Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/02/2026

Foibe - Hanno paura di un libro

Un libro che dimostra in maniera incontrovertibile che ci fanno vivere da 22 anni in una bolla di menzogna di Stato.

Altrimenti un vicepresidente del consiglio dei ministri e un presidente di giunta regionale non si prenderebbero la briga di diffamare in discorsi ufficiali e in interviste televisive, uno storico, Sandi Volk, e il suo libro: “Solo perché italiani? Un ricordo truccato. I primi venti anni di riconoscimenti agli infoibati”.

Stanno perdendo le staffe perché si sono impelagati da soli con l’art. 3 della legge del giorno del ricordo, che prevede di dare un’onorificenza in forma di targa ai parenti degli “infoibati”.

Dopo vent’anni di “premiazioni” in tutte le prefetture d’Italia e al Quirinale, i nomi dei “premiati” sono 823. Non milioni, non centinaia di migliaia, non decine di migliaia. Neppure migliaia. Solo 823. Questo lo dicono i numeri forniti dal governo, che poi dà i nomi e i dati anagrafici, e basta. Non spiega perché e percome queste 823 persone siano state degne di un’onorificenza. Forse è imbarazzante spiegarlo?

Ma Sandi Volk con una enorme ricerca documentale ha ricostruito le biografie di questi 823, rivelando del tutto la falsificazione prodotta dalla legge e addirittura contro la legge: infatti la gran parte di questi 823 non avrebbero potuto essere premiati neppure in base alle larghe maglie previste della legge, perché non “infoibati”, ma morti in combattimento, o in luoghi diversi dal confine orientale, o macchiatisi di efferati delitti riconosciuti da processi, situazioni espressamente escluse dalla legge. Nella parte restante si trovano persone che non c’entrano niente in tutta questa vicenda, partigiani uccisi dai tedeschi, altri morti in campi di concentramento nazisti o sotto bombardamenti alleati; di un certo numero non si trova nulla, in nessuna fonte.

Ma a parte queste incongruenze ed errori o mistificazioni, in cosa consiste il trucco di cui si parla nel libro?

Dall’analisi delle figure dei “premiati” emerge che il 70 per cento furono in vita militi fascisti nel territorio dell’Adriatisches Küstenland, al tempo praticamente annesso al III Reich, e quindi furono collaborazionisti dei nazisti che giurarono fedeltà ad Hitler: ciò tra l’altro viola un’altra delle disposizioni di legge che dice che non possono essere premiati coloro che operarono in formazioni “non al servizio dell’Italia”.

Ma evidentemente era una disposizione inserita come specchietto per le allodole, sapendo che sarebbe stata ampiamente violata.

Perché i collaborazionisti di Hitler chi può avere il coraggio di definirli “al servizio dell’Italia”? E poi di quale Italia si parla? Del Regno del Sud? Della RSI? Il Friuli e la Venezia Giulia erano stati praticamente annessi al Reich. I repubblichini, la X Mas, il Reggimento Alpini Tagliamento che operarono sul confine orientale lo fecero agli ordini di Hitler. Imbarazzante spiegarlo, per questo governo e quelli che lo hanno preceduto dal 2004, di centro-destra e di centro-sinistra.

Quindi con questa legge si è non solo raggiunta la parificazione tanto agognata dai fascisti tra repubblichini e partigiani, ma si è andati molto oltre, con i partigiani diffamati e i collaborazionisti dei nazisti ascesi a vittime, premiati dalla Repubblica italiana nata dalla Resistenza. Un naufragio dell’antifascismo italiano.

Ma non è troppo tardi per reagire. Basta capire il ruolo che questa legge ha avuto e smettere di sostenerla, e denunciarne con forza l’imbroglio. Il libro di Sandi Volk, e tutti i libri del gruppo di Resistenza Storica, prodotti da più di trent’anni, offrono le informazioni storico-documentali necessarie per affrontare la menzogna di Stato.

Documentazione che nessun propugnatore della narrazione “foibologica” ha mai né consultato né tenuto in considerazione in ricerche che dovrebbero essere alla base di qualunque legge di un paese democratico.

