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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/09/2025

Chi sta mettendo “zizzania” dentro e intorno la Flotilla?

Il più insidioso è decisamente Open, la testata online fondata da Enrico Mentana, la quale scrive che “venti persone hanno abbandonato la missione, la metà italiani”. Inutile dire che l’articolo di Open è stato rilanciato da tutti i siti e i profili social di destra, sionisti o ostili alla Flotilla e ai palestinesi.

Nei giorni scorsi c’erano state le testate locali che – utilizzando lo stesso lancio di agenzia – hanno amplificato le divergenze tra alcuni attivisti arabi sulla questione Lgbtq+. Fin troppo evidente il tentativo di affermare: “Lo vedete che succede a fare le cose insieme agli islamici?”

Viene da se che l’intervento di Mattarella, apparentemente trasudante saggezza, è funzionale ad accentuare divisioni all’interno della Flotilla, soprattutto facendo leva sulla “realpolitik” dei parlamentari italiani a bordo.

Un articolo di oggi su La Stampa ne coglie bene gli obiettivi:

“La mossa presidenziale non spiazza certo il governo. Giorgia Meloni ne è stata informata in anticipo e in un certo senso se l’augurava perché, con l’autorevolezza di cui gode, il presidente riuscirà forse a scongiurare incidenti con gli israeliani di cui la premier non sente affatto il bisogno... 
Ma se si guarda bene, l’appello del Quirinale è una ciambella lanciata pure a Cinque stelle e PD”.


Questa operazione probabilmente produrrà degli effetti sulla delegazione italiana, non tutta per fortuna.

Ma è bene ricordare alcuni dettagli non irrilevanti:

a) La Global Sumud Flotilla non è composta solo da attiviste e attivisti italiani. La moral suasion di Mattarella o la credibilità di una sponda vaticana non hanno la stessa influenza su chi proviene ed è cresciuto in altri paesi, con altre esperienze e formazione alle spalle. Emblematicamente “La proposta di mediazione è a dir poco offensiva, ignora il vero obiettivo della missione che è rompere l’assedio”, ha affermato David Adler, ebreo americano, in passato consulente di Bernie Sanders e oggi coordinatore di Progressive International.

b) Le acque territoriali di Gaza non sono acque territoriali israeliane. Accettare questa manipolazione significa accettare l’annessione e il progetto israeliana sulla terra e le acque palestinesi.

c) Che alcuni membri della Flotilla non se la sentano di andare fino in fondo è comprensibile e va accettato, per gli evidenti rischi per la propria vita e incolumità. Ma deve essere altrettanto accettabile che altri membri ritengano che il senso politico di una operazione umanitaria vada salvaguardato, soprattutto sulla base degli obiettivi dichiarati e dei risultati raggiunti.

d) Piuttosto che depotenziare questa missione, tutti gli attori che sono stati messi con le spalle al muro (dal governo Meloni al Quirinale, da Israele all’Unione Europea) da una iniziativa coraggiosa e politicamente detonante, agiscano per aprire, finalmente, un vero corridoio umanitario per gli aiuti alla popolazione palestinese di Gaza nelle proprie acque territoriali, tutelato internazionalmente e al di fuori del controllo e della manipolazione israeliana sugli aiuti.

Diversamente, queste pressioni sulla Flotilla e il tentativo di dividerla e fermarla diventano una forma diversa di complicità con il genocidio e l’annessione israeliana della Palestina, oggi riconosciuta formalmente da più di 150 paesi di questo mondo.

Fonte

02/07/2022

Il generale britannico Sanders: “L’Ucraina è il nostro 1937”

Il Regno Unito con la guerra in Ucraina sta affrontando il suo “1937” e deve essere pronta a “combattere e vincere” per scongiurare la minaccia dalla Russia. È quanto ha affermato pochi giorni fa il generale Patrick Sanders, nel suo primo discorso pubblico da capo di Stato maggiore dell’Esercito britannico.

Sanders ha affermato che il Regno Unito deve essere preparato ad “agire rapidamente” per contenere l’espansionismo russo. Sanders ha inteso fare un chiaro paragone tra l’invasione russa e l’ascesa della Germania nazista, in particolare dopo l’attacco missilistico al centro commerciale di Kremenchuk, nella regione ucraina di Poltava, che ha provocato la morte di 18 civili.

Nel suo discorso, fatto alla vigilia del vertice della Nato, il generale Sanders ha detto che scoraggiare la Russia significa avere “la maggior parte dell’esercito pronto per la maggior parte del tempo”, dal giovane commilitone all’ufficiale più alto in grado.

“Il mondo è cambiato dal 24 febbraio e ora c’è l’imperativo categorico di forgiare un esercito in grado di combattere a fianco dei nostri alleati e di sconfiggere la Russia in battaglia”.

Il Capo di Stato Maggiore vuole “accelerare la mobilitazione e la modernizzazione dell’Esercito per rafforzare la Nato e negare alla Russia la possibilità di occupare altre zone d’Europa. Siamo la generazione che deve preparare l’esercito a combattere ancora una volta in Europa”.

