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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/09/2026

11 settembre 2001, 25 anni dopo le guerre americane sconvolgono ancora il mondo

 Venticinque anni fa, mentre le fiamme divoravano le Torri Gemelle e il Pentagono, sembrava di assistere all’inizio di una nuova epoca mondiale. Venticinque anni dopo, l’11 settembre resta certamente uno degli eventi che hanno maggiormente modificato la storia contemporanea, ma la direzione di quel cambiamento appare molto diversa da quella immaginata allora dagli Stati Uniti con l’uso costante della forza e della guerra.

Osama bin Laden voleva trascinare gli Stati Uniti in una guerra che ne logorasse la potenza, ne alimentasse l’ostilità verso il mondo musulmano e provocasse una reazione ampia e di lungo termine. Non riuscì a distruggere l’America. Al Qaeda fu decapitata, Bin Laden venne ucciso nel 2011 e il jihadismo globale non ha mai conquistato il potere fuori dal Medio oriente.

Allo stesso tempo la risposta statunitense all’11 settembre produsse qualcosa di molto diverso da una semplice operazione di sicurezza. Produsse una guerra globale.

È proprio questo il punto di partenza dello speciale che Foreign Affairs dedica in questi giorni al venticinquesimo anniversario. Philip H. Gordon parla di “A Quarter Century of Fear and Fantasy”, mentre Nelly Lahoud titola il suo saggio “Bin Laden’s Catastrophic Success”: Al Qaeda, sostiene già il titolo, ha cambiato il mondo, ma non nel modo che si aspettava.

La risposta immediata e la guerra senza fine

L’Afghanistan era la risposta più direttamente legata all’11 settembre. Il regime talebano aveva ospitato Bin Laden e la leadership di Al Qaeda. Nell’ottobre 2001 gli Stati Uniti e i loro alleati entrarono in guerra. Ma quella che doveva essere un’operazione contro un’organizzazione armata divenne progressivamente una guerra ventennale per costruire un nuovo Afghanistan. Quando nell’agosto 2021 gli americani se ne sono andati, i talebani sono tornati al potere. Foreign Affairs, a cinque anni dal ritiro, osserva che l’Afghanistan è praticamente scomparso dal dibattito della politica estera americana, nonostante la situazione del Paese resti drammatica. La rivista parla anche del costo del “collective forgetting”, della rimozione collettiva di quella che è stata la guerra più lunga della storia degli Stati Uniti. Vent’anni di guerra per tornare, almeno politicamente, al punto di partenza.

Poi arrivò l’Iraq

Se l’Afghanistan aveva un rapporto diretto con l’11 settembre, l’Iraq no. Saddam Hussein non aveva partecipato agli attentati. Nonostante ciò, nel 2003 George W. Bush decise l’invasione dell’Iraq, costruendo la giustificazione pubblica intorno ad inesistenti armi di distruzione di massa e alla più ampia guerra contro il terrorismo. Il punto merita di essere ricordato anche perché Foreign Affairs ha riesaminato recentemente le proprie responsabilità editoriali dell’epoca. In un articolo del 2002 Kenneth Pollack aveva sostenuto che Washington dovesse “invade Iraq, eliminate the present regime”, ammettendo tuttavia che l’invasione non fosse una componente necessaria della guerra contro il terrorismo.

Le armi di distruzione di massa non furono mai trovate. L’Iraq fu invece devastato. Il collasso delle istituzioni statali, lo scioglimento dell’esercito, la guerra settaria e l’insurrezione crearono le condizioni nelle quali Al Qaeda in Iraq poté svilupparsi. Da quella galassia jihadista sarebbe poi emerso lo Stato islamico.

È uno dei paradossi più tragici della risposta americana: una guerra dichiarata anche in nome della lotta al terrorismo contribuì a creare il terreno sul quale sarebbe nato uno dei più potenti movimenti jihadisti della storia.

Il prezzo che non entra nei comunicati

Il nuovo rapporto del Costs of War Project della Brown University, pubblicato il 2 settembre 2026, stima che le guerre post-11 settembre abbiano provocato, fino al 2023, 905.000-940.000 morti direttamente legate alla violenza bellica in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Siria, Yemen e altri teatri. Almeno 408.749-432.093 erano civili.

Ma la guerra non uccide soltanto chi viene colpito da una bomba o da un proiettile. Distrugge ospedali, sistemi sanitari, reti idriche, economie, scuole. Produce malnutrizione e malattie. Genera migrazioni e sfollamento. Per questo la Brown University stima altre 3,6-3,8 milioni di morti indirette. Il bilancio complessivo delle morti direttamente e indirettamente riconducibili alle guerre post-11 settembre arriva così ad almeno 4,5-4,7 milioni di persone. E più di 38 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case nei diversi teatri delle guerre post-11 settembre. Sono numeri che rendono quasi impossibile parlare semplicemente di una “guerra al terrorismo”. Si è trattato di una trasformazione geopolitica di dimensioni storiche, con un costo umano enorme.

Guantanamo: l’eccezione diventata sistema

C’è poi l’altra eredità dell’11 settembre, quella che non si misura in morti ma nella trasformazione dello Stato di diritto. Guantanamo, le prigioni segrete della CIA, le extraordinary renditions, le detenzioni indefinite, gli interrogatori coercitivi, le torture. Abu Ghraib. La risposta americana non si limitò a bombardare Afghanistan e Iraq. Creò un sistema parallelo nel quale alcune delle garanzie fondamentali del diritto vennero sospese o aggirate. La Brown University sintetizza oggi questo lascito parlando di “indefinite detention, torture and mistreatment”, insieme all’espansione della sorveglianza di massa e alla militarizzazione della polizia americana.

È difficile non vedere qui una delle contraddizioni fondamentali dell’intera stagione post-11 settembre. Per “difendere la democrazia”, quella che si proclama la principale democrazia occidentale accettò pratiche incompatibili con alcuni dei principi che dichiarava di voler difendere. Per proteggere la libertà, ampliò enormemente i poteri dello Stato. Per impedire nuovi attentati, costruì una macchina di sorveglianza che modificò il rapporto tra individuo e autorità.

Una guerra senza confini

La guerra al terrorismo avrebbe dovuto avere un obiettivo preciso. Finì invece per non avere praticamente più confini geografici. Afghanistan e Iraq furono seguiti da Pakistan, Yemen, Somalia, Siria, Libia e altri teatri. Secondo il Costs of War Project, nel 2023 gli Stati Uniti conducevano attività di controterrorismo in almeno 78 Paesi. È una trasformazione straordinaria.

Quella che nel settembre 2001 sembrava una risposta emergenziale a un attacco senza precedenti è diventata, un quarto di secolo dopo, una componente strutturale della politica estera e di sicurezza americana. Il costo economico è altrettanto enorme: circa 8.000 miliardi di dollari spesi o impegnati dagli Stati Uniti per le guerre post-11 settembre, secondo la Brown University. Una cifra difficile persino da immaginare. E ancora più difficile da giustificare se la domanda è quale mondo abbia prodotto quella spesa.

Il Medio Oriente dopo l’Iraq

La guerra in Iraq non distrusse soltanto uno Stato. Contribuì a rompere gli equilibri regionali, alimentò il conflitto settario tra sunniti e sciiti, rafforzò indirettamente l’influenza iraniana e contribuì alla nascita dell’ambiente politico e militare nel quale si sviluppò lo Stato islamico (ISIS). L’invasione del 2003 fu dunque un passaggio decisivo nella trasformazione del Medio Oriente contemporaneo.

Il problema è che la regione non è diventata più stabile. La guerra in Iraq, la successiva destabilizzazione della Siria, l’ascesa dell’Isis, la crescita delle milizie regionali e le guerre successive hanno prodotto una regione nella quale la violenza è diventata una componente permanente della politica. E oggi, nel 2026, il Medio Oriente è nuovamente attraversato da una devastazione di proporzioni enormi, dalla distruzione israeliana di Gaza alle sue ripercussioni regionali.

Non è corretto attribuire all’invasione dell’Iraq la responsabilità diretta di ogni guerra successiva. Ma è altrettanto difficile negare che il sistema regionale uscito dall’intervento americano sia molto più instabile di quello che Washington dichiarava di voler costruire.

Dall’11 settembre a Gaza: il precedente della forza

Il collegamento con Gaza deve essere fatto con cautela, perché non esiste una linea diretta che colleghi l’invasione dell’Iraq alle guerre successive lanciate da Israele. Ma esiste un elemento più generale: la normalizzazione dell’uso della forza come strumento ordinario della politica internazionale. Dopo l’11 settembre, il concetto di guerra al terrorismo ha contribuito a dilatare il diritto all’autodifesa fino a includere operazioni militari lontanissime dal luogo dell’attacco originario.

Ha contribuito a rendere abituale l’uso di droni, uccisioni mirate, operazioni speciali e bombardamenti contro organizzazioni non statali. È uno dei lasciti più controversi dell’epoca Bush: l’idea che la sicurezza possa giustificare quasi indefinitamente l’eccezione. E quando un principio viene normalizzato dalla potenza più forte, inevitabilmente altri Stati lo utilizzano per giustificare le proprie azioni.

Gli Usa volevano prendere il pieno controllo del mondo usando il pretesto della guerra al terrorismo. E invece ha perso terreno, La competizione tra Stati Uniti e Cina è diventata il principale asse strategico del sistema internazionale. La Russia è tornata protagonista. Il Medio Oriente è attraversato da conflitti e crisi che hanno oltrepassato i confini regionali. Il sistema internazionale appare più fragile.

La guerra al terrorismo avrebbe dovuto consolidare l’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti. Invece, almeno in parte, ha contribuito a consumare risorse, credibilità e capitale politico americano. Già nel 2003, G. John Ikenberry aveva messo in guardia sulle conseguenze di quella trasformazione, parlando di una possibile “neoimperial grand strategy” destinata a provocare “antagonism and resistance” e a lasciare gli Stati Uniti in “a more hostile and divided world”.

L’11 settembre non ha distrutto l’ordine americano. Ma la risposta all’11 settembre ha contribuito a logorarlo. Questa potrebbe essere, venticinque anni dopo, la vera lezione. La minaccia jihadista era reale. Ma una cosa è rispondere al terrorismo. Un’altra è trasformare quella risposta in una guerra permanente. Una cosa è proteggere una democrazia. Un’altra è sacrificare, in nome della sua sicurezza, proprio la democrazia e i diritti. L’11 settembre 2026 il terrorismo di Al Qaeda non è più la principale minaccia strategica degli Stati Uniti. Il mondo però è attraversato da guerre, rivalità tra grandi potenze, Stati falliti, crisi umanitarie e una crescente sfiducia verso le regole internazionali*.

Fonte 

* sarebbe più corretto parlare di sfiducia nei confronti dell'ordine basato sulle regole dell'occidente capitalistico.

27/12/2025

Dai Caraibi all’Africa guerre americane crescono

«Un attacco potente e letale»

Trump ha scritto sul social network Truth che, su suo ordine, è stato lanciato un attacco «contro i terroristi dell’Isis che hanno preso di mira e ucciso brutalmente, soprattutto, cristiani innocenti». Secondo le iperboli di Trump «il Pentagono ha eseguito numerosi attacchi perfetti». «Sotto la mia guida, il nostro Paese non permetterà al terrorismo islamico radicale di prosperare», ha aggiunto. E il buon Natale con una contorta e discutibile preghiera: «Che Dio benedica il nostro esercito e BUON NATALE a tutti, compresi i terroristi morti, che saranno molti di più se il loro massacro di cristiani continuerà». Buon Natale di morte? Parlando da delegato di giustizia dall’Alto, «Avevo già avvertito questi terroristi che se non avessero fermato il massacro dei cristiani avrebbero pagato l’inferno, e stasera è successo. Il Dipartimento della Guerra ha eseguito numerosi attacchi perfetti, come solo gli Stati Uniti sono in grado di fare», riporta l’ANSA. Fraseggio moderato.

Fatti noti senza aggettivi

«L’Africom ha condotto un attacco su richiesta delle autorità nigeriane nello Stato di Sokoto uccidendo diversi terroristi dell’Isis», dichiara il Comando militare statunitense in Africa. Oltre dodici missili Tomahawk per un attacco di precisione su due campi d’addestramento dell’Isis, lanciati dal cacciatorpediniere USS Paul Ignatius, che nelle scorse settimane si era avvicinata al teatro d’operazioni dell’Atlantico centro-orientale. Il ministero degli Esteri nigeriano ha confermato che gli Stati Uniti hanno lanciato «colpi di precisione contro obiettivi terroristici in Nigeria tramite attacchi aerei». «Le autorità nigeriane rimangono impegnate in una cooperazione strutturata in materia di sicurezza con i partner internazionali, compresi gli Stati Uniti d’America, per affrontare la persistente minaccia del terrorismo e dell’estremismo violento», ha affermato il Ministero degli Esteri in una nota diffusa stamattina.

