Diciotto anni di carcere non sono pochi. Danno l’idea di un reato grave: devi aver fatto qualcosa di grosso, per meritarti diciotto anni. I dodici, tredici, quattordici anni di condanne comminate ai manifestanti del G8 di Genova, ad esempio, furono commentati come “pesanti sentenze”.
Una pesante sentenza per un reato pesante.
È quindi stato abbastanza forte, almeno per chi segue la vicenda dall’inizio, conoscere l’entità delle richieste arrivate dal pm Giovanni Musarò nell’ultimo giorno di requisitoria del processo bis per la morte di Stefano Cucchi.
Che il pm di questo nuovo processo avesse intenzione di fare sul serio lo si era capito: il modo con cui aveva definito le modalità del pestaggio subito da Stefano (“pestaggio violento, da tifosi da stadio”), i tentativi di depistaggio, (“una partita con carte truccate”), il primo processo (“kafkiano”) indicavano una visione chiara dei fatti e sopratutto delle responsabilità.
Una chiarezza che è emersa in modo coerente anche nell’ultima requisitoria, che si è tenuta qualche giorno fa nell’aula bunker di Rebibbia: frasi e concetti, quelli espressi dal pubblico ministero, che hanno introdotto le pesanti richieste nei confronti degli imputati.
Diciotto anni dunque per i due presunti autori materiali del pestaggio, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, accusati di omicidio preterintenzionale.
Ma non solo: otto anni per il maresciallo Roberto Mandolini, per i reati di falso e calunnia. Tre anni e sei mesi per il carabiniere Francesco Tedesco (che con la sua confessione ha rivelato il pestaggio subito da Cucchi per mano dei due colleghi), sempre per falso. Per lui, accusato anche di omicidio, lo stesso pm ha sollecitato l’assoluzione, non avrebbe commesso il fatto.
Quarantasette anni e sei mesi di carcere, complessivamente, richiesti per quattro carabinieri. Per un reato di “malapolizia” sono tanti: a chi uccise Federico Aldrovandi andò meglio, ad esempio: quattordici anni in quattro. Nove anni e cinque mesi fu invece la durata della condanna di Luigi Spaccarotella, autore dell’omicidio di Gabriele Sandri. Due esempi che, numericamente, indicano quanto la pena richiesta dal pm Musarò sia importante.
“Non è un processo all’Arma ma a cinque carabinieri traditori” ha specificato il pm nel corso della sua requisitoria. Aggiungendo però un commento molto significativo: “Nella vicenda Cucchi i depistaggi hanno toccato picchi da film dell’orrore”. Se fisicamente sul banco degli imputati ci sono i cinque carabinieri materialmente coinvolti, nelle parole del pubblico ministero si legge chiaramente una forte censura all’operato di tutta la “catena di comando”: un generale, un colonnello, un tenente colonnello, un luogotenente, un carabiniere. E chissà quanti altri.
Nel processo Aldrovandi tre poliziotti furono condannati, per le azioni di depistaggio. Fu addirittura istituito un processo ad hoc, l’“Aldrovandi bis”.
Stefano Cucchi fu fatto passare per un tossico morto in conseguenza delle sue scelte di vita sbagliate. Non era vero.
Eppure per affermarlo, e per scagionare i reali responsabili della sua morte, fu mobilitata una enorme quantità di gente. Che mentì.
A partire da un ministro della Giustizia, Alfano, che come raccontato dallo stesso pm mentì in Senato, sulla base di false informative create dai carabinieri.
Nonostante le distinzioni (“non è un processo all’Arma”), se le condanne saranno così pesanti come quelle richieste, sarà difficile non percepirle riferite non solo alle azioni materiali di chi picchiò Stefano e di chi è accusato di aver mentito e calunniato. La condanna deve essere per tutto il sistema che mise in moto la macchina della menzogna: stiamo parlando di tutori dell’ordine pubblico, di militari. Dello Stato, stiamo parlando. Ha ragione Musarò: è stato un film dell’orrore. La questione che però deve essere chiara è che la vittima del mostro non è stata solo Stefano Cucchi: tutti noi siamo vittime di quello che è successo, e lo siamo ogni volta che lo Stato uccide e poi mente per difendersi. Alla faccia della democrazia e della tutela dei diritti della collettività.
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08/10/2019
12/11/2017
Egitto - Per Al-Sisi l'omicidio Regeni è stato un complotto, Alfano plaude
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Sono più gravi le dichiarazioni del presidente al Sisi dal palco del World Youth Forum di Sharm el Sheikh o le reazioni del ministro degli esteri Alfano? Scelta difficile, ma viene da dire le seconde. Mercoledì il generale golpista è tornato a parlare di Giulio Regeni di fronte a giovani da tutto il mondo, ospiti della piattaforma sponsorizzata dal Cairo (nell’idea, come raccontavamo su queste pagine il 2 novembre, di «dare voce ai giovani», purché non contestino).
Lo ha fatto tirando fuori la stessa narrativa di un anno e mezzo fa: la barbara uccisione di Giulio serviva a non meglio precisati nemici del regime per vanificare gli investimenti italiani in Egitto. «Desideriamo scoprire i colpevoli e stiamo agendo in maniera molto trasparente con le autorità italiane – ha detto – (...) Pensiamo ci sia stato un tentativo, durante la visita di uomini d’affari e imprenditori italiani (la missione guidata dall’ex ministra allo sviluppo economica Guidi, proprio il giorno del ritrovamento del corpo martoriato di Regeni, ndr) pronti a compiere investimenti, di distruggere quell’iniziativa».
E, aggiunge, i «complottisti» ci sarebbero riusciti. Sbagliato: gli investimenti italiani in Egitto non si sono mai fermati, a partire dai mega progetti di Eni nel giacimento off shore di Zohr, quelli di Edison nei bacini di Abu Qir, West Waidi El Rayan e Rosetta, la vendita di armi (2.450 chili ad aprile 2016, un milione di euro), 2,5 miliardi in appalti ad aziende italiane e un interscambio totale aumentato del 30% nel primo semestre di quest’anno.
Il business continua ancora oggi, con buona pace dei «complottisti» di cui sopra: il nuovo ambasciatore al Cairo, Giampaolo Cantini, fa la spola da settimane da un ministero egiziano all’altro per portare a casa nuovi accordi commerciali. Ieri era in visita al ministero dell’agricoltura per esaminare nuove potenziali collaborazioni in campo agricolo.
È in tale contesto che vanno lette le dichiarazioni che ieri il ministro degli Esteri Alfano ha rilasciato in reazione a quelle di al Sisi: «Siamo convinti che il presidente al Sisi sia un interlocutore appassionato alla ricerca di questa verità. Abbiamo scelto di riprendere un certo livello di rapporti perché crediamo che la cooperazione con l’Egitto sia indispensabile perché la morte di Regeni non potrà restare impunita».
Il trionfo di una real politik molto dolorosa. Perché va di pari passo con i tentativi di sviare le attenzioni su Cambridge, mentre Roma non ha mai rotto i rapporti con un regime liberticida e repressivo. E perché nega, a monte, la responsabilità politica della morte di Giulio. Al netto dei carnefici materiali, è in alto che si deve salire, ai vertici di una macchina repressiva tentacolare e paranoica che continua a operare indisturbata.
Gli ultimi esempi sono di questi giorni, storie simili a quelle di altre migliaia di cittadini egiziani. Mercoledì la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a cinque anni per uno dei leader di piazza Tahrir, il blogger e attivista politico Alaa Abdel Fattah, colpevole di aver protestato.
L’unica concessione è che gli anni che restano – la prima sentenza è stata comminata nel febbraio 2015 – li trascorrerà in un carcere comune e non di massima sicurezza. Quindi, spiega il suo avvocato, Mokhtar Mounir, non andrà ai lavori forzati.
Poche ore prima manifestanti nubiani venivano arrestati per aver protestato per la morte in custodia di Gamal Sorour, prigioniero in coma diabetico dopo aver iniziato con altre centinaia di detenuti uno sciopero della fame dietro le sbarre. «I manifestanti hanno bloccato la superstrada e la ferrovia tra Il Cairo e Aswan – racconta l’attivista nubiano Abdel Dayem Ezz Eddin all’agenzia indipendente Mada Masr – Sono scoppiati scontri con la polizia. Alcuni di loro, tra i 7 e i 13, sono stati arrestati».
Sono ora nel centro di detenzione di Shallal, con i 24 nubiani detenuti a settembre per aver partecipato alla tradizionale marcia che ricorda l’espulsione del loro popolo dalle terre di Aswan, negli anni ’60.
AGGIORNAMENTO
Fratoianni: governo s’impegni davvero nella ricerca verità
Nicola Fratoianni protesta con il premier Gentiloni. “Ieri il ministro degli Esteri Alfano ci ha fatto sapere che il capo del regime egiziano al Sisi “è un interlocutore appassionato nella ricerca della verità sulla morte di Regeni. Ci rivolgiamo direttamente al premier Gentiloni: ma l’Italia può coprirsi di ridicolo in questo modo, mandando in giro per il mondo uno che fa dichiarazioni di questo tenore?” ha detto in un comunicato il segretario nazionale di Sinistra italiana. “Se dopo quasi due anni dalla tragedia – prosegue – i responsabili dell’omicidio di Regeni non sono ancora stati affidati alla giustizia, e se ci sono stati mesi di continui depistaggi è evidente il ruolo della dittatura del Cairo. Un po’ più di misura non guasterebbe, il governo si impegni davvero nella ricerca della verità”.
Fonte
Sono più gravi le dichiarazioni del presidente al Sisi dal palco del World Youth Forum di Sharm el Sheikh o le reazioni del ministro degli esteri Alfano? Scelta difficile, ma viene da dire le seconde. Mercoledì il generale golpista è tornato a parlare di Giulio Regeni di fronte a giovani da tutto il mondo, ospiti della piattaforma sponsorizzata dal Cairo (nell’idea, come raccontavamo su queste pagine il 2 novembre, di «dare voce ai giovani», purché non contestino).
Lo ha fatto tirando fuori la stessa narrativa di un anno e mezzo fa: la barbara uccisione di Giulio serviva a non meglio precisati nemici del regime per vanificare gli investimenti italiani in Egitto. «Desideriamo scoprire i colpevoli e stiamo agendo in maniera molto trasparente con le autorità italiane – ha detto – (...) Pensiamo ci sia stato un tentativo, durante la visita di uomini d’affari e imprenditori italiani (la missione guidata dall’ex ministra allo sviluppo economica Guidi, proprio il giorno del ritrovamento del corpo martoriato di Regeni, ndr) pronti a compiere investimenti, di distruggere quell’iniziativa».
E, aggiunge, i «complottisti» ci sarebbero riusciti. Sbagliato: gli investimenti italiani in Egitto non si sono mai fermati, a partire dai mega progetti di Eni nel giacimento off shore di Zohr, quelli di Edison nei bacini di Abu Qir, West Waidi El Rayan e Rosetta, la vendita di armi (2.450 chili ad aprile 2016, un milione di euro), 2,5 miliardi in appalti ad aziende italiane e un interscambio totale aumentato del 30% nel primo semestre di quest’anno.
Il business continua ancora oggi, con buona pace dei «complottisti» di cui sopra: il nuovo ambasciatore al Cairo, Giampaolo Cantini, fa la spola da settimane da un ministero egiziano all’altro per portare a casa nuovi accordi commerciali. Ieri era in visita al ministero dell’agricoltura per esaminare nuove potenziali collaborazioni in campo agricolo.
È in tale contesto che vanno lette le dichiarazioni che ieri il ministro degli Esteri Alfano ha rilasciato in reazione a quelle di al Sisi: «Siamo convinti che il presidente al Sisi sia un interlocutore appassionato alla ricerca di questa verità. Abbiamo scelto di riprendere un certo livello di rapporti perché crediamo che la cooperazione con l’Egitto sia indispensabile perché la morte di Regeni non potrà restare impunita».
Il trionfo di una real politik molto dolorosa. Perché va di pari passo con i tentativi di sviare le attenzioni su Cambridge, mentre Roma non ha mai rotto i rapporti con un regime liberticida e repressivo. E perché nega, a monte, la responsabilità politica della morte di Giulio. Al netto dei carnefici materiali, è in alto che si deve salire, ai vertici di una macchina repressiva tentacolare e paranoica che continua a operare indisturbata.
Gli ultimi esempi sono di questi giorni, storie simili a quelle di altre migliaia di cittadini egiziani. Mercoledì la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a cinque anni per uno dei leader di piazza Tahrir, il blogger e attivista politico Alaa Abdel Fattah, colpevole di aver protestato.
L’unica concessione è che gli anni che restano – la prima sentenza è stata comminata nel febbraio 2015 – li trascorrerà in un carcere comune e non di massima sicurezza. Quindi, spiega il suo avvocato, Mokhtar Mounir, non andrà ai lavori forzati.
Poche ore prima manifestanti nubiani venivano arrestati per aver protestato per la morte in custodia di Gamal Sorour, prigioniero in coma diabetico dopo aver iniziato con altre centinaia di detenuti uno sciopero della fame dietro le sbarre. «I manifestanti hanno bloccato la superstrada e la ferrovia tra Il Cairo e Aswan – racconta l’attivista nubiano Abdel Dayem Ezz Eddin all’agenzia indipendente Mada Masr – Sono scoppiati scontri con la polizia. Alcuni di loro, tra i 7 e i 13, sono stati arrestati».
Sono ora nel centro di detenzione di Shallal, con i 24 nubiani detenuti a settembre per aver partecipato alla tradizionale marcia che ricorda l’espulsione del loro popolo dalle terre di Aswan, negli anni ’60.
AGGIORNAMENTO
Fratoianni: governo s’impegni davvero nella ricerca verità
Nicola Fratoianni protesta con il premier Gentiloni. “Ieri il ministro degli Esteri Alfano ci ha fatto sapere che il capo del regime egiziano al Sisi “è un interlocutore appassionato nella ricerca della verità sulla morte di Regeni. Ci rivolgiamo direttamente al premier Gentiloni: ma l’Italia può coprirsi di ridicolo in questo modo, mandando in giro per il mondo uno che fa dichiarazioni di questo tenore?” ha detto in un comunicato il segretario nazionale di Sinistra italiana. “Se dopo quasi due anni dalla tragedia – prosegue – i responsabili dell’omicidio di Regeni non sono ancora stati affidati alla giustizia, e se ci sono stati mesi di continui depistaggi è evidente il ruolo della dittatura del Cairo. Un po’ più di misura non guasterebbe, il governo si impegni davvero nella ricerca della verità”.
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02/10/2017
L’italico zelo contro la Corea del Nord
Il 29 settembre il Comitato intercoreano per la pace ha pubblicato un Libro bianco con le condanne espresse da varie parti del mondo all’indirizzo di Donald Trump, dopo il discorso all’ONU, con cui “ha insultato i vertici della nostra Repubblica, lanciando parole folli sulla completa distruzione di decine di milioni di coreani”. Non solo i leader, i politici, i media e gli esperti di tutto il mondo, scrive la KCNA, ma gli americani stessi hanno criticato e deriso le dichiarazioni di Trump, definendolo “Hitler del XXI secolo”, “ignorante in politica e analfabeta”, e qualificando il suo discorso come quello che ha trasformato “le Nazioni Unite in un’arena di minacce di guerra”. Il Trump affetto da “pazzia senile e gli Stati Uniti impero del male, che hanno osato gettare la sfida della dichiarazione di guerra alla nostra repubblica e al nostro popolo” scrive la KCNA, “dovranno pagare per un crimine che sconvolge il mondo”.
Così, indispettita per tanto asiatico ardire nel qualificare per quello che sono le parole di Trump, la servitù di casa, nella persona dell’italico Ministro degli esteri, Angelino Alfano, si affretta a fustigare quel piccolo popolo che ha osato attribuire al padrone titoli così insolenti e rivela al quotidiano di regime di aver “preso una decisione forte e cioè di interrompere la procedura di accreditamento dell’ambasciatore della Repubblica Popolare Democratica di Corea. L’ambasciatore dovrà lasciare l’Italia”.
Inoltre, forse dimentico del fatto che il paese di cui si trova a esser ministro (?) mantiene sul proprio territorio, insieme alla Germania, il più alto numero di ordigni nucleari americani, il suddetto ha sentenziato che “L’Italia, che presiede il Comitato Sanzioni del Consiglio di Sicurezza, chiede alla comunità internazionale di mantenere alta la pressione sul regime», pensando alla portaerei di regime “Ronald Reagan” e ai relativi vascelli di scorta (incrociatori, cacciatorpediniere e sommergibili atomici) in navigazione verso la penisola coreana, in vista delle ennesime e praticamente ininterrotte manovre con la flotta sudcoreana.
Questo, tanto per non lasciar raffreddare l’atmosfera, dopo che bombardieri strategici USA B-1B avevano sorvolato la settimana scorsa la linea di separazione tra le due Coree e dopo che, a puro scopo di svago, forze yankee e sudcoreane avevano proceduto a “esercitazioni” col sistema THAAD, così, tanto per sfogare la stizza di non poter metter le mani su quelle ricchezze nordcoreane – ferro, oro, magnesite, zinco, rame, calcare, molibdeno, grafite, ecc. – che Korea Resources Corporation valuta a circa tremila miliardi di dollari e The Economist a oltre diecimila miliardi: risorse sfruttate da una quarantina di imprese, tra cinesi, giapponesi, francesi e svizzere.
Si comprende dunque che l’appetito yankee abbia qualche fondamento e così, se il valletto mediterraneo si limita a mostrarsi impettito, il padrone mette a punto un master plan per ridurre in cenere gli ICBM della RDPC. I militari USA, scrive Kris Osborn su The International Interest, hanno perfezionato il Exoatmospheric Kill Vehicle, o EKV, messo a punto dalla Raytheon e già testato alcuni mesi fa dal Missile Defense Agency col sistema Midcourse Defense basato a terra e in grado di distruggere un missile balistico intercontinentale. Il test – ovviamente, nessun media dell’italico regime si è sognato di parlare di “provocazione” – è stato effettuato su un missile balistico intercontinentale, dal Reagan Test Site nell’atollo Kwajalein, nelle Isole Marshall. Secondo i militari USA, si tratta di un passo fondamentale verso un nuovo sistema denominato Multi-Object Kill Vehicle (MOKV) e si progetta di integrarne la tecnologia sul Standard 3 o SM-3, un razzo intercettore in grado di colpire gli ICBM. Il “kill vehilce” non ha esplosivi, ma usa l’energia cinetica per eliminare il bersaglio, con un impatto che equivale a un camion di 10 tonnellate che viaggi a 600 miglia orarie. Secondo Steve Nicholls, della Raytheon, il MOKV potrebbe costituire un nuovo passo sulla scia delle reaganiane “Star Wars”; la traiettoria di un ICBM comprende infatti una fase iniziale di spinta, una intermedia, sopra l’atmosfera terrestre e una fase terminale, sull’obiettivo e il MOKV è progettato per distruggere i missili nemici nella fase intermedia, nello spazio.
