Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Russi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Russi. Mostra tutti i post

02/06/2025

Guerra in Ucraina - Kiev attacca l'avizione strategica russa

L’appuntamento di Istanbul – sulla cosiddetta trattativa triangolare tra Ucraina, Usa e Russia, formalmente mediata dalla Turchia (che è paese della Nato, ma decisamente “attore in proprio”) – non parte con grande prospettive di successo.

Sintetizzando molto, e senza neanche considerare gli avvenimenti sul fronte – dove come da tempo l’armata di Mosca avanza a piccoli passi – si devono mettere in fila questi attacchi ucraini, come ricapitolati da diversi osservatori.
– Nella regione di Bryansk, alle 10:52 ora di Mosca, i binari ferroviari sono stati fatti saltare in aria nella tratta Unecha-Zhecha. Non si contano né feriti né particolari danni.

– Nella notte un ponte ferroviario è crollato a seguito di un sabotaggio anche nella regione di Kursk, al confine con l’Ucraina, mentre un treno merci lo stava attraversando: ferito un macchinista.

– Sabato sera nella regione di Bryansk è stato fatto saltare un ponte sul quale viaggiava un treno passeggeri. Al momento dell’attacco terroristico si contano sette morti e decine di feriti.

– La base aerea di Olenya nella regione di Murmansk e la base aerea di Belaya nella regione di Irkutsk sono state sottoposte a un massiccio attacco di droni; i residenti locali hanno pubblicato filmati di esplosioni e incendi. Secondo i media ucraini sarebbero stati attaccate anche le basi di Dyagilevo e l’aeroporto di Ivanovo, distruggendo diversi bombardieri strategici Tu-95, nonché alcuni Tu-22 e aerei da trasporto. Ma il dato più rilevante è che la base di Irkutsk è parte integrante del deterrente nucleare strategico russo, visto che vi stazionano anche bombardieri strategici Tu-160 ovviamente con l’armamento nucleare apposito. Per la dottrina russa, come per quella statunitense, l’attacco a strutture di rilevanza per il deterrente nucleare è già un attacco nucleare.

– È stata segnalata un’esplosione a Severomorsk, dove si trova una base per sottomarini nucleari (notizia però smentita dai russi).

– Attacco ucraino anche all’aeroporto di Voskresensk nella regione di Mosca.
Non si tratta di “violazioni”, visto che non era prevista nessuna sospensione delle operazioni militari da entrambe le parti. Ma appare sorprendente che le non moltissime risorse residue dell’Ucraina – la riduzione dell’impegno Usa con Trump, e le difficoltà universalmente note nel “rifornimento” da parte europea – vengano impiegate non per difendere il territorio, ma per provocare danni più o meno rilevanti all’avversario.

Sul piano militare, i due ponti in regioni di confine possono essere stati minati da guastatori ucraini (chiunque abbia un minimo di conoscenza della realtà in quelle zone sa che non c’è alcun confine naturale, ma solo campi di grano e foreste, facili da attraversare e difficili da controllare).

E appare rilevante che non si sia fatta alcune distinzione tra obiettivi militari e civili (gli unici morti certi erano su un treno passeggeri) e che non si tratti di “effetti collaterali”, come nel caso di droni o missili intercettati, che cadono dove capita.

Gli attacchi alle basi aeree vicino Murmansk e Irkutsk sono invece avvenuti con droni ed entrambi gli obiettivi sono a migliaia di chilometri dall’Ucraina (la secondo addirittura in Siberia). Dunque prevedevano meccanismi per eludere le difese contraeree russe. E dunque appare improbabile che siano stati due attacchi gestiti in solitaria da tecnici ucraini (alcune delle foto con i risultati degli attacchi sono chiaramente fatte da satellite, che gli ucraini non hanno).

Dalle prime ricostruzioni, i droni sono partiti da camion commerciali fatti arrivare in prossimità degli aeroporti, probabilmente entrati dal Kazakhstan, e alcuni arresti sono avvenuti proprio tra i camionisti coinvolti.

I droni sono del tipo a fibra ottica, molto piccoli e quindi con cariche di esplosivo piuttosto limitate. Danneggiare con questi droni dei bombardieri è certamente possibile, ma distruggerli e renderli inutilizzabili per sempre piuttosto difficile.

Secondo le fonti russe – dai diversi filmati diffusi – almeno 4 bombardieri sono stati distrutti; le fonti ucraine parlano di 41 bombardieri distrutti, il che farebbe di questo episodio una sorta di Pearl Harbour russa (come infatti titolano entusiasti i media di regime nostrani, senza rendersi conto di star evocando quel che ne è seguito). E sarebbe dunque logico attendersi ora una risposta di Mosca all’altezza della provocazione, possibilmente senza dover ricorrere all’arma nucleare (come sarebbe peraltro previsto e “permesso” da tutte le dottrine nucleari esistenti).

Vedremo gli sviluppi nei prossimi giorni, ma appare abbastanza evidente la “manina” inglese/francese, dei “volenterosi”, insomma, ben dentro questa offensiva che sembra avere un senso esclusivamente mediatico-politico. Militarmente, infatti, l’andamento della guerra non ne sarà minimamente influenzato (anzi...). Non sfugge a nessuno, infatti, che un colpaccio del genere è oltretutto pressoché impossibile da replicare.

Proprio la Gran Bretagna, due giorni fa, ha annunciato che intende dotarsi di aerei in grado di utilizzare bombe nucleari a gravità con obiettivo la Russia. Dunque si è obbligati a ritenere che l’oltranzismo britannico sia solo la parte più stupidamente evidente di una strategia che usa l’Ucraina e i suoi droni per fiaccare il più possibile il potenziale aereo russo, in vista di ben più consistenti attacchi della Nato (se gli Usa vorranno, certo...).

L’obiettivo immediato, comunque, è sabotare la trattativa e indirettamente anche la strategia che Trump sembra aver adottato.

È stato dichiarato più volte e con molta forza che l’Europa, per gli Stati Uniti, è un teatro secondario, oltretutto accusata di rapporti commerciali scorretti (in parte vero, in larga parte propaganda). Mentre il fronte principale è a questo punto in Asia, dove Pechino viene accusata (da Hegseth, che è un ministro della difesa improbabile, ma pur sempre il ministro della difesa Usa) di essere in procinto di invadere Taiwan.

Il che sembra più che decisamente propaganda hollywoodiana, ma rivela che il focus dell’attenzione Usa è soprattutto laggiù. E questo richiederebbe che i rapporti con la Russia venissero appianati, nella speranza di dividere almeno un poco le due superpotenze variamente “asiatiche”.

Al contrario, i “volenterosi europei” appaiono fermamente decisi a far restare gli Usa – che nella “versione Obama-Biden” hanno spinto a lungo per fare dell’Ucraina la punta di lancia che doveva far esplodere la Russia – impegnato nel Vecchio Continente e nella vecchia strategia.

Come spiegava bene Emmanuel Todd qualche mese fa, “Se la Russia venisse sconfitta in Ucraina, la sottomissione europea agli americani si prolungherebbe per un secolo. Se, come credo, gli Stati Uniti verranno sconfitti, la Nato si disintegrerà e l’Europa sarà lasciata libera”.

Comprensibile che per dei servi del capitale finanziario ed industriale europeo, come i vertici dei paesi UE, questa possibile “libertà” sia vissuta come un “abbandono”, per di più condito con un incremento della concorrenza (i dazi, ecc.), e quindi da evitare come la peste.

Ma l’idea di poter continuare come prima – sotto l’“ombrello” di un “padrone” ormai disinteressato a spendersi in questa relazione (sia che la si concepisca come “aiuto”, sia come “dominio”, come in effetti è da 80 anni) – è assolutamente idiota.

Se poi, per ottenere questo obiettivo, si utilizza il braccio ucraino per colpire addirittura una propaggine delle forze di deterrenza nucleare russe, allora bisogna concluderne che i governanti “europei” si sono bevuto il cervello. In qualsiasi dottrina militare, infatti – russa, statunitense, francese, inglese, cinese, pakistana, indiana, israeliana – un qualsiasi attacco a queste forze è di fatto, militarmente parlando, un “attacco nucleare” perché finalizzato a ridurne il potenziale.

Forse ora si capisce meglio chi abbia spinto un attore mediocre a “giocare con la guerra nucleare” pur non avendo neanche uno straccio di armamento strategico.

Fonte

15/02/2025

Bufera Zakharova su Mattarella. Con la Storia non si scherza...

Falsificare la Storia per banali motivi politici di breve durata è diventato in Italia “normale” da qualche decennio. La spinta della destra è stata sempre in questa direzione, e i liberal-democratici l’hanno sempre assecondata. In fondo sono padronali e anticomunisti quanto i fascisti, e quindi hanno sempre usato il classico doppio standard: una critica “comprensiva” verso i fascisti, indignazione senza limiti verso qualsiasi cosa odori “di sinistra”.

Gli esempi sono innumerevoli. Basterebbe citare la questione delle foibe istriane. Una tragedia, certo, ma incomprensibile se si rimuove la storia dell’aggressione fascista (anche allora “italianissima”) contro i paesi che poi si unirono nell’ormai ex Jugoslavia, quando in quelle stesse foibe vennero gettati migliaia di sloveni e croati e le truppe fasciste divennero in tutti i Balcani “taliani palikuce” (“italiani bruciatetti”, per via dell’abitudine a non lasciare dietro di sé neanche una casa in piedi).

La falsificazione della Storia è diventata “regola di riscrittura” soprattutto quando il soggetto o il movimento che si vuole criminalizzare ormai non esiste più, se non in forme minoritarie e spesso quasi solo culturali (ad esempio, storici che continuano a scavare nei documenti, anziché nella propaganda usa-e-getta).

Un bullismo politico-storiografico senza troppi rischi, un’abitudine che porta facilmente alla perdita di controllo nella ricerca di formule retoriche sempre più audaci, producendo accostamenti e analogie che sarebbero bocciati in sede di esame universitario.

Se poi questo esercizio viene compiuto da chi – per ruolo istituzionale – è sistematicamente al riparo da qualsiasi critica, allora quel rischio di strafare può esondare gli argini. Con qualche problema se “l’avversario” è non solo vivo e vegeto, ma anche un bel po’ in forze...

Nel discorso tenuto a Marsiglia, in occasione dell’ennesima laurea ad honorem ricevuta, Mattarella aveva spaziato in modo inusuale su molti temi – dai tecnocrati alla Musk alla Conferenza di Monaco del 1938, quando le democrazie liberali diedero il via libera a Hitler perché dirigesse la sua ansia di conquista verso Est, in definitiva contro l’Unione Sovietica.

