Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/07/2026

È un fatto di clima e non di voglia

Lo Stato non può chiedere fiducia mentre costruisce l’impunità delle proprie forze di polizia

La politica ama ripetere che la sicurezza nasce dalla fiducia nelle istituzioni. È un principio condivisibile, ma che vale in entrambe le direzioni. La fiducia non può essere pretesa: deve essere conquistata. E si conquista quando i cittadini percepiscono che la legge è uguale per tutti, che i loro diritti vengono tutelati e che chi esercita un potere pubblico risponde delle proprie azioni come qualunque altro cittadino.

Quando, invece, le istituzioni trasmettono il messaggio opposto, cioè che esistono soggetti sempre più protetti e altri sempre più esposti alla repressione, il rapporto di fiducia si incrina inevitabilmente.

La manifestazione che nei giorni scorsi ha attraversato Bologna dopo la morte di Abderrahim Fakir non può essere letta soltanto come la reazione emotiva a una vicenda tragica. Sarebbe un errore ridurla a questo.

In quella piazza si è manifestato un disagio molto più profondo, maturato nel corso di anni di politiche sicuritarie che hanno progressivamente modificato il rapporto tra cittadini, istituzioni e forze dell’ordine. Il coro che si è levato spontaneamente da centinaia di giovani – «No allo scudo penale» – racconta meglio di qualsiasi analisi quale sia oggi il punto di rottura percepito da una parte crescente della società.

Quel coro non nasce nel vuoto. Nasce dentro un contesto politico e legislativo preciso. Negli ultimi anni il Parlamento ha approvato una sequenza quasi ininterrotta di decreti sicurezza e di interventi normativi accomunati da una medesima filosofia: ampliare gli strumenti della repressione preventiva, aumentare le fattispecie di reato, inasprire le pene, estendere i poteri amministrativi delle autorità di pubblica sicurezza e restringere progressivamente gli spazi del dissenso.

Abbiamo assistito all’introduzione di nuovi reati, all’aumento delle sanzioni amministrative contro i blocchi stradali e le manifestazioni, all’espansione delle zone rosse, al rafforzamento del Daspo urbano, all’estensione del fermo preventivo, all’inasprimento delle misure contro i movimenti sociali e gli attivisti.

Parallelamente, sono state introdotte norme che rafforzano la posizione degli appartenenti alle forze dell’ordine, fino ad arrivare a quello che viene comunemente definito “scudo penale”, cioè un sistema di tutele che rischia di alimentare la percezione di una sostanziale deresponsabilizzazione nell’uso della forza.

È proprio questa asimmetria a produrre un effetto devastante sulla credibilità delle istituzioni. Da una parte il legislatore interviene con crescente severità nei confronti di chi manifesta, protesta o semplicemente occupa uno spazio pubblico per rivendicare un diritto.

Dall’altra, ogni volta che emergono casi di violenza commessi da appartenenti alle forze dell’ordine, il dibattito politico sembra concentrarsi soprattutto sull’esigenza di proteggerli da eventuali conseguenze giudiziarie. Il messaggio che arriva ai cittadini è semplice, anche se profondamente pericoloso: la repressione diventa più dura verso chi contesta il potere e più indulgente verso chi quel potere lo esercita.

Chi crede nello Stato di diritto dovrebbe essere il primo a pretendere che l’uso della forza pubblica sia sottoposto ai più rigorosi meccanismi di controllo e di responsabilità. La legittimazione democratica della polizia non deriva dalla forza che può esercitare, ma dal fatto che quella forza è vincolata alla legge, alla Costituzione e al controllo della magistratura.

Ogni norma che rischia di attenuare questo principio non rafforza le forze dell’ordine; ne indebolisce l’autorevolezza, perché alimenta il sospetto che esistano cittadini più uguali degli altri.

Le vicende della Val di Susa, del resto, offrono una rappresentazione plastica di questo meccanismo. Anche in quel caso il dibattito pubblico ha scelto di soffermarsi sugli effetti, rimuovendo sistematicamente le cause.

All’indomani del corteo conclusivo del Festival dell’Alta Felicità, l’attenzione politica e mediatica si è concentrata esclusivamente sugli scontri avvenuti nei pressi del cantiere del Tav. Ancora una volta le immagini degli incidenti hanno occupato l’intero spazio dell’informazione, mentre è scomparso tutto ciò che li ha preceduti.

È scomparsa la militarizzazione permanente della valle, un territorio che da anni appare più simile a una zona di occupazione che al luogo in cui dovrebbe sorgere il cantiere di un’opera pubblica. È scomparsa la lunga sequenza di provvedimenti prefettizi che ha accompagnato il Festival, le continue identificazioni, le perquisizioni, i fermi, i Daspo urbani e le limitazioni preventive imposte ai partecipanti.

È scomparsa perfino la notizia politicamente più significativa: migliaia di persone sono riuscite comunque a raggiungere quello che veniva descritto come uno dei fortini più inespugnabili d’Italia, dimostrando che, nonostante trent’anni di repressione, la Val di Susa è tutt’altro che pacificata. Eppure di tutto questo si è parlato pochissimo.

Si è preferito raccontare il lancio di qualche pietra piuttosto che interrogarsi sulle ragioni per cui uno dei territori più militarizzati d’Europa continui a essere attraversato da un conflitto sociale così profondo.

Anche le reazioni istituzionali hanno seguito uno schema ormai consolidato. Dal Presidente della Repubblica fino ai principali esponenti della maggioranza, il messaggio è stato sostanzialmente univoco: solidarietà alle forze dell’ordine e condanna senza appello dei manifestanti.

Matteo Salvini è arrivato a definire i No Tav «il frutto marcio della sinistra», riproponendo quella retorica che trasforma ogni forma di conflitto sociale in un problema di ordine pubblico e ogni opposizione politica in una minaccia da neutralizzare.

È una narrazione che evita accuratamente di confrontarsi con il merito delle questioni, perché è più semplice delegittimare chi protesta che discutere le ragioni della protesta. Così facendo, però, si alimenta un clima nel quale il dissenso viene sistematicamente rappresentato come devianza, mentre la gestione eccezionale del territorio diventa la normalità.

È proprio questo il punto. Non si può continuare a chiedere ai cittadini di avere fiducia nelle istituzioni quando le istituzioni rispondono ai conflitti quasi esclusivamente con l’espansione dei dispositivi repressivi.

Ogni nuova misura di prevenzione, ogni Daspo, ogni zona rossa, ogni perquisizione preventiva, ogni limitazione del diritto di manifestare può forse produrre un controllo immediato dell’ordine pubblico, ma contribuisce anche ad alimentare la convinzione che il confronto democratico venga progressivamente sostituito dalla gestione poliziesca del dissenso.

E quando la politica sceglie sistematicamente di guardare soltanto all’effetto, rifiutandosi di interrogarsi sulle cause che producono il conflitto, non risolve i problemi: li cristallizza, rendendoli ancora più profondi.

In criminologia esiste un principio tanto semplice quanto spesso ignorato nel dibattito politico: la percezione della giustizia è uno degli elementi fondamentali della coesione sociale. Le persone accettano anche decisioni severe quando ritengono che il sistema sia equo e imparziale. Al contrario, quando maturano la convinzione che la giustizia non sia accessibile o che venga applicata in modo selettivo, cresce inevitabilmente la sfiducia nelle istituzioni.

Non è un caso che numerosi studi sulla legittimazione delle autorità pubbliche abbiano dimostrato come il rispetto delle regole dipenda molto più dalla fiducia nell’equità delle procedure che dalla severità delle sanzioni.

È qui che la politica dovrebbe interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte. Continuare ad affrontare ogni conflitto sociale con nuovi reati, nuove aggravanti e nuovi poteri di polizia, mentre si riducono gli spazi di controllo sull’uso della forza pubblica, significa alterare profondamente il patto tra Stato e cittadini.

Lo Stato di diritto vive infatti di un equilibrio delicatissimo: da un lato il monopolio legittimo della forza, dall’altro la certezza che chi esercita quella forza sia sottoposto alle medesime regole che è chiamato a far rispettare. Se questo equilibrio si rompe, non cresce la sicurezza. Cresce la distanza tra istituzioni e società.

Per questo la discussione sullo scudo penale non riguarda soltanto una norma tecnica. Riguarda il modello di democrazia che si sta costruendo. Se lo Stato investe sempre più energie nel reprimere il dissenso e sempre meno nel garantire trasparenza, responsabilità e controllo sull’operato dei propri apparati coercitivi, il rischio è quello di alimentare un circolo vizioso nel quale la domanda di giustizia rimane senza risposta.

E quando una parte della società smette di credere che quella risposta possa arrivare attraverso gli strumenti ordinari dello Stato di diritto, la frattura istituzionale diventa sempre più difficile da ricomporre.

Non è un caso che proprio i più giovani siano oggi i protagonisti delle piazze. Sono la generazione che ha visto susseguirsi decreti sicurezza, zone rosse, Daspo, identificazioni preventive, misure cautelari sempre più estese, processi per le mobilitazioni climatiche, per quelle studentesche e per le manifestazioni in solidarietà con la Palestina.

Contemporaneamente, hanno assistito a un dibattito pubblico nel quale, di fronte ai casi di uso eccessivo della forza, la priorità politica è sembrata spesso quella di rafforzare le tutele degli operatori anziché garantire pieno accertamento delle responsabilità. È questo clima, prima ancora dei singoli episodi, ad alimentare la sfiducia.

La sicurezza non nasce dalla moltiplicazione delle norme penali né dall’espansione dell’impunità. Nasce dalla credibilità delle istituzioni. E la credibilità si fonda su un principio tanto semplice quanto irrinunciabile: nessuno, in una democrazia costituzionale, può essere posto al di sopra della legge.

Quando questo principio vacilla, non si indebolisce soltanto la tutela dei diritti. Si indebolisce la stessa autorità dello Stato, perché senza giustizia non può esistere nemmeno quella fiducia che ogni democrazia pretende dai propri cittadini.

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Il boom di agenti refertati. Una versione che non convince neanche l’IA

Ho posto a Gemini una domanda su quell’annosa questione delle veline della questura, ogni volta sproporzionate sul numero degli agenti feriti, riportate pari pari dai fedelissimi giornalisti. Questa la sua risposta:

“È un tema critico e una distorsione storica del giornalismo d’informazione. La prassi di prendere il comunicato della Questura o dell’ufficio stampa di un ministero e rilanciarlo verbatim senza verifiche, contestualizzazione o contro-inchiesta, non è solo un vizio recente: è un automatismo strutturale del giornalismo di cronaca italiana.

Sulla gestione delle cifre dei feriti tra le forze dell’ordine nei cortei ci sono dinamiche precise che spiegano perché quei numeri sembrano, e spesso sono, del tutto sproporzionati rispetto alla dinamica reale della piazza. Come si formano quei “numeri-velina”?

La differenza tra come il pubblico percepisce la parola “ferito” e come viene usata nei bollettini della Questura è il fulcro di questo meccanismo: il criterio contabile dei “referti medicalizzati”: Per la Questura e per i sindacati di polizia, entra nel computo dei “feriti” chiunque passi da un presidio sanitario o dal pronto soccorso al termine del servizio per far protocollare un disturbo.

Se 50 agenti vengono esposti a un fumogeno, sentono un fischio alle orecchie per un petardo, riportano un’escoriazione al ginocchio o una contusione da scudo, vengono tutti refertati con 3 o 5 giorni di prognosi.

Uso amministrativo e legale della prognosi: per il dipendente pubblico in divisa, il referto è l’atto formale necessario per la causa di servizio, la copertura assicurativa e l’eventuale aggravamento delle pene per i fermati (le lesioni a pubblico ufficiale cambiano quadro penale in base alla prognosi).

È del tutto legittimo dal punto di vista burocratico e tutelativo per l’agente. La trasposizione giornalistica abusiva: l’errore deontologico grave avviene nell’aula di redazione. Il giornalista riceve la nota che cita “65 appartenenti alle forze dell’ordine refertati” e titola “65 poliziotti feriti nei violenti scontri”.