È probabile che i suoi commenti siano finalizzati a far pressione sul premier Boris Johnson affinché mantenga le attuali dimensioni delle forze armate britanniche, dopo che sono stati annunciati piani per ridurre i numeri del personale nel tentativo di passare a un esercito più moderno.

“Questo è il nostro momento del 1937”, ha detto Patrick Sanders. “Non siamo in guerra, ma dobbiamo agire rapidamente in modo da non essere coinvolti in una guerra dal mancato contenimento dell’espansione territoriale”, ha concluso il generale.

“La mobilitazione non è solo un obiettivo interno. Dobbiamo portare dalla nostra parte l’industria per realizzare e accelerare gli ambiziosi obiettivi di modernizzazione che ci siamo prefissati... Non possiamo accendere i forni delle fabbriche in tutta la nazione alla vigilia della guerra; questo sforzo deve iniziare ora se vogliamo evitare che la guerra si verifichi”.

Particolarmente inquietante è stato il riferimento al JEF (Joint Expeditionary Force, una serie di accordi militari bilaterali extra-Nato tra Gran Bretagna, Svezia, Finlandia, Olanda, Norvegia, Estonia, Lettonia, Lituania, Danimarca e Islanda), che potrebbe essere usato per “provocare” un conflitto con la Russia nel Baltico e far scattare di conseguenza l’art. 5 del trattato Nato, che obbliga tutti i partner a “difendere” il membro minacciato.

Il governo britannico ha poi disapprovato la posizione del capo di Stato maggiore dell’esercito, per le sue critiche agli stanziamenti destinati al settore militare per i prossimi tre anni. Ma si tratta di una critica “di merito”, sul modo migliore di realizzare gli stessi obiettivi, non di una smentita.

Il portavoce di Boris Johnson ha infatti affermato che i tagli previsti avrebbero assicurato che l’esercito sia “della taglia giusta”. “Sarebbe sbagliato, dato quello che stiamo vedendo verificarsi davanti ai nostri occhi, concentrarci esclusivamente sui numeri quando possiamo vedere l’impatto che le ultime tecnologie, attrezzature, formazione, intelligence, stanno avendo”.

Notevole il silenzio della politica italiana dopo questo annuncio guerrafondaio, anche se bisogna dire che diversi media ne hanno parlato, seppure senza titoloni in prima pagina.

Eppure tutti i discorsi, sia dei “migliori” sia di quelli “così così”, si sforzano di dirci che – solo se li seguiamo senza fare storie – stanno preparando per noi un mondo quasi paradisiaco.

Se qualcuno resta vivo...


Di seguito il commento del generale italiano Fabio Mini, ora in pensione, e certamente uno dei militari più attenti alla “teoria della guerra”, apparsa su Il Fatto Quotidiano.

*****

La Nato vuole trascinare l’Europa alla guerra con la Russia

Il generale sir Patrick Sanders, nuovo capo di Stato maggiore dell’esercito britannico (CGS) ha preceduto i grandi della Nato nella cosa più ostica per quasi tutti i suoi membri: la dichiarazione di guerra.

Sebbene la dichiarazione formale non sia più necessaria, quella de facto si è sempre affiancata a essa e in molti casi l’ha sostituita. Il Giappone dichiarò guerra agli Usa con l’attacco di Pearl Harbour alcuni minuti dopo (o prima) della dichiarazione formale.

Inoltre la guerra può iniziare non solo con i primi colpi di cannone o le scaramucce di frontiera, ma con la stessa preparazione della guerra. La Prima guerra mondiale fu innescata, pretesti a parte, dalle mobilitazioni specie se irreversibili, come dissero i generali allo zar titubante.

La mobilitazione era già allora una dichiarazione di guerra de facto. Perciò, per garantire la sorpresa veniva fatta nel segreto o simulata, o veniva sbandierata con la propaganda per aumentare la deterrenza o accendere gli animi o nascondere la propria debolezza.

Bene, Sanders, al prestigioso think tank RUSI (Royal United Services Institute), chiama Gran Bretagna e Nato alla mobilitazione contro la Russia. In pratica confida nella mobilitazione – la più grande ed esplicita dichiarazione di guerra – per la dissuasione di Putin che, a suo dire, si è già dimostrato refrattario alla deterrenza militare e perfino economica. Ovviamente a fin di bene, per evitare la guerra, prevenirla e non farla.

Chiede di “mobilitare l’esercito per far fronte alla nuova minaccia: un pericolo chiaro e presente che si è concretizzato il 24 febbraio quando la Russia ha usato la forza per impadronirsi del territorio dell’Ucraina, un Paese amico del Regno Unito”.

La guerra a cui si riferisce non è quella in atto tra Russia e Ucraina, ma quella tra Nato e Russia. La prima è forse già perduta: “Non sappiamo ancora come finirà la guerra in Ucraina, ma nella maggior parte degli scenari, dopo l’Ucraina la Russia sarà una minaccia ancora maggiore per la sicurezza europea”.

