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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/02/2026

Mattarella firma il decreto Sicurezza. Modificato, ma non meno pericoloso

Sono passati 19 giorni dal licenziamento nel Consiglio dei Ministri al via libera dal capo dello Stato, ma ora Sergio Mattarella ha firmato il nuovo decreto Sicurezza che ha fatto molto discutere per l’evidente torsione autoritaria che porta con sé. Da molti media viene presentato come leggermente annacquato rispetto alle prime ipotesi, ma i problemi di fondo rimangono.

Le quasi tre settimane impiegate dal Presidente della Repubblica per dare l’ok al provvedimento (e Mattarella non è mai stato parco di firme) fanno ben capire la gravità delle misure introdotte nella – pur di facciata – “democrazia liberale”. Sicuramente, l’emersione della verità sui fatti dell’esecuzione di Abderrahim Mansour da parte di un poliziotto che lo taglieggiava ha reso più complicato far accettare le novità del decreto (e ha dato una spallata anche alla propaganda sul prossimo referendum sulla riforma della giustizia).

Ad ogni modo, il testo delle nuove disposizioni arriva in Senato per la discussione parlamentare. Al suo interno, rimangono le misure che rappresentano il “cuore politico” del provvedimento, come è stato chiamato in un servizio di SkyTg24, ovvero il fermo preventivo in caso di manifestazioni pubbliche e lo “scudo penale”, ripensato più come “filtro penale”, che però non attenua l’opportunità di impunità per gli agenti che calcano un po’ troppo la mano... 

Partiamo dal fermo preventivo. Rimane, così come rimangono le 12 ore massime entro cui trattenere il “sospetto”. Quello che cambia sono le motivazioni: non più “circostanze di fatto” che arbitrariamente lasciavano in capo alle forze dell’ordine la decisione se procedere al fermo, ma un “attuale pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica”.

Ciò potrà essere desunto anche in relazione alla “rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza alle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi cinque anni”. Insomma, certamente c’è stato un restringimento della casistica che legittima il fermo preventivo, ma la natura di fondo non è affatto cambiata.

Il “pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica”, se può essere associato a una sorta di “stigma penale” che ci si porta dietro per cinque anni, è una formulazione abbastanza larga da permettere una limitazione concreta del diritto a manifestare.

Rimane poi il nodo dei tempi: il fermo dovrà pur essere comunicato al magistrato, che può disporre il rilascio immediato se ne mancano i presupposti. Ma anche con la burocrazia più veloce del mondo, ci potrebbero volere ore per verificare tutti i documenti e decretare l’illegittimità del fermo. Al fermato, dunque, sarebbe comunque impedito di manifestare.

Lo “scudo” penale, si legge su molte ricostruzioni, diventa un “filtro”. Il pubblico ministero, in presenza di una “causa di giustificazione” (come può essere la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi in servizio), effettuerà una “annotazione preliminare” per la persona coinvolta nel fatto, senza iscriverla direttamente nel registro degli indagati.

Le tutele rimangono le stesse (tutela legale, accesso agli atti, e così via), ma si evita l’avvio immediato di procedimenti disciplinari o sospensioni professionali. L’annotazione preliminare ha una durata massima di 150 giorni, dopodiché il pubblico ministero dovrà decidere se archiviare o procedere con l’iscrizione formale tra gli indagati.

Si allungano i tempi per gli accertamenti, ma il fatto che per le forze dell’ordine che usano violenza venga prevista una sorta di “riserva protetta”, alternativa ai percorsi che rispondono al principio che “la legge è uguale per tutti”, rimane. Inoltre, abbiamo sentito questi giorni di casi di “testimoni brutalizzati” e altre oscenità, che mostrano come, con tale “filtro”, sarà più complesso far emergere elementi che spingano verso delle vere e proprie indagini.

Come avevamo scritto tre settimane fa, inoltre, il problema “di modello” rimane: “si costruisce un’idea di legittimità preventiva dell’uso della forza, un’anticipazione di fiducia verso chi reagisce, verso chi “si difende”, verso chi afferma di aver agito in un contesto percepito come minaccioso”. Il rafforzamento delle tutele per gli agenti e misure preventive di detenzione dal sapore fascista blindano il potere e imprimono una svolta verso lo “stato di polizia”.

Nel decreto Sicurezza, poi, rimangono altre misure critiche. Zone rosse, multe esorbitanti per mancato preavviso o deviazione del percorso di una manifestazione. La strategia di colpire “l’indipendenza economica” dei manifestanti, delle organizzazioni e delle associazioni che promuovono mobilitazione è una scelta che mette a serio rischio l’agibilità politica nel paese.

C’è infine un’ultima modifica rispetto al testo originario, cioè il dietrofront sull’obbligo per i commercianti di registrare l’identità di chiunque acquistasse un coltello con lama superiore ai 15 centimetri. La norma avrebbe costretto coltellerie, ferramenta, supermercati e persino catene di arredamento a conservare i dati degli acquirenti (anche di semplici coltelli da cucina) per ben 25 anni.

Si trattava evidentemente della messa in capo a una serie di piccole e grandi attività di una schedatura di massa, con dati sensibili elargiti senza tanti contrappesi o motivazioni concrete di pericolo per la sicurezza. Era anche un impegno sostanzioso per le stesse attività commerciali, che si è preferito eliminare.

Per mantenere però tutto il valore simbolico di questa misura (perché questo era il suo senso fin dall’inizio), rimane il divieto di vendita ai minori con sanzioni amministrative per i genitori. Mettendo in capo a questi ultimi una responsabilità economica indiretta, si vuole percorrere la strada dell’allarmismo sul fenomeno delle “baby gang”. Resta inoltre il rischio di arresto in flagranza per chi viene sorpreso a portare fuori casa strumenti da taglio senza giustificato motivo.

Ovviamente, quello che è stato davvero “ridotto” nel testo arrivato in Senato è l’esborso economico. Vengono stanziati 19 milioni per la videosorveglianza comunale nel biennio 2025/2026, ma spariscono i fondi per gli anni successivi e anche il piano da 50 milioni per la sicurezza ferroviaria.

Non che ce ne sia da rammaricarsi: è evidente che la ragione del provvedimento è tutta beceramente securitaria, nel senso di spingere l’acceleratore sull’idea di un paese nel caos, per cui serva un controllo costante. L’Italia è già uno dei paesi più videosorvegliati in Europa, e di altre migliaia di telecamere non c’è bisogno.

Ma il tema è proprio che la “sicurezza”, per la classe dirigente, va intesa dentro la cornice dell’austerità di bilancio. In un paese segnato da profonde disuguaglianze, salari da fame, sanità e servizi sociali smantellati, crisi abitativa, la sicurezza reale, ovvero quella che si esprime nella piena garanzia di diritti sociali, viene trasformata in un problema di ordine pubblico, a cui rispondere con l’inasprimento di misure repressive. Ovviamente, quanto più a costo zero possibile.

Il vero obiettivo di questo tipo di provvedimenti, com’è chiaro, sono le varie forme di espressione del dissenso, e dunque qualsiasi tipo di opposizione reale agli indirizzi politici di guerra, interna ed esterna, che sono stati adottati dai governi europei per fare fronte alla propria crisi economica e strategica.

E nel frattempo, una sana democrazia, di cui la vera cartina tornasole è lo spazio effettivo di una dialettica politica che passi anche attraverso un inevitabile conflitto sociale, viene seppellita sotto i tratti di una “democratura” che si fonda sulla possibilità di mettere una X su una scheda ogni tanto, ma senza poter davvero poter intervenire sulle scelte politiche di fondo.

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01/01/2026

Mattarella cancella la Resistenza

Abbiamo ascoltato e poi riletto il discorso di fine anno del due volte presidente della Repubblica, per essere sicuri di non aver capito male.

Alla fine ci siamo dovuti arrendere: la Resistenza – come parola, patrimonio storico, esperienza collettiva di liberazione, impegno e sacrificio popolare, riscatto di dignità di un Paese distrutto dal fascismo e dalla guerra in cui si era infilato – proprio non c’è.

Non compare né come termine, né come fondamento storico della Repubblica, né – appare evidente tra le righe e le assenze – come diritto degli oppressi e dei popoli.

La Repubblica viene invece “fatta nascere” dal referendum del 2 giugno 1946. Una votazione decisiva, certamente, ma che non avrebbe potuto neanche essere immaginata senza gli anni di opposizione repressa, sofferenza, rivolta, guerra civile e insieme contro l’invasore nazista ex-alleato, lotta all’oppressione e rinato protagonismo sociale.

Come se le forme dei regimi politici o il contenuto delle Carte Costituzionali, nella Storia, fossero decisi mettendo una croce su una scheda invece che nei rapporti di forza politici e sociali che scaturiscono alla fine di un conflitto. Come se la sacrosanta certificazione anche elettorale di quel rapporto di forza sostituisse l’intero processo storico che ha portato – finalmente – a poter liberamente decidere con il voto forme, poteri e contenuti della nuova istituzione statuale che lo incarna.

Siamo all’opposto di quel 1946. Siamo nel pieno di un processo di smantellamento della democrazia liberale e parlamentare, di delegittimazione del dissenso e dei diritti – sociali o politici che siano. E Mattarella ci mette del suo, estirpando dalla storia repubblicana il suo fondamento popolare e conflittuale, invece di denunciare questo processo.

Il resto è retorica d’occasione.

In primo luogo sulla pace, ridotta a “modo di pensare” – ideologia, insomma – anziché risoluzione dei contrasti materiali sul lungo periodo. Su Gaza in special modo, di cui si piange la “devastazione” tacendo sulle responsabilità genocide di Israele.

Poi sulle donne, celebrate in quanto finalmente “elettrici” ammesse al voto attivo e passivo – una conquista, certamente, ma omettendo di ricordare com’era diventata possibile.

Sulla Repubblica, burocraticamente disegnata come rito elettorale, trattati, nuove alleanze internazionali (Unione Europea e Nato), registrazione amministrativa di conquiste sociali pagate a prezzo altissimo e sottaciuto (la sanità pubblica, di cui sperimentiamo ormai ogni giorno la demolizione scientificamente programmata).

Fino all’offesa finale sui “giovani”, che finge di voler incitare al protagonismo sociale – “Qualcuno ... vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna” – proprio mentre la cappa della repressione cala ogni giorno contro quanti, in questa ultima generazione, si muovono per fermare guerra, genocidio, sfruttamento, costrizione ad emigrare per cercare un futuro.

Una cappa plumbea che non risparmia ormai neanche i minorenni, che cominciano ad essere “preventivamente incarcerati” per presunti “reati” che neanche venivano registrati come tali fino a qualche anno fa.

“Sentitevi responsabili”, insomma, ma statevene in casa, non rompete le scatole a noi del potere. L’esatto contrario di quel che fece “la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna” salendo in montagna e combattendo il nazifascismo.

Ma già, la Resistenza non c’è mai stata, nel discorso di Mattarella... 

Per fortuna rinasce sempre, di generazione in generazione, perché “Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere”. E chi è davvero “responsabile”, prima o poi, se ne rende conto.

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20/11/2025

La guerra divide pure Meloni e Mattarella

Che le istituzioni politiche occidentali – tutte, in ogni paese Nato – stiano correndo verso una centralizzazione dei poteri nei governi, cancellando i famosi “contrappesi” e ogni altro titolare di poteri, è certo.

Ovunque si posi lo sguardo il segnale è univoco. Possiamo prendere gli “ordini esecutivi” di Trump, i premier usa-e-getta di Macron, il rapporto di Crosetto, tutto va nella stessa direzione. Addio retorica sulla “democrazia”, si va alla guerra – poi magari non è la stessa, tra le due sponde dell’Atlantico – e quindi il pluralismo è un ostacolo per le “decisioni irrevocabili”.

Il problema è quale “cordata” si issa prima delle altre sull’incerto cucuzzolo del nuovo potere centralizzato. Tutta la “competizione politica” mainstream è ridotta ormai a questo.

