L’operazione di sgombero dell’Asilo occupato del 7 febbraio si è caratterizzata per la sproporzione tra il numero di attivisti e solidali e le forze di polizia impiegate, molto simile ad un’operazione militare con la quale si vanno ad occupare strategicamente i punti nevralgici della città. Un assedio tipico di chi è certo di avere partita facile, sicuramente volto ad impedire che l’operazione potesse sfuggire di mano, ma è evidente l’intenzione di dare visibilità mediatica all’evento per terrorizzare i cittadini e guadagnare consensi dagli istinti più reazionari ora in quota Salvini.
Che la questura avesse in mente un atto di guerra, un assalto in pompa magna, non c’è alcun dubbio; specie se si pensa alle parole del questore Messina, che dopo il corteo di sabato 9 ha parlato di “prigionieri” e non di semplici arrestati a proposito dei fermati. Allo stesso modo non c’è alcun dubbio sul fatto che, a livello mediatico e di visibilità all’interno del quartiere Aurora, questa guerra è volta a separare nettamente la popolazione dagli occupanti dell’Asilo. Tutta la retorica che i giornali mettono in piedi sulla “violenza” e la “devastazione” che la città avrebbe subito è indirizzata a quest’ultimo tipo di operazione; e c’è da chiedersi perché la polizia punti a vincere anche da questo punto di vista.
E’ sempre il questore che si stupisce della solidarietà mostrata in piazza da quelle componenti, come i NoTav torinesi, che non sono legate all’ambiente anarchico ma che hanno composto un corteo di almeno mille persone. Il vicesindaco Montanari, da parte sua, ha affermato che l’Askatasuna, il Gabrio e la Cavallerizza non sono paragonabili all’Asilo, in quanto svolgono una funzione sociale che questa occupazione invece non avrebbe svolto.
Tutto ciò, però, dopo che la sindaca Appendino aveva affermato che “l’operazione di pubblica sicurezza” sarebbe stata un “intervento più volte richiesto nel corso degli anni e lungamente atteso da Città e residenti di Aurora, un quartiere che chiede semplicemente un po’ di normalità”. Una normalità che, in quello stesso quartiere, proprio la fame speculativa di banche, imprese immobiliari e multinazionali – come la Lavazza – da anni stanno puntando alla “riqualificazione”, come piace a questa amministrazione comunale in continuità con le precedenti; cioè a gentrificare il quartiere sfrattando centinaia di famiglie migranti – tante delle quali negli anni si sono rivolte anche all’Asilo per evitare di finire in mezzo alla strada – cacciando i poveri sempre più lontani dal centro e dai posti da “riqualificare”.
Raramente abbiamo condiviso le prospettive e le modalità di lotta dell’Asilo, ma sappiamo bene che esse nascono, soprattutto in quel quartiere, su problemi reali che la Sindaca ha dimostrato di voler risolvere semplicemente con la militarizzazione e con la repressione di quegli spazi.
Non si stupiscano quindi Questura, Sindaca e Consiglieri, che vari spazi, realtà politiche cittadine e tanti compagni abbiano manifestato in solidarietà con l’Asilo. Perché sappiamo bene che il trattamento riservato a questo spazio è solo un anticipazione di come si gestiranno i conflitti sociali che la politica, nazionale e cittadina, non è in grado, ne mostra alcuna volontà di gestire in maniera diversa.
Addirittura la Sindaca Appendino ha parlato di qualcuno che avrebbe “sporcato i valori dell’antifascismo e dell’antirazzimo”; parole veramente difficili da ascoltare da parte di chi governa assieme ad una forza di governo come la Lega (un cui consigliere ha invocato “un po’ di scuola Diaz” per i manifestanti) e che ha approvato cose come il “pacchetto sicurezza” nei confronti dei migranti, o che non ha in alcun modo tentato di opporsi alle derive xenofobe del suo alleato di governo, spesso anzi tentando di cavalcarle.
Non prestiamo quindi il fianco a chi cerca di aprire fratture tra manifestanti “buoni” e “cattivi”, soprattutto a chi sempre di più cerca di indossare la giacca della polizia per gestire le contraddizioni sociali e politiche di questo paese.
Esprimiamo la nostra solidarietà per i compagni e le compagne fermate e speriamo di rivederli presto nelle lotte.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/02/2019
23/09/2018
Olimpiadi. Il gioco delle tre corti
Assistiamo al degradante balletto olimpico con crescente curiosità. Sottolineiamo che ci troviamo in presenza di un’enorme bolla mediatica, dato che i fatti sono completamente assenti.
Al momento esiste questa sgangherata idea che le Olimpiadi del 2026 possano essere organizzate prive di coperture statali: un bluff. A meno che i futuri soggetti coinvolti non decidano di tagliare i fondi sanitari, aumentare le aliquote fiscali o contrarre nuovi debiti.
Ma, siamo certi di questo, le coperture del governo arriveranno: non subito, ma arriveranno.
Arriveranno perché saranno stornate dalle priorità sociali del paese, sempre più povero, sempre più a pezzi.
Ora che l’infelice e sciagurata avventura olimpica spetta a Milano e Cortina (sempre che non vi siano improvvidi ritorni d’interesse della giunta torinese) occorre che l’opposizione ai Grandi Eventi si sviluppi su scala nazionale: in questo senso l’assemblea torinese del 9 settembre scorso ha dato buoni frutti, grazie alla partecipazione di alcuni militanti dell’associazione milanese Off Topic, da tempo attiva nel vigilare a protezione della propria città contro ogni politica predatrice.
Per quanto concerne Torino, la città dove operiamo, siamo ovviamente soddisfatti dell’esito: il nostro lavoro parallelo a quello dei consiglieri “contrari” del M5s – che non abbiamo mai sostenuto pubblicamente e che non ci rappresentano – hanno messo in chiaro che non esistono le condizioni sociali, economiche e culturali per organizzare le Olimpiadi del 2026.
Noi, al momento, abbiamo contribuito a salvare la città dal saccheggio che colpirà coloro che oggi gioiscono per aver già in tasca la candidatura per il 2026.
Storia finita a Torino, quindi? Dipende dal valore che si darà alla parola democrazia. Al momento una delibera votata dalla maggioranza dal M5s impedisce la candidatura dato che sono presenti, e votati, quattro punti in totale antitesi rispetto l’attuale ipotesi Milano-Cortina.
Per queste ragioni l’impegno del Coordinamento No Olimpiadi proseguirà, nella piena convinzione che proteggere il nostro ambiente possiede più che mai una valenza etica e morale. Finché i terreni che ospitano gli ex-impianti, che ora versano in stato di totale abbandono e incuria, non verranno restituiti alla loro iniziale condizione, ci saranno sempre speculatori pronti a proporre un loro nuovo utilizzo in chiave Olimpica. E dunque, chiediamo a gran voce, in nome dell’autentico benessere delle popolazioni interessate, che vengano trovate le risorse per il rimboschimento di questi siti, una volta ripuliti dalle carcasse di plastica e metallo che servirono ai quindici giorni dello sperpero a cinque cerchi del 2006. È giunto il momento di tornare a vivere in armonia, sicuri da alluvioni e valanghe che sono causate da un inclinazione faustiana al dominio cieco e ottuso del nostro habitat.
Siamo stanchi di una politica che non sa prevedere le catastrofi causate dall’incuria e dall’avidità, e che sa soltanto piangere le morti quando ormai è troppo tardi. Di anno in anno, il numero di città candidate alle Olimpiadi Invernali scende fino ridursi a poche unità, spia evidente, che nel mondo, ben pochi vogliono convogliare le risorse pubbliche per una kermesse che non porta alcun vero benessere, soltanto in Italia si ripetono all’infinito vuoti slogan a favore delle Olimpiadi, nel tentativo di colmare un distacco imbarazzante dalla realtà dei fatti.
Sabato 6 ottobre, nel centro di Torino, in Piazza Santa Giulia, il Coordinamento No Olimpiadi invita la cittadinanza ad un concerto gratuito, scopo della serata sarà quello di sensibilizzare ulteriormente sulla nostra lotta, negli stessi giorni in cui il Cio, a Buenos Aires, deciderà quali saranno le candidature da promuovere, in vista della decisione finale del settembre 2019.
A Milano giovedì 4 Ottobre ore 19:30 (presso Piano Terra, via Federico Confalonieri 3 – Milano) si terrà la prima assemblea metropolitana per informare, approfondire e costruire un fronte contrario nella città.
Inoltre, una nutrita delegazione del Coordinamento No Olimpiadi parteciperà attivamente alle assemblee dei movimenti di base contro le Grandi Opere e i Grandi Eventi, a Venezia il 29 settembre e a Firenze il 6 e 7 ottobre.
Infine, per ribadire con forza e lucidità le proprie posizioni e informare correttamente la popolazione torinese sugli sviluppi futuri, il CoNO convoca una conferenza stampa mercoledì 26 settembre, alle ore 11 di mattina, nelle sale del Municipio di Torino.
Fonte
Al momento esiste questa sgangherata idea che le Olimpiadi del 2026 possano essere organizzate prive di coperture statali: un bluff. A meno che i futuri soggetti coinvolti non decidano di tagliare i fondi sanitari, aumentare le aliquote fiscali o contrarre nuovi debiti.
Ma, siamo certi di questo, le coperture del governo arriveranno: non subito, ma arriveranno.
Arriveranno perché saranno stornate dalle priorità sociali del paese, sempre più povero, sempre più a pezzi.
Ora che l’infelice e sciagurata avventura olimpica spetta a Milano e Cortina (sempre che non vi siano improvvidi ritorni d’interesse della giunta torinese) occorre che l’opposizione ai Grandi Eventi si sviluppi su scala nazionale: in questo senso l’assemblea torinese del 9 settembre scorso ha dato buoni frutti, grazie alla partecipazione di alcuni militanti dell’associazione milanese Off Topic, da tempo attiva nel vigilare a protezione della propria città contro ogni politica predatrice.
Per quanto concerne Torino, la città dove operiamo, siamo ovviamente soddisfatti dell’esito: il nostro lavoro parallelo a quello dei consiglieri “contrari” del M5s – che non abbiamo mai sostenuto pubblicamente e che non ci rappresentano – hanno messo in chiaro che non esistono le condizioni sociali, economiche e culturali per organizzare le Olimpiadi del 2026.
Noi, al momento, abbiamo contribuito a salvare la città dal saccheggio che colpirà coloro che oggi gioiscono per aver già in tasca la candidatura per il 2026.
Storia finita a Torino, quindi? Dipende dal valore che si darà alla parola democrazia. Al momento una delibera votata dalla maggioranza dal M5s impedisce la candidatura dato che sono presenti, e votati, quattro punti in totale antitesi rispetto l’attuale ipotesi Milano-Cortina.
