Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/02/2017

Nuovo riassemblamento di "sinistra"

Penso siano davvero in pochi a sentire il bisogno dell'ennesimo riassemblamento a "sinistra", per altro, e come di consueto, con nomi che di sinistra non hanno mai fatto nulla nella propria carriera.
In ogni caso qui di seguito il commento di Giannuli, notoriamente un entusiasta, che augura il meglio alla nuova formazione, probabilmente scontandogli il fatto che una possibile scissione a "sinistra" del PD, potrebbe rapidamente segare le gambe a questi ritrovati compagni (di Giannuli...) che di visibilità finirebbero per averne decisamente meno, anche rispetto a quella già risicata di cui hanno goduto fino a oggi. 

*****

Ce ne è voluta, ma alla fine è nata Sinistra Italiana dalla confluenza di parte di Sel, di buona parte di quanti erano già usciti dal Pd a fine 2015 e di una delle correnti di Rifondazione Comunista.

È stato un parto travagliato, con il distacco di una componente di Sel, e che forse ha consumato troppo tempo in una discussione inutile perché aveva uno sbocco segnato sin all’inizio, ma, alla fine, la fondazione c’è stata ed ha raccolto i primi segnali positivi, come l’intervento di De Magistris. 

Pertanto, voglio fare i miei più calorosi auguri ai compagni che hanno avviato questa avventura.

Con la vittoria referendaria del 4 dicembre, il sostanziale ritorno al proporzionale, la crisi del Pd si è aperta una nuova fase politica che segna la fine della Seconda repubblica. Se ne apre una nuova nella quale occorrerà ridefinire l’offerta politica. Lo scrivo dal 5 dicembre: come 25 anni fa, si è aperta una fase di turbolenze, nella quale nasceranno nuovi partiti, ne moriranno di vecchi, se ne scinderanno alcuni, se ne unificheranno altri, compariranno nuovi fenomeni politici e mediatici, spireranno i venti di nuove culture politiche.

In questa situazione, Sinistra Italiana ha spazi molto ampi davanti a sé, se saprà coglierli, perché si avverte da tempo il vuoto di una vera sinistra in Italia e non sono affatto sicuro che gli attuali fuorusciti dal Pd sapranno esserlo: su di loro pesano troppi errori politici, troppa subalternità culturale alla vague neo liberista. In ogni caso, benvenuti anche loro.

L’importante è che non si tratti della riedizione di esperienze già fatte e che hanno avuto scarso successo: non è il caso di ricostruire i Ds o Sel. Serve qualcosa che abbia queste caratteristiche:

-che sia una sinistra di massa;

-che non sia il solito partito di funzionari e notabili;

-che abbia capacità di produrre le idee necessarie ad una cultura politica all’altezza dei tempi;

-che sappia avere iniziativa politica.

Quello che ci lasciamo alle spalle (che DOBBIAMO lasciarci alle spalle) è il partito che produce slogan elettorali e non idee, che vive delle decisioni di ristrettissimi salotti e terrazze romane che poi vengono veicolate dalla catena dei funzionari, che spende più soldi per stipendiare inutilissimi funzionari che per l’iniziativa politica, che non è capace di andare al di là delle liturgie congressuali e di trovare nuove forme di partecipazione democratica, che esaurisce ogni dibattito nella discussione delle alleanze elettorali, che non ha il coraggio delle scelte radicali, che se fa un giornale o un sito è solo un noiosissimo bollettino parrocchiale. Con tutto questo basta, ma una volta per tutte.

Io penso che oggi ci sia bisogno di una sinistra che sappia vivere nel mondo della globalizzazione, che capisca le nuove sfide che questo comporta, che sappia suscitare conflitto e che sappia costruire egemonia.

E questo significa un partito militante e non un a catasta di tessere con relativi signori, un partito che faccia da lievito dei movimenti sociali, che abbia il suo centro motore in un centro studi che sforni quotidianamente idee, informazioni, analisi, progetti e proposte, che faccia della discussione interna un modo per coinvolgere anche gli altri. Soprattutto un partito in cui i dirigenti studino (abitudine che mi sembra un po’ persa). Poca propaganda, molte idee, questo è quel che serve.

Una forza politica che sappia meditare sui suoi errori passati a cominciare dal non aver capito niente della crisi in atto e dall’incomprensione della protesta contro la casta politica. Certo in questa protesta c’è molta antipolitica, vero, ma la motivazione di fondo è più che giusta perché le classi dirigenti di questo paese fanno decisamente schifo (non parlo solo della classe politica ma anche del management e della finanza, della casta giudiziaria, di quella giornalistica e accademica) e non solo perché sono fatte da avidi e corrotti, ma soprattutto perché sono fatte da cialtroni incompetenti ed impreparati.

Io penso serva un partito rivoluzionario della sinistra, il che non significa che pensi ad alcuna avventura armatista o insurrezionale, ma che auspico un partito capace di contestare il sistema di potere vigente e di combattere e sostituire le classi dirigenti attuali. Il che significa produrre una classe dirigente di ricambio (per questo non cederò mai all’antipolitica), e questo richiede di scrollarsi di dosso il moderatismo che, dagli anni ottanta, ha portato la sinistra a diventare l’ombra di sé stessa.

E questo pone il problema del M5s: la sinistra ha avuto un atteggiamento isterico, interessata a condannare senza cercare di capire. E, invece, l’esperienza del M5s ha molto da insegnare, solo che si abbia l’umiltà di mettere da parte i pregiudizi e, senza per questo abbandonare un atteggiamento critico, sappia cogliere gli aspetti positivi ed i terreni di convergenza. Faccio un solo esempio molto semplice: vi siete mai chiesti come mai i 5 stelle hanno un sito frequentato da decine di migliaia di persone ogni giorno ed i siti della sinistra sono sempre stati nicchie assai striminzite che parlavano (e parlano, quando ce ne sono ancora) solo a chi già è del giro? Non sarà il caso di rifletterci un po’ su?
So che i 5 stelle (che hanno i loro difettacci e chiunque mi legge sa che non gliele mando a dire) sono piuttosto chiusi ad una qualsiasi alleanza, ma perché non iniziare con un serio confronto, senza voglie prevaricanti ma con l’idea di sostenere a vicenda battaglie in cui ci si ritrova? Vorrei ricordare due dati: nel Parlamento Europeo il gruppo 5 stelle ha votato insieme al gruppo della Sinistra Europea nel 78% dei casi. Nel parlamento italiano, il M5s e Sel si sono trovati fianco a fianco nella battaglia contro la “riforma della Banca d’Italia”, contro il jobs act, contro l’Italicum, contro la “riforma” costituzionale. E’ tutto un caso o c’è un terreno comune su cui lavorare?

Auguri fraterni compagni, con una promessa: non vi farò mancare il mio appoggio per ogni cosa giusta che proporrete, e non vi farò mancare una sberla per ogni bestialità che doveste fare. Sapete che sono fatto così.

10/12/2015

Quello che Pisapia, Zedda e Doria hanno capito della lezione francese

I tre residui sindaci “arancione”, Pisapia, Zedda e Doria hanno lanciato un appello per liste comuni Pd-Sel alle prossime comunali nelle rispettive città con un argomento nuovissimo: non far vincere la destra, come è accaduto in Francia. Quello che loro hanno capito della lezione francese è che bisogna far quadrato intorno alla socialdemocrazia neo liberista per sbarrare la strada alla destra. Mai sentito un discorso più sfrontatamente opportunista e più clamorosamente falso di questo.

Iniziamo: in primo luogo, ai tre insegni primi cittadini non viene in testa che, forse, nella meritatissima batosta di Hollande e dei suoi sventurati compagni, ci sia proprio l’ignobile politica economica che hanno seguito e che le paure del terrorismo jihadista hanno avuto una parte molto limitata nel successo del FN, che, proprio a Parigi, città colpita dalla strage, ha registrato uno dei suo maggiori insuccessi, raccogliendo solo il 9,5% dei voti. Peraltro, l’ascesa del Fn era iniziata decisamente prima del gennaio scorso. Che i socialisti francesi meditino sulle ragioni del loro fiasco: se loro sono i lacchè della Merkel e del capitalismo finanziario perché mai gli elettori di sinistra dovrebbero votarli?

In secondo luogo, ci era parso di capire che Sel (antico punto di riferimento dei tre sindaci) dovrebbe stare sciogliendosi nella nuova formazione Sinistra Italiana che, nelle dichiarazioni, si propone di costruire l’alternativa al Pd. Ci accorgiamo che è la solita musica: fare il solito cespuglio del Pd per rimediare qualche cadrega. Lo avevamo capito già da prima e ritenevamo Fassina un illuso, ora ne abbiamo la conferma. Ma, ci chiediamo: a che serve questa manfrina del partito “a sinistra” del Pd? Posso capire che mantenendosi distinti possa essere più fruttuoso sul piano della spartizione, ma la cosa dovrebbe essere supportata da un qualche seguito elettorale, mentre rifare la sceneggiata dell’alleanza-conflittuale con il Pd serve a poco perché non ci crede più nessuno: non si può essere nello stesso tempo alternativi a qualcuno e suoi alleati, “per la contraddizione che non lo consente”, direbbe qualcuno.

Esilarante, in terzo luogo, è la motivazione del “non far vincere al destra” che poi è il ritornello frustissimo usato da 30 anni e che è quello che ha ridotto la cd “Sinistra radicale” al lumicino. La destra è frammentata, i sondaggi la danno in discesa e non in una delle tre città citate i sondaggi la accreditano neppure del secondo posto, a Milano non sanno neppure chi candidare. Dunque, un pretesto sfacciatamente, clamorosamente, dichiaratamente, spudoratamente falso.

Se c’è un momento in cui la sinistra “radicale” può permettersi il lusso di essere autonoma senza favorire la destra è questo. Ma a questa “sinistra” interessa essere autonoma? Ha qualcosa da dire? Ne dubito, fieramente ne dubito.

10/11/2015

Dino Greco: "Sull'Unione Europea la sinistra ha smesso di pensare"

Dino Greco, un passato di militanza politica e sindacale in trincea, come dirigente della Fiom e poi alla Camera del lavoro di Brescia, quindi come ultimo direttore di Liberazione, ha posto da qualche tempo dentro Rifondazione Comunista il problema della presa d'atto che l'Unione Europea è cosa ben diversa dall'”Europa”, con ovvie drastiche conseguenze sia sull'analisi complessiva del partito che sulla sua strategia politica.

Nel corso dell'ultimo Comitato Politico Nazionale, svoltosi sabato e domenica, c'è stata una discussione piuttosto articolata sul tema, anche alla luce della decisione di aderire al processo della cosiddetta “Sinistra Italiana”.

Ogni dibattito interno a un partito soffre di convenzionalismi e modi di esprimersi “per gli addetti ai lavori”, che rende spesso poco comprensibile il merito politico del contendere. Lo abbiamo intervistato per chiarire i termini di una discussione altrimenti da decrittare.

*****

Buongiorno, Dino. Rifondazione è riuscita o no a prendere le misure della nuova situazione italiana ed europea, dopo la “svolta di Tsipras”?

È in atto un confronto molto serio, che parte naturalmente dalla vicenda greca, al netto delle solite polemiche tra chi accusa Tsipras di “tradimento” e la sgangherata tifoseria che non vuol vedere i problemi. A me pare che quell'esito parla a noi, in primo luogo, perché si è scatenata una sorta di ordalia politica contro chi sostiene che l'idea di “gestire da sinistra” il memorandum si è rivelata una clamorosa illusione. Anche noi, da anni, siamo sotto scacco di un memorandum non dissimile da quello greco. E immaginare che la strada sia quella di “fare come Syriza”, anche qui, porta in una direzione molto diversa da quella che auspichiamo: porta dritti in bocca al centrosinistra, di vecchio o di nuovo conio che sia.

