Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/05/2017

“Qui c’è ancora odore di sangue…”

“Qui c’è ancora odore di sangue: tutti i profumi d’Arabia non lo cancelleranno da questa piccola mano” Shakespeare, Macbeth, V-I

Per fortuna Gabriele Del Grande è tornato a casa.

Impossibile non gioirne, perché le carceri turche non si augurano a nessuno, ma anche perché a questo punto il martirologio, in mancanza di martire, probabilmente cesserà.

Nonostante questo, prosegue il processo di beatificazione del “blogger, giornalista indipendente mai iscritto all’albo, documentarista, regista” che, in circostanze e per motivi ancora da chiarire, è stato fermato in Turchia mentre, così ha riferito, cenava al ristorante con una sua “fonte”.

Siccome però i processi di canonizzazione richiedono l’esame di documenti e testimonianze che comprovino la santità, e visto che abbiamo la fortuna di essere contemporanei dell’aspirante santo, ci permettiamo una breve, inevitabilmente parziale, analisi della vita e delle opere di Gabriele Del Grande.

In fondo è a casa, vivo e in buona salute, quindi non si rischia di incappare in un’accusa di eresia.

Gabriele Del Grande è il fondatore di un blog, Fortress Europe, che monitora le morti nel Mediterraneo (ultimo aggiornamento: 2 febbraio 2016, più di un anno fa) e collabora, o ha collaborato, con diverse testate, tra le quali Internazionale e L’Unità.

Certo, su questo aspetto del suo lavoro è difficile fare obiezioni. Come si fa ad avercela con un ragazzo che con i sui soli mezzi si impegna per informarci sulla tragedia immane di persone che muoiono tentando di fuggire dalla fame e dalla guerra? Be’, in effetti i mezzi in un’occasione glieli ha forniti Soros, ma cosa c’è di strano? In fondo il capo di Open Society Foundation finanzia i progetti “benefici” più disparati in giro per il mondo, dal golpe in Ucraina alle varie rivoluzioni arancioni che hanno destabilizzato il Medio Oriente, causando buona parte delle ondate di profughi alle quali abbiamo assistito in questi anni, ma perché sottilizzare, se poi regala qualche euro a chi li salva? Del Grande ha detto in conferenza stampa che la notizia dei finanziamenti di Soros é una bufala, perché lui ha ricevuto “solo” 37.000 euro, e solo nel 2011. Prendiamo atto del fatto che Soros con lui è stato spilorcio (evidentemente 37000 euro gli sembrano pochi), ma non si capisce perché la notizia, da lui stesso confermata, debba essere considerata una bufala.

Ma Del Grande non si occupa solo di questa meritoria opera di monitoraggio (ferma, come abbiamo detto, da più di un anno): scrive anche reportage da vari teatri di guerra, come la Libia e la Siria, ed è proprio durante il conflitto libico che Del Grande comincia a diffondere la sua verità, che per brevità chiameremo Verbo, su dittatori, rivoluzioni e jihadismo.

Per evitare interpretazioni spurie del suo pensiero, e sospetti di pregiudizi nei suoi confronti, attingiamo direttamente dal Verbo: secondo Del Grande, che rilascia questa intervista  nel 2011, il conflitto libico fu un movimento assolutamente spontaneo di cittadini che chiedevano più libertà, una sorta di “risorgimento” di un popolo oppresso da decenni di dittatura, nella quale “ogni forma di dissenso è stata repressa. L’unica forma di opposizione interna negli ultimi decenni è stata quella dell’islam politico. Represso durissimamente dalla dittatura. Basti pensare ai 1.200 islamisti fucilati in una notte nel carcere di Abu Salim a Tripoli nel 1996. E anche la rivoluzione del 17 febbraio è esplosa sulla scintilla di una loro protesta, quando il 15 febbraio i familiari delle vittime sono scesi in piazza per chiedere giustizia. Per il resto è un movimento spontaneo, fatto soprattutto di giovani, anche ingenuo se volete, ma nel senso positivo del termine. Nel senso che c’è una generazione che senza farsi troppi sofismi ha deciso che per la libertà vale la pena lottare e che ha deciso di porre fine al regime di Gheddafi, anche a costo della vita.”. 

Qui però il quasi santo è uno e bino, entrando in contraddizione con se stesso, perché nello stesso anno, in un’intervista a Lilli Gruber (23 marzo 2011), dice che la folla di Bengasi chiede la no fly zone e inneggia a Sarkozy e agli Stati Uniti, ed esclude “CATEGORICAMENTE!” che dietro le proteste ci siano gli islamisti. Ma le proteste non le avevano iniziate loro, unica forma di “opposizione”?

Fare fact checking sulle categoriche sicurezze di Del Grande riguardo alla Libia è fin troppo facile: la storia recente ha dimostrato chi fossero i pacifici manifestanti amici di Del Grande e in quali condizioni abbiano ridotto il paese.
I dirigenti di Liwa Al-Tawhid si uniscono ad altri gruppi e formano Ahrar al-Sham. Basta guardare i volti che trasudano moderazione e dialogo per essere conquistati da questa causa. AFP PHOTO/ISLAMIC FRONT

Forse più interessanti sono le opere che il Nostro ha dedicato alla Siria, paese che frequenta sin dall’inizio della guerra, riuscendo nell’incredibile impresa di non incontrare nemmeno un sostenitore di Assad. Nemmeno uno, neanche un tassista, un passante, un cugino alla lontana del cuoco del palazzo presidenziale. Nessuno.

