Un libro che dimostra in maniera incontrovertibile che ci fanno vivere da 22 anni in una bolla di menzogna di Stato.
Altrimenti un vicepresidente del consiglio dei ministri e un presidente di giunta regionale non si prenderebbero la briga di diffamare in discorsi ufficiali e in interviste televisive, uno storico, Sandi Volk, e il suo libro: “Solo perché italiani? Un ricordo truccato. I primi venti anni di riconoscimenti agli infoibati”.
Stanno perdendo le staffe perché si sono impelagati da soli con l’art. 3 della legge del giorno del ricordo, che prevede di dare un’onorificenza in forma di targa ai parenti degli “infoibati”.
Dopo vent’anni di “premiazioni” in tutte le prefetture d’Italia e al Quirinale, i nomi dei “premiati” sono 823. Non milioni, non centinaia di migliaia, non decine di migliaia. Neppure migliaia. Solo 823. Questo lo dicono i numeri forniti dal governo, che poi dà i nomi e i dati anagrafici, e basta. Non spiega perché e percome queste 823 persone siano state degne di un’onorificenza. Forse è imbarazzante spiegarlo?
Ma Sandi Volk con una enorme ricerca documentale ha ricostruito le biografie di questi 823, rivelando del tutto la falsificazione prodotta dalla legge e addirittura contro la legge: infatti la gran parte di questi 823 non avrebbero potuto essere premiati neppure in base alle larghe maglie previste della legge, perché non “infoibati”, ma morti in combattimento, o in luoghi diversi dal confine orientale, o macchiatisi di efferati delitti riconosciuti da processi, situazioni espressamente escluse dalla legge. Nella parte restante si trovano persone che non c’entrano niente in tutta questa vicenda, partigiani uccisi dai tedeschi, altri morti in campi di concentramento nazisti o sotto bombardamenti alleati; di un certo numero non si trova nulla, in nessuna fonte.
Ma a parte queste incongruenze ed errori o mistificazioni, in cosa consiste il trucco di cui si parla nel libro?
Dall’analisi delle figure dei “premiati” emerge che il 70 per cento furono in vita militi fascisti nel territorio dell’Adriatisches Küstenland, al tempo praticamente annesso al III Reich, e quindi furono collaborazionisti dei nazisti che giurarono fedeltà ad Hitler: ciò tra l’altro viola un’altra delle disposizioni di legge che dice che non possono essere premiati coloro che operarono in formazioni “non al servizio dell’Italia”.
Ma evidentemente era una disposizione inserita come specchietto per le allodole, sapendo che sarebbe stata ampiamente violata.
Perché i collaborazionisti di Hitler chi può avere il coraggio di definirli “al servizio dell’Italia”? E poi di quale Italia si parla? Del Regno del Sud? Della RSI? Il Friuli e la Venezia Giulia erano stati praticamente annessi al Reich. I repubblichini, la X Mas, il Reggimento Alpini Tagliamento che operarono sul confine orientale lo fecero agli ordini di Hitler. Imbarazzante spiegarlo, per questo governo e quelli che lo hanno preceduto dal 2004, di centro-destra e di centro-sinistra.
Quindi con questa legge si è non solo raggiunta la parificazione tanto agognata dai fascisti tra repubblichini e partigiani, ma si è andati molto oltre, con i partigiani diffamati e i collaborazionisti dei nazisti ascesi a vittime, premiati dalla Repubblica italiana nata dalla Resistenza. Un naufragio dell’antifascismo italiano.
Ma non è troppo tardi per reagire. Basta capire il ruolo che questa legge ha avuto e smettere di sostenerla, e denunciarne con forza l’imbroglio. Il libro di Sandi Volk, e tutti i libri del gruppo di Resistenza Storica, prodotti da più di trent’anni, offrono le informazioni storico-documentali necessarie per affrontare la menzogna di Stato.
Documentazione che nessun propugnatore della narrazione “foibologica” ha mai né consultato né tenuto in considerazione in ricerche che dovrebbero essere alla base di qualunque legge di un paese democratico.
A questo link il servizio del TGR di ieri sera con gli interventi di Salvini e Fedriga
L’immagine qui sopra è l’articolo uscito oggi sul Giornale in cui vengo personalmente nominata all’interno della “pattuglia negazionista”.
di Alessandra Kersevan, storica. Autrice di “Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943”; “Un campo di concentramento fascista: Gonars (1942-1943)”.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/02/2026
11/02/2025
Quando ricordare diventa pericoloso
Sul Giorno del Ricordo, sulla complessa questione del confine orientale italiano e sulla propaganda riguardante gli eventi legati alle foibe è stato scritto tantissimo. Basta cercare e leggere per avere delle ricostruzioni basate su documenti e fatti accertati.
Questo breve articolo non vuole aggiungersi a questa lunga lista di lavori, perché sono già abbastanza esaustivi e non sono un esperto di quelle vicende. Alcune parole, senza pretesa di completezza, vanno però dette sulle parole del Presidente della Repubblica.