A questo link il servizio del TGR di ieri sera con gli interventi di Salvini e Fedriga

L’immagine qui sopra è l’articolo uscito oggi sul Giornale in cui vengo personalmente nominata all’interno della “pattuglia negazionista”.

di Alessandra Kersevan, storica. Autrice di “Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943”; “Un campo di concentramento fascista: Gonars (1942-1943)”.

Fonte

11/02/2025

Quando ricordare diventa pericoloso

Sul Giorno del Ricordo, sulla complessa questione del confine orientale italiano e sulla propaganda riguardante gli eventi legati alle foibe è stato scritto tantissimo. Basta cercare e leggere per avere delle ricostruzioni basate su documenti e fatti accertati.

Questo breve articolo non vuole aggiungersi a questa lunga lista di lavori, perché sono già abbastanza esaustivi e non sono un esperto di quelle vicende. Alcune parole, senza pretesa di completezza, vanno però dette sulle parole del Presidente della Repubblica.

Perché il ricordo è una cosa privata, a cui tutti hanno diritto finché qualche caro rimane in vita per ricordare. Ma la memoria è un’altra cosa, attiene alla dimensione della collettività e al modo in cui i suoi vertici stabiliscono degli eventi da considerarsi importanti, quasi fondativi, dei valori della comunità stessa.

Per questo abbiamo un Giorno della Memoria: perché vogliamo una società in cui la violenza del genocidio nazifascista non solo non sia dimenticata, ma non venga ripetuta. Anche se, purtroppo, oggi l’Occidente difende la pulizia etnica operata contro i palestinesi, con Israele che fa di tutto per riscrivere la storia dei suoi crimini.

Purtroppo, anche Mattarella si è lasciato andare di recente a manipolazioni storiche che non rendono conto di fenomeni complessi, così come lo fu lo scenario dell’Europa degli anni Trenta del Novecento. E al Quirinale, per il Giorno del Ricordo, ha ripetuto l’esperienza, quando avrebbe potuto fare altro, visti i post-fascisti al governo, pur rispettando i suoi obblighi istituzionali.

Perché la legge con cui è stata introdotta questa ricorrenza cita esplicitamente la “complessa vicenda del confine orientale”, ma gli eventi organizzate dalle autorità pubbliche si concentrano sempre quasi esclusivamente su una parte ristretta di questa “complessa vicenda”: gli infoibamenti del 1943 e del 1945, e l’esodo del decennio successivo dai territori persi dall’Italia con la fine della guerra.

Togliamo subito dall’equazione l’esodo, che è stato un fenomeno di lunga durata, non un’espulsione coatta ma il risultato del nuovo ordine post-bellico e di quelle terre. Magari per molti quella di trasferirsi è stata una scelta dolorosa, ma pur sempre volontaria: non l’effetto di un’opera di pulizia etnica.

Insomma, ha poco o nulla a che vedere con il fenomeno degli infoibamenti, che nei due momenti citati (1943 e 1945) ha riguardato meno di 5 mila persone, stando alle fonti accertate. E non sono solo italiani, perché il fenomeno è legato alle epurazioni che avvengono alla fine di un conflitto – successero e fecero probabilmente anche più vittime in Francia – e, di nuovo, non è stata un’opera di pulizia etnica.

Possiamo provare giustamente disgusto per la violenza della guerra e di eventi ad essa collegata, come gli infoibamenti appunto (già usati precedentemente dai nazifascisti, tra l’altro). Ma la storia è questa e, da storico, non siamo qui a giudicare ma a comprendere perché gli uomini si sono comportati in un determinato modo.

Per questo andrebbe posta in risalto la “complessa vicenda del confine orientale”, perché solo così si potrebbe capire da dove è originata, quale è stata la causa prima da cui poi è scaturita la Guerra Mondiale e tutte le violenze annesse. E questo poteva fare Mattarella, puntando il dito contro il suprematismo e l’espansionismo nazifascista.

