Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/03/2024

“Ha stato l’Isis”, l’ultimo alleato contro la Russia

E fu così che pure a via Angelo Bargoni, al numero 8, a Roma, esclamarono trionfanti che «Putin ammette» quello che i “cari leader occidentali” avevano giurato già mezz’ora dopo l’attentato al Krokus: macché GUR e CIA, è tutta colpa dell’Isis.

Anche se, da quell’impenitente che è, il presidente russo si ostina a dire che bisogna trovare non soltanto gli organizzatori, ma soprattutto i committenti. E sì che tutti, ma proprio tutti, «da Washington al Tagikistan, passando per Bruxelles» – come a dire: le fonti della verità assoluta – «si siano ormai convinti della reale colpevolezza dell’Isis».

Ma, niente. A Mosca non ci sentono, «il Cremlino non si adegua»: ci vorrà forse un’ulteriore spintarella perché si conformi alla verità USA-Tadžika-UE e la smetta con «l’ennesima stoccata agli Usa», nostri cari alleati e maestri?

E affinché la “cara UE”, in questo momento così tragico e doloroso per centinaia di famiglie che hanno perso i propri cari, faccia sentire la propria voce di vicinanza – a chi? ma a Kiev, ovviamente – ecco che il portavoce della Commissione europea, quel Peter Stano che si fa fotografare in maglietta col tridente banderista, fa sapere al Cremlino che a Bruxelles sono «preoccupati per le indicazioni dei rappresentanti del regime di Mosca che cercano di creare un collegamento tra questo attentato e l’Ucraina che ovviamente respingiamo in toto».

E dunque i “cari leader UE” ammoniscono Mosca «a non utilizzare gli attacchi terroristici a Mosca come pretesto o motivazione per aumentare l’aggressione illegale contro l’Ucraina».

E poi, via, perché mai là, “oltrecortina”, si ostinano e non «si adeguano» alla verità provata, quando è addirittura il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, vale a dire la bocca della verità, a proferire l’ultima parola, ribadendo che «non ci sono prove di alcun tipo di un coinvolgimento di qualsiasi genere da parte ucraina». E che diamine! Che si «adeguino»!

Ma è soprattutto dal Potomac che arrivano le tavole della legge: unico responsabile è l’Isis e sui media yankee la parola “Ukraina” compare solo nelle smentite: in quelle diramate da Kiev.

Di contro, il politologo Daniel Kersfeld, afferma che USA e Gran Bretagna insistano sul ruolo dell’Isis, per cercare di «convincere Mosca ad aprire un secondo fronte in Asia centrale, costringerla a intervenire in Afghanistan, per provocare una destabilizzazione a lungo termine che, alla fin fine, coinvolga anche Iran e Turchia».

Secondo il politologo russo Bogdan Bezpal’ko, non ci sono dubbi che «beneficiari finali di questo terribile attacco terroristico siano gli anglosassoni. Avevano bisogno di destabilizzare a qualunque prezzo la situazione in Russia. Non tanto per seminare panico e terrore tra i russi, ma per dimostrare di poter colpire il paese dall’interno e nei luoghi più vulnerabili».

L’obiettivo era anche quello di istigare la popolazione russa contro la forte migrazione dai paesi ex sovietici di religione musulmana e, soprattutto, insinuare cunei tra Mosca e il mondo islamico in generale, come a urlare alla Russia: “eccolo il tuo nuovo alleato, il Sud del mondo, con cui ti stai allineando contro l’Occidente: esso ti seppellirà!”.

L’Occidente aveva bisogno di una “svolta”, soprattutto dopo il 7 ottobre, quando il mondo islamico ha puntato ancor più il dito contro l’Occidente, accusato di favorire il genocidio del popolo palestinese, mentre le quotazioni della Russia nel “Sud del mondo” hanno continuato a salire.

Del resto, gli anglosassoni hanno una vasta esperienza nell’incitamento dei musulmani contro la Russia: nella seconda metà del secolo scorso, convincevano l’Arabia Saudita di essere minacciata dal “popolo senza Dio di Mosca”, quindi l’Afghanistan, con l’intervento sovietico spacciato per “guerra contro l’Islam“, e poi la Cecenia, con la Russia accusata di “genocidio dei musulmani”.

