Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/02/2020

Brancaccio - Soros reo confesso

RAI Radio Uno, ERESIE – 7 febbraio 2020 – Il Soros filantropo in difesa della libertà e della democrazia non convince. Ma come interprete del capitalismo finanziario e come “reo confesso” è un soggetto da studiare attentamente. Un commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.



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31/10/2017

La dittatura in un click

Confesso di essermi documentato poco sui referendum autonomisti del Lombardo-Veneto. Perché, lo confesso, non mi interessavano. Confesso anzi che fino a ieri li reputavo irrilevanti, nel bene e nel male, salvo chiedermi come avrebbe reagito l'elettorato cispadano e quanto l'iniziativa avrebbe danneggiato – e quanto giustificatamente – la credibilità delle aspirazioni nazionali dei suoi promotori. Fino a ieri, appunto. Poi ho ascoltato il commento di Roberto Maroni alla giornata elettorale e mi si è accesa una lampadina, anzi una sirena antiaerea:
... è un sistema perfetto. Quindi è il futuro. Abbiamo sperimentato il futuro per l'Italia, per il sistema di voto che potrà essere utilizzato in qualunque elezione e io chiederò, ho già annunciato e preannunciato al ministro Minniti, che già le prossime elezioni in regione Lombardia possano utilizzare questa procedura. Abbiamo garantito oggi che funziona in tanti seggi diversi e in tante modalità operative diverse e abbiamo dimostrato che è sicuro.
E ancora:
Abbiamo sperimentato un sistema di voto elettronico che potrà essere il futuro del sistema di voto in Italia. Ho sentito questa sera poco fa il ministro Minniti per dirgli di questo risultato a urne... no, a voting machine chiuse, preparerò per lui una relazione dettagliata che gli invierò nei prossimi giorni e gli chiederò che il nostro sistema sia utilizzato in futuro, magari già alle prossime elezioni politiche.
Il governatore parlava ovviamente del sistema di voto elettronico utilizzato nella consultazione lombarda. Confesso che anche di questo, come di tutto il resto, mi ero disinteressato. E ne ho colpa. Perché erano anni che aspettavo e temevo di ascoltare queste parole, immensamente più rilevanti e più gravi del piccolo episodio referendario che ne ha fornito l'occasione.

Per i suoi effetti sulle libertà fondamentali, l'imposizione del voto elettronico fa il paio con quella della moneta elettronica di cui abbiamo già parlato in questo blog. In entrambi i casi si tratta della centralizzazione di un potere diffuso – economico attraverso la moneta, politico attraverso il voto – che non a caso include i due poteri su cui si fonda la libertà civile dei singoli: di disporre dei propri patrimoni e di partecipare alle decisioni collettive opponendo la propria autonomia all'arbitrio di chi governa. La diffusione di questi poteri, cioè la misura in cui i cittadini possono rivendicarne liberamente l'esercizio e la titolarità, coincide con la sostanza stessa della democrazia.

Vi sembra che si stia esagerando? Vediamo.

Nel recente caso lombardo l'opzione del voto elettronico è stata proposta con una modifica alla Legge 34 dai soliti cinquestelle, quelli che già votano tra di loro su un portale online privato, a codice chiuso e senza obbligo di rendicontazione, e approvata con il voto dei consiglieri di centrodestra. Secondo il capogruppo PD Enrico Brambilla si sarebbe trattato «con tutta evidenza» di una «merce di scambio tra i grillini e la maggioranza» per appoggiare il referendum dei colleghi leghisti. Data la sproporzione delle poste in gioco, è difficile per chi scrive non sospettare che l'obiettivo di alcuni possa essere stato quello – cioè esclusivamente quello – di sdoganare il nuovo sistema di voto, quale ne fosse il pretesto.

L'appalto lombardo per la fornitura e gestione dell'infrastruttura di voto era affidato alla multinazionale Smartmatic. Come funzionano i software di acquisizione, registrazione e trasmissione dei dati della Smartmatic? Attraverso quali algoritmi elaborano le preferenze dei votanti? Non si sa né si può sapere, perché il codice è chiuso e protetto da segreto industriale. Come possono i presidenti di seggio verificare che i risultati del report finale corrispondano ai voti espressi? Non possono, per lo stesso motivo. Esiste la possibilità di convalida a valle da parte di un pubblico ufficiale? No. Tutto ciò che accade all'interno delle macchine Smartmatic dipende solo da Smartmatic ed è verificabile solo da Smartmatic. Sicché il risultato elettorale è nelle mani di Smartmatic. Il governo popolare di milioni di elettori passa così nella camera blindata di un unico soggetto privato prima di essere riconsegnato al popolo. Se ciò non avvera necessariamente un sogno di onnipotenza e di controllo globale, ne soddisfa senz'altro tutte le condizioni. Non ci resta quindi che fidarci e chiederci, perlomeno, di chi ci stiamo fidando.

Partendo dalla segnalazione di un lettore apprendo che l'attuale presidente di Smartmatic, Mark Malloch Brown, figura oggi nel board della fondazione Open Society di George Soros avendo ricoperto in passato i ruoli di vice direttore dell'Open Society Institute e del fondo Quantum dello stesso Soros, nonché di vice presidente del Soros Fund Management e, nei primi anni '90, di consigliere nel Soros Advisory Committee in Bosnia durante gli anni in servizio presso la ONG Refugees International. Nel 1995 fonda la ONG International Crisis Group grazie alle ingenti donazioni dell'Open Society Institute e dello stesso Soros.

Nella sua lunga carriera istituzionale Malloch Brown ha lavorato per l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), la Banca Mondiale e il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), di cui era amministratore quando, nel 2004, il neopresidente georgiano Mikheil Saakašvili vi attinse un fondo cofinanziato da UNDP e da Open Society Institute per «sostenere le riforme» del governo scaturito dalla rivoluzione delle Rose in cui lo stesso Soros avrebbe investito non meno di 40 milioni di dollari. Per avvicinarsi alla sede di lavoro, un anno prima Brown si era trasferito con la famiglia in una villa di proprietà di George Soros a Katonah, nella contea di Westchester, diventando così anche vicino di casa del miliardario ungherese. All'apice del suo percorso politico, nel 2006 ha servito come segretario generale aggiunto alle Nazioni Unite sotto il mandato di Kofi Annan e, dal 2007 al 2009, come ministro degli Esteri nel governo inglese di Gordon Brown.

Giornalista di formazione, ha scritto per l'Economist e attraverso lo studio Sawyer-Miller di cui è socio è stato consulente di immagine nella campagna elettorale di Gonzalo Sánchez de Lozada in Bolivia, Mario Vargas Llosa in Perù e Corazón Aquino nelle Filippine. Nel 2012 dà alle stampe un libro che si racconta già nel titolo, The Unfinished Global Revolution: The Limits of Nations and The Pursuit of a New Politics, nella cui quarta di copertina leggiamo che
i governi nazionali non sono più attrezzati per affrontare problemi complessi come il cambiamento climatico e la povertà. Sempre più spesso, sopperiscono le ONG, la società civile e il settore privato.
Nel 2014 si scopre anche capitano d'industria. Conosce Antonio Mugica, giovane ingegnere venezuelano convinto che la e-democracy e «il voto online esploderanno nei prossimi anni» e fondatore negli anni '90 della Smartmatic, azienda di servizi informatici alle pubbliche amministrazioni dagli assetti proprietari e finanziari quantomeno opachi, stando a quanto ricostruito in un cablogramma del 2004 pubblicato da Wikileaks. Brown ne diventa presidente.

Di fronte a tanto curriculum, è davvero singolare l'entusiasmo con cui un governatore del partito più sovranista d'Italia affida le sorti elettorali della sua regione, e chiede di affidare quelle della Nazione tutta, ai sistemi informatici dell'uomo forse più globalista del globo. E il Matteo Salvini che definisce l'infrastruttura di voto fornita dal vice e dirimpettaio di George Soros una «opportunità» che il Ministero dell'Interno dovrebbe offrire «anche per le elezioni della prossima primavera», è lo stesso Matteo Salvini che metterebbe «fuorilegge tutte le istituzioni finanziate anche con un solo euro da gente come Soros»?

Intendiamoci, Smartmatic non è finanziata da George Soros. E Malloch Brown vi si è insediato solo tre anni fa. Ma se si ignorano le liasons politiche più recenti dell'azienda, prima di entusiasmarsi se ne dovrebbero almeno considerare i precedenti, ad esempio che è poco gradita negli Stati Uniti già dal 2006 quando, dopo avere quasi mandato all'aria le elezioni amministrative di Chicago, è finita sotto i riflettori del Committee on Foreign Investment per i suoi legami poco chiari con il governo venezuelano e la difficoltà di stabilirne le quote di proprietà, disperse in una «elaborata rete di aziende offshore e trust stranieri». Nelle ultime presidenziali è bastata la notizia – falsa – che la società dell'ing. Mugica avrebbe fornito i suoi sistemi ad alcuni Stati per gettare nel panico l'opinione pubblica americana. Più recentemente è stata messa sotto inchiesta nelle Filippine per essere intervenuta senza autorizzazione sui voti già acquisiti. Ma è di questa estate il caso forse più grave di tutti, proprio sotto la presidenza di Brown e proprio in Venezuela, quando Mugica ritirò i suoi tecnici dal paese per poi annunciare alla stampa che i dati sull'affluenza alle elezioni della nuova assemblea costituente venezuelana di cui era appaltatore sarebbero stati manipolati. Con quella mossa, inspiegabile secondo logiche commerciali, tirava la volata ai nemici politici di Nicolás Maduro (qui Repubblica) che poterono così disconoscere i risultati della consultazione adducendo l'«autorità» dei tecnici.

