Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/01/2024

S. Maria Capua Vetere. Le guardie si inventano una “rivolta”

Il Garante per i diritti dei detenuti della Regione Campania Samuele Ciambriello ha smentito la notizia sulla sedicente rivolta di 230 detenuti che si sarebbero barricati oggi pomeriggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere in provincia di Caserta per la mancata concessione di un permesso a un detenuto per recarsi al funerale di un parente.

Una notizia diffusa e – “appena un po’” – ingigantita dai sindacati della polizia penitenziaria.

Eloquente la dichiarazione di Ciambriello rilasciata al quotidiano Il Riformista:
“Secondo voi come è possibile che una rivolta che avrebbe visto protagonisti 230 detenuti sia rientrata nel giro di poco tempo con direttore, vice-direttore e magistrato di sorveglianza già tornati a casa?

Mi hanno telefonato i familiari dei detenuti dopo aver letto i comunicati dei sindacati di polizia penitenziaria.

La verità è un’altra: con il nuovo decreto sicurezza basta che tre persone non rientrano in cella dopo l’ora d’aria per classificare questo episodio come una rivolta.

Ho parlato con il magistrato di sorveglianza Marco Puglia. Mi ha spiegato che la protesta di pochi detenuti è rientrata poco dopo il suo arrivo.

Ho parlato anche con il vice-direttore Marco Casale del carcere che era presente sul posto. Nessuno mi ha parlato di danni ingenti all’interno della struttura.

La verità è che non è successo nulla di quello che hanno battuto le agenzie dopo aver ricevuto i primi comunicati della penitenziaria“.
Fin qui i fatti accertati.

Tutt’altra, e assolutamente incredibile, la propaganda folle dei “sindacati di polizia penitenziaria”. Riportiamo alcune loro dichiarazioni solo per aiutarvi a capire con chi tutta la popolazione italiana ha a che fare.

Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria, aveva sparato un allarme di questo tipo:
“Per fortuna, stando alle notizie al momento di nostra conoscenza, non si sarebbero registrati gravi danni alle persone, mentre vi sarebbero intere sezioni detentive devastate tanto da esserne in dubbio la stessa abitabilità. Questa volta possiamo dire che è finita bene, ma temiamo che non potrà essere così. Il Governo e il Parlamento intervengano, prima che sia troppo tardi”.
Il nemico alle porte, la guerra quotidiana... per la protesta di tre-detenuti-tre che avevano ritardato molto pacificamente il rientro dal passeggio (per l’ora d’aria) in cella.

E usa proprio questo termine, “il sindacalista”, per criticare da destra pure la presidente del consiglio che dal fascismo proviene:
“Proprio mentre la premier, Giorgia Meloni, rispondeva alla conferenza stampa senza dare, in verità, grosse indicazioni sul carcere, a Santa Maria Capua Vetere si combatteva quasi come in luoghi di guerra”.
Tre-detenuti-tre fermi nel passeggio… Se a questo “sindacalista” dovesse capitare un rivolta vera, stile anni ‘70, invocherebbe l’uso dell’atomica...

E infatti chiude con la solita sbrodolata da reazionario stile Pozzolo, invocando altre assunzioni, più poteri, più “garanzie” per le guardi, in maniera che possano risolvere “a modo loro” ogni problema piccolo o grande in carcere.
“La Polizia penitenziaria starebbe intervenendo per ripristinare l’ordine, anche con unità libere dal servizio e appositamente richiamate, e sul posto starebbero accorrendo varie autorità. Nella speranza, per quanto abbastanza utopistica, che alla fine di tutto i danni siano solo materiali, ribadiamo che non bastano le parole e i buoni propositi.

Bisogna passare ai provvedimenti concreti. Servono subito un decreto carceri che affronti l’emergenza deflazionando la densità detentiva e rinforzando tangibilmente gli organici della Polizia penitenziaria, mancanti di oltre 18mila unità, e un progetto di riforma complessiva del sistema d’esecuzione penale, con anche la reingegnerizzazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e la riorganizzazione del Corpo di polizia penitenziaria. Lo ribadiamo, il resto rischia di essere solo un palliativo, se non addirittura un placebo”.
Il problema vero è comunque la “libera stampa” di questo disgraziato paese. Le farneticazioni del “sindacalista” sono state raccolte e pubblicate con molta enfasi anche da un quotidiano che si professa all’opposizione di questo governo, ma evidentemente pensa di poterlo “incalzare da destra” (visto che non ha nel dna del suo direttore proprio nulla “di sinistra”).

Il Fatto, in effetti, non ha ancora capito che quella sua “cultura” manettara senza limiti è alla base della fortunata carriera di Fratelli d’Italia e della crescita della destra in Italia.

Eppure sarebbe bastato ricordare che il carcere di Santa Maria Capua Vetere è quello dove una protesta un po’ più seria dei detenuti era stata sedata con una “mattanza messicana” posta in essere dalle guardie... e immortalata dalle telecamere di servizio.

Evidentemente ora quelle guardie, sanzionate allora in varia misura per violenze ai limiti della tortura, anche su detenuti in carrozzella, pensano sia arrivata l’ora della rivincita. E c’è qualche “sincero democratico” che gli dà pure credito...

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11/06/2022

Un referendum contraddittorio che è bene far saltare

Domenica siamo chiamati ad esprimerci su cinque referendum. Il primo dato indigesto è che avrebbero dovuto essere sette ma i due referendum popolari (cioè con la raccolta di firme) sono stati bocciati e solo i cinque richiesti da nove consigli regionali (di centro-destra) sono stati dichiarati ammissibili.

Scippati e bocciati dunque i referendum su materie sulle quali il Parlamento fa ostracismo (eutanasia e legalizzazione della cannabis), sono stati ammessi solo quelli in materia di giustizia. Alcuni di essi pongono questioni rilevanti, altri del tutto strumentali agli interessi della destra.

Verremo dunque chiamati ad esprimerci sulla limitazione della carcerazione preventiva e la separazione delle carriere dei magistrati (questioni importanti) ma anche sulle valutazioni sui magistrati, la modalità delle candidature per il Csm e l’abrogazione della Legge Severino sulla candidabilità dei condannati in primo grado alle cariche pubbliche (tre questioni molto più strumentali).

In condizioni normali si dovrebbe poter votare due SI e tre NO. Avremmo voluto votare anche su eutanasia e legalizzazione della cannabis ma è stato impedito dalla Corte Costituzionale che ha bocciato i due quesiti.

Ma viviamo in un paese in cui i “manettari” imperversano e le carceri scoppiano mentre i “garantisti” di scopo hanno troppi scheletri nell’armadio. Difficile quindi poter agire in modo mirato e ponderato.

Quando vediamo argomentare i promotori dei referendum sulla giustizia che sostengono il SI, si capisce immediatamente la loro strumentalità e la prevalenza dei loro interessi particolari rispetto a quelli generali.

Quando vediamo argomentare i sostenitori del NO, sentiamo diffondersi l’idea di uno Stato-caserma in cui la magistratura debba disporre di un potere assoluto ed in cui la gente debba finire o restare in carcere con grande disinvoltura in nome della “legalità”.

Vediamo anche che nella sinistra c’è una divisione profonda tra settori che hanno vissuto e pagato di persona il clima da “Stato penale” e settori che vedono come prevalente lo sbarrare la strada alle strumentalizzazioni della destra sulla giustizia. I primi voterebbero si, i secondi voterebbero no.

Una vittoria del SI, al di là delle migliori intenzioni, sarebbe una vittoria della destra. L’affermazione del NO vedrebbe esultare tutti i “manettari” , gli eredi del “partito della fermezza” e i cultori dello Stato penale.

È evidente che in questa contraddizione ci si suiciderebbe con le nostre stesse mani, ragione per cui è meglio far saltare il banco e sottrarsi a questa trappola.

Siccome “il meglio è nemico del bene”, l’obiettivo più sensato è quindi quello di disertare le urne, non far raggiungere il quorum e far fallire questi referendum.

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28/11/2020

Mancano medici e infermieri, ma si assumeranno 4.535 poliziotti

Nonostante, una delle maggiori evidenze emerse durante la fase critica dell’epidemia da Covid-19 sia stato il collasso del sistema sanitario, con i bilanci sanitari insufficienti ad affrontare la pandemia, con i vaccini antinfluenzali che mancano in molte regioni e in moltissime città; con gli ospedali e le terapie intensive tornati in emergenza, per posti, strumenti e, soprattutto per mancanza di personale, con la medicina territoriale non potenziata, né resa più efficiente, per fare da reale filtro pre-ospedaliero; per i pentastellati la priorità risulta essere non quella di assumere medici, infermieri e personale sociosanitario, bensì quello di rafforzare il personale delle forze dell’ordine.

Tutto questo, nonostante, negli ultimi dieci anni siano stati sottratti 37 miliardi di euro alla sanità[1], mentre le spese militari e per la sicurezza hanno segnato un aumento del 26% rispetto alle ultime tre legislature[2].

Ma sono davvero necessarie queste nuove assunzioni? Secondo il rapporto: “Osservatorio sui conti pubblici” dell’Università Cattolica di Milano in Italia abbiamo circa 306mila agenti (appartenenti alle varie forze dell’ordine) ossia 453 ogni 100mila abitanti, cifra che colloca il nostro Paese ben oltre la media continentale, ferma a 355 agenti ogni 100mila abitanti.

Il confronto con Paesi simili al nostro è molto eloquente: Regno Unito 211 agenti, Germania 297, Francia 320, Spagna 361. Un simile apparato comporta ovviamente una spesa notevole, 22,6 miliardi di euro, ossia l’1,3% del Pil, assai al di sopra della media europea dello 0,9%.