Eppure: “Il Regno Unito ha risposto all’aggressione di Mosca. Ha lavorato a un ritmo fenomenale per riunire una coalizione di partner per fornire materiale, intelligence e formazione per sostenere l’Ucraina contro gli invasori russi. Il nostro rapporto bilaterale con Kiev è andato di bene in meglio; abbiamo inviato 9.500 missili anticarro. Abbiamo già fornito addestramento nel Regno Unito a 6500 soldati ucraini e nei prossimi mesi l’esercito britannico fornirà competenze vincenti ad altri 10.000”.

Il fatto è che “la portata della guerra è senza precedenti: 103 gruppi tattici a livello di battaglione impegnati: fino a 33.000 russi morti, feriti, dispersi o catturati; un tasso di perdite fino a 200 al giorno tra i difensori ucraini; 77.000 kmq di territorio conquistato (dai russi, ndr); tassi di consumo di munizioni tali da esaurire in pochi giorni le scorte combinate di diversi Paesi Nato; l’obiettivo deliberato di civili con 4.700 morti e 8 milioni di rifugiati. Per noi, la natura viscerale di una guerra terrestre europea non è solo una manifestazione di lontane nuvole di tempesta all’orizzonte; la vediamo ora”.

In realtà qualche precedente ci sarebbe, ma l’enfasi è l’anticamera del protagonismo.

“L’Articolo V [del Trattato Nato] rimane la pietra miliare della nostra sicurezza nazionale. Il conflitto in Ucraina annuncerà, credo, un cambiamento di paradigma nel modo in cui la Nato provvede alla deterrenza collettiva; da una dottrina di reazione alle crisi a una di dissuasione. Questo è il principio al centro dell’operazione di mobilitazione: la Russia deve sapere che non può ottenere una rapida vittoria localizzata, che in qualsiasi circostanza e in qualsiasi lasso di tempo perderà se si scontrerà con la Nato”.

E non c’è solo l’Ucraina: “La Difesa non può ignorare l’ascesa esponenziale e la sfida cronica della Cina, non solo nel Mar cinese meridionale, ma anche attraverso le sue attività sotto-traccia in tutto il mondo. Pechino osserverà con attenzione la nostra risposta alle azioni di Mosca. Ma cedere altro territorio a Putin potrebbe rivelarsi un colpo fatale al principio di sovranità nazionale che ha sostenuto l’ordine internazionale dal 1945” (salvo qualche piccola eccezione nei Balcani, in Medio Oriente e altrove dove siamo stati noi a violarlo).

E allora: “Visti gli impegni degli Usa in Asia negli anni 20 e 30 [di questo secolo], credo che l’onere della deterrenza convenzionale in Europa ricadrà sempre più sui membri europei della Nato e della JEF. A mio avviso è giusto così: assumersi l’onere in Europa significa poter liberare maggiori risorse statunitensi per garantire la protezione dei nostri valori e interessi nell’Indo-Pacifico”.

Sanders con queste parole sembra escludere l’onere della deterrenza nucleare che la Nato già rivendica dal 2010. Sembra poi assecondare il desiderio statunitense di affidare a Londra il ruolo di sceriffo europeo per conto della Nato e quello inglese di assumerlo. In tale direzione sembra andare il riferimento in sordina alla JEF (Joint Expeditionary Force, ndr).

Il Regno Unito assieme alla Polonia è stato il primo paese a fornire armi e aiuti a Kiev e fin da prima dell’invasione ha allertato le proprie forze strategiche nucleari (sommergibili e missili Trident) e attivato la cosiddetta “Nato del nord”, struttura prevalentemente navale costituita da forze Nato e non Nato dirette dalla Gran Bretagna, la JEF, appunto.

La struttura si basa su accordi bilaterali con Svezia, Finlandia, Olanda, Norvegia, Estonia, Lettonia, Lituania, Danimarca e Islanda per l’impiego di un corpo di spedizione e risposta rapida nell’area del Mare del Nord, del Baltico e dell’Europa orientale.

Sanders si rende conto che con la JEF la Gran Bretagna possiede già gli strumenti giuridici e operativi per fare la guerra contro la Russia, ma ritiene che non bastino né a parare la minaccia né a coinvolgere tutta la Nato. “La guerra in Ucraina ci ricorda anche l’utilità del Potere terrestre: ci vuole un esercito per tenere e riconquistare il territorio e difendere gli abitanti. Ci vuole un esercito per dissuadere. E l’esercito britannico, farà la sua parte insieme ai nostri alleati”.

Anzi, di più: “Il vertice di Madrid è un’opportunità tempestiva per dimostrare la nostra leadership nella Nato e il nostro impegno duraturo coi nostri alleati. Mobilitare l’esercito per prevenire la guerra è l’atto di leadership più tangibile che io possa offrire: il Regno Unito guiderà [la Nato] con l’esempio”.