Che nuovo anno ci prepara Trump?

Parole roboanti del solito Trump, e critiche preoccupare interne. Justin Amash, ex deputato repubblicano del Michigan, ha scritto su X un duro post di critica all’unilateralismo di Trump, sottolineando che «se gli Stati Uniti debbano o meno impegnarsi in conflitti in tutto il mondo è una decisione che spetta ai rappresentanti del popolo al Congresso, non al presidente». L’operazione segue una serie di analoghe operazioni contro lo Stato Islamico in Siria, dove settimana scorsa gli Usa hanno colpito almeno 70 obiettivi riconducibili ai jihadisti e si inserisce nella complessa dialettica con la Nigeria, avverte Andrea Muratore. Negli scorsi mesi Trump ha più volte polemizzato a distanza con il presidente nigeriano Bola Tinbu, accusando Abuja di non fare abbastanza per contrastare il terrorismo e l’insorgenza dell’Isis e di Boko Haram e ponendo in particolare al centro la questione dei massacri di cristiani nigeriani. «Quest’ultimo fronte è molto diffuso nel mondo conservatore statunitense come cavallo di battaglia», denuncia InsideOver.

La guerra interna della Nigeria

«L’insurrezione è in corso da oltre un decennio, uccidendo migliaia di cristiani e musulmani di ogni confessione religiosa», scrive il New York Times. La Nigeria non è ufficialmente in guerra, ma lì vengono uccise più persone che nella maggior parte dei paesi devastati dalla guerra. Solo quest’anno, più di 12.000 persone sono state uccise da vari gruppi violenti, secondo Armed Conflict Location and Event Data, un gruppo di monitoraggio dei conflitti. Un conflitto violento che anche nel mondo delle istituzioni religiose cristiane è letto con cautela, tanto che anche il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, ha ribadito che la radice dello scontro è sociale, e non religiosa. Ma per gli Usa quest’ultima chiave di lettura va cavalcata, tanto che il capo del Pentagono Pete Hegseth ha giustificato l’azione dichiarando che «l’uccisione di cristiani innocenti in Nigeria (e altrove) deve finire».

Guerra civile e non religiosa

Il primo Natale del Trump 2.0 si chiude dunque come una giornata di bombe e missili che segna l’intervento Usa in un nuovo conflitto dopo che nel 2025 Washington ha colpito in Yemen, Somalia, Siria, Iran e tra Oceano Pacifico e Mar dei Caraibi contro i presunti narcotrafficanti. Un’espansione della proiezione militare americana che oggi arriva fino all’Africa occidentale, con conseguenze tutte da analizzare sugli equilibri interni della Nigeria.

Fonte

20/12/2025

Siria - Trump revoca le sanzioni del Caesar Act poi bombarda il paese

Dopo le dichiarazioni rilasciate in seguito all’attacco del 13 dicembre, che ha causato l’uccisione di due militari statunitensi e di un contractor nell’area di Palmira, nel deserto siriano, per mano di un miliziano dello Stato Islamico, il presidente americano aveva affermato che l’azione non sarebbe rimasta senza conseguenze, promettendo davanti ai media statunitensi «ritorsioni molto gravi: ci vendicheremo».

Il 19 dicembre, l’aviazione statunitense, con il supporto e la partecipazione di jet giordani, ha lanciato l’operazione Hawkeye (operazione Occhio di Falco, nella sua traduzione italiana). Il Comando Centrale delle Forze Armate degli Stati Uniti ha dichiarato di aver colpito oltre 70 obiettivi dell’ISIS in Siria, utilizzando aerei da combattimento, elicotteri d’attacco e artiglieria, in diverse località della Siria centrale. Un dispiegamento militare su larga scala, come non se ne vedevano da tempo, con attacchi che hanno interessato diverse aree della regione.

Fonti locali riferiscono che la maggior parte dei bombardamenti si sarebbe concentrata nell’area desertica di Deir ez-Zor, dove sembrano essere attive cellule dormienti dell’ISIS, probabilmente a retaggio della battaglia di Baghuz, che nel 2019 segnò la fine della presenza territoriale dell’organizzazione in Siria: una fine tuttavia solo formale, che non coincise con una sua reale smantellamento.

Secondo fonti americane, gli attacchi avrebbero preso di mira «combattenti, infrastrutture e depositi di armi dell’ISIS» e sarebbero stati concepiti come una rappresaglia, più che come l’inizio di un conflitto su scala più ampia nel territorio siriano. In un comunicato ufficiale, il Comando Centrale statunitense ha affermato che «questa operazione è fondamentale per impedire all’ISIS di ispirare complotti terroristici e attacchi contro il territorio degli Stati Uniti». L’azione americana non si è limitata tuttavia solo al 19 dicembre, ma si è inserita in una più ampia offensiva che, a partire dal 13 dicembre, ha visto le forze statunitensi condurre dieci operazioni tra Siria e Iraq, le quali, secondo la ricostruzione americana, avrebbero portato alla morte o alla detenzione di 23 militanti jihadisti. (1)

Trump ha inoltre dichiarato ai media che il governo siriano ha pienamente sostenuto i bombardamenti, appoggiando la natura politica e militare dell’azione. Le dichiarazioni del presidente americano arrivano dopo che, nel mese di novembre, la Siria era stata accolta come 90° membro della coalizione globale contro l’ISIS, sotto la guida dell’autoproclamato presidente Ahmed al-Sharaa, noto anche come Abu Mohammad al-Jolani, se si vuole ricordare il suo passato nelle file del movimento islamista Jabhat al-Nusra.

L’appoggio del governo di Ahmed Al-Sharaa alle incursioni americane avviene anche a poche ore dalla dichiarazione della sospensione ufficiale del Caesar Act, sancita dalla firma presidenziale del National Defense Authorization Act, approvato da entrambe le Camere del Congresso statunitense e divenuto legge il 19 dicembre 2025.

Il Caesar Syria Civilian Protection Act (Caesar Act), approvato dal Congresso americano nel 2019 ed entrato in vigore nel 2020, prevedeva un vasto regime di sanzioni che colpivano l’intero sistema economico siriano. Le misure interessavano in particolare le industrie legate alle infrastrutture, alla manutenzione militare e al settore energetico, imponendo al contempo un veto ai finanziatori esteri e impedendo di fatto nuovi investimenti nel Paese. Le sanzioni contribuirono così a mettere in ginocchio un’economia già gravemente provata da anni di guerra. Presentato dagli Stati Uniti come uno strumento per indebolire il governo di Bashar al-Assad, il Caesar Act finì per colpire soprattutto la popolazione civile, alimentando povertà e malcontento e impedendo, di fatto, un reale processo di ricostruzione postbellica della Siria.

Il percorso verso l’abrogazione del provvedimento era stato annunciato da Trump il 13 maggio 2025, durante una visita in Arabia Saudita, storica alleata degli Stati Uniti in Medio Oriente e da tempo schierata contro l’asse economico e politico che legava il precedente governo siriano all’Iran.

Dopo la caduta del governo di Bashar al-Assad, Riyadh aveva infatti avviato una serie di proposte di investimento in Siria, culminate nel luglio 2025 con l’arrivo a Damasco di una delegazione saudita, con la prospettiva di firmare accordi per un valore compreso tra quattro e sei miliardi di dollari. Quattro società energetiche saudite avrebbero successivamente firmato accordi con la Syrian Petroleum Company per sostenere lo sviluppo dei giacimenti di petrolio e gas nel Paese. Gli accordi prevederebbero la gestione e l’ampliamento di cinque giacimenti di gas, aprendo così la strada a un radicamento strutturale degli interessi sauditi sul territorio siriano.

Investimenti che, ad oggi, non sembrano produrre benefici concreti per la popolazione, che continua a vivere in larga parte in condizioni di profonda povertà, soprattutto nelle aree rurali. L’accesso ai bisogni primari resta fortemente limitato: la fornitura di elettricità è discontinua e non copre l’intero territorio nazionale, e in alcune zone l’uso dei generatori rappresenta l’unica fonte di luce e riscaldamento. Ampie porzioni del Paese risultano inoltre ancora disseminate di mine e ordigni inesplosi, che continuano a mietere vittime civili, mentre i salari medi restano estremamente bassi, insufficienti a garantire alle famiglie un sostegno economico dignitoso.

Così, mentre Washington e la comunità internazionale celebrano firme e dichiarazioni, e mentre i cieli della Siria tornano a essere attraversati da bombardieri e jet alleati, sul terreno cambia poco per chi vive il paese ogni giorno; un paese, la Siria, dove ad oggi il significato del termine «ricostruzione» continua a restare un concetto astratto.

Note
1) CENTOCOM “ Launches operation Heykeye Strike Against ISIS in Syria” 19/12/2025

Fonte

15/12/2025

Siria - Attentato contro soldati USA. Al Jolani rimane inaffidabile

Brutto colpo per la credibilità di Al-Jolani e del suo governo qaedista. Il 13 dicembre, nei pressi di Palmira un attentatore ha aperto il fuoco contro una pattuglia americana che, in compagnia di personale siriano, stava effettuando attività di “key leader engagement”, ovvero incontri con capi tribali locali per ottenere appoggio nell’ambito della lotta contro le cellule dormienti dell’Isis, che operano in quelle aree.

Parliamo di una zona desertica situata al centro della Siria, nel governatorato di Homs, in cui è schierata la settantesima divisione dell’esercito siriano, ex Esercito Siriano Libero, formata e addestrata proprio dagli USA nella base di Al-Tanf dal 2016.

Il bilancio finale è di tre statunitensi morti, due militari ed un civile (che faceva l’interprete) e cinque feriti, due soldati siriani e tre statunitensi. Anche l’attentatore è stato ucciso sul posto.

Si tratta delle prime perdite per gli USA, dalla caduta del regime baathista.

Immediatamente Trump ha scritto un post su Truth in cui ha incolpato l’Isis e si è mostrato benevolo verso Al-Jolani, descrivendolo come “estremamente arrabbiato e turbato da questo attacco”; il tycoon ha però, dovuto ammettere che le forze siriane “non controllano pienamente” l’area dove è avvenuto il fatto. Ovviamente, ha concluso che “ci saranno gravi ritorsioni”.

Ma contro chi? Dopo qualche tira e molla informativo, le autorità qaediste hanno dovuto ammettere che l’attentatore fosse un membro delle proprie forze di sicurezza interne. Che, però, “stava per essere licenziato a causa delle sue visioni estremiste”. Così ha provato a cavarsela il Ministero dell’Interno di Damasco.

Anche a Washington l’imbarazzo è evidente. Mentre si cerca di dipingere il governo siriano come affidabile e come risultato di un modello di cambio di regime che collima con le priorità strategiche attuali, non avendo implicato un intervento diretto, ecco che emergono gli “scheletri nell’armadio”: buona parte delle milizie che formano le forze armate delle nuove autorità di Damasco agiscono ancora secondo i dettami della loro ideologia estremista salafita, forse conservando anche legami organizzativi con l’Isis.

In tal senso, si ricorda che uno dei “risultati” della visita effettuata da Al-Jolani alla Casa Bianca non più tardi di un mese fa è stato l’ingresso formale della Siria nella rediviva “coalizione internazionale anti-Isis a guida USA”.

Il colpo per la credibilità di Damasco è forte e potenzialmente disastroso specialmente alla luce del fatto che nei giorni precedenti era arrivata la prima, vera vittoria al Congresso: la Camera dei Rappresentanti, infatti, aveva votato per la rimozione del Caesar Act, senza inserire alcuna condizione di reintroduzione automatica, come, invece, chiedono Israele e le Forze Democratiche Siriane (FDS), secondo i quali, appunto, la revoca delle sanzioni dovrebbe essere subordinata all’adesione reale di Damasco alla lotta ai residui dello stato islamico e al rispetto delle minoranze (anche se fa un pò ridere che quest’ultima richiesta provenga da uno stato di apartheid come Israele).

Ora è prevedibile che la lobby sionista torni alla carica al Senato per apportare delle modifiche al provvedimento.