Anche a noi, nel nostro piccolo, non era sfuggita la doppia falsificazione operata nell’accostare l’attuale Conferenza di Monaco – in pieno svolgimento in queste ore – a quella di quasi un secolo fa all’unico scopo politico, contingente, di mettere la Russia di oggi al posto della Germania nazista.

Un modo di legittimare ex post l’attuale partecipazione alla guerra in Ucraina (a sostegno di un regime in buona parte composto da nazisti dichiarati!), ma anche di negare la possibilità di una pace che non preveda la sconfitta del “nemico” russo (in contrasto con il “nuovo sceriffo di Washington”).

Però noi siamo un piccolo giornale, con un pubblico intelligente ma di dimensioni ancora limitate per costituire una quota apprezzabile dell’“opinione pubblica”. Facile ignorarci e andare avanti sulla stessa strada...

Ma quella che per noi era una sgrammaticatura pesante (sorvolando su altre possibili definizioni), agli occhi dei russi è apparsa subito una “invenzione blasfema”. Se per annientare il nazismo hai dovuto sacrificare una cifra mostruosa di cittadini – tra i 22 e il 27 milioni, a seconda delle diverse stime; in pratica non c’è famiglia russa che non abbia avuto almeno una vittima in quella guerra – non è che sull’argomento sei abituato a giocare solo per fare bella figura nelle cerimonie...

La reazione ufficiale di Mosca è arrivata con una nota della portavoce del ministero degli esteri, Maria Zakharova, nel suo solito stile graffiante ma – bisogna ammettere – del tutto privo di “insulti”. Del resto chi si muove all’interno delle normali relazioni diplomatiche sa bene come dire quel che gli preme rispettando i limiti formali che permettono di continuare ad avere rapporti pur restando in completo disaccordo.

Il testo lo potere leggere al termine dell’articolo, in modo da farvi la vostra opinione. Ci è sembrato necessario e decisamente più corretto proporlo integralmente che non estrapolare singole frasi, inserendole magari tra nostre considerazioni e “cuciture” per deformarne il senso. Insomma, quel che hanno fatto tutti i media mainstream ed anche tutti i “politici” cui è stata data parola in questa occasione.

Una indignazione a comando, senza un briciolo di riflessione né di dubbio, che ha – come sempre, sulla guerra in Ucraina – accomunato fascisti e “progressisti”, liberali e “verdi”, da Gasparri a Schlein e Bonelli. Un comportamento gregario che la dice lunga sull’incapacità dell’intera classe politica italiana (i giornali, come si dice, “eseguono” gli ordini di scuderia dei loro proprietari) di metabolizzare la sconfitta, ossia il fatto ormai assodato che la guerra non è andata come è stato ripetuto ogni giorno negli ultimi tre anni.

Gli Stati Uniti, nel loro perverso modo (“America first” è un criterio che accomuna ampiamente “democratici” e “repubblicani”, anche prima di Trump), ci sono arrivati. L’Unione Europea ordoliberista e antipopolare ancora no. E piuttosto che ammettere l’idiozia fatta è disposta a lasciare campo libero ai neofascisti, peraltro ormai apertamente sostenuti dal “nuovo sceriffo di Washington”.

Non c’è da essere ottimisti su come andrà a finire, se non si riesce ad innescare una spirale finalmente positiva, che unisca il bisogno di pace con i bisogni vitali delle classi popolari, e proietti i guerrafondai padronali nelle discariche della Storia. Quella vera.

*****

“Nel corso di una lezione tenutasi il 5 febbraio all’Università di Marsiglia, il Presidente della Repubblica italiana ha rilasciato diverse dichiarazioni offensive nei confronti del nostro Paese.

Ha tracciato parallelismi storici scandalosi e palesemente falsi tra la Federazione Russa e la Germania nazista, chiedendo che il fallimento della politica di pacificazione occidentale alla fine degli anni ’30 fosse preso in considerazione quando si risolveva la crisi ucraina e sostenendo che le azioni della Russia in Ucraina “sono di natura simile” al progetto del Terzo Reich in Europa.

È strano e assurdo sentire invenzioni così blasfeme dal presidente dell’Italia, un Paese che conosce in prima persona cosa sia realmente il fascismo.

Solo lui lo sa diversamente (…)

Il regime fascista di Mussolini era un fedele alleato della Germania nazista nei patti d’acciaio, anticomintern e di Berlino, e fornì al Terzo Reich una forza di spedizione di 235.000 uomini per un’aggressione congiunta contro l’URSS nel 1941.

Quel regime in Italia è responsabile, insieme ai nazisti, dei crimini di guerra e del genocidio del popolo sovietico durante la Grande Guerra Patriottica.

Il Presidente della Repubblica dovrebbe anche riflettere sul fatto che oggi l’Italia, insieme ad altri paesi della NATO, sta pompando il regime terrorista neonazista di Kiev con moderne armi mortali, sostenendo così incondizionatamente il regime criminale in tutti i suoi crimini (…)

Ma conosciamo anche un’altra Italia.

Conosciamo gli italiani che, durante la seconda guerra mondiale, organizzarono un potente movimento partigiano, al quale parteciparono attivamente migliaia di sovietici: prigionieri di guerra e civili deportati che combatterono insieme ai loro commilitoni italiani contro il fascismo e diedero la vita per la libertà dell’Italia e della loro patria.

Secondo varie stime, dei 12mila partecipanti stranieri alla Resistenza italiana, quasi la metà erano cittadini sovietici.

Di questi, tredici eroi hanno ricevuto onorificenze dallo Stato italiano.

Le dichiarazioni di Mattarella offendono non solo la loro memoria, ma anche la memoria di tutti gli antifascisti italiani, dei loro discendenti sia in Russia che in Italia e di chiunque conosca la storia e non accetti queste inappropriate e inaccettabili analogie criminali.

Ma so che, per usare un eufemismo, non tutti in Italia condividono valutazioni così odiose.

Il 4 febbraio, nella città di Ryazan, l’amministrazione comunale, insieme al Consolato Generale di Russia a Genova, ha tenuto la V Conferenza Internazionale “I popoli dell’URSS e dei Paesi europei nella lotta contro il nazifascismo durante la seconda guerra mondiale” con la partecipazione di rappresentanti italiani pronti a difendere la verità storica su quegli eventi.

Sia la Russia che l’Italia onorano con cura la memoria degli eroi partigiani sovietici e italiani che hanno perso la vita nella lotta contro il nazismo e il fascismo.”

Maria Zakharova

Fonte

27/03/2024

“Kiev, Usa e britannici dietro l’attentato di Mosca ad opera dell’Isis”

Come prevedibile, con il passare dei giorni si irrigidisce la contrapposizione tra i vertici russi e il corrispettivo euro-atlantico sull’attribuzione della responsabilità dell’attentato al Crocus City Hall di Mosca.

Ieri, in un’intervista, il capo del Servizio di sicurezza federale russo (FSB, l’ex Kgb) Alexander Bortnikov ha ammesso che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Ucraina sono responsabili dell’attacco al municipio di Crocus.

“Crediamo che questo sia vero. In ogni caso, stiamo parlando delle informazioni fattuali di cui disponiamo. Questa è un’informazione generale, ma [questi paesi, ndr] hanno una lunga storia di questo tipo“, ha detto dopo aver partecipato a una riunione allargata del consiglio dell’ufficio del procuratore generale.

Bortnikov ritiene che l’Ucraina abbia cercato di dimostrare anche ai suoi alleati-protettori, visibilmente sfiduciati nelle sue possibilità di “vittoria”, di essere abbastanza capace.

“Cosa ci si aspetta che faccia per dimostrare la sua capacità? Si prevede che effettuerà sabotaggi e atti terroristici nelle retrovie. Questo è ciò a cui mirano sia i capi dei servizi speciali ucraini che i servizi speciali britannici. Anche i servizi speciali statunitensi hanno ripetutamente menzionato questa possibilità“, ha detto.

Il giorno prima lo stesso Vladimir Putin aveva ammesso che gli attacchi sono stati commessi da miliziani dello Stato Islamico, ma non era ancora chiaro chi aveva “ordinato” la strage.

Bortnikov ha quindi chiarito che “il cliente non è stato ancora identificato”, ma l’FSB ormai “vede” chi ha organizzato l’attacco e ha reclutato gli autori.

“Riteniamo che l’azione sia stata preparata dagli stessi islamisti radicali e, naturalmente, dai servizi speciali occidentali; gli stessi servizi speciali dell’Ucraina sono direttamente collegati a questo” [attentato, ndr].

«Affineremo ulteriormente le informazioni per capire se la presenza e la partecipazione della parte ucraina è reale o meno. In ogni caso, per ora c’è motivo di dire che è proprio così».

Ha osservato che i terroristi volevano fuggire in Ucraina, erano attesi lì e sarebbero stati accolti “come eroi“. Ma i servizi speciali russi hanno fatto di tutto per impedire che ciò accadesse.

Immediate le smentite dal “fronte occidentale”.

«Le ipotesi della Russia di un legame con l’Ucraina per quanto riguarda l’attentato a Mosca sono ridicole». Lo dichiara una fonte diplomatica alleata all’Ansa. «Non è stata presentata alcuna prova: si tratta di un altro esempio della disinformazione del Cremlino».

Sulla stessa falsariga – come ovvio – anche il ministro degli esteri Antonio Tajani, in un intervento su La7. «Mi sembra molta propaganda, chiaramente l’attentato è di matrice islamica, ci sono stati problemi nelle repubbliche musulmane dell’ex Unione Sovietica e c’è sempre una situazione di grande tensione. Credo che sia un’azione dimostrativa di quel mondo contro la Russia, peraltro già prevista».

Ma proprio Tajani dice poco e troppo. Che la Russia sia odiata da molte organizzazioni islamiste, è certamente vero. Ma sono anche innumerevoli le prove concrete che questo odio è stato nei decenni quanto meno “accompagnato” da un supporto diretto degli Stati Uniti, anche se spesso queste organizzazioni hanno finito per rivoltarsi loro contro (Al Qaeda, in primo luogo, fin dagli anni ‘80 favorita per radicalizzare la resistenza anti-sovietica in Afghanistan e poi diventata “indipendente”).

Così come è vero che l’attentato di Mosca era stato più che “previsto” dagli Stati Uniti, la cui ambasciata a Mosca aveva avvertito i propri concittadini a non frequentare “nelle prossime 48 ore” (poi diventate due settimane) “i luoghi affollati, compresi i concerti”.