Perché il ricordo è una cosa privata, a cui tutti hanno diritto finché qualche caro rimane in vita per ricordare. Ma la memoria è un’altra cosa, attiene alla dimensione della collettività e al modo in cui i suoi vertici stabiliscono degli eventi da considerarsi importanti, quasi fondativi, dei valori della comunità stessa.
Per questo abbiamo un Giorno della Memoria: perché vogliamo una società in cui la violenza del genocidio nazifascista non solo non sia dimenticata, ma non venga ripetuta. Anche se, purtroppo, oggi l’Occidente difende la pulizia etnica operata contro i palestinesi, con Israele che fa di tutto per riscrivere la storia dei suoi crimini.
Purtroppo, anche Mattarella si è lasciato andare di recente a manipolazioni storiche che non rendono conto di fenomeni complessi, così come lo fu lo scenario dell’Europa degli anni Trenta del Novecento. E al Quirinale, per il Giorno del Ricordo, ha ripetuto l’esperienza, quando avrebbe potuto fare altro, visti i post-fascisti al governo, pur rispettando i suoi obblighi istituzionali.
Perché la legge con cui è stata introdotta questa ricorrenza cita esplicitamente la “complessa vicenda del confine orientale”, ma gli eventi organizzate dalle autorità pubbliche si concentrano sempre quasi esclusivamente su una parte ristretta di questa “complessa vicenda”: gli infoibamenti del 1943 e del 1945, e l’esodo del decennio successivo dai territori persi dall’Italia con la fine della guerra.
Togliamo subito dall’equazione l’esodo, che è stato un fenomeno di lunga durata, non un’espulsione coatta ma il risultato del nuovo ordine post-bellico e di quelle terre. Magari per molti quella di trasferirsi è stata una scelta dolorosa, ma pur sempre volontaria: non l’effetto di un’opera di pulizia etnica.
Insomma, ha poco o nulla a che vedere con il fenomeno degli infoibamenti, che nei due momenti citati (1943 e 1945) ha riguardato meno di 5 mila persone, stando alle fonti accertate. E non sono solo italiani, perché il fenomeno è legato alle epurazioni che avvengono alla fine di un conflitto – successero e fecero probabilmente anche più vittime in Francia – e, di nuovo, non è stata un’opera di pulizia etnica.
Possiamo provare giustamente disgusto per la violenza della guerra e di eventi ad essa collegata, come gli infoibamenti appunto (già usati precedentemente dai nazifascisti, tra l’altro). Ma la storia è questa e, da storico, non siamo qui a giudicare ma a comprendere perché gli uomini si sono comportati in un determinato modo.
Per questo andrebbe posta in risalto la “complessa vicenda del confine orientale”, perché solo così si potrebbe capire da dove è originata, quale è stata la causa prima da cui poi è scaturita la Guerra Mondiale e tutte le violenze annesse. E questo poteva fare Mattarella, puntando il dito contro il suprematismo e l’espansionismo nazifascista.
Il Presidente della Repubblica ha invece preferito dire che “troppo a lungo ‘foiba’ e ‘infoibare’ furono sinonimi di occultamento della storia”. Che è semplicemente una falsità per evitare proprio di inserire la questione ‘foibe’ dentro le vicende del confine orientale italiano, che cominciano anche prima dell’avvento di Mussolini.
Al di là del fatto che lavori di ricostruzione storiografica su tali vicende sono stati prodotti in quantità nell’ultimo mezzo secolo, e nessuno ha mai nascosto nulla, nel 1993 i ministri degli Esteri di Italia e Slovenia istituirono una Commissione storica italo-slovena per fare il punto delle ricerche effettuate e incamminarsi su una definitiva riconciliazione.
Nel 2000 ne venne presentata la relazione finale, dal titolo “I rapporti italo-sloveni fra il 1880 e il 1956”, e il governo sloveno la adottò l’anno successivo. A Palazzo Chigi, dove sedeva Amato, si dimenticarono invece di questo testo, che aveva giustamente ripercorso l’opera di pulizia etnica – questa sì – degli italiani nei Balcani.
In quel governo il ministro della Difesa era Mattarella, che pochi mesi prima, sotto un altro presidente del Consiglio (D’Alema), aveva fatto bombardare Belgrado. Quattro anni dopo il centrodestra di Berlusconi avrebbe istituito il Giorno del Ricordo, e oggi Mattarella ci viene a dire che c’è stata una sorta di “congiura del silenzio” sugli eventi del confine orientale.
Ma chi ha silenziato la verità storica accertata con anni e anni di lavoro di storici attenti e accreditati? Poiché la storia non si adeguava bene alla rimozione delle responsabilità storiche dell’Italia, allora è stata disconosciuta a favore di una ricorrenza fondata esclusivamente sulla narrazione che di quegli eventi fanno i post-fascisti.
Il problema è che la storia non relega tutti i cattivi da una parte e tutti i buoni dall’altra, come vorrebbe l’attuale classe dirigente italiana. E ciò renderebbe impossibile stigmatizzare Tito, il comunismo e il movimento partigiano jugoslavo. Perché diciamocelo, solo chi vuole tenere gli occhi chiusi e le orecchie tappate non capirebbe che l’obiettivo di fondo è quello.
