Mohammad al-Sbeih ha pianto quando i ricercatori gli hanno mostrato lo screenshot. Sulla sua terra di famiglia, quella dove tre generazioni avevano coltivato grano e orzo sui terrazzamenti a sud di Betlemme, c’era un annuncio su Booking. “Ideale per incontri all’aperto”, recitava la descrizione.
La terra era stata confiscata con un’ordinanza militare israeliana negli anni Settanta. Per vent’anni la famiglia aveva cercato di accedervi, respinta ogni volta dall’esercito. Poi l’insediamento di Neve Daniel l’aveva inghiottita.
“Pensavo che quel posto bello dovesse essere dei miei figli e nipoti,” ha detto Sbeih. “So che questa è una grande azienda con investimenti in tutto il mondo, e questa è una cosa piccola. Ma quando rubi dieci dollari, è come rubarne un milione. E devi essere giudicato allo stesso modo”.
Il caso di al-Sbeih è parte di un meccanismo documentato, sistematico e incredibilmente ancora in funzione.
Secondo un’inchiesta del Guardian del febbraio 2025, su Airbnb e Booking erano elencati 760 posti letto in hotel, appartamenti e case situati negli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, territori che le principali istituzioni internazionali, dalla Corte Internazionale di Giustizia all’ONU, considerano occupati illegalmente.
Israele confisca le terre palestinesi, i coloni ci costruiscono sopra, e le grandi piattaforme turistiche mettono quelle proprietà sul mercato globale, incassando le loro commissioni.
Tutto è fatto alla luce del giorno, con tanto di pubblicità visibile, cliccabile e prenotabile. Senza agire su queste piattaforme, l’UE avalla un sistema che rende normale cacciare una famiglia, prendere il possesso della loro casa, e poi metterla in affitto per trarre profitto.
Airbnb aveva annunciato nel 2018 che avrebbe rimosso gli annunci negli insediamenti. Pochi mesi dopo ha ritirato la decisione sotto la pressione legale di host e utenti israeliani. Da allora si limita a donare parte dei profitti a organizzazioni umanitarie (come se il problema fosse la destinazione dei soldi e non la loro origine).
Booking nel 2022 ha introdotto un’etichetta di avvertimento per chi cerca alloggi negli insediamenti: un testo in piccolo, invisibile nelle pagine dei singoli annunci, che consiglia di “consultare le indicazioni governative per prendere una decisione informata“. Una foglia di fico, denunciano le organizzazioni per i diritti umani.
Denunce in tutta Europa, l’UE risponde con “ok, però...”
1. In Olanda, l’ONG SOMO ha denunciato Booking per riciclaggio di denaro: i profitti degli insediamenti, contabilizzati ad Amsterdam, sarebbero proventi di attività illecite che entrano nel sistema finanziario olandese;
2. In Irlanda, l’Alta Corte ha imposto alla polizia di riaprire le indagini su Airbnb Ireland, dopo che era stata archiviata la denuncia dell’ONG palestinese Sadaka;
3. In Francia, la Ligue des Droits de l’Homme ha depositato una denuncia per complicità in crimini di guerra;
4. Nel Regno Unito, la Global Legal Action Network ha presentato un esposto alla National Crime Agency per violazione delle leggi antiriciclaggio.
L’8 maggio 2026, la Commissione Europea ha risposto a un’interrogazione parlamentare dell’eurodeputata Emma Fourreau (Left) affermando di non adottare “al momento misure mirate” nei confronti delle dieci aziende europee presenti nella lista ONU (tra cui, appunto, Booking).
Bruxelles si limita a richiamare le imprese ai “Principi guida dell’ONU su imprese e diritti umani“. Una risposta che le organizzazioni per i diritti umani hanno definito inaccettabile.
Il racconto dominante dipinge spesso gli insediamenti come comunità residenziali tranquille, “diverse e rispettose“, come recita uno degli annunci Airbnb per una villa costruita su terra confiscata.
Ma i rapporti di Amnesty International, Human Rights Watch e B’Tselem documentano un’altra realtà: violenze fisiche contro i palestinesi, distruzione di case e mezzi di sostentamento, accesso all’acqua negato, sgomberi forzati e uccisioni.
Le terre palestinesi vengono ridefinite “aree militari” o “siti turistici”, strappate ai contadini e trasformate in attrazioni per viaggiatori che fanno finta di non sapere, perché le informazioni esistono: le Nazioni Unite pubblicano un database aggiornato delle aziende coinvolte negli insediamenti. E le organizzazioni per i diritti umani chiedono boicottaggio diretto.
La domanda vera, però, non è solo per i singoli consumatori. È per i governi europei: fino a quando consentiranno che aziende con sede nel cuore dell’Europa, e soggette alle sue leggi, continuino a guadagnare su terre che la stessa Corte internazionale ha dichiarato illegalmente occupate?
Bibliografia
1. The Guardian: “It’s like stealing’: Palestinian family’s seized property listed on Booking. com” (14/05/2026)
2. SOMO: “Court must decide on prosecution of Booking. com over money-laundering” (09/04/2026)
3. Center for Constitutional Rights: rapporto “3 Things You Should Know About Airbnb”
4. Business and Human Rights Centre: “Airbnb faces multi-Jurisdictional legal actions over alleged profiting from rentals in illegal Israeli settlements” (10/06/2025)
5. The Guardian: “Seized, settled, let: how Airbnb and Booking. com help Israelis make money from stolen Palestinian land” (27/02/2025)
6. Al-Haq: “Additional Evidence Filed Against Booking. com for Profiting from Illegal Settlements” (15/01/2025)
7. Justice Info: “Is Booking. com profiting from war crimes in Palestine” (23/05/2024)
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/05/2026
Le case rubate ai palestinesi su AirB&B
13/08/2024
A Lisbona i residenti chiedono un voto per vietare Airbnb. E in Italia?
In questi giorni una ‘succosa polemica’ sulle trasformazioni provocate dall’overtourism a Bologna è stata al centro dell’attenzione mediatica.
A scatenare una reazione rabbiosa del sindaco Lepore è stato un intervento, apparso sul New York Times, della giornalista Ilaria Maria Sala, nata a Bologna ma residente da tempo a Hong Kong.
Come ha giustamente sottolineato Potere al Popolo in un suo comunicato: “l’articolo del giornale americano ha semplicemente detto ad alta voce quello che ormai tante e tanti bolognesi pensano: della city of food non se ne può più, non se ne può più di vedere soldi pubblici buttati per garantire le rendite di Farinetti e soci, non se ne può più di una città che espelle giorno dopo giorno i suoi abitanti sacrificandoli sull’altare del turismo e della rendita immobiliare”.
Ci preme sottolineare come avevamo posto il problema, partendo dal caso studio di Bologna, in un articolo precedentemente pubblicato su questo giornale.
In quel pezzo avevamo messo in luce le ragioni e le dinamiche della trasformazioni complessive della città (e della regione) a causa dell’overtourism, così come avevamo ribadito la necessità di rimettere al centro dell’agenda politica il diritto alla città.
In maniera molto più sfumata, era stato il rettore dell’Alma Mater – Giovanni Molari – a mettere in evidenza alcuni evidenti problemi che il modello di città fino ad ora scelto sta creando alla popolazione studentesca universitaria, in un’intervista pubblicata l’8 agosto.
Il Magnifico Rettore risponde così alla domanda della giornalista Caterina Giusberti, che lo intervista su La Repubblica: “la casa resta uno dei problemi principali. Abbiamo predisposto un certo numero di opere per aumentare le residenze universitarie ma sono sempre poche, rispetto alle necessità. (...) Stiamo perdendo studenti del centro sud perché fanno fatica a trovare casa. Sempre in attesa che si ponga un freno a questo aumento indiscriminato di affitti brevi sulla città”.
Un problema, naturalmente, che non riguarda solo gli studenti e le studentesse, ma tutta la cittadinanza, comprese le fasce relativamente protette della working class e porzioni del ceto medio.
Multiproprietà e piattaforme digitali per affitti brevi, in assenza di regolazione e con un regime fiscale piuttosto vantaggioso, non hanno solo prosperato – anche a Bologna –, ma hanno cambiato il volto della città rendendola letteralmente invivibile per la quasi totalità della sua popolazione.
Ci è sembrato utile, non solo per ciò che concerne il dibattito sotto le Due Torri, tradurre questo intervento apparso su Jacobin Magazine rispetto alle trasformazioni di Lisbona, una delle città più segnate dall’overtourism.
Lì si terrà un referendum per vietare gli affitti brevi, come sbocco di un’efficace campagna portata avanti dal movimento per il diritto all’abitare, Movimento per il Referendum Abitativo (MRH).
Una lotta ispirata al precedente referendum di Berlino del 2021 per costringere il municipio a nazionalizzare i portafogli immobiliari dei grandi proprietari attraverso un ordine di acquisto obbligatorio.
Sono spunti per rimettere al centro l’azione in direzione del diritto alla città, e passare dalla denuncia politica all’azione coerente.
Buona Lettura
A scatenare una reazione rabbiosa del sindaco Lepore è stato un intervento, apparso sul New York Times, della giornalista Ilaria Maria Sala, nata a Bologna ma residente da tempo a Hong Kong.
Come ha giustamente sottolineato Potere al Popolo in un suo comunicato: “l’articolo del giornale americano ha semplicemente detto ad alta voce quello che ormai tante e tanti bolognesi pensano: della city of food non se ne può più, non se ne può più di vedere soldi pubblici buttati per garantire le rendite di Farinetti e soci, non se ne può più di una città che espelle giorno dopo giorno i suoi abitanti sacrificandoli sull’altare del turismo e della rendita immobiliare”.
Ci preme sottolineare come avevamo posto il problema, partendo dal caso studio di Bologna, in un articolo precedentemente pubblicato su questo giornale.
In quel pezzo avevamo messo in luce le ragioni e le dinamiche della trasformazioni complessive della città (e della regione) a causa dell’overtourism, così come avevamo ribadito la necessità di rimettere al centro dell’agenda politica il diritto alla città.
In maniera molto più sfumata, era stato il rettore dell’Alma Mater – Giovanni Molari – a mettere in evidenza alcuni evidenti problemi che il modello di città fino ad ora scelto sta creando alla popolazione studentesca universitaria, in un’intervista pubblicata l’8 agosto.
Il Magnifico Rettore risponde così alla domanda della giornalista Caterina Giusberti, che lo intervista su La Repubblica: “la casa resta uno dei problemi principali. Abbiamo predisposto un certo numero di opere per aumentare le residenze universitarie ma sono sempre poche, rispetto alle necessità. (...) Stiamo perdendo studenti del centro sud perché fanno fatica a trovare casa. Sempre in attesa che si ponga un freno a questo aumento indiscriminato di affitti brevi sulla città”.
Un problema, naturalmente, che non riguarda solo gli studenti e le studentesse, ma tutta la cittadinanza, comprese le fasce relativamente protette della working class e porzioni del ceto medio.
Multiproprietà e piattaforme digitali per affitti brevi, in assenza di regolazione e con un regime fiscale piuttosto vantaggioso, non hanno solo prosperato – anche a Bologna –, ma hanno cambiato il volto della città rendendola letteralmente invivibile per la quasi totalità della sua popolazione.
Ci è sembrato utile, non solo per ciò che concerne il dibattito sotto le Due Torri, tradurre questo intervento apparso su Jacobin Magazine rispetto alle trasformazioni di Lisbona, una delle città più segnate dall’overtourism.
Lì si terrà un referendum per vietare gli affitti brevi, come sbocco di un’efficace campagna portata avanti dal movimento per il diritto all’abitare, Movimento per il Referendum Abitativo (MRH).
Una lotta ispirata al precedente referendum di Berlino del 2021 per costringere il municipio a nazionalizzare i portafogli immobiliari dei grandi proprietari attraverso un ordine di acquisto obbligatorio.
Sono spunti per rimettere al centro l’azione in direzione del diritto alla città, e passare dalla denuncia politica all’azione coerente.
Buona Lettura
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A Lisbona, l’impennata del turismo ha trasformato decine di migliaia di appartamenti in Airbnb, estromettendo i normali affittuari. Un referendum per vietare gli affitti a breve termine negli edifici residenziali potrebbe cambiare le cose.
António Melo ha vissuto per tutti i suoi settantuno anni nel quartiere Alfama di Lisbona. Ma dopo che il proprietario ha venduto l’edificio a una società di alloggi turistici, questa si è rifiutata di rinnovargli il contratto. “Temo di essere sfrattato da un momento all’altro”, spiega Melo “ma non ho un altro posto dove andare”.
La sua storia è diventata comune tra i 546.000 abitanti della capitale portoghese, che ricevono da trenta a quarantamila turisti al giorno. I residenti più anziani sono stati costretti a lasciare i quartieri in cui hanno trascorso tutta la vita. Questo esodo “ci impedisce di avere una vita comunitaria nell’area locale”, secondo Ana Gago, geografa dell’Università di Lisbona che ha svolto ricerche sul campo nel quartiere di Alfama. “E questo è violento”.
L’Alfama ha visto crollare la sua popolazione residente da un massimo di ventimila abitanti negli anni ’80 ad appena mille oggi. Stranamente, mentre i prezzi sono “saliti alle stelle” – secondo le parole dell’accademico Luís Mendes, consulente in materia di alloggi per i legislatori della città – anche la popolazione complessiva di Lisbona sta diminuendo. “I tassi di sforzo per gli affitti sono ora davvero elevati, ben al di sopra di quel terzo del reddito di cui tutti parlano per mantenere gli affitti a livelli sostenibili“, spiega Mendes.
Rispetto ad altre grandi città europee, l’aumento del costo della vita è stato recente e rapido. I salari portoghesi, tuttavia, sono i più bassi dell’Europa occidentale e hanno perso ogni relazione con questi costi. La situazione per chi cerca casa a Lisbona è da incubo. Ma alcuni residenti stanno reagendo e si stanno mobilitando per costringere le autorità a indire un referendum che potrebbe fermare lo spostamento di alloggi da parte di Airbnb e dei suoi simili.
Opportunità
L’attuale crisi è iniziata con la Grande Recessione, quando la troika dei creditori ha salvato il debito del Portogallo a condizione di attuare misure di austerità e di deregolamentare l’economia per incoraggiare gli investimenti stranieri. Il governo portoghese – etichettato come “il bravo allievo” rispetto alla Grecia – ha seguito questa strada. Simone Tulumello dell’Università di Lisbona spiega che ciò ha significato concentrarsi su “attività di sviluppo a basso valore aggiunto, di cui il turismo è la gallina dalle uova d’oro”. Ha anche sviluppato il “visto d’oro”, che concedeva lo status di residente nell’UE agli investitori che pagavano, ad esempio acquistando proprietà per un valore di 500.000 euro, e un programma per residenti non permanenti che incentivava gli investitori immobiliari europei.
Il municipio ha anche promosso il marchio Lisbona fino a portarlo in cima a diverse classifiche, diventando l’hotspot europeo da visitare se si è un turista, un nomade digitale o uno start-upper di buon senso. Si trasferì anche una barca di celebrità, tra cui la più famosa è Madonna.
I proprietari di immobili locali e gli investitori stranieri ne hanno preso atto. “Con il boom di Lisbona e il cambiamento della sua percezione di sé”, dice Tulumello, “la gente ha capito che… ‘Va bene, ora l’affitto è una questione di soldi’”.
Diversi proprietari hanno sfruttato una nuova legge nazionale sugli affitti che facilitava gli sfratti e ha trasformato le loro proprietà in redditizi affitti per le vacanze. Dal 2014 hanno potuto ottenere automaticamente un numero di registrazione per gli affitti turistici compilando un modulo online. Entro il 2020, ventimila abitazioni della città erano registrate come affitti turistici: il 60% di tutte le proprietà in alcuni quartieri.
Nonostante un massiccio programma di costruzione e ristrutturazione, Lisbona ha perso in un decennio un netto di seimila case, con gli alloggi turistici come responsabili principali. “Il Comune sta ristrutturando e allo stesso tempo perdendo persone”, sostiene Tulumello. “Sta fallendo completamente”.
Nel corso del tempo, mentre il mercato del lavoro e dei salari portoghese ristagnava, il mercato immobiliare ha iniziato a riflettere il potere di consumo globale. Le imprese locali di lunga data in tutta la città si sono trasformate per soddisfare i turisti e gli espatriati.
Maria, che vive nel quartiere di Chiado da settantotto anni, sente che le sue possibilità di scelta tra le attività commerciali locali si sono ridotte. “Mi vergogno a entrare in quei posti perché non so nemmeno cosa ordinare”, dice a proposito dei brunch che hanno sostituito i vecchi negozi di quartiere.
“La vita sta scomparendo“, spiega Agustín Cocola-Gant, geografo dell’Università di Lisbona. Quando ho intervistato gli investitori immobiliari a breve termine, il loro messaggio ai locali era: “Spostatevi dal centro città. Questa è un’opportunità futura per noi, non è più un luogo residenziale. Lasciateci in pace e date per scontato che non potete vivere qui”.
Inerzia
Invece di intervenire, le amministrazioni nazionali e cittadine si sono mosse a tentoni, negando l’esistenza di un problema e promuovendo ulteriormente gli investimenti immobiliari. Mentre Berlino, Parigi e Londra limitavano il numero di giorni in cui i proprietari potevano affittare a breve termine, e Barcellona e New York limitavano le nuove locazioni turistiche, fino all’anno scorso le autorità di Lisbona non hanno intrapreso alcuna azione del genere.
Ma c’è stato un altro tipo di risposta politica. Dopo che la pandemia si è ritirata e il numero di turisti è rapidamente risalito a livelli record, la frustrazione ha portato alla crescita di un movimento sociale. Questo includeva nuove organizzazioni di campagna fondate nel 2022-23 come Vida Justa, Porta a Porta e Casas Para Viver, una piattaforma che comprende oltre un centinaio di organizzazioni.
Le massicce proteste hanno portato a parole promettenti ma a pochi fatti da parte del governo. Infatti, alle elezioni di Lisbona del 2021 e alle elezioni nazionali del 2024, il potere si è spostato verso i socialdemocratici: nonostante il nome, un partito di centro-destra. A differenza della precedente amministrazione socialista, mi ha detto un accademico, i socialdemocratici “non riconoscono nemmeno l’esistenza di un problema”.
“Penso che siamo ancora lontani dall’eccesso di turismo”, afferma l’attuale sindaco Carlos Moedas, socialdemocratico. “Dovremmo continuare a scommettere sul turismo, puntando su un turismo di qualità”. Ma come può essere una scelta elettorale razionale per i principali partiti, quando tutti possono vedere la crisi e il Portogallo è una democrazia apparente?
Uno dei motivi è semplicemente che il numero di elettori che hanno investito i loro soldi nell’edilizia abitativa è ora abbastanza significativo da far sì che il consiglio sia abbastanza disperato nel mantenere i prezzi in crescita, per quanto insostenibile possa essere. E anche quando i collegi elettorali dei politici potrebbero desiderare un cambiamento politico, i recenti scandali hanno dimostrato come il legame incestuoso tra il capitale e gli affitti spesso prevalga sull’interesse degli elettori.