Sappiamo di ripeterci, ma se qualcuno conosce i dettagli di un attentato che deve avvenire a breve (“i concerti”) significa sicuramente che ha rapporti diretti con il gruppo degli attentatori. Ovviamente con i “livelli dirigenti”, non tanto con i kamikaze mandati allo sbaraglio.

All’interno di un qualsiasi Stato questa connessione sarebbe una certezza tale da indirizzare le indagini di polizia e magistratura. Tra Stati diversi, persino avversari o addirittura “nemici” – come Russia e Usa-Nato – ovviamente ci si deve fermare davanti al fatto che le indagini vengono svolte “dalla vittima” e non si può invadere lo spazio investigativo altrui.

In definitiva gli attentatori – strano che i loro volti continuino ad essere oscurati nei video che circolano sui media occidentali, senza azzardare neanche un raffronto con quelli girati dal vivo, nel teatro, dove hanno agito a volto scoperto – sono in mano russa. E certamente vengono “convinti a parlare” con metodi non troppo diversi da quelli in uso nella base Usa di Guantanamo o (ai tempi) in quella di Abu Graib.

Una manipolazione dell’informazione pesante è però arrivata nel pomeriggio di ieri nel tentativo di rinforzare la linea euro-atlantica – “ha stato l’Isis e basta”. Da allora tutti i media bombardano all’unisono con il mantra “anche Lukashenko smentisce Putin”, secondo cui i quattro attentatori catturati vicino Bryansk stavano fuggendo verso l’Ucraina.

Incuriositi, siamo andati in cerca delle fonti originali. E abbiamo scoperto qualcosa di parecchio diverso. Il presidente bielorusso ha infatti “rivendicato” ai sistemi di sicurezza del proprio paese il merito di aver “dissuaso” i quattro dal provare ad entrare dal confine.

Per la precisione, “Abbiamo messo in allerta le nostre unità. In particolare sono state coinvolte le forze del ministero degli Interni, allestite postazioni sulle strade – comprese quelle alla frontiera con la Russia – e schierate le forze del Kgb, del Comitato per i confini di Stato e alcune unità militari”.

“Ecco perché (i presunti attentatori, ndr) non sono potuti entrare in Bielorussia. Lo hanno visto e quindi si sono allontanati e si sono diretti verso la sezione del confine ucraino-russo”, dove secondo Lukashenko le operazioni per l’arresto dei presunti autori della strage “sono andate molto bene”.

Anche da diverse immagini mostrate dai media e attribuite agli autovelox si vede che la macchina con i quattro attentatori era di fatto “monitorata” dalla polizia russa, evidentemente per capirne le intenzioni e individuare con precisione il possibile “paese ospitante”.

E anche noi, pur nella nostra limitata possibilità di “indagine”, avevamo ipotizzato che i quattro fermati a Bryansk potessero – sì – cercare di arrivare in Ucraina, ma attraverso la Bielorussia, il cui confine è certamente meno militarizzato di quello russo-ucraino (la guerra è in corso).

Dunque “la versione di Lukashenko” non smentisce, semmai conferma la lettura russa, dando un ruolo importante anche all’alleata Minsk.

Strano che i media occidentali, non guardino neanche le fonti e si limitino a copi-incollare una velina... Forse perché il loro ruolo, ormai, è quello di “preparare il proprio paese alla guerra“.

Fra l’altro stanno emergendo, da fonti non russe, altre informazioni. Dalerdzhon Mirzoyev, Saidakrami Murodali Rachabalizoda, Shamsidin Fariduni e Muhammadsobir Fayzov, sono tutti cittadini del Tagikistan o di origine tagika. Ma almeno due di loro – Fariduni e Saidakrami – avevano trascorso un periodo in Turchia poco prima dell’attacco ed erano entrati in Russia insieme con lo stesso volo da Istanbul, ha detto un funzionario turco.

Il primo era arrivato a Istanbul il 20 febbraio ed è ripartito per la Russia il 2 marzo, mentre il secondo è entrato il 5 gennaio per poi andarsene insieme all’altro. Entrambi hanno soggiornato in un piccolo hotel del distretto di Fatih.

Questa zona, a ridosso del quartiere turistico Eminou, sembra diventata la «preferita» dai militanti, con una serie di alberghetti dove gli estremisti si sono sistemati in attesa di ordini.

Nella medesima area sarebbero state affittate delle case «sicure» messe a disposizione di elementi provenienti dalle ex repubbliche sovietiche e dal Medio Oriente.

È appena il caso di ricordare che la Turchia di Erdogan, nonostante le “bizzarrie” politiche che l’hanno fatta diventare una sorta di “cavallo pazzo”, oltre ad avere una lunga storia di “favoreggiamento” dell’Isis in funzione anti-curda e anti-siriana, è un pur sempre un membro della Nato.

E se è certamente molto improbabile che i quattro “terminali finali” possano dare informazioni di prima mano sul livello politico alto dei “mandanti”, sicuramente l’indicazione sul loro “comandante diretto” rimasto al sicuro e, soprattutto sui meccanismi (armi, documenti, ospitalità, logistica, ecc.) utilizzati nel giro del mondo dal Tajikistan alla Russia via Turchia, potranno fornire un mare di dettagli utili a ricostruire l’ambiente internazionale che li ha favoriti.

Ne vedremo delle belle, ci sembra...

P.s. Sulla presunta “estraneità” dell’Ucraina ai contatti con gli integralisti islamici basta forse leggere l’articolo di Alberto Negri, o quelli apparsi perfino su il manifesto o direttamente gli allarmati articoli del New York Times di qualche anno fa).

Fonte

30/07/2023

Guerra in Ucraina - I russi studiano le tecnologie Nato sulle armi catturate agli ucraini

Ogni guerra è anche una sfida sulla conoscenza dei sistemi militari e tecnologici del nemico. Gli specialisti della difesa russa, stanno alacremente studiando l’equipaggiamento NATO catturato agli ucraini.

I veicoli corazzati occidentali hanno iniziato infatti ad essere ampiamente utilizzati, inclusi i carri armati tedeschi Leopard 2, i veicoli da combattimento della fanteria americana Bradley e i blindati da ricognizione AMX-10RC. Inoltre, dallo scorso anno, le truppe ucraine hanno utilizzato un gran numero di obici, veicoli corazzati e MLRS forniti dai paesi della NATO. Molti di questi armamenti sono caduti in mano alle forze armate russe.

Venerdì si è saputo che l’esercito russo ha catturato un carro armato francese vicino a Zaporizhye. Gli specialisti russi sono riusciti a studiare sei tipi di equipaggiamento occidentale catturati durante i combattimenti di queste ultime settimane.

“Al momento, durante i test delle attrezzature NATO catturate, sono stati ottenuti risultati preliminari che generalmente soddisfano le aspettative. In particolare, i test hanno dimostrato che i modelli occidentali hanno un livello accettabile di protezione dell’armatura, sebbene con un gran numero di punti deboli dovuti ai moderni combattimento che non soddisfa i requisiti di distribuzione della protezione”, riporta l’agenzia russa Ria Novosti.

Secondo la fonte sentita dall’agenzia, l’equipaggiamento della NATO ha mobilità e manovrabilità estremamente mediocri, specialmente su terreni difficili e viscosi.

Un altro punto debole della tecnologia occidentale è l’eccessiva complessità del design, ha aggiunto la fonte. Questo, ha chiarito, non riguarda la complessità della padronanza della tecnologia, ma la manutenibilità e la manutenzione.

“La manutenibilità dei campioni occidentali è estremamente bassa, soprattutto sul campo, e la manutenzione richiede molte risorse. E ciò è dovuto principalmente alle caratteristiche di progettazione delle loro apparecchiature, in alcuni casi, francamente, irrazionali”, ha spiegato la fonte, aggiungendo che lo studio dei mezzi militari Nato catturati sta continuando.

Sull’altro fronte è invece il Financial Times a rivelare che le forze armate ucraine hanno usato razzi prodotti in Corea del Nord contro le postazioni militari russe. Non è chiaro come le munizioni siano finite in mani ucraine, ma i soldati con cui il giornale ha parlato hanno dichiarato che sono state sequestrate da un “Paese amico” e successivamente consegnate all’Ucraina come parte di un pacchetto di aiuti militari.

Fonte

04/07/2023

Guerra in Ucraina - Piovono armi dall'Occidente

Come da circa 16 mesi cerchiamo di documentare su questo giornale, l’Europa torna a vivere sul proprio territorio l’incubo della guerra, venticinque anni dopo la disgregazione della Jugoslavia.

Oggi come allora, l’Unione Europa, all’interno di quella Nato dove si è ricompattato il Blocco euroatlantico, gioca un ruolo guerrafondaio pericoloso per le popolazioni del Vecchio continente.

Oggi come allora, il governo italiano partecipa attivamente all’escalation bellica, nelle forme in cui questa si esprime: lanciando bombe allora con D’Alema premier, inviando armi oggi (per ora) con Meloni presidente.

“E al popolo?” Niente, se non rincaro del costo della vita, diminuzione dello Stato sociale e un orizzonte fosco fatto di distruzione e povertà, il tutto per accontentare gli interessi geopolitici degli Stati Uniti e quelli di classe degli industriali europei.

Parola, oltre che nostra, di analisti militari, abituati a fare i conti con la durezza dei fatti e non con la propaganda ideologica. Per questo, vi proponiamo di seguito l’intervento del generale Fabio Mini letto domenica al convegno “Guerra o pace?”, e la ricostruzione delle nuove forniture militari occidentali all’Ucraina fatta dal sito specializzato Analisi Difesa.

Buona lettura.

*****

Non sono molte le occasioni offerte a un militare per esprimere opinioni sulle scelte politiche. E non è molta la disponibilità dei militari a discuterne.

Esiste il forte pregiudizio che la politica debbano farla soltanto i politici e i militari debbano occuparsi solo di aerei e carri armati. Salvo poi “fare politica” con le armi, rendendo i servitori dello Stato servi d’interessi contrari alla Costituzione.

Perciò ho sempre ritenuto che sia un dovere dei militari esprimere opinioni e giudizi anche su questioni sociali e politiche che riguardano la sicurezza dello Stato. E che sia un diritto e un dovere dei governi e dei legislatori ascoltare anche i loro pareri.

Oggi l’Europa è in guerra: sia perché la ospita entro i suoi confini geografici, sia perché partecipa attivamente con il sostegno politico, economico e militare a uno dei belligeranti.

