Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Venezia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Venezia. Mostra tutti i post

17/07/2024

Indagine per corruzione a Venezia, appalti pubblici piegati all’interesse privato

Dopo i casi di corruzione elettorale a Bari e provincia, dopo il crollo del sistema Liguria, continuano a emergere casi di collusione tra politici e imprenditori per usare i beni e l’autorità pubblici a favore dell’interesse privato. Questa volta sono i vertici di Venezia ad essere travolti da quelli che è difficile chiamare scandali giudiziari, considerato che sono ormai all’ordine del giorno.

Sono 18 le persone indagate a vario titolo nell’indagine della Guardia di Finanza che ieri mattina ha portato all’esecuzione di una ventina di misure cautelari, tra cui l’arresto dell’assessore veneziano alla Mobilità Renato Boraso. Anche il sindaco della città lagunare, Luigi Brugnaro, ha ricevuto un avviso di garanzia riguardante la gestione del suo blind trust.

Con esso si intende quel tipo di fondo istituito per separare un soggetto dalla gestione del suo patrimonio, ed evitare i conflitti di interessi. Su di esso le forze dell’ordine stanno effettuando accertamenti, in particolare in merito alla vendita dell’area dei Pili a Chiat Kwong Ching, imprenditore di Singapore, e possibili variazioni urbanistiche favorevoli e ad essa connesse.

Ad essere indagati sono anche il capo di Gabinetto e Direttore Generale del comune di Venezia, Morris Ceron, e il vicecapo di Gabinetto, Derek Donadini. I reati imputati rimandando sostanzialmente a una pratica che abbiamo imparato bene a conoscere, quella dello scambio di tangenti in cambio di appalti pubblici.

Come già detto, l’assessore Boraso è stato arrestato e la sua casa è stata perquisita, così come la sede dell’azienda del trasporto pubblico lagunare Avm/Actv. Inoltre, i finanzieri hanno proceduto anche al sequestro preventivo di beni per circa due milioni di euro, sia del politico sia di alcuni imprenditori sotto indagine.

È lo stesso Gip di Venezia, Alberto Scaramuzza, a scrivere nell’ordinanza di custodia di Boraso che egli “ha sistematicamente mercificato la propria pubblica funzione, svendendola agli interessi privati” degli imprenditori indagati. Un “sistema criminoso“, con pressioni sugli uffici comunali “ridotti al servizio del privato“.

Le operazioni sono scattate ieri mattina perché tramite le intercettazioni la Procura era venuta a sapere che, nonostante fosse stato informato di accertamenti in corso, l’assessore non aveva posto fine alla sua attività illegale. Anzi, Boraso si stava pure prodigando nella distruzione di documentazione compromettente, anche con la collaborazione delle propria segreteria privata.

È stato posto in custodia cautelare anche un imprenditore edile, e non è l’unico della sua categoria a essere indagato. Da sottolineare che tra di essi vi sono anche il Direttore Generale dell’Actv, Giovanni Seno, e il responsabile del settore appalti del Comune di Veenzia Fabio Cacco.

Insomma, una trama di relazioni e collusione che rimanda ancora una volta al “sistema criminoso” che unisce l’imprenditoria parassitaria del paese a un ventaglio di politici che sono poco più che passacarte dei diktat di Bruxelles e Washington. Questa vicenda somiglia a tante di cui abbiamo già sentito più volte nei telegiornali.

Dirigenti d’azienda che si lamentano in continuazione di tasse e lavoratori con troppe pretese pagano una classe dirigente sempre meno rappresentativa ed espressione di interessi collettivi. Che si arricchisce mettendo al servizio del profitto privato il bene pubblico e le proprie funzioni, a discapito della maggioranza della popolazione.

Ricordiamo che Brugnaro era colui che, poco più di un anno fa, aveva criticato con parole profondamente classiste gli studenti che lottavano contro il caro-affitti. Nei discorsi di allora aveva mostrato uno strano concetto di merito, e alla luce di queste ultime vicende sarebbe il caso di chiedersi se le due cose non siano collegate.

Ovvero, se non sia questa classe dirigente a esprimere una visione culturale e di governo irrimediabilmente compromessa, sia nei principi su cui dice di fondarsi sia nelle pratiche che poi utilizza. Una visione che è il risultato del processo politico di smantellamento delle tutele collettive e delle organizzazioni dei settori popolari, in favore dello strapotere del privato più ricco.

Sarebbe il caso di chiedere allo stesso sindaco Brugnaro cosa pensa ora del merito e della speculazione edilizia, alla luce di queste indagini.

Fonte

31/12/2022

Milano e Venezia capitali della russofobia e della meschinità culturale

Il teatro Arcimboldi di Milano ha deciso di cancellare le due date dello spettacolo del ballerino Serghei Polunin.

Polunin è un ucraino di Kherson ma ritenuto filorusso. Il direttore del teatro Gianmario Longoni, ha affermato che la decisione è stata presa “d’accordo con la compagnia. Non c’è il clima per rappresentare uno spettacolo d’arte e trarne le sensazioni corrette. Forse il clima è cambiato per sempre”.

Due giorni fa il teatro La Fenice di Venezia ha annullato il concerto in programma il 4 e 5 aprile della pianista Valentina Lisitsa, anche lei ucraina ma ritenuta filorussa. La decisione è stata presa dopo un’ondata di proteste sui social – in pratica uno shit storm delle reti ucraini – contro l’esibizione dell’artista che avrebbe dovuto eseguire brani di Rachmaninov per l’evento organizzato dall’associazione Musikamera. La colpa della Lisitsa è quella di aver tenuto un concerto a Mariupol occupata dalle truppe russe. L’artista si è detta rammaricata di dover “soccombere alla folla anonima e aggressiva” di chi non la voleva e ha escluso di tornare in futuro: “Pensavo di essere stata invitata come uno degli interpreti di Rachmaninov più riconosciuti al mondo”, ha scritto, “è una grande delusione. Questo è molto molto triste. E, ovviamente, in questo caso il concerto non può aver più luogo”

La cancellazione di eventi culturali a causa della pressione delle reti fasciste e nazionaliste ucraine è un orrido segnale di vigliaccheria delle istituzioni italiane.

Anche in questo caso “Not in my name”.

Chi ha un minimo di dignità disdica gli abbonamenti al Teatro Arcimboldi di Milano e al Teatro La Fenice di Venezia e ne diserti la programmazione nei prossimi mesi, è il minimo che si possa rispondere.

Fonte

22/07/2022

Due passi per Venezia

La dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia, la vende ai turisti.
F. Guccini, Venezia

Come sono capitato a Venezia, ahimè, è storia lunga. Venni allontanato e bandito da Ponciopoli poiché violai, non ricordo più in che modo, le sue regole (dovetti comunque farla grossa). Lì, nessuno più mi riconosceva, a cominciare dal boss della comunità, un simpatico ballerino di varietà. Addirittura, Ulderico, il karo mio amico, dopo il mio sgarro, incontrandomi per strada, cambiava direzione muovendosi a scatto, a guisa di ratto. Insomma, dovetti partire, e devo dire che mi sentivo come Ovidio esiliato a Tomi ferrigna da Augusto imperatore. Ma io mi trovavo a Venezia, la serenissima, e in fondo al cor l’avevo sempre amata.

Appena uscito dalla stazione di Santa Lucia, ad attendermi c’era Helmut. Mi aveva trovato un posto presso il gattile dei mici del ghetto, ove il gatto Eustachio benevolmente mi aveva accolto. “Caro Guy” – mi disse Helmut – “vieni, ti porto a spasso per Venezia e quando saremo nel ghetto anche Eustachio si unirà a noi”. Beh, cari miei, inutile dirvi che l’affaccio della stazione sul canale brulicava di una folle folla che aumentava ancora di più se ci si dirigeva verso il centro. Fu allora che vidi un essere altissimo, dai capelli verdi e gialli, ricoperto di pelose coperte colorate con in testa un elmo cornuto: camminando parlava in una lingua dalle germaniche tonalità. Poi una marea di giapponesi audacemente digitalizzati, con apparecchi luminescenti nelle loro dita. E poi, guardando il vicolo che sempre più stretto si faceva, vi vidi dentro una terribile stipa di turisti frementi e di sì diversa ispecie, che la memoria il sangue d’orror mi costipa. Avanti, avanti, ancora avanti, sussurrava Helmut fumando il suo sigarazzo e così in breve ci ritrovammo nel ghetto. Ecco quindi Eustachio balzarci incontro, in modo elegante, vestito di tutto punto da spadaccino gattesco qual era, con sciabola e stivali, e con accento veneziano mi disse: “Ti aspettavo, ciò, benvenuto a Vinegia! Dal momento che sei apena arivato, io e Helmut ti volevamo far veder com l’è cambiata la cità in questi ani! Tuto quel che un tempo era vero, adeso l’è diventato finto, ciò!”. Uhmm, fatemi capire, si tratta forse della gentrification, in italiano gentrificazione? Fenomeno per cui un luogo originariamente autentico e popolare diventa finto, costruito a uso e consumo dei turisti. Ad esempio, il centro storico della Venezia attuale, probabilmente è stato costruito a tavolino, trasformato in ciò che il turista si aspetta di trovare. “Bravissimo!” – disse Eustachio – “è la gentrification, che meglio si potrebbe chiamare smerdification. C’è più m…. qui che nella mia lettiera. Pensa che hanno speculato anche sulla comunità dei gatti del ghetto: ci siamo trasformati in chincaglieria per turisti! In ogni negozio troverete poster e oggetti che riecheggiano i mici veneziani ma non troverete più un gatto in tutte le zone turistiche di Venezia! Noi adesso ci siamo allontanati e il nostro gattile, dove sarai ospitato anche tu, ormai si trova in una zona decentrata”.