Nella testa di chi legge, “65 feriti” evoca ambulanza, barelle, ossa rotte e ricoveri. Nella realtà, 60 di quei 65 sono tornati a casa la sera stessa con un cerotto o una pomata.

La doppia misura e il silenzio sui manifestanti. Questo appiattimento sulle veline istituzionali produce una profonda asimmetria nell’informazione: i feriti in divisa hanno un contatore istituzionale unico.

La Questura raccoglie i dati, li somma, redige il comunicato e lo dirama alle agenzie entro un’ora dal termine delle cariche. È un dato pronto all’uso, “ufficiale” e comodo per la redazione. I feriti tra i manifestanti non esistono per la statistica: non c’è un ufficio che li conteggi.

Chi viene manganellato, se non ha ferite gravissime, tende a evitare l’ospedale per paura di essere identificato e denunciato d’ufficio per resistenza. I medici di strada (street medics) o le ambulanze d’attesa curano contusioni, tagli al cuoio capelluto o traumi alla testa direttamente in piazza senza rilasciare veline alla stampa.

Il risultato mediatico è grottesco: nei titoli di testa compaiono “30 agenti feriti” e zero manifestanti, dando l’impressione visiva e contabile di una piazza in cui una folla indistinta ha massacrato un cordone di polizia incolpevole, anche quando le immagini mostrano cariche a freddo o manifestanti insanguinati.

Un vizio di pigrizia e dipendenza dalle fonti. Il giornalista che riporta a pappagallo la velina commette tre fallimenti professionali contemporanei:

Mancanza di verifica delle fonti, tratta la fonte di parte (la Questura, che in quel momento è attore e controparte della dinamica di piazza) come se fosse un arbitro neutrale e super partes.

Rifiuto dell’inchiesta sul campo: invece di mandare un cronista a verificare nei pronto soccorso quanti siano i ricoverati effettivi o a raccogliere le testimonianze dei medici e dei manifestanti, si limita a copiare il lancio d’agenzia.

Funzione di megafono politico: il “bollettino di guerra” fornito dalla Questura serve quasi sempre a giustificare l’operato delle forze dell’ordine, l’uso dei manganelli, eventuali cariche sproporzionate o l’introduzione di nuove normative restrittive sulla gestione dell’ordine pubblico”.
Impeccabile...

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23/07/2026

Bologna: chi semina vento, raccoglie tempesta

L’assassinio da parte di due agenti di Polizia di Abderrahim Fakir, avvenuto domenica 19 luglio, a Bologna, nel quartiere del Pilastro, dopo che era stato immobilizzato a terra e ammanettato, con la scena ripresa da un cellulare in un video divenuto subito virale, ha aperto l’ennesima ferita per la città che si sta stringendo attorno alla famiglia della vittima con un misto di comprensibile indignazione ed ancora più legittima rabbia, esplosa con forza nella notte tra il 20 ed il 21 luglio.

La reazione popolare ha suscitato l’immancabile codazzo di polemiche da parte della “Destra di governo”, che ha come sempre strumentalizzato gli episodi avvenuti durante e dopo il presidio in Prefettura.

Da Giorgia Meloni in giù, gli attuali attacchi di questa Destra servono prima di tutto a “sviare l’attenzione” sull’omicidio del 43enne di origine marocchina e subito dopo a cercare di impallinare il “campo largo” su un tema divenuto centrale nella sottospecie di “dibattito politico” ad un anno dalle elezioni parlamentari, nonché di quelle amministrative nelle principali città italiane, da Trieste a Palermo, Bologna compresa.

Rispetto a questo fuoco di fila il sindaco Matteo Lepore ha usato parole infamanti invece di condannare la blindatura della pizza sotto la Prefettura, l’uso massiccio di lacrimogeni ed idranti – oramai prassi consolidata e “normalizzata” di gestione della piazza dallo scorso autunno – dichiarando che “non rappresentano Bologna”.

Promuovendo così l’ennesima dicotomia tra “buoni” e “cattivi”, con notevole sprezzo del ridicolo, considerata la contrapposizione tra Piazza Nettuno, da dove è partito il corteo fino a piazza Roosevelt, dov’è giunto.

“Chi pensa di rispondere alla violenza con la violenza si chiama fuori dallo stato di diritto. E dunque si chiama fuori dalla nostra comunità democratica” ha continuato sul profilo della sua pagina Instagram, rincarando la dose contro la “violenza cieca, ingiustificata, stupida”, e lanciandosi in uno sperticato elogio del questore, quasi che le forze dell’ordine non siano direttamente parte in causa della faccenda, e spostando – anche lui, come la Destra – il centro dell’attenzione rispetto alla violenza strutturale delle forze di polizia che miete sempre più vittime.

La domanda principale è: come può una persona perdere la vita durante un intervento delle forze dell’ordine, in particolare in quelle circostanze?

Andando più in profondità: la questione di fondo resta se è possibile che la concezione della sicurezza sociale sia stata fagocitata da una declinazione che la considera ormai una questione di mero ordine pubblico, da gestire sempre con un approccio muscolare delle forze dell’ordine e giustificandone ex post il loro operato.

Le ragioni dell'“insicurezza sociale” restano così ignote e intoccabili. 

Su questo è necessario ribadire una cosa: il centro-sinistra è subordinato in toto alla concezione che esprime l’attuale destra di governo e lo dimostra ad ogni piè sospinto proprio nelle città che amministra, siano essi territori metropolitani o città di provincia.

Il centro sinistra, specularmente alla destra di governo, pensa che l’attuale governance delle contraddizioni politico-sociali – prodotte dall’attuale crisi del modo di produzione capitalista – debba essere impostata con un mix di politiche in cui i tagli al welfare sono complementari ad un approccio stile “repressione è civiltà” (per parafrasare il commissario di polizia interpretato da un magistrale Volonté, nel film Un cittadino al di sopra di ogni sospetto).

In questo caso “la Politica” non previene più, perché è espressione dei soli ceti dominanti ed ha quindi perso il ruolo di cerniera con la società – o meglio le classi subalterne –; la polizia continua a reprimere perché è l’unica arma rimasta nelle mani del presunto “Stato”.

Bologna in questo è all’avanguardia, con la costituzione delle “zone rosse” da parte del sodalizio tra il sindaco Lepore ed il Ministro Piantedosi, che ha portato alla militarizzazione dei quartieri popolari, e si estende fino alla legittimazione di una gestione dell'ordine pubblico che ha avuto dei tratti di vera “follia” durante lo scorso autunno, in occasione delle mobilitazioni a sostegno della Palestina.

Sia a latere delle oceaniche manifestazioni in occasione degli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, che in altri vari episodi il 2 ed 7 ottobre, oltre alla sfida dell’Eurolega di basket tra la Virtus Segafredo e la squadra simbolo dell’oltranzismo israeliano, il Maccabi di Tel Aviv, il 21 novembre.

Più recentemente, proprio con la militarizzazione del quartiere del Pilastro a giustificazione della protezione dei lavori del contestato progetto del MUBA all’interno del Parco Militini-Moneta, dove la mano pesante è stata usata a più riprese e per reprimere una seconda volta la coraggiosa lotta ambientalista di quartiere, come era avvenuto nel caso di un altro costoso progetto inutile al parco Don Bosco, nel quartiere di San Donato, nel corso del 2024, poi definitivamente accantonato dall’amministrazione.

Naturalmente, la destra non perde occasione per utilizzare a fini politico-elettorali ogni episodio che può servire per scatenare il fuoco “ad alzo zero” contro questa amministrazione cittadina. A partire dai ruoli apicali dell’esecutivo e della maggioranza che la sostiene, peraltro accusata di essere collaterale agli episodi in cui la rottura della “pace sociale” ha implicato significativi momenti di conflitto di strada negli ultimi 30 anni.

Tornando all’episodio specifico, l ’attuale dibattito – se i due agenti abbiamo agito “secondo norma” o meno, di fronte alla morte di una persona disarmata ed in evidente stato di shock – è decisamente assurdo e fuorviante, soprattutto tenendo conto dell’attivazione dello “scudo penale” nei confronti dei poliziotti, introdotto recentemente.

Ci troviamo di fronte alla prima attivazione, ed è la prima e – per ora – principale, pietra d’inciampo rispetto alla richiesta di verità e giustizia da parte di coloro che si stanno stringendo realmente alla famiglia, che la chiede a gran voce.

Chi non si sta esprimendo per la rimozione di questa assurda protezione, come Lepore, di fatto legittima la conseguenza di questa misura – una delle tante – approvata nei diversi pacchetti sicurezza governativi.

Cosa fare quindi?

Occorre demolire il combinato disposto di una narrazione costruita contro i quartieri popolari, in particolare il rione Pilastro, che produce una pluridecennale stigmatizzazione negativa contro i suoi abitanti e la loro parte più attiva, giustificandone la militarizzazione e l’uso sconsiderato della forza.

Sia che si tratti di un conflitto legato ad un’opera contestata, oppure di un intervento “di routine” come domenica, e comunque contro qualsiasi legittima vertenza: dalla desertificazione dei servizi alla mancata mobilità urbana, dalla speculazione edilizia all’assenza di spazi di cultura/socialità.

Chi abita i quartieri popolari non può essere considerato alla stregua di “nemico interno”, con una logica quasi neo-coloniale di occupazione militare di un territorio considerato “alieno”, da conquistare per consegnarlo ai processi di valorizzazione capitalista che vanno investendo anche il quadrante nord della città, con l’espulsione dei ceti popolari e la criminalizzazione delle forme di socialità politica che ne hanno sempre caratterizzato la grande storia.

In questo processo, che potremmo definire “il sacco di Bologna”, la giunta Lepore-Clancy e le forze che la sostengono non è spettatrice passiva, ma vettore attivo, come dimostra la sponsorizzazione delle manovre speculative in vari punti della Città. Così come è corresponsabile dei processi di involuzione autoritaria legati alla gestione dell’ordine pubblico nel suo complesso, con paradigmi chiaramente mutuati dalla destra.

Allo stesso tempo, se si vuole essere conseguenti, bisogna chiedere verità e giustizia per tutti gli episodi che hanno aperto delle ferite e procurato cicatrici indelebili, dalla strage “fascista e di Stato” – come recita la sentenza – alla stazione il 2 agosto del 1980, fino all’ultima stagione della lunga strategia della tensione caratterizzata dalle azioni della Banda della Uno Bianca (1987-1994).

La gestione folle dell’ordine pubblico – sia in occasione di manifestazioni politiche che del cosiddetto “controllo del territorio” – di cui l’ultimo episodio è una tragica ma purtroppo logica conseguenza – deriva interamente dalle politiche sulla sicurezza promosse dalla Destra e fatte acriticamente proprie dal centro-sinistra.

A differenza di ciò che pensa Lepore e chi disgraziatamente lo segue, Bologna ha saputo e saprà sempre da che parte stare. Ieri in Piazza Roosevelt e quotidianamente con le lotte ambientaliste contro il continuo ecocidio, con i conflitti sociali che chiedono a gran voce un miglioramento delle condizioni insopportabili delle classi subalterne ed il ripristino di garanzie, a fianco dei popoli oppressi e delle persone razializzate e sessualizzate vittime del clima d’odio che le classi dirigenti gli stanno vomitando addosso con il concorso di mostruosi personaggi come l’ex generale di Futuro Nazionale.

“E poiché semineranno vento, raccoglieranno tempesta”, verrebbe da dire.

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Il poliziotto del Pilastro è “recidivo”

L’agente di polizia coinvolto nella morte di Fakir al Pilastro, sarebbe stato protagonista di un altro episodio che ha provocato lesioni ad una persona fermata lo scorso 10 luglio. Coincidenza vuole che anche in questo caso il “placcato a terra” fosse un cittadino straniero. Insomma, l’ipotesi di una profilazione razziale nelle scelte e nelle modalità di intervento potrebbe riaffacciarsi con una certa insistenza.

