Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/01/2026

Čechov a Sachalin

di Marco Sommariva

È il 1902 quando Jack London, travestitosi da marinaio, s’addentra nell’East End di Londra per calarsi nella più disastrata delle realtà sociali: dormirà nelle baracche, frequenterà prostitute, poveri e ogni genere di umanità rifiutato dalla città “alta”. L’idea che dà vita a quest’opera – un vero e proprio trattato sociologico, che uscirà nel 1903 e che noi conosciamo col titolo Il popolo degli abissi – nasce in London mentre altri autori suoi contemporanei si limitano a cantare ciecamente le glorie dell’Impero britannico, allora giunto al suo massimo fulgore.

Cosa vede e ci racconta London di questa realtà? Un solo esempio. Quando muore un bambino, e capita spesso visto che il cinquantacinque per cento dei bambini dell’East End non raggiunge i cinque anni, il corpo resta in casa e, se la famiglia è molto povera, viene tenuto lì fino al momento della sepoltura: durante il giorno giace sul letto, invece nella notte, quando il letto è occupato dai vivi, il cadavere viene disteso sul tavolo dove al mattino, dopo che il cadavere è stato rimesso sul letto, i vivi fanno colazione – a volte il corpo viene sistemato sullo scaffale che funge da dispensa.

Un libro che, fra l’altro, ci ricorda un proverbio cinese che non dovremmo mai dimenticare: “Se un uomo vive nell’ozio un altro muore di fame”.

Nel 1937 viene pubblicato un libro-documento di George Orwell, La strada di Wigan Pier. In quelle pagine lo scrittore inglese racconta la sua esperienza tra i minatori disoccupati di una cittadina mineraria dell’Inghilterra settentrionale – Wigan Pier, appunto – che non si esaurisce in una sua testimonianza sulla crisi degli anni Trenta del Novecento, ma che si propone soprattutto come uno studio approfondito del complesso problema dei rapporti fra socialismo e civiltà industriale.

Anche in questo caso, si può parlare di un’indagine politica e sociologica condotta da uno scrittore che decide di calarsi in un inferno, quello delle miniere. È un tentativo, a mio modo di vedere ben riuscito, di entrare nel mondo della classe operaia per scoprirne sofferenze e valori, un’opera commovente, tragica e attualissima.

Cosa vede e ci racconta Orwell di questa realtà? Un solo esempio. Quando lo scrittore inglese entra in una casa della classe operaia – non in case di operai disoccupati, ma di famiglie operaie relativamente prospere – dice di respirare lì un’atmosfera calda, onesta, profondamente umana, che non è molto facile trovare altrove. E questo nonostante sia una classe che, quotidianamente, subisce i meschini disagi e la mancanza di decoro di dover fare ogni cosa secondo il comodo altrui, sempre costantemente sottomessa grazie all’orribile arma della disoccupazione. D’altra parte, come scriveva London ne Il popolo degli abissi, “Lo sfruttamento, i salari da fame, i disoccupati, la massa di persone senza casa né riparo sono inevitabili quando ci sono più uomini che vogliono lavorare che non lavori da fare”.

Senza mai dimenticare il valore di opere quali, per esempio, Il tallone di ferro, 1984, Il vagabondo delle stelle o La fattoria degli animali, queste due opere di Jack London e George Orwell le ho sempre ritenute il naturale risultato di scrittori che, a un certo punto, si domandano se con la loro attività si stanno occupando di cose serie o di sciocchezze: una mia banalissima conclusione perché spesso, nel mio piccolo, me lo sono domandato e ancora me lo domando quando impugno la penna.

Oggi, letto il libro L’isola di Sachalin di Anton Čechov, inizio a credere che la mia conclusione possa avere qualche fondamento, visto che nel 1888 l’autore russo scriveva a un amico: “Per quanto si riferisce a me, non provo appagamento alcuno per il mio lavoro, perché lo trovo meschino [...] Se è ancor troppo presto per lamentarmi, non lo è mai abbastanza per domandarmi: mi occupo di una cosa seria o di sciocchezze?”. La risposta a questo suo quesito arriva dopo due anni quando, allora trentenne, armato solo di passaporto e di una tessera di corrispondente del quotidiano russo Novoe vremya (Nuova epoca), intraprende un viaggio verso Sachalin per studiare la vita dei deportati nella colonia penale istituita dal regime zarista nel 1869, sita sull’isola lunga quasi mille chilometri e larga in media ottanta, posta all’Estremo Oriente della Russia, nell’Oceano “Grande o Pacifico che dir si voglia”. È una drastica risposta quella che si dà Čechov, visto che finirà con lo sbarcare ai confini del mondo dove “l’anima è invasa da quel sentimento che, forse, ha già provato Odisseo mentre navigava per mari sconosciuti”, per conoscere un insediamento fondato “quando l’isola non era ancora stata esplorata e costituiva, dal punto di vista scientifico, un’assoluta terra incognita”.

Ancor prima di leggere le pagine sulla realtà di Sachalin, ho trovato molto interessante la descrizione del suo tragitto verso l’isola. È un viaggio durissimo quello affrontato da Čechov, un percorso che costringe, dopo aver trascorso notti al gelo, ad attraversare fiumi scuri che, resi pericolosi da venti impetuosi e piogge sferzanti, riescono ad ammutolire anziani postini che alla loro età hanno attraversato quei fiumi migliaia di volte e che ne hanno viste di tutti i colori, e sono capaci di zittire pure gli stessi rematori dell’imbarcazione su cui lo spaventatissimo Čechov si sente morire sino a quando, finalmente, non vede avvicinarsi la riva, ed è così sollevato che trova qualcosa di bello anche nell’essere codardi perché, come succede a lui, basta veramente poco – raggiungere la riva di un fiume, appunto – “per essere felice, tutt’a un tratto!”.

Non che a Sachalin, all’epoca nota per essere il luogo più piovoso di tutta la Russia, il clima sarà molto migliore, anzi, qualcuno dirà allo scrittore russo che, lì, non esiste alcun clima, ma solo il brutto tempo. È un posto dove il 24 luglio 1889 sulle montagne “che qui non sono affatto alte”, cade già la prima neve e tutti sono già intabarrati in pellicce e tulup, il caldo e ampio giaccone tradizionale russo costituito generalmente da una pelliccia di montone o di astrakan “rivoltata”; dove, per settimane e settimane di fila, il cielo appare coperto da nubi plumbee; dove nel giugno del 1881 non c’è stata nemmeno una giornata di sole; dove per quattro anni, nel periodo compreso tra il 18 maggio e il 1° settembre, le giornate serene non sono mai state più di otto; dove può capitare di entrare in una izba e trovare sette persone che battono i denti dal freddo, benché sia soltanto il 2 agosto.

Čechov è sul tratto di strada siberiana che porta da Tjumen’ a Tomsk dove non ci sono villaggi o fattorie, ma solo vasti insediamenti che distano tra loro venti, venticinque, perfino quaranta chilometri – ovviamente, nel testo le distanze sono descritte con un’unità di misura ormai desueta dell’impero Russo, la versta, pari a circa 1.066 metri –, quando si ritrova nell’izba di un postiglione e conclude che gli arabeschi sulla stufa, “quel cerchio sul soffitto” e un albero carico di fiori rossi e blu su una porta, sono stati dipinti da un europeo perché, pur essendo un’arte ingenua quella che lui ammira, è al di là della portata del contadino locale che per nove mesi di fila non riesce a togliersi i guanti e neppure a raddrizzare le dita. Si domanda lo scrittore russo quando mai troverebbe il tempo di dipingere un uomo del genere, che combatte con quaranta gradi sottozero e campi allagati nel raggio di venti chilometri e che è esausto e con la schiena a pezzi quando arriva l’estate già breve di per sé: “È così impegnato a lottare tutto l’anno contro la natura che non gli restano le forze per dipingere, suonare o cantare”. E allora mi vengono in mente i nostri tempi in cui sistemi repressivi, autoritari, dittatoriali che governano ormai un po’ ovunque, vogliono prendere le persone per stanchezza tenendoci impegnati tutto l’anno con allerte, preallarmi, avvisi, avvertimenti, ammonimenti, segnalazioni, così che ognuno possa cadere preda di timori, apprensioni, preoccupazioni, angosce, assilli, inquietudini e tutti quanti si finisca col consumare le nostre giornate senza aver mai potuto alimentare l’anima con la visione o la realizzazione di un dipinto, di un film o di un’opera teatrale, l’ascolto o la realizzazione di una musica, di un canto o di una poesia, eccetera. Ecco, tenerci impegnati a combattere ogni istante della nostra esistenza con paure create ad hoc è un metodo rapido e sicuro per farci diventare persone aride, facilmente polverizzabili, ignoranti, fragili, disarmate di fronte al prossimo allarme che già sta bollendo in pentola insieme a mille altri.

E riguardo l’attualità delle conclusioni e dei ragionamenti di Čechov questo libro è pieno zeppo, benché siano tutti datati 1890.

Non è ancora arrivato a destinazione, quando inizia a mettere per iscritto cosa non gli piace della pena capitale e della “rimozione del criminale dal consueto ambiente umano, per sempre”, che altro non sarebbe poi che l’attuale ergastolo.

Čechov scrive che non è del tutto esatta l’affermazione ricorrente per cui la pena capitale si applica solo in casi eccezionali, perché le pesanti condanne che l’hanno sostituita conservano la sua caratteristica essenziale, ossia quella di cancellare ogni speranza in un futuro migliore, di rendere vano qualsiasi sforzo del condannato per poter tornare a vivere, a essere un cittadino: “[...] la pena capitale, sia in Europa che da noi, non è stata affatto abolita, bensì camuffata sotto altre vesti, meno scandalose per la sensibilità umana”.

Detto quanto sopra, l’autore russo commette immediatamente un grossolano errore che gli si perdona volentieri perché, molto probabilmente, mosso da quell’ottimismo a cui tutti ci si aggrappa prima o poi per sopravvivere; lo sbaglio sta nell’affermare d’essere profondamente convinto che “tra cinquanta o cent’anni si guarderà al carattere perpetuo delle nostre pene con la stessa perplessità e lo stesso imbarazzo che oggi destano in noi lo strappare le narici o il tagliare un dito della mano sinistra”. Si sa, nessuno è perfetto, neppure Čechov.

Ma il drammaturgo russo si rifà immediatamente ammonendo “la nostra intelligencija pensante” che da venti o trent’anni ripete che ogni criminale è il prodotto della società, ma che s’ostina a guardare questo prodotto con scoraggiante indifferenza. Nel dire questo rimarca che il disinteresse nei confronti di chi langue in cella o in esilio risulta del tutto incomprensibile “alla luce dei fondamenti cristiani del nostro Stato e della nostra letteratura”, e che le ragioni di questo atteggiamento vanno ricercate nell’ignoranza dei nostri giuristi che “danno gli esami all’università solo per poter giudicare il prossimo e condannarlo al carcere o all’esilio”, senza mai interessarsi dove vada a finire l’imputato al termine del processo, cosa che non sanno e non vogliono sapere “perché non rientra nell’ambito delle loro competenze: che ci pensino i soldati di scorta e i direttori delle prigioni dal naso rubizzo!”.

Altro rimprovero lo muove per le misure repressive utilizzate come deterrente, in deciso contrasto con gli ideali cui si ispira la legislazione russa “che intende la pena innanzitutto come strumento correttivo” mentre, invece, venendo spese energie unicamente per ridurre il detenuto in condizioni fisiche tali da essergli impossibile la fuga, secondo lui “si dovrà parlare non di correzione, bensì di trasformazione del detenuto in un animale e della prigione in un serraglio”.

Čechov non ci pensa su due volte neanche a cantarle alla sua amata Russia: un tunnel costruito sbilenco, buio e sporco, lo porta a concludere che “questo tunnel incarna a meraviglia la tendenza tutta russa a sperperare denaro per stramberie d’ogni genere, quando invece le esigenze più basilari sono ben lungi dall’essere soddisfatte”. Così come le canta al suo popolo: “[...] a proposito dei gabinetti. Come tutti sanno, la maggioranza dei russi nutre il più profondo disprezzo nei confronti di questo genere di comodità. [...] Questo disprezzo per il gabinetto i russi se lo sono portati dietro anche in Siberia”.