Se ne sentono un po' di tutti i colori, in effetti...

Dall'Huffington Post a il manifesto, a Revelli, c'è una riesumazione del linguaggio che ha segnato i momenti più catastrofici della sinistra, con espressioni tipiche riconoscibilissime. Per esempio “riduzione del danno”, “sinistra utile” o addirittura l'invito a riscoprire il “realismo”. Che è una vera e propria ideologia della capitolazione, il contrario esatto dell'esame concreto della realtà e dei rapporti di forza (senza mettersi qui a citare Lenin). Se si resta dentro il perimetro delle condizioni date, il “realismo” è un invito a seguire la corrente. La lezione che costoro hanno tratto dalla vicenda greca è “non possumus”, altro che “podemos”!

É l'impressione che ha dato subito Sinistra Italiana...

Basta vedere come si sono orientate subito le forze politiche del “nuovo soggetto”. Sel ha elaborato il lutto alla velocità di un baleno, riportando il pendolo al punto di partenza – a prima della vittoria di Syriza, in gennaio – dichiarandosi pronta ad alleanze col Pd ovunque possibile. Come se le elezioni a Milano, Bologna, Roma, Napoli, Torino, ecc, fossero avvenimenti locali, non una partita politica nazionale. Se si dice – e su questo sono d'accordo tutti – che il Pd è l'elemento “strutturalmente centrale” delle forze economiche che guidano le politiche di austerità, come si fa a reggere localmente l'alleanza col “partito dei padroni”, quello che distrugge la Costituzione, abolisce i diritti dei lavoratori, taglia il welfare, ecc? Poi c'è Civati, che si fa comunque il suo partito. Cofferati che pensa come sempre a un nuovo Ulivo. Fassina che gioca da solo, puntando a sconfiggere Renzi, non il Pd. Quindi c'è L'Altra Europa, che nelle mani di Revelli e Argiris si sta sfaldando sui territori e si traduce a livello centrale in un direttorio autoritario, senza alcun rapporto vero con quella “struttura di base” che avrebbe dovuto travolgere gli steccati preesistenti, ecc.

Ma c'è anche Rifondazione...

Che aveva annunciato una Costituente di sinistra antiliberista, frutto dell’auspicato incontro fra le forze summenzionate e singoli personaggi, transfughi dal Pd, a cui sono state generosamente riconosciute doti eccezionali di opinion makers e almeno un po' di antiliberismo... Ma strada facendo i contenuti dirimenti – alternatività e indipendenza dal Pd, linea radicalmente anti-liberista, democrazia dal basso fondata sul principio “una testa un voto” – si sono via via sbiaditi in una pratica fatta di negoziazioni pattizie fra forze politiche con l’aggiunta di qualche maggiorente. Una via per cui l'attenzione va fatalmente al “contenitore” a dispetto della sempre più evidente eterogenesi dei fini e dell’evanescenza dei contenuti.

Ma non c'è stata alcuna riflessione seria, in Rifondazione, sulla tragica esperienza di Syriza e quindi sulla strada da prendere in Italia?

Questo è il nodo centrale. Si era iniziato bene, distinguendo tra i compiti di un partito comunista e la necessità di affrontare le scadenze elettorali, cui arrivare con una coalizione antiliberista più ampia. Poi la ricerca ha preso una via diversa, quella della costituzione di nuovo soggetto politico a tutto tondo. Che non è più, dunque, una coalizione elettorale, ma un altro partito, che trascende e sostituisce quelli esistenti ed è quindi in contraddizione con questi. Ed è esattamente quello che Sel e Fassina dicono di voler fare. Di qui la confusione creatasi tra dirigenti e militanti del Prc, che non è frutto di settarismo o primitivismo (che pure esistono, certo, ma non sono prevalenti), ma una contraddizione reale. Si sbattono come palline di flipper fra una sponda e l’altra, fra un campo e l’altro, in una crisi identitaria che si riflette nella difficoltà ad assumere in proprio qualsiasi iniziativa politica. Del resto, se l'obiettivo è un nuovo partito, chi è d'accordo lavora per questo; chi non lo è, alla fine, se ne va da un'altra parte.

Nella storia del movimento comunista non è la prima volta che si ragiona di “partito di quadri” e organizzazione di massa, anche a scopi elettorali...

Una coalizione elettorale, forte di un progetto di fase condiviso, può convivere con il partito, ha con esso un rapporto di complementarità, non di opposizione. Al contrario, la contemporanea appartenenza a due partiti è invece una contraddizione in termini. Perché ciascun partito incarna una cultura politica, una visione complessiva dei rapporti sociali, un’idea di società. L’effetto schizofrenico è evidente. Alla fine, dei due partiti, ne rimarrà uno solo: quello a trazione moderata. Il “partito di quadri” costruisce condizioni e valuta di volta in volta i compromessi utili, non qualsiasi compromesso.

Anche qui, non c'è una grande novità...

No, certo. È l'idea – esplicitata per esempio da Norma Rangeri – di un partito riformista, senza più ubbie rivoluzionarie. Proprio mentre Renzi seppellisce il riformismo, si ripropone l'idea di costruire un partito socialdemocratico. Alla base c'è la convinzione che in Italia non ci sia spazio per un partito rivoluzionario. Ovviamente con questa parola non indico quelli che vedono insurrezioni possibili sempre e comunque o che interpretano questo ruolo come una testimonianza nei secoli. Parlo di una forza che sappia darsi e costruire gli strumenti teorici, l'analisi della realtà necessaria ad elaborare una strategia e una tattica, decidendo dunque anche delle alleanze limpidamente visibili e comprensibili...

Qualcosa che non c'è da tempo, almeno all'altezza della sfida...

Da questo punto di vista siamo orfani. Non c'è analisi sull'Unione Europea – che molti non riescono neanche a distinguere dall'Europa – sulla moneta unica e la sua funzione, sulle forme istituzionali create nella Ue, sulla loro natura non democratica... Su questo c'è solo balbettio. Come Tsipras, abbiamo coltivato l'illusione che fosse possibile negoziare con la Ue la fine dell'austerity, che l’oligarchia finanziaria che governa l’Europa potesse essere disponibile a smontare il congegno posto a guardia della propria missione politica; insomma, come se fosse possibile negoziare con gli strozzini la fine dell'usura. Non abbiamo capito – come Tsipras – che la presunta neutralità dell'euro è stato uno dei più grandi successi del capitale multinazionale degli ultimi venti anni. Ci dovremmo chiarire che non si possono tenere insieme le due cose...

Un terreno delicato, dove volano spesso accuse di “nazionalismo populista”... Succede anche nel Prc?

L'accusa è in effetti quella: se ti batti contro “l'Europa” non fai che aiutare i nazionalismi populistici... A sinistra, in Italia, la paura del nazionalismo produce la stessa paralisi che produce nei tedeschi la paura dell'inflazione. Ma con questa paura non puoi organizzare lotta di classe in questo paese e finisci per consegnare alla destra il tuo blocco sociale.

Come se l'internazionalismo fosse contenuto nell'Unione Europea... Ma ci sono ormai voci europee di sinistra molto discordanti da questa visione, no?

È questo il paradosso della sinistra italiana. Proprio adesso che la maggioranza della sinistra radicale europea si schiera contro questo assetto, persino in Portogallo (ovviamente distinguendo tra Partito Socialista e il blocco di sinistra), o addirittura in Francia e Germania, con la presa di posizione di Melenchon e Lafontaine. Vedo la necessità di rompere lo stallo del pensiero che sta paralizzando la sinistra e i comunisti, qui da noi. Si continua a parlare del Manifesto di Ventotene come se fosse quello lo statuto dell'Unione Europea... Ma Altiero Spinelli parlava di “stati socialisti d'Europa” (“La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita”, ndr). L'esatto contrario di quel che è stato costruito con la Ue...

Fonte

05/11/2015

L'eterno ritorno della "cosa rosa"



Ci sono poche cose più noiose e ripetitive della tentazione di riunire gli sconfitti “di sinistra” in una nuova “cosa rosa”, sempre più vaga nei contorni. Il documentino con cui viene lanciata l'ennesima rimpatriata è il frutto logico di un ceto politico dannoso, selezionato negli anni per compromettersi e svendere paginate di “programmi” (tonnellate di interessi sociali) spesso in cambio di una confortevole poltrona. Obiettivo massimo raggiunto da Bertinotti, presidente della Camera, e replicato migliaia di volte in strapuntini minori da un fiumiciattolo ormai arido di governatori, consiglieri, assessori, amministratori di partecipate, ecc.

Abbiamo riportato qui sotto quest'ultimo documento prodotto, che riceverà prevedibilmente anche la firma degli ultimi tre transfughi dal Pd (D'Attorre, Galli, Folino), freschi testimoni di una diaspora individualistica che non è mai proposta come scissione organizzata, come soggetto e progetto collettivo.

Un testo che trasuda retorica e assenza di risposte su tutte le questioni più importanti aperte davanti a chiunque voglia davvero opporsi all'agenda liberista dell'Eurozona. A partire inevitabilmente proprio dalla verifica empirica, avvenuta sulle spalle della Grecia, della assoluta irriformabilità della costruzione chiamata Unione Europea. Vogliamo ricordarlo a questi personaggi con le parole di Wofgang Schaeuble, pronunciate in una riunione dell'Eurogruppo, e riferite da Yanis Varoufakis in diverse interviste:
Schäuble è stato coerente fin dall’inizio. Diceva che le elezioni in Grecia non potevano cambiare le decisioni assunte dai governi precedenti perché in Europa ci sono elezioni ogni mese e non si possono cambiare gli accordi ogni volta. A quel punto gli ho risposto che allora le elezioni nei paesi indebitati si potevano anche abolire. Rimase zitto. Forse pensava fosse una buona idea, anche se di difficile attuazione.
In politica, come in ogni altra attività umana, bisogna avere una cognizione precisa dell'oggetto che si vuole trasformare per elaborare un progetto realistico. E invece in questo testo abborracciato si parla vagamente di “ricette” nazionali ed europee che hanno caratterizzato il governo della crisi da parte di Popolari e Socialisti, come se si trattasse semplicemente di sostituire dei pessimi autisti di una macchina – l'Unione Europea, appunto – buona per correre in qualsiasi direzione. Anche uno studente del primo anno di “scienze politiche”, invece, è ormai in grado di spiegare che l'essenza della Ue sono i suoi trattati. I quali contengono una logica economica ordoliberista (non solo “neo”) e una visione politica a-democratica, oligarchica, accessibile solo agli interessi del capitale multinazionale.

Una macchina la cui eventuale “riforma” richiederebbe l'unanimità. La stessa unanimità con cui è stata costruita nel tempo. Qualcuno pensa di poter andare a Berlino a imporre un cambiamento “radicale” dei trattati tale da mettere in discussione i benefici che i paesi del Grande Nord hanno tratto da quei trattati e dall'euro? Se sì, lo dica esplicitamente. Così avremo buone ragioni per sorridere...

Eppure proprio questo dicono gli allegri spacciatori di documenti “unitari”, mirando alla “elaborazione di un programma comune con cui candidarsi alle prossime elezioni politiche alla guida del Paese, con una proposta politica autonoma e in competizione con tutti gli altri poli politici presenti (la destra, il M5S e il PD), nella consapevolezza che in Italia la stagione del centro-sinistra è finita”.