L’Osservatorio della Cattolica nel suo rapporto si preoccupa soprattutto dell’eccesso di spesa pubblica e non manca di sottolineare l’incomprensibile sovrapposizione (a volte addirittura concorrenza) fra le diverse forze dell’ordine.

Quindi l’Italia è il paese europeo che in proporzione spende di più per la sicurezza pubblica e privata. Moltissime risorse che si perdono negli sprechi dell’amministrazione della giustizia, e vanno a garantire i privilegi di pochi, a fronte di alcune carenze anche molto gravi, alimentando una speculazione sull’insicurezza che porta a situazioni drammaturgiche e a una sorta di neofascismo in cui si invoca solo la tolleranza zero e un regime di autorità.

Mai in questi anni si è valutato la produttività e l’efficienza di alcuni dei mezzi più usati per “la sicurezza”, spesso costosissimi, come gli strumenti di videosorveglianza. Tecnologie che, piuttosto, andrebbero sostituite con operatori sociali sul territorio.

Secondo le statistiche, dal ’90 ad oggi il numero dei reati commessi in Italia è rimasto sostanzialmente lo stesso, mentre è aumentato il numero delle denunce, e a finire in carcere sono sempre di più i cittadini stranieri. Secondo la relazione della Corte dei Conti, l’80% dei soldi spesi per i migranti va alla repressione, e solo il 20 per cento alle politiche di integrazione e sostegno.

Nel frattempo, nessuno sembra accorgersi che ben poco fanno le nostre polizie per contrastare il lavoro nero, le neo-schiavitù, l’insicurezza sul lavoro, i gravissimi attentati alla salute pubblica derivanti dall’inquinamento provocato dalle attività sommerse o semi-legali, le stesse ecomafie e le tanto citate evasione fiscale e corruzione.

Un universo di reati – cioè di insicurezze – che restano ignorati perché, dalle polizie locali a quelle nazionali, la priorità assoluta è attribuita alla repressione.

Note:

[1] https://www.gimbe.org/pagine/1229/it/report-72019-il-definanziamento-20102019-del-ssn

[2] https://www.retedellapace.it/category/approfondimenti/disarmo/spese-militari-disarmo/

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30/03/2020

Geraldina Colotti: De Andrè ai tempi del coronavirus

È peggio rapinare una banca o fondarla? Ai tempi in cui i versi di Brecht o, almeno, le strofe di De André (“Ora sappiamo che è un delitto non rubare quando si ha fame”) erano la colonna sonora di uno scontro di classe che toglieva letteralmente le braghe alla storia, avremmo sputato in faccia a due sordidi lati del problema: la carità pelosa di chi, dopo essere stato parte del sistema, ci invita a “donare” le briciole, e i poliziotti di tutte le risme che stanno a guardia di questa società divisa in classi, e per questo inventano complotti mafiosi se la gente esce dai supermercati senza pagare la spesa.

Invece, oggi, di fronte al popolo dei senza-diritti che non può comprarsi da mangiare, scattano in contemporanea due riflessi: quello dei sepolcri imbiancati che denunciano lo “scandalo” della povertà senza muovere un dito, e quello dei giustizialisti, che difendono la legalità borghese.

Una legalità che ti uccide con le mani pulite, perché nega i diritti basici e la dignità, rendendo l’oppresso un mendicante che può solo essere un assistito, ma non un essere umano cosciente del posto che occupa nella società divisa in classi.

Un “caso umano” che può catturare un po’ di audience se sale su un ponte per denunciare un licenziamento o un abuso, ma che diventa immediatamente un delinquente da mettere in galera se viola le regole di una società basata sull’ingiustizia sociale.

L’esplosione di questa pandemia riporta alla materialità dei rapporti di sfruttamento, smaschera alibi e ipocrisie, fa giustizia delle trappole in cui è finito ingabbiato il conflitto sociale. Ma davvero c’è qualcuno che, a fronte dei miliardi che ha guadagnato in questi anni il grande capitale internazionale (60 famiglie detengono la ricchezza di tutto il pianeta) si può indignare se il popolo dei senza diritti si riempie il carrello della spesa perché non ha da mangiare?

Qualcuno si è chiesto quanto denaro abbiano intascato quei “benefattori” per essere così generosi da regalare adesso diversi milioni di euro per paura che il proletariato gli chieda davvero i conti come sempre è accaduto nelle rivoluzioni popolari?

E quanti soldi sono stati spesi per foraggiare un circo emergenziale di giudici magistrati, carri armati e polizie nel nostro martoriato sud, quando quei soldi sarebbe bastato destinarli al lavoro, alla salute o all’educazione?

Non è il “volontariato” che deve farsi carico delle politiche pubbliche. Non è l’esercito che deve controllare i supermercati. Sono i capitalisti che devono restituire quello che hanno rubato in questi anni di neoliberismo sfrenato, consentito da politiche complici e consociative di cui gran parte di queste ex sinistre si dovrebbero vergognare.

Si può fare? Sì, si può fare, anche se noi non abbiamo esempi in Europa. Ma esistono altri continenti. La Cina ha dato la sua lezione. Cuba ha dato la sua lezione. Il Venezuela bolivariano, benché assediato in modo criminale dal cowboy della Casa Bianca e dai suoi subalterni, sta dando una lezione. Non è il socialismo ad aver fallito, ma il capitalismo. Questa pandemia lo dimostra.

Mentre in Italia aumenta il numero dei morti – oltre 10.000 – morti spesi sull’altare del capitalismo, alle 6 della sera, dalle finestre si sente cantare l’inno nazionale. L’inno di un paese imperialista, che inneggia ai “martiri di Nassiria” ma non a quelli che muoiono sul lavoro, in mare, o a causa della NATO di cui siamo servitori.

“Ora sappiamo che è un delitto non rubare quando si ha fame”, cantava Fabrizio de André. Erano gli anni '70. I tempi degli “espropri proletari”, delle grandi lotte per il potere, del carcere come “scuola di lotta”. La canzone da cui sono tratte quelle strofe, s’intitola “Nella mia ora di libertà”. Dice: “Di respirare la stessa aria di un secondino, non mi va, perciò ho deciso di rinunciare alla mia ora di libertà...”. È la “canzone del maggio”, il Maggio francese contro le gabbie e le ipocrisie del capitale. Contro la società disciplinare. Ce n’èst qu’un debut si diceva allora. Sous le pavé la plage. Il fuoco cova, anche ora, sotto la cenere.

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07/11/2018

Gli apprendisti stregoni si giocano l’ultima carta: l’onestà

Nel bel mezzo dello scontro tra M5S e Lega sull’emendamento al disegno di legge “anticorruzione” che punta a sospendere la prescrizione in presenza della sentenza di primo grado, la deputata veneta Businarolo (M5s), con la bava alla bocca, urlava ai microfoni dei giornalisti “La Riforma della prescrizione si farà, non arretriamo!”. Quale sacro furore.

Tempo fa, a chi gli ricordava la drammatica situazione di sovraffollamento delle carceri, Luigi Di Maio rispose che il governo avrebbe avviato un grande piano di costruzione di nuove, grandi ed efficienti galere probabilmente ignaro della Sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo di pesante condanna nei confronti dell’Italia e del suo sistema penitenziario per violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea ovvero la proibizione di trattamenti inumani e degradanti.

Ora so bene che il ministro Bongiorno si riferisce ai suoi facoltosi e potenti clienti quando dice che la norma sulla prescrizione voluta dai 5S sarebbe “una bomba” sull’attuale sistema giudiziario basato su tre gradi di giudizio e che ai poveracci conviene sempre patteggiare anche se sono innocenti.

Ma non è abolendo tout court le garanzie della difesa che si riforma un sistema giudiziario sicuramente malato.

Qualcuno dovrebbe ricordargli i principi costituzionali in materia di processo civile e penale che il legislatore ordinario italiano dovrebbe sempre tenere in conto. È ciò che sta nella Costituzione, quella tanto invocata e sbandierata in occasione del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, quando la maggioranza degli italiani respinse il testo di legge costituzionale della banda Renzi/Boschi.

Il legislatore, in particolare, non dovrebbe mai dimenticare che l’art. 24 Cost. prevede che «la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento». Il che vuol dire che il diritto di difesa deve essere garantito in ogni grado di giudizio, ovvero, in Primo grado, in Appello ed in Cassazione (più ulteriori gradi di impugnazione così detta “straordinaria”) e, più nello specifico, in ogni momento di ciascun grado di giudizio.

I nostri obietteranno che i processi durano troppo a lungo perché i tribunali sono intasati sicché i “corrotti” ed i “delinquenti” così la fanno franca avvalendosi dei termini di prescrizione. Sono le argomentazioni tanto care a Marco Travaglio e a Pier Camillo Davigo. Ed allora perché non approvare da subito misure urgenti per velocizzare i processi e rendere più efficienti i tribunali? Ah, è vero, per fare le riforme, quelle vere, ci vuole tempo, tanto tempo.

Come al solito i terribili “rivoluzionari” non sanno nemmeno da dove cominciare per fare una modesta riformetta che ridia efficienza e velocità al sistema giudiziario senza sacrificare elementi essenziali dello Stato di diritto.

Ed allora, cari neogiustizialisti pentastellati, vi do un bel consiglio: perché non tagliate la testa al toro e fate subito un bel decreto per l’introduzione della ghigliottina con rito sommario di piazza e buonanotte al secchio? Perché tergiversare ancora? Ghigliottina: pratica ed efficace. Tutti gli altri li muriamo vivi in moderne carceri opportunamente insonorizzate, così da non sentir più quelle fastidiose urla mentre vengono pestati e torturati e qualche volta mandati pure all’altro mondo.