Il Presidente della Repubblica ha invece preferito dire che “troppo a lungo ‘foiba’ e ‘infoibare’ furono sinonimi di occultamento della storia”. Che è semplicemente una falsità per evitare proprio di inserire la questione ‘foibe’ dentro le vicende del confine orientale italiano, che cominciano anche prima dell’avvento di Mussolini.

Al di là del fatto che lavori di ricostruzione storiografica su tali vicende sono stati prodotti in quantità nell’ultimo mezzo secolo, e nessuno ha mai nascosto nulla, nel 1993 i ministri degli Esteri di Italia e Slovenia istituirono una Commissione storica italo-slovena per fare il punto delle ricerche effettuate e incamminarsi su una definitiva riconciliazione.

Nel 2000 ne venne presentata la relazione finale, dal titolo “I rapporti italo-sloveni fra il 1880 e il 1956”, e il governo sloveno la adottò l’anno successivo. A Palazzo Chigi, dove sedeva Amato, si dimenticarono invece di questo testo, che aveva giustamente ripercorso l’opera di pulizia etnica – questa sì – degli italiani nei Balcani.

In quel governo il ministro della Difesa era Mattarella, che pochi mesi prima, sotto un altro presidente del Consiglio (D’Alema), aveva fatto bombardare Belgrado. Quattro anni dopo il centrodestra di Berlusconi avrebbe istituito il Giorno del Ricordo, e oggi Mattarella ci viene a dire che c’è stata una sorta di “congiura del silenzio” sugli eventi del confine orientale.

Ma chi ha silenziato la verità storica accertata con anni e anni di lavoro di storici attenti e accreditati? Poiché la storia non si adeguava bene alla rimozione delle responsabilità storiche dell’Italia, allora è stata disconosciuta a favore di una ricorrenza fondata esclusivamente sulla narrazione che di quegli eventi fanno i post-fascisti.

Il problema è che la storia non relega tutti i cattivi da una parte e tutti i buoni dall’altra, come vorrebbe l’attuale classe dirigente italiana. E ciò renderebbe impossibile stigmatizzare Tito, il comunismo e il movimento partigiano jugoslavo. Perché diciamocelo, solo chi vuole tenere gli occhi chiusi e le orecchie tappate non capirebbe che l’obiettivo di fondo è quello.

Fonte

14/02/2020

Foibe - Lettera di Stojan Spetic al Presidente della Repubblica Mattarella

Egregio Signor Presidente
della Repubblica italiana
on. Sergio Mattarella
Quirinale
Roma

Passata la “giornata dell’odio” di orwelliana memoria verrebbe la voglia di chiudersi in casa e lasciar decantare i rancori e la rabbia per le strumentalizzazioni e le falsità dichiarate in quest’occasione.

Il 6 agosto del lontano 1989 accompagnai il giovane Gianni Cuperlo, segretario della FGCI, in un suo pellegrinaggio pacifista e contro la violenza delle guerre partito dall’isola quarnerina di Arbe, dove in un campo di concentramento italiano morirono a migliaia, anche neonati, per poi continuare al Pozzo della miniera di Basovizza, cenotafio in ricordo delle foibe, e finire nella Risiera di san Saba, unico campo di sterminio con forno crematorio in territorio italiano, ancorché ceduto dai fascisti al III Reich di Hitler.

In quell’occasione venne ribadito il no alla violenza cieca che a volte colpì anche qualche innocente.

Ci furono polemiche ed iniziative discutibili. Ne seguì, dopo la dissoluzione della federazione jugoslava, la costituzione della commissione mista italo-slovena che preparò un rapporto storico sulle vicende del confine orientale ma che l’Italia inaspettatamente non volle pubblicare. Era nel frattempo iniziato il periodo del revisionismo storico e della parziale riabilitazione dei “ragazzi di Salò”.

Poi si istituì per legge la Giornata del Ricordo, sostanziale contrappeso alla Giornata della Memoria, ridotta a semplice occasione per qualche sbrigativa cerimonia.

Ormai da quindici anni subiamo ripetuti tentativi di fomentare l’odio contro i popoli vicini con accuse di “pulizia etnica” ed uccisioni di massa di persone “colpevoli soltanto di essere italiani”.