Fonte
Questo breve articolo non vuole aggiungersi a questa lunga lista di lavori, perché sono già abbastanza esaustivi e non sono un esperto di quelle vicende. Alcune parole, senza pretesa di completezza, vanno però dette sulle parole del Presidente della Repubblica.
Perché il ricordo è una cosa privata, a cui tutti hanno diritto finché qualche caro rimane in vita per ricordare. Ma la memoria è un’altra cosa, attiene alla dimensione della collettività e al modo in cui i suoi vertici stabiliscono degli eventi da considerarsi importanti, quasi fondativi, dei valori della comunità stessa.
Per questo abbiamo un Giorno della Memoria: perché vogliamo una società in cui la violenza del genocidio nazifascista non solo non sia dimenticata, ma non venga ripetuta. Anche se, purtroppo, oggi l’Occidente difende la pulizia etnica operata contro i palestinesi, con Israele che fa di tutto per riscrivere la storia dei suoi crimini.
Purtroppo, anche Mattarella si è lasciato andare di recente a manipolazioni storiche che non rendono conto di fenomeni complessi, così come lo fu lo scenario dell’Europa degli anni Trenta del Novecento. E al Quirinale, per il Giorno del Ricordo, ha ripetuto l’esperienza, quando avrebbe potuto fare altro, visti i post-fascisti al governo, pur rispettando i suoi obblighi istituzionali.
Perché la legge con cui è stata introdotta questa ricorrenza cita esplicitamente la “complessa vicenda del confine orientale”, ma gli eventi organizzate dalle autorità pubbliche si concentrano sempre quasi esclusivamente su una parte ristretta di questa “complessa vicenda”: gli infoibamenti del 1943 e del 1945, e l’esodo del decennio successivo dai territori persi dall’Italia con la fine della guerra.
Togliamo subito dall’equazione l’esodo, che è stato un fenomeno di lunga durata, non un’espulsione coatta ma il risultato del nuovo ordine post-bellico e di quelle terre. Magari per molti quella di trasferirsi è stata una scelta dolorosa, ma pur sempre volontaria: non l’effetto di un’opera di pulizia etnica.
Insomma, ha poco o nulla a che vedere con il fenomeno degli infoibamenti, che nei due momenti citati (1943 e 1945) ha riguardato meno di 5 mila persone, stando alle fonti accertate. E non sono solo italiani, perché il fenomeno è legato alle epurazioni che avvengono alla fine di un conflitto – successero e fecero probabilmente anche più vittime in Francia – e, di nuovo, non è stata un’opera di pulizia etnica.
Possiamo provare giustamente disgusto per la violenza della guerra e di eventi ad essa collegata, come gli infoibamenti appunto (già usati precedentemente dai nazifascisti, tra l’altro). Ma la storia è questa e, da storico, non siamo qui a giudicare ma a comprendere perché gli uomini si sono comportati in un determinato modo.
Per questo andrebbe posta in risalto la “complessa vicenda del confine orientale”, perché solo così si potrebbe capire da dove è originata, quale è stata la causa prima da cui poi è scaturita la Guerra Mondiale e tutte le violenze annesse. E questo poteva fare Mattarella, puntando il dito contro il suprematismo e l’espansionismo nazifascista.
Il Presidente della Repubblica ha invece preferito dire che “troppo a lungo ‘foiba’ e ‘infoibare’ furono sinonimi di occultamento della storia”. Che è semplicemente una falsità per evitare proprio di inserire la questione ‘foibe’ dentro le vicende del confine orientale italiano, che cominciano anche prima dell’avvento di Mussolini.
Al di là del fatto che lavori di ricostruzione storiografica su tali vicende sono stati prodotti in quantità nell’ultimo mezzo secolo, e nessuno ha mai nascosto nulla, nel 1993 i ministri degli Esteri di Italia e Slovenia istituirono una Commissione storica italo-slovena per fare il punto delle ricerche effettuate e incamminarsi su una definitiva riconciliazione.
Nel 2000 ne venne presentata la relazione finale, dal titolo “I rapporti italo-sloveni fra il 1880 e il 1956”, e il governo sloveno la adottò l’anno successivo. A Palazzo Chigi, dove sedeva Amato, si dimenticarono invece di questo testo, che aveva giustamente ripercorso l’opera di pulizia etnica – questa sì – degli italiani nei Balcani.
In quel governo il ministro della Difesa era Mattarella, che pochi mesi prima, sotto un altro presidente del Consiglio (D’Alema), aveva fatto bombardare Belgrado. Quattro anni dopo il centrodestra di Berlusconi avrebbe istituito il Giorno del Ricordo, e oggi Mattarella ci viene a dire che c’è stata una sorta di “congiura del silenzio” sugli eventi del confine orientale.
Ma chi ha silenziato la verità storica accertata con anni e anni di lavoro di storici attenti e accreditati? Poiché la storia non si adeguava bene alla rimozione delle responsabilità storiche dell’Italia, allora è stata disconosciuta a favore di una ricorrenza fondata esclusivamente sulla narrazione che di quegli eventi fanno i post-fascisti.