Il nostro Paese è in guerra e ne subisce le conseguenze con la prospettiva di doverne subire di peggiori. La guerra in tutte le sue forme sembra l’unica via d’uscita. Non la guerra metaforica, ma quella reale, materiale, cinetica come diciamo noi militari, che poi siamo chiamati ad affrontare.

Si dice che occorre aiutare l’Ucraina a difendersi e che la difesa dell’Ucraina è la difesa dell’Europa. Che è una battaglia di civiltà e libertà. Ho molti dubbi in proposito e mi domando come mai non ci siamo preoccupati prima delle minacce alla libertà di quegli stessi ucraini quando erano soggetti a una guerra da parte del loro stesso governo.

E come mai la preoccupazione della libertà dei popoli non si estenda ad altre popolazioni soggette alle guerre e alle repressioni.

La guerra in Ucraina è un obbligo nei confronti di un Paese aggredito: è vero, ma il ricorso alla forza deve essere approvato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu e questo non c’è ancora stato.

La Nato si sta solo difendendo: è vero, ma per vent’anni ha condotto un attacco subdolo alla Russia e senza autorizzazione ha già attaccato uno stato sovrano membro delle Nazioni Unite.

La guerra riguarda Russia e Ucraina: non è vero, riguarda Stati Uniti e Russia e soprattutto riguarda l’intera sicurezza europea.

L’Ucraina nella Nato rafforzerà l’alleanza e porterà alla vittoria: non è vero, l’Ucraina è un Paese in guerra e l’inclusione nella Nato porterà al coinvolgimento diretto della Nato e quindi degli Stati Uniti nella guerra.

Una clausola fondamentale del trattato atlantico stabilisce che i nuovi membri debbano contribuire alla sicurezza dell’Alleanza. L’Ucraina in guerra contribuirà alla sicurezza in peggio.

Il sostegno all’Ucraina è imposto dalla Nato: è vero, ma le norme del trattato stabiliscono che le decisioni siano prese all’unanimità e questa non c’è. E quando ci dovesse essere sarebbe l’unanimità nella rinuncia a esprimere e far valere la sovranità dei Paesi membri.

Si dice che la partecipazione alla guerra è un interesse nazionale che coincide con quello della Nato: non è vero, l’interesse nazionale di Paesi come l’Italia è la cooperazione, la competizione se si vuole, ma non il conflitto. Se la Nato, come ora, si schiera in guerra fa solo gli interessi di qualche Paese in particolare.

L’Italia sta pensando agli interessi nella produzione di armi e nella ricostruzione post bellica dell’Ucraina: vero, il mondo intero sta pensando a questo e oggi occorre valutare quanta parte potrà avere nella ricostruzione. Riuscirà questa parte a compensare le perdite secche che ora stiamo subendo in materiali, economia e finanza?

Abbiamo bisogno di pace: è vero, ma non a qualsiasi costo e nemmeno una pace temporanea che contenga, come tutti i trattati di pace, i semi del successivo conflitto.

Le scelte politiche di questo periodo sono importanti e una soluzione del conflitto è possibile sul piano politico-diplomatico come era possibile evitarlo del tutto o interromperlo in qualsiasi momento.

Oggi è sempre più difficile negoziare e per farlo occorre rinunciare a qualcosa. Non servono soltanto le rinunce della Russia e dell’Ucraina: serve un compromesso che salvaguardi la sicurezza europea.

La politica deve rispolverare concezioni vecchie, ma collaudate. Per esempio, la de-militarizzazione del conflitto, come quando Iran e Iraq in guerra per dieci anni furono privati degli aiuti esterni; la smilitarizzazione di una fascia di sicurezza in Ucraina e Russia e la neutralità di quei Paesi avviati al conflitto come strumento per diminuire la percezione d’insicurezza dei vicini.

Sono tutte cose che sembrano inefficaci e inattuabili e quindi sono state eliminate dalla visione politica orientata in un unico senso: la guerra. Occorre ribaltare l’approccio e considerarle possibili perché la soluzione militare sul campo non solo è impossibile, ma pericolosa qualunque essa sia.

Un’ultima riflessione: “Magari perderò voti, ma il mio programma di governo è: 1. Finire il conflitto in Donbass; 2. Parlare con i russi; 3. Neutralità ucraina”.

Era il 2019 e il neoeletto presidente Zelensky lo dichiarò al Parlamento. Dall’estrema destra gli arrivò un avvertimento: “Non perderà solo voti”. E i comandanti delle milizie in Donbass gli dissero che finire lì e parlare coi russi sarebbe stato alto tradimento. Cambiò idea.

Oggi, forse, con le stesse milizie decimate e con la guerra che va avanti solo con il supporto occidentale, si apre paradossalmente la via della demilitarizzazione agendo semplicemente sul sostegno esterno.

E si apre la via per il ritorno alle intenzioni di quattro anni fa, con 200mila morti in più.

*****

Qui di seguito l’articolo di Analisi Difesa.it

*****

Un nuovo pacchetto di aiuti militari degli Stati Uniti all’Ucraina da 500 milioni di dollari è stato annunciato il 28 giugno. Forniture che includono 30 veicoli cingolati da combattimento di fanteria M2 Bradley (IFV) e 25 veicoli ruotati da combattimento M1126 Stryker per rimpiazzare le perdite subite in battaglia, munizioni per gli MLRS HIMARS e i sistemi di difesa aerea Patriot nonché missili anticarro Javelin e missili terra-aria Stinger.

Il capo di stati maggiore delle forze armate statunitensi, generale Mark Milley, ha dichiarato il 30 giugno che gli Stati Uniti stanno considerando di fornire munizioni a grappolo (cluster bombs) all’Ucraina impiegate anche dai russi e peraltro già fornite agli ucraini da altri alleati.

Milley ha detto in un intervento al National Press Club che le discussioni stanno continuando. “Gli ucraini lo hanno chiesto, altri paesi europei ne hanno fornito alcune, i russi le stanno usando”, ha detto Milley. “C’è un processo decisionale in corso”.

Non è chiaro se Washington valuti di fornire queste armi nel munizionamento aereo (bombe), o di artiglieria (razzi e missili contenenti sub-munizioni). A causa del gran numero di ordigni che restano inesplosi sul terreno, le munizioni a grappolo sono vietate da una convenzione internazionale del 2010 firmata anche da molte nazioni aderenti alla NATO ma non da USA, Russia e Ucraina.

Secondo quanto rivelato il 30 giugno dal Wall Street Journal, Washington sta valutando l’invio a Kiev di missili balistici tattici ATACMS (Army Tactical Missile System) lanciabili dagli MLRS HIMARS.

L’opzione era stata finora esclusa dagli USA per il limitato numero di armi di questo tipo disponibili nei depositi dell’US Army e per il timore che l’Ucraina possa usare tali missili, che hanno un raggio d’azione di 300 chilometri, per colpire obiettivi sul territorio della Federazione Russa.

Secondo il quotidiano, a smorzare le riserve finora espresse avrebbe contribuito il flop della controffensiva ucraina e la fornitura britannica e forse anche francese di missili da crociera Storm Shadow /SCALP aviolanciabili e impiegati a bordo dei Sukhoi Su-24M ucraini sui quali sono stati integrati.

Dopo gli Storm Shadow forniti dalla Gran Bretagna, già impiegati in numerosi attacchi contro obiettivi nelle retrovie russe e in parte abbattuti dalle difese aeree potrebbe essere stati già consegnati all’aeronautica di Kiev anche uno stock di missili dello stesso tipo giunto dalla Francia.

Il 30 giugno lo stato maggiore ucraino ha rivendicato di aver colpito il ”quartier generale russo e un deposito di carburante” nella città portuale di Berdiansk, nella regione di Zaporizhia. Vladimir Rogov, governatore russo della regione, aveva affermato che le difese aeree avevano abbattuto i missili lanciati verso Berdiansk e alcuni canali Telegram militari russi hanno diffuso le immagini e un video del relitto di uno Storm Shadow.

Il 26 giugno l’Australia ha reso noto che fornirà all’Ucraina un ulteriore pacchetto di aiuti militari e umanitari del valore di circa 74 milioni di dollari. Lo ha annunciato il capo del governo australiano, Anthony Albanese.

“Questo pacchetto risponde alle richieste dell’Ucraina di veicoli e munizioni e farà una differenza tangibile sul campo di battaglia”. Secondo quanto riferito, l’Australia invierà all’Ucraina 70 veicoli militari, inclusi 28 veicoli corazzati M113, 14 veicoli speciali, 28 camion medi MAN 40M e 14 rimorchi, oltre a una nuova fornitura di munizioni di artiglieria da 105 mm.

La Spagna, che ha appena assunto la presidenza semestrale della UE, ha reso noto il 1° luglio che consegnerà “presto” 4 ulteriori carri armati Leopard 2A4 e un ospedale da campo con capacità chirurgiche all’Ucraina. Lo ha detto il premier Pedro Sanchez.

La Bulgaria non invierà propri militari in Ucraina, ma contribuirà all’addestramento dei medici militari ucraini, come ha dichiarato in Parlamento il ministro della Difesa bulgaro, Todor Tagarev. “Nell’arco di un anno, un totale di 60 tra medici e infermieri militari ucraini riceveranno una formazione speciale presso l’Accademia medica militare”, ha affermato Tagarev.

In merito all’iniziativa dell’Unione europea relativa al rifornimento di munizioni all’Ucraina, il ministro bulgaro ha ribadito che l’industria bellica del Paese non produce i proiettili di calibro 155 millimetri, “ma esiste la possibilità per l’Agenzia europea per la difesa di stipulare contratti con società bulgare per la produzione di tali munizioni”. “A tal fine, saranno stanziati 500 milioni di euro dal fondo europeo”, ha detto Tagarev.

La Lituania ha annunciato oggi l’acquisto dalla società norvegese Konsberg di due sistemi missilistici terra-aria NASAMS per 9,8 milioni di euro da fornire all’Ucraina ma ha precisato che l’aiuto non comprende i missili. “I lanciatori per il sistema NASAMS arriveranno in Ucraina nel prossimo futuro”, ha dichiarato il presidente Gitanas Nauseda,

In Svizzera il Consiglio Federale ha invece respinto la richiesta della società elvetica RUAG che voleva consegnare a Rheinmetall 96 carri armati Leopard 1 ex Esercito Italiano da trasferire in seguito in Ucraina. La richiesta non è compatibile con le leggi in vigore, sia con la legge sul materiale bellico che con la politica di neutralità elvetica, ha stabilito il Consiglio Federale.