Il Fatto Quotidiano e Bologna Today hanno infatti raccolto la testimonianza-denuncia di Enrico Abhumere, 29 anni, di origini nigeriane e conosciuto nel mondo rapper con il nome d’arte “Bubu Doc”. Abhumere ha una protesi alla gamba amputata a causa di un cancro. La sua testimonianza – diventata anche una contro-denuncia penale verso i poliziotti che lo hanno accusato di resistenza – diventa emblematica di un contesto e “del” contesto in cui collocare l’intervento mortale al Pilastro contro Fakir.

Veniamo alla testimonianza di Enrico Abhumere.

“Stavamo andando a prendere un cornetto, era poco prima dell’una. Vengo fermato da due poliziotti”. E poi aggiunge: “Uno di loro due è quello coinvolto nel fermo di Fakir al Pilastro. L’ho visto, mi era molto vicino e nel video del Pilastro l’ho riconosciuto. Sono sicuro”, dice il Abhumere.

Sia Il Fatto Quotidiano che BolognaToday hanno ricostruito che si tratta effettivamente dello stesso agente su cui, insieme al collega e a quattro volontari della Croce Rossa, la Procura di Bologna sta svolgendo accertamenti con l’ipotesi del reato di omicidio colposo nel caso di Fakir.

Ad Abhumere viene contestato il fatto che il monopattino non ha la targa e che lui non sta indossando il casco. Insieme a lui sul monopattino c’è anche la fidanzata.

Dopo qualche minuto e il riconoscimento di rito, uno dei due agenti gli dice che può andarsene. Ma quando lui fa per andarsene viene fermato dal poliziotto che poi avrebbe riconosciuto nel video della morte del 42enne al rione Pilastro.

“Durante il riconoscimento è emerso anche che io avevo un richiamo orale, cosa di cui non sapevo nulla. E lui in tutta risposta mi ha detto ‘Lo vedi allora che sei ignorante, sei stupido’. Io mi sono subito accorto che non era un semplice controllo, era come se volessero qualcos’altro”.

“A quel punto io ho cominciato a fare dei video con il cellulare, ma era solo per tutelarmi – dice ancora –. Uno dei due agenti mi dice che potevo andare via, ma mentre inizio ad andarmene l’altro poliziotto mi dice ‘Non far finta di zoppicare, non c’è bisogno’. E mi mette una gamba sul monopattino per fermarmi – continua Enrico Abhumere –. Io gli ho spiegato che non fingevo di camminare male e che ho una protesi. Lui è stato molto arrogante nei modi, molto. Mi ha detto: ‘Se io voglio tu dormi qua’. Io mi sono arrabbiato perché lui non poteva sapere dei miei problemi, visto che ho una gamba amputata a causa di un tumore che ho avuto in passato”.

Da lì la situazione è degenerata: “Mi è venuto incontro cercando di mettermi le mani addosso. Io ho cercato di scansarlo, ma senza colpirlo e senza fargli del male, solo per togliergli le mani. A quel punto mi si avventano contro nove poliziotti, anche se dal video che ho messo sui social sembra che siano tre o quattro. Mi hanno atterrato con forza: mi sono fatto male alla spalla, al polso, e mi hanno rotto la protesi della gamba. Ho sentito un dolore fortissimo. Ora sto portando anche il gesso al braccio”.

Enrico Abhumere viene quindi portato in Questura, e qui rivela il giovane “arriva un bravo poliziotto, che mi dice di denunciare l’agente che mi ha fermato perché anche secondo lui quello era stato un abuso di potere e io non avevo fatto nulla. E così ho fatto: ho denunciato quello che mi è successo dopo che ho ricevuto la loro denuncia per minacce e resistenza a pubblico ufficiale”.

Emblematico è il format adottato dall’avvocato difensore dell’agente di polizia anche in questo caso. Il soggetto fermato “dava in escandescenze” (come al Pilastro, come Magherini, Aldrovandi e altri casi, ndr). E poi sulla pratica di sdraiare brutalmente a terra i fermati l’avvocato afferma che: “Dal momento in cui un poliziotto ti mette a terra, per quanto io possa essere il più esperto poliziotto al mondo, è chiaro che tu puoi battere un ginocchio, o puoi sbucciarti un gomito. È normale che ciò accada, soprattutto d’estate quando gli indumenti sono corti”. Ma in questo caso c’è anche una protesi rotta ad un soggetto con una gamba amputata.

Quali lezioni trarre da questa vicenda emblematica ma niente affatto eccezionale, anzi divenuta quasi normale soprattutto durante i fermi di cittadini “non bianchi”?

La prima è che riprendere quanto accade è decisivo e necessario. Può fare la differenza. La seconda, è che in caso di abusi e alle accuse di resistenza e oltraggio, non bisogna subire in silenzio ma fare subito una controdenuncia. La terza, è che lo scudo penale introdotto dal governo rende impuniti e impunibili episodi come quelli visti al Pilastro o contenuti nella denuncia di cui si parla in questo articolo. La quarta è che le istituzioni devono prendere sul serio, indagare, prevenire, reprimere, l’allarme sulla profilazione razziale nella gestione dell’ordine pubblico. Garantire sul serio la sicurezza significa anche questo.

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22/07/2026

Prima di processare il morto. Dieci risposte sul caso di Abderrahim Fakir

Da ieri, sotto le immagini della morte di Abderrahim Fakir, è cominciato un interrogatorio rivolto all’unica persona che ormai non può rispondere. Si esamina la sua biografia, si cercano vecchie denunce e si trasforma il suo stato di agitazione nella spiegazione retroattiva di qualunque cosa gli sia stata fatta.

Le domande sembrano prudenti. Quasi tutte spostano l’attenzione dalla condotta di chi esercitava la forza alla presunta indegnità di chi l’ha subita.

Proviamo a rispondere con ordine.
 
1. I precedenti di Fakir non autorizzano nulla

Alcune testate hanno scritto che Fakir aveva «precedenti di polizia», senza precisare per quali fatti e con quali esiti. Questa formula può comprendere denunce e segnalazioni alle quali non sia seguita una condanna; definirlo «pregiudicato» sarebbe al momento scorretto.
Il lungo elenco di rapine, spaccio, ricettazione e lesioni che viene copiato nei commenti non compare, per quanto ho potuto verificare, in alcuna fonte giornalistica identificabile. Le cronache disponibili si limitano alla stessa indicazione generica. (Sky TG24, Corriere di Bologna)
Anche qualora tutte quelle accuse risultassero vere, il punto rimarrebbe intatto. La pena per lo spaccio o per la resistenza a pubblico ufficiale viene stabilita da un tribunale. Nessuna sentenza italiana prevede il soffocamento sull’asfalto. Fakir era a terra e chiedeva aiuto.
Il suo casellario giudiziale, qualunque contenuto avesse, non poteva respirare al posto suo.

2. La chiamata dei residenti spiega l’arrivo della polizia, non la morte

Alcuni abitanti di via Svevo erano spaventati e hanno fatto ciò che ritenevano necessario. Fakir appariva fortemente agitato e, secondo la ricostruzione della Questura, avrebbe colpito un’automobile. La telefonata al 113 può dunque essere stata perfettamente legittima.
Da quel momento comincia la responsabilità dello Stato. La polizia viene chiamata affinché controlli una situazione pericolosa, riducendo il danno e consegnando la persona viva all’autorità giudiziaria o ai sanitari. Chi ha telefonato chiedeva un intervento. Nessuno ha conferito agli agenti il potere di arrivare a qualunque esito.

3. L’agitazione di Fakir aumentava il rischio medico

Si ripete che l’uomo fosse «fuori controllo», quasi che questa espressione potesse assolvere in anticipo qualsiasi tecnica di contenimento. Dal punto di vista clinico vale il ragionamento opposto. Una persona che ha lottato, respira affannosamente ed è stata esposta allo spray urticante presenta un rischio maggiore durante l’immobilizzazione prona.
Lo sforzo aumenta la produzione di anidride carbonica e può provocare acidosi. Se la posizione a faccia in giù e la pressione esercitata sul tronco impediscono una ventilazione adeguata, la funzione cardiaca può deteriorarsi rapidamente.
La letteratura forense descrive questo possibile decorso come prone restraint cardiac arrest. Sarà l’autopsia a stabilire se sia avvenuto nel caso di Fakir; il pericolo della tecnica era già conosciuto prima del suo fermo. (Journal of Forensic Sciences)

4. Danneggiare un’automobile non sospende il principio di proporzione

Fakir avrebbe sferrato alcuni calci alla volante. Il condizionale resta necessario, dato che stiamo riportando la versione della polizia. Se il danneggiamento verrà confermato, si trattava di un reato da contestare nelle forme previste dalla legge.
Un’automobile può essere riparata. Una morte resta irreversibile. Ricordarlo non significa giustificare il comportamento dell’uomo, bensì mantenere una proporzione elementare tra il fatto contestato e l’esito dell’intervento. La forza pubblica possiede strumenti più estesi di quelli concessi al cittadino proprio perché il suo uso è sottoposto a limiti più severi.

5. «Chiedono tutti aiuto quando vengono arrestati» è una risposta clinicamente irresponsabile

Può accadere che una persona immobilizzata invochi aiuto pur continuando a respirare normalmente. Per questo esistono professionisti addestrati a valutare il respiro, la coscienza e i cambiamenti improvvisi del comportamento. Non si stabilisce lo stato clinico di un fermato attraverso il fastidio provato nell’ascoltarlo.
Nel video Fakir ripete «aiuto» e «basta». Poi diventa immobile. Il passaggio dalla resistenza al silenzio deve essere considerato un allarme, perché la perdita di reattività può precedere un arresto cardiaco.
Le indicazioni operative sulla contenzione raccomandano di ridurre il tempo trascorso a terra, evitare pressioni sulla schiena e controllare continuamente la respirazione. Il sollievo dell’agente perché la persona ha cessato di divincolarsi non può sostituire una valutazione medica.

6. La presenza del 118 non certifica la correttezza dell’intervento

Nel filmato si vedono due operatori sanitari. La loro presenza viene adoperata come una sorta di assoluzione indiretta: se fossero esistiti pericoli, si dice, sarebbero intervenuti. È precisamente ciò che l’indagine interna dell’Ausl dovrà accertare.
Secondo la cronologia comunicata dal 118, l’ambulanza arrivò alle 12:30. Sei minuti dopo vennero richiesti il consulto medico e l’automedica, che giunse alle 12:53 e constatò il decesso. Il filmato diffuso non mostra una rianimazione immediata, anche se può non contenere l’intera sequenza.
Occorre stabilire quando Fakir abbia perso coscienza, chi abbia controllato il respiro e quali manovre siano state eseguite. (DIRE)
La presenza dei sanitari amplia le domande. Non le cancella.

7. «Ha avuto un malore» non è una spiegazione

Malore indica che una persona si è sentita male. Non chiarisce il processo fisiologico che ha condotto alla morte, né permette di separarlo dalle condizioni in cui il decesso è avvenuto.
L’autopsia potrebbe rilevare una patologia cardiaca o la presenza di sostanze. Dovrà comunque accertare se lo sforzo, la posizione prona e la pressione esterna abbiano contribuito all’esito. Una condizione preesistente rende la persona più fragile e accresce la cautela necessaria.
Lo Stato custodisce esseri umani reali, con cuori imperfetti e corpi che possono cedere. Il diritto alla vita non è riservato agli organismi clinicamente impeccabili.

8. Aspettare l’autopsia vale anche per chi ha già assolto gli agenti

L’attribuzione delle responsabilità penali richiede l’autopsia, l’esame delle bodycam e le testimonianze. Nessuna persona seria dovrebbe inventare un nesso causale definitivo prima di questi accertamenti. Le immagini già disponibili consentono però di porre domande fondate sulla tecnica impiegata e sulla rapidità dei soccorsi.
Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha dichiarato che l’intervento risulterebbe condotto «con professionalità e modalità consone». La sua assoluzione è arrivata prima degli esami medico-legali. (ANSA)
La prudenza reclamata alla famiglia e a chi guarda il video sparisce quando deve essere applicata al partito di governo. L’autopsia viene invocata per sospendere le critiche, mentre la difesa della polizia può procedere senza attendere nulla.