Inoltre, la cultura politica di trattare Lisbona come un terreno di coltura per le cariche nazionali impedisce la politica municipale più autonoma visibile negli ultimi anni a Barcellona, New York, Parigi, Londra e Berlino.
Movimento e attrito
Un gruppo di attivisti e accademici frustrati dal consenso politico dell’inerzia si è riunito per formare un’altra di queste nuove organizzazioni, il Movimento per il Referendum Abitativo (MRH). Ispirato dal referendum di Berlino del 2021 per costringere il municipio a nazionalizzare i portafogli immobiliari dei grandi proprietari attraverso un ordine di acquisto obbligatorio, è diventato un movimento ampio e in continua evoluzione per ottenere che la città tenga un referendum popolare sugli alloggi.
“Abbiamo professionisti, disoccupati, inquilini, proprietari di case, persone che votano per partiti di destra, centristi e di sinistra”, spiega Cocola-Gant. “La crisi degli alloggi e la turisticizzazione della città sono trasversali a diversi temi. Colpiscono i più vulnerabili, ma anche la classe media e persino i più abbienti che si sono trasferiti in centro vent’anni fa [e faticano a sostenere una vita piacevole tra la massa di turisti e negozi di articoli da regalo]”.
L’obiettivo dell’MRH è stato quello di utilizzare per la prima volta una legge portoghese volta ad aiutare gli elettori a dire la loro. La legge prevede che se un numero sufficiente di residenti registrati firma una petizione per una decisione pubblica sulla questione, il Comune deve votare per indire un referendum vincolante. Il mese scorso il movimento ha annunciato di aver raggiunto, in due anni di petizioni, le cinquemila firme necessarie e le presenterà al consiglio comunale in ottobre.
Il Consiglio ne discuterà in seguito, ma non è obbligato per legge a dare il via libera al voto. Ma l’MRH spera che la pressione dell’opinione pubblica e dei media sia tale da rendere difficile negare la voce dei cittadini su questo tema così delicato.
“Alla fine avremo più del doppio delle firme necessarie”, spiega Gago, che lavora anche con il MRH. “Quindi, è evidente che la popolazione vuole fare questo referendum. Se [il Consiglio] lo negasse, metteremmo in discussione la nostra democrazia”. Questo, in un momento in cui il Portogallo celebra i cinquant’anni dal rovesciamento della dittatura.
Se tutto va nella direzione dell’MRH, nella primavera del 2025 si terrà un referendum che, a differenza di quello di Berlino, sarà legalmente vincolante. Quindi, se oltre il 50% degli aventi diritto al voto voterà sì, il consiglio comunale avrà sei mesi di tempo per vietare tutti gli Airbnb esistenti e nuovi e le locazioni turistiche simili negli edifici residenziali.
Ma non è escluso, come spiega Cocola-Gant, che il Consiglio possa approvare una nuova legge per contrastare gli effetti del referendum, in modo che “non cambi nulla”. Ma questo non eliminerebbe il valore simbolico del voto dei residenti di Lisbona per liberare la città da tali permessi. “Se molte persone votano dicendo ‘Non vogliamo questo’, la pressione politica rimane”.
Un’altra possibile sfida potrebbe arrivare dai tribunali. Quando città come Edimburgo e Berlino hanno cercato di limitare Airbnb & co. le piattaforme hanno iniziato battaglie legali che hanno annacquato o bloccato i loro piani.
Definizione
Se, nonostante tutto questo, il divieto entrasse in vigore, l’impatto sarebbe sismico.
Durante la pandemia, quattromila locazioni a breve termine sono rientrate nel mercato a lungo termine. Questo ha avuto un impatto notevole sugli affitti e sui prezzi delle case a Lisbona. “Ora”“, dice Gago, “immaginate se potessimo ritirare tutte le ventimila unità, immagino... sperando che ciò abbia un impatto significativo non solo su Lisbona, ma sull’intera area metropolitana”.
“Questo porterebbe alla de-turistificazione dei quartieri, il che significa che le case potrebbero essere riabitate dai residenti, vecchi e nuovi“, spiega. “I negozi che oggi si rivolgono solo ai turisti potrebbero ripensare il loro modello di business per soddisfare [le persone che vivono nelle vicinanze]. E le associazioni di quartiere smetterebbero di chiudere [con la stabilizzazione della popolazione]”.
In questo senso, la lotta riguarda chi può definire la città e il suo nucleo. “La città è molto più di un luogo dove gli investitori possono fare soldi e deve rimanere un mix di persone”, afferma Cocola-Gant, ricordando gli investitori che ha intervistato. “Il centro è costruito sulla base di un impegno e di un patrimonio collettivo. Gli investitori vogliono usare quel patrimonio collettivo per fare affari [a loro vantaggio] e così facendo dobbiamo andarcene. Stiamo dicendo no a questo”.
Mezzo secolo fa, Lisbona si ribellò a una delle più lunghe autocrazie di destra d’Europa e scelse il potere popolare nella sua Rivoluzione dei Garofani. Ma mentre il Portogallo celebra cinquant’anni di democrazia, l’ascesa dell’estrema destra nelle elezioni di quest’anno ha aggiunto un sapore amaro all’anniversario per molti. Tuttavia, sviluppi come il Movimento per il referendum sulle abitazioni danno un senso di speranza che le persone possano usare i meccanismi democratici che hanno costruito per ottenere cambiamenti che aiutino le masse.
Lisbona non è l’unica parte del Portogallo ad affrontare la tensione abitativa, intensificata dagli affitti turistici. L’Algarve, Porto, Coimbra, Madeira e le città satellite di Lisbona soffrono in modo simile e l’intero Paese ha accesso a questo meccanismo di petizione-referendum grazie alla sua costituzione post-rivoluzione. Gli attivisti per l’edilizia abitativa di tutto il Paese seguiranno da vicino l’evoluzione della situazione nella capitale.
Se tutto andrà secondo i piani, dice Gago, sarà una “boccata di speranza che possiamo cambiare le nostre vite se ci mobilitiamo, pianifichiamo e organizziamo”. Sarebbe una speranza per il sistema in vigore, questa democrazia”.
Mentre la democrazia portoghese celebra il suo cinquantesimo anniversario, si ha la sensazione che questo movimento non riguardi solo l’aumento degli affitti.
Fonte
06/08/2024
Turismo di massa e affitti turistici. Contraddizione lacerante per le città e gli abitanti
Un nostro lettore, Simone, ci ha inviato una lunga e significativa lettera sulla questione “overtourism” che più volte – e da tempi non sospetti – abbiamo trattato sul nostro giornale.
Simone, lavoratore in contratto di solidarietà da anni, possiede una casa vacanze gestita da B&B in un quartiere semiperiferico della Capitale e dalla quale riceve un reddito che va a integrare quello da lavoro che, immaginiamo, sia ridotto da tempo a causa del contratto di solidarietà. La situazione del nostro lettore è tutt’altro che eccezionale, anzi costituisce da decenni una condizione comune a milioni di lavoratori e lavoratrici.
Nella sua lettera contesta le campagne stampa tese a demonizzare gli affitti turistici e le case affidate a B&B, soprattutto in questa estate che ha visto esplodere le proteste degli abitanti in alcune mete turistiche sottoposte a quello che viene definito “overtourism” e che si può tradurre più semplicemente come turismo di massa.
La lettera offre lo spunto per una discussione di merito che ci interessa molto e che un recente libro – Prigionieri del mattone – ha declinato in modo completo ed esaustivo sviscerando tutte le contraddizioni – e le maledizioni – relative alla questione abitativa nel nostro paese.
Il nostro lettore affianca ad osservazioni accettabili delle sottovalutazioni che lo sono meno. Il suo punto di vista della realtà delle cose è indubbiamente maggioritario nel senso comune della nostra società, ma ciò non significa che sia quello giusto. Il problema è sempre la prospettiva da cui si guarda alla realtà.
Simone scrive che “certamente esiste il problema drammatico ed innegabile della casa per le famiglie, ma canalizzare su un solo comparto ogni genere di responsabilità, agli occhi attenti di chi di quel comparto fa parte, appare come un’attività delatoria, dannosa e alquanto sospetta”.
In questo c’è del vero e del non vero. Sicuramente l’emergenza abitativa – che però si riproduce da decenni diventando ormai norma e non emergenza – non dipende solo dal boom degli affitti turistici ma anche dal fatto che migliaia di abitazioni affittabili sono state sottratte alla domanda di case in affitto per famiglie, genitori single, studenti fuorisede ormai impossibilitati ad accedere agli affitti, sia per la scarsità di case messe a disposizione (nonostante un numero di case sfitte enorme) sia per i prezzi degli affitti stessi.
Ed a questa riduzione della disponibilità di case in affitto per abitanti e residenti, ha contribuito molto anche la grande diffusione degli affitti turistici. Chi affitta ai turisti ha meno problemi che con inquilini stabili e le “variabili” che rappresentano, le relazioni sono mediate dalle piattaforme e ridotte al minimo, le possibilità di incasso sono superiori e più garantite – tolte le commissioni – dalle piattaforme stesse. Certo spesso i turisti sono vandalizzanti più di una famiglia o di studenti fuorisede, ma il gioco sembra valere la candela.
Un ragionamento individualista, come quelli incentivati da anni di cultura “proprietaria” che ha soppiantato sia quella produttiva che quella collettiva, porta a dire che questa è la soluzione migliore per “mettere a valore un immobile di proprietà”.
Ma qui si aprono almeno due problemi. Se la vastità del fenomeno fosse limitata non farebbe danni, ma se invece si estende – e si è estesa di molto – mette in aperta contraddizione un interesse individuale (messa a valore del proprio immobile) con quello collettivo (la domanda di case in affitto). E su questo la contraddizione appare insanabile.
Questo ha già generato e sta generando problemi. La pervasività degli affitti turistici nei centri storici delle città e nei quartieri vicini, produce una desertificazione sociale e uno stiparsi di turisti in queste zone. Incredibilmente anche i quartieri “bassi” del centro di Napoli stanno subendo questa trasformazione violenta dopo che per decenni è stata l’unica città in cui “i poveri” abitavano ancora nel centro. È una sorta di pulizia etnica e sociale che si va producendo sotto i nostri occhi. I benpensanti ne saranno felici, noi meno.
Non solo. L’espulsione degli abitanti dal cuore delle città, le consegna a soggetti come i “consumatori dinamici” (così Benetton definì i turisti negli anni Novanta in cui con le privatizzazioni si comprò Autostrade, Grill e Grandi Stazioni, ndr), ma che hanno un rapporto temporale, strumentale e relativo con le città o le località turistiche che visitano. A Roma, secondo alcune ricerche, i turisti che vengono per vedere il patrimonio archeologico sono una minoranza.
E poi veniamo ai cosiddetti benefici del turismo di massa o overtourism.
Simone afferma che dagli affitti turistici le “amministrazioni percepiscono enormi introiti dalle tasse di soggiorno”. Purtroppo non è affatto così. Il Comune di Roma ad esempio, raccoglie solo tra i 110 e i 125 milioni all’anno di tassa di soggiorno su un giro d’affari di oltre 5,5 miliardi (secondo altre fonti 6,7 miliardi).
E questo è un dato importante, perché è l’unico effettivo beneficio che l’intera città riceve dal disagio di dover convivere con un turismo di massa e devastante. Anni fa proponemmo che questa tassa diventasse una “tassa di scopo” destinata alle periferie, cioè a quella parte di città che non beneficia in alcun modo del turismo ma ne subisce tutti i disagi (sulla riduzione dei trasporti, la raccolta dei rifiuti etc etc).
Difficile poi sorvolare sui profitti che vengono incassate all’estero dalle multinazionali OTA (Online Travel Agency), così come sul loro livello di evasione fiscale nel nostro paese dove convogliano milioni e milioni di persone.
Questa discussione potrebbe continuare a lungo e le opposte argomentazioni potrebbero incrociarsi per intere giornate. Solo per affrontare il tema delle soluzioni (ad esempio come si riduce il turismo di massa? Con i ticket di ingresso o creando un clima malevolo e deterrente per i turisti?) ci vorrà del tempo, creatività e indagini sul campo.
Ma questa discussione, anche sulla spinta delle proteste popolari contro il turismo di massa, finalmente si è aperta e ci auguriamo che il nostro giornale possa contribuire ad essa. Pertanto ringraziamo Simone della lettera e invitiamo altre ed altri a prendere parola.
La lettera di Simone alla nostra redazione
Simone, lavoratore in contratto di solidarietà da anni, possiede una casa vacanze gestita da B&B in un quartiere semiperiferico della Capitale e dalla quale riceve un reddito che va a integrare quello da lavoro che, immaginiamo, sia ridotto da tempo a causa del contratto di solidarietà. La situazione del nostro lettore è tutt’altro che eccezionale, anzi costituisce da decenni una condizione comune a milioni di lavoratori e lavoratrici.
Nella sua lettera contesta le campagne stampa tese a demonizzare gli affitti turistici e le case affidate a B&B, soprattutto in questa estate che ha visto esplodere le proteste degli abitanti in alcune mete turistiche sottoposte a quello che viene definito “overtourism” e che si può tradurre più semplicemente come turismo di massa.
La lettera offre lo spunto per una discussione di merito che ci interessa molto e che un recente libro – Prigionieri del mattone – ha declinato in modo completo ed esaustivo sviscerando tutte le contraddizioni – e le maledizioni – relative alla questione abitativa nel nostro paese.
Il nostro lettore affianca ad osservazioni accettabili delle sottovalutazioni che lo sono meno. Il suo punto di vista della realtà delle cose è indubbiamente maggioritario nel senso comune della nostra società, ma ciò non significa che sia quello giusto. Il problema è sempre la prospettiva da cui si guarda alla realtà.
Simone scrive che “certamente esiste il problema drammatico ed innegabile della casa per le famiglie, ma canalizzare su un solo comparto ogni genere di responsabilità, agli occhi attenti di chi di quel comparto fa parte, appare come un’attività delatoria, dannosa e alquanto sospetta”.
In questo c’è del vero e del non vero. Sicuramente l’emergenza abitativa – che però si riproduce da decenni diventando ormai norma e non emergenza – non dipende solo dal boom degli affitti turistici ma anche dal fatto che migliaia di abitazioni affittabili sono state sottratte alla domanda di case in affitto per famiglie, genitori single, studenti fuorisede ormai impossibilitati ad accedere agli affitti, sia per la scarsità di case messe a disposizione (nonostante un numero di case sfitte enorme) sia per i prezzi degli affitti stessi.
Ed a questa riduzione della disponibilità di case in affitto per abitanti e residenti, ha contribuito molto anche la grande diffusione degli affitti turistici. Chi affitta ai turisti ha meno problemi che con inquilini stabili e le “variabili” che rappresentano, le relazioni sono mediate dalle piattaforme e ridotte al minimo, le possibilità di incasso sono superiori e più garantite – tolte le commissioni – dalle piattaforme stesse. Certo spesso i turisti sono vandalizzanti più di una famiglia o di studenti fuorisede, ma il gioco sembra valere la candela.
Un ragionamento individualista, come quelli incentivati da anni di cultura “proprietaria” che ha soppiantato sia quella produttiva che quella collettiva, porta a dire che questa è la soluzione migliore per “mettere a valore un immobile di proprietà”.
Ma qui si aprono almeno due problemi. Se la vastità del fenomeno fosse limitata non farebbe danni, ma se invece si estende – e si è estesa di molto – mette in aperta contraddizione un interesse individuale (messa a valore del proprio immobile) con quello collettivo (la domanda di case in affitto). E su questo la contraddizione appare insanabile.
Questo ha già generato e sta generando problemi. La pervasività degli affitti turistici nei centri storici delle città e nei quartieri vicini, produce una desertificazione sociale e uno stiparsi di turisti in queste zone. Incredibilmente anche i quartieri “bassi” del centro di Napoli stanno subendo questa trasformazione violenta dopo che per decenni è stata l’unica città in cui “i poveri” abitavano ancora nel centro. È una sorta di pulizia etnica e sociale che si va producendo sotto i nostri occhi. I benpensanti ne saranno felici, noi meno.
Non solo. L’espulsione degli abitanti dal cuore delle città, le consegna a soggetti come i “consumatori dinamici” (così Benetton definì i turisti negli anni Novanta in cui con le privatizzazioni si comprò Autostrade, Grill e Grandi Stazioni, ndr), ma che hanno un rapporto temporale, strumentale e relativo con le città o le località turistiche che visitano. A Roma, secondo alcune ricerche, i turisti che vengono per vedere il patrimonio archeologico sono una minoranza.
E poi veniamo ai cosiddetti benefici del turismo di massa o overtourism.
Simone afferma che dagli affitti turistici le “amministrazioni percepiscono enormi introiti dalle tasse di soggiorno”. Purtroppo non è affatto così. Il Comune di Roma ad esempio, raccoglie solo tra i 110 e i 125 milioni all’anno di tassa di soggiorno su un giro d’affari di oltre 5,5 miliardi (secondo altre fonti 6,7 miliardi).
E questo è un dato importante, perché è l’unico effettivo beneficio che l’intera città riceve dal disagio di dover convivere con un turismo di massa e devastante. Anni fa proponemmo che questa tassa diventasse una “tassa di scopo” destinata alle periferie, cioè a quella parte di città che non beneficia in alcun modo del turismo ma ne subisce tutti i disagi (sulla riduzione dei trasporti, la raccolta dei rifiuti etc etc).
Difficile poi sorvolare sui profitti che vengono incassate all’estero dalle multinazionali OTA (Online Travel Agency), così come sul loro livello di evasione fiscale nel nostro paese dove convogliano milioni e milioni di persone.
Questa discussione potrebbe continuare a lungo e le opposte argomentazioni potrebbero incrociarsi per intere giornate. Solo per affrontare il tema delle soluzioni (ad esempio come si riduce il turismo di massa? Con i ticket di ingresso o creando un clima malevolo e deterrente per i turisti?) ci vorrà del tempo, creatività e indagini sul campo.
Ma questa discussione, anche sulla spinta delle proteste popolari contro il turismo di massa, finalmente si è aperta e ci auguriamo che il nostro giornale possa contribuire ad essa. Pertanto ringraziamo Simone della lettera e invitiamo altre ed altri a prendere parola.
La lettera di Simone alla nostra redazione
Neanche un mese fa, i muri del Quadraro Vecchio dove ho la casa destinata a locazione turistica, uno dei quartieri più importanti della storia della Resistenza di Roma, sono stati riempiti di scritte contro la gentrificazione e, in particolar modo, contro il turismo e i “bed and breakfast”. Queste scritte – tra cui deliranti stelle a cinque punte, falce e martello e la “sempreverde” scritta “BR” – hanno deturpato per sempre un magnifico intervento artistico realizzato nel 2010 dal Comune di Roma, che aveva coinvolto artisti di tutto il mondo per la realizzazione del primo progetto di museo diffuso integrato nel tessuto sociale.Fonte
Non riesco a determinare il momento storico in cui siamo passati dall’urgenza di attrarre maggior turismo, sfruttando l’immenso patrimonio naturale, artistico e culturale del nostro paese, all’urgenza di contrastarlo con ogni mezzo possibile. Certamente, non si può non individuare nella stampa un ruolo cruciale nella diffusione di questo messaggio.