Per queste ragioni l’impegno del Coordinamento No Olimpiadi proseguirà, nella piena convinzione che proteggere il nostro ambiente possiede più che mai una valenza etica e morale. Finché i terreni che ospitano gli ex-impianti, che ora versano in stato di totale abbandono e incuria, non verranno restituiti alla loro iniziale condizione, ci saranno sempre speculatori pronti a proporre un loro nuovo utilizzo in chiave Olimpica. E dunque, chiediamo a gran voce, in nome dell’autentico benessere delle popolazioni interessate, che vengano trovate le risorse per il rimboschimento di questi siti, una volta ripuliti dalle carcasse di plastica e metallo che servirono ai quindici giorni dello sperpero a cinque cerchi del 2006. È giunto il momento di tornare a vivere in armonia, sicuri da alluvioni e valanghe che sono causate da un inclinazione faustiana al dominio cieco e ottuso del nostro habitat.
Siamo stanchi di una politica che non sa prevedere le catastrofi causate dall’incuria e dall’avidità, e che sa soltanto piangere le morti quando ormai è troppo tardi. Di anno in anno, il numero di città candidate alle Olimpiadi Invernali scende fino ridursi a poche unità, spia evidente, che nel mondo, ben pochi vogliono convogliare le risorse pubbliche per una kermesse che non porta alcun vero benessere, soltanto in Italia si ripetono all’infinito vuoti slogan a favore delle Olimpiadi, nel tentativo di colmare un distacco imbarazzante dalla realtà dei fatti.
Sabato 6 ottobre, nel centro di Torino, in Piazza Santa Giulia, il Coordinamento No Olimpiadi invita la cittadinanza ad un concerto gratuito, scopo della serata sarà quello di sensibilizzare ulteriormente sulla nostra lotta, negli stessi giorni in cui il Cio, a Buenos Aires, deciderà quali saranno le candidature da promuovere, in vista della decisione finale del settembre 2019.
A Milano giovedì 4 Ottobre ore 19:30 (presso Piano Terra, via Federico Confalonieri 3 – Milano) si terrà la prima assemblea metropolitana per informare, approfondire e costruire un fronte contrario nella città.
Inoltre, una nutrita delegazione del Coordinamento No Olimpiadi parteciperà attivamente alle assemblee dei movimenti di base contro le Grandi Opere e i Grandi Eventi, a Venezia il 29 settembre e a Firenze il 6 e 7 ottobre.
Infine, per ribadire con forza e lucidità le proprie posizioni e informare correttamente la popolazione torinese sugli sviluppi futuri, il CoNO convoca una conferenza stampa mercoledì 26 settembre, alle ore 11 di mattina, nelle sale del Municipio di Torino.
Fonte
13/03/2018
Olimpiadi 2026: nessuno ripeta gli errori del passato
Lettera aperta del Movimento NO TAV
Sembra che la sindaca torinese Chiara Appendino, subendo ancora una volta le pressioni dei poteri forti torinesi meglio noti come “Sistema Torino”, si stia lasciando convincere a dare parere favorevole alla candidatura di Torino per le Olimpiadi invernali 2026. A lei riteniamo doveroso lanciare un appello. Anzi un’allerta, perché siamo “lanceurs d’alerte” da quasi trent’anni.
Ill.ma Sig.ra Sindaca,
Vorremmo ricordarLe, anche nella Sua veste di Presidente della Città Metropolitana, che la sua omologa e collega di partito romana ha saputo dire NO alle olimpiadi di Roma pur subendo pressioni fortissime, consapevole dell’effetto disastroso, che avrebbero avuto, sui conti pubblici sia cittadini che metropolitani.
Vorremmo ricordarLe che le ultime olimpiadi del 2006 hanno creato una voragine nei conti pubblici dei due enti che ancora oggi sono da ripianare.
Vorremmo ricordarLe che il grande dispendio di risorse di allora non ha lasciato altro che strutture fatiscenti se non già demolite, degrado ambientale, assenza di manutenzioni, crollo degli investimenti, inesistenti ricadute occupazionali e azzeramento di risorse per proposte turistiche alternative.
Vorremmo ricordarLe che, come scritto l’8 marzo da ATTAC Torino e il 19 febbraio da Pro Natura Torino, le previsioni dei costi sono sempre artificiosamente sottostimate a fronte di consuntivi esorbitanti e fuori controllo.
Vorremmo ricordarLe come città molto più ricche e meno indebitate di Torino abbiano declinato, anche in passato, l’invito ad organizzare giochi olimpici evitando di indebitarsi a vita. Città come Innsbruck, Oslo, Stoccolma, St. Moritz, Toronto, Amburgo, Budapest e Boston hanno rifiutato di candidarsi anche per i giochi olimpici estivi, molto meno costosi di quelli invernali.
Vorremmo ricordarLe gli impegni da Lei assunti, sacrificando il welfare dei suoi cittadini con tagli draconiani sui servizi spesso destinati alle fasce più deboli, per rimettere in sesto i conti pubblici della città.
Vorremmo ricordarLe che per questo virtuoso e severo obiettivo di risanamento nella città di Torino il Movimento 5 Stelle è stato fortemente penalizzato nelle ultime elezioni politiche.
Sarebbe imperdonabile un nuovo e consapevole sperpero di denaro pubblico destinato inevitabilmente a tradursi in lauti profitti per i pochi soliti noti e in lacrime e sangue, citando Winston Churchill, per le popolazioni residenti, per la gente normale che non viene più inebetita dal clamore mediatico che sempre accompagna le più ingenti spese pubbliche in questo Paese.
Ai sindaci della Bassa Valle e a quello di Pinerolo che con tanta leggerezza si sono detti favorevoli alla candidatura, ricordiamo che le soluzioni per tentare di risolvere gli annosi problemi del territorio sono note e ben altre e che non c’è bisogno di rinunciare alla propria autonomia di giudizio per il solo timore di essere tacciati dell’usuale calunnia di essere i pubblici amministratori del NO a tutto.
Non c’è solo il TAV da contrastare in quanto spreco di denaro pubblico, impatto ambientale e distruzione del territorio.
Anche un’olimpiade è un’inutile e infausta grande opera.
L’illusione di fare olimpiadi low cost, (risibile paravento già sentito troppe volte), senza nuove infrastrutture e senza consumo di nuovo territorio, come riportato dai giornali nei giorni scorsi, avrebbe comunque costi assai onerosi già vicini al miliardo di euro sin dal preventivo.
Troppi per un Paese che non ha i soldi per garantire cure ai suoi ammalati, per pagare gli insegnanti di sostegno, per curare il proprio territorio, per evitare disastri idrogeologici e frane ad ogni temporale, per evitare il computo dei morti dopo eventi meteorologici senza nulla di straordinario (oggi li chiamano “bombe d’acqua”) e l’elenco sarebbe ben più lungo.
Chiediamo a tutti i politici coinvolti nella decisione di pensare bene al passato recente per non creare un nuovo disastro finanziario come quello lasciato in eredità dal 2006.
Serve una vera discontinuità con il passato: la Città di Torino e le Valli hanno bisogno di ben altro.
Il Movimento NO TAV, 9 marzo 2018
Fonte
Sembra che la sindaca torinese Chiara Appendino, subendo ancora una volta le pressioni dei poteri forti torinesi meglio noti come “Sistema Torino”, si stia lasciando convincere a dare parere favorevole alla candidatura di Torino per le Olimpiadi invernali 2026. A lei riteniamo doveroso lanciare un appello. Anzi un’allerta, perché siamo “lanceurs d’alerte” da quasi trent’anni.
Ill.ma Sig.ra Sindaca,
Vorremmo ricordarLe, anche nella Sua veste di Presidente della Città Metropolitana, che la sua omologa e collega di partito romana ha saputo dire NO alle olimpiadi di Roma pur subendo pressioni fortissime, consapevole dell’effetto disastroso, che avrebbero avuto, sui conti pubblici sia cittadini che metropolitani.
Vorremmo ricordarLe che le ultime olimpiadi del 2006 hanno creato una voragine nei conti pubblici dei due enti che ancora oggi sono da ripianare.
Vorremmo ricordarLe che il grande dispendio di risorse di allora non ha lasciato altro che strutture fatiscenti se non già demolite, degrado ambientale, assenza di manutenzioni, crollo degli investimenti, inesistenti ricadute occupazionali e azzeramento di risorse per proposte turistiche alternative.
Vorremmo ricordarLe che, come scritto l’8 marzo da ATTAC Torino e il 19 febbraio da Pro Natura Torino, le previsioni dei costi sono sempre artificiosamente sottostimate a fronte di consuntivi esorbitanti e fuori controllo.
Vorremmo ricordarLe come città molto più ricche e meno indebitate di Torino abbiano declinato, anche in passato, l’invito ad organizzare giochi olimpici evitando di indebitarsi a vita. Città come Innsbruck, Oslo, Stoccolma, St. Moritz, Toronto, Amburgo, Budapest e Boston hanno rifiutato di candidarsi anche per i giochi olimpici estivi, molto meno costosi di quelli invernali.
Vorremmo ricordarLe gli impegni da Lei assunti, sacrificando il welfare dei suoi cittadini con tagli draconiani sui servizi spesso destinati alle fasce più deboli, per rimettere in sesto i conti pubblici della città.
Vorremmo ricordarLe che per questo virtuoso e severo obiettivo di risanamento nella città di Torino il Movimento 5 Stelle è stato fortemente penalizzato nelle ultime elezioni politiche.
Sarebbe imperdonabile un nuovo e consapevole sperpero di denaro pubblico destinato inevitabilmente a tradursi in lauti profitti per i pochi soliti noti e in lacrime e sangue, citando Winston Churchill, per le popolazioni residenti, per la gente normale che non viene più inebetita dal clamore mediatico che sempre accompagna le più ingenti spese pubbliche in questo Paese.
Ai sindaci della Bassa Valle e a quello di Pinerolo che con tanta leggerezza si sono detti favorevoli alla candidatura, ricordiamo che le soluzioni per tentare di risolvere gli annosi problemi del territorio sono note e ben altre e che non c’è bisogno di rinunciare alla propria autonomia di giudizio per il solo timore di essere tacciati dell’usuale calunnia di essere i pubblici amministratori del NO a tutto.
Non c’è solo il TAV da contrastare in quanto spreco di denaro pubblico, impatto ambientale e distruzione del territorio.
Anche un’olimpiade è un’inutile e infausta grande opera.