In tal senso, il solito Jerusalem Post, in un articolo di analisi quasi gongolante per quanto accaduto a Palmira, si sofferma sulla presenza, nell’esercito siriano, di ufficiali già in passato sanzionati dagli USA per la loro condotta estremistica, provenienti specialmente dalle milizie filoturche, ed invita ad “imparare la lezione”, privilegiando la collaborazione con le FDS.

L’attentato di Palmira e, in generale, la continua dimostrazione di inaffidabilità da parte di Damasco potrebbero avere conseguenze proprio sulla questione dell’integrazione delle FDS nelle strutture centrali siriane.

Si rafforza, infatti, la posizione di quanti, specialmente all’interno del Pentagono, premono affinché la presenza militare nel nord-est continui ad essere finanziata anziché venire diminuita drasticamente – come chiedono gli esponenti più vicini a Trump, quali Tom Barrack – in quanto le FDS continuano a dimostrarsi le milizie più affidabili.

Di riflesso, si rafforzano anche le rivendicazioni di decentramento molto spinto da parte delle FDS stesse, in contrapposizione alle spinte centraliste provenienti specialmente da Ankara, che teme l’emersione di analoghe rivendicazioni autonomiste nelle aree curde all’interno dei propri confini.

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30/01/2025

L’Iraq interviene per mediare tra la Turchia e le SDF

Il governo iracheno sta attivamente cercando di mediare tra la Turchia e le Forze Democratiche Siriane (SDF), secondo un alto funzionario iracheno. Questo sforzo è stato evidenziato durante la visita del ministro degli esteri turco Hakan Fidan a Baghdad, dove ha incontrato il primo ministro iracheno Mohammed Shia Al-Sudani.

Lo stesso funzionario ha spiegato ad Al-Akhbar che la visita di Fidan ha gettato le basi per potenziali incontri regionali a Baghdad, che coinvolgono leader di Siria, Turchia, Iran e rappresentanti della regione del Kurdistan iracheno.

Queste discussioni mirano ad affrontare questioni di sicurezza, tra cui la rinascita dell’ISIS dopo la caduta del regime di Assad, la presenza del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) nel nord dell’Iraq e la sicurezza delle prigioni controllate dalle SDF, in particolare il campo di Al-Hol, che ospita migliaia di detenuti dell’ISIS e le loro famiglie. Baghdad teme che il rilascio di questi detenuti possa destabilizzare la sicurezza dell’Iraq.

Durante i colloqui, Fidan avrebbe chiesto all’Iraq di designare formalmente il PKK come organizzazione terroristica, andando oltre la sua attuale classificazione di gruppo messo al bando. Ha anche proposto la formazione di una sala operativa militare congiunta iracheno-turca per combattere il PKK.

Il ministro degli Esteri iracheno Fuad Hussein, in una conferenza stampa congiunta con la sua controparte turca, ha sottolineato la persistente minaccia dell’ISIS lungo il confine tra Iraq, Siria e Turchia. Ha affermato che le discussioni hanno riguardato la sicurezza regionale, i contatti in corso con la nuova amministrazione siriana e i futuri incontri per affrontare il terrorismo e questioni regionali più ampie.

Da parte sua, Fidan ha sottolineato l’importanza strategica delle relazioni con l’Iraq, riaffermando la necessità di un coordinamento della sicurezza, in particolare per quanto riguarda l’ISIS e il PKK. Ha, inoltre, sottolineato l’importanza dell’iniziativa “Development Road” dell’Iraq lanciata l’anno scorso, esprimendo la disponibilità della Turchia a contribuire a progetti legati allo sviluppo della regione.

L’analista politico Ali Al-Nasseri reputa la visita di Fidan principalmente incentrata sulla sicurezza, con lo scopo di discutere del futuro della Siria e sostenere la sua nuova amministrazione. Ha detto ad Al-Akhbar che proteggere il confine tra Iraq, Siria e Turchia è diventato fondamentale in seguito agli sviluppi in Siria. Ha ipotizzato che la Turchia potrebbe cercare un accordo che coinvolga tutte le parti per stabilizzare la regione, in appoggio alla nuova amministrazione siriana guidata da Ahmad Sharaa e a discapito delle attività delle SDF.

Al-Nasseri ha osservato che il ruolo di Baghdad è diventato fondamentale nei rapporti di forza regionali emergenti, suggerendo che l’Iraq potrebbe mediare le controversie e ospitare una conferenza complessiva. Alcuni report suggeriscono che Baghdad stia pianificando incontri di alto livello nelle prossime settimane per affrontare gli sviluppi regionali, tra cui il “Baghdad Dialogue Summit”.

Si prevede che l’evento riunirà personaggi chiave tra cui Hakan Fidan, il ministro degli Esteri del governo provvisorio siriano Asaad Al-Shibani, il comandante delle SDF, Mazloum Abdi e altri attori influenti per risolvere i contrasti che ostacolano il progresso regionale.

Contemporaneamente, il generale statunitense Kevin Leahy, comandante delle forze della coalizione internazionale in Iraq e Siria, ha incontrato il Primo Ministro Al-Sudani a Baghdad.

Secondo l’ufficio di quest’ultimo, i due hanno discusso della sicurezza regionale e della cooperazione tra le forze di sicurezza irachene e i consiglieri della coalizione, nel combattere i resti dell’ISIS. Al-Sudani ha ribadito l’impegno dell’Iraq nello sradicare i gruppi terroristici, evidenziando i significativi progressi compiuti nel proteggere i confini iracheni e prevenire l’infiltrazione terroristica negli ultimi due anni.

Fonte

24/12/2024

[Contributo al dibattito] - I gruppi che provano a convivere nella nuova Siria

La fine del regime di Assad in Siria ha concentrato le attenzioni su Hayat Tahrir al Sham, l’HTS, il principale tra i gruppi di insorti che hanno rovesciato il regime. Benché effettivamente HTS e il suo leader Al Jolani siano oggi la forza principale, i gruppi attivi in questo momento in Siria sono numerosi, e alcuni controllano territori molto ampi. Ci sono anche i curdi, i filo turchi e pure lo Stato Islamico.

Coalizione disomogenea: non tutti ma di tutto

‘Hayat Tahrir al Sham’, fino a un mese fa, era quello che rimaneva della variegata coalizione che nel 2011 si era sollevata contro la dittatura di Assad. Nato come gruppo jihadista, prima come prestanome dello Stato Islamico, poi come gruppo affiliato ad al Qaida, nel 2017 HTS si era ridotto a controllare la provincia di Idlib, assediato dall’esercito assadista. A Idlib però HTS aveva avviato un percorso di moderazione ideologica e istituzionale, e oggi Ahmed al Sharaa – Al Jolani sta cercando di presentarsi come un leader affidabile e laico col sostegno al momento apparentemente unitario della Nato. Turchia a parte.

Primo ma non l’unico

HTS è di gran lunga il principale gruppo degli insorti, ma non è l’unico, avverte il Post. Alla prima offensiva di queste settimane, quella che ha portato alla conquista di Aleppo, hanno partecipato assieme a HTS numerosi altri gruppi armati, più piccoli e meno influenti ma comunque capaci di mobilitare migliaia di miliziani. Tra questi ci sono il Fronte di liberazione nazionale, una coalizione attiva a Idlib, il gruppo jihadista Ahrar al Sham, e altre formazioni come Jaish al Izza e il movimento Nur Eddin Zinki, originario di Aleppo. Tutti questi gruppi alleati fra loro, sono costantemente in contatto e riconoscono almeno al momento la leadership di Al Jolani.

Ribelli del sud

Un altro gruppo di insorti importante è il cosiddetto ‘Fronte del sud’, una coalizione con più di una cinquantina di fazioni che operava nella provincia di Daraa, nella punta sud-ovest della Siria. Negli ultimi anni questi ribelli erano passati attraverso un processo di cosiddetta «riconciliazione» con il regime e avevano accettato di deporre le armi in cambio della libertà: di fatto controllavano in autonomia il 70 per cento della provincia, senza essere troppo disturbati dal regime. Ma quando, a nord, è partita l’offensiva di Aleppo, anche il Fronte del sud ha cominciato a muoversi: e sono stati i primi ad arrivare alla capitale Damasco, prima di quelli di HTS.

I curdi

Nel nord-est del paese più del 30 per cento del territorio siriano è controllato dai curdi, che durante la guerra civile sono riusciti a ritagliarsi un ampio spazio di autonomia nel ‘Rojava Kurdistan’ (cioè “Kurdistan occidentale”), e in altre zone limitrofe. Di fatto si governano come entità autonoma, con proprie leggi e istituzioni. Durante la guerra i curdi siriani costituirono un proprio esercito, le Forze democratiche siriane (SDF), con i principali gruppi armati curdi (lo YPG, Unità di protezione popolare, la più famosa milizia curda), sia altre milizie locali in molti casi formate da arabi. Le SDF dei curdi siriani e iracheni, sostenute dagli Stati Uniti, sono le forze che hanno sconfitto sul campo lo Stato Islamico negli anni del Califfato tra Siria e Iraq.

America sospetta tra curdi e Turchia

In questo momento i curdi si trovano però in seria difficoltà, minacciati dalla Turchia (che li considera vicini al PKK, il gruppo indipendentista e terroristico dei curdi turchi) e dalle milizie che la Turchia controlla e sostiene. Non è nemmeno chiaro in che modo si svilupperanno i rapporti con HTS e il governo di Damasco. La Turchia teme la presenza di un’ampia area governata da curdi vicini al PKK a ridosso dei suoi confini, e negli scorsi anni ha adottato due misure principali. Ha creato lungo il confine delle “zone cuscinetto”, la più importante nel 2019 con un’invasione del Rojava, e soprattutto ha finanziato, armato e sostenuto milizie siriane che le sono fedeli.

’Esercito nazionale siriano’ agli ordini di Ankara

La più importante tra queste milizie filo-turche è l’Esercito nazionale siriano, l’SNA, un gruppo armato che risponde agli ordini della Turchia (anche altri gruppi, compreso HTS, hanno rapporti di collaborazione con la Turchia, ma nessuno così stretto). L’SNA nacque come ‘Esercito siriano libero’ (FSA) nel 2011 da un gruppo di ufficiali ribelli dell’esercito siriano. L’FSA fu la principale forza armata dell’opposizione siriana laica, ma con gli anni fu indebolito sia dall’esercito assadista sia dai gruppi islamisti e jihadisti. Nel 2016 quel che rimaneva dell’FSA fu precettato dalla Turchia. Cambio di sigla, e dopo la caduta del regime di Assad, SNA sta attaccando le postazioni curde lungo tutto il confine nord della Siria.

Lo Stato Islamico

Lo Stato Islamico, che un tempo fu il più aggressivo gruppo terroristico al mondo, fu sconfitto dal punto di vista territoriale nel 2019 da una coalizione a sostegno statunitense che aveva come principale forza di terra i guerrieri curdi siriani e iracheni. Ma cellule e gruppi dello Stato Islamico sono ancora attivi nelle zone desertiche nell’oriente siriano, in particolare nelle province di Deir Ezzor e Raqqa. La loro attività sta aumentando: come ha scritto Le Monde, tra gennaio e giugno del 2024 le cellule dello Stato Islamico hanno rivendicato 153 attacchi armati tra Siria e Iraq, e se anche nella seconda metà dell’anno gli attacchi continueranno allo stesso ritmo potrebbero essere il doppio di quelli rivendicati nel 2023.

Stati Uniti solo da lontano

A contrastare lo Stato Islamico ci pensano soprattutto gli Stati Uniti, che hanno ancora circa 900 soldati in Siria, divisi tra la base militare di Al Tanf, a sud, e le zone curde, a nord. Il giorno della caduta del regime gli Stati Uniti annunciarono di aver fatto decine di bombardamenti contro postazioni dello Stato Islamico, per impedire che i terroristi approfittassero del caos per prendere terreno. Quasi 100 incursioni aeree, che sono nulla a confronto delle molte centinaia dei raid di Israele mirati a distruggere di fatto la sostanza dell’esercito siriano che, in un prossimo futuro potrebbe contestarle l’altro pezzo di Golan rubato, e cercare di riprenderselo.

Le minoranze etnico religiose

La Siria è a maggioranza sunnita, ma nel paese esistono ampie minoranze religiose, anche armate. Una delle più importanti è quella dei drusi, meno del 5 per cento della popolazione ma con una forte base di potere attorno alla città di Sweida, a sud. Durante l’insurrezione di HTS anche i drusi di Sweida hanno attaccato le forze del regime assadista, scacciandole dalla città. Altra grossa minoranza è quella degli alawiti, costola dell’islam sciita seguito da circa il 10 per cento della popolazione siriana. Gli alawiti erano i siriani più vicini al regime, perché anche la famiglia Assad è alawita e aveva scelto tra gli alawiti i suoi collaboratori più fedeli. Alcuni gruppi minori di alawiti, però, hanno partecipato alle insurrezioni.