Non perché esprimano “alternative” strategiche o almeno tattiche. Ma, come dice il proverbio, “comandare” – o avere l’impressione di farlo – “è meglio che...”. Poi, com’è noto, si piazzano meglio clientele, affari di famiglia, donne e uomini pronti a tutto.

In questo quadretto poco edificante è arrivato come una scossa immotivata il cosiddetto “attacco di Meloni al Quirinale”. I nostri lettori sanno bene che entrambe le parti non incontrano – diciamo così – il nostro favore. Il ruolo di “custode della Costituzione”, nello stile di Mattarella, assomigli più a quello di Hindenburg che non a una resistenza contro il “post-fascismo” nel Palazzo.

Il suo accompagnamento alle misure decise dal governo Meloni è sempre stato un assecondare correggendo qua e là, anche quando emergeva qualche aspetto chiaramente incostituzionale, lasciando caso mai il compito della reprimenda alla Consulta, se qualcuno vi avesse fatto ricorso.

Detto questo, “l’incidente” è un classico della politichetta di Palazzo. Un consigliere del Presidente, anzi, il più importante – tanto da essere l’unico a presenziare al “gabinetto di difesa” che ha deciso una svolta guerrafondaia drastica per toni ed impegni finanziari – durante una cena con alcuni amici si è lasciato sfuggire qualche frase sulle prospettive politiche future, apparentemente bloccate sul piano elettorale da una certa stabilità dei consensi nei confronti della Meloni.

Ma, per cambiare l’inerzia della “stabilità”, non avrebbe saputo far altro che auspicare “uno scossone salutare”, di origine più esterna che interna, tale da creare una condizione nuova e un rimescolamento delle carte.

Come accade spesso nel micromondo politico romano, la conversazione – avvenuta verosimilmente in un ristorante del centro – è stata colta da orecchie non innocenti ed è finita su un giornale di cui nessuno in genere si accorge (La Verità – boom! – diretta da Belpietro) come apertura di prima pagina con il titolo “Il piano del Colle per fermare Giorgia Meloni”.

Il capogruppo dei meloniani alla Camera riprende il titolo e chiede al Quirinale una smentita. Più che una smentita arriva una randellata e lo scontro diventa ufficiale.

Da osservatori esterni premettiamo cose quasi scontate. Il gioco “giornale dà notizia/politico la riprende” è vecchio come il cucco e, in casi come questo, è più facile il contrario (il partito politico delega a un giornale di area l’apertura delle ostilità). Che Belpietro sia “filorusso” è una barzelletta per scemi di guerra. Che Bignami – il capogruppo di FdI alla Camera – abbia deciso l’intemerata da solo, idem. Il ragazzo è noto per aver lasciato, come massima espressione della sua “autonomia”, solo l’idea di vestirsi da nazista in una festa tra amici.

Che Francesco Saverio Garofani – il consigliere del Colle “incriminato” – abbia espresso un parere lontano dal pensiero di Mattarella, anche. Stessa storia politica (democristiani approdati al PD), tanti anni di lavoro in comune, stessa cultura... 

Ma un auspicio è una speranza, non un “piano”. Tanto più se riposto in dinamiche internazionali, magari economico-finanziarie, su cui l’Italia – Quirinale compreso – ha peso specifico uguale a zero. Testimonia insomma l’impotenza di un’istituzione – la Presidenza della Repubblica – che vede affermarsi un corso politico ritenuto negativo, ancorché legittimato dal voto.

Dunque resta da spiegarsi il perché di questa tempesta in una tazzina da caffè.

E a noi non viene in mente qualcosa di diverso dal ruolo che questo paese va assumendo nella dinamica di guerra che attraversa l’Europa. L’unico “piano” vero, in questi giorni, è quello presentato dal Consiglio Supremo di Difesa. Prevede una direzione di marcia, impegni finanziari pesanti, spese militari crescenti in un contesto di crescita economica zero e vincoli europei di bilancio ancora più stringenti. Ergo, “sacrifici” per la popolazione, tagli ulteriori alla poca spesa sociale residua, età pensionabile ancora più alta, assegni più magri, sanità ridotta ai pronto soccorso, ecc.

Una lunga serie di elementi che, per un governo “disinvolto”, appaiono una camicia di forza ben poco elastica. Gestire campagne elettorali vincenti con la palla al piede dei sempre più rigidi “vincoli esterni” diventerebbe problematico. Così come il “non fare nulla” di importante per non compromettere il silenzio-assenso di quella parte di elettorato.

Tanto più che le piazze hanno ripreso a farsi sentire con grande forza, in modo totalmente pacifico ma assolutamente chiaro. Un altro passo in avanti renderebbe forse irrecuperabile la distanza tra paese reale e questa gente da nulla, facendo emergere – è una speranza, non una certezza – anche una alternativa politica indipendente, addirittura “socialista” (se è stato possibile a New York e Seattle qualcosa vuol dire...).

Su un piano decisamente più alto, possiamo dire che la dinamica di guerra sta diventando anche qui un elemento dirimente, che inevitabilmente divide una classe politica complessivamente al di sotto di qualsiasi considerazione.

Pensiamo a muoverci a questa altezza, senza prestare più attenzione del dovuto – sapere cosa accade è sempre necessario – alle convulsioni interne ad una classe dirigente a corto di fiato.

Ci vediamo in piazza, venerdì e sabato.

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19/11/2025

Italia - Con la scusa della “guerra ibrida” vogliono imbavagliare politica e informazione

Nella riunione del Consiglio Supremo di Difesa di lunedì, il ministro della Difesa Crosetto ha presentato un rapporto su “Il contrasto alla guerra ibrida” curato dallo stesso Ministero e dagli apparati di intelligence. Si tratta di un documento che merita la dovuta attenzione e deve suscitare altrettanto allarme.

Alla presenza del presidente Mattarella, della premier Meloni, del Capo di Stato Maggiore, di vari ministri e del sottosegretario Mantovano con delega sui servizi segreti, la riunione ha preso in esame scenari e contromisure di guerra che avranno serie e gravi ripercussioni sulla vita politica e democratica del paese.

Il Rapporto è un documento di 119 pagine che contengono valutazioni e analisi strategiche sulle guerre ibride – ossia non convenzionali – dalle quali l’Italia si sente minacciata da parte di potenze straniere, in particolare Russia, Cina e Iran ma con particolare attenzione sulla prima.

Il carattere non convenzionale di una guerra ibrida, ne rende indefiniti i confini e i fattori, consentendo di leggere come atti di “guerra ibrida” il sabotaggio di una infrastruttura come un attacco hacker, ma anche un articolo di giornale o una campagna elettorale non allineata. Se qualcuno pensa che si stia esagerando, purtroppo si tratta di affermazioni testuali contenute nel rapporto presentato dal ministro Crosetto.

“Nel dominio ibrido, l’impatto cognitivo prevale su quello fisico: lo scopo non è soltanto infliggere un danno, ma seminare incertezza, sfiducia e paura – si legge nel rapporto del Ministero della Difesa – “Anche senza evidenze incontrovertibili, la sensazione collettiva di vulnerabilità può generare conseguenze strategiche tanto gravi quanto – o persino più – di un attacco apertamente dichiarato”.

L'“incertezza”, però, dal punto di vista del governo, offre il grandissimo vantaggio di poter utilizzare qualsiasi “segno strano” come una “manifestazione dell’attacco nemico”. Basti pensare, per esempio, alla pletora di “droni” avvistati, non abbattuti, forse anche inesistenti, ma classificati come “attacco ibrido russo”. Una volta sollevato il manto di nebbia dell’incertezza, le ombre che si muovo diventano fantasmi, spericoli, “complotto”...

Indicativo anche un passaggio della prefazione del ministro Crosetto al rapporto, secondo cui:
“Nell’ambito ibrido conta più la percezione che la certezza: l’obiettivo non è solo colpire, ma instillare dubbio e insicurezza. La percezione pubblica di vulnerabilità, anche in assenza di prove definitive, produce effetti strategici pari – o superiori – a quelli di un attacco dichiarato”.
Nel documento è scritto che la guerra ibrida è oggi una delle principali sfide per le democrazie occidentali. “L’obiettivo è erodere la resilienza democratica, minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, dividere le società, influenzare le opinioni pubbliche con false informazioni”.

Ovviamente il maggiore soggetto nemico viene considerata la Russia. “Nel 2024 a Mosca sono state attribuite numerose attività ibride ai danni dei Paesi sostenitori dell’Ucraina” – è scritto nel rapporto – “Tali azioni avrebbero mirato a minare la coesione del fronte occidentale, incidendo sulle catene di approvvigionamento e sulle fonti energetiche, e si sarebbero concretizzate in sabotaggi e cyberattacchi di intensità crescente in Europa, oltre a campagne di disinformazione e alla strumentalizzazione dei flussi migratori a fini destabilizzanti”.

Non parlate male della Nato o dell’Unione Europea

Nel rapporto è scritto testualmente che
“Gli attori della minaccia ibrida sfruttano vulnerabilità politiche, economiche e sociali con tattiche volte a destabilizzare i processi democratici degli Stati bersaglio. Tali tattiche includono:
a) interferenze nei processi elettorali e democratici (ad esempio, azioni mirate a influenzare o sabotare consultazioni elettorali); 
b) delegittimazione dei sistemi e dei processi democratici;
c) indebolimento della coesione sociale nazionale e della fiducia nei confronti del governo;
d) destabilizzazione dell’ecosistema informativo interno;
e) diffusione di sfiducia nelle alleanze e organizzazioni sovranazionali (come UE, NATO, G7).”
Se l’obiettivo è “evitare la destabilizzazione” allora ogni critica o contestazione delle politiche governative (italiane, europee, Nato) diventa un potenziale “attacco ibrido”, “disinformazione”, ecc.

I “nemici” sono vicino a te

Le caratteristiche difficilmente catalogabili dei soggetti della guerra ibrida delle potenze straniere contro l’Italia, costringono il rapporto ad una indefinitezza che però lascia enormi margini di discrezionalità.
“Per la natura stessa del dominio cyber, gli effetti non sono sempre riconducibili ad azioni palesi. Inoltre, gli attori malevoli sono raramente identificabili, comunque non con certezza, e quindi non perseguibili in accordo a norme statuali e costituzionali interne, o del Diritto Internazionale.”
Per questa ragione tutti vanno arruolati nella contro-guerra ibrida perché, secondo il ministero della Difesa, “il nemico” può essere vicino a te, magari il tuo compagno di banco all’università o a scuola o il collega di redazione. A tale scopo, scrive il rapporto: “Serve un patto sociale: tutti coinvolti, dalla scuola ai social media: è prima di tutto una battaglia culturale che va combattuta da tutta la società”.

L’ossessione sull’uso dei social network

Tra le maggiori preoccupazioni del ministero della Difesa e degli apparati di intelligence – fino a diventare un’ossessione – è quello di coinvolgere questo “patto sociale” ai fini della contro-guerra ibrida nel controllo e nel depotenziamento dei social network come strumento di comunicazione alternativa a quella del mainstream.

Secondo il rapporto, “la disinformazione, i cyber-attacchi e le deepfake vanno affrontati insieme”, secondo le linee guida che vengono indicate.

In particolare, queste linee guida invitano le piattaforme a:
a) agevolare l’accesso degli utenti alle informazioni ufficiali sui processi elettorali;
b) realizzare iniziative e campagne di alfabetizzazione mediatica incentrate sulle elezioni;
c) adottare misure per fornire agli utenti informazioni sui contenuti e sugli account con cui interagiscono;
d) aggiornare e perfezionare i sistemi di raccomandazione dei contenuti online;
e) prevenire l’ambiguità e l’uso improprio dei messaggi di pubblicità politica;
f) demonetizzare i contenuti disinformativi, tramite misure mirate che evitino che la collocazione di pubblicità fornisca incentivi finanziari alla diffusione della disinformazione, nonché contrastare i contenuti di incitamento all’odio, di estremismo violento o radicalizzanti che possano influenzare le scelte elettorali degli utenti.

