I compiti più famosi attribuiti alla DIGOS (polizia politica= roba da regimi autoritari) ufficialmente sono il “contrasto alle attività eversive dell’ordine democratico e alle attività terroristiche“.
Poi dice di occuparsi anche di “terrorismo nazionale e internazionale, anche di tipo informatico e telematico“.
Inoltre controlla anche tutte le attività di “gruppi estremistici che perseguono scopi di sovvertimento sociale col ricorso alla violenza“.
Tutto falso: dai favolosi anni '70, la DIGOS controlla tutti i gruppi e le associazioni che esprimono forme di dissenso autentiche e che danno fastidio al potere costituito e sono state usate invariabilmente, da 50 anni a questa parte, dai governi di centro-centro, centro-sinistra e centro-destra per intimidire, infiltrare, provocare, perseguitare ogni forma di movimento nascente, organizzato o spontaneo.
Ed ora una domanda di strettissima attualità: cosa ci faceva, quel giorno di 5 anni fa, la DIGOS al porto di Catania, davanti ad una mobilitazione assolutamente pacifica, civile, ampia e trasversale, in solidarietà con i migranti della Diciotti che il ministro dell’interno non voleva far sbarcare?
Da quel poco che si è capito, faceva “filmini” destinati poi ad attività di dossieraggio.
C’erano in piazza associazioni, cattolici, Caritas, cittadini, e non solo “centri sociali” o i soliti cosiddetti “estremisti”.
Dunque? Una cosa è certa: lo screening ai magistrati, ai giornalisti ed ai cittadini di ogni categoria per di più se attivi sul piano sociale e/o politico, è roba da Erdogan… e da Salvini che continua a fare “la bestia”.
Si, come quella finita male, tra tiri di coca, orge ed altre amenità.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/10/2023
29/12/2016
Livorno. Attivisti dell’Asia-Usb sotto il tiro della magistratura
A Livorno questa mattina sono arrivate 13 denunce contro altrettanti attivisti dell'Asia-Usb. Negli ultimi mesi, il sindacato Asia-Usb si è reso protagonista di diverse iniziative di denuncia e di lotta nella nostra città. La contestazione all’ex premier Renzi (costretto a svolgere il suo comizio dentro un capannone in periferia) che ha visto la partecipazione di centinaia di giovani, lavoratori e famiglie. La manifestazione davanti alla sede del PD il giorno successivo al referendum costituzionale per ribadire le ragioni del NO sociale e contro il Job Act e i voucher. Il presidio di denuncia davanti al palazzo del Picchetto in piazza Guerrazzi, una struttura all’interno della quale viene chiesto sistematicamente il “pizzo” da parte di alcuni occupanti. Da ultima l’occupazione simbolica di uno stabile in piazza Cavallotti di proprietà di una società legata alla famiglie dell’ex premier, società per cui i PM Fiorentini hanno chiesto il fallimento a seguito di numerose segnalazioni della Guarda di Finanza. Proteste forti e determinate ma sempre pacifiche.
In un comunicato l'Asia-Usb così commenta le denunce arrivate ai propri attivisti: "Queste iniziative non devono essere piaciute a qualcuno infatti proprio stamattina, martedì 27 dicembre, 13 appartenenti al sindacato inquilini Asia-Usb sono stati convocati in questura per ritirare alcune notifiche.
In sette pagine di ordinanza del GIP Antonio dal Forno viene descritto il nostro sindacato come una vera e propria “associazione a delinquere” dedita alla gestione delle occupazioni. Niente di più falso. Il nostro sindacato sostiene, come è normale che sia, famiglie che si rivolgono ai nostri sportelli aiutandole a trovare delle soluzioni attraverso vari canali, utilizzando anche la consulenza di alcuni avvocati. Solo una parte, quando purtroppo non ha alternative, decide autonomamente di intraprendere un percorso di occupazione abitativa dandosi delle regole di normale convivenza, partecipazione e solidarietà tra gli inquilini occupanti. Anche in questo caso l'Asia-Usb continua a sostenerli sindacalmente nelle loro legittime richieste. A torto o ragione molti di essi hanno ottenuto per fortuna una casa popolare.
Nello specifico, ma è ovviamente solo un subdolo pretesto, i 13 iscritti (che guarda caso risultano essere i più attivi politicamente) vengono accusati di aver minacciato un occupante per costringerlo ad abbandonare una struttura. Un’indagine a tempo record, svolta dalla Digos Livornese, che ha portato ad una ordinanza di applicazione di misura cautelare di “divieto di avvicinamento” alla struttura medesima per tutti i componenti oltre che ad una denuncia penale per alcuni “fantasiosi” reati. Un attacco gravissimo che arriva proprio in questi giorni quando il nostro sindacato è impegnato su molti fronti. Per il 14 gennaio è prevista una manifestazione in piazza Cavallotti contro le politiche dell’attuale governo in tema di lavoro e emergenza abitativa. Un attacco da cui sapremo difenderci in tutte le sedi.
Che dire? Non ci siamo dimenticati le gravi dichiarazioni di un ispettore della Digos che neanche un mese fa chiese ad un inquilino di una occupazione “di informarsi se esistevano delle famiglie che avevano avuto problemi con il sindacato e di portarle in Questura da lui”. Non ci dimentichiamo che il nostro sindacato è stato l’unico ad avere il coraggio di denunciare il “racket” tra gli abitanti del palazzo del Picchetto quando la solerte Digos locale monitorava da tempo quella struttura senza mai intervenire".