L’illusione di fare olimpiadi low cost, (risibile paravento già sentito troppe volte), senza nuove infrastrutture e senza consumo di nuovo territorio, come riportato dai giornali nei giorni scorsi, avrebbe comunque costi assai onerosi già vicini al miliardo di euro sin dal preventivo.
Troppi per un Paese che non ha i soldi per garantire cure ai suoi ammalati, per pagare gli insegnanti di sostegno, per curare il proprio territorio, per evitare disastri idrogeologici e frane ad ogni temporale, per evitare il computo dei morti dopo eventi meteorologici senza nulla di straordinario (oggi li chiamano “bombe d’acqua”) e l’elenco sarebbe ben più lungo.
Chiediamo a tutti i politici coinvolti nella decisione di pensare bene al passato recente per non creare un nuovo disastro finanziario come quello lasciato in eredità dal 2006.
Serve una vera discontinuità con il passato: la Città di Torino e le Valli hanno bisogno di ben altro.
Il Movimento NO TAV, 9 marzo 2018
Fonte
22/06/2017
Torino. La follia repressiva, lo stato di polizia che avanza
A distanza di più di 24 ore dagli ormai noti fatti di Piazza Santa Giulia, dopo una giornata di dichiarazioni contradditorie in cui si è distinta, per squallore miserevole e conformistico calcolo politico, ancora una volta, la sindaca Chiara Appendino, torniamo a ragionare su quanto avvenuto in uno dei luoghi di ritrovo della “movida” torinese, nel quartiere Vanchiglia, continuando ad oscillare tra lo sbigottimento e l’incredulità da una parte, ma allo stesso tempo essendo pervasi da una profonda preoccupazione che richiede adeguate risposte.
Ricostruendo la dinamica dell’accaduto, si parte dalle 20 di ieri sera, quando la piazza dei locali viene militarizzata con decine di poliziotti e camionette in assetto antisommossa apparentemente senza motivo. Il pretesto non dichiarato è la contestazione ad una pattuglia di polizia, la scorsa settimana, durante un controllo anti-alcool e contro i venditori abusivi, nei quartieri di San Salvario e Vanchiglia, a seguito di una ordinanza firmata dalla Giunta Appendino, come risposta ai fatti successi in piazza San Carlo durante la finale di Coppa dei Campioni.
Già di per sé l’occupazione militare di una piazza dove la gente va a bersi un aperitivo e rilassarsi dopo una giornata di lavoro o di studio costituiva un fatto anomalo e sicuramente un segnale ai frequentatori della piazza; la cosa si fa più pesante quando i reparti iniziano a schierarsi agli ingressi della piazza, a controllare documenti, a muoversi in plotoni in mezzo alla gente seduta ai tavoli o per terra in modo che definire provocatorio è un eufemismo.
Passano due ore, nelle quali la polizia cerca in tutti i modi di trovare una scintilla per legittimare una presenza altrimenti assurda e nel frattempo qualcuno nella piazza inizia a lamentarsi; la situazione sembrava irreale ma tuttavia tranquilla e, per fortuna, dopo un po’ la polizia pareva cominciare ad andarsene.
Rimane un gruppo di agenti in borghese che inizia a rallentare questa uscita di scena, ed è a questo punto che la gente inizia ad inveire contro di loro chiedendogli con veemenza di andarsene; ed è questo il pretesto, per la digos, per richiamare gli agenti e mettere in atto il copione già in programma.
Le scene successive sono quelle che ormai tutti hanno visto, dei molti video girati sul web, con la polizia che inizia a caricare indistintamente la piazza, manganellando chiunque fosse a tiro, compresi gli avventori dei bar, tra cui anche famiglie con bambini e camerieri che lavoravano, distruggendo tutti i dehors e i tavoli e costringendo la gente a rifugiarsi nei bar. Lo scenario finale di questa violentissima azione poco ha da invidiare a quello lasciato qualche settimana fa in piazza San Carlo e per cui era stata fatta l’ordinanza in questione.
Bilancio della serata e dell’operazione: 4 fermati, molti feriti, locali distrutti, gente scioccata.
Ci pare più che ovvio che i motivi di questa operazione vadano ben oltre l’ordinanza sui venditori abusivi. In nessun modo può essere giustificabile un simile schieramento per un semplice controllo di un’ordinanza comunale sulla vendita dell’alcol, una simile militarizzazione è quanto mai spropositata e l’intento della questura era chiaramente quello di scatenare quello che è poi avvenuto.
Nemmeno l’episodio della scorsa settimana può legittimare, neanche lontanamente, ciò che è accaduto ieri. In nessuno stato di diritto dovrebbe vigere la logica della rappresaglia poliziesca, come quella esibita ieri nel comportamento tenuto dalle “forze dell’ordine”. Il cui intento era chiaramente quello di “dare una lezione”, picchiando, fermando gente e spaventando i frequentatori della piazza, poco importa se ad andarci di mezzo sarebbero stati pure i commercianti.
Un simile innalzamento di livello, trasportando atteggiamenti fino ad oggi visti solo negli stadi e nei cortei, nella gestione della vita ordinaria di una città, è un atteggiamento nuovo, figlio della logica imposta dal Decreto Minniti che sembra ormai lasciare carta bianca agli organi repressivi dello Stato anche nella gestione politica della società, in una logica propria dello “stato di emergenza nazionale” che si vede in altri stati dell’Unione Europea, in un prospettiva di fascistizzazione della società.
L’Italia probabilmente cerca di non restare indietro nella generale stretta repressiva europea: in assenza di attentati, è bastata la psicosi terrorismo per innalzare i livelli di controllo e limitare la libertà dei cittadini, abituando la popolazione ad una gestione manu militari della crisi.
La giunta 5 Stelle sta solo legittimando questa logica. Dopo la pessima figura fatta con l'incapacità di gestire un evento come quello in piazza San Carlo, la sindaca Appendino ha pensato bene di puntare a riconquistare voti e consenso accontentando quella parte forcaiola di città che chiedeva maggiore controllo e polizia nei quartieri della Movida; naturalmente stando bene attenta a non colpire piccoli commercianti e proprietari dei locali, ma limitandosi ad attaccare gli ultimi del carro: venditori ambulanti e chi non si può permettere di bere nei locali.
Così facendo ha lasciato carta bianca alle forze dell’ordine delegando al Questore la gestione di un complicato aspetto della vita cittadina.
Tuttavia sarebbe ingenuo pensare che dietro le cariche di ieri possa esserci una volontà di inasprire e rompere i già fragili rapporti tra 5 Stelle e movimenti sociali, che nonostante anni di collaborazione nella lotta NoTav, si vanno sempre più inaridendo a seguito delle mancate politiche di rottura e delle ambigue prese di posizione nei confronti della follia repressiva che la questura torinese sta mettendo in campo. Questo episodio rappresenterà uno spartiacque per il Movimento 5 Stelle, dal quale non ci attendiamo nulla di particolare, ma all’interno del quale è evidente la crescita di frizioni sempre più insanabili.
Questo episodio non parla solo a Torino e di Torino, ma parla di quella che forse vuole diventare la futura logica di gestione dell’ordine pubblico nelle metropoli, in un clima politico che si fa sempre più torbido.
Fonte
Ricostruendo la dinamica dell’accaduto, si parte dalle 20 di ieri sera, quando la piazza dei locali viene militarizzata con decine di poliziotti e camionette in assetto antisommossa apparentemente senza motivo. Il pretesto non dichiarato è la contestazione ad una pattuglia di polizia, la scorsa settimana, durante un controllo anti-alcool e contro i venditori abusivi, nei quartieri di San Salvario e Vanchiglia, a seguito di una ordinanza firmata dalla Giunta Appendino, come risposta ai fatti successi in piazza San Carlo durante la finale di Coppa dei Campioni.
Già di per sé l’occupazione militare di una piazza dove la gente va a bersi un aperitivo e rilassarsi dopo una giornata di lavoro o di studio costituiva un fatto anomalo e sicuramente un segnale ai frequentatori della piazza; la cosa si fa più pesante quando i reparti iniziano a schierarsi agli ingressi della piazza, a controllare documenti, a muoversi in plotoni in mezzo alla gente seduta ai tavoli o per terra in modo che definire provocatorio è un eufemismo.
Passano due ore, nelle quali la polizia cerca in tutti i modi di trovare una scintilla per legittimare una presenza altrimenti assurda e nel frattempo qualcuno nella piazza inizia a lamentarsi; la situazione sembrava irreale ma tuttavia tranquilla e, per fortuna, dopo un po’ la polizia pareva cominciare ad andarsene.
Rimane un gruppo di agenti in borghese che inizia a rallentare questa uscita di scena, ed è a questo punto che la gente inizia ad inveire contro di loro chiedendogli con veemenza di andarsene; ed è questo il pretesto, per la digos, per richiamare gli agenti e mettere in atto il copione già in programma.
Le scene successive sono quelle che ormai tutti hanno visto, dei molti video girati sul web, con la polizia che inizia a caricare indistintamente la piazza, manganellando chiunque fosse a tiro, compresi gli avventori dei bar, tra cui anche famiglie con bambini e camerieri che lavoravano, distruggendo tutti i dehors e i tavoli e costringendo la gente a rifugiarsi nei bar. Lo scenario finale di questa violentissima azione poco ha da invidiare a quello lasciato qualche settimana fa in piazza San Carlo e per cui era stata fatta l’ordinanza in questione.
Bilancio della serata e dell’operazione: 4 fermati, molti feriti, locali distrutti, gente scioccata.
Ci pare più che ovvio che i motivi di questa operazione vadano ben oltre l’ordinanza sui venditori abusivi. In nessun modo può essere giustificabile un simile schieramento per un semplice controllo di un’ordinanza comunale sulla vendita dell’alcol, una simile militarizzazione è quanto mai spropositata e l’intento della questura era chiaramente quello di scatenare quello che è poi avvenuto.
Nemmeno l’episodio della scorsa settimana può legittimare, neanche lontanamente, ciò che è accaduto ieri. In nessuno stato di diritto dovrebbe vigere la logica della rappresaglia poliziesca, come quella esibita ieri nel comportamento tenuto dalle “forze dell’ordine”. Il cui intento era chiaramente quello di “dare una lezione”, picchiando, fermando gente e spaventando i frequentatori della piazza, poco importa se ad andarci di mezzo sarebbero stati pure i commercianti.
Un simile innalzamento di livello, trasportando atteggiamenti fino ad oggi visti solo negli stadi e nei cortei, nella gestione della vita ordinaria di una città, è un atteggiamento nuovo, figlio della logica imposta dal Decreto Minniti che sembra ormai lasciare carta bianca agli organi repressivi dello Stato anche nella gestione politica della società, in una logica propria dello “stato di emergenza nazionale” che si vede in altri stati dell’Unione Europea, in un prospettiva di fascistizzazione della società.