Insomma: “Kiev non c’entra per nulla col massacro di Mosca. I nazigolpisti non hanno mai fatto ricorso a simili metodi e non si sono mai messi in combutta col terrorismo islamista“.

Mai?

Negli ultimi dieci anni l’Ucraina ha agito costantemente proprio in questo modo, con metodi terroristici: anno dopo anno, ha terrorizzato la popolazione civile del Donbass (e anche la propria popolazione, se non con bombe e cannoni, con la repressione più violenta); ma lo ha sempre fatto negando il proprio coinvolgimento.

2 maggio 2014: 48 (la cifra reale forse non si conoscerà mai) antifascisti “si bruciarono da soli” nella Casa dei sindacati di Odessa. Kiev ha sempre incolpato “il forte vento che alimentava le fiamme”, nonostante le migliaia di filmati di persone che si lanciavano dalle finestre dell’edificio in fiamme e venivano uccise in strada.

2 giugno 2014: a sentire i nazigolpisti, non sarebbe stata Kiev a ordinare agli aerei di bombardare l’edificio dell’amministrazione regionale di Lugansk; no, “erano esplosi i condizionatori”. E ci credevano davvero loro stessi, perché era impossibile immaginare che si potessero uccidere persone innocenti; persone che, all’epoca, erano parte integrante dello stesso popolo ucraino.

Estate 2014: Novosvetlovka, area di Lugansk, mentre erano in corso pesanti combattimenti, il battaglione nazista “Aidar” (quello di Nadežda Savcenko; ricordate?) raduna i residenti per evacuare il villaggio – una tragica anticipazione del film “Il testimone” – e uno dei camion su cui vengono caricate le persone viene fatto saltare in aria, con donne, bambini e anziani. Pochi secondi prima dell’esplosione, l’autista salta fuori dalla cabina.

Dal 2014, esercito e battaglioni nazionalisti e nazisti hanno costantemente preso di mira ospedali, ospizi, case di cura, scuole, giardini pubblici in Donbass. Non sono forse questi attacchi terroristici?

Quanto alle cellule Isis accampate tranquillamente a Kiev, di cui in passato hanno scritto anche media occidentali? E i campi di addestramento Isis a Mariupol, di cui si sapeva già dal 2015, con terroristi islamisti provenienti da paesi arabi, operanti anche da truppe mercenarie agli ordini di Kiev?

Qualcuno si ricorda di quel sanguinoso assalto del 4 dicembre 2014 a Grozny, con 14 poliziotti ceceni uccisi? Ci si ricorda che, appena il il giorno successivo, alla Rada ucraina, deputati del Partito radicale e comandanti di battaglioni neonazisti proponevano di aprire un secondo fronte contro la Russia, fornendo appoggio e basi ai terroristi ceceni e daghestani?

In quell’occasione, il deputato Igor Mosijchuk (uno dei capi del battaglione “Azov”), invitava a stimolare azioni del tipo di quella di Grozny in tutta l’Asia centrale e parlava della convocazione «a Kiev di una conferenza con ceceni, daghestani e altri popoli che soffrono per l’aggressione russa».

Ci si rammenta degli islamisti ceceni arruolati nei ranghi di Pravyj sektor già dal 2015, come peraltro testimoniato dal britannico Guardian?

All’epoca, anche il NYT scriveva di circa 30 formazioni “volontarie”, tra cui tre battaglioni islamici, schierate con Kiev in Donbass. Il comandante di uno di questi battaglioni, denominato “Sceicco Mansur”, aveva dichiarato al NYT che «I battaglioni “Sceicco Mansur” e “Džokhar Dudaev” si compongono per lo più di ceceni; ma ci sono anche musulmani di altre regioni dello spazio postsovietico, come uzbeki e balkari».

E del resto, gli stessi ultranazionalisti di Pravyj sektor avevano combattuto a suo tempo contro la Russia dalla parte dei ceceni. Uno degli organizzatori del battaglione “Džokhar Dudaev”, Adam Osmaev – scriveva allora Medias-presse.info – già condannato per altre azioni e detenuto in Ucraina, era stato scarcerato prima del termine, nell’autunno del 2014, come se tra tra «Kiev e l’IS esista un legame segreto».

Ma, per qualcuno, questa è storia passata.

