Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/10/2017

Perquisita nave di Save the Children. Spunta un agente infiltrato nella Ong

La Polizia sta eseguendo una serie di perquisizioni a bordo di nave Vos Hestia, l’imbarcazione di Save the Children impegnata nelle operazioni di soccorso ai migranti nel Mediterraneo centrale, che attualmente si trova nel porto di Catania. La perquisizione, è stata eseguita dagli uomini del servizio centrale operativo, su disposizione della procura di Trapani nell’ambito di una inchiesta sul lavoro delle Ong nel Mar Mediterraneo. Si è scoperto anche che sulla nave, nei mesi scorsi, ha operato un agente infiltrato nella Ong.

A settembre era finito sul registro degli indagati anche il nome di Marco Amato, il comandante nella nave Vos Hestia. L’accusa nei suoi confronti è quella di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. A fare il nome del comandante sarebbe stato Pietro Gallo, l’uomo che lavorava per la ‘Imi security service’ – una società che si occupava della sicurezza a bordo della nave di Save the Children – che con le sue dichiarazioni ha fatto partire l’inchiesta.

“L’operazione di oggi da parte delle Autorità competenti a bordo della nave Vos Hestia di Save the Children presso il porto di Catania è relativa ad una ricerca di materiali per reati che, allo stato attuale, non riguardano Save the Children – si legge in una nota dell’Ong –. Infatti, come si evince dallo stesso decreto di perquisizione, la documentazione oggetto di ricerca è relativa a presunte condotte illecite commesse da terze persone. Ribadiamo con forza che Save the Children ha sempre agito nel rispetto della legge durante la propria missione di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo e confermiamo, pertanto, ancora una volta, che l’Organizzazione non è indagata”. “Oltre a ribadire la nostra totale estraneità alle indagini, Save the Children annuncia la sospensione della propria attività di ricerca e salvataggio in mare, come già pianificato, e del resto attuato anche lo scorso anno. La decisione arriva dopo aver valutato attentamente la riduzione del flusso di migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo centrale per raggiungere l’Europa e le mutate condizioni di sicurezza ed efficacia delle operazioni di ricerca e soccorso in mare nell’area” ha dichiarato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia. “Per troppo tempo abbiamo supplito all’inesistenza o inadeguatezza di politiche europee di ricerca e soccorso, nonché di accoglienza dei migranti, cercando di portare un contributo concreto e volto al salvataggio delle vite di bambini e adulti”

“Tutte le operazioni sono state condotte in strettissimo coordinamento con la guardia costiera italiana e nella massima collaborazione con le autorità. La nostra missione è sempre stata guidata unicamente dall’imperativo umanitario di salvare vite – precisa la nota diffusa dall’Ong –. “Confidiamo che la magistratura, nella quale l’Organizzazione ha piena fiducia, faccia immediata chiarezza sull’intera vicenda”

Fonte

04/08/2017

“Umanitario” a chi?


Il minimo che possa fare un organo di informazione degno di questo nome è segnalare i momenti di passaggio, del “discorso pubblico”, da un sistema di valori ad un altro. Un passaggio che si concretizza in atti, leggi, iniziative statuali, accordi internazionali, fatti. Ma che viene condito – deve esserlo, necessariamente – con una vernice retorica che dovrebbe giustificare quella serie di atti come “perfettamente giusti”, in completa continuità con quanto sempre detto. Insomma, come inveramento del sistema di valori che si va declamando, anche quando – o soprattutto quando – quel sistema viene abbandonato, violato, deriso.

In questi giorni sta avvenendo un passaggio decisivo, sostenuto univocamente e senza dissidenze di rilievo da tutti i media nazionali. Al centro ci sono i “comandamenti” del cosiddetto “codice di autoregolamentazione” imposto dal governo italiano alle Ong attive nei salvataggi in mare. Solo quattro di queste hanno firmato, a cominciare da quella “Save the children” che somiglia più a una impresa multinazionale che non ad un’associazione umanitaria. Una “non firmataria” è stata usata come esempio negativo – dopo una lunga e articolata opera di spionaggio, con l’uso di “agenti sotto copertura” e intercettazioni di vario tipo – in modo da segnare in modo visibile il discrimine tra le Ong “ammissibili” e quelle da allontanare.

