Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/07/2026

Bologna: chi semina vento, raccoglie tempesta

L’assassinio da parte di due agenti di Polizia di Abderrahim Fakir, avvenuto domenica 19 luglio, a Bologna, nel quartiere del Pilastro, dopo che era stato immobilizzato a terra e ammanettato, con la scena ripresa da un cellulare in un video divenuto subito virale, ha aperto l’ennesima ferita per la città che si sta stringendo attorno alla famiglia della vittima con un misto di comprensibile indignazione ed ancora più legittima rabbia, esplosa con forza nella notte tra il 20 ed il 21 luglio.

La reazione popolare ha suscitato l’immancabile codazzo di polemiche da parte della “Destra di governo”, che ha come sempre strumentalizzato gli episodi avvenuti durante e dopo il presidio in Prefettura.

Da Giorgia Meloni in giù, gli attuali attacchi di questa Destra servono prima di tutto a “sviare l’attenzione” sull’omicidio del 43enne di origine marocchina e subito dopo a cercare di impallinare il “campo largo” su un tema divenuto centrale nella sottospecie di “dibattito politico” ad un anno dalle elezioni parlamentari, nonché di quelle amministrative nelle principali città italiane, da Trieste a Palermo, Bologna compresa.

Rispetto a questo fuoco di fila il sindaco Matteo Lepore ha usato parole infamanti invece di condannare la blindatura della pizza sotto la Prefettura, l’uso massiccio di lacrimogeni ed idranti – oramai prassi consolidata e “normalizzata” di gestione della piazza dallo scorso autunno – dichiarando che “non rappresentano Bologna”.

Promuovendo così l’ennesima dicotomia tra “buoni” e “cattivi”, con notevole sprezzo del ridicolo, considerata la contrapposizione tra Piazza Nettuno, da dove è partito il corteo fino a piazza Roosevelt, dov’è giunto.

“Chi pensa di rispondere alla violenza con la violenza si chiama fuori dallo stato di diritto. E dunque si chiama fuori dalla nostra comunità democratica” ha continuato sul profilo della sua pagina Instagram, rincarando la dose contro la “violenza cieca, ingiustificata, stupida”, e lanciandosi in uno sperticato elogio del questore, quasi che le forze dell’ordine non siano direttamente parte in causa della faccenda, e spostando – anche lui, come la Destra – il centro dell’attenzione rispetto alla violenza strutturale delle forze di polizia che miete sempre più vittime.

La domanda principale è: come può una persona perdere la vita durante un intervento delle forze dell’ordine, in particolare in quelle circostanze?

Andando più in profondità: la questione di fondo resta se è possibile che la concezione della sicurezza sociale sia stata fagocitata da una declinazione che la considera ormai una questione di mero ordine pubblico, da gestire sempre con un approccio muscolare delle forze dell’ordine e giustificandone ex post il loro operato.

Le ragioni dell'“insicurezza sociale” restano così ignote e intoccabili. 

Su questo è necessario ribadire una cosa: il centro-sinistra è subordinato in toto alla concezione che esprime l’attuale destra di governo e lo dimostra ad ogni piè sospinto proprio nelle città che amministra, siano essi territori metropolitani o città di provincia.

Il centro sinistra, specularmente alla destra di governo, pensa che l’attuale governance delle contraddizioni politico-sociali – prodotte dall’attuale crisi del modo di produzione capitalista – debba essere impostata con un mix di politiche in cui i tagli al welfare sono complementari ad un approccio stile “repressione è civiltà” (per parafrasare il commissario di polizia interpretato da un magistrale Volonté, nel film Un cittadino al di sopra di ogni sospetto).

In questo caso “la Politica” non previene più, perché è espressione dei soli ceti dominanti ed ha quindi perso il ruolo di cerniera con la società – o meglio le classi subalterne –; la polizia continua a reprimere perché è l’unica arma rimasta nelle mani del presunto “Stato”.

Bologna in questo è all’avanguardia, con la costituzione delle “zone rosse” da parte del sodalizio tra il sindaco Lepore ed il Ministro Piantedosi, che ha portato alla militarizzazione dei quartieri popolari, e si estende fino alla legittimazione di una gestione dell'ordine pubblico che ha avuto dei tratti di vera “follia” durante lo scorso autunno, in occasione delle mobilitazioni a sostegno della Palestina.

Sia a latere delle oceaniche manifestazioni in occasione degli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, che in altri vari episodi il 2 ed 7 ottobre, oltre alla sfida dell’Eurolega di basket tra la Virtus Segafredo e la squadra simbolo dell’oltranzismo israeliano, il Maccabi di Tel Aviv, il 21 novembre.

Più recentemente, proprio con la militarizzazione del quartiere del Pilastro a giustificazione della protezione dei lavori del contestato progetto del MUBA all’interno del Parco Militini-Moneta, dove la mano pesante è stata usata a più riprese e per reprimere una seconda volta la coraggiosa lotta ambientalista di quartiere, come era avvenuto nel caso di un altro costoso progetto inutile al parco Don Bosco, nel quartiere di San Donato, nel corso del 2024, poi definitivamente accantonato dall’amministrazione.