È il famoso esempio “trascinatore”, ma anche un preciso disegno strategico: le iniziative al di fuori della Nato porterebbero a una guerra diretta tra Londra e Mosca ben prima di eventuali aggressioni e a prescindere da esse. Di fatto tali iniziative permettono comportamenti provocatori e aggressivi, magari non voluti o autorizzati dalla Nato, per poi invocare l’art. 5 e trascinarla in guerra.

L’ambiguità della JEF, come di altre iniziative bi o multilaterali contro la Russia, costituisce la premessa “capestro” per la Nato e per gli Usa.

Sempre al livello strategico, dice Sanders: “In Ucraina abbiamo visto i limiti della deterrenza attraverso la punizione”. In effetti, la minaccia di punizione non ha funzionato: Putin non è stato frenato dal timore e quando ha ritenuto che fosse stata superata la linea rossa della minaccia esistenziale per la Russia ha assunto il rischio di punizione in tutti i modi previsti da Usa, Nato ed Europa: sanzioni e cessione di armi a Kiev compresi.

Per Sanders, l’andamento del conflitto “ha rafforzato l’importanza della deterrenza attraverso la negazione – dobbiamo impedire alla Russia di impadronirsi del territorio – piuttosto che aspettare di rispondere a una presa di terreno con una controffensiva ritardata... Se non riusciamo a dissuadere, non ci sono altre buone scelte, dato il costo di un potenziale contrattacco e la relativa minaccia nucleare. Dobbiamo quindi opporre forza alla forza fin dall’inizio ed essere pronti a combattere per il territorio Nato.

Se questa battaglia arrivasse, probabilmente saremmo in inferiorità numerica nel punto di attacco e il combattimento sarebbe infernale. È improbabile che gli scontri aerei, marittimi o informatici possano dominare. Nessuna singola piattaforma, capacità o tattica potrà risolvere il problema, il dominio decisivo sarà ancora quello terrestre”.

I passi per la mobilitazione: “Primo, e più importante, aumentare la prontezza. La Nato ha bisogno di forze altamente pronte che possano schierarsi con breve preavviso... e che l’esercito sia sempre più pronto a una guerra ad alta intensità in Europa. Per questo motivo accelereremo il ritmo dell’addestramento alle operazioni combinate e ci concentreremo sul combattimento urbano. Ricostituiremo le nostre scorte [quasi azzerate dagli aiuti all’Ucraina] e rivedremo la funzionalità dei veicoli corazzati...

In secondo luogo, accelereremo la modernizzazione descritta nel Soldato Futuro. La Nato ha bisogno di eserciti moderni e tecnologicamente avanzati...

Cercheremo di accelerare la consegna dei nuovi equipaggiamenti previsti, tra cui i sistemi di fuoco a lunga gittata, l’aviazione d’attacco, la sorveglianza continua e l’acquisizione degli obiettivi, i dispositivi logistici per le forze di spedizione, la difesa aerea terrestre, la mobilità protetta e le tecnologie che si riveleranno fondamentali per la nostra ambizione digitale: CIS e guerra elettronica. E tutto questo inizierà ora, non in un momento imprecisato del futuro...

In terzo luogo, ripenseremo il nostro modo di combattere. Abbiamo osservato da vicino la guerra in Ucraina e stiamo già imparando e adattandoci. Molte lezioni non sono nuove, ma vengono ora applicate. Ci concentreremo sulla manovra combinata, soprattutto nella battaglia in profondità, ed elaboreremo una nuova dottrina radicata nella geografia, integrata con i piani di guerra Nato e sufficientemente specifica da guidare investimenti mirati e pertinenti e ispirare l’immaginazione del nostro popolo a combattere e vincere se richiesto”.

In pratica si tratterebbe di un ritorno alla Air-Land Battle e altre concezioni degli anni '70-'80 del secolo scorso, che Sanders non può aver conosciuto, ma dei cui piani la Nato ha le casseforti piene.

"In quarto luogo, sono pronto a rivedere la struttura del nostro esercito... tuttavia, sarebbe perverso se lo Stato maggiore sostenesse la riduzione delle dimensioni dell’esercito mentre in Europa infuria una guerra terrestre e le ambizioni territoriali di Putin si estendono al resto del decennio, e oltre l’Ucraina...

Ma la mobilitazione richiede anche di ridurre ciò che ci rallenta. Voglio che tutti voi, mi rivolgo all’Esercito, identifichiate quelle aree delle nostre procedure e della nostra burocrazia che vi portano via tempo – come ogni istituzione pubblica, abbiamo accumulato alcuni ostacoli che ci rallentano – ma non siamo un’istituzione qualsiasi, quindi è ora di eliminarli.

La mobilitazione non è solo un obiettivo interno. Dobbiamo portare dalla nostra parte l’industria per realizzare e accelerare gli ambiziosi obiettivi di modernizzazione che ci siamo prefissati... Non possiamo accendere i forni delle fabbriche in tutta la nazione alla vigilia della guerra; questo sforzo deve iniziare ora se vogliamo evitare che la guerra si verifichi”.

