Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Fassino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fassino. Mostra tutti i post
06/12/2019
Brancaccio - Care Sardine, non fidatevi dei tecnocrati
RAI News 24 – Studio24 – 6 dicembre 2019 – Interpellato sul “Meccanismo
Europeo di Stabilità”, un portavoce del movimento delle “sardine”
dichiara che la politica con la “P maiuscola” dovrebbe consistere nella
delega a soggetti competenti chiamati a risolvere problemi complessi.
Per quanto diffusa, questa visione della democrazia rischia di
ingenerare equivoci. Quando in gioco si pongono problemi non
semplicemente tecnici ma anche politici, in cui cioè sono in gioco
interessi contrapposti, la scelta di affidarsi alla “tecnocrazia”
costituisce un’illusione e un potenziale pericolo. Interventi di Piero
Fassino (Partito democratico) e di Emiliano Brancaccio (economista
dell’Università del Sannio).
Fonte
Fonte
14/07/2016
Un altro aspirante Le Pen: Piero Fassino
“Siamo troppi, basta con gli immigrati”, “le case agli italiani”: ormai questi argomenti si rincorrono da un quarto di secolo. Durante questo periodo gli aspiranti Le Pen all’italiana, o alla lombarda, sono stati diversi. Prima hanno provato a imitare il padre, Jean-Marie, vecchio squadrista paranoico, ora tocca all’imitazione della figlia, di destra senza ambiguità ma in grado di stare davanti alle telecamere. Visto che gli aspiranti Le Pen italiani non vanno benissimo (la Meloni non va oltre Roma, Salvini è in calo nei sondaggi) qualcun altro ha ben pensato di candidarsi. Un signore più che maturo e, a suo dire, con un passato di sinistra: Piero Fassino. Più che di sinistra, Fassino si può sempre catalogare come il classico quadro di partito (prima del Pci, poi del Pds fino al Pd) che, davanti ad un bivio, è sempre stato dalla parte delle decisioni di destra.
Dai 33 giorni di Mirafiori del 1980 in poi, infatti, non è che nella vita abbia preso un qualche premio da difensore della classe operaia o degli oppressi. Al contrario, Fassino vanta il premio Fondazione Italia-Usa (assieme a Luttwack, Fallaci, Bonino etc.). Intendiamoci, a differenza di tanti renziani della prima e seconda ora, Fassino vanta un curriculum istituzionale solido e, seppur da destra, seriamente praticato. Rimase, a lungo, agli onori della cronaca per la famosa frase intercettata “abbiamo una banca?” riferita all’allora numero uno di Unipol, Consorte. Tutto per una vicenda, mai chiarita, di insider trading nell’acquisto, poi fallito, della Bnl da parte della compagnia di assicurazione di area centrosinistra.
Una cosa va detta, per quanto Fassino sia un uomo non proprio innovativo sul piano delle politiche, per quanto non si sia mai dissociato nei confronti di ogni genere di repressione (e qui ci teniamo leggeri) era sempre stato attento a non uscire dalle righe nei toni e negli accenti. Salvo a partire dalla sconfitta elettorale dello scorso giugno a Torino che proprio non gli è andata giù. Sarà perché, in quel modo, si è avverata la seconda profezia terribile di Fassino (dopo quella rivolta a Grillo “se vuole faccia un partito e vediamo quanti voti riesce a prendere”, quella rivolta ad Appendino, ora sindaca di Torino, “se vuole, questa è la sedia venga lei a fare il sindaco”). Sarà perché Fassino era sicuro di vincere comunque, lo ha fatto capire ripetendo, ipnotico e traumatizzato, dopo la sconfitta davanti alle telecamere un “ho amministrato bene” che sapeva tanto di choc a lungo irrisolvibile. Sarà perché, come da tradizione politica da cui proviene, ogni sconfitta genera, nel ripensamento, una svolta a destra. Ma, comunque sia andata, Fassino matura la propria svolta lepenista. Cominciando a dichiarare a giornali e tv che le case assegnate agli immigrati sono troppe, che non si possono più sopportare gli stranieri in Italia etc.
Se continua così matura le condizioni per farsi invitare da Orban al prossimo referendum anti-immigrazione in Ungheria. Certo, rimane da chiedersi come mai un quadro istituzionale così capace, presidente Anci e più volte ministro, non abbia detto la cosa più semplice. Ovvero che c’è bisogno di un grande piano, pubblico, di rigenerazione urbana per tutti. Che generi lavoro, reddito e garantisca il diritto alla casa. Ma, purtroppo, a mettersi in fila per fare gli aspiranti Le Pen non costa un euro di lavori pubblici, così la Merkel ti prende in considerazione per il premio Italia-Germania, e garantisce visibilità. E ti fa prendere sul serio anche quando fai il cretino.
Redazione, 13 luglio 2016
Le fonti
Repubblica - “Fassino lancia l'allarme immigrazione: "Stiamo superando la soglia governabile”
Il secolo d’Italia - “Fassino si butta a destra: «Case popolari, prima gli italiani»”
Ansa - “Fassino,immigrazione rischia travolgerci”
Fonte
Dai 33 giorni di Mirafiori del 1980 in poi, infatti, non è che nella vita abbia preso un qualche premio da difensore della classe operaia o degli oppressi. Al contrario, Fassino vanta il premio Fondazione Italia-Usa (assieme a Luttwack, Fallaci, Bonino etc.). Intendiamoci, a differenza di tanti renziani della prima e seconda ora, Fassino vanta un curriculum istituzionale solido e, seppur da destra, seriamente praticato. Rimase, a lungo, agli onori della cronaca per la famosa frase intercettata “abbiamo una banca?” riferita all’allora numero uno di Unipol, Consorte. Tutto per una vicenda, mai chiarita, di insider trading nell’acquisto, poi fallito, della Bnl da parte della compagnia di assicurazione di area centrosinistra.
Una cosa va detta, per quanto Fassino sia un uomo non proprio innovativo sul piano delle politiche, per quanto non si sia mai dissociato nei confronti di ogni genere di repressione (e qui ci teniamo leggeri) era sempre stato attento a non uscire dalle righe nei toni e negli accenti. Salvo a partire dalla sconfitta elettorale dello scorso giugno a Torino che proprio non gli è andata giù. Sarà perché, in quel modo, si è avverata la seconda profezia terribile di Fassino (dopo quella rivolta a Grillo “se vuole faccia un partito e vediamo quanti voti riesce a prendere”, quella rivolta ad Appendino, ora sindaca di Torino, “se vuole, questa è la sedia venga lei a fare il sindaco”). Sarà perché Fassino era sicuro di vincere comunque, lo ha fatto capire ripetendo, ipnotico e traumatizzato, dopo la sconfitta davanti alle telecamere un “ho amministrato bene” che sapeva tanto di choc a lungo irrisolvibile. Sarà perché, come da tradizione politica da cui proviene, ogni sconfitta genera, nel ripensamento, una svolta a destra. Ma, comunque sia andata, Fassino matura la propria svolta lepenista. Cominciando a dichiarare a giornali e tv che le case assegnate agli immigrati sono troppe, che non si possono più sopportare gli stranieri in Italia etc.
Se continua così matura le condizioni per farsi invitare da Orban al prossimo referendum anti-immigrazione in Ungheria. Certo, rimane da chiedersi come mai un quadro istituzionale così capace, presidente Anci e più volte ministro, non abbia detto la cosa più semplice. Ovvero che c’è bisogno di un grande piano, pubblico, di rigenerazione urbana per tutti. Che generi lavoro, reddito e garantisca il diritto alla casa. Ma, purtroppo, a mettersi in fila per fare gli aspiranti Le Pen non costa un euro di lavori pubblici, così la Merkel ti prende in considerazione per il premio Italia-Germania, e garantisce visibilità. E ti fa prendere sul serio anche quando fai il cretino.
Redazione, 13 luglio 2016
Le fonti
Repubblica - “Fassino lancia l'allarme immigrazione: "Stiamo superando la soglia governabile”
Il secolo d’Italia - “Fassino si butta a destra: «Case popolari, prima gli italiani»”
Ansa - “Fassino,immigrazione rischia travolgerci”
Fonte
27/06/2016
Torino: il declino di un modello
La vittoria di Chiara Appendino e del Movimento 5 Stelle alle ultime elezioni comunali di Torino ha costituito certamente l’avvenimento che ha destato maggior sorpresa nell’ultima tornata elettorale. La ricandidatura di Piero Fassino sembrava destinata a continuare il più che ventennale governo di centro-sinistra della città (con due giunte a testa per Valentino Castellani e per Sergio Chiamparino, più una per Fassino). Se da un lato questa vittoria si inserisce in un contesto nazionale in cui il voto delle amministrative ha espresso un generalizzato sentimento di rifiuto nei confronti del governo Renzi, dall’altro è impossibile comprendere la vittoria dell’Appendino se non si capiscono le dinamiche di sviluppo locale dell’ex “factory town” italiana.