Lui parla solo con gente come Yusef ‘Abbud (di Hayat Amr bil Ma’ruf, braccio civile del Fronte islamico per la liberazione della Siria, Jabhat Tahrir Suriya al Islamiya, poi alleati di Al Nusra, ma definiti da Del Grande “islamisti moderati”) intervistato ad Aleppo nel 2013 mentre distribuisce aiuti umanitari.

Del Grande ci informa che le uniche iniziative civili concrete sono quelle finanziate dai movimenti islamici moderati” i quali, a sentire lui, si contendono democraticamente il controllo del territorio con le milizie di Al Nusra, definita formazione islamista “internazionalista”, che controlla i tribunali dove si applica la sharia; però non fatevi strane idee, Gabriele ci assicura che tutto procede nel migliore dei modi, si tratta di tribunali regolari nei quali viene garantito ogni diritto e la pena di morte è riservata solo agli assassini. Di solito giustiziano Alawiti vicini ad Assad, quindi non c’è motivo di pensare che i processi non siano equi. E poi i bravi studenti del Corano escono prima per buona condotta. Queste corti islamiche sono un modello di civiltà.

E cosa ne pensa la popolazione degli islamisti di Al Nusra? Secondo il Verbo “i sentimenti dei siriani verso Jabhat el Nusra sono un misto di timore e rispetto”. Gli intervistati da Gabriele sono tutti molto fiduciosi: la Siria è un paese laico, e finita la guerra questi ragazzi un po’ scapestrati ma dai puri ideali, che impongono l’Islam politico e sognano la creazione di un Califfato, saranno “riassorbiti” dai moderati. Magari mettiamo un bello sbarramento al 5% col doppio turno alla francese e li escludiamo dall’arco parlamentare.

Intanto, visto che ci sono, amministrano la sharia e giustiziano la gente.

Del resto non si può attribuire a questi ragazzi la responsabilità di quello che accade in Siria. Certo, spesso ci sono degli eccessi, ma come si è arrivati a tutto questo? Tranquilli, ve lo racconta Gabriele:

“Abu Faisal ha le idee chiare. Lui è un comandante di una delle più forti brigate dell’esercito libero, a Liwa Tawhid, islamisti moderati finanziati dal Qatar e ben visti dagli americani. Per lui c’è un solo responsabile, ed è il regime. “Per sei mesi, nel 2011, abbiamo manifestato pacificamente, con la polizia che ci sparava addosso. A giugno di quell’anno, il regime ordinò un’amnistia per i prigionieri politici. Sembrava un’apertura, ma di fatto servì a rimettere in libertà centinaia di uomini di Al Qaeda, che il regime aveva manovrato negli anni passati per gli attentati in Iraq. Le loro milizie sono ancora minoritarie, tuttavia in questi due anni sono cresciuti molto. Io mi chiedo chi li finanzi. Mi chiedo se sia un caso che gli arrivano così tanti soldi e così tante armi. Mi chiedo se sia un caso che tra i loro muhajidin la maggior parte siano proprio ceceni, i nemici di Putin. Ne saranno arrivati un migliaio in Siria. Chi li manovra? È lecito chiederselo, dopotutto il regime è il principale beneficiario della loro presenza. Aveva bisogno di un nemico per serrare le fila. Aveva bisogno di un mostro per dire al mondo: o me o loro. E devo dire che ci sta riuscendo abbastanza bene. Perché in questo momento noi non abbiamo la forza per combattere su due fronti. E dobbiamo concentrare i nostri sforzi contro il regime. Ma appena prenderemo Damasco, per forza di cose inizierà una seconda guerra contro di loro. La Siria non sarà mai governata da questi fanatici.”. 

A parte il consueto “E' stato Putin” che non poteva mancare (del resto in Siria ci sono un sacco di integralisti Ceceni, notoriamente manovrati dal Cremlino che, altrettanto notoriamente, non li ha mai combattuti e non li combatte) in questo brano ci sono alcune osservazioni interessanti, tanto più se consideriamo che queste tesi sono state adottate da Del Grande, che le ha scritte, ripetute, difese e rivendicate negli anni a seguire: esistono dei gruppi di islamisti moderati, idealisti e internazionalisti, che combattono per la libertà contro la dittatura di un folle sanguinario e che, sebbene con qualche eccesso, sono per questo giustificati. Del resto l’ultimo lavoro che sta preparando, quello per il quale si trovava in Turchia, è un libro dal titolo “un partigiano mi disse”, nel quale intende raccontare la guerra in Siria e gli uomini e le donne del Califfato, gli internazionalisti che tradiscono l’ideale, i compagni che sbagliano. 

L’opinione di Del Grande è chiarissima: “Non tutti hanno una formazione islamista radicale. Tanti sono venuti semplicemente per seguire un grande ideale di solidarietà con la comunità musulmana sunnita siriana, a cui sentono di appartenere al di là delle frontiere. Né più né meno come i comunisti italiani che nel 1936 andarono in Spagna a combattere contro il fascismo”.

Né più né meno. In effetti questa è grossa, però bisogna considerare che l’estasi mistica può dare alla testa.