Quale soggetto politico può essere all'altezza di un compito così complesso? Un “soggetto politico di sinistra innovativo, unitario, plurale, inclusivo, aperto alle energie e ai conflitti dei movimenti dei lavoratori e delle lavoratrici, dei movimenti sociali, dell’ambientalismo, dei movimenti delle donne, dei diritti civili, della cittadinanza attiva, del cattolicesimo sociale”.

Non cogliamo, sinceramente, dove sia l'innovazione in questa millesima sommatoria tra “diversi senza visione comune”, suscettibile di sfasciarsi alla prima distribuzione di incarichi (di “poltrone”, per ora, non se ne prospettano molte) e magari annunciare l'ennesimo "nuovo inizio".

Dall'altra parte, come anticipato forse troppo presto dall'entusiasta Beatrice Lorenzin a proposito della candidatura Marchini, c'è un “partito della nazione” che ha un progetto unitario chiaro (eseguire i diktat della Troika, facendo pagare il massimo ai ceti deboli e salvaguardando il più possibile gli interessi del “generone italico”, esemplarmente rappresentato dai due fiorentini, Renzi-Verdini), una struttura di comando ridotta all'osso e senza alternative, priorità ben delineate e una schiera di potenziali amministratori presi di peso dalle prefetture.

Quella “gioiosa macchina elettorale” caricata su una carovana brancaleonica, quante possibilità ha di risultare credibile? Anche a voler sorvolare sulle responsabilità passate e presenti di ogni firmatario, come si riesce a conciliare – agli occhi dell'elettorato potenziale, non nella testa dei proponenti – il carattere “alternativo e autonomo” della futura lista con le “alleanze col Pd dov'è possibile”?

Anche a noi preoccupa la frammentazione politica e sociale, la solitudine dei tanti che soffrono sulla propria pelle i costi della crisi e dell'austerità. Anche per noi è una sfida riunire le forze dell'opposizione esistente e potenziale. Ma non ci sfugge che qualsiasi “sfida” richiede obbligatoriamente qualche idea chiara sulla natura (e i confini) dell'avversario, sul realismo del progetto politico, sulla determinazione a condurre la lotta.

Per questo abbiamo ritenuto necessario lanciare la proposta politica della rottura con l'Unione Europea e l'euro come prospettiva realistica – certo non facile, non “programma immediato” – per restituire al nostro “blocco sociale” (che è ovviamente composto da movimenti dei lavoratori e delle lavoratrici, dei movimenti sociali, dell’ambientalismo, dei movimenti delle donne, dei diritti civili, della cittadinanza attiva, del cattolicesimo sociale, ecc.) un orizzonte concreto con cui collegare il conflitto quotidiano, le mille vertenze sociali e sindacali, a un cambiamento politico generale. Di questo, tra l'altro, si discuterà nell'assemblea nazionale del 21 novembre a Roma convocata su una piattaforma pubblicata ieri anche dal nostro giornale.

Ramazzare qualche nome da mettere sotto il solito appello, per arrivare ad una lista elettorale che selezionerà – forse – qualche eletto che il giorno dopo farà quel che gli pare (vogliamo parlare del quartetto europeo della Lista Tsipras?), ci sembra al contrario qualcosa più di una perdita di tempo. Ci appare come un evidente intralcio sulla strada della costruzione di una soggettività politica realmente, dunque radicalmente, autonoma e antagonista all'intero sistema di potere che va dall'ultima circoscrizione cittadina fino alla Commissione di Bruxelles.

Toglietevi dai piedi, trovatevi un altro lavoro.

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Il documento per la "cosetta rosa".

1. Noi ci siamo, lanciamo la sfida
Riteniamo non solo necessario ma non più procrastinabile avviare ORA il processo costituente di un soggetto politico di sinistra innovativo, unitario, plurale, inclusivo, aperto alle energie e ai conflitti dei movimenti dei lavoratori e delle lavoratrici, dei movimenti sociali, dell’ambientalismo, dei movimenti delle donne, dei diritti civili, della cittadinanza attiva, del cattolicesimo sociale.

Un soggetto politico in grado di lanciare in modo autorevole e credibile la propria sfida al governo Renzi e a un PD ridotto sempre più chiaramente a "partito personale del leader", in rappresentanza del variegato universo del lavoro subordinato e autonomo, degli strati sociali che più soffrono il peso della crisi, dei loro diritti negati e delle loro domande inascoltate, orientato a valorizzare la funzione dei governi territoriali e dei corpi intermedi. Dobbiamo rispondere in modo adeguato - con la forza, il livello di unità e la chiarezza necessarie - alla domanda sempre più preoccupata di quel popolo di democratici e della sinistra che non si rassegna alla manomissione del nostro assetto democraticocostituzionale, alla liquidazione dei diritti del lavoro e alla cancellazione del residuo welfare.

L'obbiettivo è lavorare fin d’ORA, in un contesto di dimensi“ricette” nazionali ed europee che hanno caratterizzato il governo della crisi da parte di Popolari e Socialistione europea contro le politiche neoliberiste, all’elaborazione di un programma comune con cui candidarsi alle prossime elezioni politiche alla guida del Paese, con una proposta politica autonoma e in competizione con tutti gli altri poli politici presenti (la destra, il M5S e il PD), nella consapevolezza che in Italia la stagione del centro-sinistra è finita. In Europa è evidente la crisi profonda delle tradizionali famiglie socialiste.

Ogni giorno che passa aumenta il disagio e il disastro nel Paese. Renzi ha declinato il tema della vocazione maggioritaria come politica dell'uomo solo al comando, alibi per un partito trasformista pigliatutto in realtà dominato dall'agenda liberista dell'Eurozona. Noi vogliamo al contrario costruire una sinistra in grado di animare un ampio movimento di partecipazione popolare e di realizzare alleanze sociali e politiche che mettano radicalmente in discussione le “ricette” nazionali ed europee che hanno caratterizzato il governo della crisi da parte di Popolari e Socialisti. Sappiamo perfettamente che non è sufficiente unire quel che c’è a sinistra del Partito Democratico, o autoproclamarsi alternativi, per costruire un progetto all'altezza della sfida, davvero in grado di cambiare la vita delle persone. Ma siamo altrettanto convinte/i che senza questa unità il processo nascerebbe parziale, o non nascerebbe affatto. Per questo noi questa sfida la lanciamo oggi. Insieme.

2. Definizione del soggetto
Il Soggetto politico che vogliamo sarà: DEMOCRATICO, sia nel suo funzionamento interno (una testa un voto regola guida, strumenti e momenti di partecipazione diretta e online, pratiche di co-decisione tra rappresentanti istituzionali e cittadini, costruzione dal basso del programma politico) sia perché deve essere il punto di riferimento e di azione di tutte/i i democratici italiani DI TUTTE E TUTTI, perché deve essere il luogo in cui tutte/i coloro che si contrappongono alle politiche neoliberiste, alla distruzione dell’ambiente e dei beni comuni, alla svalutazione del lavoro, alla crescente xenofobia, alle guerre, all’attacco alla democrazia possono ritrovarsi e organizzarsi in un corpo collettivo capace di superare antiche divisioni nell’apertura e nel coinvolgimento delle straordinarie risorse fuori dal circuito tradizionale della politica. ALTERNATIVO e AUTONOMO rispetto alle culture politiche prevalenti d’impronta neoliberista che ci condannano al declino sociale e culturale, di cui oggi il PD tende ad assumere il ruolo di principale propulsore e diffusore. INNOVATIVO sia nelle forme sia per la rottura con il quadro politico precedente, così come sta avvenendo in molti paesi europei. Differente dal sistema politico corrotto e subalterno di cui siamo avversari. EUROPEO in quanto parte di una sinistra europea dichiaratamente antiliberista, che, con crescente forza e nuove forme, sta lottando per cambiare un quadro europeo insostenibile.

3. L'anno che verrà - il 2016
Il 2016 ci presenta passaggi politici di grande importanza: le amministrative che coinvolgono le principali grandi città, il referendum sullo stravolgimento della Costituzione e la possibile campagna referendaria contro le leggi del governo Renzi.

In coerenza con il nostro obbiettivo principale per la scadenza delle amministrative vogliamo lavorare alla rinascita sociale, economica e morale del territorio, valutando in comune ovunque la possibilità di individuare candidati, di costruire e di sostenere liste nuove e partecipate in grado di raccogliere le migliori esperienze civiche e dal basso e di rappresentare una forte proposta di governo locale in esplicita discontinuità con le politiche dell’attuale esecutivo. Fondamentale è la costruzione di una forte campagna per il NO nel referendum sulla manomissione della Costituzione attuata dal governo Renzi e il sostegno alle campagna referendarie in via di definizione contro le leggi approvate in questi 2 anni.

4. Quindi...
Al fine di avviare il processo Costituente di questo soggetto politico, convochiamo per il XX xx dicembre 2015 una assemblea nazionale aperta a tutti gli uomini e le donne interessati a costruire questo progetto politico. Da lì parte la sfida che ci assumiamo e li definiremo la nostra carta dei valori. L'assemblea darà avvio alla Carovana dell'Alternativa, individuando le forme di partecipazione al progetto politico. Si tratta di definire il nostro programma, le nostre campagne e la nostra proposta politica in un cammino partecipato e dal basso che con assemblee popolari e momenti di studio e approfondimento coinvolga movimenti, associazioni, gruppi formali e informali unendo competenze individuali e collettive.

Entro l’autunno del 2016 ci ritroveremo per concludere questa prima fase del processo e dare vita al soggetto politico della sinistra.

Fonte

26/10/2015

L'aria che tira a Bologna/3: inizia la campagna elettorale

Bologna, è una delle grandi città che si prepara l’anno prossimo ad affrontare una nuova tornata elettorale. Un appuntamento che, comunque andrà e indipendentemente dal vincitore, avrà come conseguenza ben poca libertà di manovra una volta insediatosi visto che, tra Fiscal Compact e tagli ai trasferimenti, le risorse dei comuni sono sempre più risicate e spesso inadeguate anche solo per far fronte all’ordinaria amministrazione.

Bologna rappresenta un luogo di potere e di affari tra i più importanti in Italia. La città felsinea è un centro logistico di prim’ordine, ha un’università che incamera centinaia di milioni di euro ogni anno solo dalle rette studentesche e, per i prossimi anni, nel territorio sono state progettate opere che muoveranno cantieri milionari: il tratto autostradale denominato Passante Nord, la sopraelevata per collegare stazione ferroviaria e aeroporto chiamata People Mover, il progetto F.I.Co (Fabbrica Italiana Contadina, che dovrebbe diventare il polo dell’eccellenza del cibo italiano) e il trasferimento di varie facoltà universitarie in un unico campus nell’area dell’ex-Staveco.

In mezzo a tutto ciò, le elezioni amministrative sono sempre un utile “termometro” politico, in particolare se in una sola tornata vanno al voto, oltre a Bologna e ad altre città minori, le quattro principali città italiane: Roma, Milano, Napoli e Torino.

Dunque non sorprende vedere che gli apparati di partito si siano già mossi (e da tempo) ed ora stanno entrando nel vivo della contesa.