La clava della “disinformazione” per blindare media e partiti ufficiali e liquidare i “candidati estremisti”

Nel rapporto del ministero della Difesa e degli apparati di intelligence si entra poi a gamba tesa anche sul piano politico. Partendo dal presupposto che chi è fuori dai giochi politici istituzionali, se non è una minaccia, può diventarlo, il pretesto della disinformazione viene usato come una clava per impedire l’insorgere di opzioni politiche – anche elettorali – dissonanti da quelle bipartisan sempre più simili tra loro.

La disinformazione a quanto pare deve rimanere una prerogativa solo dei giornali o telegiornali mainstream e ovviamente di alcuni governi (vogliamo parlare di Usa e Israele?). Non solo. Anche l’astensionismo elettorale, qualora non sia fisiologico ma in qualche modo veicolato come opzione politica, diventa una minaccia sulla quale intervenire.

Su questo lasciamo parlare testualmente il rapporto:
“La diffusione di notizie false o manipolate costituisce una minaccia rilevante per l’integrità dei processi elettorali.
La manipolazione informativa può generare sfiducia nei media tradizionali, nelle istituzioni e nelle autorità, erodendo questi tre pilastri delle società democratiche e potenzialmente alimentando l’apatia dei cittadini verso i processi elettorali (fino a scoraggiare l’affluenza alle urne).
La formula è semplice: diffondere bugie per far perdere fiducia nella democrazia e scoraggiare il voto.
Inoltre, la propagazione di narrazioni estreme o anti-sistema può aumentare la visibilità di personaggi di nicchia le cui posizioni risultano in parte o del tutto allineate con quelle veicolate da attori ostili, fungendo da moltiplicatore di consenso per tali narrazioni.
In pratica sembra che vogliano due cose: che la gente non voti e che emergano candidati estremisti utili ai loro interessi”.
Infine, ma non certo per importanza, in nome del contrasto alle guerre ibride si vorrebbe mettere il bavaglio anche alle critiche, alle posizioni e ai movimenti che chiedono un cambiamento sociale. Una esagerazione? Niente affatto.

Nel Rapporto del ministero della Difesa è scritto testualmente che:
“Le recenti campagne di disinformazione hanno evidenziato come gli attori ostili elaborino e diffondano contenuti in concomitanza di importanti appuntamenti elettorali (come le elezioni del Parlamento UE o le Presidenziali USA), interferendo con il loro normale svolgimento.
In tali casi, le campagne mirano a:
a) influenzare l’opinione pubblica;
b) screditare partiti politici e candidati;
c) minare la fiducia in enti e istituzioni;
d) accentuare le divergenze socio-politiche preesistenti.”
Quindi una forza politica, un giornale, un commentatore o altro soggetto, qualora cerchi legittimamente di “influenzare l’opinione pubblica con le proprie posizioni”, critichi gli altri partiti o candidati, semini sfiducia in enti e istituzioni o istighi al conflitto sociale per mettere fino alle disuguaglianze esistenti, potrebbe essere considerato un agente della guerra ibrida di una potenza straniera.

Addio “pluralismo” delle opinioni, competizione delle idee, dibattito politico. Una sola fonte di “informazione corretta”, tanti sorveglianti sulle opinioni “non riconosciute”... Il potere occidentale si blinda.

Sembra quasi impossibile, un mix tra fantapolitica e scenario distopico, ma questo è quanto sta accadendo sotto i nostri occhi, con l’autorevole avallo del Quirinale e il silenzio o qualche balbettio dell’opposizione. Del resto tre anni di clima di guerra cominciano a produrre ferite profonde nella vita politica e democratica del paese. La massa oceanica che ha riempito le piazze solo un mese fa ha evidentemente spaventato le cariatidi guerrafondaie, che ora temono possa non solo proseguire ma anche crescere.

Rischiando di essere indicati come agenti della guerra ibrida ci sentiamo di affermare che la democrazia in Italia appare più minacciata da se stessa che da Mosca. Ma con i parametri indicati nel rapporto presentato da Crosetto... guai a dirlo!

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Il Consiglio Supremo di Difesa esalta la guerra e si appiattisce sulla Nato

Il comunicato del Quirinale dopo il Consiglio Supremo di Difesa voluto dal Presidente Mattarella, con Giorgia Meloni e tutti i principali ministri, è pessimo e gravissimo.

Nel comunicato si esalta la guerra totale contro la Russia, l’invio di armi e tutto il folle piano di riarmo UE e NATO. Con ipocrisia si denunciano le violenze in Palestina, senza neppur dire chi le compie, mentre si accusa di antisemitismo chi condanna il genocidio.

Il Consiglio di Difesa si schiera totalmente con il piano di Trump senza fare minimo accenno al diritto dei palestinesi ad uno Stato.

Infine il comunicato si conclude con il sostegno alla caccia alle streghe contro le cosiddette “campagne di disinformazione” della Russia, il che vuol dire solo censura e propaganda di guerra.

Se siamo ancora in democrazia bisogna poter dire che questa del Consiglio Supremo di Difesa è una delle posizioni peggiori e nefaste della storia della Repubblica.

Se siamo ancora in una democrazia bisogna potere dire pubblicamente NO NO NO alla propaganda di guerra della NATO e del governo israeliano, anche e quando viene dal Quirinale.

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28/09/2025

Chi sta mettendo “zizzania” dentro e intorno la Flotilla?

Il più insidioso è decisamente Open, la testata online fondata da Enrico Mentana, la quale scrive che “venti persone hanno abbandonato la missione, la metà italiani”. Inutile dire che l’articolo di Open è stato rilanciato da tutti i siti e i profili social di destra, sionisti o ostili alla Flotilla e ai palestinesi.

Nei giorni scorsi c’erano state le testate locali che – utilizzando lo stesso lancio di agenzia – hanno amplificato le divergenze tra alcuni attivisti arabi sulla questione Lgbtq+. Fin troppo evidente il tentativo di affermare: “Lo vedete che succede a fare le cose insieme agli islamici?”

Viene da se che l’intervento di Mattarella, apparentemente trasudante saggezza, è funzionale ad accentuare divisioni all’interno della Flotilla, soprattutto facendo leva sulla “realpolitik” dei parlamentari italiani a bordo.

Un articolo di oggi su La Stampa ne coglie bene gli obiettivi:

“La mossa presidenziale non spiazza certo il governo. Giorgia Meloni ne è stata informata in anticipo e in un certo senso se l’augurava perché, con l’autorevolezza di cui gode, il presidente riuscirà forse a scongiurare incidenti con gli israeliani di cui la premier non sente affatto il bisogno... 
Ma se si guarda bene, l’appello del Quirinale è una ciambella lanciata pure a Cinque stelle e PD”.


Questa operazione probabilmente produrrà degli effetti sulla delegazione italiana, non tutta per fortuna.

Ma è bene ricordare alcuni dettagli non irrilevanti:

a) La Global Sumud Flotilla non è composta solo da attiviste e attivisti italiani. La moral suasion di Mattarella o la credibilità di una sponda vaticana non hanno la stessa influenza su chi proviene ed è cresciuto in altri paesi, con altre esperienze e formazione alle spalle. Emblematicamente “La proposta di mediazione è a dir poco offensiva, ignora il vero obiettivo della missione che è rompere l’assedio”, ha affermato David Adler, ebreo americano, in passato consulente di Bernie Sanders e oggi coordinatore di Progressive International.

b) Le acque territoriali di Gaza non sono acque territoriali israeliane. Accettare questa manipolazione significa accettare l’annessione e il progetto israeliana sulla terra e le acque palestinesi.

c) Che alcuni membri della Flotilla non se la sentano di andare fino in fondo è comprensibile e va accettato, per gli evidenti rischi per la propria vita e incolumità. Ma deve essere altrettanto accettabile che altri membri ritengano che il senso politico di una operazione umanitaria vada salvaguardato, soprattutto sulla base degli obiettivi dichiarati e dei risultati raggiunti.

d) Piuttosto che depotenziare questa missione, tutti gli attori che sono stati messi con le spalle al muro (dal governo Meloni al Quirinale, da Israele all’Unione Europea) da una iniziativa coraggiosa e politicamente detonante, agiscano per aprire, finalmente, un vero corridoio umanitario per gli aiuti alla popolazione palestinese di Gaza nelle proprie acque territoriali, tutelato internazionalmente e al di fuori del controllo e della manipolazione israeliana sugli aiuti.

Diversamente, queste pressioni sulla Flotilla e il tentativo di dividerla e fermarla diventano una forma diversa di complicità con il genocidio e l’annessione israeliana della Palestina, oggi riconosciuta formalmente da più di 150 paesi di questo mondo.

Fonte

27/09/2025

L’appello di Mattarella andrebbe rivolto ai killer

Era inevitabile e dunque è accaduto. Vista l’inutilità degli inviti di Giorgia Meloni e Antonio Tajani alla Global Sumud Flotilla di fermarsi, lasciare gli aiuti umanitari a bordo (pochi, certo, quel che quelle barche possono portare) a qualche ente “terzo” e ritirarsi in buon ordine ora – sono nei pressi di Creta – è arrivato l’ovvio momento dell’appello di Mattarella.

Come se dipendesse dalla diversa antica collocazione politica (Mattarella era democristiano, come una buona parte del centrodestra e del centrosinistra) di chi parla, invece che del merito della questione.

E dunque dal Quirinale è piovuto il messaggio: “Mi permetto di rivolgere con particolare intensità un appello alle donne e agli uomini della Flotilla perché raccolgano la disponibilità offerta dal Patriarcato Latino di Gerusalemme – anch’esso impegnato con fermezza e coraggio nella vicinanza alla popolazione di Gaza – di svolgere il compito di consegnare in sicurezza quel che la solidarietà ha destinato a bambini, donne, uomini di Gaza”.

Sicuramente più istituzionale ed educato degli insulti e strepiti di “Gioggia”, ma perfettamente identico nella sostanza: lasciate fare ai grandi... Senza neanche voler menzionare il fatto accertato che nessun aiuto viene consegnato da Israele alla popolazione di Gaza se non in piccolissima parte, e quasi sempre come trappola, tramite i mercenari killer della GHF, fondata in fretta e furia da Netanyahu e Trump per sostituire la missione Onu.

La risposta che è arrivata è altrettanto educata, ma ferma: “Abbiamo ricevuto la proposta del presidente Mattarella di accettare per il bene nostro e la tutela in generale della vita umana che noi condividiamo al 100% di deviare la nostra rotta. Noi non possiamo accettare l’appello perché questa proposta arriva per evitare che le nostre barche navighino in acque internazionali con il rischio d’essere attaccate. Come dire ‘se vi volete salvare, noi non possiamo chiedere a chi vi attaccherà di non attaccarvi, malgrado sia un reato, chiediamo a voi di scansarvi’”.

Il merito della questione è infatti proprio questo: uno Stato protetto dall’Occidente collettivo, e quindi anche dall’Italia, sta commettendo un genocidio (o come dicono i suoi supporter “sono solo crimini di guerra” oppure “un massacro”, come se fosse molto meno grave) e nessuno interviene per fermarlo.

Per completare il genocidio a Gaza e in Cisgiordania (dove peraltro il nemico ufficiale, Hamas, non c’è), questo stesso Stato pratica un blocco navale illegale – secondo il diritto internazionale scritto prevalentemente da quello stesso “Occidente collettivo” capitalistico – in acque che non gli appartengono: quelle davanti la costa di Gaza.

Per di più attacca sistematicamente da anni in acque internazionali – dove chiunque può viaggiare liberamente – qualsiasi iniziativa civile tesa a portare un sollievo sia pur minimo alla popolazione palestinese.

E non sono sempre attacchi intimidatori, come quelli già compiuti contro la Sumud Flotilla al largo della Tunisia e della Grecia nei giorni scorsi, perché nel 2010, sull’imbarcazione turca Mavi Marmara, le forze speciali israeliane uccisero 9 passeggeri, ferendone altri 60.