Anche perché Del Grande considera moderati gruppi islamisti che moderati non sono: noi sappiamo (lui evidentemente no, anche se ci va a cena) che il FSA, l’Esercito libero siriano, originariamente costituito soprattutto da disertori dell’esercito regolare, è ormai formato da gruppi tutt’altro che moderati come, per esempio, la brigata Liwa Tawhid da lui citata, che secondo TRAC  è anch’essa una formazione islamista che opera attraverso attentati utilizzando tattiche terroristiche. 

Ma pazienza, per adesso è prioritario concentrare tutti gli sforzi contro il regime, poi ci preoccuperemo della guerra contro l’Isis, sul quale Del Grande esprime in effetti qualche riserva. Anche qui però il Verbo è oscuro, e difficile da interpretare. Ma non avevamo detto che gli islamisti radicali si sarebbero fatti assorbire dai processi democratici? In effetti è comprensibile: dopo aver visto gli uomini del Califfato all’opera qualche dubbio sulla loro sincera fede democratica può venire anche a un tipo indulgente come Del Grande.

I racconti si susseguono, accorati e commoventi:

 “Per anni quella bandiera nera è stata usata da una miriade di sigle del terrorismo islamico. Nella Siria di oggi però è diventata il simbolo dell’internazionalismo islamista.”

 La bandiera nera dell’internazionalismo islamista. Detta così sembra una cosa romantica.

 Per la loro partecipazione alla guerra, non otterranno niente in cambio. Al contrario, sanno che la maggior parte di loro morirà presto in battaglia. Quello che non sanno è che chi si salverà, non riuscirà a conservare il proprio idealismo. Perché come tutte le guerre, questa è una guerra sporca. Sporca come il sacco sulle spalle del vecchio appena uscito dalla sede della brigata islamista. Gronda sangue. Dentro ci sono i vestiti degli shabbiha catturati nei giorni scorsi. Si tratta dei criminali assoldati dal regime per perseguitare gli oppositori. A tagliare loro la gola è stato l’afgano, con una specie di spada. I corpi li hanno sepolti nella piazzola sotto il cavalcavia, dove hanno già sotterrato un’altra ventina di sgherri del regime giustiziati alla stessa maniera. Il vecchio ora sta andando a bruciare i loro panni.

Nessuno dei combattenti però presta attenzione al suo passaggio. Perché nel frattempo è arrivata una macchina in corsa. I primi a scendere sono Abu Zeid e Abu Moaz. C’è un cadavere a bordo da scaricare. Si tratta di Abu Abed. E’ successo tutto un’ora prima. Il colpo di mortaio è esploso a un paio di metri dall’auto. E per Abu Abed non c’è stato niente da fare.” C’è una notevole differenza tra il distacco col quale viene descritta l’esecuzione sommaria degli “sgherri” di Assad e il tono accorato usato per raccontare la morte dei “martiri dello jihad”. 

E ancora “Abu Malek un anno fa faceva il rivenditore di automobili. Le armi le ha prese quando la polizia gli ha ammazzato il fratello in una manifestazione. E oggi è a capo della brigata dei martiri di Salah Ed Dine, tutti ragazzi dell’omonimo quartiere popolare di Aleppo. Dei 115 uomini che aveva a disposizione un mese fa ne ha già persi 40: dodici sono morti in battaglia e altri 28 sono gravemente feriti. Le vittime della guerra ad Aleppo però sono soprattutto civili. L’ultimo martire è un uomo di mezza età colpito alla testa da un cecchino dell’esercito di Assad. Lo stanno seppellendo in quello che prima della guerra era il giardinetto di Sukkari. Due ragazzi scavano in fretta una buca, con la pala. Hanno paura di attirare l’attenzione degli aerei militari che sorvolano la città. Al lato della fossa, tre bambini stanno a guardare, ormai abituati a vedere la morte abitare i loro quartieri. 

Improvvisamente uno stormo di uccelli neri attraversano il cielo. Questa volta l’esplosione è molto più forte delle precedenti. È un bombardamento aereo. L’ennesimo. Da una strada non lontana si leva una colonna di fumo. Seguono altre esplosioni, saranno a un chilometro di distanza, in mezzo a una zona abitata, lontano da qualsiasi obiettivo militare. 

Insomma, a parte l’anacoluto (che però gli perdoniamo, perché non è iscritto all’albo) qui si sostiene la tesi già sentita secondo la quale il cattivissimo e non troppo intelligente Assad bombarderebbe deliberatamente i civili “con l’unico obiettivo di terrorizzare e punire la popolazione che è rimasta in città”. O forse l’obiettivo in questo caso erano i componenti della brigata dei martiri di Salah Ed Dine, affiliata a Ahrar al Sham, che a Del Grande sono tanto simpatici, ma restano jihadisti finanziati da Arabia Saudita e Qatar? Forse non se ne è reso conto, ma stava parlando con loro.
 
