Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/07/2026

La notte dei giustizieri della notte

I governi in difficoltà sono pericolosi perché cercano ossessivamente un appiglio in grado di distrarre la popolazione. Quello in carica è tra i peggiori, in questo sport, perché palesemente non gli funziona più nulla.

L’elenco è infinito (guerra, inflazione, bollette, carburanti, treni che non partono né arrivano più, salari di merda e lavoretti da schiavi, ecc.), e persino nelle vicende che riguardano soltanto gli affari loro – vedi la legge elettorale – riescono a fare figure da squali che si mordono reciprocamente.

Una via classica è prendere un fatto di cronaca, eleggerlo ad alfa e omega di una visione del mondo, e giocare la carta del forcaiolismo, se possibile con qualche venatura razzista.

Ma anche fare i forcaioli è diventato complicato, perché devono sostenere contemporaneamente il diritto all’omicidio per vendetta e il rispetto della legalità che vale, utilizzando il gergo tajanesco, “fino ad un certo punto”. Se poi non si trova bell’e pronto un immigrato borderline, allora bisogna arrampicarsi sugli specchi.

Per capirci, abbiamo negli stessi giorni diversi casi illuminanti.

Per il crollo del Ponte Morandi e i 43 morti che ha determinato, per l’assenza di manutenzione anche in presenza di degrado delle strutture portanti, l‘ex ad di Autostrade (allora in concessione a Benetton) Giovanni Castellucci è stato condannato a 12 anni e altri dirigenti a pene ancora minori.

Responsabilità oggettiva, si dice, ma non è che li hanno uccisi materialmente loro... Un po’ di comprensione ci vuole, no? In fondo erano dei manager di successo, risparmiavano sulle riparazioni per far crescere i profitti... Chi non farebbe lo stesso?

Invece Alfredo Cospito, per un petardone fatto esplodere in un cassonetto che, forse, non ha ferito neanche i topi in cerca di cibo, è stato condannato prima all’ergastolo e poi a 23 anni, da scontare in 41 bis. Coerente, no?

Difficile fare i forcaioli “legge e ordine” e pretendere l’assoluzione completa dei propri “eroi”, ma ci provano lo stesso.

La condanna a Mario Roggero, gioielliere cuneese che ha ucciso due rapinatori dopo che si erano già allontanati dal suo negozio, è sembrata l’occasione giusta per parlar d’altro facendo finta di volere una “giustizia giusta”, ma che non passi dalle aule di un tribunale. Da giustizieri della notte, magari...

Gli argomenti usati sono diversi e vanno smontati uno per uno.

Il primo fa appello all’empatia con un “povero vecchio, un nonno, con figli e nipoti” (Salvini dixit), tacendo dei due morti e un ferito lasciati per strada. Se venisse chiesta contemporaneamente la liberazione di tutti gli ultrasettantenni chiusi nelle galere si potrebbe persino ritenerlo giusto. Ma perché uno solo sì e tutti gli altri, a cominciare magari da chi non ha ammazzato nessuno, no?

Il più abusato è però quello per cui, avendo subito una rapina e visto minacciare anche sua moglie, Roggero sarebbe stato preso da un raptus in fondo comprensibile.

I giudici di tre tribunali diversi, per i tre gradi di giudizio, hanno in effetti accolto tutti questa “attenuante” prevista dalla legge, comminando 14 anni di carcere invece dell’ergastolo o 30 anni.

Ma l’analisi del video del post-rapina mostra Roggero che spara e insegue i tre rapinatori, con una mira eccellente per un uomo anziano “sotto stress emotivo” (due morti e un ferito con soli cinque colpi), prende uno di loro persino a calci in testa dopo averli ridotto in fin di vita. Era sempre in preda al raptus, dicono... 

Ma lo si vede anche entrare nell’auto abbandonata dai rapinatori, prendere il sacchetto col bottino e tornare verso il negozio. Poi si ferma, torna indietro e rimette il sacchetto dove lo aveva trovato.

Quelli che sanno di legge dicono che ha manipolato due volte “la scena del delitto”. E lo ha fatto perché deve aver pensato, con una notevole freddezza, che senza quel sacchetto nell’auto qualcuno avrebbe potuto dubitare che la rapina ci fosse stata.

Se si riesce a pensare una cosa del genere si stanno calcolando i costi e i benefici nel sicuro processo che ci sarà dopo. Perché due morti sono lì per terra, per mano tua e della tua pistola. Niente raptus, insomma... 

Il terzo argomento chiama in causa la legge che regola la “legittima difesa”, la cui ultima versione è stata opera proprio della Lega e degli altri che avrebbero voluto, per questo solo caso, l’assoluzione piena.

Quella legge dice, prudentemente, che per definire la difesa “legittima” – e quindi non punibile – deve esserci un “pericolo attuale” e la difesa deve essere “necessaria e proporzionata”. Unità di tempo e di luogo, proporzione tra danno ricevuto e quello provocato (la morte, in questo caso). Altrimenti chiunque può sparacchiare in giro dicendo di essersi sentito in pericolo per un insulto o qualche giorno prima... 

Tradotto: se Roggero avesse usato l’arma dentro il negozio, sotto la minaccia delle pistole dei rapinatori (che erano “giocattolo”, ma non poteva ovviamente saperlo), l’assoluzione sarebbe stata sicura e anche “giusta”.


Ma se spari dopo, quando gli aggressori sono ormai in fuga, in un altro ambiente, il pericolo non c’è più. E neanche la “difesa necessaria e proporzionata”. Bastava la denuncia e, grazie alle telecamere, sarebbero stati certamente individuati e arrestati, venendo poi condannati in proporzione al reato (rapina a mano armata, da 6 a 20 anni).

Il “momento” e il luogo della reazione sono insomma decisivi. Facciamo un esempio semplice: se tamponi un’altra auto, sei nel torto (come i rapinatori), e quindi devi pagare i danni. Ma se l’altro guidatore esce dalla macchina col cric in mano e comincia a tempestare di colpi te e la tua auto, mandandoti all’ospedale, allora deve pagare anche lui. Indipendentemente dallo “shock emotivo” subito perché magari era appena uscito tutto orgoglioso dal concessionario.

Altro argomento, che invece indichiamo noi. Il signor Roggero nel 2005 si presentò di notte a casa dell’allora fidanzato della figlia, lo colpì e minacciò con una pistola sia lui che i suoi genitori. Se avessero avuto anche loro una pistola avrebbero potuto “legittimamente” farlo fuori finché era in casa, ma per fortuna (loro) non è accaduto.

Per quella vicenda Roggero fu condannato per lesioni e minaccia a mano armata e gli fu ritirato il porto d’armi.

Lasciamo perdere il suo carattere iracondo o una certa propensione all’uso della violenza, e facciamo la domanda più banale: se non aveva più il porto d’armi, a che titolo possedeva una pistola? Non ci sono altri “permessi” legali... 

Si potrebbe andare avanti, ma non serve.

Tutta la discussione su questo caso di cronaca è falsata dall’inizio. Tra quelli che gridano alla “grazia per Roggero”, immaginando già di candidarlo alle elezioni, non gliene frega niente di avere una “giustizia giusta” o qualsiasi altra cosa utile.

Quel che conta è soltanto poter agitare qualcosa che non faccia pensare all’infinita lista dei problemi veri di ogni persona che vive in questo paese senza essere “abboffata di soldi”.

Manca ormai qualsiasi “terreno comune”, fatto di concetti e valori riconosciuti. Conta solo il “mi è utile” o “mi viene contro”. Stanno “performando” una cultura che prevede l’arbitrio e la libertà per se stessi, “legge e ordine” per tutti gli altri, a seconda di chi sono. Un mondo dove i proprietari – commercianti, imprenditori, manager, ecc. – possono fare quel che gli pare, anche sparare per uccidere, e nessuno deve giudicarli. Anzi, bisogna identificarsi con loro, anche e soprattutto se non si ha quasi nulla... 

Le premesse logiche di ogni guerra, insomma. Civile o generale che sia.

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14/01/2026

Vendetta del governo contro le manifestazioni di ottobre. Arresti a Torino, decine di denunce in tutta Italia

All’alba di oggi a Torino è arrivata l’ultima fase dell’ondata repressiva scatenatasi nel paese a seguito delle potenti manifestazioni di ottobre e settembre contro il genocidio in Palestina e la complicità del governo italiano.

Otto misure cautelari sono state eseguite a Torino dalla Polizia nell’ambito dell’operazione “Riot” contro alcuni giovani e giovanissimi accusati di essere responsabili dei disordini avvenuti il 3 ottobre scorso durante lo sciopero generale di USB, CGIL, sindacati di base e la manifestazione “Blocchiamo tutto”, promossa dal Coordinamento Torino per Gaza. In alcuni casi si tratta di giovani e giovanissimi immigrati di nuova generazione.

La sempre zelante Procura di Torino ha disposto l’arresto di 5 minorenni – di cui 2 messi addirittura in carcere e 3 collocati in comunità – e l’applicazione di misure cautelari nei confronti di 3 maggiorenni (2 finiti agli arresti domiciliari e 1 con divieto di dimora a Torino). L’ordinanza della Procura torinese parla addirittura di “Allarmante spregiudicatezza criminale, totale assenza di freni inibitori, sistematico disprezzo per le norme fondamentali per la convivenza civile”.

A Torino in questi giorni sono arrivate anche 10 sanzioni amministrative per i blocchi nelle stazioni, in particolare il blocco di Porta Susa del 24 settembre e quello di Porta Nuova del 1 ottobre. Poi ci sono altre 40/50 sanzioni che oltre a queste due date comprendono anche la data dello sciopero del 22 settembre. In alcuni casi oltre alla sanzione amministrativa, gestita dalla Polizia ferroviaria, sono in corso indagini per l’accertamento di violazioni sul piano penale. Infine sempre a Torino ci sono stati altri arresti non strettamente legati alle manifestazioni per la Palestina, come l’arresto di 5 studenti minorenni per aver cacciato i fascisti dalla scuola Einstein e per l’iniziativa alla sede della Città Metropolitana del 14 novembre in occasione del NoMeloniDay.

Ma se l’accanimento repressivo è, come al solito, più evidente a Torino, anche in altre città stanno arrivando denunce per le manifestazioni di ottobre e i blocchi di porti e stazioni.

È il caso di Massa dove 37 persone hanno ricevuto nelle scorse ore un avviso di chiusura indagini. “Agendo in concorso tra loro – si legge nel dispositivo emesso dalla Procura – in esecuzione di un medesimo criminoso, causavano l’interruzione del pubblico trasporto ferroviario”.

A Taranto, sempre per le giornate di mobilitazione in difesa della Flotilla, 28 persone sono finite sotto indagine per il reato di blocco ferroviario.

A Bergamo sanzioni stanno giungendo a decine di manifestanti che lo scorso 3 ottobre sono scesi in piazza per la Palestina e hanno bloccato i binari della stazione.

Sono in corso di “censimento” le denunce e le sanzioni anche nelle altre città dove si è manifestato nelle straordinarie giornate di lotta di settembre e ottobre e dove gli apparati di potere intendono adesso realizzare la loro vendetta dopo “la grande paura” che gli ha tolto il sonno in quelle settimane.

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04/07/2025

La fretta di Milei per “regalare” Bertulazzi a Giorgia Meloni

L’estradizione di Leonardo Bertulazzi dall’Argentina all'Italia è in un passaggio determinante. Qui il comunicato stampa della comunità locale in sua difesa.

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In tempi record, la Corte Suprema di Giustizia ha deciso ieri pomeriggio l’estradizione del militante e attivista sociale italiano Leonardo Bertulazzi, residente in Argentina con la sua compagna da oltre 23 anni.