Molto intelligente, pensai, questo Eustachio elegante e moschettiere, memore di gattare antiche ere! Insomma, continuammo a camminare per Venezia e Helmut continuava ad indicarmi alcuni luoghi che erano stati toccati dal processo di smerdification. La statua di Carlo Goldoni, grande poeta e uomo di teatro, occhieggiava d’intorno ormai completamente disperato. Grandi brand e marchi internazionali, dietro vetrine luminescenti, sfoggiavano ampi locali tirati a lucido che sembravano essere fatti di quella stessa materia digitale che usciva da smartphone e tablet, alla quale erano incollati gli occhi dei turisti. “Negozi e spazi così finti da sembrare veri” – aggiunse di sguincio il pervicace Eustachio, accendendosi una pipa di radica scura. “Grandi marchi tutti uguali, negozi tutti uguali” – disse Helmut sospirando – “e i nostri veri ricordi, i nostri veri spazi vanno a finire in un museo a cielo aperto. Ecco, guarda quell’ombrello finto attaccato all’angolo di quel vicolo! Sta a indicare che lì sotto c’era un negozio di ombrelli, punto di riferimento per tutti i veneziani. Nei giorni nebbiosi d’autunno venivam qua a comprare gli ombrelli a prepararci per gli umidi inverni, quando silenti erano i giorni e ascoltavamo la pioggia in silenzio. Guarda quella vetrina incastonata nel muro, Guy, guarda! Ci sono dei giocattoli, vedi? Ecco, lì sotto, al posto di quel grande brand di abbigliamento, c’era un grande negozio di giocattoli. Ricordo gli infiniti pomeriggi d’infanzia, passati a scrutare costruzioni di legno e pupazzi colorati, audaci automi a molla che riempivano le nostre ore bambine. E adesso ci son quelle maglie cretine per miliardari! E i nostri cari giorni lontani? Perduti, irrimediabilmente perduti, nei luminescenti pomeriggi d’aprile o in quelli oscuri di dicembre, quando incredibili mostri si affacciavano ai vetri, orchi di nebbia, di vento e di mare, a ululare per i nostri sorrisi. Nell’infinità del nostro tempo aspettavano mamme e papà carichi di nebbia, che tornavano da quel negozio pieni di doni e contavamo i loro passi, e immaginavamo il loro enorme viaggio in ogni angolo, in ogni curva, in ogni calle silenzioso per arrivare a casa e portarci i giochi desiderati, magari nascosti sotto pesanti cappotti graveolenti di umidità.

E poi le case, caro Guy. Quanti veneziani pensi che ancora abitino qui? Molte delle case antiche che vedi, immerse nei canali, condannate a illanguidirsi nel silenzio dei secoli, divenute navi ferme, bloccate, con le chiglie coperte di alghe, e i loro saloni imputriditi da sguardi nobiliari di altre ere, forse di nobili vampiri ormai stanchi, perduti in contemplazioni assenti, in notti a lume di candela, in quell’umidità puteolente, fra i loro stucchi, fra i loro specchi e quei quadri con volti di spettri inquietanti e impietriti, quei nobili signori che sapevano trasformare il silenzio delle loro ore notturne in carne e voluttà, in carnevali eleganti fra fiaccole e bucintori ornati di luce, con le loro eleganti maschere ambigue e sfuggenti, di mostri, d’incubi che aleggiano nelle ore più oscure, di dolcezza erotica infinita, di graveolente silente immobilità, con occhi che ti fissano con la follia di un assassino, come quella terribile assassina mascherata che cantò Daphne du Maurier e che vediamo nel film A Venezia un dicembre rosso shocking. Insomma, in quei palazzi morenti e disfatti, eleganti e superbi, bellissimi come l’oro del tramonto, quanti veneziani credi che vi abitino? È finita l’era dei nobili e dei signori che festeggiavano carnevali eleganti; ora quelle maschere sono diventate oggetti di plastica per i turisti, esposte a migliaia in quelle vetrine".
 
Oggi quelle case sono quasi tutti bed and breakfast e alberghi e “airbnb” impera su Venezia e la trasforma in città merce, come scrive Sarah Gainsforth, in Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale (se non ci credete, leggete qui). Quei palazzi saturi di tempo, incrostati di tempo, immersi nel tempo, si stanno trasformando in non luoghi, in un artificio di plastica per il solo presente, da usare pochi giorni, dimenticare e gettare via. Ma non solo i palazzi eleganti del centro sono stati trasformati in alberghi e bed and breakfast, anche le case dei pescatori, dei lavoratori che sono stati costretti, per sopravvivere, a trasferirsi a Mestre, come il personaggio del pescatore Piero raccontato da Andrea Segre in Welcome Venice, costretto a lasciare la sua laguna per andare a vivere in mezzo al traffico di Mestre. E come racconta lo stesso Segre, commentando alcune scene del suo documentario Molecole (si può vedere qui), durante il periodo del lockdown del 2020, il centro di Venezia era spettrale, e per le sue vie si potevano incontrare solo i manichini degli eleganti negozi, perché una città senza abitanti, in un periodo in cui non ci vanno più i turisti, è solo uno spettro abbandonato a se stesso (come lo scenario del film Nosferatu a Venezia, dove Klaus Kinski vampiro volteggia sulla città) in cui i gabbiani urlano di dolore perché non trovano più il cibo.

Ahi, ahi, ahi, caro Helmut e io che mi immaginavo una location simile a quella del romanzo La morte a Venezia di Thomas Mann o del film di Visconti. Ormai Venezia sembra una città di plastica ma ancora luoghi autentici si possono trovare. Sono quelli più popolari, dove ancora riesce a sopravvivere qualche residente – mi dicono sia Helmut che Eustachio. E allora, dopo aver bevuto un meraviglioso spritz con select (una variante veneziana del Campari, buonissima), venni portato nel quartiere popolare del gattile del ghetto. Che meraviglia, signori miei! Che meraviglia! Il gattile era immerso in un parco circondato da muri antichi e il dolce colore del tramonto stava trasformando ogni cosa in un gigantesco spritz veneziano! Di turisti, qui, davvero, nemmeno l’ombra! Helmut, col suo sigarazzo aromatizzato all’anice, mi salutò, dicendomi che ci saremmo rivisti nei giorni successivi. Cominciavo la nuova vita insieme ai mici del ghetto, sistemato nella mia cuccia, mentre la notte stava calando. Silenzio tutto d’intorno: solo una dolce nenia, un canto d’incanto si levava fra le cucce dei miei amici mici. Cos’era? Una canzone perduta, di un tempo che non c’era più? No, era Eustachio che, con la sua chitarra d’altri tempi, intonava una dolcissima serenata per la sua micia dagli occhi blu.

Fonte

11/07/2021

G20 a Venezia. Poliziotti infiltrati guidano la repressione

Scene di finta “guerriglia” per nascondere un’aggressione premeditata e violenta contro la manifestazione convocata a Venezia.

I giornali di regime, senza alcuna vergogna, chiamano “scontri” un pestaggio di polizia. E meno male che avevano appena finito di scandalizzarsi per le scene di Santa Maria Capua Vetere...


Fonte

07/06/2021

Venezia - Protesta contro il devastante ritorno delle Grandi Navi

Appena sono finite le restrizioni per la pandemia, subito una prima grande nave è tornata a distruggere la Laguna di Venezia e a inquinare la città. Una nave da 92mila tonnellate è una vera violenza contro Venezia e contro tutti!

L’MSC Orchestra ha appena attraversato il canale della Giudecca, ma ha trovato sulla sua rotta gli attivisti del movimento No Grandi Navi.

In tante e tanti si sono schierati lungo la riva delle Zattere o sulle barche, per farsi sentire e mostrare la Venezia che vogliamo: una città fatta di persone, di musica giochi e socialità, una città dove non c’è posto per le grandi navi!

“Noi siamo la vita di questa città! Mai più come prima!” dice il comitato No Grande Navi “Ora e sempre fuori le grandi navi dalla laguna!”

“La contrapposizione tra ambientalisti e lavoratori, che la stampa e gran parte delle forze politiche incita, è strumentale. Serve solo a chi guadagna da questo lucrativo business a tenere separate, e quindi a indebolire, due forze che dovrebbero invece proseguire insieme nella lotta” – denuncia Potere al Popolo – “La costruzione e gestione delle navi da crociera costituisce un cospicuo giro di affari solo per poche categorie economiche, tra cui i costruttori di navi, gli operatori turistici nazionali e internazionali di grandi dimensioni. Mentre i costi sono sopportati dagli abitanti che subiscono involontariamente le esternalità negative legate all’inquinamento, all’impatto sui cambiamenti climatici, all’invivibilità dei luoghi e al degrado dell’ecosistema lagunare”.

Fonte

08/02/2020

Un’altra Venezia è possibile? Un altro punto di vista

Come cittadina di Venezia e attivista, le elezioni comunali sono un appuntamento importante, anche se non l’unico, per pretendere una città migliore. Come ricercatrice e professionista Venezia è un caso studio emblematico per comprendere come il governo della città abbia rinunciato all’ambizione di migliorare la qualità ambientale, le condizioni di vita e di lavoro del popolo che la abita, abbandonando le scelte urbane al miglior offerente.

A Venezia si manifestano tutte le contraddizioni del nostro tempo: tra salute e lavoro, tra ambiente e sviluppo, tra storia e futuro, tra governo e democrazia.
Come membro del coordinamento nazionale di un movimento politico, Potere al Popolo, e portavoce dell’Assemblea di Venezia, sento il dovere di dire qual è la città per la quale voglio battermi.

Mentre Brugnaro sta valutando se correre per la sua ricandidatura a Sindaco con la Lega, il fronte anti-Brugnaro si sta organizzando. Il Presidente della Municipalità Martini ha già presentato la sua lista civica, forte di un buon lavoro fatto nella città insulare. Il Pd ha chiamato a raccolta il centro sinistra – tranne Martini – e le varie componenti stanno riflettendo, ma tendenzialmente d’accordo a stare insieme. Ancora prima del programma, le discussioni sono su chi presentare come candidato Sindaco. Il rettore di Cà Foscari Bugliesi, convince alcuni e altri no. Il percorso civico di “Un’altra città possibile”, che abbiamo seguito con interesse sin dal suo inizio, ha avuto un importante tappa sabato scorso. La maggioranza ha espresso di voler correre in coalizione con il Pd ed è emersa una rosa di nomi possibili per il ruolo di sindaco.

Io nel dicembre del 2017 ho scelto di stare con Potere al Popolo perché mi identifico con gli esclusi, gli ultimi della scala sociale. Non solo per le mie origini familiari, la mia esperienza nelle città Africane, dove ho toccato con mano la miseria e le discriminazioni, ma perché ho sempre creduto che la vita in sé non è giusta. Il luogo dove nasci può incidere favorevolmente o meno sul tuo destino. A noi spetta di raddrizzare questo “destino”: fare in modo che tutte e tutti noi, indipendentemente dalla nostra provenienza, dall’essere belle/i o brutte/i, geniali o normali, con o senza gambe, possiamo avere il nostro posto nel mondo.