Pur comprendendo l’umana necessità di dover mettere in tavola la cena, resta un mistero come sia possibile che la responsabilità di ciò che, molto genericamente, viene perimetrato nel fenomeno dell'“overtourism” possa essere unicamente individuata nel profluvio di articoli “copia e incolla”, contro quelli che, altrettanto genericamente e a prescindere dalla nomenclatura e dai diversi regimi legali e fiscali, vengono chiamati “b&b”.
È sufficiente fare una ricerca per accorgersi che per il giornalismo intero, il problema principale dell’Italia non è l’inflazione galoppante né l’evasione crescente e inarrestabile di un sistema che premia sistematicamente chi elude il fisco. Il vero problema dell’Italia non è la guerra in Ucraina né l’escalation di sangue in Medio Oriente. E no, il problema non sono neanche i quattro morti al giorno sul lavoro né il dilagare delle droghe sintetiche. Nel nostro paese, come direbbe “Johnny Stecchino”, il vero problema, come per il “traffico” a Palermo, sono i “b&b”.
Mi domando: esiste un momento in cui in una redazione si va oltre all’intercettare un argomento mainstream per sfruttare il fenomeno del clickbait e ci si chiede se questo modus operandi non abbia partorito già sufficienti mostri, alimentando solo la brama di capri espiatori in una popolazione economicamente frustrata e vessata e in una classe dirigente capace esclusivamente di fornire risposte populiste a problemi complessi?
Certamente esiste la necessità di regolare i flussi turistici e certamente esiste il problema drammatico ed innegabile della casa per le famiglie, ma canalizzare su un solo comparto ogni genere di responsabilità, agli occhi attenti di chi di quel comparto fa parte, appare come un’attività delatoria, dannosa e alquanto sospetta.
Sospetta perché è indubbio che l’interesse principale nel contenimento degli affitti turistici – analogamente alla lobby dei taxi che ostacola in ogni modo nuove licenze e le piattaforme come Uber – è quello delle grandi catene alberghiere. Dannosa perché va a demonizzare chi ha la “colpa” di industriarsi per sostenere o creare un proprio reddito. Delatoria perché questa attività è sempre accompagnata anche dall’accusa di evasione, arricchimento indebito e sfruttamento.
Dunque, prendiamo un caso su tutti: Roma. Da mesi, l’unica cifra che viene pubblicata strumentalmente per aggredire e imporre misure drastiche verso i “b&b” è quella riportata dal Comune di Roma, che indica in 20.000 unità le strutture destinate agli affitti turistici. Gli alloggi – non gli edifici ma gli appartamenti – secondo l’ultima rilevazione dell’ISTAT del 2011, sono circa 1.600.000 (rilevazione che non prende in considerazione i dati della cementificazione avvenuta nei successivi tredici anni, considerando che solo tra il 2021 e il 2022, sono stati erosi 70.000 ettari destinati a nuova edilizia residenziale). Restando però ai dati del 2011 e senza considerare che da allora sono stati edificati immensi quartieri come Roma Est, Porte di Roma e la nuova Fidene, la percentuale di “b&b” è dell’1,25% sul totale degli alloggi disponibili.
Riassumendo: la responsabilità della desertificazione del centro storico di Roma, dell'“overtourism”, del degrado, delle tonnellate di spazzatura che invadono i quartieri, nonché di tutta la retorica sull'“artigiano che non c’è più” e degli “anziani di quartiere che giocavano a carte al bar scomparsi a causa dei b&b” è tutta da ricondurre all’1,25% degli affitti turistici. E in ultimo, non il lerciume onnipresente né le selve che crescono sui marciapiedi né la quantità di polveri sottili che respiriamo sono il segno della decadenza nella quale versa Roma, ma bensì, i “lucchetti” fuori dai portoni. Dei “b&b” sarebbe la responsabilità delle centinaia di pullman parcheggiati in terza fila, dei “b&b” sarebbe la colpa dell’assenza di alloggi per gli studenti (ma solo fino a settembre quando i titoli diventano “per colpa degli affitti a studenti non ci sono alloggi per le famiglie”) e, ovviamente, dei “b&b” sarebbe la colpa dell’impennata dei costi delle case e dell’inservibilità dei trasporti pubblici.
Quale sia il raziocinio che porti a pensare che un idraulico o un fabbro possa trarre vantaggio commerciale con una “bottega” nella ZTL, visto peraltro che la grande distribuzione è periferica, resta un mistero. E resta un mistero come si immagini che siano i due o quattro ospiti di un “b&b” e non le frotte del turismo alberghiero a richiedere spostamenti in pullman, così come resta un mistero del perché la TARI pagata dai proprietari dei “b&b” – a fronte di un tasso di occupazione ridotto rispetto a quello di una famiglia – non sia sufficiente.
Guardando poi ai dati del settore immobiliare di Roma (ripeto, di Roma) attuali e quelli del 2001, resta avvolta dal mistero anche l’interpretazione dei costi delle case, a fronte di un mercato non solo in ribasso ma che, al netto dell’ingresso dell’euro e dell’inflazione, sono totalmente in linea con quelli di vent’anni fa.
E mentre resta un mistero anche il dono dell’immortalità che dovrebbero possedere gli anziani residenti del centro storico “che giocano a carte”, ci si chiede perché a rimpolparne le fila di questo olocausto dei falegnami o dei cromatori non vadano per primi proprio i giornalisti che a pagina quattro si stracciano le vesti perché in Italia si fanno pochi figli, a pagina cinque lanciano l’allarme perché la popolazione mondiale sta raggiungendo i dieci miliardi e a pagina sei si lamentano dell'“overtourism” perché, ça va sans dir, la vacanza e la cultura è riservata all’élite e non certo ai figli degli altri o ai cinesi o ai francesi che non sanno che farsene dei nostri bidet.
Su tutti i misteri però il più grande e degno di nota è quello che regola l’equazione sui trasporti pubblici il cui sovraffollamento sarebbe da ricercare nei turisti dei “b&b”. È notorio infatti che se gli alloggi fossero occupati da famiglie, certamente gli autobus e le metropolitane di Roma sarebbero vuoti ed efficienti e l’evasione tariffaria – tipica del turista all’estero – anziché di 90 milioni l’anno, sarebbe a zero (come dubitare d’altronde che i romani non facciamo il biglietto).
Ma a nulla servono evidentemente i numeri. La risposta che ogni giornalista ti darà è sempre “ma cosa dici, basta guardare la mappa di Airbnb del centro, è pieno!”. Ovviamente, che sulla mappa sia indicato un “b&b” in un palazzo dove ci sono altri 30 appartamenti ad uso residenziale è un dato assolutamente trascurabile. Il “percepito” è ciò che conta, insieme a cinque secondi di pubblicità – a proposito dell'“overtourism” – di una “fantastica crociera scontata del 60% per tutti i nostri lettori”.
A nulla servono i numeri in merito ai costi e ai ricavi di chi ha destinato la propria casa ad un affitto turistico. A nulla vale sottolineare che le piattaforme sottraggono il 23%, che i costi di gestione vanno ben oltre il 20% – ai quali vanno sommati i costi di pulizia e di manutenzione straordinaria, dei consumi e di ogni oggetto che gli ospiti decidono di fare proprio, arrivando a rubare anche il ferro da stiro – e a nulla vale che per ogni prenotazione (ovviamente sul lordo, senza detrazione di alcun costo sopra riportato) lo Stato chiede il 22%. E a nulla vale che a tutto questo vanno sottratti IMU e TARI e ogni costo che amministrazione dopo amministrazione ti impone, tra inutili targhette, estintori che nessuno sa utilizzare e rilevatori di monossido di carbonio e fughe di gas, anche quando la casa che affitti è interamente alimentata dalla corrente elettrica.
Amministrazioni che percepiscono enormi introiti dalle tasse di soggiorno – irrintracciabili nei servizi offerti dalle amministrazioni stesse – non solo non spendono una parola in difesa di chi rappresenta un volano economico per le amministrazioni stesse e per l’enorme indotto che generano gli affitti turistici, ma anzi si aggiungono a questa insensata aggressione, rincarando la dose e paventando divieti e chiusure contro i “b&b che fanno affari d’oro e neanche pagano le tasse”, con toni da Gestapo. D’altronde, appunto, “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”.
A nulla serve spiegare che il problema della casa per le famiglie non ha nulla a che vedere con gli affitti turistici (basti pensare peraltro che il regime di “b&b” è destinato solo a chi ospita pur vivendo nello stesso appartamento) e che, anche limitandoli o chiudendoli, senza una revisione radicale delle leggi che regolano gli affitti a lungo termine, l’unico risultato che verrà ottenuto sarà quello del crollo del mercato immobiliare con tutte le criticità che questo comporterà su famiglie, banche e imprese, nonché ovviamente su chi con questo reddito si sostiene e su tutti i comparti dell’indotto.
E a nulla soprattutto serve evidenziare che gli affitti turistici – non la gestione degli affitti turistici che rappresenta tutt’altra scena imprenditoriale e speculativa – sono un sostegno all’erosione del reddito e che spesso rappresentano l’unica alternativa in un mercato del lavoro che quegli stessi giornalisti descrivono come inaccessibile e vessatorio.
La guerra alle locazioni turistiche, dati alla mano, non trova riscontro con l’oggettività. Questa guerra rispecchia un sistema da sempre incapace di gestire i cambiamenti e il cui unico interesse è fare muro, garantendo così a chi ne beneficia, nei secoli dei secoli, un immutabile status quo. Che siano i monopattini, il car sharing o piuttosto lo smartworking, la stampa – a prescindere dall’orientamento – si ritrova sempre compatta nella difesa di un’economia che troppo spesso rispecchia gli interessi dei propri editori e dei loro azionisti.
Certo che la presente sarà inascoltata e che nessuno si porrà il dubbio quantomeno su questa univocità delle voce contro i “b&b” che ogni giorno produce tonnellate di aggressioni a mezzo stampa e restando in attesa di leggere l’ennesima “inchiesta sugli affitti brevi”, il Moloch dei nostri tempi (scritta ovviamente durante le vacanze in un “b&b” del quale non dubito verrà fatta anche una recensione “bello tutto, ma le pantofoline non erano della mia taglia, spiace devo dare una sola stella”), auguro a tutti buone vacanze e per chi ha un maledetto b&b, buon lavoro.
Simone
51anni, impiegato, in regime di “solidarietà espansiva” da 15 anni
02/07/2024
Spagna è rivolta popolare contro la devastazione del turismo di massa
In Spagna dilaga la rivolta popolare delle città contro i danni del turismo di massa. Dopo Barcellona, le Baleari e le Canarie la protesta è dilagata anche Malaga.
Sabato scorso erano migliaia di persone in piazza nella città nel sud della Spagna, contro l’aumento degli affitti e dei prezzi delle case provocato dal devastante incremento dell’attività turistica negli ultimi anni. El Pais valuta che i partecipanti siano stati 15mila.
Malaga, vent’anni fa accoglieva circa mezzo milione di turisti, negli ultimi anni è diventata un centro del turismo di massa, fino a raggiungere nel 2023 la cifra di 1,6 milioni di presenza, con previsioni per quest’anno di numeri ancora più alti.
Ma il successo del turismo di massa ha contestualmente provocato crescenti disagi ai residenti a causa del forte aumento degli affitti, rendendo di conseguenza difficili e costosissime le condizioni di vita degli abitanti.
Quella di Malaga non è la prima manifestazione di massa contro le devastazioni del turismo in Spagna.
Avevano infatti cominciato gli abitanti delle Baleari e di Barcellona poi quelli delle Canarie, e le manifestazioni sono state tutte molto partecipate. Quella di Malaga è però la prima a tenersi in una città che fino a pochi decenni fa non era una delle grandi mete turistiche della Spagna, e che quindi ha subìto un cambiamento forse più radicale.
A Malaga nel 2016 gli appartamenti registrati a uso turistico erano 846, oggi sono diventati 12mila, e questo senza considerare gli appartamenti affittati a turisti ma non registrati. Secondo un'inchiesta curata da El País, in vari quartieri del centro di Malaga tra il 20 e il 25 per cento di tutti gli alloggi è registrato su Airbnb e i prezzi delle case sono schizzati verso l’alto.
Secondo un sondaggio condotto dall’Università di Malaga, oggi il 72 per cento degli abitanti della città ritiene che il turismo abbia un effetto negativo o molto negativo sulla disponibilità di case per la popolazione.
A Barcellona, una delle città più colpite dal medesimo fenomeno e tra le prime a vedere manifestazioni contro il turismo di massa, proprio in questi giorni, il sindaco Jaume Collboni ha proposto una drastica soluzione: le oltre 10mila licenze per affitti brevi, in scadenza nel 2028, non saranno rinnovate.
Barcellona è una città di 1,6 milioni di abitanti e lo scorso anno ha accolto più di 12 milioni di turisti. È uno dei casi di cosiddetto overtourism, cioè di eccesso di turismo.
Quanto sta accadendo in Spagna è di straordinaria importanza anche per il nostro paese, dove i danni del turismo di massa stanno diventando evidenti non solo in città come Roma e Venezia ma ormai anche Napoli, Milano, Firenze dove la denuncia delle conseguenze del fenomeno è stata fino ad oggi limitata a piccoli gruppi di attivisti sociali.
Sul nostro giornale, in tempi decisamente insospettabili, abbiamo denunciato come, nel caso di Roma, il turismo fosse diventato una risorsa per pochi e un danno per molti. Il livello di appropriazione privata degli introiti del turismo a discapito del resto delle città, è diventato decisamente insopportabile.
Anche qui, da qualche parte e in qualche modo, occorre cambiare rotta.
Fonte
Sabato scorso erano migliaia di persone in piazza nella città nel sud della Spagna, contro l’aumento degli affitti e dei prezzi delle case provocato dal devastante incremento dell’attività turistica negli ultimi anni. El Pais valuta che i partecipanti siano stati 15mila.
Malaga, vent’anni fa accoglieva circa mezzo milione di turisti, negli ultimi anni è diventata un centro del turismo di massa, fino a raggiungere nel 2023 la cifra di 1,6 milioni di presenza, con previsioni per quest’anno di numeri ancora più alti.
Ma il successo del turismo di massa ha contestualmente provocato crescenti disagi ai residenti a causa del forte aumento degli affitti, rendendo di conseguenza difficili e costosissime le condizioni di vita degli abitanti.
Quella di Malaga non è la prima manifestazione di massa contro le devastazioni del turismo in Spagna.
Avevano infatti cominciato gli abitanti delle Baleari e di Barcellona poi quelli delle Canarie, e le manifestazioni sono state tutte molto partecipate. Quella di Malaga è però la prima a tenersi in una città che fino a pochi decenni fa non era una delle grandi mete turistiche della Spagna, e che quindi ha subìto un cambiamento forse più radicale.
A Malaga nel 2016 gli appartamenti registrati a uso turistico erano 846, oggi sono diventati 12mila, e questo senza considerare gli appartamenti affittati a turisti ma non registrati. Secondo un'inchiesta curata da El País, in vari quartieri del centro di Malaga tra il 20 e il 25 per cento di tutti gli alloggi è registrato su Airbnb e i prezzi delle case sono schizzati verso l’alto.
Secondo un sondaggio condotto dall’Università di Malaga, oggi il 72 per cento degli abitanti della città ritiene che il turismo abbia un effetto negativo o molto negativo sulla disponibilità di case per la popolazione.
A Barcellona, una delle città più colpite dal medesimo fenomeno e tra le prime a vedere manifestazioni contro il turismo di massa, proprio in questi giorni, il sindaco Jaume Collboni ha proposto una drastica soluzione: le oltre 10mila licenze per affitti brevi, in scadenza nel 2028, non saranno rinnovate.
Barcellona è una città di 1,6 milioni di abitanti e lo scorso anno ha accolto più di 12 milioni di turisti. È uno dei casi di cosiddetto overtourism, cioè di eccesso di turismo.
Quanto sta accadendo in Spagna è di straordinaria importanza anche per il nostro paese, dove i danni del turismo di massa stanno diventando evidenti non solo in città come Roma e Venezia ma ormai anche Napoli, Milano, Firenze dove la denuncia delle conseguenze del fenomeno è stata fino ad oggi limitata a piccoli gruppi di attivisti sociali.
Sul nostro giornale, in tempi decisamente insospettabili, abbiamo denunciato come, nel caso di Roma, il turismo fosse diventato una risorsa per pochi e un danno per molti. Il livello di appropriazione privata degli introiti del turismo a discapito del resto delle città, è diventato decisamente insopportabile.
Anche qui, da qualche parte e in qualche modo, occorre cambiare rotta.
Fonte
14/08/2023
Airbnb nel mirino del fisco. Imposte non versate per 779 milioni
La Guardia di Finanza ha chiesto al colosso degli “affitti brevi” Airbnb, il conto per le imposte non riscosse. Si tratta di una indagine su 779 milioni di euro che la piattaforma non ha trattenuto agli host e che non ha versato nelle casse dell’erario e che adesso, secondo la GdF è il momento di versare.
Adesso occorrerà verificare se Airbnb verserà le imposte o si rivarrà sugli host a cui doveva essere applicata l’imposta.
Già a maggio, la Guardia di Finanza di Milano aveva raccomandato all’Agenzia delle Entrate di avviare un accertamento fiscale formale nei confronti della filiale di Airbnb in Irlanda in relazione alla Legge del 2017 e agli obblighi di ritenuta fiscale associati agli host non professionali per un importo di 779 milioni di euro, che sarà la base delle negoziazioni tra l’Agenzia e la società.
Nonostante Airbnb – che ha un obbligo di ritenuta al 21% – mantenga la posizione secondo cui non rientra nell’ambito di applicazione dell’obbligo di ritenuta, sia la società che l’Agenzia delle Entrate stanno collaborando per risolvere la questione.
Parallelamente, la Procura sta conducendo un’indagine sulla traccia del “modello Milano”, impegnato a contrastare l’evasione fiscale da parte dei colossi del web. Nel 2017 è stato introdotto (art. 4, dl 50/2017) il regime fiscale per le locazioni brevi (inferiori a 30 giorni), al di fuori dell’esercizio di attività d’impresa. A partire dal 01/06/2017, le piattaforme hanno quindi l’obbligo di operare come sostituti d’imposta, riscuotendo la cedolare secca attraverso una ritenuta alla fonte del 21% e comunicando i dati correlati all’autorità fiscale. Airbnb aveva presentato ricorso al Tar del Lazio con l’obiettivo di annullare la decisione del direttore dell’Agenzia delle Entrate ma le richieste avanzate dalla piattaforma sono state respinte. In risposta, la società ha presentato ricorso al Consiglio di Stato, il quale ha chiesto di interpretare gli obblighi imposti dal diritto nazionale agli intermediari di locazioni brevi alla luce del diritto dell’Unione Europea.
