di garantire la massima stabilità al sistema bancario nel corso dell’operazione.

A rendere la situazione, se possibile, ancora meno ordinaria ci pensa il governo elvetico, pronto a tirare fuori dal cassetto una legge specifica per bypassare la normale procedura di acquisizione, che richiederebbe un periodo di consultazione di sei settimane con gli azionisti UBS. Invece, l’accordo sarà siglato immediatamente, ad anticipare la temuta reazione del mercato, questa mattina.

Entrambe le parti sono state impegnate nei negoziati con le autorità di regolamentazione e vigilanza da mercoledì, quando Credit Suisse ha chiesto alla BNS di fornire una linea di credito di emergenza di 50 miliardi di franchi (54 miliardi di dollari).

Questo backstop non è riuscito tuttavia ad arrestare il crollo del prezzo delle azioni di Credit Suisse, né ad impedire ai clienti in preda al panico di ritirare i loro depositi. La banca centrale è intervenuta per forzare una fusione tra le due banche, allo scopo di disinnescare sul nascere la corsa agli sportelli.

Non serve essere grandi esperti di finanza per capire che un’operazione di questo tipo, che include garanzie finanziarie speciali e leggi ad hoc, oltre a una drammatica svalutazione del capitale di Credit Suisse, non è una manovra di routine: è l’esatto contrario.

Nella sua straordinarietà fotografa tutta la preoccupazione delle banche centrali e delle autorità finanziarie rispetto a una situazione di crescente sfiducia da parte del pubblico nei confronti del sistema bancario. E quello svizzero, ricordiamo, è da secoli ritenuto il più “sicuro” e “stabile” d’Europa.

Se i fallimenti di SVB e Signature, prima, e il crollo di Credit Suisse poi possono essere di per sé derubricati a fallimenti «idiosincratici» e dunque contenibili, il contesto globale presenta molti elementi per trasformare questi “incidenti” in una crisi di panico generalizzata: l’esplosione del debito pubblico e privato originato da anni di “iniezioni di liquidità” e dalla crisi pandemica, i tassi di interesse al rialzo, il desolante quadro geopolitico che costituisce una fonte di incertezza significativa... Tutto concorre a destabilizzare l'”ordinato andamento del business”.

In questo momento è impossibile sapere se questa fusione – che nessuna delle parti avrebbe francamente voluto, ma che si è imposta per ragioni di force majeure – sarà sufficiente per calmare gli animi dei mercati. Lo vedremo a partire da oggi.

Quello che è certo è che il gioco della “rassicurazione” diventa molto pericoloso in periodi di sfiducia generalizzata. Si può assistere facilmente a un effetto boomerang, perché una risposta percepita come troppo energica può confermare le paure degli investitori e contribuire a diffondere il panico, invece di placarlo.

Ma fin d’ora si sa chi viene “spellato” da questo “salvataggio”. L’operazione azzera infatti il valore dei “bond subordinati” (le obbligazioni emesse dalla stessa banca, vendute ai propri clienti come “sicure” ma fuori mercato, secondo lo stile di Banca Etruria ed altre) per un totale di 16 miliardi di euro.

Mentre viene almeno in parte salvaguardato il capitale degli azionisti, che invece ogni fallimento dovrebbe azzerare (secondo logica e stile del capitalismo senza eccezioni).

Tra questi ci sono ovviamente i primi due azionisti della banca: la Banca nazionale saudita e il fondo sovrano del Qatar. Un occhio di riguardo che evidentemente ha motivazioni geopolitiche oltre che finanziarie (molte altre banche, anche svizzere “godono” del loro apporto), in tempi in cui il petrolio non viene più venduto soltanto contro dollari e questo mina una pilastro storico dei mercati finanziari occidentali.

Ma così facendo si è creato il precedente per cui gli “obbligazionisti subordinati” potrebbero essere meno protetti degli azionisti. Il che equivale a far esplodere un’atomica nel mercato delle obbligazioni bancarie e di qui in quello dei bond corporate. Ne vedremo delle belle...

Fonte

24/02/2023

Guerra in Ucraina - L’Onu approva la risoluzione per possibili negoziati

A Ginevra sarebbero in corso negoziati sulla crisi in Ucraina: lo ha annunciato il ministro degli Esteri svizzero, Ignazio Cassis.