Questo fronte anti Brugnaro, per come si è configurato finora, sta a nostro parere fallendo su due versanti. Da una parte perché non prendono in considerazione quelle persone che sono schiacciate dal sistema; dall’altra perché non delinea chiaramente un modello di città alternativo allo schema che vediamo in atto dagli anni '90. Uno schema che elimina norme, lascia campo libero a qualunque affare e sfruttamento, senza tenere conto dei devastanti impatti sociali e ambientali.

Venezia non è solo una città unica al mondo. Venezia è la casa di oltre 260.000 persone che di questa celebrità non beneficiano minimamente, anzi ne raccolgono solo gli scarti: inquinamento, innalzamento dei prezzi, espulsione dalle zone belle, lavoro dequalificato, cementificazione, taglio dei servizi pubblici.

Il governo della città ha la capacità di cambiare radicalmente la vita delle persone. È vero che ci sono questioni che dipendono da livelli regionali e nazionali ma è anche vero che, attraverso scelte coraggiose, si può dare un futuro solido a un territorio fragile come il nostro.

Come fare? Potere al Popolo ha un’idea di città che si basa tre punti semplici ma chiari:

1. Una città che è bella perché giusta.
La laguna e la nostra città vanno insieme: in quest’ottica la politica deve escogitare soluzioni lungimiranti. È necessario fermare il MoSE, non fare entrare le grandi navi nella laguna e mettere in atto azioni sistemiche per salvare Venezia dall’innalzamento dei mari. Da Pellestrina a Zelarino servono abitazioni dignitose, parchi e verde in abbondanza, spazi pubblici per la socialità e la cultura, negozi di prossimità, trasporto pubblico gratuito, piste ciclabili, aria salubre, presidi sanitari e altri servizi diffusi e accessibili a tutte e tutti. Anche Venezia deve contribuire alla riduzione delle emissioni attraverso scelte mirate nel campo produttivo, insediativo, dei trasporti, della gestione dei rifiuti e della produzione di energia. Si deve costruire un territorio resiliente, che resisterà ai cambiamenti climatici e tutelerà ad ogni costo acqua, aria e suolo.

2. La ridistribuzione della ricchezza.
L’allocazione delle attività economiche, sociali e abitative deve sottostare a una distribuzione socialmente e geograficamente equa. La monocultura turistica deve lasciare il posto a settori economici e occupazionali diversificati e qualificati. È necessario prendere provvedimenti a sostegno della residenzialità e delle attività commerciali di prossimità. Servono sgravi fiscali per attività artigianali, di manutenzione del patrimonio architettonico, di ricerca sul patrimonio archivistico della città, e di turismo lento a basso impatto ambientale e sociale. Dobbiamo bonificare le terre inquinate e mettere fine alla svendita del patrimonio pubblico, mettendolo al servizio delle cittadine e dei cittadini.

3. Controllo popolare.
Venezia ha dimenticato che è stata la prima città italiana a sperimentare la democrazia diffusa con la creazione dei consigli di quartiere, all’epoca del sindaco Titta Gianquinto. Bisogna cambiare registro: restituendo i poteri e le deleghe agli organismi decentrati che Brugnaro ha sottratto e dare la possibilità a chi vive il territorio di esprimersi sulle scelte che lo investono.

Io e Potere al Popolo stiamo con gli ultimi e le generazioni che devono ancora venire. E non abbiamo perso la speranza di fare crescere un’opposizione a tutta la destra – dalla Lega, a Brugnaro al PD – che possa raccogliere questi punti per una città di tutte e di tutti.

Fonte

01/12/2019

Disastro. Per le calli più nascoste di Venezia

di Alessandro Bresolin (intervista al poeta Francesco Giusti, 14 novembre 2019)

Il giorno del disastro, il giorno seguente all’inondazione della notte tra il 12 e il 13 novembre, è quello degli esperti e degli opinionisti. Ma come la guerra è troppo seria per lasciarla ai Generali, così Venezia è troppo importante per osservarla affondare nel cancan mediatico che si accapiglia discutendo di Mose o non Mose.

Per molti Venezia è ancora carne viva, una città che respira, non la retorica della grande bellezza. Penso ai molti buoni amici che ho in città, a Francesco Giusti e alla sua fragilità, a lui tremante che fa fatica a muoversi e allo spavento che deve aver provato. Se è vero che la vera poesia è merce rara, allora Francesco è una persona rara. Lo chiamo, e subito mi dice: “Te ‘speto, chiacchieriamo un po’ e andiamo a far l’aperitivo, ma vien coi stivai de goma!” Allora prendo il primo treno regionale e raggiungo Venezia Santa Lucia al binario 17, da sempre il mio punto d’accesso in città. Una volta Francesco accompagnandomi in stazione mi disse: “A Venezia il binario 17 è quello meno turistico di tutti, il più territoriale, da un lato collegava il quartiere popolare di Santa Marta alle fabbriche di Porto Marghera, dall’altro consentiva ai campagnoli di venire in città, un interscambio continuo e popolare”.

Per le calli l’atmosfera è spettrale. Pochi turisti smarriti, tanta gente incazzata e impaurita al lavoro, con gli stivali di gomma e con le pompe. Andando verso Campo San Giacomo, gruppi di studenti e ragazzi che ammassano sulle calli cataste di sacchetti neri: libri gonfi, scarpe, vestiti, macerie e oggetti di ogni tipo. Stavolta non era una semplice acqua alta, dicono: “È il mare che è entrato in città, onde grosse come cavalloni battevano sulle case come essere in mare aperto”. Un signore sostiene che i veneziani sono in via di estinzione. Due anni fa la soglia, che era anche psicologica, era ferma intorno ai 54 mila abitanti: “Ma ho un amico medico, e i medici di base hanno fatto una sorta di loro censimento, in base al numero delle persone assistite, perché solo le persone che hanno un’assistenza medica sono veri residenti, e siamo appena 44 mila!”

A Campo San Giacomo passo davanti all’Antico teatro anatomico de la vida, dove fino a qualche tempo fa c’era uno degli spazi occupati più vissuti dalla cittadinanza che abbia mai visto. Corsi per bambini, attività artistica e culturale, laboratori, seminari su come ripensare la città e il modo di viverla in forma partecipata, feste di quartiere. Alla Vida potevi vedere bambini correre e giocare tra mamme e animatori, mentre, in disparte, personalità come Giorgio Agamben e Francesco Giusti discutevano fitto fitto. Passo davanti alla Vida, ora buia, vuota, in abbandono come il resto del Campo, in attesa di diventare l’ennesimo hotel, albergo o ristorante. Attraverso il ponte dell’Anatomia, raggiungo Francesco a casa e mi accoglie in camera sua, dove ci sono due amici, Elenio e Nicoletta, che ci fanno compagnia durante la conversazione.

Classe 1952, Francesco è una figura storica della scena alternativa e creativa di Venezia. Ha al suo attivo una mezza dozzina di libri e collabora attivamente a riviste del settore. La sua è una poesia che segue i meandri dell’anima, prende nota di fatti e accadimenti. I suoi ultimi lavori sono Aicucù (Haiku con il singhiozzo) per Ossidiana edizioni e Quando le ombre si staccano dal muro per Quodlibet, con un’introduzione proprio di Agamben.

Come hai vissuto questa tragica notte del 12/13 novembre 2019?

È stato un esilio nell’esilio. Nel senso che ero chiuso in casa e non potevo fare nulla, non si poteva fare nulla.

Tu hai vissuto anche l’inondazione del 1966, che differenze trovi tra i due eventi?

Nel ’66 è stata una cosa impressionante ma lenta, che uno aveva il tempo di masticarla mentre accadeva. Questa volta è stata talmente violenta e immediata, che ti sentivi proprio sopraffatto da qualcosa di molto più grande, incontrollabile. Mentre nel ’66, dopo la disgrazia dell’acqua granda, si poteva pensare a un futuro e a come in futuro evitarla, stavolta non c’è la possibilità di ripensare a un momento di salvezza per la città e per chi la abita.

Qual è il tuo stato d’animo oggi rispetto a Venezia?

Mi sento esiliato in una città che non sento più mia come potevo sentirla una volta. È assalita da torme di turisti che la invadono ogni giorno, senza requie. Una volta d’inverno c’era un momento di pausa in cui la città poteva “decantare” tutta la massa di turisti che veniva d’estate. Adesso non esiste più questa possibilità di rinascita, di respiro per la città, perché è un continuum di gente. Qui dove abito io la chiamo la Via dei Trolley, una volta c’era un silenzio totale, si stava bene, si sentivano solo gli alberi fuori nel giardinetto stormire con il vento. Adesso alle cinque del mattino si sentono i turisti che partono con il trolley, tum-tum-tum-tum, e poi dopo neanche mezz’ora quelli che arrivano a sostituirli nelle case che sono diventate alberghi, o magazzini diventati alberghi. Perciò, dopo i fatti dell’altra sera, mi sono sentito due volte esiliato.

Venendo qua, ho trovato allo stesso tempo tanta solidarietà ma anche tanta rassegnazione.

Eh, rassegnazione... rassegnazione... la gente impegna tutta la vita su qualcosa, un lavoro, e si ritrova in un attimo senza più nulla, senza più niente per rialzarsi e rimettere in piedi un’attività. Per esempio qui in zona San Giacomo dall’Orio, ci sono molti giovani che hanno aperto associazioni, laboratori, e hanno perso tutto, come una mia amica, Vanessa, che ha fatto l’accademia e ha aperto un laboratorio di serigrafia che fa degli stage, e lavora con questo. In un ora è andato tutto sott’acqua. C’è una delle ultime tipografie qui vicino, a Santa Maria Mater Domini, con due bellissime macchine Offset molto vecchie e ancora funzionanti che sono andate sott’acqua e praticamente l’unica cosa che possono fare è chiudere, se non arrivano finanziamenti. Ma parlare di finanziamenti, quando per il Mose hanno speso 6 miliardi di euro da quando l’hanno messo su ad adesso, e quei 6 miliardi sono stati come dire, il campo dove sono andati a pascolare i politici per prendersi le mazzette... uno non ha neanche più fiducia nel chiedere finanziamenti allo Stato come dovrebbe essere. Cioè lo Stato è un ente che quando guarda alla gente e deve fare qualcosa per la gente diventa un’entità astratta rispetto alla realtà davanti alla quale ci troviamo a combattere.