E, last but not least: “Dobbiamo stare attenti alle attività maligne della Russia più lontano: i nostri hub globali, tra cui il Kenya e l’Oman, continueranno a svolgere un ruolo vitale nel momento in cui cercheremo di mobilitarci per far fronte alle aggressioni in Europa, permettendoci di aiutare i nostri partner [Usa, Taiwan, Giappone, Australia?] a garantire un vantaggio strategico in altre parti del mondo.

Questa è la guerra alla quale ci stiamo mobilitando per prevenire, preparandoci a vincere. Con i nostri partner Nato e JEF. Contro la minaccia russa. Nell’Europa orientale e settentrionale. E così facendo spero che non dovremo mai combatterla”.

Tutto molto razionale e militarmente ortodosso. Ed è in questa direzione che sembra stiano andando le risorse. Tuttavia, la mobilitazione e la preparazione della guerra contro un avversario che “dopo la guerra in Ucraina sarà più forte e pericoloso di prima” porta o al conflitto aperto Usa/Nato-Russia o al muro blindato e corazzato tra Europa e Russia, cosa che abbiamo già visto e vissuto e che questa volta non avrebbe né il salvagente della reciproca deterrenza nucleare né la prospettiva di vivere senza l’assillo di altri conflitti.

Del ragionamento di Sanders rimane da verificare se i presupposti dell’immanenza e imminenza della minaccia russa siano corretti. In ogni caso, le premesse da lui enunciate rendono vana la sua stessa speranza di non dover combattere la guerra alla quale occorre prepararsi.

In tutto questo, ci si può chiedere che fine viene riservata all’Ucraina, o di ciò che ne rimarrà, e ai profitti della Ricostruzione in cui tutti sperano. Nella visione di Sanders sembra destinarla a essere ricostruita come base avanzata delle forze Nato in Europa, completamente militarizzata, con la leadership politica in mimetica e costante videoconferenza, con le infrastrutture specializzate per l’attacco militare come una grande Corea del Nord.

L’organizzazione sociale sarà rivolta al supporto alle truppe di trenta e più paesi. La Gran Bretagna potrà finalmente rischierare tutto il proprio esercito in Europa come già avvenuto con l’Armata del Reno in Germania che potrà chiamarsi Armata del Dnepr.

La Polonia e la Germania potranno spostare le proprie basi in avanti e la Francia tornare in Germania. L’Ucraina avrà l’occasione di vivere di rendita militare assicurando i “servizi” di cui tutti gli eserciti del mondo hanno bisogno quando non sono a casa propria.

Non importa se dovrà sacrificare le proprie preziose coltivazioni alle esigenze dei campi di cricket, golf, football e calcio e a quelle altrettanto serie dei poligoni permanenti per le migliaia di carri armati e artiglierie che da qualche parte si dovranno pur addestrare per combattere assieme.

Non male, come inizio, Sir.

Fonte

21/06/2020

Obbedienza o apocalisse: la strategia della dissuasione

Magari non sono termini evidenti come altri, ma “lockdown” e “allentamento” (in Spagna si dice “escalada” e “desescalada”, come nell’inglese “escalation”, ndt) fanno parte del linguaggio bellico che tantissimi governi hanno scelto per dare senso (“narrazione”) alla loro gestione politica della pandemia. Ossia al loro calcolo particolare costo-benefici.

Questi termini sono stati per esempio impiegati abitualmente nella cosiddetta “strategia della dissuasione” attiva durante la Guerra Fredda tra Usa e Urss. Questa strategia consisteva nel “comunicare” all’avversario la capacità di rispondere all’attacco nucleare pur essendo feriti a morte.

In parole molto precise del dottor Stranamore (Peter Sellers) ‒ antico nazista riconvertito in consigliere del presidente degli Usa nella geniale satira di Kubrik, Il dottor Stranamore«la dissuasione consiste nell’arte di provocare nella mente del nemico la paura di attaccare».

La dottrina della dissuasione pretese di essere il principio base di un “ordine nuovo”, basato nella seguente alternativa infernale: pace o fine del mondo. Il “salire agli estremi”, che secondo il generale e teorico Von Clausewitz definisce l’essenza della guerra come “duello all’ultimo sangue”, viene congelato per evitare l’annichilazione totale. È il famoso equilibrio del terrore: morire in due o vivere fianco a fianco.

Però la dissuasione non era niente più che la continuazione della guerra con altri mezzi. L’escalation che comunicava all’altro la propria capacità di distruzione si tradusse nella corsa agli armamenti, le guerre stellari o l’aumento deliberato del rischio a partire da un conflitto concreto, come durante la crisi dei missili a Cuba nel 1962.

Si vis pacem para bellum, se vuoi la pace prepara la guerra, perché questa preparazione è il modo stesso di evocarla. Diplomazia della violenza. Un ordine sostenuto dalla minaccia della morte come Signore assoluto.

Che senso potrebbe avere oggi l’attualizzazione della retorica della dissuasione nel contesto della gestione della pandemia? Apparentemente, nessuno. Il virus non arretra perché i nostri Governi possono “comunicargli” la loro forza armata (escalation) e il pericolo conseguente di una distruzione totale.