Nella storia recente le ondate giustizialiste hanno sempre fatto da preludio ad un’affermazione delle destre peggiori. Due esempi per tutti: quella italiana che ci ha regalato vent’anni di Berlusconi e, di recente, quella brasiliana che ha fatto da battistrada all’elezione del fascista Bolsonaro.

E sapete perché? La magistratura che riempie il vuoto politico è una patologia dei sistemi democratici e quando c’è un vuoto di politica e di democrazia si aprono varchi alla peggiori manovre della reazione.

Se è vero che una giustizia posta sotto il controllo degli esecutivi è regime, è sempre vero anche il suo contrario.

Gli apprendisti stregoni a cinque stelle, da un pezzo, ormai, lavorano a tempo pieno per Salvini ma forse sono gli ultimi a npon averlo ancora capito. Non sarà certo per questa manfrina forcaiola e giustizialista che recupereranno il terreno perduto.

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10/01/2018

Bene... bravi... No al 41bis

Dall’art. 90 al 41bis, la vocazione repressiva dello Stato liberal-borghese – comprendente arresti indiscriminati, carceri speciali, tortura, fino alle forme detentive più restrittive, che violano i diritti umani – ha sempre trovato il sostegno della “sinistra manettara”. A partire dal PCI anni ‘70 che, nel nome della “governabilità”, di un simulacro di “democrazia” sempre più elitaria e dell’accesso secondario al banchetto di Montecitorio, ha contribuito non soltanto a mandare in galera centinaia di compagni, non solo a distruggere il più grande movimento rivoluzionario all’interno dell’Occidente capitalista. E che consegnò proprio la classe operaia, i lavoratori in generale, alle peggiori rivincite del padronato, ma soprattutto all’affermazione di un giustizialismo sempre più forcaiolo, peronista e di destra. Quel giustizialismo di cui, oggi, in Italia, si fa corifeo culturale, tanto per intenderci, il Movimento 5 Stelle che – giusto a sinistra – sembra aver riempito vuoti ideali e politici incolmabili.

Perciò, nessuna sorpresa se, considerati i progressivi slittamenti legalitari della sinistra nel nostro paese – negli ultimi due decenni sempre meno garantista e sempre più permeata da una mentalità disciplinare cui culturalmente dovrebbe essere estranea, dal volto politico talmente trasfigurato da assomigliare a quello di un magistrato inquirente – se anche da alcuni settori di Potere al Popolo si sono levati malumori, con echi anche sui social, concentrati soprattutto contro il punto programmatico che prevede proprio l’abolizione del 41bis.

Comunisti, si dicono, giovani e meno giovani, che appaiono completamente condizionati dal terrorizzante clima “emergenziale”, corredato di leggi, decreti ed articoli di giornale redatti alla bisogna. Un clima creato in Italia a partire dalla seconda metà degli anni ’70 e sempre più consolidatosi tra la fine degli ’80 e l’inizio degli anni ’90, con l’avallo del Pci, prima, e dei suoi eredi, poi. Un clima che portò, l’allora ministro di Grazia e Giustizia, Oliviero Diliberto, ad istituire nel 1999 il GOM (Gruppo Operativo Mobile), un reparto speciale di polizia penitenziaria addetto al controllo dei detenuti in regime di 41bis e alla repressione dei disordini carcerari, e della cui violenza hanno fatto e fanno le spese molti compagni ancora in galera.

Or dunque, come forse sarà noto a chi legge questo giornale, ho già espresso, senza pregiudizi e speciose argomentazioni, alcuni miei dubbi sulla lista. Dico però, ancora, che se Potere al Popolo vuole effettivamente segnare uno spartiacque con i vecchi tatticismi politici di quella sinistra compatibilista divenuta la più fervente sacerdotessa della statolatria borghese, o la più servile vassalla del pensiero neoliberale – si pensi alle attuali derive coercitive, con uso indiscriminato di manganelli e fermo di polizia, in materia di controllo sociale e immigrazione, adottate dal Pd – e porsi come embrione di qualcosa di veramente rivoluzionario, allora deve necessariamente liberarsi della zavorra “riformista”, sul piano economico, e di quella legalitaria e forcaiola, sul versante della giustizia, e fare finalmente chiarezza, su questioni dirimenti, al suo interno.

La battaglia contro il 41bis, ad esempio, come quella per l’introduzione di un reato di tortura che non sia un capolavoro di incongruenza – specie in un momento in cui il Decreto Minniti e la repressione delle forze antagoniste costituiscono l’agenda politica di un governo impegnato attivamente nella cancellazione del dissenso: che si tratti di dicasteri in mano al Pd o al centro destra poco importa – rappresenta una battaglia culturale imprescindibile per il movimento comunista.

Una battaglia su cui non è concesso avere ambiguità. E non sono concessi neppure sofismi o astruserie giuridiche, che introducono “eccezioni temporanee” alla normale detenzione per una lunga quanto elastica serie di reati. Sappiamo, infatti, fin troppo bene, per esperienza pluridecennale, che simili provvedimenti, una volta emanati, vengono alla lunga estesi ad altre fattispecie e, quindi, a pagarne il prezzo sarebbero, in futuro, anche altri detenuti, specie quelli politici.

La mafia infatti, se la si vuol sconfiggere, va combattuta sui territori, attraverso lotte e interventi di carattere sociale, politico, economico e, appunto, culturale. Il ricorso al 41bis o a secoli di galera servono più a ripulire la coscienza di un apparato statale spesso complice, che non ad eliminare un fenomeno incistato in una struttura sociale che nessuno, a quanto pare, vuol modificare.

Per questo, accanto ai No all’Unione Europea, all’Euro, alla Nato e al pagamento del Debito, è per me irrinunciabile il No al 41bis. Come il No all’ergastolo. E, con essi, il superamento dell’istituto punitivo della pena, pensato come unico strumento di deterrenza del crimine o, peggio, come “metodo rieducativo”. In tal senso, difatti, le galere hanno fallito. E falliscono ancor di più le teorie che producono svolte restrittive e autoritarie.

D’altronde, come ho già scritto altrove, non dimentichiamo che secondo il filosofo e psicologo francese, Michel Foucault, tra la nascita del capitalismo e l’instaurazione del potere disciplinare esiste una causalità irriducibile e biunivoca: ciascuno dei due fenomeni ha alimentato l’altro e nessuno dei due avrebbe potuto mai assumere le proporzioni che ha assunto se non si fosse potuto poggiare sulle acquisizioni e sugli effetti dell’altro.

Scrive infatti Foucault, in “Sorvegliare e Punire”: «L’individuo è senza dubbio l’atomo fittizio di una rappresentazione “ideologica” della società, ma è anche una realtà fabbricata da quella tecnologia specifica del potere, che si chiama “la disciplina”. Bisogna smettere di descrivere sempre gli effetti del potere in termini negativi: il potere produce; produce il reale; produce campi di oggetti e rituali di verità. L’individuo e la conoscenza che possiamo assumerne derivano da questa produzione».

Stando, dunque, a quanto dice Foucault, il potere produce innanzitutto sovrastrutture, morali e culturali, codici di comportamento, simboli, linguaggio e, di conseguenza, senso. E quindi, se Il potere produce senso, com’è facile comprendere, determina la differenza – storica e culturale – tra il Bene e il Male, tra ciò che è legale e ciò che non lo è, tra lecito e illecito, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. In una parola, stabilisce e precisa l’ethos all’interno di una società e di un particolare momento storico.

Ne deriva che una delle principali peculiarità e finalità del potere – e specifichiamo che, quando Foucault parla del potere, si riferisce a quello dello stato borghese e liberale – risiede in ciò che egli definisce governamentalità, concetto che racchiude in sé quelli di sovranità e disciplina, affermatosi in Occidente proprio con la nascita del liberalismo e che, inequivocabilmente, conduce ad una gestione analitica, economica e disciplinare appunto delle masse.

Con l’avvento dello stato liberale, insomma, siamo entrati nell’era della biopolitica e del biopotere. E, come approfondiranno, poi, in senso più squisitamente marxiano Cesarano e Agamben, attraverso la biopolitica, il Capitale ha avuto accesso al più completo e complesso dominio del reale, giungendo a sottomettere tutta la vita fisica e sociale ai propri bisogni di valorizzazione e restringendo, così, le possibilità di resistenza e opposizione al sistema, attraverso quella che il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han definisce, ormai, una vera e propria “psicopolitica”.

Categoria orwelliana decisamente inquietante, per mezzo della quale, afferma Han, il potere non disciplina più i corpi ma plasma le menti, non costringe ma seduce, sicché non incontra resistenza perché ogni individuo ha interiorizzato come propri i bisogni del sistema. Non certo il desiderio rivoluzionario, per parafrasare Deleuze.

Pertanto, se si vuole continuare a definirsi marxisti, comunisti e rivoluzionari, è necessario rompere con quei paradigmi del pensiero borghese e cominciare a declinarne di nuovi. Ampliando gli orizzonti e spaziando liberi in essi.