Naturalmente, la destra non perde occasione per utilizzare a fini politico-elettorali ogni episodio che può servire per scatenare il fuoco “ad alzo zero” contro questa amministrazione cittadina. A partire dai ruoli apicali dell’esecutivo e della maggioranza che la sostiene, peraltro accusata di essere collaterale agli episodi in cui la rottura della “pace sociale” ha implicato significativi momenti di conflitto di strada negli ultimi 30 anni.

Tornando all’episodio specifico, l ’attuale dibattito – se i due agenti abbiamo agito “secondo norma” o meno, di fronte alla morte di una persona disarmata ed in evidente stato di shock – è decisamente assurdo e fuorviante, soprattutto tenendo conto dell’attivazione dello “scudo penale” nei confronti dei poliziotti, introdotto recentemente.

Ci troviamo di fronte alla prima attivazione, ed è la prima e – per ora – principale, pietra d’inciampo rispetto alla richiesta di verità e giustizia da parte di coloro che si stanno stringendo realmente alla famiglia, che la chiede a gran voce.

Chi non si sta esprimendo per la rimozione di questa assurda protezione, come Lepore, di fatto legittima la conseguenza di questa misura – una delle tante – approvata nei diversi pacchetti sicurezza governativi.

Cosa fare quindi?

Occorre demolire il combinato disposto di una narrazione costruita contro i quartieri popolari, in particolare il rione Pilastro, che produce una pluridecennale stigmatizzazione negativa contro i suoi abitanti e la loro parte più attiva, giustificandone la militarizzazione e l’uso sconsiderato della forza.

Sia che si tratti di un conflitto legato ad un’opera contestata, oppure di un intervento “di routine” come domenica, e comunque contro qualsiasi legittima vertenza: dalla desertificazione dei servizi alla mancata mobilità urbana, dalla speculazione edilizia all’assenza di spazi di cultura/socialità.

Chi abita i quartieri popolari non può essere considerato alla stregua di “nemico interno”, con una logica quasi neo-coloniale di occupazione militare di un territorio considerato “alieno”, da conquistare per consegnarlo ai processi di valorizzazione capitalista che vanno investendo anche il quadrante nord della città, con l’espulsione dei ceti popolari e la criminalizzazione delle forme di socialità politica che ne hanno sempre caratterizzato la grande storia.

In questo processo, che potremmo definire “il sacco di Bologna”, la giunta Lepore-Clancy e le forze che la sostengono non è spettatrice passiva, ma vettore attivo, come dimostra la sponsorizzazione delle manovre speculative in vari punti della Città. Così come è corresponsabile dei processi di involuzione autoritaria legati alla gestione dell’ordine pubblico nel suo complesso, con paradigmi chiaramente mutuati dalla destra.

Allo stesso tempo, se si vuole essere conseguenti, bisogna chiedere verità e giustizia per tutti gli episodi che hanno aperto delle ferite e procurato cicatrici indelebili, dalla strage “fascista e di Stato” – come recita la sentenza – alla stazione il 2 agosto del 1980, fino all’ultima stagione della lunga strategia della tensione caratterizzata dalle azioni della Banda della Uno Bianca (1987-1994).

La gestione folle dell’ordine pubblico – sia in occasione di manifestazioni politiche che del cosiddetto “controllo del territorio” – di cui l’ultimo episodio è una tragica ma purtroppo logica conseguenza – deriva interamente dalle politiche sulla sicurezza promosse dalla Destra e fatte acriticamente proprie dal centro-sinistra.

A differenza di ciò che pensa Lepore e chi disgraziatamente lo segue, Bologna ha saputo e saprà sempre da che parte stare. Ieri in Piazza Roosevelt e quotidianamente con le lotte ambientaliste contro il continuo ecocidio, con i conflitti sociali che chiedono a gran voce un miglioramento delle condizioni insopportabili delle classi subalterne ed il ripristino di garanzie, a fianco dei popoli oppressi e delle persone razializzate e sessualizzate vittime del clima d’odio che le classi dirigenti gli stanno vomitando addosso con il concorso di mostruosi personaggi come l’ex generale di Futuro Nazionale.

“E poiché semineranno vento, raccoglieranno tempesta”, verrebbe da dire.

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07/04/2025

Bologna: l’ipocrisia blindata della piazza “per l’Europa” e il coraggio di quella contro il riarmo

Domenica 6 aprile si sono svolte due manifestazioni a Bologna: una a piazza Nettuno organizzata dai sindaci di Bologna e Firenze in continuità con quella del 15 marzo, promossa dalla ‘lettera aperta’ di Michele Serra; l’altra – partita da piazza San Francesco – è scaturita da un appello unitario di differenti realtà politiche, sociali e sindacali che ha cercato di contrapporsi alla chiamata alle armi di Lepore e Funaro con le parole d’ordine “No al riarmo in Europa, no alla difesa comune, no all’economia di guerra”.

Considerando il battage che ha avuto la “piazza per l’Europa”, in particolare dal quotidiano La Repubblica, ed i mezzi economici impiegati per realizzarla – che il sindaco Lepore ha assicurato venire da “fondi privati” – si può ben dire che sia stata un flop, come partecipazione, nonostante l’investimento politico in cui sono stati coinvolti un centinaio di sindaci, cooptate le dirigenze locali dei corpi intermedi della “sinistra” (CGIL, ARCI ed ANPI in primis), che hanno fatto i ventriloqui al primo cittadino felsineo, ed una trentina di volti noti dello spettacolo e della cultura con un passato “progressista”.