Nella campagna elettorale bolognese, quest'anno, fa ingresso per la prima volta in modo organizzato e preponderante, la Lega Nord di Salvini, che vedrà il prossimo 8 novembre, la calata del suo leader in città. Pare assodato ormai, che il nuovo segretario del Carroccio stia investendo nella mutazione della Lega in partito nazionale e nazionalista, smarcandosi dal regionalismo che l’ha sempre contraddistinta e fungendo da polo d’attrazione per tutta quella destra estrema italiana che viene dalla diaspora dell’MSI e dallo scioglimento di AN. Non è un caso che, oltre ai soliti sgherri di CASAPOUND (ormai veri cani da guardia delle camicie verdi) alla kermesse leghista parteciperanno anche Giorgia Meloni e Francesco Storace, perfetti esponenti di quella destra nostalgica, chiassosa e roboante che così bene si è saputa destreggiare negli ultimi vent’anni all’interno dell’apparato berlusconiano mantenendo sempre una propria nicchia di potere, anche nei momenti di formale rottura. Pare che alla fine anche Berlusconi, il quale aveva inizialmente chiamato una piazza parallela a Firenze, abbia accettato l’invito di Matteo per confluire assieme nella città emiliana.

Dunque, quello che può sembrare un raduno per nostalgici di vari ventenni (da quello fascista a quello berlusconiano), pare adesso assumere le forme di una sorta di passaggio di testimone. È infatti evidente che Berlusconi non abbia trovato quell’ “erede politico” che va cercando da anni per dare una continuità ed una nuova credibilità al suo blocco di potere. Essendo ormai appurato che nessuno dei pochi rimasti della cerchia PDL/Forza Italia possa raccogliere la sua eredità (chi passa una vita a fare il lacchè non può reinventarsi leader, e non è un caso che molti berlusconiani di ferro oggi siano passati armi e bagagli a sostenere Renzi), Berlusconi potrebbe in effetti puntare tutto su Salvini e il nuovo progetto leghista. Un progetto che certamente incarna lo spirito della borghesia gretta e arraffona di cui il Caimano è stato ben più che un emblema e che ora è scompaginata e schiacciata dal cambio di passo imposto dall’Unione Europea alle nostre classi dirigenti.

Se questo sarà effettivamente quello che si prospetta in quella piazza, Salvini da quel momento avrà piena legittimità per presentarsi come l’unico leader riconosciuto di un centro-destra ormai privo di centro. Un centro che, se sul piano nazionale è ormai diventato organico al “Partito della Nazione” renziano, a Bologna è ancora opposizione del governo cittadino targato PD-Sel.

Ed è proprio la rincorsa al centro che tiene banco in queste settimane, col sindaco Merola (che in estate è stato riconfermato dal PD per la corsa al secondo mandato, pur non senza difficoltà e malumori) che spinge per allargare la coalizione di governo “alle forze moderate che non si riconoscono nella destra populista”.

In questa ricerca di convergenze al centro, va inserita la visita del ministro del lavoro Poletti all’Ascom (associazione dei commercianti), della scorsa settimana.

Ma non c’è solo questo: Merola e la sua giunta hanno subito pesanti critiche da destra e da sinistra, soprattutto per quanto riguarda la “gestione dell’ordine pubblico”, categoria a cui sempre più spesso ci si riferisce per giustificare l’uso della forza e della repressione per far fronte all’ormai dirompente disagio sociale (L’aria che tira a Bologna/1). La stretta repressiva a cui si sta assistendo a Bologna nell'ultimo periodo, ha inoltre mostrato la debolezza dell’amministrazione, spesso scavalcata nelle decisioni di sgombero progettate e messe in atto direttamente da procura e questura. Il PD quindi è e rimane al bivio, guardandosi intorno immobile, da un lato cercando alleati a destra e a manca, e dall’altra non offrendo alcuna soluzione politica in grado di affrontare la crisi.

Dall’altro lato, anche la stampella del PD a Palazzo d’Accursio, SEL, si trova in mezzo al guado e non sa come varcarlo: da una parte le dichiarazioni di Vendola, che spinge i suoi assessori a rompere col PD e dall’altra, la sua figura di riferimento, cioè l’assessore alle politiche sociali Amelia Frascaroli che, nonostante le belle parole spese in favore degli spazi sociali e delle occupazioni abitative nella ricerca di convergenze tra lei e una parte delle strutture di movimento, pare non avere alcuna intenzione di mollare il sindaco uscente.

La campagna elettorale sembra quindi iniziata, e già si preannuncia un balletto di alleanze e tradimenti, che si tradurranno, comunque vada, in misure di austerità da scaricare sulle spalle dei settori più esclusi dalla crisi: migranti in fuga dalle guerre o alla ricerca di una vita dignitosa, precari proni a tenersi stretto il prossimo contratto, lavoratori sempre prossimi alla pensione che non arriva mai e giovani espropriati di ogni spazio di socialità.

All’oggi, appare evidente che nessuna delle forze in campo possa rappresentare una vera alternativa per le classi popolari di Bologna come di questo Paese: né il populismo leghista che tenta di ricostruire la destra reazionaria italiana, né il diretto e attuale rappresentante dell’austerità dell’Unione Europea, ne chi si propone come una coazione a ripetere sulla scia di Tsipras.

Queste alternative rappresentano 3 facce di una stessa medaglia, nella battaglia per aggiudicarsi il posto d'onore tra la borghesia europea, per cui non si tratterà solo di elezioni amministrative, ma di molto di più.

Ciò che rappresenta o non rappresenta nel 2015 una campagna elettorale lo vedremo nei prossimi mesi e per ora non possiamo fare a meno che seguire gli attori che si stanno muovendo nel campo di battaglia.

To be continued...

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24/10/2015

Pistole in mano a Pisa. Interrogazione parlamentare e interrogativi seri


Le scene dell'irruzione poliziesca a Pisa, in un immobile dismesso dall'università locale, hanno fatto giustamente il giro d'Italia e non solo. Quei poliziotti con la pistola in mano, come e peggio di un Buonanno qualsiasi – perché sicuramente con il colpo in canna – sono diventati l'immagine di un potere ottuso e dunque violento, incapace di misurare la proporzione tra problema concreto e soluzione.

Non ci soffermeremo più di tanto sull'interrogazione parlamentare di Sel, comunque un segno di resipiscenza nel fluire quotidiano del tran tran politicante. Quell'interrogazione è infatti inevitabilmente – per ovvie ragioni istituzionali rivolta al ministro Alfano, che di tutto può essere accusato tranne che di fare il ministro dell'interno. Basterebbe la sua insistenza sull'innalzamento del contante a 3.000 euro per iscriverlo in tutt'altra funzione...

La risposta di Alfano si modellerà sulla relazione delle forze dell'ordine locali, ovvero del dirigente dell'ufficio che ha deciso e guidato l'irruzione armi in pugno. Quindi vi invitiamo a riflettere un attimo su quel che vanno riportando le agenzie di stampa: “secondo quanto hanno fatto sapere le forze dell'ordine, è stata un'operazione di polizia giudiziaria per "stroncare un'attività di furto". L'intervento massiccio è stato necessario, precisano ancora, visto l'alto numero di persone presenti. Gli studenti, si rileva, avrebbero prelevato libri di proprietà dell'ateneo stoccati nei locali”.

Sappiamo bene che nel modo drogato di inizio 2000 i fatti non contano più nulla, l'unico problema è “come la racconti”. Dal primo ministro all'ultimo amministratore di condominio, ma anche nelle relazioni quotidiane interpersonali, la “narrazione” ha sostituito la realtà. Per cui si discute di quel che uno dice, non di quello che fa.

Però questa stronzata mostruosa dell'intervento per "stroncare un'attività di furto" supera ogni immaginazione perversa. Gli studenti avevano denunciato loro stessi la presenza nei locali di “libri abbandonati all'incuria, anche nuovi”, accusando dunque l'università di sprecare per incuria o malagestione risorse importanti (certo, se si ritengono importanti i libri...). E avevano altrettanto annunciato che se ne sarebbero andati in giornata. Dunque, l'irruzione sarebbe stata ingiustificata anche se condotta in modo molto più “pacifico”. Ci chiediamo: ma la polizia si presenta armi in pugno davanti a chiunque denuncia un problema? Se sì, si capisce come “la gente” preferisca chiudere gli occhi e farsi i fatti propri...

Ma se così fosse, quel comportamento poliziesco andrebbe definito addirittura criminogeno, ossia indirettamente invitante all'omertà sociale.

Scherziamo naturalmente. Quei poliziotti erano della Digos, la "polizia politica",  e non vengono "scomodati" per un volgare furto. La verità è molto più semplice e evidente agli occhi di tutti. Persino davanti alla prova documentale di un comportamento abnorme e pericolosissimo, la polizia non fa marcia indietro e rivendica il suo diritto a fare come le pare. Anche a costo di mentire fino e oltre il ridicolo.

PS: Le cronache degli ultimi mesi riferiscono di un poliziotto della Digos pisana il gruppo che ha condotto l'irruzione pistolera arrestato perché si era scelto un secondo lavoro da rapinatore. A forza di sventolare la pistola sotto il naso delle gente, probabilmente, ci prendi il vizio e alla fine ti esce la frase da film...


Daniele Trubiano, 50 anni, assistente capo della squadra antiterrorismo della Digos di Pisa, arrestato per rapina.

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18/10/2015

L'ultimo Vendola balla con il Pd (se quest'ultimo vuole)

Che Nichi Vendola avesse perso il “tocco magico”, quello supportato dall'esposizione mediatica e da un linguaggio evocativo (sfuggendo per principio ad ogni precisione), era noto da tempo. Ma sembravano esistere dei limiti. Che dall'ultima intervista data al manifesto appaiono scomparsi. Il testo lo potrete trovare qui sotto, quel che ci sembra più importante è però evidenziare l'assoluta inconcludenza.

Intanto sul piano linguistico, che tanto preme al vate di Terlizzi. Le parole sembrano aver perso ogni connotazione concreta, a cominciare ovviamente da “sinistra”. Così come le prospettive politiche.

Il tutto può comunque esser riassunto in una frase da lui stesso pronunciata: “Una coalizione progressista la si può costruire con il Pd, senza il Pd e contro il Pd”.

La frase ha un senso solo se si concepisce una coalizione politica come ars combinatoria, in cui bisogna giustapporre pezzi senza neppure chiedersi di cosa siano fatti ma unicamente della foggia e soprattutto delle dimensioni. Un gigantesco Lego, insomma, dove importanti sono solo gli incastri. Il problema – che nel Lego era stato però risolto – sta nel fatto che il materiale di cui è costituito ogni pezzo risulta decisivo: se non è plastica dura, ma gommapiuma o peggio ancora schiuma, il risultato non si tiene insieme. E ben dovrebbe saperlo chi ha provato nei decenni scorsi, pervicacemente, a costruire contenitori politici senza badare alla qualità dei pezzi.

Di fatto, il buon Nichi sembra convinto di essere ancora indispensabile (al Pd di Renzi) come lo era stato con quello di Bersani, garantendo quel tanto di percentuali e parlamentari necessari a varare una coalizione (apparentemente) “progressista”.

Non sembra aver insomma capito la novità politica del renzismo. Eppure la compravendita con Verdini per mettere all'angolo – definitivamente – la sinistra interna al Pd dovrebbe averlo messo sull'avviso.

Pegio ancora: non sembra aver capito da dover origina, oggi, la “politica parlamentare”, ovvero gli obblighi ferrei decretati dalla Troika, che inchiavardano le scelte di un governo – di qualsiasi natura – a un ventaglio assai ristretto. Eppure la sorte ignobile dello Tsipras 2.0 dovrebbe averlo reso edotto della situazione reale.