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15/12/2024

Siria - al-Jawlani apre ai curdi. La Turchia non gradisce. L’ISIS torna a farsi sentire

I curdi presenti in Siria “fanno parte della patria”. Ad affermarlo in un video è stato Abu Muhammad al-Jawlani, il leader del gruppo jihadista salafita Hayat Tahrir al Sham riportato dall’emittente Sky News Arabia. “Vivremo insieme secondo la legge”, ha spiegato al-Jawlani, sottolineando che la popolazione curda è stata sottoposta “a grandi ingiustizie”. “Se Dio vuole, nella prossima Siria, i curdi saranno fondamentali. Vivremo insieme e tutti otterranno i loro diritti per legge. Non ci saranno più ingiustizie contro il popolo curdo”, ha affermato il leader di HTS. “Se Dio vuole, cercheremo di riportare i curdi nelle loro zone e nei loro villaggi”, ha aggiunto.

Jawlani, mandando un segnale alla Turchia, ha evidenziato che c’è una “grande differenza” tra la comunità curda in Siria e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk, designato dalla Turchia organizzazione terroristica), in quanto “i curdi sono una parte integrante del tessuto sociale siriano”. In merito al futuro politico del Paese, il leader di HTS ha affermato che “la forma dell’autorità sarà lasciata alle decisioni di esperti, giuristi e del popolo siriano”.

Jawlani ha quindi spiegato che in Siria saranno organizzate “elezioni libere ed eque”. “Lavoriamo per formare comitati specializzati per riesaminare la costituzione, in modo da garantire giustizia e trasparenza”, ha affermato. La fase successiva del Paese, ha inoltre fatto sapere Jawlani, “vedrà una soluzione globale per tutte le fazioni armate e nessuna arma sarà consentita al di fuori del quadro dell’autorità dello Stato siriano. Questo approccio riflette il nostro impegno a ripristinare la stabilità e ad estendere la sovranità dello Stato sull’intero territorio”.

L’esistenza di numerose e diverse fazioni armate nel paese è un problema enorme. È stato proprio Mazloum Abdi, comandante delle SDF (Forze Democratiche Siriane di cui fanno parte i curdi, ndr), ad avvertire che il 12 dicembre l’attività delle milizie dell’ISIS sarebbe riapparsa allo scoperto dopo che era stata nascosta per anni.

Secondo quanto riferito da Al Jazeera, l’ISIS sta ora entrando nelle aree sotto il controllo delle SDF, ha detto il comandante curdo, e la sua attività non è più limitata al deserto, sta approfittando degli sviluppi sul terreno in Siria e della fine del controllo del regime spodestato.

Le dichiarazioni di Abdi vanno valutate seriamente, perché provengono dal comandante delle forze che dal 2015 godono del sostegno degli Stati Uniti per combattere l’ISIS, il quale aveva completamente perso il controllo geografico in Siria alla fine del 2019 dopo aver perso l’area di Baghouz a Deir Ezzor, lasciando solo alcune cellule sparse nel deserto siriano.

Per Al Jazeera molti si interrogano su quale sia oggi la forza e la presenza delle cellule dell’ISIS in Siria e sul come ci si aspetta che le nuove autorità la affrontino, su quale sia la posizione delle potenze internazionali coinvolte nella coalizione internazionale per combatterlo e in che modo Daesh influisce sulla mappa politica delle forze attive nel dossier siriano.

La Turchia ad esempio ha assicurato agli Stati Uniti la sua disponibilità a intraprendere la lotta contro il riemergere dell’ISIS, compresa la supervisione dei detenuti, a patto che Washington non ostacoli le sue operazioni militari contro le Forze Democratiche Siriane e la rimozione di elementi del Partito dei Lavoratori del Kurdistan ad esse associati dalla Siria.

Su un altro versante, secondo funzionari locali e fonti della sicurezza, le autorità irachene hanno permesso a centinaia di soldati siriani in fuga dal fronte di entrare in Iraq attraverso il valico di frontiera di al-Qaim.

Un funzionario della sicurezza irachena ha detto che il numero di soldati siriani entrati in Iraq “ha raggiunto i duemila membri tra ufficiali e soldati”, sottolineando che “il loro ingresso è avvenuto in accordo con le Forze Democratiche Siriane (tra cui i curdi), e con l’approvazione del primo ministro iracheno Shia al-Sudani.

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02/09/2024

L’ISIS, purtroppo, non è morto

Tra il 29 e il 30 agosto scorso sia in Siria che in Iraq ci sono state operazioni militari che hanno tenuto impegnate le truppe statunitensi contro i combattenti dell’IS. Il 29 agosto sono stati uccisi quindici miliziani dell’IS mentre il giorno successivo l’organizzazione ha attaccato con dei razzi la base statunitense di Koniko, a nord di Deir Ezzor, dove ci sono giacimenti di gas. Successivamente sono iniziati degli scontri a fuoco in Iraq, nella parte occidentale e desertica del Paese, dove l’IS opera. Sette soldati statunitensi sono stati colpiti e due hanno perso la vita.

Ma l’IS non era morto? Purtroppo no, l’IS è vivo. L’IS (Stato islamico) ha preso vita il 29 giugno del 2014 mentre Abu Bakr Al Baghdadi proclamava dalla città conquistata di Mosul, in Iraq, la nascita del Califfato. Raqqa, situata in Siria, ne diventava la capitale.

L’IS ha sostituito l’ISIS (Stato islamico dell’Iraq e del Levante, noto anche come ISIL e Daesh), il quale aveva iniziato a conquistare territori in Siria e Iraq sin dalla sua costituzione nel 2013. Nel momento di sua massima espansione lo Stato Islamico era arrivato ad avere sotto il suo controllo 100.000 km2 tra Siria e Iraq, con undici milioni di residenti e un bilancio statale che si ipotizza fosse intorno ai due miliardi di dollari all’anno.

Tra il 2017 e il 2019 aveva subito pesantissime sconfitte che l’avevano costretto a battere ritirata da quasi tutti i territori conquistati. Nell’opinione generale era stato definitivamente annientato. In realtà l’IS non era sparito del tutto e oggi dimostra di esistere ancora. Dall’inizio di quest’anno, nel tentativo di capire se rappresenti una minaccia in Medio Oriente e nel mondo, sono apparse diverse analisi che riguardano la sua attuale forza.

Lo scorso aprile, la direttrice del National Counterterrorism Center degli Stati Uniti, Christine Abizaid, durante un’intervista al programma In the Room with Peter Berger, ha dichiarato che “Al-Qaeda e l’ISIS stanno entrambi lottando in molti modi per raggiungere una capacità importante che possa essere rilevante per gli Stati Uniti”.

Secondo un’analisi fatta da Omar Dhabian, ex funzionario dell’intelligence statunitense e ricercatore sui temi dell’estremismo e dell’antiterrorismo, apparsa il 4 aprile su The Washington Institute, oggi l’IS si è strutturata in modo diverso rispetto a come lo conoscevamo. Dopo la perdita dei territori e il duro colpo inferto dalla Coalizione internazionale, è passato da una struttura centralizzata a una basata sul lavoro di cellule disperse su differenti territori.

Nei grafici presenti nella ricerca viene mostrata la capillarità dell’organizzazione che si trova in Siria, Africa Occidentale, Sahel, Pakistan, Bangladesh, Mozambico, Asia orientale, Somalia, Centrafrica, Afghanistan e Iraq. In Iraq le sue cellule sono presenti in diversi governatorati, a partire dalla cintura di Baghdad per arrivare ai governatorati di Anbar, Diyala e Salah al-Din.

Attualmente si tratta di gruppi di piccole dimensioni che si muovono e addestrano in aree desertiche, ma il timore che possano allargarsi esiste e gli Stati Uniti ritengono che la richiesta del governo iracheno alla Coalizione internazionale guidata dagli USA, nata per combattere l’IS, che prevede il ritiro totale dall’Iraq, possa agevolare la sua ripresa.

In realtà la Casa Bianca non teme solo questa possibilità ma è anche preoccupata che una sua smobilitazione spalanchi le porte alla Turchia, che lavora con successo alla creazione di una solida collaborazione con l’Iraq, e soprattutto all’Iran, che ha le sue aree di influenza attraverso le milizie Hashd Al-Shaabi.

La crescita dell’IS in Iraq è ipotizzabile alla luce del malumore che ancora una volta regna tra la popolazione sunnita, che ricorda le ragioni per le quali era nato e si era diffuso rapidamente a macchia d’olio. Sono principalmente le famiglie che vivono nelle aree desertiche ad essere più facilmente attratte dall’organizzazione, poiché le loro condizioni di vita sono più dure per la carenza di servizi e lavoro.

I dati sul numero dei combattenti dell’IS variano dai duemilacinquecento ai cinquemila uomini, di cui circa cinquecento o seicento si troverebbero nel deserto siriano, diventato l’hub logistico e delle operazioni.

In realtà l’IS può contare anche su circa novemila jihadisti che si trovano sotto la custodia delle SDF (Forze Democratiche Siriane). Queste continuano a far presente alla Comunità internazionale la necessità che provveda a trovare una soluzione per questi prigionieri perché le loro forze sono in difficoltà. L’IS infatti ha già condotto operazioni militari volte a liberare i propri affiliati rinchiusi nella prigione di Al-Sinaa, controllata dalle SDF. Fino ad ora non è arrivato nessun segnale in risposta a queste preoccupazioni. Forse l’accresciuta serie di attacchi, che nel 2024 ha fatto segnare un record da quando, nel 2019, l’IS ha dovuto rassegnarsi alla perdita dei territori anche siriani, desterà l’interesse di qualcuno.

Un altro bacino di potenziali nuovi jihadisti si trova nei due campi profughi di Al-Hol e Al-Roj, in Siria, dove vivono circa quarantaquattromila persone, sotto l’amministrazione dell’AANES (Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est) e il controllo delle SDF. Questi luoghi sono incubatori di nuovi combattenti perché le mogli dei miliziani, fedeli alle regole dello Stato islamico, crescono i figli nel loro rispetto.

L’AANES e le SDF hanno lanciato l’allarme, chiedendo che vengano rimpatriati i foreign fighters, alleggerendo così la pressione sui due campi. I Paesi da cui questi provengono pongono degli ostacoli, preoccupati anche loro di riavere concittadini che sono miliziani dell’IS. Nemmeno l’Iraq facilita il rientro dei combattenti di origine irachena e la situazione diventa potenzialmente pericolosa e potrebbe sfuggire dal controllo.

Le SDF si trovano in una condizione estremamente delicata perché da un lato svolgono il lavoro in chiave anti-IS per la Coalizione internazionale e dall’altro devono difendersi dai continui attacchi dell’IS, che le ha prese di mira, e da quelli della Turchia. Ankara le considera un’appendice del PKK e le aggredisce senza tregua. Queste però sono alleate degli USA contro l’IS ma anche contro Bashar Al-Assad, presidente della Siria, con cui Erdogan sta tentando una manovra di riavvicinamento.

Al-Assad è alleato di Putin e si sa, tra i due e Washington le relazioni sono a dir poco tese. La Russia è fortemente impegnata sul fronte ucraino e, nell’immediato, in cima alla sua agenda militare probabilmente non c’è l’apprensione per la potenziale minaccia che un’espansione dell’IS potrebbe comportare.

Nonostante l’IS dimostri di avere mantenuto una capacità organizzativa, gli attori regionali e non che esercitano il proprio potere e la propria influenza tanto in Siria come in Iraq, sotto il peso dei loro interessi e delle loro priorità, rischiano di farsi cogliere impreparati nel caso in cui l’organizzazione riuscisse davvero a ripetere la rapida crescita e avanzata del 2014.

Per il momento gli analisti, senza lanciare allarmismi, sollecitano tutti a tenere le antenne dritte per intercettare eventuali segnali che inducano a pensare che la forza dell’IS abbia raggiunto livelli di allerta. Certo è che dal non sentirne più parlare si è passati a leggere quasi quotidianamente notizie che ci riportano di attacchi da o contro l’IS. È bene monitorare.

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04/08/2024

La comunità ezida a dieci anni dal genocidio

Dicono gli ezidi che il male non esiste e che tutto quello che succede è voluto da Malek Ta’uss, l’Angelo Pavone da loro adorato. Sarà così, ma il genocidio compiuto dall’ISIS nel 2014 è una ferita ancora aperta e sanguinante.