Stupisce la confusione di alcuni artisti, da sempre impegnati in alcune battaglie progressiste (come Bergonzoni) o di alcuni giornalisti (come la Mannocchi), che pure hanno sollevato questioni rilevanti rispetto alla politica dell’UE in Medio-Oriente anche dal palco, che non sembrano essersi resi conto di portare acqua al mulino dello sciovinismo europeo, del riarmo della UE attraverso la difesa comune, e di una politica bellicista che stride con il tentativo di trovare una soluzione diplomatica ai conflitti in cui l’Unione è coinvolta.

Dalle immagini, e dalle interviste, è chiaro che si è trattato di una piazza abbastanza agée, ed è significativa che l’unica bandiera nazionale (oltre a quella italiana) fosse quella ucraina, di cui Fresu ha voluto eseguire l’inno con la tromba, mentre non erano presenti bandiere palestinesi...

Lepore, il giorno stesso – forse cosciente del flop imminente – ha nuovamente inviato alla partecipazione il centrodestra, che ha per ora declinato l’invito. Un’apertura paradossale se si pensa al vero e proprio “golpe istituzionale” con cui il centrodestra, attraverso un Consiglio dei Ministri, ha promulgato un Decreto Legge che recepisce sostanzialmente i contenuti dell’Ex DdL 1660 contro il quale si erano espresse anche alcune delle componenti che hanno partecipato alla piazza per l’Europa, senza che queste ultime avessero ora un granché da obiettare.

Alcune migliaia i partecipanti, riporta il TG regionale RAI, mentre altri, come l’ANSA, più realisticamente si attestano sui mille, facendo comunque una stima “per eccesso”.

A San Francesco, circa mezz’ora dopo l’inizio della kermesse a piazza Nettuno, è partito un corteo che in un primo momento ha cercato di giungere proprio nella centrale piazza bolognese per portare la propria voce contro il riarmo, l’opposizione all’ex DdL, il rifiuto del genocidio palestinese.

Oltre a questo, per esprimere la solidarietà con gli studenti e studentesse del Minghetti che sono stati denunciati per avere occupato la scuola e nei confronto di coloro che venerdì scorso si sono incatenati per richiederne il ritiro, iniziando un presidio di fronte al palazzo prefettizio, che è stato poi sgomberato la mattina di sabato con i partecipanti portati in questura e denunciati.

Un corteo che prima di muoversi aveva visto intervenire un esponente di Potere al Popolo, uno studente di OSA che aveva partecipato all’occupazione dell’Istituto Minghetti e che si era “incatenato” per protesta venerdì scorso, ed un’attivista del Comitato Basta.

Il corteo, che avrebbe voluto dirigersi verso piazza Nettuno, è stato fermato dalla polizia che aveva già blindato l’accesso in prossimità di via Ugo Bassi, respingendo i manifestanti a colpi di scudo, calci e manganelli.

Dopo i momenti di concitazione, che hanno avuto come conseguenza il ferimento di almeno due manifestanti, il corteo è arretrato cantando Bella Ciao e ha preso a muoversi da via Marconi verso la stazione ferroviaria, per attraversare il quartiere della Bolognina e concludersi al Parco della Zucca, dove ha sede il Museo per la Memoria di Ustica.

Circa un migliaio di persone hanno urlato a gran voce slogan contro la UE, con numerosi interventi che si sono alternati dal microfoni sia da parte degli aderenti che da realtà politiche che sono scese in piazza condividendone le ragioni.

Un corteo che ha visto uno striscione unitario d’apertura dietro il quale potevano posizionarsi i singoli rappresentanti delle realtà che hanno aderito all’appello unitario, poi un partecipato spezzone di Potere al Popolo, seguito da quello della Rete dei Comunisti/Cambiare Rotta/OSA e poco dietro dell’Unione Sindacale di Base, ed in seguito gli altri aderenti.

L’intervento di chiusura è stato affidato a Riccardo Rinaldi di Potere al Popolo, che ha ricordato l’appuntamento di mercoledì 9 aprile alle ore 18 in palazzo d’Accursio – lanciata alla fine della manifestazione del 4 aprile a Bologna – per proseguire la lotta rispetto alle tematiche sollevate in piazza e che la blindatura poliziesca a impedito di portare in piazza Nettuno stessa, ma non resto di un centro cittadino militarizzato.

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23/09/2024

Alluvioni, va spezzato il paradigma Emilia Romagna

Cinque anni fa proponemmo la cancellazione della legge regionale urbanistica, uno strumento che fornisce i mezzi per aumentare la cementificazione dei territori. Dopo tre alluvioni in due anni Lepore ha dichiarato che quella legge è stato un errore che ha deregolato così tanto da riportare agli anni ’60, ammettendo la responsabilità nei disastri di questi giorni visto che Regione e Comuni hanno continuato ad usarne i meccanismi per garantire sempre più consumo di suolo.

Oggi la promessa è che “De Pascale ha detto che farà” la nuova legge. Se il centrosinistra fosse serio, dovrebbe pubblicare immediatamente il testo della nuova legge in modo che queste elezioni diventino un’occasione per discuterla.

Affidarsi alla buona parola di De Pascale non può certo bastare, perché su questo tema ha un curriculum spaventoso.