Il giornale economico Italia Oggi, sottolinea però che secondo la sentenza emanata dalla Corte di Giustizia Europea, l’obbligo posto su Airbnb di riscuotere un’imposta sostitutiva al 21% non costituisce una violazione della libera prestazione dei servizi stabilita dall’art. 56 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Durante il procedimento, la GdFha avviato l’analisi delle imposte non trattenute sui locatori non professionali. La Corte ha escluso che l’obbligo di agire come sostituto d’imposta “vieti, ostacoli o renda meno attraente l’esercizio della libera prestazione dei servizi” in quanto è imposto a tutti. Al contrario l’obbligo di nominare un rappresentante fiscale, costituisce una restrizione alla libera prestazione dei servizi. Airbnb non ha nessun rappresentante fiscale in Italia. Adesso a seguito della sentenza della Corte Europea dovrà pronunciarsi il Consiglio di Stato.
Fonte
Adesso occorrerà verificare se Airbnb verserà le imposte o si rivarrà sugli host a cui doveva essere applicata l’imposta.
Già a maggio, la Guardia di Finanza di Milano aveva raccomandato all’Agenzia delle Entrate di avviare un accertamento fiscale formale nei confronti della filiale di Airbnb in Irlanda in relazione alla Legge del 2017 e agli obblighi di ritenuta fiscale associati agli host non professionali per un importo di 779 milioni di euro, che sarà la base delle negoziazioni tra l’Agenzia e la società.
Nonostante Airbnb – che ha un obbligo di ritenuta al 21% – mantenga la posizione secondo cui non rientra nell’ambito di applicazione dell’obbligo di ritenuta, sia la società che l’Agenzia delle Entrate stanno collaborando per risolvere la questione.
Parallelamente, la Procura sta conducendo un’indagine sulla traccia del “modello Milano”, impegnato a contrastare l’evasione fiscale da parte dei colossi del web. Nel 2017 è stato introdotto (art. 4, dl 50/2017) il regime fiscale per le locazioni brevi (inferiori a 30 giorni), al di fuori dell’esercizio di attività d’impresa. A partire dal 01/06/2017, le piattaforme hanno quindi l’obbligo di operare come sostituti d’imposta, riscuotendo la cedolare secca attraverso una ritenuta alla fonte del 21% e comunicando i dati correlati all’autorità fiscale. Airbnb aveva presentato ricorso al Tar del Lazio con l’obiettivo di annullare la decisione del direttore dell’Agenzia delle Entrate ma le richieste avanzate dalla piattaforma sono state respinte. In risposta, la società ha presentato ricorso al Consiglio di Stato, il quale ha chiesto di interpretare gli obblighi imposti dal diritto nazionale agli intermediari di locazioni brevi alla luce del diritto dell’Unione Europea.
Il giornale economico Italia Oggi, sottolinea però che secondo la sentenza emanata dalla Corte di Giustizia Europea, l’obbligo posto su Airbnb di riscuotere un’imposta sostitutiva al 21% non costituisce una violazione della libera prestazione dei servizi stabilita dall’art. 56 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Durante il procedimento, la GdFha avviato l’analisi delle imposte non trattenute sui locatori non professionali. La Corte ha escluso che l’obbligo di agire come sostituto d’imposta “vieti, ostacoli o renda meno attraente l’esercizio della libera prestazione dei servizi” in quanto è imposto a tutti. Al contrario l’obbligo di nominare un rappresentante fiscale, costituisce una restrizione alla libera prestazione dei servizi. Airbnb non ha nessun rappresentante fiscale in Italia. Adesso a seguito della sentenza della Corte Europea dovrà pronunciarsi il Consiglio di Stato.
Fonte
28/07/2022
Un flusso di rancore di un cameriere greco
Di seguito propongo il "flusso di coscienza" di un soggetto schiacciato, sfruttato e umiliato dal modello di turistificazione che si è affermato in Europa proprio a partire dalla Grecia post memorandum del 2015.
In realtà, nel continente europeo, il fenomeno andrebbe quanto meno retrodatato all'epopea turistica di Croazia e Slovenia post smembramento della Jugoslavia a inizoo anni '90, ma va bene lo stesso.
All'odio con cui vi confronterete di seguito, va fatta una tara, nel senso che non si tratta esclusivamente di salutare odio di classe (quello alla Sanguineti per capirci), perché il frastagliato orizzonte della diseguaglianza, soprattutto in Occidente ha dato la stura a un affastellamento di livelli subalterni in cui domina il rancore alimentato ad arte da un sistema mediatico, soprattutto delle piattaforme in rete, che propugna l'idolatria verso stili di vita che, per i più, sono autentici miraggi.
Al contempo, e come accade troppo spesso, questi sfoghi denotano quanto sia del tutto inesistente la capacità della sinistra di creare delle contro narrazioni spendibili a partire da questi rilievi reali.
In realtà, nel continente europeo, il fenomeno andrebbe quanto meno retrodatato all'epopea turistica di Croazia e Slovenia post smembramento della Jugoslavia a inizoo anni '90, ma va bene lo stesso.
All'odio con cui vi confronterete di seguito, va fatta una tara, nel senso che non si tratta esclusivamente di salutare odio di classe (quello alla Sanguineti per capirci), perché il frastagliato orizzonte della diseguaglianza, soprattutto in Occidente ha dato la stura a un affastellamento di livelli subalterni in cui domina il rancore alimentato ad arte da un sistema mediatico, soprattutto delle piattaforme in rete, che propugna l'idolatria verso stili di vita che, per i più, sono autentici miraggi.
Al contempo, e come accade troppo spesso, questi sfoghi denotano quanto sia del tutto inesistente la capacità della sinistra di creare delle contro narrazioni spendibili a partire da questi rilievi reali.
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So che non dovrei. Solo perché vengono da posti di merda, freddi anche d’estate. Ma io li odio. Odio i turisti in generale, ma quelli del Nord Europa di più. Quando li vedo camminare seminudi bianchi come cadaveri, flaccidi o atletici non importa. Sempre con ste cazzo di birkenstock come nei safari o con le infradito come se fossero a bordo piscina anche se camminano in mezzo ai liquami e la spazzatura di Monastiraki. Sempre sorridenti. Ci credo che sorridono, belli contenti di visitare le loro colonie! Dopo averci messo in ginocchio, saccheggiato le nostre risorse, appropriati dei nostri aeroporti, vengono in vacanza qui perché l’estate in effetti ha tutto un altro sapore rispetto ai mari del nord con le loro acque limacciose e il cibo di merda.
Gli olandesi poi, sono i peggiori: i più inflessibili a punire gli errori di noi razze mediterranee, i primi a darci lezioni su come si tiene un bilancio e poi vengono qui in ferie. E lo credo bene: due settimane di villeggiatura gli costano come un week end o un biglietto per l’Amsterdam Arena.
Li odio: loro e i tedeschi. Ci hanno trasformato nella Thailandia d’Europa. Manca solo il turismo sessuale ma tutto il resto c’è: un brand costruito a tavolino, richiami alla civiltà ellenica, alla cultura mediterranea, l’accoglienza, il cibo sano e adesso, solo nelle isole esclusive, anche l’opzione spirituale, un po’ di yoga qua e là e la vacanza esotica è servita.
Quando vedo sti pachidermi bianchi cadaverici che si siedono a tavola e chiedono la pizza anche se sono in mezzo all’Egeo – perché tanto siamo sotto le Alpi, eh – e continuano a mangiare uova e bacon a colazione anche se ci sono 38 gradi, gli vorrei pisciare nel piatto.
Perché noi siamo i loro camerieri.
Le Cicladi ormai sono inaccessibili a un normale stipendio greco. L’industria che tiene in piedi il turismo si fonda sulla schiavitù, andate a vedere le baraccopoli dietro alle discoteche di Mykonos e Paros e ai ristoranti di Santorini. La manovalanza greca ormai gareggia al ribasso con i pakistani. Le baracconate che attirano a vagonate la middle class nordeuropea, quelle specie di luna park per turisti scemi a cui ci siamo assuefatti tutti quanti, che rendono indistinguibile una località da un’altra, sono la nuova catena di montaggio a cui la Trojka ha condannato le ultime generazioni della defunta middle class greca. Trova le differenze: quelli il loro cazzo di welfare state se lo godono tutto, mentre il nostro è stato seppellito dalle vanghe tedesche e dalla miseria della nostra classe politica. Così restiamo in attesa degli spiccioli che lasceranno sul tavolo a fine serata.
So che non dovrei odiare questi solo perché vengono dal Nord, personalmente non mi hanno fatto niente di male. Anzi, sono gentili per lo più.
So che non dovrei odiarli, non sono mica un nazionalista di merda, io. Anzi! Vengo dal movimento anarchico greco. A proposito, nei dieci e passa anni di rivolta, dal 2008 in avanti, abbiamo sempre ospitato nelle nostre barricate legioni di “anarcoturisti” dal nord Europa, eccitati come bambini in ricreazione, venuti a giocare alla rivoluzione e a fare tutto quello che a casa loro non possono fare. Col risultato che adesso trovare una casa in affitto a Exarchia è impossibile. Le società immobiliari si sono comprate tutti gli appartamenti per metterli su Airbnb. Per ospitare sti bambini in gita nel quartiere “ribelle”. Che poi li riconosci subito tra le barricate anche se tutti bardati: magrolini e dinoccolati, bianchi e biondi, pronti a devastare la città ma rispondendoti educatamente in inglese. Che un anarchico greco non farebbe mai, dico rispondere educatamente.
Sono cresciuto facendo campeggio libero tra le mille isole dell’Egeo; giravamo insieme alla mia compagnia di amici piazzandoci dove volevamo senza tirare fuori una dracma. A incontrare il mondo e i randagi come noi e condividere tutte quelle cose belle che una spiaggia, l’estate e la creatività di chi non ha soldi ti possono offrire. Ci accampavamo per necessità economica, ma anche per scelta e stile di vita. Finché è stato possibile abbiamo difeso le spiagge che sentivamo nostre, cacciando gli yacht fermi in rada a sassate, noi tutti nudi e selvaggi, loro in polo Ralph Lauren che ci guardavano schifati e preoccupati che le pietre rovinassero la barca. Abbiamo festeggiato attorno ai falò fatti di ombrelloni che qualcuno, le municipalità o qualche privato, provava a impiantare per darsi un tono da riviera. Abbiamo tenuto pulite le spiagge perché appartengono a tutti. Le abbiamo mantenute LIBERE. Ma libere veramente, senza ghetti per nudisti, dove decidere liberamente come stare, con o senza costume. Senza pudori e giudizi. Senza guardie. Ora che il turismo è il sistema che tiene in piedi la Grecia, non c’è più spazio per noi. Ci muoviamo come clandestini tra le ultime isole rimaste, custodendole gelosamente, prima che qualcuno se ne appropri per venderle al banco delle esperienze esotiche alla prossima borsa del turismo.
E a me cosa rimane? L’odio.
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22/07/2022
Due passi per Venezia
La dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia, la vende ai turisti.
F. Guccini, Venezia
F. Guccini, Venezia
Come sono capitato a Venezia, ahimè, è storia lunga. Venni allontanato e bandito da Ponciopoli poiché violai, non ricordo più in che modo, le sue regole (dovetti comunque farla grossa). Lì, nessuno più mi riconosceva, a cominciare dal boss della comunità, un simpatico ballerino di varietà. Addirittura, Ulderico, il karo mio amico, dopo il mio sgarro, incontrandomi per strada, cambiava direzione muovendosi a scatto, a guisa di ratto. Insomma, dovetti partire, e devo dire che mi sentivo come Ovidio esiliato a Tomi ferrigna da Augusto imperatore. Ma io mi trovavo a Venezia, la serenissima, e in fondo al cor l’avevo sempre amata.
Appena uscito dalla stazione di Santa Lucia, ad attendermi c’era Helmut. Mi aveva trovato un posto presso il gattile dei mici del ghetto, ove il gatto Eustachio benevolmente mi aveva accolto. “Caro Guy” – mi disse Helmut – “vieni, ti porto a spasso per Venezia e quando saremo nel ghetto anche Eustachio si unirà a noi”. Beh, cari miei, inutile dirvi che l’affaccio della stazione sul canale brulicava di una folle folla che aumentava ancora di più se ci si dirigeva verso il centro. Fu allora che vidi un essere altissimo, dai capelli verdi e gialli, ricoperto di pelose coperte colorate con in testa un elmo cornuto: camminando parlava in una lingua dalle germaniche tonalità. Poi una marea di giapponesi audacemente digitalizzati, con apparecchi luminescenti nelle loro dita. E poi, guardando il vicolo che sempre più stretto si faceva, vi vidi dentro una terribile stipa di turisti frementi e di sì diversa ispecie, che la memoria il sangue d’orror mi costipa. Avanti, avanti, ancora avanti, sussurrava Helmut fumando il suo sigarazzo e così in breve ci ritrovammo nel ghetto. Ecco quindi Eustachio balzarci incontro, in modo elegante, vestito di tutto punto da spadaccino gattesco qual era, con sciabola e stivali, e con accento veneziano mi disse: “Ti aspettavo, ciò, benvenuto a Vinegia! Dal momento che sei apena arivato, io e Helmut ti volevamo far veder com l’è cambiata la cità in questi ani! Tuto quel che un tempo era vero, adeso l’è diventato finto, ciò!”. Uhmm, fatemi capire, si tratta forse della gentrification, in italiano gentrificazione? Fenomeno per cui un luogo originariamente autentico e popolare diventa finto, costruito a uso e consumo dei turisti. Ad esempio, il centro storico della Venezia attuale, probabilmente è stato costruito a tavolino, trasformato in ciò che il turista si aspetta di trovare. “Bravissimo!” – disse Eustachio – “è la gentrification, che meglio si potrebbe chiamare smerdification. C’è più m…. qui che nella mia lettiera. Pensa che hanno speculato anche sulla comunità dei gatti del ghetto: ci siamo trasformati in chincaglieria per turisti! In ogni negozio troverete poster e oggetti che riecheggiano i mici veneziani ma non troverete più un gatto in tutte le zone turistiche di Venezia! Noi adesso ci siamo allontanati e il nostro gattile, dove sarai ospitato anche tu, ormai si trova in una zona decentrata”.
Molto intelligente, pensai, questo Eustachio elegante e moschettiere, memore di gattare antiche ere! Insomma, continuammo a camminare per Venezia e Helmut continuava ad indicarmi alcuni luoghi che erano stati toccati dal processo di smerdification. La statua di Carlo Goldoni, grande poeta e uomo di teatro, occhieggiava d’intorno ormai completamente disperato. Grandi brand e marchi internazionali, dietro vetrine luminescenti, sfoggiavano ampi locali tirati a lucido che sembravano essere fatti di quella stessa materia digitale che usciva da smartphone e tablet, alla quale erano incollati gli occhi dei turisti. “Negozi e spazi così finti da sembrare veri” – aggiunse di sguincio il pervicace Eustachio, accendendosi una pipa di radica scura. “Grandi marchi tutti uguali, negozi tutti uguali” – disse Helmut sospirando – “e i nostri veri ricordi, i nostri veri spazi vanno a finire in un museo a cielo aperto. Ecco, guarda quell’ombrello finto attaccato all’angolo di quel vicolo! Sta a indicare che lì sotto c’era un negozio di ombrelli, punto di riferimento per tutti i veneziani. Nei giorni nebbiosi d’autunno venivam qua a comprare gli ombrelli a prepararci per gli umidi inverni, quando silenti erano i giorni e ascoltavamo la pioggia in silenzio. Guarda quella vetrina incastonata nel muro, Guy, guarda! Ci sono dei giocattoli, vedi? Ecco, lì sotto, al posto di quel grande brand di abbigliamento, c’era un grande negozio di giocattoli. Ricordo gli infiniti pomeriggi d’infanzia, passati a scrutare costruzioni di legno e pupazzi colorati, audaci automi a molla che riempivano le nostre ore bambine. E adesso ci son quelle maglie cretine per miliardari! E i nostri cari giorni lontani? Perduti, irrimediabilmente perduti, nei luminescenti pomeriggi d’aprile o in quelli oscuri di dicembre, quando incredibili mostri si affacciavano ai vetri, orchi di nebbia, di vento e di mare, a ululare per i nostri sorrisi. Nell’infinità del nostro tempo aspettavano mamme e papà carichi di nebbia, che tornavano da quel negozio pieni di doni e contavamo i loro passi, e immaginavamo il loro enorme viaggio in ogni angolo, in ogni curva, in ogni calle silenzioso per arrivare a casa e portarci i giochi desiderati, magari nascosti sotto pesanti cappotti graveolenti di umidità.
E poi le case, caro Guy. Quanti veneziani pensi che ancora abitino qui? Molte delle case antiche che vedi, immerse nei canali, condannate a illanguidirsi nel silenzio dei secoli, divenute navi ferme, bloccate, con le chiglie coperte di alghe, e i loro saloni imputriditi da sguardi nobiliari di altre ere, forse di nobili vampiri ormai stanchi, perduti in contemplazioni assenti, in notti a lume di candela, in quell’umidità puteolente, fra i loro stucchi, fra i loro specchi e quei quadri con volti di spettri inquietanti e impietriti, quei nobili signori che sapevano trasformare il silenzio delle loro ore notturne in carne e voluttà, in carnevali eleganti fra fiaccole e bucintori ornati di luce, con le loro eleganti maschere ambigue e sfuggenti, di mostri, d’incubi che aleggiano nelle ore più oscure, di dolcezza erotica infinita, di graveolente silente immobilità, con occhi che ti fissano con la follia di un assassino, come quella terribile assassina mascherata che cantò Daphne du Maurier e che vediamo nel film A Venezia un dicembre rosso shocking. Insomma, in quei palazzi morenti e disfatti, eleganti e superbi, bellissimi come l’oro del tramonto, quanti veneziani credi che vi abitino? È finita l’era dei nobili e dei signori che festeggiavano carnevali eleganti; ora quelle maschere sono diventate oggetti di plastica per i turisti, esposte a migliaia in quelle vetrine".