L’Italia probabilmente cerca di non restare indietro nella generale stretta repressiva europea: in assenza di attentati, è bastata la psicosi terrorismo per innalzare i livelli di controllo e limitare la libertà dei cittadini, abituando la popolazione ad una gestione manu militari della crisi.
La giunta 5 Stelle sta solo legittimando questa logica. Dopo la pessima figura fatta con l'incapacità di gestire un evento come quello in piazza San Carlo, la sindaca Appendino ha pensato bene di puntare a riconquistare voti e consenso accontentando quella parte forcaiola di città che chiedeva maggiore controllo e polizia nei quartieri della Movida; naturalmente stando bene attenta a non colpire piccoli commercianti e proprietari dei locali, ma limitandosi ad attaccare gli ultimi del carro: venditori ambulanti e chi non si può permettere di bere nei locali.
Così facendo ha lasciato carta bianca alle forze dell’ordine delegando al Questore la gestione di un complicato aspetto della vita cittadina.
Tuttavia sarebbe ingenuo pensare che dietro le cariche di ieri possa esserci una volontà di inasprire e rompere i già fragili rapporti tra 5 Stelle e movimenti sociali, che nonostante anni di collaborazione nella lotta NoTav, si vanno sempre più inaridendo a seguito delle mancate politiche di rottura e delle ambigue prese di posizione nei confronti della follia repressiva che la questura torinese sta mettendo in campo. Questo episodio rappresenterà uno spartiacque per il Movimento 5 Stelle, dal quale non ci attendiamo nulla di particolare, ma all’interno del quale è evidente la crescita di frizioni sempre più insanabili.
Questo episodio non parla solo a Torino e di Torino, ma parla di quella che forse vuole diventare la futura logica di gestione dell’ordine pubblico nelle metropoli, in un clima politico che si fa sempre più torbido.
Fonte
12/06/2017
Sconfitta del “populismo”?
La battuta d’arresto degli attuali contenitori della protesta, il M5S in Italia, è dato da quello da che più parti viene definito come “effetto Raggi”: il populismo acquisisce consensi quando dà una forma politica alla disaffezione, ma li perde drammaticamente una volta al potere. Il populismo è per ciò stesso destinato al fallimento di fronte alle sue prove di governo: sono le sue naturali contraddizioni, quelle per cui una volta al potere non può che ricalcare le strategie dei partiti “tradizionali”, magari attraverso linguaggi e comportamenti (apparentemente) nuovi. Il fallimento della giunta Raggi pesa quotidianamente come un macigno sulle vicende elettorali del M5S, ma il problema strutturale è rappresentato piuttosto da Chiara Appendino. In una situazione meno drammatica di Roma, e con una stampa tutto sommato cauta, la Appendino si presenta come una sorta di Fassino minore. Buona amministrazione, solide relazioni cittadine, gestione ordinaria della metropoli. Una “normalità” istituzionale che è però in contraddizione con quelle ansie popolari che pure l’avevano portata alla vittoria elettorale. Insomma, se anche nella città dove “governa bene” il M5S si rivela un partito di sistema per nulla dedito a quelle “rotture” promesse in campagna elettorale, prima o poi quella protesta volgerà lo sguardo altrove. Difficile, per non dire impossibile, ricavare da ciò una previsione politica generale, visto che il movimento grillino conta su di un voto d’opinione non scalfito da prove di governo nazionali. Resta il problema di quel popolo completamente scollegato dalla rappresentanza politica tradizionale.
L’ingegneristica elettorale all’ordine del giorno nel dibattito politico italiano serve d’altronde proprio a questo. Preso atto dello scollamento (definitivo?), occorre riorganizzare il sistema della rappresentanza. Il modello francese è il punto di riferimento insuperato. Un presidente e un parlamento eletto da un’estrema minoranza della popolazione che però dispone di una maggioranza assoluta. Una maggioranza preponderante che però non consente alcuna reale “governabilità”, visto che l’insieme delle forze politiche e sociali espulse dai circuiti ufficiali della rappresentanza istituzionale non per questo cessano di esistere nella realtà. Partiti del 10 o del 20% che riescono ad eleggere uno, due o cinque deputati potranno anche risultare inutili dentro le assemblee elettive nazionali, ma fuori continuano a rappresentare la maggioranza della volontà popolare. Difficile, per non dire impossibile, governare davvero un paese attraverso questa straordinaria distorsione politica, e la latente protesta popolare francese rispetto ad ogni riforma dello Stato sociale deriva proprio da questo. Non dalla forza di questo o quel soggetto politico organizzato, ma dalla convergenza implicita di tutte le forze politiche e sociali contro la volontà del partito di volta in volta al governo. Col 15% dei consensi elettorali reali può controllare militarmente un’assemblea parlamentare ma non imporre una volontà politica al paese nel suo insieme.
Nonostante ciò, questa distorsione è l’obiettivo che cerca di darsi anche l’Italia. L’incolmabile distacco tra politica ufficiale e “popolo” è un dato talmente strutturato da non essere più gestibile attraverso i consueti strumenti istituzionali pensati in altre epoche e per altre logiche. Occorre minare la rappresentanza politica alla sua base, spezzando il legame (d’altronde sempre debolissimo) tra le volontà popolari e la loro traduzione politica ufficiale. E’ la vera grande riforma che ci chiede l’Europa, a cui non frega nulla della crescita o del debito, ma molto della capacità delle classi dirigenti di controllare i territori sottoposti alla restaurazione liberista.
Ecco perché, nonostante i fallimenti momentanei dei contenitori populisti, le ragioni del “populismo” (che sono poi le ragioni della lotta di classe nell’attuale fase storica) sono destinate a moltiplicarsi, ad approfondirsi e ad acutizzarsi. La politica che “tira un sospiro di sollievo” prosegue guardando il dito della “tenuta elettorale”, ma la luna dell’ingovernabilità materiale è sempre più grande all’orizzonte.
Fonte
01/12/2016
Torino dice basta con la Tav. Soddisfazione degli attivisti, rabbia del Pd
Il Comune di Torino uscirà dall'Osservatorio sulla Torino-Lione. La mozione, presentata oggi dal gruppo M5S alla presenza della sindaca Chiara Appendino, sarà votata nel prossimo consiglio comunale, con ogni probabilità lunedì prossimo. La decisione era stata annunciata in campagna elettorale dalla stessa Appendino, la quale ha ribadito la sua contrarietà all'opera, Immediata la e altrettanto prevedibile la replica del senatore del PD Stefano Esposito, sostenitore spesso oltre le righe della Tav: "Appendino fa giocare la sua maggioranza a fare i no Tav", non può chiedere al governo di finanziare opere che discendono dalla Tav e poi schierarsi contro l'opera”. Più sobrio è stato Paolo Foietta, presidente dell’Osservatorio sulla tav, secondo il quale l'addio del Comune di Torino annunciato oggi all'Osservatorio Tav conferma quanto già espresso da Chiara Appendino in campagna elettorale, anche se, osserva, prima di decidere un passo di questo genere la sindaca di Torino aveva promesso un'iniziativa di confronto che invece non c'è stata.
Ben diversa, e ovviamente positiva, è la reazione degli attivisti del movimento No Tav che sulla pagina di Notav.info scrivono: “Una decisione promessa e lungamente attesa dal movimento No Tav, un segnale politico forte in attesa che la Camera approvi la legge di ratifica tra Italia e Francia ignorando completamente il No del nostro territorio e tutte le ragioni ampiamente divulgate in questi anni. L’annuncio dell’uscita dall’Osservatorio inutile del TAV è accompagnato alla dichiarazione per cui la città di Torino è fortemente contraria alla Torino-Lione, che il TAV non è necessario né prioritario, che si tratta solo di una scelta politica e non di un problema di saturazione merci.
La sindaca e i consiglieri hanno poi esteso la loro riflessione, impegnandosi formalmente a contrastare in ogni sede istituzionale italiana ed europea il TAV, sollecitare il parlamento alla modifica dei processi decisionali sulle grandi opere e sugli investimenti delle risorse pubbliche, e a formalizzare al più presto l’uscita dall’Osservatorio.
Molti ringraziamenti e riconoscimenti sono stati fatti alla tenacia e al coraggio del movimento No Tav, citando le violenze subite dai tanti attivisti. Con i consiglieri torinesi visibilmente emozionati e felici di compiere questo passo, in questi mesi sostenuti dalla commissione tecnica appositamente nominata per relazionare a 360 gradi sul progetto, compiamo un altro passo avanti in questo lungo cammino che da oltre due decenni ci vede protagonisti.
Ringraziamo quindi tutti del lavoro fatto e ripartiamo dalla lotta che ci vedrà impegnati nei prossimi giorni sul nostro territorio (a breve pubblicheremo ulteriori dettagli) e nel sostegno dei tanti No Tav ancora sottoposti a misure cautelari. Ora c’è già chi vuole sminuire l’atto politico, ma diciamo ai mini-senatori del Pd e affini di mettersi il cuore in pace perchè possono raccontarla come vogliono, ma siccome si chiama Torino Lione e Torino esce dalla tratta, ci dovrebbero spiegare un pò come funziona".
I No Tav annunciano che lunedì dalle 16,00 saranno in Piazza Palazzo di Città a Torino (sede del consiglio comunale) ad attendere l’approvazione della mozione.
Fonte
Ben diversa, e ovviamente positiva, è la reazione degli attivisti del movimento No Tav che sulla pagina di Notav.info scrivono: “Una decisione promessa e lungamente attesa dal movimento No Tav, un segnale politico forte in attesa che la Camera approvi la legge di ratifica tra Italia e Francia ignorando completamente il No del nostro territorio e tutte le ragioni ampiamente divulgate in questi anni. L’annuncio dell’uscita dall’Osservatorio inutile del TAV è accompagnato alla dichiarazione per cui la città di Torino è fortemente contraria alla Torino-Lione, che il TAV non è necessario né prioritario, che si tratta solo di una scelta politica e non di un problema di saturazione merci.
La sindaca e i consiglieri hanno poi esteso la loro riflessione, impegnandosi formalmente a contrastare in ogni sede istituzionale italiana ed europea il TAV, sollecitare il parlamento alla modifica dei processi decisionali sulle grandi opere e sugli investimenti delle risorse pubbliche, e a formalizzare al più presto l’uscita dall’Osservatorio.
Molti ringraziamenti e riconoscimenti sono stati fatti alla tenacia e al coraggio del movimento No Tav, citando le violenze subite dai tanti attivisti. Con i consiglieri torinesi visibilmente emozionati e felici di compiere questo passo, in questi mesi sostenuti dalla commissione tecnica appositamente nominata per relazionare a 360 gradi sul progetto, compiamo un altro passo avanti in questo lungo cammino che da oltre due decenni ci vede protagonisti.