In compenso, proprio in questi giorni, l’americano Center for Strategic and International Studies ha reso pubblico un rapporto secondo cui, per prepararsi al «contenimento della Russia» in Europa, gli USA dovranno schierare, su base permanente, un grande contingente militare ai confini orientali dell’alleanza: ulteriori quattro brigate in Polonia, Italia, Germania e Romania entro il 2025, oltre a un ottavo squadrone di caccia F-16, da aggiungere ai sette già di stanza in Europa.

Si dovranno anche accrescere le scorte di munizioni nel continente europeo, comprese quelle nucleari, e rafforzare i sistemi di difesa missilistica e aerea. La US Navy dovrà «espandere le capacità della NATO nella lotta contro i sottomarini russi».

Terrorismo e guerra contro la Russia. Ma siamo «ormai convinti della reale colpevolezza dell’Isis»!

Fonte

27/03/2024

“Kiev, Usa e britannici dietro l’attentato di Mosca ad opera dell’Isis”

Come prevedibile, con il passare dei giorni si irrigidisce la contrapposizione tra i vertici russi e il corrispettivo euro-atlantico sull’attribuzione della responsabilità dell’attentato al Crocus City Hall di Mosca.

Ieri, in un’intervista, il capo del Servizio di sicurezza federale russo (FSB, l’ex Kgb) Alexander Bortnikov ha ammesso che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Ucraina sono responsabili dell’attacco al municipio di Crocus.

“Crediamo che questo sia vero. In ogni caso, stiamo parlando delle informazioni fattuali di cui disponiamo. Questa è un’informazione generale, ma [questi paesi, ndr] hanno una lunga storia di questo tipo“, ha detto dopo aver partecipato a una riunione allargata del consiglio dell’ufficio del procuratore generale.

Bortnikov ritiene che l’Ucraina abbia cercato di dimostrare anche ai suoi alleati-protettori, visibilmente sfiduciati nelle sue possibilità di “vittoria”, di essere abbastanza capace.

“Cosa ci si aspetta che faccia per dimostrare la sua capacità? Si prevede che effettuerà sabotaggi e atti terroristici nelle retrovie. Questo è ciò a cui mirano sia i capi dei servizi speciali ucraini che i servizi speciali britannici. Anche i servizi speciali statunitensi hanno ripetutamente menzionato questa possibilità“, ha detto.

Il giorno prima lo stesso Vladimir Putin aveva ammesso che gli attacchi sono stati commessi da miliziani dello Stato Islamico, ma non era ancora chiaro chi aveva “ordinato” la strage.

Bortnikov ha quindi chiarito che “il cliente non è stato ancora identificato”, ma l’FSB ormai “vede” chi ha organizzato l’attacco e ha reclutato gli autori.

“Riteniamo che l’azione sia stata preparata dagli stessi islamisti radicali e, naturalmente, dai servizi speciali occidentali; gli stessi servizi speciali dell’Ucraina sono direttamente collegati a questo” [attentato, ndr].

«Affineremo ulteriormente le informazioni per capire se la presenza e la partecipazione della parte ucraina è reale o meno. In ogni caso, per ora c’è motivo di dire che è proprio così».

Ha osservato che i terroristi volevano fuggire in Ucraina, erano attesi lì e sarebbero stati accolti “come eroi“. Ma i servizi speciali russi hanno fatto di tutto per impedire che ciò accadesse.

Immediate le smentite dal “fronte occidentale”.

«Le ipotesi della Russia di un legame con l’Ucraina per quanto riguarda l’attentato a Mosca sono ridicole». Lo dichiara una fonte diplomatica alleata all’Ansa. «Non è stata presentata alcuna prova: si tratta di un altro esempio della disinformazione del Cremlino».

Sulla stessa falsariga – come ovvio – anche il ministro degli esteri Antonio Tajani, in un intervento su La7. «Mi sembra molta propaganda, chiaramente l’attentato è di matrice islamica, ci sono stati problemi nelle repubbliche musulmane dell’ex Unione Sovietica e c’è sempre una situazione di grande tensione. Credo che sia un’azione dimostrativa di quel mondo contro la Russia, peraltro già prevista».

Ma proprio Tajani dice poco e troppo. Che la Russia sia odiata da molte organizzazioni islamiste, è certamente vero. Ma sono anche innumerevoli le prove concrete che questo odio è stato nei decenni quanto meno “accompagnato” da un supporto diretto degli Stati Uniti, anche se spesso queste organizzazioni hanno finito per rivoltarsi loro contro (Al Qaeda, in primo luogo, fin dagli anni ‘80 favorita per radicalizzare la resistenza anti-sovietica in Afghanistan e poi diventata “indipendente”).