Se è vero che “il cerino è stato lasciato in mano ai sindaci” come dice Lepore, De Pascale l’ha usato per appiccare l’incendio, visto che Ravenna è la seconda città in Italia per consumo di suolo, seconda solo a Roma!

E che incendio: tra i tanti mostri nati sotto la sindacatura di De Pascale c’è anche il rigassicatore, letteralmente una bomba ancorata poco fuori città al modico costo di 1 miliardo e 300 milioni, senza che ci sia neanche nessun vantaggio in bolletta.

La verità è che il cemento e il consumo di suolo sono un meccanismo economico troppo forte in questa regione. Lo stesso Lepore si affretta a rivendicarsi il “cemento buono”: quello per la linea del tram al servizio di Farinetti, quello per le ex aree militari (per cui viene vantato un nuovo accordo ogni anno, ma restano vuote a marcire). Forse per pudore, Lepore evita di nominare il Passante di Mezzo.

Bisogna rompere con i grandi gruppi economici di cui il Partito Democratico e i suoi alleati sono i primi garanti politici, hanno governato questa regione e gran parte dei comuni per decenni senza interruzioni mettendo in cantiere tutto quello che serviva alle filiere del cemento e della logistica. Ora serve rompere con queste filiere e col sistema-PD.

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13/08/2024

Il suicidio di Lepore contro il New York Times

La replica della giornalista Ilaria Maria Sala del #NewYorkTimes alla lettera che solo un narcisista come Lepore poteva scrivere al giornale per protestare, facendo così l’ennesima figura di palta.

*****

“Stimato sindaco di Bologna Matteo Lepore,

sono Ilaria Maria Sala (e non «una tale Maria Sala»). Mi è stato chiesto di rispondere alla sua lettera, cosa che faccio malvolentieri, ma con senso del dovere. Mi rammarica molto che il mio sindaco, sentendosi offeso e chiamato in causa da un articolo che ho scritto per il New York Times non si sia nemmeno premurato di trascrivere il mio nome per intero, e che invece di affrontare quello di cui scrivo, scelga di discreditare me e mettere in dubbio la mia provenienza e la mia competenza a scrivere quello di cui scrivo.

Non solo, ma che voglia anche partire nel suo ragionamento definendomi «una tale» per screditarmi ancor di più: «Chissà chi è questa e in fondo, chissà perché dovrebbe importarcene!» Basta fare una veloce ricerca Google, e troverà facilmente chi sono e cosa faccio.

Vero, abito a Hong Kong. Faccio parte delle centinaia di migliaia di italiani che abitano all’estero, fra i quali ci sono molti bolognesi. Malgrado questo, passo ogni anno diverso tempo a Bologna, la mia città, e la città in cui sono cresciuta: questo mi rende più sensibile ai cambiamenti rapidi e a mio giudizio negativi che hanno modificato la mia città, dato che certe differenze si notano con maggiore intensità quando, dopo un periodo di distanza, si torna a casa.

Ma queste stesse modifiche al tessuto urbano vengono anche sottolineate con enfasi dai miei amici che risiedono a Bologna tutto l’anno, e che non si sentono più a loro agio nelle vie del centro occupate in primo luogo da tigellerie, paninerie, piadinerie, pizzerie e, se posso osare il neologismo, mortadellerie.

Strade date in pasto, letteralmente, ai turisti di massa, che passano da un piatto da mettere su Instagram all’altro senza tanto interessarsi delle meraviglie della nostra città. Tutte le belle, bellissime attività che lei cita, che, da sempre caratterizzano la nostra città, sono messe a rischio dalle modalità di turismo attualmente in atto a Bologna.

Nel mio articolo non ho chiamato in causa Palazzo d’Accursio – è interessante notare che invece nei più di 1500 commenti al mio pezzo molti abbiano sottolineato che mentre io critico l’overtourism (fenomeno globale) il vero problema è come questo viene gestito. Io non ho pensato di mettere in discussione la gestione, ma concludo il mio scritto con la domanda: «Dobbiamo davvero viaggiare così?»

Il New York Times l’ha reputata una domanda sufficientemente pertinente da riprenderla nel titolo. Sono i turisti che vengono a Bologna solo per «la grassa», e che della «dotta» poco si interessano. Cito anche altre città in cui l’overtourism sta facendo danni notevoli, e come lei saprà, molte amministrazioni locali si stanno chiedendo in che modo affrontare il disagio per i residenti, e lo svuotamento di contenuti della città a cui questo porta.

Ma visto che lei invece si sente chiamato in causa direttamente, mi lasci cogliere l’occasione per farle una domanda: cosa fa l’amministrazione di Bologna per governare l’overtourism?

Non so se lei ricorda quello che rispondeva il suo predecessore, Renzo Imbeni, quando gli veniva chiesto perché Bologna non sviluppasse maggiormente il turismo: diceva che era perché le città sono fragili, e il turismo è distruttivo.

Io resto dell’opinione di Imbeni, e nel vedere quanto il centro di Bologna sia ora una fila continua di tavolini per nutrire turisti (dato che pochi di noi bolognesi hanno appetito per quelle pietanze, servite in quel modo) e non più un luogo di aggregazione cittadina, mi sento ancora più in sintonia con il pensiero del suo predecessore.