Quest’ultima considerazione nasce dal fatto che, una volta giunto sull’isola di Sachalin, si rende conto che in campagna i gabinetti non esistono affatto, e che nei monasteri, nelle fiere, nelle locande e nelle fabbriche sono assolutamente disgustosi, per cui non gli è difficile capire il perché in tutte le prigioni i gabinetti siano sempre origine di fetore ammorbante ed epidemie, mentre popolazione e amministrazione carceraria se ne sono fatte tranquillamente una ragione.

A Sachalin, Čechov scopre che le attività svolte dai detenuti sono assai eterogenee, che non si limitano all’estrazione dell’oro o del carbone, ma comprendono ogni aspetto della vita sull’isola: il taglio del bosco, i lavori edili, la bonifica delle paludi, la pesca, la fienagione e il carico delle navi sono, per esempio, tutte incombenze che rientrano nell’elenco dei lavori forzati. Non solo, prende visione di documenti che dimostrano che, fin dal 1871, i deportati fanno le veci della servitù per le autorità e gli ufficiali, e che le donne vengono assegnate come cameriere agli impiegati statali, compresi i sorveglianti non ammogliati. Nel 1872 il governatore generale della Siberia orientale proibirà che i detenuti vengano distribuiti a destra e a manca in qualità di servitori, ma sarà un divieto aggirato da subito, per cui nel 1890 Čechov incontrerà contabili con alle proprie dipendenze una mezza dozzina di persone e amministratori che si permettono il lusso, quando vanno in campagna per un picnic, di farsi precedere da una decina di galeotti con il cestino delle provviste: “[...] durante la mia permanenza sull’isola, tutti gli impiegati statali, persino quelli che non avevano nulla a che vedere con l’amministrazione carceraria (per esempio il capo dell’ufficio delle poste e del telegrafo), per le loro esigenze domestiche facevano ampiamente ricorso a deportati non retribuiti e mantenuti a spese dello Stato”. Come oggi, anche all’epoca l’ultima cosa che interessava era recuperare i detenuti, a iniziare dalle celle comuni che non permettevano al carcerato “la solitudine necessaria per raccogliersi in preghiera, riflettere e concentrarsi su se stesso – tutte attività che i paladini dei fini correzionali considerano indispensabili”. Mantenuti a spese dello Stato, sì, ma senza lavorare per questo, bensì per individui che si disinteressano totalmente dei “fini correzionali”, visto che il condannato è trasformato in uno schiavo che dipende dalla volontà del padrone e dei suoi familiari ed è costretto a compiacerne ogni capriccio. Come oggi, anche all’epoca il carcere peggiorava i detenuti, e non poteva essere diversamente: aveva, e ha tutt’ora, effetti devastanti sulla moralità del prigioniero lasciarlo “all’interno del gregge, coi suoi rozzi divertimenti e la cattiva influenza che i malvagi esercitano inevitabilmente sui buoni”.

La poca produzione industriale dell’isola – un laboratorio di fonderia, la fucina di un fabbro, un mulino a vapore o una segheria – non è purtroppo finalizzata alla formazione dei deportati quando, invece, il fine primo e ultimo di ogni impresa di Sachalin dovrebbe essere uno solo, la rieducazione del condannato: “[...] le officine locali dovrebbero fornire al continente non sportelli per stufe o rubinetti, bensì individui socialmente utili e artigiani ben preparati”. In poche parole, nessuno si curava di tutti quegli individui che non combinavano niente a casa loro e che, proprio durante il periodo di detenzione in celle dove ci sono tante cimici “da diventare matti”, avrebbero bisogno di mulini e fucine dove imparare qualcosa per cominciare, finalmente, a camminare con le proprie gambe. Ditemi voi se non avete trovato analogie con l’attuale sistema carcerario italiano che cito solo perché lo conosco meglio di altri, ben sapendo che dal Belgio fiammingo all’Ungheria, dal Kenya alla Russia, dal Perù agli Stati Uniti, non va granché meglio.

Quando i deportati lavorano spettano loro mansioni pesantissime come lavorare in miniera, il che significa trascorrere anni e anni vedendo unicamente la miniera, la strada che porta al carcere e il mare: “La sua vita sembra essersi completamente dissolta in questa sottile striscia di terra [...]”. Particolare da non dimenticare: i giacimenti sono sfruttati in esclusiva da una società privata che, oltre a questo, ha ricevuto dall’amministrazione carceraria anche la concessione di avvalersi della mano d’opera dei deportati. Ripeto, non cambia nulla rispetto a quanto accade oggi un po’ in tutto il mondo: considerazioni economiche portate avanti sulla pelle dei carcerati. Un’ultima cosa. Čechov scoprirà che la società privata i cui rappresentanti risiedono a Pietroburgo, sfrutta tanto i giacimenti quanto i deportati senza pagare un centesimo di quanto pattuito con l’amministrazione. Sarebbe obbligata, eppure, chissà il perché, non paga: “[...] i rappresentanti dell’altra parte, di fronte a una violazione così flagrante della legge, sarebbero dovuti intervenire da parecchio tempo, ma [...] temporeggiano e, come se non bastasse, continuano a spendere 150.000 rubli all’anno per garantire le entrate della società. In altre parole, entrambe le parti si comportano in modo tale per cui è difficile prevedere quando avrà fine questa anomala situazione” – si tenga conto che, all’epoca, Čechov guadagnava circa trecento rubli al mese, cifra che comprendeva anche le spese di viaggio relative a questa spedizione a Sachalin. Tornando ai minatori, la rieducazione di ogni deportato si risolveva nel risalire in superficie non meno di tredici volte al giorno, e risalire in superficie significava muoversi carponi lungo un corridoio stretto e buio trascinando una slitta che pesa un pud [un’antica unità di misura dell’impero Russo pari a oltre sedici chilogrammi]: questa era la parte più gravosa poi, dopo aver scaricato il carbone, tornava indietro e ricominciava da capo.

Altra forma di risparmio, e quindi di guadagno, di chi gestisce il sistema carcerario di Sachalin, è quella inerente la gestione dell’infermeria: nel caso si sentisse male, un detenuto potrebbe avere l’amara sorpresa di scoprire d’essere rinchiuso presso un carcere in cui l’infermeria non dispone di alcun farmaco – lo dice direttamente a Čechov il medico della prigione di Voevodsk.

Il capitalismo è un’ombra che lo scrittore russo vede avanzare su tutta l’isola e lo denuncia a chiare lettere, specialmente quando scrive che le ricchezze del fiume Tym’ restano un miraggio per gli esiliati del circondario che “fanno la fame”, mentre cambierà tutto nel momento in cui “le ricchissime riserve ittiche locali cadranno nelle mani dei capitalisti, allora, con tutta probabilità, si intraprenderanno seri tentativi per drenare il letto del fiume e renderlo più profondo, forse verrà addirittura costruita una ferrovia litoranea che arriverà alla foce, e non c’è dubbio che il fiume compenserà generosamente qualunque investimento”.

Questo di Čechov è un viaggio da incubo, in tutti i sensi. Giunto in tarda serata nel villaggio di Armudan di Sotto, trascorre la notte a casa del sorvegliante, ma in soffitta, accanto alla canna fumaria, perché il padrone non vuole per nessun motivo lasciarlo entrare nella stanza comune, e questo per via che lì sarebbe impossibile dormire a causa, così gli spiega, di una «marea» di cimici e scarafaggi: “Quando ridiscesi per prendere del tabacco, vidi effettivamente la marea, una scena impressionante, possibile soltanto a Sachalin. Le pareti e il soffitto sembravano coperte da una specie di drappo funebre che si agitava come scosso dal vento; ma il movimento caotico e frenetico dei singoli puntini lasciava subito intendere da che cosa fosse composta quella massa brulicante e strabocchevole. All’orecchio giungeva un fruscio e un mormorio assordante, come se scarafaggi e cimici si stessero affrettando chissà dove e si consultassero tra di loro”.

Forse sono esperienze come quella appena descritta in casa del sorvegliante, oppure il constatare la tipologia comune a tutte le prigioni dell’isola – baracche di legno adibite a celle e, all’interno, la sporcizia, la miseria e la scomodità che si incontrano ovunque la gente dell’isola sia costretta a vivere in gruppo –, o magari il clima, o l’essere a diecimila chilometri da casa, il trovarsi a un’estremità del mondo con “tutt’intorno non un’anima viva” o dove la gente non si ricorda nemmeno più i giorni della settimana, oppure l’essere continuamente costretto a passare da uno stato di timore allo sbigottimento all’essere invaso da “non pensieri”, fatto sta che Čechov si ritrova a fissare a lungo il cielo perché, alla luce di quanto gli stava attorno, di ciò che stava vivendo, quella volta celeste la riteneva una specie di miracolo.

Molto interessanti sono anche le popolazioni indigene di Sachalin, i giljaki a nord dell’isola e gli ainu (originari dell’isola giapponese Hokkaidō) a sud. Mi limiterò a raccontarvi qualcosa dei primi.
Quella dei giljaki non può definirsi un’esistenza stanziale nel vero senso della parola, poiché non si sentono legati né al proprio luogo natìo né a qualsiasi altro e, insieme alle loro famiglie e ai cani, vagano per procacciarsi il cibo.

I giljaki sono magri, asciutti, tutto l’adipe viene consumato per produrre quel calore che ogni abitante dell’isola deve assolutamente immagazzinare nel proprio corpo per compensare i cali di energia dovuti alle basse temperature e alla spaventosa umidità dell’aria. Nessuno sa quale sia il vero colore del loro viso perché non si lavano mai, così come non lavano mai la biancheria e gli abiti, e le loro calzature di pelliccia sembrano appena strappate dalla carcassa di un cane.

È un popolo che, per molti aspetti, andrebbe preso d’esempio visto che sono descritti come dotati di una naturale delicatezza d’animo e le regole della loro etichetta non ammettono nei confronti altrui espressioni arroganti o imperiose, per non parlare della loro istintiva avversione per ogni genere di registrazione o censimento.

I giljaki sono socievoli e l’espressione del loro volto è sempre molto ragionevole, mite e ingenuamente attenta. È un popolo nient’affatto bellicoso, che non ama le liti e le risse e che vive in pace e armonia con i suoi vicini.

I giljaki sono vivaci, intelligenti, allegri, disinvolti e nient’affatto in imbarazzo quando si trovano in compagnia di persone ricche e potenti, e questo anche perché non riconoscono alcuna autorità, non concepiscono neppure i vari gradi di anzianità in famiglia: il figlio non nutre alcun rispetto per il padre e vive come meglio crede.

Come già detto, nessuno è perfetto, neppure i giljaki.

Mentre tutti i componenti maschili della famiglia sono assolutamente alla pari in senso “positivo” – se si offre della vodka agli uomini andrà versata anche ai bambini –, le componenti femminili sono alla pari in senso negativo, ossia sono tutte egualmente prive di diritti, non importa che si tratti della nonna, della madre o di una neonata. Tutte le appartenenti al sesso femminile sono considerate alla stregua di animali domestici o di oggetti che si possono buttar via, vendere o prendere a calci come cani, “anzi, i cani ogni tanto i giljaki li carezzano, le donne mai”. La donna è solo una merce di scambio, esattamente come il tabacco o la seta.

Da quando “loro” usavano la donna come merce di scambio a oggi, epoca in cui “noi” la utilizziamo come merce da esibire, il cammino da fare verso la parità di genere resta ancora molto lungo.

Come si sposi la naturale delicatezza d’animo dei giljaki decantata da Čechov e da chi l’aveva preceduto in escursioni simili, con il ridurre in schiavitù – nel senso più letterale e rude del termine – qualsiasi persona appartenente al genere femminile, non è dato di capire.

In generale, a tutte le donne di Sachalin, indigene e non, spetta una vita molto più dura di quanto già non lo sia per gli uomini: “Le donne, anche quelle libere, si dedicano alla prostituzione; non fa eccezione neppure una privilegiata che pare abbia concluso gli studi superiori. [...] i deportati le cui mogli vendono il proprio corpo possono permettersi di fumare costoso tabacco turco [...]”. Data l’enorme domanda, questo esercizio non viene ostacolato né dalla vecchiaia, né dalla bruttezza, né dalla sifilide all’ultimo stadio, né dall’eccessiva giovinezza: “[...] mi è capitato di incontrare per strada una ragazza di sedici anni che, si dice, si prostituisce da quando ne aveva nove”.