9. Le bodycam accese non dimostrano l’innocenza

Qualcuno sostiene che gli agenti non avrebbero causato una morte sapendo di essere ripresi. Questo argomento confonde l’intenzione omicida con tutte le altre possibili responsabilità. Una condotta può produrre un esito letale attraverso imperizia, imprudenza o violazione delle procedure. Nessuna di queste ipotesi richiede che una persona cominci il proprio turno con il progetto di uccidere.
Le bodycam servono a documentare. La loro esistenza non rende automaticamente corretta l’azione registrata. Sarà necessario esaminare l’intervento nella sua interezza e comprendere quanto sia durata la contenzione, quale pressione sia stata esercitata e quando gli agenti abbiano riconosciuto la perdita di coscienza.

10. Pretendere una polizia democratica non significa odiare la polizia

Gli agenti svolgono un lavoro difficile e possono trovarsi davanti a persone violente. Proprio questa difficoltà rende indispensabili una formazione adeguata e un controllo indipendente. Consegnare a qualcuno armi e autorità, sottraendolo poi all’esame pubblico, significa abbandonare anche gli agenti alla cattiva formazione e alla protezione politica interessata.
Nel gennaio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, mantenuto prono per circa venti minuti anche dopo essere diventato inerte. La Corte ha rilevato carenze nella preparazione delle forze dell’ordine e nell’indagine successiva. (ANSA)
Parlare di fascistizzazione significa osservare il ‘privilegio morale’ concesso alla divisa, considerata innocente prima ancora che i fatti siano conosciuti, mentre il morto viene processato attraverso voci incontrollate. Una polizia sottoposta alla legge rafforza la democrazia. Una forza pubblica difesa a prescindere protegge anzitutto il potere politico che se ne serve.
Fakir era vivo quando lo Stato ha assunto il controllo del suo corpo. Ne è uscito morto. Questo basta a pretendere che lo Stato risponda.

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20/07/2026

Bologna. Muore durante l’intervento dei poliziotti al Pilastro

Si chiamava Abderrahim Fakir, era un uomo di 43 anni di origine marocchina ed è morto mentre gli agenti di polizia lo tenevano bloccato a terra dopo avergli spruzzato dello spray al peperoncino.

Questo è quanto avvenuto in via Italo Svevo nel periferico quartiere del Pilastro a Bologna. Alcuni abitanti avevano chiamato la polizia dopo che l’uomo gridava in mezzo alla strada ma senza minacciare nessuno.

Secondo gli agenti l’uomo avrebbe dato dei colpi alla volante della polizia. Gli agenti in presenza anche di alcuni operatori sanitari, avrebbero spruzzato all’uomo spray urticante e schiacciato terra per immobilizzarlo – con una pratica che sta procurando decessi in Italia come negli Stati Uniti e che andrebbe finalmente vietata – e gli hanno messe le fascette ai polsi. A quel punto l’uomo avrebbe accusato un malore ed è deceduto.

Tra i residenti del Pilastro è circolato un video degli ultimi istanti di vita del 43enne. L’uomo griderebbe: “Aiuto, basta, basta” e implora la polizia di non infierire. Nelle immagini si vedrebbero due agenti che lo bloccano a faccia in giù, portandogli le mani dietro la schiena nel tentativo di ammanettarlo. Un terzo uomo, probabilmente un abitante del quartiere, aiuta gli agenti tenendogli le caviglie mentre gli operatori sanitari non sono intervenuti e sono rimasti a guardare. Dopo qualche minuto l’uomo ha smesso di dimenarsi.

L’uomo avrebbe dato in escandescenze all’interno dell’area dei garage di via Svevo creando una situazione di agitazione ma non di pericolo, affermano gli abitanti del quartiere.

“Lui sempre chiedeva aiuto. Non ha fatto niente chiedeva solo aiuto. Era un po’ agitato, chiedeva aiuto, aiuto, aiuto”. A riferirlo ai giornalisti è un abitante dei palazzi di via Svevo.

Dell’episodio circolerebbe anche un video di cinque minuti, filmato dai residenti della zona. Adesso saranno le indagini e gli esami medico-legali a stabilire le cause del decesso e a verificare nel dettaglio tutte le fasi dell’intervento, compreso l’eventuale ruolo avuto dalle tecniche di contenimento adottate dagli agenti.

La deputata Ilaria Cucchi ha annunciato la presentazione di una interrogazione parlamentare su quanto accaduto.

In serata al Pilastro si è tenuta una assemblea popolare (vedi il video) spontanea che ha denunciato quanto accaduto ed ha invocato giustizia per Fakir.

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Verità e giusizia per Fakir!

Come Comitato Popolare Pilastro rilanciamo l’appuntamento per il presidio di questa sera chiamato dalla famiglia, alle ore 20:30 via Panzini all’angolo Italo Svevo.

Oggi al Pilastro si è verificata l’ennesima tragedia che vede coinvolte le delle forze dell’ordine mentre agiscono un fermo spropositato su un uomo cardiopatico, asmatico e in evidente stato di difficoltà la cui unica “colpa” è stata quella di chiedere aiuto sotto un condominio: Fakir purtroppo è stato raggiunto dalla polizia, invece che da un’ambulanza.

Chiediamo immediatamente che vengano accertate le responsabilità sulla morte di Fakir, riguardanti l’operato delle FF.OO, del civile che ha agito tenendolo fermo e degli operatori sanitari che, giunti sul posto, sono rimasti fermi a guardare. Fatti di questo tipo non sono più tollerabili in alcun modo.

Ci stringiamo alla famiglia, e ribadiamo la richiesta di verità e giustizia immediata.

Come ormai vediamo sempre più di frequente nelle nostre città e nei nostri quartieri, fatti gravi di questo tipo non sono isolati: la militarizzazione dei nostri quartieri, il razzismo che imperversa nel paese e anche nelle forze dell’ordine porta poi a questo.

Con rabbia e con dolore, ci vediamo stasera per ricordare Fakir e chiedere verità e giustizia

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Fakir come George Floyd: a Bologna è assassinio di stato

Verità e giustizia per Abderrahim Fakir,

Invitiamo tutte e tutti a partecipare all’appuntamento chiamato dalla famiglia alle 20:30 in via Panzini, all’angolo con via Svevo

Oggi è morto a 43 anni durante un intervento di polizia al Pilastro Abderrahim Fakir, fermato e ammanettato dalla polizia mentre chiedeva aiuto durante un malore. Ci stringiamo alla famiglia e alle persone care di Abdrrahim Fakir e a tutto il Pilastro ed esprimiamo tutta la nostra vicinanza alla famiglia in questo momento atroce che sconvolge il rione e tutta la città.

Il video che circola in rete e le testimonianze immortalano la dinamica del fermo e ci riportano alla scena agghiacciate dell’omicidio di George Floyd e di “I can’t breth” e alla morte Ramy all’età di soli 19 anni a Milano Corvetto, con metodi non diversi dalla polizia fascista dell’ICE americana.

Il fatto gravissimo di oggi non è infatti isolato, ma si inserisce in una scia di omicidi da parte delle forze dell’ordine nei quartieri del paese, da Milano a Bologna: questo è anche il frutto dell’attacco ai quartieri popolari che si sta portando avanti, a colpi di tagli ai servizi, militarizzazione con le forze dell’ordine e guerra ai più poveri.

In tutta Europa stiamo assistendo ad un ritorno di politiche e discorsi xenofobi, che danno ulteriore adito a violenze di questo tipo. Si parla di sicurezza, di maggiore presenza di forze dell’ordine e non si interviene minimamente sui problemi che riguardano i quartieri popolari. Sentiamo invece invocare alla remigrazione, alla difesa senza se e senza ma della violenza poliziesca, all’attacco continuo verso le comunità immigrate presenti nei nostri quartieri. Il nostro Governo ha attuato queste politiche a partire dagli ultimi decreti sicurezza inaugurati proprio al Pilastro.

A Bologna, come in tutta Italia, le politiche non sono diverse. Se il governo Meloni spinge sulla repressione e sul controllo poliziesco delle periferie, attaccando i giovani e gli immigrati, il centrosinistra non è diverso da tutto questo. Non solo l’assassinio di oggi, ma poche settimane fa veniva inaugurato l’ennesimo presidio di polizia in Bolognina proprio da Lepore e Piantedosi. La stessa Bologna è stata la prima città ad applicare le zone rosse. Anche qui si diffonde sempre di più la propaganda che vede la forza pubblica (quando non direttamente la violenza sommaria privata) come unico modo di gestire qualunque questione. Lo dimostra una lunga sequenza dall’introduzione del taser fino alle notti cilene del Pilastro.

Al di là di quelle che saranno le “verità giudiziarie”, c’è una verità politica evidente: la canea della deportazione, la distruzione di ogni tessuto preventivo, l’abbandono dei quartieri, producono quotidianamente situazioni che possono finire come oggi al Pilastro.

Saremo a fianco della famiglia e del Pilastro, tra chi lotta per un mondo più giusto in cui non si debba più piangere e urlare per la morte di persone nelle mani dello stato. L’unica sicurezza per i nostri quartieri è quella sociale.

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06/07/2026

Francia, licenza di uccidere

Il prossimo 7 luglio l’Assemblea Nazionale francese tornerà a discutere la proposta di legge n. 691, presentata dai deputati della destra repubblicana, che introduce una “presunzione di legittima difesa” per le forze dell’ordine.

Una norma che, secondo giuristi, associazioni per i diritti umani e familiari delle vittime di violenze poliziesche, rischia di rappresentare una svolta autoritaria senza precedenti, trasformando l’uso letale della forza in un atto presunto legittimo e rendendo sempre più difficile l’accertamento delle responsabilità.

L’allarme è stato lanciato dall’associazione francese Flagrant Déni, insieme a Amnesty International France, alla Ligue des droits de l’Homme (LDH), all’associazione SAVE, al Sindacato degli avvocati di Francia e al Sindacato della magistratura, che hanno diffuso un appello congiunto già sottoscritto da oltre cinquecento persone.

L’inversione dell’onere della prova

La proposta di legge introduce un principio dirompente: ogni utilizzo dell’arma da fuoco da parte di poliziotti e gendarmi verrebbe considerato, in via preliminare, conforme alla legge, cioè necessario e proporzionato. Sarebbe quindi il pubblico ministero – e, nei fatti, le famiglie delle vittime – a dover dimostrare che il colpo mortale non era giustificato.

Secondo gli oppositori della riforma, ciò determinerebbe un vero e proprio ribaltamento dello Stato di diritto. Non si tratterebbe più di accertare se l’agente abbia rispettato i criteri di necessità e proporzionalità, ma di presumere in partenza la correttezza del suo operato.

L’avvocato Jean-Baptiste Pugliese, tra i più critici verso il provvedimento, ha riassunto così la posta in gioco: «Con questa legge si manda un messaggio ai poliziotti che potevano ancora esitare prima di sparare: gli si dice che non c’è più motivo di esitare».

La lezione della legge Cazeneuve

Per comprendere i rischi denunciati dalle organizzazioni per i diritti umani bisogna tornare al 2017, quando il governo francese approvò la cosiddetta “Legge Cazeneuve”, introducendo l’articolo L.435-1 del Codice della sicurezza interna.

La norma ha ampliato le possibilità per gli agenti di utilizzare le armi da fuoco, in particolare nei casi di rifiuto di fermarsi a un controllo e quando gli occupanti di un veicolo vengono ritenuti “potenzialmente pericolosi”. I dati sono impressionanti.