Fonte
In un comunicato l'Asia-Usb così commenta le denunce arrivate ai propri attivisti: "Queste iniziative non devono essere piaciute a qualcuno infatti proprio stamattina, martedì 27 dicembre, 13 appartenenti al sindacato inquilini Asia-Usb sono stati convocati in questura per ritirare alcune notifiche.
In sette pagine di ordinanza del GIP Antonio dal Forno viene descritto il nostro sindacato come una vera e propria “associazione a delinquere” dedita alla gestione delle occupazioni. Niente di più falso. Il nostro sindacato sostiene, come è normale che sia, famiglie che si rivolgono ai nostri sportelli aiutandole a trovare delle soluzioni attraverso vari canali, utilizzando anche la consulenza di alcuni avvocati. Solo una parte, quando purtroppo non ha alternative, decide autonomamente di intraprendere un percorso di occupazione abitativa dandosi delle regole di normale convivenza, partecipazione e solidarietà tra gli inquilini occupanti. Anche in questo caso l'Asia-Usb continua a sostenerli sindacalmente nelle loro legittime richieste. A torto o ragione molti di essi hanno ottenuto per fortuna una casa popolare.
Nello specifico, ma è ovviamente solo un subdolo pretesto, i 13 iscritti (che guarda caso risultano essere i più attivi politicamente) vengono accusati di aver minacciato un occupante per costringerlo ad abbandonare una struttura. Un’indagine a tempo record, svolta dalla Digos Livornese, che ha portato ad una ordinanza di applicazione di misura cautelare di “divieto di avvicinamento” alla struttura medesima per tutti i componenti oltre che ad una denuncia penale per alcuni “fantasiosi” reati. Un attacco gravissimo che arriva proprio in questi giorni quando il nostro sindacato è impegnato su molti fronti. Per il 14 gennaio è prevista una manifestazione in piazza Cavallotti contro le politiche dell’attuale governo in tema di lavoro e emergenza abitativa. Un attacco da cui sapremo difenderci in tutte le sedi.
Che dire? Non ci siamo dimenticati le gravi dichiarazioni di un ispettore della Digos che neanche un mese fa chiese ad un inquilino di una occupazione “di informarsi se esistevano delle famiglie che avevano avuto problemi con il sindacato e di portarle in Questura da lui”. Non ci dimentichiamo che il nostro sindacato è stato l’unico ad avere il coraggio di denunciare il “racket” tra gli abitanti del palazzo del Picchetto quando la solerte Digos locale monitorava da tempo quella struttura senza mai intervenire".
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08/02/2016
CasaPound «un’associazione che vuole rilanciare il Fascismo». Il Gip di Roma ridimensiona l’informativa del Viminale
Il gip di Roma Vilma Passamonti scrive
quello che la polizia di prevenzione nella sua informativa sui “bravi
ragazzi di CasaPound” aveva in tutti i modi evitato di dire. E lo fa
nella maniera più oggettiva possibile, ovvero citando le stesse parole
che le tartarughine di via Napoleone III utilizzano sul loro sito per
definire se stessi e i propri obiettivi: «l’associazione si propone
di sviluppare in maniera organica un progetto e una struttura politica
nuova, che proietti nel futuro il patrimonio ideale e umano che il
Fascismo italiano ha costruito con immenso sacrificio». Il passaggio appena citato fa parte del provvedimento reso noto nel pomeriggio di oggi [ieri 5 febbraio 2016 ndr] con il quale il giudice ha archiviato la querela (la trovate qui) che Gianluca Iannone aveva presentato contro un mio articolo apparso su Liberazione dell’8 maggio 2010 (lo potete leggere qui).
La denuncia puntava l’indice contro un passaggio del testo in cui riferiva delle «aggresioni, spedizioni punitive, iniziative contro i disabili, xenofobia e brindisi alla Shoà», compiute da esponenti di CasaPound. Episodi ritenuti da Iannone non veritieri e lesivi della onorabilità dell’associazione. Nel corso delle varie memorie depositate dalla parte querelante si invitava ripetutamente il magistrato a richiedere informazioni alla digos per avere chiarimenti sull’operato dell’organizzazione. Un singolare dimostrazione di fiducia o di chiromanzia verso le informative della polizia nonostante l’esistenza di centinaia di denunce e decine di arresti. Questa strategia dispiegata anche in altre cause alla fine ha sortito la richiesta del giudice del tribunale civile di Roma dove pendeva la denuncia dalla figlia di Erza Pound, da cui è scaturita la nota informativa della polizia di prevenzione (la trovate qui) che tanto ha fatto discutere in questi giorni.
Nel provvedimento redatto, il gip sostiene che nell’articolo messo sotto accusa non solo il diritto di cronaca è stato correttamente rispettato ma – aggiunge – che i fatti riportati sono veri: nello scritto «un nucleo essenziale di veridicità dei fatti… sussiste con certezza secondo quanto documentato anche da articoli giornalistici dell’epoca, attenendo dunque o trovando la propria fonte in fatti anche pubblicamente conosciuti». La querela è dunque senza fondamento.
