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11/02/2025

Quando ricordare diventa pericoloso

Sul Giorno del Ricordo, sulla complessa questione del confine orientale italiano e sulla propaganda riguardante gli eventi legati alle foibe è stato scritto tantissimo. Basta cercare e leggere per avere delle ricostruzioni basate su documenti e fatti accertati.

Questo breve articolo non vuole aggiungersi a questa lunga lista di lavori, perché sono già abbastanza esaustivi e non sono un esperto di quelle vicende. Alcune parole, senza pretesa di completezza, vanno però dette sulle parole del Presidente della Repubblica.

Perché il ricordo è una cosa privata, a cui tutti hanno diritto finché qualche caro rimane in vita per ricordare. Ma la memoria è un’altra cosa, attiene alla dimensione della collettività e al modo in cui i suoi vertici stabiliscono degli eventi da considerarsi importanti, quasi fondativi, dei valori della comunità stessa.

Per questo abbiamo un Giorno della Memoria: perché vogliamo una società in cui la violenza del genocidio nazifascista non solo non sia dimenticata, ma non venga ripetuta. Anche se, purtroppo, oggi l’Occidente difende la pulizia etnica operata contro i palestinesi, con Israele che fa di tutto per riscrivere la storia dei suoi crimini.

Purtroppo, anche Mattarella si è lasciato andare di recente a manipolazioni storiche che non rendono conto di fenomeni complessi, così come lo fu lo scenario dell’Europa degli anni Trenta del Novecento. E al Quirinale, per il Giorno del Ricordo, ha ripetuto l’esperienza, quando avrebbe potuto fare altro, visti i post-fascisti al governo, pur rispettando i suoi obblighi istituzionali.

Perché la legge con cui è stata introdotta questa ricorrenza cita esplicitamente la “complessa vicenda del confine orientale”, ma gli eventi organizzate dalle autorità pubbliche si concentrano sempre quasi esclusivamente su una parte ristretta di questa “complessa vicenda”: gli infoibamenti del 1943 e del 1945, e l’esodo del decennio successivo dai territori persi dall’Italia con la fine della guerra.

Togliamo subito dall’equazione l’esodo, che è stato un fenomeno di lunga durata, non un’espulsione coatta ma il risultato del nuovo ordine post-bellico e di quelle terre. Magari per molti quella di trasferirsi è stata una scelta dolorosa, ma pur sempre volontaria: non l’effetto di un’opera di pulizia etnica.

Insomma, ha poco o nulla a che vedere con il fenomeno degli infoibamenti, che nei due momenti citati (1943 e 1945) ha riguardato meno di 5 mila persone, stando alle fonti accertate. E non sono solo italiani, perché il fenomeno è legato alle epurazioni che avvengono alla fine di un conflitto – successero e fecero probabilmente anche più vittime in Francia – e, di nuovo, non è stata un’opera di pulizia etnica.

Possiamo provare giustamente disgusto per la violenza della guerra e di eventi ad essa collegata, come gli infoibamenti appunto (già usati precedentemente dai nazifascisti, tra l’altro). Ma la storia è questa e, da storico, non siamo qui a giudicare ma a comprendere perché gli uomini si sono comportati in un determinato modo.

Per questo andrebbe posta in risalto la “complessa vicenda del confine orientale”, perché solo così si potrebbe capire da dove è originata, quale è stata la causa prima da cui poi è scaturita la Guerra Mondiale e tutte le violenze annesse. E questo poteva fare Mattarella, puntando il dito contro il suprematismo e l’espansionismo nazifascista.

Il Presidente della Repubblica ha invece preferito dire che “troppo a lungo ‘foiba’ e ‘infoibare’ furono sinonimi di occultamento della storia”. Che è semplicemente una falsità per evitare proprio di inserire la questione ‘foibe’ dentro le vicende del confine orientale italiano, che cominciano anche prima dell’avvento di Mussolini.

Al di là del fatto che lavori di ricostruzione storiografica su tali vicende sono stati prodotti in quantità nell’ultimo mezzo secolo, e nessuno ha mai nascosto nulla, nel 1993 i ministri degli Esteri di Italia e Slovenia istituirono una Commissione storica italo-slovena per fare il punto delle ricerche effettuate e incamminarsi su una definitiva riconciliazione.

Nel 2000 ne venne presentata la relazione finale, dal titolo “I rapporti italo-sloveni fra il 1880 e il 1956”, e il governo sloveno la adottò l’anno successivo. A Palazzo Chigi, dove sedeva Amato, si dimenticarono invece di questo testo, che aveva giustamente ripercorso l’opera di pulizia etnica – questa sì – degli italiani nei Balcani.

In quel governo il ministro della Difesa era Mattarella, che pochi mesi prima, sotto un altro presidente del Consiglio (D’Alema), aveva fatto bombardare Belgrado. Quattro anni dopo il centrodestra di Berlusconi avrebbe istituito il Giorno del Ricordo, e oggi Mattarella ci viene a dire che c’è stata una sorta di “congiura del silenzio” sugli eventi del confine orientale.

Ma chi ha silenziato la verità storica accertata con anni e anni di lavoro di storici attenti e accreditati? Poiché la storia non si adeguava bene alla rimozione delle responsabilità storiche dell’Italia, allora è stata disconosciuta a favore di una ricorrenza fondata esclusivamente sulla narrazione che di quegli eventi fanno i post-fascisti.

Il problema è che la storia non relega tutti i cattivi da una parte e tutti i buoni dall’altra, come vorrebbe l’attuale classe dirigente italiana. E ciò renderebbe impossibile stigmatizzare Tito, il comunismo e il movimento partigiano jugoslavo. Perché diciamocelo, solo chi vuole tenere gli occhi chiusi e le orecchie tappate non capirebbe che l’obiettivo di fondo è quello.

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