Oggi quelle case sono quasi tutti bed and breakfast e alberghi e “airbnb” impera su Venezia e la trasforma in città merce, come scrive Sarah Gainsforth, in Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale (se non ci credete, leggete qui). Quei palazzi saturi di tempo, incrostati di tempo, immersi nel tempo, si stanno trasformando in non luoghi, in un artificio di plastica per il solo presente, da usare pochi giorni, dimenticare e gettare via. Ma non solo i palazzi eleganti del centro sono stati trasformati in alberghi e bed and breakfast, anche le case dei pescatori, dei lavoratori che sono stati costretti, per sopravvivere, a trasferirsi a Mestre, come il personaggio del pescatore Piero raccontato da Andrea Segre in Welcome Venice, costretto a lasciare la sua laguna per andare a vivere in mezzo al traffico di Mestre. E come racconta lo stesso Segre, commentando alcune scene del suo documentario Molecole (si può vedere qui), durante il periodo del lockdown del 2020, il centro di Venezia era spettrale, e per le sue vie si potevano incontrare solo i manichini degli eleganti negozi, perché una città senza abitanti, in un periodo in cui non ci vanno più i turisti, è solo uno spettro abbandonato a se stesso (come lo scenario del film Nosferatu a Venezia, dove Klaus Kinski vampiro volteggia sulla città) in cui i gabbiani urlano di dolore perché non trovano più il cibo.
Ahi, ahi, ahi, caro Helmut e io che mi immaginavo una location simile a quella del romanzo La morte a Venezia di Thomas Mann o del film di Visconti. Ormai Venezia sembra una città di plastica ma ancora luoghi autentici si possono trovare. Sono quelli più popolari, dove ancora riesce a sopravvivere qualche residente – mi dicono sia Helmut che Eustachio. E allora, dopo aver bevuto un meraviglioso spritz con select (una variante veneziana del Campari, buonissima), venni portato nel quartiere popolare del gattile del ghetto. Che meraviglia, signori miei! Che meraviglia! Il gattile era immerso in un parco circondato da muri antichi e il dolce colore del tramonto stava trasformando ogni cosa in un gigantesco spritz veneziano! Di turisti, qui, davvero, nemmeno l’ombra! Helmut, col suo sigarazzo aromatizzato all’anice, mi salutò, dicendomi che ci saremmo rivisti nei giorni successivi. Cominciavo la nuova vita insieme ai mici del ghetto, sistemato nella mia cuccia, mentre la notte stava calando. Silenzio tutto d’intorno: solo una dolce nenia, un canto d’incanto si levava fra le cucce dei miei amici mici. Cos’era? Una canzone perduta, di un tempo che non c’era più? No, era Eustachio che, con la sua chitarra d’altri tempi, intonava una dolcissima serenata per la sua micia dagli occhi blu.
Fonte
Ahi, ahi, ahi, caro Helmut e io che mi immaginavo una location simile a quella del romanzo La morte a Venezia di Thomas Mann o del film di Visconti. Ormai Venezia sembra una città di plastica ma ancora luoghi autentici si possono trovare. Sono quelli più popolari, dove ancora riesce a sopravvivere qualche residente – mi dicono sia Helmut che Eustachio. E allora, dopo aver bevuto un meraviglioso spritz con select (una variante veneziana del Campari, buonissima), venni portato nel quartiere popolare del gattile del ghetto. Che meraviglia, signori miei! Che meraviglia! Il gattile era immerso in un parco circondato da muri antichi e il dolce colore del tramonto stava trasformando ogni cosa in un gigantesco spritz veneziano! Di turisti, qui, davvero, nemmeno l’ombra! Helmut, col suo sigarazzo aromatizzato all’anice, mi salutò, dicendomi che ci saremmo rivisti nei giorni successivi. Cominciavo la nuova vita insieme ai mici del ghetto, sistemato nella mia cuccia, mentre la notte stava calando. Silenzio tutto d’intorno: solo una dolce nenia, un canto d’incanto si levava fra le cucce dei miei amici mici. Cos’era? Una canzone perduta, di un tempo che non c’era più? No, era Eustachio che, con la sua chitarra d’altri tempi, intonava una dolcissima serenata per la sua micia dagli occhi blu.
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13/11/2021
La gentrificazione cambia il volto delle nostre città
Dalla ristrutturazione dei centri storici degli anni ’80 al turismo di massa odierno, le città italiane stanno subendo una profonda trasformazione urbanistica e funzionale a discapito delle classi inferiori, del tessuto sociale e della qualità della vita dei residenti. Occorre riportare la pianificazione urbana in mano pubblica.
La Gentrificazione è un processo di espulsione degli abitanti originari dei quartieri del centro storico con sostituzione della funzione abitativa a vantaggio di altre più redditizie quali: attività commerciali, ristorazione, somministrazione di cibi e bevande, attività turistiche, diventando le cosiddette “città vetrina”. Un esempio dei primi processi di gentrificazione è quella avvenuta negli anni ‘80 a Milano nel quartiere di Porta Genova dove le vecchie case di ringhiera sono state comprate da società immobiliari, restaurate, riqualificate e vendute come abitazioni di lusso a persone di ceto elevato.
In questo processo ha poi giocato un ruolo importante la piattaforma “Airbnb”. Essa nasce allo scopo di poter affittare per brevi periodi delle stanze del proprio appartamento creando una piccola integrazione al reddito familiare. Questo ha comportato però l’aumento del costo degli immobili e il cambiamento del fine originario, da forma d’integrazione del reddito familiare ad attività economica vera e propria gestita da società importanti, spesso in nero.
Sulla piattaforma “Airbnb” ci sono oltre 20mila annunci per pernottare a Roma, ma al Comune risultano solo 8.600 attività ricettive extra-alberghiere. Questo significa che ci sono almeno 13.400 attività illecite che si collocano nel vuoto normativo, e un’evasione fiscale superiore ai 110 milioni. A Torino, a fronte di 2.446 sistemazioni pubblicate sul portale, appena 341 strutture (13%) hanno presentato la documentazione d’inizio attività. Anche a Firenze, dove “Airbnb” ha appena firmato un accordo con il Comune impegnandosi a versare la tassa di soggiorno, gli annunci sono 7.497, ma i bed and breakfast e gli affittacamere registrati non raggiungono i mille. Un ulteriore esempio è Napoli con 2.432 offerte ma solo 630 attività censite dal Comune, e addirittura Milano con 12.841 inserzioni e solo 515 negli elenchi del Comune (4%) nell’anno di Expo. Tra le principali destinazioni turistiche si salvano solo Venezia e Verona, dove il divario tra attività a nero e quelle dichiarate è minimo.
Se ne volessimo analizzare gli aspetti negativi, come primo elemento potremmo indicare il già citato aumento degli affitti, che spesso non è sostenibile dagli abitanti storici, i quali perciò sono costretti ad andarsene o vengono addirittura sfrattati.
Un altro punto importante riguarda anche la trasformazione dell’identità del quartiere, a partire da quella urbanistica e sociale, con abitazioni che si fanno più piccole, pensate per coppie invece che per famiglie, o costruzioni di appartamenti di lusso prima estranei al quartiere.
L’attività di questa piattaforma ha aumentato la presenza di turisti e della movida notturna, creando così disagio ai residenti che hanno cominciato a protestare (es: Barcellona in rivolta). Tante città hanno iniziato a porre regolamentazioni, la prima è stata Palma di Maiorca, ma ormai era troppo tardi... Le città hanno modificato la loro morfologia per adattarsi progressivamente alle esigenze dei loro “benefattori”: interi quartieri si sono trasformati in hotel e affitta camere, i caffè locali sono stati sostituiti da grandi catene in stile Starbucks, inoltre, si possono trovare fast food e negozi in franchising in ogni angolo del centro e le piccole attività commerciali e di artigianato locale sono ormai molto rare.
Viene chiamato fenomeno della turistificazione tale che rende l’offerta locale costretta ad adattarsi ai diktat della domanda turistica, offrendo servizi che risultano spesso inaccessibili ai residenti, con prezzi che risultano spesso fuori budget perché a misura di turista.
Per impedire che ciò avvenga è nata una rete del Sud Europa contro la turistificazione (SET). Da quando è stata istituita, anche in Italia abbiamo riscontrato una maggiore attenzione al fenomeno. Il Manifesto fondativo della rete SET, reso pubblico il 24 aprile 2018, ha riaperto e alimentato una discussione sul fenomeno, dopo anni di silenzio a riguardo. Tra i temi del Manifesto, al primo punto, c’è l’aumento della precarizzazione del diritto all’alloggio, principalmente provocato dall’acquisto massivo d’immobili da parte di fondi d’investimento e fondi immobiliari per destinarli in buona parte al mercato turistico. In questo modo si induce nel tessuto sociale la privazione della funzione naturale delle abitazioni, e quindi si generano gentrificazione e sfratti e si assiste allo svuotamento di alcuni quartieri, in una evidente violazione dei diritti sociali della popolazione.
In base a quanto riportato precedentemente, penso che sia auspicabile trovare un equilibrio: sviluppare il settore turistico attraverso la piattaforma “Airbnb con attività esclusivamente dichiarate cercando di porre un limite al dilagare degli affitti in nero, cosicché i quartieri storici possano rimanere abitati da persone del luogo e gli sfratti vengano eliminati.
Fonte
La Gentrificazione è un processo di espulsione degli abitanti originari dei quartieri del centro storico con sostituzione della funzione abitativa a vantaggio di altre più redditizie quali: attività commerciali, ristorazione, somministrazione di cibi e bevande, attività turistiche, diventando le cosiddette “città vetrina”. Un esempio dei primi processi di gentrificazione è quella avvenuta negli anni ‘80 a Milano nel quartiere di Porta Genova dove le vecchie case di ringhiera sono state comprate da società immobiliari, restaurate, riqualificate e vendute come abitazioni di lusso a persone di ceto elevato.
In questo processo ha poi giocato un ruolo importante la piattaforma “Airbnb”. Essa nasce allo scopo di poter affittare per brevi periodi delle stanze del proprio appartamento creando una piccola integrazione al reddito familiare. Questo ha comportato però l’aumento del costo degli immobili e il cambiamento del fine originario, da forma d’integrazione del reddito familiare ad attività economica vera e propria gestita da società importanti, spesso in nero.
Sulla piattaforma “Airbnb” ci sono oltre 20mila annunci per pernottare a Roma, ma al Comune risultano solo 8.600 attività ricettive extra-alberghiere. Questo significa che ci sono almeno 13.400 attività illecite che si collocano nel vuoto normativo, e un’evasione fiscale superiore ai 110 milioni. A Torino, a fronte di 2.446 sistemazioni pubblicate sul portale, appena 341 strutture (13%) hanno presentato la documentazione d’inizio attività. Anche a Firenze, dove “Airbnb” ha appena firmato un accordo con il Comune impegnandosi a versare la tassa di soggiorno, gli annunci sono 7.497, ma i bed and breakfast e gli affittacamere registrati non raggiungono i mille. Un ulteriore esempio è Napoli con 2.432 offerte ma solo 630 attività censite dal Comune, e addirittura Milano con 12.841 inserzioni e solo 515 negli elenchi del Comune (4%) nell’anno di Expo. Tra le principali destinazioni turistiche si salvano solo Venezia e Verona, dove il divario tra attività a nero e quelle dichiarate è minimo.
Se ne volessimo analizzare gli aspetti negativi, come primo elemento potremmo indicare il già citato aumento degli affitti, che spesso non è sostenibile dagli abitanti storici, i quali perciò sono costretti ad andarsene o vengono addirittura sfrattati.
Un altro punto importante riguarda anche la trasformazione dell’identità del quartiere, a partire da quella urbanistica e sociale, con abitazioni che si fanno più piccole, pensate per coppie invece che per famiglie, o costruzioni di appartamenti di lusso prima estranei al quartiere.
L’attività di questa piattaforma ha aumentato la presenza di turisti e della movida notturna, creando così disagio ai residenti che hanno cominciato a protestare (es: Barcellona in rivolta). Tante città hanno iniziato a porre regolamentazioni, la prima è stata Palma di Maiorca, ma ormai era troppo tardi... Le città hanno modificato la loro morfologia per adattarsi progressivamente alle esigenze dei loro “benefattori”: interi quartieri si sono trasformati in hotel e affitta camere, i caffè locali sono stati sostituiti da grandi catene in stile Starbucks, inoltre, si possono trovare fast food e negozi in franchising in ogni angolo del centro e le piccole attività commerciali e di artigianato locale sono ormai molto rare.
Viene chiamato fenomeno della turistificazione tale che rende l’offerta locale costretta ad adattarsi ai diktat della domanda turistica, offrendo servizi che risultano spesso inaccessibili ai residenti, con prezzi che risultano spesso fuori budget perché a misura di turista.
Per impedire che ciò avvenga è nata una rete del Sud Europa contro la turistificazione (SET). Da quando è stata istituita, anche in Italia abbiamo riscontrato una maggiore attenzione al fenomeno. Il Manifesto fondativo della rete SET, reso pubblico il 24 aprile 2018, ha riaperto e alimentato una discussione sul fenomeno, dopo anni di silenzio a riguardo. Tra i temi del Manifesto, al primo punto, c’è l’aumento della precarizzazione del diritto all’alloggio, principalmente provocato dall’acquisto massivo d’immobili da parte di fondi d’investimento e fondi immobiliari per destinarli in buona parte al mercato turistico. In questo modo si induce nel tessuto sociale la privazione della funzione naturale delle abitazioni, e quindi si generano gentrificazione e sfratti e si assiste allo svuotamento di alcuni quartieri, in una evidente violazione dei diritti sociali della popolazione.
In base a quanto riportato precedentemente, penso che sia auspicabile trovare un equilibrio: sviluppare il settore turistico attraverso la piattaforma “Airbnb con attività esclusivamente dichiarate cercando di porre un limite al dilagare degli affitti in nero, cosicché i quartieri storici possano rimanere abitati da persone del luogo e gli sfratti vengano eliminati.
Fonte
19/04/2021
Airbnb lancia la sua inquietante “Opa” sulle nostre città
La società Airbnb punta a mettere le mani su milioni di nuovi host ossia titolari di ‘bed and breakfast’, o case vacanza. Il suo obiettivo dichiarato è quello di rispondere a quello che prevede come un boom della domanda di viaggi e turismo che si creerà non appena il mondo uscirà dalla pandemia.
In una intervista al network Cnbc e ripresa dall’Agi, l’amministratore delegato di Airbnb, Brian Chesky, ha affermato che per soddisfare la domanda dei prossimi anni, la maggiore piattaforma di hosteling avrà bisogno di milioni di case da affittare in più.
“Penso che probabilmente avremo un grosso problema – ha detto alla Cnbc – perché mi aspetto che avremo più richieste di quanti alloggi attualmente disponiamo. Prevedo l’arrivo di un formidabile rimbalzo dei viaggi. Qualcosa di mai visto prima“.
Airbnb è valutata in borsa con un valore che supera i 100 miliardi di dollari. Il colosso degli affitti brevi, come tutto il settore del turismo, ha subito pesantemente gli effetti della pandemia da Covid-19, che ha congelato i viaggi nazionali e internazionali.
Le prenotazioni sulla piattaforma Airbnb durante la pandemia sono crollate fino al 75% e la società ha tagliato del 25% il personale.
L’estate scorsa però – con le riaperture varate dal governo e che hanno portato alla seconda ondata di Covid – AirBnb ha registrato una lenta ma significativa ripresa degli affari con i primi spostamenti consentiti, puntando sugli affitti di appartamenti nelle zone rurali e di mare vicino alle grandi città, ma anche sullo smart working che ha interessato molti lavoratori.
Airbnb dispone oggi di 4 milioni di ‘host’, persone che mettono in affitto una loro proprietà, ma ben l’86% di questi è al di fuori degli Stati Uniti, per un totale di 7,4 milioni di annunci.
La società stima che il mercato potenziale per i suoi servizi sia di 3,4 trilioni di dollari, di cui 1,8 trilioni per i soggiorni a breve termine, 210 miliardi di dollari per i soggiorni a lungo termine e 1,4 trilioni di dollari per esperienze di viaggio.
Adesso il business dei viaggi è in fermento, soprattutto negli Usa dove un numero elevato di statunitensi vengono vaccinati e le restrizioni si stanno allentando. Airbnb, dunque ha aperto la caccia ai proprietari di case privati disponibili ad affittarle agli ospiti.
Ma l’amministratore delegato della piattaforma ha anche gelato le aspettative su chi pensa di poter intercettare più soldi dall’eventuale boom di viaggi nel prossimo periodo. Airbnb non offrirà “molti incentivi” per convincere nuovi host a offrire le loro case, poiché ritiene che già ci sia un’enorme domanda di servizi.
“Penso che tutto ciò che dobbiamo fare è continuare a raccontare la nostra storia di Airbnb e i vantaggi dell’hosting. E stiamo riscontrando molto interesse“, ha affermato Chesky.
Il turismo è stato uno dei settori più penalizzati dalla pandemia. Secondo l’Ocse i flussi globali sono diminuiti tra il 60 e l’80% . Le perdite economiche globali sono state superiori a 1.100 miliardi.
Per un paese a “vocazione turistica” come l’Italia, si sono registrate 219 milioni di presenze in meno negli esercizi ricettivi nei primi undici mesi del 2020, pari a -52,2% (stime Istat). Secondo i dati di Assoturismo, gli arrivi diminuiscono del 61,8% e le presenze del 55%.
Nonostante il blocco dei licenziamenti le conseguenze sull’occupazione sono state pesante con 265 mila occupati in meno solo nel secondo trimestre 2020. A livello europeo l’Italia è il paese con il più alto numero di esercizi ricettivi (più del 30% del totale di tutta l’Unione), il secondo paese per presenze straniere e tra i primi quattro per presenze negli esercizi ricettivi.
Adesso molti puntano sui fondi del Next Generation Eu. Già nel vecchio Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sono previsti 8 miliardi di euro dedicati a “Turismo e Cultura”. Ora si tratta di vedere come saranno impiegati. Un rapporto del Agi/Censis indica maggiore qualità, di fronte alla riduzione delle quantità, puntando a “trasformare il turista-cliente in uno stakeholder del nostro territorio e delle nostre eccellenze”.
Ma Airbnb ha altre idee. Con le restrizioni agli spostamenti imposte dalla pandemia è tornata di moda la vacanza di corto raggio. Il colosso degli affitti brevi ha così resettato la sua offerta proprio sul turismo di prossimità.
Un turismo fatto di spostamenti brevi. Mordi e fuggi appunto, come le cavallette. I guasti della gentrificazione e dell’espulsione d residenzialità, sono stati ben visibili in questi mesi di pandemia, soprattutto nei centri storici e nei quartieri gentrificati e svuotati dagli abitanti, sostituti appunto da turisti-cavallette. I quartieri “abitati” hanno retto molto meglio.
Sarebbe urgente mettere in campo da subito elementi di riflessione sul turismo che non concedano più spazi a iniziative meramente speculative come Airbnb, ma anche sul fatto che la “vocazione turistica” di un paese – che merita indubbiamente di essere visitato e goduto – se non governato ma lasciato ai privati e alla “mano invisibile del mercato”, rischia solo di accentuarne la subalternità piuttosto che i benefici collettivi.
Fonte
In una intervista al network Cnbc e ripresa dall’Agi, l’amministratore delegato di Airbnb, Brian Chesky, ha affermato che per soddisfare la domanda dei prossimi anni, la maggiore piattaforma di hosteling avrà bisogno di milioni di case da affittare in più.