Il Ceceno Abu Bakr al-Shishani comandante Ahrar al-Sham: un sincero democratico con i sui ragazzi. I bombardamenti russi hanno purtroppo spento prematuramente una promettente carriera di leader moderato
C’è un’altra tesi che Del Grande ha trasformato in dogma della fede, dandola per accertata anche se si tratta semplicemente dell’opinione dei “ribelli moderati” che ama intervistare: Assad avrebbe messo in atto una sorta di strategia della tensione, provocando una guerra fratricida tra le varie fazioni dell’opposizione armata, liberando i terroristi dal carcere di Sednaya grazie a un’amnistia (in realtà furono una serie di amnistie) diabolicamente escogitata da Assad proprio per mettere il proprio paese nelle mani dei terroristi. La situazione poi gli sarebbe sfuggita di mano. Chi volesse approfondire può farlo qui; ai nostri fini basti ricordare che le amnistie furono chieste a gran voce da Amnesty International e dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (che comunque le giudicarono sempre insufficienti) e che prevedevano la scarcerazione solo per i reati meno gravi e per i malati terminali o ultrasettatenni. Attribuire a questo episodio la degenerazione del conflitto siriano non ha alcun senso.
Altro dogma della fede è la presunta alleanza di Siria e Iran con Al Qaeda per destabilizzare l’Iraq. Su questo però ammettiamo la nostra impotenza: il fact checking si può fare sulle bugie, non sui vaneggiamenti. C’è un limite a tutto.

Chiudiamo questa ampia disamina della vita e delle opera del Beato con alcuni brani del video di un incontro con Amedeo Ricucci (il quale, nonostante “l’amicizia e la stima reciproche”, non ha risparmiato critiche a Del Grande sulla sua recente condotta) incontro nel quale Gabriele ripete e approfondisce concetti già espressi, come la costernazione per l’incomprensibile embargo sui missili terra – aria imposto dai servizi segreti americani (in pratica il Nostro non si spiega come mai gli americani, che pure hanno un bel pelo sullo stomaco, abbiano qualche perplessità riguardo all’ipotesi di mettere in mano ai terroristi una contraerea).

A seguire c’è un interessante dibattito durante il quale Del Grande si affretta a difendersi dall’accusa, effettivamente infondata, di aver parlato male degli aspiranti martiri dello jihad. L’episodio è surreale, ne consiglio la visione.

Durante questo incontro racconta anche la sua esperienza coi foreign fighters, “tanti ragazzi che arrivano con questo senso di solidarietà, al di là delle frontiere, ceceni, afgani, algerini, tunisini, ingenui, naif”, accolti dalla popolazione siriana “con abbracci e col massimo rispetto”.

A questo punto il processo di canonizzazione è istruito e si attende il verdetto del Congresso dei Teologi. Manca solo il miracolo accertato.

Qualcuno si chiederà: perché fare tanta fatica per dimostrare che Del Grande ha una visione parziale e schierata delle vicende mediorientali e in particolare della Siria?

Semplicemente perché nei prossimi mesi Gabriele Del Grande ci verrà venduto come un grande esperto, uno che ha lavorato sul campo e che conosce la Siria, che ha parlato con le persone e che ne conosce le motivazioni. Ripeterà quella che è da anni la versione mainstream: un paese sconvolto da una rivoluzione giusta contro un dittatore spietato, degenerata in guerra civile per responsabilità esclusiva di quello stesso dittatore, ma lo farà da una posizione enormemente avvantaggiata, accreditato da tutti come giornalista indipendente e imparziale, reduce da una spiacevole disavventura che lo ha trasformato in un paladino della libertà di stampa (almeno così ce l’hanno raccontata), con l’aggiunta del crisma della bontà assoluta e in odore di santità, perché sostiene chi salva le persone che muoiono in mare. Il testimone perfetto.

Del Grande una volta ha detto che non si può sbattere la porta in faccia al vicino che scappa dalla casa in fiamme.

Questo è incontestabile, e fa parte delle regole fondamentali della convivenza civile e della solidarietà umana, ma non è ipocrita accogliere il vicino in difficoltà se contemporaneamente si solidarizza col piromane che ha appiccato il fuoco alla sua casa? Non si crea un cortocircuito se si piange per i profughi mentre si tifa per i terroristi che destabilizzano i paesi dai quali i profughi scappano? Se si scambiano i foreign fighters per internazionalisti, i terroristi per idealisti, e i paesi laici e sovrani per campi di battaglia per le scorribande di terroristi islamisti manovrati da potenze straniere?

Ovviamente ogni giornalista è libero di avere un’opinione, tutti i giornalisti hanno un’opinione, ma un bravo giornalista contestualizza, verifica le fonti, si pone delle domande e cerca le risposte. Un vero giornalista non si trasforma in megafono per la propaganda di una parte, soprattutto quando si tratta delle milizie jihadiste, altrimenti dovrà anche farsi carico della responsabilità morale per quelle stesse morti che si ritrova a piangere.

 Non ci interessa sapere se Gabriele Del Grande sia in buona fede o se si sia semplicemente trovato una nicchia di mercato da sfruttare. Non è rilevante, perché non cambia il risultato. Nessuno si erge a giudice morale, non ha senso demonizzare dopo aver irriso chi beatifica.

Quello che conta è che quando Del Grande presenterà il suo ultimo libro, riempiendo le televisioni e i giornali con la sua versione dei fatti, qualcuno si ricordi cosa ha detto in questi lunghi anni in cui il Medio Oriente è stato massacrato dai suoi ragazzi idealisti con la bandiera nera, e diffidi.
Che qualcuno si ricordi (e ricordi ai troppi smemorati) da che parte sta. 