Non solo. Per i soldati scapoli, le deportate o le parenti di deportati rappresentano “l’indispensabile oggetto per il soddisfacimento dei loro bisogni naturali” – parole di uno dei capi locali della colonia penale. Traghettando le deportate alla volta dell’isola non si pensa né alla pena né al ravvedimento, ma solo alla loro capacità di mettere al mondo figli e di lavorare nei campi. A un certo punto, un comandante dell’isola darà l’ordine di trasformare la sezione femminile della prigione in una casa di tolleranza. Alcune donne finiranno per diventare così apatiche e corrotte da arrivare al punto di “vendere i propri figli per una caraffa di alcol”.

Tornando un attimo ai giljaki, Čechov racconta che alcuni di loro non vivono più sull’isola ma nelle zone limitrofe del continente perché, a un certo punto della loro storia, sono stati incalzati da sud dagli ainu che avevano abbandonato il Giappone perché, a loro volta, incalzati dai giapponesi. Ma non è tanto l’episodio in sé a essermi rimasto impresso, quanto il fatto che il drammaturgo russo – volendo evidenziare quanto i giljaki di Sachalin, perché sempre fedeli all’isola nonostante le loro lunghe peregrinazioni, siano diversi e quindi facilmente riconoscibili rispetto a quelli continentali – usa questa frase: “[...] i giljaki di Sachalin si distinguono per lingua e costumi da quelli continentali come gli ucraini dai moscoviti”.

Sono tanti gli episodi raccontati su queste pagine che mi rimarranno impressi, specie quelli che certificano l’ignoranza di chi è al potere, dove ovviamente per ignoranza non intendo il sapere di non sapere tutto ed essere aperti al dialogo, all’ascolto, alla ricerca, ma la convinzione di sapere già ogni cosa e quindi di essere sordi a indicazioni e consigli di chi ne sa più di te: “[...] a Galkino-Vraskoe sembra di essere a Venezia; le izbe, costruite in un bassopiano, si allagano, e per spostarsi si ricorre alle barche ainu. Il punto dove edificare il villaggio l’aveva scelto un certo signor Ivanov [...] all’epoca era vicedirettore della prigione e svolgeva anche le funzioni dell’attuale sorvegliante delle colonie. Sia gli ainu che i coloni lo avevano avvertito che quella era una località paludosa, ma lui non aveva dato loro ascolto, anzi, chi protestava veniva frustato. Durante un’inondazione è annegato un toro, un’altra volta un cavallo”.

Quest’avventura siberiana mise Čechov in una posizione del tutto inaspettata: al suo ritorno non sarà più “solo” l’autore di racconti umoristici o di pièce teatrali, ma anche l’unico letterato russo a essersi sobbarcato fatiche e rischi di un viaggio in Estremo Oriente pur di vedere ciò che nessun intellettuale aveva mai visto prima: “Attribuiscono al mio viaggio un’importanza che mai mi sarei aspettato, arrivano perfino consiglieri di Stato, consiglieri di Stato in carica! Tutti sono impazienti di leggere il mio libro e prevedono che sarà un successo, e io non ho nemmeno il tempo di scriverlo...”.

Ma vi rendete conto? Consiglieri di Stato in carica che attribuiscono importanza al reportage di un intellettuale, impazienti di leggere il libro che raccoglierà le testimonianze dirette e le osservazioni sul campo di uno scrittore! Mai mi sarei aspettato di chiudere un pezzo del genere con un tale omaggio alla fantascienza.

Fonte

10/11/2024

Israele - Nuove leggi permetteranno l’ergastolo per i bambini arabi

Il parlamento israeliano ha approvato, lo scorso 6 novembre, due leggi riguardanti nuove pene e misure detentive per i cittadini accusati di “terrorismo”, destinate cioè ai palestinesi con cittadinanza israeliana.

Le nuove norme permetteranno la deportazione di intere famiglie e la detenzione, anche con la pena dell’ergastolo, dei bambini sotto i 12 anni di età.

Le famiglie dei palestinesi d’Israele accusati di aver compiuto “atti di terrorismo” potranno essere deportate al di fuori dello Stato ebraico, a Gaza o altrove. L’allontanamento forzato potrà durare dai 7 ai 15 anni per i cittadini israeliani e dai 10 ai 20 anni per i residenti.

Per applicare la nuova legge, le persone indicate dalle autorità di Tel Aviv come “agenti terroristici” non dovranno per forza di cose essere stati condannati ma basterà la formulazione dell’accusa o, addirittura, il sospetto durante la custodia sotto detenzione amministrativa. La norma consente, in questi casi, l’espulsione se si presume che un membro della famiglia sia a conoscenza o avrebbe dovuto conoscere un atto di terrorismo pianificato, lo abbia sostenuto o abbia espresso pubblicamente elogi, simpatia o incoraggiamento per l’atto. Le accuse di “terrorismo” sono rivolte agli arabi israeliani, mentre per i cittadini ebrei di Israele viene applicata la legge “standard”. Il sistema giuridico a due livelli applicato dai governi di Tel Aviv è al centro, da anni, di condanne e accuse da parte di numerose organizzazioni che si occupano di diritti umani e delle associazioni che monitorano nello specifico i diritti della comunità dei cittadini arabi di Israele.

A questi ultimi è destinata anche la seconda legge approvata mercoledì 6, dedicata nello specifico ai cittadini israeliani al di sotto dei 12 anni condannati per omicidio o tentato omicidio classificati come “atto di terrore” o collegati a una “organizzazione terroristica”. I bambini arabo-israeliani potranno ora essere detenuti e condannati all’ergastolo, mentre i minorenni ebrei israeliani sono sottoposti alle normali accuse e procedure penali, che escludono la detenzione per i minori di 14 anni (che possono essere ospitati in strutture di recupero) ed esentano i minori di 12 anni da qualsiasi tipo di responsabilità penale. Per i 12enni palestinesi dei territori occupati, al contrario, già sottoposti alla legge militare, è consentito l’arresto.

L’organizzazione indipendente per i diritti umani, il centro legale Adalah, ha dichiarato che la Knesset istituzionalizza politiche di apartheid: “Il recente passaggio di queste leggi segnala una pericolosa escalation nella repressione di Israele sui diritti palestinesi, inquadrata con il pretesto dell’antiterrorismo. Queste misure consentono allo Stato di punire collettivamente i palestinesi – sia cittadini di Israele che residenti di Gerusalemme Est occupata – autorizzando la deportazione di intere famiglie e sottoponendo minori di 12 anni a severe pene detentive. Queste leggi incarnano la punizione e la vendetta, come apertamente notato dai legislatori israeliani. Attraverso queste leggi, Israele radica ulteriormente il suo sistema giuridico a due livelli, con una serie di leggi per gli ebrei-israeliani sotto il diritto penale e un’altra, con diritti inferiori, per i palestinesi con il pretesto dell’antiterrorismo. Incorporando politiche simili all’apartheid nella legge, la Knesset ha ulteriormente istituzionalizzato l’oppressione sistemica, in violazione sia del diritto internazionale che dei diritti umani e costituzionali fondamentali”.

Fonte

01/07/2024

Suicidi in carcere. Sentenze non scritte di pena di morte e gli ergastoli percepiti

“Nel mio caso non era il carcere, intesa come Istituzione Totale, era il carcere intesa come situazione esistenziale totalizzante: qualcosa che polverizzava più il futuro, che il presente. Provare a uccidermi era il mio unico atto di liberazione possibile rispetto a me stesso, ai miei errori, a tutto quello che avevo perso e che sapevo non avrei mai più ritrovato. Non era la claustrofobia della cella, ma il freddo nel guardarmi, nel giudicarmi, nell’incapacità di immaginarmi in un futuro vivibile. L’ergastolo, non come sentenza di un giudice, ma come destino che vede nella morte l’unico fine pena possibile.”

Ponticelli pallida madre: è la sintesi della vita di Angelo, dentro e fuori dalle relazioni di amore, di famiglia, di lavoro, di socialità. Dentro e fuori dal carcere, dalle comunità, dalle dipendenze. Un dentro e fuori che come un’altalena ha cancellato la progressione del tempo, arrivando a confondere ogni suo passato bruciato, con ogni orizzonte di futuro. Così questo pendolare lo ha condotto ad essere un balordo, senza esserlo. Un bastardo, pur volendo essere padre, figlio e marito esemplare. Un detenuto, un ergastolano: anche quando era a piede libero si portava questo nero nell’anima fatto di ferro e di paura.

“È come vivere la vita di un altro, ma farlo talmente tanto in fretta da non accorgersene. Fino a ritrovarsi in una cella schifosa e a non avere nessuna voglia di uscire, proprio perché la prigione è quella che hai al cervello e non solo quella delle sbarre.”

Angelo non riuscì ad uccidersi. Non ne ebbe il coraggio, meglio, non ci ha provato con grande convinzione. I tentati suicidi hanno molteplici meccanismi, assai poco sintetizzabili, ma due categorie si possono comunque tentare di tracciare: a) i falliti suicidi, b) i suicidi troppo timidi per essere realmente suicidi. Angelo, sempre secondo me, appartiene alla seconda categoria: una specie di volerlo fare per dire a sé stesso e agli altri di averci provato.

Un urlo, più che un gesto: un urlo, però, che a volte uccide lo stesso. Dopo il carcere è stato qualche anno in comunità, ma una volta fuori ha ricominciato la fetente vita di sempre. Poi il fantasma di sé stesso gli ha chiesto nuovamente il conto e, guarda caso, sempre dentro una cella buia di una prigione. “Vuoi vivere o vuoi morire? Decidi, ma senza rompere le palle al mondo”, si senti dire una mattina da una vocina acida nel suo cervellino alienato. È vivo ed è un ottimo amico.

40 suicidi in carcere quest’anno. 1 ogni 3 giorni. 85 nel 2022. 70 nel 2023. Atti di autolesionismo quotidiani. Ma anche altro: morti provocate da auto annientamento dovuto alla atarassia, quel lasciarsi andare che nessuna autopsia può diagnosticare e nessuna statistica conteggiare. Perché?

“Non ti vedi più. Questo è il problema. Il passaggio stretto della detenzione è crudele, vero, ma è la ferocia con la quale si cancella ogni avvenire possibile che ti annienta. Io, ad esempio, in carcere come in comunità stavo bene, anzi, trovavo anche equilibrio e interessi. Fuori non ho mai letto, neanche un fumetto, invece quando sono “chiuso” riesco a leggere tantissimo. Pensa che, ancora oggi, per leggere mi chiudo da qualche parte. Il mio guaio è che non riuscivo ad immaginarmi altro che quello. Quando ho provato ad uccidermi non reggevo più me stesso, non è che non reggevo il carcere. Non reggevo questa specie di mio ergastolo universale, circolare, forse frutto di una sentenza scritta anche da me, o dalla società e non da un giudice, ma comunque qualcosa che mi opprimeva, mi toglieva il respiro. Un ergastolo del cuore, del sentire, del dovere essere per forza lo sbandato violento e stupido. Non reggevo più questo orrore. La morte, il tentare di uccidersi, diventa scelta minima, quasi come comprarsi o no un gelato in casi come il mio. Diventa una delle opportunità concesse. Non sentivo di valere nulla per me e per nessuno: la cella, con i suoi riti e ritmi, ti sbatte in faccia ogni istante quanto sei meschino, fragile, inutile. La morte ti salva da te stesso, non dalla galera.”

Gli studiosi descrivono le Istituzioni Totali, chi pro o contro, sono d’accordo però nell’individuare queste “strutture” in luoghi ben precisi, con burocrazie ben definite. Una diagnosi, una sentenza, o altro che corrispondono a luoghi fisici: carcere, ospedale, manicomio, comunità e altri. Quello che stupisce, però, è che queste definizioni non spiegano i meccanismi che azionano i tanti suicidi, perché di per sé la situazione di deprivazione spiega solo una minima parte del fenomeno.

Dietro i suicidi in carcere, invece, si dovrebbe parlare di Istituzioni Totalizzanti, traslare quindi il concetto detentivo, dal luogo dove viene effettuata, alle implicazioni emotive che comporta che, in questo, non sono intrinseche nel luogo, quanto nelle elaborazioni mentali che quel luogo spinge a fare. Implicazioni che vanno ben oltre le misure restrittive della detenzione.