Dall’entrata in vigore della legge, almeno trentacinque persone a bordo di veicoli sono state uccise dalla polizia, un numero cinque volte superiore rispetto al periodo precedente. Nel solo 2025, quarantanove persone sono morte durante interventi delle forze dell’ordine, diciannove delle quali per colpi di arma da fuoco.

Per le associazioni, introdurre una presunzione di legittimità degli spari non farebbe altro che aggravare una tendenza già allarmante.

Un colpo al controllo democratico

La critica più dura riguarda il rischio di impunità. Se l’uso delle armi fosse presunto legittimo, l’agente che ha sparato non potrebbe più essere sottoposto alle normali misure investigative previste nelle prime ore successive ai fatti. Verrebbero meno gli strumenti necessari per raccogliere elementi di prova, verificare le circostanze dell’accaduto e accertare eventuali responsabilità.

La Lega dei Diritti Umani francese parla apertamente di una minaccia al diritto alla vita e all’obbligo dello Stato di condurre indagini rapide, imparziali ed efficaci ogni volta che una persona muore a seguito di un intervento delle forze dell’ordine.

Anche il Sindacato della magistratura denuncia il rischio di creare uno “status speciale” per le forze di polizia, in violazione del principio di uguaglianza davanti alla legge.

La presunzione di innocenza, ricordano i magistrati, vale già per tutti i cittadini, compresi gli agenti di polizia; introdurre una presunzione ulteriore significa attribuire loro un privilegio giuridico eccezionale.

Dalla “sicurezza” al diritto di uccidere

Il dibattito francese si inserisce in una tendenza più ampia che attraversa molte democrazie occidentali: l’estensione dei poteri coercitivi dello Stato e la progressiva immunizzazione delle forze dell’ordine rispetto al controllo giudiziario.

Non è un caso che la proposta sia stata definita da numerosi giuristi una sorta di “permis de tuer”, un permesso di uccidere. La coincidenza temporale rende il paradosso ancora più evidente. Mentre la Francia ospita il IX Congresso mondiale contro la pena di morte, il Parlamento si prepara a discutere una legge che, secondo i suoi oppositori, rischia di ampliare le possibilità per lo Stato di togliere la vita senza un adeguato controllo democratico.

La questione, in fondo, va ben oltre i confini francesi. Riguarda il modello di democrazia che si sta costruendo in Europa: una democrazia nella quale il monopolio della forza viene progressivamente sottratto al controllo del diritto e dove, in nome della sicurezza, si chiede ai cittadini di accettare che chi indossa un’uniforme possa sparare sapendo di essere, in partenza, dalla parte della ragione.

Una democrazia nella quale la presunzione non riguarda più l’innocenza dei cittadini, ma la legittimità della violenza dello Stato.

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27/05/2026

I fucilieri della polizia italiana

Il ferimento di Marco Basoccu durante i tafferugli precedenti il derby della Mole è stato liquidato come la conseguenza delle schermaglie tra i tifosi delle due squadre. Uno scontro tra tifoserie organizzate, sempre dipinte come masse informi, ai limiti della civilizzazione, di natura pericolosa. Le testimonianze portano in un’altra direzione: sia il padre del ferito, sia l’amico che era accanto a lui, affermano che il giovane è stato colpito da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo dalle forze dell’ordine.

Una versione che richiama altri recenti episodi. Lo scorso 2 ottobre, nel corso di una manifestazione per la Palestina, nei pressi della stazione centrale di Bologna, una ragazza era stata colpita da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo, venendo in seguito manganellata dagli agenti invece di essere soccorsa. Lince, come si fa chiamare la ragazza per questioni di anonimato, è rimasta cieca da un occhio in conseguenza di questo episodio.

Sempre nella città felsinea, testimoni e dimostranti, raccontano che nei mesi scorsi, durante le manifestazioni contro la costruzione del Museo dei Bambini al Pilastro, la pratica dei lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo sarebbe stata ricorrente, e solo la perizia di alcuni dimostranti esperti ha evitato il peggio.

Cosa sta succedendo alla polizia italiana? O meglio, alle autorità preposte al mantenimento dell’ordine pubblico?

Ci viene di rispondere che si tratta di segni tangibili dell’involuzione autoritaria impressa dal governo in carica. Testimoni affermano che il tifoso juventino sarebbe stato colpito da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo. Una versione che richiama altri recenti episodi di azioni di massa, non filtrate da alcuna modalità addomesticabile. Che si muovono in controtendenza rispetto alle aggregazioni ordinate, disciplinate, o convenzionali, come quelle dei villaggi turistici. 

Tanto basta per suscitare la preoccupazione di un governo che fin dall’inizio si è distinto per il decreto anti-rave, e che, attraverso i decreti sicurezza, punta a scongiurare le aggregazioni spontanee o politicamente connotate, aumentando i poteri di polizia, incentivando le zone rosse, punendo i blocchi stradali e i sit-in, reintroducendo il fermo preventivo. Anche attraverso l’estensione del DASPO, un provvedimento all’inizio pensato proprio per gli ultrà calcistici, ad altre tipologie di condotte.

Siamo di fronte a una vera e propria paura delle masse, come incubatrici di interazioni ed elaborazioni che potrebbero seriamente disturbare il manovratore.

Per questo si sceglie di operare sia sul piano simbolico, per esempio schierando gli agenti in tenuta anti-sommossa e presidiando le stazioni.

Per convogliare verso l’esterno il messaggio che le aggregazioni di massa sono pericolose. Sia lanciando un messaggio intimidatorio ai dimostranti. Dove non riesce la repressione preventiva, arrivano i lacrimogeni ad altezza d’uomo.

Si tratta di una deriva pericolosa, lesiva delle libertà civili e politiche, che necessiterebbe una mobilitazione articolata per contrastarla. Prima che sia troppo tardi.

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26/05/2026

A Torino la polizia ha rischiato di uccidere

Tv e giornali parlano di “scontri” prima del derby della Mole tra Torino e Juventus. La formula è sempre la stessa: generica, comoda, rassicurante. Serve a mettere tutto nello stesso calderone, a cancellare responsabilità, a trasformare la violenza istituzionale in semplice disordine da stadio.

Ma il fatto centrale è un altro: un tifoso juventino di 45 anni è stato ricoverato in codice rosso dopo essere stato colpito alla testa da un lacrimogeno che, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stato sparato ad altezza persona dalla polizia. Alcune cronache riportano che alla base della protesta degli ultras bianconeri ci sarebbe proprio l’intervento degli agenti con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, uno dei quali avrebbe colpito il tifoso, poi trasportato prima al Mauriziano e successivamente al CTO per un trauma cranico.

Ancora una volta, un atto pericolosissimo, vietato dagli standard internazionali sull’uso della forza e incompatibile con qualsiasi principio di proporzionalità, ha rischiato di trasformarsi in tragedia. I lacrimogeni non sono strumenti da puntare contro i corpi. Non sono proiettili da sparare contro teste, volti, occhi. Sono armi “meno letali” solo nella definizione burocratica: quando vengono usate ad altezza uomo possono mutilare, accecare, uccidere.

Eppure sta diventando una pratica sempre più ordinaria. Lo abbiamo visto nelle piazze, nei cortei, nelle manifestazioni per la Palestina, nelle proteste sociali, negli sgomberi, negli stadi. Negli ultimi mesi il caso di Lince, giovane manifestante bolognese colpita da un lacrimogeno durante una manifestazione per la Palestina, ha mostrato in modo drammatico cosa significhi questa violenza: un occhio perso, la vita cambiata per sempre. Lo stesso schema si è ripetuto con un lavoratore romano ferito da un lacrimogeno. Ora Torino.

E non è un dettaglio che accada proprio a Torino. Una città che il ministro Piantedosi ha trasformato in laboratorio permanente di militarizzazione: quartieri occupati dalle forze dell’ordine, gestione muscolare dell’ordine pubblico, uso massiccio di lacrimogeni, pressione continua sui luoghi del conflitto sociale. Dopo lo sgombero di Askatasuna, un intero pezzo di città è stato trattato come territorio nemico. Non come spazio urbano abitato da persone, ma come zona da presidiare, controllare, intimidire.

Il derby della Mole diventa così l’ennesimo episodio di una deriva più ampia. La questione non è difendere questa o quella tifoseria. La questione è impedire che la polizia possa usare strumenti potenzialmente letali come se fossero normali mezzi di gestione della folla. Perché quando un lacrimogeno viene sparato ad altezza persona, non siamo più davanti a una tecnica di contenimento: siamo davanti a un’aggressione.

La narrazione dominante, invece, assolve sempre lo stesso copione. Prima si parla di “scontri”. Poi si elencano oggetti lanciati, tensioni, fermati, feriti tra gli agenti. Infine scompare il punto decisivo: chi ha sparato? Con quale ordine? A quale altezza? Con quale traiettoria? Chi risponde se una persona finisce in codice rosso per un trauma cranico?

Sono domande che dovrebbero essere poste immediatamente da ogni redazione, da ogni istituzione, da ogni garante dei diritti. Invece il riflesso automatico è coprire la violenza della polizia dentro la parola magica “ordine pubblico”.

Ma ordine pubblico non significa licenza di colpire. Non significa impunità. Non significa poter trasformare un lacrimogeno in un proiettile contro il corpo di una persona. Se un tifoso, un manifestante, un lavoratore o una ragazza in corteo possono perdere un occhio, finire in ospedale o rischiare la vita per una scelta operativa della polizia, allora il problema non è più l’ordine pubblico. Il problema è la violenza di Stato.

La domanda, allora, è semplice: chi sono i violenti?

Quelli che manifestano, protestano, tifano, attraversano una piazza? O quelli che sparano lacrimogeni ad altezza persona, militarizzano interi quartieri e poi pretendono di chiamare tutto questo “sicurezza”?

#Tout le monde déteste la police.

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25/02/2026

A Roma indagati 21 tra agenti e carabinieri per furto a Coin. Altri tre per traffico di droga

Sarà una coincidenza ma la sindrome delle “mele marce” sembra voler continuare a riempire il cesto.

È passato poco più di una settimana dagli arresti per traffico di droga nella zona del Tufello in cui sono stati arrestati anche tre agenti di polizia che, sempre a Roma, tra le 44 persone iscritte nel registro degli indagati per furto aggravato nello store di Coin alla stazione Termini, quasi la metà di di essi, ben 21, risultano appartenenti alle forze dell’ordine, tra Polfer e carabinieri in servizio alla stazione.

L’indagine della magistratura ruota attorno a presunti furti nel negozio Coin di via Giolitti, a pochi passi da Termini.

Il fascicolo giudiziario prende le mosse da un ammanco di 184mila euro, emerso con l’inventario effettuato dal direttore dello store di Coin nel febbraio 2024. Sarebbe stato lo stesso direttore del punto vendita a segnalare le anomalie contabili che hanno fatto scattare gli approfondimenti investigativi da parte dei carabinieri.

Al centro dell’indagine ci sarebbe una cassiera dello store che viene ritenuta dai magistrati come la talpa interna. La cassiera avrebbe selezionato in anticipo, forse su commissione, i capi di abbigliamento, occultandoli in un armadio del negozio vicino alla propria postazione.

Il sistema ipotizzato prevedeva la rimozione delle placche antitaccheggio, il taglio delle etichette e la preparazione delle buste, così da consentire l’uscita della merce senza pagamento o senza una corretta registrazione in cassa.

Tra gli indagati nove risultano appartenenti alla Polizia Ferroviaria, tra cui una dirigente, due commissari, un ispettore, un assistente capo, un vice sovrintendente, un assistente capo coordinatore, un sovrintendente capo e un’agente.

Risultano altresì coinvolti anche dodici militari dell’Arma dei carabinieri, tra cui un brigadiere, diversi vice brigadieri e un paio di appuntati scelti in servizio presso la stazione Termini.

L’inchiesta è in corso ed è nella fase delle indagini preliminari, solo dalle sue conclusioni si potranno chiarire le eventuali responsabilità individuali e le modalità di funzionamento del presunto sistema di furti alla Coin.