Il 3 agosto di dieci anni fa l’ISIS ha aggredito i villaggi ezidi del distretto di Shengal, nella vallata di Ninive, nel nord-ovest dell’Iraq. Alcuni sono stati letteralmente cancellati, come quello di Kocho, nella parte a sud.

Le donne e i bambini sono stati rapiti, tutti gli altri sono stati uccisi e gettati in fosse comuni. Le donne sono state vendute come bottino di guerra e usate come schiave, violentate ripetutamente. I bambini hanno imbracciato le armi, non quelle giocattolo, ma quelle vere, quelle che sparano, ferendo e ammazzando. La conversione all’islam è stata imposta con la forza, nessuna possibilità di scelta, l’alternativa la morte. Oggi ancora 2.693 persone rapite attendono di potersi liberare dalla stretta dell’ISIS.

Circa 350.000 persone sono riuscite a scappare e attualmente metà di queste vive ancora nei campi profughi nella Regione del Kurdistan iracheno. Questi avrebbero dovuto essere sgomberati lo scorso 30 luglio, ma il governo federale e quello del Kurdistan iracheno hanno concordato di posticipare, nuovamente, la loro chiusura. Rimane sul tavolo l’offerta di circa $3.000 per ritornare nel distretto volontariamente, cifra giudicata molto al di sotto delle reali necessità di reinsediamento.

Alcuni paesi, l’ONU e il Parlamento Europeo hanno riconosciuto il genocidio. L’ha fatto anche l’Iraq nel 2021, quando ha approvato la Yazidi Female Survivors Law con la quale sancisce il diritto delle persone rapite dall’ISIS e liberate a ottenere un sostegno materiale e psicologico da parte dello Stato. Ma purtroppo la burocrazia frena le richieste e la legge si perde nel nulla.

Troppe cose mancano a Shengal e impediscono a chi ancora vive nei campi profughi di tornare e a chi invece ha già fatto rientro di ricostruire una vita libera, pensando al futuro. Servizi carenti o persino inesistenti in alcune zone, così come le case, spesso rappresentate da tende dell’UNHCR e di Save the Children, in un contesto dove milizie di diversa origine, a tutela di differenti interessi, rendono estremamente pericoloso un territorio che è persino cosparso di mine, lascito dei miliziani del Califfato ormai in fuga nel 2017.

L’Accordo di Shengal, siglato nell’ottobre del 2020 dal governo centrale iracheno e da quello della Regione del Kurdistan iracheno, con il lasciapassare dell’Unami, la Missione delle Nazione Unite in Iraq, è un motivo che si aggiunge a complicare la situazione. Voluto per cercare di mettere ordine tra le pretese di Baghdad e Erbil su quel territorio, l’accordo ha escluso gli ezidi dalla negoziazione, nonostante siano loro i destinatari degli effetti che produrrà. E così l’Amministrazione Autonoma di Shengal, sorta quando le prime famiglie sono tornate a ripopolare il distretto una volta che il Califfato si è dissolto, si oppone alla sua implementazione, considerandolo lesivo di alcuni loro diritti.

L’Amministrazione Autonoma è il frutto dell’abbraccio tra gli ezidi e il paradigma del confederalismo democratico teorizzato da Abdullah Ocalan, leader del PKK. Il PKK invece è il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, nato nel 1978 in Turchia, che insieme alle unità di Resistenza del Rojava ha salvato la popolazione ezida in fuga dall’ISIS, mentre i peshmerga del KDP, partito che governa la Regione del Kurdistan iracheno, abbandonavano l’area.

L’influenza del PKK in quella zona di confine che unisce Shengal al Rojava, in Siria, è vista come una minaccia dalla Turchia che con i droni lanciati sulle unità di resistenza ezide cerca di risolvere la situazione.

Non è certamente una zona tranquilla Shengal, sotto diverse sfere di influenza, inclusa quella iraniana, attraverso le milizie irachene sciite Hashd al Shaabi. Eppure gli ezidi che vi hanno fatto ritorno si ostinano nella ricostruzione di case, servizi e lavoro accettando il contributo di Ong e governi stranieri ma mettendo in chiaro un punto fondamentale: l’Autonomia non si discute, così come l’esistenza delle proprie milizie di autodifesa (YBS, YJS e Asaysh). L’ultimo genocidio ha insegnato che l’autodifesa è irrinunciabile per la propria sopravvivenza.

Il tempo scorre e corre per un popolo che resiste e non vuole farsi annientare. Diventa urgente ricostruire e restituire ai giovani e alle famiglie dei sogni per il futuro perché molti, troppi scelgono di non ritornare o di emigrare. Lo spopolamento del distretto può diventare la condanna all’estinzione, contro la quale gli ezidi si sono battuti lungo tutta la loro storia ultramillenaria.

“Fate riconoscere il genocidio al vostro Parlamento!”, questo è l’appello che rivolgono a ogni visitatore, a ogni associazione, a ogni politico. L’Associazione Verso il Kurdistan odv ha raccolto questo appello e l’anno scorso, dopo il viaggio di monitoraggio dei progetti nel distretto, è ritornata con l’impegno di fare il possibile perché l’istanza degli ezidi arrivasse in Parlamento. Così è stato e la mozione redatta dal Comitato diritti umani nel mondo, presieduto dall’On. Laura Boldrini, è pronta e attende che il Parlamento decida di calendarizzarla.

Nell’anno del decimo anniversario dell’ultimo tragico massacro subito da questo popolo coraggioso, il Parlamento italiano potrebbe contribuire a fare quello che altri paesi hanno già fatto: riconoscere il genocidio del 2014.

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18/05/2024

Turchia, 42 anni e mezzo per Demirtas nel processo Kobane

La 22esima corte penale di Ankara ha emesso delle sentenze pesantissime contro esponenti del Partito per l’Uguaglianza e la Democrazia del Popoli (DEM), ex Partito Democratico del Popolo (HDP), formazione della sinistra filo-curda.

In particolare, sono stati condannati rispettivamente a 42 anni e mezzo e a 30 anni e 3 mesi gli ex-copresidenti Selhattin Demirtas e Figen Yuksekdag, in carcere dal 2016. Oltre a queste condanne, ce ne sono state altre 22 riguardanti loro compagni di partito, mentre una settantina di imputati risultano latitanti.

I diversi capi d’accusa sono ovviamente tutti di carattere politico: “attentato all’integrità dello stato”, per cui Demirtas è stato condannato a 20 anni, “incitamento a commettere crimine”, “propaganda terroristica”, ecc.

I fatti riguardano le proteste di massa scatenatesi in molte città della Turchia, in particolare nelle aree a maggioranza curda – in occasione dell’assedio della città siriana di Kobane /Ayn al-Arab da parte dell’Isis – che costarono la vita a 46 persone, uccise dalle forze di sicurezza turche, in collaborazione, secondo il partito DEM, con vari gruppi integralisti salafiti.

L’oggetto delle proteste era l’appoggio all’Isis, offerto di nascosto dalla Turchia, nell’ambito dell’assedio della città siriana di confine, difesa dalle milizie curde Ypg/Ypj, appoggiate dai bombardamenti aerei della cosiddetta “coalizione” a guida USA. Quella battaglia si concluse con una sconfitta del califfato che segnò la fine di un periodo di avanzate per la formazione fondamentalista sunnita, che era arrivata a controllare un territorio grande quanto la Gran Bretagna, fra Siria e Iraq.

Questa sentenza è praticamente contemporanea ad un viaggio effettuato dal ministro degli esteri Hakan Fidan in Iraq, dal quale avrebbe ottenuto la messa al bando del Pkk nel paese sia dal governo centrale, che da quello regionale curdo di Erbil, guidato dal Partito Democratico del Kurdistan di Mas’ud Barzani.

In precedenza, il Presidente Erdogan aveva ribadito che la Turchia, prima o poi, lancerà una nuova offensiva in Siria per allontanare definitivamente dal confine le Ypg. La Turchia “completerà il suo lavoro in Siria quando sarà il momento giusto e porterà a termine le operazioni iniziate che sono state lasciate incomplete a causa delle promesse fatte e non mantenute dai nostri alleati”, ha affermato il presidente turco, riferendosi alla perdurante presenza USA nelle aree della Siria controllate dalle milizie curde.

Di seguito la traduzione del comunicato del partito DEM.
“Nel 2014, con l’Isis sul punto di prendere il controllo della città di Kobane, sono scoppiate proteste massicce e democratiche in tutto il mondo, anche in molte città della Turchia. Durante queste proteste, 46 civili, 34 dei quali erano membri e sostenitori dell’HDP, sono stati uccisi da gruppi pro-Isis, su provocazione delle forze di sicurezza turche.

Nonostante la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), che ha chiarito che l’HDP non può essere considerato responsabile delle violenze, l’attuale governo ha continuato ad avviare un procedimento giudiziario contro i membri esecutivi dell’HDP, compresi i co-presidenti Figen Yüksekdağ e Selahattin Demirtaş. Gli imputati hanno confutato tutte le accuse, ma la corte ha proseguito i processi sotto chiara influenza politica. L’illecito giudiziario è stato evidente fin dall’inizio, quando si è scoperto che il giudice iniziale era membro di un’organizzazione criminale, ed è stato palese in ogni momento. La Corte ha ingiustamente condannato molti politici dell’HDP sulla base di accuse infondate.

Le sentenze illegali sono le seguenti:

1) SELAHATTİN DEMİRTAŞ (Copresidente dell’HDP) 42,5 anni di reclusione

2) FİGEN YÜKSEKDAĞ (copresidente dell’HDP) 30 anni e 3 mesi di reclusione

3) ALP ALTINÖRS (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 22,5 anni di reclusione

4) NAZMİ GÜR (Vice copresidente per gli affari esteri e membro dell’APCE) 22,5 anni di reclusione

5) ZEKİ ÇELİK (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 22,5 anni di reclusione

6) ZEYNEP KARAMAN (Membro del comitato esecutivo dell’HDP) 22,5 anni di reclusione

7) PERVİN ODUNCU (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 22,5 anni di reclusione

8) GÜNAY KUBİLAY (Presidente e membro del consiglio esecutivo di HDP) 20,5 anni di reclusione

9) İSMAİL ŞENGÜL (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 20,5 anni di reclusione

10) DİLEK YAĞLI (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 20 anni di reclusione

11) BÜLENT PARMAKSIZ (Membro del comitato esecutivo dell’HDP) 18 anni di reclusione

12) ALİ ÜRKÜT (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 17 anni di reclusione

13) CİHAN ERDAL (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 16 anni di reclusione

14) GÜLTAN KIŞANAK (Sindaco della municipalità metropolitana di Diyarbakir) 12 anni di reclusione

15) SEBAHAT TUNCEL (ex deputato e membro esecutivo dell’Assemblea delle donne dell’HDP) 12 anni di reclusione

16) ZEYNEP ÖLBECİ (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 11,5 anni di reclusione

17) AHMET TÜRK (Sindaco della municipalità metropolitana di Mardin) 10 anni di reclusione

18) EMİNE AYNA (ex parlamentare e membro dell’Assemblea delle donne dell’HDP) 10 anni di reclusione

19) AYLA AKAT ATA (ex parlamentare e membro esecutivo dell’Assemblea delle donne dell’HDP) 9 anni e 9 mesi di reclusione

20) AYNUR AŞAN (Membro dell’Assemblea HDP) 9 anni di reclusione

21) AYŞE YAĞCI (Membro dell’Assemblea HDP) 9 anni di reclusione

22) MERYEM ADIBELLİ (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 9 anni di reclusione

23) MESUT BAĞCIK (membro dell’Assemblea HDP) 9 anni di reclusione

24) NEZİR ÇAKAN (Membro del comitato esecutivo dell’HDP) 9 anni di reclusione

Le decisioni prese dalla Corte nei confronti dei politici dell’HDP sono in diretta contraddizione con la sentenza della CEDU e con la Costituzione turca. Questi verdetti sono illegali per il nostro partito e il nostro popolo. Chiediamo urgentemente a tutti gli individui e le organizzazioni che difendono i diritti umani e i valori democratici fondamentali di denunciare queste decisioni illegali e di sostenere il verdetto della CEDU.