Il riferimento è, in maniera nemmeno troppo velata, ai missili che Pyongyang sta sperimentando, a garanzia della propria sicurezza. E infatti la stessa The National Interest rimane sul tema coreano, indicando però, ma solo per ragioni di tatticismo, quattro motivi per cui gli USA non dovrebbero inviare armi nucleari in Giappone o Corea del Sud. Zachary Keck, del Nonproliferation Policy Education Center, scrive che sebbene il governo di Seoul si dichiari contrario al dislocamento di armi nucleari tattiche, vari parlamentari e media sudcoreani stanno spingendo fortemente in quella direzione.
La NBC News riferisce che l’amministrazione Trump “non esclude” il dispiegamento di armi nucleari tattiche in Corea del Sud e una delegazione parlamentare sudcoreana, in visita a Washington a inizio settembre, le ha richieste apertamente. La questione è stata posta anche dall’ex Ministro della difesa giapponese Shigeru Ishiba, nonostante l’impegno di Tokyo a non detenere armi nucleari sul territorio giapponese: e Ishiba è indicato quale possibile successore di Shinzo Abe.
Ho più volte sostenuto, scrive Zachary Keck, che gli Stati Uniti dovrebbero usare la minaccia nordcoreana per rafforzare la presenza militare nella regione Asia-Pacifico; tuttavia, ci sono almeno quattro motivi principali per cui l’America non dovrebbe dislocare armi nucleari in Corea del Sud o in Giappone. Gli Stati Uniti cominciarono a dispiegare armi nucleari tattiche in Asia e in Europa nel 1950 solo perché i primi bombardieri della guerra fredda, i B-29 e i B-50, non erano in grado di effettuare il volo di andata e ritorno dagli Stati Uniti all’Unione Sovietica (o alla Corea del Nord) e gli USA, fino al 1959, non disponevano di missili con sufficiente portata. Ma anche i primi B-52 che decollavano dagli Stati Uniti impiegavano troppo tempo per arrivare sull’obiettivo e gli ICBM basati in USA erano oltremodo imprecisi e quindi non idonei contro obiettivi tattici. Solo a partire dagli anni ’80, i missili a lungo raggio con base a terra o sul mare sono divenuti estremamente precisi.
Dunque, basare armi nucleari tattiche in Giappone o Corea del Sud non avrebbe utilità militare, scrive Keck. Nel caso del Giappone, in base al Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (IFN), la portata dei missili là dislocabili non sarebbe sufficiente a raggiungere la Corea del Nord. Un missile balistico con raggio inferiore ai 500 km potrebbe raggiungere la Corea del Nord dalla Corea del Sud, ma dovrebbe esser basato in vicinanza del confine, dove sarebbe particolarmente vulnerabile. Ma, soprattutto, le capacità convenzionali di Stati Uniti e Corea del Sud sono più che sufficienti contro la Corea del Nord.
Inoltre, le testate atomiche in Corea del Sud richiederebbero personale americano e, in base al tipo, potrebbero distogliere risorse sudcoreane o giapponesi: ad esempio, in Europa varie bombe tattiche USA sono mantenute dagli Stati Uniti, mentre gli alleati si preoccupano di riadattare alcuni dei loro aerei per portarle. Ciò sarebbe controproducente in Corea del Sud o Giappone, nel momento in cui l’attenzione è concentrata sul miglioramento delle capacità convenzionali e si creerebbero obiettivi appetibili per la Corea del Nord (e forse la Cina) in caso di conflitto. “Ci sono già molti obiettivi che gli Stati Uniti e i loro alleati devono proteggere contro i missili di Pyongyang e non c’è motivo per crearne nuovi, privi di utilità militare”.
Anche sul piano politico, continua Keck, le armi nucleari tattiche creano spesso forti tensioni con gli alleati. La Corea del Sud ha ripetutamente insistito di non volerle e la storia dimostra che esse creano problemi tra gli alleati, come era stato il caso, ad esempio, nei primi anni della guerra fredda, dei bombardieri nucleari USA sul territorio inglese: allorché i B-29 cominciarono ad arrivare in Gran Bretagna, gli inglesi iniziarono a preoccuparsi che gli Stati Uniti avrebbero potuti utilizzarli contro l’Unione Sovietica senza l’approvazione di Londra. E gli inglesi avevano ragione: Washington avrebbe dato solo vaghe assicurazioni di consultazione, ma avrebbe rifiutato di concedere ai britannici ogni decisione finale.
Stessa cosa per la Francia: de Gaulle chiedeva il diritto di veto su qualsiasi decisione americana o britannica di utilizzare armi nucleari nel mondo, ma il comandante supremo alleato in Europa, il generale USA Lauris Norstad, si rifiutò persino di rivelare a de Gaulle se l’America disponesse di testate nucleari sul suolo francese.
Oggi, il presidente sudcoreano, Moon Jae-in, ha già dichiarato pubblicamente che gli Stati Uniti devono ottenere l’approvazione di Seoul prima di lanciare un attacco convenzionale; l’aggiunta di armi nucleari renderebbe la controversia ancora più aspra, indebolendo la coesione dell’alleanza.
Solo questioni di tatticismo e opportunità, dunque. La decisione finale spetta sempre al padrone di casa. Qualcuno dovrebbe avvisare l’italico personale di servizio.
Fonte
17/08/2017
Regeni - Il triangolo Italia - al-Sisi - Haftar
di Michele Giorgio – Il Manifesto
«I tentativi dell’Italia
di esercitare pressione sull’Egitto per la brutale uccisione del
ricercatore Giulio Regeni sono ostacolati dalla concorrente
preoccupazione per la sicurezza nazionale: ottenere la cooperazione del
Cairo in Libia». I colleghi del Guardian già il 16 maggio del 2016, in un articolo dal titolo «Realpolitik hinders hunt for killer of Italian researcher in Egypt»,
ci raccontavano il finale, al quale abbiamo assistito tre giorni fa, del
film narrante la crisi diplomatica tra Italia ed Egitto. Una crisi culminata
nel richiamo del nostro ambasciatore al Cairo e segnata dai rozzi
tentativi di depistaggio messi in piedi dai servizi segreti egiziani
indicati da più parti come i responsabili di quel crimine.
Protagonista del finale di questo film non poteva che essere
Angelino Alfano, notoriamente avvezzo a ogni compromesso e cambio di
casacca e perciò il più idoneo ad ignorare, in nome degli «interessi
nazionali», le aspettative della famiglia Regeni e ad archiviare le
pressioni dei tanti italiani che chiedono verità e giustizia per Giulio. E infatti il Guardian
spiegava che «L’Italia e i suoi alleati che sostengono il governo di
Fayez el-Sarraj in Libia appoggiato dall’Onu, sono impantanati in una
lotta complessa in cui l’alleanza dell’Egitto è vista come chiave del
successo del nuovo governo libico».
«Il ministero degli esteri dell’Italia – aggiungeva il quotidiano
britannico – ha rifiutato di commentare il presunto appoggio dell’Egitto
alle forze di Tobruk», guidate dal generale Khalifa Haftar, «ma lo
scontro (in Libia) incarnerà i passi successivi che Roma prenderà sulla
questione di Regeni». Il Guardian vedeva lontano.
Da allora di cose ne sono accadute tante in Libia e il potere di Khalifa
Haftar, appoggiato sin da subito dal presidente egiziano Abdel Fattah el
Sisi (e da alcune monarchie del Golfo), si è fatto persino più
decisivo, fino al punto da rivolgere minacce dirette alla missione
italiana volta a fermare le partenze di gommoni e battelli con a bordo i
migranti diretti verso l’Europa.
Agli occhi dell’Italia el Sisi è in grado di orientare le
scelte di Haftar e di persuaderlo a non ostacolare i piani del governo
Gentiloni. Pesano e non poco anche le elezioni politiche in Italia nel
2018. Angelino Alfano ha fatto il lavoro sporco però la
responsabilità della normalizzazione delle relazioni con el Sisi è di
tutto il governo, a partire dal presidente del consiglio.
Messo da parte l’assassinio di Giulio Regeni, adesso Roma si
attende che el Sisi cominci a favorire in Libia i disegni italiani oltre
a quelli dell’Egitto. Il Cairo, non si dovesse raggiungere
l’unità nazionale in Libia punta in alternativa alla creazione di un
protettorato egiziano in Cirenaica da affidare all’uomo forte Haftar
disposto a combattere contro jihadisti e milizie islamiste armate e
impegnato a garantire la stabilità lungo i 1.200 chilometri di frontiera
condivisa tra i due Paesi, a cominciare dallo stop al traffico di armi
diretto agli affiliati dell’Isis nel Sinai.
Stabilità che vorrebbe dire anche il ritorno massiccio di lavoratori
egiziani in Libia, o in parte di essa, che attraverso le proprie rimesse sarebbero in
grado garantire la sopravvivenza di parecchie decine di migliaia di
famiglie in patria, come avveniva nell’era Gheddafi.
Per questo il Cairo da tempo riversa tutto il suo appoggio militare e
diplomatico su Haftar e garantisce il flusso dei finanziamenti al
generale libico dagli Emirati e da altre petromonarchie. Un
interrogativo è d’obbligo. El Sisi, dopo aver incassato la fine della
crisi diplomatica e il ritorno al Cairo dell’ambasciatore italiano, sarà
davvero disposto a fare in Libia ciò che si attende Roma? È una grande scommessa considerando il personaggio e il governo Gentiloni rischia di perderla dopo aver sacrificato la verità su Giulio Regeni.
18/05/2017
Venezuela. “Maduro lavora per la Costituente, la destra per distruggere il paese, noi per la solidarietà”
Intervista a Luciano Vasapollo. Ieri a Roma mentre il ministro degli Esteri Alfano riferiva al Senato sulla situazione in Venezuela, si è svolto un sit in di solidarietà popolare con l'esperienza bolivariana e chiavista nella vicina Piazza delle Cinque Lune. Lantidiplomatico ha raccolto in merito alcune osservazioni di Luciano Vasapollo.
Alfano ha riferito in Senato sul Venezuela. Cosa ci si aspetta?
Quello che dirò non rappresenta la posizione della Sapienza ma la mia personale. Oggi è una giornata importante per la solidarietà internazionale al governo Maduro, al Venezuela bolivariano, al chavismo qui in Italia. Continua la provocazione dei governi legati ai poteri forti, all’imperialismo statunitense, alle logiche delle multinazionali del petrolio. E' perlomeno ambiguo, poco chiaro, il fatto che il ministro degli esteri Alfano si rechi al Senato per dare “informazioni” sul Venezuela.
Non basta il massacro di notizie false a cui abbiamo assistito in questi giorni?
Le informazioni false, le menzogne, l’Italia le sta diffondendo da tempo attraverso i giornali e telegiornali di regime, praticamente tutti. Con delle piccole voci, come l’AntiDiplomatico, Contropiano e Radio città aperta che provano a dare spiragli di verità. Altrimenti per informarci correttamente dobbiamo per forza rivolgerci all’estero, principalmente Telesur.
Quello che voglio dire sull’attività di oggi di Alfano in Parlamento è che siamo alla totale mancanza di rispetto delle regole internazionali, siamo all’ennesima ingerenza contro l’autodeterminazione dei popoli. Pensate per un momento quello che accadrebbe in Italia se un ministro degli esteri di un qualunque paese riferisse in Parlamento per esprimere preoccupazione sul mancato rispetto delle promesse di Renzi dopo il referendum o sul deterioramento sempre più grave dei diritti sociali nel nostro paese, o la situazione d’emergenza umanitaria di profughi e migranti, o, per concludere, della repressione brutale contro ogni forma di dissenso sociale in Italia.
L’Italia come paese democratico non l’accetterebbe.
Esattamente come non l’accetta un paese assolutamente democratico come il Venezuela. Paese assolutamente democratico, dove ci sono libere elezioni. Quando le vince l’opposizione, il governo le riconosce immediatamente. Quello che sta accadendo in questi giorni con le violenze e il terrorismo di mercenari e fascisti parte da una sentenza del Tribunale supremo, ammessa e legittima da parte della Costituzione del paese. Nonostante il Parlamento in mano all’opposizione abbia da subito assunto una posizione contro la Costituzione e i poteri costituenti, non rispettando neppure le sentenze del Tribunale supremo, e nonostante ripeto la decisione del Tribunale supremo fosse legittima per la Costituzione del paese, il Presidente Maduro ha chiesto che il Tribunale rispettasse la suddivisione dei poteri costituzionale. E quella sentenza è stata ritirata. Maduro e il governo venezuelano lavorano per il dialogo e la pace, chiesto da Papa Francesco, come dimostra anche la convocazione dell’Assemblea costituente. Le destre fasciste lavorano per arruolare mercenari e terroristi per distruggere il paese e creare le condizioni per un intervento esterno.
Sulle morti, la propaganda compie un unico elenco per accusare il “regime”. Incredibilmente in quell’elenco ci sono anche morti di poliziotti, leader studenteschi chavisti e attivisti filo-governativi. Se non è sciacallaggio a fini politici come definirlo?
Invito tutte le persone che leggono a vedere i video degli atti di terrorismo e le provocazioni violente contro le forze dell’ordine e l’esercito in corso in Venezuela. La reazione delle forze dell’ordine è stato assolutamente prudente. Negli Usa, in Francia o in altri paesi che consideriamo democratici ci sarebbe stata una vera e proprio carneficina. Gli abusi che ci sono stati da parte della polizia sono sotto processo.
L’opposizione, quella che in Italia avete imparato a conoscere come “manifestanti democratici che lottano per la libertà” è in realtà un mix tra narcos e fascisti che sono passati dal terrorismo commerciale e mediatico – perché in questa “dittatura” sono loro che controllano la quasi totalità della stampa e dei mezzi di produzione – a quello contro magazzini di medicinali e alimenti, edifici pubblici, ospedali materni, scuole e istituzioni.
E incredibilmente anche forze che si definiscono moderate stanno appoggiando con forza questa escalation violenta nel paese?
Siamo di fronte ad un chiaro piano di golpe, diretto da Usa e dall’internazionale nera. In Italia ad esempio l’attività contro il governo Maduro unisce in eventi organizzati insieme Pd e Fratelli d’Italia. Del resto dopo l’appoggio ai neo-nazisti in Ucraina, oggi quello ai fascisti venezuelani. Tutti devono sapere che cos’è diventato oggi il partito di riferimento del governo italiano. Noi, al contrario, siamo dalla parte di Papa Francesco, Pepe Mujica e premi nobel come Esquivel.
Due parole conclusive sulla manifestazione al Senato
Oggi abbiamo il governo italiano che interviene direttamente e nuovamente contro la sovranità e l’autodeterminazione del Venezuela. Ma questa cosa non passa senza risposte. Oggi contro questa nuova offensiva internazionale, cui l’Italia mostra il fianco, ci sarà una reazione popolare. In Venezuela il popolo chavista, milioni di persone, è già sceso in piazza. Oggi in Italia, da popolo a popolo gli manderemo un messaggio di solidarietà. Sono comitati di quartiere, comitati popolari e anche sigle importanti come Eurostop, una piattaforma che raccoglie un sindacato nazionale come l’Usb, Partito comunista italiano, Rifondazione comunista e Rete dei comunisti. Dimentico tanti e mi scuso, ma voglio dire solo che è un bellissimo momento di democrazia popolare, di solidarietà internazionale. Da popolo a popolo vogliamo dire a quello venezuelano di non mollare, che non è solo, che le ingerenze come quella di Alfano di oggi non passano inosservate. Siamo con loro in questa lotta di autodeterminazione.
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Alfano ha riferito in Senato sul Venezuela. Cosa ci si aspetta?
Quello che dirò non rappresenta la posizione della Sapienza ma la mia personale. Oggi è una giornata importante per la solidarietà internazionale al governo Maduro, al Venezuela bolivariano, al chavismo qui in Italia. Continua la provocazione dei governi legati ai poteri forti, all’imperialismo statunitense, alle logiche delle multinazionali del petrolio. E' perlomeno ambiguo, poco chiaro, il fatto che il ministro degli esteri Alfano si rechi al Senato per dare “informazioni” sul Venezuela.
Non basta il massacro di notizie false a cui abbiamo assistito in questi giorni?
Le informazioni false, le menzogne, l’Italia le sta diffondendo da tempo attraverso i giornali e telegiornali di regime, praticamente tutti. Con delle piccole voci, come l’AntiDiplomatico, Contropiano e Radio città aperta che provano a dare spiragli di verità. Altrimenti per informarci correttamente dobbiamo per forza rivolgerci all’estero, principalmente Telesur.
Quello che voglio dire sull’attività di oggi di Alfano in Parlamento è che siamo alla totale mancanza di rispetto delle regole internazionali, siamo all’ennesima ingerenza contro l’autodeterminazione dei popoli. Pensate per un momento quello che accadrebbe in Italia se un ministro degli esteri di un qualunque paese riferisse in Parlamento per esprimere preoccupazione sul mancato rispetto delle promesse di Renzi dopo il referendum o sul deterioramento sempre più grave dei diritti sociali nel nostro paese, o la situazione d’emergenza umanitaria di profughi e migranti, o, per concludere, della repressione brutale contro ogni forma di dissenso sociale in Italia.
L’Italia come paese democratico non l’accetterebbe.
Esattamente come non l’accetta un paese assolutamente democratico come il Venezuela. Paese assolutamente democratico, dove ci sono libere elezioni. Quando le vince l’opposizione, il governo le riconosce immediatamente. Quello che sta accadendo in questi giorni con le violenze e il terrorismo di mercenari e fascisti parte da una sentenza del Tribunale supremo, ammessa e legittima da parte della Costituzione del paese. Nonostante il Parlamento in mano all’opposizione abbia da subito assunto una posizione contro la Costituzione e i poteri costituenti, non rispettando neppure le sentenze del Tribunale supremo, e nonostante ripeto la decisione del Tribunale supremo fosse legittima per la Costituzione del paese, il Presidente Maduro ha chiesto che il Tribunale rispettasse la suddivisione dei poteri costituzionale. E quella sentenza è stata ritirata. Maduro e il governo venezuelano lavorano per il dialogo e la pace, chiesto da Papa Francesco, come dimostra anche la convocazione dell’Assemblea costituente. Le destre fasciste lavorano per arruolare mercenari e terroristi per distruggere il paese e creare le condizioni per un intervento esterno.