Contesti sociali di appartenenza, traumi fatti o subiti, alienazioni perpetue, dipendenze croniche, mancanza di stimoli e prospettive professionali, stigma e tantissime criticità che provocano i suicidi tra le mura carcerarie, vero, ma si riferiscono direttamente a contesti che non sono in quei luoghi, che sono nel ricordo o nell’orizzonte di un futuro che si percepisce impossibile o di un passato indigeribile. Angelo, ad esempio, sovrapponeva le condizioni estreme della vita carceraria, con il suo “fuori” altrettanto estremo. Era, a suo dire, l’oscillazione devastante tra questi due dentro che lo stava portando al creatore.

Mentre spesso l’attenzione dei media si concentra sulle condizioni carcerarie che, per quanto orribili, da sole non spiegano questa mattanza, anche perché spesso si ci uccide a inizio o a fine pena e, ancora, durante detenzioni non lunghissime. L’ergastolo percepito da Angelo è fatto di entrambe queste detenzioni e, per quanto orribile dirlo, è una sensazione che scaturisce dalle sentenze non scritte di inutilità e marginalità perpetua che la società emette e che, in qualche modo, il carcere tira fuori.

Non è un caso, quindi, che si eseguono queste condanne a morte non scritte, perlopiù nei giorni comandati: ad agosto, come nelle festività. Non perché con il caldo manca l’aria condizionata o a Natale il banchetto di famiglia, quanto perché sono giorni in cui il cervello del condannato si sposta in altri luoghi, quelli della memoria e dei bilanci: sono questi due macigni che spingono al gesto estremo.

Poi è anche vero che la brutalità della vita detentiva fa deflagrare ogni malessere ma, di fondo, agisce su psiche turbate, dove le torsioni della prigionia scavano solchi che solo un diritto reale alla tenerezza, oltre che ad un reinserimento sociale, può lenire.

Una volta Angelo mi disse che da quel buio una mano lo aveva afferrato per i capelli e tirato fuori. La cosa mi fece scoppiare a ridere: Angelo è calvo. Però, stabilito di voler vivere, dovette chiudere con entrambe le detenzioni e uscito da Poggioreale cambiò tutto, anche rispetto alla detenzione del suo fuori. Casa, abbigliamento, giri sociali, abitudini, numero del telefono, rapporti con la famiglia: uno tsunami identitario forzato, forse frutto di disciplina, ma che fino ora gli ha salvato la vita.

Del resto il detenuto 7047 delle galere fasciste, Antonio Gramsci, per salvarsi dalle trasformazioni molecolari che la vita detentiva gli imponeva, si diede una disciplina ferrea. Quel “per sempre”, che si impose scrivendolo in tedesco, che indicava un’attenzione intellettuale verso il suo Io di fuori, il suo Io identitario, senza cadere nelle trappole delle maschere dell’imprigionato, della ossessione verso sé. Gli stessi “Quaderni” sono frutto di questa auto disciplina da contrappore alla disciplina fascista: una Resistenza.

Così negli ergastoli “percepiti” della modernità turbocapitalista bisogna dare come implicite le pene accessorie non scritte che traslano il carcere, da luogo fisico, a luogo dello spirito: dove l’annientamento non è dato dalla detenzione brutale, ma dalle implicazioni che questa imprime a fuoco nei cervelli dei più fragili e nei disfunzionali. Una torsione che, molto aldilà dei reati commessi e dalle sentenze da scontare, può trasformarsi in ergastoli o in pene di morte.

Non resta che opporsi, anche per chi detenuto non è, con una disciplina che rimandi ad altri valori e a futuri possibili. Immagini, forse, ma uniche forme per preservare la Dignità di chi è caduto nelle tante detenzioni della società del consumismo. Resistenza Umana, da contrappore alla tenaglia dei due nero, quello specifico della detenzione e quello sfumato della super alienazione, che vede nella segregazione lo strumento principe per trasformare l’Uomo in altro.

“Comprendere la mia malattia. Accettarla. Mi ha dato la possibilità di creare uno spazio dove non mi sento giudicato. Così ho trovato degli interessi che, ancora oggi, mi isolano dai contesti di degrado nei quali sono cresciuto. Ma devo ricordarmi che sono gli unici che ho e che questa forma di nuova detenzione, che mi auto impongo, mi rende diverso dagli altri.

Oggi posso trascorrere intere domeniche a leggere. Posso giustificarmi del fatto che non vedo mio fratello da anni, perché è ancora dentro i casini e non vuole uscirne. Una specie di egoismo, ma forse è l’unica difesa che ho da quel nero che, storto o morto, ho dentro di me. Arrivare sul confine tra la vita e la non vita ti dà una forza magica: sono l’Angelo che rubava nelle chiese le elemosine nelle cassette dei santi, ma sono anche l’Angelo che oggi è a servizio degli amici e si sta riallacciando gradatamente al genere Umano. Sono entrambe queste cose e guardarmi dall’alto, da quel confine assurdo della voglia di farla finita, mi ricorda chi sono e cosa devo fare per non tornare ad esserlo.

Il carcere, almeno nei miei sprofondi, entra poco: è una piccola parte, nemmeno la peggiore, delle mie prigioni. Però è quella che ha messo a nudo la mia fragilità, spingendomi ai tentati suicidi. Si ci ammazza in carcere perché ci sta un preciso momento in cui si vede con nitidezza quanto si è scesi nella fogna e quanto non ci sia una strada per uscirne. È quello il botto del buio pesto, quello in cui una piccolissima cosa, che sia una scorreggia di un compagno o uno scarafaggio che si aggira sul pavimento che fa esplodere tutto. La rabbia che ti fa bruciare è improvvisa e persino il dolore di tagliarsi o conficcarsi uno stuzzicadenti nella mano ti distrae da quel nero dentro che è talmente solido da ingoiare ogni luce.”

Forse è questo l’errore delle analisi sui suicidi in carcere. Si discute tra la definizione di “dentro” e si contrappone a quella del “fuori”, mentre in realtà molte di queste esistenze oscillano tra due dentro. La Pubblica Opinione si indigna sulle condizioni inumane del dentro stigmatizzando carenza di strutture, sovrappopolamento, carenza di personale eccetera eccetera, mentre spesso è l’assenza di un fuori che spinge all’auto annientamento e al suicidio.

Quel “fuori che aspetta” come elemento principale di sogni, di bisogni, di speranze che nelle vite perdute si liquefano progressivamente in una grammatica dove sparisce il tempo. Passato, Presente, Futuro triturati in un nero che non lascia spazio all’amore.

Quando il detenuto Angelo ha percepito il fermarsi del tempo, del suo tempo, ha anche decretato la sua fine. Il suicidio, secondo me, è il fisiologico esercitare l’ultimo dei propri diritti, quando tutti gli altri sono stati offuscati e non il gesto estremo di non reggere alla detenzione, ma quello di rivendicare una libertà. L’unica libertà possibile. “Ci vuole umiltà e non orgoglio” scriveva Pavese, ma nel caso dei suicidi in carcere ci sta la combinazione di questi due fattori.

“Aprire tutte le prigioni dell’essere affinché l’umanità abbia tutti gli avveniri possibili”

Rubo la citazione di Gaston Bachelard, da “Il bosco di bistorco” il primo libro edito da Sensibili alle Foglie, la cooperativa editoriale messa su, proprio dentro un carcere, da Renato Curcio, Stefano Petrelli e Nicola Valentino: esperienza che va letta proprio in chiave di Resistenza di un Io identitario rispetto alla decomposizione di ogni Io carcerario.

Ma come hai resistito?

“Difficile da spiegare. Penso che sia la capacità, del detenuto o sofferente che sia, di mantenere un filo di comunicazione con sé stesso. Senza recidere quelle specificità proprie che ti mantengono Uomo, quando tutto ti spinge a diventare bestia. Una luce, uno spazio mentale, una piccolissima cosa nella quale si mantiene un margine di Dignità. Quando questo filo sottilissimo si rompe, si entra in una spirale dove alla devastazione delle Istituzioni e della propria stessa vita, si aggiunge un non so ché di cronico, di eterno, di irreversibile che rende la sopravvivenza stessa impossibile.

Gli altri, forse anche in buona fede, tentano invece di legittimare questa discesa verso una omologazione tra la figura del carcerato e il carcere stesso. Una sovrapposizione che cancella ogni speranza, che annega quel che resta di te in una vergogna sorda, invalidante. Il suicidio diventa quindi non l’atto finale di una scelta, ma la conseguenza di una incapacità a reggere l’ergastolo nel cuore e non tanto la detenzione che si sta scontando. Ma il carcere è questo: annientare, non rieducare. Nascondere, non punire. Come ti spieghi, ad esempio, che hanno proibito farina e lievito a Cospito? Come ti spieghi che gli hanno già proibito musica e foto di famiglia?

È la scelta, non tanto del sistema Carcere, quanto della società intera di annullare, piegare, scomporre ogni residuo di Umanità in chi cade, quanto in chi sbaglia. Riuscire a resistere a questi pesi non è dato dalla forza, anzi, ma dalla leggerezza. Essere farfalla, non leone. Poi ci sta, almeno nel mio caso, la creatività: il perdersi dietro un passatempo anche ore, abitudine che rende ogni tipo di detenzione superabile. Non è il solito “adda passà a nuttata”, anzi è volerla vivere, in qualche modo, fino in fondo. Decidere di essere libero. Di essere, contemporaneamente, attore e spettatore della propria tragedia. Io mi sono salvato così: una lettera d’amore a donne che non conoscevo, una poesia che non sapevo decifrare, un sogno che sapevo di non poter vivere. Ma quando si sceglie di continuare a stare al mondo, nonostante ci si senta un numero grigio e si sia palesato dentro l’idea di darsi la morte, bisogna inondare di colori la propria esistenza. Di avveniri possibili, esattamente come dici tu.”

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02/02/2023

Ergastolo e 41bis, mostri incostituzionali

In primo luogo va ricordato che il codice penale in vigore, compreso il reato di cui all’articolo 285, è intriso di cultura politica illiberale. Per il delitto di strage, devastazione e saccheggio, nella sua originaria versione, era prevista addirittura la pena di morte.

Cospito, anche a causa degli irrigidimenti previsti per i recidivi all’interno dell’orribile legge Cirielli del 2005, dovrebbe scontare la pena dell’ergastolo, pur non avendo ammazzato nessuno.

Una vera anomalia – in pieno contrasto con quel principio di legalità in senso stretto che ci ha insegnato Luigi Ferrajoli – a cui si spera la Consulta metta riparo. Antigone depositerà un suo atto di intervento davanti alla Corte Costituzionale. Il prossimo 13 febbraio lo presenteremo alla Fondazione Basso a Roma insieme a Juan Patrone e Franco Ippolito.

La legge Cirielli, già in parte smantellata da giudici e legislatore, merita il colpo finale. In secondo luogo vi è il tema dell’ergastolo, e del sotto-insieme dell’ergastolo ostativo. Era il 1998 quando il Senato votò per l’abolizione della pena perpetua.

La Camera dei Deputati, però, non fece fare passi in avanti al disegno di legge. Si scatenò un inferno mediatico contro la possibile abolizione dell’ergastolo, a cui Antigone lavorava con la sua campagna “Mai dire mai”.

Il successivo progetto di riforma del codice penale diretto da Giuliano Pisapia non arrivò neanche in parlamento. Bisognerebbe rileggere le pagine straordinarie di Vittorio Foa in Bisogna avere visto, dove scriveva che la pena carceraria dovrebbe avere una durata non superiore ai cinque anni. Lui il carcere l’aveva vissuto e sapeva cosa significava lo scorrere del tempo in prigione.

Più di recente la Corte Europea dei Diritti Umani e la Corte Costituzionale hanno messo in discussione l’ergastolo ostativo, ossia l’ergastolo senza speranza di uscita al quale sono oggi soggetti circa i due terzi del totale degli ergastolani.

È di ieri la notizia che quattro detenuti in regime di ergastolo ostativo hanno presentato ricorso alla Corte Europea sostenendo che il recente decreto-legge n. 162 del 2022 sarebbe in contrasto con quanto disposto dalla stessa Corte con la sentenza Viola del 2019.

In terzo luogo, vi è il tema del regime detentivo di cui all’articolo 41-bis, secondo comma, dell’Ordinamento Penitenziario, introdotto nel 1992.

Di fronte alle sue asperità sono intervenute le Corti per ridisegnarne i contenuti vessatori, senza però mai mettere in discussione la differenziazione di regime.