Il problema è che la storia non relega tutti i cattivi da una parte e tutti i buoni dall’altra, come vorrebbe l’attuale classe dirigente italiana. E ciò renderebbe impossibile stigmatizzare Tito, il comunismo e il movimento partigiano jugoslavo. Perché diciamocelo, solo chi vuole tenere gli occhi chiusi e le orecchie tappate non capirebbe che l’obiettivo di fondo è quello.
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16/02/2024
Il giorno della memoria corta. L’isola di Arbe, ora Rab
Come scrive nell’estate 1942 un soldato italiano in Slovenia, «Abbiamo distrutto tutto da cima fondo, senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiandoli a morte o sparando contro di loro. Se cercano solo di muoversi, tiriamo senza pietà e chi muore muore».
Tutto questo è pazzesco, ma in Italia un criminale in divisa come Roatta verrà prosciolto nel 1948. La fuga in Spagna e l’assoluzione finale sono il prezzo del suo silenzio sulle gravi responsabilità del “maresciallo d’Italia” Pietro Badoglio e dei vertici militari, fuggiti da Roma subito dopo l’annuncio della fine delle ostilità con gli Alleati, abbandonando l’Esercito allo sbando senza ordini e senza una guida.
Loro sì responsabili – ben più di Roatta – della catastrofe finale nonché della mancata difesa della capitale dall’occupazione tedesca il 10 settembre 1943.
Nel dopoguerra, in quell’Europa divisa in due, in Italia si enfatizzeranno, decontestualizzandole, la diaspora dalmata-istriana e le foibe, mentre si minimizzeranno, sino alla rimozione, le violenze compiute dall’Esercito italiano nei confronti della popolazione civile slovena, dalmata, montenegrina, croata, greca, russa e albanese, in aggiunta alle violenze già a referto in Libia (100mila vittime su 800mila abitanti: un genocidio) e in Etiopia (nel Corno d’Africa tra il 1935 e il 1943 si contano 300mila vittime).
Calerà il silenzio anche sui bombardamenti di natura terroristica compiuti dalla Regia aeronautica italiana sulla città basca di Durango il 31 marzo 1937 (morti 289 civili) e su Barcellona in Catalogna tra il 16 e il 18 marzo 1938 (670 morti) durante la Guerra civile spagnola.
Sono atti criminali non inferiori a quello tedesco e italiano del 26 aprile 1937 su Guernica (quattro settimane dopo la strage di Durango), a torto ritenuto il primo atto di terrore dal cielo deliberatamente compiuto contro la popolazione civile.
Insomma, brandendo il paradigma dell’“italiano buono”, benevolmente assunto dall’opinione pubblica, sui nostri crimini cala l’oblio e l’Italia si auto assolve, cancellando dal senso comune (e dai testi scolastici) la memoria dei nostri omicidi e ogni traccia dei nostri campi di morte.
Le inclinazioni omicide di costoro non si placano se di fronte ai loro fucili manifestano italiani. Basti ricordare che nel febbraio 1943 Roatta è a Roma per assumere la carica di capo di stato maggiore dell’Esercito.
In una sua circolare del 26 luglio (poche ore dopo la seduta del Gran consiglio del fascismo che ha deposto Mussolini) il generale dispone alcune misure per l’ordine pubblico, come la facoltà di sparare sui manifestanti:
«Qualunque pietà nella repressione è un delitto», ammonisce il capo dell’Esercito, e prosegue ricordando che «poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. Ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine. Non è ammesso il tiro in aria. Si tira sempre a colpire, come in combattimento».
Insomma, si inneggia all’omicidio dei manifestanti. E questa volta siamo in Italia.
Un tale proponimento non può che trovare il favore del neo-comandante dei Carabinieri Taddeo Orlando (dal 20 giugno 1944 Orlando è il capo dei Carabinieri e sino a un mese prima ha ricoperto la carica di ministro della Guerra nel governo militare presieduto da Badoglio) e ovviamente provocare tanti morti.
Il 28 luglio 1943 a Reggio Emilia l’Esercito prende a fucilate i lavoratori delle “Reggiane” usciti dalla fabbrica, uccidendone 9; lo stesso giorno a Bari i morti sono addirittura 23 e 70 i feriti; altro massacro il 19 ottobre 1944 a Palermo, con le forze dell’ordine a sparare su un corteo di persone che manifestano chiedendo pane e lavoro, provocando 29 morti e 155 feriti (ne ammazzano più loro della banda di Giuliano a Portella della Ginestra). Complessivamente, la scellerata disposizione di Roatta provocherà 80 morti e 300 feriti.
Fonte
Tutto questo è pazzesco, ma in Italia un criminale in divisa come Roatta verrà prosciolto nel 1948. La fuga in Spagna e l’assoluzione finale sono il prezzo del suo silenzio sulle gravi responsabilità del “maresciallo d’Italia” Pietro Badoglio e dei vertici militari, fuggiti da Roma subito dopo l’annuncio della fine delle ostilità con gli Alleati, abbandonando l’Esercito allo sbando senza ordini e senza una guida.
Loro sì responsabili – ben più di Roatta – della catastrofe finale nonché della mancata difesa della capitale dall’occupazione tedesca il 10 settembre 1943.