Diavolo, ha capito persino che la "riforma costituzionale" gestita dalla Boschi è quella che fa piacere a gente come Goldman Sachs...

Resta l'ipotesi finale: Vendola ha capito benissimo e gli sta bene così, o nel migliore dei casi non sa far altro. Ruota di scorta del Pd dove Sel viene accettata, “liste alternative” dove Renzi lo scarica e persino qualche lista “di opposizione” là dove il ceto politico locale è espressione diretta di qualche mafia locale (non solo al Sud, evidentemente).

Questo manicomio, che naturalmente rende trasparente fino all'inesistenza una qualche “identità” e utilità di Sel, vale per i prossimi mesi. Ovvero le elezioni comunali di primavera. Poi chi vivrà vedrà...

Tutto qui? E con questo speri davvero di raccattare i voti di chi Renzi non lo voterebbe neanche morto?

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Vendola: «Sinistra, ecco l’unità possibile»


Intervista. «Sull’Italicum per ora solo chiacchiere. A Civati dico di non usare la città di Milano come cavia per lotte simboliche: le amministrative le decidono le comunità locali. Alla ’cosa rossa’ dobbiamo arrivare tutti insieme»

«È saggio non commentare il chiacchiericcio ma quello che c’è. E quello che c’è è il combinato disposto fra Italicum e riforma costituzionale, un pesante disegno di mutamento regressivo della forma democratica nel nostro paese secondo le indicazioni profetiche o programmatiche che venivano da JP Morgan».

Nichi Vendola, presidente di Sel, non crede un granché all’ipotesi di modifica dell’Italicum che circola in questi giorni in parlamento, dopo le parole di Napolitano.

Se il premio di maggioranza fosse attribuito alla coalizione anziché al partito cambierebbe la vostra valutazione dell’Italicum?

Intanto immaginare che le regole del gioco si costruiscano in sartoria tagliandole, cucendole a seconda delle convenienze congiunturali è già grave e il segno di un degrado. Ma comunque vedremo: non siamo indifferenti, l’Italicum è talmente brutto che guarderemo con attenzione ogni eventuale proposta.

Ma si può dare un giudizio tanto severo su Renzi e poi mettere in conto un’alleanza con il Pd, a partire dalle città?

Qualunque sovrapposizione della dimensione nazionale alle vicende territoriali è un vicolo cieco. Oggi non si può non vedere che le città in tutta Europa sono i luoghi di un conflitto fra civiltà e barbarie. Dobbiamo costruire coalizioni di progresso che possano mettere in campo una sfida programmatica su elementi dirimenti: il diritto alla casa, la lotta contro il consumo di suolo, la mobilità sostenibile, l’accoglienza per profughi e migranti. Su questo canovaccio si costruiscono le coalizioni possibili territorio per territorio. Sel non è una corrente esterna del Pd. Una coalizione progressista la si può costruire con il Pd, senza il Pd e contro il Pd. La novità di oggi è che non c’è l’effetto trascinamento del centrosinistra come formula nazionale. Quindi a Milano puntiamo sulla continuità del laboratorio straordinario dell’amministrazione Pisapia. Non c’è nessun automatismo, ma neanche in senso contrario: quello di chi pensa che le città siano cavie da laboratorio per bisogni esterni a quelli dei cittadini. Non si fanno né disfano le alleanze per problemi simbolici o per dispetto. No alla subalternità ma no anche ai rinculi minoritari.

Civati dice: senza Pisapia, a Milano nessuna coalizione con il Pd. Troverete una quadra?

Con Civati la vedo difficile. Si comporta come un elefante in cristalleria. In ogni città in cui passa lascia una scia di polemiche e divisioni. Siamo tutti impegnati in una sfida gigantesca che non si può affrontare con le battute. Su una cosa invece Civati ha ragione: sul profilo di autonomia politico-culturale che deve avere la nuova sinistra. Ma l’autonomia non può essere interpretata come la propone l’ultimo che è uscito dal Pd e cioè una rottura generalizzata con il Pd senza guardare in faccia le situazioni specifiche. La posta in gioco è alta, è il destino di comunità importanti. Chi parla di condivisione dal basso non può considerare i territori come terminali muti di una politica fatta dai palazzi romani.

Alle scorse regionali la sinistra si è presentata divisa in molte regioni. Rifarlo alle prossime amministrative significherà che non è cambiato niente, e cioè che la ’cosa rossa’ non è nata?

È un problema che dobbiamo porci tutti mettendoci in un’ottica di ascolto e condivisione. Per me è fondamentale ascoltare i sindaci. Sento l’urgenza di far partire il processo unitario, voglio mettere il convoglio di Sel su un binario. Ma che non sia un binario morto. Noi ci siamo separati dalla sinistra dell’impotenza e della testimonianza. Non torneremo indietro. Né daremo una mano a Renzi per insediare nelle città il suo partito della nazione.

E se alle primarie di Milano vincesse un interprete del Pd renziano che farete?

Deciderà il territorio. Alle regionali liguri abbiamo fatto bene a non sottoscrivere un patto con il Pd e a sostenere Cofferati senza vincolarci alla coalizione. A Milano ci sono diverse possibilità. Ma a decidere saranno i milanesi. E oggi la discriminante programmatica è mille volte più decisiva e condizionante di ieri.

Così farete anche a Roma?
A Roma cominciamo ora la discussione. E non dobbiamo iniziarla voltando pagina ma rileggendo le pagine precedenti. Mafia Capitale non può essere derubricata a un fatto processuale. Il Pd dai tempi della giunta Alemanno ha praticato un attivo consociativismo e ha condiviso scelte e malaffare.

Quello di oggi è un altro Pd, o è lo stesso di ieri?

Le rottamazioni veloci non fanno vedere le radici del male. Il fatto che si potesse essere consociativi con un manipolo di fascisti degli anni '70 è un grosso problema. E così il fatto che non ci si è accorti del ritorno dei criminali nei gangli delicati del governo capitolino. E così il fatto che le cooperative rosse potevano diventare un altro pezzo della trama politico-affaristico-criminale.

Qual è il suo giudizio sul sindaco dimissionario Marino?

Mi fa rabbia. Quei penosi scontrini producono lo stesso turbamento del romanzo criminale di Carminati e Buzzi. E questo ha consentito ai nostalgici di Mafia Capitale, e cioè ai poteri immobiliari e finanziari di Roma, di dare l’assalto all’esperienza di Marino che invece aveva elementi importanti di discontinuità. E che non a caso il Pd ha provato a normalizzare estromettendo Sel dalla giunta. Tutto questo entra nella valutazione che faremo nei prossimi mesi.

Appunto, il Pd vi aveva cacciati dalla giunta. Crede che per il futuro possa ripensarci, e che la coalizione possa tornare agli equilibri della prima era Marino’?

Non lo so. Il Pd è un insieme di enclave, le une in lotta contro le altre. Quello che so è che ora a usare la foglia di fico degli scontrini è la destra romana sodale di quella doppia filiera criminale che iniziava con i fascisti della Banda della Magliana e finiva con i mafiosi.

Il giudice deciderà, ma quegli scontrini restano indigeribili.
Infatti sono molto arrabbiato. Per la sinistra non vale la parabola della pagliuzza e della trave. Una pagliuzza, un’incredibile superficialità come quella degli scontrini in una città scossa dagli scandali e da una crisi sociale profonda, ha lesionato il rapporto fra i cittadini e il loro sindaco.

I parlamentari della ’cosa rossa’ lavorano insieme da tempo. Alla camera, dove avete i numeri, farete un nuovo gruppo unitario?

Su questo sono fiducioso. Penso che intorno alla battaglia sulla legge di stabilità nascerà un gruppo più grande. Saranno le prove d’orchestra per una sinistra che non cerca la via dell’accrocchio ma le ragioni dell’unità possibile.

Prima delle vacanze era stato lanciato un appuntamento della ’cosa rossa. Si farà o salterà?

Spero che si faccia. Sarà importante che da parte di tutti ci sia un atteggiamento di generosità e un convincimento che la quadra la si trova sul terreno dell’innovazione e non su quello della restaurazione di vecchi schemi. Dobbiamo fare tutti un passo avanti. Se prevale la furbizia o il calcolo miope non ce la faremo. Sel, la mia comunità, non chiude una storia, non vuole dissiparla ma vuole fare un investimento. Per questo è importante che questa mia comunità abbia la certezza che di arrivarci tutta intera. Significa la certezza per tutti che non stiamo imboccando un vicolo cieco.

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17/10/2015

Sulle polemiche contro l’iniziativa con Sante Notarnicola a Torino

20 anni, 8 mesi ed un giorno in carcere, di cui 11 in regime di massima sicurezza, 5 di celle punitive. Poi la semilibertà fino al 2000. Sono i numeri della pena scontata per intero da Sante Notarnicola. Da quando è libero Sante si è sempre messo a disposizione dei compagni. Il suo contributo per la ricostruzione storica di diversi eventi cruciali della (nostra) storia (di classe) è ed è stato davvero prezioso. Negli ultimi anni ha partecipato all’organizzazione di moltissime iniziative: tra le tante, alcune gite della resistenza tra le tombe dei partigiani alla Certosa di Bologna e un tour da poco conclusosi tra moltissimi spazi sociali in tutta Italia per raccontare la storia del movimento nelle carceri. Anche il nodo bolognese della campagna Noi Restiamo ha avuto modo di ospitare lui, i suoi lucidi racconti e la sua esperienza nei locali occupati del CSO Terzopiano: un’iniziativa che ha visto la sala granda gremita di gente fino a notte tarda, tutti incollati alla sedia.

Del movimento delle carceri Sante è stato un militante di spicco, in una mobilitazione continua che tra rivolte, cariche dei carabinieri nei cortili delle prigioni, tortura sistematica sui prigionieri politici (confermata storicamente da recenti sentenze, come quella della corte di Assise di Perugia del 2013), ha portato a rivoltare le carceri italiane fino alla riforma del ‘75.

Instancabile, da quando è tornato a Bologna ha già realizzato una performance di ricostruzione storica della figura di Bianchi Guidetti Serra, avvocatessa contro l’ergastolo ed ex partigiana.

Oggi, nell’ambito dell’Infoaut Fest, presenterà un documentario sui fatti di Piazza Statuto. Il capogruppo di Fd’I al consiglio comunale di Torino (ma gli stessi Pd e Sel) e Gianguido Passoni (che con l’assessorato al Bilancio da lui diretto sta coordinando proprio la svendita della Cavallerizza, i locali occupati in cui ha luogo il festival) hanno condannato l’invito, e si è arrivati a chiedere al Prefetto di intervenire per impedire questo dibattito pubblico, dando vita a una polemica ridicola che vorrebbe veder tacere un testimone diretto di un evento storico, alla faccia dell’ipocrisia alla “Je suis Charlie” (il tutto nella Torino del processo a Erri De Luca).

Sante all’epoca dei fatti di piazza Statuto faceva parte della 9° sezione di Piazza Crispi del Pci, la quale ebbe un ruolo importante in quell’evento (come emerge anche dalle testimonianze dirette raccolte in “La rivolta di Piazza Statuto. Torino, Luglio 1962” del 1979 a cura di Lanzardo, edito da Feltrinelli), e che segnò un salto di qualità nelle lotte operaie e aprì la strada a una lunga fase storica di lotta. Una cosa Sante ha sempre sostenuto pubblicamente, e pensiamo che sia questo il caso in cui sottolinearlo nuovamente: il mancato processo di pacificazione, quando si è chiusa la combattiva fase politica degli anni ’60-’70, è stato un’opportunità perduta per questo paese, la cui classe dirigente non ha mai voluto fare i conti con la propria storia, portando conseguentemente all’attuale permanenza nelle carceri di tanti prigionieri politici di allora, e riscrivendo faziosamente un pezzo importante anche dell’identità collettiva della nostra classe. Non è un caso che proprio in questi giorni giunga notizia di un’altra vicenda simile a quella cui abbiamo assistito sotto la Mole: il ritiro dell’invito da parte della AUSL di Modena a Renato Curcio in seguito a polemiche emerse per la sua possibile presenza a un dibattito centrato sui temi di cui oggi l’ex brigatista si occupa con metodo e con successo.