“Offriamo sempre i nostri buoni servizi, ma resta da vedere cosa ne faranno entrambe le parti, sia la Russia che l’Ucraina. I negoziati – ha detto Cassis – si svolgono a Ginevra con la massima discrezione, sebbene al momento non siano condotti al massimo livello”.

Lo stesso Cassis alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, dove erano presenti tutti gli apparati politici e militari del blocco euroatlantico, si era invece detto pessimista. “Ci troviamo di fronte ad un’escalation militare. Lo si percepisce bene qui” aveva detto il ministro svizzero intervistato dalla tv Rtf.

La notizia su negoziati riservati in corso in Svizzera, per quanto la sua fonte sia ufficiale (un ministro svizzero) merita di essere verificata, anche perché la storica “neutralità” della Svizzera ha subito qualche contraccolpo in questi mesi di guerra.

Ad agosto l’ambasciata russa a Berna aveva dichiarato che il governo elvetico, avendo aderito alle sanzioni internazionali contro Mosca, non era più considerato neutrale.

I diplomatici russi avevano aggiunto che la Russia non è pronta a considerare, nel quadro dei negoziati con l’Ucraina, offerte di mediazione dei Paesi che hanno adottato sanzioni nei suoi confronti.

Ieri invece il ministro Cassis ha lasciato trapelare la notizia di negoziati riservati in corso a Ginevra.

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite, riunitasi a partire da ieri per una sessione speciale di emergenza, ha approvato intanto la risoluzione che condanna nuovamente l’invasione russa dell’Ucraina, sottolineando – a un anno esatto dallo scoppio della guerra – la necessità di trovare una pace giusta. Il testo è stato approvato con 141 voti favorevoli e solo sette contrari, arrivati da Bielorussia, Corea del Nord, Eritrea, Mali, Nicaragua, Russia e Siria. Gli astenuti sono stati 32, tra cui Cina, India e Sudafrica. Gli emendamenti della Bielorussia, contenenti un invito a negoziare e il divieto di forniture di armi a Kiev, sono stati respinti.

Fonte

06/01/2022

L’Esercito Svizzero vieta WhatsApp

L’esercizio svizzero ha messo al bando WhatsApp. Il servizio americano di messaggistica non deve essere usato per scopi di servizio. Non è sicuro. Dal 2022 dovrà essere usata esclusivamente l’app Threema, in quanto l’azienda che la gestisce ha sede nella Confederazione Elvetica.

Non si tratta di un particolare di poco conto. In materia di sicurezza militare gli svizzeri sono intransigenti. WhatsApp, in quanto software americano, sottostà al cosiddetto Cloud Act, una legge USA che permettere alle autorità statunitensi di accedere ai dati (swissinfo.ch).

A fine dicembre 2021 è stata inviata una mail al personale, con informazioni per istruire tutti i comandanti e i capi di stato maggiore su come utilizzare l’app di messaggistica Threema per le comunicazioni professionali, anche con telefoni privati.

I membri dell’esercito non potranno più inviare foto, sms e messaggi vocali tramite Whatsapp, Telegram o Signal. Nell’esercito la parola d’ordine è: Threema für alle – Threema pour tous – Threema per tutti (tagesanzeiger.ch).

Daniel Reist, Capo della Comunicazione Difesa, ha spiegato che una delle ragioni del passaggio a Threema è legata alla sicurezza e alla protezione dei dati, in quanto Threema è basata in Svizzera e, a differenza di Whatsapp, non è soggetta al “Cloud Act”.

Non si tratta di una novità assoluta. Work, la versione commerciale di Threema, è già utilizzata dall’amministrazione federale, esercito compreso. L’estensione in ambito militare riguarderà la versione non commerciale dell’app. I comandanti di compagnia creeranno dei gruppi per i loro militari. L’abbonamento per ogni singola installazione sarà a carico dall’esercito.

RSI – la Radiotelevisione Svizzera di lingua Italiana – scrive che l’esigenza di un maggiore controllo è sorta nel periodo dell’emergenza sanitaria, quando l’esercito è stato direttamente coinvolto nella campagna di contenimento.