Ringraziamo quindi tutti del lavoro fatto e ripartiamo dalla lotta che ci vedrà impegnati nei prossimi giorni sul nostro territorio (a breve pubblicheremo ulteriori dettagli) e nel sostegno dei tanti No Tav ancora sottoposti a misure cautelari. Ora c’è già chi vuole sminuire l’atto politico, ma diciamo ai mini-senatori del Pd e affini di mettersi il cuore in pace perchè possono raccontarla come vogliono, ma siccome si chiama Torino Lione e Torino esce dalla tratta, ci dovrebbero spiegare un pò come funziona".
I No Tav annunciano che lunedì dalle 16,00 saranno in Piazza Palazzo di Città a Torino (sede del consiglio comunale) ad attendere l’approvazione della mozione.
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25/11/2016
Bombe carta contro l’ex Moi a Torino, la denuncia dei migranti
Dopo la notte di tensione all’ex Moi a Torino, dove vivono oltre 1200 migranti, abbiamo sentito Patrick Kondé dell'Usb Migranti per avere una ricostruzione dell’accaduto e un punto della situazione in generale dei migranti e dell’occupazione abitativa.
Ciao Patrick, che cosa è successo al Moi?
Alcuni giorni fa, alcuni ragazzi del Moi sono stati minacciati da un gruppo di individui che ancora non siamo riusciti a identificare, ma è successo davanti al bar all’angolo tra via Filadelfia e via Giordano Bruno, frequentato da tifosi del Toro ma soprattutto da estremisti di destra e fascisti. L'altro ieri sera, intorno alle 22, alcuni migranti sono stati aggrediti in piazza Galimberti, c’è stato un leggero tafferuglio ma è finita lì. Poi, verso l’una di notte c’è stato un attacco pianificato da parte di quattro individui incappucciati che hanno lanciato bombe carta contro il Moi e poi sono scappati. I ragazzi, sentendo il rumore e vedendo il fumo, si sono spaventati; alcuni sono scesi in strada cercando di capire cosa fosse successo, alcuni temevano uno sgombero. C’è stato un vai e vieni dei ragazzi, hanno capito che erano stati attaccati. Alcuni hanno preso questo fatto come una provocazione, si sono arrabbiati, sono usciti nella strada, come azione di difesa. Poi la gente del quartiere ha chiamato la polizia vedendo che i ragazzi in strada erano tanti (più o meno 7-800 persone, su un totale di circa 1200 abitanti del Moi), è arrivata tantissima polizia e la cosa non poteva più essere sotto controllo. Poi, la situazione verso le tre-quattro è tornata tranquilla.
Ieri mattina, la polizia ha iniziato a fare controlli ai ragazzi che uscivano dal Moi, e questo ha innervosito gli occupanti. Noi siamo arrivati e li abbiamo calmati, dicendogli di non cogliere la provocazione: siamo stati noi a subire il danno, non dobbiamo passare dalla parte del torto. Queste cose le abbiamo già viste, siamo stati provocati varie volte, dobbiamo sempre cercare di non perdere il controllo e non cadere nella trappola. Il capo della polizia mi ha detto che i controlli saranno raddoppiati per prevenire questi attacchi ai danni dei migranti. Io sono stato al Moi fino alle 4 del pomeriggio e la situazione era tranquilla, ma ora vedremo se ci saranno altri attacchi di questo tipo. In zona ci sono fascisti, gente che non scherza, gente pronta a tutto, pericolosa. I ragazzi raccontano che tutte le volte che passano davanti a quel bar vengono puntualmente minacciati e insultati. Abbiamo suggerito ai ragazzi di evitare di girare e di passare davanti a quel bar. I movimenti di destra aspettano solo questa situazione per strumentalizzare.
Quali risposte state avendo dalla amministrazione Appendino?
Noi abbiamo fatto vari incontri con la sindaca, ma finora non ci è stata proposta una soluzione alternativa. La sindaca aveva proposto di svuotare palazzo per palazzo anche con l’aiuto della compagnia San Paolo, ma noi non sappiamo come la compagnia intenda procedere. Ci devono spiegare che idea hanno, cosa vogliono fare. Se vogliono mettere i soldi per trovare altre sistemazioni ai ragazzi, la cosa va anche bene; il problema non è lo sgombero in sé, ma la soluzione alternativa che si prospetta. Devono fare delle proposte concrete e i ragazzi le valuteranno e sono disposti ad accettarle se dignitose. Negli ultimi incontri, la sindaca ha parlato di un censimento; ma il problema è capire a cosa servono questi dati. Se servono solo a schedare le persone, senza che ci sia una soluzione concreta, allora non va bene. Noi siamo stati chiari con la sindaca: quest’operazione di raccolta dei dati ha senso solo se sappiamo che fine faranno. Se la proposta alternativa c’è, le persone saranno felici di spostarsi in case dignitose, dove poter vivere una vita normale. Fateci le proposte, e loro le accetteranno. Finora queste proposte non ci sono. Ricordiamo che si parla di persone, che hanno dei diritti. Si parlava di uno sgombero a dicembre, ma buttare 1200 persone in mezzo alla strada a dicembre sarebbe una soluzione estrema.
Come stanno vivendo questa situazione i migranti?
Lo stato d’animo dei ragazzi è quello di tutti questi anni, la disperazione. Non sanno domani dove saranno, sono senza prospettive, senza lavoro. Sono proprio disperati. Noi cerchiamo di calmarli e tranquillizzarli, ma non so quanto può durare. Ci vogliono urgentemente soluzioni. Sicuramente noi non cadremo nelle provocazioni, questo è il messaggio che dobbiamo dare a chi ci attacca.
In una occupazione di queste dimensioni ovviamente ci sono dei problemi, 1200 persone insieme senza un lavoro, senza niente, è chiaro che emergono dei problemi. Il pericolo è che questa situazione di tensione sfugga di mano e diventi ingestibile. Si può trovare una soluzione, ma ci vuole uno sforzo politico. Si potrebbe anche dare in gestione l’ex Moi alle associazioni o responsabilizzare gli stessi occupanti a un gestione interna. La cosa che ci importa ora di più è la sopravvivenza delle persone, la loro incolumità, la loro sicurezza. Se succede qualcosa in quei palazzi siamo tutti responsabili in qualche modo anche le persone che ci attaccano. E’ veramente il momento di cercare una soluzione dignitosa per queste persone.
Come valuti la questione migranti a livello europeo?
In generale, la questione migranti in Europa è sempre più grave, vediamo quello che è successo a Calais, in Ungheria, in Grecia. Ogni giorno arrivano 200-300 persone. Nel 2016 siamo a 175.000 arrivi, l’anno scorso eravamo a 155.000 arrivi. Ricordiamoci che stiamo parlando di esseri umani, costretti a fuggire da situazioni disperate; non ci dimentichiamo che l’immigrazione è frutto di certe politiche che fino ad ora sono state portate avanti in Africa. Di queste noi stiamo pagando le conseguenze. La situazione in Africa è davvero disastrosa, da anni. Ci sono tantissime guerre in corso nel continente africano: Ciad, Sudan, Congo, Uganda, Mali, Nigeria con bokoharam, dappertutto. I ragazzi vengono da lì, arrivano da Etiopia, Eritrea, Gambia, Mali, Senegal, Costa d’Avorio. Sono tutti paesi con una grande instabilità. In Congo ci sono guerre in corso per il coltan, il materiale che si usa per i computer, ci sono tante multinazionali francesi, britanniche in quella zona. Abbiamo anche una situazione terribile in Eritrea e in Etiopia. In Gambia c’è una dittatura militare. Guerre economiche e militari, sfruttamento, fame: servirebbero soluzioni strutturali per risolvere alla radice il problema delle migrazioni forzate, ma manca la volontà politica a livello mondiale.
Fonte
12/10/2016
Torino - Appendino vende l’acqua pubblica, protestano i comitati
Lo scorso 3 ottobre la maggioranza che sostiene la giunta Appendino ha approvato, con 24 voti favorevoli, 3 contrari e 9 astenuti, una delibera con la quale si autorizza la vendita, da parte della holding comunale Fct (Finanziaria città di Torino) di azioni della Smat (Società metropolitana acque Torino) per un totale di due milioni di euro. La vendita si sarebbe resa necessaria, secondo il vicesindaco Montanari, per coprire i buchi di bilancio lasciati dalla precedente amministrazione Fassino.
La decisione indebolisce dunque la presenza pubblica nella gestione dell'acqua tra le proteste, oltre che dell'opposizione istituzionale, dei comitati “benecomunisti” che avevano sostenuto l’attuale sindaco durante la campagna elettorale e, in particolare, tra le recriminazioni del Comitato per l'acqua pubblica di Torino.
Il Comitato già in agosto aveva messo sotto pressione la giunta comunale pentastellata, quando questa aveva bocciato una delibera proposta da Eleonora Artesio di “Torino in Comune” tesa a trasformare la Smat in una società di diritto pubblico. Una decisione che pone l'amministrazione Appendino in contrasto con altre amministrazioni del Movimento Cinque Stelle, che hanno già adottato provvedimenti analoghi a quelli allora proposti da Artesio. Quel “no” ha segnato la prima, importante rottura tra la giunta comunale e il Comitato per l'acqua pubblica.
Una rottura ulteriormente aggravata dall'indebolimento della presenza pubblica nella Smat. Un indebolimento che dalla giunta è stato presentato come misura necessaria a risanare il bilancio comunale, con la promessa di un cambio di rotta a partire dall'anno prossimo. Ma che da altre sponde si denuncia apertamente come una concessione a politiche neoliberiste proprio in relazione a un bene, l'acqua, sulla cui natura e destinazione pubblica lo stesso sindaco appena insediato aveva impostato parte non irrilevante della propria campagna elettorale e dei propri contatti con la società civile torinese. Un segnale non confortante.
Fonte
Tante parole che poi si riducono alla solita solfa privatizzante, altro che discontinuità.
06/09/2016
M5s: meno male che ci sono Di Battista, Appendino e Morra…!
Come avrete notato è un periodo in cui il M5s mi sta dando diversi dispiaceri come per le vicende di Roma e della vigilanza Rai.