Ebru Günay & Berdan Öztürk

Co-presidenti della Commissione Affari Esteri del Partito DEM

16 maggio 2024
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13/04/2024

Isis Khorasan, la nuova centrale del terrore

L’inquietante e sanguinaria operatività dell’Isis Khorasan passibile, come tutte le organizzazioni para clandestine, d’infiltrazioni e strumentalizzazioni ha conosciuto due momenti: la fase precedente alla pandemia da Covid-19 e quella successiva. Non che i miliziani e i nuovi adepti si siano concentrati sulla prevenzione dei contagi, certo è che fra il 2020 e il 2021 la movimentazione di persone attraverso i confini nazionali, almeno quella costretta a transitare per porti e aeroporti, risultava bloccata o sensibilmente ridotta e questo ha prodotto un limite a una certa tipologia di attacchi.

È vero che molte località dove operano i jihadisti sono aree orientali disastrate politicamente e spesso anche militarmente che non si sono interessate granché alla limitazione degli spostamenti e hanno potuto registrare ogni sorta di scorreria. Ma è nel 2022 che l’attenzione delle maggiori agenzie d’intelligence riscontra una rilanciata operatività, sino ai sensazionali attacchi di cui si sono occupati i media mondiali come per il Crocus City Hall di Krasnogorsk alle porte di Mosca. Deflagrante, non solo per l’esplosivo usato, era stata anche la strage di Kerman a inizio anno, eppure l’informazione mainstream non andava al di là della cronaca, e alla propagandistica di certo Occidente che considerava quel grosso attentato un “regolamento di conti fra terrorismi”, rilanciando l’equivalenza fra jihadismo e Stato iraniano.

Come si sa quest’ultimo – e come la Russia, recente obiettivo del Daesh del Khorasan – hanno combattuto l’organizzazione fondamentalista islamica sul territorio siriano, certo secondo proprie logiche geopolitiche volte ad assecondare il regime di Assad, un’entità statale legittimata col terrore. Però quello è lo scacchiere in cui, dal 2014 al 2019, si sono mossi regimi e satrapi, imperialismi, coalizioni, eserciti nazionali e mercenari di varie sponde, dopo la grande depressione creata in tutto il Medio Oriente da vari interventi stranieri. L’operazione Enduring Freedom (2001) voluta dal presidente statunitense George W. Bush, la seconda guerra del Golfo (2003) sponsorizzata dal premier britannico Tony Blair, passando per l’intervento internazionale in Libia (2011) agognato dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Insensate sciagure geopolitiche, oltre che inutili bagni di sangue specie di civili: oltre mezzo milione di morti nelle tre tappe.

Se si elucubra su chi organizza l’odierno terrorismo globale, spesso si dimentica l’effetto rimbalzo a talune cause d’impronta bellica, economico-finanziaria e di supremazia geopolitica tuttora imposte dalle democrazie occidentali. L’imperialismo è vivo e vegeto, con lui il colonialismo di ritorno e nella partita mondiale i protagonisti sono aumentati rispetto al sistema imposto un secolo fa dall‘Accordo Sykes-Picot. Tutto ciò che era stato digerito e dimenticato fra le due Guerre Mondiali e la successiva Guerra Fredda è riapparso alle soglie del nuovo millennio anche a seguìto delle scelte vecchie e nuove.

Discorrere del Khorasan, che i nutrizionisti riferiscono al grano turanicum, ricco di fibre, significa culturalmente richiamare l’antica regione persiana “dove origina il sole”. E se nell’attuale Iran una provincia ha mantenuto fino a vent’anni addietro questo nome (ora è nota come Razavi Khorasan) specchiandosi nella città santa di Mashhad, era indicata come Grande Khorasan un’enorme area geografica che comprendeva quasi tutto l’odierno Afghanistan, parte degli attuali Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikistan, tacciati nel Novecento come Repubbliche sovietiche ma in altre epoche territori appartenuti a greci, arabi, selgiuchidi, safavidi.

Insomma nel Khorasan c’è passato un pezzo della Storia mediorientale e gli attuali miliziani che lo richiamano come denominazione d’un ipotetico califfato cercano di rievocare storicamente quanto di antistorico c’è nel loro programma. Quel che ha mostrato lo Stato Islamico nella prima fase della sua comparsa sul territorio siro-iracheno – per un buon periodo ampio più di 90.000 kmq – è stata propaganda sanguinaria, condita da un competente utilizzo della tecnologia e della tecnica di divulgazione, addirittura definita da taluni politologi “orwelliana”. Esperti di cinematografia notavano una meticolosa padronanza nel confezionare vere pellicole hollywoodiane con grafica, ritmo, alternanza di scenografie aggressive e discorsive per lanciare il proprio messaggio bellicistico, atto a diffondere paura e terrore. Gli scivolava accanto, sempre tramite filmati propagandistici, la visione utopica del proprio governo nel Califfato con cittadini sereni in mercati ricolmi di cibo e di una vita tranquilla sicuramente mai conosciuta, perché fra Raqqa e Mosul l’ampia coalizione anti Isis già nel 2015 lanciava attacchi di terra e bombardamenti dal cielo.

Eppure ben prima della disfatta e della ritirata da diverse zone di quel territorio, l’Isis marchiato Khorasan pensava a trovare spazi proprio in Afghanistan dove la guerriglia talebana metteva da anni alle strette le truppe Nato della Missione Isaf e l’esercito locale organizzato e addestrato dagli Stati Uniti. L’Isis-K (o Iskp) si faceva forte del reclutamento del Movimento Islamico dell’Uzbekistan, fondato nel 1991 dall’uzbeko Tahir Yuldashev e vicino ai talebani fino alla morte del mullah Omar, ma poi entrato in contrasto con loro giudicati “nazionalisti deviati”. Taliban e Isis-K ingaggiarono fra il 2016 e il 2018 un confronto a distanza a suon di auto e camion-bomba, colpendo obiettivi governativi, caserme, ambasciate, hotel, aeroporti, università, moschee (esclusivamente sciite), piazze e mercati dove poveri civili finivano straziati. Lo facevano per attribuirsi il primato dell’agguato più cruento, del colpo più audace, del controllo più stretto di un territorio che l’ufficialità del presidente Ghani non riusciva a gestire. Fu un periodo di cieca violenza diffusa in diverse città che riportava alla mente l’insicurezza esistenziale seconda solo alla guerra civile dei primi anni '90, peraltro concentrata nella capitale, il cui controllo costituiva il fine primario di ogni Signore della Guerra impegnato sul campo.

Ingrossavano le fila del gruppo jihadista che si firmava Khorasan diversi talebani in dissidio con la Shura di Quetta, rimasta fedele ai princìpi del fondatore mullah Omar. Mentre i dissapori, e non solo per la sua successione, erano in atto anche prima della sua definitiva dipartita, avvenuta nel 2013 (era da tempo affetto da tubercolosi) e ufficializzata solo due anni dopo. C’erano alcuni turbanti che guardavano più alla visione transnazionale di Qaeda, cui s’ispira l’Isis, che allo statalismo dei talebani afghani. In aggiunta clan doppiogiochisti particolarmente potenti e agguerriti, come quello Haqqani, brigavano per ostacolare le nuove leadership talebane – Mansour, Baradar, Akhundzada – e in queste crepe reclutavano nuovi adepti. Fra cui ex Tehreek-i Taliban pakistani guidati dal gruppo tribale Orakzai che sconfinando si collocarono nelle province di Nangarhar, Kunar, Kunduz, Kabul.

Di fatto l’Isis-K e i taliban afghani se non possono considerarsi fratelli sono parenti, formatisi nelle stesse strutture, ma dal 2014 i primi sono fuoriusciti dai ranghi dando vita alla nuova aggregazione. Fra l’altro le etnìe tajika e uzbeka, considerate di origine turca e minoritarie rispetto a quella pashtun incardinata fra la base logistica di Kandahar e quella ideologico-religiosa di Quetta, costituiscono stirpi che rivendicano propri spazi di fronte al rigido centralismo del gruppo sunnita hanafita.

Dopo la riconquista del potere da parte talebana (agosto 2021) e l’annuncio dell’Emirato afghano, gli Haqqani si sono ben accasati spartendo col Gotha ortodosso alcuni dicasteri: Sirajuddin quello dell’Interno, lo zio Khalil il ministero dei rifugiati. I due fratelli di Sirajuddin: Aziz, formatosi nella madrasa pakistana Darul Uloom Haqqania considerata l’università del fondamentalismo deobandi, è rimasto un leader militare; mentre l’attuale trentenne Anas si è fatto le ossa nella delegazione che negoziava a Doha il ritiro statunitense e mira a funzioni diplomatiche. La loro scelta li ha definitivamente allontanati dal gruppo del Khorasan che lo scorso anno ha intrapreso azioni mirate contro esponenti talebani o governatori.

È accaduto a Mohammad Dawood Muzammil, ucciso nel proprio ufficio di Mazar-e Sharif. S’è detto che si trattava di una vendetta seguita all’eliminazione del capo dell’Intelligence dell’Isis-K, tal Qari Fateh. Sta di fatto che dopo la conquista di Kabul i taliban afghani hanno incarcerato alcune centinaia di miliziani del Khorasan e smantellato diverse loro cellule. Così l’Iskp ha ripreso a colpire all’estero puntando l’obiettivo su russi e cinesi. In precedenza (settembre 2022) c’era stato l’assalto suicida all’ambasciata russa di Kabul che uccise due dipendenti. La Russia costituiva un nemico antico contro il quale rinnovare offensive. Aveva già conosciuto macabri massacri d’impronta jihadista nella fattispecie dei separatisti ceceni: il teatro Dobrovska di Mosca (2002), la scuola di Beslan (2004), nell’Ossezia del Nord. Seguiti dagli attentati alle linee metropolitane di Mosca (2010) e San Pietroburgo (2017) e quest’ultima carneficina, che uccideva tredici cittadini in viaggio sui mezzi di trasporto pubblici, condusse all’identificazione come attentatore d’un giovane russo nato nel Kirghizistan, radicalizzato per frequentazioni con combattenti islamisti siriani.

Proprio questi agguati all’apparenza condotti singolarmente o da nuclei minuscoli ma egualmente capaci d’infilarsi nelle maglie per nulla selettive e protettive di cittadini e territorio, mostravano organismi più agguerriti di semplici lupi solitari. La Russia così militarizzata, impegnata sugli scenari siriano e libico per tacere d’altro, si ritrova particolarmente vulnerabile in casa. Con 007 interni e agenti del Fsb (Servizio di Sicurezza Federale) magari capaci dei più misteriosi intrighi al servizio della politica del Cremlino, ma non di un eccellente filtro contro il terrorismo. I successi del suo operato sono ormai datati al 2015 quando venne eliminato Aliaskhab Kebekov, successore di Umarov nel cosiddetto ‘Emirato del Caucaso’. Ma di leader tajiki e uzbeki nulla, solo pedine esecutive.

La realtà è che lo jihadismo combattente ha orientato ancor più a Oriente il fulcro del suo reclutamento, i miliziani del Khorasan hanno una matrice diversa dai caucasici della lotta cecena. Quest’ultimi sono stati limitati e, almeno per ora, sconfitti, mentre nel cuore asiatico c’è un potenziale serbatoio copioso. Lo dimostrano i nuclei di tajiki attentatori reali e potenziali, come qualche sospettato fermato in via preventiva (uno anche in Italia). I dati provenienti da quel Paese, che ha più del 10% della sua popolazione emigrata, per la maggior parte proprio in Russia ma pure in nord Europa, vedono giovani alla ricerca di denaro con lavori d’ogni sorta. Quello del killer prezzolato è decisamente estremo, eppure alcuni dei fermati per l’ultimo attentato di Mosca sostenevano d’aver ucciso per soldi, neppure tanti: cinquemila euro. Elemento non nuovo. I talebani ingaggiavano miliziani fra le truppe afghane, pagandoli il doppio della tariffa prevista dai governi Karzai e Ghani. E lo stesso Khorasan ha strappato combattenti ai taliban non sempre per furore fondamentalista. Il dio denaro è un motore che travalica leggi religiose. Poi prevalgono anche orientamenti politici più o meno in voga.

L’Uzbekistan che nell’ultimo decennio ha vissuto un’accelerazione economica e ha aperto canali turistici con l’Occidente, anche grazie alla straordinaria bellezza artistica di alcuni suoi luoghi di culto (le moschee di Samarcanda, Buchara e Khiva), ha conosciuto un ritorno del jadidismo, accanto al jihadismo. Il jadidismo aveva rappresentato una sorta di modernismo islamico di lingua turca quando la Russia aveva ancora lo zar. Sotto l’attuale presidenza Mirziyoyev, il governo di Tashkent idealizza questo pensiero, cercando con l’identità culturale di sottrarre vocazioni alla lotta armata.