***

Checché si pensi della società Smartmatic e dei suoi vertici, è francamente inaudito che i processi elettorali di uno Stato sovrano siano affidati a un soggetto privato, straniero e per di più dall'azionariato poco o punto identificabile. Se le democrazie si governano attraverso le elezioni, la privatizzazione delle urne è una privatizzazione del governo. Come minimo, i software utilizzati dovrebbero essere di proprietà pubblica e a codice aperto, e i tecnici che li installano e ne verificano il buon funzionamento ufficiali pubblici o forze di polizia. Ma, anche così, la maggiore sicurezza del voto elettronico sarebbe garantita?

No, assolutamente no.

Perché il problema è di natura fisica, non tecnologica. I dati acquisiti da un dispositivo elettronico non sono visibili e la loro manipolazione non lascia traccia. Non c'è modo di sottoporre al vaglio empirico di un essere umano la corrispondenza tra l'input (il dito che tocca lo schermo di un tablet, o che preme un tasto) e l'output (il risultato restituito dalla macchina). A prescindere dalla tecnologia e dalla baroccaggine delle procedure di sicurezza adottate. L'unico sistema sicuro – cioè sicuro almeno tanto quanto i metodi tradizionali – sarebbe quello di stampare una ricevuta che i votanti verificano e depositano anonimamente in un'urna per il conteggio in contraddittorio degli scrutatori e il riconteggio in caso di contestazioni. Ma allora si ritornerebbe al vecchio sistema, sostituendosi semplicemente la stampante alla matita con qualche milionata di costi in più.

Il fatto è che nelle elezioni si è sempre brogliato, con qualsiasi sistema. Non potendosi garantire la fedeltà assoluta, l'obiettivo deve essere quello di rendere i brogli più difficili e dispendiosi. È qui che il voto elettronico fallisce miseramente e si trasforma in una minaccia per la democrazia. Perché da un lato accentra il controllo sui voti nelle mani dei pochi o dei singoli che programmano i dispositivi – laddove la carta richiederebbe la connivenza di squadre di scrutatori e osservatori – dall'altro offre l'opportunità di una manipolazione istantanea, automatica e senza traccia a chiunque si trovi nella stanza di controllo: un appaltatore venduto, un funzionario infedele, lo stesso governo in carica o una sinergia dei tre. Installando un software truccato su tutte le macchine di voto si otterrebbe senza costi l'equivalente di corrompere decine di migliaia di sezioni elettorali (per non dilungarci oltre sulla vulnerabilità sostanziale del voto elettronico rimandiamo i più tecnici a questo eccellente paper dell'Institute for Critical Infrastructure Technology).

In linea di principio non stupirebbe dunque se un così enorme potenziale di controllo attirasse l'attenzione di chi si è già dedicato con altri mezzi a condizionare le vicende elettorali degli Stati. Stupisce invece, e anzi rattrista, che lo strumento sia acclamato da chi può subirne gli abusi: gli elettori, i politici, i governi stessi.

Da un lato, l'ossessione della digitalizzazione riflette il desiderio di conformarsi a una narrazione politica che indica nel dovere di «innovarsi» tecnologicamente la filiale di un «progresso» rispetto al quale siamo sempre in ritardo, coltivando nelle masse un senso di difetto eterno e perciò una smania di abbracciare tutto ciò che si presenta loro nell'incarto lessicale della novità (le «riforme»). Il progresso dei progressisti è acefalo, non dichiara i traguardi a cui tende, ma in compenso è «inevitabile». Chi in questi giorni si chiede come sia possibile che si voti ancora come un secolo fa, dovrebbe anche chiedersi perché mangiamo ancora per vivere come centomila anni fa, o perché utilizziamo ancora muri e portoni, e non un più agile firewall, per proteggerci dalle incursioni dei ladri. 

Ci sono cose che devono rimanere materiali perché... l'essere umano è materiale. Se fossimo un software potremmo infilarci nei tablet e rincorrere i pacchetti di dati per identificarli. Ma non lo siamo. Esistiamo in una dimensione fisica diversa dove si percepiscono la carta e i segni, non le cascate di impulsi a 5 volt. Sicché nella ubriacatura della dematerializzazione non si intravede solo il veicolo politico di un accentramento dei poteri, ma forse più a monte, e più gravemente, una patologia sociale. Vi si legge una hýbris di reazione, il sogno onnipotente di un'umanità schiacciata da uno sviluppo non più umano che si illude di disumanizzarsi per tenere il passo, che immagina di superare i suoi limiti diventando liquida e veloce per comprendere ciò che non riesce a comprendere e accettare ciò che non può accettare. 

Perché in effetti la realtà fisica è l'ultimo ostacolo che si frappone tra il mondo promesso dalle teorie economiche e sociali in voga e la sua realizzazione. Sicché occorre negarla muovendo guerra ai suoi fenomeni: la geografia con le favole «no border», le distanze e gli oceani con la «globalizzazione», le culture locali con l'omologazione dei consumi e delle unioni politiche, le etnie con l'eugenetica del «meticciato», la biologia con le teorie «gender», i rapporti interpersonali con i social network, il bisogno di sicurezza e di identità con l'etica della precarietà e della migrazione perenne, la memoria di sé con il «cloud», gli averi personali con il «cashless», la storia con l'iconoclastia ecc. Muovendo insomma guerra a tutto ciò che, tracciando un limite, traccia il perimetro della nostra umanità, e quindi all'umanità stessa.

Oggi tocca – e non è certo poco – alla democrazia, ma la posta in gioco potrebbe essere ancora più alta.

31/05/2017

Venezuela. I consiglieri di Soros indicano la strada per il rovesciamento di Maduro

L’International Crisis Group, organizzazione creata e finanziata da Soros al tempo della disgregazione forzata della Jugoslavia, ha pubblicato una lunga analisi di un proprio esperto, Phil Gunson, nella quale vengono delineati i passaggi del progetto di regime change in corso (un modo elegante per non pronunciare la parola gole, ndr) in Venezuela.

Secondo l’ICS:
“La pressione internazionale è fondamentale, ma deve essere attentamente calibrata con carote e bastoni, per fornire uno sbocco ai membri del regime che possono essere inclini a negoziare un ritorno alla democrazia. A questo proposito, l’Assemblea Nazionale dovrebbe prendere in considerazione le leggi che prevedono l’amnistia parziale e condizionale per i membri militari e civili del regime, segnalando l’intenzione di cercare la riconciliazione e di evitare una caccia alle streghe, nel caso di una transizione. Anche se la Corte Suprema quasi certamente porrà il veto, la legge avrebbe mandato un messaggio che potrebbe isolare i relativamente pochi seguaci del regime che non potrebbero beneficiare di un’amnistia, a causa del loro coinvolgimento in attività come il traffico di droga o di gravi violazioni dei diritti umani. Sanzioni individuali, come quelle già imposte dagli Stati Uniti contro alcuni dirigenti del regime potrebbero essere estese e avere come bersaglio individui associati con flagranti violazioni dei diritti umani, così come proposto da un progetto bipartisan in Senato (Usa, ndr) la scorsa settimana”.
In coerenza con scenari realizzati in altri paesi, il documento dell’International Crisi Group, prosegue indicando quasi praticamente le tappe da percorrere per l’abbattimento del governo Maduro.
“Veri negoziati – a differenza dei “dialoghi” senza fine che predilige il governo – sono essenziali, e dovrebbero idealmente portare ad elezioni e ad un governo ad interim di unità nazionale in cui alcuni funzionari attuali (forse anche il procuratore generale Ortega) possono essere parte. Un risultato di questo genere dovrebbe includere a breve termine il riconoscimento dell’Assemblea Nazionale, e il rispetto per i suoi poteri. Non c’è più futuro per lo sforzo di mediazione guidato dall’ex primo ministro spagnolo Jose Luis Rodriguez Zapatero, anche se alcuni dei suoi elementi possono essere incorporati in una struttura più stretta di negoziazione efficace. Questo dovrebbe essere un obiettivo primario dell’iniziativa dell’Organizzazione degli Stati Americani, che richiederà la creazione di un “gruppo di amici”, tra cui almeno un governo di un paese sostenitore di Maduro”.
Esaminiamo bene questo progetto. In primo luogo si dice no a qualsiasi mediazione che non sia finalizzata a buttare giù il governo Maduro (viene infatti dato il benservito al tentativo negoziale di Zapatero); in secondo luogo la creazione di un club di paesi – così come fatto con la Siria – per legittimare il dualismo di potere nel paese, con la perfidia di voler cercare di coinvolgere anche “un paese sostenitore di Maduro” per non dare l’idea di un patto sovranazionale a sostegno della destra golpista. Se c’era qualche dubbio che le manifestazioni delle classi alte e medie venezuelane siano funzionali ad un disegno contro i settori popolari del Venezuela, la chiarezza di questo progetto dipana ogni ambiguità. La difesa del Venezuela bolivariano e chiavista è ormai un discrimine.

Si è esteso intanto l’elenco dei firmatari della lettera aperta a Riccardo Noury, responsabile in Italia di Amnesty International che critica le “disattenzioni” e la disinformazione che egli ha contribuito a diffondere sulla realtà del Venezuela. Oltre ai primi firmatari potete vedere quelli che si sono aggiunti.