Esso è, per esperienza empirica, un regime che può produrre effetti devastanti dal punto di vista psico-fisico, tanto più nei casi di durata prolungata. Originariamente, nella consapevolezza della sua eccezionalità, il regime era provvisorio. Solo successivamente è stato stabilizzato.

Nel tempo i numeri dei detenuti cosiddetti 41-bis sono cresciuti ingiustificatamente: erano 543 nel 1993, all’indomani dello stragismo mafioso, e sono addirittura 728 oggi. Ci sono detenuti che si sono fatti decenni di carcere in questa condizione.

Il 41-bis non è stato pensato nel 1992 per recludere un detenuto come Alfredo Cospito. Aveva ben altri obiettivi. Per questo, in auto-tutela, le autorità ministeriali e giudiziarie dovrebbero revocare la misura nei suoi confronti. Una decisione che non sarebbe un cedimento al ricatto di chi usa la violenza.

La forza del diritto è proprio quella di interrompere il circolo vizioso, inaccettabile e tragico, della violenza (verso le persone e le cose), differenziandosi da essa.

Infine c’è il tema della tortura. 41-bis e tortura hanno trovato una sovrapposizione solo in alcuni episodi davanti ai giudici: ricordo i casi Labita e Indelicato. Eravamo a Pianosa immediatamente dopo gli arresti per le stragi e gli attentati mafiosi del 1992 e del 1993.

Fu Sandro Margara a sollevare il caso delle torture subite dai due detenuti e arrivò la prima sentenza della Corte di Strasburgo nei confronti dell’Italia per violazione dell’articolo 3 (che proibisce la tortura).

Da allora le condanne per tortura (a tutti i livelli) hanno riguardato violenze commesse verso detenuti comuni o nei confronti degli attivisti presenti a Genova nel 2001. Proprio ieri ha fatto un passo in avanti l’inchiesta per le torture nel carcere di media sicurezza di Torino, dove Antigone si è costituita parte civile.

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24/01/2023

Togliete Cospito dal 41bis e aboliamo questo orrore

Lo sciopero della fame in carcere di Alfredo Cospito ha il merito di aver aperto uno squarcio su questioni rimosse dall’agenda politica e democratica di questo paese e di aver posto delle urgenze.

La prima è quella di evitare che Alfredo Cospito, dopo più di tre mesi di sciopero della fame, muoia in carcere. Il rischio – dopo oltre 90 giorni – ormai si palesa concretamente, specie davanti all’assordante silenzio delle istituzioni carcerarie, politiche e giudiziarie.

La seconda è quella di riaprire il dibattito pubblico – e farne derivare scelte concrete – su istituti come il 41bis e l’ergastolo, che rappresentano da sempre una aberrazione agente sul sistema penitenziario e penale in Italia.

In questi anni il furore manettaro ha sempre fatto le barricate contro una discussione seria sul 41bis. Anche a sinistra si è dovuto fare a sportellate per porre una questione che – come tutte le altre – merita di essere valutata nel merito e non in base a ossessioni private del loro contenuto.

La vicenda di Alfredo Cospito ci svela che al 41bis sono stati posti anche prigionieri politici, pochi tra i pochi che sono ancora in carcere. Ma ci sono. E nel loro caso l’utilizzo del 41 bis ha un carattere meramente punitivo e vendicativo, visto che in Italia le organizzazioni armate non agiscono da oltre vent'anni.

La stessa condanna di Alfredo Cospito è stata talmente spropositata (ergastolo ostativo per un quasi-petardo esploso senza fare vittime né feriti) e motivata da attivare la richiesta di un parere alla Corte Costituzionale.

Se le relazioni annuali dei servizi di sicurezza negano – talvolta addirittura ironizzando sull’argomento – che esistano minacce eversive degne di nota, che senso ha tenere da decenni quei pochi prigionieri politici in condizioni detentive che si configurano come una tortura quotidiana?

Non solo. Il 41bis era stato “narrato” come una misura temporanea funzionale alla interruzione dei rapporti tra chi era in carcere e l’esterno. Ma come sempre in Italia solo le cose temporanee diventano eterne.

Anche il più feroce dei boss, dopo qualche anno, cessa di essere tale perché essendo in carcere la sua influenza o capacità di direzione inevitabilmente svanisce. Eppure in Italia i detenuti sottoposti a regime 41 bis in forma permanente sono circa 700 e non tutti condannati all’ergastolo.

Di questi, oltretutto, solo 200 solo ascrivibili alle organizzazioni mafiose. Dunque non è una misura nata e utilizzata per isolare i boss mafiosi. È altro.

Infine, il/la presidente del Consiglio Meloni, ha esordito il suo mandato riaffermando l’intoccabilità dell’istituto dell’ergastolo ostativo. Uno strumento messo sotto accusa anche dall’Unione Europea e dalla civiltà giuridica prevalente in questa parte di mondo che si ritiene “moralmente superiore” a tutti gli altri.

E qui ci sentiamo di affermare che non è solo una barbarie l’ergastolo ostativo, ma anche l’ergastolo in quanto tale. Quel “fine pena: mai” scritto sulla cartella del detenuto, corrisponde nei fatti ad una pena di morte “lenta” che viene però negata ufficialmente dal sistema penale.

C’è qualcuno che pensa che 30 anni di condanna sia poca cosa? O che anche il peggior criminale dopo decenni di carcere possa essere ancora la stessa persona che in lontano passato ha commesso un reato orribile?

Ricordiamo che in Europa praticamente l’ergastolo non esiste in nessun paese. In Germania, dopo 10 anni, anche la pena massima può essere infatti rideterminata in base al percorso del detenuto. E quando Berlino decise di liberare i militanti della RAF fece ricorso proprio a questo istituto “normale”, fin lì mai applicato nei loro confronti.

Si apre dunque una questione di civiltà della pena che in questo paese è stata fatta a pezzi da una logica di emergenza, vendicativa più che securitaria, che in realtà ha reso “l’emergenza” una norma. E che lo colloca fuori persino dalla non eccelsa “civiltà giuridica” continentale.

Qui da noi, invece, provvedimenti varati in condizioni di “emergenza” (terrorismo, mafia, ecc.) sono rimasti tali anche una volta che l’emergenza era finita. Sono diventati e rivendicati come “normali”, “civili”, addirittura “democratici”.

Una conferma che l’intero sistema penale e il sistema politico si sono strutturati sulla logica dell’emergenza, indipendentemente dal fatto che questa ci sia o meno.

Lo sciopero della fame di Alfredo Cospito contro il regime di 41bis a cui è stato arbitrariamente sottoposto, è una dolorosa finestra di opportunità per mettere i piedi nel piatto di contraddizioni che incombono da troppi anni e impongono di essere affrontate e risolte una volta per tutte.

Questa possibilità è venuta fuori con il governo peggiore per discuterne e nel momento in cui l’orgia mediatica sul preannunciato arresto del boss Matteo Messina Denaro (ormai malato terminale) vede riemergere una visione da “Stato penale” invasiva e del tutto acritica.

Ma il problema è stato posto e in termini drammatici da un prigioniero politico anarchico che per portarlo in evidenza sta rischiando la vita.

Rimanere inerti o prudenti non è più possibile.

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18/03/2022

Sequestro Moro, dopo 44 anni continua ancora la caccia ai fantasmi

Pochi sanno che per il sequestro e l’esecuzione di Aldo Moro e dei cinque uomini della scorta sono state condannate 27 persone. La martellante propaganda complottista sulla permanenza di «misteri», «zone oscure», «verità negate», «patti di omertà», ha offuscato questo dato. Il sistema giudiziario ha concluso ben 5 inchieste e condotto a sentenza definitiva 4 processi.

Oggi sappiamo, grazie alla critica storica, che solo 16 di queste 27 persone erano realmente coinvolte, a vario titolo, nel sequestro. Una fu assolta, perché all’epoca dei giudizi mancarono le conferme della sua partecipazione, ma venne comunque condannata all’ergastolo per altri fatti. Tutte le altre, ben 11 persone, non hanno partecipato né sapevano del sequestro. Due di loro addirittura non hanno mai messo piede a Roma.

Il grosso delle condanne giunse nel primo processo Moro che riuniva le inchieste «Moro uno e bis». In Corte d’assise, il 24 gennaio 1983, il presidente Severino Santiapichi tra i 32 ergastoli pronunciati comminò 23 condanne per il coinvolgimento diretto nel rapimento Moro. Sanzioni confermate dalla Cassazione il 14 novembre 1985. Il 12 ottobre 1988 si concluse il secondo maxiprocesso alla colonna romana, denominato «Moro ter», con 153 condanne complessive, per un totale di 26 ergastoli, 1800 anni di reclusione e 20 assoluzioni. Il giudizio riguardava le azioni realizzate dal 1977 al 1982. Fu in questa circostanza che venne inflitta la ventiquattresima condanna per la partecipazione al sequestro, pronunciata contro Alessio Casimirri: sanzione confermata in via definitiva dalla Cassazione nel maggio del 1993.

Le ultime tre condanne furono attribuite nel «Moro quater» (dicembre 1994, confermata dalla Cassazione nel 1997), dove vennero affrontate alcune vicende minori stralciate dal «Moro ter» e la partecipazione di Alvaro Loiacono all’azione di via Fani, e nel «Moro quinques», il cui iter si concluse nel 1999 con la condanna di Germano Maccari, che aveva gestito la prigione di Moro, e Raimondo Etro che aveva partecipato alle verifiche iniziali sulle abitudini del leader democristiano.

Tra i 15 condannati che ebbero un ruolo nella vicenda – accertato anche storicamente – c’erano i 4 membri dell’Esecutivo nazionale che aveva gestito politicamente l’intera operazione: Mario Moretti, Franco Bonisoli, Lauro Azzolini e Rocco Micaletto; i primi due presenti in via Fani il 16 marzo. Furono poi condannati i membri dell’intero Esecutivo della colonna romana e la brigata che si occupava di colpire i settori della cosiddetta «controrivoluzione» (apparati dello Stato, obiettivi economici e politico-istituzionali): Prospero Gallinari, Barbara Balzerani, Bruno Seghetti, Valerio Morucci, tutti presenti in via Fani. Gallinari era anche nella base di via Montalcini. Adriana Faranda, che aveva preso parte alla fase organizzativa e il già citato Raimono Etro, che dopo un coinvolgimento iniziale venne estromesso. C’erano poi Raffaele Fiore, membro del Fronte logistico nazionale, sceso da Torino a dar man forte, Alessio Casimirri e Alvaro Loiacono, due irregolari (non clandestini) che parteciparono all’azione con un ruolo di copertura e Anna Laura Braghetti, prestanome dell’appartamento di via Montalcini. Era presente anche Rita Algranati, la ragazza col mazzo di fiori che si allontanò appena avvistato il convoglio di Moro e sfuggì alla condanna per il ruolo defilato avuto nell’azione.

Tra gli 11 che non parteciparono al sequestro, ma furono comunque condannati, c’erano i membri della brigata universitaria: Antonio Savasta, Caterina Piunti, Emilia Libèra, Massimo Cianfanelli e Teodoro Spadaccini. I cinque avevano partecipato alla prima «inchiesta perlustrativa» condotta all’interno dell’università dove Moro insegnava. Appena i dirigenti della colonna si resero conto che non era pensabile agire all’interno dell’ateneo, i membri della brigata furono estromessi dal seguito della vicenda. La preparazione del sequestro subì ulteriori passaggi prima di prendere forma e divenire esecutiva. In altri processi la partecipazione all‘attività informativa su potenziali obiettivi, quando non era direttamente collegata alla fase esecutiva, veniva ritenuta un’attività che comprovava responsabilità organizzative all’interno del reato associativo, nel processo Moro venne invece ritenuta un forma di complicità morale nel sequestro. 

Furono condannati anche Enrico Triaca, Gabriella Mariani e Antonio Marini, membri della brigata che si occupava della propaganda e che gestiva la tipografia di via Pio Foà e la base di via Palombini, dove era stata battuta a macchina e stampata la risoluzione strategica del febbraio 1978. Tutti e tre all’oscuro del progetto di sequestro. Furono condannati anche due membri della brigata logistica della capitale, Francesco Piccioni e Giulio Cacciotti, solo perché nel mese di aprile 1978 avevano preso parte parte a un’azione dimostrativa contro la caserma Talamo ed erano fuggiti con la Renault 4 rosso amaranto che il 9 maggio venne ritrovata in via Caetani con il cadavere di Moro nel bagagliaio. Gli ultimi due condannati furono Luca Nicolotti e Cristoforo Piancone, membri della colonna torinese mai scesi a Roma ma coinvolti – secondo le sentenze – perché avevano funzioni apicali in strutture nazionali delle Br, come il Fronte delle controrivoluzione.