Da rilevare come nel citare i singoli episodi che attestano le «aggresioni, spedizioni punitive, iniziative contro i disabili, xenofobia e brindisi alla Shoà», il magistrato indirettamente faccia emergere uno degli aspetti più sconcertanti della nota informativa della polizia di prevenzione, ovvero la mancata risposta ad alcuni «precisi quesiti posti dal Tribunale civile di Roma» (come potete leggere più avanti nel testo integrale della risposta scritta alla interrogazione presentata da SI).
Oltre ai «dati conoscitivi sull’associazione» e «informazioni sull’articolazione della struttura organizzativa anche a livello periferico», dal Tribunale civile erano venute richieste di notizie «sull’eventuale diretto coinvolgimento del sodalizio in procedimenti penali o attività d’indagine, sfociate in denunce o rapporti informativi all’Autorità giudiziaria per fatti di violenza o per manifestazioni politiche non autorizzate, segnatamente di carattere antisemita e/o nazista».
Se le violenze e le aggressioni sono state esposte con una sintassi minimalista, per altro concentrandole all’interno delle tifoserie ultras e trovando per esse una pseudo giustificazione nella presenza dell’attivismo politico della parte avversa, senza dare notizia adeguata delle numerose indagini e decisioni di giustizia, sui comportamenti a carattere antisemita e/o nazista la nota ha taciuto ogni notizia. Spiega il ministero, prendendo con prudenza le distanze, che la nota in questione «non costituisce un documento di analisi o di valutazione sul movimento». E allora di che si tratta? Certamente di un testo pesantemente omissivo.
La denuncia puntava l’indice contro un passaggio del testo in cui riferiva delle «aggresioni, spedizioni punitive, iniziative contro i disabili, xenofobia e brindisi alla Shoà», compiute da esponenti di CasaPound. Episodi ritenuti da Iannone non veritieri e lesivi della onorabilità dell’associazione. Nel corso delle varie memorie depositate dalla parte querelante si invitava ripetutamente il magistrato a richiedere informazioni alla digos per avere chiarimenti sull’operato dell’organizzazione. Un singolare dimostrazione di fiducia o di chiromanzia verso le informative della polizia nonostante l’esistenza di centinaia di denunce e decine di arresti. Questa strategia dispiegata anche in altre cause alla fine ha sortito la richiesta del giudice del tribunale civile di Roma dove pendeva la denuncia dalla figlia di Erza Pound, da cui è scaturita la nota informativa della polizia di prevenzione (la trovate qui) che tanto ha fatto discutere in questi giorni.
Nel provvedimento redatto, il gip sostiene che nell’articolo messo sotto accusa non solo il diritto di cronaca è stato correttamente rispettato ma – aggiunge – che i fatti riportati sono veri: nello scritto «un nucleo essenziale di veridicità dei fatti… sussiste con certezza secondo quanto documentato anche da articoli giornalistici dell’epoca, attenendo dunque o trovando la propria fonte in fatti anche pubblicamente conosciuti». La querela è dunque senza fondamento.
Da rilevare come nel citare i singoli episodi che attestano le «aggresioni, spedizioni punitive, iniziative contro i disabili, xenofobia e brindisi alla Shoà», il magistrato indirettamente faccia emergere uno degli aspetti più sconcertanti della nota informativa della polizia di prevenzione, ovvero la mancata risposta ad alcuni «precisi quesiti posti dal Tribunale civile di Roma» (come potete leggere più avanti nel testo integrale della risposta scritta alla interrogazione presentata da SI).
Oltre ai «dati conoscitivi sull’associazione» e «informazioni sull’articolazione della struttura organizzativa anche a livello periferico», dal Tribunale civile erano venute richieste di notizie «sull’eventuale diretto coinvolgimento del sodalizio in procedimenti penali o attività d’indagine, sfociate in denunce o rapporti informativi all’Autorità giudiziaria per fatti di violenza o per manifestazioni politiche non autorizzate, segnatamente di carattere antisemita e/o nazista».
Se le violenze e le aggressioni sono state esposte con una sintassi minimalista, per altro concentrandole all’interno delle tifoserie ultras e trovando per esse una pseudo giustificazione nella presenza dell’attivismo politico della parte avversa, senza dare notizia adeguata delle numerose indagini e decisioni di giustizia, sui comportamenti a carattere antisemita e/o nazista la nota ha taciuto ogni notizia. Spiega il ministero, prendendo con prudenza le distanze, che la nota in questione «non costituisce un documento di analisi o di valutazione sul movimento». E allora di che si tratta? Certamente di un testo pesantemente omissivo.
Di seguito potete leggere il dispositivo
integrale del gip di Roma, la risposta scritta dal Viminale alla
interrogazione parlamentare di SI, e subito dopo i link della
documentazione presenti nella memoria difensiva redatta dall’avvocato Francesco Romeo
24/10/2015
Pistole in mano a Pisa. Interrogazione parlamentare e interrogativi seri
Le scene dell'irruzione poliziesca a Pisa, in un immobile dismesso dall'università locale, hanno fatto giustamente il giro d'Italia e non solo. Quei poliziotti con la pistola in mano, come e peggio di un Buonanno qualsiasi – perché sicuramente con il colpo in canna – sono diventati l'immagine di un potere ottuso e dunque violento, incapace di misurare la proporzione tra problema concreto e soluzione.