I carri armati dismessi, erano stati acquistati nel 2016 da un’agenzia del Ministero della Difesa italiano e si trovano attualmente ancora fermi in Italia. La RUAG intendeva rimetterli a nuovo o utilizzarli per i pezzi di ricambio. A inizio giugno l’azienda di armamento di proprietà della Confederazione aveva reso noto di aver presentato – già il 27 aprile – una domanda di riesportazione allo scopo di avere un chiarimento sulla posizione ufficiale svizzera.

Quella che il Governo ribadisce ora è la linea già adottata in precedenza per tutta una serie di richieste analoghe, in particolare provenienti dall’estero. Si pensi per esempio alle munizioni di (produzione svizzera) per i semoventi antiaerei Gepard ceduti da Berlino a Kiev.

In Germania, Rheinmetall ha comunicato il 27 giugno che fornirà all’Ucraina 14 carri armati Leopard 2A4, acquistati dalle scorte di diversi Paesi nell’ambito di un programma finanziato da Olanda e Danimarca.

I tank verranno consegnati dopo i lavori di ripristino e ammodernamento nel 2024. La fornitura verrà completata nel corso del prossimo anno.

Un numero elevato di Leopard 2 è stato distrutto o danneggiato in giugno nella controffensiva ucraina sul fronte di Zaporizhia.

Circa gli aiuti, non solo militari, dell’Unione Europea il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha dichiarato il 30 giugno che a 500 giorni dall’inizio del conflitto in Ucraina, l’Ue ha erogato a Kiev 70 miliardi di euro.

“Dall’inizio della guerra abbiamo mobilitato 70 miliardi di euro per l’Ucraina, la scorsa settimana abbiamo erogato 9 miliardi di euro del nostro pacchetto di assistenza macro finanziaria da 18 miliardi previsti per il 2023″, ha aggiunto la presidente del Parlamento europeo.

“Abbiamo già consegnato oltre 220 mila munizioni e oltre 2 mila missili e ora siamo sulla buona strada per consegnare il milione di proiettili previsti entro i prossimi 12 mesi. Inoltre, entro la fine dell’anno, avremo formato più di 30 mila militari ucraini. Fino ad oggi, ne abbiamo già formati 24 mila”, ha concluso von der Leyen la cui commissione prevede di fornire a Kiev altri 50 miliardi di euro entro il 2027.

Dure le critiche, a tal proposito, del premier ungherese Viktor Orban, che è tornato ad attaccare la revisione di bilancio proposta dalla Commissione. “Non è accettabile – scrive Orban in un tweet – che Bruxelles voglia concedere 50 miliardi di euro di aiuti aggiuntivi all’Ucraina mentre non sappiamo nulla sull’utilizzo dei fondi Ue inviati dall’inizio della guerra”.

Fonte

25/06/2023

Russia - Prigozhin in esilio. Il “golpe” finisce in “volemose bene”

Fine del golpe, o della “trattativa sindacale”, tra Prigozhin e il Cremlino. In appena dodici ore la speranza occidentale di un crollo catastrofico della Russia – o quantomeno del suo attuale gruppo dirigente – si è accesa e spenta. Ed è stato certamente uno spettacolo interessante vedere tanti “liberali” entusiasmarsi e tifare per un “bandito” – un “macellaio”, ecc. – solo perché sembrava potesse essere la loro soluzione per una situazione diventata palesemente negativa.

Poche ore prima, infatti, sia i vertici del Pentagono che lo stesso Zelenskij, avevano ammesso che la “grande controffensiva” non aveva avuto alcun successo. E praticamente la si poteva considerare archiviata, come prova provata dell’impossibilità di una “vittoria” occidentale in Ucraina.

La “botta di testa” di Prigozhin sembrava perciò una classica “carta di riserva”, dopo un sontuoso “contratto” per portare l’amministratore delegato della principale compagnia militare privata russa sotto le bandiere dell’Occidente.

Sembravano andare in questo senso anche numerose dichiarazioni dello stesso Prigozhin, praticamente ricalcate sui leit motiv della propaganda di Kiev e della Nato (tipo “in Ucraina non ci sono nazisti”, che non fa neanche ridere, visto il numero sconfinato di svastiche e rune tatuate ed esibite dai combattenti ucraini).

Ma era apparso subito chiaro che il putsch della Wagner poteva avere successo solo se gran parte dei vertici militari russi fosse stato “complice” o almeno orientato a sostituire Putin e il suo gruppo dirigente. Altrimenti, nel mondo militare contemporaneo, le avventure delle “compagnie di ventura” hanno le stesse possibilità di un “sei” al superenalotto.

È bastato minare qualche metro dell’autostrada che porta da Voronez a Mosca per fermare la “cavalcata delle valchirie” dei “musicisti”. Da lì in poi tutto si è sgonfiato come neve al sole di questi giorni.

La “mediazione” di Lukashenko è stata così rapida ed efficace da sembrare più che attesa dallo stesso Prigozhin. Che ha infine annunciato la fine del suo “assedio” e l’inversione di marcia della Wagner. Giustificando in modo assolutamente “imprenditoriale” (o sindacale) la sua “botta di testa”:

“Stavano per smantellare la PMC Wagner. Siamo usciti il 23 giugno alla Marcia della Giustizia. In un giorno abbiamo camminato fino a quasi 200 km di distanza da Mosca. In questo tempo, non abbiamo versato una sola goccia di sangue dei nostri combattenti. Ora è arrivato il momento in cui il sangue potrebbe scorrere. Ecco perché, comprendendo la responsabilità di versare il sangue russo da una delle parti, stiamo facendo tornare indietro i nostri convogli e rientrando nei campi secondo il piano“.

La cosa più importante da notare è però la seguente:

L’intera giustificazione originale dichiarata da Prigozhin per la marcia e la presa di Rostov era che “il suo campo era stato attaccato” da missili, artiglieria ed elicotteri russi. Con tanto di foto e video di combattimenti furiosi, ma impossibili da collocare in un qualsiasi punto del fronte.

Nella sua dichiarazione di “semi-resa”, invece, sembra aver cambiato completamente idea e la ragione dichiarata per la marcia è che Wagner sarebbe stata completamente sciolta dal Ministero della Difesa russo il 23 giugno.

Diversi analisti occidentali, ieri, ricordavano che il padrone della Wagner si era rifiutato di firmare il rinnovo del contratto con il Cremlino, probabilmente sotto pressione per un ultimatum da parte del Ministero della Difesa.

Sparite completamente le “numerose vittime” dei presunti combattimenti con l’esercito regolare. Dimenticati i “sette elicotteri” – o aerei, secondo altre versioni – abbattuti dai “musicisti”.

L’”avanzata” verso Mosca è stata tollerata e accompagnata senza scendere sul piano del confronto militare. Alcuni video mostrano addirittura mezzi della polizia che fiancheggiavano il corteo di camion della Wagner. Cosa che poteva essere sia un segno della “popolarità” di Prigozhin tra i militari russi, oppure un modo di fargli capire che non c’era “trippa per gatti”.

O addirittura che il convoglio, guidato da Utkin, il vice di Prigozhin, doveva semplicemente portare il suo “portavoce” a una trattativa certo complicata.

Poi la svolta. Il portavoce di Putin, Peskov, ha spiegato che tutte le accuse penali saranno ritirate contro Wagner e che Prigozhin ha accettato un accordo per essere “esiliato” in Bielorussia, dove la parte della Wagner che ha preso parte attiva alla “marcia” lavorerà al confine tra Polonia e Bielorussia.

I restanti membri di Wagner che non hanno preso parte al putsch saranno invece arruolati direttamente nelle forze armate russe.

L’obiettivo più alto, ha detto lo stesso Peskov, era quello di evitare spargimenti di sangue e scontri interni, e gli sforzi di Lukashenko erano in nome di questi obiettivi. Per dare con più forza il senso della vittoria totale Peskov ha detto che non è previsto un nuovo discorso di Putin nel prossimo futuro.

La Wagner viene di fatto sciolta. “Alcuni di loro firmeranno contratti con il Ministero della Difesa, se lo desiderano. Questo vale per le unità che non hanno preso parte all’ammutinamento. Per quanto riguarda il resto dei combattenti, nessuno li perseguirà in considerazione dei loro meriti al fronte. Abbiamo sempre rispettato le loro imprese”.

Soprattutto “Questo non influirà in alcun modo sul corso dell’operazione speciale (SMO). La SMO continua, i nostri combattenti in prima linea stanno dando prova di eroismo, stanno respingendo il contrattacco delle Forze Armate dell’Ucraina in modo molto efficace. E l’operazione continuerà”.

Vedremo presto come e quanto la crisi sia stata “salutare” per il gruppo dirigente russo (una interpretazione suggerita da analisti statunitensi che sia stata fondamentalmente uno “sfogo” per tensioni o ambizioni diverse tra gruppi di potere interni), oppure un segnale di debolezza. I nostri “russologi” sono al lavoro e presto ci forniranno qualche ragionamento più attendibile.

Quel che appare invece certo fin da ora è che la “narrazione” occidentale nella giornata di ieri ha dovuto fare numerosi testacoda, passando attraverso versioni completamente opposte, e rivelandosi una volta più tristemente al servizio delle speranza guerrafondaie della Nato.

Fonte

12/12/2014

La Russia sempre più a est: grossi accordi con l’India.

“Più che una collaborazione classica questo è un nuovo livello di cooperazione: è la creazione di un nuovo settore industriale”. La dichiarazione, rigorosamente in russo, di Vladimir Putin si riferisce all’accordo sul nucleare firmato ieri con il governo indiano. L’intesa prevede una joint-venture tra le due nazioni, volta alla costruzione di nuovi reattori nucleari in India. Numero delle centrali e tempi di realizzazione restano ancora poco chiari: si oscilla tra gli otto e i venti impianti da ultimare in un periodo compreso tra i quindici e i venticinque anni.

Dopo aver provato ad ingolosire Giappone, Stati Uniti, Francia, Canada e Australia, Narendra Modi ha trovato il partner che cercava: Rosatom. L’ente pubblico russo per l’energia atomica si è dimostrato disponibile a fornire esperienza e partecipazione economica per costruire nuovi reattori nucleari, in linea con tutti i diktat post-Fukushima. Parte dei componenti necessari, inoltre, verrà prodotta in territorio indiano, soddisfacendo così le richieste di Narendra Modi e della sua campagna Make In India.