Appena pochi minuti dopo la decisione, la Polizia Federale si è presentata alla casa di “Leo”, dove stava scontando gli arresti domiciliari, e lo ha trasferito in una struttura di via Cavia, in attesa di concretizzare la richiesta di estradizione avanzata dall’Italia.

Sia la sentenza che l’operato della polizia violano palesemente il Diritto Internazionale in materia di asilo politico, poiché Leonardo è un rifugiato, nonostante i tentativi arbitrari di Milei e Bullrich di cancellare con un tratto di penna le norme fondamentali della Convenzione che protegge i perseguitati politici e che ha reso gloriosa l’Argentina per il suo impegno nella difesa dei diritti umani.

Il suo avvocato, Rodolfo Yanzón, ha ribadito che “Bertulazzi mantiene lo status di rifugiato presso l’ONU, poiché è in corso una causa presso il tribunale amministrativo su questa questione”.

Per questo, la decisione giudiziaria arbitraria di ieri, su misura per i governi fascisti di Argentina e Italia, lascia sconcertati.

Tra l’altro, l’ordine di arresto per estradizione è stato emesso dalla giudice María Servini de Cubría, la stessa che 22 anni fa aveva stabilito l’improcedibilità dell’estradizione perché Leonardo in Italia era stato processato in contumacia, senza alcuna possibilità di esercitare il diritto alla difesa.

Allo stesso modo, le massime corti di Parigi hanno respinto la richiesta italiana di estradizione per 10 compagni di Bertulazzi, contestando l’applicazione del processo in contumacia e ritenendo che la legislazione speciale italiana, promulgata negli anni ’70 per perseguitare i militanti politici, non garantisca il giusto processo.

Leo ha 73 anni, è liutaio e grafico, e un amato vicino del quartiere di Buenos Aires dove vive da 21 anni. Lo scorso febbraio, durante gli arresti domiciliari, ha avuto un ictus, e il tribunale non gli ha nemmeno permesso di uscire a camminare nonostante le indicazioni mediche per una migliore riabilitazione.

Buenos Aires, 2 luglio 2025

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05/08/2023

Occhio per occhio

di Giorgio Bona

Revenant – Redivivo  è un film del 2015 diretto, cosceneggiato e coprodotto dal regista messicano Alejandro González Iñárritu e il soggetto è tratto dal libro omonimo dello scrittore americano Michael Pumke (Revenant. La storia vera di Hugh Glass e della sua vendetta, trad. di Norman Gobetti, Einaudi, 2014).

Il ruolo del protagonista è interpretato da Leonardo Di Caprio nella parte di Hugh Glass (c. 1783-1833), esploratore e cacciatore di pellicce che nel 1822 prese parte a una spedizione lungo il fiume Missouri e i suoi affluenti: a quei tempi il territorio era di fatto inesplorato.

La prima missione per inoltrarsi in quelle zone impervie e piene di pericoli risaliva a diciotto anni prima coi famosissimi Meriwether Lewis e William Clark (1804-1806), finanziata dal governo statunitense immediatamente dopo l’acquisto della Louisiana in vista dell’annessione all’Unione. Missione voluta dal presidente Jefferson che condusse i due esploratori a tracciare le prime mappe del nord-ovest: impresa utile a raccontare una terra sconosciuta che seguiva il percorso dei fiumi Missouri e Columbia oltrepassando le Montagne rocciose e le Bitterroot Mountains.

Michael Pumke ricostruisce una storia vera, quella di Hugh Glass che viene abbandonato in pieno territorio indiano da due componenti della compagnia di pellicce perché creduto morto. Infatti nessuno può sopravvivere all’attacco di un grizzly, resistere ai suoi artigli che lacerano la carne e penetrano in profondità. Ecco allora che dato per spacciato viene lasciato al suo destino dai suoi due compagni. Uno dei due è niente meno che il celebre Jim Bridger (1804-1881), in questo contesto giovanissimo, alle prime armi, prima di diventare il famosissimo scout al pari di Kit Carson, Brigham Young, Thomas Fitzpatrick e John Sutter.

Jim Bridger sarà presente ne Il crinale (Einaudi, 2023), altro romanzo di Pumke, e ricordato come esploratore e veterano delle guerre indiane. Qui, invece, lo scout è un giovane pischello alle prime armi. Nella ricostruzione di Pumke il giovane Jim Bridger, rimasto orfano in povertà e senza alcuna istruzione dopo un breve periodo da apprendista fabbro, si unisce al generale William Henry Ashley e la compagnia di cacciatori di pellicce nell’alto fiume Missouri.

La trama del romanzo parla delle avventure della compagnia e Pumke cerca minuziosamente di ricostruirne la storia ma soprattutto cerca di darci una visione a 360° di quello scorcio di frontiera.

Il capitano Andrew Henry, capo della spedizione della Rocky Mountain Fur Company subisce un brutto colpo: i suoi trapper sono decimati da un attacco degli indiani Arikara.

Siamo nell’agosto del 1823 e contemporaneamente il suo uomo migliore, Hugh Glass viene assalito da un grizzly sulle rive del fiume Grand. I suoi compagni di viaggio, John Fritzgerald e Jim Bridger lo considerano morto abbandonandolo dentro una fossa, dopo avergli sottratto l’equipaggiamento e soprattutto il prezioso fucile Anstadt.

Solo, gravemente ferito, sprovvisto di qualsiasi mezzo, Glass riesce a sopravvivere alla dura vita della frontiera, al pericolo di indiani sul sentiero di guerra e giura vendetta intraprendendo un viaggio straordinario di tremila chilometri in quei territori selvaggi e pieni di insidie, tra Dakota, Montana, Nebraska e Wyoming, per raggiungere i due compagni e fargliela pagare.

È la dura legge della frontiera: occhio per occhio.

Durante questo interminabile viaggio che sembra non avere mai fine, ripercorre con la mente il suo passato tra naufragi al largo di Cuba, pirati, vagabondaggi, fino a un lungo periodo di permanenza presso una tribù di indiani Pawnee.

Rimettendosi in sesto poco alla volta, nutrendosi di piccoli roditori e bacche si muove strisciando per lunghi tratti e successivamente zoppicando in un territorio impervio e pieno di pericoli.

L’inferno che sta attraversando è anche quello delle fitte di una terribile lacerazione alla gola a causa degli artigli dell’orso, che gli lascerà segni indelebili sul timbro di voce ridotto come un sibilo.

Se la dura legge della frontiera rispecchia come grande valore il sentimento della vendetta per affermare la giustizia, in questo libro che ha un titolo comprensibile per la sua forte tematica, dove la frontiera è l’inferno, allora “the Revenant” rappresenta colui che ritorna dopo un viaggio dagli inferi.

Ecco Hugh Glass che risorge dal suo sepolcro con gli occhi iniettati di sangue e non cercherà la strada per salvare se stesso ma per cercare la pace attraverso la sete di giustizia.

Ma quello che emerge è il mito americano della frontiera. La frontiera intesa come terra selvaggia aveva per gli americani un significato: il proprio sogno di libertà legato alla conquista e all’affermazione del proprio io. Affermare la propria identità anche al prezzo di cancellare quella degli altri: qualcosa che comporterà una delle scelte più tragiche della storia, lo sterminio dei nativi nordamericani.

Un viatico della storia della frontiera parte da questo libro. Hugh Glass rappresenta l’uomo che apre una sfida con un mondo da dominare: conflitti con caccia all’uomo, lotte cruente che l’avidità della terra inaspriva, creando le premesse più atroci per vendette a catena.

In tutto questo gli indigeni dovevano soccombere respinti sempre più indietro dall’orda degli invasori.

Solo gli indiani morti sono buoni e per poterlo provare li uccisero quasi tutti.

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19/06/2023

Che Stato è quello che maramaldeggia con Vallanzasca?

Ci sono storie che dimostrano la natura inqualificabile di una “amministrazione” della giustizia che non ha nulla di umano. E neanche più di “costituzionale” (articolo 27).

Il Tribunale di Sorveglianza di Milano, su pressione della Procura, ha rifiutato a Renato Vallanzasca la detenzione in una struttura idonea alle sue condizioni di salute, molto precarie, ormai, con certificati deficit cognitivi.

A maggio i suoi legali avevano infatti prodotto una consulenza medico legale firmata da due neurologi, tra cui il professore Stefano Zago, per dimostrare che Vallanzasca da almeno 4 anni soffre di un serio decadimento cognitivo. E hanno chiesto ai giudici (presidente D’Elia, relatore Rossi e due esperti) che venisse effettuato un accertamento medico legale sul punto.

Secondo il sostituto pg di Milano, Maria Saracino, le condizioni del 73enne, non erano invece “incompatibili col carcere”.

Per di più, in quell’occasione, la Procura aveva chiesto di prolungare di altri sei mesi il suo isolamento diurno; ma il Tribunale di Sorveglianza aveva almeno rigettato questa richiesta assurda.

Renato Vallanzasca è stato certamente un protagonista quasi da romanzo della mala milanese degli anni ’70, autore di rapine, omicidi e sequestri di persona per cui è stato condannato più volte all’ergastolo.

La sua fama era stato poi ampliata da un discreto numero di evasioni – l’ultima della quali nel 1987, dalla nave traghetto ferma nel porto di Genova mentre doveva essere “tradotto” nel carcere di massima sicurezza di Badu e Carros, a Nuoro.

Ha per questo trascorso in carcere quasi 52 dei suoi 73 anni di vita.

Anche i suoi ultimi decenni non sono stati semplici. Ottenuto un paio di volte il regime di “lavoro esterno” (uscendo dal carcere di giorno solo per andare a lavorare, e rientrando per la notte) se l’era visto revocare una volta perché “sforava” gli obblighi per vedersi con una donna, la seconda per le proteste dei famigliari di un poliziotto rimasto ucciso decenni prima.

Otteneva poi la semilibertà (molto simile al “lavoro esterno”, ma con qualche margine di movimento in più) e ci restava fino al giugno 2014, quando – incredibilmente – veniva bloccato alla cassa di un supermercato perché, oltre alla spesa regolarmente pagata, si stava portando via... un paio di mutande.

Per questo “reato” viene condannato ad altri 10 mesi di reclusione con l’accusa di “rapina aggravata”. Quasi un “omaggio” al suo nome, non certo al “gesto”...

Ma soprattutto viene di nuovo rinchiuso e definitivamente in una cella. A chi l’aveva conosciuto di persona – ex detenuto o giornalista che fosse – quell’episodio al supermercato era sembrato troppo stupido per un “personaggio” col suo curriculum, come se già allora non fosse più lui.

Oggi la sua ex moglie ha scritto all’Ansa chiedendo appunto: “Quanto deve pagare ancora? Dopo 50 anni di carcere e una condizione di salute precaria, anzi peggio. Rifiutare le misure alternative a Renato Vallanzasca significa non solo condannarlo al carcere a vita, cosa che già è avvenuta e all’impossibilità di vivere uno stralcio di normalità, ma anche umiliare un uomo ormai ridotto all’ombra non di quello che era, ma di quello che tutti hanno pensato che fosse“.

Antonella D’Agostino ricorda che l’ex marito “ha vissuto otto anni in semilibertà e poi ai domiciliari senza fare niente di male. E quando portò via quelle mutande dal supermercato capii che nel suo cervello qualcosa aveva cominciato a non funzionare“.

“Da fuori ho sofferto ogni volta che ho visto quelle sue smargiassate che lo hanno reso il ‘Bel Renè’ soprannome che ha sempre odiato ma siccome faceva figo se lo è tenuto“, continua Antonella D’Agostino che conosce l’ex marito da quando erano bambini.