Primi firmatari:

Adolfo Pérez Esquivel – Premio Nobel per la pace 1980. Carcerato e torturato dalla dittatura argentina.
Gianni Vattimo – Filosofo
Frei Betto – Teologo della liberazione brasiliano
Pino Cacucci – Scrittore
Gianni Minà – Giornalista e scrittore
Alessandra Riccio – Docente universitario e giornalista
Maïté Pinero – Giornalista
Giorgio Cremaschi – Ex leader del sindacato Fiom
Luciano Vasapollo – Docente universitario. Capitolo Italiano della Rete di Intellettuali in difesa dell’umanità

Adesioni:

Javier Couso – Europarlamentare
João Pedro Stédile – Economista, Movimento dei Senza terra, Brasile
Carlos Aznárez – Giornalista, Resumen Latinoamericano, Argentina
James Petras – Professore emerito di sociologia alla Binghamton University, Stati Uniti
Emir Sader – Professore emerito di sociologia, Brasile
John Pilger – Giornalista, Australia
François Houtart – Docente universitario, Teologo, Sociologo, Belgio
Juan Melchor Roman – Docente, direzione politica nazionale CNTE, Messico
Andre Vltchek – Scrittore e documentarista, Libano
Christopher Black – Avvocato di diritto penale internazionale, Canada
Peter Koening – Economista (ex Banca Mondiale), Svizzera
Anita Leocadia Prestes – Storica e Docente universitaria, Brasile
Rev. Raúl Suárez – Reverendo battista, Direttore del Centro Memoriale Martin Luther King Jr, Cuba
Ricardo Rodríguez – Scrittore, Spagna
Quim Boix – Segretario generale della UIS (Unión Internacional de Sindicatos) de Pensionistas y Jubilados (PyJ), Spagna
Richard Moretto – Sindaco di Sautel, Francia
Sergio Medina – Fotografo, Cineasta, Svizzera
Céline Meneses – La France Insoumise
Pepe Escobar – Saggista, analista geopolitico, Brasile
Valerio Evangelisti – Scrittore
Luciano Andrés Valencia – Scrittore e storico, Spagna
Leonidas Vatikiotis – Giornalista, documentarista, Grecia
Duci Simonovic – Filosofo, Serbia
Juan José García Del Valle – Giornalista, Spagna
Lucy Rodriguez Gangura – Sociologa, Spagna

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10/05/2017

Il satrapo orientale, la chiusura della Ceu di Soros e i “liberali” russofobi /1

di Daniel Kovacs

Dopo che è stata annunciata la chiusura della Ceu, le proteste hanno preso un po’ una deriva russofoba. Cosa forse non tanto strana perché in questo paese c’è tanta idiozia e slogan tipo “russi a casa” sono già stati urlati in contesti dove non c’entravano niente. Ora, facciamo un’analisi di questo slogan. Urlare “russi a casa” in una manifestazione contro la chiusura di un’università come minimo non c’entra niente, come massimo è uno slogan stupido, razzista e xenofobo che prende in blocco un intero popolo colpevole di vivere sotto Putin. E ho trovato molto grave che certe persone alla Ceu abbiano giustificato questi slogan.

Evidentemente non sanno che paese è l’Ungheria. È un paese-mondezzaio ideologico, dove tante varie forme di incitazione all’odio sono mescolate le une con le altre, e non si capisce dove inizia una e dove finisce l’altra. Come minimo, uno che non capisce questo e avvalla certi modi dire non ha capito niente di questo paese, e sta rimestando feccia nel ginepraio.

Ma questa giustificazione di certi slogan russofobi va spiegata meglio, nel contesto dell’ideologia che la scusa, cioè il “liberalismo” di “sinistra”, “europeista” e atlantista. Quante chiacchiere, quante belle parole – alla Ceu – su diversità, rispetto per tutti, “società aperta” ecc., e poi si avvallano slogan razzisti. E questo in uno di quei posti che portano il “politicamente corretto” a estremi ridicoli, tipo: togliamo la parola “obeso” dal dizionario perché è offensiva. Il bello è che talvolta, in quel circo equestre che per certi versi è la Ceu, si sfiora davvero il ridicolo. Un esempio? Ecco uno slogan per aiutare le donne senza casa: “Rendere la mestruazione un’esperienza di dignità per le donne senza casa”. Incredibile. Nella mia ignoranza, pensavo che il miglior modo per aiutare le donne e gli uomini che vivono per strada fosse dar loro una casa, risolvendo il problema alla radice. Forse sarebbe meglio che fare pietose campagne per raccogliere assorbenti.

Detto questo, devo fare una precisazione. Conoscendo la Ceu, posso dire che non tutti quelli che ci studiano e ci lavorano sono dei decerebrati servi della finanza internazionale. Ci sono diverse persone, molte indifferenti, molte ingenuamente convinte di slogan vuoti e ipocriti, altri critici e che, nonostante tutto, non si fanno abbindolare, e sono costretti a mantenere un basso profilo. Non sarebbe giusto accusarli perché studiano o lavorano lì. Sarebbe come accusare un operaio colombiano di una fabbrica Coca Cola di essere un imperialista.

Ma insomma, che cos’è la Ceu? Un ottimo contributo per rispondere a questa domanda è in un buon articolo di Nicolas Guilhot sul “filantropismo di sinistra” e su che origini e obbiettivi ha (consultabile qui). Certamente è stato un progetto di cooptazione ideologica e per il raggiungimento dell’egemonia culturale dopo la fine del socialismo reale. Guilhot spiega bene come questo “filantropismo”, che ha radici antiche e precedenti illustri, dai Rockfeller, London School of Economics ecc, ha intenzione di irreggimentare le istanze di cambiamento sociale, incanalandole verso soluzioni “moderate”, “riformiste” e controllabili dallo status quo.

In parole povere, ma questo veniva fatto già nell’800 da alcuni capitalisti, si cerca di controllare e castrare la lotta di classe e le vere istanze di cambiamento sociale con scartoffie, libri, soluzioni moderate e riformiste ecc. ecc. La cosa non ci è nuova neanche in Italia: quante volte abbiamo sentito parlare di “buon padrone”, paternalismo industriale ecc.? Secondo me così devono essere interpretati la storia e il ruolo della Ceu. Non bisogna farsi abbindolare da parole d’ordine che suonano bene, ma neanche lasciarsi andare al complottismo e pensare che adesso la Ceu e Soros siano la causa di tutti i mali del mondo. Spero di essermi spiegato.

Tornando alla critica degli slogan russofobi e di quelli alla Ceu che li giustificano, come minimo questi sono degli ipocriti e delle anime belle “liberali” che hanno un attaccamento religioso a certe parole d’ordine che suonano bene, ma non si rendono contro dell’incoerenza che c’è dietro. Appunto, dopo tante chiacchiere contro razzismo e intolleranza, si giustificano slogan xenofobi.

Ma non è tutto qui, c’è un’ipocrisia di fondo. Si protesta contro la chiusura di un’università spalleggiati dal Dipartimento di Stato Usa e dalla finanza internazionale. Si dice che Orban è un fascista e un dittatore, ma per esempio si sono sostenuti moralmente – e forse non solo moralmente – i neonazisti ucraini, la cosiddetta “rivoluzione” del Maidan e la junta nazista che si è instaurata dopo. Si dice che manifestazioni di rabbia per un’offesa ai caduti sovietici sono “incitazioni alla guerra civile”. Come se i “liberali” americani non avessero sostenuto e fomentato guerre civili in Ucraina, Siria, Libia, e Afghanistan solo per citarne alcune.

E che dire del ruolo degli Stati Uniti nella nascita dello Stato Islamico? E dell’alleanza con l’Arabia Saudita e le altre petro-monarchie del Golfo? Evidentemente non c’è logica, ma forse è vano cercare logica in atteggiamenti di tipo religioso. Certe persone, con scarsa o nulla conoscenza della vita reale, preferiscono starsene rinchiusi in una biblioteca col loro sapere ammuffito, per non essere toccati nella loro purezza “liberale”. Vera metafora della “torre d’avorio” e del “ghetto d’oro”. Sembra davvero che certe persone si possano far abbindolare da qualche fiorino di borsa di studio. Ma non tutti, per fortuna.

Fonte

03/05/2017

Che ci fa Soros a Palazzo Chigi?

La notizia, perché è una notizia e non una fake news, è circolata solo in serata. Il miliardario e speculatore finanziario George Soros oggi era a Palazzo Chigi per incontrarsi con Gentiloni in persona. Insomma un finanziere trattato praticamente come un capo di stato non è proprio un bel vedere, tanto più se il miliardario in questione è un personaggio su cui, spesso più a ragione che a torto, si addensano sospetti e certezze sulla sua passione per la destabilizzazione, degli "altri” ovviamente. Nei primi anni Novanta fece ballare il sistema monetario europeo speculando prima sulla sterlina e poi sulla lira. In seguito ha fondato una organizzazione capofila di altre, diventate protagoniste di operazioni di regime change, soprattutto nell’Europa nell’Est per poi estendersi al Medio Oriente in nome della “società aperta”.

Il quotidiano economico Milano Finanza ha provato, senza riuscirci, a capire quali siano gli interessi economici – o politici – di Soros in Italia, ma ha soltanto fatto sapere che un suo uomo di fiducia, Shanin Vallèe, basato a Roma, “sarebbe sul punto di completare il suo articolato report sul mercato italiano dopo averne fatto uno sul sistema bancario (con focus su Unicredit, Mps e le banche venete) a seguito di contatti diretti con parte del governo Gentiloni”.

Tre anni fa il fondo Quantum Strategic Partners, gestito da Soros Fund Management, ha rilevato direttamente – e senza passare per la Borsa – il 5% della Igd immobiliare, società bolognese controllata da Coop Adriatica (43,56%) e Unicoop Tirreno (13,91%). E proprio nel cuore del mondo delle cooperative, a Bologna, Soros ha ricevuto nel 1995 una contestata laurea honoris causa.

Il finanziere Soros dice di se: "Sono un uomo di Stato senza Stato. Nel realismo della geopolitica, ormai gli Stati sono fatti solo di interessi e non di principi. Io allora sono un capo con solo i principi e senza interessi"

Gli unici politici a sollevare domande, e forse una interrogazione parlamentare, sulla misteriosa visita di Soros a Palazzo Chigi sono stati quelli di Forza Italia. Gli altri, per ora, non pervenuti. Sarà interessante ascoltare le risposte di Gentiloni alle interrogazioni.

Fonte

02/05/2017

“Qui c’è ancora odore di sangue…”

“Qui c’è ancora odore di sangue: tutti i profumi d’Arabia non lo cancelleranno da questa piccola mano” Shakespeare, Macbeth, V-I

Per fortuna Gabriele Del Grande è tornato a casa.

Impossibile non gioirne, perché le carceri turche non si augurano a nessuno, ma anche perché a questo punto il martirologio, in mancanza di martire, probabilmente cesserà.