Secondo il Primo Ministro, l’India è sì un mercato appetibile, ma ha soprattutto bisogno di aumentare i livelli di occupazione. Quindi, benvenuti coloro che vogliono commerciare e importare, a patto che delocalizzino parte della loro produzione in India.

L’accordo, almeno sulla carta, potrebbe essere una chiave di volta per Narendra Modi. Se tutto andasse in porto l’India risolverebbe una parte dei suoi gravi problemi energetici, insormontabile ostacolo alla tanto osannata impennata della crescita. La saggezza popolare insegna, però, come tra buoni propositi e fatti corra una certa distanza. La Russia non è nuova alla costruzione di centrali nucleari in territorio indiano e ha già affrontato le problematiche che ne possono derivare.

Nel 2002, per esempio, partivano i lavori per la costruzione della prima unità della centrale indo-russa di Kudankulam che, stando ai progetti, sarebbe dovuta entrare in funzione al massimo nel 2007. I primi ritardi si sono manifestati dopo aver verificato la carenza di infrastrutture adatte a far giungere a destinazione velocemente ed in sicurezza le componenti necessarie. Nel 2011 la determinata protesta della popolazione locale, preoccupata dall’impatto ambientale e dai claudicanti piani di evacuazione d’emergenza, ha contribuito a ritardare ulteriormente il progetto. Kudankulam ha iniziato a produrre energia solo nel 2013.

Il nucleare non è stato l’unico oggetto di discussione. India e Russia hanno una collaborazione pluridecennale nel settore militare e, come ha ricordato Narendra Modi: “anche se le opzioni per l’India sono aumentate, la Russia resta il più importante partner nel settore della difesa”. Importanza che si è materializzata nel progetto di assemblare direttamente in India gli elicotteri russi Ka-226T, utilizzabili sia per scopi civili sia militari. Una volta terminati i velivoli, la Russia potrà tranquillamente esportarli dove meglio crede, senza vincolo alcuno verso le Forze Armate indiane. Perfetto esempio della logica Make in India: costruite qui ed esportate dove volete.

Difesa ed energia sono stati i punti salienti, ma “non di solo pane vive l’uomo” e, tra i numerosi interessi comuni hanno trovato il loro spazio anche i diamanti. La Russia è il principale produttore al mondo e l’India, con esportazioni per un valore di circa venti milioni di dollari, è il primo raffinatore mondiale del minerale al suo stato grezzo.

Attualmente, però, solo il 20 per cento dei diamanti grezzi russi raggiunge direttamente l’India per la lavorazione. Una percentuale che si è ritenuto opportuno incrementare: Alrosa, il consorzio degli estrattori di diamanti russi, ha così firmato un accordo per una fornitura triennale di minerale grezzo dal valore di oltre due miliardi di dollari.

“Alla fine del 2013 il nostro volume di scambi commerciali ha raggiunto i dieci miliardi di dollari. Abbiamo deciso che, ovviamente, questa cifra non era assolutamente sufficiente” ha dichiarato Vladimir Putin. Il Presidente russo è atterrato a Delhi con una delegazione di volenterosi capitani d’industria pronti, penna alla mano, a firmare lauti accordi.

La presenza nel gruppo del nuovo Primo Ministro della Repubblica di Crimea, Sergey Aksyonov, non è passata inosservata. L’uomo politico moldavo, noto per i suoi legami con la criminalità organizzata, è stato “eletto” leader del nuovo stato meno di due mesi fa, immediatamente dopo aver guidato l’occupazione armata del parlamento locale. Aksyonov ha specificato di non essere in India per motivi politici, ma solo per incontrare un comitato d’affari pronto ad avviare rapporti commerciali con la Crimea – Indian-Crimean Partnership. Individuo di punta del gruppo di contatto è Gul Kripalani, magnate indiano dell’esportazione di gamberetti congelati, che si dice convinto delle grandi potenzialità della Crimea come accesso alla regione del Mar Nero. In una dichiarazione rilasciata al New York Times, Kripalani ha precisato di essere unicamente interessato al commercio e di non “saperne niente di politica”.

A conti fatti  Narendra Modi sembrerebbe essere il pieno “vincitore” di questo round di incontri. Il Primo Ministro Indiano è riuscito a concludere accordi a lui nettamente favorevoli che non prevedono investimenti particolarmente sostanziosi. Vero è che Putin, dal canto suo, avrebbe difficilmente potuto fare diversamente. L’effetto delle sanzioni europee ed americane inizia ad avere le prime conseguenze ed il rublo perde lentamente quota. In questa ottica, smarcarsi gradualmente dai mercati occidentali e concludere nuovi accordi era diventato quasi necessario.

Altro elemento importante potrebbe essere stata la volontà di Putin di dimostrare politicamente la non dipendenza della Russia dal “blocco occidentale” e la sua capacità di sconfiggere le minacce di isolamento rivolgendosi verso Est.

Tutte variabili di cui Narendra Modi ha saputo approfittare, trasformandosi nel bicchiere d’acqua all’assetato.

23/09/2014

Kiev: si spara di meno, si tratta di più. Gli insorti indicono elezioni

In Ucraina si spara e si tratta. Si spara di meno o di più a seconda dell’andamento delle trattative, e a volte una delle parti rimanda le trattative quando ottiene risultati sul fronte militare per poter tornare a discutere con la controparte da una posizione migliore.

Fatto sta che l’accordo stipulato a Minsk, insieme alla fine dei combattimenti e al ritiro di tutte le forze militari straniere, prevede in particolare la creazione di una cosiddetta ‘zona cuscinetto’ larga una trentina di chilometri a cavallo del fronte che da mesi vede impegnate le milizie popolari del Donbass – ormai costituitesi nell’Esercito della Novorossija – e le forze armate ucraine supportate dai battaglioni punitivi formati da sbandati e volontari delle organizzazioni nazionaliste e di estrema destra.

Ammesso che le parti continuino ad essere d’accordo sulla creazione della ‘zona cuscinetto’ – difficile da realizzare finché durano i combattimenti – il problema è dove fissare un confine tra i due territori, il primo sottoposto all’autorità di Kiev e l’altro di Donetsk. I problemi non sono pochi: la linea del fronte si sposta in continuazione viste le sortite di entrambe le parti contro le postazioni nemiche; e poi il regime nazionalista di Kiev non riconosce alcuna sovranità ai cosiddetti ‘secessionisti’, che da parte loro tendono a chiarire ogni giorno che la Novorossija non è più da considerarsi territorio ucraino.

Comunque, per ora, entrambe le parti sembrano impegnate a ritirare dal fronte la propria artiglieria pesante, ottemperando a uno dei 9 punti del patto firmato sabato scorso a Minsk tra i rappresentanti del Donbass insorto e quelli di Poroshenko (da cui prendono le distanze in modo sempre più esplicito vari oligarchi e leader del panorama nazionalista ucraino, dall’estrema destra di Pravyi Sektor fino a Tymoshenko e Yatseniuk). Dalle notizie rilanciate da entrambe le parti, il ritiro dell’artiglieria pesante sarebbe iniziato da entrambi i lati della “frontiera” tra Repubbliche Popolari e Ucraina per circa una quindicina di chilometri, allo scopo di creare appunto una ‘fascia di sicurezza’ dove comunque rimangono ammassate truppe e armamenti di vario tipo, in attesa che a supervisionare la smilitarizzazione arrivino gli ispettori dell’Organizzazione per la sicu­rezza e la coo­pe­ra­zione in Europa (Osce), organismo affatto neutro ma i cui esponenti sul campo si sono trovati spesso in disaccordo con le versioni ufficiali fornite dal regime di Kiev e dai governi che lo spalleggiano.
Le milizie popolari hanno cominciato a ritirare la loro artiglieria dalla linea di contatto con le truppe ucraine. "Abbiamo ritirato la nostra artiglieria nella zone dove le forze ucraine regolari hanno fatto lo stesso. Nei luoghi in cui l'artiglieria ucraina non si è ritirata, non lo abbiamo fatto neppure noi", ha dichiarato Aleksandr Zakharcenko, premier della repubblica di Donetsk. Un annuncio analogo era stato realizzato ieri dal portavoce del Consiglio di sicurezza ucraino, Andrej Lisenko.

Prosegue anche, seppure a rilento, lo scambio dei prigionieri. Secondo l'agenzia russa Itar-Tass, negli ultimi giorni, 132 di loro sarebbero tornati rispettivamente a Kiev o a Donetsk e Lugansk. E secondo la responsabile del comitato dei prigionieri di guerra della repubblica di Donetsk, Daria Morozova, un altro scambio dovrebbe avvenire domani.
In questo clima si inserisce la mossa dei governi delle autoproclamate Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, che oggi hanno annunciato di aver convocato per il prossimo 2 novembre le loro elezioni per il rinnovo del consiglio supremo (equivalente al parlamento regionale) e per i capi delle due entità. Un ‘no’ netto al piano dell’oligarca ucraino Poroshenko che aveva programmato elezioni locali nel Donbass il prossimo 7 dicembre, per riportare la regione sotto l’autorità di Kiev all’interno di una forma statale maggiormente federale che gli insorti hanno respinto e che, comunque, da subito è apparsa assai fumosa, più simile a una trappola che ad un reale tentativo di riconciliazione. Le autorità dei territori insorti hanno anche fatto sapere che nel Donbass non si svolgeranno le elezioni legislative nazionali previste per il 26 ottobre in tutta l’Ucraina.

Agli scontri politici e diplomatici, e nonostante i progressi nella trattativa in corso tra le due parti – e tra il fronte Usa-Ue da una parte e la Russia dall’altra – la cronaca militare continua a fornire nuovi elementi.
Dopo 24 ore di relativa quiete seguite alla firma, sabato, del secondo protocollo di Minsk, domenica in alcune zone del Donbass sono ripresi i combattimenti, mentre ieri colpi di mortaio ed esplosioni varie hanno colpito Donetsk nei distretti di Petrovsky e Kirovsky, già martellati dall’artiglieria ucraina nei giorni precedenti. E sempre domenica, mentre il terzo convoglio di camion carichi di aiuti russi inviati da Mosca era quasi arrivato in prossimità della città industriale insorta, gli ucraini hanno lanciato due missili contro alcuni magazzini pieni di prodotti chimici, provocando una enorme esplosione e la diffusione di una nube tossica.

Si tratta comunque di violazioni di gravità minore rispetto a quelle registrate nelle scorse settimane, che hanno convinto un numero crescente di profughi rifugiatisi nelle regioni russe di confine con il Donbass a tornare a casa, nella speranza di poterci rimanere e di non dover scappare di nuovo (anche se secondo alcune fonti il 30% di loro è intenzionato a rimanere in Russia).