“Quanto deve pagare ancora perché possa morire in pace? E sia chiaro non da uomo libero, ma affidato a una struttura. Ormai lo avete piegato per sempre. Dimentichiamo gli occhi azzurri e il suo fascino. È l’ombra di sé stesso. Una larva umana. Che forse merita un po’ di pietà. A meno che 50 anni di carcere vi sembrino pochi“.

O a meno che il “decadimento cognitivo” non sia ormai la cifra caratteristica di un certo modo di “amministrare la giustizia”.

Fonte

06/07/2022

Giustizia o vendetta? La partita sulla pelle degli esuli

La Chambre de l’Instruction della Corte d’Appello di Parigi ha reso note le motivazioni della sentenza con cui ha deciso di negare l’estradizione richiesta dall’Italia per i dieci esuli italiani, fuggiti dal nostro paese circa 40 anni fa e inseguiti da decine di mandati di cattura per reati legati agli anni della lotta armata.

Erano stati arrestati nell’ambito dell’operazione “Ombre rosse”, nell’aprile 2021. Nel solco di quella subcultura, l’attuale ministro della giustizia francese ha imposto alla Procura Generale di ricorrere in Cassazione. Si vedrà con quali tempi ed esiti.

Lasciamo da parte le facili petizioni di principio utilizzate nella peggiore propaganda politica, sciorinata anche dal ministro Dupond-Moretti (quanta ironia semina la Storia…), e analizziamo gli argomenti sollevati dalla corte francese. Perché illustrano con enorme chiarezza la differenza tra uno Stato di diritto (borghese, certo) e uno “Stato penale” ma che meriterebbe epiteti assai meno educati.

Non potrebbe essere altrimenti visto che gli argomenti con cui media, governo e partiti che lo sostengono hanno “difeso” la richiesta di estradizione, non sono molto diversi dalle chiacchiere da ubriachi in un’osteria leghista intorno a mezzanotte.

Giudizio effettivamente un po’ forte, ma pienamente in linea con le ragioni proposte dai giudici francesi.

I quali ricordano che le sentenze di condanna in Italia sono state emesse quando gli imputati erano “latitanti e contumaci”, condizione non prevista da quasi nessun codice di procedura penale europeo (borghese, certo).

Questo era un argomento giuridico centrale ai tempi della “dottrina Mitterand” che, banalmente, prendeva atto della differenza abissale tra leggi francesi (niente affatto tenere con l’opposizione sociale e politica, come ben sanno ancora oggi i gilet jaunes) e “leggi di emergenza antiterrorismo” varate in Italia dai governi Dc-Pci (poi anche da Pri, Psi, ecc).

La Francia, già allora, faceva notare ai governi italiani che non poteva far parte della cultura e della pratica giuridica liberale (borghese, certo) il fatto che degli imputati venissero “condannati al termine di una procedura alla quale non erano presenti”.

Come si vede, la magistratura francese non aveva e non ha nulla da obiettare contro il fatto che i combattenti rivoluzionari vengano processati e nel caso condannati (lo hanno fatto anche laggiù, con i militanti di Action Directe), ma seguendo appunto una procedura penale da “Stato di diritto”. Ovvero con gli imputati in aula e difesi da una avvocato di fiducia.

E non da un avvocato d’ufficio scelto dal Tribunale stesso in un elenco dei legali disponibili (non c’è ovviamente nulla di male nel rendersi disponibili a difendere quasi gratuitamente qualsiasi imputato, anzi, ma certo si può avanzare qualche dubbio circa la fiducia e la conoscenza dei problemi che dovrebbe per forza correre tra “cliente” e “difensore”).

Una furiosa approssimazione processuale da cui non si è mai usciti, tanto che i giudici francesi – ancora oggi – sono costretti a far presente che “le autorità italiane non sono state in grado di indicare” se gli imputati “fossero stati assistiti da un avvocato scelto effettivamente” dagli stessi interessati.

Se poi si guarda alla pratica concreta dei tribunali speciali italiani degli anni Ottanta, è facile constatare una consuetudine al “processo di massa”, in cui un gran numero di imputati venivano considerati come una sola cosa, difesi da avvocati “in prestito”, soltanto per coprire una necessità “pro forma”...

Si sa, inoltre, che le condanne furono emanate “all’ingrosso”, senza troppe analisi dei profili individuali e delle responsabilità specifiche, usando come “livella” l’istituto – unico, in Europa – del “concorso morale”.

Traduciamo per i non addetti ai lavori o i più giovani: qualunque imputato, in quei processi, poteva essere condannato per qualsiasi reato commesso dall’organizzazione di cui faceva parte (e spesso anche quando non ne faceva effettivamente parte), anche se non era stato materialmente presente alla commissione del reato. Bastava appunto ipotizzare che esistesse un “concorso morale” derivante dal “vincolo associativo”.

Che vuol dire, in pratica? Che, per esempio, un “omicidio” o un ferimento realizzato da quattro o cinque combattenti riuniti in “nucleo operativo” poteva essere addebitato – con relativa condanna – anche ad altri venti o trenta imputati che nel momento del reato stavano a centinaia di chilometri di distanza. Con buona pace della “responsabilità individuale” prevista da ogni codice liberale.

Questo caos processuale non sarebbe stato magari di ostacolo all’estradizione se lo Stato italiano fosse stato in grado almeno di garantire un nuovo “processo equo” agli esuli, una volta riportati in Italia. Sappiamo com’è andata, ad esempio, con Cesare Battisti...

Ma naturalmente “nessuna versione dell’articolo 175 del codice penale italiano (che organizza il diritto al ricorso contro il processo in contumacia) dà al condannato in assenza la facoltà incondizionata di esercitare un ricorso e di essere nuovamente giudicato”.

Neanche questa argomentazione è però determinante.

Quella costituzionalmente decisiva – anche con riferimento alla Costituzione italiana – prende invece in considerazione l’articolo 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo.

Per i giudici francesi, infatti, “la passività delle autorità italiane, durata 30 anni prima di riformulare una richiesta di estradizione, ha contribuito alla costruzione di una vita privata e familiare sul suolo francese”. Durante la quale quelle persone (e altre nel frattempo andate “in prescrizione”) “non hanno commesso più atti illegali”.

A parte la sottile ironia – “vi siete svegliati ora, dopo 30 anni?” – i giudici francesi ricordano alle autorità italiane la funzione che ogni codice liberale (borghese, certo, ma in questo sistema viviamo tutti, Draghi compreso) attribuisce alla pena. Ossia alla privazione della libertà.

Come recita la formula Costituzionale italiana, all’art. 27, “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso d’umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Persone che da 40 anni vivono legalmente in un paese di democrazia liberale senza commettere “reati” sono di fatto da considerare “rieducate” o “recuperate” (qualsiasi cosa vogliano dire queste parole). Dunque, quale scopo avrebbe il rinchiuderle – a ormai 70 anni, in media – in un carcere?

Sicuramente non alla “rieducazione”. Al massimo al farli vedere mentre muoiono tra le sbarre, per la gioia di qualche talk show parafascista.

Vendetta, insomma, non altro. Nessuna “giustizia”, nessun “fine superiore”. Solo una medaglietta da incollare sul petto di qualche governante incapace di fare o pensare altro per apparire “socialmente utile”.

I giudici francesi, infine, non si occupano del “dolore dei familiari delle vittime” per il buon motivo che – in uno Stato di diritto (borghese, certo) – è in prima persona lo Stato a farsi carico degli interessi delle vittime predisponendo un processo, l’eventuale condanna e l’esecuzione della pena.

Dunque è in qualche modo scontato che le vittime siano rappresentate dalle istituzioni repubblicane e non siano invece queste ultime a “nascondersi” dietro il dolore dei cittadini danneggiati da un qualsiasi reato. Altrimenti saremmo ancor alla legge del taglione, dove è la vittima a stabilire la pena e il risarcimento (“occhio per occhio, dente per dente”). La quale vittima, anche per il furto di un’autoradio, a caldo, potrebbe pretendere la condanna a morte...

Facciamo anche noi, nel nostro piccolo, modestamente notare che “il dolore dei familiari delle vittime” è sempre ugualmente non riparabile. Sia nei casi di guerra civile, sia negli incidenti sul lavoro; sia nella “malasanità” (causa tagli di bilancio), sia per le centinaia di uccisi “per errore” dalle forze dell’ordine, ecc.

La differenza la fa “la politica”, ossia chi guida lo Stato. Che decide, facendo leggi, quali “familiari delle vittime” hanno diritto a vedersi riconosciuto il diritto al “massimo della pena” per i decenni a venire oppure niente, oppure ancora un contentino formale.

Inquadrata così, diventa evidente che l’“implacabilità” dei governanti italioti nei confronti degli esuli della lotta armata degli anni ‘70 è una volgare esibizione di forza vendicativa verso chi ha osato sfidare, in altre epoche, il potere (borghese, non per caso).

Mentre “il dolore delle vittime”, in tutti gli altri casi – dagli omicidi sul lavoro a quelli per i disastri ambientali – conta meno di nulla, agli occhi dei “migliori”.

Inquadrata così, la partita che si gioca sulla pelle degli esuli a Parigi riguarda tutti noi. Perché il tipo di Stato con cui dobbiamo fare i conti, nel quotidiano conflitto politico e sociale, dice di essere “di diritto”, ma in realtà si comporta come altra cosa...

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27/06/2021

Inaccettabile trattamento carcerario per Cesare Battisti

È inaccettabile e ingiustificabile il trattamento carcerario a cui è sottoposto Cesare Battisti.

Si tratta di una persona che non ha più a che fare con la lotta armata da decenni. La formazione armata di cui faceva parte non esiste più da altrettanto tempo e non si capiscono le ragioni di sicurezza per cui sarebbe privato persino della luce del sole da più di nove mesi.

Tutti sanno che negli ultimi decenni Cesare Battisti ha vissuto scrivendo romanzi e che non vi è alcuna rete terroristica da cui tenerlo isolato.

Questo trattamento disumano costituisce una vendetta che contrasta con l’articolo 27 della nostra Costituzione e con l’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che pare nel Palazzo e nei media pochi abbiano letto. Li ricordiamo a chi li ha dimenticati: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, “nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.

Il comportamento del DAP nei confronti di Battisti rafforza l’idea della fondatezza della scelta di Mitterrand di offrire asilo a chi fuggiva dal nostro paese.

Gli pseudo-garantisti che siedono in parlamento e al governo non hanno nulla da dire? Forse non essendo condannato per corruzione Battisti non merita le loro attenzioni? Il silenzio delle forze politiche presenti in parlamento e del governo sulla vicenda del detenuto in isolamento Cesare Battisti è assordante anche più del grancassa mediatica con cui sono stati celebrati il suo arresto e la sua estradizione in Italia.

Quanto sta accadendo disonora la Repubblica Italiana e non ha nulla a che fare con la giustizia.

Cesare Battisti ha inviato dal carcere una lettera ai suoi figli in cui annuncia la sua decisione di andare avanti a oltranza con lo sciopero della fame fino all’esito estremo se non sarà data risposta alle sue richieste di una trattamento carcerario umano. In Italia secondo la Costituzione “non è ammessa la pena di morte”. Vale anche per Battisti?

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19/06/2021

Per la fine di tutti i processi contro le “Ombre Rosse” perseguitate dalla vendetta di Stato

La Francia non deve consegnare alle prigioni italiane donne e uomini che hanno trovato asilo politico de facto sotto la sua protezione per 40 anni.

Mercoledì 28 aprile, nove uomini e donne italiani sono stati arrestati in relazione al procedimento di estradizione verso l’Italia, dove saranno condannati al carcere, in alcuni casi a vita. Gli uomini e le donne vivono in Francia, dove erano stati accolti decenni fa.