Non ci soffermeremo più di tanto sull'interrogazione parlamentare di Sel, comunque un segno di resipiscenza nel fluire quotidiano del tran tran politicante. Quell'interrogazione è infatti inevitabilmente – per ovvie ragioni istituzionali – rivolta al ministro Alfano, che di tutto può essere accusato tranne che di fare il ministro dell'interno. Basterebbe la sua insistenza sull'innalzamento del contante a 3.000 euro per iscriverlo in tutt'altra funzione...
La risposta di Alfano si modellerà sulla relazione delle forze dell'ordine locali, ovvero del dirigente dell'ufficio che ha deciso e guidato l'irruzione armi in pugno. Quindi vi invitiamo a riflettere un attimo su quel che vanno riportando le agenzie di stampa: “secondo quanto hanno fatto sapere le forze dell'ordine, è stata un'operazione di polizia giudiziaria per "stroncare un'attività di furto". L'intervento massiccio è stato necessario, precisano ancora, visto l'alto numero di persone presenti. Gli studenti, si rileva, avrebbero prelevato libri di proprietà dell'ateneo stoccati nei locali”.
Sappiamo bene che nel modo drogato di inizio 2000 i fatti non contano più nulla, l'unico problema è “come la racconti”. Dal primo ministro all'ultimo amministratore di condominio, ma anche nelle relazioni quotidiane interpersonali, la “narrazione” ha sostituito la realtà. Per cui si discute di quel che uno dice, non di quello che fa.
Però questa stronzata mostruosa dell'intervento per "stroncare un'attività di furto" supera ogni immaginazione perversa. Gli studenti avevano denunciato loro stessi la presenza nei locali di “libri abbandonati all'incuria, anche nuovi”, accusando dunque l'università di sprecare per incuria o malagestione risorse importanti (certo, se si ritengono importanti i libri...). E avevano altrettanto annunciato che se ne sarebbero andati in giornata. Dunque, l'irruzione sarebbe stata ingiustificata anche se condotta in modo molto più “pacifico”. Ci chiediamo: ma la polizia si presenta armi in pugno davanti a chiunque denuncia un problema? Se sì, si capisce come “la gente” preferisca chiudere gli occhi e farsi i fatti propri...
Ma se così fosse, quel comportamento poliziesco andrebbe definito addirittura criminogeno, ossia indirettamente invitante all'omertà sociale.
Scherziamo naturalmente. Quei poliziotti erano della Digos, la "polizia politica", e non vengono "scomodati" per un volgare furto. La verità è molto più semplice e evidente agli occhi di tutti. Persino davanti alla prova documentale di un comportamento abnorme e pericolosissimo, la polizia non fa marcia indietro e rivendica il suo diritto a fare come le pare. Anche a costo di mentire fino e oltre il ridicolo.
PS: Le cronache degli ultimi mesi riferiscono di un poliziotto della Digos pisana – il gruppo che ha condotto l'irruzione pistolera – arrestato perché si era scelto un secondo lavoro da rapinatore. A forza di sventolare la pistola sotto il naso delle gente, probabilmente, ci prendi il vizio e alla fine ti esce la frase da film...
Daniele Trubiano, 50 anni, assistente capo della squadra antiterrorismo della Digos di Pisa, arrestato per rapina.
Fonte
23/10/2015
Irruzione di polizia e Digos all' ex Gea di Pisa pistole alla mano
aggiornamento ore 21.45:
terminata ora l'assemblea alla facoltà di lettere occupata. Centinaia di persone hanno ribadito che non si lasceranno intimidire dalla brutalità di questo sgombero; l'appuntamento è quindi per domattina alle 10.00 di fronte a lettere, per muoversi per le facoltà e richiedere a gran voce che i vertici dell'università si prendano le loro responsabilità!
aggiornamento ore 20:30:
centinaia di #studenti occupano la facoltà di lettere in risposta allo sgombero di oggi. Ora è in corso un'assemblea per rilanciare le lotte
aggiornamento ore 20:20:
il corteo ha raggiunto la mensa universitaria per poi rilanciare
aggiornamento ore 19:52:
Il corteo continua a crescere, in oltre 400 attraversano con rabbia la città mentre dalla facoltà di storia ci si dirige alla mensa universitaria.
aggiornamento ore 19:25:
Il corteo numeroso sta bloccando i lungarni di fronte al rettorato chiedendo le dimissioni del rettore di Pisa e quelle di Mazzantini, il responsabile all'economato che ha dato l'ok all'azione di polizia.
Si susseguono anche lanci di uova e scatolame all'indirizzo del Rettorato.
aggiornamento ore 19:10:
Si conferma che non ci sono stati fermi, tutti rilasciati gli studenti precedentemente bloccati all'interno dell'ExGea. In oltre trecento ora in corteo dal polo Fibonacci all'aula studio Pacinotti, per poi raggiungere gli altri poli dell'ateneo.
La rabbia è tanta e il corteo prosegue determinato scandendo cori contro la polizia e denunciando il vile accaduto.
aggiornamento ore 18:50:
gli studenti all'interno sono stati fatti uscire e ora si muovono in corteo per denunciare quanto accaduto!