Fonte

08/09/2014

La Versilia è ancora bloccata negli anni Sessanta


Foto di Giulia Chiti.

Sono le due di notte. Sto camminando per il centro di Forte dei Marmi in cerca di un anfratto che non sia fatto di cedro laccato dove potermi accomodare, trascinando per il braccio un amico sbronzo che fino a qualche minuto prima minacciava di accasciarsi sulla vetrina di un negozio monomarca. Ho passato la serata presidiando il Caffè Morin e l'Almarosa - due punti di ritrovo per fighetti in cui il costo per una coca e un cuba libre è 15 euro - e intervistando ragazzi con capelli troppo phonati e pantaloni color salmone nel tentativo di farmi un'idea precisa sui motivi che li spingono a passare l'estate in Versilia.


Ho deciso di venire qui perché rappresenta uno dei più lampanti esempi della decadenza che sta colpendo molte delle più famose mete turistiche italiane. Posti che vivono di rendita da una vita—Riviera Romagnola, Costa Smeralda ecc ecc—ma che registrano ogni anno cali di affluenza sempre maggiori. La Versilia, ormai da tempo, sta attraversando un'involuzione direttamente proporzionale al boom del Salento.

E in un certo senso la Versilia è la nemesi del Salento: non soltanto perché da sempre non fa affidamento su un vero e proprio turismo di massa, ma perché l'offerta di intrattenimento si ripete per mitosi da 40 anni.

Nonostante da qualche parte si tenti di spacciarla per il buen retiro di un ipotetico gotha della politica italiana—quest'anno Renzi, la Boschi, e la Giannini hanno passato le vacanze qui—la verità è che il modello basato sulle presenze ragguardevoli e l'aura che questo posto si porta dietro dal boom economico probabilmente non funziona più.


Lungo una delle stradine che si intersecano attorno al minuscolo fortino del centro ci vengono incontro due ragazze sui diciotto in bicicletta; indossano degli abiti da sera antidiluviani, e portano dei cappelli ellittici di paglia con nastri svolazzanti. Vengono dall'Hotel Villa Roma Imperiale—lo stesso in cui ha alloggiato Renzi—dove si è tenuto il Ladies day, una parata ispirata alla nobiltà britannica in cui si sfoderano lignaggio e guardaroba eccentrico.

Le guardo allontanarsi, e penso alle loro coetanee che stanno contraendo malattie veneree sulle spiagge di Pag.

Così mi fermo a riflettere sul fatto che probabilmente l'unico modo per salvare questo posto dalla prospettiva di vendere tutto ai russi è gettarsi in un revival ancora più profondo di quello che è sempre stato in atto: abbandonare il mito arrugginito degli anni Sessanta, e optare per un ritorno a convenzioni rococò e manierismi da Restaurazione.


Che poi in realtà negli anni Sessanta manco si poteva parlare di vero e proprio turismo, qui: all'epoca era un posto esclusivo frequentato da un'élite che ostentava non solo prestigio economico, ma sociale. L'esplosione cambriana del turismo è avvenuta negli anni Ottanta ed è proseguita per tutti i Novanta, quando un paio di generazioni della medio-alta borghesia sono venute a sperperare patrimoni in aperitivi, canticchiando i tormentoni di Giuni Russo e cercando l'osmosi che gli avrebbe fatto fare un ulteriore scatto di casta. Ed è esattamente questo il fenotipo che si sta estinguendo da queste parti: la crisi economica ha minato quella fascia intermedia che pagava smisuratamente pur di venire a fare i piccoli Gatsby e prendersi un pezzo striminzito di qualcosa che probabilmente non esisteva più già da tempo.

Nell'ecosistema della Versilia, il vuoto lasciato da questi arrampicatori sociali decaduti è stato preso, appunto, dai russi. Sono in minoranza rispetto alla progenie degli aficionados, ma rappresentano la spina dorsale del profitto turistico. Li riconosci subito, perché le donne girano in abiti di lamè e sandali intarsiati di gemme anche alle tre del pomeriggio, e gli uomini fissano tutti con uno sguardo che a tratti richiama questi cartelli di benvenuto.

A differenza degli italiani che ho intervistato, i russi sono apertamente coscienti del motivo per il quale attirano la mia attenzione. Ma sono inamovibili nel rifiutare sia domande che foto. Hanno la diffidenza risoluta e motivata di chi possiede un livello di benessere economico che si potrebbe definire immortale. Nonostante l'affluenza di denaro però, non riscuotono molta simpatia da queste parti. 

La giustificazione più diffusa è che sono maleducati e rozzi, ma osservandoli attentamente mi sono sembrati molto meno molesti dei turisti americani che frequentano Firenze d'estate. E a Firenze sono in pochi quelli che si lamentano degli americani, non solo perché portano soldi, ma soprattutto perché se ne vanno in giro a bocca aperta con la faccia di chi ha la sindrome di Stendhal.

Il motivo di tanto astio, secondo me, è che i russi a Forte dei Marmi si comportano come se fossero i padroni, e c'è una ragione precisa: lo sono. Due terzi delle abitazioni appartengono a loro. Ma se ne stanno svaccati sui divanetti dei pochi locali in cui gravitano, con l'aria impassibile di chi non è assolutamente coinvolto da quello che lo circonda, anche se se lo è comprato.

La maggioranza dei ragazzi italiani che ho incontrato, invece, passa l'estate qui fin dall'infanzia. Frequentano da generazioni lo stesso stabilimento balneare a conduzione familiare—in cui il costo stagionale per una tenda è in media fra i 3000 e i 5000 euro. Passano le giornate in spiaggia con gli amici di una vita, e la sera vanno negli stessi identici locali—come la Capannina di Franceschi o il Seven Apple—in cui avrebbero potuto andare 30 anni fa. In alternativa ci sono il Twiga di Briatore, l'Ostras Beach, e il Beach Club, che ha aperto da pochi anni. Niente feste in spiaggia, perché la porzione libera è praticamente inesistente.

"Continuo a venire qua perché è caratteristico. Conosci tutti, c'è un clima familiare. Fondamentalmente le cose da fare sono sempre le stesse, e ovviamente se dovessi passare tutta l'estate in Versilia mi sparerei. Quest'anno per esempio sono stata a Mykonos e a Panarea," mi dice una ragazza fuori dal Caffè Morin. "Però in inverno questo posto mi manca."

Moltissimi di quelli con cui ho parlato l'hanno messa sulla nostalgia, che sembra essere la vera, e costosissima, attrattiva.


Se il calo sia dovuto al fatto che la maggior parte delle persone non può semplicemente più permettersi di venire qua, oppure che qualcuno abbia cominciato a capire che il clima familiare, la nostalgia, e zero intrattenimento non li puoi pagare una media di 453 euro a notte, non è dato saperlo. 

Resta il fatto che persino chi la frequenta da una vita organizza le vacanze serie da un'altra parte, e viene qui per una sorta di ritiro estivo. In sostanza, lascia basiti il fatto che perfino l'idea di turismo di Briatore sia più pragmatica di quella della Versilia.


In realtà, nonostante il sostrato culturale basato sull'esclusività sia sempre stato imperante, alla fine degli anni Novanta e per buona parte dei Duemila da queste parti era possibile trovare anche altro rispetto ai posti fighetti con selezione all'ingresso. A Marina di Pietrasanta per molto tempo c'è stato un locale che pur cambiando nome quasi ogni anno—prima Dive, poi Goodfellas, poi TK—proponeva serate con musica hardcore, e spesso potevi vedere arrivare pullman pieni di gabber bergamaschi e bresciani.


La Canniccia, che era il baluardo tamarro della Versilia, ha chiuso qualche anno fa. Una delle poche serate che attira una clientela leggermente più variegata è quella hip hop al Seven, il martedì. La direzione non mi ha dato il permesso di entrare, ma stando fuori dal locale noto che non c'è poi molta gente. "Rispetto agli altri anni praticamente non viene nessuno. Il piazzale era pieno, ci mettevi una vita a entrare," mi dice Marco, un ragazzo di Pisa.


"Comunque sia resta una delle poche serate in cui non ti serve la camicia."


L'alternativa alla discoteca, invece, è segregata nella darsena di Viareggio. Che viene frequentata soprattutto dalla gente del posto, e da quelli che schifano tutto l'apparato socio-emotivo della Versilia. Lungo la darsena ci sono un sacco di pub e posti con musica dal vivo. Come il Corsaro Rosso.


Ma per farmi, e potervi dare, un'idea precisa del tipo di serata che uno dovrebbe aspettarsi venendo qua, visto che dal Twiga mi hanno fatto sapere che i responsabili non avevano mostrato interesse verso il mio reportage— e che comunque rappresenta quel tipo di locale in cui si sciabolano bottiglie da millemila euro come ne esistono un po' dappertutto—decido di andare alla serata del mercoledì in Capannina. La serata di Jerry Calà.


La Capannina di Franceschi è il locale più longevo d'Italia. Ha aperto nel 1929. Da sempre l'immaginario di questo posto ruota attorno alle frequentazioni socialmente rassicuranti. Il name dropping è infinito: ci venivano gli Agnelli, i Falk, i Moratti (che continuano a venirci). Ci sono stati Montale, Ungaretti e Primo Levi. C'è stato persino Kennedy. È un simbolo del boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta: sul palco si esibivano Edith Piaf e Paul Anka, e più tardi anche Ray Charles. 

Ora ci bazzicano Sallusti e la Santanché, insieme a tronisti rottamati, ex calciatori e quel genere di tizi che valicano la membrana della notorietà solo perché frequentano tutti i suddetti, nonostante siano quelli che se la tirano di più.

Comunque sia è forse l'unico locale in Versilia che non ha subito il contraccolpo della crisi e del calo del turismo. C'è sempre la fila per entrare, e da 18 anni Jerry Calà fa il tutto esaurito ogni mercoledì.


Mi metto d'accordo con l'ufficio stampa e mi concedono anche due minuti con Calà.

Appena arriviamo ci viene incontro il fotografo che lavora per la Capannina, Fabrizio, che avevo sentito al telefono il pomeriggio. Ci prende sotto la sua ala protettrice e ci guida attraverso un tunnel di pubbliche relazioni senza fine. Ogni due minuti mi posiziona fisicamente davanti a qualcuno e me lo presenta, basito dal fatto che io non sappia nulla di costui e che non sia in grado dissimulare in alcun modo.