La questione è insomma semplice: o il blocco israeliano è “illegale” – oltre che evidentemente funzionale al genocidio – e dunque i governi suoi “amici” si danno da fare per farlo togliere, oppure lo considerano silenziosamente “legittimo” (Trump lo grida, gli altri si cuciono la bocca) e sono da considerarsi complici. Ai futuri organi giuridici internazionale la sentenza.

Gaza non è una “zona di guerra”, ma un mattatoio dove un esercito modernissimo attacca indiscriminatamente una popolazione civile che oppone una qualche resistenza con mezzi – questi sì – assolutamente “sproporzionati” (fucili, spesso sottratti all’Idf, esplosivi, ecc.). I calcoli fatti da istituti occidentali stimano che per ogni combattente ucciso siano ben 15 i civili massacrati, soprattutto donne e bambini).

La Sumud Flotilla sta praticando quella che un tempo – qui in Occidente – era la più osannata delle forme di opposizione civile non violenta. Il carico portato a bordo delle imbarcazioni è trasportato praticamente in diretta televisiva, accompagnato da mobilitazioni popolari – non solo in Italia – che hanno coinvolto milioni di persone come ideale ma concretissimo “equipaggio di terra”.

Mobilitazioni che giustamente hanno messo in difficoltà tutti i governi, nessuno escluso. Se davanti a quell’orrore non fai nulla, anzi mandi altre armi ai killer, è ovvio che chiunque lo dica ti possa dar fastidio.

Questa azione è messa in atto da persone provenienti da 44 paesi diversi per alleanze, credo religioso, regime politico, cultura e tradizioni sociali. Una vera Onu accomunata da valori umani – quelli veri, a partire dal diritto alla vita – ed è assolutamente non violenta.

Se l’“Occidente collettivo” capitalistico fosse davvero – e non solo nella propaganda – fondato sui valori di “libertà, diritti umani, democrazia” non avrebbe un attimo di esitazione nell’isolare lo Stato criminale che sta violando (fin dalla sua nascita, bisogna aggiungere) tutti i valori, le leggi e le risoluzioni che ne costituiscono l’ossatura formale/legale.

E invece no. Si chiede a chi cerca di infrangere pacificamente quel blocco criminale di farsi da parte. Di lasciare che il genocidio (o il massacro, i crimini di guerra, ecc.) vada avanti senza problemi.

L’invito di Mattarella, insomma, al di là delle forme, è un invito alla complicità silenziosa con i killer. Si limita a raccomandare agli attivisti di non aggiungersi alla lista dei caduti.

È una dimostrazione – involontaria, ma definitiva – che l’“Occidente collettivo” capitalistico persegue il contrario di quel che afferma. E questo, come stiamo peraltro vedendo ogni giorno in primo luogo negli States, distrugge la sua stessa esistenza come “democrazia” almeno presentabile, ancorché ipocrita.

La Storia ha un’ironia feroce e non sembra un caso che a stendere questo ultimo appello alla resa davanti all’orrore di Gaza sia il ministro della Difesa (o della Guerra, come si ammette ora) della guerra del 1999 per distruggere la Jugoslavia multietnica, multireligiosa e persino “diversamente socialista” (e per questo spesso lodata quando entrava in contrasto con la “trinariciuta” Unione Sovietica).

Stare nella sala di comando, per quanto in posizione subordinata, di una guerra coloniale nel cuore dell’Europa probabilmente abitua a considerare “accettabili” i crimini di guerra commessi dalla propria parte. E anche la subordinazione, dicono gli esperti, non aiuta a sviluppare lo spirito critico. O l’autorevolezza morale.

Ci sono insomma una pluralità di ragioni per andare avanti. La principale è che, se vogliamo restare umani, questo è il momento di dimostrarlo. Fermando i genocidi, non chi li denuncia.

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31/07/2025

Le “liste di proscrizione” di Mattarella, Tajani, Crosetto, tra realtà e propaganda di guerra

La prima domanda che il lettore si pone è: l’avranno letto cosa ci sia scritto, oppure le parole de La Repubblica sono acqua santa e vanno prese come il Verbo: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Giovanni, 1-1).

Dunque, La Repubblica del 30 luglio titola: “Attacchi a Mattarella, Meloni: ‘Inaccettabile provocazione‘” e aggiunge che il ministero degli esteri sta per convocare l’ambasciatore russo in Italia Aleksej Paramonov per contestargli l’inserimento di alte cariche della repubblica italiana in un presunto elenco di soggetti “russofobi”.

Anche Guido Crosetto, “il cui nome a sua volta appare nella lista diffusa dal ministero degli Esteri russo, parla di ‘liste di proscrizione’, mentre Antonio Tajani (anche lui citato nella cosiddetta ‘lista’), afferma di considerare ‘l’inserimento della persona del Capo dello Stato in questo elenco una provocazione alla Repubblica e al popolo italiano'”. Nientepopodimeno.

Come di dovere, levata di scudi ex omnia partes: Elly Schlein parla dell’inserimento “del presidente Mattarella in una lista di presunti russofobi da parte della Russia di Putin è inaccettabile, grave e inqualificabile”; petto in fuori, Giuseppe Conte respinge “vili intimidazioni”.

Poi, tutti d’un fiato: Enrico Borghi, Stefania Craxi, Lucio Malan, Massimiliano Romeo, Michaela Biancofiore, Bruno Marton, Tito Magni, Luigi Spagnoli. Ne seguiranno di sicuro altri.

In effetti, sul sito del ministero degli esteri russo, alla voce “Pubblicazioni, smentite, esempi di manifestazioni di russofobia”, compaiono due “elenchi”, entrambi datati 24 luglio 2025, ma riferiti al 2024 e al 2025, definiti come Esempi di dichiarazioni di esponenti ufficiali e rappresentanti delle élite di paesi occidentali a proposito della Russia, con l’utilizzo del “linguaggio dell’odio”.

Nel cosiddetto “elenco” relativo al 2024, vengono riportate dichiarazioni di Antonio Tajani, Guido Crosetto e Sergio Mattarella; in quello relativo al 2025, si cita il solo Mattarella.

In entrambi i casi, le dichiarazioni degli esponenti italiani sono precedute da quelle, di simile tenore, di esponenti di altri paesi. Ad esempio, per il 2024, prima di arrivare all’Italia, si citano discorsi di esponenti di USA, Bulgaria, Belgio, Germania, Grecia, Cechia, Cipro, UE, NATO, Olanda, Lussemburgo; dopo l’Italia, seguono Polonia, Francia, Croazia e Canada. Per il 2025, il numero di paesi e organizzazioni citati cambia di poco.

Ora, quali sono le dichiarazioni di Tajani, Mattarella e Crosetto citate per il 2024? Tajani: «Vorrei vedere bandiere blu e gialle al corteo (in onore del giorno della liberazione dell’Italia dal fascismo). I combattenti ucraini, come i partigiani e i soldati dell’esercito di liberazione del 1945, combattono per la libertà». (Intervista a Il Messaggero del 24.02.2024).

Mattarella: «La tragedia del popolo ucraino impone di ricordare le distruzioni che avevano colpito i paesi europei e ci esorta a rinnovare il nostro impegno per la difesa dai regimi dittatoriali, la pace, la libertà e lo stato di diritto, valori per i quali dettero la vita coloro che sono morti qui». (Discorso pronunciato in occasione del 80° anniversario della battaglia di Montecassino presso il cimitero militare polacco, 18.05.2024).

Crosetto: «Temo che Putin voglia tutta l’Ucraina, inoltre nessuno garantisce che si fermerà all’Ucraina. È ovvio che ha in mente un ordine internazionale in cui chi è più forte prende altri Paesi se e quando vuole». (Intervista a Il Messaggero del 06.05.2024).

Mattarella: «Il risultato fu un rafforzamento dello spirito di conflitto, invece che di cooperazione, nonostante la consapevolezza della necessità di affrontare e risolvere i problemi su scala più ampia. Ma prevalse il principio di dominio, non quello di cooperazione. E furono guerre di conquista. Questo era il piano del Terzo Reich in Europa. L’attuale aggressione russa contro l’Ucraina è di questa natura». (Discorso all’Università di Marsiglia, in occasione del conferimento della laurea honoris causa – 5 febbraio 2025).

Per farla breve: lasciamo simili oscenità alla coscienza di chi ha pronunciato frasi quali l’accostamento dei terroristi neonazisti di Kiev ai partigiani, soprattutto comunisti, azionisti e socialisti, che liberarono l’Italia dal nazifascismo, o l’avvicinamento di Russia e Terzo Reich, oppure l’attribuzione a Mosca e a Putin di “progetti” che, a dire il vero, costituiscono proprio i piani d’attacco di USA-NATO-UE verso la Russia.

L’ultimo esempio è dato dai disegni per l’adattamento delle reti viarie, ferroviarie e altro ai mezzi militari pesanti della NATO, di cui in realtà si parla da anni, almeno dal 2018, ma che sembrano entrati ora nella fase attuativa, a dimostrazione delle intenzioni belliciste dei suoi attori.

Non aveva ancora di recente, il Presidente Mattarella, parlato  di «grave, inaccettabile aggressione russa all’Ucraina», quale ulteriore «esempio di una minaccia sempre più insistente al sistema di principi che l’Alleanza e l’Unione europea difendono»?

“Sistema di principi” ovviamente estraneo, tanto da attaccarlo, a quelle latitudini iperboree in cui predominano i «regimi dittatoriali». Là c’è il cosiddetto “asse del male”; di qua, c’è solo il bene: meno, in effetti per operai e pensionati. Ma tant’è.

E allora: i signori Crosetto, Tajani e Mattarella, sono forse ora imbarazzati dalle proprie stesse dichiarazioni, tanto da ricorrere alla vecchia tattica dell’attacco preventivo? Le parole da essi pronunciate in quelle diverse occasioni, non sono state forse dettate proprio da uno spirito di inimicizia e finanche di odio nei confronti di Mosca?

Di quale «pubblicazione di “liste di proscrizione” da parte di Mosca e del suo regime autocratico», parla l’egregio signor ministro della guerra, al governo con esponenti fascisti che non hanno mai ricusato i propri “convincimenti” dittatoriali e anzi li attuano ogni giorno con le loro leggi liberticide e di affamamento dei lavoratori?

Cosa hanno in mente Mattarella, Tajani o Crosetto, quando sproloquiano di “libertà”, «difesa dai regimi dittatoriali»: quale è la loro “idea” di “libertà” e “dittatura” e quali sarebbero, a loro dire, le manifestazioni concrete di tali categorie?

Nessuna “lista di proscrizione”, per quanto sbraitino nei palazzi italici: semplice constatazione di dove possano arrivare le indecenze pronunciate a partire da visioni fasciste, liberal-europeiste o, nel “migliore” dei casi, guerrafondaie, di determinate categorie storico-politiche, su cui i comunisti hanno ben altre idee, più tangibilmente basate sui reali rapporti di classe e sul loro concreto realizzarsi nelle varie e diverse realtà.

Tutto qui. La russofobia, in effetti, vive e prospera, anche senza tirare di nuovo il ballo “caso Gergiev”. La realtà è che, ossequiosi ai comandamenti USA-UE-NATO, stanno preparando la guerra e tutto, azioni e parole, va in quella direzione.

«Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». (Luca, 21-6)

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Solidarietà... ma de chè?

di Giorgio Cremaschi

Tutto il palazzo della politica italiana, da Meloni a Schlein, da Taiani a Renzi a Conte, ha espresso “vibrante solidarietà” al Presidente Sergio Mattarella. Sono tutti indignati perché le autorità della Russia hanno stilato un elenco di governanti occidentali particolarmente ostili nei confronti del loro paese, tra i quali hanno inserito anche il nostro Capo dello Stato.

Non è vero? Mah.

Il Presidente Mattarella ha sempre sostenuto con il massimo vigore l’invio di armi contro la Russia, anzi ha fatto proprio il gigantesco piano di riarmo europeo e della NATO, giustificandolo proprio con la necessità di fronteggiare le minacce che vengono da quel paese.