A proposito, Roberto Fico mi invia su tweet copia di un articolo nel quale spiega come la vigilanza Rai non ha poteri sulle scelte del CdA della Rai. Cosa verissima. Però dovrebbe averne a proposito del comportamento delle reti sull’obiettività dell’informazione ed, a proposito del referendum, Tg1 e Tg2, per essere delicati, la stanno facendo sporca, mentre la Berlinguer assicurava equilibrio fra tesi del Si e del No. Ora, una discussione sulla necessità di assicurare un servizio più obiettivo ci sarebbe stata bene ed era implicitamente un modo per mettere naso anche in quella strana sostituzione. Comunque mi pare che siamo ancora in tempo a farla. O no?! Va bene, vediamo.
Della Raggi ho detto e non mi ripeto.
Invece devo dire che ci sono state tre persone che un po’ mi hanno risarcito del sangue marcio fatto per Roma: Di Battista, la Appendino e Morra.
Alessandro Di Battista
sta facendo una campagna efficacissima per il No al referendum e l’aver
approfittato di agosto è stata una idea intelligente che non ha avuto
nessun altro. Quando Alessandro fa l’agitatore di piazza dà il meglio di
sé ed è molto bravo. Va riconosciuto pubblicamente.
La Appendino sta lavorando magnificamente
e l’azione della giunta fila come l’olio. Certo: Torino non ha un
millesimo dei problemi di Roma, lei non ha l’assedio dei mass media
pronti a fucilarla al minimo errore, come invece capita alla Raggi, ma
sta facendo un lavoro egregio che smentisce quanti dicono che il M5s sa
solo parlare dall’opposizione ma, poi, non sa governare. E, non a caso,
della Appendino non se ne parla se non marginalmente e per incidente.
A proposito di informazione indecente: non vi dice nulla il caso del segretario generale del comune di Milano, Antonella Petrocelli
costretta alle dimissioni dopo solo 5 giorni dalla nomina, perché
rinviata a giudizio (sottolineo: non perché iscritta nel registro degli
indagati, ma perché rinviata a giudizio che non è proprio la stessa
cosa)? E non per una qualche irregolarità amministrativa (come quelle che capitano spesso a quei pasticcioni del M5s, che però una lira non la
toccano) ma per una turbativa d’asta. Insomma, le mani nella
marmellata. Avete letto niente in proposito? Giusto
qualche trafiletto. Capisco che trattandosi di un ambiente Pd, un
amministratore rinviato a giudizio, per reati malversativi, non faccia
notizia. Ci siamo così abituati che per sorprenderci dovremmo leggere di
un gruppo di dirigenti del Pd che ha dato l’assalto ad una banca armato
di bazooka, però, almeno un cenno comparativo, parlando delle disgrazie
della giunta romana, giusto per dire che c’è chi sta peggio, non
sarebbe stato tanto stravagante. Ma i nostri giornalisti hanno una idea
molto singolare del loro lavoro.
Da ultimo Morra: ha
recentemente rilasciato una dichiarazione, confermando l’opposizione del
M5s all’Euro e la conseguente proposta di uscirne. Una precisazione di
cui si sentiva il bisogno dopo che, negli ultimi mesi, c’era stata
qualche incertezza in materia. Ho molto apprezzato questa uscita: bravo
Morra!
La fortuna del M5s è che, anche quando
prende delle cantonate o attraversa momenti di confusione, poi spuntano
fuori singole personalità che lo tirano fuori dalle peste. E che, nel
momento presente, attenuano la sensazione di vuoto irreparabile
lasciato da Roberto Casaleggio.
24/08/2016
M5s: attenti agli errori
Beppe Grillo ha lanciato l’appello a versare 30 euro
di sottoscrizione per consentire al Movimento di affrontare le prossime
scadenze. Lo farò ed invito tutti i sostenitori del No a fare
altrettanto. Il M5s è il principale motore dello schieramento del No,
lo ricordo a tutti, e già lo sta dimostrando con il tour in tutta
Italia di Di Battista: bravo Dibba, e brava anche Chiara Appendino, che è
partita con il piede giusto (a parte l’insana passione vegetariana che
non approvo). Ci risarciscono un po’ del sangue amaro che ci fanno fare
le notizie da Roma.
Intendiamoci: per lamentarsi, dopo un solo mese dall’insediamento, che Roma è sommersa dai rifiuti e che la giunta non sta facendo niente, occorre avere molta malafede e, se poi ad essere sdegnati sono quelli stessi che hanno provocato il disastro, in primo luogo quelli del Pd e dopo quelli della destra, ci vuole anche una faccia di tolla da guinness dei primati.
Nei confronti del M5s la stampa sta conducendo una campagna indecente,
di totale disonestà intellettuale, che non sa cosa sia la deontologia
professionale. La Raggi tarda a fare la giunta? Giù romanzi di foschi di
giochi correntizi interni, basati su spifferi e dicerie. Non dico che
tutto sia inventato, ma si capisce subito che si tratta di voci di
corridoio gonfiate all’inverosimile.
Però, cari amici del M5s, attenti con gli errori:
i giornalisti ci ricamano, e va bene, però anche voi gli date ago e
filo per farlo. Veniamo alle cose sicuramente sbagliate fatte da questa
giunta.
In primo luogo, troppa gente legata alle amministrazioni precedenti con due casi imperdonabili: Raffaele Marra e Paola Muraro tanto per fare due nomi.
Non si può promettere la discontinuità e
poi far trovare la stessa gente di prima. Più imperdonabile ancora di
Marra è la nomina della Muraro all’assessorato all’ambiente. Ma come:
c’è un disastro ambientale senza precedenti e tu all’ambiente ci metti
uno dei massimi responsabili di quel disastro? E’ stata consulente
dell’ente per 10 anni (e lasciamo perdere la cifra da capogiro che si è
presa), quindi è sicuramente corresponsabile del disastro, se una
persona non doveva essere messa in quel posto era lei. Come vi è venuto
in testa di fare una sciocchezza del genere?
“Ma è una persona competente”.
Se i risultati di tanta competenza sono quelli che ammiriamo, meglio
farne a meno. Ma forse vogliamo sostenere che la Muraro ha fatto il
meglio ed era l’agenzia a non dar seguito ai suoi suggerimenti? Ma
allora, perché l’ha tenuta 10 anni? E lei che c’è rimasta a fare? Certo
aveva centomila ragioni per restare, centomila all’anno.
Oppure, vogliamo sostenere che non era
possibile fare altro ma, allora, erano sbagliate le critiche mosse alle
amministrazioni precedenti e, soprattutto, che dobbiamo rassegnarci al
fatto che tutto resterà come prima e la nuova giunta non segnerà alcuna
discontinuità.
Dunque quella nomina segna una resa alla logica delle giunte precedenti. Magari adesso evitate di proseguire facendo Carminati assessore al Patrimonio: anche quello, a suo modo, è uno competente.
“Ma chi dovevamo metterci?” Mi
si dice. Risposta: nessuno di Roma per evidente “incompatibilità
ambientale”. Ci sono ottimi esperti della materia in tutta Italia e, se
vogliamo, in Europa, tanto, guardate che i rifiuti sono gli stessi a
Roma, a Bologna, a Trieste, a Dusseldorf o a Varsavia. Poi ci sono
particolarità ambientali (compresa la particolare indisciplina dei
cittadini), ma quelle si studiano.
Se poi il neo assessore si difende consegnando in ritardo alla Procura dei dossier, giustificandosi
con improbabili scuse di obbligo al segreto d’ufficio, è proprio sicuro
che l’assessore va cambiato prima di sera. Vedo che lo si sta difendendo, va bene, vediamo quanto dura.
Molto diversa è la questione della signora Carla Romana Raineri
che è stata assunta come capo di gabinetto del sindaco di Roma con uno
stipendio di oltre 190.000 euro. Il Pd ci ha imbastito una speculazione a
livello della sua ars diffamandi: ma come, questa prende il triplo di
quello che prendeva il suo predecessore nella giunta Marino ed il doppio
di quello che stava con Alemanno? Scandalo!
Allora entriamo nel merito: la signora,
in quanto magistrato con grado di Cassazione prendeva più o meno la
stessa cifra che prenderà adesso che lavorerà per il comune di Roma,
restando in aspettativa senza stipendio in quanto magistrato. Quel
minimo in più certamente non compenserà viaggi ed albergo a Roma, dato
che la signora risiede a Milano. Quindi, in sé, nulla di scandaloso, e
l’unica differenza è che prima era pagata dallo Stato per il tramite del
ministero di Grazia e Giustizia ed ora per il tramite del Comune di
Roma. Ma 190.000 euro all’anno sono troppi? Lo dico anche io, ma non è
colpa della Raineri, è lo Stato che dà stipendi spropositati ai
magistrati che, per di più, fanno carriera automatica nella quale basta
che non ci sia “demerito”. Ma questo è un altro paio di maniche e ne
parleremo in altra occasione, qui mi pare che nessuno possa decentemente
sostenere che la Raineri non avesse diritto a mantenere la sua
retribuzione, per di più stando in trasferta e con un lavoro
obiettivamente più oneroso.
L’errore del M5s – e si, lasciatemelo dire – è stato di ordine comunicativo.
Che si fosse deciso di dare uno stipendio di quella entità, per quelle
ragioni, andava detto subito, contestualmente alla nomina, spiegando
che, in questo caso, la signora non avrebbe mantenuto altri stipendi
(come nel caso del segretario generale di Marino). Quelli del Pd
avrebbero trovato da ridire comunque, ma avrebbero avuto la strada
tagliata e la cosa sarebbe funzionata meno.
Stesso errore a proposito dell’incontro fra Di Maio e le lobbies,
giustificato dopo con l’esigenza di incontrare i rappresentanti di una
categoria che, in un modo o nell’altro, occorre regolamentare. Fatto
così, nessuno ti crede e la gente pensa che sei stato scoperto mentre
intendevi incontrare di nascosto i lobbisti e dopo ti sei inventato
quella scusa. Sarebbe stato molto più lineare dire prima che occorre
regolamentare il settore, magari anche proibirlo, ma che intanto andavi
a sentire cosa hanno da dire e dichiararlo apertamente. Non ci sarebbe
stato nessuno scandalo.
Allo stesso modo si poteva fare per
l’incontro con l’Aspen: che un politico che si candida alla carica più
importante dello Stato, incontri anche il diavolo non deve far scandalo
perché deve incontrare tutti. Ma nel modo più aperto e senza dare la
sensazione di chissà quale intrigo. La chiarezza è sempre la miglior
difesa.
Insomma, cari amici, mettetevi in testa di dover essere molto più prudenti, perché ogni sbaglio ve lo faranno pagare almeno il triplo che agli altri. Ricordatelo sempre.