In quel periodo, l’Italia stava arrivando alla fine di un lungo periodo di scontri politici e sociali su larga scala e talvolta con grande violenza. I presunti reati risalgono a più di 40 anni fa e le condanne in Italia si sono basate su indagini aleatorie e in base a una legislazione d’eccezione (legge Reale del 1975, decreti legge del 1978, 1979 e 1980).

Nel 1985, la Francia decise quindi, di concerto con il governo italiano, di non estradare questi militanti politici che erano stati perseguiti o condannati durante gli “anni di piombo” per crimini e reati contro la “personalità dello Stato”, a condizione che uscissero dalla clandestinità, rinunciassero a ogni violenza politica e si integrassero nella società francese.

Questa decisione iniziale di François Mitterrand è durata per 40 anni, sotto 4 Presidenti della Repubblica, diventando così un elemento della politica internazionale della Francia.

Questa decisione di concedere l’asilo è stata consolidata, durante tutti questi anni, dalle misure legali necessarie alla loro integrazione e non estradizione: rilascio di permessi di soggiorno, anche permanenti, non registrazione nel Sistema di Informazione Schengen, non esecuzione di pareri a favore dell’estradizione. Sono state così ricostruite delle vite e fondate delle famiglie.

Inizialmente coinvolta da 300-400 persone, questa politica d’asilo si è ridotta, tra prescrizioni e riduzioni di pena, a una manciata di persone che ora sono ingiustamente minacciate da una decisione discriminatoria.

Avviando le procedure d’estradizione 40 anni dopo i fatti, di concerto con il governo italiano nel quadro dell’operazione “Ombre Rosse”, il governo francese propone di negare la propria politica d’asilo duratura, violando il principio della sicurezza giuridica e i diritti acquisiti dalle famiglie francesi grazie a questo stesso asilo.

La decisione politica del governo francese, denunciata da un appello collettivo su Le Monde, è in contraddizione con tutti i principi superiori del diritto penale. Viola la nozione di “tempo ragionevole” affermata dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. È una negazione della legge.

La giustizia deve ora pronunciarsi e fermare questa procedura vergognosa.

Esigiamo la sospensione dell’estradizione, la fine dei processi e la totale libertà per queste donne e questi uomini perseguitati da una vendetta di Stato senza limiti e senza principio.

Firma e diffondi la petizione

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12/05/2021

Parigi - Bergamin e Di Marzio tornano liberi e non estradabili

Si affloscia giorno dopo giorno la “struttura giuridica” (si fa per dire...) dell’operazione mediatica organizzata a Parigi nei giorni scorsi e cinematograficamente intitolata “ombre rosse”.

Nelle ultime 24 ore due dei dieci esuli che l’Italia di Draghi aveva “chiesto indietro” alla Francia di Macron sono definitivamente diventati uomini liberi a tutti gli effetti. Per entrambi è infatti scattata la prescrizione del reato e delle relative condanne.

Converrà entrare nei dettagli, perché in questa materia l’ignoranza (insieme alla menzogna) regna sovrana.

Partiamo dalla definizione stessa di “latitanti”, usata a pene di segugio dalla stampa italiana e anche dalle “istituzioni” (a conferma che l’autorità nel comandare non si sposa sempre con l’autorevolezza e la serietà).

Come già scritto ieri, “latitante” è chi si nasconde, adotta un’identità di copertura, non può possedere o comprare nulla. Un fantasma che il paese ospitante neanche sa di avere nel suo territorio.

“Rifugiato” è invece chi ha ottenuto un permesso dal paese ospitante, con tutte le conseguenze legali del caso (documenti, diritto di proprietà, residenza, lavoro, ecc). Un essere umano che vive ed agisce con il suo nome alla luce del sole e secondo le leggi del paese ospitante.

E veniamo alla notizia del giorno.

La Corte d’Assise di Milano ha dichiarato estinta per intervenuta prescrizione la pena a 16 anni, 11 mesi e un giorno che doveva scontare Luigi Bergamin, ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo (Pac), costituitosi lo scorso 29 aprile in Francia, un giorno dopo l’operazione che ha portato all’arresto di sette ex membri di organizzazioni estremiste di sinistra.

La decisione dei giudici è arrivata all’indomani dell’incidente di esecuzione sollevato con un ricorso della difesa. Bergamin, oggi 72enne, il 30 marzo era stato improvvisamente dichiarato “delinquente abituale” dal Tribunale di Sorveglianza di Milano, su richiesta della Procura.

La ragione? Una sola: il ministero della giustizia stava preparando la “grande operazione” e dunque era necessario interrompere il decorso della prescizione, in modo da poterlo arrestare all’estero pochi giorni prima che scattasse.

La logica tutta politica di questa mossa non ha però tenuto conto neppure delle leggi italiane. Quel provvedimento inventato (“delinquente abituale” è chi vive di reati contro il patrimonio, ovvero ladri, rapinatori, al limite spacciatori, ecc. non certo chi da 40 anni ha un lavoro retribuito o un’attività propria), come ogni altro, può essere impegnato dall’avvocato difensore.

Cosa che è avvenuta (e probabilmente la Procura sperava che la lontananza di Bergamin rendesse meno probabile l’azione del difensore) e dunque a rigor di legge quella dichiarazione non era ancora “irrevocabile”.

La Corte d’Assise di Milano che ha esaminato il ricorso non ha potuto far altro che registrare la successione dei tempi e dichiarare pertanto non valida la decisione del Tribunale di Sorveglianza. Pronunciandosi invece per l’avvenuta prescrizione della pena inflitta a suo tempo a Bergamin.

Nella sentenza si dice infatti: “Risultano essere trascorsi non solo più di quaranta anni dai gravissimi fatti di reato per cui Bergamin è stato ritenuto responsabile, ma soprattutto più di trenta anni dall’irrevocabilità della pronuncia di condanna della cui esecuzione si discute”.

Per i giudici va rimarcato come “il legislatore” abbia ritenuto che “a seguito del decorso di trenta anni” dalla irrevocabilità della sentenza che riconosce la colpevolezza di un soggetto e che gli infligge una pena temporanea, “debba ritenersi venuto meno l’interesse dello Stato all’esecuzione della stessa e ciò anche se il termine di 30 anni è inferiore al doppio della pena inflitta o è, come nel caso di specie, non di molto superiore a quella originariamente comminata”.

Strano che ai vertici del ministero della giustizia non conoscano le basi del codice penale italiano...

Sempre ieri è scattata la prescrizione anche per Maurizio Di Marzio, l’unico che si era reso irreperibile e non si era presentato alle autorità francesi. Nel suo caso non ci potevano essere neanche i piccolissimi margini di manovra escogitati invece per Bergamin. La sua pena residua da scontare – 5 anni e 9 mesi – lo rendeva comunque quello con la posizione meno “pesante” tra i dieci esuli interessati dalla “grande operazione”.

Da oggi può tornare uomo libero.

Chissà se ai vertici del governo e del ministero comincia a circolare il sospetto di aver fatto una scemenza di proporzioni colossali. Conoscendo un po’ la loro psicologia, e il loro bisogno di intestarsi “successi facili”, questo mezzo fallimento li renderà ancora più feroci nei confronti degli altri otto...

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10/05/2021

Non fate i furbi

L’intervista al presidente Mattarella di la Repubblica di domenica 9 maggio ha il pregio di svelare l’arcano. Vale a dire, risponde alla domanda: ma perché la ministra Cartabia, così accorta nel coltivare la propria carriera, senza mai una sbavatura, s’è messa in testa di andare a sollevare il vespaio dei rifugiati in Francia?

Ora abbiamo capito che non è stata una sua iniziativa, tanto che il Capo dello Stato le ha fornito l’adeguata copertura istituzionale.

Perché? Se avete la pazienza di seguire il ragionamento ci si arriverà in finale.

Cominciamo col dire che il Presidente ha inanellato una serie di omissis nel suo ragionamento su quegli anni che dimostrano un disegno preconfezionato.

Che francamente non gli farebbe onore, se non fosse la logica conseguenza della “democristianità” che è venuta a galla con tutta la sua ambiguità, in perfetta continuità con un partito, la DC, appunto, al quale la Guerra Fredda aveva affidato il compito di gendarme anticomunista sui confini della patria atlantica.

Una continuità che parte da Tambroni, che voleva l’appoggio esterno del MSI, partito che è stato negli anni il refugium peccatorum di generali golpisti, candidati nelle loro liste per sfuggire alla giustizia. Per passare a Segni, che flirtava coi golpisti, per arrivare a Cossiga, quello del “caso Moro”, ma anche e soprattutto di Gladio, la formazione golpista di Stato, passando per la P2, la grande architettura terroristica, che coinvolgeva i vertici dei Carabinieri, della Stampa, dell’imprenditoria d’assalto alla Berlusconi.

Dalla Strage di Piazza Fontana del 1969 alla strage di Bologna del 1980, barbe finte e fascisti veri hanno praticato il terrorismo di Stato. Lo stesso partito di Andreotti, il deus ex machina del torbido, quel torbido che Mattarella conosce bene, avendo ingoiato suo fratello Piersanti.

E allora, quando il capo dello Stato propone un bilancio tra terrorismo nero e quello rosso, edizione moderna della “teoria degli opposti estremismi”, racconta leggende metropolitane: il terrorismo in Italia è stato quello di Stato, che solo l’acquiescenza del Pci ha voluto ascrivere alla favola del “servizi deviati”.

In un paese in cui la CIA era fortemente impegnata a vigilare sulla Cortina di Ferro, che attraversava in via longitudinale l’Adriatico, niente c’era di deviato, era tutto bell’e predisposto.

Nell’intervista di Molinari – intervista o bella copia del papello fornito tale e quale dall’ufficio stampa del Quirinale? – sono state citate le conquiste dei diritti del lavoro, del diritto allo studio, dei diritti civili.

Mattarella anche qui impone gravi omissis: quelle conquiste sono costate lotte, scontri di piazza, sparatorie della polizia contro i manifestanti, morti come ad Avola, a Battipaglia, a Reggio Emilia. O a Roma, con l’assassinio di Giorgiana Masi. È strano che i parenti di queste vittime non vengano mai citati. Ma forse no, non è affatto strano.

Il nostro paese la democrazia se l’è conquistata giorno per giorno, generazione per generazione, ingiustizia per ingiustizia, scontro per scontro. Lo Stato non è mai stato neutrale, ha sempre parteggiato, con tutti i suoi mezzi, puliti ma soprattutto sporchi, contro tutti coloro che volevano giustizia sociale, uguaglianza di fronte alle leggi, ridistribuzione della ricchezza.

È stato detto che fu una “guerra civile asimmetrica”. Lasciamo queste suggestioni agli scrittori di fantapolitica: la repressione in Italia è stata perfettamente simmetrica alla volontà politica di far cessare il conflitto tra le classi, sottomettendo la classe dei lavoratori.

L’attacco alla classe operaia fu frontale nel 1980 alla Fiat di Torino, quando si pensò che il movimento sociale era ormai stato fiaccato dagli arresti di massa. A cavallo tra la fine dei Settanta e gli inizi degli Ottanta, più di cinquemila detenuti politici furono rinchiusi nelle patrie galere.

E ci furono leggi speciali, e la carcerazione preventiva allungata a dismisura, e si ritirò fuori dal codice Rocco il confino, tanto in uso durante il fascismo.

È stato catalogato come “terrorismo” tutto quello che si è mosso a sinistra del Pci, che intanto aveva scelto “il compromesso storico”, col quale prima ha cercato di strangolare il movimento per poi suicidarsi lentamente, fino all’attuale asfissia del Pd.

Non è stato perdonato l’uso della violenza come risposta al monopolio della violenza, allo stesso modo di come non fu perdonata alle formazioni partigiane all’indomani del 25 Aprile.