C’è un immagine, un dettaglio, una situazione che ti ha colpito e che può simbolizzare la situazione che sta vivendo Venezia?

I topi morti dopo l’acqua alta. I veneziani che muoiono soffocati, annegati dall’acqua alta come i topi. Rat-man. Gli ultimi degli ultimi. Da oggi il futuro non mi sembra più come prima, vedo questo rotolare della città verso forme invasive di assalto alla vita quotidiana dei pochi rimasti come inarrestabile. Ciò non significa che non bisogna opporsi a questo andazzo, anzi, non rimane  che la nostra individualità, la coscienza di mettere in campo la nostra individualità, insieme a quella degli altri, per “rompere i coglioni” affinché finisca questa politica di invasione della città solo per interessi economici importanti, dove i più piccoli vengono esclusi. Dobbiamo opporci il più possibile con la nostra coscienza individuale, questo ci rimane e fa parte di noi, è l’arma che abbiamo in questa situazione ormai senza via di scampo.

Sono passati circa centodieci anni esatti da quando Filippo Tommaso Marinetti ha scritto Contro Venezia passatista e il suo Discorso futurista ai veneziani. Sono andato a rileggerlo, alcuni passaggi sono impressionanti riletti oggi: “Oh! non vi difendete coll’accusar gli effetti avvilenti dello scirocco! Era ben questo vento torrido e bellicoso, che gonfiava le vele degli eroi di Lepanto! Questo stesso vento africano accelererà ad un tratto, in un meriggio infernale, la sorda opera delle acque corrosive che minano la vostra città venerabile. Oh! come balleremo, quel giorno! Oh! come plaudiremo alle lagune, per incitarle alla distruzione!”

Marinetti nel momento in cui scriveva quel manifesto poteva anche essere una provocazione, però con il senno di poi si vede che sarebbe stato un disastro anticipato. Perché Venezia ha un suo senso incastonata nella laguna, nel mare, ha sempre avuto la sua storia legata, al Mediterraneo, all’Adriatico come rientranza del Mediterraneo, per cui tutta la sua cultura e il suo svilupparsi intellettuale è nei rapporti con l’oriente, diversamente sarebbe stata la fine. Quindi il futurismo è una cosa anche simpatica vista così, ma se lo si prende seriamente… meglio lasciarlo perdere. Quando negli anni Ottanta all’epoca di De Michelis si parlava della “città metropolitana”, volevano fare la metropolitana che passava per il Canale della Giudecca fino a Sant’Erasmo sotto la laguna! Abbiamo fatto battaglie enormi contro questa visione della città. E al momento abbiamo anche vinto, in un certo senso, se non fosse che poi lo stesso problema si ripresenta sotto altre forme, vedi con le grandi navi in laguna.

Come rispondi a quelli che dicono o pensano che ormai Venezia è una città di muri vuoti, una Disneyland disabitata, una città morta, perduta?

Che è uno sguardo superficiale, anche se in parte può essere vero. In realtà a Venezia si sono sviluppate lotte di comunità per mettere a confronto la gente con i bisogni sociali reali. Per esempio l’occupazione delle case, l’occupazione dei centri sociali. Qui a San Giacomo per esempio due anni fa abbiamo occupato La Vida, ed è stato un momento di crescita, di confronto e unità di una comunità, che è venuta a crearsi intorno al Teatro la Vida Occupato, con attività di discussione, di crescita comune, di presa di coscienza rispetto ai problemi. Quindi è sì una città di mura, ma sotto le mura, per le calli più nascoste di Venezia, c’è una comunità che vive e ha un cuore che batte, non si può nasconderlo.

Quando hai preso consapevolezza del tuo essere poeta e qual è stato il tuo percorso?

Ho un’immagine precisa, reale. Sono in divisa da autiere a Roma, faccio il militare, è il Primo maggio e sto seduto su una scalinata del quartiere africano. Scrivo immagini sul retro della copertina di un libro. In quel momento ho pensato di scrivere poesie, mettendo in contrapposizione il fatto di essere costretto a fare il militare lontano da casa, cosa di cui non avevo assolutamente voglia, e il trovarmi davanti a una città, il Primo maggio, in libera uscita, lontano dai cortei, in una parte della città vuota, a scrivere di un filo d’erba che cresceva tra le pietre di questi gradini bianchi sotto il sole di maggio. Da lì ho sempre preso appunti, ma solo più tardi, verso la fine degli anni Settanta, ho cominciato a scrivere con più assiduità. Sono andato a conoscere Carlo Marcello Conti delle edizioni Campanotto, che aveva uno dei più importanti archivi di poesia visiva d’Italia e non solo. Mi interessava quest’idea della poesia che andava al di là della parola, l’incontrarsi del segno con la parola.

Quali sono state le collaborazioni che ti hanno dato di più?

Franco Beltrametti è un poeta con cui ho avuto un rapporto molto stretto di amicizia e lo ritengo un maestro, il poeta inglese Tom Raworth, Corrado Costa, Patrizia Vicinelli e tanti altri, tutti legati al Gruppo 63, alla poesia che cercava di pungolare la ricerca poetica in Italia.

Come definiresti la tua poetica?

La mia poetica si è sviluppata progressivamente, per momenti. Ho cominciato a scrivere cose molto legate alla poesia orientale, e man mano dopo la morte dei miei genitori ho sentito il bisogno di ritrovare quei momenti dell’adolescenza. Mia mamma era di campagna, di Martellago, e da piccolo andavo sempre lì da mia nonna. Ho sentito la necessità di andare a fondo di quegli anni. E ho scritto molto su quel mondo che è un mondo relegato là nella memoria ma allo stesso tempo è il presente. Tutta l’ispirazione poetica la traggo da questo baule di ricordi.

Tu scrivi sia in italiano sia in dialetto. Che differenza provi?

Il dialetto è una lingua che ho sempre parlato e che uso, è una cosa naturale, ho pensato prima in dialetto che in italiano. In terza media non parlavo bene in italiano, è venuto dopo. Quando scrivo in dialetto la cosa nasce dal suono, da un sottofondo che ho nell’orecchio, da una cadenza che è quella lenta dell’acqua. In italiano è una cosa diversa, penso più alla sintassi, alla costruzione del linguaggio, è una cosa più tecnica.

Poesia e politica secondo te.

Poesia e politica nel senso che vita e poesia devono andare avanti di pari passo, non c’era una differenza, una valle messa tra le due cose. Politica proprio nel senso di mettere in pratica un’arte, un modo di essere e di vivere. Oggi le contraddizioni sono ancora più dirompenti rispetto agli anni Settanta, perché viviamo in un mondo in cui gli ultimi sono abbandonati. Quelli che vengono in Europa non tanto per lavorare ma perché hanno la necessità di vivere, hanno fame, fuggono le dittature, le guerre, o il cambiamento climatico... se non vedi tutte queste cose in un ottica di contraddizione tra capitale e classi sfruttate non riesci a risolverle, perché il capitalismo e il liberismo cercano di sfruttare tutto fino alla fine. La scrittura, la poesia, penso che di per sé dovrebbero essere una cosa politica, che si inserisce nella vita di tutti giorni. La poesia non crea profitto, quindi chi se la fila. Il fatto di scriverla è un impegno personale che va al di fuori della logica economica e di guadagno. Si scrive poesia perché ci si sente chiamati a scrivere poesia, per me è così. La poesia è aperta alla vita dal momento in cui tu la vivi e la dai agli altri perché la vivano in quanto tale. A me piace viverla insieme ai compagni e alla comunità con cui vivo e che lotta perché la città rimanga di tutti gli ultimi rimasti. Te ne leggo una, si chiama Disastro, l’ho scritta l’altra notte durante l’acqua granda:
Disastro

Falcidiati come i ricci ai bordi di una carreggiabile
conosciamo la paura di mettere fuori la testa nel disastro
siamo gli affastellamenti d’erba che marcisce nella pioggia
non cosa semplice svincolarsi dal disagio.
I liquidi percepiti essere messi in moto dalla luna
accesa dal guardiano del parco gioco in disuso
farsi marea e travolgere.
Una cosa più che seria, s’animavano fuochi verso il mare.
Una miriade di complicanze impossibili da controllare
se chiusi nelle case.
Poi il baule dei ricordi scorto già in braccio alla corrente
galleggiare solo nel fango del silenzio e del tormento.
La taccola della notte non aveva gronda dove stare
unico lido il gesto antico senza fine.
E la strada da indovinare.
Fonte

24/11/2019

Venezia - Oggi corteo contro Mose, Brugnaro, Grandi Navi

Domenica 24 novembre 2019 anche noi in corteo per salvare Venezia dal Mose, dai cambiamenti climatici, dalle grandi navi, da Brugnaro.

La sequenza di acque alte, straordinarie ma non imprevedibili, che si sono susseguite la settimana scorsa, hanno messo a nudo la fragilità del territorio veneziano, ma soprattutto la grave inadeguatezza dei governi, nazionale, regionale e comunale, di prevedere e prevenire disastri, governare adeguatamente la città e proteggere la popolazione.

DAL MOSE

Spacciato come sistema di alta tecnologia per salvare Venezia dalle acque medie-alte, è uno degli emblemi delle Grandi Opere Inutili e Dannose. Fin dal suo concepimento le associazioni ambientaliste, sostenute da scienziati ed esperti, avevano evidenziato le carenze tecniche del meccanismo e la sua inadeguatezza a risolvere il problema. I test, i collaudi, gli studi e il tempo hanno confermato queste previsioni. Ai danni conclamati alla Laguna si devono aggiungere quelli stimati, inclusa la stabilità delle paratie, che in particolari condizioni di mare e di vento, potrebbero far crollare l’intero sistema, mettendo a rischio la popolazione. Non mancano naturalmente gli illeciti e le corruzioni: è confermato dalle indagini che queste grandi opere servono solo ai politici, ai costruttori e facilitatori coinvolti. L’ultimo bilancio è di quasi 6 miliardi di euro, cui aggiungere il costo di esercizio e di manutenzione, che si stima intorno ai 100-130 milioni all’anno. Risorse sottratte al vero progetto utile per la Laguna e Venezia: ripristino morfologico, inversione del degrado, al restringimento delle bocche di porto, opere di innalzamento delle parti più basse, tutte soluzioni alternative più volte presentate e ignorate da chi ci governa. Chiediamo l’immediata sospensione del MoSE!