Fonte 

01/05/2017

Gabriele, il giornalismo e l’improvvido Alfano

Due fulminanti articoli messi insieme da un duo di inviati di guerra di lungo corso. Che smontano con disarmante semplicità l'operazione di santificazione di Gabriele Del Grande. Articoli molto istruttivi per capire cos'è il giornalismo – mestiere onorabilissimo se esercitato con spirito critico e autonomia di giudizio, miserabile se ridotto al servizio del potente di turno –, ma anche come funzione il ministro degli esteri in carica e la figura del "personaggio" di cui siamo stati costretti ad occuparci.

*****

Adesso che la vicenda di Gabriele Del Grande è finita bene, assorbiti gli applausi troppo facili della prima ora, e i giramenti di scatole educatamente nascosti per la montatura mediatica che abbiamo visto in scena, al terzo giorno un piccolo tentativo di ragionamento.

Qualche osservazione dovuta al giovanotto Del Grande sulle regole elementari del mestiere che vorrebbe praticare, visto che con i turchi si è dichiarato giornalista. All’improvvido ministro Alfano la colpa dell’infelice sceneggiata messa in piedi all’aeroporto di Bologna.

Datato reporter, frequentatore abituale di zone di guerra, allergico agli improvvisatori con la mancia sul loro eroismo. Può valere come autobiografia dello scrivente, può valere per l’amico e collega Amedeo Ricucci, inviato speciale del Tg1 che ho beccato a Beirut dove sta seguendo qualche pista mediorientale. Oggi, sul sito fecebook di Amedeo, una rilettura eccellente su quanto accaduto a Gabriele Del Grande in Turchia. «Ad avventura finita – scrive Amedeo – vorrei provare a levarmi qualche sassolino dalla scarpa e offrirlo a tutti come spunto per la riflessione».

Troppo gentile il collega, ma è per questo che ho scelto di cedergli la parola, nel timore di un mio eccesso di severità. Che lascerò alla fine, tutta riservata al ministro.

Amedeo Ricucci
«1) Come sempre in Italia, ha prevalso una rappresentazione deformata di quanto stava realmente succedendo, sia sui media che sui social network. Da un lato c’era chi vedeva in Gabriele un EROE che si stava immolando sull’altare della libertà di stampa e dall’altra chi lo additava come un MOSTRO, capace delle peggiori nefandezze.

Non c’è bisogno al proposito di scomodare Bertold Brecht per ricordarci che così proprio non va: un Paese infatti che ha bisogno di eroi – o di mostri, è lo stesso – non è un Paese messo bene.

2) E allora cominciamo col dire che Gabriele Del Grande – di cui mi ritengo un amico e che stimo – recandosi nelle zone di confine fra Turchia e Siria ha fatto una stupidaggine colossale.

Perché chiunque va da quelle parti per un lavoro giornalistico non può non sapere che serve un "accredito stampa" senza il quale lavorare è assai arduo, soprattutto a partire dall’ultimo anno.

Perché Gabriele non l’ha chiesto? Non mi risulta che ne abbia parlato in conferenza stampa e però, se si decide di contravvenire alle regole, bisogna accettarne le conseguenze senza fare i martiri.

Per anni, quando si entrava in Siria illegalmente dal confine turco, noi giornalisti abbiamo rischiato di farci espellere dal Paese – oltre a pagare una multa salatissima, di 3000 o 5000 dollari, se non ricordo male.

Ebbene, nessuno di quelli che si sono fatti beccare – e sono colleghi validissimi, solo sfortunati – si è mai sognato di protestare e di ergersi a paladino dei diritti umani.

3) A chi mi ribatte che Gabriele non poteva chiedere l’accredito stampa, non essendo iscritto all’Ordine dei Giornalisti, rispondo che occorreva comunque “metterci una pezza”, in un qualche modo, magari chiedendo l’accredito attraverso un qualsiasi sito on line. Perché il lavoro che lui andava a fare in quella zona di confine – un lavoro sull’ISIS – avrebbe di sicuro scatenato l’attenzione dei servizi segreti turchi.

Faccio un esempio per chiarire meglio: se un giornalista vuole andare a Gaza deve e non può non sapere che serve l’accredito stampa israeliano, che si ottiene (fra l’altro) esibendo una lettera di assignement di una testata.

E’ così, punto e basta. E chi vuole andarci si arrampica sugli specchi e si inventa qualsiasi cosa pur di avere le carte in regola. Nessuno si lamenta.

4) Com’è ovvio, visti i tempi, la Turchia non poteva non approfittare di un’occasione così ghiotta. Il fermo di Gabriele si è protratto perciò fino ai limiti del consentito – 14 giorni, come previsto dalla legislazione d’emergenza, se non erro – e bene hanno fatto sia le autorità italiane sia la società civile a mobilitarsi per vigilare sulla situazione.

Ma per favore, non confondiamo fischi per fiaschi: la stretta alle libertà civili in Turchia, così come il fatto che ci siano 150 giornalisti nelle galere turche, hanno poco a che vedere con il fermo di Gabriele, che è del tutto legittimo, ripeto – nei tempi e nelle modalità. E se si vuole protestare contro il regime di Erdogan, per come maltratta i diritti umani, che non si scelga per favore questo caso, perché con la questione ha una parentela molto, molto alla lontana».
Amedeo Ricucci, dovrete riconoscerlo tutti, è stato decisamente buono, e conclude concedendo il beneficio del dubbio sui presunti finanziamenti al giovanotto italiano da parte della Open Society Foundation di Georges Soros, rimproverandogli, alla fine soltanto «che poteva e doveva essere più accorto (e magari evitare qualche parola di troppo, al suo ritorno, sulla libertà di stampa che sarebbe stata violata)».

