Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/07/2026

Quando i Pink Floyd trasformarono Venezia nel più grande palco della storia del rock

Esattamente 37 anni fa, il 15 luglio 1989, i Pink Floyd riuscirono in un’impresa che fino a quel momento sembrava impensabile: trasformare il Bacino di San Marco in un gigantesco teatro a cielo aperto, con un palco galleggiante davanti alla città più fragile e spettacolare del mondo. Quello che doveva essere il momento culminante della Festa del Redentore si trasformò in uno degli eventi musicali più discussi e memorabili mai organizzati in Italia, capace di dividere l’opinione pubblica ma anche di entrare definitivamente nella storia del rock.
A distanza di 37 anni, quel concerto potrebbe tornare al cinema. Sul canale YouTube ufficiale della band qualche tempo fa è infatti comparso un misterioso trailer intitolato “Pink Floyd: Live In Venice”. Nessun annuncio ufficiale è ancora arrivato, ma molti fan ipotizzano che, dopo il successo del restauro cinematografico di “Pink Floyd At Pompeii – MCMLXXII“, anche lo storico live veneziano possa essere al centro di una nuova produzione cinematografica.

La scommessa di Venezia

L’idea di un concerto a Venezia nacque nel pieno del tour di “A Momentary Lapse Of Reason”, il primo album realizzato dai Pink Floyd senza Roger Waters, che aveva lasciato il gruppo dopo la pubblicazione di “The Final Cut”. I superstiti David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright erano tornati ai vertici del rock mondiale e si cercava un evento capace di superare qualsiasi concerto tradizionale. La scelta cadde su Venezia, in occasione della Festa del Redentore. L’iniziativa era sostenuta dalla Rai, che investì circa un miliardo di lire per un evento destinato alla mondovisione, e avrebbe dovuto rappresentare anche una grande vetrina internazionale per la città, allora impegnata nella candidatura a Expo 2000.
L’idea del palco galleggiante non era casuale: riprendeva l’antica tradizione veneziana delle orchestre che durante il Redentore si esibivano sulle imbarcazioni della laguna. Per ospitare la band venne costruita una piattaforma di 24 metri, collocata su una chiatta di 90 per 30 metri, ancorata di fronte a Piazza San Marco.

Lo show per duecentomila persone

Il concerto era gratuito e attirò circa 200mila persone, distribuite tra le rive, le piazze, le barche e le imbarcazioni che affollarono il Bacino di San Marco. A seguire l’evento da casa furono invece circa 100 milioni di telespettatori grazie alla diretta Rai trasmessa in numerosi paesi.
L’organizzazione, però, si rivelò insufficiente per gestire un’affluenza di quelle dimensioni. Per proteggere i mosaici della Basilica di San Marco fu imposto un limite di 60 decibel, scelta che penalizzò inevitabilmente la resa sonora e suscitò le proteste di parte del pubblico.
Le polemiche esplosero soprattutto dopo lo spettacolo. Venezia si risvegliò sommersa dai rifiuti: circa trecento tonnellate di spazzatura e cinquecento metri cubi di lattine e bottiglie abbandonate, oltre a diversi episodi di vandalismo, alimentarono un durissimo dibattito politico e istituzionale. Ancora oggi il concerto resta ricordato tanto per la sua straordinaria portata artistica quanto per i problemi organizzativi che ne seguirono.

Lo show: 90 minuti tra luci, quadrifonia e grandi classici

Dal punto di vista musicale, il concerto condensò in circa novanta minuti tutto ciò che aveva reso i Pink Floyd uno dei più grandi spettacoli live del pianeta. La band inglese, affiancata dalla pattuglia di musicisti che la accompagnava in tour – Jon Carin, Guy Pratt, Tim Renwick, Scott Page, Gary Wallis, Rachel Fury, Durga McBroom e Lorelei McBroom – costruì uno show dominato da giochi di luce, laser, effetti scenografici e dal caratteristico impianto sonoro in quadrifonia, tecnologia che il gruppo aveva contribuito a sviluppare già negli anni Settanta.
Per rispettare i tempi televisivi la scaletta venne ridotta rispetto agli altri concerti del tour e alcuni brani, come “Sorrow” e “Money”, furono eseguiti in versione abbreviata. Nonostante ciò, il repertorio offrì molti dei momenti più celebri della carriera della band: dall’apertura affidata a “Shine On You Crazy Diamond (Part I)” fino al gran finale con “Comfortably Numb” e “Run Like Hell”, passando per “Learning To Fly”, “Time”, “Wish You Were Here” e “Another Brick In The Wall (Part 2)“.
Fu uno show inevitabilmente diverso dall’atmosfera sospesa di Pompei: qui i Pink Floyd non suonavano nel silenzio di un anfiteatro vuoto, ma davanti a una città trasformata in un’immensa platea galleggiante.
Ecco qui sotto il video integrale del concerto dei Pink Floyd a Venezia.

La scaletta del concerto

Shine On You Crazy Diamond (Part I)
Learning To Fly
Yet Another Movie
Round And Around
Sorrow
The Dogs Of War
On The Turning Away
Time
The Great Gig In The Sky
Wish You Were Here
Money
Another Brick In The Wall (Part 2)
Comfortably Numb
Run Like Hell

Dopo Pompei, anche Venezia sul grande schermo?

Le immagini del concerto dei Pink Floyd a Venezia non sono inedite. Già nel 1989 la televisione olandese realizzò uno speciale diretto da Wayne Isham ed Egbert van Hees, successivamente trasmesso anche nel Regno Unito. Inoltre, nel 2019, il live è stato incluso nel cofanetto “Pink Floyd: The Later Years” in Dvd e Blu-ray. Il trailer pubblicato oggi lascia però pensare a qualcosa di diverso: una nuova edizione cinematografica, probabilmente restaurata, che riporterebbe sul grande schermo uno degli eventi più spettacolari dell’ultima fase della storia dei Pink Floyd.
Per il momento la band mantiene il massimo riserbo e non ha diffuso ulteriori dettagli. Ma dopo aver riportato nelle sale il mito di Pompei, anche Venezia potrebbe presto avere il riconoscimento che molti fan aspettano da decenni: quello di un concerto entrato nella leggenda, finalmente raccontato come un vero film.

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09/07/2026

Dal modello Giubileo al modello Roma. Una riflessione a partire dal concerto di Ultimo

Sabato 4 luglio a Tor Vergata c’erano 250.000 persone, venute da tutta Italia, che hanno contribuito a costruire un evento che, da Giorgia Meloni a Roberto Gualtieri, in tanti hanno definito un successo straordinario. In particolare Gualtieri ha rivendicato il concerto come il segnale della capacità di Roma di ospitare grandi eventi e di valorizzare, attraverso questi, anche le periferie; la riuscita del concerto di Ultimo, insomma, è la prova del “modello Roma”.

Non vogliamo mettere in discussione il valore artistico di un concerto, né tantomeno il diritto di centinaia di migliaia di persone di vivere un momento collettivo. La domanda che ci poniamo è un’altra: un enorme evento in mano ai privati cosa ha lasciato alla città e a chi la abita ogni giorno soprattutto nelle sue periferie?

IL “MODELLO ROMA” E I GRANDI EVENTI PRIVATI

Come denunciamo da anni, questo è un modello costruito attorno all’eccezione permanente, inaugurata con il modello Giubileo, che va di pari passo con il turismo sregolato, e che mira alla messa a valore della città arricchendo pochi grandi privati, spesso speculatori del mattone e della finanza.

Un modello che poco o nulla lascia però alla città stessa, dove le periferie sono o spazio per allargare la speculazione o vere e proprie discariche di rifiuti di quello che il centro ripulito non ha bisogno: inclusi abitanti delle fasce popolari, i cui bisogni quotidiani e reali vengono sempre più cancellati.

Specificamente sull’evento di sabato scorso abbiamo constatato l’evidente divario tra la retorica dei grandi eventi e le condizioni materiali della città. Centinaia sono state le comprensibili lamentele da parte di chi ha pagato un biglietto per un concerto che non è materialmente riuscito a vedere a causa del malfunzionamento dei maxischermi e una distanza enorme dal palco, o magari la presenza di stand per cibo e bevande nel mezzo.

Ma soprattutto sono stati evidenti gli enormi disagi che hanno affrontato le persone – incluse quelle che lavoravano per il concerto o in funzione di questo – che si sono ritrovate nel panico, bloccate a fine concerto tra metro che non funzionavano, strade intasate, navette verso i parcheggi inesistenti, e che hanno ripiegato sul dormire per strada persino con bambini al seguito, mostrando un sistema organizzativo e di trasporto incapace di reggere un così grande afflusso di persone.

Un precedente al concerto di Ultimo nella spianata di Tor Vergata è stato proprio il Giubileo dei Giovani lo scorso anno. Grandissimi numeri e cifre notevoli a giustificare una macchina pubblica che si muove per far funzionare un grande, anzi enorme, evento.