DAL CAMBIAMENTO CLIMATICO

Da diversi anni il mondo scientifico lancia l’allarme e svela scenari allarmanti, che fanno presagire l’inondazione quasi continuativa delle basse pianure da Ravenna, Venezia, Caorle, Marano già nel 2050.

Senza azioni efficaci di mitigazione, a partire dall’uscita immediata dalla dipendenza dai fossili, l’incidenza del cambiamento sarà tale da rendere l’adattamento inefficace se non impossibile. Senza strategie complessive di adattamento ai cambiamenti climatici, la vita in luoghi come Venezia diventerà insostenibile già tra pochi anni. Ma come nel resto d’Italia, la gestione del “rischio accettabile” nei confronti della sfida meteo-climatica è praticamente inesistente. Non possiamo più tollerare che le autorità invochino lo stato di “calamità naturale”, che si traduce solo nello stanziamento di qualche soldo per rimborsare le perdite e che arriva sempre in ritardo. Pretendiamo che venga adottato il principio di precauzione, che vengano messe in atto azioni di prevenzione, basate su un approccio ecosistemico, da un serio monitoraggio e previsione dei fenomeni, alla prevenzione e allo sviluppo conoscitivo e tecnologico, mettendo in campo soluzioni che non pregiudichino gli interessi delle generazioni future. E la risposta non è il MoSE, non è quest’opera che salverà Venezia.

DALLE GRANDI NAVI

È fondamentale per la salvaguardia di Venezia e della sua Laguna l’estromissione delle grandi navi dalla laguna come misura urgente, immediata e senza compromessi. Le grandi navi contribuiscono notevolmente al moto ondoso che erode barene, argini e rive; e richiedono l’approfondimento di canali esistenti e lo scavo di nuovi, cambiando l’assetto idrologico e atrofizzando la rete dei canali naturali. E ci opponiamo al turismo croceristico perché ha delle esternalità pesanti, a partire dall’inquinamento atmosferico; infatti l’Istituto Oncologico Veneto ha affermato che nella provincia di Venezia vi è un eccesso significativo di casi di neoplasia al polmone rispetto al resto d’Italia. Fuori le navi dalla Laguna! Al bando il crocerismo!

DA BRUGNARO

Anche nel governo della città, dall’approvazione del MoSE, si afferma progressivamente una logica speculativa, che ha raggiunto l’apoteosi con il sindaco attuale Luigi Brugnaro. La città è vista come un grande affare, da pubblicizzare e sfruttare per estrarne il massimo valore economico. La monocultura turistica alla quale ci ha abbandonato il primo cittadino erode la millenaria storia di una città unica, non solo per la sua forma fisica, ma anche per la vita sociale che in essa si manifesta. Non più case e residenti, ma airbnb, alberghi e commercio orientato al turismo. Ciò che ingrassa la rendita immobiliare va bene, tutto il resto è dimenticato. La città più famosa del mondo, è una città che manca delle più elementari strategie che servono per farla restare una città per i cittadini. L’abbandono degli abitanti al loro destino di queste ultime settimane è la conferma dell’incapacità di guidare non solo il futuro di questa città, ma anche l’immediato, il contingente. Brugnaro dimettiti!

Potere al Popolo! scenderà nelle calli e nei campi a fianco del Movimento No Grandi Navi e dei Fridays for Future Venezia–Mestre che hanno organizzato questa mobilitazione cittadina, che è preceduta da un assemblea pubblica che si tiene oggi pomeriggio alle 17.00.

Fonte

17/11/2019

Mose, Ilva e Alitalia. Paolo Maddalena: "Gli italiani devono ora rendersi conto quanto disastrose sono state le privatizzazioni"

di Paolo Maddalena

Il disastro delle privatizzazioni si sta rivelando oggi in tutta la sua gravità. Lo Stato ha ceduto ai privati le sue fonti di produzione di ricchezza nazionale e non ha più fondi in bilancio per far fronte alle esigenze attuali, che richiedono un intervento pubblico per salvare l’Ilva e Alitalia e per ultimare la realizzazione del Mose a Venezia.

Per quest’ultima sono stati già spesi 7 miliardi, molti dei quali sono stati dissipati con elargizioni da parte della società Venezia Nuova a soggetti di vario tipo e con il pagamento di numerose tangenti.

Ora Venezia è sommersa dall’acqua e il Mose non è in grado di funzionare. Abbiamo la dimostrazione concreta di quanto dannosa sia stata per la collettività, la privatizzazione delle opere pubbliche.

Il governo ha nominato commissario straordinario Elisabetta Spitz, la quale tra il 2000 e il 2008, come capo dell’Agenzia del Demanio, diresse la cartolarizzazione, cosiddette Scip1 e Scip2, relativa alla vendita di immobili pubblici del valore di 15 miliardi.

Scip1 fruttò, su un valore di 5 miliardi solo 1,7 miliardi, Scip2, relativa alla vendita di immobili per un valore di 10 miliardi, fu un completo disastro e non si sa quanto è costata alla collettività. Speriamo che oggi la Spitz sappia far meglio per quanto riguarda il Mose.

Altro effetto negativo è stato quello della privatizzazione dell’Ilva, passata dallo Stato alla famiglia Riva, e oggi ad ArcelorMittal, la quale, come è noto, ha deciso di recedere dalla sua posizione e sta per spegnere, tra dicembre e metà gennaio, tutti gli alti forni, gettando sul lastrico circa 12000 lavoratori. E a questo proposito c’è da ricordare che per riaccendere quegli alti forni occorrono almeno 10 mesi.

Oggi lo Stato, che una volta era padrone dell’Ilva, prega col cappello in mano ArcelorMittal di rispettare il contratto. Cosa che questa azienda certamente non farà.

Altro capitolo disastroso è quello di Alitalia, una volta in proprietà dello Stato e oggi alla mercé di aziende speculatrici, le quali per entrare a far parte della nostra compagnia pretendono di ridimensionare il numero degli aerei attualmente in funzione e di licenziare 3500 lavoratori.

Si distingue in questa azione negativa nei nostri confronti soprattutto la compagnia americana Delta, la quale, con appena 100 milioni sul tavolo, pretende di agire da padrona.

L’Italia, come si vede, è mesa con le spalle al muro, e questo è il frutto di una scelta improvvida e disastrosa, fatta dai nostri governanti dagli anni ’90 in poi.

È inutile piangere sul latte versato, ma è assolutamente necessario che gli italiani si rendano conto di quanto disastrosa sia stata l’azione dei nostri governi.

Si oppone all’azione governativa anche l’Europa, la quale impedisce gli aiuti di Stato e rende ancor più difficoltosa la soluzione di questa drammatica situazione.

In questo quadro l’Italia è destinata a soccombere e il prossimo futuro sarà quello di una dilagante miseria generale.

La causa di tutto, come più volte abbiamo ripetuto, sta nell’aver aderito al sistema economico predatorio neoliberista, voluto quasi unanimemente da illustri professori di economia, distruggendo con numerosissime leggi incostituzionali il precedente sistema economico produttivo di stampo keynesiano sancito dalla nostra Costituzione.

Salvare l’Italia dal punto di vista economico è oggi un’impresa assai ardua.

Ma chi intende farlo deve tener presente che occorre combattere con tutti i mezzi giuridici a nostra disposizione l’attuale sistema economico predatorio neoliberista, nonché l’atteggiamento dell’Europa, che ci impone proprio in virtù dell’attuazione di quel sistema predatorio, una insostenibile austerità che rende impossibile un’azione politica di sviluppo economico.

L’unico elemento di forza che abbiamo è quello di attuare la nostra Costituzione economica, facendola prevalere anche nei confronti dell’Europa, in virtù del principio dei contro-limiti, sempre asserito dalla nostre Corte costituzionale.

Fonte

02/06/2019

Venezia - Una meganave MSC “parcheggia” in città

Il video non lascia dubbi. La grande nave della Costa crociere è andata a sbattere contro la banchina mentre la gente scappava terrorizzata.


La Opera stava attraccando al molo di San Basilio ma ha finito per “tamponare” un battello turistico in quel momento fermo lungo la banchina.

Secondo Davide Calderan, presidente della Rimorchiatori Uniti Panfido (i cui mezzi stavano guidando la Opera), la meganave Msc aveva un motore in avaria. I rimorchiatori hanno provato a fermarla prima che andasse contro il battello, ma il cavo di traino non ha retto l'immensa stazza della nave da crociera.

Da anni il comitato “no grandi navi” combatte perché sia vietato il transito in laguna a questi mostri del naviglio turistico che raggiungono anche i dieci piani di altezza e che, con il solo passaggio in laguna, provocano l’erosione rapida della città.

Ora c’è la prova provata che il rischio è anche più grave, perché nessun motore è esente dalla possibilità di avaria e nulla è in grado di fermare le 66mila tonnellate di ferro e altri materiali, in grado di ospitare quasi 3.000 passeggeri, in spazi così ristretti come quelli della laguna.

Fonte

20/05/2019

Il Venezuela a Venezia: l’arte sconfigge l’embargo

Ieri, domenica 19 maggio, è stato inaugurato il padiglione del Venezuela alla Biennale di Venezia. Una notizia che non dovrebbe essere una notizia, dato che dal 1954, la prima presenza tra le mura disegnate da Carlo Scarpa, l’assenza dall’esibizione era avvenuta soltanto un paio di volte. Su tutti i giornali, specialistici e non, che hanno scritto della Biennale, spiccava però la notizia che quest’anno il padiglione non era ancora finito, e probabilmente non sarebbe mai stato aperto.

Una notizia che, presentata senza spiegazioni, sembrava volere dare l’idea di un Paese talmente allo sbando da non riuscire nemmeno a garantire lo svolgimento di una manifestazione culturale.

Le spiegazioni le ha però bene illustrate Ernesto Villegas, ministro della cultura, presente ieri all’inaugurazione: “La persecuzione finanziaria contro il Venezuela preparata dal governo imperialista degli USA e dalle sue filiali europee non fa distinzione fra diritti culturali, diritti sociali e la vita stessa. La politica di sanzioni ha reso difficile la possibilità per il Venezuela di essere presente a vari momenti culturali internazionali. Quello che dovrebbe essere normale si trasforma in un’odissea.”