A questo coro Lei ha aggiunto la sua autorevole voce. Ma è proprio così? Il fascismo non c’entra? Era solo odio etnico?

Mi permetta di segnalarle alcuni fatti incontrovertibili.

L’Italia fascista ha aggredito la Jugoslavia annettendosi la provincia di Lubiana, trasformata in una prigione a cielo aperto circondata da filo spinato. Nelle sue fosse ardeatine (Gramozna jama) l’esercito italiano fucilò in un solo mese più di cento ostaggi. In tutta la Slovenia ci furono stragi e fucilazioni indiscriminate di civili. Si legga la testimonianza del curato militare Pietro Brugnoli “Santa messa per i miei fucilati”.

In Montenegro fu peggio. Ma lì decine di migliaia di soldati italiani decisero dopo l’armistizio di unirsi ai partigiani di Tito formando la divisione Garibaldi. Alle migliaia di caduti garibaldini venne eretto un monumento al quale solo il presidente Sandro Pertini rese omaggio.

In Istria la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini il 26 luglio 1943 provocarono una sollevazione dei contadini oppressi e dei minatori di Arsia. Vi furono uccisioni indiscriminate di possidenti terrieri, funzionari dello Stato, gabellieri ed esponenti fascisti, anche qualche vendetta personale. Furono infoibate alcune centinaia di persone.

Intanto i gerarchi fascisti sfuggiti alla “jaquerie” chiamarono da Trieste le truppe naziste. Per paura dei possibili delatori le uccisioni aumentarono. Complessivamente furono 400-500 in totale gli uccisi riesumati.

Ma i partigiani nel frattempo avevano anche salvato molte vite italiane. Pochi ne parlano, ma i partigiani sloveni, croati ed italiani fermarono a Pisino un treno bestiame pieno di soldati italiani diretto nei lager in Germania. Furono liberati, circa 600, e vestiti dalla popolazione con abiti civili affinché potessero raggiungere le loro case. Lo stesso successe in tutta la penisola istriana.

Poi arrivarono i tedeschi chiamati dai fascisti locali. La “Prinz Eugen Division” bruciò una ventina di paesi ed uccise 2500 persone. Mio padre, partigiano in Istria, venne ferito e curato dalla famiglia di colui che poi divenne il primo ambasciatore croato a Roma.

Nel maggio del ’45 le truppe jugoslave della IV Armata dalmata e del IX Korpus locale aiutarono i battaglioni di Unità operaia, lavoratori armati delle principali fabbriche e dei cantieri, a liberare Trieste assieme agli alleati neozelandesi. In quell’occasione alcune migliaia di persone vennero fermate per accertamenti. Gli elenchi erano stati evidentemente preparati dalla Resistenza locale. La gran parte venne rilasciata, mentre alcune centinaia accusate di vari crimini vennero passate per le armi.

Nelle foibe del Carso triestino vennero inumati anche moltissimi soldati tedeschi caduti nelle battaglie attorno la città e che in seguito furono recuperati e trasportati al cimitero militare di Costermanno.

Sia a Trieste che a Gorizia vi furono, nella resa dei conti, anche vittime innocenti, tra cui persino aderenti ai CLN italiani. Così come vi furono uccisioni da parte di criminali comuni che si fecero passare per partigiani. Scoperti vennero poi giustiziati dagli stessi jugoslavi.

È vero. La fine della guerra in tutta Europa vide momenti di atrocità e di vendetta, ma non si può parlare di pulizia etnica o di uccisi “soltanto perché italiani”.

È inutile parlare di pace ed Europa se poi la complessità storica viene ridotta a semplificazioni spesso funzionali alla progressiva riabilitazione del fascismo ed attraverso questa dei suoi nuovi fenomeni razzisti, nazionalisti e revanscisti.

Io condanno le violenze gratuite e lo spirito di vendetta che si cerca di rinnovare in questi momenti difficili in cui il continente europeo è attraversato da rigurgiti pericolosi quanto antistorici.