Sulle morti, la propaganda compie un unico elenco per accusare il “regime”. Incredibilmente in quell’elenco ci sono anche morti di poliziotti, leader studenteschi chavisti e attivisti filo-governativi. Se non è sciacallaggio a fini politici come definirlo?
Invito tutte le persone che leggono a vedere i video degli atti di terrorismo e le provocazioni violente contro le forze dell’ordine e l’esercito in corso in Venezuela. La reazione delle forze dell’ordine è stato assolutamente prudente. Negli Usa, in Francia o in altri paesi che consideriamo democratici ci sarebbe stata una vera e proprio carneficina. Gli abusi che ci sono stati da parte della polizia sono sotto processo.
L’opposizione, quella che in Italia avete imparato a conoscere come “manifestanti democratici che lottano per la libertà” è in realtà un mix tra narcos e fascisti che sono passati dal terrorismo commerciale e mediatico – perché in questa “dittatura” sono loro che controllano la quasi totalità della stampa e dei mezzi di produzione – a quello contro magazzini di medicinali e alimenti, edifici pubblici, ospedali materni, scuole e istituzioni.
E incredibilmente anche forze che si definiscono moderate stanno appoggiando con forza questa escalation violenta nel paese?
Siamo di fronte ad un chiaro piano di golpe, diretto da Usa e dall’internazionale nera. In Italia ad esempio l’attività contro il governo Maduro unisce in eventi organizzati insieme Pd e Fratelli d’Italia. Del resto dopo l’appoggio ai neo-nazisti in Ucraina, oggi quello ai fascisti venezuelani. Tutti devono sapere che cos’è diventato oggi il partito di riferimento del governo italiano. Noi, al contrario, siamo dalla parte di Papa Francesco, Pepe Mujica e premi nobel come Esquivel.
Due parole conclusive sulla manifestazione al Senato
Oggi abbiamo il governo italiano che interviene direttamente e nuovamente contro la sovranità e l’autodeterminazione del Venezuela. Ma questa cosa non passa senza risposte. Oggi contro questa nuova offensiva internazionale, cui l’Italia mostra il fianco, ci sarà una reazione popolare. In Venezuela il popolo chavista, milioni di persone, è già sceso in piazza. Oggi in Italia, da popolo a popolo gli manderemo un messaggio di solidarietà. Sono comitati di quartiere, comitati popolari e anche sigle importanti come Eurostop, una piattaforma che raccoglie un sindacato nazionale come l’Usb, Partito comunista italiano, Rifondazione comunista e Rete dei comunisti. Dimentico tanti e mi scuso, ma voglio dire solo che è un bellissimo momento di democrazia popolare, di solidarietà internazionale. Da popolo a popolo vogliamo dire a quello venezuelano di non mollare, che non è solo, che le ingerenze come quella di Alfano di oggi non passano inosservate. Siamo con loro in questa lotta di autodeterminazione.
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15/05/2017
Fare soldi con i migranti... Potevano mancare ‘ndragheta e democristiani?
Dopo tanto sparlare delle associazioni – alcune vere e proprie multinazionali, ormai – che soccorrono i migranti in mare, adesso possiamo vedere in faccia altre associazioni che se ne occupano a terra. Con guadagni veri, non certo immaginari.
Il governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto (Crotone) Leonardo Sacco ed il parroco dello stesso paese, don Edoardo Scordio, sono stati sottoposti a fermo nell'ambito dell'operazione Jonny condotta contro la cosca Arena, area ‘ndrangheta.
La Misericordia è una storica Confraternita (delle Misericordie, appunto), che ha visto la luce nel lontano 1244 e oggi conta su oltre 700 cellule sparse per l’Italia. Si occupa “cristianamente” di assistenza ai “bisognosi”, soccorso (in molte aree presta servizio di autoambulanza in regime di “convenzione” con il 118), centri anziani, poliambulatori, ecc; può dunque contare su fondi pubblici (le “convenzioni” sono la forma con cui, per esempio, la sanità privata viene chiamata a sostituire quella pubblica) e privati.
Il clan, secondo l'accusa, avrebbe controllato il Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Isola Capo Rizzuto, uno dei più grandi d'Europa, che è gestito dalla Misericordia locale. I due sono accusati di associazione mafiosa, oltre a vari reati finanziari e di diversi casi di malversazione, reati aggravati dalle finalità mafiose.
Gli Arena, in particolare, secondo la Dda di Catanzaro, tramite Sacco, sarebbe riuscita ad aggiudicarsi gli appalti indetti dalla Prefettura di Crotone per le forniture dei servizi di ristorazione al centro di accoglienza. Appalti che venivano affidati a imprese appositamente costituite dagli Arena e da altre famiglie di 'ndrangheta per spartirsi i fondi destinati all'accoglienza dei migranti.
Viene da chiedersi: ma il ministero dell’Interno – che affida gli incarichi e i finanziamenti per i vari Cara (pseudo centri di accoglienza per i profughi) non fa indagini sulle società che si presentano alla porta?
Sì, certo... E infatti Leonardo Sacco era da sempre conosciutissimo al ministero dell’Interno. Anzi, direttamente dal ministro in carica al tempo dell’affidamento, lo sfortunatissimo Angelino Alfano, che dovunque si giri inciampa in personaggi – si usa dire – di dubbia reputazione. Sacco, peraltro, non faceva nulla per essere poco appariscente. Una recente inchiesta de L’Espresso ne aveva riassunto la vulcanica e poliedrica personalità; imprenditore (naturalmente, per quel che si deve intendere oggi in questo paese...), presidente della federazione Basilicata-Calabria che partecipa al Consorzio “Opere di Misericordia”, noleggiatore di imbarcazioni, manager della solidarietà, presidente della squadra di calcio locale che milita nel campionato di Eccellenza, spesso presente nei vertici calabresi del partito del Nuovo centrodestra (da cui proviene la foto d’apertura, Sacco è al centro).
Il settimanale ricorda così la questione:
L’inchiesta farà il suo corso, ma sul piano politico-sociale sembra evidente la tagliola costruita intorno ai migranti: da un lato quelli che si dicono “pronti all’accoglienza” con gli occhi puntati ai fondi pubblici da stornare verso le proprie tasche; dall’altro le canaglie fasciste e xenofobe che li indicano come nemici da eliminare, con gli occhi puntati verso qualche voto in più.
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Il governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto (Crotone) Leonardo Sacco ed il parroco dello stesso paese, don Edoardo Scordio, sono stati sottoposti a fermo nell'ambito dell'operazione Jonny condotta contro la cosca Arena, area ‘ndrangheta.
La Misericordia è una storica Confraternita (delle Misericordie, appunto), che ha visto la luce nel lontano 1244 e oggi conta su oltre 700 cellule sparse per l’Italia. Si occupa “cristianamente” di assistenza ai “bisognosi”, soccorso (in molte aree presta servizio di autoambulanza in regime di “convenzione” con il 118), centri anziani, poliambulatori, ecc; può dunque contare su fondi pubblici (le “convenzioni” sono la forma con cui, per esempio, la sanità privata viene chiamata a sostituire quella pubblica) e privati.
Il clan, secondo l'accusa, avrebbe controllato il Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Isola Capo Rizzuto, uno dei più grandi d'Europa, che è gestito dalla Misericordia locale. I due sono accusati di associazione mafiosa, oltre a vari reati finanziari e di diversi casi di malversazione, reati aggravati dalle finalità mafiose.
Gli Arena, in particolare, secondo la Dda di Catanzaro, tramite Sacco, sarebbe riuscita ad aggiudicarsi gli appalti indetti dalla Prefettura di Crotone per le forniture dei servizi di ristorazione al centro di accoglienza. Appalti che venivano affidati a imprese appositamente costituite dagli Arena e da altre famiglie di 'ndrangheta per spartirsi i fondi destinati all'accoglienza dei migranti.
Viene da chiedersi: ma il ministero dell’Interno – che affida gli incarichi e i finanziamenti per i vari Cara (pseudo centri di accoglienza per i profughi) non fa indagini sulle società che si presentano alla porta?
Sì, certo... E infatti Leonardo Sacco era da sempre conosciutissimo al ministero dell’Interno. Anzi, direttamente dal ministro in carica al tempo dell’affidamento, lo sfortunatissimo Angelino Alfano, che dovunque si giri inciampa in personaggi – si usa dire – di dubbia reputazione. Sacco, peraltro, non faceva nulla per essere poco appariscente. Una recente inchiesta de L’Espresso ne aveva riassunto la vulcanica e poliedrica personalità; imprenditore (naturalmente, per quel che si deve intendere oggi in questo paese...), presidente della federazione Basilicata-Calabria che partecipa al Consorzio “Opere di Misericordia”, noleggiatore di imbarcazioni, manager della solidarietà, presidente della squadra di calcio locale che milita nel campionato di Eccellenza, spesso presente nei vertici calabresi del partito del Nuovo centrodestra (da cui proviene la foto d’apertura, Sacco è al centro).
Il settimanale ricorda così la questione:
Quella sera con Leonardo Sacco, al fianco di Alfano, c’era anche un sorridente Antonio Poerio, che fino al 2011 ha gestito il servizio catering all’interno del centro di accoglienza crotonese. Fino a quando la prefettura non gli ha revocato la certificazione antimafia. Poerio è l’imprenditore che il Ros già nel 2007 definiva in contatto con alcuni personaggi del clan Arena di Isola Capo Rizzuto. Qualche mese dopo la foto di rito tra Alfano, Sacco e Poerio, l’associazione Misericordia ottiene un’importante commessa. La prefettura di Agrigento, con procedura negoziata e d’urgenza, gli affida la gestione del centro di prima accoglienza di Lampedusa. Per dirigere la struttura viene scelto Lorenzo Montana. Travolto, però, dalle polemiche per la sua parentela con il fratello del ministro dell’Interno. Infatti la moglie di Alessandro Alfano è la figlia di Montana. Messo alle strette il prescelto ha poi deciso di rinunciare all’incarico.Una saga tardo-democristiana. Un classico intreccio di rapporti personali, parapolitici, mirante all’affare facile facile. Come spiegava Salvatore Buzzi (Mafia Capitale), con i i migranti si fanno più soldi che con la droga. E non poteva proprio accadere che un Cara “in zona propria” potesse essere lasciato gestire ad “estranei”.
L’inchiesta farà il suo corso, ma sul piano politico-sociale sembra evidente la tagliola costruita intorno ai migranti: da un lato quelli che si dicono “pronti all’accoglienza” con gli occhi puntati ai fondi pubblici da stornare verso le proprie tasche; dall’altro le canaglie fasciste e xenofobe che li indicano come nemici da eliminare, con gli occhi puntati verso qualche voto in più.
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01/05/2017
Gabriele, il giornalismo e l’improvvido Alfano
Due fulminanti articoli messi insieme da un duo di inviati di guerra di lungo corso. Che smontano con disarmante semplicità l'operazione di santificazione di Gabriele Del Grande. Articoli molto istruttivi per capire cos'è il giornalismo – mestiere onorabilissimo se esercitato con spirito critico e autonomia di giudizio, miserabile se ridotto al servizio del potente di turno –, ma anche come funzione il ministro degli esteri in carica e la figura del "personaggio" di cui siamo stati costretti ad occuparci.
Adesso che la vicenda di Gabriele Del Grande è finita bene, assorbiti gli applausi troppo facili della prima ora, e i giramenti di scatole educatamente nascosti per la montatura mediatica che abbiamo visto in scena, al terzo giorno un piccolo tentativo di ragionamento.
Qualche osservazione dovuta al giovanotto Del Grande sulle regole elementari del mestiere che vorrebbe praticare, visto che con i turchi si è dichiarato giornalista. All’improvvido ministro Alfano la colpa dell’infelice sceneggiata messa in piedi all’aeroporto di Bologna.
Datato reporter, frequentatore abituale di zone di guerra, allergico agli improvvisatori con la mancia sul loro eroismo. Può valere come autobiografia dello scrivente, può valere per l’amico e collega Amedeo Ricucci, inviato speciale del Tg1 che ho beccato a Beirut dove sta seguendo qualche pista mediorientale. Oggi, sul sito fecebook di Amedeo, una rilettura eccellente su quanto accaduto a Gabriele Del Grande in Turchia. «Ad avventura finita – scrive Amedeo – vorrei provare a levarmi qualche sassolino dalla scarpa e offrirlo a tutti come spunto per la riflessione».
Troppo gentile il collega, ma è per questo che ho scelto di cedergli la parola, nel timore di un mio eccesso di severità. Che lascerò alla fine, tutta riservata al ministro.
Amedeo Ricucci
Troppo buono Amedeo Ricucci, ma lui è persona buona.
Io che sono cattivo, tutta la mia cattiveria la riservo alla vergognosa sceneggiata di un ministro degli esteri che va ad esibirsi di fronte alle telecamere vantando meriti inesistenti. Il rilascio dell’avventuroso italiano è avvenuto nei termini fissati dalle severe leggi turche del dopo golpe, e non per merito di una qualsiasi azione diplomatica o di servizi segreti o di trattativa occulta e rischiosa, comunque dovuta per qualsiasi cittadino italiano e senza strombazzamenti.
A perderci, in questo caso, è stata soltanto la dignità del ruolo di ministro degli esteri di questo nostro piccolo ma dignitoso Paese.
Gabriele, il giornalismo e l’improvvido Alfano
La scelta di aprire un confronto su un tema di attualità su cui, alcuni di noi, giornalisti di antico mestiere, avevamo maturato dubbi. Ne ha scritto Remocontro rilanciando anche quanto espresso su Facebook da Amedeo Ricucci, inviato di punta del Tg1, e si è scatenato il mondo del web. Molti a condividere, molti a dissentire, molti ad attribuirci cosa mai dette. Al punto da spingere Ricucci, poco fa, a rilanciare: «DUE O TRE COSE SU GABRIELE (II Parte e fine, spero)». Essendo stati parte in causa nel confronto, anche Remocontro fa il bis, non per avere ragione parlando per ultimi, ma per chiarire quelli che a noi sono apparsi gli equivoci più grossi. Contro la malafede e posizioni preconcette, ovviamente c’è solo la resa.
Partiamo ancora una volta da Amedeo Ricucci, ma ‘alla rovescia’, dalla conclusione del suo accorato ‘bis’ su Gabriele, come lo chiama affettuosamente avendone confidenza. «Il mio post era partito da una riflessione non tanto su quello che Gabriele aveva fatto o detto, quanto sulla rappresentazione mediatica che era stata data dalla sua vicenda: quella cioè che ne aveva fatto un eroe oppure un mostro. In pochi se ne sono ricordati e questo mi fa tristezza. È l’ennesima conferma che su Facebook i ragionamenti un po’ più complessi del solito BIANCO/NERO hanno poco spazio. E non conta quello che dici ma quello che gli altri vogliono farti dire».
Anche Remocontro si era trovato a replicare a molto osservazioni che ci erano apparse fuorvianti. Chiarimento utile che fa il paio con quanto ha detto sopra Amedeo. «Una sola considerazione ancora da parte mia. Migliaia di giornalisti seri e valorosi scrivono con coraggio e senza remore da Paesi governati da despoti e dittatori senza farsi arrestate o farsi ammazzare. Nomi indiscussi nella storia del giornalismo e non nelle leggende. Ciò va detto a difesa dei colleghi ancora operativi in zone decisamente pericolose del mondo che bene ci informano senza diventare loro la notizia, che è l’errore assoluto del mestiere. Che la Turchia sia uno stato autoritario con derive dispotiche è noto e fuori discussione. Che il fermo di due settimane di Gabriele De Grande sia un intervento di polizia consentito da leggi emergenziali assurde, altrettanto scontato. Che la Farnesina dovesse intervenire, faceva solo parte dei suoi doveri e lo ha fatto bene. Che il ministro Alfano abbia scelto di sbandierare il rilascio di Gabriele Del Grande come un successo personale è solo meschinità sua».
Ancora Amedeo Ricucci, puntiglioso.
1. […] Sono finiti i tempi della “casta” giornalistica che decideva quali fossero le notizie, quali le modalità per confezionarle e diffonderle, quale la gerarchia da imporre all’opinione pubblica. Proprio per questo, da cittadino prima che da giornalista, mi sento in diritto di criticare il lavoro dei colleghi – quando, secondo me beninteso, violano le regole della professione (perché questo nuoce a noi tutti) – oppure perché informano male e in maniera non corretta (e questo nuoce all’opinione pubblica) [...].
2. [...] Quel post [su Gabriele] l’ho scritto, non a caso, dopo la sua liberazione, per la quale anch’io mi sono mobilitato, come chiunque può verificare, perché ritenevo che innanzitutto bisognasse riportare Gabriele a casa. Poi, solo poi, ho voluto chiare “due o tre cose” che mi sembravano importanti. Ed ho voluto metterci la faccia perché conosco Gabriele e lo stimo, il che (speravo) mi avrebbe messo al riparo dalle accuse scontate di avere un pregiudizio nei suoi confronti [...].
E qui Amedeo si offende per alcune delle accuse che gli sono state rivolte. Quella di aver tradito una amicizia, ad esempio, o addirittura di ‘attacco vile’. Eppure il rispetto nei confronti di Gabriele permeava tutto il suo post. «Hanno un’idea diversa dell’amicizia: pensano cioè che debba essere cieca, stupidamente cieca, da esibire cioè anche a dispetto dell’evidenza e rinunciando all’esercizio dell’intelligenza critica, in nome di chissà quale militanza. Io invece penso che le critiche servano, sempre, e se vengono fatte in buona fede, senza pregiudizi di sorta, aiutano a far meglio questo lavoro [...]»
Sul giornalismo variamente inteso e poco praticato. La trasgressione delle regole per scoprire pezzi di verità. «Mi limito ad invitare questi signori a leggersi un po’ più in dettaglio la storia del Watergate, una delle pagine più nobili del giornalismo (non solo americano), magari per scoprire quanta fatica ebbero a fare Bernstein & Woodward – i due autori di quello scoop che portò alle dimissioni di Nixon – pur di portare avanti la loro inchiesta nel rispetto delle regole imposte dalle leggi vigenti». La differenza tra un po’ di polemichetta politica che dura un giorno e costringere alle dimissioni un presidente.