Ma non c’è da sottovalutare l’impatto informativo che l’Isis-K s’è dato tramite l’Al Azaim Media Fondation. Come e più del Daesh di Al Baghdadi, questa struttura utilizza piattaforme social (Facebook, Telegram, Tik Tok) per attività di propaganda, reclutamento, finanziamento, divulgando in una decina di lingue oltre all’inglese e coprendo un ampio territorio dell’Asia centrale. Fra gli obiettivi esposti, e per ora solo minacciati, anche una sorta di logoramento e sabotaggio delle infrastrutture energetiche (oleodotti e metanodotti) verso l’Asia e verso l’Europa. Qualche analista sostiene che per il futuro le prospettive appaiono nere più della loro bandiera, c’è quasi da rimpiangere Al Qaeda.

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06/04/2024

La guerra “allargata” di Netanyahu

di Alberto Negri

Con l’attacco israeliano a Damasco è iniziata una nuova fase di destabilizzazione del Medio Oriente, dalla Siria al Libano e oltre, fortemente voluta da Tel Aviv ben prima del massacro di Hamas del 7 ottobre. Già l’8 agosto il ministro della Difesa Gallant avvertiva che «il Libano in caso di guerra rischiava di tornare all’età della pietra».

L’obiettivo di Israele e degli Stati Uniti negli ultimi 40 anni non è mai cambiato, come ben spiega il Patto di Abramo: lo Stato ebraico deve restare l’unica superpotenza regionale. È per questo che si fa la guerra e si rischia il suo allargamento non per altro.

Gli ultimi aiuti militari Usa a Tel Aviv, dicono le carte, sono stati concessi «per affrontare conflitti su più fronti». Basta leggere e guardare la mappa.

Israele oltre a occupare una gran parte dei territori palestinesi, si è impadronita delle alture siriane del Golan nel 1967 e di pezzi di territorio libanese. Se l’idea a Gaza è di espellere i palestinesi, ai suoi confini Israele punta a stabilire un sorta di nuova “fascia di sicurezza” e a piegare i regimi della regione.

E come sempre tutto quanto riguarda la “sicurezza” di Israele, implica necessariamente l’insicurezza degli altri e il loro annientamento, come dimostrano le dichiarazioni di Gallant e quanto avviene ogni giorno a Gaza dove le bombe israeliane hanno ucciso 7 persone che lavoravano per la Ong Usa World Central Kitchen.

L’orrore non ha mai fine e le giustificazioni israeliane appaiono prive di ogni credibilità quando si sta radendo al suolo un intero popolo.

In questo quadro, dove il conflitto in Ucraina appare sempre meno lontano dal Medio Oriente, anche il ritorno dell’Isis appare un evento inquietante.

Quando sono iniziate le primavere arabe nel 2011 e con la successiva avanzata dell’Isis, il peggiore nemico degli sciiti in Siria e in Iraq – oltre che in Libano – Tel Aviv ha pensato di regolare i conti con i pasdaran iraniani e gli Hezbollah alleati di Assad e di Mosca.

La sconfitta del Califfato fermato dell’esercito di Assad con l’aiuto decisivo dei russi, dei pasdaran iraniani, degli Hezbollah sciiti e delle milizie curde alleate dell’Occidente, ha rallentato questi piani ma oggi il ritorno dell’Isis sulla scena con giganteschi attentati sia in Russia che in Iran costituisce per Israele un’altra opportunità da sfruttare per colpire i nemici impegnati su più fronti.

Ed è da ricordare che in Siria e in Iraq le milizie jihadiste hanno continuato a colpire nella totale indifferenza occidentale.

Per fare la “sua” guerra Netanyahu è persino disposto a mettere a rischio il suo patto non scritto con Putin, che in questi anni non aveva mai protestato per i raid israeliani in Siria e in Libano, ovvero contro gli alleati stessi di Mosca.

Ma l’attacco israeliano contro un edificio dell’ambasciata dell’Iran a Damasco, in cui sono morte almeno 11 persone, tra cui il generale Mohammad Reza Zahedi, comandante della Forza Qods dei Guardiani della rivoluzione (i cosiddetti Pasdaran) in Siria e Libano, rischia seriamente di far saltare qualunque possibilità di accordo, anche sottobanco.

Ed è esattamente quello che vogliono i vertici israeliani: mano libera contro i palestinesi e contro tutti gli altri. Netanyahu è sotto la pressione di una piazza a lui ostile che chiede un tregua, ma ha dalla sua parte i coloni e le proteste di migliaia di israeliani evacuati dai confini con il Libano nell’alta Galilea.

Israele sta alzando il tiro per innescare un altro conflitto. In Libano non colpisce più solo le aree intorno alla Linea Blu, dove è schierata l’Unifil con il contingente italiano, ma addirittura la valle di Baalbek che è nell’entroterra ed è più a nord.

La stessa escalation si sta verificando in Siria dove i raid israeliani qualche giorno fa avevano colpito Aleppo e adesso sono tornati di nuovo a prendere di mira Damasco.

Lo scopo di Tel Aviv è sempre quello della provocazione portata all’estremo limite: spingere Pasdaran iraniani e Hezbollah libanesi verso una reazione fuori luogo e non calcolata che possa legittimare Israele a lanciare un attacco contro il Libano e il regime di Teheran.

Con gli Stati Uniti che in questa tragedia coprono due ruoli contraddittori ma complementari nella loro assurdità. Uno è quello di mediatore: Washington sta trattando per Gaza e ha persino nominato un “inviato di pace” per il Libano che si chiama Amos Hochstein.

Una strana figura di paciere che ha servito nell’esercito israeliano e poi per le lobby di Washington. Un pompiere-piromane che esemplifica l’inaccettabile politica americana di appoggiare costantemente Israele con aiuti militari a tutto spiano.

Il tutto con la complicità degli europei che mandano armi a Tel Aviv, ma non hanno mai il coraggio di mettere una sanzione allo Stato ebraico.

Per Washington, in pieno anno elettorale, si tratta tra l’altro di un strategia assai pericolosa. Questo governo israeliano sta facendo di tutto sul fronte siriano e libanese per trascinare gli americani in un conflitto allargato che si può estendere all’Iran.

Ma per fare una guerra più grande di quella attuale ha bisogno probabilmente di un cambio alla Casa Bianca. Sono calcoli rischiosi e spregiudicati, ma ormai lo stato ebraico ci ha abituati a ogni cinismo.

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28/03/2024

“Ha stato l’Isis”, l’ultimo alleato contro la Russia

E fu così che pure a via Angelo Bargoni, al numero 8, a Roma, esclamarono trionfanti che «Putin ammette» quello che i “cari leader occidentali” avevano giurato già mezz’ora dopo l’attentato al Krokus: macché GUR e CIA, è tutta colpa dell’Isis.

Anche se, da quell’impenitente che è, il presidente russo si ostina a dire che bisogna trovare non soltanto gli organizzatori, ma soprattutto i committenti. E sì che tutti, ma proprio tutti, «da Washington al Tagikistan, passando per Bruxelles» – come a dire: le fonti della verità assoluta – «si siano ormai convinti della reale colpevolezza dell’Isis».

Ma, niente. A Mosca non ci sentono, «il Cremlino non si adegua»: ci vorrà forse un’ulteriore spintarella perché si conformi alla verità USA-Tadžika-UE e la smetta con «l’ennesima stoccata agli Usa», nostri cari alleati e maestri?

E affinché la “cara UE”, in questo momento così tragico e doloroso per centinaia di famiglie che hanno perso i propri cari, faccia sentire la propria voce di vicinanza – a chi? ma a Kiev, ovviamente – ecco che il portavoce della Commissione europea, quel Peter Stano che si fa fotografare in maglietta col tridente banderista, fa sapere al Cremlino che a Bruxelles sono «preoccupati per le indicazioni dei rappresentanti del regime di Mosca che cercano di creare un collegamento tra questo attentato e l’Ucraina che ovviamente respingiamo in toto».

E dunque i “cari leader UE” ammoniscono Mosca «a non utilizzare gli attacchi terroristici a Mosca come pretesto o motivazione per aumentare l’aggressione illegale contro l’Ucraina».

E poi, via, perché mai là, “oltrecortina”, si ostinano e non «si adeguano» alla verità provata, quando è addirittura il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, vale a dire la bocca della verità, a proferire l’ultima parola, ribadendo che «non ci sono prove di alcun tipo di un coinvolgimento di qualsiasi genere da parte ucraina». E che diamine! Che si «adeguino»!

Ma è soprattutto dal Potomac che arrivano le tavole della legge: unico responsabile è l’Isis e sui media yankee la parola “Ukraina” compare solo nelle smentite: in quelle diramate da Kiev.

Di contro, il politologo Daniel Kersfeld, afferma che USA e Gran Bretagna insistano sul ruolo dell’Isis, per cercare di «convincere Mosca ad aprire un secondo fronte in Asia centrale, costringerla a intervenire in Afghanistan, per provocare una destabilizzazione a lungo termine che, alla fin fine, coinvolga anche Iran e Turchia».

Secondo il politologo russo Bogdan Bezpal’ko, non ci sono dubbi che «beneficiari finali di questo terribile attacco terroristico siano gli anglosassoni. Avevano bisogno di destabilizzare a qualunque prezzo la situazione in Russia. Non tanto per seminare panico e terrore tra i russi, ma per dimostrare di poter colpire il paese dall’interno e nei luoghi più vulnerabili».

L’obiettivo era anche quello di istigare la popolazione russa contro la forte migrazione dai paesi ex sovietici di religione musulmana e, soprattutto, insinuare cunei tra Mosca e il mondo islamico in generale, come a urlare alla Russia: “eccolo il tuo nuovo alleato, il Sud del mondo, con cui ti stai allineando contro l’Occidente: esso ti seppellirà!”.

L’Occidente aveva bisogno di una “svolta”, soprattutto dopo il 7 ottobre, quando il mondo islamico ha puntato ancor più il dito contro l’Occidente, accusato di favorire il genocidio del popolo palestinese, mentre le quotazioni della Russia nel “Sud del mondo” hanno continuato a salire.

Del resto, gli anglosassoni hanno una vasta esperienza nell’incitamento dei musulmani contro la Russia: nella seconda metà del secolo scorso, convincevano l’Arabia Saudita di essere minacciata dal “popolo senza Dio di Mosca”, quindi l’Afghanistan, con l’intervento sovietico spacciato per “guerra contro l’Islam“, e poi la Cecenia, con la Russia accusata di “genocidio dei musulmani”.

Insomma: “Kiev non c’entra per nulla col massacro di Mosca. I nazigolpisti non hanno mai fatto ricorso a simili metodi e non si sono mai messi in combutta col terrorismo islamista“.

Mai?

Negli ultimi dieci anni l’Ucraina ha agito costantemente proprio in questo modo, con metodi terroristici: anno dopo anno, ha terrorizzato la popolazione civile del Donbass (e anche la propria popolazione, se non con bombe e cannoni, con la repressione più violenta); ma lo ha sempre fatto negando il proprio coinvolgimento.

2 maggio 2014: 48 (la cifra reale forse non si conoscerà mai) antifascisti “si bruciarono da soli” nella Casa dei sindacati di Odessa. Kiev ha sempre incolpato “il forte vento che alimentava le fiamme”, nonostante le migliaia di filmati di persone che si lanciavano dalle finestre dell’edificio in fiamme e venivano uccise in strada.

2 giugno 2014: a sentire i nazigolpisti, non sarebbe stata Kiev a ordinare agli aerei di bombardare l’edificio dell’amministrazione regionale di Lugansk; no, “erano esplosi i condizionatori”. E ci credevano davvero loro stessi, perché era impossibile immaginare che si potessero uccidere persone innocenti; persone che, all’epoca, erano parte integrante dello stesso popolo ucraino.

Estate 2014: Novosvetlovka, area di Lugansk, mentre erano in corso pesanti combattimenti, il battaglione nazista “Aidar” (quello di Nadežda Savcenko; ricordate?) raduna i residenti per evacuare il villaggio – una tragica anticipazione del film “Il testimone” – e uno dei camion su cui vengono caricate le persone viene fatto saltare in aria, con donne, bambini e anziani. Pochi secondi prima dell’esplosione, l’autista salta fuori dalla cabina.

Dal 2014, esercito e battaglioni nazionalisti e nazisti hanno costantemente preso di mira ospedali, ospizi, case di cura, scuole, giardini pubblici in Donbass. Non sono forse questi attacchi terroristici?