Per fare questo è utile recuperare l’interessante teoria formulata da David Harvey per cui il capitale produce una propria spazialità e questa spazialità è dinamica. Se da un lato il capitale si “fissa” producendo una conformazione geografica particolare, essa però non è destinata a durare nel tempo[1]. Gli investimenti una volta persa la loro redditività cercano un diverso assetto e si spostano in differenti regioni lasciando le zone precedenti in stato di crisi e abbandono. La “distruzione creativa” che il capitale porta da sempre con sé è evidente in una città come Torino (cosi come la sua gemella americana Detroit) definita nel 2013 “capitale degli sfratti” e flagellata dalla disoccupazione (quella giovanile è tra le più alte d’Italia)[2]. Lo storico economico Giuseppe Berta ha usato una metafora efficace per descrivere il dualismo centro-periferia che si è venuto a creare nel corso degli ultimi decenni: “C’è un tram, il numero 3, parte dalla bella pre-collina borghese e arriva alle Vallette, periferia estrema. Il tram numero 3 è il viaggio in una società segmentata da cui vedi cambiare scenario in poche centinaia di metri. Un epidemiologo ha calcolato che la speranza di vita di uno che abita in pre-collina è di 7 anni superiore a quella di uno che sta al capolinea, alle Vallette”[3]. Non è un caso che il Movimento 5 Stelle abbia iniziato la sua battaglia nelle periferie, e nelle periferie l’abbia poi vinta (come è evidente dalla distribuzione dei voti non solo al secondo ma già al primo turno).
Sappiamo bene che questa situazione è in larga parte dovuta al lento processo d’esaurimento della produttività degli stabilimenti FIAT che avevano modellato quegli spazi urbani e definito con lo stabilimento di Mirafiori (e la sua immensa concentrazione operaia) la politica e l’economia non solo cittadina ma nazionale. La lenta parabola di questa città è in qualche modo paradigmatica del passaggio da quella configurazione sociale definita fordismo ai processi odierni di accumulazione flessibile. La strategia di diversificazione economica interna al gruppo FIAT, conduce quest'ultimo a perdere di vista, come notava giustamente Luciano Gallino, il proprio core-business ovvero la produzione di auto[4]. Inseguendo volatili investimenti finanziari e attività sussidiarie e delocalizzando parte ingente della produzione l’occupazione garantita da questa azienda (direttamente e tramite l’indotto) crolla vertiginosamente.
Il tentativo delle giunte di centro-sinistra di sostituire un modello di sviluppo basato sull’industria con uno basato sul turismo, l’edilizia e i grandi eventi ha avuto successo solo per gli abitanti del centro (che infatti in maggioranza hanno votato per confermare la giunta in carica). Il centro di Torino è ad oggi uno dei più belli in Italia e il turismo è in continua crescita, ma questo non basta a recuperare i livelli occupazionali pre-crisi né a diminuire le file davanti alle mense dei poveri. Le olimpiadi hanno lasciato in eredità soprattutto debiti, e contribuito ad alimentare un sistema (il Sistema Torino di cui ormai si parla apertamente dopo che per anni se n’è negata finanche l’esistenza) costituito da un conglomerato di fondazioni bancarie, cooperative ex “rosse” e partecipate comunali. Il Sistema Torino si è pesantemente schierato con Fassino nel corso della campagna elettorale, salvo poi tentare velocemente di riposizionarsi a seguito della sua fragorosa sconfitta (si vedano in merito le dichiarazioni del presidente di Intesa SanPaolo Salza e di John Elkan, presidente di FIAT-FCA). Bisognerà vedere adesso se la giunta a guida 5 Stelle avrà la forza di cambiare questo modello di sviluppo e i potentati ad esso collegati, o se si limiterà ad una gestione dell’esistente magari più trasparente ma incapace di incidere davvero sul declino di quella che è stata la capitale industriale italiana.
Note:
[1] Teoria dello “Spatial Fix” riassunta in D. Harvey, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo pp. 150-166
[2] Dati riportati in: http://ilmanifesto.info/linvisibile-popolo-dei-nuovi-poveri/ e qui: http://www.lastampa.it/2014/10/13/cronaca/disoccupazione-giovanile-a-torino-il-record-del-nord-QwLSQGdeJriKRyLr9CRUDP/pagina.html
[3] Intervista alla Stampa del 21 Giugno 2016.
[4] Luciano Gallino, La scomparsa dell’Italia Industriale pp. 82-89
Fonte
Per fare questo è utile recuperare l’interessante teoria formulata da David Harvey per cui il capitale produce una propria spazialità e questa spazialità è dinamica. Se da un lato il capitale si “fissa” producendo una conformazione geografica particolare, essa però non è destinata a durare nel tempo[1]. Gli investimenti una volta persa la loro redditività cercano un diverso assetto e si spostano in differenti regioni lasciando le zone precedenti in stato di crisi e abbandono. La “distruzione creativa” che il capitale porta da sempre con sé è evidente in una città come Torino (cosi come la sua gemella americana Detroit) definita nel 2013 “capitale degli sfratti” e flagellata dalla disoccupazione (quella giovanile è tra le più alte d’Italia)[2]. Lo storico economico Giuseppe Berta ha usato una metafora efficace per descrivere il dualismo centro-periferia che si è venuto a creare nel corso degli ultimi decenni: “C’è un tram, il numero 3, parte dalla bella pre-collina borghese e arriva alle Vallette, periferia estrema. Il tram numero 3 è il viaggio in una società segmentata da cui vedi cambiare scenario in poche centinaia di metri. Un epidemiologo ha calcolato che la speranza di vita di uno che abita in pre-collina è di 7 anni superiore a quella di uno che sta al capolinea, alle Vallette”[3]. Non è un caso che il Movimento 5 Stelle abbia iniziato la sua battaglia nelle periferie, e nelle periferie l’abbia poi vinta (come è evidente dalla distribuzione dei voti non solo al secondo ma già al primo turno).
Sappiamo bene che questa situazione è in larga parte dovuta al lento processo d’esaurimento della produttività degli stabilimenti FIAT che avevano modellato quegli spazi urbani e definito con lo stabilimento di Mirafiori (e la sua immensa concentrazione operaia) la politica e l’economia non solo cittadina ma nazionale. La lenta parabola di questa città è in qualche modo paradigmatica del passaggio da quella configurazione sociale definita fordismo ai processi odierni di accumulazione flessibile. La strategia di diversificazione economica interna al gruppo FIAT, conduce quest'ultimo a perdere di vista, come notava giustamente Luciano Gallino, il proprio core-business ovvero la produzione di auto[4]. Inseguendo volatili investimenti finanziari e attività sussidiarie e delocalizzando parte ingente della produzione l’occupazione garantita da questa azienda (direttamente e tramite l’indotto) crolla vertiginosamente.
Il tentativo delle giunte di centro-sinistra di sostituire un modello di sviluppo basato sull’industria con uno basato sul turismo, l’edilizia e i grandi eventi ha avuto successo solo per gli abitanti del centro (che infatti in maggioranza hanno votato per confermare la giunta in carica). Il centro di Torino è ad oggi uno dei più belli in Italia e il turismo è in continua crescita, ma questo non basta a recuperare i livelli occupazionali pre-crisi né a diminuire le file davanti alle mense dei poveri. Le olimpiadi hanno lasciato in eredità soprattutto debiti, e contribuito ad alimentare un sistema (il Sistema Torino di cui ormai si parla apertamente dopo che per anni se n’è negata finanche l’esistenza) costituito da un conglomerato di fondazioni bancarie, cooperative ex “rosse” e partecipate comunali. Il Sistema Torino si è pesantemente schierato con Fassino nel corso della campagna elettorale, salvo poi tentare velocemente di riposizionarsi a seguito della sua fragorosa sconfitta (si vedano in merito le dichiarazioni del presidente di Intesa SanPaolo Salza e di John Elkan, presidente di FIAT-FCA). Bisognerà vedere adesso se la giunta a guida 5 Stelle avrà la forza di cambiare questo modello di sviluppo e i potentati ad esso collegati, o se si limiterà ad una gestione dell’esistente magari più trasparente ma incapace di incidere davvero sul declino di quella che è stata la capitale industriale italiana.
Note:
[1] Teoria dello “Spatial Fix” riassunta in D. Harvey, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo pp. 150-166
[2] Dati riportati in: http://ilmanifesto.info/linvisibile-popolo-dei-nuovi-poveri/ e qui: http://www.lastampa.it/2014/10/13/cronaca/disoccupazione-giovanile-a-torino-il-record-del-nord-QwLSQGdeJriKRyLr9CRUDP/pagina.html
[3] Intervista alla Stampa del 21 Giugno 2016.