3. Accredito stampa e dintorni. «I più avveduti fra i miei critici mi hanno spiegato che avere o meno l’accredito stampa in Turchia fa poca differenza. Ma non è vero: come dimostra il caso del giornalista inglese fermato negli stessi giorni di Gabriele – è stato rilasciato dopo qualche ora – e come posso testimoniare anch’io, fermato a Killis meno di un anno fa, con tanto di accredito: mi hanno bloccato per tre ore, ho dovuto cambiare il mio programma di lavoro ma quel pezzo di carta mi ha comunque salvaguardato. Certo, dopo il tentato golpe dell’estate scorsa la libertà di stampa in Turchia è molto più a rischio. Ma proprio per questo mi chiedo: non era forse il caso di non rischiare troppo e di volare più bassi, soprattutto in considerazione del lavoro assai delicato che Gabriele stava portando avanti (un’inchiesta su ISIS)?»
Infine una accusa che in parte ha colpito anche Remocontro. L’aver dato la stura alla ‘macchina del fango che si è messa in moto contro Gabriele’. Macchina del fango o montatura sul caso Gabriele? Ricucci, che è buono, si limita ad assumersi la responsabilità delle sue opinioni, «Io non mi nascondo dietro una foglia di fico e non ho paura delle mie idee quando sono scomode e fuori dal coro». Lo aveva fatto ai tempi delle due irresponsabili ragazze sequestrate in Siria. «Così come dissi che Greta & Vanessa, due mie amiche, avevano sbagliato ad andare in Siria – e lo dissi anche quella volta ben dopo la liberazione – allo stesso modo non mi sento vincolato da una stupida omertà sulla vicenda di Gabriele».
Remocontro, che è il cattivo, non solo è stato molto più severo allora, nel giudizio nei confronti di Greta e Vanessa, ma sul caso Gabriele Del Grande cambia bersaglio. A porre al centro dell’attenzione e di tante critiche il giovane Gabriele Del Grande è stata sopratutto la irresponsabile gestione stampa dal ministro degli esteri Alfano e del suo apparato di pubbliche relazioni platealmente elettorali a spese della Farnesina. Col giovane protagonista trascinato ad assumersi ruoli forzati e non propri. E con ciò, salvo una spazio che volesse chiedere lo stesso Gabriele Del Grande (o il ministro Alfano), per Remocontro il caso è chiuso. Ora libero web in libero stato, e non lapidateci.
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Adesso che la vicenda di Gabriele Del Grande è finita bene, assorbiti gli applausi troppo facili della prima ora, e i giramenti di scatole educatamente nascosti per la montatura mediatica che abbiamo visto in scena, al terzo giorno un piccolo tentativo di ragionamento.
Qualche osservazione dovuta al giovanotto Del Grande sulle regole elementari del mestiere che vorrebbe praticare, visto che con i turchi si è dichiarato giornalista. All’improvvido ministro Alfano la colpa dell’infelice sceneggiata messa in piedi all’aeroporto di Bologna.
Datato reporter, frequentatore abituale di zone di guerra, allergico agli improvvisatori con la mancia sul loro eroismo. Può valere come autobiografia dello scrivente, può valere per l’amico e collega Amedeo Ricucci, inviato speciale del Tg1 che ho beccato a Beirut dove sta seguendo qualche pista mediorientale. Oggi, sul sito fecebook di Amedeo, una rilettura eccellente su quanto accaduto a Gabriele Del Grande in Turchia. «Ad avventura finita – scrive Amedeo – vorrei provare a levarmi qualche sassolino dalla scarpa e offrirlo a tutti come spunto per la riflessione».
Troppo gentile il collega, ma è per questo che ho scelto di cedergli la parola, nel timore di un mio eccesso di severità. Che lascerò alla fine, tutta riservata al ministro.
Amedeo Ricucci
«1) Come sempre in Italia, ha prevalso una rappresentazione deformata di quanto stava realmente succedendo, sia sui media che sui social network. Da un lato c’era chi vedeva in Gabriele un EROE che si stava immolando sull’altare della libertà di stampa e dall’altra chi lo additava come un MOSTRO, capace delle peggiori nefandezze.Amedeo Ricucci, dovrete riconoscerlo tutti, è stato decisamente buono, e conclude concedendo il beneficio del dubbio sui presunti finanziamenti al giovanotto italiano da parte della Open Society Foundation di Georges Soros, rimproverandogli, alla fine soltanto «che poteva e doveva essere più accorto (e magari evitare qualche parola di troppo, al suo ritorno, sulla libertà di stampa che sarebbe stata violata)».
Non c’è bisogno al proposito di scomodare Bertold Brecht per ricordarci che così proprio non va: un Paese infatti che ha bisogno di eroi – o di mostri, è lo stesso – non è un Paese messo bene.
2) E allora cominciamo col dire che Gabriele Del Grande – di cui mi ritengo un amico e che stimo – recandosi nelle zone di confine fra Turchia e Siria ha fatto una stupidaggine colossale.
Perché chiunque va da quelle parti per un lavoro giornalistico non può non sapere che serve un "accredito stampa" senza il quale lavorare è assai arduo, soprattutto a partire dall’ultimo anno.
Perché Gabriele non l’ha chiesto? Non mi risulta che ne abbia parlato in conferenza stampa e però, se si decide di contravvenire alle regole, bisogna accettarne le conseguenze senza fare i martiri.
Per anni, quando si entrava in Siria illegalmente dal confine turco, noi giornalisti abbiamo rischiato di farci espellere dal Paese – oltre a pagare una multa salatissima, di 3000 o 5000 dollari, se non ricordo male.
Ebbene, nessuno di quelli che si sono fatti beccare – e sono colleghi validissimi, solo sfortunati – si è mai sognato di protestare e di ergersi a paladino dei diritti umani.
3) A chi mi ribatte che Gabriele non poteva chiedere l’accredito stampa, non essendo iscritto all’Ordine dei Giornalisti, rispondo che occorreva comunque “metterci una pezza”, in un qualche modo, magari chiedendo l’accredito attraverso un qualsiasi sito on line. Perché il lavoro che lui andava a fare in quella zona di confine – un lavoro sull’ISIS – avrebbe di sicuro scatenato l’attenzione dei servizi segreti turchi.
Faccio un esempio per chiarire meglio: se un giornalista vuole andare a Gaza deve e non può non sapere che serve l’accredito stampa israeliano, che si ottiene (fra l’altro) esibendo una lettera di assignement di una testata.
E’ così, punto e basta. E chi vuole andarci si arrampica sugli specchi e si inventa qualsiasi cosa pur di avere le carte in regola. Nessuno si lamenta.
4) Com’è ovvio, visti i tempi, la Turchia non poteva non approfittare di un’occasione così ghiotta. Il fermo di Gabriele si è protratto perciò fino ai limiti del consentito – 14 giorni, come previsto dalla legislazione d’emergenza, se non erro – e bene hanno fatto sia le autorità italiane sia la società civile a mobilitarsi per vigilare sulla situazione.
Ma per favore, non confondiamo fischi per fiaschi: la stretta alle libertà civili in Turchia, così come il fatto che ci siano 150 giornalisti nelle galere turche, hanno poco a che vedere con il fermo di Gabriele, che è del tutto legittimo, ripeto – nei tempi e nelle modalità. E se si vuole protestare contro il regime di Erdogan, per come maltratta i diritti umani, che non si scelga per favore questo caso, perché con la questione ha una parentela molto, molto alla lontana».
Troppo buono Amedeo Ricucci, ma lui è persona buona.
Io che sono cattivo, tutta la mia cattiveria la riservo alla vergognosa sceneggiata di un ministro degli esteri che va ad esibirsi di fronte alle telecamere vantando meriti inesistenti. Il rilascio dell’avventuroso italiano è avvenuto nei termini fissati dalle severe leggi turche del dopo golpe, e non per merito di una qualsiasi azione diplomatica o di servizi segreti o di trattativa occulta e rischiosa, comunque dovuta per qualsiasi cittadino italiano e senza strombazzamenti.
A perderci, in questo caso, è stata soltanto la dignità del ruolo di ministro degli esteri di questo nostro piccolo ma dignitoso Paese.
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Gabriele, il giornalismo e l’improvvido Alfano
La scelta di aprire un confronto su un tema di attualità su cui, alcuni di noi, giornalisti di antico mestiere, avevamo maturato dubbi. Ne ha scritto Remocontro rilanciando anche quanto espresso su Facebook da Amedeo Ricucci, inviato di punta del Tg1, e si è scatenato il mondo del web. Molti a condividere, molti a dissentire, molti ad attribuirci cosa mai dette. Al punto da spingere Ricucci, poco fa, a rilanciare: «DUE O TRE COSE SU GABRIELE (II Parte e fine, spero)». Essendo stati parte in causa nel confronto, anche Remocontro fa il bis, non per avere ragione parlando per ultimi, ma per chiarire quelli che a noi sono apparsi gli equivoci più grossi. Contro la malafede e posizioni preconcette, ovviamente c’è solo la resa.
Partiamo ancora una volta da Amedeo Ricucci, ma ‘alla rovescia’, dalla conclusione del suo accorato ‘bis’ su Gabriele, come lo chiama affettuosamente avendone confidenza. «Il mio post era partito da una riflessione non tanto su quello che Gabriele aveva fatto o detto, quanto sulla rappresentazione mediatica che era stata data dalla sua vicenda: quella cioè che ne aveva fatto un eroe oppure un mostro. In pochi se ne sono ricordati e questo mi fa tristezza. È l’ennesima conferma che su Facebook i ragionamenti un po’ più complessi del solito BIANCO/NERO hanno poco spazio. E non conta quello che dici ma quello che gli altri vogliono farti dire».
Anche Remocontro si era trovato a replicare a molto osservazioni che ci erano apparse fuorvianti. Chiarimento utile che fa il paio con quanto ha detto sopra Amedeo. «Una sola considerazione ancora da parte mia. Migliaia di giornalisti seri e valorosi scrivono con coraggio e senza remore da Paesi governati da despoti e dittatori senza farsi arrestate o farsi ammazzare. Nomi indiscussi nella storia del giornalismo e non nelle leggende. Ciò va detto a difesa dei colleghi ancora operativi in zone decisamente pericolose del mondo che bene ci informano senza diventare loro la notizia, che è l’errore assoluto del mestiere. Che la Turchia sia uno stato autoritario con derive dispotiche è noto e fuori discussione. Che il fermo di due settimane di Gabriele De Grande sia un intervento di polizia consentito da leggi emergenziali assurde, altrettanto scontato. Che la Farnesina dovesse intervenire, faceva solo parte dei suoi doveri e lo ha fatto bene. Che il ministro Alfano abbia scelto di sbandierare il rilascio di Gabriele Del Grande come un successo personale è solo meschinità sua».
Ancora Amedeo Ricucci, puntiglioso.
1. […] Sono finiti i tempi della “casta” giornalistica che decideva quali fossero le notizie, quali le modalità per confezionarle e diffonderle, quale la gerarchia da imporre all’opinione pubblica. Proprio per questo, da cittadino prima che da giornalista, mi sento in diritto di criticare il lavoro dei colleghi – quando, secondo me beninteso, violano le regole della professione (perché questo nuoce a noi tutti) – oppure perché informano male e in maniera non corretta (e questo nuoce all’opinione pubblica) [...].
2. [...] Quel post [su Gabriele] l’ho scritto, non a caso, dopo la sua liberazione, per la quale anch’io mi sono mobilitato, come chiunque può verificare, perché ritenevo che innanzitutto bisognasse riportare Gabriele a casa. Poi, solo poi, ho voluto chiare “due o tre cose” che mi sembravano importanti. Ed ho voluto metterci la faccia perché conosco Gabriele e lo stimo, il che (speravo) mi avrebbe messo al riparo dalle accuse scontate di avere un pregiudizio nei suoi confronti [...].
E qui Amedeo si offende per alcune delle accuse che gli sono state rivolte. Quella di aver tradito una amicizia, ad esempio, o addirittura di ‘attacco vile’. Eppure il rispetto nei confronti di Gabriele permeava tutto il suo post. «Hanno un’idea diversa dell’amicizia: pensano cioè che debba essere cieca, stupidamente cieca, da esibire cioè anche a dispetto dell’evidenza e rinunciando all’esercizio dell’intelligenza critica, in nome di chissà quale militanza. Io invece penso che le critiche servano, sempre, e se vengono fatte in buona fede, senza pregiudizi di sorta, aiutano a far meglio questo lavoro [...]»
Sul giornalismo variamente inteso e poco praticato. La trasgressione delle regole per scoprire pezzi di verità. «Mi limito ad invitare questi signori a leggersi un po’ più in dettaglio la storia del Watergate, una delle pagine più nobili del giornalismo (non solo americano), magari per scoprire quanta fatica ebbero a fare Bernstein & Woodward – i due autori di quello scoop che portò alle dimissioni di Nixon – pur di portare avanti la loro inchiesta nel rispetto delle regole imposte dalle leggi vigenti». La differenza tra un po’ di polemichetta politica che dura un giorno e costringere alle dimissioni un presidente.
3. Accredito stampa e dintorni. «I più avveduti fra i miei critici mi hanno spiegato che avere o meno l’accredito stampa in Turchia fa poca differenza. Ma non è vero: come dimostra il caso del giornalista inglese fermato negli stessi giorni di Gabriele – è stato rilasciato dopo qualche ora – e come posso testimoniare anch’io, fermato a Killis meno di un anno fa, con tanto di accredito: mi hanno bloccato per tre ore, ho dovuto cambiare il mio programma di lavoro ma quel pezzo di carta mi ha comunque salvaguardato. Certo, dopo il tentato golpe dell’estate scorsa la libertà di stampa in Turchia è molto più a rischio. Ma proprio per questo mi chiedo: non era forse il caso di non rischiare troppo e di volare più bassi, soprattutto in considerazione del lavoro assai delicato che Gabriele stava portando avanti (un’inchiesta su ISIS)?»
Infine una accusa che in parte ha colpito anche Remocontro. L’aver dato la stura alla ‘macchina del fango che si è messa in moto contro Gabriele’. Macchina del fango o montatura sul caso Gabriele? Ricucci, che è buono, si limita ad assumersi la responsabilità delle sue opinioni, «Io non mi nascondo dietro una foglia di fico e non ho paura delle mie idee quando sono scomode e fuori dal coro». Lo aveva fatto ai tempi delle due irresponsabili ragazze sequestrate in Siria. «Così come dissi che Greta & Vanessa, due mie amiche, avevano sbagliato ad andare in Siria – e lo dissi anche quella volta ben dopo la liberazione – allo stesso modo non mi sento vincolato da una stupida omertà sulla vicenda di Gabriele».
Remocontro, che è il cattivo, non solo è stato molto più severo allora, nel giudizio nei confronti di Greta e Vanessa, ma sul caso Gabriele Del Grande cambia bersaglio. A porre al centro dell’attenzione e di tante critiche il giovane Gabriele Del Grande è stata sopratutto la irresponsabile gestione stampa dal ministro degli esteri Alfano e del suo apparato di pubbliche relazioni platealmente elettorali a spese della Farnesina. Col giovane protagonista trascinato ad assumersi ruoli forzati e non propri. E con ciò, salvo una spazio che volesse chiedere lo stesso Gabriele Del Grande (o il ministro Alfano), per Remocontro il caso è chiuso. Ora libero web in libero stato, e non lapidateci.
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08/03/2017
Voucher, si tenta la furbata per evitare il referendum
Come evitare il referendum sui voucher? Facendo finta di limitarli ai “lavoretti”. L’inesauribile macchina legislativo-truffaldina del governo è al lavoro per realizzare l’ennesimo miracolo, contando sull’acquiescenza della Cgil da un lato e sulla fintissima "opposizione" della Lega.
L’idea principale su cui i team di Giuliano Poletti e Cesare Damiano hanno lavorato viene presentata come “radicale”, nella speranza che la commissione parlamentare possa farne la base per un testo unitario da approvare rapidamente. Cosa significa “radicale”? Non certo l’abolizione dei maledetti buoni-lavoro, ma il semplice ritorno alla legge del 2003 che li aveva istituiti. Di fatto, la limitazione dell’uso del voucher alle famiglie (per retribuire badanti, baby sitter, ecc), all’amministrazione pubblica per le “emergenze” o gli “eventi” tipo Expo, lavori effettivamente stagionali come alcuni effettuati in agricoltura. La certezza di evitare – come si usa dire – gli “abusi” che hanno portato la cifra dei voucher utilizzati nel 2016 a oltre 133 milioni sta però nelle esclusioni. Ovvero nell’indicare esplicitamente quali comparti produttivi non sono autorizzati a farne uso. E quindi si dovrebbero vietare nell’edilizia, ovviamente nelle attività manifatturiere, nei servizi e nel turismo.
Ma scrivere una legge sul mercato del lavoro che limiti in qualche misura l’arbitrio dei “datori di lavoro”, specie in Italia, è da decenni uno scrivere sull’acqua "divieti" facilmente aggirati per carenza di controlli. In ogni caso, un testo del genere potrebbe essere accettato dalla Cgil, che non aveva chiesto ai tempi nessun referendum e tantomeno aveva mobilitato i lavoratori per contestarne l'introduzione.
Ma anche una norma così lasca (nella pratica) viene ritenuta “eccessivamente limitante”, sia in larghe parti della maggioranza (alfaniani in testa), sia e soprattutto dai leghisti, che pure ufficialmente sbraitano in tv di voler difendere i “lavoratori italiani”. Questa non inedita alleanza vorrebbe spostare il vincolo all'uso dei voucher dal tipo di mansione e dal comparto economico alla dimensione d’impresa; e quindi ammettere i voucher anche per le microimprese, quelle con al massimo un dipendente. Cosa cambia? Che i voucher resterebbero legali per oltre 2,5 milioni di “aziendine” di qualsiasi settore. In pratica, come adesso, perché in molte aziende – anche medio grandi – affidano subappalti a imprese più piccole, anche all’interno del perimetro aziendale di lavorazione. Di fatto, per esempio nell’edilizia, si potrebbero continuare ad utilizzare anche nei grandi cantieri “imprese a zero dipendenti” (un lavoratore a partita Iva, per esempio) che ufficialmente pagano con voucher uno o più “dipendenti temporanei”. Soprattutto quando avviene un incidente e bisogna coprire il fatto che stava lavorando in nero.
Una ipotesi, questa leghista-alfaniana, un po’ troppo vorace, perché potrebbe vanificare lo scopo per un cui un decreto legge o una legge di “riforma” dei voucher è stata messa in cantiere: evitare il referendum. Qualsiasi corte, infatti, potrebbe facilmente dimostrare che il “nuovo” testo non supera affatto le ragioni indicate da chi ha raccolto le firme.
E’ più che risaputo che neanche la Cgil vuole davvero arrivare al voto – si sommerebbe all’effetto 4 dicembre, indebolendo ancor più l’immagine del Pd e la tenuta del governo – ma qualche cosa le va dato per poterle far dire di “essere soddisfatta” dei risultati raggiunti.