In questo caso, il sindaco Gualtieri e l’Assessore Onorato hanno infatti sottolineato più volte quanto questo tipo di evento fosse solo un guadagno per Roma e una possibilità per l’immagine della città. Ma ci chiediamo: un guadagno per chi? Cosa lasciano alla città? In cosa si concretizzano questi eventi?

IL VERO VINCITORE: LE GRANDI IMPRESE

Guardando al concerto di Ultimo, l’aspetto economico è rilevante, tanto che Onorato ha dichiarato che il concerto è certamente “un’iniziativa culturale perché la musica è cultura, ma è anche un’iniziativa commerciale”. Infatti, al di là del nome dell’artista, dietro il maxi-evento c’è la società Vivo Concerti che, diciamo le cose come stanno, è chi ci guadagna davvero in questa vicenda.

Il comune si vanta di aver tenuto aperta la metro tutta la notte – solo e soltanto grazie a un investimento privato – per un sabato in tutto l’anno. Una cosa che in tante capitali europee è la normalità della gestione del servizio di trasporto pubblico, nella Roma che vive i disagi di un TPL fatiscente diventa anche questo un “grande evento”.

La società Vivo Concerti ha “generosamente” (cit. Ass. Onorato) speso 650 mila euro per i servizi pubblici erogati dal comune. Ma davvero possiamo parlare di generosità se un grande privato, che occupa per giorni uno spazio pubblico e chiede una serie di servizi pubblici in funzione del proprio evento su cui guadagna milioni di euro, effettivamente li paga? Sui giornali si parla di un indotto di 90 milioni, ma a chi sono arrivati quei soldi?

Se già il turismo porta con sé una serie di contraddizioni e problematiche per la città, il tipo di turismo legato ai grandi eventi, considerabile come “mordi e fuggi”, ci pone davanti ancora più criticità. A fronte di una spesa media di circa 350€ a persona, tolto il biglietto del concerto, il trasporto per arrivare a Roma e l’alloggio, non resta molto al tessuto economico della città.

Certo, c’è la tassa di soggiorno, ma sono decenni che si è dimostrato che è una compensazione limitatissima a fronte dei costi che comporta il turismo cosiddetto “di massa”. Nessun tentativo di colpevolizzare chi pratica questo tipo di turismo, ma è un dato di fatto che nel sistema che viviamo, e con l’attuale gestione delle città, purtroppo è difficilmente sostenibile.

LA NECESSITÀ DI UN NUOVO MODELLO DI CITTÀ

Sindaco, assessori e anche Nicola Franco, presidente di FdI del Municipio VI, hanno esaltato la scelta della periferia di Roma come location del concerto che dimostrerebbe come gli eventi culturali non debbano necessariamente svolgersi in centro. Al di là della necessità logistica di svolgere un evento da 250.000 persone fuori dal centro di Roma, dove sarebbe stato materialmente impossibile, ci domandiamo se le periferie si valorizzano occupandole per un giorno o due all’anno con eventi a pagamento.

Ci domandiamo se le persone che la periferia la vivono ogni giorno – quando spesso non si arriva a fine mese a causa del carovita insostenibile – hanno la possibilità di accedere a biglietti di concerti che costano sempre di più: quello di ultimo andava dai 50€ ai 100€ (i parcheggi costavano dai 24€ ai 100€a seconda della distanza).

La musica e i concerti sono certamente parte fondamentale delle iniziative culturali di una città, ma forse chi vive in periferia ha bisogno di vedersi garantiti trasporti efficienti ogni giorno, spazi culturali permanenti, luoghi di aggregazione, biblioteche, servizi pubblici, case e servizi sanitari pubblici, magari anche maxi-eventi, ma che siano accessibili per tutte e tutti e non fonte di speculazione.

Sempre più spesso la cultura viene mostrata solo come la costruzione di eventi giganteschi, unici e irripetibili, edificati intorno ai grandi numeri. Una città, però, non può vivere solamente di momenti apicali e per respirare ha evidentemente bisogno di una cultura diffusa, quotidiana, accessibile, fatta di spazi aperti e presidi sociali che restino vivi anche quando non vengono inquadrati in TV.

Mentre Gualtieri rivendica il Modello Roma in continuità con quello Giubileo, ringraziando la “generosità” di chi fa profitto sulla città, noi immaginiamo un modello di città alternativo. Quando parliamo di città pubblica intendiamo esattamente questo: la cultura per tutte e tutti, i servizi pubblici per tutte e tutti e non solo una volta l’anno, per farci guadagnare grandi società.

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31/07/2024

I costi a perdere delle Olimpiadi. Parigi non fa eccezione

Fece bene la sindaca Raggi a non candidare Roma per le Olimpiadi? I fatti dicono di si. Non solo. I fatti lo confermano anche nel caso delle Olimpiadi di Parigi. I benefici di questi grandi eventi vanno a finire nelle tasche di un numero ristretto di persone mentre costi e debiti in crescita rispetto alle previsioni finiscono a carico dei bilanci dello Stato, del Comune ospitante e dell’intera collettività attraverso i prezzi che schizzano verso l’alto.

Nel caso di Parigi, e parliamo del 2017 lo stesso anno in cui Roma rispose “picche”, veniva ipotizzato un budget di 6,8 miliardi che già oggi è lievitato a quasi 9 miliardi e dovrebbe salire ancora. Secondo quanto riporta il quotidiano Italia Oggi, la società di consulenza Asterès, prevede un esborso di 11,8 miliardi.

I fondi pubblici, dai 2 miliardi e mezzo preventivati, secondo alcune stime potrebbero raddoppiare ma non si saprà prima dell’autunno del 2025.

Sempre secondo la società di consulenza il costo dell’organizzazione delle Olimpiadi di Parigi sarebbe più basso rispetto alle edizioni passate, se si escludono Seul 1988, Atlanta 1996 e Sydney 2000.

In uno studio condotto sulle edizioni passate dal 1988 ad oggi, la forchetta più ampia tra costi previsti e finali si è riscontrata nell’edizione di Pechino nel 2008: con una previsione di 2,6 miliardi, si finì per spenderne 32. Un altro esempio sono le Olimpiadi invernali di Sochi, costate all’incirca 20 miliardi.

Quasi tutti gli studi sono concordi con il dire che i benefici economici delle Olimpiadi a breve termine sono esigui. Uno studio pubblicato dalla società finanziaria giapponese Nomura, afferma che nel breve periodo l’effetto più probabile sarà un aumento dell’inflazione di alberghi, ristoranti e taxi, soprattutto a Parigi. Basti pensare che il gruppo di consumatori francese Ufc-Que Choisir ha intervistato 80 albergatori riscontrando che una camera doppia costerà, in media, 1.033 euro, rispetto ai 317 euro delle settimane precedenti all’inizio dei giochi.

Secondo Nomura, Parigi vedrà aumentare temporaneamente anche le tariffe degli autobus (+100%) e della metropolitana (+85%) dal 20 luglio al 9 settembre, escludendo i titolari di abbonamenti. L’aumento stimato dell’inflazione dei servizi è di circa 20 punti base, ma è destinato a riassorbirsi con la normalizzazione dei prezzi.

L’ultimo studio effettuato dal Centro di diritto ed economia dello sport (Cdes) su diretta commissione del Cio ha calcolato l'impatto del turismo nella fase successiva ai giochi (2025-2034), in particolare nella zona di Île-de-France con cifre comprese tra i 201 milioni e gli 1,2 miliardi di euro.

Italia Oggi cita poi le valutazioni di Andrew Zimbalist, uno dei massimi esperti del settore e autore di “Circus Maximus: The Economic Gamble Behind Hosting the Olympics and the World Cup”. Secondo lo studioso solo in sette casi i giochi Olimpici hanno avuto un modesto impatto positivo sull’attività economica o sull’occupazione nel breve termine, comunque in misura largamente inferiore alle previsioni; in sedici casi, non è stato riscontrato alcun effetto statisticamente significativo; in tre casi, addirittura, l’impatto è stato negativo.

Per far fronte a questa realtà, nel corso degli anni il Cio ha cambiato la sua politica per favorire progetti più sostenibili. Ma occorre sapere che questo cambiamento di rotta è dovuto anche al calo delle candidature delle varie città per ospitare i giochi e alla diffusa avversione che in molti casi si è riscontrata nell’opinione pubblica. Infine, e non certo per importanza, restano poi le ombre “politiche” su queste Olimpiadi che hanno escluso la Russia ma non Israele dalla partecipazione, piegandosi ancora una volta ad un ormai insopportabile doppio standard in materia di crimini di guerra e diritti umani.

Tutto questo pesa e peserà maledettamente anche sul prossimo appuntamento: le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026.

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08/07/2024

Fenomenologia dello "star system": Taylor Swift

40 anni di liberismo economico e individualismo sociale, pare abbiano lasciato come "primato" prevalente per le classi subalterne occidentali l'idolatria verso lo "star system", l'acme di quella società dei consumi che, con inquietante lungimiranza, Pasolini identificava come nuova frontiera del fascismo, non più incarnato da camice nere, fez e passo dell'oca, ma dal feticcio per il consumo di merci, di ogni genere, arte e cultura comprese.