Che ha paragonato al Terzo Reich.

Si, il Presidente Mattarella poco tempo fa a Marsiglia, nella sede solenne del conferimento di una laurea honoris causa, ha accusato il governo della Russia di comportarsi come il regime criminale di Hitler.

Vi sembra strano che, in un paese nel quale il nazismo ha fatto ventotto milioni di vittime, si siano offesi? Anche perché il Presidente Mattarella non ha certo avuto lo stesso atteggiamento verso altri governi accusati di crimini.

Poco tempo fa il Presidente ha ricevuto e abbracciato il collega israeliano Herzog, che si è fatto fotografare mentre firmava le bombe destinate a Gaza e ha visitato le truppe di occupazione proclamandone tutti i meriti, mentre ha persino negato che i palestinesi soffrano la carestia.

Ora, se Mattarella porge tutti gli onori al capo di uno stato incriminato per genocidio, mentre accusa di nazismo la Russia, beh non è normale sospettare che egli sia un poco prevenuto contro quest’ultimo paese?

Anche perché – contro la Russia – l’Italia, la UE e la NATO non solo inviano armi, ma producono sanzioni a raffica, non solo economiche e politiche, ma anche sportive e culturali. Compreso proibire il concerto di un direttore di orchestra e di un pianista famosi. Il tutto con la silente o addirittura esplicita benedizione di Sergio Mattarella.

Insomma, dove sarebbe lo scandalo se la Russia considera ostile un Presidente della Repubblica che la paragona alla Germania nazista?

Cosa c’è da condannare, Mattarella non voleva davvero dire ciò che ha detto e i russi non hanno capito le sue intenzioni pacifiste? Beh nel mio piccolo non le ho capite neanche io.

A me questo scandalo del nostro palazzo della politica mi sembra il vittimismo di chi tira il sasso, poi nasconde la mano e infine si offende se viene scoperto. Sono proprio degli sfacciati, come direbbero a Roma: Solidarietà... ma de che?

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16/05/2025

Mattarella e Draghi fanno l’ultima chiamata per l’autonomia strategica UE

Mattarella e Draghi, la diarchia che ha segnato l’Italia dei primi anni post-pandemici, si è trovata riunita a Coimbra. Parlo di diarchia non per gioco retorico, ma perché queste due figure hanno davvero espresso la verticalizzazione della politica italiana, la gerarchizzazione e il ‘bacchettamento’ dei partiti che non si volevano allineare ai dettami di Bruxelles.

Ciò avveniva in una fase di forte sollecitazione per le mire strategiche unioneuropeiste, e dunque avviene di nuovo in questi mesi, in cui la rottura dell’illusione dell’unità euroatlantica sta costringendo la UE ad assumere quell’autonomia strategica a cui ha sempre aspirato o a perdere definitivamente il treno della competizione globale.

Senza tenere a mente questa cornice analitica, non si può capire il valore delle parole che entrambi i politici hanno pronunciato nella città portoghese, dove si è svolto il 17esimo summit sull’innovazione organizzato dalla fondazione Cotec Europa. Non a caso, il titolo era “A call to action”, che è poi il senso dei loro discorsi.

Partiamo dal discorso tenuto da Draghi, che fa il paio con quello dello scorso febbraio, quando l’economista era intervenuto al Parlamento Europeo chiedendo al consesso di “fare qualcosa”, e di non dire sempre di no a tutto. Soprattutto perché ora i dazi di Trump hanno aperto una faglia che non si richiuderà.

“È un azzardo credere che torneremo alla normalità nel nostro commercio con gli Stati Uniti”, ha detto Draghi, aggiungendo poi che “dovremmo chiederci come mai siamo finiti nelle mani dei consumatori statunitensi per guidare la nostra crescita. E dovremmo chiederci come possiamo crescere e generare ricchezza da soli”.

Anche se l’ex presidente della BCE e del governo italiano ha ribadito che la UE deve cercare un accordo per salvaguardare le proprie esportazioni e mantenere l’accesso al mercato stelle-e-strisce, l’obiettivo deve essere quello di promuovere relazioni e dotarsi di strumenti che garantiscano la crescita europea, con o senza Washington.

Per dirla in altre parole, serve aumentare innanzitutto la domanda interna del Vecchio Continente, quella stessa domanda che è stata strozzata dalle politiche di austerità di cui lo stesso Draghi è stato promotore. Come già altre volte negli ultimi mesi, il buon ‘SuperMario’ si scorda di dirlo, perché significherebbe dichiarare al mondo il fallimento della trentennale politica mercantilista della UE.

Ad ogni modo, Draghi ha ribadito che l’unico modo perché si venga a capo di questa situazione è una maggiore integrazione europea, a partire dall’emissione di debito comune. “Quando il debito è già elevato – ha detto – l’esenzione di categorie di spesa pubblica dalle regole di bilancio può arrivare solo fino a un certo punto”, con ovvio riferimento ai piani di riarmo.

“Nelle occasioni in cui l’UE ha fatto salti significativi verso una maggiore integrazione, tre fattori sono stati tipicamente presenti: una crisi che dimostra oltre ogni dubbio che il sistema precedente è diventato insostenibile; un grande shock politico che sconvolge l’ordine istituzionale; un piano d’azione già esistente cui tutte le parti possono aderire”.

L’ex-presidente della Bce ha affermato che “oggi, per la prima volta in forse 30 anni, tutti e tre i fattori sono presenti di nuovo. Dal 2020 abbiamo perso il nostro modello di crescita, il nostro modello energetico e il nostro modello di difesa. Gli europei avvertono in modo acuto il senso di crisi”.

In maniera complementare, Mattarella ha dichiarato solennemente che “stare fermi non è più un’opzione”, rivelando poi quello che è alle fondamenta del progetto europeo: egli ha infatti invitato a “progredire senza indugi e con efficacia proprio sulla strada della competitività, condizione indispensabile all’ulteriore approfondimento del progetto d’integrazione continentale”.

“I rischi dell’immobilismo – ha continuato – sono ben identificati nel Rapporto Draghi come in quello Letta, sul futuro del mercato interno: le ipotetiche conseguenze per l’Europa, ad esempio in termini di arretramento nelle condizioni materiali di benessere diffuso o di un allontanamento irreversibile dalla frontiera tecnologica, ne accrescerebbero anche le vulnerabilità sui piani strategico e geopolitico”.

Il benessere diffuso è in caduta libera già da tempo nella UE, e viene tirato fuori solo in maniera strumentale. Non è la riduzione delle disuguaglianze, non è la pace e la promozione dello sviluppo la ragione d’esistere della UE, ma lo è la capacità dell’imperialismo continentale di stare al passo degli altri grandi attori globali.

Mentre Israele porta a compimento il genocidio dei palestinesi, mentre appena al di là del mare la Libia torna a infiammarsi, mentre da oltre tre anni l’Occidente usa gli ucraini come carne da cannone, un presidente della Repubblica guerrafondaio parla di “ingiustificate ritrosie” rispetto al piano di riarmo, difesa comune ed economia di guerra licenziato da Bruxelles.

Insomma, il binomio Draghi-Mattarella ha tracciato i possibili scenari futuri della UE. O un salto di qualità nell’integrazione, a partire dal diventare una realtà politica armata fino ai denti, o la condanna a giocare un ruolo minore nello scenario internazionale. Ovviamente, sempre finché il nodo rimarrà quello di come garantire il profitto di pochi sulla vita di molti.

Per chiunque voglia invece intraprendere una strada alternativa, per un modello fondato sui bisogni popolari e su relazioni internazionali pensate non come una questione di dominio, ma di sviluppo complementare con altri paesi, la rottura della gabbia europea è la parola d’ordine da agitare.

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13/04/2025

Decreto sicurezza. Attivista in sciopero della fame, ma Mattarella ha già firmato

La rete di ecologisti per la difesa climatica Ultima Generazione, per protestare contro il via libera al decreto Sicurezza varato dal Consiglio dei Ministri la scorsa settimana, ha messo in campo una serie di iniziative.

Un attivista di Ultima Generazione, Michele Giuli, insegnante al liceo Cavour di Roma, ha iniziato uno sciopero della fame per chiedere un incontro con il Presidente Mattarella e consegnare le quasi 100mila firme raccolte su una petizione lanciata da Ultima Generazione che chiedeva al presidente di non firmare l’approvazione del decreto.

Ma presidente della Repubblica, nonostante le richieste giunte da molte parti, ha firmato lo stesso il decreto sicurezza. Il testo era stato approvato nel Consiglio dei ministri di venerdì 4 aprile con un blitz che aveva bypassato il dibattito al Senato. Il decreto è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 4 aprile 2025.

Come noto gli attivisti di Ultima Generazione agiscono con iniziative non-violente per sensibilizzare l’opinione pubblica su temi che riguardano il cambiamento climatico e la messa in sicurezza dei territori da eventi atmosferici sempre più estremi, Ultima Generazione ha deciso di portare avanti una battaglia contro il dl Sicurezza alla luce del fatto che gli stessi attivisti e attiviste per l’ambiente sono un preciso target della criminalizzazione sancita del decreto.

Si prevede infatti che l’ammenda nei confronti di chi “distrugge, disperde, deteriora o rende in tutto o in parte inservibili o, ove previsto, non fruibili beni culturali o paesaggistici propri o altrui” sia tra i 20.000 e i 60.000 euro. Per chi “deturpa o imbratta beni culturali o paesaggistici propri o altrui, ovvero destina i beni culturali a un uso pregiudizievole per la loro conservazione o integrità ovvero a un uso incompatibile con il loro carattere storico o artistico” l’ammenda potrà raggiungere i 40.000 euro.

Ancora più gravemente, viene reintrodotto il reato di blocco stradale, punito con la reclusione fino a 2 anni, o 4 anni se commesso da cinque o più persone. Viene introdotto anche il reato di resistenza passiva durante le manifestazioni, con pene fino a 5 anni di carcere e 15.000 euro di multa.

In molti hanno definito il decreto sicurezza “il più grande e pericoloso attacco alla libertà di protesta nella storia repubblicana”.

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21/02/2025

Non a nostro nome

Il Presidente Sergio Mattarella stringe orgoglioso la mano a Isaac Herzog, presidente di Israele . Herzog ha difeso giustificato e persino esaltato il genocidio a Gaza. Ha firmato sorridendo le bombe che avrebbero fatto strage di donne e 20000 bambini. E ora il Presidente vanta l’amicizia con lo stato presieduto da questo miserabile, stato al cui governo c’è un criminale ricercato per crimini contro l’umanità.

Penso che sia persino inutile sottolineare i due pesi e le due misure del Presidente Mattarella, che contro la Russia ha usato e usa ben altre parole. Da tempo questa mancanza di credibilità fa parte della crisi della nostra Repubblica.

Ora ciò che conta è dire con tutte le forze che quella stretta di mano è una vergogna per Mattarella e per chi sta con lui, ma non rappresenta tutto il popolo italiano. E in ogni caso non è in nostro nome.

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16/02/2025

Perché non dovrebbero offendersi?

di Giorgio Cremaschi

Scusate, ma se Sergio Mattarella afferma che la Russia si comporta come il Terzo Reich, questi che hanno avuto 27 milioni di morti per colpa dei nazisti tedeschi e dei fascisti italiani, perché non dovrebbero offendersi?

Invece è insorto lo spirito comune della Patria offesa, quello che in Italia ha spesso coperto le peggiori porcherie.

Governo di destra e centrosinistra, uniti dal ridicolo, mostrano il petto contro la straniera che ha osato offendere la nazione ed il suo capo.

Eppure di fronte a questa similitudine tra Russia e Terzo Reich, sostenuta ex cathedra dal nostro Presidente, mi tormentano alcune domande, sicuramente ingenue e magari rozze e impolitiche, ma che non riesco a mandar via.

1) Sergio Mattarella davvero crede che la Russia sia il nuovo Terzo Reich? Allora dovrebbe pretendere che si faccia la guerra, anche con soldati italiani, contro di essa. Senza tregua e compromessi, fino al rovesciamento del governo russo in carica. Non si possono dire parole a metà su questo. Tipo sei Hitler, ma facciamo una pace giusta.