Che poi si continui a schiavizzare lavoratori ultra-precari, pare non interessare a molti, all’interno di quei palazzi...
Fonte
L’idea principale su cui i team di Giuliano Poletti e Cesare Damiano hanno lavorato viene presentata come “radicale”, nella speranza che la commissione parlamentare possa farne la base per un testo unitario da approvare rapidamente. Cosa significa “radicale”? Non certo l’abolizione dei maledetti buoni-lavoro, ma il semplice ritorno alla legge del 2003 che li aveva istituiti. Di fatto, la limitazione dell’uso del voucher alle famiglie (per retribuire badanti, baby sitter, ecc), all’amministrazione pubblica per le “emergenze” o gli “eventi” tipo Expo, lavori effettivamente stagionali come alcuni effettuati in agricoltura. La certezza di evitare – come si usa dire – gli “abusi” che hanno portato la cifra dei voucher utilizzati nel 2016 a oltre 133 milioni sta però nelle esclusioni. Ovvero nell’indicare esplicitamente quali comparti produttivi non sono autorizzati a farne uso. E quindi si dovrebbero vietare nell’edilizia, ovviamente nelle attività manifatturiere, nei servizi e nel turismo.
Ma scrivere una legge sul mercato del lavoro che limiti in qualche misura l’arbitrio dei “datori di lavoro”, specie in Italia, è da decenni uno scrivere sull’acqua "divieti" facilmente aggirati per carenza di controlli. In ogni caso, un testo del genere potrebbe essere accettato dalla Cgil, che non aveva chiesto ai tempi nessun referendum e tantomeno aveva mobilitato i lavoratori per contestarne l'introduzione.
Ma anche una norma così lasca (nella pratica) viene ritenuta “eccessivamente limitante”, sia in larghe parti della maggioranza (alfaniani in testa), sia e soprattutto dai leghisti, che pure ufficialmente sbraitano in tv di voler difendere i “lavoratori italiani”. Questa non inedita alleanza vorrebbe spostare il vincolo all'uso dei voucher dal tipo di mansione e dal comparto economico alla dimensione d’impresa; e quindi ammettere i voucher anche per le microimprese, quelle con al massimo un dipendente. Cosa cambia? Che i voucher resterebbero legali per oltre 2,5 milioni di “aziendine” di qualsiasi settore. In pratica, come adesso, perché in molte aziende – anche medio grandi – affidano subappalti a imprese più piccole, anche all’interno del perimetro aziendale di lavorazione. Di fatto, per esempio nell’edilizia, si potrebbero continuare ad utilizzare anche nei grandi cantieri “imprese a zero dipendenti” (un lavoratore a partita Iva, per esempio) che ufficialmente pagano con voucher uno o più “dipendenti temporanei”. Soprattutto quando avviene un incidente e bisogna coprire il fatto che stava lavorando in nero.
Una ipotesi, questa leghista-alfaniana, un po’ troppo vorace, perché potrebbe vanificare lo scopo per un cui un decreto legge o una legge di “riforma” dei voucher è stata messa in cantiere: evitare il referendum. Qualsiasi corte, infatti, potrebbe facilmente dimostrare che il “nuovo” testo non supera affatto le ragioni indicate da chi ha raccolto le firme.
E’ più che risaputo che neanche la Cgil vuole davvero arrivare al voto – si sommerebbe all’effetto 4 dicembre, indebolendo ancor più l’immagine del Pd e la tenuta del governo – ma qualche cosa le va dato per poterle far dire di “essere soddisfatta” dei risultati raggiunti.
Che poi si continui a schiavizzare lavoratori ultra-precari, pare non interessare a molti, all’interno di quei palazzi...
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07/07/2016
Renzi sta per essere cotto, cercasi successore
Comunque vada, sembra difficile che il governo del contafrottole di Rignano “mangi il panettone”. O perlomeno che superi quella data in pienezza di sentimenti.
Il voto delle amministrative, col passare dei giorni, ha assunto le caratteristiche di un anticipo rispetto ad ottobre, quando nel “referenzum” da lui stesso trasformato in un plebiscito personale si giocherà soprattutto la Costituzione formale dell’Italia prossima ventura: un paese in crisi e con molte disfunzioni, come ora, o uno che ha fatto un deciso passo avanti nel precipizio, svenduto a chi vuole comprarselo e fuori dalla democrazia parlamentare borghese del Novecento?
Nonostante questa scadenza “epocale”, nel Palazzo abitato da nanerottoli tutto va come ai vecchi tempi della Democrazia Cristiana, quando – qualsiasi cosa avvenisse qui – comunque ci pensavano gli americani e la Nato a tenere il paese sui binari.
I tempi sono cambiati. Gli americani stanno lentamente disimpegnandosi, o hanno meno forza per decidere da soli. Il nuovo “azionista di riferimento” si chiama Unione Europea, ma non che stia messo meglio; può dettare le regole di bilancio e lo smantellamento del welfare, certo, ma non far nascere una classe politica minimamente all’altezza della crisi.
Nel Palazzo, però, si vive d’altro. In fondo il limite di metà legislatura è stato superato, quindi la maturazione dei contributi ai fini pensionistici (dei parlamentari, chiaro!) è ormai assicurata. Non sarà solo per questo, ma perché otto semisconociuti senatori alfaniani (i più noti sono Formigoni e Schifani) si mettono a sbraitare “usciamo dal governo, restiamo in maggioranza, rifondiamo il centrodestra”?
Otto voti in Senato, in questa legislatura, segnano il passaggio dalla maggioranza alla minoranza dei voti per Renzi. Quindi la crisi di governo alla prima occasione utile (e se uno si è abituato ad andare avanti a colpi di “fiducia”, l’occasione arriverà comunque presto). Si può pensare che questi otto vogliano lucrare su una rendita marginale elevata (“senza di noi, niente maggioranza”). Ma lo stesso possono fare altri gruppetti di “votatutto purché se magna”, aumentando la caciara in un ramo del Parlamento che per ora non è abolito né svuotato di potere.
Che l’ex alleato Ncd (Nuovo centro destra, l’avevano già fatto due anni fa, abbandonando Berlusconi al suo destino) sia allo sbando si vede però soprattutto dall’indagine che sta inchiodando ex e attuali parlamentari, il fratello del ministro Alfano (che sembra detenga il singolare record di aver ottenuto una cattedra universitaria prima ancora di conseguire la laurea triennale!), il padre, i vertici delle Poste, e una serie di appetiti arrivati a sfiorare addirittura il sistema informatico della giustizia (in tempi di privatizzazioni, cosa c’è di meglio che sapere prima che ti stanno indagando?).
Può darsi che il governo regga per ora la prova sulle mozioni di sfiducia personale al ministro dell’Interno (ultragarantista in casa propria, ma dittatoriale nel disporre l’uso di strumenti di polizia “antimafia” nei confronti di normali oppositori politici e quadri sindacali). Per Renzi sarà in ogni caso un altro taglio netto con una buona fetta di elettorato Pd.
Quindi i media mainstream colgono il segnale e cominciano a preparare gli scenari per dopo l’estate. In fondo sarà delegato proprio a loro il compito di “gonfiare” le quotazioni del successore, non appena chi di dovere (ricordate Marchionne e il suo “lo abbiamo messo lì noi”?) lo avrà individuato tra i non molti candidabili.
Chi rischia di fare una figura meno che notarile è questo punto Sergio Mattarella, presidente della Repubblica ufficialmente per scelta renziana, quindi obbligato a un po’ di riconoscenza, ma istituzionalmente obbligato a esperire la possibilità di un nuovo governo che riesca a realizzare un solo obiettivo: cambiare la legge elettorale prima di andare ad elezioni politiche generali.
Anche un cieco vede ormai che il meccanismo dell’Italicum è una follia. Pensato per regalare una maggioranza assoluta a Renzi e a chiunque venga scelto per fare quel lavoro conto terzi (le linee di bilancio, redistribuzione fiscale dei carichi e lo smantellamento del welfare vengono decisi a Bruxelles e Francoforte, per ora), rischia ora di attribuirla a degli absolute beginners che non hanno chiaro neanche loro cosa fare una volta al governo (il viaggio di Di Maio in Israele e Usa – un classico per le new entry sconosciute ai principali alleati internazionali – cerca di metterci una toppa che saprà molto di conservazione, anziché di “cambiamo tutto”).
Mattarella, dunque, una volta caduto Renzi dovrà cercare qualcuno capace di scrivere e far approvare in tempi rapidissimi – entro primavera – una legge elettorale che sia al tempo stesso “maggioritaria” negli esiti, garantisca “stabilità” senza incorrere in altre sentenze della Corte Costituzionale e soprattutto non consegni due Camere tra loro diversissime per composizione. In caso di vittoria del NO, infatti, il Senato manterrebbe gli attuali poteri legislativi.
Compito non impossibile, se il parlamento attuale fosse abitato da gente con la testa sulle spalle. Piuttosto complicato, invece, in quello attuale.
A proposito: Renzi non è neanche parlamentare. Potrebbe uscire di scena senza che nessuno se ne accorga...
Fonte
Il voto delle amministrative, col passare dei giorni, ha assunto le caratteristiche di un anticipo rispetto ad ottobre, quando nel “referenzum” da lui stesso trasformato in un plebiscito personale si giocherà soprattutto la Costituzione formale dell’Italia prossima ventura: un paese in crisi e con molte disfunzioni, come ora, o uno che ha fatto un deciso passo avanti nel precipizio, svenduto a chi vuole comprarselo e fuori dalla democrazia parlamentare borghese del Novecento?
Nonostante questa scadenza “epocale”, nel Palazzo abitato da nanerottoli tutto va come ai vecchi tempi della Democrazia Cristiana, quando – qualsiasi cosa avvenisse qui – comunque ci pensavano gli americani e la Nato a tenere il paese sui binari.
I tempi sono cambiati. Gli americani stanno lentamente disimpegnandosi, o hanno meno forza per decidere da soli. Il nuovo “azionista di riferimento” si chiama Unione Europea, ma non che stia messo meglio; può dettare le regole di bilancio e lo smantellamento del welfare, certo, ma non far nascere una classe politica minimamente all’altezza della crisi.
Nel Palazzo, però, si vive d’altro. In fondo il limite di metà legislatura è stato superato, quindi la maturazione dei contributi ai fini pensionistici (dei parlamentari, chiaro!) è ormai assicurata. Non sarà solo per questo, ma perché otto semisconociuti senatori alfaniani (i più noti sono Formigoni e Schifani) si mettono a sbraitare “usciamo dal governo, restiamo in maggioranza, rifondiamo il centrodestra”?
Otto voti in Senato, in questa legislatura, segnano il passaggio dalla maggioranza alla minoranza dei voti per Renzi. Quindi la crisi di governo alla prima occasione utile (e se uno si è abituato ad andare avanti a colpi di “fiducia”, l’occasione arriverà comunque presto). Si può pensare che questi otto vogliano lucrare su una rendita marginale elevata (“senza di noi, niente maggioranza”). Ma lo stesso possono fare altri gruppetti di “votatutto purché se magna”, aumentando la caciara in un ramo del Parlamento che per ora non è abolito né svuotato di potere.
Che l’ex alleato Ncd (Nuovo centro destra, l’avevano già fatto due anni fa, abbandonando Berlusconi al suo destino) sia allo sbando si vede però soprattutto dall’indagine che sta inchiodando ex e attuali parlamentari, il fratello del ministro Alfano (che sembra detenga il singolare record di aver ottenuto una cattedra universitaria prima ancora di conseguire la laurea triennale!), il padre, i vertici delle Poste, e una serie di appetiti arrivati a sfiorare addirittura il sistema informatico della giustizia (in tempi di privatizzazioni, cosa c’è di meglio che sapere prima che ti stanno indagando?).
Può darsi che il governo regga per ora la prova sulle mozioni di sfiducia personale al ministro dell’Interno (ultragarantista in casa propria, ma dittatoriale nel disporre l’uso di strumenti di polizia “antimafia” nei confronti di normali oppositori politici e quadri sindacali). Per Renzi sarà in ogni caso un altro taglio netto con una buona fetta di elettorato Pd.
Quindi i media mainstream colgono il segnale e cominciano a preparare gli scenari per dopo l’estate. In fondo sarà delegato proprio a loro il compito di “gonfiare” le quotazioni del successore, non appena chi di dovere (ricordate Marchionne e il suo “lo abbiamo messo lì noi”?) lo avrà individuato tra i non molti candidabili.
Chi rischia di fare una figura meno che notarile è questo punto Sergio Mattarella, presidente della Repubblica ufficialmente per scelta renziana, quindi obbligato a un po’ di riconoscenza, ma istituzionalmente obbligato a esperire la possibilità di un nuovo governo che riesca a realizzare un solo obiettivo: cambiare la legge elettorale prima di andare ad elezioni politiche generali.
Anche un cieco vede ormai che il meccanismo dell’Italicum è una follia. Pensato per regalare una maggioranza assoluta a Renzi e a chiunque venga scelto per fare quel lavoro conto terzi (le linee di bilancio, redistribuzione fiscale dei carichi e lo smantellamento del welfare vengono decisi a Bruxelles e Francoforte, per ora), rischia ora di attribuirla a degli absolute beginners che non hanno chiaro neanche loro cosa fare una volta al governo (il viaggio di Di Maio in Israele e Usa – un classico per le new entry sconosciute ai principali alleati internazionali – cerca di metterci una toppa che saprà molto di conservazione, anziché di “cambiamo tutto”).
Mattarella, dunque, una volta caduto Renzi dovrà cercare qualcuno capace di scrivere e far approvare in tempi rapidissimi – entro primavera – una legge elettorale che sia al tempo stesso “maggioritaria” negli esiti, garantisca “stabilità” senza incorrere in altre sentenze della Corte Costituzionale e soprattutto non consegni due Camere tra loro diversissime per composizione. In caso di vittoria del NO, infatti, il Senato manterrebbe gli attuali poteri legislativi.
Compito non impossibile, se il parlamento attuale fosse abitato da gente con la testa sulle spalle. Piuttosto complicato, invece, in quello attuale.
A proposito: Renzi non è neanche parlamentare. Potrebbe uscire di scena senza che nessuno se ne accorga...
Fonte
26/02/2016
Unioni civili: Alfano e la rivoluzione contronatura
L’approvazione per decreto delle norme sulle unioni civili pone fine al dissestato percorso parlamentare di questa materia. Probabilmente non pone fine a controversie, ricorsi alla corte costituzionale e magari anche referendum ma è altra questione. Il parlamento, nella sua interezza, è riuscito a stare due mesi su un tema sul quale si poteva brillantemente legiferare in pochissimi giorni. E questo mentre il sistema bancario rischia di crollare, c’è il rischio guerra alle porte e la crisi dei profughi può travolgere l’unione europea come la conosciamo (lo ha detto ufficialmente il commissario all’immigrazione Ue).
Ieri il Presidente della Repubblica ha riunito il Gran Consiglio di Difesa, emanato l’ok per le missioni segrete in Libia e i passi successivi, se necessari. Tutto, secondo le fonti presidenziali, grazie ad un voto del parlamento di novembre che permetterebbe questa procedura senza passare dall’aula. Ma ci siamo abituati, durante la guerra del Kosovo l’Italia di D’Alema bombardò la Serbia dal primo minuto ma la questione arrivò in parlamento, con calma e a giochi quasi fatti, una quarantina di giorni dopo. D’altronde di parlamentari incatenati davanti a Montecitorio affinché si parli di guerra o di banche non se ne vedono. E così nella serata dopo il voto di fiducia sulle unioni civili, in una situazione tra le più gravi del dopoguerra, Alfano si faceva mandare in onda con dichiarazioni tipiche di chi è uscito dal bar avendo abusato di Martini bianco: “Abbiamo impedito che due uomini potessero avere un figlio”. Insomma, a dar retta ad Alfano c’era da qualche parte un dottor Frankenstein della procreazione e lui ne ha impedito l’uscita dalla tana. Il tutto non solo per attribuirsi il merito di aver impedito una “rivoluzione antropologica contronatura” (frase senza alcun significato ma di sicuro effetto) ma anche per parare gli attacchi di tale Gandolfini, organizzatore del Family day al quale non va bene nemmeno la versione, quella si, Frankenstein delle unioni civili passata al senato con voto di fiducia.
Dal senato, poi vedremo nel dettaglio, esce infatti un Frankenstein delle unioni civili che ricuce due concezioni diverse, entrambe contenenti anime che non dovrebbero convivere nello stesso corpo. Fornendo interpretazioni diverse, di segno opposto, per i futuri ricorsi sulla stessa legge. Da una parte infatti vi è l’impianto della legge che riconosce convivenza, mutuo soccorso e reversibilità. Dall’altra si toglie il concetto di fedeltà all’unione civile, non per adeguarsi ai tempi ma per declassare questo istituto rispetto al matrimonio, e soprattutto si toglie ogni riferimento alle adozioni. Cercando quindi di minare ciò che è stato appena riconosciuto. Già diversi piddini autorevoli (Zanda) hanno detto che di revisione “forse se ne riparlerà a fine legislatura” (come no) e così abbiamo una legge che interviene in materia di unione e solidarietà tra coppie senza regolare l’istituto delle adozioni. Il che, oltre ad essere discriminante nei confronti delle coppie (sposate) che questo istituto lo hanno regolato e protetto, è assolutamente demenziale. E’ come fare un nuovo codice della strada senza adeguare alla nuova situazione il ruolo delle assicurazioni, i sinistri automobilistici, la vendita di auto e i passaggi di proprietà (ci venga consentito l’esempio). Per poi dire “però da domani si circola”. Solo un Renzi che ha il grosso dell’elettorato tenuto in stato di nirvanica separazione rispetto al mondo reale, basta vedere i tg, e dei mercenari degni di lui, è capace di dire che “è stato fatto un passo avanti” assieme a “è una giornata storica”. Certo, dopo decenni di immobilismo è stato creato un Frankenstein, incubato per mesi, quando si poteva fare una legge seria in poco tempo. Un risultato del genere è sicuramente storico. Ma nella storia del demenziale politico e dei compromessi indecorosi. Si tratterà poi di capire i passaggi sulla reversibilità della pensione. Fino ad ora si è parlato di adeguamento alle disposizioni del 2012 sull’età e il reddito dei contraenti unione civile. Diversi tecnici del Mef hanno già spiegato come l’eventuale impatto sui conti pubblici sarà veramente limitato (poche decine di milioni di euro tra qualche anno su una spesa di decine di migliaia di milioni, come se una famiglia monoreddito comprasse a rate una macchinetta del caffè da pochi euro e la pagasse in un paio d’anni). Bisognerà però andare nel dettaglio della legge per come uscirà sulla Gazzetta ufficiale. Per capire se ci saranno norme che possono entrare in conflitto con l’attuale istituto della reversibilità provocando, in generale, una dinamica di riduzione di quel tipo di prestazione pensionistica (recentemente attaccata da Poletti). Vedremo, di sicuro dal dottor Frankenstein della maggioranza che va da Renzi a Verdini c’è da aspettarsi di tutto.