Così come è vero che l’attentato di Mosca era stato più che “previsto” dagli Stati Uniti, la cui ambasciata a Mosca aveva avvertito i propri concittadini a non frequentare “nelle prossime 48 ore” (poi diventate due settimane) “i luoghi affollati, compresi i concerti”.

Sappiamo di ripeterci, ma se qualcuno conosce i dettagli di un attentato che deve avvenire a breve (“i concerti”) significa sicuramente che ha rapporti diretti con il gruppo degli attentatori. Ovviamente con i “livelli dirigenti”, non tanto con i kamikaze mandati allo sbaraglio.

All’interno di un qualsiasi Stato questa connessione sarebbe una certezza tale da indirizzare le indagini di polizia e magistratura. Tra Stati diversi, persino avversari o addirittura “nemici” – come Russia e Usa-Nato – ovviamente ci si deve fermare davanti al fatto che le indagini vengono svolte “dalla vittima” e non si può invadere lo spazio investigativo altrui.

In definitiva gli attentatori – strano che i loro volti continuino ad essere oscurati nei video che circolano sui media occidentali, senza azzardare neanche un raffronto con quelli girati dal vivo, nel teatro, dove hanno agito a volto scoperto – sono in mano russa. E certamente vengono “convinti a parlare” con metodi non troppo diversi da quelli in uso nella base Usa di Guantanamo o (ai tempi) in quella di Abu Graib.

Una manipolazione dell’informazione pesante è però arrivata nel pomeriggio di ieri nel tentativo di rinforzare la linea euro-atlantica – “ha stato l’Isis e basta”. Da allora tutti i media bombardano all’unisono con il mantra “anche Lukashenko smentisce Putin”, secondo cui i quattro attentatori catturati vicino Bryansk stavano fuggendo verso l’Ucraina.

Incuriositi, siamo andati in cerca delle fonti originali. E abbiamo scoperto qualcosa di parecchio diverso. Il presidente bielorusso ha infatti “rivendicato” ai sistemi di sicurezza del proprio paese il merito di aver “dissuaso” i quattro dal provare ad entrare dal confine.

Per la precisione, “Abbiamo messo in allerta le nostre unità. In particolare sono state coinvolte le forze del ministero degli Interni, allestite postazioni sulle strade – comprese quelle alla frontiera con la Russia – e schierate le forze del Kgb, del Comitato per i confini di Stato e alcune unità militari”.

“Ecco perché (i presunti attentatori, ndr) non sono potuti entrare in Bielorussia. Lo hanno visto e quindi si sono allontanati e si sono diretti verso la sezione del confine ucraino-russo”, dove secondo Lukashenko le operazioni per l’arresto dei presunti autori della strage “sono andate molto bene”.

Anche da diverse immagini mostrate dai media e attribuite agli autovelox si vede che la macchina con i quattro attentatori era di fatto “monitorata” dalla polizia russa, evidentemente per capirne le intenzioni e individuare con precisione il possibile “paese ospitante”.

E anche noi, pur nella nostra limitata possibilità di “indagine”, avevamo ipotizzato che i quattro fermati a Bryansk potessero – sì – cercare di arrivare in Ucraina, ma attraverso la Bielorussia, il cui confine è certamente meno militarizzato di quello russo-ucraino (la guerra è in corso).

Dunque “la versione di Lukashenko” non smentisce, semmai conferma la lettura russa, dando un ruolo importante anche all’alleata Minsk.

Strano che i media occidentali, non guardino neanche le fonti e si limitino a copi-incollare una velina... Forse perché il loro ruolo, ormai, è quello di “preparare il proprio paese alla guerra“.

Fra l’altro stanno emergendo, da fonti non russe, altre informazioni. Dalerdzhon Mirzoyev, Saidakrami Murodali Rachabalizoda, Shamsidin Fariduni e Muhammadsobir Fayzov, sono tutti cittadini del Tagikistan o di origine tagika. Ma almeno due di loro – Fariduni e Saidakrami – avevano trascorso un periodo in Turchia poco prima dell’attacco ed erano entrati in Russia insieme con lo stesso volo da Istanbul, ha detto un funzionario turco.