L'articolo che segue ne offre una prova descrivendo, con toni partecipativi, il "fenomeno Taylor Swift" che, a prescindere dalla proposta artistica della protagonista, è manifestazione empirica della profonda crisi di civiltà che attanaglia l'Occidente capitalista, ormai capace di vendere a caro prezzo solo miraggi.

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È diventata miliardaria solo grazie alla sua musica. Time l’ha eletta persona del 2023. La città di Gelsenkirchen, in Germania, ha temporaneamente cambiato nome in suo onore. I sismografi scambiano per terremoti i fan in delirio ai suoi concerti. Il suo tour in Francia ha eclissato le Olimpiadi in termini di turisti americani disposti ad attraversare l’Oceano. A proposito di concerti: il principe William, Paul McCartney, Cate Blanchett, Tom Cruise e Hugh Grant sono stati fotografati tra il pubblico, e gli U2 le hanno mandato i fiori in camerino. Un suo tweet potrebbe cambiare il corso delle prossime elezioni presidenziali in Usa. Eppure, per molti, Taylor Swift è solo un’altra bionda del pop che scrive canzoni per vendicarsi dei suoi ex famosi.

L’Eras Tour di Taylor Swfit a Milano

Breve riassunto per chi ha vissuto sulla Luna negli ultimi anni – o semplicemente lontano dai social. Nata in Pennsylvania nel 1989, Taylor Swift ha esordito come cantante country coi boccoli biondi e la chitarra. Oggi ha all’attivo dieci album, scritti facendo l’acrobata tra diversi generi musicali: a chi l’accusa di non avere un’identità definita, lei risponde che ha attraversato diverse ere. E infatti ora Taylor Swift gira il mondo con l’Eras Tour, una tournée planetaria in cui canta i suoi più grandi successi per tre ore di fila tra coreografie, duetti a sorpresa e una sfilza di cambi d’abito griffati in cui c’è anche molto Made in Italy: Versace, Roberto Cavalli, Alberta Ferretti.

L’Eras Tour (un tour-de-force non indifferente) è iniziato a marzo 2023 e da mesi sta attraversando i continenti preparandosi a infrangere il record di tournée più redditizia della storia. Sera dopo sera, nazione dopo nazione, Taylor Swift registra puntualmente il tutto esaurito, portandosi dietro legioni di fan pronti a prendere un aereo pur di vederla dal vivo. O di rivederla, dato che molti spettatori americani hanno deciso di fare il bis e di comprare un altro biglietto per ripetere l’esperienza in Europa.

Treni, alberghi e inflazione: l’era della Swifteconomy

Tradotto: alberghi pieni, ristoranti affollati, treni sold out e turisti che pernottano e spendono. Una manna dal cielo per le amministrazioni locali che, specialmente negli Usa, fanno di tutto pur di fissare una data nella propria città o almeno nel proprio Stato.

Intanto, in Europa, gli economisti studiano l’impatto del passaggio dell’Uragano Taylor. Philip Lane, capo economista della Banca Centrale Europea, ha citato la cantante in relazione a un possibile aumento dell’inflazione. La Swiftinflation – come è stata chiamata – fa lievitare i prezzi delle città toccate dal tour, prese d’assalto dai fan. Mediamente, i prezzi degli hotel sono aumentati del 44%, ma in città come Liverpool, Varsavia e Stoccolma sono quasi raddoppiati.

Il fenomeno si ripeterà con ogni probabilità anche a Milano e un primo indizio arriva dai treni. Secondo Trainline, l’app specializzata in biglietti di treni e pullman, le tratte ferroviarie verso Milano hanno registrato incrementi nel numero di passeggeri rispetto alla settimana precedente al concerto. Non crescono i prezzi, ma i viaggiatori, quasi raddoppiati sulle rotte che collegano Milano con Napoli e Roma.

Viviamo nell’era della Swifteconomy: tutto ciò che la cantante tocca diventa oro. Il suo tour è diventato un docufilm – trasmesso al cinema e disponibile su Disney+ – e perfino il prestigioso Victoria&Albert Museum ha deciso di celebrarla con una mostra di abiti. Gratuita, almeno questa. L’esibizione si chiamerà Taylor Swift: Songbook Trail e sarà visitabile dal 27 luglio fino all’8 settembre.

Come ha fatto Taylor Swift a diventare miliardaria

Che piaccia o meno il suo stile, Taylor Swift è un caso molto interessante nell’industria. Innanzitutto, la sua immensa fortuna deriva esclusivamente dalla musica. Rihanna, per esempio, è anche imprenditrice e guadagna con il marchio Fenty, Selena Gomez ha una linea di bellezza e lavora come attrice; Lady Gaga si divide tra musica, cinema e il marchio Haus Labs. Taylor Swift fa “solo” la cantante.

Non solo: con una mossa abbastanza azzardata, ha deciso di rompere con la prima etichetta discografica e di reincidere i primi album. Il suo contratto originale infatti prevedeva che sarebbe stata proprietaria dei testi e della musica, ma non delle registrazioni. E così lei li ha incisi daccapo con il nome “Taylor’s Version. Identici, ma suoi: una mossa che i fan hanno supportato (idealmente e economicamente) dimostrando l’attaccamento verso la popstar.

La fanbase di Taylor Swift è tra le più agguerrite e compatte – ma ci arriviamo – tanto da chiudere un occhio anche sulle accuse degli ambientalisti sui jet privati della popstar, sulle emissioni e sull’impatto ambientale che ne deriva. Il rapporto dell’artista con gli Swifties è praticamente una partita a scacchi, o una caccia al tesoro in cui gli indizi sono sparsi nei luoghi più strani: anche il colore del microfono o una paillette scucita anticipano qualcosa.

In più, Taylor Swift è un’artista prolifica: nel bel mezzo del tour mondiale ha scritto un doppio album, The Tortured Poet Department, che forse rappresenta la vetta più alta in termini di scrittura. 31 canzoni fitte di riferimenti letterari e poetici, in cui Swift scomoda Clara Bow, Patti Smith, Aristotele e il mito di Cassandra.

La ricchezza di riferimenti culturali e la capacità di scrittura non sono dettagli da dare per scontati, visto che fino a non molto tempo fa Taylor Swift era considerata un’artista da guilty pleasure, da ascoltare in auto da soli, senza dirlo troppo in giro. C’è una scena della serie tv The Bear che cristallizza questo stereotipo (non facciamo spoiler, ma vi prego, recuperatela) in cui anche il più burbero Maschio Alfa canta a squarciagola Love Story, uno dei primi successi di Taylor Swift, mentre guida.

I gossip, gli amori, le faide

L’immagine di cantante insipida per adolescenti, poi, è stata accuratamente caricata dai gossip sulla vita sentimentale e sulle liti con colleghe e altre star, da Katy Perry a Olivia Rodrigo, fino a Kim Kardashian (a cui non le manda a dire neanche nell’ultimo album). Tutti conoscono l’elenco dei suoi ex, che comprende John Mayer, Harry Styles, Tom Hiddleston. Per non parlare della faida con Kanye West, prima che diventasse il nemico pubblico numero 1.

Taylor Swift ha reagito al gossip facendo ciò che le riesce meglio: ci ha scritto album interi. Le dicono che non riesce a tenersi un fidanzato, e lei si finge mangiatrice di uomini nel brano Blank Space. La accusano di non ballare bene, e lei ci scherza su nel video di Shake It Off. Ha raccontato dei suoi ex, delle sue sconfitte e del trattamento subito dall’industria discografica in canzoni che i fan recitano come il rosario. Ha monetizzato sul proprio cuore spezzato, costruendo un impero sulla fragilità emotiva. Solo lei poteva reincidere un brano allungandolo fino a dieci minuti, All Too Well, per vendicarsi di un ex. Praticamente una telefonata.

Taylor Swift ha cesellato attentamente la sua immagine pubblica, usando con parsimonia i social e raccontandosi attraverso la musica. Non ha mai interpretato né il ruolo della bomba sexy, né quello dell’artista maledetta, bella e fuori controllo. Piuttosto, della ragazzina precoce dell’ultimo banco, che scriveva canzoni in cameretta perché nessuno la invitava alle feste.

L’impero dei cuori spezzati

Nel ruolo della cervellotica ragazza che si rifugia nei libri, che non si sente mai all’altezza e che ha il cuore perennemente spezzato, Taylor Swift è diventata una Santa Protettrice intergenerazionale: la ascoltano le adolescenti innamorate e le trentenni con l’ansia. Anche se il suo pubblico è molto ampio, statisticamente piace più alle donne che agli uomini: forse perché ha condiviso apertamente la sua fragilità (vera? presunta?) facendone un’arma. “I can do it with a broken heart” canta nel suo ultimo album, “Posso farlo col cuore spezzato”. Cosa? Tutto. Anche i miliardi. Per dovere di cronaca: al momento è felicemente fidanzata con Trevis Kelce, stella del football americano, ma scrive e canta ancora benissimo di amori finiti.