“Penso che probabilmente avremo un grosso problema – ha detto alla Cnbc – perché mi aspetto che avremo più richieste di quanti alloggi attualmente disponiamo. Prevedo l’arrivo di un formidabile rimbalzo dei viaggi. Qualcosa di mai visto prima“.
Airbnb è valutata in borsa con un valore che supera i 100 miliardi di dollari. Il colosso degli affitti brevi, come tutto il settore del turismo, ha subito pesantemente gli effetti della pandemia da Covid-19, che ha congelato i viaggi nazionali e internazionali.
Le prenotazioni sulla piattaforma Airbnb durante la pandemia sono crollate fino al 75% e la società ha tagliato del 25% il personale.
L’estate scorsa però – con le riaperture varate dal governo e che hanno portato alla seconda ondata di Covid – AirBnb ha registrato una lenta ma significativa ripresa degli affari con i primi spostamenti consentiti, puntando sugli affitti di appartamenti nelle zone rurali e di mare vicino alle grandi città, ma anche sullo smart working che ha interessato molti lavoratori.
Airbnb dispone oggi di 4 milioni di ‘host’, persone che mettono in affitto una loro proprietà, ma ben l’86% di questi è al di fuori degli Stati Uniti, per un totale di 7,4 milioni di annunci.
La società stima che il mercato potenziale per i suoi servizi sia di 3,4 trilioni di dollari, di cui 1,8 trilioni per i soggiorni a breve termine, 210 miliardi di dollari per i soggiorni a lungo termine e 1,4 trilioni di dollari per esperienze di viaggio.
Adesso il business dei viaggi è in fermento, soprattutto negli Usa dove un numero elevato di statunitensi vengono vaccinati e le restrizioni si stanno allentando. Airbnb, dunque ha aperto la caccia ai proprietari di case privati disponibili ad affittarle agli ospiti.
Ma l’amministratore delegato della piattaforma ha anche gelato le aspettative su chi pensa di poter intercettare più soldi dall’eventuale boom di viaggi nel prossimo periodo. Airbnb non offrirà “molti incentivi” per convincere nuovi host a offrire le loro case, poiché ritiene che già ci sia un’enorme domanda di servizi.
“Penso che tutto ciò che dobbiamo fare è continuare a raccontare la nostra storia di Airbnb e i vantaggi dell’hosting. E stiamo riscontrando molto interesse“, ha affermato Chesky.
Il turismo è stato uno dei settori più penalizzati dalla pandemia. Secondo l’Ocse i flussi globali sono diminuiti tra il 60 e l’80% . Le perdite economiche globali sono state superiori a 1.100 miliardi.
Per un paese a “vocazione turistica” come l’Italia, si sono registrate 219 milioni di presenze in meno negli esercizi ricettivi nei primi undici mesi del 2020, pari a -52,2% (stime Istat). Secondo i dati di Assoturismo, gli arrivi diminuiscono del 61,8% e le presenze del 55%.
Nonostante il blocco dei licenziamenti le conseguenze sull’occupazione sono state pesante con 265 mila occupati in meno solo nel secondo trimestre 2020. A livello europeo l’Italia è il paese con il più alto numero di esercizi ricettivi (più del 30% del totale di tutta l’Unione), il secondo paese per presenze straniere e tra i primi quattro per presenze negli esercizi ricettivi.
Adesso molti puntano sui fondi del Next Generation Eu. Già nel vecchio Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sono previsti 8 miliardi di euro dedicati a “Turismo e Cultura”. Ora si tratta di vedere come saranno impiegati. Un rapporto del Agi/Censis indica maggiore qualità, di fronte alla riduzione delle quantità, puntando a “trasformare il turista-cliente in uno stakeholder del nostro territorio e delle nostre eccellenze”.
Ma Airbnb ha altre idee. Con le restrizioni agli spostamenti imposte dalla pandemia è tornata di moda la vacanza di corto raggio. Il colosso degli affitti brevi ha così resettato la sua offerta proprio sul turismo di prossimità.
Un turismo fatto di spostamenti brevi. Mordi e fuggi appunto, come le cavallette. I guasti della gentrificazione e dell’espulsione d residenzialità, sono stati ben visibili in questi mesi di pandemia, soprattutto nei centri storici e nei quartieri gentrificati e svuotati dagli abitanti, sostituti appunto da turisti-cavallette. I quartieri “abitati” hanno retto molto meglio.
Sarebbe urgente mettere in campo da subito elementi di riflessione sul turismo che non concedano più spazi a iniziative meramente speculative come Airbnb, ma anche sul fatto che la “vocazione turistica” di un paese – che merita indubbiamente di essere visitato e goduto – se non governato ma lasciato ai privati e alla “mano invisibile del mercato”, rischia solo di accentuarne la subalternità piuttosto che i benefici collettivi.
Fonte
03/06/2020
Capitalismo Digitale: profitti e conflitti nell’epidemia
Super-ricchi più ricchi, Facebook e Amazon con nuovi
mercati e super-profitti, AirBnB in ginocchio: questi gli effetti
del coronavirus sui giganti del digitale. Mentre si estendono le lotte
dei lavoratori su salari, tempi e organizzazione delle piattaforme.
La pandemia da Covid-19 ha avuto effetti economico-sociali dirompenti, ma non ha colpito tutti allo stesso modo. La rivista Forbes ha tracciato un’utile sintesi dei profitti dei super-ricchi durante la pandemia[1], e a primeggiare è un gigante del capitalismo digitale come Facebook, le cui quotazioni azionarie sono salite del 60% negli ultimi due mesi, grazie al lancio di Facebook Shops[2], sistema che permette di creare negozi online in maniera gratuita tramite una semplice iscrizione a Facebook. È un esempio di come le applicazioni promosse dai giganti del digitale hanno trovato nella pandemia inedite opportunità di sperimentazione.
Gli effetti sull’economia delle piattaforme sono stati tuttavia molto variegati. Come hanno spiegato i ricercatori di “Into the Black Box”[3], per Airbnb c’è stato un autentico crollo. Con la chiusura totale delle attività turistiche, la piattaforma di servizi d’alloggio con sede a San Francisco prevede una caduta del 50% del proprio fatturato rispetto al 2019. Il valore della società è caduto drasticamente – secondo alcune valutazioni da 36 a 25 miliardi di dollari – e drastici tagli hanno colpito il personale. Con una lettera che ben esprime l’ambivalenza dei sentimenti aziendali del nuovo spirito del capitalismo digitale, inviata 6 giorni prima della sua operatività effettiva, il CEO Brian Chesky ha comunicato il licenziamento al 25% dei propri dipendenti, 1.900 su un totale 7.500[4].
Tutt’altra storia riguarda invece Amazon. La pandemia ha visto un’ulteriore grande ascesa della multinazionale di Seattle, che nel primo trimestre 2020 ha registrato utili di 24 miliardi di dollari in più rispetto allo stesso periodo del 2019. La capitalizzazione di borsa è volata a 1.250 miliardi di dollari. Se prendiamo come termine di paragone il settore dell’auto, le tedesche Volkswagen, Daimler e BMW hanno insieme una capitalizzazione di 135 miliardi, il 10% di Amazon, un divario che illustra sia le differenze tra Usa e Germania nella finanziarizzazione dell’economia, sia l’entità della logica speculativa che caratterizza le piattaforme digitali[5].
Sempre secondo Forbes, la società di Jeff Bezos, da tempo l’uomo più ricco del mondo, è la seconda impresa per profitti registrati durante la pandemia, subito dopo Alibaba, il proprio diretto concorrente dell’e-commerce cinese capitanato da Colin Zheng Huang. Diversi sono i motivi che spiegano questa tendenza. In primo luogo, le misure anti-contagio e il distanziamento sociale hanno portato a una corsa agli acquisti online che hanno fatto registrare solo negli Stati Uniti un +45% di sottoscrizioni ai servizi di Amazon Prime. Va da sé che gli aumenti esponenziali di ordini da parte di clienti Amazon hanno portato a un aumento dei carichi per i lavoratori, sia tra gli operatori di magazzino sia tra quelli di consegna.
Pur nelle difficoltà della pandemia, il disagio dei lavoratori Amazon ha portato a una ripresa di proteste e azioni collettive, di fronte all’opportunità da parte aziendale di sfruttare a proprio favore il regime di eccezionalità. Le misure di distanziamento sociale sono state utilizzate ad esempio da Amazon per licenziare Chris Small, il lavoratore che ha organizzato uno dei primi scioperi alla fine di marzo 2020 nel magazzino di Staten Island a New York City. L’episodio è stato talmente eclatante da essere stato definito “vergognoso” dalla stessa Letitia James, procuratore generale dello Stato di New York, che ha annunciato di procedere legalmente contro l’azienda.[6]
Tra gli slogan della protesta dei lavoratori, due sono apparsi alquanto significativi. Il primo è un suggerimento che può essere esteso a gran parte delle aziende dell’e-commerce: “Treat Your Workers Like Your Customers” (Trattate i vostri lavoratori come i vostri clienti). Il secondo esprime una rivendicazione che riassume il grande rimosso del dibattito su lavoro e salute nell’emergenza Covid-19: “Our Health Is Just Essential” (La nostra salute è altrettanto essenziale). Uno slogan che ben si applica anche al caso italiano e alle trattative tra governo, sindacati e Confindustria sulle misure di sicurezza e sulla definizione delle attività produttive essenziali.
Per dirla con un’espressione del politologo Elmer Eric Schattschneider, il caso italiano ha riproposto il celebre difetto del “cielo pluralista”, il cui coro celeste ha cantato, come da copione, con un forte accento delle classi superiori. I conflitti sono così arrivati anche da noi. Ad Amazon Italia, il 17 marzo 2020, i lavoratori del magazzino di Castel San Giovanni (Piacenza) hanno dichiarato uno sciopero a oltranza in quanto l’azienda non applicava le misure di contenimento del virus definite tra Governo e parti sociali[7]. Il 18 aprile lavoratori Amazon sono entrati in sciopero allo stabilimento di Torrazza in Piemonte, denunciando l’aumento dei ritmi di lavoro e la carenza di misure di sicurezza per poter lavorare mantenendo le distanze idonee[8].
Quello dei diritti, in primis sindacali, dei lavoratori Amazon è un tema che non si scopre solo nella pandemia, ma che riguarda la multinazionale di Seattle sin dal novembre 2010, quando è arrivata nel nostro Paese. Da allora passi importanti sono stati fatti, dai primi scioperi dei lavoratori di magazzino del novembre 2017 riguardanti i ritmi di lavoro[9] agli scioperi dei drivers lombardi che hanno portato al riconoscimento del contratto collettivo nazionale del trasporto. Vertenze tutt’altro che concluse – un grande sciopero generale regionale si è registrato in Lombardia poco prima della crisi Covid-19[10] – ma che la pandemia ha semplicemente acutizzato.
Il panorama è per certi versi simile per i lavoratori delle consegne a domicilio, meglio conosciuti come riders. Le piattaforme di food-delivery hanno subìto una contrazione nei profitti, in parte per ragioni contestuali – un ritorno al consumo domestico come effetto della chiusura – e per errori di strategia, come il tentativo, segnalato dalla Confcommercio, di approfittare dell’aumento di richieste alzando le commissioni sui ristoratori del 30-40% in un momento di crisi. Scelta che ha portato molti ristoratori ad auto-organizzare il proprio servizio di consegna.
In un dibattito italiano diviso tra le classificazioni dei lavori essenziali e le retoriche patriottiche sull’eroismo di molte categorie di lavoratori – fattorini, infermieri e medici – sono emersi movimenti che hanno rivendicato oltre alla centralità del lavoro e dei diritti, anche una diversa gerarchia dei bisogni per la società e l’economia italiana sconvolta dal Covid-19. Una prima sentenza del Tribunale di Firenze ha contribuito ad aggiungere un tassello importante alla lotta per il riconoscimento dei diritti dei ciclofattorini delle consegne a domicilio. Il Tribunale ha esteso la disciplina antinfortunistica a Just Eat, obbligandola a fornire ai propri lavoratori le attrezzature per operare in sicurezza[11]. La crisi pandemica ha in questo senso aiutato a raggiungere diritti che gli stessi collettivi sindacali dei ciclofattorini avevano avanzato ormai da diversi anni.
In questo senso, lo slogan esposto fuori dallo stabilimento Amazon di New York “la nostra salute è altrettanto essenziale” è in linea sia con questa tendenza, sia con un altro slogan esposto da un gruppo di lavoratori della sanità fuori da un ospedale di Vercelli: “Prima eravamo invisibili, ora siamo eroi, siamo solo lavoratori”. Altre manifestazioni hanno portato a forme di protesta categorie di lavoratori tra le più diverse. Un valore particolare assume la manifestazione dei giovani specializzandi di medicina riunita dallo slogan “La mia borsa di specializzazione è il tuo diritto alla salute”. Salute e lavoro sono state presentate troppo grossolanamente sui giornali come un dilemma, riproducendo la falsa dicotomia su cui si fonda il ricorrente ricatto occupazionale tra lavoro e ambiente.
Oltre ai lavoratori della salute, sotto la definizione di “invisibili” hanno manifestato lo scorso 21 maggio i braccianti agricoli a Foggia, rimasti esclusi dal Decreto rilancio[12]. Si tratta dell’ennesima protesta di lavoratori che vivono da anni in condizioni di sfruttamento lavorativo e in regimi di caporalato, che con paghe sotto il salario orario minimo raccolgono quella frutta e verdura che è arrivata sulle nostre tavole tramite le catene di distribuzione. Le stesse che durante la pandemia, hanno visto crescere i propri profitti grazie ai servizi di spesa online.
Si tratta di una condizione di sfruttamento che una sentenza dell’ultim’ora del Tribunale di Milano ha individuato anche nelle attività delle piattaforme digitali. Il commissariamento di Uber Italy[13] ha rivelato un sistema di cottimo con paghe di 3 euro l’ora, ricatti, minacce e punizioni che di fatto mostrano l’esistenza di un regime di «caporalato digitale».
Questa prima drammatica fase della pandemia ha portato al consolidamento del potere di molte delle grandi piattaforme del capitalismo digitale. Ma ha anche mostrato i limiti delle loro logiche di dominio e di mercificazione, e ha aperto una nuova fase di conflitti nel mondo del lavoro.
Note:
[1] https://www.forbes.com/sites/jonathanponciano/2020/05/22/billionaires-zuckerberg-bezos/
[2] https://www.youtube.com/watch?v=p7QjDCah28M
[3] http://www.intotheblackbox.com/audio-video/la-citta-post-pandemica-fra-urbano-e-digitale/
[4] https://news.airbnb.com/a-message-from-co-founder-and-ceo-brian-chesky/
[5] https://www.ilsole24ore.com/art/l-irresistibile-rally-borsa-amazon-vale-piu-dell-intero-dax30-francoforte-ADRssCS
[6] https://www.cnbc.com/2020/03/30/amazon-fires-staten-island-coronavirus-strike-leader-chris-smalls.html
[7]
https://www.repubblica.it/economia/2020/03/17/news/_amazon_non_tutela_la_salute_dei_lavoratori_sciopero_all_hub_di_castelsangiovanni-251491334/
[8] https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/04/18/coronavirus-sciopero-allo-stabilimento-amazon-di-torrazza-piemonte-un-lavoratore-quattro-casi-positivi-non-siamo-tutelati/5774033/
[9] https://www.ilpost.it/2017/11/24/sciopero-amazon-italia-black-friday/
[10] https://ilmanifesto.it/sciopero-dei-driver-amazon-bloccata-in-tutta-la-lombardia/#:~:text=E%20ieri%20%C3%A8%20arrivato%20lo,cento%20dei%20pacchi%20non%20consegnati.
[11] https://www.rassegna.it/articoli/tribunale-firenze-a-difesa-salute-rider-cgil-la-lotta-paga
[12] https://www.radiopopolare.it/sciopero-degli-invisibili-21-maggio-intervista-a-aboubakar-soumahoro/
[13] https://it.euronews.com/2020/05/29/caporalato-digitale-uber-italy-commissariata
Fonte
La pandemia da Covid-19 ha avuto effetti economico-sociali dirompenti, ma non ha colpito tutti allo stesso modo. La rivista Forbes ha tracciato un’utile sintesi dei profitti dei super-ricchi durante la pandemia[1], e a primeggiare è un gigante del capitalismo digitale come Facebook, le cui quotazioni azionarie sono salite del 60% negli ultimi due mesi, grazie al lancio di Facebook Shops[2], sistema che permette di creare negozi online in maniera gratuita tramite una semplice iscrizione a Facebook. È un esempio di come le applicazioni promosse dai giganti del digitale hanno trovato nella pandemia inedite opportunità di sperimentazione.
Gli effetti sull’economia delle piattaforme sono stati tuttavia molto variegati. Come hanno spiegato i ricercatori di “Into the Black Box”[3], per Airbnb c’è stato un autentico crollo. Con la chiusura totale delle attività turistiche, la piattaforma di servizi d’alloggio con sede a San Francisco prevede una caduta del 50% del proprio fatturato rispetto al 2019. Il valore della società è caduto drasticamente – secondo alcune valutazioni da 36 a 25 miliardi di dollari – e drastici tagli hanno colpito il personale. Con una lettera che ben esprime l’ambivalenza dei sentimenti aziendali del nuovo spirito del capitalismo digitale, inviata 6 giorni prima della sua operatività effettiva, il CEO Brian Chesky ha comunicato il licenziamento al 25% dei propri dipendenti, 1.900 su un totale 7.500[4].
Tutt’altra storia riguarda invece Amazon. La pandemia ha visto un’ulteriore grande ascesa della multinazionale di Seattle, che nel primo trimestre 2020 ha registrato utili di 24 miliardi di dollari in più rispetto allo stesso periodo del 2019. La capitalizzazione di borsa è volata a 1.250 miliardi di dollari. Se prendiamo come termine di paragone il settore dell’auto, le tedesche Volkswagen, Daimler e BMW hanno insieme una capitalizzazione di 135 miliardi, il 10% di Amazon, un divario che illustra sia le differenze tra Usa e Germania nella finanziarizzazione dell’economia, sia l’entità della logica speculativa che caratterizza le piattaforme digitali[5].
Sempre secondo Forbes, la società di Jeff Bezos, da tempo l’uomo più ricco del mondo, è la seconda impresa per profitti registrati durante la pandemia, subito dopo Alibaba, il proprio diretto concorrente dell’e-commerce cinese capitanato da Colin Zheng Huang. Diversi sono i motivi che spiegano questa tendenza. In primo luogo, le misure anti-contagio e il distanziamento sociale hanno portato a una corsa agli acquisti online che hanno fatto registrare solo negli Stati Uniti un +45% di sottoscrizioni ai servizi di Amazon Prime. Va da sé che gli aumenti esponenziali di ordini da parte di clienti Amazon hanno portato a un aumento dei carichi per i lavoratori, sia tra gli operatori di magazzino sia tra quelli di consegna.