Il primo era arrivato a Istanbul il 20 febbraio ed è ripartito per la Russia il 2 marzo, mentre il secondo è entrato il 5 gennaio per poi andarsene insieme all’altro. Entrambi hanno soggiornato in un piccolo hotel del distretto di Fatih.

Questa zona, a ridosso del quartiere turistico Eminou, sembra diventata la «preferita» dai militanti, con una serie di alberghetti dove gli estremisti si sono sistemati in attesa di ordini.

Nella medesima area sarebbero state affittate delle case «sicure» messe a disposizione di elementi provenienti dalle ex repubbliche sovietiche e dal Medio Oriente.

È appena il caso di ricordare che la Turchia di Erdogan, nonostante le “bizzarrie” politiche che l’hanno fatta diventare una sorta di “cavallo pazzo”, oltre ad avere una lunga storia di “favoreggiamento” dell’Isis in funzione anti-curda e anti-siriana, è un pur sempre un membro della Nato.

E se è certamente molto improbabile che i quattro “terminali finali” possano dare informazioni di prima mano sul livello politico alto dei “mandanti”, sicuramente l’indicazione sul loro “comandante diretto” rimasto al sicuro e, soprattutto sui meccanismi (armi, documenti, ospitalità, logistica, ecc.) utilizzati nel giro del mondo dal Tajikistan alla Russia via Turchia, potranno fornire un mare di dettagli utili a ricostruire l’ambiente internazionale che li ha favoriti.

Ne vedremo delle belle, ci sembra...

P.s. Sulla presunta “estraneità” dell’Ucraina ai contatti con gli integralisti islamici basta forse leggere l’articolo di Alberto Negri, o quelli apparsi perfino su il manifesto o direttamente gli allarmati articoli del New York Times di qualche anno fa).

Fonte

25/03/2024

Il terrorismo e la guerra contro la Russia

Alcune semplicissime osservazioni a proposito dell’attentato di Mosca, anche “terra-terra” si può dire, mutuate da varie “fonti”.

Le sanzioni euroatlantiche contro la Russia hanno dimostrato di non avere particolari effetti sull’economia russa, mentre ne hanno di sempre più manifesti su quelle “europeiste”.

Anche i miliardi di dollari e di euro sottratti alla spesa pubblica e gettati nel calderone del complesso militare-industriale occidentale per rimpinguare di armi i nazigolpisti di Kiev, dimostrano di non raggiungere l’effetto proclamato.

Non funziona nemmeno la chiamata urbi et orbi a “stringersi attorno all’Ucraina”: le masse popolari e i lavoratori occidentali non intendono più pagare il “sostegno all’Ucraina aggredita” con il precipitare dei propri livelli di lavoro e di vita.

Tanto più che anche la famosa “controffensiva di primavera” del 2023, a suo tempo presentata come moderna Vergeltungwaffe in veste banderista, si è risolta in una disfatta dietro l’altra per le truppe ucraine, rinsanguate con giovani e anziani accalappiati per le strade, privi di ogni motivazione e anzi assolutamente contrari a morire per gli interessi delle cricche euroamericane e delle élite oligarco-naziste di Kiev.

Cosicché, anche il martellamento propagandistico sui “valori occidentali sotto attacco di Mosca” deve formalmente cambiare di impostazione, virando dal “dovere di difendere Kiev”, all’aperta chiamata alle armi contro “Mosca che minaccia l’intera Europa”.

Ecco allora che, di fronte al fallimento di tutte le “strategie” fin qui tentate, si ricorre alla via del terrorismo: gli assalti dei neo-vlasoviani “partigiani russi filo-ucraini” alle cittadine confinarie della regione di Belgorod, in vista delle elezioni presidenziali russe e l’attacco in “stile islamista-caucasico” del 22 marzo, ai confini nordoccidentali della periferia di Mosca, a voto concluso.

L’obiettivo è quello di cercare di aprire un solco tra la popolazione e il Cremlino, che porti a una rivolta interna “euroatlantista”: un obiettivo che i clan liberal-europeisti della “dissidenza” russa perseguono per altra via, puntando forse non tanto a far presa sulle masse dei lavoratori, che dovrebbero invece rimanere atterrite dai fiumi di sangue dei raid terroristici, quanto piuttosto sulle congreghe oligarchiche che più perdono dalla contrapposizione Washington-Bruxelles-Mosca.