Durante la prima ondata pandemica, ha detto Daniel Reis, abbiamo notato che per le unità che erano impegnate nei vari ospedali del Paese avevamo bisogno di un mezzo sicuro per le comunicazioni di servizio, e dunque abbiamo optato per Threema (rsi.ch).

Per le comunicazione di natura privata rimane nella discrezione di ogni militare l’utilizzo di qualsivoglia piattaforma di messaggistica, anche straniera.

Alessandro Trivilini, esperto di informatica forense e docente presso il Dipartimento Tecnologie Innovative della SUPSI, giudica la scelta dell’Esercito ponderata e corretta. “È importante sviluppare tecnologia svizzera con base in Svizzera, rispetto ad app che nascono negli Stati Uniti, dove la gestione della privacy è completamente diversa rispetto alla nostra, e ogni volta bisogna trovare degli accordi spesso difficili per impedire la violazione dei dati” (rsi.ch).

Il 29 dicembre, sulla sua pagina ufficiale Facebook (@armee.ch.ita), l’Esercito Svizzero, ha postato quanto segue: “Digitale, sicuro e senza pubblicità: i militari possono ora comunicare tra di loro in modo criptato e gratuitamente con Threema. Così le chiamate di servizio sono possibili anche attraverso i telefoni cellulari, ma senza lasciare tracce digitali“.

Una volta tanto, le scelte strategiche occidentali – a maggior ragione se provengono dalla Svizzera – non puntano il dito ad Oriente. E già solo questa è una notizia.

Fonte

02/02/2021

Paesi Baschi - La repressione spagnola si accanisce su Nekane Txapartegi

“Mi chiamo Nekane Txapartegi: perseguitata, fuggitiva, rifugiata politica basca. E anche mamma e femminista”.

La storia di questa donna è la testimonianza viva di un’esistenza nel fervore dell’attivismo per l’indipendenza basca, destinata a dover fare i conti con la prigione e l’esilio. E, soprattutto, con la tortura.

Nel 1999 l’allora 26enne #NekaneTxapartegi, a quel tempo giornalista e consigliera comunale del paesino di Asteasu, viene arrestata dalla Guardia Civil, per sospetta partecipazione all’ETA e, come a tutti i prigionieri accusati di “terrorismo”, le fu applicato il regime di “Incomunicación”, cioè un periodo di 5 giorni in cui il detenuto sparisce a tutti gli effetti dalla società, vedendosi negato ogni contatto con l’esterno, anche con gli avvocati.

Nekane fu sottoposta sia a tortura fisica che psicologica: dai pestaggi fino all’applicazione di un sacchetto in testa, passando per le minacce di vendetta trasversale. E, soprattutto, la violenza sessuale da parte di 4 agenti della Guardia Civil. In queste condizioni, Nekane fu costretta a firmare una dichiarazione in cui ammetteva di aver fornito documenti falsi a due militanti di ETA nel quadro di una riunione tenutasi a Parigi.

Uscita da questa sua prima incarcerazione dopo 9 mesi dall’arresto previo pagamento di una cauzione, nel 2007 arrivò il Maxi Processo Sommario 18/98, in cui ad essere condannate furono 75 persone appartenenti a varie realtà indipendentiste.

«Sapevamo che era un processo politico e che avrebbe emesso delle sentenze politiche. Non si stavano perseguendo dei delitti, ma delle idee, dei progetti. Io sapevo che la mia difesa sarebbe stata la mia testimonianza sulle torture subite e i protocolli che lo attestavano. Fu molto duro, ma ne uscii rafforzata, perché portai la voce dei torturati e delle torturate proprio all’interno dell’Audiencia Nacional, quel tribunale di tradizione franchista che in quel momento stava processando il popolo basco. Riuscii a raccontare quello che avevo passato, e addirittura riconobbi alcuni degli agenti presenti».

Non venne creduta, Nekane, e nemmeno i protocolli che attestavano le torture furono presi in considerazione. La condanna, basata sulle stesse imputazioni che l’avevano portata all’arresto nel 1999 e che si costruivano su documenti firmati sotto tortura, fu un castigo anche per aver denunciato quanto le era successo: oltre 11 anni, poi ridotti a 6 anni e 9 mesi in un secondo momento.