Ma anche nell’Odissea, alla fine Ulisse torna casa (e uccide i Proci, tra l’altro), così il Venezuela con la sua determinazione e attraversando “sentieri sterrati” è riuscita ad aprire ieri il proprio padiglione. Se vanno ringraziati gli artisti e i curatori che si sono impegnati anche nell’allestimento fisico del padiglione (così come nelle pulizie), vanno pertanto ringraziati anche tutti coloro che si sono dati da fare affinché NON si riuscisse ad aprire: “la notizia non è che il Venezuela non ha aperto il padiglione in tempo, ma che ha aperto e mostrerà il suo padiglione per i prossimi sei mesi. Ci hanno fatto un favore: la pubblicità”.

L’inaugurazione ha ospitato le presentazioni degli artisti Natali Rocha e Ricardo Garcia la performance di Gabriel Lòpez (mentre il quarto artista, Nelson Rangel, è stato impossibilitato a partecipare). Le loro opere “dentro e fuori dal Venezuela” dialogano tra di loro costruendo un racconto di cultura, identità, pace e lotta all’imperialismo.

Durante la presentazioni e la musica, il ministro ha invitato, con un atto “non molto convenzionale” i compagni e le compagne italiani a prendere parola, dando un’impronta sinceramente internazionalista alla giornata e al padiglione. Gli interventi delle delegazioni di Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, Rete dei Comunisti, Noi Restiamo, USB e l’associazione Italia-Cuba hanno tutte sottolineato l’importanza della giornata e ringraziato il popolo venezuelano per l’ulteriore prova di determinazione, un esempio e una fonte di ispirazione per tutti i popoli e per tutte le organizzazioni che combattono l’imperialismo.

Un’altra vittoria della Rivoluzione Bolivariana anche nel campo della cultura, anche nel campo internazionale.

Nel video, l’intervista completa a Ernesto Villegas, insieme a qualche immagine del padiglione e delle opere.



Fonte

28/11/2018

Venezia: grandi navi, grandi disastri

Nel marzo del 2012 il governo Monti emanava il decreto Clini-Passera con il quale per proteggere la città di Venezia e la sua laguna si vietava la navigazione delle imbarcazioni di stazza superiore alle 40mila tonnellate per il bacino di San Marco e il canale della Giudecca. Ma trovata la legge trovato l’inganno: lo stesso decreto sospendeva il divieto sino a quando non si fosse trovata una soluzione alternativa, sottendendo già allora il primato delle necessità commerciali e turistiche sopra quelle della sostenibilità del territorio! In sei anni (e quattro governi) convenientemente, non solo non si sono trovate soluzioni, ma non si sono nemmeno prese in considerazione proposte di intervento strutturale che rispondessero alla imperante necessità di tenere le navi fuori dalla laguna (e non solo fuori da Venezia).

Imperante per una serie di motivi concatenati tra loro, basati su concetti fisici ed ecologici ma anche economici.

– Primo: il moto ondoso provocato dal passaggio di un imbarcazione aumenta esponenzialmente con le sue dimensioni. L’incremento del moto ondoso interferisce sia con i traffici nautici quotidiani già consistenti nella Venezia venduta ai turisti, sia con l'effetto che questo avrà sbattendo contro una barriera (che sia una fondamenta o una cordone naturale). L effetto che si ha da questo incremento è l’aumento dell’erosione delle barriere naturali, ma anche delle fondamenta di una città unica al mondo come Venezia, che si regge su un sistema di palafitte incatramate nei secoli.

– Secondo: il passaggio di una nave di altezza pari a un palazzo di 12/13 piani comporta, oltre alla necessità di scavare canali sempre più profondi minando pericolosamente l'equilibrio ecologico della laguna intera, l’incremento dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del rumore ai danni di chi vive in questo territorio.

– Terzo: la laguna di Venezia si regge su un equilibrio del tutto unico al mondo, ed è soggetta a un lento sprofondamento a causa di fenomeni di subsidenza, innalzamento del livello del mare, e altri processi naturali e non che in un secolo hanno comportato la perdita del 73% delle barene naturali, quegli isolotti che popolano la laguna e che fungono sia da barriere protettive contro l’erosione della costa, sia come vivaio di pesci e molluschi che da secoli sono stati e sono un importante fonte di reddito di pescatori e cacciatori. Con l'aumento del moto ondoso, tutto ciò viene messo in serio pericolo e presto o tardi oltre a perdere le funzioni ecologiche e di sicurezza idraulica della laguna, andrà persa anche la possibilità di sfruttare il territorio non solo in termini di accumulazione capitalistica ma anche di sussistenza (e di gastronomia).

Dopo sei anni di stasi, l’attuale governo sembra intenzionato a fare qualcosa. Ma cosa? Portare le navi, quei mostri lunghi 300 al servizio dei privati, a Marghera, come se eliminando il passaggio dalla bomboniera di Venezia, il problema dell'intera laguna (e quindi della città) si risolva. Come dire che spostando il problema, il problema sparisca davvero (lontano dagli occhi lontano dal cuore). Senza contare che questa ipotesi, implica il passaggio delle navi attraverso la bocca di Malamocco, percorrendo il “canale dei petroli” (che dovrebbe essere dismesso dal 1966) e l’escavazione di altri pezzi di fondale, quel fondale ancora zeppo di inquinanti scaricati dal polo di Marghera e dai fiumi che dopo aver attraversato la regione diluiscono in mare inquinanti, nutrienti ecc ecc. Dove andranno a finire poi i materiali dragati non è dato sapere, ma insomma si sa... in Veneto il mondo dell’edilizia è ricco e variegato (e proficuo!).

Cambiano i governi, ma l’alleanza tra i gestori delle grandi navi e dello sfruttamento turistico, l’Autorità Portuale, l’amministrazione locale e i poteri forti della regione, rimane salda nel tempo!

Associazioni, movimenti, cittadini, comitati NoGrandiNavi sono da anni in lotta perché le navi da crociera fuoriescano dalla Laguna di Venezia. Il 18 giugno 2017 è stato anche indetto un referendum popolare autogestito, a cui hanno votato18.105 persone (di cui 80% residenti veneziani), il 98% si è espresso contro le grandi navi in Laguna. Uno straordinario risultato di espressione della volontà popolare, che dovrebbe stare alla base della democrazia, che viene continuamente ignorata.

Così come vengono ignorati gli studi scientifici sulla morfologia della laguna, sull’inquinamento, sugli effetti dell’erosione, sull’impatto di questo tipo di turismo.

Così come viene ignorata la Legge Speciale per Venezia del 1984 (ancora vigente), che sancisce che solo con il «riequilibrio idrogeologico della laguna» e una «continua manutenzione governata dalle tre regole della sperimentalità, gradualità, reversibilità di ogni trasformazione» che questo bene comune potrà continuare ad esistere.

Nessuna soluzione alternativa che non preveda la fuoriuscita delle navi dalla Laguna potrà mai rispettare l’equilibrio della laguna veneziana e le regole di “sperimentalità, gradualità, reversibilità” che hanno dimostrato di essere indispensabili per preservare alle future generazioni l’esistenza di un bene comune come la città di Venezia e la sua laguna, ivi compresa l’importantissima funzione che il suo equilibrio garantisce in termini di sicurezza idraulica e idrogeologica del territorio.

Fonte

27/11/2018

Venezia, un editoriale dal futuro

Oggi è una data storica, perché il 2 giugno del 2023, oltre a festeggiare la nascita della repubblica, fu inaugurato il MOSE di Venezia.

Ci vollero venti anni per costruirlo, sperperando molti miliardi di euro, arricchendo i politici veneti tramite le tangenti, politici poi processati (qualcuno, dopo tutto questo tempo, si ricorda ancora di Galan, governatore leghista del Veneto?), MOSE costruito per proteggere Venezia dall’acqua alta.

Dopo quattro anni il sistema MOSE dimostrò chiaramente di essere inutile, sempre guasto, in rapido affondamento nella laguna, e inutile a bloccare l’acqua alta, per cui si decise – per i costi di manutenzione esorbitanti – di bloccare aperte le paratie e costruire al lido del Cavallino un porto artificiale, fuori della laguna.

Questa scelta, fare un “polder” come quello in Olanda sul mare del nord, era la più logica sin dall’inizio, perché il vero problema di Venezia era e sono le grandi navi; all’inizio quelle che andavano al petrolchimico di Marghera, poi le mega-navi turistiche, veri grattacieli sul mare.

Oggi, dopo trent’anni dall’inaugurazione del MOSE e a ventisei dalla sua dismissione, niente è stato fatto.

Le paratie sono alzate e bloccate solo a bocca di Chioggia e Malamocco, il porto di Marghera è ancora in esercizio e i lavori per il porto artificiale al lido del Cavallino appena iniziati.

Con il rapido innalzamento del mare di circa un metro per il riscaldamento globale, si decise dodici anni fa di salvare dall’allagamento almeno la zona di Rialto e la sua basilica di san Marco costruendovi intorno una barriera alta tre metri, lasciando però che un quarto di Venezia fosse inondata e abbandonata.

Il turismo, per fortuna, ne ha risentito solo in parte perché il fascino della città che muore è evidentemente più forte, ma l’aspetto generale della città è per noi italiani con una coscienza civile, veramente deprimente.

L’amarezza del presente non è neanche alleviata dalla fine ingloriosa dei partiti della “seconda repubblica” travolti nove anni fa dall’ennesimo scandalo corruttivo, con il leader della “Lega degli italiani” scappato in Africa a Dakar (ma ridotto a una vita da barbone perché truffato e senza soldi dal suo vice segretario).

Lo stesso vale per il Partito Democratico e per il Movimento Cinque Stelle, coinvolti nello stesso scandalo, scioltisi all’apparire del “Partito degli Amici”, guidato dall’ex fotografo dei Vip Fabrizio Corona, ora presidente del Consiglio.

Insomma, a trent’anni da quell’inaugurazione e a cinquanta dalla decisione di costruire il MOSE, l’Italia è sempre uguale, con la TAV Torino-Lione ancora da costruire (ma è veramente necessaria?), con il Ponte di Messina di nuovo proposto dal governo, una classe politica al potere poco credibile, scelta da una maggioranza di italiani che ogni volta si affida a personaggi “pittoreschi”.

L’unica vera novità è la rinascita esplosiva del Partito dei Comunisti, sempre che la sinistra, dopo aver abbandonato tatticismi, divisioni e liste elettorali fatte di alleanze estemporanee, non si omologhi alla palude culturale italica e cattolica, dove tutto cambia per non cambiare nulla.

2 giugno 2053, Nostrodomine

Fonte

Corre l'anno 2030... Venezia affonda... 