Quanto di tutto questo è arte, quanto è calcolo? Quanto è spontaneo, quanto è costruito? Ma soprattutto: fa differenza? Sul suo successo sono nate teorie del complotto di ogni tipo – che sia una strega o una spia della CIA – ma basta guardare i suoi concerti per capire, almeno in parte, le ragioni del successo. I fan si preparano ai live come tifosi di calcio alla finale dei Mondiali. Realizzano da soli gli outfit, cucendoli e dipingendoli. Intrecciano braccialetti dell’amicizia da scambiare con sconosciuti. Imparano i chant da urlare durante le esibizioni, come i cori da stadio. Spendono cifre che sembrano irragionevoli, ma tornando indietro, quanto sareste disposti a spendere per vedere dal vivo i Queen o i Beatles?

I critici musicali si strapperanno i capelli, ma la portata del fenomeno Swift e dell’isteria dei fan regge il paragone. Parafrasando il titolo di una sua canzone: who’s afraid of little old me? Chi ha paura della vecchia, cara Taylor Swift? Forse dovremmo.

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22/11/2018

Milano-Cortina 2026, un’”opportunità imperdibile”. Le Olimpiadi come ipoteca

Lunedì mattina il consiglio comunale di Calgary si è espresso unanimemente per formalizzare il ritiro della candidatura della città canadese ad ospitare le Olimpiadi invernali del 2026. La decisione è maturata in seguito ad un referendum non vincolante che lo scorso 13 novembre ha visto oltre 300 mila cittadini recarsi alle urne per esprimersi sulla questione. Il 56% dei votanti ha bocciato la proposta, e il sindaco stesso della città, convinto promotore del sì, si è trovato costretto ad ammettere come di fronte a un’affluenza tanto alta e ad un voto tanto chiaro non avesse più senso proseguire il discorso olimpico né per il 2026 né per l’edizione ventura del 2030.

Il comitato per il no ha costruito una campagna estremamente semplice, ma efficace, evidenziando quanto dal punto di vista mediatico e politico le Olimpiadi avrebbero distratto la municipalità dall’affrontare i veri problemi dei cittadini, in particolare modo aggravando la questione ambientale e quella abitativa, e divergendo risorse necessarie al sistema sanitario e alla lotta alla povertà crescente.

Nelle previsioni del comune inoltre l’impresa olimpica sarebbe stata in buona parte finanziata da un rialzo di 25 dollari annui delle imposte a carico di ogni famiglia per i seguenti 25 anni. Il comitato per il no da questo punto di vista si è limitato ad evidenziare come questo rincaro potesse divenire ben maggiore, benché già deprecabile, considerando che, soltanto nella fase di valutazione dell’opportunità o meno di presentare la candidatura, i costi avevano sforato il budget per questa fase iniziale del 600%.

Non è certo la prima volta che negli ultimi 5 anni una città si esprime con decisione contro le Olimpiadi, già Innsbruck, Amburgo, Budapest, Cracovia, Monaco e infine Sion, soltanto quest’estate, hanno con forza dato la stessa risposta al Comitato Olimpico Internazionale: NO.

Che le Olimpiadi siano oggi un problema per le comunità locali non è più una sorpresa, dal 1968 a oggi nessuna città ha rispettato in termini di costi il budget previsionale, Tokyo ha rivisto al rialzo il proprio budget per i giochi del 2020 dai 7,3 miliardi iniziali ai 30 miliardi di dollari attuali, Sochi nel 2018 superò il proprio budget del 280%, e procedendo a ritroso di storie virtuose non se ne trovano. La corruzione e la speculazione, così come la devastazione sociale e ambientale di cui le olimpiadi si accompagnano sono ormai temi riconosciuti dall’opinione pubblica internazionale, tanto che il Guardian e il New York Times trovano quasi comiche le analisi costi-benefici (sempre favorevoli e sempre smentite) prodotte per le varie città da compagnie di consulenza private fortemente interessate all’organizzazione dell’evento, e parlano della corsa alle olimpiadi come della competizione che nessuno vuole vincere.

Quali notizie dall’Italia?

Tra tutti i quotidiani che commentano i risultati di Calgary è impossibile trovare un’analisi del risultato, tutto ciò che si può leggere è l’unanime riconoscimento dell’opportunità che le nostre città si trovano nelle mani in seguito alla grande ondata di defezioni.

Zaia, Fontana, Salvini e Sala esultano in silenzio per il ritiro dell’ennesimo concorrente, e invitano a non abbassare la guardia perché la partita non è ancora vinta, sorprendentemente – possiamo dire – resta ancora un avversario, e possiamo solo immaginare come i nostri rappresentanti si sfreghino le mani di fronte ai recenti tentennamenti di Stoccolma, ultima alternativa a Milano-Cortina per i prossimi giochi del 2026.

La nostra “classe dirigente” invece che interrogarsi sull’organizzazione di quello che dovrebbe essere un preventivo imprescindibile passaggio popolare, di fronte a un’impresa che inciderà così pesantemente e negativamente sulla vita di tanti cittadini, mette in ghiaccio lo champagne per festeggiare una vittoria in una competizione senza avversari.

Ma in che modo l’organizzazione di un ennesimo grande evento è un’opportunità per il nostro paese?

Sono ancora freschi nella memoria dei cittadini romani gli incalcolabili costi che la città ha dovuto sopportare per ospitare i mondiali di nuoto 2009, la ormai celeberrima Vela di Calatrava, ancora incompiuta, costata al comune oltre 660 milioni di euro a fronte di un budget iniziale di 60, resta un monumento allo spreco. Di certo più virtuosa non è stata Torino nella valorizzazione degli impianti costruiti in occasione delle olimpiadi del 2006. Le strutture, vendute a pezzi quando non semplicemente dimenticate, offrono oggi dimora a degrado e criminalità come ci ricordano i membri del comitato NoTav. Le piste di Cesana Pariol (78 milioni), Pragelato (54 milioni) e di San Sicario (25 milioni) hanno imposto il disboscamento e la cementificazione di intere montagne e sono oggi abbandonate così come i resti del villaggio olimpico (145 milioni), il Jumping Hotel e tanti altri impianti.

Non è certo un caso che il Movimento 5 stelle proprio facendosi paladino della guerra alle grandi opere abbia ottenuto storiche vittorie nei comuni di Roma e Torino, dove, in particolare modo, il movimento NoTav è riuscito a racchiudere attorno a sé una vera e propria campagna di resistenza culturale a questo tipo di politiche capitalistiche così dannose per le comunità locali.

I 5 stelle tanto opportunisticamente hanno saputo intestarsi politicamente queste lotte popolari da movimento anti-sistema quanto oggi, altrettanto opportunisticamente da forza di governo, sono pronti a voltar loro le spalle per piegare la testa di fronte alle lusinghe o ai diktat del capitale.

Un caso emblematico di questa rinuncia è quello della capitale dove il presidente dell’A.S. Roma Pallotta, forte delle proprie promesse di investimenti in uno stadio sportivo e nella riqualificazione di una zona alluvionata, può permettersi di minacciare i tifosi e ricattare il comune per ottenere l’autorizzazione a edificare 1 milione di metri cubi di torri alte fin oltre i 100 metri (per lo più terziario-direzionali o residenze di lusso). Le battaglie NoTap e NoTav ricordano purtroppo da troppo vicino la questione dello stadio romano, prima fieramente osteggiato poi accettato come investimento improvvisamente imprescindibile, e poco importa dei danni ambientali, dei costi sociali o della corruzione che queste imprese portano con sé, una volta al potere i 5s hanno preferito piegarsi piuttosto che andare a rottura con i poteri forti.

Milano città vetrina, più opaca che pulita

A Milano una consultazione popolare è ritenuta tanto superflua da non essere presa nemmeno in considerazione. Sì perché a Milano va tutto bene, l’economia gira, questo ci viene ripetuto fino allo sfinimento e, se per Milano consideriamo solo la città patinata e imbellettata a cui guarda il capitalismo milanese, il discorso ha senz’altro un senso. Per la nostra classe dirigente le olimpiadi sono solo un espediente funzionale perché la nostra smart city si possa prendere una rivincita sul palcoscenico internazionale dopo che a gennaio ha subito lo smacco del mancato assegnamento da parte dell’UE dell’agenzia europea del farmaco. Sì perché la Milano che i nostri dirigenti vedono non è altro che un prodotto in vetrina, è la città di Citylife e Porta Nuova – fotografate da riviste di moda e tendenza e utilizzate come sfondo per i telegiornali – è la meta privilegiata dei giovani americani e tedeschi che vengono a fare il master in Bocconi, è la città del bosco verticale e degli archilover, è un centro d’elezione per le week dedicate a moda, design, libri e musica dove finalmente l’arte e la cultura sono opportunità di investimento per i grandi sponsor.