Mi permetta, Signor Presidente, di osservare che le sue parole non aiutano certamente la collaborazione tra i popoli del Nord Adriatico, ne la conciliazione che può rafforzarsi soltanto nel ricordo della comune lotta contro il nazifascismo e per la libertà.

Vicino a Fiume operò un battaglione di partigiani italiani, croati e sloveni che significativamente si chiamava “Fratellanza”. Vicino c’è il paese di Lipa dove tedeschi e fascisti uccisero, come a Sant’Anna di Stazzema, tutti gli abitanti, circa trecento, bambini compresi.

Non le chiedo di recarsi a Lipa o alle fosse ardeatine di Lubiana, e nemmeno all’isola quarnerina di Arbe. Per capire meglio la storia del confine orientale basterebbe che Lei visitasse il cimitero di Gorizia, dove giace Lojze Bratuž, mite cattolico e musicista, che nel 1936 a Podgora diresse canti in lingua slovena durante la messa natalizia. Due giorni dopo i fascisti gli fecero bere olio di macchina mescolato con benzina e frammenti di vetro, per cui morì dopo un’atroce agonia durata settimane.

Lasciò due bambini e la moglie, nota poetessa, che durante la guerra venne sadicamente torturata dai poliziotti dell’ispettorato speciale di PPSS diretto dal commissario Gaetano Collotti, giustiziato dai partigiani veneti e poi decorato dalla Repubblica Italiana con medaglia d’argento per i “meriti acquisiti nella difesa dell’italianità del confine orientale”.

L’on. Corrado Belci cercò inutilmente di farla revocare. La decorazione è ancora valida come quella al carabiniere che a Trieste uccise una ragazza, la staffetta partigiana Alma Vivoda. In compenso nessun riconoscimento andò al maresciallo dei carabinieri del comune di Dolina, vicino a Trieste, che durante un rastrellamento tedesco si rifiutò di indicare le famiglie di sentimenti partigiani. Venne caricato per primo sul camion che lo portò in Germania, da dove non fece ritorno. Venne respinta persino la proposta di intitolargli la locale caserma dell’Arma...

Vede, Signor Presidente, la legge istitutiva del Giorno del Ricordo fissa la data del 10 febbraio che invece dovrebbe essere una festa per ricordare la firma del Trattato di pace a Parigi, nel 1947, quando 21 paesi della vittoriosa alleanza antifascista riconobbero, grazie alla Resistenza che la riscattò, l’Italia come paese cobelligerante e quindi parte della comunità dei paesi democratici e civili, mentre la Germania e l’Austria vennero divise in zone di occupazione militare. L’Italia perse i territori conquistati nella Grande guerra. Nei due paesi rimasero minoranze slovena ed italiana.

L’esodo degli italiani dall’Istria venne regolato anch’esso dal Trattato di pace. Fu comunque una tragedia per molti, come lo fu per gli sloveni ed i croati che nel primo dopoguerra dovettero emigrare per salvarsi la vita dalla violenza iniziata già coll’incendio della Casa nazionale degli sloveni a Trieste nel luglio 1920, cui seguì una dura repressione fascista.

La pace ed il riconoscimento dei rispettivi confini col Trattato di Osimo del 1975 gettarono le basi per una convivenza pacifica e la collaborazione in tutti i settori dell’economia, della scienza e della cultura con prospettive di sviluppo inattese, che il rivangare dei sentimenti di revanscismo e di odio possono inficiare.

Spero di averla fatta riflettere.
Ossequi.

Stojan Spetic

Fonte

11/02/2019

Il giorno del pessimo ricordo


Il 10 febbraio del 1947 l’Italia firmava il trattato di pace dopo la guerra nazifascista ed il riscatto della Resistenza. Fu grazie al prezzo enorme della Guerra di Liberazione, con le centinaia di migliaia di partigiani, antifascisti, donne uomini bambini, imprigionati, torturati, uccisi, fu grazie a questo terribile sacrificio che il trattato di pace non inflisse all’Italia i costi che furono invece addossati alla Germania. Fu un atto di democrazia e consapevolezza firmare quel trattato e ogni revanscismo rispetto ad esso sarebbe ridicolo e violento.