Il Covid-19 non è nemmeno equivalente alla “cellula dormiente” delle guerre asimmetriche contro il terrorismo degli ultimi decenni: non ha alcuna intenzione né progetto speciale di farla finita con la civilizzazione occidentale o di imporre un califfato del virus, vuole solo perseverare in quel che è (sia fisico o chimico).

Di fatto, la strategia effettiva, pratica, reale, dei Governi contro il virus ha molto più a che fare con le tattiche militari anti-insurrezionali. Togliere direttamente l’acqua al pesce affinché muoia, in questo caso attraverso il confinamento generale della popolazione.

Però le parole non sono innocenti, e meno ancora quelle che i Governi del mondo adoperano in un momento come questo, ma operazioni che cercano di produrre effetti nei comportamenti e negli immaginari. Minacce, parole d’ordine, metafore che, esse sì, pensano noi.

La gestione di una crisi è interamente uno strumento di comunicazione. Non si deve essere ingenui o illusi sui termini che vengono adoperati dai vertici dello Stato, ma imparare a leggerli strategicamente.

Che cosa comunica la retorica dissuasiva dei nostri governi, e a chi?

Fratelli nemici

Torniamo per un momento al contesto della Guerra Fredda. Gli analisti critici più raffinati non pensarono la dissuasione solo come una forma di “dialogo” e di “influenza reciproca” tra i super-grandi, ma anche come un modo di governare insieme il mondo. La dialettica Usa-Urss fu una maniera di spartirsi effettivamente il pianeta, sottomettendo l’autonomia potenziale delle piccole nazioni e neutralizzando preventivamente la possibile apparizione di un “terzo attore” inaspettato.

L’ordine creato dalla dissuasione nucleare non era americano o sovietico, una fazione contro l’altra, ma una stessa scacchiera che ordinava il mondo intero in pedine bianche e nere, codificando ogni conflitto locale ‒ processo di liberazione nazionale, movimento sociale ‒ da un livello superiore.

Lo scontro catastrofico tra i “fratelli-nemici” funziona come una strategia di spoliticizzazione che satura lo spazio e blocca la possibilità dell’imprevisto, dell’inaudito, dell’inedito. Pace per tutti, sì, però sempre sotto la garanzia e la tutela poliziesca delle superpotenze.

L’ostilità tra i grandi neutralizza i tumulti dei piccoli. Un conflitto maggiore fissa e ammortizza i conflitti minori. Viene dissuaso ogni attore terzo.

Potrebbe nascere, a partire dalla pandemia del coronavirus, una nuova strategia della dissuasione?

Ovviamente una tale strategia non cercherebbe di creare con il virus ‒ e tanto meno con l’infinità di pericoli che arriveranno o già sono qui ‒ alcun equilibrio del terrore, bensì adoperare la paura dell’apocalisse come strategia della dissuasione nei confronti delle proprie popolazioni. Però: dissuadere le popolazioni da cosa?

Saturazioni

Ogni crisi, sia essa personale o collettiva, apre un vuoto.

Un vuoto lo si può interrogare per pensare, a partire da esso e anche lo si può attraversare per uscire dall’altro lato. Vale a dire che i vuoti ‒ tutto ciò che non quadra, ciò che è fallito, lo squilibrio del senso ‒ sono condizioni del pensiero e di una trasformazione (intima e sociale).

Durante la crisi del coronavirus si sono aperti (e riaperti) moltissimi vuoti nel tessuto personale e sociale, a livello planetario e simultaneamente. Se non siamo rimasti anestetizzati o indifferenti, se non abbiamo creduto che bastava usare i saperi esistenti, se ci siamo avvicinati per guardare attraverso i vuoti e non solo gli schermi tv o del computer, avremmo potuto vedere una grande quantità di cose.

Per esempio, la crudezza della divisione sociale ‒ per classe, genere, etnia o età ‒ che percorre la nostra società come una immensa crepa.

La distinzione radicale tra “gli immunizzati e gli esposti”, tra quelli che hanno potuto proteggersi e quelli no, tra quelli che hanno potuto confinare se stessi e quelli che hanno sostenuto il confinamento degli altri, tra l’importanza delle cure e il loro valore sociale, con i lavoratori sanitari precarizzati come simbolo per eccellenza.

Per esempio, la negazione e aggressione costante alla natura su cui si basa il nostro sistema predatorio. La percezione della città come trappola per topi, la celebrazione dell’irruzione di animali in mezzo all’asfalto grazie ai mille video in circolazione, il puro e semplice ascolto degli uccelli attraverso le finestre, o le passeggiate di massa senza traffico né traguardi, anche questo ha supposto in questi giorni visioni di altre relazioni possibili con il mondo, di desideri di qualcos’altro.