[4] Luciano Gallino, La scomparsa dell’Italia Industriale pp. 82-89
Fonte
23/06/2016
L'”invidia sociale” che può spazzare via Fassino e Renzi
Piero Fassino ha preso malissimo la sua sconfitta. Anche perché a questo punto anche la poltrona in Cdp diventa traballante, visto che la sua nomina in quell’organismo è avvenuta ad opera del ministro dell’economia, ma in quanto rappresentante dei Comuni italiani, in qualità di presidente dell’Anci. Non essendo più sindaco, sarebbe logico vederlo sostituito...
Comunque sia, ha usato un argomento rivelatore quando ha accusato la subentrante Chiara Appendino in questo modo: “ha condotto una campagna elettorale facendo leva emotivamente sull’invidia sociale. Ad esempio il tema delle periferie è stato usato come una clava secondo lo schema ‘Quelli in centro hanno quello che voi non avete qui’”.
Capiamo che il linguaggio comunista non gli appartenga più, ma “il tema delle periferie” e la contrapposizione centro-periferie è in realtà una vecchia questione di conflitto tra classi, tra borghesi e proletari, tra imprenditori e lavoratori, tra benestanti e “gentrificati”. È insomma una contrapposizione che fotografa le manifestazioni concrete delle diseguaglianze sociali, anche se non raggiunge le cause di quelle diseguaglianze.
La cosa stupefacente è però quel riferimento a “far leva sull’invidia sociale”. Come se la condizione benestante fosse un “premio meritocratico” assolutamente ovvio e “naturale”, anziché – come avvertono anche il Censis e decine di altri istituti dove si studia l’articolazione sociale – un dato di fatto che riflette il blocco dell’“ascensore” che un tempo permetteva anche ai figli dei lavoratori di ascendere nella scala sociale, grazie all’istruzione e alla spesa pubblica. E quindi come se fosse assolutamente “scorretto” che un politico in campagna elettorale provi a parlare agli abitanti delle periferie riconoscendo il loro malessere, indicando in “quelli che stanno in centro” un avversario da battere.
Come se Piero Fassino fosse sempre stato un marchese del Monferrato, anziché un dirigente nato, formato, cresciuto e nutrito nel Pci. O forse proprio per questo...
In quella parola – invidia sociale – c’è tutto il disprezzo possibile verso gli abitanti delle periferie, i “miserabili” che pretendono di votare e scegliere (magari illudendosi, certo) chi sembra almeno meno spocchioso e beato del proprio esibito benessere.
Questa frase resterà un suo marchio di fabbrica, un po’ come quel tormentone che gira in rete a partire da un’altra sua affermazione famosa quanto suicida, pronunciata nel 2009: «Se Grillo vuol fare politica fondi un partito, si presenti alle elezioni e vediamo quanti voti prende». Non rimarrà nella storia come è accaduto alla sfortunata Maria Antonietta («Se non hanno più pane, che mangino brioche»), ma ci somiglia, perché viene dallo stesso ignorante disprezzo per “il popolo”. E non a caso vengono pronunciate mentre il vecchio potere precipita verso il baratro. Anche Renzi, in fondo, si sente molto “invidiato”...
Fonte
16/05/2016
Festa grande nei circoli degli speculatori
Festa grande nei circoli della speculazione urbanistica e della proprietà edilizia. Ieri la Camera dei Deputati ha approvato a maggioranza con i voti del gruppo di Verdini e della minoranza del Pd una legge che a dispetto del roboante titolo, «Contenimento del consumo di suolo», favorisce l’aggressione di quanto resta dei territori agricoli e lascia mano libera alla grande proprietà immobiliare di approvare interventi di demolizione e ricostruzione con mostruosi incrementi volumetrici.
Prima di descrivere le aberrazioni nascoste nella legge, è però opportuno chiarire che il giudizio negativo non riguarda – come vogliono far credere i commenti trionfali del Pd – la normale dialettica democratica in cui le opposizioni (in questo caso 5 Stelle e Sinistra italiana) criticano i provvedimenti della maggioranza. Molti comunicati emessi dalle associazioni ambientaliste e della tutela – dalla Lipu a Salviamo il Paesaggio – non appena approvata la legge dimostrano che è pessima e solo una sfrontata propaganda può gabellarla come un successo. Le bugie stavolta hanno le gambe corte e inciampano sulla realtà: quelle associazioni hanno collaborato in numerose riunioni e audizioni in Parlamento presentando emendamenti per rendere la legge più efficace. Non è stato concesso loro alcuno spazio e in sede di approvazione in aula sono stati votati articoli che hanno ulteriormente peggiorato la legge rendendola un grande regalo al partito del cemento.
La grancassa renziana dirà che si tutelano le aree agricole. L’articolo 6 si intitola al contrario «compendi agricoli neorurali periurbani», una locuzione marinettiana che serve «a favorire lo sviluppo economico sostenibile del territorio» e consente ai proprietari di realizzare in aree agricole «alberghi, case di cura e uffici». È noto a tutti – e dunque anche al legislatore – che l’Italia ha gli indici di consumo di suolo più alti dell’Europa intera: abbiamo cementificato circa l’8% del territorio a fronte della media del 4,7% di Paesi europei (fonte Ispra): la ricetta della maggioranza è invece quella di incrementare ancora la frammentazione territoriale.
Ma veniamo al cuore del provvedimento, e cioè l’articolo 5 che porta come titolo «Interventi di rigenerazione delle aree urbanizzate degradate». Lì è contenuta – come nel caso delle riforma Madia per le amministrazioni pubbliche – la pericolosa delega in bianco all’esecutivo per emanare decreti legislativi per agevolare gli interventi di rigenerazione urbana. In realtà è noto che queste leggi già esistono e non vengono utilizzate proprio perché non permettono di poter aumentare a piacimento le volumetrie da realizzare e obbligano al rispetto degli interessi pubblici. Cose vecchie nella devastante cultura nuovista. Per far capire dove si vuole arrivare, l’aula ha approvato un emendamento del Pd che consente deroghe volumetriche anche per gli interventi in corso. È l’estensione del Piano casa berlusconiano a tutto il territorio.
Del resto, a capo dell’associazione dei comuni italiani siede Piero Fassino, esponente Pd, ed è stata proprio l’Anci a chiedere di escludere dalla tutela le aree di completamento urbanistico «anche future»! Altro che riduzione del consumo di suolo: è il trionfo della speculazione edilizia, come conferma la relatrice di maggioranza Chiara Braga (Pd) che per difendersi dalle critiche ha detto che non bisogna «mortificare l’iniziativa privata». Brava. Se ne sentiva davvero il bisogno perché la deregulation dura da oltre due decenni e a furia di non mortificare l’iniziativa privata sono stati cancellati diritti dei cittadini ad avere città vivibili e territori tutelati.
Da pochi giorni è uscito un volume prezioso – «Viaggio in Italia, le città nel trentennio liberista» (ed. manifestolibri) – che narra gli scempi compiuti in molte città italiane sulla base della cultura della deroga. Il predominio di pochi contro gli interessi di tutti che ha portato ad un eccesso di alloggi costruiti, alla conseguente riduzione dei valori immobiliari – salvo quelli di pregio – e alla demolizione del welfare urbano. La legge renziana approvata ieri dimostra che nonostante i fallimenti non si cambia cura: ancora ulteriore consumo di suolo e ancora nuove costruzioni.
Fonte
Prima di descrivere le aberrazioni nascoste nella legge, è però opportuno chiarire che il giudizio negativo non riguarda – come vogliono far credere i commenti trionfali del Pd – la normale dialettica democratica in cui le opposizioni (in questo caso 5 Stelle e Sinistra italiana) criticano i provvedimenti della maggioranza. Molti comunicati emessi dalle associazioni ambientaliste e della tutela – dalla Lipu a Salviamo il Paesaggio – non appena approvata la legge dimostrano che è pessima e solo una sfrontata propaganda può gabellarla come un successo. Le bugie stavolta hanno le gambe corte e inciampano sulla realtà: quelle associazioni hanno collaborato in numerose riunioni e audizioni in Parlamento presentando emendamenti per rendere la legge più efficace. Non è stato concesso loro alcuno spazio e in sede di approvazione in aula sono stati votati articoli che hanno ulteriormente peggiorato la legge rendendola un grande regalo al partito del cemento.
La grancassa renziana dirà che si tutelano le aree agricole. L’articolo 6 si intitola al contrario «compendi agricoli neorurali periurbani», una locuzione marinettiana che serve «a favorire lo sviluppo economico sostenibile del territorio» e consente ai proprietari di realizzare in aree agricole «alberghi, case di cura e uffici». È noto a tutti – e dunque anche al legislatore – che l’Italia ha gli indici di consumo di suolo più alti dell’Europa intera: abbiamo cementificato circa l’8% del territorio a fronte della media del 4,7% di Paesi europei (fonte Ispra): la ricetta della maggioranza è invece quella di incrementare ancora la frammentazione territoriale.