Nonostante questo, prosegue il processo di beatificazione del “blogger, giornalista indipendente mai iscritto all’albo, documentarista, regista” che, in circostanze e per motivi ancora da chiarire, è stato fermato in Turchia mentre, così ha riferito, cenava al ristorante con una sua “fonte”.

Siccome però i processi di canonizzazione richiedono l’esame di documenti e testimonianze che comprovino la santità, e visto che abbiamo la fortuna di essere contemporanei dell’aspirante santo, ci permettiamo una breve, inevitabilmente parziale, analisi della vita e delle opere di Gabriele Del Grande.

In fondo è a casa, vivo e in buona salute, quindi non si rischia di incappare in un’accusa di eresia.

Gabriele Del Grande è il fondatore di un blog, Fortress Europe, che monitora le morti nel Mediterraneo (ultimo aggiornamento: 2 febbraio 2016, più di un anno fa) e collabora, o ha collaborato, con diverse testate, tra le quali Internazionale e L’Unità.

Certo, su questo aspetto del suo lavoro è difficile fare obiezioni. Come si fa ad avercela con un ragazzo che con i sui soli mezzi si impegna per informarci sulla tragedia immane di persone che muoiono tentando di fuggire dalla fame e dalla guerra? Be’, in effetti i mezzi in un’occasione glieli ha forniti Soros, ma cosa c’è di strano? In fondo il capo di Open Society Foundation finanzia i progetti “benefici” più disparati in giro per il mondo, dal golpe in Ucraina alle varie rivoluzioni arancioni che hanno destabilizzato il Medio Oriente, causando buona parte delle ondate di profughi alle quali abbiamo assistito in questi anni, ma perché sottilizzare, se poi regala qualche euro a chi li salva? Del Grande ha detto in conferenza stampa che la notizia dei finanziamenti di Soros é una bufala, perché lui ha ricevuto “solo” 37.000 euro, e solo nel 2011. Prendiamo atto del fatto che Soros con lui è stato spilorcio (evidentemente 37000 euro gli sembrano pochi), ma non si capisce perché la notizia, da lui stesso confermata, debba essere considerata una bufala.

Ma Del Grande non si occupa solo di questa meritoria opera di monitoraggio (ferma, come abbiamo detto, da più di un anno): scrive anche reportage da vari teatri di guerra, come la Libia e la Siria, ed è proprio durante il conflitto libico che Del Grande comincia a diffondere la sua verità, che per brevità chiameremo Verbo, su dittatori, rivoluzioni e jihadismo.

Per evitare interpretazioni spurie del suo pensiero, e sospetti di pregiudizi nei suoi confronti, attingiamo direttamente dal Verbo: secondo Del Grande, che rilascia questa intervista  nel 2011, il conflitto libico fu un movimento assolutamente spontaneo di cittadini che chiedevano più libertà, una sorta di “risorgimento” di un popolo oppresso da decenni di dittatura, nella quale “ogni forma di dissenso è stata repressa. L’unica forma di opposizione interna negli ultimi decenni è stata quella dell’islam politico. Represso durissimamente dalla dittatura. Basti pensare ai 1.200 islamisti fucilati in una notte nel carcere di Abu Salim a Tripoli nel 1996. E anche la rivoluzione del 17 febbraio è esplosa sulla scintilla di una loro protesta, quando il 15 febbraio i familiari delle vittime sono scesi in piazza per chiedere giustizia. Per il resto è un movimento spontaneo, fatto soprattutto di giovani, anche ingenuo se volete, ma nel senso positivo del termine. Nel senso che c’è una generazione che senza farsi troppi sofismi ha deciso che per la libertà vale la pena lottare e che ha deciso di porre fine al regime di Gheddafi, anche a costo della vita.”. 

Qui però il quasi santo è uno e bino, entrando in contraddizione con se stesso, perché nello stesso anno, in un’intervista a Lilli Gruber (23 marzo 2011), dice che la folla di Bengasi chiede la no fly zone e inneggia a Sarkozy e agli Stati Uniti, ed esclude “CATEGORICAMENTE!” che dietro le proteste ci siano gli islamisti. Ma le proteste non le avevano iniziate loro, unica forma di “opposizione”?

Fare fact checking sulle categoriche sicurezze di Del Grande riguardo alla Libia è fin troppo facile: la storia recente ha dimostrato chi fossero i pacifici manifestanti amici di Del Grande e in quali condizioni abbiano ridotto il paese.
I dirigenti di Liwa Al-Tawhid si uniscono ad altri gruppi e formano Ahrar al-Sham. Basta guardare i volti che trasudano moderazione e dialogo per essere conquistati da questa causa. AFP PHOTO/ISLAMIC FRONT

Forse più interessanti sono le opere che il Nostro ha dedicato alla Siria, paese che frequenta sin dall’inizio della guerra, riuscendo nell’incredibile impresa di non incontrare nemmeno un sostenitore di Assad. Nemmeno uno, neanche un tassista, un passante, un cugino alla lontana del cuoco del palazzo presidenziale. Nessuno.

Lui parla solo con gente come Yusef ‘Abbud (di Hayat Amr bil Ma’ruf, braccio civile del Fronte islamico per la liberazione della Siria, Jabhat Tahrir Suriya al Islamiya, poi alleati di Al Nusra, ma definiti da Del Grande “islamisti moderati”) intervistato ad Aleppo nel 2013 mentre distribuisce aiuti umanitari.

Del Grande ci informa che le uniche iniziative civili concrete sono quelle finanziate dai movimenti islamici moderati” i quali, a sentire lui, si contendono democraticamente il controllo del territorio con le milizie di Al Nusra, definita formazione islamista “internazionalista”, che controlla i tribunali dove si applica la sharia; però non fatevi strane idee, Gabriele ci assicura che tutto procede nel migliore dei modi, si tratta di tribunali regolari nei quali viene garantito ogni diritto e la pena di morte è riservata solo agli assassini. Di solito giustiziano Alawiti vicini ad Assad, quindi non c’è motivo di pensare che i processi non siano equi. E poi i bravi studenti del Corano escono prima per buona condotta. Queste corti islamiche sono un modello di civiltà.

E cosa ne pensa la popolazione degli islamisti di Al Nusra? Secondo il Verbo “i sentimenti dei siriani verso Jabhat el Nusra sono un misto di timore e rispetto”. Gli intervistati da Gabriele sono tutti molto fiduciosi: la Siria è un paese laico, e finita la guerra questi ragazzi un po’ scapestrati ma dai puri ideali, che impongono l’Islam politico e sognano la creazione di un Califfato, saranno “riassorbiti” dai moderati. Magari mettiamo un bello sbarramento al 5% col doppio turno alla francese e li escludiamo dall’arco parlamentare.

Intanto, visto che ci sono, amministrano la sharia e giustiziano la gente.

Del resto non si può attribuire a questi ragazzi la responsabilità di quello che accade in Siria. Certo, spesso ci sono degli eccessi, ma come si è arrivati a tutto questo? Tranquilli, ve lo racconta Gabriele:

“Abu Faisal ha le idee chiare. Lui è un comandante di una delle più forti brigate dell’esercito libero, a Liwa Tawhid, islamisti moderati finanziati dal Qatar e ben visti dagli americani. Per lui c’è un solo responsabile, ed è il regime. “Per sei mesi, nel 2011, abbiamo manifestato pacificamente, con la polizia che ci sparava addosso. A giugno di quell’anno, il regime ordinò un’amnistia per i prigionieri politici. Sembrava un’apertura, ma di fatto servì a rimettere in libertà centinaia di uomini di Al Qaeda, che il regime aveva manovrato negli anni passati per gli attentati in Iraq. Le loro milizie sono ancora minoritarie, tuttavia in questi due anni sono cresciuti molto. Io mi chiedo chi li finanzi. Mi chiedo se sia un caso che gli arrivano così tanti soldi e così tante armi. Mi chiedo se sia un caso che tra i loro muhajidin la maggior parte siano proprio ceceni, i nemici di Putin. Ne saranno arrivati un migliaio in Siria. Chi li manovra? È lecito chiederselo, dopotutto il regime è il principale beneficiario della loro presenza. Aveva bisogno di un nemico per serrare le fila. Aveva bisogno di un mostro per dire al mondo: o me o loro. E devo dire che ci sta riuscendo abbastanza bene. Perché in questo momento noi non abbiamo la forza per combattere su due fronti. E dobbiamo concentrare i nostri sforzi contro il regime. Ma appena prenderemo Damasco, per forza di cose inizierà una seconda guerra contro di loro. La Siria non sarà mai governata da questi fanatici.”. 

A parte il consueto “E' stato Putin” che non poteva mancare (del resto in Siria ci sono un sacco di integralisti Ceceni, notoriamente manovrati dal Cremlino che, altrettanto notoriamente, non li ha mai combattuti e non li combatte) in questo brano ci sono alcune osservazioni interessanti, tanto più se consideriamo che queste tesi sono state adottate da Del Grande, che le ha scritte, ripetute, difese e rivendicate negli anni a seguire: esistono dei gruppi di islamisti moderati, idealisti e internazionalisti, che combattono per la libertà contro la dittatura di un folle sanguinario e che, sebbene con qualche eccesso, sono per questo giustificati. Del resto l’ultimo lavoro che sta preparando, quello per il quale si trovava in Turchia, è un libro dal titolo “un partigiano mi disse”, nel quale intende raccontare la guerra in Siria e gli uomini e le donne del Califfato, gli internazionalisti che tradiscono l’ideale, i compagni che sbagliano. 

L’opinione di Del Grande è chiarissima: “Non tutti hanno una formazione islamista radicale. Tanti sono venuti semplicemente per seguire un grande ideale di solidarietà con la comunità musulmana sunnita siriana, a cui sentono di appartenere al di là delle frontiere. Né più né meno come i comunisti italiani che nel 1936 andarono in Spagna a combattere contro il fascismo”.