Vergognosa irruzione meno di una ora fa all'ex Gea all'interno del Polo di Pisa. Poliziotti e digos sono entrati puntando le pistole nel magazzino occupato due giorni fa dagli studenti e dalle studentesse in protesta contro i nuovi parametri ISEE che minano l'accesso allo studio di centinaia di iscritti all'Ateneo.
L'operazione di polizia è totalmente volta a intimidire una protesta che fa paura in quanto sempre più allargata; riprova ne è stata la grande assemblea universitaria in città che ha visto centinaia e centinaia di partecipanti. La scusa additata per questa irruzione è quella di furto di libri in un magazzino che ne stipa migliaia a insaputa di tantissime persone da anni!
Un atto intimidatorio inaccettabile che vede in questi istanti trenta studenti bloccati dentro e la risposta solerte di oltre un centinaio di solidali che si sono subito riversati all'esterno dell'edificio.
La Redazione di Infoaut fa appello ad accorrere quanto prima in solidarietà a chi si trova all'interno e contro questo inaccettabile sopruso!
A breve maggiori e più dettagliate informazioni su quanto sta accadendo!
Fonte
terminata ora l'assemblea alla facoltà di lettere occupata. Centinaia di persone hanno ribadito che non si lasceranno intimidire dalla brutalità di questo sgombero; l'appuntamento è quindi per domattina alle 10.00 di fronte a lettere, per muoversi per le facoltà e richiedere a gran voce che i vertici dell'università si prendano le loro responsabilità!
aggiornamento ore 20:30:
centinaia di #studenti occupano la facoltà di lettere in risposta allo sgombero di oggi. Ora è in corso un'assemblea per rilanciare le lotte
aggiornamento ore 20:20:
il corteo ha raggiunto la mensa universitaria per poi rilanciare
aggiornamento ore 19:52:
Il corteo continua a crescere, in oltre 400 attraversano con rabbia la città mentre dalla facoltà di storia ci si dirige alla mensa universitaria.
aggiornamento ore 19:25:
Il corteo numeroso sta bloccando i lungarni di fronte al rettorato chiedendo le dimissioni del rettore di Pisa e quelle di Mazzantini, il responsabile all'economato che ha dato l'ok all'azione di polizia.
Si susseguono anche lanci di uova e scatolame all'indirizzo del Rettorato.
aggiornamento ore 19:10:
Si conferma che non ci sono stati fermi, tutti rilasciati gli studenti precedentemente bloccati all'interno dell'ExGea. In oltre trecento ora in corteo dal polo Fibonacci all'aula studio Pacinotti, per poi raggiungere gli altri poli dell'ateneo.
La rabbia è tanta e il corteo prosegue determinato scandendo cori contro la polizia e denunciando il vile accaduto.
aggiornamento ore 18:50:
gli studenti all'interno sono stati fatti uscire e ora si muovono in corteo per denunciare quanto accaduto!
*****
Vergognosa irruzione meno di una ora fa all'ex Gea all'interno del Polo di Pisa. Poliziotti e digos sono entrati puntando le pistole nel magazzino occupato due giorni fa dagli studenti e dalle studentesse in protesta contro i nuovi parametri ISEE che minano l'accesso allo studio di centinaia di iscritti all'Ateneo.
L'operazione di polizia è totalmente volta a intimidire una protesta che fa paura in quanto sempre più allargata; riprova ne è stata la grande assemblea universitaria in città che ha visto centinaia e centinaia di partecipanti. La scusa additata per questa irruzione è quella di furto di libri in un magazzino che ne stipa migliaia a insaputa di tantissime persone da anni!
Un atto intimidatorio inaccettabile che vede in questi istanti trenta studenti bloccati dentro e la risposta solerte di oltre un centinaio di solidali che si sono subito riversati all'esterno dell'edificio.
La Redazione di Infoaut fa appello ad accorrere quanto prima in solidarietà a chi si trova all'interno e contro questo inaccettabile sopruso!
A breve maggiori e più dettagliate informazioni su quanto sta accadendo!
Fonte
10/03/2015
Trenta anni fa, la Digos uccideva Pedro
Sabato 9 marzo 1985. Trieste. Ore 11 del mattino. Pietro Maria Greco, detto Pedro, entra nel palazzo di via Giulia 39 dove abita in un appartamento al terzo piano. Ad aspettarlo sul pianerottolo tre uomini che aprono il fuoco non appena lo vedono. Pedro ha la forza di scappare e di uscire in strada gridando "Aiuto! Mi accoppano!". Inutilmente. Uno degli uomini del commando è rimasto all'esterno del palazzo, e spara sul compagno già ferito. Pietro crolla a terra. Gli viene riservato un ultimo colpo ravvicinato alla nuca. L'uomo che ha sparato per ultimo si accorge che respira ancora. Lo perquisisce e lo ammanetta dietro la schiena. Pedro muore poco dopo all'ospedale. I tre uomini appartengono ad una task force di Digos e Sisde che ha ricevuto una soffiata sulla presenza di Pietro nello stabile di via Giulia, e l'ordine di ammazzarlo.
Pietro Maria Greco, militante del movimento padovano, è uno dei 142 imputati del processo "7 aprile - troncone veneto", parte dell'enorme azione giudiziaria messa in piedi e portata avanti nel '79 dal P.M. padovano Pietro Calogero. Il Teorema Calogero cerca di dimostrare come l'Autonomia sia il bacino di reclutamento di militanti delle Brigate Rosse, e come i teorici dell'Autonomia e di Potere Operaio del nord-est siano quadri del partito armato.