Per esempio, la follia mortificante della vita sottomessa al regime del “sempre più”: la necessità costante di produrre e consumare. L’esperienza del confinamento apre d’improvviso la domanda su cosa sia “attività essenziale”, potendo sperimentare con un certo gusto un’esperienza di vita del ritiro o della ritirata dalle dinamiche quotidiane del rumore e dello stress.

È quello che ora si cerca di stigmatizzare come “sindrome della capanna”, come se non ci fosse tutta una lucidità in quello stato.

Altri mille esempi sono possibili, dipende da come e dove ci è toccato vivere una esperienza così strana.

Crisi personale, ecologica, sociale... Diversi vuoti che potrebbero echeggiare o riverberare tra loro, amplificando tanto il disgusto per lo stato di cose come la voglia di abitare il mondo in un altro modo, fonti ambedue di nuove espressioni di conflitto, resistenza e diserzione nel prossimo futuro.

Ebbene, quel che il discorso della guerra pretende è saturare questo spazio costellato di vuoti. Affinché nulla di quel che è accaduto ci dia da pensare né ci spinga ad agire. La guerra di dissuasione non avviene tra eserciti, ma tra un ordine strappato e un popolo che diviene capace di interrogare e attraversare i vuoti.

Si tratta di ridurre il disagio verso ciò che è sconosciuto in un terrore paralizzante, l’interdipendenza di fronte al pericolo in fattore di rischio, il non sapere a impotenza e delega. Affinché tutto cambi (la “nuova normalità”) senza che nulla cambi realmente.

La dissuasione, come prolungamento della guerra con altri mezzi, è una militarizzazione della società che cerca di produrre un noi senza divisioni (“tutti per uno”), ovvero senza domande intime e collettive che possano essere fonte di una nuova politicizzazione. Una popolazione omogenea di vittime e sopravvissuti che chiede solo protezione.

Non sa, non può e non vuole

Immaginiamo l’apparizione di altre epidemie da virus, seconda o terza ondata del contagio, nuove quarantene ed escalation in risposta. Potrebbe entrare il nostro mondo in una specie di guerra fredda permanente, con tempi e geometrie variabili, questa volta senza un nemico chiaro ma potenziale, diffuso e ubiquo ‒ nel fondo delle diverse “intrusioni di Gaia” (Isabelle Stengers) non nostro modo di vita basato sul dominio e il saccheggio del pianeta?

L’ombra dell’apocalisse è lo scenario ideale per iniziare una nuova strategia della dissuasione: obbedienza o fine del mondo. Possiamo anticiparla con il pensiero? In che senso sarebbe qualcosa di diverso da quel che già conosciamo?

Proiettiamo la seguente affermazione: la dissuasione è un potere che non sa, non può e non vuole.

Non sa. Poche volte abbiamo potuto vedere i politici confessare la loro ignoranza come in questi giorni. È stato davvero sorprendente ascoltare dalle loro labbra parole come “non sappiamo”. Non sappiamo con che ci siamo imbattuti, cos’è questo virus, se può mutare, se è possibile una seconda ondata.

I poteri a cui siamo abituati di solito si coprono con la giustificazione di un sapere totale: ideologia, discorso di esperti. Però la loro nuova confessione di ignoranza non significa alcuna perdita di controllo, né autorizza una diversa ripartizione del potere. Tutti siamo ignoranti, ma alcuni meno degli altri. C’è un sapere, per quanto sia scarso, che è l’unico capace di prevenire la catastrofe totale. Una garanzia precaria, instabile, ma non ne resta altra. Il potere della dissuasione non impone certezze, ma gestisce l’incertezza.

Non può. Tanto meno siamo abituati a sentire i politici riconoscere la loro impotenza. Non possiamo, non dominiamo la situazione, non siamo in grado di assicurare nulla, stiamo lavorando per tentativi ed errori, senza pianificazione. Per loro è normale esibire la forza, promettere il controllo.

Ma il potere della dissuasione ci offre piuttosto la scelta tra due anarchie. Da un lato l’anarchia inferiore dell’improvvisazione, lo stato di eccezione variabile, la gestione just in time. Dall’altro l’anarchia superiore della catastrofe finale, il collasso definitivo, l’annichilimento totale.

Stato debole, sulla difensiva, che però funziona e governa così, presentandosi come una “forza assediata”, un fragile equilibrio minacciato da un potere sconosciuto. Il potere della dissuasione non postula un ordine, ma gestisce permanentemente il disordine (e non lo nasconde).

Non vuole. Senza un orizzonte positivo né una promessa del paradiso, il potere della dissuasione offre una possibilità di sopravvivenza. Non una vita migliore, ma vivere al minimo. Nessuna soluzione definitiva, solo il contenimento del disastro, prendere tempo. Non cercare il Bene ma evitare il Male. Nessun sogno, solo impedire l’incubo.

La speranza viene cancellata, il possibile è la catastrofe. Sparisce ogni offerta seduttiva verso il desiderio, resta solo la paura. Il potere della dissuasione non promette nulla, si limita a esibire la minaccia.