Decise così di fuggire, scelse l’esilio per sottrarsi alla sorte di quelli che oggigiorno sono ancora più di 250 prigionieri baschi che si rivendicano “politici”.

Ma lo Stato spagnolo continuò a darle la caccia fino a quando, nell’aprile 2016, a Zurigo i servizi segreti spagnoli la localizzarono e ne ordinarono l’arresto.

Nella primavera del 2016 si aprirono così le porte della prigione in Svizzera per Nekane, nell’attesa che venisse soddisfatta la richiesta di estradizione dello Stato spagnolo.

Racconta che “nel processo di richiesta di asilo che avviai, mi trovai a dover raccontare di nuovo tutte le torture e le violazioni sessuali subite, sapendo che la persona che mi stava ascoltando non mi voleva credere e che stava soltanto cercando delle possibili contraddizioni".

Nekane uscì dal carcere nel settembre 2017, dopo un anno e mezzo nell’atroce attesa dell’estradizione. La motivazione fu che la sua condanna era caduta in prescrizione e che quindi non era più valida. Nel frattempo, le autorità elvetiche le negarono l’asilo politico – lasciandola così esposta a ulteriori accanimenti giudiziari – nonostante ad attestare la validità delle sue testimonianze vi era il Protocollo di Istanbul, mentre già in altre 8 occasioni il Tribunale di Strasburgo aveva condannato lo Stato spagnolo per tortura o per non aver indagato a sufficienza sulle accuse di tortura; l’ultima nel 2016.

Nel maggio 2019, lo Stato spagnolo ha formalizzato una nuova richiesta di collaborazione giudiziaria alle autorità svizzere per il caso Nekane Txapartegi, e in novembre 2019 ha emesso un mandato di arresto internazionale per l’attivista basca, con conseguente richiesta di estradizione.

È dunque molto alto il rischio che Nekane sia costretta a tornare in prigione e debba riaffrontare i fantasmi del passato: primo fra tutti la tortura.

Fonte

27/07/2020

Prima gli italiani? No, prima la Svizzera...

Abbiamo appreso, con l’inchiesta sulla fornitura di camici in Lombardia, che il padrone dell’azienda coinvolta sarebbe destinatario a sua insaputa di un bonifico di suo cognato, il presidente regionale Fontana.

Il quale avrebbe in Svizzera un conto di 5,3 milioni euro “scudati” dalle Bahamas, cioè fiscalmente condonati.

Come tutti sanno questa è la condizione normale degli operai, dei lavoratori autonomi, dei pensionati, in particolare nella regione più ricca del paese.

Chi di noi non ha un conto di qualche milioncino in una banca Svizzera, che un sapiente e lautamente ricompensato esperto fiscale abbia protetto legalmente, grazie alle misure di comodo prese dai governi?

Non sappiamo come finirà l’inchiesta della magistratura, ma una sentenza c’è già.

Presentare la Lega di Salvini come “partito del popolo” ha la stessa limpidezza di uno scudo fiscale.

Altro che contrastare la globalizzazione! Questi pseudo-sovranisti ne godono i peggiori privilegi per ricchi...

Altro che “prima gli italiani”... No, no, prima la Svizzera.

La Lega ti frega.

Fonte

28/09/2019

Fine vita. La Corte Costituzionale supplisce ad un Parlamento vile

La Corte Costituzionale con una sentenza decisamente rilevante, ha aperto al suicidio assistito, stabilendo che non è punibile chi agevola il suicidio nei casi come quelli del Dj Fabo, rimasto cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale, vittima di atroci sofferenze per la sua patologia, ma pienamente consapevole della sua volontà di considerare quelle condizioni di vita non compatibili con la sua dignità.

“Ho aiutato Fabiano perché ho considerato un mio dovere farlo. La Corte costituzionale ha chiarito che era anche un suo diritto costituzionale per non dover subire sofferenze atroci” ha dichiarato Marco Cappato, incriminato e processato per aver aiutato il suo amico a morire. Il suo caso giudiziario ha consentito di far arrivare alla Corte Costituzionale una questione non più rinviabile.