Come campagna Noi Restiamo esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai compagni di Askatasuna e a Sante, sapendo che è compito di tutti noi costruire nelle lotte quell’identità collettiva le cui forme vorrebbero essere tenute nell’ombra dell’unica ideologia ammessa, fatta degli interessi ideali e materiali di chi pratica lo sfruttamento ed estende la miseria, pretende la concorrenza ma la riversa sulla pelle degli ultimi, traccia confini e disegna conflitti.

Campagna Noi Restiamo – Torino

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14/10/2015

Torino. Fascisti, Pd e Sel contro Notarnicola alla Cavallerizza

Alla fine i fascisti sono riusciti a creare "il caso", con la solerte collaborazione del Pd e di Fassino. Il capogruppo di Fd'I al Comune di Torino, tale Marrone (nome omen), aveva cominciato a battere sul tamburo della presunta indignazione per una cosa banale fino alla noia: alla Cavallerizza Reale occupata, dove si deve svolgere il Festival di Infoaut, era stato invitato Sante Notarnicola. Uomo libero da oltre venti anni, un ergastolo scontato per intero per le vicende della cosiddetta “banda Cavallero”, tra i 13 prigionieri indicati dalle Br in cambio della liberazione di Aldo Moro, autore di poesie riconosciuto e stimato da molti intellettuali italiani, a partire da Primo Levi. E per questa ragione invitato ovunque da quando è tornato in libertà.

Ma la strumentalizzazione era troppo ghiotta per potere esser evitata. E quindi anche l’assessore al Patrimonio, Gianguido Passoni, l’uomo che guida il “progetto di recupero” della Cavallerizza (indovinate un po'? Una privatizzazione...), ha fatto da sponda all'ex fascista annunciando che avrebbe portato la vicenda all’attenzione del Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico.

Nientepopodimeno...

Già nei giorni scorsi la strumentalizzazione aveva montato con l'appoggio dei potentati che avrebbero interesse ad entrare in possesso dell'antico complesso della Cavallerizza, e che dunque spingono per uno sgombero dell'occupazione, pur non trovando nessuna ragione “pubblica” per ottenere il risultato.

Lo stesso Passoni precisa – excusatio non petita – di non fare questa mossa per avvicinare i tempi dello sgombero, ma solo per invitare i tutori dell'ordine pubblico a impedire il festival. Motivazione: in quei giorni ci sarà a Torino... Ban Ki Moon, segretario generale dell'Onu.

Non proprio brillante la risposta degli occupanti della Cavallerizza, evidentemente spaventati e preoccupati, che hanno emesso una nota stampa in cui si dicono all'oscuro del programma del Festival, pur riconoscendo di aver concesso lo spazio – come in molti altri casi – al centro sociale Askatasuna senza farsi alcun problema di “censura preventiva” sui contenuti.

Ancora meno brillanti i consiglieri di Sel in Comune, Curto e Trombotto, che sono riusciti in un miracolo di ipocrisia: hanno condannato l’invito a Sante Notarnicola, ma difeso la libertà d’espressione e criticato la richiesta di non autorizzare il convegno «evitando qualsiasi strumentalizzazione». Difendere la libertà di espressione in teoria mentre la si impedisce nella pratica: questi sono i “riformatori” dell'Italia e dell'Unione Europea?

La nostra vicinanza e solidarietà, dunque, non può che andare a Sante e ai compagni di Askatasuna.

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07/10/2015

Cosa Rossa: a che punto siamo?

A breve dovrebbe decidersi che fine farà il progetto di nuovo soggetto di sinistra, la “Cosa Rossa” di cui si parla dalla tarda primavera. Le cose per la verità non sembrano affatto promettere niente di buono.

a- Landini sembra essersi sfilato per fare una cosa che non si capisce che è, anche perché si è messo anche lui a ripetere questa fesseria del “non sono né di destra né di sinistra” che, ovviamente, lo escludo programmaticamente da una cosa che vuol essere la nuova forza di sinistra;

b- La brigata Kalimera (io, ormai, la direi Kalispera) ha difeso Tsipras, nonostante l’indecente capriola post referendum, ma ha capito che è un brand “freddo” che non porta consensi e si sta dirigendo verso il nuovo astro di Podemos che, però, sembra in difficoltà a sua volta;

c- Vendola ha lasciato intendere di essere pronto a fare lista comune con Renzi, assestando una mazzata alla residua credibilità della sua formazione politica che, peraltro, è l’unica ad avere un gruppo parlamentare;

d- L’incauta mossa di Civati (mi spiace dirlo di un amico) di lanciare i referendum da solo si è conclusa con il prevedibile insuccesso (ma come si fa a lanciare una raccolta di firme con agosto di mezzo?!);

e- Rifondazione continua a non esistere né politicamente né organizzativamente;

f- Fassina sembra colpito da improvvisa afasia.

Non pare un bel panorama. Ma quello che conta più di tutto è il persistente vuoto di proposta politica e l’assenza di ogni dibattito. Cosa propone chi si candida ad essere la sinistra di questo paese? Nulla mischiato a niente. Oppure, quando decidono di parlare, c’è solo uno scoordinato starnazzare di oche privo di qualsiasi coerenza e propositività.

Il fatto è che questa area resta il riservato dominio di quattro leaderini da strapazzo, di cui una bella fetta di “vecchie stelle del varietà” sul palcoscenico da troppo tempo. A proposito, avrei una proposta: concedere la pensione ai leader politici ma solo quando abbiano sottoscritto un impegno a tacere definitivamente ed emigrare in un’isola delle Falkland. Che ne dite?

Sino a quando la nascita del nuovo soggetto di sinistra dipenderà da queste “piccole potenze” da operetta, qui non verrà fuori nulla, al massimo la solita lista intruglio decisa all’ultimo momento mettendo insieme tutti quelli che si possono racimolare. La solita cosa pietosa che forse supera di un soffio il 4% per rientrare in Parlamento e riprendere a litigare la sera stessa del risultato elettorale (ricordate che vi dissi della lista Tsipras?)... Ma, intanto il serbatoio si sta prosciugando. Nella mia città nativa si usa dire che “la cera si consuma e la processione non cammina”... qui di cera ne è rimasta molto poca.

L’unica possibilità è che la rifondazione di questa area riparta dal basso, con circoli, blog, gruppi di intervento, liste civiche locali ecc. In questo senso una rete di blog può essere un aiuto molto importante, ma soprattutto, se si pianta di fare polemiche da gruppettari anni settanta (ne so qualcosa) e si parli di politica: Euro e Ue, che facciamo? Quale politica fiscale? Come si rilancia l’industria in questo paese? Come possiamo attaccare la finanza? Che si fa in tema di riforma universitaria? E della Giustizia che diciamo? E così via.

Occorre una “rivoluzione copernicana” della sinistra: parlare di contenuto, inventare nuove forme di organizzazione e di comunicazione, far partire campagne mirate... Soprattutto non dare nulla per scontato e rimettere in discussione tutto. Ma occorre sbrigarsi, non c’è più molto tempo.

Fonte

31/07/2015

Cari compagni di Sel, rifondazione ecc. perché non vi fermate un attimo a riflettere?

Alcuni interventori su questo blog, così come conoscenti ed amici per mail o in fb prendono molto male le mie critiche alla Coalizione Sociale di Landini o al nuovo-vecchio soggetto politico che sta nascendo fra Sel-Rifondazione, fuorusciti dal Pd ed ex M5s.

Per la verità si tratta di poche persone (relativamente al sito si tratta di circa il 10-15% degli intervenuti, sempre che dietro i diversi nick ci siano persone diverse e non sempre una).

Qualcuno mi accusa di ostilità preconcetta, qualche altro di farlo per difendere il M5s, che sarebbe terrorizzato dal certo successo di una forza del genere, qualcuno cerca di argomentare ma, nella maggior parte dei casi, si tratta di interventi – scusatemi – rozzi, offensivi e non motivati (anche se, magari, vengono da un docente universitario). Pazienza, non me la prendo e ci passo su; mi limito a censurare qualche intervento insopportabilmente incivile (non più di un paio) ma per il resto, come potete verificare, passo regolarmente tutto, e non credo che ci siano molti altri siti così aperti.

Per il resto, posso assicurare di non avere alcuna animosità verso l’area che chiamo bonariamente Brigata Kalimera. Non me la prendo anche perché capisco la sofferenza psicologica che sta dietro a questi interventi. Il punto è che quell’area che corrisponde grosso modo alla vecchia Rifondazione dei bei tempi, di volta in volta arricchita di qualche rigagnolo verde, Idv o Ds-Pd, proprio non riesce a capacitarsi dello stato di marginalità ed irrilevanza in cui è precipitata.

Rifondazione, nel 1996 ottenne l’8,6% e vantava circa 150.000 iscritti (va bè, diciamo che quelli reali erano 90-100.000), nel 2006 Rifondazione e Comunisti Italiani, presero rispettivamente il 5,84% ed il 2,32% senza contare i Verdi. Poi, nel 2008, il blocco della Sinistra Arcobaleno, che includeva anche verdi e sinistra Ds, precipitò al 3,12% e passò da 3.900.000 voti a 1.124.000, perdendo oltre 3 elettori su 4, un record storico ineguagliato. Oggi è solo una pozzanghera in via di prosciugamento. Perché?

Nessuno si è mai preoccupato di dare una spiegazione soddisfacente di questa decadenza. Nel 2008, qualcuno disse che l’errore era stato un simbolo ed una sigla troppo recenti, qualche altro che la causa era stata il “voto utile” dopo che Veltroni aveva escluso la sinistra arcobaleno dalla coalizione, altri lamentarono una campagna elettorale troppo debole e solo i più ardimentosi azzardarono far cenno alla sciagurata partecipazione di governo, ma per cambiare subito discorso. Non voglio dire che tutte queste cause non abbiano inciso, ma, quando perdi tre elettori su quattro, cause così accidentali non bastano e vuol dire che il rapporto con il tuo elettorato era così allentato, che è bastato un nulla per perderlo. Persino la pessima partecipazione di governo, in fondo non era tale da spiegare quell’esito catastrofico.

Ma la sconfitta fu subito rimossa dopo un congresso isterico e la scissione non migliorò le cose. Poi Sel ebbe una ripresa e, grazie anche all’inatteso successo nelle regionali del 2010 in Puglia, ci fu un momento di grande favore per Vendola che, per un attimo, parve un credibile sfidante del Pd nelle primarie. Il momento di grazia non durò molto: più o meno un anno, fra la metà del 2010 e quella del 2011. Ma Nichi buttò via quell’occasione, limitandosi a chiedere ossessivamente le primarie e disperdendosi su mille piccole cose, ma “bucando” totalmente il tema della crisi. Bisognerà pur decidersi a capire che la letteratura non fa linea politica. Sel non aveva nulla da dire sulla crisi, perché non aveva la cultura politica necessaria e taciamo per decenza di Rifondazione e delle esilaranti trovate ferreriane della michetta ad un Euro e del ”populismo di sinistra”.