Quanto alle cellule Isis accampate tranquillamente a Kiev, di cui in passato hanno scritto anche media occidentali? E i campi di addestramento Isis a Mariupol, di cui si sapeva già dal 2015, con terroristi islamisti provenienti da paesi arabi, operanti anche da truppe mercenarie agli ordini di Kiev?

Qualcuno si ricorda di quel sanguinoso assalto del 4 dicembre 2014 a Grozny, con 14 poliziotti ceceni uccisi? Ci si ricorda che, appena il il giorno successivo, alla Rada ucraina, deputati del Partito radicale e comandanti di battaglioni neonazisti proponevano di aprire un secondo fronte contro la Russia, fornendo appoggio e basi ai terroristi ceceni e daghestani?

In quell’occasione, il deputato Igor Mosijchuk (uno dei capi del battaglione “Azov”), invitava a stimolare azioni del tipo di quella di Grozny in tutta l’Asia centrale e parlava della convocazione «a Kiev di una conferenza con ceceni, daghestani e altri popoli che soffrono per l’aggressione russa».

Ci si rammenta degli islamisti ceceni arruolati nei ranghi di Pravyj sektor già dal 2015, come peraltro testimoniato dal britannico Guardian?

All’epoca, anche il NYT scriveva di circa 30 formazioni “volontarie”, tra cui tre battaglioni islamici, schierate con Kiev in Donbass. Il comandante di uno di questi battaglioni, denominato “Sceicco Mansur”, aveva dichiarato al NYT che «I battaglioni “Sceicco Mansur” e “Džokhar Dudaev” si compongono per lo più di ceceni; ma ci sono anche musulmani di altre regioni dello spazio postsovietico, come uzbeki e balkari».

E del resto, gli stessi ultranazionalisti di Pravyj sektor avevano combattuto a suo tempo contro la Russia dalla parte dei ceceni. Uno degli organizzatori del battaglione “Džokhar Dudaev”, Adam Osmaev – scriveva allora Medias-presse.info – già condannato per altre azioni e detenuto in Ucraina, era stato scarcerato prima del termine, nell’autunno del 2014, come se tra tra «Kiev e l’IS esista un legame segreto».

Ma, per qualcuno, questa è storia passata.

In compenso, proprio in questi giorni, l’americano Center for Strategic and International Studies ha reso pubblico un rapporto secondo cui, per prepararsi al «contenimento della Russia» in Europa, gli USA dovranno schierare, su base permanente, un grande contingente militare ai confini orientali dell’alleanza: ulteriori quattro brigate in Polonia, Italia, Germania e Romania entro il 2025, oltre a un ottavo squadrone di caccia F-16, da aggiungere ai sette già di stanza in Europa.

Si dovranno anche accrescere le scorte di munizioni nel continente europeo, comprese quelle nucleari, e rafforzare i sistemi di difesa missilistica e aerea. La US Navy dovrà «espandere le capacità della NATO nella lotta contro i sottomarini russi».

Terrorismo e guerra contro la Russia. Ma siamo «ormai convinti della reale colpevolezza dell’Isis»!

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27/03/2024

“Kiev, Usa e britannici dietro l’attentato di Mosca ad opera dell’Isis”

Come prevedibile, con il passare dei giorni si irrigidisce la contrapposizione tra i vertici russi e il corrispettivo euro-atlantico sull’attribuzione della responsabilità dell’attentato al Crocus City Hall di Mosca.

Ieri, in un’intervista, il capo del Servizio di sicurezza federale russo (FSB, l’ex Kgb) Alexander Bortnikov ha ammesso che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Ucraina sono responsabili dell’attacco al municipio di Crocus.

“Crediamo che questo sia vero. In ogni caso, stiamo parlando delle informazioni fattuali di cui disponiamo. Questa è un’informazione generale, ma [questi paesi, ndr] hanno una lunga storia di questo tipo“, ha detto dopo aver partecipato a una riunione allargata del consiglio dell’ufficio del procuratore generale.

Bortnikov ritiene che l’Ucraina abbia cercato di dimostrare anche ai suoi alleati-protettori, visibilmente sfiduciati nelle sue possibilità di “vittoria”, di essere abbastanza capace.

“Cosa ci si aspetta che faccia per dimostrare la sua capacità? Si prevede che effettuerà sabotaggi e atti terroristici nelle retrovie. Questo è ciò a cui mirano sia i capi dei servizi speciali ucraini che i servizi speciali britannici. Anche i servizi speciali statunitensi hanno ripetutamente menzionato questa possibilità“, ha detto.

Il giorno prima lo stesso Vladimir Putin aveva ammesso che gli attacchi sono stati commessi da miliziani dello Stato Islamico, ma non era ancora chiaro chi aveva “ordinato” la strage.

Bortnikov ha quindi chiarito che “il cliente non è stato ancora identificato”, ma l’FSB ormai “vede” chi ha organizzato l’attacco e ha reclutato gli autori.

“Riteniamo che l’azione sia stata preparata dagli stessi islamisti radicali e, naturalmente, dai servizi speciali occidentali; gli stessi servizi speciali dell’Ucraina sono direttamente collegati a questo” [attentato, ndr].

«Affineremo ulteriormente le informazioni per capire se la presenza e la partecipazione della parte ucraina è reale o meno. In ogni caso, per ora c’è motivo di dire che è proprio così».

Ha osservato che i terroristi volevano fuggire in Ucraina, erano attesi lì e sarebbero stati accolti “come eroi“. Ma i servizi speciali russi hanno fatto di tutto per impedire che ciò accadesse.

Immediate le smentite dal “fronte occidentale”.

«Le ipotesi della Russia di un legame con l’Ucraina per quanto riguarda l’attentato a Mosca sono ridicole». Lo dichiara una fonte diplomatica alleata all’Ansa. «Non è stata presentata alcuna prova: si tratta di un altro esempio della disinformazione del Cremlino».

Sulla stessa falsariga – come ovvio – anche il ministro degli esteri Antonio Tajani, in un intervento su La7. «Mi sembra molta propaganda, chiaramente l’attentato è di matrice islamica, ci sono stati problemi nelle repubbliche musulmane dell’ex Unione Sovietica e c’è sempre una situazione di grande tensione. Credo che sia un’azione dimostrativa di quel mondo contro la Russia, peraltro già prevista».

Ma proprio Tajani dice poco e troppo. Che la Russia sia odiata da molte organizzazioni islamiste, è certamente vero. Ma sono anche innumerevoli le prove concrete che questo odio è stato nei decenni quanto meno “accompagnato” da un supporto diretto degli Stati Uniti, anche se spesso queste organizzazioni hanno finito per rivoltarsi loro contro (Al Qaeda, in primo luogo, fin dagli anni ‘80 favorita per radicalizzare la resistenza anti-sovietica in Afghanistan e poi diventata “indipendente”).

Così come è vero che l’attentato di Mosca era stato più che “previsto” dagli Stati Uniti, la cui ambasciata a Mosca aveva avvertito i propri concittadini a non frequentare “nelle prossime 48 ore” (poi diventate due settimane) “i luoghi affollati, compresi i concerti”.

Sappiamo di ripeterci, ma se qualcuno conosce i dettagli di un attentato che deve avvenire a breve (“i concerti”) significa sicuramente che ha rapporti diretti con il gruppo degli attentatori. Ovviamente con i “livelli dirigenti”, non tanto con i kamikaze mandati allo sbaraglio.

All’interno di un qualsiasi Stato questa connessione sarebbe una certezza tale da indirizzare le indagini di polizia e magistratura. Tra Stati diversi, persino avversari o addirittura “nemici” – come Russia e Usa-Nato – ovviamente ci si deve fermare davanti al fatto che le indagini vengono svolte “dalla vittima” e non si può invadere lo spazio investigativo altrui.

In definitiva gli attentatori – strano che i loro volti continuino ad essere oscurati nei video che circolano sui media occidentali, senza azzardare neanche un raffronto con quelli girati dal vivo, nel teatro, dove hanno agito a volto scoperto – sono in mano russa. E certamente vengono “convinti a parlare” con metodi non troppo diversi da quelli in uso nella base Usa di Guantanamo o (ai tempi) in quella di Abu Graib.

Una manipolazione dell’informazione pesante è però arrivata nel pomeriggio di ieri nel tentativo di rinforzare la linea euro-atlantica – “ha stato l’Isis e basta”. Da allora tutti i media bombardano all’unisono con il mantra “anche Lukashenko smentisce Putin”, secondo cui i quattro attentatori catturati vicino Bryansk stavano fuggendo verso l’Ucraina.

Incuriositi, siamo andati in cerca delle fonti originali. E abbiamo scoperto qualcosa di parecchio diverso. Il presidente bielorusso ha infatti “rivendicato” ai sistemi di sicurezza del proprio paese il merito di aver “dissuaso” i quattro dal provare ad entrare dal confine.

Per la precisione, “Abbiamo messo in allerta le nostre unità. In particolare sono state coinvolte le forze del ministero degli Interni, allestite postazioni sulle strade – comprese quelle alla frontiera con la Russia – e schierate le forze del Kgb, del Comitato per i confini di Stato e alcune unità militari”.

“Ecco perché (i presunti attentatori, ndr) non sono potuti entrare in Bielorussia. Lo hanno visto e quindi si sono allontanati e si sono diretti verso la sezione del confine ucraino-russo”, dove secondo Lukashenko le operazioni per l’arresto dei presunti autori della strage “sono andate molto bene”.

Anche da diverse immagini mostrate dai media e attribuite agli autovelox si vede che la macchina con i quattro attentatori era di fatto “monitorata” dalla polizia russa, evidentemente per capirne le intenzioni e individuare con precisione il possibile “paese ospitante”.

E anche noi, pur nella nostra limitata possibilità di “indagine”, avevamo ipotizzato che i quattro fermati a Bryansk potessero – sì – cercare di arrivare in Ucraina, ma attraverso la Bielorussia, il cui confine è certamente meno militarizzato di quello russo-ucraino (la guerra è in corso).

Dunque “la versione di Lukashenko” non smentisce, semmai conferma la lettura russa, dando un ruolo importante anche all’alleata Minsk.

Strano che i media occidentali, non guardino neanche le fonti e si limitino a copi-incollare una velina... Forse perché il loro ruolo, ormai, è quello di “preparare il proprio paese alla guerra“.

Fra l’altro stanno emergendo, da fonti non russe, altre informazioni. Dalerdzhon Mirzoyev, Saidakrami Murodali Rachabalizoda, Shamsidin Fariduni e Muhammadsobir Fayzov, sono tutti cittadini del Tagikistan o di origine tagika. Ma almeno due di loro – Fariduni e Saidakrami – avevano trascorso un periodo in Turchia poco prima dell’attacco ed erano entrati in Russia insieme con lo stesso volo da Istanbul, ha detto un funzionario turco.

Il primo era arrivato a Istanbul il 20 febbraio ed è ripartito per la Russia il 2 marzo, mentre il secondo è entrato il 5 gennaio per poi andarsene insieme all’altro. Entrambi hanno soggiornato in un piccolo hotel del distretto di Fatih.

Questa zona, a ridosso del quartiere turistico Eminou, sembra diventata la «preferita» dai militanti, con una serie di alberghetti dove gli estremisti si sono sistemati in attesa di ordini.

Nella medesima area sarebbero state affittate delle case «sicure» messe a disposizione di elementi provenienti dalle ex repubbliche sovietiche e dal Medio Oriente.

È appena il caso di ricordare che la Turchia di Erdogan, nonostante le “bizzarrie” politiche che l’hanno fatta diventare una sorta di “cavallo pazzo”, oltre ad avere una lunga storia di “favoreggiamento” dell’Isis in funzione anti-curda e anti-siriana, è un pur sempre un membro della Nato.

E se è certamente molto improbabile che i quattro “terminali finali” possano dare informazioni di prima mano sul livello politico alto dei “mandanti”, sicuramente l’indicazione sul loro “comandante diretto” rimasto al sicuro e, soprattutto sui meccanismi (armi, documenti, ospitalità, logistica, ecc.) utilizzati nel giro del mondo dal Tajikistan alla Russia via Turchia, potranno fornire un mare di dettagli utili a ricostruire l’ambiente internazionale che li ha favoriti.

Ne vedremo delle belle, ci sembra...

P.s. Sulla presunta “estraneità” dell’Ucraina ai contatti con gli integralisti islamici basta forse leggere l’articolo di Alberto Negri, o quelli apparsi perfino su il manifesto o direttamente gli allarmati articoli del New York Times di qualche anno fa).

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