Del resto, già nel 2014, i “più fini” cervelli yankee, di fronte ai ripetuti smacchi di attacchi diretti (all’epoca, ancora non armati) vedevano quale unica soluzione «una pallottola sparata alla nuca di Putin» da qualcuno degli oligarchi russi più vicini alla cerchia presidenziale.

Ma, sia con una strada che con l’altra – “dissidenza” o terrore – l’effetto più probabile è esattamente contrario a quello voluto e porta, volenti o nolenti, al riproporsi della famosa formula: «il potere rimase saldo e il popolo fedele», così che il nemico, alla fine dei conti, non raggiunge nessuno degli obiettivi postisi.

Irina Alksnis, su RIA Novosti, osserva semplicemente che l’Occidente è venuto a trovarsi di fronte a una tale disfatta – militare, geopolitica, economica – nella propria guerra contro la Russia, da sentirsi minacciato nelle finanze e in «tutti i privilegi derivanti dalla leadership globale»: una minaccia di rapido collasso generale, non solo militare.

Così, le uccisioni di civili nelle zone confinarie, prima, e ora l’eccidio del “Krokus”, non sono che il tentativo disperato di «fiaccare il nostro popolo», ma finiscono per ottenere l’effetto contrario, spingendo i russi a serrare ancor più le file.

E uno dei veterani dei social russi, il perenne “La voce di Mordor”, ha buon gioco nell’affermare che esecutori, committenti e intermediari della strage del 22 marzo non hanno capito e non capiscono nulla della Russia.

Questo, indipendentemente da chi realmente siano gli esecutori materiali e a quali “alternative” religiose-nazionalistiche dicano di far riferimento, tra le altre cose, contravvenendo al rituale islamista di farsi uccidere sul luogo della strage e fuggendo così platealmente verso il confine ucraino, quasi a mettere alla prova la perspicacia degli investigatori, come a dire: “saranno loro una volta più astuti, o noi due volte più stupidi?».

Quanto poi a committenti e intermediari, rimangono pochi dubbi, tanto che il 23 marzo la CNN, oltre ad imboccare gli “oceanisti” italici sull’asserto che la Russia utilizzerà l’attentato come ulteriore giustificazione del conflitto in Ucraina, pronostica addirittura nuove stragi contro aerei e scuole.

Sia come sia, la strada è segnata: da un lato, tentare sempre di nuovo lo sfaldamento della società russa – qui non si tratta delle contrapposizioni di classe, ben presenti, e del carattere di classe del potere eltsiniano-putiniano, pur coi seri distinguo tra i due periodi della storia post-sovietica – portando il terrore in casa, data l’accertata impossibilità di resistere sul campo di battaglia.

Dall’altro lato, preparare i paesi liberal-europeisti alla guerra aperta, inculcando nelle proprie popolazioni il dogma della “inevitabilità” della guerra, del suo carattere “sacrosanto” per i “valori occidentali” e, soprattutto, della “normalità” di una guerra contro la Russia.

Ma, quegli imbecilli che si ritrovano il pomeriggio a smarronare nelle sale da tè di Bruxelles, Parigi, Roma o Londra, si pongono la elementarissima domanda di cosa possa significare una “guerra con la Russia”?

Non sono state sufficienti le campagne di Napoleone e di Hitler, a fornire qualche minima lezione di intelligenza?

Lasciamo stare la carneficina in cui, nel 1914, i capitali anglo-francesi coinvolsero lo zarismo, i cui generali, salvo rarissime eccezioni, mandarono al macello i propri soldati senza una qualche strategia che non fosse quella del bestiale massacro.

Ma, oggi, quegli imbecilli, pensano forse che poche centinaia di migliaia di “professionisti della guerra” e mercenari tagliagole occidentali potrebbero riuscire a fare in Russia quello che i nazisionisti israeliani stanno facendo coi civili palestinesi?