Tra i 27 condannati, 25 furono ritenuti colpevoli anche del tentato omicidio dell’ingegner Alessandro Marini, il testimone di via Fani che dichiarò di essere stato raggiunto da colpi di arma da fuoco sparati da due motociclisti a bordo di una Honda. Spari che avrebbero distrutto il parabrezza del suo motorino. Marini ha cambiato versione per 12 volte nel corso delle inchieste e dei processi. Studi storici hanno recentemente accertato che ha sempre dichiarato il falso. In un verbale del 1994 – da me ritrovato negli archivi – ammetteva che il parabrezza si era rotto a causa di una caduta del motorino nei giorni precedenti il 16 marzo. La polizia scientifica ha recentemente confermato che non sono mai stati esplosi colpi verso Marini. Queste nuove acquisizioni storiche non hanno tuttavia spinto la giustizia ad avviare le procedure per una correzione della sentenza. Al contrario in Procura sono attualmente aperti nuovi filoni d’indagine, ereditati dalle attività della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Fioroni, per identificare altre persone che avrebbero preso parte al sequestro: i due fantomatici motociclisti, un ipotetico passeggero seduto accanto a Moretti nella Fiat 128 giardinetta che bloccò il convoglio di Moro all’incrocio con via Stresa, eventuali prestanome affittuari di garage o appartamenti situati nella zona dove vennero abbandonate le tre macchine utilizzate dai brigatisti in via Fani. Si cercano ancora 4, forse 5, colpevoli cui attribuire altri ergastoli. Non contenta di aver condannato 11 persone estranee al sequestro, la giustizia prosegue la sua caccia ai fantasmi di un passato che non passa.

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28/02/2020

Mumia Abu-Jamal: una notizia buona e una cattiva

Pubblichiamo un aggiornamento sulle condizioni di salute e sul processo contro Mumia Abu-Jamal, attivista e giornalista statunitense, membro delle Pantere Nere, detenuto da 37 anni dopo esser stato condannato a morte nel 1981 con l’accusa di omicidio dell’agente di polizia di Philadelphia Daniel Faulkner; dopo numerosi ricorsi, nel 2008 la sua condanna a morte venne commutata in ergastolo senza condizionale.

La buona notizia

L’anno scorso Mumia ha sofferto di una perdita della vista molto preoccupante, al punto che non era più in grado di leggere e scrivere. Diagnosi: cataratta ad entrambi gli occhi più glaucoma.

Tuttavia, ciò non basta a far preoccupare l’Amministrazione Penitenziaria della Pennsylvania! Questa non ha neanche tenuto conto della mobilitazione internazionale che ha imposto una prima operazione di cataratta nell’agosto 2019 e una seconda prevista per la fine di settembre...

L’operazione è stata effettuata solo cinque mesi dopo, il 22 febbraio 2020. Mumia è felice di poter riprendere una vita quasi normale – in carcere... – per “fare il suo lavoro di giornalista”.

La cattiva notizia

La Corte Suprema della Pennsylvania, interpellata da Maureen Faulkner, vedova del poliziotto assassinato e per il cui omicidio è stato accusato Mumia Abu-Jamal, ha appena sospeso il diritto di appello concesso a quest’ultimo nel dicembre 2018 dopo un lunghissimo processo giudiziario.

La Corte dà credito a un presunto pregiudizio a favore di Mumia che il procuratore di Philadelphia Larry Krasner sta presumibilmente mostrando, piuttosto che opporsi al processo di appello, come richiesto da Maureen Faulkner e dal sindacato mafioso della polizia (FOP), che ha recentemente visitato la Casa Bianca per cercare il sostegno del presidente Trump contro la sentenza a favore di Mumia.

In attesa di una decisione definitiva, la Corte Suprema ha deciso di nominare un magistrato inquirente per esaminare il presunto conflitto di interessi del procuratore Krasner, che in questo caso, come ha sostenuto Maureen Faulkner, potrebbe portare all’archiviazione del caso Mumia per affidarlo invece al Procuratore generale della Pennsylvania, certamente più incline a seguire le raccomandazioni della polizia che non a rendere giustizia.

Queste decisioni hanno scatenato una protesta pubblica da parte della difesa e dei sostenitori di Mumia. Come ha detto Johanna Fernandez (portavoce di Mumia): “Questa decisione è un passo pericoloso e disperato per impedire che la verità venga a galla“.

E Noelle Hanrahan (avvocato e direttore di Prison Radio): “La Corte Suprema si sta piegando alle richieste della vecchia guardia del pubblico ministero razzista di Philadelphia, giudici e procuratori prevenuti e corrotti che hanno condannato a morte Mumia in spregio alla legge e al rispetto della Costituzione“.

John McNesby, presidente del Fraternal Order of Police (FOP), ha invece accolto con favore la decisione della Corte Suprema “sperando che alla fine tolga questo caso al procuratore Krasner“.

Da parte sua, l’ufficio del procuratore ha semplicemente ribadito di non essersi opposto al diritto di appello presentato dalla difesa di Mumia “affinché possa presentare quelle che ritiene essere prove importanti scoperte, distrutte o sepolte di recente dalla precedente équipe del pubblico ministero“.

Venerdì 28 febbraio si terrà a Philadelphia una manifestazione di protesta contro la sentenza della Corte Suprema.

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21/01/2019

L’ex Br Lojacono: «Ho gia scontato in Svizzera la pena, ma l’Italia non lo riconosce»

Nella lista dei sogni sui “catturandi”, Alvaro Lojacono è il nome più pesante, insieme ad Alessio Casimirri. E’ infatti stato indicato da diversi “pentiti” e “dissociati” come componente del gruppo di militanti delle Brigate Rosse che ha sequestrato Aldo Moro, la mattina del 16 marzo in via Mario Fani, a Roma. Nell’orgia di follia scatenata dal rimpatrio in manette di Cesare Battisti, il suo caso è tornato in prima pagina, insieme a una risicata pattuglia di altri anziani (che si riduce ogni anno, ovviamente).

In questa intervista, realizzata ieri dal giornale svizzero Ticinonline, spiega la sua posizione giudiziaria e la “stranezza” della giustizia italiana in questa particolare materia.

Salvini, tutti “i politici” ed anche tutta la stampa mainstream, ne parlano come un “latitante” mai assicurato alla giustizia. Un falso, puro e semplice falso. Lojacono è infatti un cittadino italo-svizzero – ha la doppia cittadinanza, visto che i suoi genitori erano dei due paesi – per il quale lo Stato italiano ha chiesto e ottenuto l’arresto e il riconoscimento delle condanne italiane.

Cosa avvenuta regolarmente, tanto che Lojacono ha scontato l’ergastolo in Svizzera, ovviamente con le regole e le leggi di quel paese. Una volta scontata la pena è stato rimesso in libertà – non dobbiamo dimenticare mai che da quel 16 marzo sono passati 41 anni! – vive e lavora nel paese, e non è ovviamente più incorso in alcun guaio con la giustizia. Ma sui contorti passaggi giuridici che si sono messi in moto nel suo caso è meglio lasciare la parola a lui stesso, visto che il diritto elvetico è abbastanza differente da quello italiano e soprattutto lo Stato italiano si è comportato spesso in modo, diciamo così, “disinvolto” sul piano giuridico.

La cosa importante da sapere e capire è che ha scontato già l’ergastolo per i reati di cui la giustizia italiana l’ha riconosciuto colpevole.

In più, per i non addentro alle questioni giudiziarie, c’è da capire e sapere che l’ergastolo – essendo la pena massima prevista dal codice penale italiano – assorbe al suo interno tutte le condanne (sia equivalenti, sia quelle “minori”, come partecipazione a banda armata, ecc). Il principio giuridico per cui ciò avviene è elementare: hai soltanto una vita, dunque non puoi scontare più condanne a vita, ma una sola, e una sola volta. Se anche subisci più processi e vieni condannato più volte all’ergastolo, il codice prevedere che tutte le condanne siano “cumulate”, diventando una sola. Ovviamente quella massima.

Anche il codice penale italiano prevede che la condanna all’ergastolo – tranne nel caso dell’incostituzionale “ergastolo ostativo” (che esclude qualsiasi sconto previsto dalle leggi dello Stato, in barba alla Carta che prescrive che la pena miri alla “alla rieducazione del condannato”) – possa prevedere una carcerazione più breve dell’intera vita; e dunque che anche i condannati a questa pena possano tornare in libertà prima della morte. Gli esempi potrebbero essere centinaia, ma c’è anche da rispettare il “diritto all’oblio”, cui spesso ci richiamano avvocati di diversi inquisiti per reati decisamente più frequenti (corruzione, ecc). Quindi niente nomi: né comuni, né di destra (pochissimi, rispetto al numero dei morti causati), né tanto meno di comunisti.

Dunque Lojacono ha scontato la pena massima inflittagli dall’Italia, e in nessun modo – nella civiltà giuridica degli ultimi secoli – si può pretendere che chiunque sconti più volte la stessa condanna. Tanto più quella “a vita”.

Ma alcuni governi di questo paese – quando hanno bisogno di un'”arma di distrazione di massa” – ritirano fuori questo e altri nomi nel modo che abbiamo detto. La “giustizia”, in questi casi, non c’entra ovviamente nulla. E ancora meno la “certezza della pena” (che, in quanto tale, vale per tutti: Stato, vittime, condannati). Ma nel paese degli “aggiusta-processi” diventati governanti, tutto sembra diventare possibile. Persino scontare più volte una condanna a vita.

Sulla serietà di questo atteggiamento lasciamo giudicare i lettori.

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Intervista esclusiva al cittadino svizzero Alvaro Baragiola-Lojacono, 63 anni, l’uomo con cui Salvini vorrebbe riaprire i conti degli anni di piombo.

Fonte Ticinonline

LUGANO/BERNA – Per l’Italia l’orologio della storia è sempre fermo alle 9 del mattino del 16 marzo 1978. Al giorno, cioè, del rapimento del presidente della DC Aldo Moro e Alvaro Lojacono, all’epoca 22enne, è un brigatista latitante all’estero che deve scontare un ergastolo per l’agguato di via Fani.

Per la Svizzera Alvaro Baragiola, che ora ha 63 anni (e da una vita ha preso passaporto e cognome della madre), è un cittadino elvetico. Oggi lavora, ha una famiglia e la sua fedina è pulita dopo aver scontato nel secolo scorso una pena di 17 anni inflittagli per analoghi fatti di sangue (già inclusi nella sentenza Moro1-bis).

A riaprire vecchie cicatrici è stato l’arresto e l’estradizione dalla Bolivia a Roma di un protagonista minore degli anni di piombo, Cesare Battisti. Ma tanto è bastato per far ripartire la caccia ai riparati oltre confine. Mediatica soprattutto. E non solo, come spiega in esclusiva per Ticinonline/20Minuti e dopo quasi vent’anni di silenzio, l’uomo finito nel mirino di Matteo Salvini & Co.

Anche la Lega dei ticinesi ha invitato il Governo federale a consegnarla alle autorità italiane. Come valuta lei questa richiesta?

Per cominciare tengo a precisare che l’Italia NON ha MAI chiesto la mia estradizione alla Svizzera (il fatto è accertato dalla sentenza del Tribunale federale del 9 aprile 1991), ed una “consegna” come la richiede la Lega equivarrebbe a una deportazione alla boliviana, che la Confederazione non prevede.

Lei ha scontato una pesante condanna in Svizzera per fatti che le sono imputati in Italia, ma sembra che le autorità italiane non ne tengano conto. Perché?

L’Italia non riconosce, né può riconoscere, la carcerazione sofferta in Svizzera per gli stessi fatti e reati perché non solo non ha chiesto alla Svizzera l’estradizione, ma neppure ha chiesto alla Confederazione di processarmi in Svizzera.