27/06/2016
Torino: il declino di un modello
La vittoria di Chiara Appendino e del Movimento 5 Stelle alle ultime elezioni comunali di Torino ha costituito certamente l’avvenimento che ha destato maggior sorpresa nell’ultima tornata elettorale. La ricandidatura di Piero Fassino sembrava destinata a continuare il più che ventennale governo di centro-sinistra della città (con due giunte a testa per Valentino Castellani e per Sergio Chiamparino, più una per Fassino). Se da un lato questa vittoria si inserisce in un contesto nazionale in cui il voto delle amministrative ha espresso un generalizzato sentimento di rifiuto nei confronti del governo Renzi, dall’altro è impossibile comprendere la vittoria dell’Appendino se non si capiscono le dinamiche di sviluppo locale dell’ex “factory town” italiana.
Per fare questo è utile recuperare l’interessante teoria formulata da David Harvey per cui il capitale produce una propria spazialità e questa spazialità è dinamica. Se da un lato il capitale si “fissa” producendo una conformazione geografica particolare, essa però non è destinata a durare nel tempo[1]. Gli investimenti una volta persa la loro redditività cercano un diverso assetto e si spostano in differenti regioni lasciando le zone precedenti in stato di crisi e abbandono. La “distruzione creativa” che il capitale porta da sempre con sé è evidente in una città come Torino (cosi come la sua gemella americana Detroit) definita nel 2013 “capitale degli sfratti” e flagellata dalla disoccupazione (quella giovanile è tra le più alte d’Italia)[2]. Lo storico economico Giuseppe Berta ha usato una metafora efficace per descrivere il dualismo centro-periferia che si è venuto a creare nel corso degli ultimi decenni: “C’è un tram, il numero 3, parte dalla bella pre-collina borghese e arriva alle Vallette, periferia estrema. Il tram numero 3 è il viaggio in una società segmentata da cui vedi cambiare scenario in poche centinaia di metri. Un epidemiologo ha calcolato che la speranza di vita di uno che abita in pre-collina è di 7 anni superiore a quella di uno che sta al capolinea, alle Vallette”[3]. Non è un caso che il Movimento 5 Stelle abbia iniziato la sua battaglia nelle periferie, e nelle periferie l’abbia poi vinta (come è evidente dalla distribuzione dei voti non solo al secondo ma già al primo turno).
Sappiamo bene che questa situazione è in larga parte dovuta al lento processo d’esaurimento della produttività degli stabilimenti FIAT che avevano modellato quegli spazi urbani e definito con lo stabilimento di Mirafiori (e la sua immensa concentrazione operaia) la politica e l’economia non solo cittadina ma nazionale. La lenta parabola di questa città è in qualche modo paradigmatica del passaggio da quella configurazione sociale definita fordismo ai processi odierni di accumulazione flessibile. La strategia di diversificazione economica interna al gruppo FIAT, conduce quest'ultimo a perdere di vista, come notava giustamente Luciano Gallino, il proprio core-business ovvero la produzione di auto[4]. Inseguendo volatili investimenti finanziari e attività sussidiarie e delocalizzando parte ingente della produzione l’occupazione garantita da questa azienda (direttamente e tramite l’indotto) crolla vertiginosamente.
Il tentativo delle giunte di centro-sinistra di sostituire un modello di sviluppo basato sull’industria con uno basato sul turismo, l’edilizia e i grandi eventi ha avuto successo solo per gli abitanti del centro (che infatti in maggioranza hanno votato per confermare la giunta in carica). Il centro di Torino è ad oggi uno dei più belli in Italia e il turismo è in continua crescita, ma questo non basta a recuperare i livelli occupazionali pre-crisi né a diminuire le file davanti alle mense dei poveri. Le olimpiadi hanno lasciato in eredità soprattutto debiti, e contribuito ad alimentare un sistema (il Sistema Torino di cui ormai si parla apertamente dopo che per anni se n’è negata finanche l’esistenza) costituito da un conglomerato di fondazioni bancarie, cooperative ex “rosse” e partecipate comunali. Il Sistema Torino si è pesantemente schierato con Fassino nel corso della campagna elettorale, salvo poi tentare velocemente di riposizionarsi a seguito della sua fragorosa sconfitta (si vedano in merito le dichiarazioni del presidente di Intesa SanPaolo Salza e di John Elkan, presidente di FIAT-FCA). Bisognerà vedere adesso se la giunta a guida 5 Stelle avrà la forza di cambiare questo modello di sviluppo e i potentati ad esso collegati, o se si limiterà ad una gestione dell’esistente magari più trasparente ma incapace di incidere davvero sul declino di quella che è stata la capitale industriale italiana.
Note:
[1] Teoria dello “Spatial Fix” riassunta in D. Harvey, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo pp. 150-166
[2] Dati riportati in: http://ilmanifesto.info/linvisibile-popolo-dei-nuovi-poveri/ e qui: http://www.lastampa.it/2014/10/13/cronaca/disoccupazione-giovanile-a-torino-il-record-del-nord-QwLSQGdeJriKRyLr9CRUDP/pagina.html
[3] Intervista alla Stampa del 21 Giugno 2016.
[4] Luciano Gallino, La scomparsa dell’Italia Industriale pp. 82-89
Fonte
Per fare questo è utile recuperare l’interessante teoria formulata da David Harvey per cui il capitale produce una propria spazialità e questa spazialità è dinamica. Se da un lato il capitale si “fissa” producendo una conformazione geografica particolare, essa però non è destinata a durare nel tempo[1]. Gli investimenti una volta persa la loro redditività cercano un diverso assetto e si spostano in differenti regioni lasciando le zone precedenti in stato di crisi e abbandono. La “distruzione creativa” che il capitale porta da sempre con sé è evidente in una città come Torino (cosi come la sua gemella americana Detroit) definita nel 2013 “capitale degli sfratti” e flagellata dalla disoccupazione (quella giovanile è tra le più alte d’Italia)[2]. Lo storico economico Giuseppe Berta ha usato una metafora efficace per descrivere il dualismo centro-periferia che si è venuto a creare nel corso degli ultimi decenni: “C’è un tram, il numero 3, parte dalla bella pre-collina borghese e arriva alle Vallette, periferia estrema. Il tram numero 3 è il viaggio in una società segmentata da cui vedi cambiare scenario in poche centinaia di metri. Un epidemiologo ha calcolato che la speranza di vita di uno che abita in pre-collina è di 7 anni superiore a quella di uno che sta al capolinea, alle Vallette”[3]. Non è un caso che il Movimento 5 Stelle abbia iniziato la sua battaglia nelle periferie, e nelle periferie l’abbia poi vinta (come è evidente dalla distribuzione dei voti non solo al secondo ma già al primo turno).
Sappiamo bene che questa situazione è in larga parte dovuta al lento processo d’esaurimento della produttività degli stabilimenti FIAT che avevano modellato quegli spazi urbani e definito con lo stabilimento di Mirafiori (e la sua immensa concentrazione operaia) la politica e l’economia non solo cittadina ma nazionale. La lenta parabola di questa città è in qualche modo paradigmatica del passaggio da quella configurazione sociale definita fordismo ai processi odierni di accumulazione flessibile. La strategia di diversificazione economica interna al gruppo FIAT, conduce quest'ultimo a perdere di vista, come notava giustamente Luciano Gallino, il proprio core-business ovvero la produzione di auto[4]. Inseguendo volatili investimenti finanziari e attività sussidiarie e delocalizzando parte ingente della produzione l’occupazione garantita da questa azienda (direttamente e tramite l’indotto) crolla vertiginosamente.
Il tentativo delle giunte di centro-sinistra di sostituire un modello di sviluppo basato sull’industria con uno basato sul turismo, l’edilizia e i grandi eventi ha avuto successo solo per gli abitanti del centro (che infatti in maggioranza hanno votato per confermare la giunta in carica). Il centro di Torino è ad oggi uno dei più belli in Italia e il turismo è in continua crescita, ma questo non basta a recuperare i livelli occupazionali pre-crisi né a diminuire le file davanti alle mense dei poveri. Le olimpiadi hanno lasciato in eredità soprattutto debiti, e contribuito ad alimentare un sistema (il Sistema Torino di cui ormai si parla apertamente dopo che per anni se n’è negata finanche l’esistenza) costituito da un conglomerato di fondazioni bancarie, cooperative ex “rosse” e partecipate comunali. Il Sistema Torino si è pesantemente schierato con Fassino nel corso della campagna elettorale, salvo poi tentare velocemente di riposizionarsi a seguito della sua fragorosa sconfitta (si vedano in merito le dichiarazioni del presidente di Intesa SanPaolo Salza e di John Elkan, presidente di FIAT-FCA). Bisognerà vedere adesso se la giunta a guida 5 Stelle avrà la forza di cambiare questo modello di sviluppo e i potentati ad esso collegati, o se si limiterà ad una gestione dell’esistente magari più trasparente ma incapace di incidere davvero sul declino di quella che è stata la capitale industriale italiana.
Note:
[1] Teoria dello “Spatial Fix” riassunta in D. Harvey, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo pp. 150-166
[2] Dati riportati in: http://ilmanifesto.info/linvisibile-popolo-dei-nuovi-poveri/ e qui: http://www.lastampa.it/2014/10/13/cronaca/disoccupazione-giovanile-a-torino-il-record-del-nord-QwLSQGdeJriKRyLr9CRUDP/pagina.html
[3] Intervista alla Stampa del 21 Giugno 2016.
[4] Luciano Gallino, La scomparsa dell’Italia Industriale pp. 82-89
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23/06/2016
L'”invidia sociale” che può spazzare via Fassino e Renzi
Piero Fassino ha preso malissimo la sua sconfitta. Anche perché a questo punto anche la poltrona in Cdp diventa traballante, visto che la sua nomina in quell’organismo è avvenuta ad opera del ministro dell’economia, ma in quanto rappresentante dei Comuni italiani, in qualità di presidente dell’Anci. Non essendo più sindaco, sarebbe logico vederlo sostituito...
Comunque sia, ha usato un argomento rivelatore quando ha accusato la subentrante Chiara Appendino in questo modo: “ha condotto una campagna elettorale facendo leva emotivamente sull’invidia sociale. Ad esempio il tema delle periferie è stato usato come una clava secondo lo schema ‘Quelli in centro hanno quello che voi non avete qui’”.
Capiamo che il linguaggio comunista non gli appartenga più, ma “il tema delle periferie” e la contrapposizione centro-periferie è in realtà una vecchia questione di conflitto tra classi, tra borghesi e proletari, tra imprenditori e lavoratori, tra benestanti e “gentrificati”. È insomma una contrapposizione che fotografa le manifestazioni concrete delle diseguaglianze sociali, anche se non raggiunge le cause di quelle diseguaglianze.