Per una città in vetrina un grande evento non è altro che un’ottima occasione per ripulire e rafforzare i poteri dell’amministrazione, non ci ricordiamo come a Como per il Natale 2017 il sindaco emise un’ordinanza perché i barboni fossero portati fuori dal centro per i 45 giorni del periodo natalizio o come per Expo 2015 il comune abbia avuto occasione di sdoganare tutto e di più? Dal lavoro gratuito al cemento autostradale, dalle deroghe al codice degli appalti alla convivenza con la corruzione, dall’uso dei poteri commissariali alla legalizzazione delle marchette stampa, fino alla più grande schedatura di massa di lavoratori mai vista – in centinaia furono tenuti fuori da Expo sulla base di controlli di polizia richiesti dal Governo –. A Expo tutto era giustificato perché per quei sei mesi il mondo ci guardava e non si poteva che ringraziare i magistrati che sapevano dimostrare “sensibilità istituzionale” non indagando durante il grande evento. La corsa e gli affanni che precedono l’organizzazione di un grande evento giustificano ogni nefandezza e abuso, i problemi divengono spazzatura da nascondere sotto i mobili, ma tutto resta sempre legittimo, perché comunque vada, deve essere un successo.

Quando tutto sarà finito l’Olimpiade ci lascerà la solita montagna di sprechi che richiederanno l’intervento del capitale pubblico per ripianare le perdite, tutto come sempre a scapito dei cittadini, va forse diversamente ora che la riqualificazione dell’area di Expo impone la necessità di trasferire le facoltà scientifiche della Statale fuori dalla città solo per rendere più appetibili quei terreni per i grandi capitali? In ogni caso questa è un’operazione che costerà allo stato 130 milioni di fondi europei e che va contro gli interessi degli studenti, che si vedranno ridurre gli spazi a loro disposizione dai 220.000 metri quadri attuali di Città Studi a 150.000. Ma come rinunciare alla socializzazione delle spese di un grande evento pur di attrarre qualche nuovo speculatore?

Un’olimpiade per una città in vetrina vuol dire rafforzamento dei poteri di polizia dell’amministrazione, più ordine, più controlli, più perquisizioni, più sgomberi, più sfratti, offre un grande assist all’edilizia in-sostenibile e alla speculazione – che già oggi è assecondata dal turismo dei grandi eventi e dal fenomeno AirBnB che apprezza gli appartamenti del centro fin oltre i 10.000 euro al metro quadro, e spinge allo sviluppo e alla crescita di veri e propri quartieri-dormitorio nelle periferie –. Significa pulizia del centro dai non presentabili, marginalizzazione e esclusione dei meno abbienti nelle periferie, ghettizzazione dei soggetti potenzialmente disturbatori – tutto questo nel cuore di una regione già saldamente in mano alla Lega nord, che sull’odio razziale e sociale costruisce i suoi successi.

Milano è il modello di sviluppo per questo paese? Retorica troppo spesso assecondata, anche a “sinistra”, per noi da combattere quotidianamente, condizione necessaria per chi vuole rimettere al centro gli interessi di chi subisce le conseguenze di questo modello di sfruttamento.

Fonte

23/09/2018

Olimpiadi. Il gioco delle tre corti

Assistiamo al degradante balletto olimpico con crescente curiosità. Sottolineiamo che ci troviamo in presenza di un’enorme bolla mediatica, dato che i fatti sono completamente assenti.

Al momento esiste questa sgangherata idea che le Olimpiadi del 2026 possano essere organizzate prive di coperture statali: un bluff. A meno che i futuri soggetti coinvolti non decidano di tagliare i fondi sanitari, aumentare le aliquote fiscali o contrarre nuovi debiti.

Ma, siamo certi di questo, le coperture del governo arriveranno: non subito, ma arriveranno.

Arriveranno perché saranno stornate dalle priorità sociali del paese, sempre più povero, sempre più a pezzi.

Ora che l’infelice e sciagurata avventura olimpica spetta a Milano e Cortina (sempre che non vi siano improvvidi ritorni d’interesse della giunta torinese) occorre che l’opposizione ai Grandi Eventi si sviluppi su scala nazionale: in questo senso l’assemblea torinese del 9 settembre scorso ha dato buoni frutti, grazie alla partecipazione di alcuni militanti dell’associazione milanese Off Topic, da tempo attiva nel vigilare a protezione della propria città contro ogni politica predatrice.

Per quanto concerne Torino, la città dove operiamo, siamo ovviamente soddisfatti dell’esito: il nostro lavoro parallelo a quello dei consiglieri “contrari” del M5s – che non abbiamo mai sostenuto pubblicamente e che non ci rappresentano – hanno messo in chiaro che non esistono le condizioni sociali, economiche e culturali per organizzare le Olimpiadi del 2026.

Noi, al momento, abbiamo contribuito a salvare la città dal saccheggio che colpirà coloro che oggi gioiscono per aver già in tasca la candidatura per il 2026.

Storia finita a Torino, quindi? Dipende dal valore che si darà alla parola democrazia. Al momento una delibera votata dalla maggioranza dal M5s impedisce la candidatura dato che sono presenti, e votati, quattro punti in totale antitesi rispetto l’attuale ipotesi Milano-Cortina.

Per queste ragioni l’impegno del Coordinamento No Olimpiadi proseguirà, nella piena convinzione che proteggere il nostro ambiente possiede più che mai una valenza etica e morale. Finché i terreni che ospitano gli ex-impianti, che ora versano in stato di totale abbandono e incuria, non verranno restituiti alla loro iniziale condizione, ci saranno sempre speculatori pronti a proporre un loro nuovo utilizzo in chiave Olimpica. E dunque, chiediamo a gran voce, in nome dell’autentico benessere delle popolazioni interessate, che vengano trovate le risorse per il rimboschimento di questi siti, una volta ripuliti dalle carcasse di plastica e metallo che servirono ai quindici giorni dello sperpero a cinque cerchi del 2006. È giunto il momento di tornare a vivere in armonia, sicuri da alluvioni e valanghe che sono causate da un inclinazione faustiana al dominio cieco e ottuso del nostro habitat.

Siamo stanchi di una politica che non sa prevedere le catastrofi causate dall’incuria e dall’avidità, e che sa soltanto piangere le morti quando ormai è troppo tardi. Di anno in anno, il numero di città candidate alle Olimpiadi Invernali scende fino ridursi a poche unità, spia evidente, che nel mondo, ben pochi vogliono convogliare le risorse pubbliche per una kermesse che non porta alcun vero benessere, soltanto in Italia si ripetono all’infinito vuoti slogan a favore delle Olimpiadi, nel tentativo di colmare un distacco imbarazzante dalla realtà dei fatti.

Sabato 6 ottobre, nel centro di Torino, in Piazza Santa Giulia, il Coordinamento No Olimpiadi invita la cittadinanza ad un concerto gratuito, scopo della serata sarà quello di sensibilizzare ulteriormente sulla nostra lotta, negli stessi giorni in cui il Cio, a Buenos Aires, deciderà quali saranno le candidature da promuovere, in vista della decisione finale del settembre 2019.

A Milano giovedì 4 Ottobre ore 19:30 (presso Piano Terra, via Federico Confalonieri 3 – Milano) si terrà la prima assemblea metropolitana per informare, approfondire e costruire un fronte contrario nella città.

Inoltre, una nutrita delegazione del Coordinamento No Olimpiadi parteciperà attivamente alle assemblee dei movimenti di base contro le Grandi Opere e i Grandi Eventi, a Venezia il 29 settembre e a Firenze il 6 e 7 ottobre.

Infine, per ribadire con forza e lucidità le proprie posizioni e informare correttamente la popolazione torinese sugli sviluppi futuri, il CoNO convoca una conferenza stampa mercoledì 26 settembre, alle ore 11 di mattina, nelle sale del Municipio di Torino.

Fonte

24/03/2018

#Olimpiadi2026 a #Torino? Come si sta muovendo la nuova «Grosse Koalition» del massacro sociale (e perché)

di Maurizio Pagliassotti

«Ci sono momenti in cui è necessario gettare il cuore oltre l’ostacolo. Come diceva XYZ, e pensando anche a quelle parole lontane, ma oggi così vicine, noi diciamo sì. Lo facciamo non a cuor leggero, consapevoli degli errori che sono stati commessi nel passato. Ma è proprio per dimostrare che si può fare bene ciò che è stato fatto male in passato che noi diciamo sì. Perché vogliamo dimostrare che la sostenibilità ambientale ed economica è qualcosa che si può fare. A coloro che dicono “no”, legittimamente, noi rispondiamo: stiamo lavorando anche per voi, per far ritornare la fiducia anche in coloro che l’avevano persa. Daremo tutta la nostra passione e il nostro coraggio per costruire insieme un evento bello, forte, sostenibile, ecologico. Noi trasformeremo gli errori del passato in lavoro, crescita, sviluppo. Quindi Torino [ma forse ci sarà anche Milano, N.d.R.] dice “Sì” alla candidatura per le Olimpiadi di Torino 2026.»