Nel dopoguerra, in quell’Europa divisa in due, in Italia si enfatizzeranno, decontestualizzandole, la diaspora dalmata-istriana e le foibe, mentre si minimizzeranno, sino alla rimozione, le violenze compiute dall’Esercito italiano nei confronti della popolazione civile slovena, dalmata, montenegrina, croata, greca, russa e albanese, in aggiunta alle violenze già a referto in Libia (100mila vittime su 800mila abitanti: un genocidio) e in Etiopia (nel Corno d’Africa tra il 1935 e il 1943 si contano 300mila vittime).
Calerà il silenzio anche sui bombardamenti di natura terroristica compiuti dalla Regia aeronautica italiana sulla città basca di Durango il 31 marzo 1937 (morti 289 civili) e su Barcellona in Catalogna tra il 16 e il 18 marzo 1938 (670 morti) durante la Guerra civile spagnola.
Sono atti criminali non inferiori a quello tedesco e italiano del 26 aprile 1937 su Guernica (quattro settimane dopo la strage di Durango), a torto ritenuto il primo atto di terrore dal cielo deliberatamente compiuto contro la popolazione civile.
Insomma, brandendo il paradigma dell’“italiano buono”, benevolmente assunto dall’opinione pubblica, sui nostri crimini cala l’oblio e l’Italia si auto assolve, cancellando dal senso comune (e dai testi scolastici) la memoria dei nostri omicidi e ogni traccia dei nostri campi di morte.
Le inclinazioni omicide di costoro non si placano se di fronte ai loro fucili manifestano italiani. Basti ricordare che nel febbraio 1943 Roatta è a Roma per assumere la carica di capo di stato maggiore dell’Esercito.
In una sua circolare del 26 luglio (poche ore dopo la seduta del Gran consiglio del fascismo che ha deposto Mussolini) il generale dispone alcune misure per l’ordine pubblico, come la facoltà di sparare sui manifestanti:
«Qualunque pietà nella repressione è un delitto», ammonisce il capo dell’Esercito, e prosegue ricordando che «poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. Ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine. Non è ammesso il tiro in aria. Si tira sempre a colpire, come in combattimento».
Insomma, si inneggia all’omicidio dei manifestanti. E questa volta siamo in Italia.
Un tale proponimento non può che trovare il favore del neo-comandante dei Carabinieri Taddeo Orlando (dal 20 giugno 1944 Orlando è il capo dei Carabinieri e sino a un mese prima ha ricoperto la carica di ministro della Guerra nel governo militare presieduto da Badoglio) e ovviamente provocare tanti morti.
Il 28 luglio 1943 a Reggio Emilia l’Esercito prende a fucilate i lavoratori delle “Reggiane” usciti dalla fabbrica, uccidendone 9; lo stesso giorno a Bari i morti sono addirittura 23 e 70 i feriti; altro massacro il 19 ottobre 1944 a Palermo, con le forze dell’ordine a sparare su un corteo di persone che manifestano chiedendo pane e lavoro, provocando 29 morti e 155 feriti (ne ammazzano più loro della banda di Giuliano a Portella della Ginestra). Complessivamente, la scellerata disposizione di Roatta provocherà 80 morti e 300 feriti.
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10/02/2024
L’aberrante codificazione di una falsa “verità di Stato” sulle foibe
La massiccia campagna di stampo revisionistico scatenata dalla destra neofascista e leghista in occasione della Giornata del Ricordo con l’imposizione, mediante una legge ‘ad hoc’, di una ‘verità di Stato’ quale oggetto di insegnamento obbligatorio nelle scuole, rende necessario ribadire alcune fondamentali considerazioni di natura storica.
Per comprendere la genesi e il significato del fenomeno delle foibe occorre infatti considerare che cosa è accaduto prima, che cosa è accaduto durante e che cosa è accaduto dopo: ciò equivale a comprendere come la propaganda reazionaria abbia costruito il ‘caso foibe’.
Orbene, le foibe sono state il frutto di vent’anni di imperialismo fascista, fatto di bestiali violenze, snazionalizzazioni forzate, repressioni feroci e odiose persecuzioni razziste, culminate, da ultimo, in una guerra di aggressione che colpì con il terrore, con lo sterminio e con la deportazione la stessa popolazione civile.
Se si parte da questa premessa oggettiva, non è difficile capire chi, quando i rapporti di forza mutarono, fu ucciso e perché.
Si trattò, innanzi tutto, di criminali di guerra e di collaborazionisti, che furono chiamati a rendere conto di ciò che avevano fatto. Per quanto concerne, poi, la ‘contabilità degli infoibati’, occorre ridimensionare le cifre iperboliche inventate dai circoli neofascisti, nazionalisti e revisionisti.
Claudia Cernigoi, autrice di una fondamentale ricerca storica, “Operazione foibe tra storia e mito”, Udine, Kappa Vu, 2005, dimostra che, nei fatidici “40 giorni” del 1945, dall’attuale provincia di Trieste scomparvero 517 persone, che appartenevano alle seguenti categorie: militari, polizia (compresi i membri delle SS), collaborazionisti e spie.