Ci risulta però che, nel 2006, l’Italia presentò alla Confederazione una richiesta di exequatur, cioè di esecuzione in Svizzera delle condanne italiane…

È vero, però la richiesta italiana riguardava solo la sentenza del processo Moro 4 – invece della decisione giudiziaria di cumulo delle pene dei diversi processi – e non garantiva che, una volta eseguita la pena in Svizzera, il paese richiedente l’avrebbe pienamente riconosciuta come scontata. Il rischio era che, una volta eseguita in Svizzera, l’Italia avrebbe poi proceduto per farla valere o eseguirla di nuovo, cosa illegale ma non sorprendente, o avrebbe chiesto l’esecuzione ulteriore delle altre condanne. Per questo motivo la richiesta italiana fu respinta dai giudici del Canton Berna.

Per quale motivo le autorità italiane (i diversi governi che si sono succeduti) hanno scelto di non chiedere l’estradizione e poi in caso di rifiuto il processo in via sostitutiva?

Questo bisognerebbe chiederlo a loro. Io non lo so e posso solo fare delle ipotesi, forse l’Italia non ha voluto che uno stato straniero mettesse il naso nel processo Moro. Sarebbe comprensibile. Qualunque sia la ragione, non sono le autorità svizzere, né una mia presunta opposizione, ad aver creato l’impasse attuale.

Come si spiega questa “storia sospesa”?

Forse perché è più facile non fare nulla e sbraitare contro la Svizzera e il sottoscritto; su un “latitante” si può dire qualsiasi cosa, perché non è in condizione di difendersi, vengono addirittura qui con telecamere nascoste, figuriamoci. O forse perché il dossier dell’exequatur è stato affidato a qualche funzionario cialtrone e incompetente; non lo so, ma è evidente che il problema sta da quella parte.

E se l’Italia presentasse una richiesta di exequatur corretta e completa (cioè per tutte le condanne italiane cumulate), con la garanzia che l’Italia non precederà più per gli stessi fatti. Lei come reagirebbe?

Sono passati 40 anni e l’Italia si è sempre mossa in una logica di vendetta, come si è ben visto anche nel caso Battisti, e non ha mai rinunciato a un quadro giuridico d’eccezione. In una giustizia normale la “certezza della pena” vale anche per il detenuto: io sono stato scarcerato quasi venti anni fa, e sto ancora come prima dell’arresto, senza sapere se un giorno o l’altro mi riarrestano o mi riprocessano per qualcosa. Se ora l’Italia decidesse di muoversi con una richiesta come quella che ipotizza, io l’accetterei senza obiezioni, almeno metteremmo la parola fine a questa vicenda.

Sta dicendo che accetterebbe l’ergastolo che un giudice svizzero, secondo le sentenze italiane, le dovrebbe infliggere?

Sì.

Ripensa spesso a quel mattino in via Fani?

Ogni volta che il tema è rilanciato dai media associandolo al mio nome ricevo insulti e minacce. È una pena supplementare, non ci posso fare niente. Ci sono memorie collettive diverse ed in conflitto tra loro, e nessuna sarà mai condivisa da tutti. Entriamo nel cinquantenario del lungo ’68; dopo mezzo secolo si dovrebbe poter trattare le cose storicamente, ma non è così, sembra che i fatti siano avvenuti ieri.

Cosa contesta nella lettura odierna dei fatti di allora?

All’epoca, erano passati 30 anni dalla fine della guerra e dei suoi drammatici strascichi di guerra civile, ma quella era già storia, nessuno lanciava stagioni di caccia grossa agli “impuniti”. Ho avuto un contatto con l’ultima commissione parlamentare italiana sul caso Moro, che ha purtroppo mancato l’occasione, scegliendo di dedicarsi alla ricerca di complotti.

Cosa ha detto a questi commissari?

Quello che penso, e che dico a chiunque – pur evitando di farlo in pubblico, perché so quanto l’apparizione anche solo di una foto possa irritare i parenti delle vittime. C’è stata una “linea della fermezza” lanciata dal PCI al tempo del sequestro Moro, continuata poi con le leggi d’emergenza e con la politica della vendetta, che in questi giorni ha raggiunto livelli impensabili con l’esibizione del detenuto-trofeo. Una catena che neppure la commissione ha voluto interrompere, lasciando la verità nella palude del sospetto.

Dunque resta un tema tabù?

Non vedo perché parlare con chi mi considera ancora oggi terrorista e nemico pubblico. Che non sono. Ma non è un tabù, ne parlo con storici e ricercatori con cui si può discutere, solo lontani dalla propaganda e dalle fake-news si può ritrovare un senso storico.

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10/01/2018

Bene... bravi... No al 41bis

Dall’art. 90 al 41bis, la vocazione repressiva dello Stato liberal-borghese – comprendente arresti indiscriminati, carceri speciali, tortura, fino alle forme detentive più restrittive, che violano i diritti umani – ha sempre trovato il sostegno della “sinistra manettara”. A partire dal PCI anni ‘70 che, nel nome della “governabilità”, di un simulacro di “democrazia” sempre più elitaria e dell’accesso secondario al banchetto di Montecitorio, ha contribuito non soltanto a mandare in galera centinaia di compagni, non solo a distruggere il più grande movimento rivoluzionario all’interno dell’Occidente capitalista. E che consegnò proprio la classe operaia, i lavoratori in generale, alle peggiori rivincite del padronato, ma soprattutto all’affermazione di un giustizialismo sempre più forcaiolo, peronista e di destra. Quel giustizialismo di cui, oggi, in Italia, si fa corifeo culturale, tanto per intenderci, il Movimento 5 Stelle che – giusto a sinistra – sembra aver riempito vuoti ideali e politici incolmabili.

Perciò, nessuna sorpresa se, considerati i progressivi slittamenti legalitari della sinistra nel nostro paese – negli ultimi due decenni sempre meno garantista e sempre più permeata da una mentalità disciplinare cui culturalmente dovrebbe essere estranea, dal volto politico talmente trasfigurato da assomigliare a quello di un magistrato inquirente – se anche da alcuni settori di Potere al Popolo si sono levati malumori, con echi anche sui social, concentrati soprattutto contro il punto programmatico che prevede proprio l’abolizione del 41bis.

Comunisti, si dicono, giovani e meno giovani, che appaiono completamente condizionati dal terrorizzante clima “emergenziale”, corredato di leggi, decreti ed articoli di giornale redatti alla bisogna. Un clima creato in Italia a partire dalla seconda metà degli anni ’70 e sempre più consolidatosi tra la fine degli ’80 e l’inizio degli anni ’90, con l’avallo del Pci, prima, e dei suoi eredi, poi. Un clima che portò, l’allora ministro di Grazia e Giustizia, Oliviero Diliberto, ad istituire nel 1999 il GOM (Gruppo Operativo Mobile), un reparto speciale di polizia penitenziaria addetto al controllo dei detenuti in regime di 41bis e alla repressione dei disordini carcerari, e della cui violenza hanno fatto e fanno le spese molti compagni ancora in galera.

Or dunque, come forse sarà noto a chi legge questo giornale, ho già espresso, senza pregiudizi e speciose argomentazioni, alcuni miei dubbi sulla lista. Dico però, ancora, che se Potere al Popolo vuole effettivamente segnare uno spartiacque con i vecchi tatticismi politici di quella sinistra compatibilista divenuta la più fervente sacerdotessa della statolatria borghese, o la più servile vassalla del pensiero neoliberale – si pensi alle attuali derive coercitive, con uso indiscriminato di manganelli e fermo di polizia, in materia di controllo sociale e immigrazione, adottate dal Pd – e porsi come embrione di qualcosa di veramente rivoluzionario, allora deve necessariamente liberarsi della zavorra “riformista”, sul piano economico, e di quella legalitaria e forcaiola, sul versante della giustizia, e fare finalmente chiarezza, su questioni dirimenti, al suo interno.

La battaglia contro il 41bis, ad esempio, come quella per l’introduzione di un reato di tortura che non sia un capolavoro di incongruenza – specie in un momento in cui il Decreto Minniti e la repressione delle forze antagoniste costituiscono l’agenda politica di un governo impegnato attivamente nella cancellazione del dissenso: che si tratti di dicasteri in mano al Pd o al centro destra poco importa – rappresenta una battaglia culturale imprescindibile per il movimento comunista.

Una battaglia su cui non è concesso avere ambiguità. E non sono concessi neppure sofismi o astruserie giuridiche, che introducono “eccezioni temporanee” alla normale detenzione per una lunga quanto elastica serie di reati. Sappiamo, infatti, fin troppo bene, per esperienza pluridecennale, che simili provvedimenti, una volta emanati, vengono alla lunga estesi ad altre fattispecie e, quindi, a pagarne il prezzo sarebbero, in futuro, anche altri detenuti, specie quelli politici.

La mafia infatti, se la si vuol sconfiggere, va combattuta sui territori, attraverso lotte e interventi di carattere sociale, politico, economico e, appunto, culturale. Il ricorso al 41bis o a secoli di galera servono più a ripulire la coscienza di un apparato statale spesso complice, che non ad eliminare un fenomeno incistato in una struttura sociale che nessuno, a quanto pare, vuol modificare.

Per questo, accanto ai No all’Unione Europea, all’Euro, alla Nato e al pagamento del Debito, è per me irrinunciabile il No al 41bis. Come il No all’ergastolo. E, con essi, il superamento dell’istituto punitivo della pena, pensato come unico strumento di deterrenza del crimine o, peggio, come “metodo rieducativo”. In tal senso, difatti, le galere hanno fallito. E falliscono ancor di più le teorie che producono svolte restrittive e autoritarie.

D’altronde, come ho già scritto altrove, non dimentichiamo che secondo il filosofo e psicologo francese, Michel Foucault, tra la nascita del capitalismo e l’instaurazione del potere disciplinare esiste una causalità irriducibile e biunivoca: ciascuno dei due fenomeni ha alimentato l’altro e nessuno dei due avrebbe potuto mai assumere le proporzioni che ha assunto se non si fosse potuto poggiare sulle acquisizioni e sugli effetti dell’altro.

Scrive infatti Foucault, in “Sorvegliare e Punire”: «L’individuo è senza dubbio l’atomo fittizio di una rappresentazione “ideologica” della società, ma è anche una realtà fabbricata da quella tecnologia specifica del potere, che si chiama “la disciplina”. Bisogna smettere di descrivere sempre gli effetti del potere in termini negativi: il potere produce; produce il reale; produce campi di oggetti e rituali di verità. L’individuo e la conoscenza che possiamo assumerne derivano da questa produzione».

Stando, dunque, a quanto dice Foucault, il potere produce innanzitutto sovrastrutture, morali e culturali, codici di comportamento, simboli, linguaggio e, di conseguenza, senso. E quindi, se Il potere produce senso, com’è facile comprendere, determina la differenza – storica e culturale – tra il Bene e il Male, tra ciò che è legale e ciò che non lo è, tra lecito e illecito, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. In una parola, stabilisce e precisa l’ethos all’interno di una società e di un particolare momento storico.

Ne deriva che una delle principali peculiarità e finalità del potere – e specifichiamo che, quando Foucault parla del potere, si riferisce a quello dello stato borghese e liberale – risiede in ciò che egli definisce governamentalità, concetto che racchiude in sé quelli di sovranità e disciplina, affermatosi in Occidente proprio con la nascita del liberalismo e che, inequivocabilmente, conduce ad una gestione analitica, economica e disciplinare appunto delle masse.

Con l’avvento dello stato liberale, insomma, siamo entrati nell’era della biopolitica e del biopotere. E, come approfondiranno, poi, in senso più squisitamente marxiano Cesarano e Agamben, attraverso la biopolitica, il Capitale ha avuto accesso al più completo e complesso dominio del reale, giungendo a sottomettere tutta la vita fisica e sociale ai propri bisogni di valorizzazione e restringendo, così, le possibilità di resistenza e opposizione al sistema, attraverso quella che il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han definisce, ormai, una vera e propria “psicopolitica”.

Categoria orwelliana decisamente inquietante, per mezzo della quale, afferma Han, il potere non disciplina più i corpi ma plasma le menti, non costringe ma seduce, sicché non incontra resistenza perché ogni individuo ha interiorizzato come propri i bisogni del sistema. Non certo il desiderio rivoluzionario, per parafrasare Deleuze.

Pertanto, se si vuole continuare a definirsi marxisti, comunisti e rivoluzionari, è necessario rompere con quei paradigmi del pensiero borghese e cominciare a declinarne di nuovi. Ampliando gli orizzonti e spaziando liberi in essi.