Lei non risponde in merito al mio pezzo – scredita anche il valore del mio scritto decidendo che non è qualcosa con cui il New York Times è per forza d’accordo dato che è un «Guest Essay», come se contasse meno. Temo che lei non sia al corrente di come funzioni scrivere per il Times, ma non è importante.

Le cose delle quali io parlo sono sotto gli occhi di tutti i cittadini, incluso di quelli come me che risiedono all’estero ma continuano a considerare Bologna «casa», verso la quale tornare ogni volta che è possibile.

Molti, moltissimi articoli scritti in italiano su giornali italiani dipingono un quadro molto più nero del mio – ma non ho visto lettere così irrispettose scritte ai loro autori. E’ davvero lamentevole che il rappresentante di una carica istituzionale prestigiosa come la sua voglia scrivere una lettera piccata, frettolosa e incapace di affrontare gli argomenti di cui ho scritto.

Ancora più lamentevole è voler far finta di non vedere quanto il centro città sia svilito dall’essere stato tramutato in quello che è oggi, o di sorvolare su quanto difficile sia trovare alloggio in città per chi è studente, o per chi lavora a redditi bassi, ritrovandosi a condividere casa in situazioni lontane dall’ideale.

Conto sul fatto che lei conosca la storia della luna e del dito che la indica. Chissà se a guardare la luna, invece che cercare di dileggiare e sminuire il mio dito che la indica, non si trovino soluzioni migliori per affrontare il disagio cittadino sotto gli occhi di tutti i bolognesi, che vivano a Bologna, o che lavorino all’estero.

Molto cordialmente, La sua concittadina Ilaria Maria Sala”

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A Lisbona i residenti chiedono un voto per vietare Airbnb. E in Italia?

In questi giorni una ‘succosa polemica’ sulle trasformazioni provocate dall’overtourism a Bologna è stata al centro dell’attenzione mediatica.

A scatenare una reazione rabbiosa del sindaco Lepore è stato un intervento, apparso sul New York Times, della giornalista Ilaria Maria Sala, nata a Bologna ma residente da tempo a Hong Kong.

Come ha giustamente sottolineato Potere al Popolo in un suo comunicato: “l’articolo del giornale americano ha semplicemente detto ad alta voce quello che ormai tante e tanti bolognesi pensano: della city of food non se ne può più, non se ne può più di vedere soldi pubblici buttati per garantire le rendite di Farinetti e soci, non se ne può più di una città che espelle giorno dopo giorno i suoi abitanti sacrificandoli sull’altare del turismo e della rendita immobiliare”.

Ci preme sottolineare come avevamo posto il problema, partendo dal caso studio di Bologna, in un articolo precedentemente pubblicato su questo giornale.

In quel pezzo avevamo messo in luce le ragioni e le dinamiche della trasformazioni complessive della città (e della regione) a causa dell’overtourism, così come avevamo ribadito la necessità di rimettere al centro dell’agenda politica il diritto alla città.

In maniera molto più sfumata, era stato il rettore dell’Alma Mater – Giovanni Molari – a mettere in evidenza alcuni evidenti problemi che il modello di città fino ad ora scelto sta creando alla popolazione studentesca universitaria, in un’intervista pubblicata l’8 agosto.

Il Magnifico Rettore risponde così alla domanda della giornalista Caterina Giusberti, che lo intervista su La Repubblica: “la casa resta uno dei problemi principali. Abbiamo predisposto un certo numero di opere per aumentare le residenze universitarie ma sono sempre poche, rispetto alle necessità. (...) Stiamo perdendo studenti del centro sud perché fanno fatica a trovare casa. Sempre in attesa che si ponga un freno a questo aumento indiscriminato di affitti brevi sulla città”.

Un problema, naturalmente, che non riguarda solo gli studenti e le studentesse, ma tutta la cittadinanza, comprese le fasce relativamente protette della working class e porzioni del ceto medio.

Multiproprietà e piattaforme digitali per affitti brevi, in assenza di regolazione e con un regime fiscale piuttosto vantaggioso, non hanno solo prosperato – anche a Bologna –, ma hanno cambiato il volto della città rendendola letteralmente invivibile per la quasi totalità della sua popolazione.

Ci è sembrato utile, non solo per ciò che concerne il dibattito sotto le Due Torri, tradurre questo intervento apparso su Jacobin Magazine rispetto alle trasformazioni di Lisbona, una delle città più segnate dall’overtourism.

Lì si terrà un referendum per vietare gli affitti brevi, come sbocco di un’efficace campagna portata avanti dal movimento per il diritto all’abitare, Movimento per il Referendum Abitativo (MRH).

Una lotta ispirata al precedente referendum di Berlino del 2021 per costringere il municipio a nazionalizzare i portafogli immobiliari dei grandi proprietari attraverso un ordine di acquisto obbligatorio.

Sono spunti per rimettere al centro l’azione in direzione del diritto alla città, e passare dalla denuncia politica all’azione coerente.

Buona Lettura

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A Lisbona, l’impennata del turismo ha trasformato decine di migliaia di appartamenti in Airbnb, estromettendo i normali affittuari. Un referendum per vietare gli affitti a breve termine negli edifici residenziali potrebbe cambiare le cose.