Ma veniamo al cuore del provvedimento, e cioè l’articolo 5 che porta come titolo «Interventi di rigenerazione delle aree urbanizzate degradate». Lì è contenuta – come nel caso delle riforma Madia per le amministrazioni pubbliche – la pericolosa delega in bianco all’esecutivo per emanare decreti legislativi per agevolare gli interventi di rigenerazione urbana. In realtà è noto che queste leggi già esistono e non vengono utilizzate proprio perché non permettono di poter aumentare a piacimento le volumetrie da realizzare e obbligano al rispetto degli interessi pubblici. Cose vecchie nella devastante cultura nuovista. Per far capire dove si vuole arrivare, l’aula ha approvato un emendamento del Pd che consente deroghe volumetriche anche per gli interventi in corso. È l’estensione del Piano casa berlusconiano a tutto il territorio.
Del resto, a capo dell’associazione dei comuni italiani siede Piero Fassino, esponente Pd, ed è stata proprio l’Anci a chiedere di escludere dalla tutela le aree di completamento urbanistico «anche future»! Altro che riduzione del consumo di suolo: è il trionfo della speculazione edilizia, come conferma la relatrice di maggioranza Chiara Braga (Pd) che per difendersi dalle critiche ha detto che non bisogna «mortificare l’iniziativa privata». Brava. Se ne sentiva davvero il bisogno perché la deregulation dura da oltre due decenni e a furia di non mortificare l’iniziativa privata sono stati cancellati diritti dei cittadini ad avere città vivibili e territori tutelati.
Da pochi giorni è uscito un volume prezioso – «Viaggio in Italia, le città nel trentennio liberista» (ed. manifestolibri) – che narra gli scempi compiuti in molte città italiane sulla base della cultura della deroga. Il predominio di pochi contro gli interessi di tutti che ha portato ad un eccesso di alloggi costruiti, alla conseguente riduzione dei valori immobiliari – salvo quelli di pregio – e alla demolizione del welfare urbano. La legge renziana approvata ieri dimostra che nonostante i fallimenti non si cambia cura: ancora ulteriore consumo di suolo e ancora nuove costruzioni.
Fonte
14/01/2016
Fassino, Renzi, Ghigo e la macchinina di Marchionne
Non mi stupisce che l'ex presidente della regione Piemonte, Ghigo di Forza Italia, abbia espresso il suo sostegno a Fassino come sindaco di Torino.
Il partito di Berlusconi è in disfacimento e chi può cerca migliori sistemazioni. A Torino sostenere Fassino significa prendere due piccioni con una fava: da un lato si sta con Renzi, dall'altro con il suo padrone ed ispiratore Marchionne. Nel capoluogo piemontese poi il PD è una dependance della Fiat da tempo, anche quando Renzi stava a Firenze il suo partito stava con l'azienda. Quando Marchionne impose agli operai di Pomigliano di rinunciare a contratto e libertà sindacale, minacciando altrimenti di chiudere le fabbriche, il PD si schierò con lui e il predecessore di Fassino, Chiamparino, espresse gli entusiasmi di una cheerleader.
Fassino ha ereditato questo ruolo servile e non ha mostrato di soffrirne. D'altra parte lo stesso Renzi ha raggiunto toni fantozziani con il capo della FCA. Mai si era visto un presidente del consiglio fare il piazzista in Borsa per conto di un'azienda privata, ma si sa Renzi sta cambiando la Costituzione e affermare ancora che l'Italia sia una repubblica democratica fondata su lavoro e non sulle multinazionali, è difendere il vecchio. Il nuovo è il presidente del consiglio pubblico venditore, che subito Marchionne ha compensato con una bella macchinina.
Che Ghigo abbia scelto di stare con questa gente mi sembra persino naturale. Chi invece non deve starci proprio più è il mondo del lavoro.
Fonte
Il partito di Berlusconi è in disfacimento e chi può cerca migliori sistemazioni. A Torino sostenere Fassino significa prendere due piccioni con una fava: da un lato si sta con Renzi, dall'altro con il suo padrone ed ispiratore Marchionne. Nel capoluogo piemontese poi il PD è una dependance della Fiat da tempo, anche quando Renzi stava a Firenze il suo partito stava con l'azienda. Quando Marchionne impose agli operai di Pomigliano di rinunciare a contratto e libertà sindacale, minacciando altrimenti di chiudere le fabbriche, il PD si schierò con lui e il predecessore di Fassino, Chiamparino, espresse gli entusiasmi di una cheerleader.
Fassino ha ereditato questo ruolo servile e non ha mostrato di soffrirne. D'altra parte lo stesso Renzi ha raggiunto toni fantozziani con il capo della FCA. Mai si era visto un presidente del consiglio fare il piazzista in Borsa per conto di un'azienda privata, ma si sa Renzi sta cambiando la Costituzione e affermare ancora che l'Italia sia una repubblica democratica fondata su lavoro e non sulle multinazionali, è difendere il vecchio. Il nuovo è il presidente del consiglio pubblico venditore, che subito Marchionne ha compensato con una bella macchinina.
Che Ghigo abbia scelto di stare con questa gente mi sembra persino naturale. Chi invece non deve starci proprio più è il mondo del lavoro.
Fonte
29/12/2015
L'aria che tiraa Torino 1. Più dark che smart
E così Piero Fassino si ricandida. "Il lungo" ha dato l'annuncio dopo settimane di misterioso tentennamento e con due dei principali avversari già in campo: Chiara Appendino del Movimento 5 Stelle e Giorgio Airaudo, prima leader FIOM poi parlamentare eletto con SEL e speranza dell'ennesimo rassemblement a sinistra. Ancora non pervenuta la destra, al solito divisa e debole e addirittura tentata dal voto grillino nell'eventualità (non improbabile) che al secondo turno ci arrivi proprio l'Appendino, consigliera comunale che sembra avere un certo appeal.
La ricandidatura del "Piero Nazionale" è nel segno di due parole: continuità e narrazione.
Continuità perché Torino viene da più di 20 anni di governo ininterrotto del centro-sinistra (con due giunte a testa per Valentino Castellani e per Sergio Chiamparino, più una per Fassino). Naturale quindi che Fassino, forte dell'assenza di alternative a destra, punti tutto sulla mitica “cultura di governo” e sull'importanza di non lasciare il lavoro a metà. Narrazione perché, nell'era dei miti renziani, Fassino e i suoi due predecessori hanno costruito un'idea di Torino estremamente affascinante ma che non corrisponde alla realtà.
E' la Torino "Smart" che va a sostituire la Torino "Factory town" (perdonateci gli inglesismi, ma è per utilizzare il lessico prediletto da Fassino). Ad un convegno di qualche settimana fa, tenutosi nel nuovo grattacielo di Intesa San Paolo (uno dei poteri forti della città), il Grissino contrapponeva orgogliosamente Torino a Detroit (altra città attraversata da un processo di forte deindustrializzazione) e lodava la nuova vocazione turistica e orientata sui servizi della Torino "Smart City". Se da un lato l'aumento del turismo è innegabile, ciò che è senz'altro contestabile è che questo sia servito a risolvere i numerosi problemi che affliggono Torino.
L'ha dovuto ammettere perfino "La Stampa" negli articoli usciti nei giorni successivi alla notizia della ricandidatura: Torino ha un enorme problema sociale. Qualche numero aiuta a capire di che cosa stiamo parlando: un torinese su dieci vive sotto la soglia di povertà, l'anno scorso sono stati avviati più di 4700 provvedimenti di sfratto, il tasso di disoccupazione a Torino era vicino al 13% nel 2014 (il più alto delle regione dopo quello di Alessandria). Tragica la situazione giovanile: sempre nel 2014 la disoccupazione sfiorava il 50 per cento fra i giovani (abbondantemente sopra alla media nazionale e superiore a tutti i capoluoghi del Centro-Nord). Il risultato è che, come indica il rapporto della Fondazione Migrantes, Torino è la terza provincia italiana per emigrati all'estero.
Frattanto continua il processo di deindustrializzazione a Torino e nell'hinterland (che è sotto la responsabilità del Fassino "Sindaco Metropolitano"). La "Stampa" del 18 Novembre riporta un vero e proprio bollettino di guerra: 95 esuberi alla Azimuth (fabbrica di yacht ad Avigliana), chiude la Dr Fisher di Alpignano, chiude lo stabilimento della Defonseca di Leini per trasferimento della ditta, 29 licenziamenti alla Abit di Grugliasco. E il gruppo FCA? Se il buongiorno si vede dal mattino quello dei lavoratori Maserati non è buono: dopo le 4 settimane di cassa integrazione fra Novembre e Dicembre, ve ne saranno altre 3 fra gennaio e febbraio, per fronteggiare i rallentamenti dei mercati internazionali che colpiscono la domanda di Ghibli e Quattroporte.