Ma nel suo pronunciamento la Corte ha ribadito come rimanga “indispensabile” l’intervento del Parlamento, già sollecitato inutilmente l’anno scorso a produrre una legge in materia. La Corte aveva sospeso per 11 mesi la sua decisione sulla costituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, una norma introdotta 90 anni fa e che pone sullo stesso piano aiuto e istigazione al suicidio, con la reclusione sino a 12 anni. Il Parlamento, con una vigliaccheria che rivela molto di una trasversale subalternità culturale, ideologica, etica dei suoi membri, non si è voluto prendere la responsabilità di discutere e decidere nel merito.

La Corte Costituzionale ha posto però anche dei paletti. In attesa dell’indispensabile intervento del Parlamento, ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017). Non solo: la verifica delle condizioni richieste (come la irreversibilità della patologia e la natura intollerabile delle sofferenze) e delle modalità di esecuzione deve essere compiuta da una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente. Si tratta di cautele adottate “per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili”, un’esigenza già sottolineata nell’ordinanza 207 con cui un anno fa aveva sospeso la sua decisione.

Secondo l’Associazione Luca Coscioni, fino ad oggi sono 761 le persone che, dal 2015, si sono rivolte all’associazione per chiedere informazioni su come ottenere il suicidio assistito all’estero. Almeno 115 di esse si sono poi effettivamente rivolte a cliniche in Svizzera che praticano il suicidio assistito. Ce ne sono anche alcune che hanno successivamente cambiato idea.

Ma il numero di richieste di suicidio assistito secondo l’Associazione Exit-Italia è in aumento. In media, ogni anno sono circa un centinaio gli italiani che chiedono e in vari casi ottengono il suicidio assistito in Svizzera.

Secondo la legge svizzera i requisiti fondamentali per potere accedere al suicidio assistito sono cinque: la presenza di una malattia grave, irreversibile, clinicamente accertata, senza possibilità di guarigione e la capacità di intendere e volere da parte del paziente. Il primo passo prevede l’attivazione dei contatti con la struttura sul territorio svizzero e l’invio della documentazione medica che attesti la patologia da cui la persona è affetta. Dopo l’accettazione da parte della struttura è previsto un colloquio con il medico che accompagnerà il soggetto al fine vita.

Appare evidente come non tutti, anzi pochissimi, possano pagarsi e recarsi in Svizzera per poter usufruire di una fine vita dignitosa. Era tempo che questa possibilità venisse contemplata nella legislazione del nostro paese, anche pestando i calli ai dogmi e alle visioni religiose che continuano ad avere la testa e la mente rivolte all’indietro.

Fonte

21/01/2019

L’ex Br Lojacono: «Ho gia scontato in Svizzera la pena, ma l’Italia non lo riconosce»

Nella lista dei sogni sui “catturandi”, Alvaro Lojacono è il nome più pesante, insieme ad Alessio Casimirri. E’ infatti stato indicato da diversi “pentiti” e “dissociati” come componente del gruppo di militanti delle Brigate Rosse che ha sequestrato Aldo Moro, la mattina del 16 marzo in via Mario Fani, a Roma. Nell’orgia di follia scatenata dal rimpatrio in manette di Cesare Battisti, il suo caso è tornato in prima pagina, insieme a una risicata pattuglia di altri anziani (che si riduce ogni anno, ovviamente).

In questa intervista, realizzata ieri dal giornale svizzero Ticinonline, spiega la sua posizione giudiziaria e la “stranezza” della giustizia italiana in questa particolare materia.

Salvini, tutti “i politici” ed anche tutta la stampa mainstream, ne parlano come un “latitante” mai assicurato alla giustizia. Un falso, puro e semplice falso. Lojacono è infatti un cittadino italo-svizzero – ha la doppia cittadinanza, visto che i suoi genitori erano dei due paesi – per il quale lo Stato italiano ha chiesto e ottenuto l’arresto e il riconoscimento delle condanne italiane.

Cosa avvenuta regolarmente, tanto che Lojacono ha scontato l’ergastolo in Svizzera, ovviamente con le regole e le leggi di quel paese. Una volta scontata la pena è stato rimesso in libertà – non dobbiamo dimenticare mai che da quel 16 marzo sono passati 41 anni! – vive e lavora nel paese, e non è ovviamente più incorso in alcun guaio con la giustizia. Ma sui contorti passaggi giuridici che si sono messi in moto nel suo caso è meglio lasciare la parola a lui stesso, visto che il diritto elvetico è abbastanza differente da quello italiano e soprattutto lo Stato italiano si è comportato spesso in modo, diciamo così, “disinvolto” sul piano giuridico.