António Melo ha vissuto per tutti i suoi settantuno anni nel quartiere Alfama di Lisbona. Ma dopo che il proprietario ha venduto l’edificio a una società di alloggi turistici, questa si è rifiutata di rinnovargli il contratto. “Temo di essere sfrattato da un momento all’altro”, spiega Melo “ma non ho un altro posto dove andare”.

La sua storia è diventata comune tra i 546.000 abitanti della capitale portoghese, che ricevono da trenta a quarantamila turisti al giorno. I residenti più anziani sono stati costretti a lasciare i quartieri in cui hanno trascorso tutta la vita. Questo esodo “ci impedisce di avere una vita comunitaria nell’area locale”, secondo Ana Gago, geografa dell’Università di Lisbona che ha svolto ricerche sul campo nel quartiere di Alfama. “E questo è violento”.

L’Alfama ha visto crollare la sua popolazione residente da un massimo di ventimila abitanti negli anni ’80 ad appena mille oggi. Stranamente, mentre i prezzi sono “saliti alle stelle” – secondo le parole dell’accademico Luís Mendes, consulente in materia di alloggi per i legislatori della città – anche la popolazione complessiva di Lisbona sta diminuendo. “I tassi di sforzo per gli affitti sono ora davvero elevati, ben al di sopra di quel terzo del reddito di cui tutti parlano per mantenere gli affitti a livelli sostenibili“, spiega Mendes.

Rispetto ad altre grandi città europee, l’aumento del costo della vita è stato recente e rapido. I salari portoghesi, tuttavia, sono i più bassi dell’Europa occidentale e hanno perso ogni relazione con questi costi. La situazione per chi cerca casa a Lisbona è da incubo. Ma alcuni residenti stanno reagendo e si stanno mobilitando per costringere le autorità a indire un referendum che potrebbe fermare lo spostamento di alloggi da parte di Airbnb e dei suoi simili.

Opportunità

L’attuale crisi è iniziata con la Grande Recessione, quando la troika dei creditori ha salvato il debito del Portogallo a condizione di attuare misure di austerità e di deregolamentare l’economia per incoraggiare gli investimenti stranieri. Il governo portoghese – etichettato come “il bravo allievo” rispetto alla Grecia – ha seguito questa strada. Simone Tulumello dell’Università di Lisbona spiega che ciò ha significato concentrarsi su “attività di sviluppo a basso valore aggiunto, di cui il turismo è la gallina dalle uova d’oro”. Ha anche sviluppato il “visto d’oro”, che concedeva lo status di residente nell’UE agli investitori che pagavano, ad esempio acquistando proprietà per un valore di 500.000 euro, e un programma per residenti non permanenti che incentivava gli investitori immobiliari europei.

Il municipio ha anche promosso il marchio Lisbona fino a portarlo in cima a diverse classifiche, diventando l’hotspot europeo da visitare se si è un turista, un nomade digitale o uno start-upper di buon senso. Si trasferì anche una barca di celebrità, tra cui la più famosa è Madonna.

I proprietari di immobili locali e gli investitori stranieri ne hanno preso atto. “Con il boom di Lisbona e il cambiamento della sua percezione di sé”, dice Tulumello, “la gente ha capito che… ‘Va bene, ora l’affitto è una questione di soldi’”.

Diversi proprietari hanno sfruttato una nuova legge nazionale sugli affitti che facilitava gli sfratti e ha trasformato le loro proprietà in redditizi affitti per le vacanze. Dal 2014 hanno potuto ottenere automaticamente un numero di registrazione per gli affitti turistici compilando un modulo online. Entro il 2020, ventimila abitazioni della città erano registrate come affitti turistici: il 60% di tutte le proprietà in alcuni quartieri.

Nonostante un massiccio programma di costruzione e ristrutturazione, Lisbona ha perso in un decennio un netto di seimila case, con gli alloggi turistici come responsabili principali. “Il Comune sta ristrutturando e allo stesso tempo perdendo persone”, sostiene Tulumello. “Sta fallendo completamente”.

Nel corso del tempo, mentre il mercato del lavoro e dei salari portoghese ristagnava, il mercato immobiliare ha iniziato a riflettere il potere di consumo globale. Le imprese locali di lunga data in tutta la città si sono trasformate per soddisfare i turisti e gli espatriati.

Maria, che vive nel quartiere di Chiado da settantotto anni, sente che le sue possibilità di scelta tra le attività commerciali locali si sono ridotte. “Mi vergogno a entrare in quei posti perché non so nemmeno cosa ordinare”, dice a proposito dei brunch che hanno sostituito i vecchi negozi di quartiere.

“La vita sta scomparendo“, spiega Agustín Cocola-Gant, geografo dell’Università di Lisbona. Quando ho intervistato gli investitori immobiliari a breve termine, il loro messaggio ai locali era: “Spostatevi dal centro città. Questa è un’opportunità futura per noi, non è più un luogo residenziale. Lasciateci in pace e date per scontato che non potete vivere qui”.

Inerzia

Invece di intervenire, le amministrazioni nazionali e cittadine si sono mosse a tentoni, negando l’esistenza di un problema e promuovendo ulteriormente gli investimenti immobiliari. Mentre Berlino, Parigi e Londra limitavano il numero di giorni in cui i proprietari potevano affittare a breve termine, e Barcellona e New York limitavano le nuove locazioni turistiche, fino all’anno scorso le autorità di Lisbona non hanno intrapreso alcuna azione del genere.