A seguito di quel trattato l’Italia perse in favore della Jugolavia l’Istria, Zara, parte della VeneziaGiulia, territori in gran parte acquisiti dopo la guerra 15/18. E naturalmente tornarono alla Jugoslavia vaste aree della Dalmazia e della Slovenia, che mai erano state italiane e che solo con la canagliesca aggressione del nazifascismo a quel paese erano state annesse all’Italia.

Nei territori ceduti abitavano italiani con sloveni e croati, questi ultimi sotto l’Italia avevano dovuto subire prima la negazione violenta della lingua e di ogni identità, un feroce razzismo. Poi durante la guerra gli slavi avevano dovuto soffrire la brutalità delle rappresaglie contro la resistenza partigiana, le stragi di civili, i lager come quello di Arbe o addirittura la trasformazione di una intera città, Lubiana, in un campo di concentramento circondato da filo spinato.

Non furono solo le bande fasciste, ma il regolare esercito italiano a compiere efferati crimini contro i partigiani e la popolazione civile. Ma i nostri criminali di guerra riuscirono tutti a salvarsi e mai lo stato li consegnò alla Jugoslavia che ne aveva fatto ripetuta richiesta. Neppure in Italia furono processati.

Quando nel 1945 l’esercito di liberazione e i partigiani jugoslavi sconfissero fascisti e nazisti, con la più grande resistenza di tutta Europa, essi giunsero fino a Trieste. Ci furono allora sicuramente vendette e violenze, non solo contro i fascisti, ma anche contro italiani innocenti che vennero comunque identificati con gli oppressori.

Ma queste uccisioni, per quanto esecrabili, erano l’ultimo prodotto della guerra scatenata dal fascismo. Al di là delle singole responsabilità personali da condannare e colpire, quelle violenze erano interamente a carico del fascismo, come nel fine guerra in tutta Europa. Le foibe, usate prima dal fascismo contro gli slavi , poi divennero teatro dell’uccisione di italiani. Orribile, ma era la conclusione di una guerra feroce dove gli italiani erano stati gli aggressori.

Dopo il Trattato di pace 250.000 italiani abitanti i territori passati alla Jugoslavia si rifugiarono in Italia. Altri italiani invece decisero di rimanere in Jugoslavia, e se oggi andate nelle repubbliche di Slovenia e Croazia potete incontrare i loro discendenti.

Certo molti degli italiani che fuggirono dalla Jugoslavia sentivano l’ostilità ed il rancore degli slavi, prima oppressi. Furono spinti a fuggire. Ma anche questa emigrazione forzata era un prodotto della guerra. I tedeschi a milioni abbandonarono i territori che oggi sono parte fondamentale della Polonia. Le migrazioni furono sofferenze terribili e per molti ingiuste, ma tutte avevano una sola causa di fondo: la guerra ed il razzismo sterminatore di nazismo e fascismo contro le popolazioni slave.

Oggi il giorno del ricordo in Italia cancella questa memoria consapevole e diventa solo occasione di revanscismo nazionalista. Diventa occasione per infangare la resistenza jugoslava ed alla fine anche quella italiana. Si costruisce una falsa memoria che equipara comunismo e fascismo e che, guarda caso, i fascisti usano a man bassa per assolvere sé stessi.

Il 10 febbraio avrebbe potuto essere la data per ricordare che i costi delle guerre li pagano sempre gli innocenti e che le guerre sono un orrore da ripudiare sempre, come è scritto nella nostra Costituzione. Invece è divento il giorno con il quale Salvini e Casapound sostituiscono il 25 aprile. E questo per la malafede e l’opportunismo di tanti democratici, che volevano far bella mostra del loro anticomunismo e così hanno promosso una celebrazione revisionista falsa ed ignobile.

P.S. Per documentarsi sui crimini di guerra italiani in Jugoslavia basta una piccola ricerca, anche su Internet, il materiale è enorme.

Fonte e documentazione fotografica