Probabile la deriva «noi ci mettiamo la faccia». Applausi, pagine sul giornale di famiglia, il «coraggio del pragmatismo», «il senso di responsabilità e la visione di futuro», oppure «Torino rilancia la sfida», «ripartenza». Campagna mediatica già ampiamente in corso.

Con ogni probabilità tutto questo, tra pochi giorni, verrà pronunciato dal centro del cratere olimpico di Torino. Città che elegge ogni cinque anni un commissario fallimentare, figura indispensabile per ripianare il maxidebito lasciato dalle Olimpiadi, quelle del 2006.

Dall’uno vale uno, all’uno vale l’altro.

La Stampa di lunedì 30 ottobre 2017, a proposito della difficile situazione finanziaria del Gruppo Trasporti Torinesi e di conseguenza del Comune di Torino:
«...È Stefano Lo Russo, oggi capogruppo del PD in Consiglio comunale, ma fino alla precedente legislatura uomo chiave della squadra di Fassino intercettato il 4 novembre del 2016 mentre era al telefono con un giornalista. In realtà l’intercettazione è stata effettuata per un’altra inchiesta ma finisce nel faldone GTT perché le dichiarazioni dell’ex assessore sono da considerare eloquenti. Gli inquirenti, che stanno lavorando sul disallineamento dei conti del Comune e sulle Partecipate, vengono colpiti dalla fermezza con cui Lo Russo spiega che i problemi dei conti di Torino sono nati con le Olimpiadi e che poi hanno cercato di nascondere le cose.»
È veramente un peccato dover associare la parole del filosofo tedesco a queste cosine ridicole della storia, e chi volesse avere un quadro completo della tragedia, stadio originario della farsa prossima, può leggere qui.

Le cose, contano solo le cose

Il costo preventivo delle Olimpiadi invernali di Torino 2006, non «low cost», fu pari a 550 milioni di euro.

Il preventivo, informale, delle Olimpiadi invernali di Torino 2026, «low cost», è pari a 975 milioni di euro.

Potremmo fermarci qui, stappare un bottiglia di vino forte affinché, come cantava il poeta, «ci sia allegria anche in agonia.» Ma dato che la vicenda deborda nel grottesco vale la pena di spenderci qualche parola.

Curiosa locuzione, «low cost»: ben conosciuta in Valsusa, perché la Torino – Lione, non è più Tav, ma Tav «low cost»: ribatezzata così da Graziano Delrio, costa appena 4,7 miliardi di euro. I sostenitori del Tav come quelli delle Olimpiadi hanno in comune la voluta distorsione della realtà economica, nonché un uso spregiudicato, e vagamente ridicolo, delle locuzioni. Ma perché sono poi «low cost»?

Il Cio chiede con nuove norme di rendere sostenibili i giochi e dà vaghe indicazioni in merito. Quindi, par di capire, è necessario svenare le casse pubbliche dello Stato per riutilizzare, per altri quindici giorni, impianti abbandonati al termine dei precedenti Giochi del 2006. I proponenti, con ampio uso retorico, sostengono che verranno riutilizzati gli impianti abbandonati: questo processo viene definito, niente meno, «il sogno». Intendono quindi rimettere in sesto:

- la pista di bob di Cesana Torinese;
- il trampolino di Pragelato;
- e probabilmente il Villaggio Olimpico di Torino.

I primi due marciscono da circa dieci anni, il terzo è diventato l’alloggio di circa 1400 migranti in cerca di un tetto.

«Il sogno» – ricicliamo – non tiene conto di cosa fare di questi impianti dopo le Olimpiadi: lo schema sarebbe ovviamente quello del 2006, ancor più sicuro perché questa volta non ci sarebbero – se veramente si vogliono tagliare i costi – fondi necessari per il riutilizzo successivo. Certo, giureranno che dopo la cerimonia di chiusura sarà un florilegio di attività, di cittadelle dello sport, di «Coverciano della neve»: l’hanno già fatto i predecessori nel 2006, dilapidando miliardi, mentre si chiudono gli ospedali. Quanto costerebbe quindi la ristrutturazione pro tempore? Nessuno al momento può dirlo, nemmeno coloro che sostengono il principio del «riciclo».

Per quanto riguarda il Villaggio Olimpico, la situazione è ancora più pericolosa e ridicola. In esso vivono circa 1400 migranti, fantasmi della città che hanno trovato in questi palazzi un luogo dove ripararsi. Si dovrebbe quindi buttarli fuori e sparpagliarli per la città, dato che il processo di «sgombero dolce» organizzato da Comune, fondazioni bancarie e curia, è ormai fallito. Le casette inoltre, costate oltre 140 milioni di euro, risultano devastate, non dalla presenza dei migranti, bensì dalla loro debolezza infrastrutturale. Si dovrebbero rifare da cima a fondo, quindi. Un vecchio adagio torinese dice così «a volte costa più la corda del sacco»: ma ovviamente si punta ai soldi per la corda con i grandi eventi. Se gli atleti verranno ospitati a Torino, è molto probabile un nuovo villaggio olimpico.

Anche perché ci sono appetiti da soddisfare, la corrente cementizia della città già scalpita, e non si accontenteranno di ridare il bianco a qualche muro. Sono in molti ad avere «sogni» e «vision» a Torino, in questi giorni.

In generale, inoltre, tutti gli impianti olimpici che potrebbero essere utilizzati, oggi sono «gestiti» da privati. il Parco Olimpico era interamente di proprietà della Fondazione XX marzo 2006. Nel 2009 il 70% delle azioni è stato affidato ai privati. La gara è stata vinta dalla società americana Live Nation, in collaborazione con la società torinese Set Up.

Vi è inoltre un costo non comprimibile della spesa, e non ammortizzabile, in geometrica espansione dato il contesto storico: quello afferente alla sicurezza. Organizzare le Olimpiadi è come organizzare una guerra: e il Cio, su questo punto, non vuole sentir parlare di risparmi o «low cost». Torino, dopo il disastro di Piazza san Carlo, dovrebbe aver imparato la lezione.

Il riciclo degli impianti, quindi, inciderà minimamente sul piano della spesa finale, è solo fumo gettato negli occhi. In realtà, come sempre accade, nessuno in questo momento può neanche immaginare quanto si spenderà. Nel 2012 il Guardian fece un’analisi di questo fenomeno mettendo sotto la lente le Olimpiadi di Londra. Le sfortunate Olimpiadi parigine del 2024, anch’esse ribattezzate «low cost», si stanno rivelando – come tutte quelle del passato – una voragine senza fine.

Innsbruck – che ha gli impianti a disposizione, e in funzione, su un territorio molto meno vasto – si è ritirata dopo un referendum, e nemmeno Stoccolma ha superato la fase iniziale. L’idea di organizzare giochi olimpici invernali sembra non piacere neanche agli svizzeri. In base a un sondaggio realizzato a quattro mesi dal cruciale voto sul progetto di candidatura di Sion 2026, i pareri contrari raggiungono il 59% degli interpellati, mentre i favorevoli solo il 36%. Decideranno a giugno.

Il direttore del Cio, relativamente ai dubbi svizzeri sulla cosiddetta «garanzia limitata del deficit» ha precisato che a rispondere di un eventuale disavanzo saranno gli organizzatori: «A fare stato sono le firme sul contratto con l’ente ospitante». Ma quali sono i conti degli svizzeri per le loro Olimpiadi del 2026? Come riporta Ticinoonline:
«Gli organizzatori hanno messo in preventivo spese complessive per 1,98 miliardi di franchi ed entrate per 1,15 miliardi. Da più parti è tuttavia stato osservato che si tratta di previsioni troppo ottimistiche e che la sicurezza potrebbe fare lievitare i costi. L’ultima parola sulla candidatura olimpica spetta comunque ai cittadini vallesani.»
Gli svizzeri hanno già detto che da loro ci sarà un buco minimo di 850 milioni di euro. In Svizzera. Noi qui, a trombe politiche unificate, suoniamo la grancassa del «low cost». E siamo tutti entusiasti.

Entusiasta il Partito Democratico, coerentemente con la sua storia.

Entusiaste le banche, entusiasti i costruttori, entusiasta – suppongo – la criminalità organizzata che ancora sta digerendo con fatica l’abbuffata pantagruelica dell’altra volta.

Entusiasti Lega, Forza Italia, destra, tutti. È la Grande Colazione che si avvicina, a Torino e in Italia.

Entusiasti quelli di adesso, i pentastellari torinesi. Ondivaghi, hanno aperto la valvola della protesta anti sistema per poi trasformarla, nell’attimo della vertigine del non-potere che hanno, nel più compiaciuto conservatorismo.
Bigotti del bilancio e dell’austerità, ma pronti a cercare la salvezza laddove vi è la rovina della città. I dissidenti della maggioranza pentastellare in Comune sono quattro e mezzo, gli altri sono impiegati della politica che un tempo sbraitavano contro le grandi opere/eventi, e oggi sbraitano di «sogni» e «vision».