Al bancone del bar mi presenta un ragazzo abbronzato,"lui è Gianni, il PR più importante della Versilia." Gianni è leggermente imbarazzato, ma per staccarmi un attimo da quel bombardamento di aneddoti e persone lo prendo da parte, e mi faccio un po' spiegare come è andata questa stagione. 

"Un po' di calo in Versilia effettivamente c'è stato, ma noi come locale non abbiamo sbagliato praticamente niente. Attiriamo un tipo di clientela affezionata e fidelizzata. Del resto la Capannina è la Capannina: 85 anni di storia che parlano da soli. Ogni anno si aggiunge una nuova generazione di clienti che cerca esattamente quello i nostri ospiti hanno sempre trovato: tradizione. La Capannina non chiuderà mai, male che vada diventerà un museo!"

"E poi è un posto sempre ben frequentato. Il mondo del jet set d'estate si ritrova qui, ad esempio prima ero al telefono con Nek." Resto un attimo assorto per focalizzare bene le implicazioni di Nek sulla nomenclatura della Versilia.

Poi Fabrizio mi preleva e mi porta nel privè, che si trova al piano terra, in una veranda che affaccia sulla strada, completamente esposto alla vista dei passanti. Mentre camminiamo cerco di riconfigurare la mia percezione della parola privè. Vicino a un pianola, su un divanetto, è seduto un uomo sorridente, con la fronte che riflette la luce come se l'avessero levigata con lo Smac. È Stefano Busà, il musicista che da anni si occupa del pianobar. Come tutti i membri dello staff è estremamente accogliente e gentile. Ci mostra dei braccialetti di gomma, "sopra ci ho fatto scrivere il mio motto, e li distribuisco ai clienti." C'è scritto Al pianobar da Busà. "Vanno tutti fuori di testa quando sostituisco il verso di una canzone con il mio motto. Come ad esempio in '50 Special' dei Lunapop." Sembra che ne vada molto fiero, e ce ne regala alcuni.

"Vedi, il mio è uno spettacolo intergenerazionale. A volte vorrei un po' variare, ma i pezzi che vanno per la maggiore sono i classici. Quando vedi arrivare dei sedicenni che ti chiedono 'Bugiardo' della Caselli capisci che la formula funziona così com'è. La novità di quest'anno è stata 'Fiori rosa fiori di pesco', vedi tu! Sono i figli dei figli di vecchi clienti affezionati, e cercano la Versilia classica, così come gliel'hanno raccontata."


Ed è proprio questo che distingue la Versilia da qualsiasi altra località per turisti facoltosi, qua i rapporti sono rodati e genuini. Si sentono tutti a loro agio."


Mi verrebbe da obbiettare che i rapporti sono genuini perché la selezione sociale che annulla i gradi di separazione è già stata fatta qualche fascia di reddito addietro, al momento di prenotare la vacanza, ma mi limito a ringraziarlo e lo lascio ripassare la scaletta.


Il locale comincia a riempirsi. Mi metto seduto su una cassapanca da cui si vede tutta la pista. La cosa che colpisce più di tutte è la massiccia presenza di over 60.

Alcune ragazze entrano accompagnate dai genitori, come Marina Suma in Sapore di Mare.


È una miscellanea demografica strana da osservare, e perdo un sacco di tempo immaginandomi le conversazioni fra genitori—con argomenti incrociati che coinvolgono pomate drenanti, guaine contenitive ed estetiste—mentre attorno i figli tentano di ballare tormentoni di sei estati fa, e divertirsi. Un agglomerato di nevrosi borghesi su cui Jonathan Franzen potrebbe basare altri cinque romanzi.

Un sacco di ragazzi sono pettinati esattamente come i loro padri, che ballano sgraziatamente con gli addomi gonfi stretti in camicie stretch. Quando parte un vecchio pezzo dei Black Eyed Peas uno di loro caccia un semi urlo, e improvvisa quella che sembra una crisi convulsiva.

"Ma dove mi hai portato? È un safari del disagio,” mi dice la fotografa. 

Finalmente riappare Fabrizio, che ci accompagna nei camerini in attesa di Calà. Comincio a essere nervoso. Quando arriva ha la faccia stanca e un po' infastidita. Ci infiliamo tutti nell'ufficio del direttore, e lui si siede alla scrivania. Tento di strappargli una foto un po' meno impostata ma lui non la prende bene, "ho 60 anni, non faccio più le faccette!"


La prendo larga, cercando di incartargli alla meglio una domanda di cui so già la risposta, ma non mi lascia nemmeno finire. "Ma perché mi fate tutti le stesse domande?!...Non è cambiato un cazzo! I ragazzi sono sempre uguali, e vogliono quello che hanno sempre voluto. Al mio spettacolo non si viene solo per divertirsi: è un momento di aggregazione. Si cantano insieme le vecchie canzoni e intanto è possibile dialogare. Trovano qualcosa che non riescono ad avere su Facebook o andando a sfondarsi di musica elettronica."

Quando lo incalzo sul fatto che i suoi core business, Cortina e Forte dei Marmi, stanno perdendo pezzi non si scompone. "Della crisi e del maltempo qua ce ne freghiamo. Se piove alla Capannina si fanno una pippa, il locale è sempre pieno. Cortina invece è stata ammazzata, e probabilmente lo stesso succederà al resto della Versilia. Il punto è che in Italia non puoi più fare niente. Il turismo viene strangolato dal sospetto: limitazioni sui soldi agli stranieri, controlli fiscali asfissianti. Vige la mentalità secondo cui se hai i soldi sei un ladro. Ma poco importa. Può morire Cortina, può morire Forte dei Marmi, ma Jerry Calà e la Capannina non muoiono mai!" Ci tiene però a chiarire che non è a favore dell'evasione fiscale, e che quello che ha da dire sulla questione lo ha fatto nel film Io non pago, di cui ha scritto il soggetto.


Quando ci congediamo Fabrizio ci chiede di non tornare dalla parte del privè, perché alcuni clienti iniziano a essere stufi della nostra presenza.

Così mentre inizia lo spettacolo ci spostiamo dall'altro lato del locale, in una piccola zona all'aperto dove passano pessima musica deep house. Qui incontro Moreno (un nome di fantasia), che è di Milano e viene in Versilia da quando è nato. Mi chiede di non essere fotografato, "non sono qui con la mia fidanzata ufficiale," mi dice mentre mi strizza l'occhio. Moreno è un piccolo Dogui con la camicia di lino e il ciuffo che spenzola.

"La Capannina non è solo un locale, è un luogo dell'anima," dice. "Vieni qua, bevi qualcosa, stai con gli amici. Sei sicuro che la gente che frequenta questo posto è super selezionata. Certo forse può sembrare un po' noioso, ma è non tanto il divertimento che trovi in Versilia, è l'atmosfera."

Ci passa davanti una ragazza bellissima con un vestito nero attillato. Con i tacchi è alta quanto me (1,84). A dire la verità la percentuale di belle ragazze fa impressione. Moreno mi mette una mano sulla spalla e si avvicina, "ecco forse il tasto dolente è questo: si scopa poco. Le stesse ragazze che a Ibiza e Mykonos si fanno inchiavardare come portoni qua mantengono un profilo morigerato. Se non vuoi rimanere a secco devi portarti qualcosa di trombabile da casa." Scoppia di nuovo a ridere.

Rientriamo nella sala principale e saliamo al piano superiore per fotografare Jerry dall'alto. "Ho 63 anni, ma non mollo! E sono sempre un figo della Madonna... come Aiazzone: provare per credere!" Attacca "Voglio una vita spericolata". Tutti cantano, e non c'è spazio per muoversi nemmeno sulle scale.


La battuta su Aiazzone gliel'ho sentita fare nel video di uno spettacolo precedente, così come quella dei chilogrammi compiuti da Smaila e l'intermezzo in cui fa il countdown e invita tutti ad unirsi a un LIBIDINE collettivo.


Sono le 3, e decidiamo di andarcene sulle note di "Abbronzatissima", anche se in realtà veniamo accompagnati all'uscita perché Fabrizio ci ha visto avvicinarci al privè e si è arrabbiato. Poco male.

Vengo via con il sospetto che, nonostante la fiducia di Calà, serate come questa abbiano i giorni contati.

I russi, probabilmente, Jerry Calà non sanno nemmeno che esista. Frequentano esclusivamente posti che si sono adeguati alla loro presenza e che garantiscono discrezione, come il Cocoa o il Twiga (che pronunciano Zwiga), e soprattutto ignorano gli storici bagni con le cabine intonse risalenti al giurassico. 

Ovviamente c’è chi lo sa, e ha provato a rimediare. Salvatore Madonna, affiancato da Ludmilla Radchenko, ha realizzato un video per il bon ton da presentare ai clienti dell'Hotel Byron. Nel video si fanno riferimenti all'etichetta da tenere a tavola, alle moderazione nel vestiario, e richieste di maggior rispetto per i subalterni. Il suo, però, non mi è sembrato solo il tentativo di migliorare il comportamento degli ospiti del suo albergo, ma un modo per cercare di ristabilire una sorta di ordine fra chi un tempo era il padrone e chi l'ospite. Così l'ho contattato per saperne di più.



Mi ha invitato alla presentazione della mostra della Radchenko, proprio all'Hotel Byron, per parlarmi un po' dell'idea che ha avuto e della situazione in cui gravita la Versilia.


"Il punto è cercare di introdurre i russi a quell'understatement elegante che ha fatto la storia della Versilia. Gli abiti kitsch e sgargianti e il lusso ostentato si sposano male con noi. Certo il turismo sta cambiando, e non si può vivere solo nel passato, ma credo che una base di tradizione vada tenuta. Il valore aggiunto di questo posto era proprio questo. Se ci leghiamo troppo ad un solo tipo di clientela, adeguandoci in toto, rischiamo di morire sul serio nel caso in cui quest'ultima venga meno."

Probabilmente però è troppo tardi, e non ci sono realmente alternative ai soldi dei russi. Nonostante la selezione sociale, e malgrado i costi esorbitanti, le persone che continuano a venire da queste parti mi sembrano il tipo di clientela meno esigente che sia possibile immaginare. Pagano un prezzo altissimo a fronte di un'offerta polverosa e limitata. È una categoria che per forza di cose è destinata a ridursi.

La verità è che nel 2014, anche se qualcuno vuole far passare la Versilia come la "nuova Atene estiva" della politica italiana, il confronto con altri posti fa acqua da tutte le parti. 

Citando Calà in Sapore di Mare, "la festa è finita, gli amici se ne vanno."

Fonte