C'è poi l'incognita della componentistica legata al gruppo Volkswagen, che potrebbe subire forti cali della domanda se le prospettive automobilistiche del gruppo tedesco dovessero peggiore.
Prospettive dark, più che smart.
Fonte
La ricandidatura del "Piero Nazionale" è nel segno di due parole: continuità e narrazione.
Continuità perché Torino viene da più di 20 anni di governo ininterrotto del centro-sinistra (con due giunte a testa per Valentino Castellani e per Sergio Chiamparino, più una per Fassino). Naturale quindi che Fassino, forte dell'assenza di alternative a destra, punti tutto sulla mitica “cultura di governo” e sull'importanza di non lasciare il lavoro a metà. Narrazione perché, nell'era dei miti renziani, Fassino e i suoi due predecessori hanno costruito un'idea di Torino estremamente affascinante ma che non corrisponde alla realtà.
E' la Torino "Smart" che va a sostituire la Torino "Factory town" (perdonateci gli inglesismi, ma è per utilizzare il lessico prediletto da Fassino). Ad un convegno di qualche settimana fa, tenutosi nel nuovo grattacielo di Intesa San Paolo (uno dei poteri forti della città), il Grissino contrapponeva orgogliosamente Torino a Detroit (altra città attraversata da un processo di forte deindustrializzazione) e lodava la nuova vocazione turistica e orientata sui servizi della Torino "Smart City". Se da un lato l'aumento del turismo è innegabile, ciò che è senz'altro contestabile è che questo sia servito a risolvere i numerosi problemi che affliggono Torino.
L'ha dovuto ammettere perfino "La Stampa" negli articoli usciti nei giorni successivi alla notizia della ricandidatura: Torino ha un enorme problema sociale. Qualche numero aiuta a capire di che cosa stiamo parlando: un torinese su dieci vive sotto la soglia di povertà, l'anno scorso sono stati avviati più di 4700 provvedimenti di sfratto, il tasso di disoccupazione a Torino era vicino al 13% nel 2014 (il più alto delle regione dopo quello di Alessandria). Tragica la situazione giovanile: sempre nel 2014 la disoccupazione sfiorava il 50 per cento fra i giovani (abbondantemente sopra alla media nazionale e superiore a tutti i capoluoghi del Centro-Nord). Il risultato è che, come indica il rapporto della Fondazione Migrantes, Torino è la terza provincia italiana per emigrati all'estero.
Frattanto continua il processo di deindustrializzazione a Torino e nell'hinterland (che è sotto la responsabilità del Fassino "Sindaco Metropolitano"). La "Stampa" del 18 Novembre riporta un vero e proprio bollettino di guerra: 95 esuberi alla Azimuth (fabbrica di yacht ad Avigliana), chiude la Dr Fisher di Alpignano, chiude lo stabilimento della Defonseca di Leini per trasferimento della ditta, 29 licenziamenti alla Abit di Grugliasco. E il gruppo FCA? Se il buongiorno si vede dal mattino quello dei lavoratori Maserati non è buono: dopo le 4 settimane di cassa integrazione fra Novembre e Dicembre, ve ne saranno altre 3 fra gennaio e febbraio, per fronteggiare i rallentamenti dei mercati internazionali che colpiscono la domanda di Ghibli e Quattroporte.
C'è poi l'incognita della componentistica legata al gruppo Volkswagen, che potrebbe subire forti cali della domanda se le prospettive automobilistiche del gruppo tedesco dovessero peggiore.
Prospettive dark, più che smart.
Fonte
14/10/2015
Torino. Fascisti, Pd e Sel contro Notarnicola alla Cavallerizza
Alla fine i fascisti sono riusciti a creare "il caso", con la solerte collaborazione del Pd e di Fassino. Il capogruppo di Fd'I al Comune di Torino, tale Marrone (nome omen), aveva cominciato a battere sul tamburo della presunta indignazione per una cosa banale fino alla noia: alla Cavallerizza Reale occupata, dove si deve svolgere il Festival di Infoaut, era stato invitato Sante Notarnicola. Uomo libero da oltre venti anni, un ergastolo scontato per intero per le vicende della cosiddetta “banda Cavallero”, tra i 13 prigionieri indicati dalle Br in cambio della liberazione di Aldo Moro, autore di poesie riconosciuto e stimato da molti intellettuali italiani, a partire da Primo Levi. E per questa ragione invitato ovunque da quando è tornato in libertà.
Ma la strumentalizzazione era troppo ghiotta per potere esser evitata. E quindi anche l’assessore al Patrimonio, Gianguido Passoni, l’uomo che guida il “progetto di recupero” della Cavallerizza (indovinate un po'? Una privatizzazione...), ha fatto da sponda all'ex fascista annunciando che avrebbe portato la vicenda all’attenzione del Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico.
Nientepopodimeno...
Già nei giorni scorsi la strumentalizzazione aveva montato con l'appoggio dei potentati che avrebbero interesse ad entrare in possesso dell'antico complesso della Cavallerizza, e che dunque spingono per uno sgombero dell'occupazione, pur non trovando nessuna ragione “pubblica” per ottenere il risultato.
Lo stesso Passoni precisa – excusatio non petita – di non fare questa mossa per avvicinare i tempi dello sgombero, ma solo per invitare i tutori dell'ordine pubblico a impedire il festival. Motivazione: in quei giorni ci sarà a Torino... Ban Ki Moon, segretario generale dell'Onu.
Non proprio brillante la risposta degli occupanti della Cavallerizza, evidentemente spaventati e preoccupati, che hanno emesso una nota stampa in cui si dicono all'oscuro del programma del Festival, pur riconoscendo di aver concesso lo spazio – come in molti altri casi – al centro sociale Askatasuna senza farsi alcun problema di “censura preventiva” sui contenuti.
Ancora meno brillanti i consiglieri di Sel in Comune, Curto e Trombotto, che sono riusciti in un miracolo di ipocrisia: hanno condannato l’invito a Sante Notarnicola, ma difeso la libertà d’espressione e criticato la richiesta di non autorizzare il convegno «evitando qualsiasi strumentalizzazione». Difendere la libertà di espressione in teoria mentre la si impedisce nella pratica: questi sono i “riformatori” dell'Italia e dell'Unione Europea?
La nostra vicinanza e solidarietà, dunque, non può che andare a Sante e ai compagni di Askatasuna.
Fonte
Ma la strumentalizzazione era troppo ghiotta per potere esser evitata. E quindi anche l’assessore al Patrimonio, Gianguido Passoni, l’uomo che guida il “progetto di recupero” della Cavallerizza (indovinate un po'? Una privatizzazione...), ha fatto da sponda all'ex fascista annunciando che avrebbe portato la vicenda all’attenzione del Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico.
Nientepopodimeno...
Già nei giorni scorsi la strumentalizzazione aveva montato con l'appoggio dei potentati che avrebbero interesse ad entrare in possesso dell'antico complesso della Cavallerizza, e che dunque spingono per uno sgombero dell'occupazione, pur non trovando nessuna ragione “pubblica” per ottenere il risultato.
Lo stesso Passoni precisa – excusatio non petita – di non fare questa mossa per avvicinare i tempi dello sgombero, ma solo per invitare i tutori dell'ordine pubblico a impedire il festival. Motivazione: in quei giorni ci sarà a Torino... Ban Ki Moon, segretario generale dell'Onu.
Non proprio brillante la risposta degli occupanti della Cavallerizza, evidentemente spaventati e preoccupati, che hanno emesso una nota stampa in cui si dicono all'oscuro del programma del Festival, pur riconoscendo di aver concesso lo spazio – come in molti altri casi – al centro sociale Askatasuna senza farsi alcun problema di “censura preventiva” sui contenuti.
Ancora meno brillanti i consiglieri di Sel in Comune, Curto e Trombotto, che sono riusciti in un miracolo di ipocrisia: hanno condannato l’invito a Sante Notarnicola, ma difeso la libertà d’espressione e criticato la richiesta di non autorizzare il convegno «evitando qualsiasi strumentalizzazione». Difendere la libertà di espressione in teoria mentre la si impedisce nella pratica: questi sono i “riformatori” dell'Italia e dell'Unione Europea?
La nostra vicinanza e solidarietà, dunque, non può che andare a Sante e ai compagni di Askatasuna.