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11/11/2017

Spettri di una “sinistra” che tifa polizia

Intendiamoci: che dopo il fatto eclatante della testata Roberto Spada venga fermato dalle forze dell’ordine e indagato dalla Magistratura, rientra nella normalità di uno Stato di diritto, sebbene per l’occasione abbiano dovuto inventarsi la fattispecie delle «lesioni in contesto mafioso». Per molto meno molti di noi ancora scontano condanne e processi, euro buttati nel calderone di una giustizia che sa dove e come accanirsi. Fatta questa premessa, l’episodio certifica il baratro in cui è sprofondata la sinistra in questo paese, l’idea di sinistra più che i partiti o movimenti che la compongono. L’arresto è stato accolto da un giubilo trasversale, un finalmente pensato ed espresso sui social, nell’ennesima improbabile e farsesca riproposizione stantia e fuori dalla storia di un fronte antifascista in cui troverebbero posto guardie e giornalisti. Noi ce ne chiamiamo da subito fuori: in tutta la vicenda il problema è il giornalista, non Roberto Spada; il problema sono le guardie, non i “clan”; è la politica, non la strada. E’ il giornalismo come perversione parassita, che si avventa sulla carcassa dell’evento per darlo in pasto a un’opinione pubblica educata da decenni di condotta mediatica criminale. Un giornalismo che ha posto la virtualità della narrazione sulla realtà dei rapporti di forza. E la conferma arriva proprio dal servizio costruito da Daniele Piervincenzi per Nemo, andato in onda ieri su Rai 2. Un racconto onirico ed apologetico del fascismo che regala pacchi di pasta alle vecchiette. Il problema vero è che a regalarci una testata che sa di liberazione è un criminale colluso coi fascisti e non “uno di noi”. Ed è un problema serio perché nella strada, a Ostia come nel resto della periferia cittadina, quella testata è il simbolo di una rivincita della periferia contro tutto ciò che viene identificato, giustamente o meno, col “palazzo”. E la sinistra è corsa a chiudersi in questo palazzo, ha sbarrato le porte ed è salita velocemente ai piani nobili, plaudendo al “giornalismo”, alla pronta reazione della Polizia, alle parole di Gabrielli, allo sdegno dei Gentiloni&Mattarella, in sostengo della casta – questa si reale – dei giornalisti, che domani imbratterà Ostia con la squallida pantomima della “solidarietà” al collega ferito. Puro istinto di classe: quando c’è da prendere una posizione non ragionata, l’istinto porta questa sinistra sempre e comunque dalla parte del potere.

Ma in questa dinamica pervertita a perderci saremo sempre e comunque noi. Una sinistra rifugiata nelle redazioni e nelle questure non è solo il nemico da combattere, ma rafforza retrospettivamente ogni tipo di destra, soprattutto quelle più radicali o sociali. E così da una parte quel mondo sinistrorso mediatico legittima e contribuisce al rafforzamento del neofascismo presentandolo come post-fascismo; dall’altra gli regala la strada, i suoi rapporti contraddittori ma essenziali. In tal senso a dover essere disattivato perché ormai inservibile e dannoso è l’antifascismo da Prima Repubblica, l’antifascismo dell’arco costituzionale, il “fronte comune” contro il fascismo. Quel fronte comune era un fronte *popolare*, oggi si è tradotto in fronte delle élite contro il vasto, complesso e ambivalente mondo dei subalterni. Sbrogliare questa matassa è compito titanico: la “strada” odierna è popolata da un sottobosco malavitoso e prepotente con cui si vorrebbero avere meno legami possibili. Ma fuori dalla narrazioni edificanti, la domanda spontanea è questa: non è sempre stato così? Nelle banlieue di tutta Europa non è questo lo stato dell’arte con cui fare i conti? Nelle periferie italiane del Novecento non erano sempre e comunque questi i rapporti materiali con cui dover fare i conti? Nei sobborghi americani presidiati dal Black Panther Party, nelle baraccopoli di Caracas o di Buenos Aires dove ha covato il socialismo del XXI secolo, nelle casbah del Fln, quale era il paesaggio sociale di riferimento, quello di un proletariato cosciente in attesa di organizzazione o, più realisticamente, quello di rapporti sociali complessi ed equivoci, duri da digerire ma necessari alla propria sopravvivenza? La periferia è questo, è sempre stata questo. Saperci stare è un’arte militante completamente dispersa. Ma volerci stare, questo rientra nei doveri del comunismo. Fosse solo per l’istinto di non stare dalla parte dei Saviano e dei Don Ciotti, dei Formigli e dei Mentana, dei Gabrielli e dei D’Alema.

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19/09/2017

‘O sanghenapule non è chill ‘e Saviano

È andato in onda, domenica sera su Rai3, “Sanghenapule”. Spettacolo teatrale divenuto evento televisivo, “Sanghenapule” è stato registrato per Rai Cultura, dalla Sala Piccolo Teatro Studio Melato del Piccolo di Milano, che ha anche prodotto lo spettacolo. La regia scenica è del bacolese Mimmo Borrelli, i testi dello stesso Borrelli e di Roberto Saviano, che sono anche i protagonisti di questa orazione poetica e politica.

Più che sulla qualità di uno spettacolo senz’altro potente, almeno sul versante della poesia e della sonorità linguistica di Borrelli, voglio qui soffermarmi sulle ragioni di un’endiadi (Borrelli-Saviano) che trovo non solo ingiustificata – se non per ragioni di mercato – ma addirittura insopportabile.

Ho sempre amato la drammaturgia poetica, intrisa di amara e struggente violenza, carnale e densa di umori, dell’amico Mimmo Borrelli, per il quale ho scritto l’introduzione a un’antologia di poesia in lingue minoritarie, dal titolo “L’Italia a Pezzi” (edita, nel 2014, da Argo e curata da Christian Sinicco).

“‘A sciaveca” “‘Nzularchia” e “La Madre” sono spettacoli che ho recensito, cercando di restituire sempre le forti emozioni che mi avevano regalato. Proprio per questo non capisco la scelta di Mimmo di affiancarsi a Saviano. Cosa c’entri la scrittura di Borrelli, talvolta persino capace di accenti lirici, con la brutta prosa di Saviano e la sua sovraesposizione da personaggio mediatico, creato dal potere politico, non lo capisco.

Alcuni passaggi, devo confessare, mi hanno fatto letteralmente infuriare. Sulla bocca dell’ipergiustizialista Saviano, ad esempio, la citazione di Sacco e Vanzetti suona, mi sia consentito, come un affronto ed una beffa per chiunque creda in ideali anarchici o comunisti.

Non dimentichiamo, infatti, che questo ennesimo Savonarola, con i toni del moderno questurino, ha definito un uomo come Antonio Gramsci “un pedagogo di violenza”. Si è sempre schierato col potere giudiziario e poliziesco, trovando alloggio ai piani alti dell’editoria mainstream, progressista o reazionaria, a seconda dei casi e delle convenienze.

Per non parlare del suo speculare e lucrare sui mali di quella Napoli liminare ed emarginata, di cui non si preoccupa di approfondire le ragioni storico-culturali e/o politico-sociali, puntando solo ad affossarne dignità e senso civico, con la sua retorica manettara, la sua morale poliziesca e giudiziaria. Come se le sorti di una città fossero legate esclusivamente ad un “camorrismo” di genere, da fiction, per pure ragioni strumentali e lucrative; specie se la camorra, lo sottolineo ancora una volta, è male effettivo, purtroppo anche secolare, piaga di origine economica, storica, politica e sociale, che lo scrittore sta però trasformando in stigma antropologico.

E allora viene da chiedersi, quando sale su un palco a parlarci del 1799 e del sanfedismo, a che scopo lo faccia. Forse soltanto per marcare, possiamo dedurre, sempre più la differenza tra la borghesia illuminata d’allora e i reietti appartenenti al lumpenproletariat di oggi, avallando di fatto quel bieco antimeridionalismo un po’ razzista che contribuisce a formare, da tempo ormai, una parte rilevante del “senso comune” che avvelena questo paese, spingendolo sempre più a destra.

Insomma, sentire Saviano parlare del sangue di Napoli è come sentir dire da un fascista “W La Libertà”. Viene da chiedersi, immediatamente, quale sia il senso inconfessabile di quella parola, per lui.

Per farla breve, citando Nanni Moretti, le parole sono importanti ma soprattutto è fondamentale chi le pronuncia, specie in un teatro che vuole assumere una valenza civile e, quindi, politica. In bocca a Saviano alcune parole assumono irrimediabilmente l’amaro sapore dell’ambiguità. Inoltre, a mio avviso, Saviano è posseduto da una concezione borghese, classista, moralista e reazionaria della cultura. Una concezione che, personalmente, non posso che rifiutare. Una concezione e una visione che la poesia teatrale, dolente e materica di Borrelli, non ha mai contenuto. Almeno finora.

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30/08/2017

L’eroina democratica

Nonostante la defenestrazione della sua storica conduttrice, non siamo ancora riusciti a liberarci di Report, la bibbia televisiva della sinistra giustizialista. In compenso da ieri speriamo di esserci liberati del mito della Gabanelli, la giornalista forcaiola che in un impeto di sincerità ha dichiarato «l’appoggio totale al ministro Minniti».

L’appoggio riguarda “l’accordo con la Libia” (che non è un accordo con “la Libia”, ma con alcune fazioni che controllano il passaggio dei migranti sul proprio territorio), ma laddove l’eroina democratica si è superata è sulla vicenda dello sgombero di piazza Indipendenza: «La legalità è come il lavoro, è neutro, non può essere di destra o di sinistra [...] Come è possibile che un palazzo come quello sia stato occupato? [...] Quello era un edificio presidiato [...] E’ arrivato un gruppo di energumeni [i senza casa] a dire o sloggiate voi o vi facciamo sloggiare con la forza». Questa la caratura di un personaggio divenuto nel tempo portavoce delle istanze della sinistra forcaiola.

In Italia c’è sempre più una “questione Minniti”, attorno alla quale è in corso un posizionamento ideologico che racchiude una visione del mondo. L’operato di Minniti è riuscito meritoriamente a svuotare di senso le etichette politiciste presenti in Parlamento: destra, centro e sinistra (articolazioni parlamentari del clan liberista) rimescolano le proprie apparenti differenze per ritrovarsi attorno all’appoggio o meno alle politiche del ministro. E se non tutti i critici di Minniti possono annoverarsi tra gli “amici del popolo” (pensiamo a Saviano o alle gerarchie vaticane), di sicuro i nemici risiedono tra chi in questi mesi sta promuovendo la guerra ai poveri avviata dal ministro. E’ uno spartiacque, utile anche a fare chiarezza all’interno di una sinistra in crisi di giustizialismo.