Mai a favore, sempre contro. La dissuasione è una politica che si colloca sull’orlo dell’abisso. Non nasconde la morte ma la sovraespone, facendo del pericolo e della sua gestione il segreto del destino mondiale. Tutti quelli che non collaborano fanno il gioco dell’avversario. L’avversario: ma chi? Il virus, la catastrofe, l’apocalissi!

Dissuasione orizzontale

Achille Mbembe ha scritto che il fatto più caratteristico della pandemia è che «ciascuno è diventato un’arma». Tutti deteniamo nel nostro corpo la potenza dell’uccidere. Il potere sovrano di “far morire” si democratizza: ciascuno di noi è ora una piccola bomba nucleare.

La dissuasione diventa allora anche orizzontale. Sarebbe il lato oscuro della interdipendenza sulla quale si è posta tanta enfasi negli ultimi tempi: dato che tutti possiamo darci la morte, dobbiamo dissuaderci a vicenda, vigilarci e controllarci, in una sfiducia di base, nella delazione generalizzata, nell’interiorizzazione collettiva e militante delle norme imposte dall’esterno.

Il nuovo equilibrio del terrore ci rende tutti protagonisti e non solo spettatori. Dissuasione distribuita, reticolare, decentrata, autogestita. Una società di sospetti, con lo Stato nella testa di ciascuno.

Non sappiamo chi sia contaminato, potrebbe essere chiunque. Benché alcuni siano più sospetti di altri: quelli che non possono chiudersi in casa, quelli che vivono dipendendo da un vincolo sociale ampio, quelli che non hanno i requisiti necessari per l’igiene, i poveri, i migranti, gli altri. Non toccare, pericolo di morte!

Questo sarebbe chiamato «elemento morale della guerra»: la produzione di soggettività attivamente obbedienti, l’educazione della specie da parte e per la guerra.

Alternative infernali

«Obbedienza o fine del mondo» è un caso estremo di quel che Isabelle Stengers chiama le «alternative infernali». In cosa consistono?

L’alternativa infernale è un tipo di descrizione della situazione che propone solo rassegnazione o morte, un tipo di “realismo” che prevede solamente come opzioni la sottomissione o il disastro.

Come sottrarsi? Non si tratta di “criticare” l’alternativa infernale come se fosse una menzogna, una illusione, una manipolazione. Nel caso del virus, per esempio, denunciare una cospirazione, la fabbricazione di un problema ecc. Non è così, l’alternativa infernale è una questione molto pratica che funziona concretamente, bloccando ogni alternativa, tagliando le connessioni, inibendo il pensiero.

Dall’alternativa infernale si può uscire solo “attraverso il mezzo” della questione, attraverso l’avvio di “percorsi di apprendistato” in cui ci rendiamo capaci di pensare e sentire in un altro modo e inventare una possibilità inedita.

Una descrizione della situazione che ci coinvolga non come vittime o spettatori paralizzati dal terrore, ma come soggetti capaci di imparare qualcosa di nuovo e agire. Inventare quel che era inconcepibile, una maniera di fuggire per la tangente ai ricatti che ci trasformano in ostaggi. Come fecero ai loro tempi, per esempio, i malati di Aids intrappolati nell’alternativa infernale tra un potere medico che li negava come soggetti e la morte certa.

Una tangente tra confinamento verticale-poliziesco o collasso della sanità pubblica, tra ritorno alla normalità o impoverimento generale, tra paranoia o irresponsabilità nella cura, ecc.

Queste tangenti non sono mai semplicemente critiche, ma pragmatiche, sperimentali, concrete, arrischiate. Sì, arrischiate, perché non si deve dimenticare che i limiti dell’alternativa infernale sono fissati dentro di noi dal terrore.

Il terrore, come forma di governo, è profondamente inscritto nella cultura occidentale, secondo l’analisi del pensatore argentino León Rozitchner. Nel primo inserimento nel mondo della psiche attraverso la minaccia di castrazione dell’Edipo, nella violenza dell’espropriazione che è sempre dietro l’economia capitalista, nella guerra come risorsa della politica quando chi sta sotto sfida apertamente il potere (colpo di Stato)...

Il terrore penetra nei corpi, rompe i legami, inibisce le pulsioni collettive alla resistenza, ci dissuade fisicamente. Spiazzare questi limiti, liberarsi del marchio del terrore nella nostra carne e nel nostro pensiero, implica in primo luogo un attraversamento dell’angoscia, una riattivazione del corpo singolo e collettivo.

Fare dell’interdipendenza una forza, dell’incertezza una potenza, del vuoto un passaggio.

Riferimenti saccheggiati (traduzioni in spagnolo dei libri da altre lingue)

El discurso de la guerra, André Glucksmann, Anagrama, 1969

Los Maestros Pensadores, André Glucksmann, Anagrama, 1978

El cibermundo o la política de lo peor, Paul Virilio, Cátedra, 1997

Perón, entre la sangre y el tiempo, León Rozitchner, Biblioteca Nacional, 2015

La brujería capitalista, Isabelle Stengers y Philippe Pignarre, Hekht, 2018

Fonte