2) Se quella di Sergio Mattarella è invece solo una denuncia metaforica e non circostanziata, allora perché il Presidente non ha mai speso una parola sulla denuncia per genocidio nei confronti di Israele? Anzi più volte ha proprio ammonito: piano con le parole.

3) Se le parole di Mattarella sono state un puro atto politico, qual è il suo scopo? Nel momento in cui pare, e sottolineo pare, che Trump voglia fermare la guerra in Ucraina, il nostro Presidente ha voluto schierare il paese con quei governi europei che vogliono continuarla?

4) Come mai Sergio Mattarella non ha detto nulla sul Presidente degli Stati Uniti, che vuol deportare milioni di palestinesi, prendersi Groenlandia, Panama, Canada? Non è questa una vera logica da Terzo Reich? Oppure sono solo difettucci della democrazia, dovuti ad eccesso di dazi?

Mi scuso per questi interrogativi e voglio dire che non mi interessa certo difendere Putin ed i suoi, da cui sono lontanissimo.

Ma vedete, ora che in Europa si scatena di nuovo uno stupido spirito guerrafondaio, mi viene il terrore che Trump alla fine si freghi le mani e dica: governi europei volete davvero fare guerra alla Russia? Bene fatela.

E poi il Presidente USA inizierebbe a progettare affari e riviere sulle nostre rovine.

Quando tutto il mondo politico italiano sprofonda nella retorica e nei proclami della monarchia dei Savoia, io, da inguaribile repubblicano, come minimo mi sento Franti.

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15/02/2025

Bufera Zakharova su Mattarella. Con la Storia non si scherza...

Falsificare la Storia per banali motivi politici di breve durata è diventato in Italia “normale” da qualche decennio. La spinta della destra è stata sempre in questa direzione, e i liberal-democratici l’hanno sempre assecondata. In fondo sono padronali e anticomunisti quanto i fascisti, e quindi hanno sempre usato il classico doppio standard: una critica “comprensiva” verso i fascisti, indignazione senza limiti verso qualsiasi cosa odori “di sinistra”.

Gli esempi sono innumerevoli. Basterebbe citare la questione delle foibe istriane. Una tragedia, certo, ma incomprensibile se si rimuove la storia dell’aggressione fascista (anche allora “italianissima”) contro i paesi che poi si unirono nell’ormai ex Jugoslavia, quando in quelle stesse foibe vennero gettati migliaia di sloveni e croati e le truppe fasciste divennero in tutti i Balcani “taliani palikuce” (“italiani bruciatetti”, per via dell’abitudine a non lasciare dietro di sé neanche una casa in piedi).

La falsificazione della Storia è diventata “regola di riscrittura” soprattutto quando il soggetto o il movimento che si vuole criminalizzare ormai non esiste più, se non in forme minoritarie e spesso quasi solo culturali (ad esempio, storici che continuano a scavare nei documenti, anziché nella propaganda usa-e-getta).

Un bullismo politico-storiografico senza troppi rischi, un’abitudine che porta facilmente alla perdita di controllo nella ricerca di formule retoriche sempre più audaci, producendo accostamenti e analogie che sarebbero bocciati in sede di esame universitario.

Se poi questo esercizio viene compiuto da chi – per ruolo istituzionale – è sistematicamente al riparo da qualsiasi critica, allora quel rischio di strafare può esondare gli argini. Con qualche problema se “l’avversario” è non solo vivo e vegeto, ma anche un bel po’ in forze...

Nel discorso tenuto a Marsiglia, in occasione dell’ennesima laurea ad honorem ricevuta, Mattarella aveva spaziato in modo inusuale su molti temi – dai tecnocrati alla Musk alla Conferenza di Monaco del 1938, quando le democrazie liberali diedero il via libera a Hitler perché dirigesse la sua ansia di conquista verso Est, in definitiva contro l’Unione Sovietica.

Anche a noi, nel nostro piccolo, non era sfuggita la doppia falsificazione operata nell’accostare l’attuale Conferenza di Monaco – in pieno svolgimento in queste ore – a quella di quasi un secolo fa all’unico scopo politico, contingente, di mettere la Russia di oggi al posto della Germania nazista.

Un modo di legittimare ex post l’attuale partecipazione alla guerra in Ucraina (a sostegno di un regime in buona parte composto da nazisti dichiarati!), ma anche di negare la possibilità di una pace che non preveda la sconfitta del “nemico” russo (in contrasto con il “nuovo sceriffo di Washington”).

Però noi siamo un piccolo giornale, con un pubblico intelligente ma di dimensioni ancora limitate per costituire una quota apprezzabile dell’“opinione pubblica”. Facile ignorarci e andare avanti sulla stessa strada...

Ma quella che per noi era una sgrammaticatura pesante (sorvolando su altre possibili definizioni), agli occhi dei russi è apparsa subito una “invenzione blasfema”. Se per annientare il nazismo hai dovuto sacrificare una cifra mostruosa di cittadini – tra i 22 e il 27 milioni, a seconda delle diverse stime; in pratica non c’è famiglia russa che non abbia avuto almeno una vittima in quella guerra – non è che sull’argomento sei abituato a giocare solo per fare bella figura nelle cerimonie...

La reazione ufficiale di Mosca è arrivata con una nota della portavoce del ministero degli esteri, Maria Zakharova, nel suo solito stile graffiante ma – bisogna ammettere – del tutto privo di “insulti”. Del resto chi si muove all’interno delle normali relazioni diplomatiche sa bene come dire quel che gli preme rispettando i limiti formali che permettono di continuare ad avere rapporti pur restando in completo disaccordo.

Il testo lo potere leggere al termine dell’articolo, in modo da farvi la vostra opinione. Ci è sembrato necessario e decisamente più corretto proporlo integralmente che non estrapolare singole frasi, inserendole magari tra nostre considerazioni e “cuciture” per deformarne il senso. Insomma, quel che hanno fatto tutti i media mainstream ed anche tutti i “politici” cui è stata data parola in questa occasione.

Una indignazione a comando, senza un briciolo di riflessione né di dubbio, che ha – come sempre, sulla guerra in Ucraina – accomunato fascisti e “progressisti”, liberali e “verdi”, da Gasparri a Schlein e Bonelli. Un comportamento gregario che la dice lunga sull’incapacità dell’intera classe politica italiana (i giornali, come si dice, “eseguono” gli ordini di scuderia dei loro proprietari) di metabolizzare la sconfitta, ossia il fatto ormai assodato che la guerra non è andata come è stato ripetuto ogni giorno negli ultimi tre anni.

Gli Stati Uniti, nel loro perverso modo (“America first” è un criterio che accomuna ampiamente “democratici” e “repubblicani”, anche prima di Trump), ci sono arrivati. L’Unione Europea ordoliberista e antipopolare ancora no. E piuttosto che ammettere l’idiozia fatta è disposta a lasciare campo libero ai neofascisti, peraltro ormai apertamente sostenuti dal “nuovo sceriffo di Washington”.

Non c’è da essere ottimisti su come andrà a finire, se non si riesce ad innescare una spirale finalmente positiva, che unisca il bisogno di pace con i bisogni vitali delle classi popolari, e proietti i guerrafondai padronali nelle discariche della Storia. Quella vera.

*****

“Nel corso di una lezione tenutasi il 5 febbraio all’Università di Marsiglia, il Presidente della Repubblica italiana ha rilasciato diverse dichiarazioni offensive nei confronti del nostro Paese.

Ha tracciato parallelismi storici scandalosi e palesemente falsi tra la Federazione Russa e la Germania nazista, chiedendo che il fallimento della politica di pacificazione occidentale alla fine degli anni ’30 fosse preso in considerazione quando si risolveva la crisi ucraina e sostenendo che le azioni della Russia in Ucraina “sono di natura simile” al progetto del Terzo Reich in Europa.

È strano e assurdo sentire invenzioni così blasfeme dal presidente dell’Italia, un Paese che conosce in prima persona cosa sia realmente il fascismo.

Solo lui lo sa diversamente (…)

Il regime fascista di Mussolini era un fedele alleato della Germania nazista nei patti d’acciaio, anticomintern e di Berlino, e fornì al Terzo Reich una forza di spedizione di 235.000 uomini per un’aggressione congiunta contro l’URSS nel 1941.

Quel regime in Italia è responsabile, insieme ai nazisti, dei crimini di guerra e del genocidio del popolo sovietico durante la Grande Guerra Patriottica.

Il Presidente della Repubblica dovrebbe anche riflettere sul fatto che oggi l’Italia, insieme ad altri paesi della NATO, sta pompando il regime terrorista neonazista di Kiev con moderne armi mortali, sostenendo così incondizionatamente il regime criminale in tutti i suoi crimini (…)

Ma conosciamo anche un’altra Italia.

Conosciamo gli italiani che, durante la seconda guerra mondiale, organizzarono un potente movimento partigiano, al quale parteciparono attivamente migliaia di sovietici: prigionieri di guerra e civili deportati che combatterono insieme ai loro commilitoni italiani contro il fascismo e diedero la vita per la libertà dell’Italia e della loro patria.

Secondo varie stime, dei 12mila partecipanti stranieri alla Resistenza italiana, quasi la metà erano cittadini sovietici.

Di questi, tredici eroi hanno ricevuto onorificenze dallo Stato italiano.

Le dichiarazioni di Mattarella offendono non solo la loro memoria, ma anche la memoria di tutti gli antifascisti italiani, dei loro discendenti sia in Russia che in Italia e di chiunque conosca la storia e non accetti queste inappropriate e inaccettabili analogie criminali.

Ma so che, per usare un eufemismo, non tutti in Italia condividono valutazioni così odiose.

Il 4 febbraio, nella città di Ryazan, l’amministrazione comunale, insieme al Consolato Generale di Russia a Genova, ha tenuto la V Conferenza Internazionale “I popoli dell’URSS e dei Paesi europei nella lotta contro il nazifascismo durante la seconda guerra mondiale” con la partecipazione di rappresentanti italiani pronti a difendere la verità storica su quegli eventi.

Sia la Russia che l’Italia onorano con cura la memoria degli eroi partigiani sovietici e italiani che hanno perso la vita nella lotta contro il nazismo e il fascismo.”

Maria Zakharova

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11/02/2025

Quando ricordare diventa pericoloso

Sul Giorno del Ricordo, sulla complessa questione del confine orientale italiano e sulla propaganda riguardante gli eventi legati alle foibe è stato scritto tantissimo. Basta cercare e leggere per avere delle ricostruzioni basate su documenti e fatti accertati.

Questo breve articolo non vuole aggiungersi a questa lunga lista di lavori, perché sono già abbastanza esaustivi e non sono un esperto di quelle vicende. Alcune parole, senza pretesa di completezza, vanno però dette sulle parole del Presidente della Repubblica.

Perché il ricordo è una cosa privata, a cui tutti hanno diritto finché qualche caro rimane in vita per ricordare. Ma la memoria è un’altra cosa, attiene alla dimensione della collettività e al modo in cui i suoi vertici stabiliscono degli eventi da considerarsi importanti, quasi fondativi, dei valori della comunità stessa.

Per questo abbiamo un Giorno della Memoria: perché vogliamo una società in cui la violenza del genocidio nazifascista non solo non sia dimenticata, ma non venga ripetuta. Anche se, purtroppo, oggi l’Occidente difende la pulizia etnica operata contro i palestinesi, con Israele che fa di tutto per riscrivere la storia dei suoi crimini.

Purtroppo, anche Mattarella si è lasciato andare di recente a manipolazioni storiche che non rendono conto di fenomeni complessi, così come lo fu lo scenario dell’Europa degli anni Trenta del Novecento. E al Quirinale, per il Giorno del Ricordo, ha ripetuto l’esperienza, quando avrebbe potuto fare altro, visti i post-fascisti al governo, pur rispettando i suoi obblighi istituzionali.