Ma, sempre a Roma, questa notizia è arrivata quando non era passata neanche una settimana dall’arresto di tre agenti di polizia accusati di complicità nel traffico di droga.

Ci sono infatti anche tre poliziotti tra i 7 arrestati il 17 febbraio scorso dalla Direzione investigativa antimafia nell’ambito di indagini della Dda di Roma su un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti.

La Dia ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Roma nei confronti dei 7 indagati, tra cui tre appartenenti alla Polizia di Stato che, secondo quanto ricostruito, in numerose occasioni hanno detenuto e ceduto ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti e hanno fatto accesso abusivamente al sistema di consultazione Sdi delle forze dell’ordine, rivelando notizie d’ufficio e informazioni a un soggetto del quartiere Tufello.

L’indagine, che era stata avviata nel 2024 dal Centro operativo Dia di Roma con il coordinamento della Dda della Procura della Capitale, ha permesso di accertare l’esistenza e l’operatività di un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, i cui componenti si avvalevano di appartenenti alla Polizia di Stato al fine di rifornirsi di stupefacenti.

E dire che negli stessi giorni, tra il 16 e il 17 febbraio, la Questura di Roma riporta nel suo sito che 11 spacciatori (vengono però definiti pusher, ndr) “sono finiti in manette in distinte operazioni messe a segno dagli agenti dei Commissariati di zona dal quartiere Flaminio all’Eur, da Porta Maggiore a via Appia, all’area di Prenestino e Monteverde, fino a Civitavecchia e altri sette sono stati arrestati nelle piazze di spaccio della periferia est della Capitale, fino a Tor Pignattara”. Una dimostrazione di grande efficienza e operatività, ma su quanto avvenuto relativamente alla indagine relativa e agli esiti dell’operazione nella zona del Tufello non si rileva un comunicato. Neanche nei giorni successivi.

Il problema che sta emergendo tra polemiche spesso strumentali è esattamente questo: anche su chi indossa la divisa deve essere possibile per la magistratura poter svolgere le indagini per appurarne se ci siano o meno responsabilità penali, durante o fuori servizio. Lo scudo di impunità proposto dal governo risulta per questo una misura inaccettabile.

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24/02/2026

Rogoredo non è un caso isolato

Mettiamo in fila i fatti. Un ragazzo di ventotto anni, Abdherrahim Mansouri, ucciso a Rogoredo con un colpo alla testa. Una versione immediata: legittima difesa. Un’arma giocattolo. Una minaccia. Uno sparo inevitabile.

Poi le crepe. L’arma senza impronte. La distanza di venti metri. Il colpo laterale. I soccorsi chiamati in ritardo. L’agente che ha sparato indagato per omicidio e altri quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Testimonianze dal quartiere che parlano di taglieggiamenti, pressioni, di un agente che “voleva fargliela pagare”. Lo stesso assistente capo è coinvolto in altre inchieste, compresa una per falso ideologico legata a un arresto controverso tra piccolo spaccio e denaro. E non è irrilevante che, secondo ricostruzioni investigative, alcuni colleghi lo avrebbero descritto come un fanatico, abituato a muoversi sul filo dell’opacità nelle operazioni.

Non sono dettagli. È un quadro.

Nel frattempo, ore di talk show a costruire l’assoluzione preventiva. Sindacalisti di polizia a mimare lo sparo in studio. Il “pusher” contro lo “Stato”. La periferia trasformata in zona grigia dove tutto diventa lecito. La narrazione tossica che precede la perizia. Prima la propaganda, poi – forse – l’indagine.

Ma non si è fermata lì.

La stessa sera, col cadavere ancora caldo, Matteo Salvini aveva tuonato che lui stava col poliziotto, “senza se e senza ma”. Aveva parlato di scandalo per l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario, mentre – secondo lui – i manifestanti che avevano picchiato un agente a Torino non sarebbero stati incriminati per tentato omicidio. Il solito copione: magistrati troppo severi con le divise, troppo indulgenti con chi protesta.

(Quello nella foto di copertina è il segretario del Siulp, sindacato di polizia, Paolo Macchi, durante una trasmissione televisiva)

La Lega ha addirittura lanciato una raccolta firme al grido di “io sto col poliziotto”. E Riccardo De Corato, di Fratelli d’Italia, già vicesindaco di Milano, ha parlato di «accanimento nei confronti degli uomini in divisa davvero ingiustificato e inaccettabile».

Non un invito alla prudenza. Non un richiamo al rispetto dell’indagine. Non una parola sulla necessità di chiarire i fatti. Solo una linea politica: l’assoluzione preventiva.

Oggi quel racconto non regge più. E proprio per questo diventa evidente la posta in gioco.

Con lo scudo penale già introdotto dalla legge Sicurezza 2026 – che elimina l’iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa – Rogoredo veniva raccontata come la prova vivente della “necessità” di blindare preventivamente chi usa la forza. La morte di un giovane migrante diventava argomento politico. Un fatto di cronaca trasformato in leva normativa.

Il meccanismo è chiaro: ridurre il controllo giudiziario immediato sull’uso delle armi, rafforzare la presunzione di liceità per chi spara, spostare il baricentro dell’accertamento verso una discrezionalità che rischia di trasformarsi in filtro.

Se oggi emergono contraddizioni, è perché un’indagine è partita. Ma il segnale politico resta: la forza va protetta prima di essere verificata.

Nel frattempo, nelle stesse settimane, si moltiplicano le denunce contro chi manifesta per Gaza. A Genova, a Bologna, in altre città. Il nuovo reato di blocco stradale applicato contro chi si siede per terra. La resistenza non violenta trasformata in reato penale. Centinaia di attivisti trascinati dentro procedimenti giudiziari per aver espresso solidarietà internazionale.

Non sono episodi scollegati. Sono tasselli dello stesso progetto.

Da una parte si amplia l’ombrello di protezione attorno al potere armato. Dall’altra si restringe lo spazio del dissenso. È un doppio movimento coerente: più impunità per chi esercita la forza, più repressione per chi la contesta.

Rogoredo, in questo senso, è una cartina di tornasole. Se la versione iniziale fosse stata accettata senza fratture, oggi staremmo discutendo di altro. Le crepe emerse dimostrano che il controllo democratico non è un fastidio burocratico: è l’argine che separa l’errore dall’abuso, la legittima difesa dall’arbitrio.

E mentre si parla di sicurezza, altrove emergono chat in cui si rivendica di aver “brutalizzato un testimone”, si scrive «Datemi pure del fascista, non mi interessa», si evocano slogan come «Zecche appese a piazzale Loreto». Non folklore. Non eccessi verbali. Indicatori di un clima in cui il dissenso è nemico e la forza è identità.

C’è poi un’altra verità che fatichiamo ad ammettere. Morti come quella di Mansouri provocano disagio. La reazione più comune è distogliere lo sguardo. È troppo imbarazzante riconoscere che persone pagate per difenderci possano talvolta finire per massacrare i nostri figli, i nostri amici, i nostri vicini di casa. È più comodo rifugiarsi nella formula rassicurante delle “poche mele marce”.

Ma questa retorica non regge più. Primo: il sospetto è che quelle mele non siano poi così poche. Secondo: bisogna chiedersi in quale cultura, in quale aspettativa di impunità, in quale clima politico quelle mele marciscano. Le mele non marciscono nel vuoto. Marciscono in un cesto.

La degenerazione democratica non è un concetto astratto. Nasce nelle stanze del potere ma prende forma concreta nelle strade. Ricade a cascata sui rapporti tra persone. È impossibile pensare che le tensioni di un paese attraversato da disuguaglianze sociali, economiche e razziali non si riflettano anche nelle sue forze dell’ordine. I corpi di polizia assorbono il clima politico, lo metabolizzano, talvolta lo radicalizzano.

Quando un poliziotto picchia un ragazzo fermato per pochi grammi di fumo, quando alza il manganello su un manifestante inerme, quando considera “nemico” chi contesta o chi appartiene a una classe marginale, si crea uno strappo. Ogni volta. La società dei diritti è uno schermo che dovrebbe proteggerci. Ma quello schermo oggi appare lacerato. Dietro non c’è un eccesso isolato: c’è una cultura che normalizza l’idea che alcuni siano più controllabili, più colpibili, più sacrificabili.

Il ricorso continuo alla retorica della sicurezza ha messo in secondo piano ogni discorso serio sulla responsabilizzazione e sulla smilitarizzazione dei corpi di polizia. Si è preferito parlare di “guerra allo spaccio”, “guerra al degrado”, “guerra ai blocchi stradali”, fino a trasformare la gestione dell’ordine pubblico in una logica di conflitto permanente. E in questa logica si sedimenta la distinzione tra classi “pericolose” e classi “protette”.

Le disuguaglianze non vengono contrastate: vengono sorvegliate. I poveri non vengono sostenuti: vengono controllati. I migranti non vengono integrati: vengono schedati. Il dissenso non viene ascoltato: viene criminalizzato. Si colpevolizzano i deboli in nome di una presunta sicurezza richiesta dai cittadini, si smantellano strumenti di tutela sociale, si attaccano misure redistributive come fossero il vero nemico. E intanto si chiede più forza, più armi, più protezione e impunità per chi le impugna.

In questo scenario, Rogoredo non è un incidente. È un sintomo.

Quel clima non nasce per caso. Viene alimentato. Viene legittimato. Talvolta viene persino premiato.

Il punto allora non è solo cosa è accaduto a Mansouri. Il punto è la traiettoria politica che attraversa questi mesi. La sicurezza viene trasformata in ideologia. Il conflitto sociale in ordine pubblico. La solidarietà internazionale in minaccia. L’uso della forza in valore identitario.

E tutto questo mentre le cause reali dell’insicurezza – precarietà, esclusione, marginalità, disuguaglianza – restano intatte o peggiorano.

Più armi non significano più sicurezza. Più repressione non significa più ordine. Significa uno Stato che si irrigidisce, che si protegge, che riduce lo spazio del controllo democratico.

La scelta è davanti a noi: o si rompe questa deriva, o la si subisce. Perché quando la forza diventa linguaggio quotidiano del potere, la democrazia non arretra lentamente: viene svuotata, pezzo dopo pezzo, fino a restare solo una parola buona per i comunicati stampa. E a quel punto non si discute più di sicurezza, ma di obbedienza.

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05/02/2026

Il decreto sicurezza a Palazzo Chigi. Osservazioni dal Quirinale, basso profilo dalle opposizioni

Oggi al Consiglio dei Ministri sarà discusso l’ulteriore passaggio verso lo stato di polizia. Si tratta del disegno di legge e dell’ennesimo decreto sicurezza che rafforza le misure coercitive contro le manifestazioni e i manifestati e introduce l’immunità per le forze di polizia (il famoso scudo penale).

Su questi due aspetti nei giorni scorsi sono emerse le perplessità del Quirinale sulla loro costituzionalità, ma l’incontro di ieri tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Mantovano (il vero “uomo nero” di Palazzo Chigi) avrebbe sottolineato la necessità di apportare alcune modifiche al pacchetto sicurezza, in particolare per quanto riguarda il fermo di polizia e lo scudo penale.

Nel primo caso, dagli uffici giuridici del Quirinale si sarebbe fatto notare come non possa bastare un semplice atteggiamento sospetto per effettuarlo; nel secondo si sarebbe evidenziata l’esigenza di evitare una giurisprudenza separata per categorie.

Entrambe le misure sono comunque destinate a far parte di un decreto legge sulla sicurezza che approda oggi in Consiglio dei ministri assieme a un disegno di legge sullo stesso tema.

Per quanto riguarda il cosiddetto scudo penale, secondo indiscrezioni, vi sarebbe la previsione di un registro diverso – non solo esclusivo per le forze dell’ordine ma anche per i civili – così da evitare l’iscrizione automatica nel registro degli indagati di fronte a una causa di giustificazione, come legittima difesa o adempimento di un dovere.