Con altro linguaggio, potremmo dire tra le Ong “complici” degli Stati e quelle indipendenti. Oppure ancora, tra Ong false e Ong vere. Come ricorda Andrea Palladino, giornalista che ha svelato il retroscena mercenario della cosiddetta “Generazione identitaria” o “Defend Europe”, Ong sta per “organizzazione non governativa”, “una associazione che per statuto, storia, missione opera senza avere legami con i governi”. 

La più nota e credibile delle Ong italiane è senza dubbio Emergency, fondata da Gino Strada, che ha immediatamente definito il “codice” del ministro Minniti come un dispositivo regolamentare che “mette a rischio la vita di migliaia di persone e costituisce un attacco senza precedenti ai principi che ispirano il lavoro delle organizzazioni umanitarie”. Il punto chiave è la presenza di militari armati a bordo delle navi, imposta come conditio sine qua non per l’autorizzazione ad operare nel Mediterraneo, anche in acque internazionali, e poi approdare in porti italiani.

Il perché questo sia un discrimine assoluto non è stato spiegato da nessuno dei tanti “esperti” invitati a parlare nei talk show o intervistati dai media mainstream. Non a caso, crediamo, stavolta nessuno ha voluto dare la parola a Gino Strada o a qualcun altro con identiche competenze. E nemmeno alla Chiesa! Una autentica – e macabra – rivendicazione di “laicità” o una posizione talmente criminogena che nessun prelato si è sentito di avallarla?

Proviamo a dirlo noi.

Una organizzazione umanitaria, per operare al confine tra soggetti in conflitto, deve garantire la più assoluta neutralità rispetto ai centri di potere (militare, in primo luogo) che si contendono un certo territorio. L’esempio di Emergency – che crea e gestisce ospedali, non navi di salvataggio – diventa illuminante. Un ospedale in Afghanistan, Sudan o qualsiasi altro paese, può essere “accettato” – dunque non attaccato – da tutte le parti in conflitto solo se e fino a quando lì dentro vengono curati tutti, a prescindere dalla loro appartenenza (civili di tutte le etnie e militari di tutte le fazioni); e dunque solo se all’interno della struttura non sono ammessi militari di una della parti in conflitto. Ossia gente che potrebbe identificare, riconoscere ed eventualmente uccidere “i nemici”.

Ogni ospedale è ovviamente all’interno di un territorio controllato da una delle parti in conflitto e dunque sembrerebbe “di buon senso” accettare la presenza di militari di quella parte. Ma nelle guerre – specie quelle civili – i confini sono mobili, dipendono da rapporti di forza anche momentanei. Quindi quel che oggi è territorio “mio”, tra una settimana o un mese sarà forse territorio di altri. I quali, arrivando e trovando militari “nemici” dentro quell’ospedale, considereranno “nemico” tutto il personale lì presente.

L’unica, benché fragile, assicurazione sulla vita e sulla libertà di operare – per una Ong “vera” – è dunque la neutralità più assoluta. Non solo nelle parole e nei fatti, ma anche nelle apparenze (niente militari nella struttura).

Un opinionista manettaro e pseudo-legalitario come Marco Travaglio, per esempio, ha improvvisamente dismesso i panni dell’oppositore al governo Pd-Alfano-Verdini sulla base di un tipico ragionamento da scrivania: “non c’è nessun conflitto tra Stato italiano e scafisti, perché quelli non sono un soggetto statuale riconosciuto; il quadro di leggi e regole è quello dello Stato italiano, e dunque non c’è nessuna neutralità possibile per le Ong, che devono accettare militari a bordo e collaborare alle indagini”. 