Né più né meno. In effetti questa è grossa, però bisogna considerare che l’estasi mistica può dare alla testa.

Anche perché Del Grande considera moderati gruppi islamisti che moderati non sono: noi sappiamo (lui evidentemente no, anche se ci va a cena) che il FSA, l’Esercito libero siriano, originariamente costituito soprattutto da disertori dell’esercito regolare, è ormai formato da gruppi tutt’altro che moderati come, per esempio, la brigata Liwa Tawhid da lui citata, che secondo TRAC  è anch’essa una formazione islamista che opera attraverso attentati utilizzando tattiche terroristiche. 

Ma pazienza, per adesso è prioritario concentrare tutti gli sforzi contro il regime, poi ci preoccuperemo della guerra contro l’Isis, sul quale Del Grande esprime in effetti qualche riserva. Anche qui però il Verbo è oscuro, e difficile da interpretare. Ma non avevamo detto che gli islamisti radicali si sarebbero fatti assorbire dai processi democratici? In effetti è comprensibile: dopo aver visto gli uomini del Califfato all’opera qualche dubbio sulla loro sincera fede democratica può venire anche a un tipo indulgente come Del Grande.

I racconti si susseguono, accorati e commoventi:

 “Per anni quella bandiera nera è stata usata da una miriade di sigle del terrorismo islamico. Nella Siria di oggi però è diventata il simbolo dell’internazionalismo islamista.”

 La bandiera nera dell’internazionalismo islamista. Detta così sembra una cosa romantica.

 Per la loro partecipazione alla guerra, non otterranno niente in cambio. Al contrario, sanno che la maggior parte di loro morirà presto in battaglia. Quello che non sanno è che chi si salverà, non riuscirà a conservare il proprio idealismo. Perché come tutte le guerre, questa è una guerra sporca. Sporca come il sacco sulle spalle del vecchio appena uscito dalla sede della brigata islamista. Gronda sangue. Dentro ci sono i vestiti degli shabbiha catturati nei giorni scorsi. Si tratta dei criminali assoldati dal regime per perseguitare gli oppositori. A tagliare loro la gola è stato l’afgano, con una specie di spada. I corpi li hanno sepolti nella piazzola sotto il cavalcavia, dove hanno già sotterrato un’altra ventina di sgherri del regime giustiziati alla stessa maniera. Il vecchio ora sta andando a bruciare i loro panni.

Nessuno dei combattenti però presta attenzione al suo passaggio. Perché nel frattempo è arrivata una macchina in corsa. I primi a scendere sono Abu Zeid e Abu Moaz. C’è un cadavere a bordo da scaricare. Si tratta di Abu Abed. E’ successo tutto un’ora prima. Il colpo di mortaio è esploso a un paio di metri dall’auto. E per Abu Abed non c’è stato niente da fare.” C’è una notevole differenza tra il distacco col quale viene descritta l’esecuzione sommaria degli “sgherri” di Assad e il tono accorato usato per raccontare la morte dei “martiri dello jihad”. 

E ancora “Abu Malek un anno fa faceva il rivenditore di automobili. Le armi le ha prese quando la polizia gli ha ammazzato il fratello in una manifestazione. E oggi è a capo della brigata dei martiri di Salah Ed Dine, tutti ragazzi dell’omonimo quartiere popolare di Aleppo. Dei 115 uomini che aveva a disposizione un mese fa ne ha già persi 40: dodici sono morti in battaglia e altri 28 sono gravemente feriti. Le vittime della guerra ad Aleppo però sono soprattutto civili. L’ultimo martire è un uomo di mezza età colpito alla testa da un cecchino dell’esercito di Assad. Lo stanno seppellendo in quello che prima della guerra era il giardinetto di Sukkari. Due ragazzi scavano in fretta una buca, con la pala. Hanno paura di attirare l’attenzione degli aerei militari che sorvolano la città. Al lato della fossa, tre bambini stanno a guardare, ormai abituati a vedere la morte abitare i loro quartieri. 

Improvvisamente uno stormo di uccelli neri attraversano il cielo. Questa volta l’esplosione è molto più forte delle precedenti. È un bombardamento aereo. L’ennesimo. Da una strada non lontana si leva una colonna di fumo. Seguono altre esplosioni, saranno a un chilometro di distanza, in mezzo a una zona abitata, lontano da qualsiasi obiettivo militare. 

Insomma, a parte l’anacoluto (che però gli perdoniamo, perché non è iscritto all’albo) qui si sostiene la tesi già sentita secondo la quale il cattivissimo e non troppo intelligente Assad bombarderebbe deliberatamente i civili “con l’unico obiettivo di terrorizzare e punire la popolazione che è rimasta in città”. O forse l’obiettivo in questo caso erano i componenti della brigata dei martiri di Salah Ed Dine, affiliata a Ahrar al Sham, che a Del Grande sono tanto simpatici, ma restano jihadisti finanziati da Arabia Saudita e Qatar? Forse non se ne è reso conto, ma stava parlando con loro.
 
Il Ceceno Abu Bakr al-Shishani comandante Ahrar al-Sham: un sincero democratico con i sui ragazzi. I bombardamenti russi hanno purtroppo spento prematuramente una promettente carriera di leader moderato
C’è un’altra tesi che Del Grande ha trasformato in dogma della fede, dandola per accertata anche se si tratta semplicemente dell’opinione dei “ribelli moderati” che ama intervistare: Assad avrebbe messo in atto una sorta di strategia della tensione, provocando una guerra fratricida tra le varie fazioni dell’opposizione armata, liberando i terroristi dal carcere di Sednaya grazie a un’amnistia (in realtà furono una serie di amnistie) diabolicamente escogitata da Assad proprio per mettere il proprio paese nelle mani dei terroristi. La situazione poi gli sarebbe sfuggita di mano. Chi volesse approfondire può farlo qui; ai nostri fini basti ricordare che le amnistie furono chieste a gran voce da Amnesty International e dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (che comunque le giudicarono sempre insufficienti) e che prevedevano la scarcerazione solo per i reati meno gravi e per i malati terminali o ultrasettatenni. Attribuire a questo episodio la degenerazione del conflitto siriano non ha alcun senso.
Altro dogma della fede è la presunta alleanza di Siria e Iran con Al Qaeda per destabilizzare l’Iraq. Su questo però ammettiamo la nostra impotenza: il fact checking si può fare sulle bugie, non sui vaneggiamenti. C’è un limite a tutto.

Chiudiamo questa ampia disamina della vita e delle opera del Beato con alcuni brani del video di un incontro con Amedeo Ricucci (il quale, nonostante “l’amicizia e la stima reciproche”, non ha risparmiato critiche a Del Grande sulla sua recente condotta) incontro nel quale Gabriele ripete e approfondisce concetti già espressi, come la costernazione per l’incomprensibile embargo sui missili terra – aria imposto dai servizi segreti americani (in pratica il Nostro non si spiega come mai gli americani, che pure hanno un bel pelo sullo stomaco, abbiano qualche perplessità riguardo all’ipotesi di mettere in mano ai terroristi una contraerea).

A seguire c’è un interessante dibattito durante il quale Del Grande si affretta a difendersi dall’accusa, effettivamente infondata, di aver parlato male degli aspiranti martiri dello jihad. L’episodio è surreale, ne consiglio la visione.

Durante questo incontro racconta anche la sua esperienza coi foreign fighters, “tanti ragazzi che arrivano con questo senso di solidarietà, al di là delle frontiere, ceceni, afgani, algerini, tunisini, ingenui, naif”, accolti dalla popolazione siriana “con abbracci e col massimo rispetto”.

A questo punto il processo di canonizzazione è istruito e si attende il verdetto del Congresso dei Teologi. Manca solo il miracolo accertato.

Qualcuno si chiederà: perché fare tanta fatica per dimostrare che Del Grande ha una visione parziale e schierata delle vicende mediorientali e in particolare della Siria?

Semplicemente perché nei prossimi mesi Gabriele Del Grande ci verrà venduto come un grande esperto, uno che ha lavorato sul campo e che conosce la Siria, che ha parlato con le persone e che ne conosce le motivazioni. Ripeterà quella che è da anni la versione mainstream: un paese sconvolto da una rivoluzione giusta contro un dittatore spietato, degenerata in guerra civile per responsabilità esclusiva di quello stesso dittatore, ma lo farà da una posizione enormemente avvantaggiata, accreditato da tutti come giornalista indipendente e imparziale, reduce da una spiacevole disavventura che lo ha trasformato in un paladino della libertà di stampa (almeno così ce l’hanno raccontata), con l’aggiunta del crisma della bontà assoluta e in odore di santità, perché sostiene chi salva le persone che muoiono in mare. Il testimone perfetto.

Del Grande una volta ha detto che non si può sbattere la porta in faccia al vicino che scappa dalla casa in fiamme.

Questo è incontestabile, e fa parte delle regole fondamentali della convivenza civile e della solidarietà umana, ma non è ipocrita accogliere il vicino in difficoltà se contemporaneamente si solidarizza col piromane che ha appiccato il fuoco alla sua casa? Non si crea un cortocircuito se si piange per i profughi mentre si tifa per i terroristi che destabilizzano i paesi dai quali i profughi scappano? Se si scambiano i foreign fighters per internazionalisti, i terroristi per idealisti, e i paesi laici e sovrani per campi di battaglia per le scorribande di terroristi islamisti manovrati da potenze straniere?

Ovviamente ogni giornalista è libero di avere un’opinione, tutti i giornalisti hanno un’opinione, ma un bravo giornalista contestualizza, verifica le fonti, si pone delle domande e cerca le risposte. Un vero giornalista non si trasforma in megafono per la propaganda di una parte, soprattutto quando si tratta delle milizie jihadiste, altrimenti dovrà anche farsi carico della responsabilità morale per quelle stesse morti che si ritrova a piangere.