È un tema piuttosto “rognoso” quello dello scudo penale, modificato in modo tecnicamente più prudente rispetto alle anticipazioni iniziali ma, proprio per questo, potenzialmente più pervasivo.

Infatti questo non riguarda soltanto le forze dell’ordine, come ci si sarebbe aspettati in un impianto classico di tutela degli agenti, ma viene esteso anche ai civili.

Il principio ispiratore è che chi commette un reato in presenza di una “evidente causa di giustificabilità” non venga automaticamente iscritto nel registro degli indagati ordinario, bensì in un registro separato, con garanzie formalmente analoghe ma con una corsia preferenziale che dovrebbe portare a una rapida archiviazione, entro trenta giorni, salvo diversa valutazione del pubblico ministero.

La decisione finale sulla giustificabilità resta affidata a un magistrato, e questa è la clausola che viene usata per rassicurare. Ma il punto politico è un altro: si costruisce un’idea di legittimità preventiva dell’uso della forza, un’anticipazione di fiducia verso chi reagisce, verso chi “si difende”, verso chi afferma di aver agito in un contesto percepito come minaccioso.

L’altro tema rognoso è quello del fermo preventivo di 12 ore prima delle manifestazioni contro i sospetti.

“Serve una norma – ha detto il ministro degli Interni Piantedosi nelle sue comunicazioni alla Camera e al Senato – che consenta un vero e proprio efficace intervento preventivo. Per fermare preventivamente ci vuole un fermo preventivo”.

Ma dalle osservazioni del Quirinale sarebbe ritenuto eccessivo il tempo di 12 ore per il fermo di polizia preventivo (Salvini, in una delle sue “sboronate” aveva tentato di portarlo a 24 o anche 48 ore) nei confronti di viene sospettato di costituire un pericolo per lo svolgimento pacifico dei cortei. E sarebbe stato evidenziato che bisogna regolare dettagliatamente i motivi del fermo.

Secondo le ultime indicazioni, l’intenzione dell’esecutivo sarebbe di mantenere il trattenimento per 12 ore per accompagnamento negli uffici di polizia, senza necessità di convalida da parte del magistrato (che comunque dovrebbe riceverne comunicazione) ma solo per chi ha precedenti specifici.

Fra le misure d’urgenza ci sarebbero anche quelle sulle zone rosse attorno alle stazioni. Nel disegno di legge, che poi dovrà affrontare l’iter parlamentare, dovrebbe essere invece essere inserito il cosiddetto ‘blocco navale, ossia la possibilità di interdire (da 30 giorni a 6 mesi) l’attraversamento del limite delle acque territoriali in casi di minacce terroristiche o di pressione migratoria eccezionale, due cose ben diverse ma poste praticamente sullo stesso piano.

“La scelta del governo di usare sia un decreto che un ddl non è neutra. Il decreto serve a rendere operative subito le misure più delicate e simboliche, quelle che incidono direttamente sulla libertà di manifestare, sulla gestione dell’ordine pubblico e sulla costruzione del ‘nemico interno’” – commenta l’Osservatorio Repressione – “Il disegno di legge, invece, ospita le norme che richiedono un lavoro di assestamento politico e mediatico, quelle più ideologiche o più esposte al rischio di rilievi istituzionali. È una strategia ormai riconoscibile: prima si cambia il clima, poi si consolidano le fondamenta”.

In questo inquietante scenario da stato di polizia incombente sul paese, colpisce la pochezza politica e di merito dei partiti dell’opposizione.

Se, per fortuna, hanno evitato la trappola della convergenza su un testo comune con la maggioranza, nella risoluzione unitaria presentata dalle opposizioni M5S-Pd-Iv-AVS per prendere le distanze dalle comunicazioni del ministro Piantedosi al Senato, non ci sono critiche sostanziali alla gestione governativa dell’ordine pubblico, c’è la “condanna delle violenze degli antagonisti a Torino” accanto all’annuncio del no al nuovo decreto sicurezza atteso per oggi in Consiglio dei ministri.

Il documento delle opposizioni insiste con la richiesta di ulteriori assunzioni nelle forze dell’ordine (richiesta che non ha riscontri fattuali), sulle modifiche normative per reintrodurre la procedibilità d’ufficio per “reati di particolare disvalore sociale” oltre all’abrogazione di “alcune recenti norme contenute nel c.d. decreto Nordio” (il riferimento è alla convocazione preventiva degli “arrestandi” per alcuni reati anche gravi), ma si limita a proporre di impegnare il Governo “a non fare ricorso in materia di ordine pubblico allo strumento della decretazione d’urgenza”.

Nel merito, c’è il no al fermo preventivo attraverso nuovi “provvedimenti amministrativi limitativi della libertà personale”, alla cauzione per le manifestazioni e all’immunità penale per i componenti delle forze dell’ordine.

Diciamo che la posta in gioco sul piano della democrazia in questo paese richiederebbe un po' più di coraggio politico che limitarsi a quanto già segnalato dal Quirinale.

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03/02/2026

Guerra ai civili. Meloni toglie la maschera

Chiamiamo le cose con il loro nome: il governo Meloni ha creato in modo premeditato l’“emergenza Torino” per imporre un metodo ben noto: la guerra ai civili.

Lo sgombero di Askatasuna, annunciato da anni, da tutti i governi, è stato messo in atto con un pretesto risibile (sei persone che dormivano in un’ala dichiarata inagibile) e durante le feste natalizie, in modo da non avere “resistenze” adeguate nel momento scelto.

Era ovvio e previsto che ci sarebbero state proteste, ma di certo non era stata immaginata la portata: oltre 50.000 manifestanti, in una città non facilmente raggiungibile a livello nazionale, per dare solidarietà ad un centro sociale classificato da sempre tra i “cattivi”. E tantissimi, come sempre più spesso accade, erano stati fermati sulle autostrade bloccando pullman, fermando macchine, controllando le stazioni...

Quella massa di gente inconsueta per Torino è l’eredità diretta dell’ondata di piena che si è vista in autunno, con oltre un milione di persone in due scioperi generali ravvicinatissimi, e poi nell’immensa manifestazione del 4 ottobre a Roma, a sostegno del popolo palestinese sottoposto a genocidio da Israele con la complicità diretta di tutta l’area euro-atlantica.

Un’ondata che ha preoccupato la classe dirigente italiota – tutta, dal centrodestra parafascista a chi ha provato goffamente a metterci un cappello sopra – al punto da far immediatamente progettare nuovi “decreti sicurezza”, nuovi reati e vecchissime soluzioni (il “fermo anticipato” applicato dal fascismo verso chiunque fosse sospettato di poter contestare il passaggio del “duce” nei paraggi).

Per imporre una simile svolta era indispensabile un episodio, uno scontro vero (quelli registrati come tali negli ultimi anni erano stati pestaggi di polizia contro manifestanti inermi), qualcosa che potesse far scattare la retorica “chiagn’e fotte” tipica dei fascisti in ogni variante, a cominciare ovviamente dai nazi-sionisti.

Bisognava provocarla con qualsiasi mezzo e per questo – come si desume da tutte le testimonianze anche giornalistiche – era stato dato un evidente ordine ai reparti schierati in piazza: manganellate chiunque non porti una divisa.

L’ordine è stato eseguito, come direbbe uno storico famoso. Fotografi, passanti, turisti (come si vede nell’articolo riproposto qui sotto), manifestanti e no, erano destinati a cadere sotto i candelotti sparati ad altezza d’uomo e i manganelli. Nel caos della violenza poliziesca era prevedibile che qualche forma di resistenza si sarebbe resa evidente. È nella logica del conflitto politico, spiega lucidamente anche Piergiorgio Odifreddi.

E se non si fosse manifestata, o non fosse stato possibile “certificarla” in immagini o video, erano pronti anche i soliti agenti camuffati da “black bloc” attivi fin dai tempi di Cossiga. Che, a quanto pare, stavolta sono riusciti soltanto a supportare la caccia al manifestante, visto che di caos ne era stato seminato parecchio già dai loro colleghi in divisa.

Un video incompleto è diventato “il braccio violento” della retorica governativa, mentre la testimonianza che lo contestualizzava in ben altro scenario è stata silenziata nel circuito mainstream, nonostante venisse da una professionista dell’informazione.

Guerra ai civili, tutti. Come a Genova 2001, dicono tutti quelli che hanno potuto vedere i due momenti ad un quarto di secolo di distanza. La “caccia ai rossi” è arrivata fin nelle corsie dei pronto soccorso, alla ricerca di chi era rimasto ferito e aveva bisogno di cure.

Abolita dal governo stesso la distinzione tra “buoni” e “cattivi” che qualche stolido “tardo-democratico” ha rispolverato anche questa volta come uno straccio ammuffito.

È addirittura il facente funzione di ministro dell’interno, Piantedosi, a spiegare che quella distinzione non serve più. Persino “la velocità” con cui si è mosso il corteo diventa per lui “la prova” che tutto era stato preparato per arrivare sul luogo prescelto “all’ora giusta” (senza neanche accorgersi dell’assurdità che dice: se serviva il buio, si poteva arrivare a qualsiasi ora...). Il post con cui accusa chiunque fosse in piazza di aver agito consapevolmente per coprire “i violenti” è una dichiarazione programmatica di guerra alle mobilitazioni future. Come il “fermo preventivo” o la “cauzione” da versare per poter scendere in piazza...

Non è una conclusione difficile da trarre. Un governo che non ha nulla da offrire alla popolazione, ma anzi le sfila ogni giorno qualcosa per garantire i profitti di un numero sempre minore di “benestanti”, comincia a sentire che nel fondo della società qualcosa si sta muovendo.

Per ora si è manifestato in due modi diversi: un’astensione elettorale che supera ormai stabilmente il 50%, sollevando chiari dubbi di legittimità democratica per qualsiasi maggioranza di governo, e una partecipazione alle mobilitazioni magari un po’ a singhiozzo, ma con dimensioni che non si vedevano da anni, specie tra i giovani.

E quando sente il fiato della popolazione sul collo, un governo reazionario – che sia in Italia o negli Stati Uniti – reagisce sempre allo stesso modo. Violento. Sul piano legislativo e costituzionale, ma soprattutto con i corpi armati.

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«Picchiati e scherniti». Torino, i racconti di chi era in piazza

Il volto insanguinato di Claudio Francavilla è diventato, suo malgrado, uno dei simboli della guerriglia durante la manifestazione in sostegno ad Askatasuna di sabato scorso. Francavilla ha raccontato a La Stampa di essere finito in mezzo a una carica pure essendo sceso in piazza pacificamente. Soccorso da due fotografi che chiedevano un’ambulanza alla forze dell’ordine, è rimasto sul ciglio della strada abbandonato per molto tempo.

Sono decine i manifestanti rimasti feriti sabato, diversi video si trovano sul web, uno di questi ritrae il fotografo Federico Guarino buttato a terra e manganellato da diversi agenti mentre, nonostante la maschera antigas, gridava «stampa!». «Ero lì a fare le foto, è partita una carica e l’ho fatta sfilare finendo dietro le forze dell’ordine, poi si sono girati e altri agenti sono arrivati dalla direzione opposta».

Si accorge che hanno preso una persona. Erano andati tutti via mentre il fotografo continuava a scattare: «All’improvviso mi hanno buttato a terra e si sono accaniti. Urlavo, ma penso che con la maschera non si sentisse. Ho dato per scontato che con la macchina fotografica capissero, avevo anche fatto una foto con il flash poco prima».

Guarino dice di essere stato trattato come un delinquente violento. Mentre lo portano via viene colpito con scappellotti sulla testa, manate sul volto e schernito, mentre ripete di essere un fotografo.

«L’atteggiamento era provocatorio», racconta, fino a quando non hanno capito che effettivamente fosse lì solo per lavoro: perquisizione, foto identificative e controlli. È rimasto in mano alla polizia per un’ora.