Troppo buono Amedeo Ricucci, ma lui è persona buona.

Io che sono cattivo, tutta la mia cattiveria la riservo alla vergognosa sceneggiata di un ministro degli esteri che va ad esibirsi di fronte alle telecamere vantando meriti inesistenti. Il rilascio dell’avventuroso italiano è avvenuto nei termini fissati dalle severe leggi turche del dopo golpe, e non per merito di una qualsiasi azione diplomatica o di servizi segreti o di trattativa occulta e rischiosa, comunque dovuta per qualsiasi cittadino italiano e senza strombazzamenti.

A perderci, in questo caso, è stata soltanto la dignità del ruolo di ministro degli esteri di questo nostro piccolo ma dignitoso Paese.

*****

Gabriele, il giornalismo e l’improvvido Alfano

La scelta di aprire un confronto su un tema di attualità su cui, alcuni di noi, giornalisti di antico mestiere, avevamo maturato dubbi. Ne ha scritto Remocontro rilanciando anche quanto espresso su Facebook da Amedeo Ricucci, inviato di punta del Tg1, e si è scatenato il mondo del web. Molti a condividere, molti a dissentire, molti ad attribuirci cosa mai dette. Al punto da spingere Ricucci, poco fa, a rilanciare: «DUE O TRE COSE SU GABRIELE (II Parte e fine, spero)». Essendo stati parte in causa nel confronto, anche Remocontro fa il bis, non per avere ragione parlando per ultimi, ma per chiarire quelli che a noi sono apparsi gli equivoci più grossi. Contro la malafede e posizioni preconcette, ovviamente c’è solo la resa.

Partiamo ancora una volta da Amedeo Ricucci, ma ‘alla rovescia’, dalla conclusione del suo accorato ‘bis’ su Gabriele, come lo chiama affettuosamente avendone confidenza. «Il mio post era partito da una riflessione non tanto su quello che Gabriele aveva fatto o detto, quanto sulla rappresentazione mediatica che era stata data dalla sua vicenda: quella cioè che ne aveva fatto un eroe oppure un mostro. In pochi se ne sono ricordati e questo mi fa tristezza. È l’ennesima conferma che su Facebook i ragionamenti un po’ più complessi del solito BIANCO/NERO hanno poco spazio. E non conta quello che dici ma quello che gli altri vogliono farti dire».

Anche Remocontro si era trovato a replicare a molto osservazioni che ci erano apparse fuorvianti. Chiarimento utile che fa il paio con quanto ha detto sopra Amedeo. «Una sola considerazione ancora da parte mia. Migliaia di giornalisti seri e valorosi scrivono con coraggio e senza remore da Paesi governati da despoti e dittatori senza farsi arrestate o farsi ammazzare. Nomi indiscussi nella storia del giornalismo e non nelle leggende. Ciò va detto a difesa dei colleghi ancora operativi in zone decisamente pericolose del mondo che bene ci informano senza diventare loro la notizia, che è l’errore assoluto del mestiere. Che la Turchia sia uno stato autoritario con derive dispotiche è noto e fuori discussione. Che il fermo di due settimane di Gabriele De Grande sia un intervento di polizia consentito da leggi emergenziali assurde, altrettanto scontato. Che la Farnesina dovesse intervenire, faceva solo parte dei suoi doveri e lo ha fatto bene. Che il ministro Alfano abbia scelto di sbandierare il rilascio di Gabriele Del Grande come un successo personale è solo meschinità sua».

Ancora Amedeo Ricucci, puntiglioso.

1. […] Sono finiti i tempi della “casta” giornalistica che decideva quali fossero le notizie, quali le modalità per confezionarle e diffonderle, quale la gerarchia da imporre all’opinione pubblica. Proprio per questo, da cittadino prima che da giornalista, mi sento in diritto di criticare il lavoro dei colleghi – quando, secondo me beninteso, violano le regole della professione (perché questo nuoce a noi tutti) – oppure perché informano male e in maniera non corretta (e questo nuoce all’opinione pubblica) [...].

2. [...] Quel post [su Gabriele] l’ho scritto, non a caso, dopo la sua liberazione, per la quale anch’io mi sono mobilitato, come chiunque può verificare, perché ritenevo che innanzitutto bisognasse riportare Gabriele a casa. Poi, solo poi, ho voluto chiare “due o tre cose” che mi sembravano importanti. Ed ho voluto metterci la faccia perché conosco Gabriele e lo stimo, il che (speravo) mi avrebbe messo al riparo dalle accuse scontate di avere un pregiudizio nei suoi confronti [...].

E qui Amedeo si offende per alcune delle accuse che gli sono state rivolte. Quella di aver tradito una amicizia, ad esempio, o addirittura di ‘attacco vile’. Eppure il rispetto nei confronti di Gabriele permeava tutto il suo post. «Hanno un’idea diversa dell’amicizia: pensano cioè che debba essere cieca, stupidamente cieca, da esibire cioè anche a dispetto dell’evidenza e rinunciando all’esercizio dell’intelligenza critica, in nome di chissà quale militanza. Io invece penso che le critiche servano, sempre, e se vengono fatte in buona fede, senza pregiudizi di sorta, aiutano a far meglio questo lavoro [...]»