Così si arrivò alle primarie del 2012, dove Vendola racimolò un magro 15% e poi, alle politiche del 2013, la nuova alleanza con il Pd ed il deludente risultato del 3 e qualcosa per cento che, però, anche grazie allo spropositato premio di maggioranza, si trasformò miracolosamente in 35 seggi alla camera. Mentre Rifondazione, con il terribile accrocco di Rivoluzione Civile, restava di nuovo fuori.

Poi le europee, dove mettendo insieme Rifondazione, Sel e mezza redazione di Repubblica, si prese il 4%.

Ora, mi pare chiaro che i valori di questa area non vanno oltre questa barriera e ciò nonostante una crisi che dovrebbe gonfiare le vele a formazioni sedicenti antisistema.

Allora, cari compagni ed amici, non vi viene il sospetto che questo logoramento, che ha ridotto al lumicino questa area, sia dovuta ad una ragione molto semplice: che Rifondazione prima e le sue sciagurate appendici attuali, abbiano perso perché non avevano nulla da dire?

Pochi slogan mal connessi, qualche boutade televisiva, qualche occasionale ostruzionismo parlamentare non fanno una linea politica. Cosa ha detto questa area su crisi, occupazione, fisco, politica estera, ecc? Una crisi di sistema, come quella in atto, è la grande prova storica di una forza antisistema cui spetta il compito di prospettare un diverso assetto sociale ed economico e di agire conseguentemente, conquistando il necessario consenso. Cari amici: vi sentite pari a questo compito?

La cd sinistra radicale sta morendo di inedia perché non ha progetto, non ha cultura, non ha iniziativa politica. E, in queste condizioni, perché mai la gente dovrebbe votare per questi simboli?

Altro interrogativo che dovreste porvi, cari amici, è: ma perché il M5s ha avuto un successo politico senza precedenti? Non dico il 25% delle europee, ma neppure il 15% delle amministrative (test sempre sfavorevole al M5s) è mai stato lontanamente alla portata di Rifondazione e neanche dell’Idv. Come mai?

Perché, al di là delle crisi di invidia, agli isterismi ed ai complessi di inferiorità, che trasudano penosamente dai vostri interventi abituali, non cercate di misurarvi con questo interrogativo: perché il M5s ha avuto successo? Quale è il suo segreto? Badate che io non penso affatto che il M5s abbia quella cultura politica, quel progetto e quella iniziativa che io rimprovero di non avere alla vostra area. Spesso ho scritto per criticare molti aspetti del modo di essere del M5s, quindi sono consapevole dei suoi limiti, ma come spiegare che, nonostante questi limiti, esso ha avuto quel successo che è sempre sfuggito all’area della cd “sinistra radicale”. Non sarà che, magari, questa sinistra sia proprio assai poco radicale?

Il grillismo è l’altra faccia del renzismo? E’ un finto movimento guidato da due miliardari dietro i quali chissà chi c’è? Non ha nessuna democrazia interna? E’ composto da politici dilettanti? Va bene, non ribatto e vi concedo tutto; non discuto, ma spiegatemi perché, nonostante ciò, prendono tutti quei voti che, invece, voi non prendete?

Io un’ipotesi di spiegazione l'avrei, ma preferisco sentire prima le vostre ipotesi.

Cari amici se non vi confrontate seriamente con le ragioni, evidentemente connesse, del vostro insuccesso e del successo altrui, non ne verrete mai fuori e continuerete a passare da un fallimento all’altro, ma, soprattutto, non supererete la depressione che attualmente vi affligge e che sta trasformando un caso politico in uno psicodramma di gruppo. Lo dico per voi.

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29/07/2015

Il Senato salva Azzollini. Pd e Forza Italia compatti...

Ricordate quelli che solo due anni fa ancora vi intimidivano con l'indice alzato ("vota Pd, sennò vince Berlusconi")? Ricordate i girotondi?

Beh, il risultato è questo: il Senato ha votato a stragrande maggioranza il "no" all'arresto di Antonio Azzollini, ex presidente della Commissione bilancio di Palazzo Madama. Arresti domiciliari, peraltro, neanhce in carcere, richiesti dalla Procura di Trani per  la vicenda della casa di cura Divina Provvidenza.

Dopo una valutazione molto più "terrena", la Commissione per le immunità aveva autorevolmente espresso il suo parere: sì all'arresto.

Ma - dopo aver opportunamente chiesto il voto segreto - la maggioranza assoluta (due terzi, non si mettono insieme neanche per le riforme costituzionali...) formata da Pd, alfaniani, berlusconiani e verdiniani ha stabilito che "basta, i magistrati la devono finire di mandarci in galera". Sono unti dal signore, mica ladruncoli di periferia (per quelli "la pena di morte, ci vuole").

189 no, 96 sì e 17 astenuti, tutelati dal segreto. Ufficialmente a favore dell'arresto si sono espressi soltanto il Movimento 5 Stelle (36 senatori) e Sel (7).

Solo dei complici abituati a trarsi d'impiccio col puro potere possono fare una cosa del genere. E applaudire il risultato dell'oscena votazione...

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28/07/2015

Renzi “commissaria” Roma. Marino obbedisce

Alla fine sarà rimpasto della giunta comunale di Roma Capitale. Fuori Sel, dentro altri uomini di fiducia del Pd. Al momento dovranno essere scelti i successori degli assessori dimissionari, ovvero  Luigi Nieri che ricopriva anche la carica di vicesindaco, di Guido Improta, assessore 'renziano' ai Trasporti e di Silvia Scozzese, responsabile della contabilità del Campidoglio. Il nuovo vice sindaco con delega al bilancio dovrebbe diventare il deputato del Pd Marco Causi (di bilancio si era occupato anche durante la Giunta Veltroni). Alla pagina rognosa della mobilità dovrebbe andare Anna Donati, ex assessore alla Mobilità a Bologna e a Napoli. La spinosa delega alla Periferie potrebbe andare invece al nuovo entrante Marco Rossi Doria, diventato famoso come “maestro di strada” a Napoli ma poi diventato sottosegretario all'Istruzione con i governi Monti e Letta.

Per Sel, che ha stampellato fino all’ultimo la giunta Marino nonostante pressioni dal basso che chiedevano da tempo di uscire dalla giunta, si chiude un’epoca. Il neosegretario romano di Sel, l’ex deputato Paolo Cento, ha commentato così il cambio di maggioranza: "Con il Pd si apre una fase di competizione in questa città e se non vengono sciolti questi nodi con il sindaco Marino manterremo un rapporto di verifica delibera per delibera. Abbiamo offerto la massima disponibilità su nomi di alto livello con una proposta aperta ma è evidente che la questione del vicesindaco è tutta legata al tema dell'alleanza con il Pd: se il partito del sindaco vuol far saltare il centrosinistra a Roma se ne assume la responsabilità", ha affermato Cento.

Il rimpasto della giunta coincide però con un altro tornante delicato. Da oggi inizia, infatti al Campidoglio la maratona per approvare entro venerdì 31 luglio l'assestamento al bilancio 2015.

Sulla vicenda Roma è intervenuto anche Renzi. Lo ha fatto con una lettera pubblicata dal quotidiano Il Messaggero, di proprietà di Caltagirone e voce dei costruttori e dei poteri forti della Capitale. "Roma ha eletto un Sindaco, appena due anni fa. A lui oneri e onori. Il Pd capitolino, ben guidato in questa fase di commissariamento da Matteo Orfini, ha un obiettivo unico e semplice: dare una mano a Roma. Non ci interessa puntellare una Giunta, fare un rimpasto, scambiare poltrone", scrive Renzi. "Tocca al Sindaco, adesso, nessuno può sostituirsi. Se ne sarà capace, avrà il nostro appoggio". "Noi ci siamo. Siamo pronti sul Giubileo, siamo pronti sulle Olimpiadi, siamo pronti sulle infrastrutture, siamo pronti sulle periferie, siamo pronti sulle aziende partecipate. Purché dal Comune arrivino proposte, non polemiche a distanza", sottolinea Renzi. "Siamo disponibili a verificare i progetti che la città vorrà proporci, siamo pronti a studiare tutte le soluzioni praticabili per rilanciare Roma. Ma il Sindaco dia un segnale!”

I segnali, a ben guardare, ci sono già stati. Prima il bilancio “lacrime e sangue”, poi il lasser faire sul peso dei privati in Acea nonostante il referendum del 2011, lo scontro con i lavoratori comunali prima e i lavoratori delle aziende di trasporto poi, infine la privatizzazione dell’Atac annunciata pochi giorni fa. Sullo sfondo, come Renzi sottolinea nella sua lettera ammiccante ai poteri forti, i grandi eventi come il Giubileo e le Olimpiadi, eventi capaci di riversare nuovi debiti sui futuri bilanci comunali e di portare soldi solo alle tasche di costruttori e gruppi di affari, quelli di sempre e i nuovi arrivati. Una città ancora ostaggio dunque.

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24/07/2015

Perché Sel-Rifondazione e & c. se la prendono così calda per difendere Tsipras?

Sel, Rifondazione e l’area dei loro militanti più fedeli hanno ingaggiato una battaglia furibonda per difendere Tsipras, anche più di quanto non facciano i recenti fuoriusciti del Pd, che osservano una linea più sobria. Gli argomenti sono più o meno questi, variamente declinati e mescolati…

- non c’era altro da fare (ma allora perché sbrodolarsela per 5 mesi e non chiudere subito, prima di svuotare le banche?);

- l’accordo finale è migliore del precedente (Ah si?! E in cosa?);

- così la Grecia ha ottenuto la riduzione del debito (veramente non l’ha ancora ottenuta, non sappiamo se lo sarà, in che misura ed a che costo);

- chi ha perso la faccia è la Merkel (si ma solo perché ad uscirne bene è Schauble);

- Tsipras ci ha insegnato cosa significa lottare (veramente ci ha insegnato come prenderle di santa ragione, dopo una manfrina di cinque mesi);

- a criticare Tsipras sono solo i trotskijsti, anarchici, ml e falsi comunisti (quindi anche 40 deputati, la maggioranza del Comitato centrale di Siryza e Varoufakis sono trotzkijsti, anarchici ecc?).

Potremmo proseguire ma mi pare che basti.

Ma perché la Brigata Kalimera si imbarca in una impresa così disperata e perdente? Anche perché un elettore potrebbe chiedersi: “Ma se anche tu, in circostanze analoghe, faresti la stessa politica di austerity, anche solo perché costretto, perché mai dovrei votarti? Mi tengo il Pd”.

Io distinguerei fra i gruppi dirigenti ed i militanti. Per quanto riguarda i secondi il discorso è presto fatto: l’eredità del comunismo da caserma, per cui il gruppo dirigente va sempre difeso, con fede e senza riguardo per la ragione. La critica per loro è un’oziosa perdita di tempo, loro “credono”, non ragionano e sfidano impavidi il ridicolo. E poi ci sono le ragioni sentimentali: a questi militanti della sinistra, romanticamente, piace perdere, li fa sentire migliori, sfortunati ma migliori. Loro vogliono perdere ed è giusto accontentarli. E’ bene che questa sinistra perda sempre e chiudiamola qui.