 Non ci interessa sapere se Gabriele Del Grande sia in buona fede o se si sia semplicemente trovato una nicchia di mercato da sfruttare. Non è rilevante, perché non cambia il risultato. Nessuno si erge a giudice morale, non ha senso demonizzare dopo aver irriso chi beatifica.

Quello che conta è che quando Del Grande presenterà il suo ultimo libro, riempiendo le televisioni e i giornali con la sua versione dei fatti, qualcuno si ricordi cosa ha detto in questi lunghi anni in cui il Medio Oriente è stato massacrato dai suoi ragazzi idealisti con la bandiera nera, e diffidi.
Che qualcuno si ricordi (e ricordi ai troppi smemorati) da che parte sta. 

Fonte 

22/04/2017

Gabriele Del Grande: libero subito, ma “santo” proprio no

La galera, specie se turca, non si augura a nessuno. Tantomeno a chi lavora nell’informazione, che è poi anche il nostro lavoro. Quindi, certo, Gabriele Del Grande deve essere liberato subito. Ma la santità – onorificenza che sentiamo salire da ogni media mainstream nei suo confronti – decisamente non gli si attaglia.

Lavoriamo sull’informazione anche noi, e sappiamo benissimo che è un teatro di guerra. Si combatte con la penna o la tastiera, ma non c’è quasi “obiettività al di sopra degli schieramenti”, né innocenza nel raccontare. Ogni rilascio di informazione è un scelta, una selezione di quanto viene messo in primo piano e quanto viene lasciato sullo sfondo, o addirittura nascosto accuratamente.

Si può fare bene o male. Si può essere attendibili anche sostenendo una delle parti in lotta, magari opposta alla nostra (spesso ci capita di pubblicare pezzi di giornali padronali, quando effettivamente forniscono un’informazione utile o indispensabile da conoscere). Si può essere inattendibili, propagandisti senza pudore o vergogna, a prescindere da chi si vuole sostenere (anche dal nostro lato della barricata, insomma).

Non sappiamo perché il regime di Erdogan – membro storico della Nato, al pari dello stato italiano e dei “datori di lavoro” di Del Grande – abbia deciso di trattenere nelle proprie carceri un operatore dell’informazione a lungo “alleato” nella guerra contro Assad. In Siria, da sei anni, si va combattendo una guerra per procura che ha almeno tre schieramenti reciprocamente avversi, tanto sul piano politico che “religioso”, tanto sul piano interno che su quello geopolitico globale (Assad, petromonarchie del Golfo, curdi; o anche musulmani sciiti – insieme alle minoranze cristiane – sunniti, curdi; o anche Russia, Usa-sceicchi-Unione Europea, curdi). Schieramenti a geometria variabile, che hanno visto rovesciarsi spesso alleanze e convenienze (l’Isis e Al Qaeda prima dipinte come “ribelli siriani”, sostenute apertamente anche da Turchia e petromonarchie, più indirettamente dall’imperialismo occidentale, che le ha nutrite di soldi, armi e foreign fighters; poi combattute a volte per finta e altre volte sul serio; la Russia prima spettatrice e poi protagonista militar-politico, prima contro le ambizioni di Erdogan e poi – dopo averne ridimensionate le pretese – freddamente favorevole a un appeasement spartitorio; ecc).

Uno mondo di tripli giochi da capogiro, in cui l’amico di oggi è il problema di domani e viceversa. Le ragioni della prigionia di Del Grande sono immerse fino all’incomprensibilità in quel magma. Ma senza alcuna innocenza.

Non ci interessa ricostruire la sua carriera in questi ultimi anni. Ci limitiamo a riprendere quella proposta dal portale svizzero di informazione progressista Sinistra.ch. Ci sembra sufficiente a giustificare il titolo...

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Dalla Libia alla Siria, la strana storia di un giornalista free-lance finanziato da un miliardario

I media mainstream italiani stanno dando grande enfasi in queste ore alla storia eroica di Gabriele Del Grande, 35 anni, giornalista mai iscrittosi all’Ordine dei Giornalisti italiano, originario di Lucca. E’ stato fermato in Turchia nella provincia sud-orientale di Hatay, al confine con la Siria e sarà espulso dal Paese. Fonti giornalistiche occidentali affermano che Del Grande sia stato preso in consegna dalle autorità turche perché sprovvisto del necessario permesso stampa, senza il quale non puoi esercitare come giornalista. Ma, forse, c’è dell’altro...

Bisogna infatti sapere che Del Grande, che deve la sua popolarità ai flussi migratori, gestisce il blog Fortress Europe, creato nel 2006 come “osservatorio sulle vittime della frontiera”, il quale è stato finanziato nientemeno che dalla Open Society Foundation del miliardario George Soros. A confermarlo è anche la Agenzia Giornalistica Italiana (AGI) ma basterebbe navigare sul sito di Soros per scoprirlo (vedi). La Open Society Foundation è un ente che – stando anche a WikiLeaks – oltre a lucrare sull’emigrazione di massa, finanzia i partiti politici anti-russi e favorevoli all’Unione Europea, e gestisce una rete di think tank atti a influenzare l’opinione pubblica a favore del globalismo. In modo particolare Soros è ritenuto vicino ai movimenti eversivi filo-imperialisti, protagonisti ad esempio del colpo di stato fascista in Ucraina e delle cosiddette “primavere arabe” che hanno destabilizzato la Libia e la Siria facendo esplodere il dramma dei profughi.

Insomma: con questi sponsor Del Grande non è propriamente l’immagine del free-lance indipendente e idealista di cui si parla e già nel 2013 la Radiotelevisione pubblica della Svizzera Italiana gli dava ampio spazio (link).

Prima di affrontare la guerra siriana questo strano free-lance ha raccontato il conflitto libico accusando i giornalisti della sinistra anti-imperialista di raccontare il falso: fra le vittime dei suoi anatemi non solo Valentino Parlato de “Il Manifesto”, ma anche “TeleSur”, il canale Tv latinoamericano promosso dal Venezuela di Hugo Chavez, definito in sostanza come poco affidabile. Insomma: solo Del Grande sapeva quello che accadeva davvero in Libia ed era naturalmente la solita retorica mielosa di una presunta rivolta di popolo per la libertà e la democrazia, senza alcuna ingerenza neo-coloniale estera. Basta vedere cosa è la Libia oggi per capire quali interessi rappresentava in realtà questo giornalista. Ma andiamo a leggere quale era l’accusa che Del Grande rivolgeva al governo libico di Muammer Al-Gheddafi: “l’unica forma di opposizione interna negli ultimi decenni è stata quella dell’islam politico. Represso durissimamente dalla dittatura!”. In pratica l’aver contrastato con forza il terrorismo di matrice islamista sarebbe stato... negativo!

Ma questa uscita quasi simpatetica nei confronti dell’eversione islamista non è una gaffe... in altre occasioni il nostro strano free-lance si è espresso in termini ambigui, tanto che sembra, secondo voci per ora non confermate, che il suo fermo sia avvenuto mentre tentava di entrare illegalmente in territorio siriano dalla Turchia in compagnia di miliziani jihadisti. Del Grande, in effetti, ha più volte parlato dell’aggressione ai danni della Siria come di un movimento “rivoluzionario” e ha definito i terroristi come dei “partigiani”. In un suo testo è arrivato persino a descrivere la bandiera nera delle bande armate integraliste come un “simbolo dell’internazionalismo islamista” (sic!) arrivando a spiegare che molti terroristi “sono venuti semplicemente per seguire un grande ideale di solidarietà con la comunità musulmana sunnita siriana, a cui sentono di appartenere al di là delle frontiere”. Solidarietà sì, ma per rovesciare un governo laico, instaurare un regime di terrore estremista dedito alle decapitazioni? Non mancano foto che lo ritraggono con la bandiera dei ribelli siriani, quelli armati dagli Stati Uniti, mentre fa il segno della vittoria. Anche qui: più che un reporter super partes, appare come un militante ben addentro a una dinamica di guerra.

“Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono” diceva Malcolm X…

da http://www.sinistra.ch/

Fonte

17/11/2016

Le organizzazioni di Soros attive nelle proteste anti Trump

Tra i tanti insegnamenti andati perduti nella cultura politica della derelitta "sinistra" italica c'è forse il più antico e solido della tradizione comunista: la differenza tra "spontaneità" e "organizzazione".

Nei commenti che leggiamo in giro a proposito della conclamata presenza di organizzazioni riconducibili a George Soros – finanziere e speculatore globale, attivo da decenni con "attività filantropiche" finalizzate a provocare "rivoluzioni colorate" – vediamo con chiarezza come il pensiero di questa "sinistra" sia diventato bipolare in senso psichiatrico. Ogni cosa è o buona o cattiva, prima ancora di ogni analisi o – peggio – in sostituzione di un'analisi che non viene fatta.

Che la gran massa di partecipanti alle proteste anti Trump sia espressione di genuina indignazione antirazzista, democratica e progressista, non c'è alcun dubbio. Che ci sia un pesante tentativo di "condizionamento", da parte di Soros o altri, neanche. Le due cose non sono in alternativa ("tutti buoni" o "tutti pagati"), così come non lo sono mai le vicende politiche che vedono scendere in piazza movimenti numericamente consistenti. La "spontaneità" di una protesta ha infatti solidissime ragioni oggettive (economiche, politiche, sociali, culturali, ecc), così come "l'indirizzo" da far prendere a ogni protesta spontanea è questione di battaglia politica tra diverse opzioni. Un tempo c'erano anche i comunisti, in questa battaglia. Ora la "sinistra" si accontenta di tifare da lontano, capendoci sempre meno...

Per dare un ulteriore contributo informativo (non ideologico) sulla vicenda Usa, pubblichiamo qui una scheda apparsa sul media russo Rt, che di Soros e delle sue "rivoluzioni colorate" ha evidentemente avuto modo di occuparsi a fondo...