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Avanti Savoia!!!

Lo spettro Sabaudo torna ad aggirarsi per l’Italia. La ciliegina sulla torta ce l’ha messa la popolare ex conduttrice di Report, Milena Gabanelli, prendendo parte a sostegno del ministro degli Interni Minniti, della sua visione della società e del suo “pragmatismo” nella soluzione del problema immigrazione.

In un passaggio successivo dell’intervista rilasciata a Radio Cusano, la Gabanelli opera poi una piegatura dei problemi generali agli interessi di pancia: i propri. “Come è possibile che un palazzo come quello sia stato occupato? Quello era un edificio presidiato, perché gli uffici che occupavano quello stabile si erano trasferiti. In attesa di trovare nuovi inquilini era stata messa una organizzazione di security a presidiare l’edificio. E’ arrivato un gruppo di energumeni (gli occupanti nel 2013, ndr) a dire “o sloggiate voi o vi facciamo sloggiare con la forza”. Ma quello stabile è di Idea Fimit, la più grossa SGR italiana. Bisogna organizzarsi per rendere sempre produttivo quello stabile, perché al valore di quello stabile è legata la mia pensione, il più grande azionista di quella SGR è l’Inps”. Nulla di originale, visto che gli stessi argomenti erano proposti da IlSole24Ore, con una firma un po’ più “popolare”...

Non sappiamo se effettivamente la Gabanelli tema per le casse dell’Inps come altri lavoratori o abbia invece investito sulla sua futura pensione negli assai più generosi trattamenti previdenziali dell’Inpgi (l’ente previdenziale dei giornalisti, ndr).

La sincronia tra discorsi generali e interessi di bottega è parte delle umane miserie, ma diventa tossica quando viene manifestata da personaggi pubblici che con inchieste e denunce, negli anni, hanno acquisito credibilità, consensi, simpatie per restituire poi – nei momenti decisivi – messaggi funzionali al potere costituito. Lo abbiamo già visto con i Benigni, i Santoro e i Lerner nel referendum sulla controriforma costituzionale del dicembre scorso.

Ma l’endorsement della Gabanelli al ministro Minniti è solo un aspetto di una gigantesca regressione politica, civile, democratica e sociale in corso nel paese dal 2011, quello del governo Monti e Fornero, quello della lettera della Bce. Questa regressione è pregna di un modello di società e di relazioni sociali che non richiama tanto il ventennio fascista quanto il “modello Sabaudo”, quello della monarchia piemontese che divenne dominante in tutta Italia dalla seconda metà dell’Ottocento.

La rigidità, il cinismo ed infine la brutalità del regime sabaudo vengono studiati pochissimo e compresi ancora meno. Solo pochi ne hanno colto l’essenza, indagando però solo sulla spietata repressione del brigantaggio nel Meridione o sulle cannonate contro il popolo affamato ordinate dal generale Bava Beccaris.

Il modello Sabaudo è quello che importò il bonapartismo in Italia nella realizzazione di un unico paese rimasto però disuguale e oggi ancora fortemente – e forse maggiormente – asimmetrico rispetto a quello del passato.

Il modello Sabaudo è fortemente centralista intorno allo Stato (ieri monarchico oggi repubblicano) e al dogma delle sue leggi, anche quelle sbagliate. Il modello Sabaudo è autoritario nell’essenza. Aveva una logica coloniale che ha attuato prima brutalmente nel Meridione, poi nel Corno d’Africa e in Libia. Ha operato una feroce concentrazione delle risorse nel nord del paese sottraendole al resto del paese. Mantenendo e alimentando quella disuguaglianza che rende nuovamente attuale e irrisolta la “questioni meridionale”, come la definiva Gramsci.

I dati dell’oggi ci dicono che quella logica sta funzionando ancora e con maggiore forza. Le risorse, i finanziamenti, le tecnologie del nostro paese si sono concentrate nel 20% di imprese che fanno l’80% del valore aggiunto e delle esportazioni in Italia, e quelle imprese sono concentrate geograficamente in un’area che comprende Lombardia, un parte del Triveneto e dell’Emilia-Romagna. In due di queste regioni a ottobre si terranno dei referendum che chiedono una ulteriore autonomia fiscale dal “centro”, per poter aumentare le risorse a disposizione delle imprese.

Ma sono anche le regioni che danno maggiori consensi elettorali ai “moderati” e al Pd, tendenzialmente unificati in un partito bonapartista ben rappresentato da Minniti. I suoi diktat “legalitari” coincidono pienamente ed ideologicamente con quel senso comune in cui – indipendentemente dalla pruderie leghiste – riemerge con forza lo spirito Sabaudo del “noi siamo il motore del paese, gli altri si fottano”.

La crescente asimmetria sociale, economica, politica del nostro paese viene poi incentivata dal bulldozer “europeista”, che segue la stessa logica, legando al suo “nucleo duro” solo le regioni più ricche mentre precipita nelle periferie d’Europa quelle più povere.

Per gestire questa escalation delle disuguaglianze sono necessari autoritarismo e ideologia, non bastano più le slide e le smorfie d’avanspettacolo. Manganelli, leggi, visioni che si pretendono incontestabili e assolute. Da monarchia sabauda, appunto.

A questo servono i Minniti e le Gabanelli.

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08/08/2017

Minniti l’africano

Il nome della Ong nel mirino della procura di Trapani, Jugend Rettet, cioè “la gioventù salva”, chiarisce perfettamente il significato dell’azione dei giovani tedeschi nel Mediterraneo. Solo gente che non ha alcuna responsabilità negli orrori commessi dalla Germania nazista, ma ne porta sulle spalle la terribile memoria, può salvare gli innocenti dalla morte. Ed ecco perché questi ragazzi non vogliono firmare alcun codice che ne limiterebbe l’azione: perché sanno quanto gli Stati siano letali e colpevoli di fronte ai trentamila morti del Mediterraneo.

Questo è il punto, come notava Luigi Manconi: la pretesa di criminalizzare chi ritiene che ci sia una giustizia superiore alle esigenze, vere o presunte, degli Stati. E anche alla giustizia terrena. Quando la Svizzera chiuse le frontiere agli ebrei in fuga dal nazismo, ci fu un capitano di polizia, Paul Grüninger, che violò le rigide norme della Confederazione falsificando i visti dei rifugiati ebrei e perciò meritò il titolo e l’onore di “giusto”. Fu cacciato dal servizio, senza pensione, e morì in povertà.

I giovani tedeschi, da pare loro, ci ricordano che esiste una giustizia più alta di quella delle procure e delle norme emanate da legislatori ciechi ed esecutori ottusi. Un credente ne troverà le radici in dio, un laico nella ragione o nel semplice, intuitivo ma cogente, senso dell’umanità.

E poi, che infrazioni della legge avrebbero commesso? “Comunicare” con gli “scafisti”, quando tutti sanno che in mare aperto si incrociano innumerevoli messaggi? E come non sapere o non capire che spesso i cosiddetti “scafisti” spesso sono poveracci che magari si procurano a un passaggio? Quelli che ci guadagnano davvero stanno a terra, magari nella stessa guardia costiera libica, per quanto ne sappiamo, o in qualsiasi banda che scorrazza in Libia.

Questi non li ferma mai nessuno, tantomeno Minniti l’Africano. L’ossessivo e ripetitivo slogan “guerra ai trafficanti” serve solo a coprire il vero scopo di tutto questo: impedire che le navi delle Ong salvino i migranti. Qualche genio strategico di Frontex – che non ha mai salvato nessuno e tiene le sue navicelle al sicuro nei porti – pensava che se ne annegano un po’ di più, ne arrivano di meno e quindi il conto va in pari. E magari si sente la coscienza a posto. E quindi non stupisce che, come ha scitto la Tageszeitung, “Chi salva i migranti viene fatto fuori”.

Il Mediterraneo tra Sicilia e Libia non è un far west, come ha scritto Travaglio, che ora esige legalità, cioè ordine e disciplina, anche in questo nuovo campo. È un tratto di mare strapieno di navi militari e sorvegliato perennemente dai droni, senza che nessuno si preoccupi di trarre in salvo i potenziali naufraghi, tranne le Ong. D’altronde, anche il poliziotto infiltrato sulla nave di Jugend Rettet, ha salvato il suo bambino, il brav’uomo. Ma come l’avrebbe salvato, se non fosse stato sulla nave dei volontari? Detto questo, altrove infiltrano gli agenti segreti o i poliziotti tra i narcotrafficanti, noi tra i volontari che salvano i migranti.

Questa è una brutta storia per la giustizia e per gli organi di informazione che pubblicano video insignificanti, cercando di farci credere che rivelino chissà quali segreti. Naturalmente non poteva mancare la soddisfazione del garrulo Di Maio né il punto di vista di Renzi che esige un “pugno di ferro”. Spezzeremo le reni alle Ong?

Tra l’altro, c’è da giurare che tra qualche tempo, finita la cagnara, andrà come nel caso della Cap Anamour accusata di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nel 2004 e assolta completamente nel 2009. Per fortuna, ci sono ancora giudici in Italia.

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini!, grida Gesù alla folla nel Vangelo di Matteo. Certo, l’Europa non è il regno dei cieli, ma, chissà perché, da giorni queste parole mi rimbombano ossessivamente nella testa.