La legge nel suo complesso, come sembra uscire dal senato, contiene due logiche. Una inclusiva l’altra discriminatoria. Comprensibilmente ci sarà la corsa a usare la parte inclusiva ma il peso discriminatorio si farà sentire. Soprattutto per le adozioni. Anche perché il ricorso ai giudici per il riconoscimento delle adozioni, facendo valere le sentenze precedenti e magari la propria interpretazione della legge, rischia di porre in atto un’altra discriminazione. Quella tra chi il ricorso al giudice può permetterselo e chi no. Rimane poi il fatto, anche quello storico, che in nessun paese del pianeta la maggioranza che ha approvato una legge sulle unioni civili era composta da esponenti che parlavano pubblicamente di uomini contro natura. Avvilente, certo ma nelle situazioni in cui si impone il compromesso bisogna andare a vedere la natura del compromesso raggiunto. E questa natura è contro natura nel senso che una legge che regola le unioni civili e rinvia a un futuro indeterminato le adozioni, che sono un punto nodale di ogni unione, è un giocattolo rotto. La cui parte non rovinata viene agitata dal presidente del consiglio, e dai suoi ascari, come un regalo, facendo finta di nulla.
Ora l’Italia può affrontare banche, Libia, profughi e quanto regaleranno le prossime emergenze. Con queste truppe, qualsiasi cosa accada, farsa e disastro stanno nel novero delle certezze.
Redazione, 26 febbreaio 2016
Fonte
Ieri il Presidente della Repubblica ha riunito il Gran Consiglio di Difesa, emanato l’ok per le missioni segrete in Libia e i passi successivi, se necessari. Tutto, secondo le fonti presidenziali, grazie ad un voto del parlamento di novembre che permetterebbe questa procedura senza passare dall’aula. Ma ci siamo abituati, durante la guerra del Kosovo l’Italia di D’Alema bombardò la Serbia dal primo minuto ma la questione arrivò in parlamento, con calma e a giochi quasi fatti, una quarantina di giorni dopo. D’altronde di parlamentari incatenati davanti a Montecitorio affinché si parli di guerra o di banche non se ne vedono. E così nella serata dopo il voto di fiducia sulle unioni civili, in una situazione tra le più gravi del dopoguerra, Alfano si faceva mandare in onda con dichiarazioni tipiche di chi è uscito dal bar avendo abusato di Martini bianco: “Abbiamo impedito che due uomini potessero avere un figlio”. Insomma, a dar retta ad Alfano c’era da qualche parte un dottor Frankenstein della procreazione e lui ne ha impedito l’uscita dalla tana. Il tutto non solo per attribuirsi il merito di aver impedito una “rivoluzione antropologica contronatura” (frase senza alcun significato ma di sicuro effetto) ma anche per parare gli attacchi di tale Gandolfini, organizzatore del Family day al quale non va bene nemmeno la versione, quella si, Frankenstein delle unioni civili passata al senato con voto di fiducia.
Dal senato, poi vedremo nel dettaglio, esce infatti un Frankenstein delle unioni civili che ricuce due concezioni diverse, entrambe contenenti anime che non dovrebbero convivere nello stesso corpo. Fornendo interpretazioni diverse, di segno opposto, per i futuri ricorsi sulla stessa legge. Da una parte infatti vi è l’impianto della legge che riconosce convivenza, mutuo soccorso e reversibilità. Dall’altra si toglie il concetto di fedeltà all’unione civile, non per adeguarsi ai tempi ma per declassare questo istituto rispetto al matrimonio, e soprattutto si toglie ogni riferimento alle adozioni. Cercando quindi di minare ciò che è stato appena riconosciuto. Già diversi piddini autorevoli (Zanda) hanno detto che di revisione “forse se ne riparlerà a fine legislatura” (come no) e così abbiamo una legge che interviene in materia di unione e solidarietà tra coppie senza regolare l’istituto delle adozioni. Il che, oltre ad essere discriminante nei confronti delle coppie (sposate) che questo istituto lo hanno regolato e protetto, è assolutamente demenziale. E’ come fare un nuovo codice della strada senza adeguare alla nuova situazione il ruolo delle assicurazioni, i sinistri automobilistici, la vendita di auto e i passaggi di proprietà (ci venga consentito l’esempio). Per poi dire “però da domani si circola”. Solo un Renzi che ha il grosso dell’elettorato tenuto in stato di nirvanica separazione rispetto al mondo reale, basta vedere i tg, e dei mercenari degni di lui, è capace di dire che “è stato fatto un passo avanti” assieme a “è una giornata storica”. Certo, dopo decenni di immobilismo è stato creato un Frankenstein, incubato per mesi, quando si poteva fare una legge seria in poco tempo. Un risultato del genere è sicuramente storico. Ma nella storia del demenziale politico e dei compromessi indecorosi. Si tratterà poi di capire i passaggi sulla reversibilità della pensione. Fino ad ora si è parlato di adeguamento alle disposizioni del 2012 sull’età e il reddito dei contraenti unione civile. Diversi tecnici del Mef hanno già spiegato come l’eventuale impatto sui conti pubblici sarà veramente limitato (poche decine di milioni di euro tra qualche anno su una spesa di decine di migliaia di milioni, come se una famiglia monoreddito comprasse a rate una macchinetta del caffè da pochi euro e la pagasse in un paio d’anni). Bisognerà però andare nel dettaglio della legge per come uscirà sulla Gazzetta ufficiale. Per capire se ci saranno norme che possono entrare in conflitto con l’attuale istituto della reversibilità provocando, in generale, una dinamica di riduzione di quel tipo di prestazione pensionistica (recentemente attaccata da Poletti). Vedremo, di sicuro dal dottor Frankenstein della maggioranza che va da Renzi a Verdini c’è da aspettarsi di tutto.
La legge nel suo complesso, come sembra uscire dal senato, contiene due logiche. Una inclusiva l’altra discriminatoria. Comprensibilmente ci sarà la corsa a usare la parte inclusiva ma il peso discriminatorio si farà sentire. Soprattutto per le adozioni. Anche perché il ricorso ai giudici per il riconoscimento delle adozioni, facendo valere le sentenze precedenti e magari la propria interpretazione della legge, rischia di porre in atto un’altra discriminazione. Quella tra chi il ricorso al giudice può permetterselo e chi no. Rimane poi il fatto, anche quello storico, che in nessun paese del pianeta la maggioranza che ha approvato una legge sulle unioni civili era composta da esponenti che parlavano pubblicamente di uomini contro natura. Avvilente, certo ma nelle situazioni in cui si impone il compromesso bisogna andare a vedere la natura del compromesso raggiunto. E questa natura è contro natura nel senso che una legge che regola le unioni civili e rinvia a un futuro indeterminato le adozioni, che sono un punto nodale di ogni unione, è un giocattolo rotto. La cui parte non rovinata viene agitata dal presidente del consiglio, e dai suoi ascari, come un regalo, facendo finta di nulla.
Ora l’Italia può affrontare banche, Libia, profughi e quanto regaleranno le prossime emergenze. Con queste truppe, qualsiasi cosa accada, farsa e disastro stanno nel novero delle certezze.
Redazione, 26 febbreaio 2016
Fonte
25/02/2016
Fiducia su una legge che non prevede "unioni civili"
Una cosa buona, in tutta questa pantomima del ddl sulle unioni civili, c'è. Dovrebbe aver chiarito a tutti che a questo governo e a questa classe politica non interessa un beneamato nulla del “merito dei problemi”, ma soltanto dei propri equilibri interni. Si stava discutendo infatti di una legge "a costo zero", che non coinvolge nessun problema di "coperture". Anzi, di un provvedimento ben visto anche a livello continentale.
Seconda cosa positiva, Renzi esce parecchio ammaccato dalla prova di forza che aveva tentato – usare come “secondo forno” i grillini in Parlamento, per aggirare i bigottismi vescovili dei suoi alleati di malgoverno – ancora una volta al grido “andremo avanti per la nostra strada!”
In fondo al viottolo c'era il baratro e quindi ha fatto dietrofront come un democristiano della prima repubblica, disposto a far approvare un testo finale che non dice più nulla, non garantisce più alcun diritto significativo (di quelli insignificanti, ovviamente, la “sinistra Pd” ne troverà a bizzeffe), pur di poter dire che ce l'ha fatta. Il suo tweet finale, ieri sera, era patetico e plumbeo, ripetitivo fino all'ottusità: "L'accordo sulle unioni civili è un fatto storico per l'Italia. E' davvero #lavoltabuona".
La vittoria di Alfano e della triste coorte del Family day non poteva essere più piena. Non per intelligenza propria, quanto per calcolo combinatorio: una volta affermata come “normalità” che la maggioranza si forma volta per volta, sui singoli provvedimenti, senza alcuna programmaticità (al di fuori dei diktat della Troika, naturalmente; su quello non si scherza), basta avere il numero di parlamentari giusto per far raggiungere o no la maggioranza, e il gioco è fatto.
Sul carro dell'ammaccato “vincitore” è da tempo salito anche il pidue (o tre o quattro) Denis Verdini, antico amico di famiglia del premier (il padre di Matteo curava la distribuzione del giornale di proprietà di Verdini), che ora scalpita per formalizzare l'ingresso in maggioranza. Anche qui: una volta che si viene chiamati con continuità al “soccorso nero”, con i voti di fiducia, è chiaro che prima o poi bisognerà essere pagati per il servizio: qualche poltrona (ministri, sottosegretari, presidenti di commissione o di aziende ancora pubbliche), insomma, è d'obbligo. E vedrete che la "sinistra Pd" manderà giù anche questa, "antropologicamente" così ostica.
La legge Cirinnà non esiste più, ma verrà votata stasera. Con voto di fiducia, dopo tante affermazioni sulla “libertà di coscienza”. Il punto che per la destra sedicente cattolica era diventato una trincea – la stepchild adoption – è sparito; naturalmente con la “promessa” di infilarlo in un provvedimento ad hoc, che probabilmente non vedrà mai la luce (avrà gli stessi problemi di oggi, con questa composizione parlamentare).
Renzi si è così giocato un'altra fetta di consenso sociale, per quanto piccolo possa essere. Ma soprattutto ha lasciato sul terreno della ex Cirinnà una quota rilevante della sua già non immensa credibilità.
Fonte
Seconda cosa positiva, Renzi esce parecchio ammaccato dalla prova di forza che aveva tentato – usare come “secondo forno” i grillini in Parlamento, per aggirare i bigottismi vescovili dei suoi alleati di malgoverno – ancora una volta al grido “andremo avanti per la nostra strada!”
In fondo al viottolo c'era il baratro e quindi ha fatto dietrofront come un democristiano della prima repubblica, disposto a far approvare un testo finale che non dice più nulla, non garantisce più alcun diritto significativo (di quelli insignificanti, ovviamente, la “sinistra Pd” ne troverà a bizzeffe), pur di poter dire che ce l'ha fatta. Il suo tweet finale, ieri sera, era patetico e plumbeo, ripetitivo fino all'ottusità: "L'accordo sulle unioni civili è un fatto storico per l'Italia. E' davvero #lavoltabuona".
La vittoria di Alfano e della triste coorte del Family day non poteva essere più piena. Non per intelligenza propria, quanto per calcolo combinatorio: una volta affermata come “normalità” che la maggioranza si forma volta per volta, sui singoli provvedimenti, senza alcuna programmaticità (al di fuori dei diktat della Troika, naturalmente; su quello non si scherza), basta avere il numero di parlamentari giusto per far raggiungere o no la maggioranza, e il gioco è fatto.
Sul carro dell'ammaccato “vincitore” è da tempo salito anche il pidue (o tre o quattro) Denis Verdini, antico amico di famiglia del premier (il padre di Matteo curava la distribuzione del giornale di proprietà di Verdini), che ora scalpita per formalizzare l'ingresso in maggioranza. Anche qui: una volta che si viene chiamati con continuità al “soccorso nero”, con i voti di fiducia, è chiaro che prima o poi bisognerà essere pagati per il servizio: qualche poltrona (ministri, sottosegretari, presidenti di commissione o di aziende ancora pubbliche), insomma, è d'obbligo. E vedrete che la "sinistra Pd" manderà giù anche questa, "antropologicamente" così ostica.
La legge Cirinnà non esiste più, ma verrà votata stasera. Con voto di fiducia, dopo tante affermazioni sulla “libertà di coscienza”. Il punto che per la destra sedicente cattolica era diventato una trincea – la stepchild adoption – è sparito; naturalmente con la “promessa” di infilarlo in un provvedimento ad hoc, che probabilmente non vedrà mai la luce (avrà gli stessi problemi di oggi, con questa composizione parlamentare).
Renzi si è così giocato un'altra fetta di consenso sociale, per quanto piccolo possa essere. Ma soprattutto ha lasciato sul terreno della ex Cirinnà una quota rilevante della sua già non immensa credibilità.
Fonte
22/02/2016
"Diritti civili". Renzi molla la stepchild e fa l'accordo con Alfano
Il vero segno caratteristico del centrismo andreottiano era la “politica dei due forni”. Quando c'era da approvare qualche disegno di legge moderatissimamente “progressista”, perché il paese comunque andava avanti, la vecchia Dc si appoggiava al Psi o anche al Pci. Quando invece c'era bisogno di legge-ordine-manganello, accettava volentieri anche i voti di liberali e fascisti. Lo schema si ruppe solo negli anni '70, quando anche il Pci sostenne la “politica dei sacrifici” (per i lavoratori, ovvio) e la repressione contro i movimenti. Che allora erano antagonisti sul serio, bisogna ricordare.
Renzi fa l'Andreotti fuori tempo massimo. Sui “diritti civili”, dopo aver provato con scarsi risultati a portare a casa la “legge Cirinnà” con l'appoggio dei grillini, ha deciso di mediare con Alfano. Che i “diritti civili” non li vuole.
Non è un caso che simili acrobazie avvengano su un terreno “gratuito”, che non comporta spese aggiuntive o tagli. Qui, infatti, si può esercitare la retorica più fantasiosa, con ben poche basi reali, con la quasi certezza di non pagare dazio elettoralmente.
I media di regime collaborano con grande entusiasmo, arruolando come al solito anche Fabio Fazio e la Littizzetto (vergognosa la sua “ricostruzione” della vicenda parlamentare, ridotta a questione di lana caprina). Prima il “super-canguro” era la soluzione migliore per saltare le trappole e trappolette del dibattito parlamentare, ora lo stralcio della stepchild adoption (o “adozione del configlio”, come suggerisce chi vuol farsi capire) diventa il prezzo “accettabile” pur di far approvare un testo purchessia. Che insomma consenta al piccolo premier di Rignano di poter fare un'altra tacca sul bastone delle “cose fatte”.
Quel che ci sarà dentro il testo finale non interessa a nessuno, se non a quella minoranza di popolazione direttamente coinvolta dall'applicazione delle regole che saranno infine votate. E infatti gli “alfaniani” hanno immediatamente alzato il prezzo pretendendo, oltre alla sepoltura delle adozioni fra “civilmente uniti” anche la cancellazione di qualsiasi riferimento al matrimonio. Insomma, lo svuotamento anche formale della legge.
Del resto, se qualcuno aveva per un attimo creduto davvero che Renzi avrebbe messo a rischio la sua poltrona pur di far passare “la Cirinnà” nella sua versione originale, è bene che ritrovi al più presto il principio di realtà
Lo schema dei prossimi giorni, fissato ieri nell'assemblea del Pd, non lascia troppi margini al dubbio: elaborare un emendamento di comune accordo con gli alleati di governo dell'Ncd e piazzare anche qui un bel voto di fiducia. A quel punto, è ovvio, chi mai metterebbe a rischio la tenuta del governo e della legislatura per una cosa di cui – in fondo, in fondo – non frega niente a nessuno?
Si fosse trattato di un attacco alle pensioni o al lavoro lo schema sarebbe stato questo fin dall'inizio. Ma sulle libertà civili il guitto toscano pensava di potersi prendere qualche libertà in più, Andreottianamente. Non è più quel tempo, pare.
Fonte
Renzi fa l'Andreotti fuori tempo massimo. Sui “diritti civili”, dopo aver provato con scarsi risultati a portare a casa la “legge Cirinnà” con l'appoggio dei grillini, ha deciso di mediare con Alfano. Che i “diritti civili” non li vuole.
Non è un caso che simili acrobazie avvengano su un terreno “gratuito”, che non comporta spese aggiuntive o tagli. Qui, infatti, si può esercitare la retorica più fantasiosa, con ben poche basi reali, con la quasi certezza di non pagare dazio elettoralmente.
I media di regime collaborano con grande entusiasmo, arruolando come al solito anche Fabio Fazio e la Littizzetto (vergognosa la sua “ricostruzione” della vicenda parlamentare, ridotta a questione di lana caprina). Prima il “super-canguro” era la soluzione migliore per saltare le trappole e trappolette del dibattito parlamentare, ora lo stralcio della stepchild adoption (o “adozione del configlio”, come suggerisce chi vuol farsi capire) diventa il prezzo “accettabile” pur di far approvare un testo purchessia. Che insomma consenta al piccolo premier di Rignano di poter fare un'altra tacca sul bastone delle “cose fatte”.
Quel che ci sarà dentro il testo finale non interessa a nessuno, se non a quella minoranza di popolazione direttamente coinvolta dall'applicazione delle regole che saranno infine votate. E infatti gli “alfaniani” hanno immediatamente alzato il prezzo pretendendo, oltre alla sepoltura delle adozioni fra “civilmente uniti” anche la cancellazione di qualsiasi riferimento al matrimonio. Insomma, lo svuotamento anche formale della legge.
Del resto, se qualcuno aveva per un attimo creduto davvero che Renzi avrebbe messo a rischio la sua poltrona pur di far passare “la Cirinnà” nella sua versione originale, è bene che ritrovi al più presto il principio di realtà
Lo schema dei prossimi giorni, fissato ieri nell'assemblea del Pd, non lascia troppi margini al dubbio: elaborare un emendamento di comune accordo con gli alleati di governo dell'Ncd e piazzare anche qui un bel voto di fiducia. A quel punto, è ovvio, chi mai metterebbe a rischio la tenuta del governo e della legislatura per una cosa di cui – in fondo, in fondo – non frega niente a nessuno?