Pur nelle difficoltà della pandemia, il disagio dei lavoratori Amazon ha portato a una ripresa di proteste e azioni collettive, di fronte all’opportunità da parte aziendale di sfruttare a proprio favore il regime di eccezionalità. Le misure di distanziamento sociale sono state utilizzate ad esempio da Amazon per licenziare Chris Small, il lavoratore che ha organizzato uno dei primi scioperi alla fine di marzo 2020 nel magazzino di Staten Island a New York City. L’episodio è stato talmente eclatante da essere stato definito “vergognoso” dalla stessa Letitia James, procuratore generale dello Stato di New York, che ha annunciato di procedere legalmente contro l’azienda.[6]
Tra gli slogan della protesta dei lavoratori, due sono apparsi alquanto significativi. Il primo è un suggerimento che può essere esteso a gran parte delle aziende dell’e-commerce: “Treat Your Workers Like Your Customers” (Trattate i vostri lavoratori come i vostri clienti). Il secondo esprime una rivendicazione che riassume il grande rimosso del dibattito su lavoro e salute nell’emergenza Covid-19: “Our Health Is Just Essential” (La nostra salute è altrettanto essenziale). Uno slogan che ben si applica anche al caso italiano e alle trattative tra governo, sindacati e Confindustria sulle misure di sicurezza e sulla definizione delle attività produttive essenziali.
Per dirla con un’espressione del politologo Elmer Eric Schattschneider, il caso italiano ha riproposto il celebre difetto del “cielo pluralista”, il cui coro celeste ha cantato, come da copione, con un forte accento delle classi superiori. I conflitti sono così arrivati anche da noi. Ad Amazon Italia, il 17 marzo 2020, i lavoratori del magazzino di Castel San Giovanni (Piacenza) hanno dichiarato uno sciopero a oltranza in quanto l’azienda non applicava le misure di contenimento del virus definite tra Governo e parti sociali[7]. Il 18 aprile lavoratori Amazon sono entrati in sciopero allo stabilimento di Torrazza in Piemonte, denunciando l’aumento dei ritmi di lavoro e la carenza di misure di sicurezza per poter lavorare mantenendo le distanze idonee[8].
Quello dei diritti, in primis sindacali, dei lavoratori Amazon è un tema che non si scopre solo nella pandemia, ma che riguarda la multinazionale di Seattle sin dal novembre 2010, quando è arrivata nel nostro Paese. Da allora passi importanti sono stati fatti, dai primi scioperi dei lavoratori di magazzino del novembre 2017 riguardanti i ritmi di lavoro[9] agli scioperi dei drivers lombardi che hanno portato al riconoscimento del contratto collettivo nazionale del trasporto. Vertenze tutt’altro che concluse – un grande sciopero generale regionale si è registrato in Lombardia poco prima della crisi Covid-19[10] – ma che la pandemia ha semplicemente acutizzato.
Il panorama è per certi versi simile per i lavoratori delle consegne a domicilio, meglio conosciuti come riders. Le piattaforme di food-delivery hanno subìto una contrazione nei profitti, in parte per ragioni contestuali – un ritorno al consumo domestico come effetto della chiusura – e per errori di strategia, come il tentativo, segnalato dalla Confcommercio, di approfittare dell’aumento di richieste alzando le commissioni sui ristoratori del 30-40% in un momento di crisi. Scelta che ha portato molti ristoratori ad auto-organizzare il proprio servizio di consegna.
In un dibattito italiano diviso tra le classificazioni dei lavori essenziali e le retoriche patriottiche sull’eroismo di molte categorie di lavoratori – fattorini, infermieri e medici – sono emersi movimenti che hanno rivendicato oltre alla centralità del lavoro e dei diritti, anche una diversa gerarchia dei bisogni per la società e l’economia italiana sconvolta dal Covid-19. Una prima sentenza del Tribunale di Firenze ha contribuito ad aggiungere un tassello importante alla lotta per il riconoscimento dei diritti dei ciclofattorini delle consegne a domicilio. Il Tribunale ha esteso la disciplina antinfortunistica a Just Eat, obbligandola a fornire ai propri lavoratori le attrezzature per operare in sicurezza[11]. La crisi pandemica ha in questo senso aiutato a raggiungere diritti che gli stessi collettivi sindacali dei ciclofattorini avevano avanzato ormai da diversi anni.
In questo senso, lo slogan esposto fuori dallo stabilimento Amazon di New York “la nostra salute è altrettanto essenziale” è in linea sia con questa tendenza, sia con un altro slogan esposto da un gruppo di lavoratori della sanità fuori da un ospedale di Vercelli: “Prima eravamo invisibili, ora siamo eroi, siamo solo lavoratori”. Altre manifestazioni hanno portato a forme di protesta categorie di lavoratori tra le più diverse. Un valore particolare assume la manifestazione dei giovani specializzandi di medicina riunita dallo slogan “La mia borsa di specializzazione è il tuo diritto alla salute”. Salute e lavoro sono state presentate troppo grossolanamente sui giornali come un dilemma, riproducendo la falsa dicotomia su cui si fonda il ricorrente ricatto occupazionale tra lavoro e ambiente.
Oltre ai lavoratori della salute, sotto la definizione di “invisibili” hanno manifestato lo scorso 21 maggio i braccianti agricoli a Foggia, rimasti esclusi dal Decreto rilancio[12]. Si tratta dell’ennesima protesta di lavoratori che vivono da anni in condizioni di sfruttamento lavorativo e in regimi di caporalato, che con paghe sotto il salario orario minimo raccolgono quella frutta e verdura che è arrivata sulle nostre tavole tramite le catene di distribuzione. Le stesse che durante la pandemia, hanno visto crescere i propri profitti grazie ai servizi di spesa online.
Si tratta di una condizione di sfruttamento che una sentenza dell’ultim’ora del Tribunale di Milano ha individuato anche nelle attività delle piattaforme digitali. Il commissariamento di Uber Italy[13] ha rivelato un sistema di cottimo con paghe di 3 euro l’ora, ricatti, minacce e punizioni che di fatto mostrano l’esistenza di un regime di «caporalato digitale».
Questa prima drammatica fase della pandemia ha portato al consolidamento del potere di molte delle grandi piattaforme del capitalismo digitale. Ma ha anche mostrato i limiti delle loro logiche di dominio e di mercificazione, e ha aperto una nuova fase di conflitti nel mondo del lavoro.
Note:
[1] https://www.forbes.com/sites/jonathanponciano/2020/05/22/billionaires-zuckerberg-bezos/
[2] https://www.youtube.com/watch?v=p7QjDCah28M
[3] http://www.intotheblackbox.com/audio-video/la-citta-post-pandemica-fra-urbano-e-digitale/
[4] https://news.airbnb.com/a-message-from-co-founder-and-ceo-brian-chesky/
[5] https://www.ilsole24ore.com/art/l-irresistibile-rally-borsa-amazon-vale-piu-dell-intero-dax30-francoforte-ADRssCS
[6] https://www.cnbc.com/2020/03/30/amazon-fires-staten-island-coronavirus-strike-leader-chris-smalls.html
[7]
https://www.repubblica.it/economia/2020/03/17/news/_amazon_non_tutela_la_salute_dei_lavoratori_sciopero_all_hub_di_castelsangiovanni-251491334/
[8] https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/04/18/coronavirus-sciopero-allo-stabilimento-amazon-di-torrazza-piemonte-un-lavoratore-quattro-casi-positivi-non-siamo-tutelati/5774033/
[9] https://www.ilpost.it/2017/11/24/sciopero-amazon-italia-black-friday/
[10] https://ilmanifesto.it/sciopero-dei-driver-amazon-bloccata-in-tutta-la-lombardia/#:~:text=E%20ieri%20%C3%A8%20arrivato%20lo,cento%20dei%20pacchi%20non%20consegnati.
[11] https://www.rassegna.it/articoli/tribunale-firenze-a-difesa-salute-rider-cgil-la-lotta-paga
[12] https://www.radiopopolare.it/sciopero-degli-invisibili-21-maggio-intervista-a-aboubakar-soumahoro/
[13] https://it.euronews.com/2020/05/29/caporalato-digitale-uber-italy-commissariata
Fonte
23/09/2019
Città per turisti
di Alessandro Barile

Sarah Gainsforth, Airbnb città merce, DeriveApprodi, 2019, pp. 191, € 18,00
Bisognerebbe riflettere sul ritardo che l’Italia – e Roma in particolare – sconta riguardo ai temi della gentrificazione, della “turistificazione” dei centri urbani, degli stravolgimenti che in questi decenni recenti hanno sconvolto la morfologia delle sue principali città d’arte. Un paese pioniere della riflessione urbanistica si è trovato improvvisamente impreparato di fronte alle tormentate sfide che distinguono il volto di città e metropoli dei nostri giorni. A dire il vero gli ultimi anni hanno visto un inevitabile recupero: la trasformazione della città si è imposta quale motivo di analisi di un nuovo modello estrattivo, al tempo stesso produttivo, finanziario e parassitario. Il libro di Sarah Gainsforth si inserisce precisamente in questo movimento di attivismo politico-culturale: recuperare il tempo perduto, aggiornando interpretazioni sfocate, ormai incapaci di comprendere i fenomeni sociali che investono l’ambiente urbano. Come ogni lavoro di questo tipo, si presenta immediatamente interessante e inevitabilmente parziale. Interessante perché l’autrice coglie il motivo decisivo: smascherare le retoriche del capitalismo parassitario che travolge i centri urbani e li trasforma in qualcos’altro (ma cos’altro? Questa rimane la domanda inevasa); parziale perché, per l’appunto, pioneristico – almeno, come detto, nel nostro paese – e che quindi non può servirsi di una mole dignitosa e condivisa di studi italiani rilevanti sull’argomento. Si presenta dunque come lavoro dal quale partire, ed è la sua inequivocabile importanza.
Proviamo a centrare subito il tema, liberandoci dalle pastoie sociologiche o urbanistiche che ingarbugliano il problema dentro punti di vista troppo ristretti per svelare pienamente la complessità della vicenda: la città attuale è il prodotto della crisi economica. Una crisi economica di lungo periodo, che sfocia clamorosamente con la bolla dei mutui subprime del 2008, ma che qualifica il modello capitalistico occidentale almeno dalla fine dei mitizzati “trenta gloriosi”. Sarebbe davvero troppo pretenzioso provare in poche battute i caratteri di questa crisi, che si presenta – in ultima istanza – come crisi di valorizzazione dei capitali privati. La curva di accrescimento di questi capitali – visti nel loro insieme – ad un certo momento rallenta fino ad arrestarsi, generando contestualmente la moltiplicazione geometrica del debito privato per sostenere una valorizzazione che, per perpetuarsi, non può che essere continuamente drogata: i consumi reggono, ma lo fanno scollegandosi vieppiù marcatamente dal livello reale dei redditi generati nel rapporto tra lavoro disponibile e produzione economica.
Questa crisi può essere valutata da diversi punti di vista, tutti importanti. Per quel che qui ci interessa, a farne le spese è la dimensione cittadina, investita frontalmente dalle contorsioni di un capitalismo che dilegua la sua fase “mista” – e cioè contraddittoriamente sostenuta da capitali privati e pubblici in egual misura – e smantella progressivamente la serie di legami che sostenevano il rapporto tra Stato (inteso come recinto politico) e sviluppo economico. Sempre limitandoci alla vicenda urbana, David Harvey – in un suo noto articolo del 1989 – ha definito questo passaggio dalla città manageriale alla città imprenditoriale. Quale è il significato di questo passaggio (epocale)? In buona sostanza le città – tutte le città, ma in particolare le metropoli divenute “globali” – strutturate politicamente per amministrare le risorse che lo Stato trasferiva loro dalla fiscalità generale, sono state catapultate forzatamente nella dimensione imprenditoriale, dovevano divenire – per sostenere l’insieme dei servizi di cui erano intestatarie – aziende urbane, generando da sé quelle risorse economiche non più trasmesse dallo Stato centrale.
Sempre tagliando con l’accetta e in maniera rozzamente sintetica, la turistizzazione dei centri urbani si inserisce in questo schema, risponde alla medesima necessità che ha portato le città a privatizzare la propria economia, “liberalizzando” i servizi, “cartolarizzando” il patrimonio immobiliare comunale, svendendo porzioni sempre crescenti di proprietà pubblica, dismettendo sempre più attività che si presentavano come costi aggiunti di un bilancio che continuava a non tornare, che non poteva più tornare al fatidico pareggio. La città imprenditoriale è il risultato della città (fiscalmente) fallita.
In sintesi: dalla città bisognava estrarre reddito per colmare le mancate risorse trasferite dallo Stato. Questa necessità si è incontrata con la difficoltà dei capitali privati – come accennato prima – di valorizzarsi, di accrescersi stabilmente, inceppandosi la droga del debito privato. E quale miglior investimento che tornare alla rendita? La crisi economica non ha infatti prodotto una diminuzione dei capitali in circolazione, tutt’altro: nel mondo non c’è mai stata così tanta massa di capitale privato inutilizzato, finanziarizzato ma non valorizzato, perché ad essersi spezzata è la catena fondamentale che generava valore per questi capitali: il consumo interno delle economie ricche dell’Occidente. Questa dimensione letteralmente infinita di capitale fittizio – moltiplicato finanziariamente e raggiungendo diversi multipli ormai non più misurabili del Pil globale – è costretto però a trovare ricadute concrete al quale ancorarsi. La rendita immobiliare è il principale ancoraggio. Di qui, tra le altre cose, la turistificazione.
Come viene insegnato al prima anno di economia politica, non è la domanda a generare l’offerta, bensì il contrario: è l’offerta a generare bisogni indotti. Fatti salvi i bisogni primari (sostanzialmente volti alla riproduzione dell’uomo), l’universo dei bisogni secondari è indotto dall’offerta economica. Da questo angolo di visuale, l’intera retorica sul turismo andrebbe ribaltata: non è questo ad investire i paesi dell’Occidente, costringendoli al cambiamento produttivo e riconvertendolo in ricettività turistica; sono i paesi occidentali (e non solo loro, ovviamente) ad attirare i flussi turistici globali investendo su di una domanda indotta, che – in qualche modo – costringe al bisogno di turismo (cioè al bisogno di entrate esterne al sistema cittadino o nazionale). I flussi sono costruiti e alimentati da quei paesi che se ne dicono oggetto “loro malgrado”. Venuto (parzialmente) meno il potere d’indirizzo economico da parte dello Stato, trasformata la città in ente imprenditoriale, sono dunque le città a stesse a plasmarsi in funzione del turismo globale. Deformandone – letteralmente – la morfologia, tanto quella urbana quanto (soprattutto) quella sociale, cioè i caratteri fondamentali della cittadinanza.
Sarah Gainsforth illustra questa macroscopica vicenda attraverso una sineddoche, che però coglie davvero nel segno: lo studio e il disvelamento di un pezzo di questa economia del turismo – Airbnb – per descriverne la complessità, restituendo un distopico quadro d’insieme che ancora oggi fatica ad affermarsi fuori dai circuiti politicamente più emancipati. Ci sono più piani che si intersecano in un lavoro di questo tipo, ed è l’unico modo per coglierne il senso. Da una parte c’è il duro confronto con i numeri e i dati di realtà che distinguono il processo di turistificazione. Attraverso mirati focus di alcuni casi urbani scelti dall’autrice, veniamo subito colpiti dalla forza dei numeri. Alcuni esempi: Lisbona ha circa 500mila abitanti, ma sopporta l’arrivo di 14 milioni di turisti ogni anno. In seguito al “salvataggio” dei conti pubblici portoghesi operato dall’Unione europea, una delle clausola capestro del memorandum «invitava a stimolare il mercato immobiliare con interventi di rigenerazione urbana e una massiccia liberalizzazione degli affitti». Il risultato, oltre la fine dell’equo canone e la moltiplicazione degli sfratti, è stata la consegna ad Airbnb di una quota rilevante dell’intero mercato degli affitti: 22mila alloggi sono gestiti da Airbnb nel solo centro cittadino; nel solo quartiere di Santa Maria Maior – 1,5 kmq – 3mila case sono in affitto su Airbnb.
Ancora: in seguito (attenzione: in seguito) alla crisi del 2008, i prezzi delle case di San Francisco – cuore della multinazionale Airbnb – si sono moltiplicati indefinitamente: «oggi più della metà delle case di San Francisco costa oltre 1 milione di dollari. Nel quartiere di Westwood Park le case da 1 milione di dollari erano il 3% nel 2012; nel 2016 erano il 96%. In 14 quartieri della Bay Area, per lo più concentrati intorno a Palo Alto, il 100% delle case costa più di questo valore». E, attenzione, in una città che vive una crisi abitativa epocale, e dove è il “ceto medio”, non gli strati più popolari, a doversi trasferire altrove, sempre più lontano da una città dove però continua a gravitare per ragioni di lavoro. Il caro affitti colpisce famiglie con 100mila dollari di reddito l’anno. Ancora: «Toronto è nel pieno di un boom immobiliare e, al tempo stesso di una crisi abitativa senza precedenti. […] Nel 2016 le case sottratte al mercato ordinario di Toronto erano circa 3000, nel 2017 erano diventate 45.000 e un anno dopo, nel 2018 erano 65.000». E ancora, a caso tra i dati citati ossessivamente ma giustamente dall’autrice: «Nella zona urbanistica del centro storico di Roma il 19% degli appartamenti è in affitto su Airbnb. […] A Venezia il 12% delle case nella città storica, […] è affittato a turisti tutto l’anno. […] Firenze è la città con la più alta concentrazione di case su Airbnb nel centro storico, il 18%». E importante: non stiamo parlando di hotel, b&b o altre strutture ricettive “ufficiali”. Parliamo di appartamenti privati che si sommano all’offerta già mastodontica della ricettività turistica. Percentuali esasperate – vicine dunque al 50% dell’intero patrimonio abitativo di una città, o almeno del suo centro storico – vengono riconvertite al turismo. Con quali risultati è facile immaginare: «A Roma l’intero mercato degli affitti viene stimato da Istat in 210.000 alloggi. Il primo gestore di alloggi è l’Ater Roma, con 48.000. […] Il secondo è il Comune, che detiene 28.000 alloggi pubblici. Il terzo, poiché di fatto è un gestore immobiliare, è Airbnb, con quasi 19.000 alloggi interi, ma se contiamo anche le singole stanze arriviamo a 30.000». L’effetto, a dire il vero, è stato anche calcolato: «A Boston, una ricerca del dipartimento di Economia dell’Università ha trovato non solo una correlazione ma una relazione causale tra la proliferazione di Airbnb e i prezzi delle abitazioni: a ogni 12 annunci su Airbnb per zona censuaria corrisponde una perdita di case sul mercato ordinario del 5,9%, un aumento dei canoni di locazione dello 0,4% e un aumento dei valori immobiliari dello 0,76%». Ogni dodici annunci. Siamo di fronte ad un terremoto che travolge direttamente le città, la loro fisionomia e, soprattutto, gli abitanti residenti.