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04/08/2017

“Umanitario” a chi?


Il minimo che possa fare un organo di informazione degno di questo nome è segnalare i momenti di passaggio, del “discorso pubblico”, da un sistema di valori ad un altro. Un passaggio che si concretizza in atti, leggi, iniziative statuali, accordi internazionali, fatti. Ma che viene condito – deve esserlo, necessariamente – con una vernice retorica che dovrebbe giustificare quella serie di atti come “perfettamente giusti”, in completa continuità con quanto sempre detto. Insomma, come inveramento del sistema di valori che si va declamando, anche quando – o soprattutto quando – quel sistema viene abbandonato, violato, deriso.

In questi giorni sta avvenendo un passaggio decisivo, sostenuto univocamente e senza dissidenze di rilievo da tutti i media nazionali. Al centro ci sono i “comandamenti” del cosiddetto “codice di autoregolamentazione” imposto dal governo italiano alle Ong attive nei salvataggi in mare. Solo quattro di queste hanno firmato, a cominciare da quella “Save the children” che somiglia più a una impresa multinazionale che non ad un’associazione umanitaria. Una “non firmataria” è stata usata come esempio negativo – dopo una lunga e articolata opera di spionaggio, con l’uso di “agenti sotto copertura” e intercettazioni di vario tipo – in modo da segnare in modo visibile il discrimine tra le Ong “ammissibili” e quelle da allontanare.

Con altro linguaggio, potremmo dire tra le Ong “complici” degli Stati e quelle indipendenti. Oppure ancora, tra Ong false e Ong vere. Come ricorda Andrea Palladino, giornalista che ha svelato il retroscena mercenario della cosiddetta “Generazione identitaria” o “Defend Europe”, Ong sta per “organizzazione non governativa”, “una associazione che per statuto, storia, missione opera senza avere legami con i governi”. 

La più nota e credibile delle Ong italiane è senza dubbio Emergency, fondata da Gino Strada, che ha immediatamente definito il “codice” del ministro Minniti come un dispositivo regolamentare che “mette a rischio la vita di migliaia di persone e costituisce un attacco senza precedenti ai principi che ispirano il lavoro delle organizzazioni umanitarie”. Il punto chiave è la presenza di militari armati a bordo delle navi, imposta come conditio sine qua non per l’autorizzazione ad operare nel Mediterraneo, anche in acque internazionali, e poi approdare in porti italiani.

Il perché questo sia un discrimine assoluto non è stato spiegato da nessuno dei tanti “esperti” invitati a parlare nei talk show o intervistati dai media mainstream. Non a caso, crediamo, stavolta nessuno ha voluto dare la parola a Gino Strada o a qualcun altro con identiche competenze. E nemmeno alla Chiesa! Una autentica – e macabra – rivendicazione di “laicità” o una posizione talmente criminogena che nessun prelato si è sentito di avallarla?

Proviamo a dirlo noi.

Una organizzazione umanitaria, per operare al confine tra soggetti in conflitto, deve garantire la più assoluta neutralità rispetto ai centri di potere (militare, in primo luogo) che si contendono un certo territorio. L’esempio di Emergency – che crea e gestisce ospedali, non navi di salvataggio – diventa illuminante. Un ospedale in Afghanistan, Sudan o qualsiasi altro paese, può essere “accettato” – dunque non attaccato – da tutte le parti in conflitto solo se e fino a quando lì dentro vengono curati tutti, a prescindere dalla loro appartenenza (civili di tutte le etnie e militari di tutte le fazioni); e dunque solo se all’interno della struttura non sono ammessi militari di una della parti in conflitto. Ossia gente che potrebbe identificare, riconoscere ed eventualmente uccidere “i nemici”.

Ogni ospedale è ovviamente all’interno di un territorio controllato da una delle parti in conflitto e dunque sembrerebbe “di buon senso” accettare la presenza di militari di quella parte. Ma nelle guerre – specie quelle civili – i confini sono mobili, dipendono da rapporti di forza anche momentanei. Quindi quel che oggi è territorio “mio”, tra una settimana o un mese sarà forse territorio di altri. I quali, arrivando e trovando militari “nemici” dentro quell’ospedale, considereranno “nemico” tutto il personale lì presente.

L’unica, benché fragile, assicurazione sulla vita e sulla libertà di operare – per una Ong “vera” – è dunque la neutralità più assoluta. Non solo nelle parole e nei fatti, ma anche nelle apparenze (niente militari nella struttura).

Un opinionista manettaro e pseudo-legalitario come Marco Travaglio, per esempio, ha improvvisamente dismesso i panni dell’oppositore al governo Pd-Alfano-Verdini sulla base di un tipico ragionamento da scrivania: “non c’è nessun conflitto tra Stato italiano e scafisti, perché quelli non sono un soggetto statuale riconosciuto; il quadro di leggi e regole è quello dello Stato italiano, e dunque non c’è nessuna neutralità possibile per le Ong, che devono accettare militari a bordo e collaborare alle indagini”. 

Il problema dei conflitti è che non occorre avere la patente timbrata – tantomeno da Travaglio – per parteciparvi. Basta esistere, avere interessi contrapposti a quelli di qualcun altro, essere armati e decisi a farsi valere, ovviamente con un minimo di organizzazione e qualche “ragione”, persino immonda. E non c’è dubbio che nella Libia polverizzata di oggi ci siano molti soggetti che agiscono in proprio o conto terzi il conflitto. Oltre ai due cosiddetti “governi” – Al Serraj e Haftar – una miriade di milizie tribali, jihadisti, magari semplici banditi. Tutta gente poco raccomandabile, certo, ma armata e combattente. Dalla comoda scrivania di un giornale italico si possono benissimo ignorare, fidando nel fatto che non possono arrivare a toccarci. Ma se si sta su una nave in mezzo al mare, con lo scopo di raccogliere profughi e naufraghi, quella gente non può essere ignorata. Perché se non è sicura che tu – la nave e l’equipaggio – sei davvero “neutrale”, probabilmente ti sparerà addosso.

Sul luogo del conflitto, come sa chi pensa realisticamente (dunque pensa, non “immagina”), la legge non esiste. La scriverà chi vince. E a una associazione umanitaria vera, che vuole soltanto salvare vite umane, non può e soprattutto non deve interessare chi comanderà un giorno su quel fazzoletto di terra o sul tratto di mare davanti ad esso.

Questo interesse lo nutre invece uno Stato o una coalizione di Stati estranei a quel territorio. Una coalizione (Unione Europea e Nato, in questo caso) che punta ad impadronirsi e gestire le risorse presenti in quel territorio (la Libia ha la sfortuna di esser ricca di petrolio: come il Venezuela o prima l’Iraq, del resto).

E qui il “ragionamento da scrivania” diventa un’arma retorica perfetta per gli invasori reali, in carne, ossa, scarponi e mitragliatrici. I quali, sia detto in modo chiaro, aspirano ad imporre la propria legge, non “la legge” in astratto. Ossia a vincere quel conflitto (che esiste anche se “il nemico” non vogliamo “riconoscerlo”) e disporre di quel territorio. Insomma, ragionano come Carl Schmitt, non come Hans Kelsen...

Che sia così è evidente dalla stessa composizione della missione militare italiana, dove – insieme ai marinai e alle navi – sono impegnati anche lagunari e altre “truppe di terra”. Soldati che dovranno mettere gli scarponi sul terreno, perché “bombardare le barche” a casaccio (come vorrebbe i Slavini e le Santanché) è una scemenza che non serve a nulla; e dunque bisogna prendere possesso dei villaggi o delle città che hanno un porto da cui partono i barconi, d’accordo o meno con le locali milizie (e i relativi scafisti). Pagando o sparando, magari a giorni alterni.

L’Italia va alla guerra con il solito atteggiamento idiota di chi pensa che basterà poco per far fuori quei quattro straccioni (“spezzeremo le reni alla Grecia”, “mi serve qualche migliaio di morti da mettere sul tavolo delle trattative”, “mission accomplished”, ecc). Negando persino, per qualche giorno e qualche ora, la minaccia esplicita dell’altro governo libico, quello di Haftar: “bombarderemo le navi straniere che entrano nelle acque territoriali libiche”. Figuriamoci con quale entusiasmo “saremo accolti” dalla infinite milizie meno inquadrate e riconosciute...

Ma, appunto, in guerra non vengono ammessi né neutralità né testimoni. Ricorda Palladino che le Ong

Sono nate nell’800 e si sono sviluppate negli anni ’70, quando in giro per il mondo andavano di moda le dittature o, in ogni caso, i governi “forti” antidemocratici. Promuovevano progetti nel campo dei diritti, aiutando le vittime degli Stati, gli ultimi. Per questo non potevano flirtare con i governi. Ci dovevano convivere, e l’abilità stava in quel gioco diplomatico continuo di mediazione. A volte occorreva trovare escamotage sul filo della legalità, a volte era necessario violare leggi ingiuste.” 

Sotto il fascismo e il nazismo erano scomparse, perché per quel tipo di regime ci sono soltanto amici o nemici, tertium non datur.

Il passaggio da un sistema di valori “democratici e umanitari” ad uno autoritario e altamente cinico è diventato palese, nei giorni scorsi, già a partire dal linguaggio mediatico. E’ stato coniato un nuovo ossimoro (estremismo umanitario, che seppellisce e supera il suo opposto, guerra umanitaria). E’ stato qualificato come ideologica l’idea di salvare più vite possibile, affidando al prode Roberto Esposito il compito di coprirsi di vergogna (alcune Ong ideologicamente pensano solo a salvare vite umane: noi non possiamo permettercelo). L’umanitarismo viene deriso. Anzi, quasi quasi diventa un reato... 