Nel marzo '85 Pedro è latitante per la seconda volta. Infatti nei suoi confronti era già stato spiccato un primo mandato di cattura nell'80, poi prosciolto per mancanza di prove un anno dopo, e un secondo mandato nell'82. "Nel corso del dibattimento, iniziato nel dicembre '84, la sua posizione era notevolmente migliorata, visto che per lui, come per molti altri imputati, stava emergendo un'assoluta mancanza di indizi."
L'omicidio di Pedro fa ripartire gli ingranaggi del movimento padovano, che scende in strada con un corteo di 10.000 persone il 17 marzo, dopo oltre sei anni di preclusione della piazza da parte delle autorità a seguito del clima di stato d'emergenza costruito intorno agli arresti di massa dell'Operazione 7 aprile. Dalla sera del 9 marzo nascono spontanee assemblee sui posti di lavoro e all'università. Per il lunedì successivo viene indetto lo sciopero degli studenti medi che si allarga subito a Rovigo, Venezia e a tutta la bassa padovana. Viene indetta un'assemblea regionale per l'11 marzo, cui partecipano diverse centinaia di compagni, e che si risolve in un corteo spontaneo per il centro cittadino. Si apre un processo di contro-inchiesta che rimette in moto tutti quegli strumenti di informazione che si erano persi da tempo. I muri delle strade tornano ad essere tappezzati di manifesti e volantini; radio Sherwood martella l'etere con interviste e aggiornamenti sul caso, impedendo di fatto che la magistratura elabori in tranquillità una versione "gestibile" dell'omicidio.
Fonte
Pietro Maria Greco, militante del movimento padovano, è uno dei 142 imputati del processo "7 aprile - troncone veneto", parte dell'enorme azione giudiziaria messa in piedi e portata avanti nel '79 dal P.M. padovano Pietro Calogero. Il Teorema Calogero cerca di dimostrare come l'Autonomia sia il bacino di reclutamento di militanti delle Brigate Rosse, e come i teorici dell'Autonomia e di Potere Operaio del nord-est siano quadri del partito armato.
Nel marzo '85 Pedro è latitante per la seconda volta. Infatti nei suoi confronti era già stato spiccato un primo mandato di cattura nell'80, poi prosciolto per mancanza di prove un anno dopo, e un secondo mandato nell'82. "Nel corso del dibattimento, iniziato nel dicembre '84, la sua posizione era notevolmente migliorata, visto che per lui, come per molti altri imputati, stava emergendo un'assoluta mancanza di indizi."
L'omicidio di Pedro fa ripartire gli ingranaggi del movimento padovano, che scende in strada con un corteo di 10.000 persone il 17 marzo, dopo oltre sei anni di preclusione della piazza da parte delle autorità a seguito del clima di stato d'emergenza costruito intorno agli arresti di massa dell'Operazione 7 aprile. Dalla sera del 9 marzo nascono spontanee assemblee sui posti di lavoro e all'università. Per il lunedì successivo viene indetto lo sciopero degli studenti medi che si allarga subito a Rovigo, Venezia e a tutta la bassa padovana. Viene indetta un'assemblea regionale per l'11 marzo, cui partecipano diverse centinaia di compagni, e che si risolve in un corteo spontaneo per il centro cittadino. Si apre un processo di contro-inchiesta che rimette in moto tutti quegli strumenti di informazione che si erano persi da tempo. I muri delle strade tornano ad essere tappezzati di manifesti e volantini; radio Sherwood martella l'etere con interviste e aggiornamenti sul caso, impedendo di fatto che la magistratura elabori in tranquillità una versione "gestibile" dell'omicidio.
Fonte
27/11/2014
Roma. Arsenale di bombe carta in struttura occupata dai fascisti
Sono state trovate ben 143 “bombe carta”, già confezionate e conservate in sacchetti di plastica. Il ritrovamento è stato effettuato della Digos di Roma in un edificio in via dell’Acqua Acetosa – nel triangolo nero di Roma Nord – occupato il 15 novembre da esponenti della estrema destra romana riconducibili al gruppo “Campozero” con qualche connessione nel mondo ultrà. Cosa sia questo gruppo neofascista lo si desume da un suo comunicato che presentava così gli scopi dell’occupazione della struttura, un ex palazzina dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato: “Prima che tutta Roma diventi come Tor Sapienza o Corcolle, rispondiamo con la militanza sociale. E non dimentichiamo che la povera signora Reggiani venne barbaramente assassinata da un immigrato proprio al di là del Tevere in mezzo al completo degrado. Campozero sarà: Cultura, Conferenze, Teatro, Cineforum, Sala Pc, Arte, Pittura. Palestra popolare, Squadra di Calcio sociale agonistica. Aggregazione, solidarismo, comunità. Tradizione, Identità, Popolo, Romanità, Rivoluzione”.