Entusiasta «Beppe», che telefona in diretta durante un’assemblea come nelle migliori tradizioni del cabaret: e Beppe dice a «Chiara» che le Olimpiadi sono «un’occasione», così Chiara si sente forte, e la dissidenza interna viene tacitata per qualche ora.

Costoro affrontano allegramente la candidatura olimpica senza tener conto che il sistema bancario in essere, l’assenza di una banca pubblica – per cortesia nessuno tiri in ballo la Cdp – le regole di bilancio nazionali e sovra nazionali, nonché la dimensione del debito pubblico, la svalutazione del lavoro con il dilagare di impieghi non retribuiti spacciati per volontariato, tutto questo rende impossibile l’organizzazione di una Olimpiade che non sia un massacro sociale.

Ostacoli strutturali, incontrovertibili, a cui i proponenti rispondono con la retorica del lowcost/sogno/vision/facciamo a modo nostro. Il vecchio arnese della fuffa gettata negli occhi, affinché la pietrosa materia risulti invisibile. Vivono, i proponenti, nella allucinata ed egoriferita convinzione che il loro magico tocco possa trasformare in oro il marciume: la sindrome di Re Mida.

Contrario brutalmente – perché consapevole di tutto quanto sopra elencato – il Movimento No Tav, che in un durissimo comunicato stampa contesta la narrazione tossica relativa al principio «low cost” nonché l’intera impalcatura ideologica legata ai grandi eventi. Anche perché, se il Tav non sarà fermato – da chi? Dai pentastellari di governo? – negli anni antecedenti alla cerimonia di apertura i cantieri olimpici si sommeranno al maxicantiere del tunnel di base a Chiomonte e al maxi cantiere di Salbertrand, ove verrà stoccato lo smarino. La Valsusa, ancora una volta, utilizzata da tutti come un territorio da saccheggiare.

Ma perché rifare le Olimpiadi? Le vere ragioni

Premessa: in linea teorica esiste un articolo della Carta Olimpica, Cap. 5 art. 37 comma 7, che così recita:
«L’elezione riguardante la designazione della Città Ospitante si svolge in un Paese che non presenti nessun candidato all’organizzazione dei Giochi Olimpici in questione, dopo attento esame del rapporto stilato dalla Commissione di valutazione delle città candidate.»
Ovvio conflitto di interessi. Il presidente del Coni Giovanni Malagò, il sindaco di Milano Giuseppe Sala e il Governatore della Lombardia Roberto Maroni hanno sottoscritto tale impegno, anche se poi hanno dichiarato di «non volersi precludere nulla». Anche perché, e questo è lo scenario più probabile, Torino, o Torino-Milano, potrebbe rimanere l’unica città candidata in Europa nel caso in cui Sion si ritirasse.

Alla dolce tentazione leopardiana del prevaler del riso fuori posto o del pianto consolatorio, è bene contrapporre la massima spinoziana «Non piangere, non ridere, comprendere»: le Olimpiadi si vogliono rifare a Torino per le stesse ragioni dell’altra volta.

La Città sta andando verso la fase finale della deindustrializzazione, il cratere sta per eruttare nuovamente conflitto. Soprattutto quelle periferie che brulicano di malessere. Serve un grande evento – non ci sono differenze tra grandi opere e grandi eventi – che distragga, che porti via l’attenzione. Niente più panem, solo circenses: poi tanto da queste parti – mai dimenticare la teoria dei vasi comunicanti quando si parla di debito pubblico e grandi opere – per recuperare denaro chiudiamo due ospedali: Molinette e Sant’Anna. Al loro posto un ospedale più piccolo, la Città della Salute.

«Il privato – si può leggere sul quotidiano di Confindustria – sosterrà il 70% della spesa di realizzazione degli edifici, 306 milioni di euro, e sarà remunerato grazie al canone ottenuto dai risparmi sui costi della gestione corrente.»

È il famoso Project Financing, il meccanismo estrattivo principe – utilizzato sempre più per grandi eventi e grandi opere – per la creazione del debito pubblico e la privatizzazione dei servizi. Ovviamente nella nuova struttura sanitaria privata affittata al pubblico i posti letto saranno tagliati, i pentastellari regionali sostengono addirittura della metà: da 2000 a 1000. Progetto della giunta regionale Chiamparino, fatto proprio dai Cinque Stelle di Torino dopo un repentino cambio di opinione.

Ma torniamo alla deindustrializzazione. Il «Polo del lusso» di Torino, quello che doveva arrivare dopo il referendum di Mirafiori del 2011, si sta rivelando non solo insufficiente, ma inadeguato. La famiglia è sempre più lontana da Torino, volutamente. La Fiat si prepara a lunghe sospensioni produttive a Mirafiori e a Grugliasco. L’ombra dell’Imbraco si allunga sugli ultimi rimasugli, ma ancora sostanziosi, della Fiat a Torino. In questo contesto economico sociale regressivo, l’unica legge che vale è quella dell’antropologo David Graeber:
«più i processi di redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto sono iniqui, più necessitano di eventi spettacolari e autocelebrativi.»
Nella speranza che queste parole possano fermare la stoltezza di un tempo buio e spensierato, sipario.

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22/09/2016

Olimpiadi: brava Raggi, questa volta hai fatto la cosa giusta

Il sindaco di Roma, Virginia Raggi, ha chiuso la partita delle Olimpiadi negando il consenso della città ad ospitare i giochi: non ha fatto bene, ha fatto benissimo dimostrando coraggio.
 
Finalmente, dopo due mesi di sangue acido per le vicende romane, posso scrivere di essere completamente d’accordo con una decisione della nuova giunta 5 stelle e lo faccio senza riserve e con grande piacere.

Entro nel merito: questa delle Olimpiadi si presentava come l’ennesima operazione speculativa che avrebbe prosciugato risorse comuni per il vantaggio dei soliti pochi. Ormai è storia nota e ripetuta quella che la politica dei “grandi eventi” produce regolarmente costi molto maggiori e ricavi molto più modesti di quelli previsti. E questo non solo in Italia ma dappertutto. Ancora non abbiamo i conti dell’Expo, ma sappiamo che i costi sono stati sicuramente maggiori del previsto, quanto ai ricavi forse è meglio stendere un pietosissimo velo e lasciar perdere.

Non voglio dire che non ci siano le eccezioni di eventi che hanno effettivamente giovato alla città ospitante, che hanno avuto spese ragionevoli e ricavi più o meno vicini a quelli promessi: è il caso delle olimpiadi invernali di Torino il cui lascito durevole è stata la metropolitana ed un più generale rilancio della città. Ma queste sono le eccezioni e nel caso di Roma, per le condizioni della città, per il volo di avvoltoi che già ruotavano sulla preda, per le facce che abbiamo visto alla testa del progetto, tutto faceva presagire una grande mangiate dei soliti noti.

Per di più, il comune avrebbe dovuto coprire in parte le spese con ulteriori debiti ed in una situazione in cui già oggi la città è al limite del default.
Quanto al ritorno economico, certamente ristoratori, albergatori, taxisti, locali di intrattenimento, i negozi di abbigliamento avrebbero avuto una buona stagione ma la parte del leone l'avrebbero fatta i soliti palazzinari, le compagnie assicuratrici, le banche e così via. Insomma ai ristoratori ed albergatori le briciole, ma i bocconi grossi e più golosi ai profittatori di sempre.

Ma il motivo più serio è un altro: è ovvio che il peso più consistente per gli investimenti sarebbe ricaduto sullo Stato che avrebbe dovuto anche sostenere il comune di Roma. E non si tratterebbe di un investimento leggero. Non è ancora passato un mese esatto dal terremoto di Amatrice, la terra trema ancora in tutto l’Appennino centrale con scosse sino al 4° grado, abbiamo una situazione di pericolo che riguarda intere regioni e voi ci venite a parlare di spese diverse da quelle della messa in sicurezza di queste località?

Al solito, passata la festa gabbato lo santo: per dieci giorni dopo il disastro si fa il mea culpa per le troppe omissioni, per i ritardi, per le dimenticanze e si giura che questa volta sarà diverso che non ci saranno altre priorità che la ricostruzione e la messa in sicurezza. Poi, tutto passa in cavallerie e ricostruzione e messa in sicurezza scivolano rapidamente verso le posizioni basse nella lista delle priorità.

Ma, per una volta, questo paese riesce ad essere serio? Queste sono le occasioni in cui uno può dire perché scegliere il M5s, nonostante i pasticci che spesso combina. Sulle grandi scelte nella gran parte dei casi è della parte giusta.

21/09/2016

“No alla candidatura olimpica”. La prima vera rottura di Raggi

Quando nel salotto buono entrano i non invitati – anche a prescindere dalla qualità dei soggetti – si crea per forza una grande turbolenza. Fin qui l'ingresso dei Cinque Stelle come amministratori della Capitale era stato un florilegio di false partenze e brutte figure, che hanno evidenziato spaccature interne e visioni non propriamente collimanti su diversi problemi fondamentali.