Si è voluto decontestualizzare l’azione politica, per etichettarla come “crimine”. Si è cercato in ogni modo di attribuire ai tribunali il compito di scrivere la storia. Per negarne subito dopo la legittimità, quando si è trattato di Tangentopoli o della sfilza di reati di Berlusconi. Le “toghe rosse” andavano bene contro i giovani ribelli, mai contro i nuovi potentati politico-economici.

La sconfitta della propaganda armata è stata parte integrante della sconfitta del movimento operaio, sconfitta decretata dal trionfo del neoliberismo. Meno Stato più mercato, meno diritti più sfruttamento, meno giustizia più controllo.

È stato detto che bisogna “acciuffare i latitanti“. Ma gli “undici di Parigi” non sono latitanti, sono rifugiati, legalmente, in Francia.

L’essersi sottratti alla cattura non costituisce di per sé un reato. I parenti delle vittime sanno che la giustizia italiana ha fatto il suo corso, che li ha condannati. Cosa si pretende di sostenere che giustizia sia vendetta, che l’una pretenda di essere la conseguenza dell’altra? Il richiamo della foresta della propaganda anticomunista ulula ancora forte.

Perché? È venuto in momento di dirlo chiaro.

La pandemia ha fatto morti tra coloro cui è stato sottratto il diritto alla Salute. Ha peggiorato le condizioni materiali di milioni di italiani, si calcola che l’esercito dei poveri sia aumentato di cinque milioni. I più colpiti sono le donne e i giovani, guarda caso proprio i ceti sociali protagonisti delle lotte degli anni Settanta. Ci sono 900 mila disoccupati in più. È stato calcolato che la transizione ecologica e digitale costerà 15 milioni di perdite di reddito.

E allora ecco: si mettono le mani avanti contro ogni tentativo di resistenza, di organizzazione, di progettazione politica alternativa. Si pestano i ribelli di allora come monito ai ribelli di oggi, ma soprattutto a quelli di domani.

Mattarella si è addirittura fatto portavoce di un anatema contro gli intellettuali, colpevoli di aver difeso i diritti degli imputati negli anni della grande repressione.

Il dissenso va bene in Cina, mai da noi, proprio come ai vecchi tempi, che andava osannato a Mosca, mai a Parigi, Londra, Washington, men che meno a Roma, Milano, Torino, Bologna o Padova.

Il gioco s’è scoperto. Adesso tocca fare i conti con i mesi a venire. Il che significa una cosa precisa: non appesantire del fardello del passato le lotte in atto, ma soprattutto quelle che sorgeranno. L’errore di avvitare il protagonismo di massa nella spirale della repressione come unico sbocco politico fu fatale negli Anni Settanta. È un errore che non deve essere commesso di nuovo.

Chi ha pagato il prezzo delle proprie convinzioni ha le spalle larghe, può resistere ancora all’arroganza del potere. Sa che le campagne forcaiole sono un segno di debolezza. Che “Gli anni di piombo” è un film di Margarethe von Trotta, che non parla di sparatorie, ma di carcere speciale.

Che anche “Ombre rosse”, nome dato all’operazione di cattura dei rifugiati italiani in Francia, evocato come suggestione contro la sinistra, è un film di John Ford, che narra la storia di un detenuto – Ringo, al secolo John Wayne – cui devono essere liberate le mani dalle manette per poter imbracciare il winchester e difendere la diligenza dall’assalto dei nemici.

C’è da favorire lo sviluppo di un nuovo agire politico, che deve rimanere leggero, ingenuo, avventato, pieno di energia, di speranza e utopia. C’è un verso di una canzone di De André: “Qui chi non terrorizza, si ammala di terrore.”

Facciamo che non succeda. È tempo di tornare realisti e chiedere l’impossibile, cioè non di pensare il già fatto. Non facciamo i furbi. Ne va del futuro della lotta contro la ferocia del capitalismo ai tempi della pandemia.

(In allegato, uno sberleffo alla Dc di Andreotti).

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29/04/2021

Amnistia, altro che estradizione dalla Francia

Non tutta la stampa italiana ha seguito l’ordine di scuderia dei grandi gruppi editoriali stretti intorno a Mario Draghi, Confindustria e il “partito della vendetta” (oltre che del pil). Non si tratta di molti articoli, ma è comunque giusto segnalarli.

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Rifugiati politici in Francia, che senso ha arrestare ed estradare degli ottantenni?

«C’è anche in programma una visita di Stato in Francia del presidente Sergio Mattarella e dovrebbe essere firmato il Trattato Quirinale per rafforzare i rapporti bilaterali. In questo contesto Macron potrebbe dare il via libera alle estradizioni chieste alla Francia dalla ministra Marta Cartabia nell’ultima riunione con il suo omologo francese».

Intervistato da Repubblica lo scrittore francese Marc Lazar risponde alla domanda su un possibile cambiamento di linea del governo d’Oltralpe sulla presenza a Parigi di persone condannate in Italia per fatti di lotta armata. Lazar polemizza con gli intellettuali francesi che avevano nei giorni scorsi firmato un appello a favore della dottrina Mitterand «perché sul tema c’è ancora troppa ignoranza».

Eppure a proposito di cambiamenti di linea va registrato che Lazar dieci anni fa intervistato da Paolo Persichetti sul quotidiano Liberazione aveva detto: «Dopo la dietrologia e le commissioni parlamentari di inchiesta ora è il tempo degli storici».

Quindi ora non sarebbe più il caso di storicizzare ma di consegnare all’Italia una dozzina di protagonisti di una stagione politica lontanissima e di portarli in carcere adesso che hanno tutti un’età più vicina agli 80 che ai 70.

Lazar aggiunge che dietro la scelta di Macron che lui ipotizza ci potrebbero essere anche ragioni di politica interna. «Forse lui pensa di lanciare un messaggio agli elettori di destra come sta facendo su altri temi come sicurezza e laicità. Macron è già in campagna per la sua rielezione e concentra la sua strategia su questo elettorato».

Lazar afferma che i suoi connazionali difensori dei rifugiati politici italiani «non prendono quasi mai in considerazione il punto di vista delle vittime del terrorismo». Dieci anni fa Lazar voleva affidare la questione agli storici mentre adesso invita a tener conto della posizione dei parenti delle vittime, mostrando almeno un po’ di invidiare le repubbliche islamiche dove i familiari decidono anche le pene dei colpevoli. Lazar accusa gli intellettuali suoi connazionali di essere ideologici, ma anche lui non scherza. Anzi.

Il riferimento alla visita prossima di Mattarella a Parigi non è casuale. Il giorno del rientro in Italia di Cesare Battisti, aveva detto: «E adesso gli altri», parlando di altri condannati e rifugiati all’estero.

Il presidente della Repubblica è un politico di grandissima esperienza. Non è un caso che insieme a Giorgio Napolitano suo predecessore al Quirinale abbia fatto prevalere le ragioni della politica firmando la grazia a cinque agenti della Cia condannati per il sequestro e le torture all’imam Abu Omar.

In quel caso Mattarella mise in secondo piano gli anni di carcere da scontare. C’era di mezzo la ragion di Stato o meglio degli Stati perché dall’altra parte c’era il governo degli Stati Uniti d’America.

Per le vicende dei cosiddetti “anni di piombo” invece non sarebbe possibile una deroga, una soluzione politica, un provvedimento di amnistia che chiuda un periodo storico, come era scritto nell’appello degli intellettuali francesi che avevano sposato la proposta dell’avvocata Irene Terrel.

Terrel aveva spiegato di trovare assurdo l’accanirsi e la vendetta a decenni di distanza. È pura ideologia in fondo anche il non voler prendere atto dell’impossibilità di una memoria condivisa. A Milano in piazza Fontana ci sono due lapidi. In una si legge che l’anarchico Pinelli morì innocente, nell’altra che venne ucciso. Una al fianco dell’altra.

La storia la scrivono i vincitori ma gli sconfitti non sono obbligati a condividerla.

Frank Cimini – Il Riformista

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Perché Sergio Mattarella dovrebbe graziare brigatisti e militanti estradati dalla Francia

Oggi la Francia ha estradato in Italia sette tra ex militanti dell’estrema sinistra ed ex brigatisti, tra loro l’ex leader di Lotta Continua Giorgio Pietrostefani. Sergio Mattarella ha ora la possibilità di chiudere la pagina dei lunghi anni ’70 italiani concedendo la grazia a prigionieri spesso anziani e ammalati, riconoscendo la complessità della stagione della lotta armata non solo come un fatto criminale.

Questa mattina la Francia ha arrestato, su richiesta dell’Italia 7 ex brigatisti e militanti dell’estrema sinistra da tempo rifugiati Oltralpe. Si tratta di Enzo Calvitti, Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella e Sergio Tornaghi, tutti delle Brigate Rosse, Giorgio Pietrostefani di Lotta Continua e di Narciso Manenti dei Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale. A loro vanno aggiunti i nomi dei tre brigatisti Luigi Bergamin, Maurizio Di Marzio e Raffaele Ventura.

La notizia è stata resa nota questa mattina dell’Eliseo, e rappresenta forse la definitiva archiviazione della cosiddetta Dottrina Mitterand, che ha permesso a partire dagli anni ’80 a molti militanti delle formazioni armate e non solo italiane di riparare in Francia.

La ragione di questa politica inaugurata dall’ex presidente socialista François Mitterrand non era certo la consonanza con le idee di chi trovava un rifugio in Francia, ma la constatazione che la guerra al terrorismo in Italia non garantiva un equo e giusto processo con gli strumenti della legislazione d’emergenza. Posizioni e un dibattito che suonano oggi desueti all’opinione pubblica italiana e francese, ma che ebbero una loro forza e ragione d’essere.

Ogni ministro dell’Interno e della Giustizia delle ultime legislature in Italia si è battuto per potersi intestare l’estradizione degli ultimi fuggiaschi della storia delle formazioni armate italiane, chiedendo alle istituzioni francesi di fare la loro parte con risultati altalenanti fino a questo mattina.

La stampa si è mobilitata per riavere indietro i condannati in contumacia da sbattere in cella. Eppure anche se è cambiato il clima politico non sembrano essere venute meno le ragioni che giustificarono la dottrina Mitterand.

Si tratta di uomini e donne che da decenni vivono lontani dall’Italia. Nella quasi totalità dei casi hanno condotto una vita lontano dai riflettori, che in pochissimi casi si sono dedicati all’impegno politico e sociale rifacendosi una vita. Quella dello Stato italiano più che giustizia assomiglia a una vendetta esercitata fuori tempo massimo.

I prigionieri in arrivo in Italia sono anziani, spesso malati, le organizzazioni di cui hanno fatto parte così come le loro gesta (compresi sequestri e omicidi), sono solo oggetto di riflessione storiografica. Perché allora non si riesce a storicizzare la memoria politica degli anni ’70?

Tra gli arrestati oggi spicca il nome di Giorgio Pietrostefani che è stato uno dei dirigenti di vertice di Lotta Continua e che oggi ha 77 anni. Pietrostefani è stato protagonista di uno dei processi più discussi della storia italiana, quello che lo voleva come mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi assieme ad Adriano Sofri.

Con Sofri e Pietrostefani furono processati anche Ovidio Bompressi e Leonardo Marino per essere gli esecutori materiali dell’omicidio. Come è noto Marino era il pentito che accusava gli altri tre imputati sempre dichiaratisi innocenti. Bompressi fu graziato per il suo stato di salute, mentre Adriano Sofri è stato definitivamente scarcerato nel 2012 senza mai interrompere la sua attività di saggista e giornalista.