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08/01/2018

Potere al popolo. Oltre il carcere, l’ergastolo, il 41bis, la tortura e tutte le istituzioni totali

Probabilmente, molti “compagni” che in queste ore si stanno scagliando con cieco furore contro l’articolo 15 del programma di “Potere al popolo” (realizzato dopo un mese di assemblee territoriali), non sanno di cosa parlano.

L’articolo 41 bis ha una storia lunga e discende dall’art. 90 della legge di riforma dell’ordinamento penitenziario n. 354 del 1975, altrimenti conosciuta come “Legge Gozzini”. Quella norma aveva fini esclusivamente politici e doveva servire a reprimere le proteste per le pesanti condizioni nelle carceri italiane. Le quali, nel corso degli anni settanta, si erano spesso trasformate in rivolte interne. La norma prevedeva infatti che il ministro di Grazia e Giustizia avesse facoltà di sospendere le regole di trattamento e gli istituti previsti dalla legge nell’ordinamento penitenziario, in uno o più stabilimenti e per un periodo determinato per “motivi di ordine e sicurezza”. Una norma che fu usata anche per legittimare efferate forme di tortura finalizzate ad estorcere informazioni ritenute utili, spingere alla delazione i detenuti politici e piegare quelli più combattivi e/o meno ligi alla dura disciplina carceraria dell’epoca.

L’introduzione del regime speciale per i mafiosi ad opera dell’art.19 del decreto 306/1992 avvenne all’indomani della strage di via D’Amelio ed il decreto venne convertito nella legge 356 introducendo l’ art. 41 bis. Il nuovo regime speciale consisteva nella sospensione, in tutto o in parte, delle normali regole di trattamento o degli istituti previsti dall’ordinamento penitenziario. Una norma “emergenziale”, dunque.

Ma siamo sicuri che ad un quarto di secolo di distanza dalle quelle orrende stragi, la mafia e le mafie funzionino come allora e che il 41bis sia servito a qualcosa? Di recente la stessa commissione parlamentare antimafia e diverse inchieste hanno rivelato uno scenario in cui, all’ombra di vecchie e nuove “emergenze”, il potere mafioso, in questi anni, in realtà, ha continuato ad estendersi sia geograficamente sia economicamente, ma soprattutto si è intrecciato in modo ancora più profondo con forze dell’ordine, politici, servizi segreti ed importantissime massonerie ottimamente inserite nei gangli vitali dello Stato.

Recentemente l’ONU ha sollevato dure critiche all’Italia sul regime di carcere duro del 41 bis e lo ha ritenuto, a tutti gli effetti, una forma di tortura. L’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario viene applicato per periodi molto lunghi anche a persone non condannate in via definitiva ed è ritenuto da molti giuristi incostituzionale. Si va di proroga in proroga ed i ricorsi dei detenuti, al vaglio esclusivo del Tribunale di sorveglianza di Roma, vengono sistematicamente ignorati con motivazioni copia-incolla del decreto precedente. Spesso non tengono neppure conto di fatti concreti che rendono il rapporto tra detenuto e associazione criminale esaurito da un pezzo e ciò in barba al fine dichiarato della legge stessa, cioè, spezzare il filo tra i capi detenuti in carcere e le cosche mafiose ed impedire che i loro ordini o i messaggi arrivino all’esterno.

Sapete cosa sono le famigerate “celle zero”? Sono celle completamente vuote, prive di mobili, letti e di qualsiasi oggetto, in cui i detenuti dormono sul pavimento ed in quello stesso spazio sono costretti a fare anche i propri bisogni fisiologici. Ricordo casi di detenuti per reati minori (tipo possesso di modiche quantità di droga) denudati, pestati a sangue, legati e trascinati come bestie nelle famigerate “celle zero”. Episodi analoghi hanno riguardato anche molti detenuti con problemi psichiatrici. Molti di questi detenuti si sono poi suicidati impiccandosi. Dall’inizio del 2009 ad oggi sono morte in carcere quasi 3.000 persone e 1/3 di queste per suicidio.

Quanto all’ergastolo, vi rispondo con le parole di Papa Francesco “L’ergastolo è una pena di morte nascosta”. Le pene devono sempre rispettare la dignità umana e mai diventare forme di tortura. L’ergastolo non risponde al bisogno di giustizia, ma a quello di vendetta e solo per soddisfare, in modo del tutto strumentale la reazione emotiva della “gente”.

L’ergastolo, poi, è anticostituzionale perché è contrario all’articolo 27 della nostra Costituzione che prevede che le pene debbano essere mirate alla riabilitazione. “Fine pena mai” vuol dire: essere condannati a morire in carcere ed essere privati di qualsiasi possibiltà di riscatto e di futuro. L’ergastolo è antiscientifico perché è ampiamente dimostrato che il cervello ha cellule staminali che possono colmare il vuoto lasciato dalle cellule cerebrali che scompaiono e può, pertanto, rinnovarsi alla stregua di qualsiasi altro organo. Dunque, una persona, dopo 20 anni può benissimo divenire una persona diversa rispetto al tempo in cui ha commesso un qualsiasi reato: si chiama cambiamento e, non a caso, risulta incomprensibile a coloro che ragionano per pre-giudizi.

Possibile che la vostra testa non riesca ad immaginare altro che carcere e torture per chi sbaglia? E se poi era innocente? Si, lo so, Totò Riina ha fatto sciogliere un bambino nell’acido ed io, personalmente, per questo, gli avrei sparato direttamente un colpo alla nuca. Ma poi? Pensate che con ciò si combatta davvero la mafia e le mafie? Colletti bianchi e massonerie mafiose se la ridono. Pensate davvero di costruire una nuova civiltà giuridica su questo? Pensate davvero di costruire una società diversa sulla legge del taglione? Sul carcere come unica forma di pena? Sulle torture? Sulle umiliazioni infinite? Sui metodi mafiosi di Stato?

Dal “non possiamo lasciare i temi della destra alle destre” al prepararsi a fare la fine di Minniti è un lampo, Crozza docet.

Fin tanto che la giustizia saprà essere solo forte con i deboli e debole con i forti, carceri e torture continueranno ad essere – con qualche rara eccezione – un privilegio concesso solo ai poveri disgraziati, agli ultimi, ai poveri, ai senza diritti. I forti, invece, si sa, prima o poi, in un modo o nell’altro, la tela del ragno se la mettono in tasca.

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08/10/2017

L’estradizione di Cesare Battisti. Si prepara una truffa all’italiana?

Dunque, giovedì pomeriggio il giudice della convalida ha tramutato il fermo di Cesare Batisti in custodia preventiva illimitata, sì illimitata. Direte voi, ma che cavolo di reato avrà commesso? Nessuno, il giudice non cita nemmeno l’infrazione amministrativa legata alla somma di denaro in eccedenza e non dichiarata che aveva con sé. Infrazione che comporta al massimo una multa. Le accuse di riciclaggio e detenzione di cocaina evocate in udienza si sono perse per strada.

Il magistrato contesta invece l’intenzione di lasciare il Paese. Battisti non aveva obblighi o vincoli di nessun tipo. Poteva lasciare il Brasile a suo rischio e pericolo quando voleva. Dunque la sua colpa sarebbe stata quella di provare a fuggire dalla libertà... per giunta con i suoi documenti! Surreale! E’ palese l’intenzione di sequestrarlo in attesa di risolvere il negoziato segreto con l’Italia. E su questo punto stamattina “O Globo” ci racconta i retroscena della losca trattativa: pare che i brasiliani chiedano la commutazione dell’ergastolo a 30 anni. Infatti il loro codice penale non prevede la pena perpetua.

Uno dei principi cardine del diritto estradizionale è quello della “doppia incriminazione”, non si può estradare qualcuno per un reato che non è previsto nel proprio codice interno. La stessa cosa vale per le pene: non si estrada in Paesi che prevedono sanzioni superiori a quelle indicate nel proprio ordinamento. L’ergastolo è una pena capitale, come la pena di morte. Si ritorna, dunque, indietro: ai tempi di Lula il governo italiano, Napolitano in testa, rifiutò di commutare l’ergastolo a 30 anni e Mattarella provò a raccontare la favoletta che in Italia di fatto l’ergastolo non c’era perché l’istituto della liberazione condizionale può mettervi fine. Peccato che non sia automatico ma discrezionale, senza qui affrontare il nodo delle pene ostative.

Il rischio è che questa volta i brasiliani possano accontentarsi di una semplice dichiarazione, di un impegno verbale e non di una commutazione effettiva. Aggiungo che anche se avvenisse, non sarebbe garanzia di nulla. E’ già accaduto che persone estradate con commutazione dell’ergastolo da Paesi che non contemplavano questa pena, una volta giunti nelle carceri italiane si siano visti ripristinare la pena perpetua dalla magistratura che aveva sancito nel frattempo l’illegittimità dell’accordo stipulato dal ministero della giustizia. L’unica vera garanzia sarebbe una commutazione a 30 anni con decreto del presidente della repubblica. Figuratevi voi Mattarella! Ma l’Italia non vorrà mai creare un precedente che l’obbligherebbe a scarcerare tutti quei prigionieri (tra cui ancora dei detenuti politici) in galera da oltre 30 anni, alcuni prossimi ai 40... Vedrete che finirà con la solita truffa!

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23/11/2016

Egitto - Annullato un ergastolo contro l'ex presidente Morsi

Una corte di appello egiziana ha annullato stamane uno dei due ergastoli del deposto presidente egiziano nonché leader dei Fratelli musulmani egiziani, Mohammed Morsi. A riferirlo all’agenzia di stampa Afp sono stati il suo avvocato e una fonte giudiziaria.

Secondo quanto ha dichiarato il suo legale, la corte ha rigettato la condanna inflittagli 17 mesi fa per spionaggio a favore dell’Iran e del gruppo islamico palestinese Hamas e ha ordinato un nuovo processo. La Corte di Cassazione ha anche respinto le sentenze contro 16 importanti esponenti della Fratellanza musulmana. Tra questi vi è anche il leader spirituale del movimento, Mohammed Badie. Annullata le condanne a morte, inoltre, per Khayrat al-Shater (figura di spicco dell’organizzazione islamica) e per 15 altri membri della Fratellanza che erano stati processati in contumacia.

La Corte di Cassazione, inoltre, dovrebbe rivedere a fine mese anche il secondo ergastolo di Morsi. In un diverso processo, infatti, l’ex presidente è stato condannato per aver rubato documenti concernenti la sicurezza nazionale e averli poi consegnati al Qatar, paese sostenitore della Fratellanza.

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05/06/2016

A proposito di pensione...

Ieri come accade spesso tra amici si scherzava, tristemente, sul fatto che ormai siamo condannati “all’ergastolo” del lavoro. Ed un saggio ha esclamato: ma anche agli ergastolani viene riconosciuto uno sconto di pena per buona condotta.

Ecco forse per noi lavoratrici e lavoratori è vero il contrario. Finché continueremo la buona condotta saremo condannati a scontare tutta la pena del lavoro senza fine.

Anziché l’attesa messianica di un regalo del Governo, che non arriverà mai, perché non cominciamo a ribellarsi costruendo una piattaforma semplice e chiara, unendo il nostro diritto alla pensione con il diritto al lavoro per i giovani?

Pensione subito per tutti coloro che hanno 40 anni di contributi o 60 anni e 35 anni di contributi.

Assunzione di giovani under 35 anni per la copertura di tutti i posti lasciati vacanti dai pensionamenti nella pubblica amministrazione.

Cancellazione del Jobs act con trasferimento di risorse pari a quelle utilizzate per il 2015 per le aziende che operano il tourn over per i posti lasciati vacanti dai pensionamenti.

Oggi lo stato non mette 1 euro per la spesa previdenziale (i soldi dati dal bilancio statale servono solo a restituire all’INPS una parte e non tutte le spese sostenute per l’assistenza).

Per sostenere le spese sopra descritte basta spostare l’1% del prodotto interno lordo per un investimento di civiltà (ed anche volano di sviluppo economico e non solo sociale) magari togliendole alle spese militari e all’evasione fiscale.

Questa scelta si può fare anche denunciando che la spesa previdenziale italiana è tra le più basse d’Europa se fosse epurata dalla spesa assistenziale, se le pensioni fosse pagare al netto delle tasse (è un assurdo che si gonfi la spesa calcolato il lordo per poi pagare il netto con una semplice partita di giro dannosa).

E ricordiamo sempre che i contributi per le pensioni sono soldi nostri che togliamo al nostro salario e non tasse come, mentendo, sostengono i padroni.

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