Tra l’altro, il ‘curriculum vitae’ di squadristi, aguzzini e spie, nonché la presenza tra i giustiziati di diversi sloveni, smentiscono la tesi degli ‘infoibati’ uccisi solo in quanto italiani e chiariscono il vero motivo del fenomeno delle foibe, escludendo che si possa parlare, a tale proposito, di genocidio o di pulizia etnica.
Dal canto loro, i popoli della Jugoslavia pagarono un altissimo tributo di sangue, pari a circa un milione di morti, per le criminali azioni degli invasori nazifascisti, mentre 700.000 furono le vittime della lotta di liberazione e della guerra.
Né va dimenticata l’immane violenza che, con la partecipazione attiva dei fascisti italiani, si abbatté sulla popolazione civile, quando, dopo l’otto settembre del 1943, i tedeschi assunsero direttamente il controllo delle zone occupate precedentemente dall’Italia.
D’altra parte, la classe operaia e le masse popolari, guidate dal partito comunista, seppero organizzare un’attiva e forte resistenza contro gli invasori, iniziata già nell’estate del 1941. Fu una vera e propria guerra di popolo, condotta da un esercito di uomini, donne e giovani, che arrivò a superare le 800.000 unità.
Fu proprio nei giorni precedenti gli accordi del 12 giugno 1945 tra il nuovo governo jugoslavo e gli alleati, che istituirono il controllo delle cosiddette Zona A e Zona B, che si acutizzò lo scontro delle forze ostili al governo rivoluzionario nel tentativo di mettere in discussione la nascita della nuova Jugoslavia.
E fu questo il momento in cui i fascisti, i nazisti, i collaborazionisti di ogni sorta e i controrivoluzionari dovettero assumersi la piena responsabilità della loro politica e delle loro azioni.
In questa azione di giustizia, tanto necessaria quanto difficile, è possibile che siano stati emessi verdetti errati a carico di alcune persone, così come è possibile che vi siano stati casi di vendette personali. Tuttavia, ciò non può assolutamente costituire un pretesto per mistificare e stravolgere la effettiva realtà di quegli avvenimenti. Sarebbe come guardare l’albero e non vedere la foresta.
Vi è, dunque, un legame inscindibile, un preciso filo conduttore che lega le foibe, la detenzione dei prigionieri di guerra e il cosiddetto esodo degli italiani dall’Istria alla politica fascista della snazionalizzazione, all’aggressione nazifascista nei confronti della Jugoslavia, all’occupazione militare italiana e alla persecuzione degli antifascisti.
Le foibe, lungi dal costituire il simbolo del genocidio della popolazione italiana, sono state quindi la conseguenza della rivolta popolare contro gli aguzzini fascisti, nazisti, ustascia e collaborazionisti, che si erano macchiati di ogni sorta di crimini. Le foibe furono, in buona sostanza, l’espressione dell’odio accumulato in decenni di oppressione e di sfruttamento: un odio che esplose con la caratteristica violenza delle insurrezioni di popolo.
È doveroso, inoltre, ricordare l’aiuto generoso dato dalle popolazioni slave a migliaia di soldati italiani in rotta dopo l’8 settembre e braccati dai loro ex alleati tedeschi. Soldati italiani che, ancorché fossero invasori, dovettero la loro salvezza e la loro libertà al popolo jugoslavo e a quanti, mettendo a repentaglio la loro stessa vita, li sottrassero alla vendetta nazista.
Concludendo, oltre a quelle storiche da questa aberrante vicenda si ricavano tre ulteriori considerazioni che costituiscono le premesse di un’indispensabile mobilitazione dell’antifascismo militante sul piano politico, ideologico e culturale:
a) le campagne di carattere neorevisionistico, di stampo revanscista e di sapore imperialista, sia che riguardino la falsa equiparazione fra antisionismo e antisemitismo o che mirino ad accreditare l’invenzione di uno sterminio delle popolazioni italiane dell’Istria e della Dalmazia, non hanno natura storiografica, ma soltanto politica: in altri termini, tendono, da un lato, a legittimare la bestiale politica israeliana verso i palestinesi e, dall’altro, a rimettere in discussione il trattato di Osimo del 1975 e, quindi, i confini tra l’Italia, la Slovenia e la Croazia;
b) l’accertamento della verità sulle origini, sulle cause, sulle dimensioni e sul significato dell’esodo degli italiani dell’Istria e della Dalmazia compete agli storici ed è degno dei peggiori regimi autoritari voler imporre come ‘verità di Stato’ quello che è unicamente un giudizio politico-ideologico: ciò significa che la rappresentazione demonizzante dei comunisti jugoslavi che sadicamente uccidono gli innocenti ‘patrioti’ italiani non ha maggior credibilità della propaganda democristiana del 18 aprile 1948 sui comunisti che “mangiano i bambini”;
c) in realtà, la criminalizzazione dei comunisti jugoslavi come responsabili delle foibe mira a cancellare i crimini commessi dall’imperialismo fascista nei Balcani, legittimando con la codificazione di una falsa ‘verità di Stato’ una rinnovata direttrice espansionistica dell’odierno imperialismo italiano nell’area adriatica.