Fonte
08/11/2013
Mattone, banche e tessere gonfiate. La bolla speculativa del Pd torinese e nazionale
Ne esce il panorama di un partito
desolante quanto nocivo, guidato da cavallette di risorse ed estraneo sia
all'innovazione che agli elementari bisogni di una società. Un partito
che a livello nazionale ha dovuto bloccare il tesseramento, in stagione
di congresso, a causa dei numerosi brogli. Un fatto mai accaduto se non a
livello di partitini rissosi e da percentuali da prefisso telefonico.
Perché il paradosso del PD è questo: un gruppo dirigente da partitino
rissoso e ultraminoritario, a causa di una visione ristretta di
interessi, e percentuali da partito di massa. Un paradosso, una bolla
speculativa politica destinato a sopravvivere fino a quando lo
spettacolo della politica riuscirà a rappresentare il PD come esistente.
Il PD è tenuto in vita dai vari Ballarò,
Piazza Pulita, Servizio Pubblico che, nel radicamento territoriale
della poltrona con telecomando o della tv nel tinello, offrono la
percezione dell'esistenza di un partito. Organizzazione che, non a caso,
si è berlusconizzata concentrandosi nel core business dell'apparizione
televisiva. Con personaggi come Matteo Renzi, con il padre nel ramo
comunicazione e mattone, che finché durano sull'onda alta dell'audience
danno l'illusione dell'esistenza di un partito. Che finirà per esplodere
il giorno in cui la bolla speculativa (mediatica, finanziaria,
immobiliare) presenterà il conto. Prima possibile, si spera.
redazione, 8 novembre 2013
***
Sotto
la Mole le tessere del Pd raddoppiano come per incanto. Mentre l'ex
sindaco Sergio Chiamparino (nella foto con Fassino), è torchiato dai
magistrati.
Tutti gli affari del ventennio comunista di Torino. Favoriti amici e banche. Risultato: maxi debito da 3,5 miliardi di euro.
ROMA (WSI) - Le tessere del Pd
raddoppiano come per incanto, sotto la Mole: da 12 a 26 mila in un anno.
Ma non è l’unico cruccio del partito e del sistema di potere che da
vent’anni governa Torino. Ci sono preoccupazioni peggiori, ombre più
inquietanti, se è vero che Sergio Chiamparino, che è
stato il sindaco più amato d’Italia, oggi è torchiato dai magistrati per
uno scandaletto e assediato da altri cento affari del passato. Anche
qui è finito il ventennio: non berlusconiano, perché tra il Po e la Dora
i semi di Silvio Berlusconi non hanno mai attecchito; ma il ventennio del "sistema Torino", che ha avuto in Chiamparino il suo campione.
Ha ricevuto un avviso di garanzia per
abuso d’ufficio ed è stato interrogato a lungo a palazzo di giustizia.
L’indagine riguarda le concessioni ai locali dei Murazzi, le arcate
sulla riva del Po trasformate in templi della movida. C’è la firma di
Chiamparino sulle delibere che, secondo l’ipotesi d’accusa, avrebbero
favorito gli esercenti con sanatorie e sconti sugli
affitti. L’ex sindaco più amato dagli italiani, con un gradimento del 75
per cento, ha intanto lasciato il posto di primo cittadino a Piero Fassino,
compagno di partito con cui non ha un gran feeling, e si è sistemato ai
vertici della Compagnia Sanpaolo, la fondazione che è primo azionista
di banca Intesa Sanpaolo. È andato davanti al Consiglio
generale della Compagnia a presentare le sue dimissioni da presidente:
rifiutate all’unanimità. Tutto finito, dunque? No. Intanto perché
l’inchiesta sui Murazzi continua. E poi perché ci sono tante altre
brutte storie del periodo in cui è stato sindaco (2001-2011) che tornano
d’attualità. La più pesante riguarda lo Csea, il consorzio di formazione professionale
che era arrivato ad avere 300 dipendenti, molti provenienti dal mondo
sindacale, e che è fallito dopo aver bruciato 40 milioni di euro. Anche
sullo scomodo crac di quello che era conosciuto come il
centro di formazione professionale della sinistra torinese, l’inchiesta
è in corso. Un dirigente è stato arrestato, non è invece neppure
indagato il deus ex machina del consorzio, quel Tom Dealessandri che dal
2006 è stato il vicesindaco di Chiamparino, poi di Fassino e ora è
approdato nel consiglio d’amministrazione di Iren, la
multiutility dei Comuni di Torino, Genova e Reggio Emilia. Fallito anche
il progetto Lumiq, una società promossa dal Comune che voleva creare una
piccola Cinecittà in riva al Po, per far diventare Torino una capitale
dell’industria del cinema. Sogno tramontato, non senza spreco di soldi
pubblici e gran montare di polemiche.
Sotto indagine anche il city manager di Chiamparino, Cesare Vaciago,
(ora direttore a Milano del Padiglione Italia di Expo), rinviato a
giudizio per un concorso per dirigenti comunali che la procura di Torino
ritiene sia stato truccato. Tra i miracolati di quella magica gara c’è
anche Angela Larotella, che era diventa dirigente nel settore cultura del Comune, guidato da Anna Martina,
figura centrale negli anni d’oro di Chiamparino, quando Torino, persa
la centralità della Fiat, cercava di riciclarsi come città della cultura
e dell’entertainment. Tutto in famiglia: il marito di Martina, Walter
Barberis, ha curato la mostra torinese sui 150 anni dell’Unità d’Italia;
e il figlio, Marco Barberis, ha ricevuto incarichi ben remunerati per
la sua società Punto Rec; in un caso, la delibera che gli affidava i
lavori era firmata direttamente dalla madre. Troppo o troppo poco, per la
morale rigorosa e la cultura un po’ giansenista di Torino? C’è un
accumulo di fatti e intrecci, inchieste e scandali che rischiano di far
saltare il "sistema". Che dire, per esempio, dei 16,5 milioni di euro
buttati al vento dal Comune per realizzare il progetto (firmato
dall’ottimo architetto Mario Bellini) di una Biblioteca
civica che non si costruirà mai? E che cosa pensare dei 6 milioni di
metri quadrati di aree ex industriali riempiti di cemento, un diluvio di
edilizia residenziale in una città che ha 50 mila
appartamenti sfitti? "Se un quartiere come la Spina 3 l’avesse fatto la
Dc", commenta un vecchio comunista dei tempi del sindaco Diego Novelli, "il Pci
avrebbe fatto la rivoluzione. Invece l’abbiamo costruito noi, e va bene
così". Va bene anche l’edificazione del grattacielo di Intesa Sanpaolo,
tirato su per dare l’illusione alla città di aver conservato la sua
banca, il cui comando si è invece trasferito a Milano. E tirato su in un
giardino trasformato in un attimo in area edificabile: "Se l’avesse
fatto la destra, ci saremmo incatenati agli alberi".
Ci sono anche episodi più brucianti. Quando fu ipotizzato un finanziamento illecito durante la prima campagna elettorale
di Chiamparino, nel 2001, saltò subito su Gioacchino Sada, vecchio
partigiano comunista, che si prese la colpa di aver raccolto da alcuni
imprenditori una colletta di 25 milioni di lire per il partito, e tutto
finì lì. Storie vecchie. Più nuova la vicenda di Giorgio Ardito, ultimo
segretario torinese del Pci e primo del Pds, che ha appena incassato in
primo grado una pena di 1 anno e 5 mesi per aver ricevuto 115 mila euro
da Bruno Binasco, braccio destro dell’imprenditore di strade e
autostrade Marcellino Gavio. Ardito ha sostenuto che era la buonuscita
(in nero) per il suo lavoro in una società del gruppo Gavio, la Sitav. I
giudici non gli hanno creduto e gli hanno inflitto una condanna, per
quei soldi ballerini intascati nel 2010, proprio nei mesi in cui si
stava preparando la campagna elettorale per Fassino sindaco.
Con Fassino, il cerchio si chiude. E
tramonta il ventennio iniziato nel 1993 con l’elezione a sindaco di
Valentino Castellani: un professore del Politecnico individuato dalla
Santa Alleanza tra la Torino borghese e intellettuale che ha il suo
rappresentante più attivo nel banchiere del Sanpaolo Enrico Salza, e la Torino comunista e operaia del Pci, non senza il beneplacito della Fiat della famiglia Agnelli,
il cui declino non era ancora evidente. Due mandati Castellani e poi
due mandati Chiamparino, e il ventennio è fatto. È in questi due decenni
che nella città senza berlusconismo e senza vera opposizione si blinda
il "sistema Torino", una macchina di potere che prova a governare
l’uscita dal fordismo, la transizione dalla città operaia a una nuova
metropoli dalla vocazione più variegata, città della cultura, del
cinema, dell’intrattenimento.