Oggi Pietrostefani è un uomo anziano e malato – nel 2016 è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico – i reati di cui è accusato stanno per cadere in prescrizione. Nel 2000 era riparato in Francia in attesa della revisione di un processo che ha lasciato molti dubbi nell’opinione pubblica e negli storici. Che senso ha punirlo oggi strappandolo dalla sua casa dopo 21 anni per portarlo in una cella dove evidentemente non potrà rimanere?

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha un’occasione importante oggi: concedere la grazia ai cittadini italiani estradati dalla Francia. Sarebbe l’occasione per strappare da un discorso esclusivamente giustizialista la stagione politica dei lunghi anni ’70 italiani, restituendolo a una sua piena storicizzazione voltando finalmente pagina.

Per farlo sarebbe necessario che lo Stato riconoscesse la complessità del contesto in cui la lotta armata nel nostro paese coinvolse in modo diverso decine di migliaia di uomini e donne, che si trattò di un fenomeno politico e sociale e non di un fenomeno criminale, anche quando le condanne riguardano fatti estremamente gravi come omicidi e sequestri di persona.

Non si tratta di punire poche belve assetate di sangue come vengono presentati oggi gli arrestati, ma di esercitare una giustizia giusta su uomini e donne che già hanno pagato con decenni di esilio molti dei fatti per cui sono stati condannati.

 Valerio Renzi – Fanpage

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La lucida analisi di Vasapollo sulla potente macchinazione italo-francese. E Scalzone cita Primo Levi

C’è molto dolore in chi per la sua storia personale si sente (e sempre è rimasto) vicino agli esuli italiani a Parigi, contro i quali si è mossa una potente macchinazione italo-francese, segno di un’alleanza stretta tra due governi che cercano a destra la loro legittimazione.

Ma non è solo una reazione basata su sentimenti individuali, c’è anche l’analisi politica, lucida e oggettiva di quanto sta accadendo nell’indifferenza generale. Un’operazione che mette a rischio democrazia e stato di diritto in due paesi che ne sono in un certo modo i fondatori.

“Questa è una vendetta sugli anni Settanta, si gioca una partita di vendetta contro chi ha cercato di mettere in discussione già allora gli attuali assetti dichiarando oggi che non c’è una possibilità di rottura, di trasformazione, respingendo senza appello le istanze che portano avanti il movimento operaio e il movimento studentesco”.

Conversando con FarodiRoma, Luciano Vasapollo, della segreteria della Rete dei Comunisti e autorevole firma di questo giornale online, sottolinea “le contraddizioni dell’Italia di oggi, il paese delle stragi impunite, dei killer fascisti e dei servizi segreti deviati, che l’hanno sempre fatta franca, di stragi che non si sa chi le ha fatte, mentre i compagni sono stati ammazzati, vittime di una guerra civile strisciante”.

“Davanti a queste cose – si chiede il professore – che senso ha prendersela con gli esuli a Parigi, che hanno pagato il prezzo alto dell’esilio mentre i fascisti, rei confessi delle stragi, dichiarandosi pentiti circolano liberamente per le nostre strade?”.

“I compagni – rivendica Vasapollo – tutti hanno pagato duramente, con il carcere o con l’esilio. E ora, dopo 40 anni, li porti in galera, qui nel paese delle stragi impunite, dei colpi di stato, dei processi fondati sulle mezze verità dette da un pentito che, relata refero, le riporta da altre fonti incontrollabili e su questa base si prende l’ergastolo...”.

Gli arresti dei sette terroristi a Parigi “sono più di una vendetta, non basterà mai. I familiari delle vittime saranno più frustrati e infelici di prima, e si chiederà sempre di più: l’assassinio dell’anima”, afferma Oreste Scalzone, co-fondatore di Potere Operaio da sempre strenuo difensore dei “terroristi” che con lui soggiornano impuniti a Parigi grazie alla copertura delle autorità francesi, contrariamente a chi vede in questi arresti un tributo di giustizia per le vittime, parlando da Parigi con l’Adnkronos, dice che siamo davanti a qualcosa che va oltre la “vendetta”.

“Stamani – racconta Scalzone – parlando degli arresti qualcuno mi ha detto: ‘Sembra essere tornati indietro di 40 anni. Ma no, non è così, sembra di essere saltati avanti, verso un orrore verso cui stiamo andando. Il Novecento è cominciato con l’immane macelleria della prima guerra mondiale, poi sono seguiti gli altri orrori. Tutto questo breve secolo è stato un ‘libro nero’ ma il punto nuovo è la velocizzazione, l’intensità”.

Gli arresti di oggi hanno riportato alla mente di Scalzone le parole di Primo Levi. “C’è come una accelerazione all’annichilimento totale, una vendetta vertiginosa, assoluta ma esiste anche l’oblio, il perdono per cose atrocissime. In tutte le società ci sono stati gli oblii che hanno permesso di tornare a respirare, ecco perché dico che questa è più di una vendetta”.

Oreste Scalzone dice che “non è solo la vendetta tardiva dello Stato, è qualcosa che va oltre. Qui non c’è la ‘damnatio memoriae’ c’è anche la volontà di assassinio dell’anima”. Secondo Scalzone “il Novecento italiano non si chiuderà mai perché si punta ad assassinare l’anima”.

E il tributo di giustizia alle vittime di tante atrocità? “Questi arresti – replica Scalzone – non consoleranno le vittime. I familiari delle vittime saranno come prima se non più infelici e frustrati di prima. Mi vengono in mente le parole del figlio di una vittima che dopo l’esecuzione di un condannato a morte col veleno disse: ‘Non mi è bastato. Sto come prima perché è durata troppo poco’. Le vittime sono vittime anche di questo. Non è come morire due volte?”.

IlFarodiRoma

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Vergogna sulla Francia! Stracciata la “dottrina Mitterand”


Il desiderio di vendetta dell’Italia è già di per sé incomprensibile, storicamente e legalmente.

Ma per la Francia fare a pezzi la “Dottrina Mitterand” per i rifugiati politici di qualsiasi paese, senza motivo, è un precedente pericoloso e vergognoso.

Leggi la dichiarazione a caldo dei compagni della Rete dei Comunisti a Parigi.

Cominciano a uscire anche altre reazioni contro questa decisione reazionaria e, per la Francia, particolarmente vergognosa: Sept exilés arrêtés à Paris à la demande du “Parti de la Vengeance”.

Qui il messaggio di Rifondazione Comunista.
Esprimiamo disappunto nei confronti dei Governi italiano e francese per l’arresto di ex-brigatisti e di un ex-militante di Lotta Continua eseguito dalla polizia francese. Non capiamo a cosa serva arrestare, in spregio dell’art. 27 della Costituzione, dopo decenni, persone anziane che in Francia si sono rifatte una vita.

Non chiamiamola giustizia. Ci sembra che si stia consumando una vendetta che serve più a fare spettacolo che a difendere la sicurezza collettiva che nessuno degli arrestati minaccia.

Non ci pare che vi siano neppure esigenze di indagine alla base di questi arresti. La Francia qualche anno dopo la Comune di Parigi diede l’amnistia ai comunardi che pure aveva represso violentemente. La Repubblica italiana nata dalla Resistenza fece l’amnistia per i fascisti.

Una classe dirigente che ha reso più povero e ingiusto il paese va a caccia di pensionati all’estero.

Il mandato di cattura europeo delle persone arrestate si stava avvicinando alla scadenza al punto che per quasi tutti loro nel 2022 non avrebbe avuto più alcuna possibilità di essere eseguito. Tutto questo ha senso?

Nel rispetto della vittime va chiusa la stagione del diritto emergenziale e approvato un provvedimento generale di clemenza.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale

Gianluca Schiavon, responsabile giustizia

del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
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01/10/2019

Quando la “giustizia” si trasforma in vendetta. Il caso di Federica Saraceni

Sta suscitando il consueto ed odioso clamore la vicenda del reddito di cittadinanza riconosciuto a Federica Saraceni, denunciata dal solito giornalismo spazzatura de “La Verità” (una scissione in pejus di Libero, ndr).

Si tratta di 623 euro al mese, riconosciuti dall’Inps in quanto si trova sotto la soglia di povertà e con due figli a carico. In base alla legge del 28 marzo 2019 numero 26, che istituisce per l’appunto il reddito di cittadinanza, Federica Saraceni può beneficiare del sussidio previsto e aspettare una chiamata dai navigator per un’offerta di lavoro presso i Centri per l’Impiego.

Come prevedibile, destra e Pd si ritrovano di nuovo a braccetto nel chiedere la sospensione di questo sussidio ad una ex detenuta politica, senza mezzi di sussistenza e con due figli. “Il caso della brigatista Saraceni che attualmente può percepire il reddito di cittadinanza, rende chiaro che la norma è sbagliata e su questo punto bisogna intervenire. Ho presentato una interrogazione sul caso”, ha scritto su Twitter la deputata del Pd ed ex (pessima) ministra della funzione pubblica Marianna Madia.

Del tutto identica la reazione della Lega, che definisce la misura un “insulto intollerabile per i parenti della vittima e per tutte le persone perbene” annunciando addirittura – tramite i capogruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari – che non parteciperà a nessun lavoro d’aula e di commissione finché “il governo non spiegherà questo scandalo e quest’ingiustizia sarà sanata”.

Arrestata nel 2003, Federica Saraceni viene accusata di essere una militante delle autonominate “nuove Brigate Rosse” e condannata a 4 anni e otto mesi. Inclusa poi anche nel processo per l’uccisione nel 1999 a Roma del giuslavorista Massimo D’Antona, era stata assolta in primo grado, ma il Pm ricorse in appello sfruttando la decadenza della Legge Pecorella che non consentiva ricorsi in appello sulle assoluzioni.

Nel 2008, al momento della condanna in appello, Federica Saraceni stava già scontando la pena di 4 anni e 8 mesi del primo processo. La condanna in appello a 21 anni e 6 mesi aveva superato la stessa richiesta dell’accusa, che si era fermata a 20. Quasi cinque anni però erano già stati scontati.

Federica Saraceni aveva quindi ottenuto la concessione dei benefici della continuazione, era stata interdetta in perpetuo dai pubblici uffici ma non dalla possibilità di usufruire delle prestazioni sociali.

Questa misura vendicativa è stata invece introdotta con la Legge Fornero (e quindi non sarebbe neanche applicabile a questo caso, visto che nessuna legge può avere effetti retroattivi), creando però parecchi contenziosi perché spesso la zelanteria dei dirigenti INPS aveva confuso sentenze con condanne, azzerando spesso prestazioni come l’assegno sociale (la pensione minima) anche a chi ne aveva diritto.

Si ripresenta dunque, e vergognosamente, quella zona grigia che confonde intenzionalmente (per fascismo interiorizzato e ignoranza giuridica) giustizia con vendetta, che vede un accanimento particolare contro i detenuti e gli imputati politici delle organizzazioni combattenti di sinistra dei decenni scorsi, mentre mostra una straordinaria indulgenza – fino alle frequentazioni amicali – verso i neofascisti condannati per reati simili e sentenze analoghe.

È la logica della vendetta storica e politica che si ripete in ogni occasione possibile e che continua a impedire – a destra e nella sedicente “sinistra” (ma così certo non possono essere inquadrati il Pd, ex Ds, ex Pds, ex Pci) – ogni serio tentativo di dare soluzione politica ai conflitti della precedente fase storica, così come avvenuto in tutti gli altri paesi, ad eccezione della Spagna postfranchista.