Fonte
Per comprendere la genesi e il significato del fenomeno delle foibe occorre infatti considerare che cosa è accaduto prima, che cosa è accaduto durante e che cosa è accaduto dopo: ciò equivale a comprendere come la propaganda reazionaria abbia costruito il ‘caso foibe’.
Orbene, le foibe sono state il frutto di vent’anni di imperialismo fascista, fatto di bestiali violenze, snazionalizzazioni forzate, repressioni feroci e odiose persecuzioni razziste, culminate, da ultimo, in una guerra di aggressione che colpì con il terrore, con lo sterminio e con la deportazione la stessa popolazione civile.
Se si parte da questa premessa oggettiva, non è difficile capire chi, quando i rapporti di forza mutarono, fu ucciso e perché.
Si trattò, innanzi tutto, di criminali di guerra e di collaborazionisti, che furono chiamati a rendere conto di ciò che avevano fatto. Per quanto concerne, poi, la ‘contabilità degli infoibati’, occorre ridimensionare le cifre iperboliche inventate dai circoli neofascisti, nazionalisti e revisionisti.
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| Canzone patriottico-fascista istriana del 1925, “in voga” allora a Pisino |
Claudia Cernigoi, autrice di una fondamentale ricerca storica, “Operazione foibe tra storia e mito”, Udine, Kappa Vu, 2005, dimostra che, nei fatidici “40 giorni” del 1945, dall’attuale provincia di Trieste scomparvero 517 persone, che appartenevano alle seguenti categorie: militari, polizia (compresi i membri delle SS), collaborazionisti e spie.
Tra l’altro, il ‘curriculum vitae’ di squadristi, aguzzini e spie, nonché la presenza tra i giustiziati di diversi sloveni, smentiscono la tesi degli ‘infoibati’ uccisi solo in quanto italiani e chiariscono il vero motivo del fenomeno delle foibe, escludendo che si possa parlare, a tale proposito, di genocidio o di pulizia etnica.
Dal canto loro, i popoli della Jugoslavia pagarono un altissimo tributo di sangue, pari a circa un milione di morti, per le criminali azioni degli invasori nazifascisti, mentre 700.000 furono le vittime della lotta di liberazione e della guerra.
Né va dimenticata l’immane violenza che, con la partecipazione attiva dei fascisti italiani, si abbatté sulla popolazione civile, quando, dopo l’otto settembre del 1943, i tedeschi assunsero direttamente il controllo delle zone occupate precedentemente dall’Italia.
D’altra parte, la classe operaia e le masse popolari, guidate dal partito comunista, seppero organizzare un’attiva e forte resistenza contro gli invasori, iniziata già nell’estate del 1941. Fu una vera e propria guerra di popolo, condotta da un esercito di uomini, donne e giovani, che arrivò a superare le 800.000 unità.
Fu proprio nei giorni precedenti gli accordi del 12 giugno 1945 tra il nuovo governo jugoslavo e gli alleati, che istituirono il controllo delle cosiddette Zona A e Zona B, che si acutizzò lo scontro delle forze ostili al governo rivoluzionario nel tentativo di mettere in discussione la nascita della nuova Jugoslavia.
E fu questo il momento in cui i fascisti, i nazisti, i collaborazionisti di ogni sorta e i controrivoluzionari dovettero assumersi la piena responsabilità della loro politica e delle loro azioni.
In questa azione di giustizia, tanto necessaria quanto difficile, è possibile che siano stati emessi verdetti errati a carico di alcune persone, così come è possibile che vi siano stati casi di vendette personali. Tuttavia, ciò non può assolutamente costituire un pretesto per mistificare e stravolgere la effettiva realtà di quegli avvenimenti. Sarebbe come guardare l’albero e non vedere la foresta.
Vi è, dunque, un legame inscindibile, un preciso filo conduttore che lega le foibe, la detenzione dei prigionieri di guerra e il cosiddetto esodo degli italiani dall’Istria alla politica fascista della snazionalizzazione, all’aggressione nazifascista nei confronti della Jugoslavia, all’occupazione militare italiana e alla persecuzione degli antifascisti.
Le foibe, lungi dal costituire il simbolo del genocidio della popolazione italiana, sono state quindi la conseguenza della rivolta popolare contro gli aguzzini fascisti, nazisti, ustascia e collaborazionisti, che si erano macchiati di ogni sorta di crimini. Le foibe furono, in buona sostanza, l’espressione dell’odio accumulato in decenni di oppressione e di sfruttamento: un odio che esplose con la caratteristica violenza delle insurrezioni di popolo.
È doveroso, inoltre, ricordare l’aiuto generoso dato dalle popolazioni slave a migliaia di soldati italiani in rotta dopo l’8 settembre e braccati dai loro ex alleati tedeschi. Soldati italiani che, ancorché fossero invasori, dovettero la loro salvezza e la loro libertà al popolo jugoslavo e a quanti, mettendo a repentaglio la loro stessa vita, li sottrassero alla vendetta nazista.