Perché la legge con cui è stata introdotta questa ricorrenza cita esplicitamente la “complessa vicenda del confine orientale”, ma gli eventi organizzate dalle autorità pubbliche si concentrano sempre quasi esclusivamente su una parte ristretta di questa “complessa vicenda”: gli infoibamenti del 1943 e del 1945, e l’esodo del decennio successivo dai territori persi dall’Italia con la fine della guerra.

Togliamo subito dall’equazione l’esodo, che è stato un fenomeno di lunga durata, non un’espulsione coatta ma il risultato del nuovo ordine post-bellico e di quelle terre. Magari per molti quella di trasferirsi è stata una scelta dolorosa, ma pur sempre volontaria: non l’effetto di un’opera di pulizia etnica.

Insomma, ha poco o nulla a che vedere con il fenomeno degli infoibamenti, che nei due momenti citati (1943 e 1945) ha riguardato meno di 5 mila persone, stando alle fonti accertate. E non sono solo italiani, perché il fenomeno è legato alle epurazioni che avvengono alla fine di un conflitto – successero e fecero probabilmente anche più vittime in Francia – e, di nuovo, non è stata un’opera di pulizia etnica.

Possiamo provare giustamente disgusto per la violenza della guerra e di eventi ad essa collegata, come gli infoibamenti appunto (già usati precedentemente dai nazifascisti, tra l’altro). Ma la storia è questa e, da storico, non siamo qui a giudicare ma a comprendere perché gli uomini si sono comportati in un determinato modo.

Per questo andrebbe posta in risalto la “complessa vicenda del confine orientale”, perché solo così si potrebbe capire da dove è originata, quale è stata la causa prima da cui poi è scaturita la Guerra Mondiale e tutte le violenze annesse. E questo poteva fare Mattarella, puntando il dito contro il suprematismo e l’espansionismo nazifascista.

Il Presidente della Repubblica ha invece preferito dire che “troppo a lungo ‘foiba’ e ‘infoibare’ furono sinonimi di occultamento della storia”. Che è semplicemente una falsità per evitare proprio di inserire la questione ‘foibe’ dentro le vicende del confine orientale italiano, che cominciano anche prima dell’avvento di Mussolini.

Al di là del fatto che lavori di ricostruzione storiografica su tali vicende sono stati prodotti in quantità nell’ultimo mezzo secolo, e nessuno ha mai nascosto nulla, nel 1993 i ministri degli Esteri di Italia e Slovenia istituirono una Commissione storica italo-slovena per fare il punto delle ricerche effettuate e incamminarsi su una definitiva riconciliazione.

Nel 2000 ne venne presentata la relazione finale, dal titolo “I rapporti italo-sloveni fra il 1880 e il 1956”, e il governo sloveno la adottò l’anno successivo. A Palazzo Chigi, dove sedeva Amato, si dimenticarono invece di questo testo, che aveva giustamente ripercorso l’opera di pulizia etnica – questa sì – degli italiani nei Balcani.

In quel governo il ministro della Difesa era Mattarella, che pochi mesi prima, sotto un altro presidente del Consiglio (D’Alema), aveva fatto bombardare Belgrado. Quattro anni dopo il centrodestra di Berlusconi avrebbe istituito il Giorno del Ricordo, e oggi Mattarella ci viene a dire che c’è stata una sorta di “congiura del silenzio” sugli eventi del confine orientale.

Ma chi ha silenziato la verità storica accertata con anni e anni di lavoro di storici attenti e accreditati? Poiché la storia non si adeguava bene alla rimozione delle responsabilità storiche dell’Italia, allora è stata disconosciuta a favore di una ricorrenza fondata esclusivamente sulla narrazione che di quegli eventi fanno i post-fascisti.

Il problema è che la storia non relega tutti i cattivi da una parte e tutti i buoni dall’altra, come vorrebbe l’attuale classe dirigente italiana. E ciò renderebbe impossibile stigmatizzare Tito, il comunismo e il movimento partigiano jugoslavo. Perché diciamocelo, solo chi vuole tenere gli occhi chiusi e le orecchie tappate non capirebbe che l’obiettivo di fondo è quello.

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09/02/2025

Zelenskij a Kiev serve ormai solo agli appelli bellicisti di Bruxelles

Per quanto riportate in pochi frammenti su alcuni quotidiani, le parole pronunciate nei giorni scorsi a Marsiglia da Sergio Mattarella qualche spazio di riflessione (e di interpretazione) lo lasciano. Ad esempio, il Presidente della repubblica, ricordando le vicende degli anni ’30 e associando le nefandezze del Terzo Reich hitleriano alle odierne azioni della Russia, dice di voler mettere in guardia dal ripetere strategie che non funzionarono nel 1938, poiché se quelle di allora «furono guerre di conquista», quelle odierne di Mosca seguono lo stesso solco e «l’odierna aggressione russa all’ucraina è di questa natura».

Cosa significa?

Alle strategie che non funzionarono nel 1938 – cioè il cosiddetto “appeasement” voluto da Gran Bretagna e Francia che, a ben guardare, risaliva al patto di Locarno del 1925, anche quello teso a spostare da ovest a est la direzione espansiva del revanscismo tedesco – per indirizzare l’aggressione di nazismo hitleriano e fascismo mussoliniano contro l’Unione Sovietica, corrisponderebbe oggi la ricerca di soluzioni “non belliche” per metter fine al conflitto in Ucraina.

A rigor di logica, dunque, un eventuale compromesso sulle prospettive di pace, oggi, non sarebbe altro che una ripetizione del “patto di Monaco” del 1938, con cui veniva disintegrata la Cecoslovacchia.

Diciamo però che i piani di spartizione dell’Ucraina esistono da tempo, ma provengono da tutt’altri soggetti che non quelli supposti da Mattarella. In ogni caso, secondo il presidente, nessun accomodamento dovrebbe quindi essere accettabile, dato che, come fu negli anni ’30, oggi «l’aggressione all’Ucraina è un progetto di conquista», proprio «come il progetto del Terzo Reich» cui – aggiungiamo noi – partecipò volentieri la “democratica Polonia“, con il benestare di Londra e Parigi.

Ne discende, ancora secondo logica, la “necessità” oggi di continuare la guerra «fino alla vittoria di Kiev»: lo esigono gli appetiti miliardari di quei «neo-feudatari del Terzo millennio» contro cui, a parole, pare scagliarsi la massima carica dello stato italiano.

Ne consegue anche che, come dice Sergio Mattarella, l’Europa «non può accontentarsi della prospettiva di un vassallaggio felice» all’ombra dello scudo USA-NATO, ma «deve scegliere tra l’essere protetta e l’essere protagonista».

Dunque, avanti con l’esercito europeo; avanti con le spese di guerra; avanti col rimpolpare le casse dei complessi militari-industriali euro-americani e col depredare quel che rimane di servizi pubblici, assistenza socio-sanitaria, istruzione, ecc., a danno delle condizioni di vita di operai, lavoratori e masse popolari in generale.

D’altra parte, quella indicata da Mattarella è proprio la linea su cui si muovono i guerrafondai di Bruxelles: sempre nuove sanzioni alla Russia (per quanto inefficaci), istituzione di un fantomatico “tribunale speciale” sui crimini (ovviamente russi) in Ucraina, riarmo a tutto spiano e niente tavoli di trattativa; tanto che ora, improvvisamente, pur di aumentare le spese che loro chiamano «per la difesa», ecco che sembra si possano aggirare con circensi escamotage i limiti imposti dagli stessi tagliagole di Bruxelles ai bilanci nazionali.

E sorvoliamo sui “tribunali” da istituire mentre si disconoscono quelli già esistenti...

Ma, “difesa” da chi? Ovviamente, dai «progetti di conquista» russi ai danni non più della sola Ucraina, ma dell’intero continente europeo. E ci sarebbe davvero urgenza di armarsi, ora e subito, finché il conflitto va avanti: se si dovesse arrivare a un cessate il fuoco, diventerebbe più “problematico” giustificare il riarmo (ma, non dubitiamo che si inventerebbero comunque un raggiro mediatico per “giustificare” le scelte) e far ingoiare alle masse i draconiani tagli sociali a favore dei profitti dei colossi della guerra.

E, però, cosa risponderebbero gli eredi dei komplizen filohitleriani che oggi occupano posti chiave a Bruxelles, nel caso Trump e Putin si sbarazzassero (a questo punto, anche donandogli una “pensione dorata” da qualche parte sul pianeta) del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, con l’imporgli di indire elezioni dopo il cessate il fuoco e quale precondizione per trattative di pace, nonostante che, in base al passato decreto dello stesso Zelenskij, che nel frattempo ha prorogato lo stato di guerra fino al 9 maggio, queste non potrebbero tenersi?

Risponderebbero probabilmente che la “minaccia russa” rimarrebbe comunque tale, finché le “democratiche” armi occidentali non saranno riuscite a smembrare il paese in tanti piccoli feudi da assegnare a questa e quella delle “democrazie” che – a Monaco, nel 1938 – continuarono la politica interventistica lanciata vent’anni prima contro il “pericolo bolscevico”.

Ovvio che la Russia putiniana non abbia più nulla a che vedere con la Russia sovietica e con l’URSS, ma è l’effetto della parola che conta: la Russia, per definizione, è sempre quella che attacca: non lo insegnano, forse, i “martoriati” polacchi e i “lacrimevoli” baltici, oggi “cattedratici” di storia brevettata a uso e consumo di vomitevoli “risoluzioni” UE?

E, in presenza di un eventuale cessate il fuoco, o “congelamento” del conflitto, come si accorderebbero le parole del capo dello stato italiano sul non funzionamento di quello che, a suo dire, sarebbe una riproposizione del 1938?

Non a caso, mentre stanno precipitosamente esaurendosi i fondi yankee per finanziare la guerra, arriva da Mosca una flebile apertura alla possibilità di condurre trattative direttamente con Zelenskij, nonostante il Cremlino insista sulla sua illegittimità quale presidente ucraino.

In ogni caso, se davvero si arrivasse al voto, i candidati non mancano e, nelle condizioni dell’attuale Ucraina, appaiono tutti in grado di sorpassare in popolarità l’attuale presidente: Julija Timošenko, Petro Porošenko, il sindaco di Kiev Vitalij Klichkò, il pugile Aleksandr Ysik, il presidente della Rada Dmitrij Razumkov e, naturalmente, Valerij Zalužnyj e Kirill Budanov.

E vengono alla ribalta anche personaggi che, nel recente passato, hanno costruito le proprie fortune “politiche” sulla russofobia e che oggi, fuggiti all’estero, sono considerati “russofili”: Aleksej Arestovic, il co-fondatore del criminale “Mirotvorets” e oggi principale agitatore contro le retate dei distretti militari; ma anche Miroslav Oleško e poi Igor Mosijchuk e altri.

Tutti in grado di surclassare, nei favori dell’elettorato, Vladimir Zelenskij che, come nota opportunamente Aleksej Zot’ev sul Servizio analitico del Donbass, si è adattato così bene al ruolo assegnatogli dai tecnopolitici occidentali di “presidente di guerra”, che rimarrà tale nella storia dell’Ucraina, responsabile della morte di milioni di ucraini e della distruzione di centinaia di città e villaggi. E, in tale ruolo, continua ad apparire, nonostante tutto, anche ora, nel momento in cui, mentre il presidente USA, principale sponsor del conflitto, dice che è ora di farla finita, lui continua a parlare (sempre meno, in realtà) di guerra fino alla vittoria.

In questo senso, i piani per togliere di mezzo (in particolare, alimentandone il discredito con accuse di appropriazioni miliardarie) il «rappresentante ufficiale» della junta, come rivelato dall’Intelligence estera russa, non sono privi di fondamento e di logica. Zelenskij è consapevole del destino che lo attende, anche se però ne addossa la responsabilità a Mosca: «non rientro nei piani dei russi, che oggi hanno bisogno di un fantoccio a Kiev, come prima della guerra influenzavano il nostro parlamento e facevano di tutto per impedire all’Ucraina di scegliere finalmente il cammino europeo», ha detto qualche giorno fa al giornalista britannico Piers Morgan.