Sul giornalismo variamente inteso e poco praticato. La trasgressione delle regole per scoprire pezzi di verità. «Mi limito ad invitare questi signori a leggersi un po’ più in dettaglio la storia del Watergate, una delle pagine più nobili del giornalismo (non solo americano), magari per scoprire quanta fatica ebbero a fare Bernstein & Woodward – i due autori di quello scoop che portò alle dimissioni di Nixon – pur di portare avanti la loro inchiesta nel rispetto delle regole imposte dalle leggi vigenti». La differenza tra un po’ di polemichetta politica che dura un giorno e costringere alle dimissioni un presidente.

3. Accredito stampa e dintorni. «I più avveduti fra i miei critici mi hanno spiegato che avere o meno l’accredito stampa in Turchia fa poca differenza. Ma non è vero: come dimostra il caso del giornalista inglese fermato negli stessi giorni di Gabriele – è stato rilasciato dopo qualche ora – e come posso testimoniare anch’io, fermato a Killis meno di un anno fa, con tanto di accredito: mi hanno bloccato per tre ore, ho dovuto cambiare il mio programma di lavoro ma quel pezzo di carta mi ha comunque salvaguardato. Certo, dopo il tentato golpe dell’estate scorsa la libertà di stampa in Turchia è molto più a rischio. Ma proprio per questo mi chiedo: non era forse il caso di non rischiare troppo e di volare più bassi, soprattutto in considerazione del lavoro assai delicato che Gabriele stava portando avanti (un’inchiesta su ISIS)?»

Infine una accusa che in parte ha colpito anche Remocontro. L’aver dato la stura alla ‘macchina del fango che si è messa in moto contro Gabriele’. Macchina del fango o montatura sul caso Gabriele? Ricucci, che è buono, si limita ad assumersi la responsabilità delle sue opinioni, «Io non mi nascondo dietro una foglia di fico e non ho paura delle mie idee quando sono scomode e fuori dal coro». Lo aveva fatto ai tempi delle due irresponsabili ragazze sequestrate in Siria. «Così come dissi che Greta & Vanessa, due mie amiche, avevano sbagliato ad andare in Siria – e lo dissi anche quella volta ben dopo la liberazione – allo stesso modo non mi sento vincolato da una stupida omertà sulla vicenda di Gabriele».

Remocontro, che è il cattivo, non solo è stato molto più severo allora, nel giudizio nei confronti di Greta e Vanessa, ma sul caso Gabriele Del Grande cambia bersaglio. A porre al centro dell’attenzione e di tante critiche il giovane Gabriele Del Grande è stata sopratutto la irresponsabile gestione stampa dal ministro degli esteri Alfano e del suo apparato di pubbliche relazioni platealmente elettorali a spese della Farnesina. Col giovane protagonista trascinato ad assumersi ruoli forzati e non propri. E con ciò, salvo una spazio che volesse chiedere lo stesso Gabriele Del Grande (o il ministro Alfano), per Remocontro il caso è chiuso. Ora libero web in libero stato, e non lapidateci.

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22/04/2017

Gabriele Del Grande: libero subito, ma “santo” proprio no

La galera, specie se turca, non si augura a nessuno. Tantomeno a chi lavora nell’informazione, che è poi anche il nostro lavoro. Quindi, certo, Gabriele Del Grande deve essere liberato subito. Ma la santità – onorificenza che sentiamo salire da ogni media mainstream nei suo confronti – decisamente non gli si attaglia.

Lavoriamo sull’informazione anche noi, e sappiamo benissimo che è un teatro di guerra. Si combatte con la penna o la tastiera, ma non c’è quasi “obiettività al di sopra degli schieramenti”, né innocenza nel raccontare. Ogni rilascio di informazione è un scelta, una selezione di quanto viene messo in primo piano e quanto viene lasciato sullo sfondo, o addirittura nascosto accuratamente.

Si può fare bene o male. Si può essere attendibili anche sostenendo una delle parti in lotta, magari opposta alla nostra (spesso ci capita di pubblicare pezzi di giornali padronali, quando effettivamente forniscono un’informazione utile o indispensabile da conoscere). Si può essere inattendibili, propagandisti senza pudore o vergogna, a prescindere da chi si vuole sostenere (anche dal nostro lato della barricata, insomma).

Non sappiamo perché il regime di Erdogan – membro storico della Nato, al pari dello stato italiano e dei “datori di lavoro” di Del Grande – abbia deciso di trattenere nelle proprie carceri un operatore dell’informazione a lungo “alleato” nella guerra contro Assad. In Siria, da sei anni, si va combattendo una guerra per procura che ha almeno tre schieramenti reciprocamente avversi, tanto sul piano politico che “religioso”, tanto sul piano interno che su quello geopolitico globale (Assad, petromonarchie del Golfo, curdi; o anche musulmani sciiti – insieme alle minoranze cristiane – sunniti, curdi; o anche Russia, Usa-sceicchi-Unione Europea, curdi). Schieramenti a geometria variabile, che hanno visto rovesciarsi spesso alleanze e convenienze (l’Isis e Al Qaeda prima dipinte come “ribelli siriani”, sostenute apertamente anche da Turchia e petromonarchie, più indirettamente dall’imperialismo occidentale, che le ha nutrite di soldi, armi e foreign fighters; poi combattute a volte per finta e altre volte sul serio; la Russia prima spettatrice e poi protagonista militar-politico, prima contro le ambizioni di Erdogan e poi – dopo averne ridimensionate le pretese – freddamente favorevole a un appeasement spartitorio; ecc).