Si fosse trattato di un attacco alle pensioni o al lavoro lo schema sarebbe stato questo fin dall'inizio. Ma sulle libertà civili il guitto toscano pensava di potersi prendere qualche libertà in più, Andreottianamente. Non è più quel tempo, pare.
Fonte
07/02/2016
Grillo ci ripensa, adozioni a rischio
Forse molti non si ricordano che già nell'ottobre 2014, durante il voto online organizzato sul blog di Beppe Grillo, ci furono grandissime polemiche. Infatti il quesito venne cambiato durante le ore del voto togliendo una parte tra parentesi che faceva esplicito riferimento all'adozione dei figli già presenti all'interno della coppia. Poi fu sostituito con un link ad un post di un senatore che spiegava il significato di quella parte sulle adozioni. Oggi Beppe Grillo prova a smarcarsi per avere mani più libere e rincorrendo l'elettorato. Non è una questione di coscienza, perché la stepchild adoption è chiarissima e già presente in decine di ordinamenti. È che in Italia l'elettorato è cattolico e conservatore e allora Beppe ha fatto i conti con la calcolatrice. Oltre al fatto che all'interno della compagine parlamentare dei 5 Stelle ci fosse qualche mal di pancia. D'altra parte il Vaticano è a poche centinaia di metri... Alfano esulta.
Qui sotto un link che ripercorre le polemiche sul voto online sulle unioni civili del 28 ottobre 2014. Già un anno e mezzo fa la contraddizione scoppiata in queste ore era latente.
Redazione, 7 febbraio 2016
http://www.bufale.net/home/bufala-nella-votazione-online-svolta-nel-2014-non-era-presente-alcun-accenno-alle-adozioni-bufale-net/
http://www.corriere.it/politica/14_ottobre_28/consultazione-online-attivisti-m5s-dicono-si-unioni-gay-8a9839a2-5ee9-11e4-9933-2a5a253459da.shtml
Senato. Dal blog concede «libertà di coscienza». Rivolta in rete. Alfano esulta: la legge può saltare. Il Pd minimizza: «Benvenuti nell’età adulta». Deputati del movimento contro: «Scelta penosa» Ma ora i voti per le adozioni potrebbero non esserci. Lo stralcio diventa un’ipotesi concreta. Che Renzi potrebbe ’subire’ volentieri. E così evitare i capricci dell’alleato Alfano
Daniela Preziosi - tratto da http://ilmanifesto.info/grillo-ci-ripensa-adozioni-a-rischio
Contrordine grillini: sulle unioni civili Grillo concede libertà di voto. Per i militanti a cinque stelle e per la ’rete’, il fulmine a ciel sereno arriva dal blog del comico. Da ieri mattina un post pensoso ragiona sulla stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner. Un punto «in cui le sensibilità degli elettori, degli iscritti e dei portavoce MoVimento 5 Stelle sono varie», scrive il leader. Che ora ha cambiato idea «in seguito alle tante richieste da parte di elettori, iscritti e portavoce M5S». L’indicazione ai senatori che da martedì affronteranno il voto del ddl Cirinnà a Palazzo Madama è «libertà». Grillo l’ha decisa e ora la concede ai suoi, stracciando senza indugio la consultazione online che si era svolta nell’autunno del 2014 sulle unioni civili, conclusa con la vittoria del sì: ma «non era presente alcun accenno alle adozioni». E siccome, appunto, Grillo ha deciso, una nuova votazione non serve: «Perché su un tema etico di questa portata i portavoce M5S al Senato possono comunque, in base ai dettami della loro coscienza, votare in maniera difforme dal gruppo qualunque sia il risultato delle votazioni». Dario Fo a stretto giro di posta si schiera con lui.
La parola coscienza fa ingresso nel vocabolario grillino ed è subito terremoto. In pochi giorni il movimento è passato dalla minaccia di non votare il ddl Cirinnà in caso di mediazioni al ribasso da parte del Pd, all’ammissione di qualche dissenso sul tema delle adozioni (la settimana scorsa in una riunione i senatori Ornella Bertorotta e Sergio Puglia avevano ammesso la loro difficoltà a votare sì) alla libertà di voto. Che però manda all’aria il fragile pallottoliere con cui la legge doveva passare. Grillo forse annusa l’aria del paese, favorevole alle unioni civili ma meno alle adozioni: «Gli italiani si spaventano», aveva detto Casaleggio. O forse tenta una mossa per tenere uniti i senatori: il dissenso sul tema è più ampio di quanto non era fin qui filtrato. Il rischio era l’affossamento della stepchild al voto segreto con figuraccia massima dei grillini. Tant’è che ieri l’appello dei senatori per il sì lanciato su twitter da Paola Taverna (#iovotosì), fino a sera aveva raccolto solo dodici adesioni. Poche, molto poche rispetto ai 35 senatori del gruppo. Ma nei gruppi il gesto d’imperio non va giù: «Un patetico tentativo a non spingersi oltre», twitta la deputata Chiara Di Benedetto. Sulla rete intanto è rivolta. L’accusa è sanguinosa ed è quella di tradimento, perfetto frutto di anni di beffe contro l’idea stessa (costituzionale, ma i grillini non l’hanno mai digerita) di libertà di coscienza: «I portavoce non possono avere libertà di coscienza perché votano in rappresentanza della coscienza collettiva», scrive un ’cittadino’; «Avete buttato nel cesso il principio cardine», un altro; «Loro voteranno secondo la loro coscienza ma non secondo la volontà dei cittadini che li hanno eletti», un terzo. Obiezioni da allievi modello dell’educazione civica a 5 stelle. Il rischio è che il contraccolpo si senta nelle città dove a giugno si va al voto. Ne sarebbero preoccupati in particolare il candidato bolognese Massimo Bugani e la torinese Chiara Appendino.
Al senato il cambio di fronte dei grillini innesca una reazione a catena. Ora il rischio è quello di mandare all’aria il ddl Cirinnà che non può più contare sul bacino certo dei 35 voti grillini per far passare l’art. 5, proprio quello che regola le stepchild. Il ministro Alfano esulta e twitta: «Si riapre la partita. Potrebbe saltare l’intera legge». In realtà quello che va a rischio sono le adozioni. Almeno per la strada della legge: quella giudiziaria invece sarebbe spianata: ieri le famiglie Arcobaleno hanno annunciato che «il tribunale per i minorenni di Roma ha riconosciuto un’altra adozione “in casi particolari” (la stepchild adoption) a favore di due minorenni con due mamme». Al senato invece il fronte stava perdendo pezzi. La settimana scorsa il senatore Tonini, cattolico ma favorevole al testo Cirinnà, aveva lanciato l’idea dello stralcio in un provvedimento da approvare in tempi certi. La proposta non aveva trovato grandi accoglienze nell’area centrista e cattolica. In compenso aveva fatto saltare i nervi ai laici del suo partito.
Ieri il capogruppo Luigi Zanda e la vice di Renzi Debora Serracchiani hanno cercato di minimizzare l’impatto del contrordine grillino: «La decisione di Grillo di lasciare libertà di voto sui punti delicati del ddl sulle unioni civili è giusta», ha detto il primo, «Diamo ai grillini il benvenuto nell’età adulta della politica», la seconda. Ma la preoccupazione che alla fine lo stralcio delle adozioni diventi l’unica strada per approvare la legge comincia ad essere molto concreta: la somma dei possibili nuovi dissensi grillini con quelli già conosciuti (35 del Pd, 7 del gruppo delle autonomie, più tutta la destra moderata e non) comincia ad essere un numero pericolosamente alto. Il Pd non sponsorizzerà lo stralcio delle adozioni. Ma potrebbe ’subirla’ per portare comunque a casa la legge. Risparmiandosi le turbolenze che, anche bluffando, il partito di Alfano minacciava, dopo il (presunto) successo del Family Day, sabato scorso. Per Renzi tutto sommato potrebbe persino essere una soluzione augurabile.
7 febbraio 2016
Fonte
Che teatrino penoso.
Qui sotto un link che ripercorre le polemiche sul voto online sulle unioni civili del 28 ottobre 2014. Già un anno e mezzo fa la contraddizione scoppiata in queste ore era latente.
Redazione, 7 febbraio 2016
http://www.bufale.net/home/bufala-nella-votazione-online-svolta-nel-2014-non-era-presente-alcun-accenno-alle-adozioni-bufale-net/
http://www.corriere.it/politica/14_ottobre_28/consultazione-online-attivisti-m5s-dicono-si-unioni-gay-8a9839a2-5ee9-11e4-9933-2a5a253459da.shtml
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Senato. Dal blog concede «libertà di coscienza». Rivolta in rete. Alfano esulta: la legge può saltare. Il Pd minimizza: «Benvenuti nell’età adulta». Deputati del movimento contro: «Scelta penosa» Ma ora i voti per le adozioni potrebbero non esserci. Lo stralcio diventa un’ipotesi concreta. Che Renzi potrebbe ’subire’ volentieri. E così evitare i capricci dell’alleato Alfano
Daniela Preziosi - tratto da http://ilmanifesto.info/grillo-ci-ripensa-adozioni-a-rischio
Contrordine grillini: sulle unioni civili Grillo concede libertà di voto. Per i militanti a cinque stelle e per la ’rete’, il fulmine a ciel sereno arriva dal blog del comico. Da ieri mattina un post pensoso ragiona sulla stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner. Un punto «in cui le sensibilità degli elettori, degli iscritti e dei portavoce MoVimento 5 Stelle sono varie», scrive il leader. Che ora ha cambiato idea «in seguito alle tante richieste da parte di elettori, iscritti e portavoce M5S». L’indicazione ai senatori che da martedì affronteranno il voto del ddl Cirinnà a Palazzo Madama è «libertà». Grillo l’ha decisa e ora la concede ai suoi, stracciando senza indugio la consultazione online che si era svolta nell’autunno del 2014 sulle unioni civili, conclusa con la vittoria del sì: ma «non era presente alcun accenno alle adozioni». E siccome, appunto, Grillo ha deciso, una nuova votazione non serve: «Perché su un tema etico di questa portata i portavoce M5S al Senato possono comunque, in base ai dettami della loro coscienza, votare in maniera difforme dal gruppo qualunque sia il risultato delle votazioni». Dario Fo a stretto giro di posta si schiera con lui.
La parola coscienza fa ingresso nel vocabolario grillino ed è subito terremoto. In pochi giorni il movimento è passato dalla minaccia di non votare il ddl Cirinnà in caso di mediazioni al ribasso da parte del Pd, all’ammissione di qualche dissenso sul tema delle adozioni (la settimana scorsa in una riunione i senatori Ornella Bertorotta e Sergio Puglia avevano ammesso la loro difficoltà a votare sì) alla libertà di voto. Che però manda all’aria il fragile pallottoliere con cui la legge doveva passare. Grillo forse annusa l’aria del paese, favorevole alle unioni civili ma meno alle adozioni: «Gli italiani si spaventano», aveva detto Casaleggio. O forse tenta una mossa per tenere uniti i senatori: il dissenso sul tema è più ampio di quanto non era fin qui filtrato. Il rischio era l’affossamento della stepchild al voto segreto con figuraccia massima dei grillini. Tant’è che ieri l’appello dei senatori per il sì lanciato su twitter da Paola Taverna (#iovotosì), fino a sera aveva raccolto solo dodici adesioni. Poche, molto poche rispetto ai 35 senatori del gruppo. Ma nei gruppi il gesto d’imperio non va giù: «Un patetico tentativo a non spingersi oltre», twitta la deputata Chiara Di Benedetto. Sulla rete intanto è rivolta. L’accusa è sanguinosa ed è quella di tradimento, perfetto frutto di anni di beffe contro l’idea stessa (costituzionale, ma i grillini non l’hanno mai digerita) di libertà di coscienza: «I portavoce non possono avere libertà di coscienza perché votano in rappresentanza della coscienza collettiva», scrive un ’cittadino’; «Avete buttato nel cesso il principio cardine», un altro; «Loro voteranno secondo la loro coscienza ma non secondo la volontà dei cittadini che li hanno eletti», un terzo. Obiezioni da allievi modello dell’educazione civica a 5 stelle. Il rischio è che il contraccolpo si senta nelle città dove a giugno si va al voto. Ne sarebbero preoccupati in particolare il candidato bolognese Massimo Bugani e la torinese Chiara Appendino.
Al senato il cambio di fronte dei grillini innesca una reazione a catena. Ora il rischio è quello di mandare all’aria il ddl Cirinnà che non può più contare sul bacino certo dei 35 voti grillini per far passare l’art. 5, proprio quello che regola le stepchild. Il ministro Alfano esulta e twitta: «Si riapre la partita. Potrebbe saltare l’intera legge». In realtà quello che va a rischio sono le adozioni. Almeno per la strada della legge: quella giudiziaria invece sarebbe spianata: ieri le famiglie Arcobaleno hanno annunciato che «il tribunale per i minorenni di Roma ha riconosciuto un’altra adozione “in casi particolari” (la stepchild adoption) a favore di due minorenni con due mamme». Al senato invece il fronte stava perdendo pezzi. La settimana scorsa il senatore Tonini, cattolico ma favorevole al testo Cirinnà, aveva lanciato l’idea dello stralcio in un provvedimento da approvare in tempi certi. La proposta non aveva trovato grandi accoglienze nell’area centrista e cattolica. In compenso aveva fatto saltare i nervi ai laici del suo partito.
Ieri il capogruppo Luigi Zanda e la vice di Renzi Debora Serracchiani hanno cercato di minimizzare l’impatto del contrordine grillino: «La decisione di Grillo di lasciare libertà di voto sui punti delicati del ddl sulle unioni civili è giusta», ha detto il primo, «Diamo ai grillini il benvenuto nell’età adulta della politica», la seconda. Ma la preoccupazione che alla fine lo stralcio delle adozioni diventi l’unica strada per approvare la legge comincia ad essere molto concreta: la somma dei possibili nuovi dissensi grillini con quelli già conosciuti (35 del Pd, 7 del gruppo delle autonomie, più tutta la destra moderata e non) comincia ad essere un numero pericolosamente alto. Il Pd non sponsorizzerà lo stralcio delle adozioni. Ma potrebbe ’subirla’ per portare comunque a casa la legge. Risparmiandosi le turbolenze che, anche bluffando, il partito di Alfano minacciava, dopo il (presunto) successo del Family Day, sabato scorso. Per Renzi tutto sommato potrebbe persino essere una soluzione augurabile.
7 febbraio 2016
Fonte
Che teatrino penoso.
24/10/2015
Pistole in mano a Pisa. Interrogazione parlamentare e interrogativi seri
Le scene dell'irruzione poliziesca a Pisa, in un immobile dismesso dall'università locale, hanno fatto giustamente il giro d'Italia e non solo. Quei poliziotti con la pistola in mano, come e peggio di un Buonanno qualsiasi – perché sicuramente con il colpo in canna – sono diventati l'immagine di un potere ottuso e dunque violento, incapace di misurare la proporzione tra problema concreto e soluzione.
Non ci soffermeremo più di tanto sull'interrogazione parlamentare di Sel, comunque un segno di resipiscenza nel fluire quotidiano del tran tran politicante. Quell'interrogazione è infatti inevitabilmente – per ovvie ragioni istituzionali – rivolta al ministro Alfano, che di tutto può essere accusato tranne che di fare il ministro dell'interno. Basterebbe la sua insistenza sull'innalzamento del contante a 3.000 euro per iscriverlo in tutt'altra funzione...
La risposta di Alfano si modellerà sulla relazione delle forze dell'ordine locali, ovvero del dirigente dell'ufficio che ha deciso e guidato l'irruzione armi in pugno. Quindi vi invitiamo a riflettere un attimo su quel che vanno riportando le agenzie di stampa: “secondo quanto hanno fatto sapere le forze dell'ordine, è stata un'operazione di polizia giudiziaria per "stroncare un'attività di furto". L'intervento massiccio è stato necessario, precisano ancora, visto l'alto numero di persone presenti. Gli studenti, si rileva, avrebbero prelevato libri di proprietà dell'ateneo stoccati nei locali”.
Sappiamo bene che nel modo drogato di inizio 2000 i fatti non contano più nulla, l'unico problema è “come la racconti”. Dal primo ministro all'ultimo amministratore di condominio, ma anche nelle relazioni quotidiane interpersonali, la “narrazione” ha sostituito la realtà. Per cui si discute di quel che uno dice, non di quello che fa.
Però questa stronzata mostruosa dell'intervento per "stroncare un'attività di furto" supera ogni immaginazione perversa. Gli studenti avevano denunciato loro stessi la presenza nei locali di “libri abbandonati all'incuria, anche nuovi”, accusando dunque l'università di sprecare per incuria o malagestione risorse importanti (certo, se si ritengono importanti i libri...). E avevano altrettanto annunciato che se ne sarebbero andati in giornata. Dunque, l'irruzione sarebbe stata ingiustificata anche se condotta in modo molto più “pacifico”. Ci chiediamo: ma la polizia si presenta armi in pugno davanti a chiunque denuncia un problema? Se sì, si capisce come “la gente” preferisca chiudere gli occhi e farsi i fatti propri...
Ma se così fosse, quel comportamento poliziesco andrebbe definito addirittura criminogeno, ossia indirettamente invitante all'omertà sociale.
Scherziamo naturalmente. Quei poliziotti erano della Digos, la "polizia politica", e non vengono "scomodati" per un volgare furto. La verità è molto più semplice e evidente agli occhi di tutti. Persino davanti alla prova documentale di un comportamento abnorme e pericolosissimo, la polizia non fa marcia indietro e rivendica il suo diritto a fare come le pare. Anche a costo di mentire fino e oltre il ridicolo.
PS: Le cronache degli ultimi mesi riferiscono di un poliziotto della Digos pisana – il gruppo che ha condotto l'irruzione pistolera – arrestato perché si era scelto un secondo lavoro da rapinatore. A forza di sventolare la pistola sotto il naso delle gente, probabilmente, ci prendi il vizio e alla fine ti esce la frase da film...
Daniele Trubiano, 50 anni, assistente capo della squadra antiterrorismo della Digos di Pisa, arrestato per rapina.