Il giorno dopo è andato in ospedale avendo ricevuto diversi colpi in testa: cinque giorni di prognosi, ghiaccio e antidolorifico a esigenza. «Zoppico e sono ammaccato ma sto bene, ho chiesto i nomi degli agenti, ma mi hanno detto che non ne danno».

In piazza è arrivata una pioggia di lacrimogeni sparati spesso ad altezza uomo. Francesco Anselmi fotografo dell’agenzia Contrasto racconta: «Ho ricevuto un lacrimogeno dritto all’inguine, per fortuna ho solo un livido sulla gamba perché avevo tre strati che mi coprivano. Tutti lanci ad altezza uomo, una pratica sdoganata con i No Tav».

Per questo ha deciso di rimanere dietro la linea delle cariche, spiega, nascondendosi dietro un’auto. Anche nelle vie limitrofe, dove le persone si raggruppavano per sfuggire ai fumi densi, schizzavano lacrimogeni. Uno, su largo Montebello, ha colpito un passeggino.

Sempre sulla piazza all’improvviso sono arrivate due camionette a tutta velocità: «Una con un agente con il portellone aperto che brandiva un manganello – racconta un testimone –. Poi si è bloccata e tornata indietro, credevo sarebbero scesi in venti a massacrarci».

A fine manifestazione molti lacrimogeni sono stati lanciati sui palazzi e sono finiti contro le finestre dei residenti e sui balconi. «La sensazione è che stessero cercando lo scontro, l’incidente. Ho assistito ad alcune manovre azzardate, non pareva che lo scopo delle forze di polizia fosse ridurre il danno», racconta un altro fotografo che vuole rimanere anonimo, che ha partecipato anche al G8 di Genova.

«Ad esempio sono avanzati in una carica con la camionetta e sono venuti in contatto con una barricata con le fiamme, hanno abbandonato la camionetta lì che poi ha preso fuoco. Sicuramente una di quelle foto che poi resta».

In molti rievocano quella che è stata Genova 2001 per il movimento e per la gestione dell’ordine pubblico. In tanti video e testimonianze si vedono manifestanti colpiti mentre scappano via, alcuni inciampano, cadono a terra e vengono trascinati dalle forze di polizia.

In sei sono finiti in questura fino alle due di notte, ne sono poi usciti con un’accusa di resistenza a pubblico ufficiale aggravata, raccontano di essere stati presi a caso tra la folla. Una turista francese con un braccio rotto è stata mandata via velocemente, forse così non sporgerà denuncia.

Un video in particolare, ripreso da un palazzo di corso Regina, dove c’è Askatasuna, vede protagonisti più di dieci agenti intorno a due persone disarmate che cercano una via di fuga dai lacrimogeni: vengono circondati e manganellati. In un altro filmato un manifestante che scappa riceve diversi colpi alle spalle mentre è a terra.

Una quarantina di persone sono ricorse alle cure mediche. Ma molti evitano i pronto soccorso per il rischio di essere denunciati. Arianna, studentessa di 19 anni, è finita in ospedale perché svenuta per i troppi lacrimogeni: «Una mia amica ha notato che non respiravo più, per fortuna c’erano le squadre mediche volontarie che mi hanno soccorsa, non riuscivo a muovere la gamba sinistra e la mano destra. Sono svenuta, poi ho avuto le convulsioni, hanno dovuto chiamare l’ambulanza».

Al Giovanni Bosco, con la flebo al braccio, si ritrova due poliziotti in divisa che le chiedono i documenti. È lenta, i poliziotti le dicono di muoversi: foto ai documenti a lei e all’amico, minorenne, che viene cacciato fuori. Di fianco a lei un ragazzo insanguinato con la testa aperta: «Sono andati anche da lui per i documenti, nonostante le condizioni».

Anche all’ospedale Gradenigo gli agenti sono entrati, questa volta in borghese: «I pazienti avevano fatto il triage e si trovavano in un’area sanitaria, non andrebbe fatto. I medici purtroppo non hanno detto nulla», racconta l’avvocato Gianluca Vitale.

«Hanno preso il cellulare di un ferito su una barella e l’hanno messo in una busta intimandogli che non avrebbe potuto più usarlo. Ma non glielo hanno sequestrato». Poi hanno detto al personale medico: «Aspettate a dimetterlo che dobbiamo tornare. Una pratica largamente usata a Genova durante il G8», conclude Vitale.

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In Italia c’è bisogno di più polizia? La realtà dice il contrario

In Italia, il numero degli agenti di polizia (inteso in senso ampio come forze di polizia a ordinamento civile e militare) in rapporto al numero di abitanti è generalmente intorno a 1 agente ogni 430-460 abitanti, una quota percentuale assai superiore a quella di altri paesi europei come Germania, Francia o Regno Unito.

I dati aggiornati al 2021-2023 ci dicono quanti sono in Italia gli uomini e le donne in divisa con funzioni coercitive appartenenti al Ministero dell’Interno e al Ministero della Difesa:

Polizia di Stato: circa ~100.000 unità

Arma dei Carabinieri: circa ~100.000 unità

Guardia di Finanza: circa ~65.000 unità

Polizia Penitenziaria: circa ~40.000 unità

Corpi di polizia locali (Polizia Municipale): circa ~60.000 unità

Il totale approssimativo è di circa 365.000 agenti (comprese le funzioni amministrative e non esclusivamente di “pattuglia”). La popolazione italiana nel 2023 era di circa 58,8 milioni di abitanti. Il rapporto è quindi di 365.000 agenti su 58.800.000 abitanti, ossia di 1 agente ogni 161 abitanti.

Ovviamente il dato include anche personale con compiti amministrativi, investigativi, di sorveglianza penitenziaria, fiscali, ecc. Inoltre, i corpi hanno competenze specifiche e non tutti sono dedicati all’ordine pubblico in strada.

Un poliziotto ogni 220 abitanti. Ancora non basta?

Facendo un confronto a livello internazionale, secondo i dati dell’Eurostat (2020), l’Italia ha circa 455 agenti ogni 100.000 abitanti, cioè 1 ogni 220 abitanti se si considerano solo le forze di polizia principali (se invece si includono le polizie locali e la polizia penitenziaria). Questa cifra è superiore a paesi come il Regno Unito, Germania, Francia o Scandinavia.

La densità degli agenti di polizia/procapite varia poi tra regioni e città, ma il numero “reale” percepito dai cittadini (presenza o visibilità delle pattuglie in strada) è inferiore al dato complessivo.

Diminuiscono i reati visibili, aumentano quelli meno “impattanti”

Questo numero crescente di agenti delle varie polizie contrasta però con la diminuzione dei reati, inclusi quelli “di prossimità” ovvero quelli legati alla microcriminalità che sono poi quelli più rilevati o percepiti dalla gente comune.

Occorre dire che questi sono anche i reati più direttamente legati al peggioramento delle condizioni di vita di ampi settori popolari o marginali del paese. In particolare da dopo la pandemia di Covid – che è stato e rimane un vero e proprio spartiacque temporale e sociale – la situazione in molti ambiti più deboli della società è crollata verticalmente e non è più risalita. Emblematico anche il ritorno di droghe “a basso prezzo”, ad alta diffusione e, di conseguenza, ad alto incentivo di micro-criminalità per rimediare i due soldi necessari alle dosi.

Facendo un rapporto con i dati di più di dieci anni fa e sulla base degli ultimi dati disponibili (2014-2023) i reati in generale registrano un calo generale. Tuttavia, osservando l’ultimo decennio, la tendenza è stata altalenante. Dopo un picco negativo nei primi anni 2010, c’è stata una relativa stabilità o lieve diminuzione, seguita da un aumento significativo nel 2023. Il dato del 2023 – secondo il rapporto del Viminale, ha registrato un aumento complessivo dei reati del +7,8% rispetto al 2022, un dato che ha invertito la tendenza degli anni precedenti.

Ma occorre sottolineare che il 2023 è stato il primo anno pienamente “post-Covid”. Lo stop e le limitazioni alla vita sociale e degli spostamenti durante la pandemia (2020-2021) ha inevitabilmente influito sulle opportunità di commettere reati, soprattutto per quelli contro il patrimonio.

Nel periodo preso in esame sono diminuiti in modo netto i furti in abitazione, borseggi, scippi, rapine, cioè i reati più fastidiosi e invasivi nella vita quotidiana delle persone.

Anche gli omicidi (che in Italia hanno numeri tra i più bassi d’Europa) mostrano un trend in ulteriore calo, nonostante casi di grande impatto mediatico che sembrano voler per forza dimostrare il contrario.

Sono invece aumentati in modo netto i reati informatici e le frodi, con una impennata costante, favorita dalla digitalizzazione.

Sono aumentati i reati legati alla violenza di genere e allo stalking con un aumento delle denunce, che riflette sia una maggiore diffusione del fenomeno ma anche una maggiore consapevolezza e capacità di emersione. I reati predatori “di strada” ((come le rapine) dopo un lungo calo, nel 2022-2023 hanno mostrato segnali di inversione di tendenza, contribuendo all’aumento complessivo del 2023. I reati come usura ed estorsione sono rimasti sostanzialmente stabili o in leggero aumento in alcune aree.

Si registra poi un andamento altalenante, senza un calo strutturale evidente, per reati contro la Pubblica Amministrazione (corruzione, concussione etc.).

Percezione, manipolazione, realtà

L’attenzione morbosa dei mass media su certi crimini (es. aggressioni, risse) ha creato una percezione di aumento generalizzato della criminalità che non sempre corrisponde al dato statistico reale.

Se si osservano le scalette dei principali telegiornali o l’impostazione dei giornali locali (quelli che è più facile trovare sui tavolini dei bar), queste restituiscono una sensazione perenne di insicurezza, pericolo e attenzione alla “cronaca nera” impressionante ma altrettanto strumentale. Ad aggravare lo scenario c’è poi l’insistenza sul fatto che i protagonisti siano immigrati o meno.

La percezione dunque supera abbondantemente la realtà, ma è proprio su questa manipolazione che la destra gioca la sua partita sulla “sicurezza” e il progetto di uno vero e proprio stato di polizia.

Inoltre va registrato l’aumento delle denunce per reati o violazioni su cui prima c’era meno reazione da parte delle vittime. Per alcuni reati come le molestie o la violenza domestica, si registra un aumento delle denunce che può indicare non un aumento dei fatti, ma una emersione dei reati che prima non venivano denunciati.

Volendo tirare le somme possiamo affermare che negli ultimi dieci anni, non c’è stata una tendenza univoca. Per molti reati tradizionali contro il patrimonio (furti, rapine), il trend è stato in calo fino al 2021/2022, mentre per i reati contro la persona (specie in ambito familiare) e i reati informatici, il trend è stato in netto aumento.

Dunque, già oggi in Italia abbiamo il più alto numero di poliziotti a testa di molti paesi europei eppure – dalla destra ma anche da Pd e M5S – sentiamo ancora parlare di aumento degli organici di polizia, carabinieri, guardie penitenziarie, polizie locali etc. Una solerzia che si perde sempre per strada quando parliamo di medici, infermieri, Vigili del Fuoco, addetti ai servizi sociali etc.

Anche i reati più “fastidiosi” per la gente comune (quelli di prossimità come scippi, furti in casa o di automobili o di loro componenti etc.) sono in calo.

Eppure nella percezione sociale, ampiamente manipolata dai mass media e dalla politica, sembra invece il contrario e su questo mondo alla rovescia la destra intende edificare una società-caserma e uno stato di polizia. Facciamogli tana!!

Fonti ufficiali:

Ministero dell’Interno

ISTAT

Rapporto sui bilanci delle Forze di polizia

Eurostat (2020: “Police, court and prison personnel statistics”)

Annuale Statistico del Ministero dell’Interno (ultima edizione: 2023).

Rapporti ISTAT sulla sicurezza dei cittadini.

A questo punto diventa illuminante la lectio magistralis su Repressione è civiltà (Gian Maria Volontè). Ci fa comprendere molte delle cose che stanno avvenendo sotto i nostri occhi.



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