Si dirà, e infatti viene detto, che tutto ciò risponde a dinamiche molecolari, processi intimi del capitalismo privato, di scelte individuali, come ad esempio mettere una casa o una stanza in affitto su di un sito, “disintermediando” la canonica offerta ricettiva, piegando inevitabilmente le città a flussi inarrestabili che possono solo essere “governati” ma non limitati. E veniamo al secondo focus del libro di Gainsforth, e cioè la natura ideologica di questo fenomeno: «fu chiaro quasi subito che solo il 10% degli host di Airbnb erano inquilini che arrotondavano; nel 90% dei casi si trattava di proprietari che affittavano tutto l’anno. […] Molti degli interi edifici dove gli inquilini erano stati sfrattati con il ricorso all’Ellis Act erano gli stessi in cui gli appartamenti comparivano negli annunci su Airbnb e VRBO». E ancora: «Gli host con più di una casa in affitto […] gestiscono il 56,2% di tutte le case in affitto su Airbnb a Roma: sono 10.583 gli appartamenti di utenti con più di un annuncio». In altre parole, la leggenda – perché di questo si tratta – che Airbnb faccia parte del “processo di disintermediazione” dell’economia, liberando le energie del piccolo capitalismo privato, è una bufala: Airbnb è un gestore, uno dei più grandi, di proprietà immobiliari, che destina alla ricettività turistica contribuendo alla moltiplicazione di questa. Non risponde ad un bisogno (più stanze o appartamenti per turisti), ma lo genera. Non è Airbnb a rispondere ad una domanda di turismo: è Airbnb a generare la domanda di sempre più turismo. «Airbnb è finora la principale success story del capitalismo delle piattaforme e dell’ideologia neoliberale e startuppara, secondo cui ognuno è imprenditore di se stesso. [...] Le piattaforme hanno trovato il modo di mercificare sempre nuove risorse, ampliando la sfera di ciò che è possibile mettere a profitto – la casa, il proprio tempo, le città. […] Il turismo […] è uno strumento di produzione di località per l’estrazione di valore dalla città-merce». E ancora, più avanti e in maniera decisiva: «il turismo è oggi il principale strumento di gentrificazione e di marketing delle città, diventate al tempo stesso imprenditrici e merce di consumo, la risorsa e il prodotto finale, in vendita sul mercato globale».
Se però le dinamiche sono globali, rispondono cioè alle strategie di poche enormi multinazionali private e non-localizzate, modellando giocoforza l’insieme del tessuto urbano, le ricadute rimangono locali. L’ideologia della disintermediazione, delle startup e della sharing economy serve a demolire i regimi regolatori urbani, in perfetta assonanza con l’attacco ai regimi regolatori statuali portata avanti dal più vasto processo di globalizzazione dell’economia mondiale. Rimanendo alla città, la sostituzione in corso è quella della popolazione residente con una temporanea, di passaggio, “utilizzatrice” della città, anzi: di città, in generale, senza risiedervi, secondo la (ormai) classica intuizione di Martinotti riferendosi ai metropolitan businessperson. Eppure una popolazione residente continuerà inevitabilmente ad esserci. Ma sarà spostata sempre più lontano, sempre più fuori dai confini urbani, e però costretta – per ragioni lavorative – a gravitarvi attorno, sovente attorno a quel centro cittadino nel frattempo divenuto luogo di transito dei flussi del turismo e dell’economia globale.
In conclusione, dunque, la città divenuta metropoli si presenta sempre più come duale: un piccolo centro nevralgico – non sempre o per forza sovrapposto al centro geografico – circondato da un’immensa periferia che si estende ben oltre la provincia e coincidendo con la regione di riferimento, senza soluzione di continuità. Ma non è gioco a somma zero: nella periferia disurbanizzata e non più cittadina a venire sconvolti sono quei diritti di cittadinanza su cui si fonda il concetto stesso di città. Per chi può ancora permetterseli, cioè comprarli, persisteranno. Per tutti gli altri, cioè per la stragrande maggioranza della popolazione, si apre (si è già aperta) una nuova fase delle relazioni sociali.
Fonte

Sarah Gainsforth, Airbnb città merce, DeriveApprodi, 2019, pp. 191, € 18,00
Bisognerebbe riflettere sul ritardo che l’Italia – e Roma in particolare – sconta riguardo ai temi della gentrificazione, della “turistificazione” dei centri urbani, degli stravolgimenti che in questi decenni recenti hanno sconvolto la morfologia delle sue principali città d’arte. Un paese pioniere della riflessione urbanistica si è trovato improvvisamente impreparato di fronte alle tormentate sfide che distinguono il volto di città e metropoli dei nostri giorni. A dire il vero gli ultimi anni hanno visto un inevitabile recupero: la trasformazione della città si è imposta quale motivo di analisi di un nuovo modello estrattivo, al tempo stesso produttivo, finanziario e parassitario. Il libro di Sarah Gainsforth si inserisce precisamente in questo movimento di attivismo politico-culturale: recuperare il tempo perduto, aggiornando interpretazioni sfocate, ormai incapaci di comprendere i fenomeni sociali che investono l’ambiente urbano. Come ogni lavoro di questo tipo, si presenta immediatamente interessante e inevitabilmente parziale. Interessante perché l’autrice coglie il motivo decisivo: smascherare le retoriche del capitalismo parassitario che travolge i centri urbani e li trasforma in qualcos’altro (ma cos’altro? Questa rimane la domanda inevasa); parziale perché, per l’appunto, pioneristico – almeno, come detto, nel nostro paese – e che quindi non può servirsi di una mole dignitosa e condivisa di studi italiani rilevanti sull’argomento. Si presenta dunque come lavoro dal quale partire, ed è la sua inequivocabile importanza.
Proviamo a centrare subito il tema, liberandoci dalle pastoie sociologiche o urbanistiche che ingarbugliano il problema dentro punti di vista troppo ristretti per svelare pienamente la complessità della vicenda: la città attuale è il prodotto della crisi economica. Una crisi economica di lungo periodo, che sfocia clamorosamente con la bolla dei mutui subprime del 2008, ma che qualifica il modello capitalistico occidentale almeno dalla fine dei mitizzati “trenta gloriosi”. Sarebbe davvero troppo pretenzioso provare in poche battute i caratteri di questa crisi, che si presenta – in ultima istanza – come crisi di valorizzazione dei capitali privati. La curva di accrescimento di questi capitali – visti nel loro insieme – ad un certo momento rallenta fino ad arrestarsi, generando contestualmente la moltiplicazione geometrica del debito privato per sostenere una valorizzazione che, per perpetuarsi, non può che essere continuamente drogata: i consumi reggono, ma lo fanno scollegandosi vieppiù marcatamente dal livello reale dei redditi generati nel rapporto tra lavoro disponibile e produzione economica.
Questa crisi può essere valutata da diversi punti di vista, tutti importanti. Per quel che qui ci interessa, a farne le spese è la dimensione cittadina, investita frontalmente dalle contorsioni di un capitalismo che dilegua la sua fase “mista” – e cioè contraddittoriamente sostenuta da capitali privati e pubblici in egual misura – e smantella progressivamente la serie di legami che sostenevano il rapporto tra Stato (inteso come recinto politico) e sviluppo economico. Sempre limitandoci alla vicenda urbana, David Harvey – in un suo noto articolo del 1989 – ha definito questo passaggio dalla città manageriale alla città imprenditoriale. Quale è il significato di questo passaggio (epocale)? In buona sostanza le città – tutte le città, ma in particolare le metropoli divenute “globali” – strutturate politicamente per amministrare le risorse che lo Stato trasferiva loro dalla fiscalità generale, sono state catapultate forzatamente nella dimensione imprenditoriale, dovevano divenire – per sostenere l’insieme dei servizi di cui erano intestatarie – aziende urbane, generando da sé quelle risorse economiche non più trasmesse dallo Stato centrale.
Sempre tagliando con l’accetta e in maniera rozzamente sintetica, la turistizzazione dei centri urbani si inserisce in questo schema, risponde alla medesima necessità che ha portato le città a privatizzare la propria economia, “liberalizzando” i servizi, “cartolarizzando” il patrimonio immobiliare comunale, svendendo porzioni sempre crescenti di proprietà pubblica, dismettendo sempre più attività che si presentavano come costi aggiunti di un bilancio che continuava a non tornare, che non poteva più tornare al fatidico pareggio. La città imprenditoriale è il risultato della città (fiscalmente) fallita.
In sintesi: dalla città bisognava estrarre reddito per colmare le mancate risorse trasferite dallo Stato. Questa necessità si è incontrata con la difficoltà dei capitali privati – come accennato prima – di valorizzarsi, di accrescersi stabilmente, inceppandosi la droga del debito privato. E quale miglior investimento che tornare alla rendita? La crisi economica non ha infatti prodotto una diminuzione dei capitali in circolazione, tutt’altro: nel mondo non c’è mai stata così tanta massa di capitale privato inutilizzato, finanziarizzato ma non valorizzato, perché ad essersi spezzata è la catena fondamentale che generava valore per questi capitali: il consumo interno delle economie ricche dell’Occidente. Questa dimensione letteralmente infinita di capitale fittizio – moltiplicato finanziariamente e raggiungendo diversi multipli ormai non più misurabili del Pil globale – è costretto però a trovare ricadute concrete al quale ancorarsi. La rendita immobiliare è il principale ancoraggio. Di qui, tra le altre cose, la turistificazione.
Come viene insegnato al prima anno di economia politica, non è la domanda a generare l’offerta, bensì il contrario: è l’offerta a generare bisogni indotti. Fatti salvi i bisogni primari (sostanzialmente volti alla riproduzione dell’uomo), l’universo dei bisogni secondari è indotto dall’offerta economica. Da questo angolo di visuale, l’intera retorica sul turismo andrebbe ribaltata: non è questo ad investire i paesi dell’Occidente, costringendoli al cambiamento produttivo e riconvertendolo in ricettività turistica; sono i paesi occidentali (e non solo loro, ovviamente) ad attirare i flussi turistici globali investendo su di una domanda indotta, che – in qualche modo – costringe al bisogno di turismo (cioè al bisogno di entrate esterne al sistema cittadino o nazionale). I flussi sono costruiti e alimentati da quei paesi che se ne dicono oggetto “loro malgrado”. Venuto (parzialmente) meno il potere d’indirizzo economico da parte dello Stato, trasformata la città in ente imprenditoriale, sono dunque le città a stesse a plasmarsi in funzione del turismo globale. Deformandone – letteralmente – la morfologia, tanto quella urbana quanto (soprattutto) quella sociale, cioè i caratteri fondamentali della cittadinanza.
Sarah Gainsforth illustra questa macroscopica vicenda attraverso una sineddoche, che però coglie davvero nel segno: lo studio e il disvelamento di un pezzo di questa economia del turismo – Airbnb – per descriverne la complessità, restituendo un distopico quadro d’insieme che ancora oggi fatica ad affermarsi fuori dai circuiti politicamente più emancipati. Ci sono più piani che si intersecano in un lavoro di questo tipo, ed è l’unico modo per coglierne il senso. Da una parte c’è il duro confronto con i numeri e i dati di realtà che distinguono il processo di turistificazione. Attraverso mirati focus di alcuni casi urbani scelti dall’autrice, veniamo subito colpiti dalla forza dei numeri. Alcuni esempi: Lisbona ha circa 500mila abitanti, ma sopporta l’arrivo di 14 milioni di turisti ogni anno. In seguito al “salvataggio” dei conti pubblici portoghesi operato dall’Unione europea, una delle clausola capestro del memorandum «invitava a stimolare il mercato immobiliare con interventi di rigenerazione urbana e una massiccia liberalizzazione degli affitti». Il risultato, oltre la fine dell’equo canone e la moltiplicazione degli sfratti, è stata la consegna ad Airbnb di una quota rilevante dell’intero mercato degli affitti: 22mila alloggi sono gestiti da Airbnb nel solo centro cittadino; nel solo quartiere di Santa Maria Maior – 1,5 kmq – 3mila case sono in affitto su Airbnb.
Ancora: in seguito (attenzione: in seguito) alla crisi del 2008, i prezzi delle case di San Francisco – cuore della multinazionale Airbnb – si sono moltiplicati indefinitamente: «oggi più della metà delle case di San Francisco costa oltre 1 milione di dollari. Nel quartiere di Westwood Park le case da 1 milione di dollari erano il 3% nel 2012; nel 2016 erano il 96%. In 14 quartieri della Bay Area, per lo più concentrati intorno a Palo Alto, il 100% delle case costa più di questo valore». E, attenzione, in una città che vive una crisi abitativa epocale, e dove è il “ceto medio”, non gli strati più popolari, a doversi trasferire altrove, sempre più lontano da una città dove però continua a gravitare per ragioni di lavoro. Il caro affitti colpisce famiglie con 100mila dollari di reddito l’anno. Ancora: «Toronto è nel pieno di un boom immobiliare e, al tempo stesso di una crisi abitativa senza precedenti. […] Nel 2016 le case sottratte al mercato ordinario di Toronto erano circa 3000, nel 2017 erano diventate 45.000 e un anno dopo, nel 2018 erano 65.000». E ancora, a caso tra i dati citati ossessivamente ma giustamente dall’autrice: «Nella zona urbanistica del centro storico di Roma il 19% degli appartamenti è in affitto su Airbnb. […] A Venezia il 12% delle case nella città storica, […] è affittato a turisti tutto l’anno. […] Firenze è la città con la più alta concentrazione di case su Airbnb nel centro storico, il 18%». E importante: non stiamo parlando di hotel, b&b o altre strutture ricettive “ufficiali”. Parliamo di appartamenti privati che si sommano all’offerta già mastodontica della ricettività turistica. Percentuali esasperate – vicine dunque al 50% dell’intero patrimonio abitativo di una città, o almeno del suo centro storico – vengono riconvertite al turismo. Con quali risultati è facile immaginare: «A Roma l’intero mercato degli affitti viene stimato da Istat in 210.000 alloggi. Il primo gestore di alloggi è l’Ater Roma, con 48.000. […] Il secondo è il Comune, che detiene 28.000 alloggi pubblici. Il terzo, poiché di fatto è un gestore immobiliare, è Airbnb, con quasi 19.000 alloggi interi, ma se contiamo anche le singole stanze arriviamo a 30.000». L’effetto, a dire il vero, è stato anche calcolato: «A Boston, una ricerca del dipartimento di Economia dell’Università ha trovato non solo una correlazione ma una relazione causale tra la proliferazione di Airbnb e i prezzi delle abitazioni: a ogni 12 annunci su Airbnb per zona censuaria corrisponde una perdita di case sul mercato ordinario del 5,9%, un aumento dei canoni di locazione dello 0,4% e un aumento dei valori immobiliari dello 0,76%». Ogni dodici annunci. Siamo di fronte ad un terremoto che travolge direttamente le città, la loro fisionomia e, soprattutto, gli abitanti residenti.
Si dirà, e infatti viene detto, che tutto ciò risponde a dinamiche molecolari, processi intimi del capitalismo privato, di scelte individuali, come ad esempio mettere una casa o una stanza in affitto su di un sito, “disintermediando” la canonica offerta ricettiva, piegando inevitabilmente le città a flussi inarrestabili che possono solo essere “governati” ma non limitati. E veniamo al secondo focus del libro di Gainsforth, e cioè la natura ideologica di questo fenomeno: «fu chiaro quasi subito che solo il 10% degli host di Airbnb erano inquilini che arrotondavano; nel 90% dei casi si trattava di proprietari che affittavano tutto l’anno. […] Molti degli interi edifici dove gli inquilini erano stati sfrattati con il ricorso all’Ellis Act erano gli stessi in cui gli appartamenti comparivano negli annunci su Airbnb e VRBO». E ancora: «Gli host con più di una casa in affitto […] gestiscono il 56,2% di tutte le case in affitto su Airbnb a Roma: sono 10.583 gli appartamenti di utenti con più di un annuncio». In altre parole, la leggenda – perché di questo si tratta – che Airbnb faccia parte del “processo di disintermediazione” dell’economia, liberando le energie del piccolo capitalismo privato, è una bufala: Airbnb è un gestore, uno dei più grandi, di proprietà immobiliari, che destina alla ricettività turistica contribuendo alla moltiplicazione di questa. Non risponde ad un bisogno (più stanze o appartamenti per turisti), ma lo genera. Non è Airbnb a rispondere ad una domanda di turismo: è Airbnb a generare la domanda di sempre più turismo. «Airbnb è finora la principale success story del capitalismo delle piattaforme e dell’ideologia neoliberale e startuppara, secondo cui ognuno è imprenditore di se stesso. [...] Le piattaforme hanno trovato il modo di mercificare sempre nuove risorse, ampliando la sfera di ciò che è possibile mettere a profitto – la casa, il proprio tempo, le città. […] Il turismo […] è uno strumento di produzione di località per l’estrazione di valore dalla città-merce». E ancora, più avanti e in maniera decisiva: «il turismo è oggi il principale strumento di gentrificazione e di marketing delle città, diventate al tempo stesso imprenditrici e merce di consumo, la risorsa e il prodotto finale, in vendita sul mercato globale».
Se però le dinamiche sono globali, rispondono cioè alle strategie di poche enormi multinazionali private e non-localizzate, modellando giocoforza l’insieme del tessuto urbano, le ricadute rimangono locali. L’ideologia della disintermediazione, delle startup e della sharing economy serve a demolire i regimi regolatori urbani, in perfetta assonanza con l’attacco ai regimi regolatori statuali portata avanti dal più vasto processo di globalizzazione dell’economia mondiale. Rimanendo alla città, la sostituzione in corso è quella della popolazione residente con una temporanea, di passaggio, “utilizzatrice” della città, anzi: di città, in generale, senza risiedervi, secondo la (ormai) classica intuizione di Martinotti riferendosi ai metropolitan businessperson. Eppure una popolazione residente continuerà inevitabilmente ad esserci. Ma sarà spostata sempre più lontano, sempre più fuori dai confini urbani, e però costretta – per ragioni lavorative – a gravitarvi attorno, sovente attorno a quel centro cittadino nel frattempo divenuto luogo di transito dei flussi del turismo e dell’economia globale.
In conclusione, dunque, la città divenuta metropoli si presenta sempre più come duale: un piccolo centro nevralgico – non sempre o per forza sovrapposto al centro geografico – circondato da un’immensa periferia che si estende ben oltre la provincia e coincidendo con la regione di riferimento, senza soluzione di continuità. Ma non è gioco a somma zero: nella periferia disurbanizzata e non più cittadina a venire sconvolti sono quei diritti di cittadinanza su cui si fonda il concetto stesso di città. Per chi può ancora permetterseli, cioè comprarli, persisteranno. Per tutti gli altri, cioè per la stragrande maggioranza della popolazione, si apre (si è già aperta) una nuova fase delle relazioni sociali.
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