Il professor Silvano Belligni,
scienziato politico dell’Università di Torino, ha creato un modello per
rappresentare quel sistema e ha scoperto che 120 persone in questi due
decenni si sono incrociate nei posti di comando nella politica,
nell’amministrazione, nelle università, nelle banche. Provengono tutte
dalle quattro famiglie che hanno stretto la Santa Alleanza per eleggere
Castellani e poi Chiamparino: gli ex comunisti del Pci-Pds-Ds-Pd; le
fondazioni bancarie e le banche (Sanpaolo, Cassa di risparmio); il mondo
Fiat (da Evelina Christillin a Piero Gastaldo); il Politecnico e
l’università (da cui vengono Castellani, Mercedes Bresso, Elsa
Fornero…). I 120 uomini d’oro del "sistema Torino" si sono incrociati
nei posti di comando senza che fossero un ostacolo le differenti
provenienze culturali: ex comunisti, cattolici cislini, liberali,
massoni.
Dal profilo "tecnico" della prima
giunta Castellani sono passati al ritorno della politica con il secondo
mandato, per poi arrivare al culmine dell’era d’oro di Torino con la
prima giunta Chiamparino, che ha raccolto i risultati del predecessore e
ha incassato il successo delle Olimpiadi 2006, con tanti soldi arrivati
e la città rinata e tirata a lucido. Poi il declino. Fino all’oggi, con
Chiamparino sotto accusa per i cento piccoli pasticci del suo regno e
Fassino a gestire di mala voglia un’eredità pesante, con il buco più
clamoroso d’Italia, 3,5 miliardi di debito su un bilancio di 1 miliardo e
mezzo.
fonte Wall Street Italia e Fatto Quotidiano
8 novembre 2013
15/09/2012
IREN e Fassino, indebitati a Torino
Il comune di Torino è indebitato, molto indebitato. Il più indebitato
d’Italia. Nel 2012 i torinesi pagheranno 137 milioni di tasse in più
per l’aumento dell’addizionale Irpef e per l’IMU. Torino ha tra i propri
creditori persino sé stesso. Insieme al comune di Genova possiede infatti il 35,9% della holding finanziaria FSU (Finanziaria Sviluppo Utilities), principale azionista di IREN, la multiutility indebitata per circa tre miliardi di euro. IREN vanta un credito di 260 milioni
di euro nei confronti del comune da saldare per una quota di 100
milioni entro fine anno. In questo gorgo di debiti, la stessa FSU ha
chiuso in rosso il 2011 per mancanza di dividendi da IREN, e ha rinegoziato debiti per 180 milioni con Intesa Sanpaolo. Il tormentone non è finito, anzi è appena iniziato perché Intesa San Paolo
possiede a sua volta il 3% di IREN e il prestito erogato a FSU è
superiore al valore azionario di FSU in IREN. Per pagare IREN il comune
di Torino metterà in vendita le quote nelle sue partecipate nei trasporti, GTT, gestione rifiuti, AMIAT e l’inceneritore di Gerbido,
TRM. Non sembra però che ci sia un grande interesse da parte di
eventuali compratori. La possibile soluzione? L’acquisto delle
partecipazioni del Comune di Torino da parte di IREN che si è detta
interessata. In sostanza, il creditore, IREN, indebitato per circa tre
miliardi, acquista dal debitore (il Comune di Torino),
che è anche il suo proprietario, i beni messi in vendita per saldare il
debito nei suoi confronti. Chi paga per tutti è il torinese, tassato e cortese. Con fiducia verso la catastrofe.
Fonte
Fonte
01/03/2012
La 'ndrangheta in Val di Susa
Quella in corso in Val di Susa non è la classica
protesta di un gruppo di ambientalisti contro i signori del cemento.
Quelle proteste che durano il tempo di una stagione e poi si
dimenticano. Quella in corso è una guerra lunga vent'anni. La guerra di
un popolo disposto a tutto pur di difendere la sua terra. Una guerra
senza respiro che va dal traliccio di Luca Abbà fino al bar di Chianocco, teatro di un raid notturno della polizia.
Ma in tutta questa storia fatta di racconti tremendi, di sangue e provocazioni stupide, si corre il rischio di rimanere intrappolati nel fango della partigianeria, dimenticando uno dei problemi cardine del nostro Paese: le organizzazioni criminali.
In Piemonte comanda la 'ndrangheta. Ce lo ha confermato l'inchiesta "Minotauro" coi suoi 142 arresti. Gli intrecci fra 'ndrine e politica emersi in Piemonte fanno impallidire.
La 'ndrangheta ha votato Fassino sindaco, alle primarie di Torino, almeno secondo alcune intercettazioni. I clan calabresi hanno uomini nei consigli comunali, spesso esprimono assessorati e addirittura sindaci.
Sulla presenza della 'ndrangheta in Piemonte c'è una testimonianza importante. E' quella di Rocco Varacalli, uno dei rarissimi pentiti calabresi che proprio in Piemonte, da affiliato a un clan, prendeva appalti e costruiva palazzi e centri commerciali.
Quello che dice Varacalli alle telecamere di Presadiretta è interessante: «La 'ndrangheta ha bisogno della politica e i politici hanno bisogno della 'ndrangheta. Il patto si fa prima: a loro i voti a noi i cantieri». Un patto che dà alla Santa un canale preferenziale negli appalti: «Olimpiadi 2006, alta velocità... tutti i lavori pubblici del Piemonte li fa la 'ndrangheta».
La Tav è un'opera da 22 miliardi di euro. L'approvazione bipartisan che la politica sta offrendo sull'alta velocità Torino-Lione è un caso rarissimo, nel contesto litigioso della Seconda Repubblica. Cosa hanno promesso i partiti alla 'ndrangheta?
Nelle ultime ore in Val di Susa hanno bruciato le auto di alcuni manifestanti. Davvero vogliamo essere così miopi e ingenui da pensare che siano stati incendi accesi dagli stessi No Tav o dalla polizia? E a che scopo?
E davvero vogliamo far finta di non capire il contenuto della lettera recapitata a Perino, leader No Tav? E' scritto: «Brutto figlio di puttana, le stalle che abbiamo bruciato erano solo un avvertimento. Ora passeremo ai cristiani: vi veniamo a prendere mentre dormite, vi scanniamo come maiali e vi squagliamo nell'acido». Chi l'ha scritta? Perché i giornali non ne parlano?
Luca Mercalli, valsusino e climatologo, da anni porta avanti la tesi dell'inutilità della Tav. Pochi giorni fa su Cadoinpiedi ha scritto: "Se mi si dimostra che l'opera serve veramente vado a inaugurarla di persona!".
Ovviamente non gli ha risposto nessuno.
Fonte.
Molto probabilmente i partiti hanno promesso tanto alle cosche ed ora non possono tirarsi indietro, pena il lasciarci la pelle, quindi fanno di tutto per fare in modo che la pelle ce la lasci qualcun altro.
Ma in tutta questa storia fatta di racconti tremendi, di sangue e provocazioni stupide, si corre il rischio di rimanere intrappolati nel fango della partigianeria, dimenticando uno dei problemi cardine del nostro Paese: le organizzazioni criminali.
In Piemonte comanda la 'ndrangheta. Ce lo ha confermato l'inchiesta "Minotauro" coi suoi 142 arresti. Gli intrecci fra 'ndrine e politica emersi in Piemonte fanno impallidire.
La 'ndrangheta ha votato Fassino sindaco, alle primarie di Torino, almeno secondo alcune intercettazioni. I clan calabresi hanno uomini nei consigli comunali, spesso esprimono assessorati e addirittura sindaci.
Sulla presenza della 'ndrangheta in Piemonte c'è una testimonianza importante. E' quella di Rocco Varacalli, uno dei rarissimi pentiti calabresi che proprio in Piemonte, da affiliato a un clan, prendeva appalti e costruiva palazzi e centri commerciali.
Quello che dice Varacalli alle telecamere di Presadiretta è interessante: «La 'ndrangheta ha bisogno della politica e i politici hanno bisogno della 'ndrangheta. Il patto si fa prima: a loro i voti a noi i cantieri». Un patto che dà alla Santa un canale preferenziale negli appalti: «Olimpiadi 2006, alta velocità... tutti i lavori pubblici del Piemonte li fa la 'ndrangheta».
La Tav è un'opera da 22 miliardi di euro. L'approvazione bipartisan che la politica sta offrendo sull'alta velocità Torino-Lione è un caso rarissimo, nel contesto litigioso della Seconda Repubblica. Cosa hanno promesso i partiti alla 'ndrangheta?
Nelle ultime ore in Val di Susa hanno bruciato le auto di alcuni manifestanti. Davvero vogliamo essere così miopi e ingenui da pensare che siano stati incendi accesi dagli stessi No Tav o dalla polizia? E a che scopo?