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11/03/2019

Contro Jalil e le Pantere Nere una vendetta lunga mezzo secolo

Jalil Abdul Muntaqim (Anthony Bottom, 18 ottobre 1951) è un ex membro del partito della Pantere Nere (Black Panther Party) e dell’Armata di Liberazione Nera (BLA). Il 21 maggio 1971, fu arrestato in California insieme a Albert “Nuh” Washington e Herman Bell e condannato per le uccisioni di due poliziotti di New York, senza che vi fossero prove convincenti a suo carico. Jalil, dopo quasi mezzo secolo, è ancora rinchiuso in prigione.

La sparatoria in cui morirono i due poliziotti avvenne dopo che George Jackson fu ucciso dalle guardie durante un tentativo di fuga nella prigione di San Quentin nel 1971.

L’avvocato di George Jackson, Stephen Bingham, fu accusato di aver armato Jackson in prigione con una pistola da 9 mm. Bingham, che era bianco, fuggì e andò in esilio fino a quando, nel 1984, venne ritenuto innocente. Chi ha portato la pistola a George Jackson non è stato mai identificato, ma molti attivisti suggeriscono che vi fu un “gioco sporco” da parte del governo dell’epoca.

In tutti questi anni di galera Muntaqim si è attivato nel sostenere i prigionieri politici e i loro diritti civili. Nel 1976, fondò la campagna dei prigionieri nazionali per presentare petizioni alle Nazioni Unite e per riconoscere l’esistenza di prigionieri politici negli Stati Uniti. Jalil è anche coinvolto nel progetto nazionale dei prigionieri “Afrikan Studies”, un’organizzazione che educa i detenuti a riconoscere e rivendicare i propri diritti.

Jalil sta pagando le sue scelte politiche giovanili oltre ogni ragionevolezza e su di lui e sugli altri ex membri delle Pantere Nere si sta solo consumando una atroce vendetta.

Dopo mezzo secolo sono ancora in carcere Mumia Abu-Jamal, Leonard Peltier (delll’AIM, Movimento di Liberazione dei Nativi Americani) ed altri ex militanti meno noti del Black Panther Party. Jalil, Mumia e Leonard erano considerati persone «da sorvegliare e internare in caso d’allerta nazionale» e con questa motivazione furono inseriti nel “Cointelpro”, un programma d’infiltrazione e di controspionaggio di cui sono state vittime anche altri membri delle Pantere Nere.

Nonostante l’appoggio del consigliere Charles Barron (anch’egli in passato militante nelle file del movimento rivoluzionario nero), la Commissione per la libertà vigilata, il 17 novembre del 2009, negò la libertà a Jalil che rimase così rinchiuso nel famigerato carcere di Attica, per poi essere trasferito a quello di Southport vicino a Elmira, New York, all’inizio di gennaio 2017.

E’ attiva una campagna per tirare fuori di galera Jalil e le altre pantere nere, ma negli USA di quel Donald Trump che ha appena ricevuto l’endorsement del Ku Klux Klan per le prossime elezioni presidenziali l’aria non sembra proprio tirare per il verso giusto. Mentre molti chiedono il rilascio di Jalil e degli altri ex BPP, le autorità USA non pare abbiano alcuna intenzione di ascoltare i tanti appelli lanciati in loro favore.

L’ex sindaco di New York, Michael R. Bloomberg, ha recentemente reso pubblica la sua contrarietà alla liberazione di Jalil Abdul Muntaqim con queste parole “il crimine di Anthony Bottom (Jalil) è imperdonabile, e le sue conseguenze rimarranno per sempre con le famiglie degli agenti di polizia, così come gli uomini e le donne del dipartimento di polizia di New York City.”.

Il video che segue è stato prodotto dallo storico quotidiano britannico The Guardian.


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21/01/2019

L’ex Br Lojacono: «Ho gia scontato in Svizzera la pena, ma l’Italia non lo riconosce»

Nella lista dei sogni sui “catturandi”, Alvaro Lojacono è il nome più pesante, insieme ad Alessio Casimirri. E’ infatti stato indicato da diversi “pentiti” e “dissociati” come componente del gruppo di militanti delle Brigate Rosse che ha sequestrato Aldo Moro, la mattina del 16 marzo in via Mario Fani, a Roma. Nell’orgia di follia scatenata dal rimpatrio in manette di Cesare Battisti, il suo caso è tornato in prima pagina, insieme a una risicata pattuglia di altri anziani (che si riduce ogni anno, ovviamente).

In questa intervista, realizzata ieri dal giornale svizzero Ticinonline, spiega la sua posizione giudiziaria e la “stranezza” della giustizia italiana in questa particolare materia.

Salvini, tutti “i politici” ed anche tutta la stampa mainstream, ne parlano come un “latitante” mai assicurato alla giustizia. Un falso, puro e semplice falso. Lojacono è infatti un cittadino italo-svizzero – ha la doppia cittadinanza, visto che i suoi genitori erano dei due paesi – per il quale lo Stato italiano ha chiesto e ottenuto l’arresto e il riconoscimento delle condanne italiane.

Cosa avvenuta regolarmente, tanto che Lojacono ha scontato l’ergastolo in Svizzera, ovviamente con le regole e le leggi di quel paese. Una volta scontata la pena è stato rimesso in libertà – non dobbiamo dimenticare mai che da quel 16 marzo sono passati 41 anni! – vive e lavora nel paese, e non è ovviamente più incorso in alcun guaio con la giustizia. Ma sui contorti passaggi giuridici che si sono messi in moto nel suo caso è meglio lasciare la parola a lui stesso, visto che il diritto elvetico è abbastanza differente da quello italiano e soprattutto lo Stato italiano si è comportato spesso in modo, diciamo così, “disinvolto” sul piano giuridico.

La cosa importante da sapere e capire è che ha scontato già l’ergastolo per i reati di cui la giustizia italiana l’ha riconosciuto colpevole.

In più, per i non addentro alle questioni giudiziarie, c’è da capire e sapere che l’ergastolo – essendo la pena massima prevista dal codice penale italiano – assorbe al suo interno tutte le condanne (sia equivalenti, sia quelle “minori”, come partecipazione a banda armata, ecc). Il principio giuridico per cui ciò avviene è elementare: hai soltanto una vita, dunque non puoi scontare più condanne a vita, ma una sola, e una sola volta. Se anche subisci più processi e vieni condannato più volte all’ergastolo, il codice prevedere che tutte le condanne siano “cumulate”, diventando una sola. Ovviamente quella massima.

Anche il codice penale italiano prevede che la condanna all’ergastolo – tranne nel caso dell’incostituzionale “ergastolo ostativo” (che esclude qualsiasi sconto previsto dalle leggi dello Stato, in barba alla Carta che prescrive che la pena miri alla “alla rieducazione del condannato”) – possa prevedere una carcerazione più breve dell’intera vita; e dunque che anche i condannati a questa pena possano tornare in libertà prima della morte. Gli esempi potrebbero essere centinaia, ma c’è anche da rispettare il “diritto all’oblio”, cui spesso ci richiamano avvocati di diversi inquisiti per reati decisamente più frequenti (corruzione, ecc). Quindi niente nomi: né comuni, né di destra (pochissimi, rispetto al numero dei morti causati), né tanto meno di comunisti.

Dunque Lojacono ha scontato la pena massima inflittagli dall’Italia, e in nessun modo – nella civiltà giuridica degli ultimi secoli – si può pretendere che chiunque sconti più volte la stessa condanna. Tanto più quella “a vita”.

Ma alcuni governi di questo paese – quando hanno bisogno di un'”arma di distrazione di massa” – ritirano fuori questo e altri nomi nel modo che abbiamo detto. La “giustizia”, in questi casi, non c’entra ovviamente nulla. E ancora meno la “certezza della pena” (che, in quanto tale, vale per tutti: Stato, vittime, condannati). Ma nel paese degli “aggiusta-processi” diventati governanti, tutto sembra diventare possibile. Persino scontare più volte una condanna a vita.

Sulla serietà di questo atteggiamento lasciamo giudicare i lettori.

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Intervista esclusiva al cittadino svizzero Alvaro Baragiola-Lojacono, 63 anni, l’uomo con cui Salvini vorrebbe riaprire i conti degli anni di piombo.

Fonte Ticinonline

LUGANO/BERNA – Per l’Italia l’orologio della storia è sempre fermo alle 9 del mattino del 16 marzo 1978. Al giorno, cioè, del rapimento del presidente della DC Aldo Moro e Alvaro Lojacono, all’epoca 22enne, è un brigatista latitante all’estero che deve scontare un ergastolo per l’agguato di via Fani.

Per la Svizzera Alvaro Baragiola, che ora ha 63 anni (e da una vita ha preso passaporto e cognome della madre), è un cittadino elvetico. Oggi lavora, ha una famiglia e la sua fedina è pulita dopo aver scontato nel secolo scorso una pena di 17 anni inflittagli per analoghi fatti di sangue (già inclusi nella sentenza Moro1-bis).

A riaprire vecchie cicatrici è stato l’arresto e l’estradizione dalla Bolivia a Roma di un protagonista minore degli anni di piombo, Cesare Battisti. Ma tanto è bastato per far ripartire la caccia ai riparati oltre confine. Mediatica soprattutto. E non solo, come spiega in esclusiva per Ticinonline/20Minuti e dopo quasi vent’anni di silenzio, l’uomo finito nel mirino di Matteo Salvini & Co.

Anche la Lega dei ticinesi ha invitato il Governo federale a consegnarla alle autorità italiane. Come valuta lei questa richiesta?

Per cominciare tengo a precisare che l’Italia NON ha MAI chiesto la mia estradizione alla Svizzera (il fatto è accertato dalla sentenza del Tribunale federale del 9 aprile 1991), ed una “consegna” come la richiede la Lega equivarrebbe a una deportazione alla boliviana, che la Confederazione non prevede.

Lei ha scontato una pesante condanna in Svizzera per fatti che le sono imputati in Italia, ma sembra che le autorità italiane non ne tengano conto. Perché?

L’Italia non riconosce, né può riconoscere, la carcerazione sofferta in Svizzera per gli stessi fatti e reati perché non solo non ha chiesto alla Svizzera l’estradizione, ma neppure ha chiesto alla Confederazione di processarmi in Svizzera.

Ci risulta però che, nel 2006, l’Italia presentò alla Confederazione una richiesta di exequatur, cioè di esecuzione in Svizzera delle condanne italiane…

È vero, però la richiesta italiana riguardava solo la sentenza del processo Moro 4 – invece della decisione giudiziaria di cumulo delle pene dei diversi processi – e non garantiva che, una volta eseguita la pena in Svizzera, il paese richiedente l’avrebbe pienamente riconosciuta come scontata. Il rischio era che, una volta eseguita in Svizzera, l’Italia avrebbe poi proceduto per farla valere o eseguirla di nuovo, cosa illegale ma non sorprendente, o avrebbe chiesto l’esecuzione ulteriore delle altre condanne. Per questo motivo la richiesta italiana fu respinta dai giudici del Canton Berna.

Per quale motivo le autorità italiane (i diversi governi che si sono succeduti) hanno scelto di non chiedere l’estradizione e poi in caso di rifiuto il processo in via sostitutiva?

Questo bisognerebbe chiederlo a loro. Io non lo so e posso solo fare delle ipotesi, forse l’Italia non ha voluto che uno stato straniero mettesse il naso nel processo Moro. Sarebbe comprensibile. Qualunque sia la ragione, non sono le autorità svizzere, né una mia presunta opposizione, ad aver creato l’impasse attuale.

Come si spiega questa “storia sospesa”?

Forse perché è più facile non fare nulla e sbraitare contro la Svizzera e il sottoscritto; su un “latitante” si può dire qualsiasi cosa, perché non è in condizione di difendersi, vengono addirittura qui con telecamere nascoste, figuriamoci. O forse perché il dossier dell’exequatur è stato affidato a qualche funzionario cialtrone e incompetente; non lo so, ma è evidente che il problema sta da quella parte.