In una guerra “convenzionale” – non parliamo nemmeno di un conflitto nucleare – in cui i “potenti” carri armati euro-yankee verrebbero liquidati prima ancora di mettersi in marcia, in cui a ogni missile lanciato da ovest si risponderebbe con quattro-cinque missili partiti da est, quelle poche centinaia di migliaia di “professionisti” (pensano forse di riattivare la leva obbligatoria, per far fare ai giovani dei paesi europei la fine dei poveri giovani ucraini che Washington impone a Kiev di mandare al macello? E, anche in quel caso, quanti anni sarebbero necessari per cercare di avere interi eserciti di leva? E con quale “spirito guerresco” i nostri giovani partirebbero per il fronte a vantaggio degli interessi militar-finanziari europei?) si impantanerebbero senza scampo nelle pianure russe prima ancora di trovarsi di fronte alcune decine di milioni di soldati russi che, a differenza degli inermi civili palestinesi, saprebbero bene cosa contrapporre ai nuovi nazi-europeisti: ecco, in una simile malaugurata guerra, i novelli Napoleon-hitleriani troverebbero pane per i loro denti e, purtroppo, anche per i nostri.

Quegli imbecilli di Bruxelles, Parigi, Roma o Londra (non i cervelloni di Washington, che sanno bene come servirsi della carne da cannone altrui) anche senza bisogno di andare troppo indietro nel tempo, non hanno imparato nulla della lezione impartita appena una settimana fa dal voto presidenziale in Russia, anche volendo accettare la necessaria tara di percentuali da verificare?

Quegli imbecilli, non hanno ancora imparato la lezione de «il potere è rimasto saldo e il popolo fedele», che si ripete ogni qualvolta i russi si sentano attaccati dall’esterno e percepiscano l’attacco come portato a loro stessi in prima persona, al di là di chi sieda al Cremlino?

E c’è da star sicuri che, questa malaugurata volta, i milioni di uomini russi che prontamente correrebbero alle armi per respingere l’aggressione, non si affiderebbero nemmeno al cosiddetto “piano scita” strategico di erodotiana memoria: non lascerebbero al nemico né il tempo né il modo di penetrare in profondità in territorio russo, ma lo accoglierebbero, come dovuto, sulla soglia di casa.

Imbecilli!

Fonte

24/03/2024

Il Cremlino, l’Isis e l’Ucraina, le domande che non sappiamo più farci

di Fulvio Scaglione

Non era ancora definitivo il numero dei civili uccisi nel Crocus City Hall di Mosca, venerdì sera, che già circolavano falsi idenkit dei presunti attentatori e falsi video, girati con l’intelligenza artificiale, in cui il segretario del Consiglio di sicurezza ucraino Danilov ridacchiando si assumeva la responsabilità della strage.

Il Cremlino taceva, a livello ufficiale non una parola su presunti colpevoli o mandanti. Eppure nei salotti Tv e su Twitter (pardon, X) si era già riversata la solita pletora di cazzari pronta a parlare di false flag, operazione organizzata da Putin (curioso, la stessa tesi diffusa dalla veloce propaganda ucraina) e così via.

Per non parlare di quelli che spiegavano che la strage conviene a Putin, che bisogna stare attenti a come la sfrutterà. Pensate se qualcuno avesse applicato un simile modo di pensare alla strage di Hamas del 7 ottobre: come ne approfitterà ora Israele? Come converrà a Netanyahu? Sarebbe stato linciato in piazza...

Al di là del classico “ha stato Putin” (curiosamente allo Zar conviene tutto: la morte di Navalny subito prima delle elezioni, la strage nel teatro subito dopo...) che ha francamente rotto le scatole a tutti tranne che alla Rai, quel modo di sragionare è una delle cause della nostra perenne e totale incomprensione delle cose russe. La stessa, tra l’altro, che ci ha portato clamorosamente a sbattere anche in questi due anni di sanzioni e di guerra.

In attesa di conferme di parte russa, i servizi segreti Usa (che nelle settimane scorse avevano avvertito di un rischio attentati e consigliato ai cittadini Usa di non partecipare a eventi di massa a Mosca e in altre città) hanno detto di ritenere credibile la pista dell’Isis.

Attendiamo gli eventi e, soprattutto, di capire se coloro che sono stati arrestati nei pressi di Bryansk, a poca distanza dal confine con l’Ucraina, sono davvero, come dice il Comitato investigativo russo, alcuni degli attentatori. Se spuntassero connessioni con i servizi segreti ucraini la valutazione politica e militare dell’accaduto, ovviamente, assumerebbe altre connotazioni.