Il problema dei conflitti è che non occorre avere la patente timbrata – tantomeno da Travaglio – per parteciparvi. Basta esistere, avere interessi contrapposti a quelli di qualcun altro, essere armati e decisi a farsi valere, ovviamente con un minimo di organizzazione e qualche “ragione”, persino immonda. E non c’è dubbio che nella Libia polverizzata di oggi ci siano molti soggetti che agiscono in proprio o conto terzi il conflitto. Oltre ai due cosiddetti “governi” – Al Serraj e Haftar – una miriade di milizie tribali, jihadisti, magari semplici banditi. Tutta gente poco raccomandabile, certo, ma armata e combattente. Dalla comoda scrivania di un giornale italico si possono benissimo ignorare, fidando nel fatto che non possono arrivare a toccarci. Ma se si sta su una nave in mezzo al mare, con lo scopo di raccogliere profughi e naufraghi, quella gente non può essere ignorata. Perché se non è sicura che tu – la nave e l’equipaggio – sei davvero “neutrale”, probabilmente ti sparerà addosso.

Sul luogo del conflitto, come sa chi pensa realisticamente (dunque pensa, non “immagina”), la legge non esiste. La scriverà chi vince. E a una associazione umanitaria vera, che vuole soltanto salvare vite umane, non può e soprattutto non deve interessare chi comanderà un giorno su quel fazzoletto di terra o sul tratto di mare davanti ad esso.

Questo interesse lo nutre invece uno Stato o una coalizione di Stati estranei a quel territorio. Una coalizione (Unione Europea e Nato, in questo caso) che punta ad impadronirsi e gestire le risorse presenti in quel territorio (la Libia ha la sfortuna di esser ricca di petrolio: come il Venezuela o prima l’Iraq, del resto).

E qui il “ragionamento da scrivania” diventa un’arma retorica perfetta per gli invasori reali, in carne, ossa, scarponi e mitragliatrici. I quali, sia detto in modo chiaro, aspirano ad imporre la propria legge, non “la legge” in astratto. Ossia a vincere quel conflitto (che esiste anche se “il nemico” non vogliamo “riconoscerlo”) e disporre di quel territorio. Insomma, ragionano come Carl Schmitt, non come Hans Kelsen...

Che sia così è evidente dalla stessa composizione della missione militare italiana, dove – insieme ai marinai e alle navi – sono impegnati anche lagunari e altre “truppe di terra”. Soldati che dovranno mettere gli scarponi sul terreno, perché “bombardare le barche” a casaccio (come vorrebbe i Slavini e le Santanché) è una scemenza che non serve a nulla; e dunque bisogna prendere possesso dei villaggi o delle città che hanno un porto da cui partono i barconi, d’accordo o meno con le locali milizie (e i relativi scafisti). Pagando o sparando, magari a giorni alterni.

L’Italia va alla guerra con il solito atteggiamento idiota di chi pensa che basterà poco per far fuori quei quattro straccioni (“spezzeremo le reni alla Grecia”, “mi serve qualche migliaio di morti da mettere sul tavolo delle trattative”, “mission accomplished”, ecc). Negando persino, per qualche giorno e qualche ora, la minaccia esplicita dell’altro governo libico, quello di Haftar: “bombarderemo le navi straniere che entrano nelle acque territoriali libiche”. Figuriamoci con quale entusiasmo “saremo accolti” dalla infinite milizie meno inquadrate e riconosciute...

Ma, appunto, in guerra non vengono ammessi né neutralità né testimoni. Ricorda Palladino che le Ong

Sono nate nell’800 e si sono sviluppate negli anni ’70, quando in giro per il mondo andavano di moda le dittature o, in ogni caso, i governi “forti” antidemocratici. Promuovevano progetti nel campo dei diritti, aiutando le vittime degli Stati, gli ultimi. Per questo non potevano flirtare con i governi. Ci dovevano convivere, e l’abilità stava in quel gioco diplomatico continuo di mediazione. A volte occorreva trovare escamotage sul filo della legalità, a volte era necessario violare leggi ingiuste.” 