Dieci giorni fa l’edificio era stato sgomberato. Per tutta risposta i fascisti avevano occupato un assessorato della Regione Lazio motivando così la loro azione: “Campozero resiste e rilancia i manganelli di Zingaretti, la repressione degli speculatori e il degrado dei terzomondisti non fermeranno il progetto campozero. Abbiamo occupato l'assessorato al patrimonio della Regione Lazio ed in questo momento, con cento militanti, stiamo presidiando l'ottavo piano dove si trova l'ufficio dell'Assessore Refrigeri. Non siamo disposti a cedere di un metro: l'ex-poligrafico deve tornare in nostro possesso. Le marchette dell'assessore non ci interessano, così come ce ne freghiamo di chi, con ogni mezzo, vuole impedirci di esprimere le nostre idee e la nostra militanza sociale. Quella di questa sera è solo la prima azione di Campozero. Non ci sarà tregua fino a quando l'ex-poligrafico non sarà liberato dalla malapolitica e dal malaffare”.
Ma solo successivamente i poliziotti, forse allertati da una soffiata o sollecitati per la dimenticanza, sono tornati nella palazzina occupata dai fascisti di Campozero ed hanno trovato l’arsenale. I fascisti legati a quell'occupazione – secondo la Digos – sarebbero “cani sciolti delle curve” sia laziali sia romanisti. Lo spazio era già stato occupato nell’estate del 2013 dal gruppo facente capo al noto neofascista Giuliano Castellino, con il nome di “Circolo Poligrafico”.
Al momento non vi sarebbero indagati perché il “ritrovamento è avvenuto a due giorni di distanza dallo sgombero e quindi non è stato possibile associare gli esplosivi a chi materialmente occupava lo stabile”.
Non lontano dal posto occupato dai fascisti in via dell’Acqua Acetosa, c’è il circolo “Boreale” su via Tor di Quinto, quello da cui partì l’agguato contro i tifosi napoletani che portò all’uccisione di Ciro Esposito e all’arresto per omicidio di Daniele De Santis “Gastone”, uomo di connessione tra i fascisti e settori di ultrà giallorossi.
Poco più in là c’è l’area di Ponte Milvio, dove prosperano bar e localini gestiti dall’estrema destra e teatro spesso di manifestazioni dei gruppi neofascisti quando se le vedono impedite in altre zone della città. Acqua Acetosa-Tor di Quinto-Ponte Milvio, un triangolo nero sul quale incombe poi la mano di Massimo Carminati, “il nero” della Banda della Magliana che controlla questa zona dentro la spartizione malavitosa a quattro della città. Gli altri clan sono i Fasciani (zona ovest e Litorale), i Casamonica (Roma sud), Michele Senese (zona Est).
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Dieci giorni fa l’edificio era stato sgomberato. Per tutta risposta i fascisti avevano occupato un assessorato della Regione Lazio motivando così la loro azione: “Campozero resiste e rilancia i manganelli di Zingaretti, la repressione degli speculatori e il degrado dei terzomondisti non fermeranno il progetto campozero. Abbiamo occupato l'assessorato al patrimonio della Regione Lazio ed in questo momento, con cento militanti, stiamo presidiando l'ottavo piano dove si trova l'ufficio dell'Assessore Refrigeri. Non siamo disposti a cedere di un metro: l'ex-poligrafico deve tornare in nostro possesso. Le marchette dell'assessore non ci interessano, così come ce ne freghiamo di chi, con ogni mezzo, vuole impedirci di esprimere le nostre idee e la nostra militanza sociale. Quella di questa sera è solo la prima azione di Campozero. Non ci sarà tregua fino a quando l'ex-poligrafico non sarà liberato dalla malapolitica e dal malaffare”.
Ma solo successivamente i poliziotti, forse allertati da una soffiata o sollecitati per la dimenticanza, sono tornati nella palazzina occupata dai fascisti di Campozero ed hanno trovato l’arsenale. I fascisti legati a quell'occupazione – secondo la Digos – sarebbero “cani sciolti delle curve” sia laziali sia romanisti. Lo spazio era già stato occupato nell’estate del 2013 dal gruppo facente capo al noto neofascista Giuliano Castellino, con il nome di “Circolo Poligrafico”.
Al momento non vi sarebbero indagati perché il “ritrovamento è avvenuto a due giorni di distanza dallo sgombero e quindi non è stato possibile associare gli esplosivi a chi materialmente occupava lo stabile”.
Non lontano dal posto occupato dai fascisti in via dell’Acqua Acetosa, c’è il circolo “Boreale” su via Tor di Quinto, quello da cui partì l’agguato contro i tifosi napoletani che portò all’uccisione di Ciro Esposito e all’arresto per omicidio di Daniele De Santis “Gastone”, uomo di connessione tra i fascisti e settori di ultrà giallorossi.
Poco più in là c’è l’area di Ponte Milvio, dove prosperano bar e localini gestiti dall’estrema destra e teatro spesso di manifestazioni dei gruppi neofascisti quando se le vedono impedite in altre zone della città. Acqua Acetosa-Tor di Quinto-Ponte Milvio, un triangolo nero sul quale incombe poi la mano di Massimo Carminati, “il nero” della Banda della Magliana che controlla questa zona dentro la spartizione malavitosa a quattro della città. Gli altri clan sono i Fasciani (zona ovest e Litorale), i Casamonica (Roma sud), Michele Senese (zona Est).