Ma è indubbio che la dinamica dell’attentato ricorda molto altri due eventi simili, la strage nel Teatro Dubrovka di Mosca (ottobre 2002, 129 ostaggi e 39 terroristi ceceni morti) e quella nel Teatro Bataclan di Parigi (130 morti). In entrambi i casi, la matrice era quella del terrorismo islamista. La stessa matrice che pare oggi da seguire per il massacro al Crocus City Hall.

Si parla ora, per quanto accaduto a Mosca, di cittadini tagiki. Il ministero degli Esteri del Tagikistan ha smentito (per meglio dire: ha detto che Mosca non conferma la presenza di tagiki sul luogo del massacro) ma il particolare, ora, è di secondaria importanza. Il nocciolo della questione sta nel rapporto tuttora irrisolto della Russia con il suo fianco Sud, ovvero con il Caucaso.

All’inizio di marzo l’Fsb (il controspionaggio russo) aveva intercettato ed eliminato a Karabulak (in Inguscetia) sei membri dell’Isis, ma solo dopo una battaglia campale durata ore. Pochi giorni fa, alla periferia di Mosca, altra operazione per fermare due terroristi islamisti che progettavano un attacco a una sinagoga della capitale.

E a fine ottobre, nell’aeroporto di Makachkala (capoluogo del Dagestan), centinaia di persone avevano inscenato un pogrom antisemita all’arrivo di un aereo che riportava in Russia un folto gruppo di cittadini russi evacuati da Gaza.

Tornando ancora più indietro, fin dal 2011 è ben documentata la presenza di miliziani ceceni nelle file di Al Qaeda e dello Stato islamico in Siria. Si pensa che i combattenti ceceni dell’Isis fossero tra 3 e 4 mila, tanto da costituire il secondo gruppo etnico più numeroso. E uno dei più noti e temuti comandanti militari dell’Isis fu appunto Tarkhan Tayumurazovich Batirashvili detto Abu Omar al-Shishani, georgiano di passaporto e ceceno di origine, un ex sergente dell’esercito della Georgia morto nel 2016 sotto un bombardamento americano.

Tutto questo (e il molto altro che si potrebbe dire) per ricordare che il rapporto della Russia con il Caucaso è tutt’altro che risolto, a dispetto del proconsole Ramzan Kadyrov che in Cecenia gli ha procurato, nelle recenti elezioni presidenziali, un fantasmagorico 98% di consensi.

Nel Caucaso ribolle un jihadismo incrociato con ambizioni indipendentiste che nemmeno due decenni di guerre e operazioni militari, e vaste elargizioni di denaro come quelle che sono state riversate sulla Cecenia, sono riusciti a estirpare.

Noi sappiamo che Vladimir Putin ha costruito parte delle proprie fortune politiche sul fatto di essere riuscito, prima da premier sconosciuto e poi da presidente eletto come successore di Boris Eltsin, nei primi anni Duemila, a stroncare la rivolta cecena. E sappiamo come lo fece: conducendo prima una guerra feroce e spietata, poi comprando la fedeltà di una dei clan ceceni più potenti, quello appunto dei Kadyrov.

Quello che non ci siamo mai chiesti, invece, è se davvero avremmo preferito, venticinque anni fa, la nascita di un califfato islamista nel Caucaso, finanziato dalle petromonarchie del Golfo Persico (com’è poi avvenuto con i Fratelli musulmani e l’Isis stesso), e la probabile disgregazione di gran parte della Federazione Russa, potenza nucleare, perché alla Cecenia si sarebbe certo unito il Dagestan e forse anche l’Inguscetia.

La stessa domanda che dovremmo farci a proposito della Siria: solo l’intervento russo del 2015 (e poi i bombardamenti decisi da Donald Trump nel 2016) impedirono che la Siria del dittatore Bashar al-Assad fosse travolta dagli islamisti di Al Qaeda e dello Stato islamico.

Avremmo preferito (diciamo pure: ci sarebbe convenuto) veder nascere un califfato tra Raqqa e Aleppo? Alternative al momento non ce n’erano, perché non erano certo le forze democratiche interne alla Siria a guidare gli eventi, in quegli anni.

Finché non troveremo il coraggio e l’onestà di farci le domande giuste non potremo capire la Russia né le sue motivazioni. Tanto meno riusciremo a a instaurare un rapporto proficuo con il Cremlino, né a contrastre adeguatamente le sue ambizioni quando sono ingiuste o spropositate.

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