10/07/2017

Cona, ammassati nel “centro d’accoglienza” senza prospettive


Il campo di Cona che si trova in provincia di Venezia è diventato una discarica umana e un vero problema per i richiedenti asilo, le cui condizioni di vita sono molto precarie e che vivono Cona come un inferno.

Più di 1.400 richiedenti asilo vivono all’interno di 10 tendoni costruiti dalla cooperativa che gestisce il campo, in un numero che va dai 100 ai 150 per ogni tendone a seconda delle dimensioni.

Molti di noi sono qui da più di un anno in attesa di regolarizzazione e senza nessuna integrazione: non sono neppure 50 quelli che riescano a capire e parlare l’italiano.

La carenza di aule e di insegnanti è un problema reale che rallenta la nostra integrazione.

All’interno del centro ci sono troppi serpenti, insetti e zanzare e ci sono carenze igieniche a causa del sovraffollamento. Il numero di bagni è insufficiente e anche le condizioni sanitarie sono critiche per la presenza di una sola infermeria per oltre 1400 persone.

Va ricordato che fu in questo centro che Sandrine Bakayoko, una giovane ivoriana di 25 anni, venne ritrovata morta in una toilette, il 2 gennaio 2017. In quella data nel campo eravamo quasi 1.500, in una struttura in cui potevano essere ospitate, secondo diverse fonti, al massimo 542 persone.

Inoltre ci sono molte lentezze da parte della commissione che deve esaminare le richieste d’asilo e spesso il permesso di soggiorno di sei mesi scade prima dell’esame da parte della commissione, ma per rinnovarlo ci sono ulteriori lentezze, con il risultato che molti di noi sono privi di documenti validi. Tutto questo si traduce in un ulteriore ritardo nel trasferimento dei richiedenti asilo verso i centri urbani.

E’ anche da chiarire che il cosiddetto “pocket money” che percepiamo è di 2,50 euro al giorno. Questi soldi ci vengono dati ogni due settimane (35 euro le prime due settimane, 40 euro le seconde due) e nella maggior parte dei casi viene utilizzato per l’acquisto di vestiti e cibo di buona qualità.

Inoltre queste persone in fuga dai conflitti, dalle guerre, dall’ingiustizia, dall’insicurezza, che cercano di trovare rifugio in un Paese come l’Italia in cui vengono rispettati i diritti, si vedono invece ancora una volta private dei propri diritti da parte della cooperativa che gestisce il campo di Cona.

La cooperativa tenta di farci credere che noi non siamo benvoluti dalla popolazione italiana e soprattutto che la responsabilità della situazione sia tutta della Prefettura di Venezia, cosa che noi crediamo non sia vera.

Per tutti questi motivi abbiamo organizzato assieme a USB manifestazioni pacifiche, come quella del 20 giugno scorso a Venezia, per attirare l’attenzione dei cittadini e delle autorità sui molti problemi con cui ci confrontiamo.

Noi chiediamo con umiltà al governo italiano la chiusura di questa discarica di esseri umani che è il campo di Cona, non solo per dare una migliore accoglienza ai rifugiati, ma anche per mostrare una buona immagine dell’Italia che noi comunque pensiamo sia un Paese di diritto, di pace e di democrazia.

Fonte

04/01/2017

Sandrine è morta aspettando per ore l’ambulanza

Sandrine Bakayoko, la giovane ivoriana di 25 anni morta nel Centro di accoglienza di Cona, ha aspettato per ore l'ambulanza. Era rinchiusa nel centro da agosto del 2016, quando era riuscita ad arrivare in Italia. "È inaccettabile che occorra attendere fino a 8 ore per avere sul posto un'ambulanza che presti i dovuti soccorsi a una migrante, che poi purtroppo ha perso la vita. Ed è ancora più inaccettabile la reazione di coloro che hanno tenuto a lungo assediato i 25 addetti del centro liberati solo a tarda notte". Ad affermarlo è il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza, Federico Gelli, il quale ha annunciato che "quanto prima la nostra Commissione si occuperà del caso cercando di fare piena luce sui drammatici fatti di Cona ma appena possibile ascolteremo anche il ministro dell'Interno Minniti"

La Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza, di identificazione ed espulsione, e sulle condizioni di trattamento dei migranti, aprirà infatti un'inchiesta sulla vicenda del centro di prima accoglienza di Cona, in provincia di Venezia, dove è scoppiata una rivolta dopo la morte di Sandrine all'interno del centro. E la Commissione ha annunciato anche di voler ascoltare il ministro dell'interno Marco Minniti, per capire "se predisporre i Cie, centri di identificazione ed espulsione, in ogni regione sia realmente la risposta giusta all'emergenza immigrazione", ha spiegato il presidente della Commissione di Inchiesta sui Migranti, Federico Gelli, perché "i Cie rischiano di creare altri ghetti, meglio l'accoglienza diffusa nei Comuni".

"Con lui vogliamo capire se predisporre i Cie, centri di identificazione ed espulsione, in ogni regione sia realmente la risposta giusta all'emergenza immigrazione". Gelli ricorda che in Italia ci sono 10 Cie di cui però solo 4 operativi e "l'esempio del Cpa di Cona, passato in poco più di un anno da 50 a 1400 ospiti, ribadisce l'inadeguatezza di queste strutture che troppo spesso diventano ghetti difficili da gestire".

"Nei Centri d'accoglienza, le persone sono spesso ridotte a delle merci o pacchi postali tra sfruttamento sociale e lavorativo. Il tutto costruito su un sistema che genera disumanizzazione e ghettizzazione dei profughi" denuncia Aboubakar Soumahoro, portavoce in Italia della Coalizione dei San Papiers e attivista dell'Usb, "Ecco perché ogni vita persa in quei luoghi è sulla coscienza morale e politica dello Stato e delle sue articolazioni territoriali. Verità e Giustizia per Sandrine"!

Fonte

03/01/2017

Venezia. Donna ivoriana morta in un centro accoglienza. Proteste dei migranti

Ore di tensione all'interno del Centro di prima accoglienza di Cona, in provincia di Venezia, dopo la rivolta scoppiata all'interno del centro a seguito della morte di una giovane donna ivoriana deceduta ieri all'interno del campo. Nelle prime ore di questa mattina all'interno del Centro c’è stato l'intervento della polizia e gli operatori della Cooperativa Ecofficina che gestisce il centro sono stati fatti uscire.

Non sono ancora chiare le cause della morte della giovane donna della Costa d'Avorio, il cui decesso ha dato il via alla protesta. La donna, Sandrine Bakayoko di soli 25 anni, si sarebbe sentita male, secondo i suoi compagni, nelle prime ore di ieri mattina e i soccorsi sarebbero arrivati solo alle 13. Diversa la versione della direzione della società/cooperativa che gestisce il campo – riportata dal quotidiano "La Nuova Venezia". Secondo questa versione il fatto è avvenuto alle 13 e i soccorsi sono arrivati immediatamente. Intanto, però, le condizioni della ragazza sono via via peggiorate e alle 13.15, quando è arrivata l'ambulanza, era ormai troppo tardi. Al pronto soccorso dell’ospedale di Piove di Sacco i medici hanno potuto solamente constatare la morte della ventiquattrenne. Le condizioni all'interno del campo, il più grande del Nordest, sono state più volte denunciate dai profughi.

Il Centro di Cona non è un CAS, non è un CARA, non è un hub, è un luogo sospeso nel nulla. Definito come un luogo “temporaneo emergenziale", sopperisce alla mancata accoglienza dei rifugiati da parte dei comuni veneti, i cui sindaci rifiutano di accogliere richiedenti asilo. Al momento sono ospitate circa 620 persone, di almeno 25 nazionalità differenti. Secondo la Asl la capienza massima deve essere di 540 persone. Il centro è costituito da due grandi tendostrutture in due aree separate, adibite a dormitorio. Ci sono poi altri due caseggiati in muratura zeppi di letti a castello ed alcuni container con docce e bagni.

Fonte

13/09/2015

"Desde Allà". Un film latinoamericano vince il Festival del Cinema di Venezia

Il film “Desde Allà” (venire da lì, ndt) del regista venezuelano Lorenzo Vigas, ha vinto oggi il Leone d'Oro per il miglior film del 72° Festival del Cinema di Venezia.

"Viva il Venezuela!” Ha urlato in un modo molto espressivo il regista dopo aver raccolto il prestigioso premio per il suo primo film, una storia intima e sociale, allo stesso tempo, incentrato sulla vita di Armando (interpretato da un grande Alredo Castro), un odontotecnico omosessuale alla ricerca di giovani con i quali mantenere relazioni in una Caracas molto turbolenta. Il premio è stata una sorpresa perché non era tra i favoriti per il Leone d'Oro. Le voci vedevano infatti in lizza i pur straordinari Amos Kitai e il russo Sokurov.

"Per la prima volta nella storia abbiamo un film del Venezuela a Venezia," ha detto Ligas euforico, il quale ha aggiunto che il premio "sarà ben accolto in un paese dove abbiamo avuto problemi negli ultimi anni e spero che questo aiuti un pò."

Il regista ha voluto sottolineare la generosità dello scrittore-regista messicano Guillermo Arriaga, che ha contribuito a scrivere la sceneggiatura ed ha fatto arrivare "al limite", i produttori che lo hanno accompagnavato in questo progetto, tra cui il regista messicano Michel Franco, così come Gabriel Ripstein e Rodolfo Cova, oltre al lavoro dell'attore cileno Alfredo Castro.

"Dedico questo premio al mio paese incredibile, il Venezuela", un paese problematico che però, ha aggiunto Vigas: "Siamo molto positivi, siamo una grande nazione e non ci fermeremo dal parlare l'uno con l'altro per risolvere i problemi”. Vigas ha poi ricordato suo padre, Oswaldo Travi, "uno dei più importanti artisti dell'America Latina”.

Fonte

09/07/2015

Libri vietati a scuola, Qualcosa più di un indizio...

Vietare la lettura dei libri, mettendone una lista all'indice. E' il vecchio sogno ricorrente dei reazionari di ogni epoca, dai parabolani di Alessandria all'Inquisizione, fino ai roghi hitleriani. Applaudono con convinzione, in genere, gli spostati che non trovano nulla da eccepire sulla libera diffusione del Mein Kampf o dei Protocolli dei savi di Sion.