Sotto il fascismo e il nazismo erano scomparse, perché per quel tipo di regime ci sono soltanto amici o nemici, tertium non datur.

Il passaggio da un sistema di valori “democratici e umanitari” ad uno autoritario e altamente cinico è diventato palese, nei giorni scorsi, già a partire dal linguaggio mediatico. E’ stato coniato un nuovo ossimoro (estremismo umanitario, che seppellisce e supera il suo opposto, guerra umanitaria). E’ stato qualificato come ideologica l’idea di salvare più vite possibile, affidando al prode Roberto Esposito il compito di coprirsi di vergogna (alcune Ong ideologicamente pensano solo a salvare vite umane: noi non possiamo permettercelo). L’umanitarismo viene deriso. Anzi, quasi quasi diventa un reato... 

Dobbiamo ricordare che l’ingerenza umanitaria è stata nell’ultimo quarto di secolo la cornice – questa sì, ideologica – entro cui sono state autorizzate numerose aggressioni imperiali a paesi anche molto diversi tra loro (da Grenada all’Iraq, dalla Jugoslavia a Panama e alla Libia, ecc). L’ultima sceneggiata su questo format viene ancora recitata a scapito del Venezuela bolivariano, nonostante la presenza legale di quasi 100 partiti e numero di elezioni negli ultimi 15 anni che supera anche quelle italiane. 

Lo slittamento valoriale che si va consumando intorno al “codice” di Minniti e alla gestione dei flussi migratori spinge però per mettere in soffitta la retorica umanitaria, ormai poco gestibile, aprendo la stagione del “possiamo ammazzare chi ci pare”; che è poi la traduzione del tweet di Esposito in parole semplici.

E’ bene rendersene conto, perché questo slittamento ha una storia (momentaneamente interrotta dal referendum del 4 dicembre) e pretende di disegnare il futuro prossimo.

Fonte

03/08/2017

Juventa, la nave degli “estremisti umanitari” inseguita anche dai servizi segreti


Puntuale come se fosse stato un colpo preparato da tempo. Tre Ong su tante firmano il “codice di autoregolamentazione” imposto da Minniti, e il giorno dopo arriva il primo sequestro di una nave “ribelle”: la Juventa, messa in mare dall’organizzazione tedesca Jugend Rettet (letteralmente: “la gioventù salva”). L’equipaggio è stato interrogato, si procede sull’ipotesi di reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” (inventato dalla legge Bossi-Fini), l’inchiesta è in mano alla procura di Trapani.

I media gridano soddisfatti all’“ora si mette ordine” (compreso Il Fatto Quotidiano, teoricamente all’opposizione ma portatore insano di ideologia manettara), qualcuno si produce in innovazioni linguistiche (“l’estremismo umanitario”, copyright Francesco La Licata, La Stampa), qualcun altro si prosterna davanti al fulgido esempio di italico valore del ministro Minniti (Carlo Bonini su Repubblica: “in quale infernale meccanismo era finito il nostro paese. Almeno fino a quando – e ne va dato a pieno atto e merito – al Viminale non sono arrivati il ministro Marco Minniti e un’idea di governo dei flussi migratori”).

Qualcun altro, un po’ più terra terra, prova a tradurre in un tweet le precedenti indicazioni, come potete ammirare qui sotto in quello dell’immenso on. Roberto Esposito, pasdaran della Tav rimasto senza causa.


L’imputazione per i volontari della Juventa è supportata da foto e video. Il loro errore è stato quello di non aspettare che i barconi iniziassero ad affondare e i “passeggeri” ad affogare. Si sono avvicinati spesso troppo a ridosso della costa libica, prendendoli a bordo direttamente dalle imbarcazioni guidate dagli scafisti e lasciando che questi ultimi se ne tornassero a terra con lo stesso mezzo, dunque riutilizzabile.