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18/09/2014
Napoli. Se la Digos si occupa di analisi economica
Come forse sapete, l'altro ieri avevamo annunciato su FB che saremmo intervenuti a questa conferenza internazionale di economisti, che ogni anno convoca centinaia di studiosi da tutto il mondo per discutere di problemi sociali. Eravamo stati invitati per offrire, in quanto autori di un libro su classe e lavoro in Italia, una panoramica sulla condizione dei proletari italiani. C'eravamo andati perché pensiamo che la voce dei lavoratori, le loro rivendicazioni, la loro stessa esistenza debbano essere portate in ogni ambito sociale. Tutti devono conoscere i nostri problemi, fare i conti con i proletari e con la loro forza! Alle brutte avremmo venduto giusto qualche libro, ché dieci euro per sostenere il collettivo non fanno mai male...
Così ieri mattina ci rechiamo, con tanto di camicia addosso per fare più bella figura, all'incontro. Non sapevamo però che qualcuno di molto premuroso ci aveva anticipato, forse perché ci teneva a farci lui una bella presentazione.
La mattina presto infatti si erano palesati due amici della DIGOS, che avevano avvicinato gli organizzatori dell'evento e gli avevano detto che si sarebbe presentato al convegno "il collettivo Clash City Workers, quelli che fanno sempre casino...". Di fronte alla faccia interdetta degli organizzatori, gli amici della DIGOS avevano continuato un po' ad avvertire, un po' a intimorire gli organizzatori, che secondo loro non avrebbero dovuto dare spazio a certa gente.
Leggermente sconcertati gli organizzatori sostengono che ci hanno invitato apposta, e che sono ben contenti del nostro intervento. Un po' mogi, i nostri amici della DIGOS se ne vanno, forse pensando che è stato davvero un peccato mettersi la camicia fresca per parlare con queste quattro zecche...
Così, quando noi iniziamo il nostro intervento, raccontiamo questa piccola storia di repressione, che in fondo non è una storia "nostra", ma serve a capire il clima che si respira nell'Italia di #Renzi e su tutti i posti di lavoro, dove nessuno può prendere parola e disturbare le manovre di padroni e politici.
Diciamo ai professori stranieri - che mai hanno visto niente di simile: la polizia entrare in università per non far parlare dei relatori a un convegno scientifico - che questa visita dimostra la bontà del nostro lavoro. In fondo, se dai fastidio a chi comanda, vuol dire che stai andando bene!
I professori si divertono molto, partono gli applausi e possiamo cominciare. Alla fine dell'intervento ci sono molte domande e molta più attenzione di quella che potevamo sperare: qualcuno ci chiede di scrivere su una rivista di ricerca sociale, qualcuno compra il libro, qualcuno si prende i nostri contatti...
Anche per questo volevamo ringraziare i nostri amici della DIGOS: perché a volte la repressione si trasforma in forza. Se poi hanno fatto tutto questo casino per venirsi a cercare una copia del libro, bastava dirlo: gliela regalavamo anche autografata!
In fondo il giorno dopo la Rivoluzione ci sarò spazio anche per loro: immaginate quanti padroni, camorristi e politici ci saranno da arrestare!
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Così ieri mattina ci rechiamo, con tanto di camicia addosso per fare più bella figura, all'incontro. Non sapevamo però che qualcuno di molto premuroso ci aveva anticipato, forse perché ci teneva a farci lui una bella presentazione.
La mattina presto infatti si erano palesati due amici della DIGOS, che avevano avvicinato gli organizzatori dell'evento e gli avevano detto che si sarebbe presentato al convegno "il collettivo Clash City Workers, quelli che fanno sempre casino...". Di fronte alla faccia interdetta degli organizzatori, gli amici della DIGOS avevano continuato un po' ad avvertire, un po' a intimorire gli organizzatori, che secondo loro non avrebbero dovuto dare spazio a certa gente.
Leggermente sconcertati gli organizzatori sostengono che ci hanno invitato apposta, e che sono ben contenti del nostro intervento. Un po' mogi, i nostri amici della DIGOS se ne vanno, forse pensando che è stato davvero un peccato mettersi la camicia fresca per parlare con queste quattro zecche...
Così, quando noi iniziamo il nostro intervento, raccontiamo questa piccola storia di repressione, che in fondo non è una storia "nostra", ma serve a capire il clima che si respira nell'Italia di #Renzi e su tutti i posti di lavoro, dove nessuno può prendere parola e disturbare le manovre di padroni e politici.
Diciamo ai professori stranieri - che mai hanno visto niente di simile: la polizia entrare in università per non far parlare dei relatori a un convegno scientifico - che questa visita dimostra la bontà del nostro lavoro. In fondo, se dai fastidio a chi comanda, vuol dire che stai andando bene!
I professori si divertono molto, partono gli applausi e possiamo cominciare. Alla fine dell'intervento ci sono molte domande e molta più attenzione di quella che potevamo sperare: qualcuno ci chiede di scrivere su una rivista di ricerca sociale, qualcuno compra il libro, qualcuno si prende i nostri contatti...
Anche per questo volevamo ringraziare i nostri amici della DIGOS: perché a volte la repressione si trasforma in forza. Se poi hanno fatto tutto questo casino per venirsi a cercare una copia del libro, bastava dirlo: gliela regalavamo anche autografata!
In fondo il giorno dopo la Rivoluzione ci sarò spazio anche per loro: immaginate quanti padroni, camorristi e politici ci saranno da arrestare!
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