Ora, però, c'è un fatto politico-economico preciso e chiaro: il Comune di Roma dice no alla candidatura per le Olimpiadi 2024.

Per quanto preannunciata da Beppe Grillo e da tutti i “direttori”, la decisione sembrava comunque lacerante e incerta. Il dado è stato infine tratto e si tratta di un colpo serio – senza esagerarne la portata – al “sistema Roma” che ha spadroneggiato fin qui, all'incrocio tra speculazione edilizia, interessi dei palazzinari e degli specialisti in “grandi eventi” che portano regolarmente miliardi in tasche privatissime lasciando tramortite le casse pubbliche (peraltro ufficialmente vuote).

Se n'era avuta un'avvisaglia seria all'ora di pranzo, quando il presidente del Coni – l'immortale Giovanni Malagò, quasi sempre in coppia con Luca Cordero di Montezemolo – si è presentato in Campidoglio senza riuscire a vedere la sindaca, Virginia Raggi. Dopo 35 minuti di attesa, evidentemente troppi per le sue abitudini, se n'è andato inferocito sprizzando veleno da tutti i pori.

Poco dopo, alle 15.30, la Raggi ha iniziato la conferenza stampa in cui doveva essere ufficializzata una scelta in ogni caso importante.

«No alle Olimpiadi del mattone», è stato il cuore della sua sortita, in cui ha citato il noto studio dell’università di Oxford: «Il budget è stato sforato quasi sempre, almeno del 50%. E anche di più: a Montreal del 720%, a Barcellona del 266%». Cifre e dinamiche ben note, diverse da paese a paese solo per l'entità e non per la sostanza; tantomeno per gli interessi, ovunque rappresentati da quell'”eventismo” che usa qualsiasi tema, per quanto nobile e popolare (e lo sport lo è sicuramente), per trafficare sottobanco senza peraltro creare alcun posto di lavoro stabile. Gli eventi, infatti, sono un affare soltanto per i costruttori e l'indotto temporaneo legato alla celebrazione; dopo resta un deserto difficile persino da riciclare – basta guardare l'Expo di Milano – e a cui nessuno sembra più interessato.

"Non abbiamo mai cambiato idea, abbiamo rafforzato la nostra posizione. Ci viene chiesto di assumere altri debiti, noi non ce la sentiamo", ha spiegato poi la sindaca. Un buco nero, quello lasciato dalle amministrazioni precedenti, che sembra terrorizzare chiunque venga convocato per proporgli l'assessorato al Bilancio. E non c'è dubbio che l'amministrazione comunale, nell'eventualità di un sì alla candidatura (ottenere l'assegnazione era tutto un altro discorso, viste le città concorrenti), avrebbe dovuto impegnare risorse ingenti – e inesistenti, dunque allargando il debito – senza neppure la certezza di ottenere risultati. Per non parlare poi di cosa sarebbe accaduto ad assegnazione ottenuta...

"Il dossier del Coni dice che 4 miliardi per Roma ci saranno da Regione e Stato anche se non si faranno le Olimpiadi", ha rivelato poi il presidente della commissione Sport di Roma Capitale, Angelo Diario (M5S), lasciando il Campidoglio."Per noi non è un'opportunità mancata, ma il contrario. Il rischio se non la quasi certezza di ulteriori sprechi evitati".

Politicamente parlando, si tratta della prima vera decisione di rottura praticata da questa giunta nei confronti di quel grumo di interessi – perfettamente rappresentato, anche nella squadra di giunta, da Raffaele Marra – abituato da sempre a vedersi esaudita ogni richiesta. Vedremo presto se sarà seguita da una politica complessivamente diversa. Incombono sulla città migliaia di sfratti, sia di semplici cittadini che di strutture storiche, e un'altra marea di problemi (dalla gestione rifiuti ai trasporti pubblici, agli asili, ecc.) che possono essere affrontati in molti modi. La Napoli derenzizzata di Luigi De Magistris è un esempio abbastanza vicino: sapranno i Cinque Stelle capitolini seguirlo?

Le periferie romane, nel frattempo, non staranno e guardare e sapranno presto farsi ascoltare. Gestire Roma non è un fatto “tecnico” e “neutrale”, ma uno scontro tra interessi sociali spesso opposti.

Fonte

19/10/2015

Divieto di sciopero giubilare. La Cgil approva

La notizia è ufficiale, visto che appare su Rassegna.it, organo della Cgil. Il governo vuole il divieto di sciopero per il Giubileo e altri "grandi eventi", soprattutto nella Capitale. E la Cgil ci sta. Subito e prima ancora di discuterne a un tavolo di trattativa. L'unico limite che mette è quello che questo divieto sia introdotto "per via negoziale", ovvero con un accordo esplicito del sindacato, anziché con una legge.

Un'infamia non cambia di natura se viene decisa per via negoziale, ma alla Cgil il merito delle questioni che riguardano tutti i lavoratori non interessa più. I padroni e il governo facciano pure tutto ciò che vogliono, ma "con il permesso di Cgil-Cisl-Uil". A questo e nient'altro è ridotto il mitico "ruolo politico del sindacato", in pratica intermediario della pace sociale e garante del silenzio di chi lavora.

Mission impossible, naturalmente, come ogni infamia decisa sulla pelle di terzi. Ma non per questo meno vergognosa. In effetti, se il governo decide di vietare gli scioperi durante i "grandi eventi" (oggi il Giubileo, domani la finale di Coppa Italia, tra qualche anno la sagra della castagna...) si apre una questione politica di grande rilievo, che costringere(bbe) chi si autonomina ancora "sindacato" a fare sfracelli in difesa di una libertà costituzionale (non ancora soppressa). E bisogna dire che il governo ha questa tentazione per tagliare via definitivamente anche l'impressione di un "ruolo politico" del sindacato. Sa benissimo che in nessun caso Camusso-Furlan-Barbagallo alzeranno la voce (figuriamoci le barricate).

Per questo i bonzi di Corso Italia si affannano a farsi avanti chiedendo di essere coinvolti in una decisione già presa, ma che potrebbe essere "comunicata" come frutto di una "contrattazione che ha evitato limiti peggiori". Solo per giustificare la propria esistenza in vita e il percepimento (ingiustificabile) delle quote sindacali mensili.

Dobbiamo sempre ricordarvelo: non c'è limite al peggio, se si continua a stare in casa a chattare su feisbuk... 

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Giubileo: un tavolo per la «pax sindacale»

I sindacati dicono sì alla proposta del ministro Delrio sull'eventualità di una moratoria sugli scioperi in vista del Giubileo. In vista c'è una sorta di pax sindacale. Dettori (Fp): "Non vogliamo una legge, ma contrattazione per tutelare i lavoratori"

I sindacati hanno accolto la proposta del ministro dei Trasporti Graziano Delrio di discutere l'eventualità di una moratoria sugli scioperi in vista del Giubileo a Roma. Delrio ha lanciato un appello ai rappresentanti dei lavoratori affinché ci si potesse sedere intorno a un tavolo per trovare una soluzione di buon senso. 

“Avevamo detto che dopo il varo della legge di Stabilità ci saremo messi intorno al tavolo per discutere del tema degli scioperi selvaggi, della regolamentazione proprio in vista  del Giubileo. Ora è arrivato quel momento. 

Sono pronto a chiamare i  sindacati per discuterne e mettere a punto un modus operandi”, ha affermato Delrio in un'intervista a 'Il Messaggero'. E i sindacati hanno risposto, dicendosi disponibili a cercare un’intesa con il dicastero, sul modello Expo, ma puntando forte sulla contrattazione.

L’obiettivo del ministro è quello di stabilire una sorta di pax sindacale, una tregua a tutto campo per evitare disagi ai cittadini romani e ai milioni di turisti che affluiranno nella Capitale salvaguardando, allo stesso tempo, i diritti dei lavoratori.

La Cgil ha detto sì, ma senza forzature legislative. La Funzione pubblica del sindacato di Corso d'Italia, infatti, vede di buon occhio un'intesa di ampio respiro, mentre l'intervento legislativo viene considerato una via impraticabile. Rossana Dettori, segretario generale della Fp, crede che serva un accordo, perché “solo con la contrattazione si possono gestire i grandi eventi”. Si è subito detto “favorevole all'iniziativa” anche Giovanni Luciano, segretario della Fit Cisl. Mentre per Carmelo Barbagallo, leader della Uil, “bisogna stare attenti, è necessario evitare che vengano commessi abusi dalla controparte datoriale”. 

Fin quando il papa ha annunciato il giubileo, ha infine aggiunto Paolo di Bernardino, leader della Cgil Roma e Lazio, “abbiamo chiesto all'amministrazione romana e alla Regione, oltre che alle imprese di aprire un tavolo in anticipo. Pensiamo che si importante arrivare in tempo".

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