Dobbiamo ricordare che l’ingerenza umanitaria è stata nell’ultimo quarto di secolo la cornice – questa sì, ideologica – entro cui sono state autorizzate numerose aggressioni imperiali a paesi anche molto diversi tra loro (da Grenada all’Iraq, dalla Jugoslavia a Panama e alla Libia, ecc). L’ultima sceneggiata su questo format viene ancora recitata a scapito del Venezuela bolivariano, nonostante la presenza legale di quasi 100 partiti e numero di elezioni negli ultimi 15 anni che supera anche quelle italiane. 

Lo slittamento valoriale che si va consumando intorno al “codice” di Minniti e alla gestione dei flussi migratori spinge però per mettere in soffitta la retorica umanitaria, ormai poco gestibile, aprendo la stagione del “possiamo ammazzare chi ci pare”; che è poi la traduzione del tweet di Esposito in parole semplici.

E’ bene rendersene conto, perché questo slittamento ha una storia (momentaneamente interrotta dal referendum del 4 dicembre) e pretende di disegnare il futuro prossimo.

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08/06/2017

L’emergenza carceri, al di là di Riina. Intervista ad Antigone

Mentre la guerra avanza nel mondo alle nostre porte, qui ci si azzanna per questioni apparentemente secondarie, ma che mostrano chiaramente quanto la civiltà giuridica liberaldemocratica sia ormai un corpo estraneo anche nella testa di quanti credono di essere “civili e di sinistra”. Occasione è stata fornita da uno dei nomi più ignobili della storia italiana recente – Totò Riina – e dalla discussione tra Corte di Cassazione e Tribunale di Sorveglianza di Bologna. Tema: in quali condizioni deve morire un detenuto di 86 anni?

Radio Città Aperta ha sentito Susanna Marietti, dell’associazione Antigone.

Ciao Susanna, buongiorno.

Buongiorno a voi e a tutti gli ascoltatori.

Grazie della tua disponibilità innanzitutto. Il tema è abbastanza delicato e controverso. Si è aperto un dibattito intollerabile dal punto di vista dei contenuti, per molti versi come purtroppo spesso capita in questo paese ultimamente. Parliamo della possibilità di scarcerazione o attenuazione del regime carcerario a cui è sottoposto Totò Riina, uno dei capi di Cosa Nostra, per garantirgli “una morte dignitosa” rispetto alle sue attuali condizioni medico sanitarie. C’è chi parla del fatto che le sue vittime non hanno potuto avere quella dignitosa morte che lo Stato potrebbe riservargli; c’è chi ha parlato di uno Stato di diritto e una legge che determina delle condizioni precise in questi casi; c’è chi l’ha buttata sulla demagogia, il sentimentalismo... Insomma un po’ di tutto, amplificato dal calderone dei social network. Cerchiamo un attimo di capire meglio di cosa stiamo parlando e facciamolo ragionando su tutti gli aspetti della questione, su quello che prevede o dovrebbe prevedere la legislazione italiana in questi casi.

Allora... Raccontiamo brevissimamente i fatti per gli ascoltatori. L’avvocato di Totò Riina ha chiesto al tribunale di sorveglianza di Bologna che il suo assistito potesse avere un differimento della pena; vale a dire ci sono alcuni casi – tra cui appunto l’incompatibilità con la salute o la donna in gravidanza – che permettono al giudice di sospendere l’esecuzione della pena. Significa che il condannato non la sconta adesso, la sconta magari fra un anno o quando sarà; è una sospensione temporanea. L’avvocato aveva detto: se non volete sospendere la pena a Riina, quanto meno dategli la detenzione domiciliare, in subordine. Il tribunale di sorveglianza di Bologna ha valutato il fatto che Riina fosse visitabile dai medici che operano all’interno del carcere, unito al fatto che qualora ci fosse un’urgenza poteva venire ricoverato in un ospedale esterno, cosa che già era successa, presso l’ospedale di Parma; queste due circostanze combinate erano per il tribunale sufficienti a dire che la salute di Riina è compatibile con il regime penitenziario. La Corte di Cassazione ha invitato il tribunale di sorveglianza a rivedere la sua posizione sostanzialmente dicendo: Totò Riina non ha solo un corpo fisico, per cui – secondo il vostro ragionamento – la malattia è conciliabile con il regime detentivo; Totò Riina ha anche una dignità. E quindi ha diritto a morire dignitosamente. Questa è la cosa che ha scatenato le polemiche. Totò Riina, in quanto efferato boss di Cosa Nostra, non doveva più avere una dignità. La Corte di cassazione invece ha sostenuto di sì.

E questa è già una ricostruzione basata un po’ sui fatti. La nostra impressione è che da un lato il personaggio, la sua storia, sia molto particolare. Dall’altro, però, c’è una legislazione, una serie di organi che applicano una legge. E’ giusto questo?

Ovviamente. Quello che dico è: i diritti umani o sono universali o non lo sono. I diritti umani valgono per tutti. E’ facile difendere i diritti delle persone più brave, quello è facile; oppure anche quelli dei piccoli criminali con cui tuttavia però ci identifichiamo: aveva fame ha e rubato una mela. Qui è facile difendere i loro diritti. La prova del sistema dei diritti umani che parte dalla dichiarazione universale del ’48 sta su Totò Riina. Bisogna difendere il diritto di morire dignitosamente pure di Totò Riina. Questo è difficile da fare, perché ognuno di noi poi ha un moto di ripulsa; ma la nostra ragione deve essere superiore alla nostra pancia e quindi diciamo che anche Totò Riina dovrebbe morire a casa sua dignitosamente. Questo non farà male a nessuno, perché è evidente che Totò Riina non ha più alcun potere dentro Cosa Nostra e che non è più in grado, vista la sua condizione fisica, di impartire ordini o di fare del male.

Questo è uno degli argomenti che hanno creato più confusione e scontro. Per alcuni, invece, può ancora avere un ruolo attivo all’interno di Cosa Nostra, e citano le minacce al giudice Di Matteo, ad esempio, o a Don Ciotti, di qualche anno fa. Su questo mi sembra che tu abbia le idee abbastanza chiare, invece. Ormai la sua nocività, la sua pericolosità sociale potrebbe essersi quasi completamente abbattuta?

Da come viene descritta anche dalle perizie mediche, io direi senz’altro di sì. I fatti che tu racconti risalgono, appunto, ad alcuni anni fa. Detto questo, se anche non dovesse essere così, abbiamo delle forze dell’ordine, abbiamo degli organismi preposti a questo; quindi se andrà a morire a casa sua, andrà in una situazione tale per cui ci saranno delle misure di sicurezza che faranno sì che non mandi fuori alcun ordine. Voglio dire... Non è che esiste solamente il muro di cinta del carcere.

Questo è un ragionamento importante, perché sembra quasi che metterlo fuori dal carcere equivalga a rimetterlo in libertà. Non stiamo parlando di questo, stiamo parlando di altri profili di gestione della detenzione – correggimi se sbaglio – che però prevedono sempre un controllo da parte dello Stato, no? Non è che viene lasciato libero dicendo: sei a posto con la legge, vai dove credi...

Questo sarà il Tribunale a valutarlo, perché in realtà l’avvocato, in prima battuta, aveva chiesto il differimento della pena. Il differimento della pena – ripeto – significa che tu in quel momento non la stai scontando la pena; la detenzione domiciliare, invece, è una forma di detenzione per quanto non carceraria. L’avvocato l’ha chiesta in seconda battuta, dicendo: se non volete dare il differimento, datemi la detenzione domiciliare. Se mai il tribunale opterà per il differimento pena, immagino che comunque metterà delle misure di sicurezza, anche se non è pena scontata. E comunque opterà per quella soluzione solamente se Riina è ridotto in fin di vita e quindi si tratta di andare a passare gli ultimi 20 giorni sul letto di casa sua invece che su quello della cella. Altrimenti opterà per un regime differente.

Bene. Come pensi che vada poi a concludersi questa vicenda? Poi ci saranno i commenti dei parenti delle vittime che comunque hanno un peso anche storico in questo paese. Sarà possibile che questa vicenda venga gestita come in un paese normale, oppure il carico emotivo condizionerà le eventuali decisioni successive? Che tipo di impressione hai?

Questo è ovviamente difficile dirlo perché sarà nella discrezionalità dei giudici. Io penso che non possano ignorare un monito della suprema Corte, quindi in qualche misura dovranno rivedere la loro decisione. Dopo di che i giudici di sorveglianza hanno una paura proprio ancestrale di emettere ordinanze di apertura perché appunto, come dicevi adesso, poi si scatena la parola alle vittime... Io ho tutta la solidarietà del mondo con le vittime, ma non è il loro ruolo quello di entrare in decisioni di tipo giuridico; perché è ovvio che loro parlano con la pancia e non con la ragione. Il diritto non si fa con la pancia. Quindi il magistrato di sorveglianza è una figura che per tradizione – dal dare una semilibertà, un affidamento in prova ai servizi sociali, a prendere una decisione come questa che è particolarmente epocale – ha paura. Detto questo, nel caso specifico sarà difficile ignorare il monito della Corte di Cassazione... Staremo a vedere. Io credo che prenderanno una misura di apertura ma con moderazione, per evitare l’alzata di scudi.

Una battuta per concludere, Susanna. Siamo in un paese, come anche il recente rapporto di Antigone ha ribadito, in cui l’emergenza carceri non finisce mai. Un paese in cui la detenzione, molto spesso, è un’esperienza umiliante per chi la subisce, un paese che non riesce ad applicare a pieno la normativa prevista per tutta la gestione carceraria... Si parla di carcere e di gestione del carcere soltanto in pochi casi. Questo è uno di quelli. Io ne so poco, di carceri; però da quel poco che so mi si accappona un po’ la pelle rispetto al fatto che un dibattito così complesso venga gestito soltanto per questioni, appunto, di pancia...