La cosa stupefacente è però quel riferimento a “far leva sull’invidia sociale”. Come se la condizione benestante fosse un “premio meritocratico” assolutamente ovvio e “naturale”, anziché – come avvertono anche il Censis e decine di altri istituti dove si studia l’articolazione sociale – un dato di fatto che riflette il blocco dell’“ascensore” che un tempo permetteva anche ai figli dei lavoratori di ascendere nella scala sociale, grazie all’istruzione e alla spesa pubblica. E quindi come se fosse assolutamente “scorretto” che un politico in campagna elettorale provi a parlare agli abitanti delle periferie riconoscendo il loro malessere, indicando in “quelli che stanno in centro” un avversario da battere.
Come se Piero Fassino fosse sempre stato un marchese del Monferrato, anziché un dirigente nato, formato, cresciuto e nutrito nel Pci. O forse proprio per questo...
In quella parola – invidia sociale – c’è tutto il disprezzo possibile verso gli abitanti delle periferie, i “miserabili” che pretendono di votare e scegliere (magari illudendosi, certo) chi sembra almeno meno spocchioso e beato del proprio esibito benessere.
Questa frase resterà un suo marchio di fabbrica, un po’ come quel tormentone che gira in rete a partire da un’altra sua affermazione famosa quanto suicida, pronunciata nel 2009: «Se Grillo vuol fare politica fondi un partito, si presenti alle elezioni e vediamo quanti voti prende». Non rimarrà nella storia come è accaduto alla sfortunata Maria Antonietta («Se non hanno più pane, che mangino brioche»), ma ci somiglia, perché viene dallo stesso ignorante disprezzo per “il popolo”. E non a caso vengono pronunciate mentre il vecchio potere precipita verso il baratro. Anche Renzi, in fondo, si sente molto “invidiato”...
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20/06/2016
Ballottaggi. Per il Pd risultati tragici
Lo scossone dei ballottaggi è stato ancora più grande di quello registrato al primo turno. Roma, Napoli, Torino hanno detto definitivamente addio al Pd e al centrodestra. A questo punto il referendum sulla riforma contro-costituzionale diventa l’appuntamento non solo decisivo per il futuro del paese, ma anche scontro aperto ad ogni risultato.
Roma, la capitale di questo disgraziato paese, è da stanotte in mano a una forza ancora indefinibile ma certamente estranea ai vecchi gruppi di potere clientelari, mafiosi, succubi dei palazzinari e del Vaticano. E’ una notizia a suo modo storica.
Proprio nella capitale la vittoria della “grillina” Virginia Raggi era data abbastanza per scontata, nonostante la corsa dei berlusconiani (già nel primo turno, con l’abbandono del candidato ufficiale – Marchini – e il sostegno a Giachetti) a sostenere il candidato del Pd. Ma nessuno poteva immaginarsi la proporzione che sta assumendo in base ai dati del Viminale: in pratica due elettori romani su tre hanno dato la preferenza alla giovane avvocatessa, affossando il surfista Giachetti, specialista in cambi di casacca (dai radicali alla Margherita, da Rutelli a Renzi, ecc).
Ma la sorpresa più grande è arrivata da Torino, dove Chiara Appendino, anch’essa Cinque Stelle, recupera oltre dieci punti di scarto e vince con un distacco altrettanto grande nei confronti di Piero Fassino (55 a 45).
A Napoli, la situazione politicamente più avanzata d’Italia, anche sul piano del “blocco sociale”, Luigi De Magistris doppia abbondantemente il candidato berlusconiano, che aveva ricevuto l’appoggio esplicito di parti importanti del Pd.
Solo Milano, per un soffio, dà la vittoria al city manager di centrodestra neoassunto nelle file del Pd; ma era contrapposto ad un altro city manager di centrodestra che i berlusconiani hanno pensato – dopo il ricovero e l’operazione al cuore del Caimano – di tenere di riserva per assumere un ruolo nazionale in mancanza del vecchio tycoon.
Nemmeno Bologna può far sorridere Matteo Renzi. La vittoria di Merola sulla candidata leghista non è mai stata in dubbio, ma il margine – col passare di appena due settimane – s’è ristretto da oltre venti punti ad appena 10.
Di fatto, quella parte della popolazione che ancora va alle urne (meno del 50%, in questo caso) c’è andata per castigare Renzi e la sua corte. Un dato politico su cui ragioneremo meglio nelle prossime ore.
I primo exit poll, relativi al 75% della rilevazione, stanno dando risultati pessimi – per essere eufemistici – per Renzi e la sua banda.
A Roma, infatti, la candidata del M5S Virginia Raggi viene data tra il 62 e il 68%. Anche dovendo prendere con le molle gli exit poll, da tempo inattendibili, si tratterebbe di una partita chiusa. I margini di errore sono infatti limitati a 5-10 punti percentuali; mentre qui si prospetta un “doppiaggio” rispetto al pessimo Roberto Giachetti. Lo stesso Giachetti è comparso al pubblico nel suo comitato elettorale ammettendo la sconfitta.
La sorpresa più grande è però Torino, dove la stessa rilevazione dà avanti – sia pure leggermente – Chiara Appendino (49,5-42,5%) rispetto a Piero Fassino, vecchio totem che ha seguito tutta la trafila della vergogna, dal Pci al Pd. Il secondo exit poll ha peraltro confermato la tendenza, aumentando il vantaggio della Appendino. Numeri peraltro confermati dai primi dati reali. Con 126 sezioni scrutinate su 919 il vantaggio della candidata Cinque Stelle viaggia intorno al 10%.
Stesse percentuali – ma rovesciate – a Milano, dove Sala (Pd) è davanti di un pelo rispetto a Parisi, del centrodestra.
Più scontata la situazione a Napoli, dove Luigi De Magistris è per il momento dato tra il 61 e il 65%, stracciando il suo avversario di destra (Lettieri) per cui il Pd aveva annunciato voto a favore.
Sembra profilarsi dunque una vera batosta per Renzi.
Il tutto, va detto, in una situazione di astensione gigantesca: alle 19 (unico dato disponibile intorno alle 23,30) l’affluenza, media è stata del 36,56%, esclusi il Friuli Venezia Giulia e la Sicilia. Al primo turno, alla stessa ora, era stata del 43,62%. A Roma è del 34,90% (contro il 39,39%). A Torino il 39,15% (41,31%). A Napoli il crollo più marcato: 25,27 contro il 37,99% del primo turno. Stanca anche Milano, 39,7 contro il 42,4 del primo turno. A Bologna 41,64% contro 46,36%.
Fonte
Roma, la capitale di questo disgraziato paese, è da stanotte in mano a una forza ancora indefinibile ma certamente estranea ai vecchi gruppi di potere clientelari, mafiosi, succubi dei palazzinari e del Vaticano. E’ una notizia a suo modo storica.
Proprio nella capitale la vittoria della “grillina” Virginia Raggi era data abbastanza per scontata, nonostante la corsa dei berlusconiani (già nel primo turno, con l’abbandono del candidato ufficiale – Marchini – e il sostegno a Giachetti) a sostenere il candidato del Pd. Ma nessuno poteva immaginarsi la proporzione che sta assumendo in base ai dati del Viminale: in pratica due elettori romani su tre hanno dato la preferenza alla giovane avvocatessa, affossando il surfista Giachetti, specialista in cambi di casacca (dai radicali alla Margherita, da Rutelli a Renzi, ecc).
Ma la sorpresa più grande è arrivata da Torino, dove Chiara Appendino, anch’essa Cinque Stelle, recupera oltre dieci punti di scarto e vince con un distacco altrettanto grande nei confronti di Piero Fassino (55 a 45).
A Napoli, la situazione politicamente più avanzata d’Italia, anche sul piano del “blocco sociale”, Luigi De Magistris doppia abbondantemente il candidato berlusconiano, che aveva ricevuto l’appoggio esplicito di parti importanti del Pd.
Solo Milano, per un soffio, dà la vittoria al city manager di centrodestra neoassunto nelle file del Pd; ma era contrapposto ad un altro city manager di centrodestra che i berlusconiani hanno pensato – dopo il ricovero e l’operazione al cuore del Caimano – di tenere di riserva per assumere un ruolo nazionale in mancanza del vecchio tycoon.
Nemmeno Bologna può far sorridere Matteo Renzi. La vittoria di Merola sulla candidata leghista non è mai stata in dubbio, ma il margine – col passare di appena due settimane – s’è ristretto da oltre venti punti ad appena 10.
Di fatto, quella parte della popolazione che ancora va alle urne (meno del 50%, in questo caso) c’è andata per castigare Renzi e la sua corte. Un dato politico su cui ragioneremo meglio nelle prossime ore.
*****
I primo exit poll, relativi al 75% della rilevazione, stanno dando risultati pessimi – per essere eufemistici – per Renzi e la sua banda.
A Roma, infatti, la candidata del M5S Virginia Raggi viene data tra il 62 e il 68%. Anche dovendo prendere con le molle gli exit poll, da tempo inattendibili, si tratterebbe di una partita chiusa. I margini di errore sono infatti limitati a 5-10 punti percentuali; mentre qui si prospetta un “doppiaggio” rispetto al pessimo Roberto Giachetti. Lo stesso Giachetti è comparso al pubblico nel suo comitato elettorale ammettendo la sconfitta.
La sorpresa più grande è però Torino, dove la stessa rilevazione dà avanti – sia pure leggermente – Chiara Appendino (49,5-42,5%) rispetto a Piero Fassino, vecchio totem che ha seguito tutta la trafila della vergogna, dal Pci al Pd. Il secondo exit poll ha peraltro confermato la tendenza, aumentando il vantaggio della Appendino. Numeri peraltro confermati dai primi dati reali. Con 126 sezioni scrutinate su 919 il vantaggio della candidata Cinque Stelle viaggia intorno al 10%.
Stesse percentuali – ma rovesciate – a Milano, dove Sala (Pd) è davanti di un pelo rispetto a Parisi, del centrodestra.
Più scontata la situazione a Napoli, dove Luigi De Magistris è per il momento dato tra il 61 e il 65%, stracciando il suo avversario di destra (Lettieri) per cui il Pd aveva annunciato voto a favore.
Sembra profilarsi dunque una vera batosta per Renzi.
Il tutto, va detto, in una situazione di astensione gigantesca: alle 19 (unico dato disponibile intorno alle 23,30) l’affluenza, media è stata del 36,56%, esclusi il Friuli Venezia Giulia e la Sicilia. Al primo turno, alla stessa ora, era stata del 43,62%. A Roma è del 34,90% (contro il 39,39%). A Torino il 39,15% (41,31%). A Napoli il crollo più marcato: 25,27 contro il 37,99% del primo turno. Stanca anche Milano, 39,7 contro il 42,4 del primo turno. A Bologna 41,64% contro 46,36%.
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