La cosa importante da sapere e capire è che ha scontato già l’ergastolo per i reati di cui la giustizia italiana l’ha riconosciuto colpevole.

In più, per i non addentro alle questioni giudiziarie, c’è da capire e sapere che l’ergastolo – essendo la pena massima prevista dal codice penale italiano – assorbe al suo interno tutte le condanne (sia equivalenti, sia quelle “minori”, come partecipazione a banda armata, ecc). Il principio giuridico per cui ciò avviene è elementare: hai soltanto una vita, dunque non puoi scontare più condanne a vita, ma una sola, e una sola volta. Se anche subisci più processi e vieni condannato più volte all’ergastolo, il codice prevedere che tutte le condanne siano “cumulate”, diventando una sola. Ovviamente quella massima.

Anche il codice penale italiano prevede che la condanna all’ergastolo – tranne nel caso dell’incostituzionale “ergastolo ostativo” (che esclude qualsiasi sconto previsto dalle leggi dello Stato, in barba alla Carta che prescrive che la pena miri alla “alla rieducazione del condannato”) – possa prevedere una carcerazione più breve dell’intera vita; e dunque che anche i condannati a questa pena possano tornare in libertà prima della morte. Gli esempi potrebbero essere centinaia, ma c’è anche da rispettare il “diritto all’oblio”, cui spesso ci richiamano avvocati di diversi inquisiti per reati decisamente più frequenti (corruzione, ecc). Quindi niente nomi: né comuni, né di destra (pochissimi, rispetto al numero dei morti causati), né tanto meno di comunisti.

Dunque Lojacono ha scontato la pena massima inflittagli dall’Italia, e in nessun modo – nella civiltà giuridica degli ultimi secoli – si può pretendere che chiunque sconti più volte la stessa condanna. Tanto più quella “a vita”.

Ma alcuni governi di questo paese – quando hanno bisogno di un'”arma di distrazione di massa” – ritirano fuori questo e altri nomi nel modo che abbiamo detto. La “giustizia”, in questi casi, non c’entra ovviamente nulla. E ancora meno la “certezza della pena” (che, in quanto tale, vale per tutti: Stato, vittime, condannati). Ma nel paese degli “aggiusta-processi” diventati governanti, tutto sembra diventare possibile. Persino scontare più volte una condanna a vita.

Sulla serietà di questo atteggiamento lasciamo giudicare i lettori.

*****

Intervista esclusiva al cittadino svizzero Alvaro Baragiola-Lojacono, 63 anni, l’uomo con cui Salvini vorrebbe riaprire i conti degli anni di piombo.

Fonte Ticinonline

LUGANO/BERNA – Per l’Italia l’orologio della storia è sempre fermo alle 9 del mattino del 16 marzo 1978. Al giorno, cioè, del rapimento del presidente della DC Aldo Moro e Alvaro Lojacono, all’epoca 22enne, è un brigatista latitante all’estero che deve scontare un ergastolo per l’agguato di via Fani.

Per la Svizzera Alvaro Baragiola, che ora ha 63 anni (e da una vita ha preso passaporto e cognome della madre), è un cittadino elvetico. Oggi lavora, ha una famiglia e la sua fedina è pulita dopo aver scontato nel secolo scorso una pena di 17 anni inflittagli per analoghi fatti di sangue (già inclusi nella sentenza Moro1-bis).

A riaprire vecchie cicatrici è stato l’arresto e l’estradizione dalla Bolivia a Roma di un protagonista minore degli anni di piombo, Cesare Battisti. Ma tanto è bastato per far ripartire la caccia ai riparati oltre confine. Mediatica soprattutto. E non solo, come spiega in esclusiva per Ticinonline/20Minuti e dopo quasi vent’anni di silenzio, l’uomo finito nel mirino di Matteo Salvini & Co.

Anche la Lega dei ticinesi ha invitato il Governo federale a consegnarla alle autorità italiane. Come valuta lei questa richiesta?