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Organizzazioni riconducibili al miliardario George Soros dietro i gruppi di protesta anti-Trump

Dal sito RT (Russian Times), 12 Novembre 2016
Traduzione e cura di Francesco Spataro

Alcune delle proteste anti-Trump negli States, sono state organizzate da gruppi che erano sponsorizzati dal miliardario e simpatizzante di Hillary Clinton, George Soros.

Fra le e-mails attribuite da Wikileaks a John Podesta* c’era un documento strategico, che coinvolgerebbe gruppi e movimenti politici locali legati all’imprenditore ungherese George Soros; in particolare i finanziamenti proverrebbero dall’organizzazione “MoveOn.org”**.

L’organizzazione mercoledì pomeriggio ha emesso un comunicato stampa riguardante le proteste, dove si afferma che, “centinaia di Americani, decine di organizzazioni, si stavano radunando pacificamente fuori la Casa Bianca e in tutto il paese, per seguire i risultati delle elezioni presidenziali di martedì.”

“I raduni, – organizzati da MoveOn.org ed altre organizzazioni a noi vicine – vogliono confermare il completo rifiuto dell’intolleranza, della xenofobia, dell’islamofobia e delle misoginia di Trump, e dimostrare che la nostra determinazione a combattere insieme per l’America, crediamo sia ancora possibile,” continua la dichiarazione.

“Quelli che stanno fomentando ed incitando le proteste, e molti di loro lavorano nelle organizzazioni finanziate da Soros, raccontano diversi manifestanti ingenui e pacifisti (ma ci sono anche quelli meno ingenui), sono un pericolo per Trump, anche se Trump non ha fatto altro che raccomandarsi per l’unità sin da quando ha vinto le elezioni, ha riferito venerdì ad RT il commentatore politico anglo-serbo Marko Gasic; ed ha aggiunto che le obiezioni che l’élite globale contesta al Presidente neo – eletto Donald Trump, sono di differente natura da quelle dei dimostranti.

“E’ stata una tornata elettorale nella quale ( i Democratici n.d.t.) hanno avuto a disposizione tutto, media, potere, denaro e invece l’hanno persa,” continua Gasic. “Ora è come tirare a sorte, per chi crede nel punto di vista Clinton – Soros, ossia, che la sola democrazia permessa sia quella monopartitica, che concorda con quello che viene affermato, e appena questo non si realizza, sono tutti pronti a fare una controrivoluzione, per distruggere quella democrazia e quel voto democratico.”

Comunque, Gasic non crede che si vogliano liberare di Trump.

“Vogliono intimidirlo, questo sì, per indurlo a ristabilire la pace sociale nel paese, fintanto che alle élites globali sia permesso di perseguire le guerre sparse per il mondo. Vogliono che diventi un neocon proprio come lo sono loro, che si ammorbidisca” aggiunge il commentatore.

Da quando Trump ha vinto, martedì scorso, le proteste si sono estese in diverse città degli States, alcune delle quali sono roccaforti Democratiche. Ci sono state tre notti di proteste, e ne sono state organizzate altre per Venerdì sera e programmate ancora altre per il week-end.

Giovedì sera, ad un raduno a Portland, al quale hanno partecipato più di 4000 persone, la polizia, affermando che erano in corso dei disordini (c.d. “riots”) ha usato gas lacrimogeni e sparato pallottole di gomma verso la folla, dopo aver dichiarato che erano stati attaccati dai dimostranti. Hanno arrestato 26 persone.

In California, le più grandi organizzazioni Democratiche per la raccolta di fondi, hanno iniziato una campagna per rifiutare i risultati elettorali, sostenendo che non erano in linea con i valori della nazione e della Costituzione.

Gasic crede che ci sia qualcuno che “peschi nel torbido” perché “l’America tradizionalmente non ha mai avuto problemi ad accettare l’esito elettorale”.

Continuando nelle sue dichiarazioni, Gasic, riferendosi alla “Rivoluzione arancione” in Ucraina, fra le altre, afferma che “Soros è dietro molte rivoluzioni “colorate” in altri paesi e che, al momento, sta finanziando qualcosa del genere in USA. Non so se si possa classificare tutto ciò, come tradimento. Di certo opera nell’ombra, e la sua unica legittimazione è il proprio portafoglio. Il suo solo interesse è far nascere quel tipo di democrazia che egli possa sostenere, e che gli assicuri un beneficio personale. Ecco il tipo di persona che sta dietro queste continue proteste contro una valida, legittima, libera elezione.”

Tra le e-mails “hackerate” da John Podesta, presidente della campagna elettorale per Hillary Clinton e pubblicate da WikiLeaks ce n'è una del 9 settembre 2007, spedita dal gruppo di esperti del Centro per il Progresso Americano diretto dallo stesso Podesta, che è stata condivisa anche da “MoveOn.org”: conteneva in allegato, un documento strategico, in cui si chiedeva supporto economico a George e Jonathan Soros, Peter e Jonathan Lewis, Herbe e Marion Sandler, Steve Bing e John Sperling, per un impegno nella società civile.

“Sebbene le prospettive per un continuo consenso elettorale siano solide, – e le risorse del movimento progressista sono aumentate rispetto all’anno passato – una serie di lacune va colmata. Podesta, in un documento di 13 pagine indirizzato ai Democratici ha scritto che “la lacuna più importante è rappresentata da un cattivo collegamento fra attività di base e sostanziale contenuto e il messaggio da cui deriva. Se vogliamo vincere la prossima volta, dobbiamo impegnarci a fare un lavoro migliore, sul controllo del dialogo con l’elettorato, e soprattutto sulla struttura delle elezioni.”

Più avanti nel documento, si asserisce che il controllo del discorso politico, si può attuare usando i networks delle “organizzazioni della società civile; gruppi di sostegno multi-settoriali; gruppi di esperti; organizzazioni giovanili; comunità religiose; società per individuare gli obiettivi; il mondo della rete e dei blog... per far passare i contenuti della politica attraverso una sorta di “camera dell’eco” e far arrivare il messaggio ovunque, nel sistema.”

“Ed è chiaro che ciascuno di noi, come individuo, giocherà un ruolo importante, nel finanziare il restante lavoro.”

In un articolo del 2004, il Washington Post rivelò che Soros e sua moglie, Susan Weber Soros, donarono un milione e quarantaseimila dollari a “MoveOn.org.”

Nel 2014, riferisce la CNN, una società di analisi dati, dal nome “Catalist”, che aveva sposato la causa progressista, ha ricevuto un nuovo finanziamento, inclusi due milioni venticinquemila dollari donati proprio dal miliardario liberale George Soros.

*Giurista e politico statunitense, Presidente della campagna elettorale alle presidenziali 2016 di Hillary Clinton. In precedenza ha ricoperto la carica di Capo di gabinetto della Casa Bianca del Presidente degli Stati Uniti d'America Bill Clinton dal 1998 al 2001.

È presidente del Center for American Progress, un think-tank liberal con sede in Washington D.C. ed è visiting professor al Georgetown University Law Center. Podesta è stato co-presidente della fase di transizione iniziale dell'amministrazione Obama.

**Organizzazione dalle politiche pubbliche progressiste negli Stati Uniti. Fu fondata nel 1998 come risposta all'impeachment del Presidente Bill Clinton. Successivamente condannò pubblicamente la guerra in Iraq del 2003. Ha poi sostenuto la candidatura di John Kerry alle presidenziali del 2004, accumulando milioni di dollari per i candidati democratici.

Fonte

16/11/2016

Lo “squalo” George Soros dietro le proteste anti Trump

di Fulvio Scaglione – linkiesta.it

"Avrei impiegato meno tempo a scrivere questo pezzo se non fossi stato così impegnato a ridere. Non è carino farlo, lo ammetto, però, insomma, pensateci un attimo: avreste mai immaginato di vedere una rivoluzione colorata anche negli Usa? Perché è questo che succede, anche se non ve lo dicono. In molte grandi città americane come Portland (nell’Oregon), Los Angeles e Oakland (California), Philadelphia (Pennsylvania), Denver (Colorado), Dallas (Texas), Baltimora (Maryland) e naturalmente New York, da giorni migliaia di persone protestano contro l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump.

Popolo sdegnato, cittadini in ansia per le sorti del Paese, movimento spontaneo di gente perbene? Qualcuno così ci sarà pure, per carità. Ma la realtà è quella che è rapidamente saltata fuori: file e file di pullman noleggiati per spostare i manifestanti da un posto all’altro, paga oraria tra 15 e 20 dollari l’ora per gridare «Not my president» contro Trump, panini e bibite gratis. All’inizio tutto è filato liscio, peace and love per tutti. Poi sono comparsi i primi ragazzotti mascherati, sono cominciate a volare le bottiglie e a finire in frantumi le vetrine. Sono arrivati i corpo a corpo tra manifestanti e poliziotti e a Portland sono partiti i primi colpi di pistola. Ferito ma non in pericolo di vita un dimostrante, arrestato lo sparatore, un diciottenne saltato fuori da un’automobile.

Non ricorda nulla, tipo Ucraina 2014, Georgia 2003 o Siria 2011? Assegnati ormai quasi tutti i nomi dei fiori, come lo intitoliamo questo esperimento di esportazione della democrazia proprio negli Usa, il Paese che dal 1989 esporta democrazia nel resto del mondo? La Rivoluzione dei cetrioli in omaggio al Midwest? La Rivoluzione degli hot dog per amore di New York? La Rivoluzione delle arance per la grande California?

In altri Paesi, dove di solito gli Usa vanno più di fretta, a questo punto le cose procedono così. Durante una delle tante manifestazioni si verifica un “incidente” in cui muoiono uno o più dimostranti e uno o più poliziotti. Le gente si invelenisce e la polizia pure. Spuntano le armi, magari anche dei cecchini che poi nessuno troverà (né tantomeno cercherà). Gli scontri salgono di tono. Aumenta il numero dei morti. Le proteste diventano sempre meglio organizzate. I politici Usa dicono che ha ragione il popolo (ucraino, georgiano, siriano, venusiano, marziano, qualunque, purché non sia quello del Bahrein o quello dello Yemen, colpiti dall’esercito saudita, o quello della Turchia che si schiera con Erdogan) e che sono pronti ad aiutarlo in ogni modo. Visto l’andazzo, non sapendo che altro fare, i politici europei ripetono le stesse dichiarazioni. E tutto va come deve andare.