Anche il procuratore di Trapani, comunque, avverte che questo travaso di profughi non comportava per i volontari alcun vantaggio economico. Il tutto avveniva per i soli motivi umanitari. Dunque sono loro gli estremisti da stigmatizzare con la neolingua de La Stampa.

Il dato più interessante è però un altro. In questa mega-operazione a metà strada tra il militare e il propagandistico sono entrati in forze i servizi segreti e una ong per nulla “non governativa”. Spiega infatti lo stesso organo di casa Fiat:

“Scafisti e operatori dell’Ong si salutano ignari di essere fotografati dall’agente di polizia infiltrato su un’imbarcazione vicina. E uno degli operatori di Save The Children”

Che i servizi segreti infiltrino abitualmente qualsiasi tipo di organizzazione sociale o (a maggior ragione) politica non è affatto un segreto. Anche su questo giornale ne abbiamo parlato più volte (QUI, QUI, QUI e QUI, per esempio).

Ma anche la cosiddetta “organizzazione non governativa” chiamata Save The Children qualche problemino di credibilità, come “organizzazione umanitaria”, comincia a sollevarlo. Se non altro a partire dalla particolarissima composizione del suo consiglio direttivo, ricco di finanzieri, assicuratori (addirittura la presidente dell’Ania, Maria Bianca Farina), amministratori delegati di imprese multinazionali e non.

I ragazzi di Jugend Rettet, in questo mondo di ong fasulle, sono stati visti come dei rompiscatole. Che oltretutto lavorano gratis (sono volontari veri, mica come quelli “pagati 10.000 euro al mese” di cui si parla – senza fare nomi – in alcune intercettazioni) e non rispondono a ordini; né dello Stato italiano, né di qualche impresa travestita da ong.

Il loro sito, stamattina era ovviamente pieno di considerazioni, commenti, insulti, messaggi d’appoggio.

Per ora si sono limitati a scrivere:

“Cari sostenitori grazie per il vs interessamento e per le domande che ci ponete. Ci stiamo focalizzando sugli ultimi eventi e cercheremo di tenervi aggiornati e di riassumere al meglio ciò che sta accadendo. Per non darvi una versione strumentale dei fatti stiamo informandoci a qualsiasi livello sperando di poter rimanere in contatto con le autorità italiane. La nostra priorità rimane sempre quella di salvare vite umane ed è proprio per questa ragione che siamo spiacenti di non poter operare a dovere nella «Zona di Ricerca e Salvataggio». Potremo valutare le accuse che ci rivolgono solo dopo aver preso tutte le informazioni possibili e poter fare un bilancio della situazione, così da poter decidere come reagire.”

Ma neanche i più incarogniti dei loro accusatori – prendiamo sempre a riferimento inarrivabile la piddina Repubblica – riesce a descriverli come dei “trafficanti di esseri umani”. Anzi, hanno dovuto almeno scrivere:
Quel manipolo di studenti bene in missione da Berlino

Jakob Schoen ha vent’anni. «Qual è l’alternativa, lasciare affogare i migranti solo perché ne sono già arrivati così tanti?», chiedeva l’anno scorso ai tanti che manifestavano dubbi sul progetto che stava mettendo in piedi: una organizzazione non governativa dotata di nave, con l’obiettivo di “fare quel che i governi non riescono a fare”. Ossia salvare i naufraghi nel Mediterraneo [...] Nessuno di loro supera i 26 anni. Jakob stesso ha lanciato la sua ong subito dopo la maturità conseguita al Catello Salem nel Baden Wuerttemberg [...] Alla base di tutto una vasta campagna di crowdfunding: dopo i primi 150.00 euro da donatori privati, altri 140mila sono stati raccolti per restaurare la Juventa [...] L’equipaggio è composto da 11 persone, compresi skipper, macchinista, medico, psicologo e interprete. Niente stipendio. Sono volontari [...]
Estreministi umanitari, insomma, mica come l’Esposito...

Fonte