E davvero vogliamo far finta di non capire il contenuto della lettera recapitata a Perino, leader No Tav? E' scritto: «Brutto figlio di puttana, le stalle che abbiamo bruciato erano solo un avvertimento. Ora passeremo ai cristiani: vi veniamo a prendere mentre dormite, vi scanniamo come maiali e vi squagliamo nell'acido». Chi l'ha scritta? Perché i giornali non ne parlano?
Luca Mercalli, valsusino e climatologo, da anni porta avanti la tesi dell'inutilità della Tav. Pochi giorni fa su Cadoinpiedi ha scritto: "Se mi si dimostra che l'opera serve veramente vado a inaugurarla di persona!".
Ovviamente non gli ha risposto nessuno.
Fonte.
Molto probabilmente i partiti hanno promesso tanto alle cosche ed ora non possono tirarsi indietro, pena il lasciarci la pelle, quindi fanno di tutto per fare in modo che la pelle ce la lasci qualcun altro.
15/02/2012
Le mani della ‘ndrangheta sulla Val di Susa
In Val di Susa c’è una guerra. Non quella tra i No Tav
e i sostentori dell’Alta velocità, ma uno scontro totale tra cosche
della ‘ndrangheta. Dalla relazione 2011 della Direzione Nazionale
Antimafia, emerge un quadro più che inquietante sull’andamento dei
lavori per la costruzione della tratta Torino-Lione.
“Monitorare
da vicino – si legge nella relazione – i lavori per la Tav che
interessano la Val di Susa, l’andamento degli appalti e dei sub-appalti,
nei quali è notorio che avvengono infiltrazioni della criminaltià
organizzata. Con riguardo alle complicità e collusioni con esponenti
della politica. Le indagini svolte dimostrano che il momento in cui è
più facile accertarlo è in occasione delle consultazioni elettorali, in
cui sono inevitabili i contatti tra i candidati disponibili ai
compromessi e i responsabili delle ‘famiglie’ mafiose in grado di
manovrare voti”.
Sin dagli anni ’70 il Piemonte si vede coinvolto in storie di ‘ndrine, una realtà ramificata su diversi comparti: dalla droga allo sfruttamento della prostituzione, dall’estorsione al gioco d’azzardo, dal traffico d’armi fino all’imprenditoria. E’ il 9 giugno del 2011 quando la colossale operazione ‘Minotauro’ porta all’arresto di 151 persone in tutta l’Italia, con 9 locali individuati proprio in Piemonte. Dalle indagini, condotte comando provinciale dei carabinieri di Torino, spuntano rivelazioni sui rapporti tra le ‘ndrine calabresi e forze politiche, funzionari delle istituzioni e mondo imprenditoriale. “L’amorevole intreccio tra criminalità organizzata e politica dà a quest’inchiesta un risvolto inquietante. Il voto di scambio avveniva a qualsiasi livello. È una vergogna inaccettabile”, queste le parole pronunciate allora dal procuratore torinese Giancarlo Caselli. Dalle intercettazioni, poi, spuntò anche il nome dell’attuale sindaco di Torino, Piero Fassino. In una telefonata intercorsa tra l’onorevole Mimmo Lucà, esponente delle Acli sabaude, e il boss della ‘ndrangheta di Rivoli, Salvatore De Maso, si parla delle primarie del centrosinistra e di quale candidato ‘sostenere’. “Ecco che io sto sostenendo Fassino – dice Lucà al telefono -… Perché la partita è molto dura con Gariglio. Se magari hai qualche amico a Torino..”. “Si sì – risponde De Maso-, che ne ho. E facciamo.. facciamo, diciamo questi che conosciamo facciamo votare Fassino”. “Va bene e poi io, subito dopo, ci vediamo a bere un caffè. Magari così facciamo una chiacchierata”. Il giorno delle primarie, poi, è De Masi che chiama Lucà: “Ho fatto qualche commissione tutta la mattinata a Torino. Per il nostro amico. Comunque io dico che dovrebbe andare bene”. Ma l’onorevole torinese è ancora preoccupato: “Anche se è una battaglia abbastanza complicata”. De Masi conferma: “Eh perché insomma l’altro si è dato molto da fare anche”. L’altro sarebbe Davide Gariglio, il principale concorrente di Fassino per la candidatura a sindaco, il quale, dice ancora Lucà “ha anche lavorato molto sui Calabresi”.
Ed è qui che il racconto torna a intrecciarsi con le vicende dell’Alta Velocità. Il piatto della tratta Torino-Lione è particolarmente ricco, tra appalti e sub-appalti, si parla addirittura di un costo complessivo di 35 miliardi di euro in totale. Stime al ribasso, visto che le altre tratte ad Alta Velocità fatte in Italia hanno visto il loro costo crescere in maniera esorbitante durante i lavori. Tanto per dire, la Roma-Firenze è cresciuta di 6,8 volte rispetto ai preventivi, la Firenze-Bologna di 4 volte, la Milano-Torino di 5,6 volte. Soldi usciti dalle casse statali ed entrati nelle taschi di non si sa chi. Di queste storie e delle infiltrazioni malavitose nell’attivazione delle tratte se n’è parlato parecchio negli anni passati, ma ogni volta che rispunta fuori un progetto di treni ad alta velocità, si fa sempre finta di non ricordare.
Fonte.
Mi da molto da pensare la figura di Caselli, da Cassandra contro le infiltrazioni mafiose a bastonatore di movimenti... che sia rimasto folgorato anche lui sulla via di Damasco?
Sin dagli anni ’70 il Piemonte si vede coinvolto in storie di ‘ndrine, una realtà ramificata su diversi comparti: dalla droga allo sfruttamento della prostituzione, dall’estorsione al gioco d’azzardo, dal traffico d’armi fino all’imprenditoria. E’ il 9 giugno del 2011 quando la colossale operazione ‘Minotauro’ porta all’arresto di 151 persone in tutta l’Italia, con 9 locali individuati proprio in Piemonte. Dalle indagini, condotte comando provinciale dei carabinieri di Torino, spuntano rivelazioni sui rapporti tra le ‘ndrine calabresi e forze politiche, funzionari delle istituzioni e mondo imprenditoriale. “L’amorevole intreccio tra criminalità organizzata e politica dà a quest’inchiesta un risvolto inquietante. Il voto di scambio avveniva a qualsiasi livello. È una vergogna inaccettabile”, queste le parole pronunciate allora dal procuratore torinese Giancarlo Caselli. Dalle intercettazioni, poi, spuntò anche il nome dell’attuale sindaco di Torino, Piero Fassino. In una telefonata intercorsa tra l’onorevole Mimmo Lucà, esponente delle Acli sabaude, e il boss della ‘ndrangheta di Rivoli, Salvatore De Maso, si parla delle primarie del centrosinistra e di quale candidato ‘sostenere’. “Ecco che io sto sostenendo Fassino – dice Lucà al telefono -… Perché la partita è molto dura con Gariglio. Se magari hai qualche amico a Torino..”. “Si sì – risponde De Maso-, che ne ho. E facciamo.. facciamo, diciamo questi che conosciamo facciamo votare Fassino”. “Va bene e poi io, subito dopo, ci vediamo a bere un caffè. Magari così facciamo una chiacchierata”. Il giorno delle primarie, poi, è De Masi che chiama Lucà: “Ho fatto qualche commissione tutta la mattinata a Torino. Per il nostro amico. Comunque io dico che dovrebbe andare bene”. Ma l’onorevole torinese è ancora preoccupato: “Anche se è una battaglia abbastanza complicata”. De Masi conferma: “Eh perché insomma l’altro si è dato molto da fare anche”. L’altro sarebbe Davide Gariglio, il principale concorrente di Fassino per la candidatura a sindaco, il quale, dice ancora Lucà “ha anche lavorato molto sui Calabresi”.
Ed è qui che il racconto torna a intrecciarsi con le vicende dell’Alta Velocità. Il piatto della tratta Torino-Lione è particolarmente ricco, tra appalti e sub-appalti, si parla addirittura di un costo complessivo di 35 miliardi di euro in totale. Stime al ribasso, visto che le altre tratte ad Alta Velocità fatte in Italia hanno visto il loro costo crescere in maniera esorbitante durante i lavori. Tanto per dire, la Roma-Firenze è cresciuta di 6,8 volte rispetto ai preventivi, la Firenze-Bologna di 4 volte, la Milano-Torino di 5,6 volte. Soldi usciti dalle casse statali ed entrati nelle taschi di non si sa chi. Di queste storie e delle infiltrazioni malavitose nell’attivazione delle tratte se n’è parlato parecchio negli anni passati, ma ogni volta che rispunta fuori un progetto di treni ad alta velocità, si fa sempre finta di non ricordare.
Fonte.
Mi da molto da pensare la figura di Caselli, da Cassandra contro le infiltrazioni mafiose a bastonatore di movimenti... che sia rimasto folgorato anche lui sulla via di Damasco?
Iscriviti a:
Post (Atom)