Fonte
26/09/2015
Carcere per i manifestanti a volto coperto. No ai codici identificativi per gli agenti. Il nuovo ddl “sicurezza”
Eleonora Martini - tratto da http://ilmanifesto.info
Arresto differito e fino a cinque anni di carcere per chi partecipa a cortei e manifestazioni facendo «uso di caschi protettivi ovvero di ogni altro mezzo atto a rendere impossibile o difficoltoso il suo riconoscimento». Anche senza aver partecipato ad alcuna violenza di piazza. E nessun identificativo per polizia e carabinieri, solo un “codice” per identificare i reparti in servizio di ordine pubblico.
E ancora: da 2 a 5 anni di pena e una multa da mille a 5 mila euro per chi lancia o utilizza tra l’altro «razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, bastoni, mazze, scudi, materiale imbrattante o inquinante, oggetti contundenti»; Daspo agli spacciatori, anche minorenni, con il divieto di accedere a discoteche e locali pubblici; aumento di pena per furti, scippi e rapine; rafforzamento delle misure di contrasto a quelle condotte considerate lesive del decoro urbano, come «l’accattonaggio invasivo nei luoghi pubblici».
Il ministro degli Interni Angelino Alfano ha trovata la soluzione ai problemi “più scottanti” della sicurezza urbana, passando alcune delle patate più bollenti del suo paniere direttamente nelle mani dei sindaci delle città metropolitane che, riuniti ieri nella sede dell’Anci di Roma, chiedevano strumenti e risorse per poter dare risposte alle paure dei cittadini.
Così le proposte sono finite in una bozza di disegno di legge messo a punto dal titolare del Viminale che «prevede - come spiega il primo cittadino di Milano, Giuliano Pisapia - un’estensione dei poteri dei sindaci per la tutela della sicurezza dei cittadini e nel contrasto al degrado, fermo restando la competenza esclusiva dello Stato in materia di ordine e sicurezza pubblica». La proposta è stata presentata ieri al vertice - Alfano assente, il relatore del testo è stato il coordinatore delle Città metropolitane e sindaco di Firenze, Dario Nardella - a cui hanno partecipato, oltre ai su citati, il presidente dell’Anci e sindaco di Torino, Fassino, e i sindaci metropolitani Bianco (Catania), Brugnaro (Venezia), Decaro (Bari), De Magistris (Napoli), Marino (Roma), Orlando (Palermo), Zedda (Cagliari), Falcomatà (R. Calabria) e Accorinti (Messina).
Subito dopo, la riunione è proseguita al Viminale, dove Alfano ha presieduto il tavolo con Nardella, Fassino, una delegazione dei sindaci metropolitani, il sottosegretario dell’Interno Bocci, il capo Gabinetto Lamorgese e il capo della Polizia Pansa. I sindaci ora hanno una settimana di tempo per presentare le loro osservazioni al testo e le loro proposte di modifica, anche se c’è già qualcuno che inizia a sentire puzza di bruciato, motivo per il quale oltre a responsabilità e poteri, i partecipanti al vertice hanno chiesto «un tavolo permanente per quanto riguarda le risorse necessarie in questo settore». Pisapia invece non mostra molti dubbi e giudica «positivamente» la proposta di Alfano.
Malgrado all’articolo 21 del ddl governativo sia prevista l’introduzione non di un codice alfanumerico identificativo del singolo agente o militare, ma di uno che identifichi il «reparto degli operatori in servizio di ordine pubblico» che «gli operatori devono esporre» durante le operazioni di piazza. Per l’obbligo però bisognerà in ogni caso attendere ancora, al contrario di tutte le altre disposizioni contenute nel testo ministeriale e in barba alle richieste del Parlamento europeo. Entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, infatti, un decreto del presidente della Repubblica, previa deliberazione del Cdm, determinerà «i criteri generali concernenti l’obbligo di utilizzo e le modalità d’uso del codice, prevedendo specificatamente che l’attribuzione del suddetto codice identificativo di reparto avvenga secondo criteri di rotazione per ciascun servizio». Altre disposizioni contenute nel ddl, suddiviso in tre parti e 22 articoli, prevedono anche il divieto per il personale in servizio di ordine pubblico di indossare «caschi e uniformi assegnati ad operatori di altro reparto», pena una «sanzione amministrativa pecuniaria di 5 mila euro nonché la sanzione disciplinare prevista dall’ordinamento di appartenenza».
I sindacati di polizia di questo Paese, ancora una volta, plaudono a tutte le proposte tranne all’introduzione del codice identificativo, anche se potrebbe al massimo servire per capire a quale contingente appartengano i tutori dell’ordine pubblico.
18 settembre 2015
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Arresto differito e fino a cinque anni di carcere per chi partecipa a cortei e manifestazioni facendo «uso di caschi protettivi ovvero di ogni altro mezzo atto a rendere impossibile o difficoltoso il suo riconoscimento». Anche senza aver partecipato ad alcuna violenza di piazza. E nessun identificativo per polizia e carabinieri, solo un “codice” per identificare i reparti in servizio di ordine pubblico.
E ancora: da 2 a 5 anni di pena e una multa da mille a 5 mila euro per chi lancia o utilizza tra l’altro «razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, bastoni, mazze, scudi, materiale imbrattante o inquinante, oggetti contundenti»; Daspo agli spacciatori, anche minorenni, con il divieto di accedere a discoteche e locali pubblici; aumento di pena per furti, scippi e rapine; rafforzamento delle misure di contrasto a quelle condotte considerate lesive del decoro urbano, come «l’accattonaggio invasivo nei luoghi pubblici».
Il ministro degli Interni Angelino Alfano ha trovata la soluzione ai problemi “più scottanti” della sicurezza urbana, passando alcune delle patate più bollenti del suo paniere direttamente nelle mani dei sindaci delle città metropolitane che, riuniti ieri nella sede dell’Anci di Roma, chiedevano strumenti e risorse per poter dare risposte alle paure dei cittadini.
Così le proposte sono finite in una bozza di disegno di legge messo a punto dal titolare del Viminale che «prevede - come spiega il primo cittadino di Milano, Giuliano Pisapia - un’estensione dei poteri dei sindaci per la tutela della sicurezza dei cittadini e nel contrasto al degrado, fermo restando la competenza esclusiva dello Stato in materia di ordine e sicurezza pubblica». La proposta è stata presentata ieri al vertice - Alfano assente, il relatore del testo è stato il coordinatore delle Città metropolitane e sindaco di Firenze, Dario Nardella - a cui hanno partecipato, oltre ai su citati, il presidente dell’Anci e sindaco di Torino, Fassino, e i sindaci metropolitani Bianco (Catania), Brugnaro (Venezia), Decaro (Bari), De Magistris (Napoli), Marino (Roma), Orlando (Palermo), Zedda (Cagliari), Falcomatà (R. Calabria) e Accorinti (Messina).
Subito dopo, la riunione è proseguita al Viminale, dove Alfano ha presieduto il tavolo con Nardella, Fassino, una delegazione dei sindaci metropolitani, il sottosegretario dell’Interno Bocci, il capo Gabinetto Lamorgese e il capo della Polizia Pansa. I sindaci ora hanno una settimana di tempo per presentare le loro osservazioni al testo e le loro proposte di modifica, anche se c’è già qualcuno che inizia a sentire puzza di bruciato, motivo per il quale oltre a responsabilità e poteri, i partecipanti al vertice hanno chiesto «un tavolo permanente per quanto riguarda le risorse necessarie in questo settore». Pisapia invece non mostra molti dubbi e giudica «positivamente» la proposta di Alfano.
Malgrado all’articolo 21 del ddl governativo sia prevista l’introduzione non di un codice alfanumerico identificativo del singolo agente o militare, ma di uno che identifichi il «reparto degli operatori in servizio di ordine pubblico» che «gli operatori devono esporre» durante le operazioni di piazza. Per l’obbligo però bisognerà in ogni caso attendere ancora, al contrario di tutte le altre disposizioni contenute nel testo ministeriale e in barba alle richieste del Parlamento europeo. Entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, infatti, un decreto del presidente della Repubblica, previa deliberazione del Cdm, determinerà «i criteri generali concernenti l’obbligo di utilizzo e le modalità d’uso del codice, prevedendo specificatamente che l’attribuzione del suddetto codice identificativo di reparto avvenga secondo criteri di rotazione per ciascun servizio». Altre disposizioni contenute nel ddl, suddiviso in tre parti e 22 articoli, prevedono anche il divieto per il personale in servizio di ordine pubblico di indossare «caschi e uniformi assegnati ad operatori di altro reparto», pena una «sanzione amministrativa pecuniaria di 5 mila euro nonché la sanzione disciplinare prevista dall’ordinamento di appartenenza».
I sindacati di polizia di questo Paese, ancora una volta, plaudono a tutte le proposte tranne all’introduzione del codice identificativo, anche se potrebbe al massimo servire per capire a quale contingente appartengano i tutori dell’ordine pubblico.
18 settembre 2015
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03/08/2015
Temo che Renzi stia preparando il suo contrattacco
Non so se Renzi riuscirà ad attuare il suo piano fiscale. Per ora pare che l’ “Europa” (termine che deve essere un sinonimo di “capitale iperfinanziario”) gli si sta mettendo di traverso, però la partita è solo all’inizio.
C’è chi ha “consigliato” a Renzi di iniziare non dalle tasse sulla casa ma da quelle sul lavoro. E Renzi potrebbe benissimo invertire l’ordine degli interventi, anche se, in verità, la casa rappresenta un flusso fiscale più facilmente sostituibile, a meno che la riduzione delle tasse sul lavoro non sia una cosa del tutto ridicola che resterebbe senza effetti.
Comunque la partita è appena iniziata ed anche un veto europeo potrebbe essere speso dal nostro Tamarro come argomento propagandistico (“vorrei ma non me lo fanno fare”) e non è detto che non gli renda qualcosa in consensi.
Per ora i sondaggi (per quel che valgono i sondaggi... lo sappiamo) segnano ancora un Pd in discesa e una incredulità verso le promesse renziane che supera il 50%. Questo però è abbastanza logico: lo studio dei comportamenti elettorali insegna che, nei sei mesi successivi alle elezioni, l’elettorato continua a seguire la traiettoria percepita dal risultato.
Chiarisco meglio: non importa se un partito ha in effetti aumentato o diminuito i voti e quanto, ma se il suo risultato è stato visto come un successo o un insuccesso. Ad esempio, nel 1979 i radicali ebbero una buona affermazione (per quei tempi) con il 3,4% che in sé era un successo, ma la sensazione di vittoria fu sensibilmente smorzata dal fatto che tutti i sondaggi prevedevano un 5%, per cui quel 3,4 fu un po’ una delusione, anche se, una settimana dopo, alle europee, aggiunse ancora uno 0,3%. Qualcosa di simile è successo a Sel fra il 2011 ed il 2012, con sondaggi che la davano al 7-8% ma che poi erano smentiti dalle amministrative in cui non superava mai il 5% e poi dalle politiche in cui, pur rientrando in parlamento, ottenne un deludente 3,2%.
Il M5S l’anno scorso, nelle europee, ottenne un risultato in sé non disastroso (calando di 3 punti e mezzo rispetto ad un anno prima) ma psicologicamente la cosa fu percepita come una pesante sconfitta per le forti aspettative di vittoria della vigilia. Vice versa, nelle amministrative di questo anno il M5S si è attestato intorno al 15% medio, che significa una flessione molto più dura dell’anno scorso, ma il risultato è stato accolto come un successo del movimento, perché si dava per scontata la minore capacità di raccolta elettorale nel test delle amministrative, da sempre sfavorevole ad esso. Ed, infatti i sondaggi lo danno in forte ripresa, addirittura oltre il 25% di due anni fa.
Il Pd ha subito una sconfitta secca percepita come tale, per cui il riflesso sull’elettorato è di segno negativo e lo sarà ancora per alcuni mesi, esattamente come l’anno scorso, dopo il 41% delle europee, i sondaggi segnalavano un Pd in crescita sino al 46% ancora a novembre.
Dunque, questa attuale contrazione nei sondaggi è del tutto fisiologica. Ma non vuol dire che automaticamente si ripeterà nelle votazioni del prossimo anno. Molto dipende dalla capacità di iniziativa di Renzi che è una bestia (ne sono convinto), ma è una bestia che ha fiuto e non è uno che resta con le mani in mano, che gli mangino in testa, come un Bersani qualsiasi. Questa delle tasse è la prima mossa.
Poi c’è un altro segnale da non sottovalutare, in se non significativo, ma che potrebbe avere conseguenze che vanno ben al di là della modesta entità delle forze (o debolezze) in questione: la decisione di Alfano di sciogliere Ncd per confluire nelle schiere renziane, a quanto pare seguito anche dai casiniani. Messi insieme, non fanno neppure il 4% e, presumibilmente anche i verdiniani non portano molto di più. Eppure questa mossa può dare effetti molto superiori alle premesse. Questa trasmigrazione di “massa” (si fa per dire) nel campo del centro sinistra mette nell’angolo i vari Passera, Fitto, Marchini, Spacca ecc, e quindi liquida, prima di nascere, ogni ipotesi di un centro o centro destra “pulito”. Di conseguenza, lascia Salvini come unico avversario in pista del Pd. Resuscita Berlusconi come ago della bilancia a destra fra alleanza subalterna alla Lega o polo alternativo ad essa. Pone le premesse per un duello Salvini - Renzi e con esso, della probabile vittoria del tamarro fiorentino. Come vedete conseguenze che vanno molto oltre quel miserando 4-5% che forse (forse) mettono insieme tutti questi transfughi.
Ripeto, attenzione a non sottovalutare Renzi: non è intelligente ma è astuto, non diamolo per spacciato prima del tempo.
Fonte
Mi auguro con tutto il cuore che quella melma maleodorante percolata dal Popolo della libertà (madonna che insulto di nome!...) confluisca effettivamente nel PD.
A quel punto nessun ex nostalgico della falce e martello (forse mai stata tale) avrebbe più scuse per continuare ad accasare il suo voto e peggio ancora la propria militanza in una simile cloaca.
C’è chi ha “consigliato” a Renzi di iniziare non dalle tasse sulla casa ma da quelle sul lavoro. E Renzi potrebbe benissimo invertire l’ordine degli interventi, anche se, in verità, la casa rappresenta un flusso fiscale più facilmente sostituibile, a meno che la riduzione delle tasse sul lavoro non sia una cosa del tutto ridicola che resterebbe senza effetti.
Comunque la partita è appena iniziata ed anche un veto europeo potrebbe essere speso dal nostro Tamarro come argomento propagandistico (“vorrei ma non me lo fanno fare”) e non è detto che non gli renda qualcosa in consensi.
Per ora i sondaggi (per quel che valgono i sondaggi... lo sappiamo) segnano ancora un Pd in discesa e una incredulità verso le promesse renziane che supera il 50%. Questo però è abbastanza logico: lo studio dei comportamenti elettorali insegna che, nei sei mesi successivi alle elezioni, l’elettorato continua a seguire la traiettoria percepita dal risultato.
Chiarisco meglio: non importa se un partito ha in effetti aumentato o diminuito i voti e quanto, ma se il suo risultato è stato visto come un successo o un insuccesso. Ad esempio, nel 1979 i radicali ebbero una buona affermazione (per quei tempi) con il 3,4% che in sé era un successo, ma la sensazione di vittoria fu sensibilmente smorzata dal fatto che tutti i sondaggi prevedevano un 5%, per cui quel 3,4 fu un po’ una delusione, anche se, una settimana dopo, alle europee, aggiunse ancora uno 0,3%. Qualcosa di simile è successo a Sel fra il 2011 ed il 2012, con sondaggi che la davano al 7-8% ma che poi erano smentiti dalle amministrative in cui non superava mai il 5% e poi dalle politiche in cui, pur rientrando in parlamento, ottenne un deludente 3,2%.
Il M5S l’anno scorso, nelle europee, ottenne un risultato in sé non disastroso (calando di 3 punti e mezzo rispetto ad un anno prima) ma psicologicamente la cosa fu percepita come una pesante sconfitta per le forti aspettative di vittoria della vigilia. Vice versa, nelle amministrative di questo anno il M5S si è attestato intorno al 15% medio, che significa una flessione molto più dura dell’anno scorso, ma il risultato è stato accolto come un successo del movimento, perché si dava per scontata la minore capacità di raccolta elettorale nel test delle amministrative, da sempre sfavorevole ad esso. Ed, infatti i sondaggi lo danno in forte ripresa, addirittura oltre il 25% di due anni fa.
Il Pd ha subito una sconfitta secca percepita come tale, per cui il riflesso sull’elettorato è di segno negativo e lo sarà ancora per alcuni mesi, esattamente come l’anno scorso, dopo il 41% delle europee, i sondaggi segnalavano un Pd in crescita sino al 46% ancora a novembre.
Dunque, questa attuale contrazione nei sondaggi è del tutto fisiologica. Ma non vuol dire che automaticamente si ripeterà nelle votazioni del prossimo anno. Molto dipende dalla capacità di iniziativa di Renzi che è una bestia (ne sono convinto), ma è una bestia che ha fiuto e non è uno che resta con le mani in mano, che gli mangino in testa, come un Bersani qualsiasi. Questa delle tasse è la prima mossa.
Poi c’è un altro segnale da non sottovalutare, in se non significativo, ma che potrebbe avere conseguenze che vanno ben al di là della modesta entità delle forze (o debolezze) in questione: la decisione di Alfano di sciogliere Ncd per confluire nelle schiere renziane, a quanto pare seguito anche dai casiniani. Messi insieme, non fanno neppure il 4% e, presumibilmente anche i verdiniani non portano molto di più. Eppure questa mossa può dare effetti molto superiori alle premesse. Questa trasmigrazione di “massa” (si fa per dire) nel campo del centro sinistra mette nell’angolo i vari Passera, Fitto, Marchini, Spacca ecc, e quindi liquida, prima di nascere, ogni ipotesi di un centro o centro destra “pulito”. Di conseguenza, lascia Salvini come unico avversario in pista del Pd. Resuscita Berlusconi come ago della bilancia a destra fra alleanza subalterna alla Lega o polo alternativo ad essa. Pone le premesse per un duello Salvini - Renzi e con esso, della probabile vittoria del tamarro fiorentino. Come vedete conseguenze che vanno molto oltre quel miserando 4-5% che forse (forse) mettono insieme tutti questi transfughi.
Ripeto, attenzione a non sottovalutare Renzi: non è intelligente ma è astuto, non diamolo per spacciato prima del tempo.
Fonte
Mi auguro con tutto il cuore che quella melma maleodorante percolata dal Popolo della libertà (madonna che insulto di nome!...) confluisca effettivamente nel PD.
A quel punto nessun ex nostalgico della falce e martello (forse mai stata tale) avrebbe più scuse per continuare ad accasare il suo voto e peggio ancora la propria militanza in una simile cloaca.
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