E se l’Italia presentasse una richiesta di exequatur corretta e completa (cioè per tutte le condanne italiane cumulate), con la garanzia che l’Italia non precederà più per gli stessi fatti. Lei come reagirebbe?

Sono passati 40 anni e l’Italia si è sempre mossa in una logica di vendetta, come si è ben visto anche nel caso Battisti, e non ha mai rinunciato a un quadro giuridico d’eccezione. In una giustizia normale la “certezza della pena” vale anche per il detenuto: io sono stato scarcerato quasi venti anni fa, e sto ancora come prima dell’arresto, senza sapere se un giorno o l’altro mi riarrestano o mi riprocessano per qualcosa. Se ora l’Italia decidesse di muoversi con una richiesta come quella che ipotizza, io l’accetterei senza obiezioni, almeno metteremmo la parola fine a questa vicenda.

Sta dicendo che accetterebbe l’ergastolo che un giudice svizzero, secondo le sentenze italiane, le dovrebbe infliggere?

Sì.

Ripensa spesso a quel mattino in via Fani?

Ogni volta che il tema è rilanciato dai media associandolo al mio nome ricevo insulti e minacce. È una pena supplementare, non ci posso fare niente. Ci sono memorie collettive diverse ed in conflitto tra loro, e nessuna sarà mai condivisa da tutti. Entriamo nel cinquantenario del lungo ’68; dopo mezzo secolo si dovrebbe poter trattare le cose storicamente, ma non è così, sembra che i fatti siano avvenuti ieri.

Cosa contesta nella lettura odierna dei fatti di allora?

All’epoca, erano passati 30 anni dalla fine della guerra e dei suoi drammatici strascichi di guerra civile, ma quella era già storia, nessuno lanciava stagioni di caccia grossa agli “impuniti”. Ho avuto un contatto con l’ultima commissione parlamentare italiana sul caso Moro, che ha purtroppo mancato l’occasione, scegliendo di dedicarsi alla ricerca di complotti.

Cosa ha detto a questi commissari?

Quello che penso, e che dico a chiunque – pur evitando di farlo in pubblico, perché so quanto l’apparizione anche solo di una foto possa irritare i parenti delle vittime. C’è stata una “linea della fermezza” lanciata dal PCI al tempo del sequestro Moro, continuata poi con le leggi d’emergenza e con la politica della vendetta, che in questi giorni ha raggiunto livelli impensabili con l’esibizione del detenuto-trofeo. Una catena che neppure la commissione ha voluto interrompere, lasciando la verità nella palude del sospetto.

Dunque resta un tema tabù?

Non vedo perché parlare con chi mi considera ancora oggi terrorista e nemico pubblico. Che non sono. Ma non è un tabù, ne parlo con storici e ricercatori con cui si può discutere, solo lontani dalla propaganda e dalle fake-news si può ritrovare un senso storico.

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17/01/2018

Dimezzati i fondi statunitensi ai palestinesi, si materializza la vendetta

Gli effetti della minaccia di Nikki Haley, l’ambasciatrice americana all’Onu che sogna di salire alla Casa Bianca e per questo picchia duro più del boss che l’ha voluta in quel ruolo, si fanno sentire. Lei col piglio dell’immigrato che rinnega le origini (la sua famiglia è indiana, non pellerossa ma del Panjab) e diventa negatrice d’ogni diritto, aveva tuonato contro il voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che bocciava la proposta di considerare Gerusalemme capitale di Israele. “Ci ricorderemo di voi” aveva dichiarato in faccia ai 128 delegati dei Paesi che sotterravano l’idea inseguita dal premier sionista Netanyahu. Dopo neppure un mese l’amministrazione statunitense passa all’azione, colpendo in primo luogo gli aiuti diretti all’Unrwa, l’agenzia Onu che interagisce con le Organizzazioni non governative impegnate nell’assistenza ai profughi palestinesi dislocati in Libano, Giordania, Siria. Verranno colpite anche le strutture sanitarie e d’istruzione create a Gaza e in Cisgiordania. I fondi vengono letteralmente dimezzati e passano dai 125 milioni di dollari del 2017 ai 65 milioni stanziati per l’anno in corso, coi quali ovviamente o non si riuscirà a coprire adeguatamente i servizi finora creati, oppure se ne dovrà sopprimere un congruo numero. In ogni caso ci rimetterà la popolazione.

Il rappresentante palestinese dell’Olp negli Stati Uniti, raggiunto dall’emittente Al Jazeera, ha dichiarato che quei fondi non rientravano in nessuna contrattazione, rappresentavano un obbligo internazionale. Ma la linea Trump, volta a sostenere i desideri più insostenibili della destra israeliana che da anni detta legge nel Paese, presta il fianco a ogni sorta di provocazione per infiammare gli animi. Privare centinaia di migliaia di bambini palestinesi anche di quell’istruzione basilare rappresentata dalle scuole primarie e tagliare l’assistenza sanitaria a loro stessi e ai familiari, punta a incrementare una frustrazione già elevatissima, ancor più nei Territori Occupati dove check-point e insediamenti coloniali illegali fungono quotidianamente da spunto per vessazioni e violenze. Nella sua spiccia volgarità Trump era stato chiarissimo nel ricordare come con le centinaia di milioni di dollari annuali “pagati” ai palestinesi erano attesi un rispetto e l’apprezzamento anche delle più canagliesche iniziative, e quella su Gerusalemme lo è in pieno. Se gli Accordi di Oslo, sminuenti per ogni prospettiva di autodeterminazione palestinese, risultano un vago ricordo superato e calpestato dall’aggressivo realismo politico di Tel Aviv in atto da un quarto di secolo, il sostegno globale al sionismo punta ad alzare sempre più l’asticella. E propone privazione, umiliazione, repressione, secondo cicli permanenti e crescenti.

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09/11/2017

Il “voto per vendetta” dei lavoratori

La lista ormai sta diventando lunga: Marcegaglia, Lucchini, Sanofi, Gester, U-Shin e poi la GD storica roccaforte della Fiom nell’Emilia “rossa”, ed infine le aziende dell’igiene ambientale come Amiu, Geofor, Ama ed altre. Dalle fabbriche come dalle aziende municipalizzate, è venuto crescendo in queste settimane uno tusnami sindacale e “politico” nelle elezioni Rsu che, in questo caso, ha premiato un sindacato conflittuale come l’Usb.

E’ un fenomeno che va analizzato con attenzione perché appare fortemente speculare a quanto avvenuto da un paio d’anni a questa parte sul piano politico/elettorale.

Gli abitanti nelle periferie o i lavoratori nelle aziende, hanno utilizzato lo strumento del voto, al momento uno dei pochi che hanno a disposizione, per mandare un segnale di rabbia e rottura, un “voto per vendetta” contro coloro che percepiscono come parte dell’establishment che gli sta rovinando l’esistenza.

Sindacati come Cgil Cisl Uil vengono ormai vissuti nelle aziende come parte del problema e non più come soluzione o alternativa. Sul piano politico invece i partiti di governo o che hanno governato (di destra o di sinistra) hanno subito lo stesso trattamento. Sul piano sindacale il voto per vendetta è stato intercettato in questa fase da un sindacato di base e conflittuale (l’Usb), sul piano politico a fare rubamazzo è stato fin qui il M5S.

Si presentano così sulla scena politica e sociale alcuni elementi che meritano di essere visualizzati, discussi e, se possibile, convertiti in azione utile al cambiamento.

1) La divaricazione tra i settori sociali e le organizzazioni politiche e sindacali tradizionali è cresciuta fino a diventare rottura, ostilità, disincanto. La demolizione dei corpi intermedi perseguita con determinazione dalle oligarchie finanziarie a livello nazionale ed europeo, ha smantellato la funzione di mediazione da questi esercitata fino a dieci anni fa (do you remember la concertazione?). In secondo luogo la scomparsa dei margini e delle risorse per la mediazione in nome della competitività assoluta e del pareggio di bilancio, hanno privato i partiti, i sindacati, l’associazionismo collaterale di quegli strumenti di raccolta di consenso (un po’ clientelari un po’ negoziali) su cui si erano retti fino ad oggi. In un regime di aumentate disuguaglianze ed enorme concentrazione delle ricchezze e delle risorse, non ce n’è più per nessuno se non per pochi e quindi i corpi intermedi hanno perso la loro funzione;

2) I lavoratori nelle aziende (private o privatizzate soprattutto) come la gente delle periferie, stentano a individuare il nemico, la causa del problema. Le organizzazioni tradizionali hanno cessato da tempo di indicarglielo con chiarezza, pensando che strappare qualcosa sui margini e gli interstizi sarebbe stato sufficiente a mantenere una rendita di posizione. I fatti però si sono incaricati di smentirli con ripetute docce fredde di cui le ultime elezioni delle Rsu nelle fabbriche o nelle aziende minacciate dalle privatizzazioni sono la dimostrazione;

3) Lavoratori e abitanti hanno dimostrato in più occasioni (elezioni politiche e comunali recenti, referendum del 4 dicembre sulla controriforma costituzionale ed ora le elezioni delle Rsu sindacali) che appena hanno a disposizione una possibilità di esprimersi lo fanno regalando severi dispiaceri a chi è “parte del sistema”, e Pd, sinistra, Cgil, Cisl, Uil vengono ormai percepiti come tali. E’ evidente come questo “voto per vendetta” penalizzi soprattutto questi ultimi, perché nasce dalla rabbia e dal disincanto del blocco sociale “popolare” e operaio che prima ne era la base sociale ed elettorale. La destra ne subisce meno gli effetti perché, al di là di tutto, rimane sempre espressione di ceti medi e alti (e delle loro sordide relazioni con il “mondo di mezzo”) che non hanno mai modificato la loro visione reazionaria dei rapporti sociali;

4) I lavoratori delle fabbriche e delle aziende, nelle elezioni per le Rsu, votano per vendetta contro Cgil Cisl Uil (ed anche contro la Fiom) e votano sempre di più per l’Usb. E’ importante però sapere che questa rottura ancora non si traduce in adesione o in maggiore disposizione al conflitto. Lo sciopero generale del 10 novembre ad esempio è sentito di più in alcuni settori “di trincea” del mondo del lavoro oggi (logistica, agricoltura, trasporti, aziende in crisi) ma meno in altri.

Esattamente come il “voto per vendetta” sul piano politico o nel referendum, non ha prodotto un movimento di contestazione frontale coerente e conseguente contro il nemico reale (dall’Unione Europea allo Stato complice delle banche e delle imprese), lo stesso M5S ha fatto di tutto per depotenziare questo possibile effetto. C’è stato invece un gesto – ripetuto – di dissonanza contro quello che si ha davanti, ma non c’è ancora una coscienza dei propri interessi in conflitto con altri e diversi interessi antagonisti.

Una prima conclusione, decisamente parziale e tutta da sviluppare, è che si è consumata nella società una rottura culturale e politica verso i corpi intermedi (partiti e sindacati tradizionali) e si manifestano in più direzioni e in più settori sociali le conferme di questa rottura ogni volta che essa è possibile. Per ora solo attraverso un voto diretto (più nei referendum o nelle Rsu aziendali che nelle elezioni) o con un astensionismo consistente ma non ingenuo. Al referendum del 4 dicembre, quando ogni voto poteva e doveva contare, la gente a votare ci è andata in massa sconfiggendo il progetto reazionario di Renzi. Comincia a esserci materia prima interessante su cui ragionare, ma con un radicale cambio di passo e di mentalità. E su questo, obiettivamente, l’unica novità su piazza viene dal percorso che sta costruendo la Piattaforma Eurostop, soprattutto per i prossimi mesi.

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