Ma c’è stato un altro tipo di risposta politica. Dopo che la pandemia si è ritirata e il numero di turisti è rapidamente risalito a livelli record, la frustrazione ha portato alla crescita di un movimento sociale. Questo includeva nuove organizzazioni di campagna fondate nel 2022-23 come Vida Justa, Porta a Porta e Casas Para Viver, una piattaforma che comprende oltre un centinaio di organizzazioni.

Le massicce proteste hanno portato a parole promettenti ma a pochi fatti da parte del governo. Infatti, alle elezioni di Lisbona del 2021 e alle elezioni nazionali del 2024, il potere si è spostato verso i socialdemocratici: nonostante il nome, un partito di centro-destra. A differenza della precedente amministrazione socialista, mi ha detto un accademico, i socialdemocratici “non riconoscono nemmeno l’esistenza di un problema”.

“Penso che siamo ancora lontani dall’eccesso di turismo”, afferma l’attuale sindaco Carlos Moedas, socialdemocratico. “Dovremmo continuare a scommettere sul turismo, puntando su un turismo di qualità”. Ma come può essere una scelta elettorale razionale per i principali partiti, quando tutti possono vedere la crisi e il Portogallo è una democrazia apparente?

Uno dei motivi è semplicemente che il numero di elettori che hanno investito i loro soldi nell’edilizia abitativa è ora abbastanza significativo da far sì che il consiglio sia abbastanza disperato nel mantenere i prezzi in crescita, per quanto insostenibile possa essere. E anche quando i collegi elettorali dei politici potrebbero desiderare un cambiamento politico, i recenti scandali hanno dimostrato come il legame incestuoso tra il capitale e gli affitti spesso prevalga sull’interesse degli elettori.

Inoltre, la cultura politica di trattare Lisbona come un terreno di coltura per le cariche nazionali impedisce la politica municipale più autonoma visibile negli ultimi anni a Barcellona, New York, Parigi, Londra e Berlino.

Movimento e attrito

Un gruppo di attivisti e accademici frustrati dal consenso politico dell’inerzia si è riunito per formare un’altra di queste nuove organizzazioni, il Movimento per il Referendum Abitativo (MRH). Ispirato dal referendum di Berlino del 2021 per costringere il municipio a nazionalizzare i portafogli immobiliari dei grandi proprietari attraverso un ordine di acquisto obbligatorio, è diventato un movimento ampio e in continua evoluzione per ottenere che la città tenga un referendum popolare sugli alloggi.

“Abbiamo professionisti, disoccupati, inquilini, proprietari di case, persone che votano per partiti di destra, centristi e di sinistra”, spiega Cocola-Gant. “La crisi degli alloggi e la turisticizzazione della città sono trasversali a diversi temi. Colpiscono i più vulnerabili, ma anche la classe media e persino i più abbienti che si sono trasferiti in centro vent’anni fa [e faticano a sostenere una vita piacevole tra la massa di turisti e negozi di articoli da regalo]”.

L’obiettivo dell’MRH è stato quello di utilizzare per la prima volta una legge portoghese volta ad aiutare gli elettori a dire la loro. La legge prevede che se un numero sufficiente di residenti registrati firma una petizione per una decisione pubblica sulla questione, il Comune deve votare per indire un referendum vincolante. Il mese scorso il movimento ha annunciato di aver raggiunto, in due anni di petizioni, le cinquemila firme necessarie e le presenterà al consiglio comunale in ottobre.

Il Consiglio ne discuterà in seguito, ma non è obbligato per legge a dare il via libera al voto. Ma l’MRH spera che la pressione dell’opinione pubblica e dei media sia tale da rendere difficile negare la voce dei cittadini su questo tema così delicato.

“Alla fine avremo più del doppio delle firme necessarie”, spiega Gago, che lavora anche con il MRH. “Quindi, è evidente che la popolazione vuole fare questo referendum. Se [il Consiglio] lo negasse, metteremmo in discussione la nostra democrazia”. Questo, in un momento in cui il Portogallo celebra i cinquant’anni dal rovesciamento della dittatura.

Se tutto va nella direzione dell’MRH, nella primavera del 2025 si terrà un referendum che, a differenza di quello di Berlino, sarà legalmente vincolante. Quindi, se oltre il 50% degli aventi diritto al voto voterà sì, il consiglio comunale avrà sei mesi di tempo per vietare tutti gli Airbnb esistenti e nuovi e le locazioni turistiche simili negli edifici residenziali.

Ma non è escluso, come spiega Cocola-Gant, che il Consiglio possa approvare una nuova legge per contrastare gli effetti del referendum, in modo che “non cambi nulla”. Ma questo non eliminerebbe il valore simbolico del voto dei residenti di Lisbona per liberare la città da tali permessi. “Se molte persone votano dicendo ‘Non vogliamo questo’, la pressione politica rimane”.

Un’altra possibile sfida potrebbe arrivare dai tribunali. Quando città come Edimburgo e Berlino hanno cercato di limitare Airbnb & co. le piattaforme hanno iniziato battaglie legali che hanno annacquato o bloccato i loro piani.

Definizione

Se, nonostante tutto questo, il divieto entrasse in vigore, l’impatto sarebbe sismico.