Purtroppo sì. Sono totalmente d’accordo con quello che dici. Noi veniamo da alcuni anni, da un periodo che aveva fatto ben sperare. C’era stata un’attenzione verso le nostre carceri che mai si era riscontrata dal dopoguerra in poi, o quantomeno dalla riforma del ’75. Un’attenzione dovuta al gennaio 2010, con la dichiarazione dell’emergenza penitenziaria per il sovraffollamento; poi nel 2013, con la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che condanna l’Italia per violazione dell’art. 3, che è uno degli articoli fondamentali della Convenzione europea sui diritti dell’uomo in relazione al sovraffollamento carcerario. Con Giorgio Napolitano, che per la prima volta dà un messaggio alle Camere e lo dà sul carcere. Per la prima volta i giornali parlavano di carcere non con il trafiletto in ottava pagina ma, addirittura, in apertura; e quindi le persone avevano preso consapevolezza e le autorità italiane avevano adottato una serie di misure riformatrici che avevano fatto del bene al nostro carcere. Dopo di che, finito l’effetto di questi tre fattori che in qualche modo ho raccontato, abbassato lo sguardo del Consiglio d’Europa sull’Italia perché bene o male aveva adempiuto a quello che la sentenza Torreggiani gli aveva detto di fare, siamo tornati nell’indifferenza; e quindi di nuovo il carcere fa notizia solamente quando c’è qualcosa di eclatante, come quello di ieri o quando, sotto elezioni, si può dire: ci vuole più sicurezza, buttiamo la chiave o cose di questo tipo.

Bene Susanna, grazie del tuo intervento. Buon lavoro e buona giornata.

Grazie a voi. Buon lavoro e buona giornata a voi.

Fonte

06/06/2017

Forcaioli su Riina. Vi piace vincere facile...

Una sentenza formalmente e sostanzialmente inappuntabile – in base alla Costituzione nata dalla Resistenza – ha fatto scattare molle manettare, istinti primordiali, dichiarazioni un tanto al chilo, tifo da bar dell’antisport.

Vi diamo la notizia così come riferita dall’Ansa:
Il “diritto a morire dignitosamente” va assicurato ad ogni detenuto. Tanto più che fermo restando lo “spessore criminale” va verificato se Totò Riina possa ancora considerarsi pericoloso vista l’età avanzata e le gravi condizioni di salute. La Cassazione apre così al differimento della pena per il capo di Cosa Nostra, ormai ottantaseienne e con diverse gravi patologie. Il tribunale di sorveglianza di Bologna dovrà dunque ora decidere sulla richiesta del difensore del boss che propone il differimento della pena o la detenzione domiciliare, richiesta sempre respinta. La Cassazione sottolinea che il giudice deve motivare “se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione” che va oltre la “legittima esecuzione di una pena”. Il collegio ritiene che non emerga dalla decisione del giudice in che modo si è giunti a ritenere compatibile con il senso di umanità della pena “il mantenimento in carcere di un ultraottantenne con duplice neoplasia renale, e stato neurologico altamente compromesso”.
Tradotto: anche Riina è mortale, e sta morendo per un tumore ai reni. Nonostante quel che ha fatto e per cui è stato condannato all’ergastolo, bisogna vedere se l’attesa della morte vada assicurata dal carcere in regime di “41 bis” (isolamento pressoché assoluto) oppure in altre condizioni da decidere. Dunque il Tribunale di Sorveglianza di Bologna, che gli aveva rigettato la richiesta di scarcerazione, deve riesaminare il caso – a giudizio della Cassazione – perché gli elementi di pericolosità di un 86enne in quelle condizioni non possono più essere giustificati solo con il nome e il cv.

Apriti cielo...

Il rapporto di guerra dei comunisti contro qualsiasi mafia è scritto nel marmo della Storia lontana e recente, dalla strage di Portella delle Ginestre a Pio La Torre, dai tanti sindacalisti assassinati nel secolo scorso alla lotta contro la Democrazia Cristiana, che delle mafie è sempre stato il referente politico principale (non certo l’unico).

Dunque nell’affrontare il quesito relativo a Totò Riina non siamo mossi da alcuna compassione. Quello su cui ci dobbiamo interrogare, e chiamare tutti a fare altrettanto, è se viviamo ancora in una repubblica parlamentare democratica – com’è scritto dappertutto – oppure in un regime medioevale che assicura il diritto alla vendetta privata per mano dello Stato.

La Costituzione prescrive che la pene “devono tendere alla rieducazione del condannato“. Argomento che elimina radicalmente qualsiasi ricorso alla pena di morte (è rimasta a lungo, in qualche misura, solo nel codice militare) ed anche ogni possibilità che la condanna sia eseguita fino alla morte in carcere del condannato.

Ma è proprio la natura dello Stato moderno – di diritto, non di vendetta – ad aver rivisitato radicalmente il rapporto tra vittima del reato, colpevole di quel reato e pena. Nello stato liberale moderna, infatti, lo Stato “assume su di sé la colpa, il giudizio e la condanna”, assegnando alle vittime dei reati (di qualunque entità) il posto di “parte civile” in un regolare processo, con il diritto di pretendere un risarcimento adeguato (dal condannato o, eventualmente, dalle finanze pubbliche).

Il superamento della fase medioevale è evidente. E’ lo Stato – non la vittima o il monarca, a suo arbitrio – a stabilire per legge quale sia la “pena giusta” per ogni tipo di reato (codice penale). Viene insomma fissata una “misura” per via legislativa, che sottrae la pena all’arbitrio del privato o del monarca. Perché è fin troppo evidente che la vittima, lasciando alla soggettività individuale danneggiata la quantificazione e le modalità dell’esecuzione della pena, stabilirebbe condanne in base alla sua rabbia, fuori da ogni misura, proporzionalità, obiettivo sociale. Detto altrimenti, la vittima – lasciata da sola – potrebbe ritenere “giusta” una condanna all’ergastolo per il furto della bicicletta o di una mela.

Nello Stato moderno, insomma, il singolo deve rinunciare alla vendetta o a farsi giustizia da solo, perché la collettività organizzata gli assicura sia l’individuazione del colpevole sia la condanna in regolare processo, fino al risarcimento adeguato.

Cosa significa? Che “le vittime” – chiunque di noi, quando danneggiati da un reato – hanno diritto di parola sulla condanna da affibbiare al colpevole fino alla conclusione del processo (gli eventuali tre gradi di giudizio). E poi basta. La condanna del colpevole e il risarcimento chiudono la ferita subita. Possono ovviamente criticare, parlare, scrivere, farsi intervistare, andare in televisione. Ma questo non influisce più – non deve influire – sull’esecuzione della pena, le sue modalità, ecc.

Naturalmente, stiamo illustrando un principio generale; sappiamo benissimo che nella realtà dei processi le cose possono andare anche in direzione opposta alla giustizia (un esempio immortale: quelli per la strage di Piazza Fontana).

Nella legislazione italiana, sempre “sensibile” alle emergenze reali o inventate, sono state progressivamente introdotte norme indegne di uno Stato liberale moderno. In caso di condanne all’ergastolo, infatti, è spesso previsto che venga sentito il “parere dei familiari delle vittime” prima di ogni misura attenuativa nell’esecuzione della pena. Ed è scontato – tranne casi carissimi – che questo sia sempre negativo. Un atteggiamento così prevedibile che, per l’appunto, comporta la rinuncia dello Stato alle proprie prerogative in materia penale. Perché lo riduce di fatto a esecutore della volontà di vendetta privata anche dopo la fine del procedimento e la corresponsione del risarcimento.

Queste “concessioni” alla vendetta sono state pensate come consapevole “messa al riparo” della classe politica dalle molte – e giustificate critiche. Anzi, come una vera e propria misura compensativa, un’”arma di distrazione di massa”, una facile individuazione di capri espiatori sempre diversi.

Alla lunga, però questa rinuncia consapevole all’esercizio di una leadership politica, culturale, valoriale, ha lasciato campo aperto dalla demagogia dei quacquaraquà “entrati in politica” senza neanche un corso di formazione elementare. Le chiacchiere da bar sono diventate la vera cifra di qualsiasi discussione su temi che avrebbero costretto anche Beccaria a riflettere a lungo.

Nel caso di Riina, dunque, sarebbe facilissimo mettersi nel mazzo delle bestie ululanti. Nel mucchio di quelli che pensano poco e gridano molto, che vivono ogni giorno da pecore e diventato “guerrieri” solo davanti alla tastiera o un microfono.

Proprio per questo, pensiamo invece che – se le sue condizioni sono quelle descritte dalla Cassazione – a Riina vada concesso quel che va garantito a ogni essere umano vicino alla morte. E se lui è stato “una belva” sarebbe una sua vittoria farci comportare nello stesso modo. Dategli quel che si può o si deve, e il diavolo se lo prenda non appena passate le porte.

Ma non proseguiamo oltre su questa strada folle, incarognita, fintamente “legalitaria” proprio quando si nega la base fondamentale di ogni legge moderna (“lo Stato assume su di sé la colpa, il giudizio e la condanna”).

Tutto questo bestiario forcaiolo, in fondo, torna solo a vantaggio dei furbastri che governano. Gli stessi che ormai prevedono di “blindare” qualsiasi evento pubblico, manifestazione o festa o concerto che sia; di “amministrare” il conflitto sociale e politico grazie ai “fogli di via” inventati dal fascismo. Gli stessi che stanno facendo del proprio arbitrio la nuova regola universale. Contro tutti noi.

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