Negli Usa è tutto un po’ più complesso. Infatti George Soros, l’uomo che ha buttato decine di milioni di dollari nella campagna elettorale di Hillary Clinton, che fa? Convoca al Mandarin Oriental Hotel di Washington, per un bel “seminario” a porte chiuse, la Democracy Alliance e alcuni dei più noti personaggi del Partito Democratico, da Nancy Pelosi (ex presidente della Camera dei Rappresentanti) alla senatrice Elisabeth Warren, oltre ai capi dei sindacati e dei gruppi di pressione liberal.

La Democracy Alliance, non è una delle tante lobby tipiche della politica americana, una specie di club che si batte, come da statuto, per “una democrazia onesta, un’economia inclusiva e un futuro sostenibile”. È anche, se non soprattutto, una straordinaria macchina per la raccolta fondi. La “tessera” costa 30 mila dollari l’anno e ogni membro è tenuto a versare almeno altri 20 mila dollari l’anno per questa o quella delle cause sponsorizzate dalla Alliance. Il sito Politico ha calcolato che dal 2005, anno di fondazione, l’Alliance ha raccolto oltre 500 milioni di dollari per il Partito democratico e i suoi esponenti. Inutile sottolineare che l’ultimo, vano sforzo era stato fatto per portare Hillary Clinton alla Casa Bianca. Pare insomma che George Soros la sua Rivoluzione dei cetrioli abbia deciso di portarla avanti a suon di dollari, strumento di cui dispone con una certa abbondanza.

A questo punto uno potrebbe chiedersi che c’entra Soros. C’entra, c’entra. E non solo perché suo figlio Jonathan è membro della Democracy Alliance. Come il bravo Roberto Vivaldelli ci ha raccontato sugli Occhi della Guerra, dietro i manifestanti di questi giorni e i loro puntualissimi cortei c’è UsAction, una rete di 501 associazioni e gruppi distribuiti su tutti gli Stati Uniti. Ma non è tutto qui. L’altra grande forza dietro il movimenti di protesta è MoveOn, la piattaforma che si propone di “portare la gente comune nella politica” e che ora, guarda caso, trovando scandalosa l’elezione di Donald Trump, fa campagna contro i collegi elettorali, chiedendo che l’elezione del Presidente sia affidata al solo voto popolare.

UsAction e MoveOn hanno in comune una cosa, anzi un miliardario: George Soros, appunto, che ha finanziato con larghezza l’una e l’altra. Dopo aver fatto il giro del mondo sponsorizzando rivoluzioni colorate, il grande destabilizzatore tenta il colpo più audace. Ora vuole nientemeno che destabilizzare il proprio paese. Esportare la democrazia tra coloro che sono convinti di averne il monopolio. Salvare gli americani da loro stessi. Perché, giustamente, a che serve la democrazia se poi la gente sceglie come le pare?

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18/08/2016

I soldi di Soros. Ecco chi li ha presi, anche in Italia

E' stato hackerato con una incursione il sito della Open Society Foundation, creata e finanziata da George Soros. Migliaia di file con documenti sono stati resi pubblici. Sul sito soros.dcleaks.com che ha pubblicato i documenti, è comparso il seguente messaggio degli hacker che hanno realizzato l'incursione:
George Soros è un magnate ungherese-americano, investitore, filantropo, attivista politico e autore, di origine ebraica. Guida più di 50 fondazioni sia globali che regionali. È considerato l’architetto di ogni rivoluzione e colpo di Stato di tutto il mondo negli ultimi 25 anni . A causa sua e dei suoi burattini gli Stati Uniti sono considerati come una sanguisuga e non un faro di libertà e democrazia. I suoi servi hanno succhiato sangue a milioni e milioni di persone solo per farlo arricchire sempre di più. Soros è un oligarca che sponsorizza il partito Democratico, Hillary Clinton, centinaia di uomini politici di tutto il mondo. Questo sito è stato progettato per permettere a chiunque di visionare dall’interno l’Open Society Foundation di George Soros e le organizzazioni correlate. Vi presentiamo i piani di lavoro, le strategie, le priorità e le altre attività di Soros. Questi documenti fanno luce su uno dei network più influenti che opera in tutto il mondo”.
Tra i documenti c'è anche l'elenco delle organizzazioni che in Europa – e in Italia – hanno ricevuto finanziamenti dalla fondazione di Soros per le loro attività. L'elenco è leggibile a questo link.

Tutti gli altri documenti, divisi per aree geografiche, sono leggibili invece su: soros.dcleaks.com

Buona lettura e ognuno ne tragga le proprie conclusioni.

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23/06/2016

“No Brexit”, ma solo per restare fermi

A 24 ore dal referendum sulla Brexit “i mercati” sono assolutamente calmi e fiduciosi. A rovesciare la tendenza ci ha pensato l’omicidio di Jo Cox, deputata laburista – filopalestinese e contro l’intervento in Siria, ma favorevole a restare nell’Unione Europea – uccisa da un nazifascista cui nessuno, stranamente, ha appioppato l’etichetta di terrorista. Solo un “matto”, come si dice quando si cerca di coprire un gioco sporco del potere.

I principali indicatori economici segnano calma piatta, dopo tre giorni di “euforia” successivi all’omicidio: le borse sono intorno alla parità, la sterlina ha smesso di svalutarsi, alcuni commentatori – anche autorevoli – ammettono soltanto ora che “Brexit o non Brexit cambierà poco”. Fine dell’allarmismo catastrofista, fine degli appelli stile “dopo sarà solo diluvio universale”.

Gli ultimi colpi a favore del remain li hanno portati personaggi noti, soprattutto finanzieri; e già questo dovrebbe far sospettare qualcosa. Se poi ci si sofferma sulle interviste paradossali condotte da George Soros, si può toccare con mano il senso della presa in giro universale:
«Il pound cadrà fortemente e velocemente (in caso di Brexit, ndr) mi aspetto che la svalutazione sia più devastante del 15% registrato nel settembre 1992 quando fui fortunato abbastanza da realizzare profitti significativi a spese della Bank of England e del governo britannico... Il pound potrà perdere più del 15, forse il 20% passando da 1,46 a meno di 1,15 sul dollaro che significa una caduta di quasi il 30% dal valore precedente la campagna referendaria».
In pratica è come se avesse detto: “restate nella Ue, impeditemi di fare altri soldi!”. Davvero convincente, addirittura commovente...

Propaganda a parte, la calma piatta sui mercati sembra dettata da molti altri fattori. In primo luogo dalla liquidità in quantità mostruose che prima la Federal Reserve, poi la Banca del Giappone e da oltre un anno anche la Bce hanno “pompato” nei circuiti finanziari.

Un gioco che però non sembra aver avuto altri effetti positivi, tantomeno sull'economia reale, ferma al palo o arretrante da otto anni a questa parte. Ciò nonostante, sospendere questo gioco avrebbe effetti probabilmente devastanti, e infatti la Fed statunitense – dopo un timidissimo rialzo dei tassi di interessi alla fine di dicembre (da zero a 0,25%) – sembra aver rinunciato a buona parte dei quattro rialzi che aveva messo in programma per l’anno in corso.

Sarò anche vero che la Fed deve tener d’occhio – per statuto – sia l’andamento dell’inflazione (quasi impercettibile, per ora) che quello dell’occupazione, ma proprio quest’ultimo dato sembra ormai inaffidabile in seguito alle ripetute manipolazioni “ottimistiche” dei criteri statistici di rilevazione. Ufficialmente è al 5%, ma se si dovessero conteggiare – come sembra logico – anche gli “scoraggiati” (i disoccupati che non si iscrivono più nemmeno alle liste di collocamento, tanto...) si salirebbe in un attimo a cifre mostruose, vicine al 30% della popolazione in età lavorativa.

E infatti la “nuova occupazione”, negli Usa ma non solo, è fatta soprattutto di lavoretti precari, a bassa qualificazione e ancor più basso stipendio. Nulla, per capirci, che possa spingere all’insù i consumi interni e dunque tutta la baracca della produzione.

Soprattutto, la Fed ha ieri scoperchiato un piccolo segreto che i mercati conoscono benissimo: i prezzi delle azioni sono troppo alti. C’è una sopravvalutazione che minaccia la stabilità dei mercati (il rapporto price/earning viaggia intorno a 21, mentre i manuali giudicano “ottimale” un massimo di 16; in pratica il 20% in meno). E questo senza nominare il “morto in casa” delle aziende private quotate: profitti costantemente in calo e indebitamento mostruoso (spesso aperto per ricomprare azioni proprie, così da gonfiarne maggiormente il valore da iscrivere a bilancio).

Una eventuale Brexit, in questo mondo, aprirebbe in effetti un periodo di grande instabilità, con riduzioni generalizzate dei prezzi e rischi seri di “panico”, anche di dimensioni estese.

Una preoccupazione sufficientemente forte da giustificare ampiamente un “omicidio riparatore”.

Il problema è che anche così, si tratta solo di un rinvio. Se pure la Gran Bretagna resterà nell’Unione, infatti, “i mercati” ci avranno guadagnato solo un prolungamento dello status quo, non certo una spinta all’espansione.

I fattori di crisi restano dove sono: nei bilanci delle multinazionali, nelle “sofferenze” bancarie globali, nell’immenso ed etereo mercato dei “prodotti derivati” che nessuno sa più come valutare. Un solo numero per avere un’idea della dimensione del problema: solo Deutsche Bank ha emesso titoli derivati per 75.000 miliardi di euro. Venti volte il Pil della Germania; una cifra che non ha senso, ma soprattutto non prevede freni e leve che possano tenerla sotto controllo.

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