Ma è evidente come el jefe de la junta non rientri in realtà neanche nei piani USA, perché Trump – come Biden prima di lui – ha bisogno di una persona massimamente controllabile a Kiev. Con la differenza che Biden ne aveva bisogno per la guerra, mentre i piani geostrategici mondiali di Trump sono abbastanza diversi e il sostegno all’Ucraina, per lui, in questo momento, rappresenta tutt’altro che una priorità.

Me le affermazioni del capo dello stato italiano, così come le farneticazioni belliciste del duo von der Leyen-Kallas, si ridurrebbero forse addirittura a zero, nel caso andasse a compimento il progetto, da anni ventilato nelle capitali di varie nazioni più o meno “europeiste” – Romania, Ungheria, ma soprattutto Polonia – di riappropriarsi di grosse fette del territorio ucraino, a loro dire “arbitrariamente” sottratte nel 1945.

Cosa rimarrebbe da “difendere dall’aggressione russa” e come reagirebbero i patroni di quell’unione europea che «costituisce un punto di riferimento» per i suoi valori e che quindi «deve scegliere tra l’essere protetta e l’essere protagonista»?

Ma di questo un’altra volta.

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07/02/2025

Europa “vassalla o protagonista”? Mattarella invoca una UE autonoma nella competizione globale

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato a Marsiglia per ricevere un’onorificenza di Dottore Honoris Causa dall’Università di Aix-Marseille. Con l’occasione, ha ovviamente tenuto una lectio magistralis, che è di notevole interesse per come si è sbilanciato sugli scenari internazionali.

Dopo aver incontrato la comunità italiana lì presente, e quella dei transalpini legati al nostro paese, ha fatto un lungo discorso che è durato quasi mezz’ora e che – per una volta – è stato tutto fuorché di rito. Mettendo nero su bianco le opzioni che si presentano nei prossimi anni alla UE, nella complessità della competizione globale.

“L’Europa intende essere oggetto nella disputa internazionale, area in cui altri esercitino la loro influenza, o invece divenire soggetto di politica internazionale, nell’affermazione dei valori della propria civiltà? Può accettare di essere schiacciata tra oligarchie e autocrazie, con, al massimo, la prospettiva di un ‘vassallaggio felice’?”

Il capo di Stato italiano invoca insomma due strade nell’orizzonte della UE, innanzitutto nel rapporto col suo alleato oltre l’Atlantico. Il “giardino” europeo, come lo ha definito Borrell, si deve opporre a Russia, Cina, Iran – le ‘autocrazie’ –, ma anche alle oligarchie descritte come il terreno su cui agiscono “figure di neo-feudatari del Terzo millennio”.

Il riferimento a Elon Musk è reso più che mai esplicito, affermando che questi “novelli corsari […] aspirano a vedersi affidare signorie nella dimensione pubblica, per gestire parti dei beni comuni rappresentati dal cyberspazio nonché dallo spazio extra-atmosferico, quasi usurpatori delle sovranità democratiche”.

Mancava solo citare direttamente Starlink. Ma Mattarella dovrebbe ricordare che, seppur concedendo ai miliardari di oggi una propria ed evidente specificità, in Italia abbiamo avuto gruppi imprenditoriali che per decenni ne hanno determinato le politiche industriali (vedi gli Agnelli) e che ancora oggi continuano a farlo, ottenendo sussidi in cambio di promesse sull’occupazione mai mantenute.

Ma soprattutto, è Bruxelles stessa ad essere un verminaio di lobbie. La UE esprime una forma certamente particolare di governance, ma senza dubbio è la fisionomia che la borghesia continentale ha trovato per fare in modo che siano comunque le multinazionali (“i mercati”) a decidere gli indirizzi fondamentali da perseguire.

L’attacco a Washington continua ricordando che in questa “nuova articolazione multipolare dell’equilibrio mondiale”, le strutture pensate per essere il luogo di mediazione già esistono, ma oggi si corre “il rischio del ripetersi di quanto accaduto negli anni Trenta” del '900 e “si allarga il campo di quanti, ritenendo superflue se non dannose per i propri interessi le organizzazioni internazionali, pensano di abbandonarle”.

Di nuovo, il riferimento all’atteggiamento della nuova amministrazione statunitense verso l’ONU e le sue agenzie è lapalissiano. Anche se è mistificante la sovrapposizione operata tra il sistema del diritto internazionale (appunto l’Onu e tutte le istituzioni similari) e il famoso, ma non meglio specificato, “ordine basato su regole”, che è stato in realtà sempre una formula per nascondere la dominazione occidentale.

Mattarella richiama Trump nell’alveo di “un ordine internazionale che […] ribadisce la propria funzione, conferma la propria stabilità, se alimentato con impegno, sviluppando capacità di ascolto e adattamento, cooperazione rispetto ai fenomeni che si presentano”. Ma anche qui, l’inquilino del Quirinale fa un’opera di mistificazione.

Era lui, nel 1999 ministro della Difesa e vicepresidente del Consiglio, con D’Alema, quando l’Italia si imbarcò nella missione NATO che bombardò Belgrado, senza alcuna approvazione dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. È in quel momento che la legittimità dell’ordine internazionale sviluppatosi negli anni precedenti ha cominciato ad essere logorata, e ancor di più con l’invasione dell’Iraq del 2003.

Del resto, il premio Nobel per la letteratura Peter Handke ha affermato che proprio con le bombe su Belgrado “è morta l’Europa ed è nata l’Unione Europea”. Non sorprende dunque che Mattarella, protagonista del passaggio storico in cui la UE si è forgiata nel disprezzo del diritto internazionale, invochi per essa un ruolo più spregiudicato sullo scenario internazionale.

“Bisogna scegliere: essere ‘protetti’ oppure essere ‘protagonisti’?”, ha detto. Che tradotto, significa che Bruxelles deve acquisire una certa autonomia strategica. E non può farlo se non riaffermando da una parte una propria sfera di influenza, dall’altra combattendo le realtà che alimentano il mondo multipolare.

Per quanto riguarda il primo punto, il Presidente della Repubblica non ha infatti mancato di accennare, verso la fine del discorso, anche alla presa da rafforzare sul Mediterraneo allargato, e in particolare sul Nord Africa, considerato il “cortile di casa” delle potenze europee. A ribadire come l’eredità coloniale è stata tutto fuorché dimenticata. Anzi...

E dunque risultano ancora più odiosi i riferimenti al ruolo che, di nuovo l’ONU, ha avuto nel combattere lo sfruttamento coloniale. Basterebbe anche solo ricordare come furono le ‘democrazie occidentali’ ad astenersi alla votazione dell’Assemblea Generale del 1960 sulla “concessione dell’indipendenza ai paesi e ai popoli colonizzati”, proposta dall’URSS.

Per ciò che concerne invece la guerra al multipolarismo, la UE sa che non può fare da sola, e allora Mattarella ha chiamato l’alleato d’oltreoceano a rinsaldare l’alleanza con le potenze europee, invece che a frustrarne le mire. “Le stesse alleanze”, ha detto, “si giustificano solo in base a transeunti convergenze di interessi e, dunque, per definizione, a geometria variabile, o riguardano anche valori?”

Ancora una volta, l’accenno è al valore identificato nella logora e consumata concezione della ‘democrazia‘, ridotta ormai a semplice supremazia delle classi dominanti occidentali. E l’oggetto del contendere è la guerra commerciale rilanciata dagli USA contro la UE e, in un’ultima e ancora più vergognosa opera di revisionismo storico, il presidente della Repubblica riprende il paragone con gli anni Trenta del Novecento.

“La crisi economica mondiale del 1929 scosse le basi dell’economia globale e alimentò una spirale di protezionismo, di misure unilaterali, con il progressivo erodersi delle alleanze”, come quella transatlantica attuale. Così, “fenomeni di carattere autoritario presero il sopravvento in alcuni paesi, attratti dalla favola che regimi dispotici e illiberali fossero più efficaci nella tutela degli interessi nazionali”.

Lasciamo da parte il fatto che il fascismo in Italia era già ben solido al governo da almeno dieci anni, come estrema risposta reazionaria del padronato in crisi di fronte alle mobilitazioni operaie... e col plauso delle ‘democrazie’ del resto del continente. Ad ogni modo, il risultato di quegli eventi fu il prevalere del “criterio della dominazione. E furono guerre di conquista”.

“Fu questo il progetto del Terzo Reich in Europa. L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura”. Ecco che ritorna l’evidente falsificazione della storia per legittimare ex post la guerra alla Russia. Mattarella afferma che non faranno l’errore della politica di appeasement che consegnò ai nazisti mezza Europa centrale, prima di accorgersi che non si sarebbero fermati.

Ma ci sono almeno tre elementi che mostrano come dal Quirinale abbiano completamente ribaltato la realtà che abbiamo davanti agli occhi. La prima è che la Conferenza di Monaco del 1938, citata anche da Mattarella, ha perseguito la pacificazione regalando pezzi di paesi sovrani al Terzo Reich, mentre sedersi subito a un tavolo di pace con Mosca – pochi anni fa – avrebbe evitato all’Ucraina molte perdite umane, economiche e territoriali.

Per le ‘democrazie’, anche allora, il vero pericolo era l’Unione Sovietica e il comunismo, e perciò prima avevano deciso di non intervenire in Spagna, mentre i repubblicani e le brigate internazionali tentavano di fermare l’avanzata di Francisco Franco. Poi Londra, tra il 1937 e l’aprile 1938, avrebbe anche appianato le sue divergenze con Roma riguardo il Mediterraneo e l’Africa Orientale.

Quando la Cecoslovacchia fu invasa dai nazisti, furono i sovietici ad offrirsi di intervenire per proteggerla, sempre che la Francia, legata anch’essa a Praga da un’alleanza, avesse rispettato i suoi obblighi. Cosa che non avvenne, dato che Parigi stava seguendo i britannici nel percorso che avrebbe portato proprio all’incontro di Monaco.

E questa è la seconda falsità: anche nei mesi successivi a quell’incontro, le potenze occidentali titubarono di fronte ai nazisti, convinti di poter usare le loro mire verso Est come strumento di contrasto ai sovietici. Il fascismo è stato consapevolmente accettato e persino apprezzato dalle ‘democrazie’, e il loro non è stato un errore, ma una strategia ben precisa. Fallimentare, naturalmente...

L’attuale reazione russa in Ucraina è precisamente il risultato di un’espansione verso oriente, quella della UE e della NATO. Quella della Russia non è perciò un’azione di conquista, ma il tentativo di costringere l’Occidente collettivo a negoziare un nuovo ordine di sicurezza internazionale che tenga conto delle preoccupazioni di Mosca.

Dunque, trattare con la Russia avrebbe avuto il risultato contrario a quello del Patto di Monaco, perché al Cremlino – dove governano i miliardari, così come da noi – sono preoccupati dell’espansione ai propri confini di un’alleanza militare per nulla propensa a rispettare patti e garanzie. E col terzo elemento, infine, i ruoli vanno ribaltandosi completamente rispetto alla narrazione promossa da Mattarella.

Perché la politica della ricerca di uno “spazio vitale” a Est è stata innanzitutto indispensabile per il progetto comunitario stesso, date le basi economiche mercantiliste su cui è stato costruito. L’ex ministro francese dell’Economia Bruno Le Maire l’ha detto chiaro e tondo: “il nazismo fu un progetto folle, pericoloso, suicida, ma era un progetto politico di cui oggi l’Unione europea è la risposta agli antipodi”. O molto simile…

Insomma, lo spirito è quello, anche se evitiamo di edificare una grande potenza imperialistica direttamente con le armi. Almeno fino ad oggi. Perché anche le parole di Mattarella non fanno presagire nulla di buono, e anzi si presentano come un discorso molto sbilanciato verso il piano inclinato della guerra su cui, anche lì, la filiera euroatlantica ha impostato il “pilota automatico”. Verso il nulla...

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