Durante la pandemia, quattromila locazioni a breve termine sono rientrate nel mercato a lungo termine. Questo ha avuto un impatto notevole sugli affitti e sui prezzi delle case a Lisbona. “Ora”“, dice Gago, “immaginate se potessimo ritirare tutte le ventimila unità, immagino... sperando che ciò abbia un impatto significativo non solo su Lisbona, ma sull’intera area metropolitana”.

“Questo porterebbe alla de-turistificazione dei quartieri, il che significa che le case potrebbero essere riabitate dai residenti, vecchi e nuovi“, spiega. “I negozi che oggi si rivolgono solo ai turisti potrebbero ripensare il loro modello di business per soddisfare [le persone che vivono nelle vicinanze]. E le associazioni di quartiere smetterebbero di chiudere [con la stabilizzazione della popolazione]”.

In questo senso, la lotta riguarda chi può definire la città e il suo nucleo. “La città è molto più di un luogo dove gli investitori possono fare soldi e deve rimanere un mix di persone”, afferma Cocola-Gant, ricordando gli investitori che ha intervistato. “Il centro è costruito sulla base di un impegno e di un patrimonio collettivo. Gli investitori vogliono usare quel patrimonio collettivo per fare affari [a loro vantaggio] e così facendo dobbiamo andarcene. Stiamo dicendo no a questo”.

Mezzo secolo fa, Lisbona si ribellò a una delle più lunghe autocrazie di destra d’Europa e scelse il potere popolare nella sua Rivoluzione dei Garofani. Ma mentre il Portogallo celebra cinquant’anni di democrazia, l’ascesa dell’estrema destra nelle elezioni di quest’anno ha aggiunto un sapore amaro all’anniversario per molti. Tuttavia, sviluppi come il Movimento per il referendum sulle abitazioni danno un senso di speranza che le persone possano usare i meccanismi democratici che hanno costruito per ottenere cambiamenti che aiutino le masse.

Lisbona non è l’unica parte del Portogallo ad affrontare la tensione abitativa, intensificata dagli affitti turistici. L’Algarve, Porto, Coimbra, Madeira e le città satellite di Lisbona soffrono in modo simile e l’intero Paese ha accesso a questo meccanismo di petizione-referendum grazie alla sua costituzione post-rivoluzione. Gli attivisti per l’edilizia abitativa di tutto il Paese seguiranno da vicino l’evoluzione della situazione nella capitale.

Se tutto andrà secondo i piani, dice Gago, sarà una “boccata di speranza che possiamo cambiare le nostre vite se ci mobilitiamo, pianifichiamo e organizziamo”. Sarebbe una speranza per il sistema in vigore, questa democrazia”.

Mentre la democrazia portoghese celebra il suo cinquantesimo anniversario, si ha la sensazione che questo movimento non riguardi solo l’aumento degli affitti.

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25/01/2024

La repressione al servizio della gentrificazione dei quartieri

Ieri la Bolognina popolare e solidale è scesa in piazza per dire no alle politiche securitarie con cui si vorrebbe gestire il quartiere.

Pietro Pasquariello, consigliere di quartiere al Navile per Potere al Popolo, in questi giorni ha raccolto la crescente insofferenza degli abitanti della Bolognina così come dei gestori di bar, ultimi luoghi di socialità nella devastazione degli spazi sociali, riportandole dalle casse alla partenza del corteo da piazza dell’Unità:
“bloccare l’apertura di un’attività per un mese appellandosi ad una norma fascista del 1931 è veramente troppo. Purtroppo sappiamo bene che il Sunshine non è l’unico bar a subire controlli intimidatori continui da parte delle forze dell’ordine. In questa manifestazione ci sono tanti bar e associazioni che subiscono continui controlli senza motivo nelle ultime settimane.

La Bolognina, quartiere popolare e multietnico per eccellenza di Bologna è sotto attacco. L’amministrazione “democratica” ha deciso che ogni angolo del nostro quartiere debba essere messo a valore. Il nostro quartiere dev’essere appetitoso per gli investimenti privati, e allora da una parte ci si inventa una perenne emergenza da risolvere con la militarizzazione, dall’altra si costruiscono opere inutili coi soldi pubblici che stravolgeranno il quartiere, come il tram che sventrerà piazza dell’Unità, si costruiscono attrazioni turistiche come all’ex mercato ortofrutticolo o il grottesco museo delle case popolari, mentre si mettono in vendita gli spazi pubblici come la caserma Sani.

E questo si ripercuote anche sulle attività commerciali: si stende un tappeto rosso agli esercenti di serie A, le grandi catene che aprono in centro storico in deroga ai regolamenti UNESCO, e si reprimono gli esercenti di serie B perché non proiettano quell’immagine scintillante di città per turisti.

Per portare avanti questi progetti, ci vengono a dire che il nostro quartiere è degradato e da riqualificare, ma la loro riqualificazione è fatta solo di polizia e ronde classiste e razziste”.
Durante il corteo sono stati toccati i punti sensibili del quartiere e delle sue lotte: davanti al Comune abbiamo ribadito come l’attacco alla Bolognina è un attacco che sta venendo portato avanti in tutte le periferie che in qualche modo non sono conformi alla visione progressista di Lepore, con le censure e le intimidazioni a Villa Paradiso in Savena, o con le schedature di massa agli adolescenti al Gran Reno di Casalecchio.

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