La lista del neo sindaco di Venezia - imprenditore "renziano" eletto dalla Lega e dalla destra - è leggermente più penosa di altre che l'hanno preceduta; roba da commedia, insomma, più che da tragedia. Qui l'intenzione è infatti di impedire che una serie di favole per bambini arrivino ai destinatari. Ben 49 libri sono stati considerati - da qualche oscuro funzionario con seri problemi culturali - "pericolosi" per l'integrità psicofisica degli under qualche anno. Capolavori del genere, come "Piccolo blu e piccolo giallo" di Leo Lionni, oppure "Piccolo uovo" di Altan; ma anche testi sull'adozione, su genitori in seconde nozze, o sul bullismo a scuola (come "Il segreto di Lu").

Difficile rintracciare un filo logico razionale, facile scovare l'integralista sotto il moralizzatore. L'intenzione dichiarata è quella di contrastare la diffusione della cosiddetta "cultura gender", qualunque cosa possa significare questa espressione nella testa degli stilatori di liste proibite. In teoria, comunque, vorrebbero contrastare la "diffusione dell'omosessualità" (come se fosse un "virus culturale"). Ma visto che c'erano, hanno infilato dentro anche altri temi (adozione, secondo matrimonio, antibullismo, ecc).

Così facendo è venuta fuori la costellazione ideologica - decisamente catto-fascista, in patente contrapposizione persino con i discorsi del papa attuale - che sovrintende a questa lista. Concretizzata nella circolare a scuole materne ed elementari di eliminare dalle biblioteche quei 49 "testi del demonio".

Scattano le polemiche, come si dice in questi casi, e il neosindaco si spaventa, ma non fa marcia indietro. Fa sapere infatti che medita di "smagrire" la lista, non di farla ingoiare a chi l'ha stilata.

Decisa e costante la reazione di genitori, insegnanti, editori, che hanno dato vita a petizioni (indirizzate al pessimo ministro Giannini, che pensa solo ad aziendalizzare la scuola), iniziative pubbliche di lettura dei libri proibiti, trasformando così la lista in "consigli alla lettura".

Tutte cose molto giuste e anche molto spiritose, divertenti, liberatorie, da appoggiare totalmente.

Basta ricordarsi sempre, però, che quando qualcuno osa stilare una lista di libri da vietare siamo già oltre le colonne d'Ercole dell'unico scontro "di civiltà" che merita d'essere combattuto. Quello tra chi redige certe liste e chi distrugge i monumenti del passato ci sono solo due differenze: il nome del dio invocato e il passare dalle parole ai fatti. In genere, se si tollerano gli intolleranti, prima o poi si arriva ai fatti. E le liste servono a preparare i roghi.

Fonte

04/08/2014

Venezia: Giornalista “sequestrato” per una notte dalla Polizia

“Tirato giù a forza dal treno e trascinato, braccia dietro alla schiena, al posto di polizia ferroviaria dove sono stato trattenuto senza motivo per una notte intera”. Un vero e proprio incubo che ricorderà a lungo quello vissuto da un giornalista polesano la notte del Redentore. Dopo una giornata a Venezia ed aver assistito con alcuni amici al celebre spettacolo pirotecnico nel bacino di San Marco, arriva alla fine il rientro in stazione, a S. Lucia, per prendere il treno. Qui, però, accade un episodio che mai si sarebbe aspettato: senza motivi apparenti, se non quello di aver scattato una foto con il cellulare alle centinaia di persone presenti che a frotte prendono d’assalto i convogli, il giornalista viene puntato da un poliziotto impegnato nel cordone di filtraggio della folla verso i treni. Sono le due del mattino, il giornalista sale su un vagone e viene seguito dall’agente che si precipita sul mezzo a chiedergli i documenti.

“In pochi istanti vengo trascinato a forza giù dalla carrozza sulla quale sono salito regolarmente munito di biglietto, – racconta il giornalista – vengo bloccato con il braccio torto dietro la schiena, e sono accerchiato da quattro poliziotti che cominciano a insultarmi e a minacciarmi pesantemente, vengo trascinato a forza e senza nessun motivo verso il posto di polizia mentre il treno, ormai perso, prende la via di Adria”. Questa dinamica è riportata anche nella denuncia che il giovane sporge qualche giorno dopo ai carabinieri.

“La situazione già di per sé paradossale, degenera del tutto all’interno dell’ufficio – continua il racconto – sempre col braccio bloccato dietro la schiena mi rovesciano le tasche, mi buttano il portafogli a terra, mi fanno togliere le scarpe come se fossi stato un delinquente e soprattutto dopo altri insulti e altre minacce mi mettono in cella di sicurezza dove pretendono le mie scuse nei confronti della polizia”.

“Ad un tratto, la follia degli agenti pare placarsi” racconta il giovane che in cella di sicurezza ha modo di pensare ai casi Aldovrandi e Cucchi. “Rimango ancora scalzo, senza aver potuto avvisare nessuno e senza che nessuno mi abbia detto per quale motivo sono trattenuto contro la mia volontà”. Senza un goccio d’acqua per lunghe ore, soltanto qualche minuto prima delle cinque del mattino, tre ore dopo il fermo, viene prodotta una documentazione che il giornalista si rifiuta di firmare. “Al di la’ degli orari sballati – nelle carte si legge che il rilascio avviene tra le 2.30 e le 3 – mi ritrovo sanzionato per ubriachezza manifesta senza essere stato sottoposto a nessun alcoltest ma soprattutto denunciato penalmente per resistenza o oltraggio a pubblico ufficiale”. Per questa accusa sarà chiamato a difendersi in un’aula di tribunale.

Tornato a casa il giornalista si è presentato al Pronto soccorso, dove gli è stato diagnosticato un trauma distorsivo al braccio sinistro con prognosi di tre giorni e non ha esitato a sporgere una contro querela ai danni degli agenti che lo hanno “sequestrato” per tre ore.

Fonte

22/06/2014

Caso Marò. Gli albergatori di Venezia scrivono ai turisti indiani

Ieri i quotidiani veneti e i Tg locali hanno dato ampio risalto ad una iniziativa di una associazione veneziana di albergatori che sta distribuendo ai turisti indiani una lettera sul caso dei fucilieri di marina italiani accusati di aver assassinato due pescatori indiani, Ajesh Binky, di 25 anni e Selestian Valentine, di 45 anni.

Logica vorrebbe che si trattasse di una lettera di ringraziamento ai turisti indiani che hanno scelto di visitare Venezia, nonostante da due anni imperversi in Italia una campagna mediatica fascista e sciovinista tesa a presentare i due marò come eroi nazionali.

Ma la lettera degli albergatori veneziani è invece di tutt'altro tono:
«Caro turista indiano, benvenuto nella nostra città! I nostri due popoli sono eredi di una cultura millenaria e da sempre amici. Purtroppo fatti accaduti recentemente rischiano di incrinare questa storica amicizia. Due nostri cittadini sono detenuti da anni in India. Non sta certo a noi stabilire come si sono svolti i fatti. Quello che vogliamo sottolineare è che il popolo italiano si sente umiliato da questa vicenda, e l’umiliazione spesso porta ad incrinare amicizie storiche. Noi crediamo fermamente nella forza della ragione e nella diplomazia. Pensiamo però che il punto a cui si è giunti necessiti di uno sforzo pacificatorio dei popoli e non solo dei governi.»
Non si hanno al momento notizie di reazioni particolari da parte di qualche turista indiano, ma è facile immaginarle.

I convenevoli iniziali non gli diranno nulla. Che il popolo italiano e quello indiano siano da sempre amici è una affermazione priva di significato storico. Ma in fondo si tratta solo di una formula verbale tesa a presentarsi in modo formalmente cortese.

«Due nostri cittadini sono detenuti da anni in India». Qui il nostro ipotetico turista indiano non potrà che sorridere di fronte all'ignoranza degli albergatori veneziani perché i due marò non sono detenuti da nessuno e non hanno passato un solo giorno nelle prigioni indiane, alloggiando prima in hotel di lusso e poi nell'ambasciata italiana a Nuova Delhi, con il solo divieto di abbandonare il territorio indiano.

Però se il nostro turista indiano fosse ben informato sui fatti italiani potrebbe anche non alterarsi e pensare che forse la parola «detenuto» in italiano ha un significato diverso da quello universalmente attribuitogli, tant'è che il «detenuto» Berlusconi gira per l'Italia libero come un fringuello.

«Non sta certo a noi stabilire come si sono svolti i fatti». Il turista indiano comincerà a pensare di avere a che fare con dei paraculi. Perché i fatti sono accertati: Ajesh Binky e Selestian Valentine sono stati uccisi da pallottole sparate dai fucili Beretta in dotazione ai militari italiani sulla Enrica Lexie che si trovava a meno di 24 miglia nautiche dalla costa indiana e quindi nella zona in cui è diritto di uno Stato, in questo caso l'India, far valere la propria giurisdizione. E il governo italiano ha implicitamente ammesso tutto questo nel momento in cui ha pagato oltre 300 mila euro alle famiglie dei due pescatori in cambio del ritiro della denuncia.

«Il popolo italiano si sente umiliato da questa vicenda, e l’umiliazione spesso porta ad incrinare amicizie storiche». A questo punto l'ipotetico turista indiano si preoccuperà davvero. A parte la palla dell'amicizia storica che non è mai esistita, il tono della lettera non potrà che essere interpretato come una esplicita minaccia e il nostro turista non potrà che pensare che questi albergatori non solo sono ignoranti e paraculi, ma sono anche pericolosi sciovinisti che si sentono umiliati se un paese del sud del mondo chiede giustizia per due propri cittadini assassinati senza motivo.

Per fortuna, penserà il nostro turista indiano, sono solo albergatori e questa minaccia al massimo si potrà tradurre nel rifiuto di rassettarmi la stanza a causa della rottura del rapporto amicale tra i nostri popoli.

Ma gli albergatori veneziani dichiarano di aver inviato copia per conoscenza della loro lettera anche all'ambasciatore indiano e a questo punto la questione si fa seria perché per un diplomatico il tono della lettera è quello di un ultimatum. Ma che cosa faranno gli albergatori veneziani se l'ambasciatore indiano non si adeguerà al loro ultimatum?

Urge l'intervento di un buon psicoterapeuta in grado di curare i disturbi relazionali degli albergatori veneziani e di spiegare loro che per quanto abbiano alla loro dipendenze personale in divisa non per questo sono legittimati a credersi tanti piccoli Napoleoni.

Fonte