Per cominciare tengo a precisare che l’Italia NON ha MAI chiesto la mia estradizione alla Svizzera (il fatto è accertato dalla sentenza del Tribunale federale del 9 aprile 1991), ed una “consegna” come la richiede la Lega equivarrebbe a una deportazione alla boliviana, che la Confederazione non prevede.

Lei ha scontato una pesante condanna in Svizzera per fatti che le sono imputati in Italia, ma sembra che le autorità italiane non ne tengano conto. Perché?

L’Italia non riconosce, né può riconoscere, la carcerazione sofferta in Svizzera per gli stessi fatti e reati perché non solo non ha chiesto alla Svizzera l’estradizione, ma neppure ha chiesto alla Confederazione di processarmi in Svizzera.

Ci risulta però che, nel 2006, l’Italia presentò alla Confederazione una richiesta di exequatur, cioè di esecuzione in Svizzera delle condanne italiane…

È vero, però la richiesta italiana riguardava solo la sentenza del processo Moro 4 – invece della decisione giudiziaria di cumulo delle pene dei diversi processi – e non garantiva che, una volta eseguita la pena in Svizzera, il paese richiedente l’avrebbe pienamente riconosciuta come scontata. Il rischio era che, una volta eseguita in Svizzera, l’Italia avrebbe poi proceduto per farla valere o eseguirla di nuovo, cosa illegale ma non sorprendente, o avrebbe chiesto l’esecuzione ulteriore delle altre condanne. Per questo motivo la richiesta italiana fu respinta dai giudici del Canton Berna.

Per quale motivo le autorità italiane (i diversi governi che si sono succeduti) hanno scelto di non chiedere l’estradizione e poi in caso di rifiuto il processo in via sostitutiva?

Questo bisognerebbe chiederlo a loro. Io non lo so e posso solo fare delle ipotesi, forse l’Italia non ha voluto che uno stato straniero mettesse il naso nel processo Moro. Sarebbe comprensibile. Qualunque sia la ragione, non sono le autorità svizzere, né una mia presunta opposizione, ad aver creato l’impasse attuale.

Come si spiega questa “storia sospesa”?

Forse perché è più facile non fare nulla e sbraitare contro la Svizzera e il sottoscritto; su un “latitante” si può dire qualsiasi cosa, perché non è in condizione di difendersi, vengono addirittura qui con telecamere nascoste, figuriamoci. O forse perché il dossier dell’exequatur è stato affidato a qualche funzionario cialtrone e incompetente; non lo so, ma è evidente che il problema sta da quella parte.

E se l’Italia presentasse una richiesta di exequatur corretta e completa (cioè per tutte le condanne italiane cumulate), con la garanzia che l’Italia non precederà più per gli stessi fatti. Lei come reagirebbe?

Sono passati 40 anni e l’Italia si è sempre mossa in una logica di vendetta, come si è ben visto anche nel caso Battisti, e non ha mai rinunciato a un quadro giuridico d’eccezione. In una giustizia normale la “certezza della pena” vale anche per il detenuto: io sono stato scarcerato quasi venti anni fa, e sto ancora come prima dell’arresto, senza sapere se un giorno o l’altro mi riarrestano o mi riprocessano per qualcosa. Se ora l’Italia decidesse di muoversi con una richiesta come quella che ipotizza, io l’accetterei senza obiezioni, almeno metteremmo la parola fine a questa vicenda.

Sta dicendo che accetterebbe l’ergastolo che un giudice svizzero, secondo le sentenze italiane, le dovrebbe infliggere?

Sì.

Ripensa spesso a quel mattino in via Fani?

Ogni volta che il tema è rilanciato dai media associandolo al mio nome ricevo insulti e minacce. È una pena supplementare, non ci posso fare niente. Ci sono memorie collettive diverse ed in conflitto tra loro, e nessuna sarà mai condivisa da tutti. Entriamo nel cinquantenario del lungo ’68; dopo mezzo secolo si dovrebbe poter trattare le cose storicamente, ma non è così, sembra che i fatti siano avvenuti ieri.

Cosa contesta nella lettura odierna dei fatti di allora?

All’epoca, erano passati 30 anni dalla fine della guerra e dei suoi drammatici strascichi di guerra civile, ma quella era già storia, nessuno lanciava stagioni di caccia grossa agli “impuniti”. Ho avuto un contatto con l’ultima commissione parlamentare italiana sul caso Moro, che ha purtroppo mancato l’occasione, scegliendo di dedicarsi alla ricerca di complotti.