Più complesso è il caso dei gruppi dirigenti, che sono di assoluto cinismo ed ai quali di Tsipras e del popolo greco non potrebbe interessare di meno. Però, loro hanno fatto un investimento di immagine: solo 14 mesi fa erano presenti alle elezioni come “lista Tsipras” e con quel “brand” sono riusciti a superare per il rotto della cuffia lo sbarramento del 4%. Poi la cosa, come era prevedibile e previsto, si è sfasciata due giorni dopo, fra accordi non rispettati, seggi contesi e slealtà varie, però questo non toglie che, per ragioni di marketing, non si può criticare quello che è stato il marchio di impresa. Anche perché, solo qualche giorno prima in occasione del referendum, l’icona di santo Alexis era stata innalzata più luminosa che mai, senza far caso alle ambiguità e giravolte dei giorni precedenti, che facevano presagire che uso si sarebbe fatto della vittoria del no.

In secondo luogo, il soggetto “nuovo” che sta per nascere sotto l’egida di Sel, al di là dei roboanti proclami anti renziani, già pensa di entrare nella lista del Pd, come imposto dall’Italicum (o di coalizzarsi con il Pd se dovesse tornare il premio di coalizione) e non possono presentarsi con trascorsi da estremisti che non danno affidamento.

Perché, questo è il cuore della questione, loro farebbero ancora una volta come hanno fatto con il Governo Prodi, piegandosi a votare le cose più indecenti come le missioni militari all’estero sotto comando militare americano, espellendo chi non era d’accordo. Fu così che raggiunsero l’obiettivo di perdere 3 elettori su 4 e restare fuori del Parlamento. Una sconfitta presto rimossa ed a cui non ha fatto seguito alcuna riflessione critica. Per cui è evidente che oggi farebbero la stessa cosa di Tsipras, perché non hanno gli strumenti culturali per immaginare nulla di diverso.

Questo ci porta ad un altro aspetto drammatico della questione: i gruppi dirigenti della Brigata Kalimera non capiscono assolutamente nulla di economia monetaria e, più in generale, di economia. Secondo un suo autorevole esponente il cambio 1 a 1 fra marco orientale e marco occidentale, fu un atto di generosità di Khol. Peccato che, con l’arrivo dell’Euro, poi quell’atto di generosità si sia spalmato su tutti gli altri paesi, per cui la Germania si è pagata la riunificazione – evitando l’equivalente di una “questione meridionale” –  con il contributo del resto d’Europa. Khol è stato generoso, ma con i soldi degli altri.

Secondo un altro illustre esponente della summentovata Brigata, “bisogna emettere liquidità evitando l’inflazione”. Si può provare con una novena alla Madonna di Lourdes. Per un dirigente ancora più autorevole, la Bce dovrebbe essere “prestatore di ultima istanza”, esattamente come lo era lo Stato nei confronti delle banche e dei soggetti di diritto privato in difficoltà. Peccato che questa volta siano gli stati ad aver bisogno di quel prestatore che è un soggetto di diritto privato. L’autorevole personaggio, che mette nelle mani di Francoforte le speranze di una Europa federale, evidentemente ignora come è fatto il board della Bce e come sono fatti  i board delle banche nazionali che lo compongono.

Non chiedetemi i nomi: sono quasi tutti miei amici personali ed, allora, diciamo il peccato e non il peccatore. E il peccato grosso è che questi signori non leggono un accidenti, non sanno niente e non gli importa nulla di sapere qualcosa. Il loro “pensiero” politico si forma fra un articolo di Repubblica, una chiacchierata nella terrazza romana della signora Fulvia, un incontro alla bouvette di Montecitorio con un giornalista “bene informato” e, quando va bene, qualche veloce consultazione di Wikipedia. Mai la lettura di un libro, un seminario di studio, un convegno. Da tempo immemorabile non compare una rivista teorica, non si fa una iniziativa di formazione, non si discute un documento politico di respiro, non si verifica un dibattito di qualche dignità. Il risultato è un certo politico di cialtroncelli, che non sanno nulla e non pensano nulla, ma hanno solo il problema di vivere della rendita di qualche incarico istituzionale. E non sarebbe meglio che una cosa del genere sparisse definitivamente?

Prevengo una obiezione che già immagino mi verrà fatta: “Ma allora i 5stelle sono più bravi? Perché non dici niente di loro?” E, infatti, sono convinto che il M5s stia procedendo troppo lentamente nel processo di maturazione e stia facendo sciocchezze come la proposta del reddito di cittadinanza (solenne fesseria, peraltro condivisa da Sel, da Landini e, suppongo, anche da Rifondazione). Anche questo è il frutto di questo modo impressionistico e facilone di far politica e sono convinto che se il M5s non si dà una mossa, iniziando a fare più sul serio, non ha un grande futuro davanti a se. Non si può vivere sempre di rendita delle brutture che fanno i governi in carica.

Come vedete, niente sconti a nessuno.

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16/07/2015

Le idee di Sel per un nuovo soggetto di sinistra: zero + zero + zero + 1 sbagliato

L’assemblea nazionale di Sel ha concluso i suoi lavori lanciando l’idea di un nuovo soggetto di sinistra che raccolga i pezzi usciti dal Pd, Rifondazione, qualche fuoriuscito del M5s ecc. Una cosa totalmente nuova, che non abbiamo mai visto!

La novità starebbe nel fatto che questa volta non si tratterebbe di un “improvvisato cartello elettorale” ma di un soggetto unitario, insomma un nuovo partito.

Dio solo sa se non c’è bisogno di un vero partito di sinistra in questo momento, e dunque saluteremmo con grande favore la nascita di questo soggetto. Qualche giorno fa avevo detto che si poteva fare una (modesta) apertura di credito a questo tentativo di aggregazione, pur avendo bene a mente tutti i rischi di ricadere nelle terribili esperienze precedenti (Sinistra Europea, Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa con Tsipras e così via). Devo dire che questa assemblea di Sel mi ha rafforzato tutte le perplessità ed ha parallelamente indebolito l’apertura di credito.

Ora, non mi sembra che sia un'idea geniale quella di far partire la cosa con un discorso di Nichi Vendola, che è un caro amico ed una bravissima persona, ma che, insomma, non mi pare sia esattamente il nuovo ed alla cui retorica siamo abbondantemente assuefatti. Sarebbe stato un po’ più credibile Fratoianni che ha un faccia un po’ più fresca.

E meno che mai mi convince questo tentativo egemonico di Sel. Capisco che Sel sia l’unico di questi gruppi ad avere un minimo di organizzazione nazionale ed un gruppo parlamentare, e capisco che Sel si collochi al centro fra Rifondazione e i fuorusciti del Pd, ma la manovra un po’ troppo scoperta è quella di fare una “grande Sel” che si limita a cambiar nome.

Ma fin qui siamo alle bazzecole. Veniamo alle cose più serie. In primo luogo, mi pare che gli ingredienti della zuppa siano quelli di sempre (pezzetti e pezzettini della ex Rifondazione dei tempi belli) con una aggiunta di ortaggi ex Pd e una scorzetta di limone di ex M5s. Non mi pare che neppure numericamente la cosa prometta sfracelli.

Ma, la politica, dico la politica dove è? Può darsi che il nuovo soggetto nasca piccolo e cresca rapidissimamente sino a diventare grande, ma per farlo occorre avere una linea politica che qui, proprio non vedo.

Le varie sinistre arcobaleno ecc, non sono fallite per chissà qualche congiunzione astrale, ma perché non avevano niente da dire e qui mi pare che il metodo sia quello di sempre: lunghi elenchi di nomi di gruppi, gruppetti e gruppettini, defilè di vecchie stelle del varietà e di generali senza esercito, ma di idee zero al quoto.

Sul Fisco che diciamo? Zero
Dobbiamo restare nella Nato? Zero
Quali politiche occupazionali vogliamo promuovere? Non pervenuto
Come rilanciare l’industria in Italia? Zero
Quale politica della ricerca? Zero
Quale riforma della Giustizia? Zero

E voi volete fare così un nuovo partito?

A me hanno sempre insegnato che prima ci si dà una politica e dopo si cerca di costruire lo strumento adatto a realizzarla.
La relazione Vendola è la somma di tanti zeri. Anzi no, sarebbe ingiusto trascurare l’unico contenuto positivo che ha portato, relativo al rilancio dell’”europeismo”: “Vogliamo sentire parole di rilancio del sogno dell’Europa federale. E’ necessario conferire più poteri alla Bce”, affinché questo soggetto diventi “prestatore di ultima istanza, impedendo che il sistema creditizio internazionale si comporti come un usuraio nei confronti dei popoli del sud dell’Europa”.

Quindi, non solo Vendola pensa che il cadavere della Ue debba restare insepolto, ma per “rivitalizzarlo” si affida ai finanzieri della Bce che sono quelli che stanno strangolando la Grecia e che, per Vendola, “devono avere più poteri” (perbacco!). E per fare questa minchiata (scusatemi il termine) c’è bisogno di fare un nuovo partito di sinistra?

Che Vendola capisca di economia come io di dialetti esquimesi era cosa nota, ma lui pensa che se Draghi non emette liquidità con il sifone del selz è perché ha pochi poteri. Non gli viene in testa che l’euro è una moneta che ha come obiettivo prioritario la stabilità, che, dunque, i tedeschi non permetterebbero mai di fare quello che lui sogna e che neanche Draghi non può fare più di tanto.

Dunque, la somma algebrica della sua relazione è la seguente: 0+ 0 + 0 + 0 + 1 sbagliato.

E sulla base di questo programma, per quale motivo la gente dovrebbe votare questo ennesimo accrocco di ceti politici di sinistra? Bene che vada, verrà fuori il solito partitino del 4-5% che, dopo un po’ di smorfie, si adatterà a fare il cespuglio del Pd, sempre che Renzi ce lo voglia. E per di più dopo una lunghissima serie di fallimenti implacabili ed in una situazione internazionale molto peggiore del passato.

Caro Nichi, non ti sei accorto che il tuo partito nasce morto ed è già stato sconfitto? E’ stato sconfitto definitivamente ad Atene. Auguri.

Prima di chiudere, però, vorrei fare una cosa utile per i nostri lettori: conoscendo da lunga pezza Nichi Vendola e conoscendo a fondo la sua poetica – di cui mi ritengo uno dei più antichi filologi – posso fornire all’ignaro lettore l’esatta versione in prosa di alcuni passaggi del suo alato discorso:

A- “Sel non si scioglie ma investe il suo patrimonio per rinascere in una cosa più grande”  Traduzione: Sel si pone come soggetto centrale che aggrega gli altri.

B- “Basta con i cartelli elettorali e gli accrocchi di ceto politico…” traduzione: gli altri si devono sciogliere e Sel, che aspira ad essere il pezzo più importante del costituendo nuovo partito, ambisce ad essere il principale azionista, che farà le liste senza garantire nessun altro partecipante.

C- ” Una nuova sinistra di governo, plurale, inclusiva, moderna che sappia anche “inventarsi nuove leadership” che sia “costruita con le nuove generazioni”. Traduzione: un partito che cercherà pur sempre spiragli per entrare in maggioranza ed ottenere qualche importante cadrega, che non ha nessuna intenzione di essere all’opposizione, appena se ne diano le condizioni per evitarlo. E che ci darà nuovi Pisapia, Doria, Boldrini… Quanto alla leadership, ci sarà un ricambio generazionale. Quando? Dopo.

D- “Possiamo congedarci definitivamente dall’epoca della sinistra del rancore e dei risentimenti”. Traduzione: Ferrero non ti montare la testa che non conterai niente.

E- “Dobbiamo confrontarci ora per far nascere una nuova grande stagione referendaria”, Traduzione: non sappiamo su cosa ma indiremo qualche referendum per fare un po’ di campagna promozionale.

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