Uno mondo di tripli giochi da capogiro, in cui l’amico di oggi è il problema di domani e viceversa. Le ragioni della prigionia di Del Grande sono immerse fino all’incomprensibilità in quel magma. Ma senza alcuna innocenza.

Non ci interessa ricostruire la sua carriera in questi ultimi anni. Ci limitiamo a riprendere quella proposta dal portale svizzero di informazione progressista Sinistra.ch. Ci sembra sufficiente a giustificare il titolo...

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Dalla Libia alla Siria, la strana storia di un giornalista free-lance finanziato da un miliardario

I media mainstream italiani stanno dando grande enfasi in queste ore alla storia eroica di Gabriele Del Grande, 35 anni, giornalista mai iscrittosi all’Ordine dei Giornalisti italiano, originario di Lucca. E’ stato fermato in Turchia nella provincia sud-orientale di Hatay, al confine con la Siria e sarà espulso dal Paese. Fonti giornalistiche occidentali affermano che Del Grande sia stato preso in consegna dalle autorità turche perché sprovvisto del necessario permesso stampa, senza il quale non puoi esercitare come giornalista. Ma, forse, c’è dell’altro...

Bisogna infatti sapere che Del Grande, che deve la sua popolarità ai flussi migratori, gestisce il blog Fortress Europe, creato nel 2006 come “osservatorio sulle vittime della frontiera”, il quale è stato finanziato nientemeno che dalla Open Society Foundation del miliardario George Soros. A confermarlo è anche la Agenzia Giornalistica Italiana (AGI) ma basterebbe navigare sul sito di Soros per scoprirlo (vedi). La Open Society Foundation è un ente che – stando anche a WikiLeaks – oltre a lucrare sull’emigrazione di massa, finanzia i partiti politici anti-russi e favorevoli all’Unione Europea, e gestisce una rete di think tank atti a influenzare l’opinione pubblica a favore del globalismo. In modo particolare Soros è ritenuto vicino ai movimenti eversivi filo-imperialisti, protagonisti ad esempio del colpo di stato fascista in Ucraina e delle cosiddette “primavere arabe” che hanno destabilizzato la Libia e la Siria facendo esplodere il dramma dei profughi.

Insomma: con questi sponsor Del Grande non è propriamente l’immagine del free-lance indipendente e idealista di cui si parla e già nel 2013 la Radiotelevisione pubblica della Svizzera Italiana gli dava ampio spazio (link).

Prima di affrontare la guerra siriana questo strano free-lance ha raccontato il conflitto libico accusando i giornalisti della sinistra anti-imperialista di raccontare il falso: fra le vittime dei suoi anatemi non solo Valentino Parlato de “Il Manifesto”, ma anche “TeleSur”, il canale Tv latinoamericano promosso dal Venezuela di Hugo Chavez, definito in sostanza come poco affidabile. Insomma: solo Del Grande sapeva quello che accadeva davvero in Libia ed era naturalmente la solita retorica mielosa di una presunta rivolta di popolo per la libertà e la democrazia, senza alcuna ingerenza neo-coloniale estera. Basta vedere cosa è la Libia oggi per capire quali interessi rappresentava in realtà questo giornalista. Ma andiamo a leggere quale era l’accusa che Del Grande rivolgeva al governo libico di Muammer Al-Gheddafi: “l’unica forma di opposizione interna negli ultimi decenni è stata quella dell’islam politico. Represso durissimamente dalla dittatura!”. In pratica l’aver contrastato con forza il terrorismo di matrice islamista sarebbe stato... negativo!

Ma questa uscita quasi simpatetica nei confronti dell’eversione islamista non è una gaffe... in altre occasioni il nostro strano free-lance si è espresso in termini ambigui, tanto che sembra, secondo voci per ora non confermate, che il suo fermo sia avvenuto mentre tentava di entrare illegalmente in territorio siriano dalla Turchia in compagnia di miliziani jihadisti. Del Grande, in effetti, ha più volte parlato dell’aggressione ai danni della Siria come di un movimento “rivoluzionario” e ha definito i terroristi come dei “partigiani”. In un suo testo è arrivato persino a descrivere la bandiera nera delle bande armate integraliste come un “simbolo dell’internazionalismo islamista” (sic!) arrivando a spiegare che molti terroristi “sono venuti semplicemente per seguire un grande ideale di solidarietà con la comunità musulmana sunnita siriana, a cui sentono di appartenere al di là delle frontiere”. Solidarietà sì, ma per rovesciare un governo laico, instaurare un regime di terrore estremista dedito alle decapitazioni? Non mancano foto che lo ritraggono con la bandiera dei ribelli siriani, quelli armati dagli Stati Uniti, mentre fa il segno della vittoria. Anche qui: più che un reporter super partes, appare come un militante ben addentro a una dinamica di guerra.

“Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono” diceva Malcolm X…

da http://www.sinistra.ch/

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