Cosa ha detto a questi commissari?

Quello che penso, e che dico a chiunque – pur evitando di farlo in pubblico, perché so quanto l’apparizione anche solo di una foto possa irritare i parenti delle vittime. C’è stata una “linea della fermezza” lanciata dal PCI al tempo del sequestro Moro, continuata poi con le leggi d’emergenza e con la politica della vendetta, che in questi giorni ha raggiunto livelli impensabili con l’esibizione del detenuto-trofeo. Una catena che neppure la commissione ha voluto interrompere, lasciando la verità nella palude del sospetto.

Dunque resta un tema tabù?

Non vedo perché parlare con chi mi considera ancora oggi terrorista e nemico pubblico. Che non sono. Ma non è un tabù, ne parlo con storici e ricercatori con cui si può discutere, solo lontani dalla propaganda e dalle fake-news si può ritrovare un senso storico.

Fonte

27/06/2018

Dove si imboscano i soldi dei ricchi? Continuano a preferire la Svizzera

Sono sempre più ricchi, anche nel 2017, anche dopo dieci anni di crisi e provvedimenti economici che hanno invece impoverito interi paesi e consistenti settori sociali, molti dei quali fino a ieri idealizzati come “classi medie”. Ma dove imboscano i loro soldi i ricchi del mondo? Secondo i dati del Boston Consulting Group, ripresi da Wall Street Italia, li imboscano ancora in Svizzera, che siccome “lava sempre più bianco” rimane la meta preferita. Secondo il rapporto del Bsc, la quantità di ricchezza offshore globale detenuta nel 2017, è stata di circa 8,2 trilioni di dollari – il 6% in più rispetto all’anno precedente in termini di dollari USA. I soldi imboscati dai ricchi confermano che per loro la crisi non c’è mai stata e quando c’è stata è stata ampiamente superata. Dunque non siamo, non siamo mai stati e non staremo mai nella stessa barca. Ci vorrebbero le picconate altro che la Flat Tax.

Secondo i dati del World Wealth Report 2018, la ricchezza degli High Net Worth Individual (HNWI), cioè i ricchi che nel solo 2017 hanno investito almeno un milione di dollari, lo scorso anno ha superato per la prima volta i 70 mila miliardi dollari, segnando una crescita del 10,6% anno su anno, la migliore dal 2011.

La ricchezza degli ultra ricchi è aumentata del 10,6% e il 2017 si classifica così al secondo posto tra gli anni con il più ampio tasso di crescita di HNWI dal 2011. Tra il 2016 e il 2017, il numero di grandi ricchi è incrementato di circa il 9%, da 251.500 a 274.000 individui.

In questa classifica degli imboscatori di ricchezza, l’Italia è collocata stabilmente al decimo posto della top ten mondiale per numero di HNWI, preceduta da Usa, Giappone, Germania, Cina, Francia, Regno Unito, Svizzera, Canada e Australia (in ordine dal primo al nono posto). La crescita della ricchezza privata in Italia è trainata dalla crescita dei prezzi del mercato immobiliare, saliti del 2,7% nel 2017, dopo aver registrato segni di ripresa nel 2016 (+1,3%). La ricchezza privata immobiliare del resto costituisce il 51% della ricchezza. Il restante 44,5% è ricchezza finanziaria e solo il 4,5% della ricchezza privata è costituita da beni materiali. E’ il paradiso infernale della rendita speculativa allo stato puro.

Ma sui luoghi dove i ricchi italiani imboscano i soldi, qualcosa di più si potrebbe sapere nei prossimi giorni, soprattutto per quanto riguarda i famosi “Panama Papers”, ossia i fondi depositati off shore nella zona del Canale. Tra questi ci sono anche alcuni ricchi imboscatori italiani (tra privati e uomini e partiti politici). Il settimanale L’Espresso fa sapere pubblicherà una nuova inchiesta sui Panama Papers, che conterrà i nomi e i casi più rilevanti che coinvolgono l’Italia. Le nuove rivelazioni metteranno in luce tesori offshore di valore rilevante, da 1,5 fino a 10 miliardi di dollari.

Fonte