Concludendo, oltre a quelle storiche da questa aberrante vicenda si ricavano tre ulteriori considerazioni che costituiscono le premesse di un’indispensabile mobilitazione dell’antifascismo militante sul piano politico, ideologico e culturale:
a) le campagne di carattere neorevisionistico, di stampo revanscista e di sapore imperialista, sia che riguardino la falsa equiparazione fra antisionismo e antisemitismo o che mirino ad accreditare l’invenzione di uno sterminio delle popolazioni italiane dell’Istria e della Dalmazia, non hanno natura storiografica, ma soltanto politica: in altri termini, tendono, da un lato, a legittimare la bestiale politica israeliana verso i palestinesi e, dall’altro, a rimettere in discussione il trattato di Osimo del 1975 e, quindi, i confini tra l’Italia, la Slovenia e la Croazia;
b) l’accertamento della verità sulle origini, sulle cause, sulle dimensioni e sul significato dell’esodo degli italiani dell’Istria e della Dalmazia compete agli storici ed è degno dei peggiori regimi autoritari voler imporre come ‘verità di Stato’ quello che è unicamente un giudizio politico-ideologico: ciò significa che la rappresentazione demonizzante dei comunisti jugoslavi che sadicamente uccidono gli innocenti ‘patrioti’ italiani non ha maggior credibilità della propaganda democristiana del 18 aprile 1948 sui comunisti che “mangiano i bambini”;
c) in realtà, la criminalizzazione dei comunisti jugoslavi come responsabili delle foibe mira a cancellare i crimini commessi dall’imperialismo fascista nei Balcani, legittimando con la codificazione di una falsa ‘verità di Stato’ una rinnovata direttrice espansionistica dell’odierno imperialismo italiano nell’area adriatica.
Fonte
12/02/2023
12/02/2022
Sulle foibe
di Rossana Rossanda - il manifesto - 27/08/1996
Da quando è presidente della Camera, Luciano Violante si è investito della missione di riscrivere la storia, che secondo lui non è mai stata giusta. Rifacendola, si potrebbe “riconciliare la nazione” che, come si sa, nel 1943 si divise.
Prima ci ha spiegato che occorre (o sarebbe addirittura occorso l’8 settembre?) capire i giovani che sceglievano Mussolini e Salò. Adesso rimprovera il suo ex partito – o ex suo partito o comunque si voglia chiamare il PCI – di aver nascosto che dal 1943 al 1945 i partigiani jugoslavi giustiziarono sommariamente e cacciarono nelle foibe non solo gli ustascia ma alcune migliaia di istriani che sospettavano d’accordo con loro, sicuramente molti innocenti. Il PCI ha occultato tutto, dice Violante riprendendo il segretario pidiessino di Trieste, per complicità totalitaria con Tito.
Si dà il caso che io sia stata una del PCI, e istriana da diverse generazioni. Conosco quella storia. Ma la conoscono tutti fuorché, forse, la distratta generazione di Violante: dal 1948 in poi le foibe ci vennero rinfacciate a ogni momento, e non solo dai fascisti che rivolevano Trieste (i loro eredi ancora mettono in causa il trattato di Osimo).
Se la federazione triestina del PCI, a lungo diretta da Vittorio Vidali, fu dilaniata nel giudizio politico, storicamente non c’era nulla da scoprire.
Non è questione di archivi da portare alla luce, ci sono storie e documenti. Se Violante avesse velocemente consultato la abbastanza buona biblioteca della Camera, si sarebbe risparmiato delle enormità. La prima delle quali è tacere l’essenziale d’una vicenda che si pretende di ricostruire.
Non ci sono due possibili interpretazioni delle responsabilità italiane in Jugoslavia: ce n’è una. Ed è che l’Italia seguì Hitler nell’invasione della Jugoslavia del 1941, pretese un dominio particolare sulla Croazia, appoggiando Ante Pavelic e sovrapponendogli a mo’ di sovrano Aimone di Savoia Aosta, duca di Spoleto.
Per due anni i corpi d’armata italiani, soprattutto la Pusteria, e i generali Cavallero, Ambrosio e Roatta attuarono operazioni orrende contro la guerriglia partigiana, la più lunga e coraggiosa d’Europa, gli ebrei, i musulmani, i serbi ed altre minoranze; le fonti di Renzo De Felice calcolano in oltre duecentomila gli uccisi.
Mentre una nobile gara si instaurava, teste indiscusso Luigi Pietromarchi, fra Roma e Berlino su come spartirsi le spoglie dei Balcani. In capo a due anni, con l’8 settembre, l’esercito italiano si disgrega e per l’onore del nostro disgraziato paese diversi soldati e ufficiali raggiungono le formazioni partigiane jugoslave.
Ma non perciò esse hanno vinto: i tedeschi non mollano il fronte jugoslavo, se perdono dei territori tentano di riprenderli o li riprendono con ripetute offensive, che tengono impegnata la Wehrmacht come in nessun altro fronte occidentale. La Jugoslavia si può considerare liberata e la guerra quasi conclusa nel tardo 1944 con la presa di Belgrado.
L’unificazione dei comitati partigiani è avvenuta un anno prima. E Tito sarà riconosciuto come interlocutore soltanto alle soglie del 1945, gli inglesi avendogli preferito il governo all’estero di Mihailovic (alleati cetnici inclusi finché non cambiarono bandiera).
Quattro anni di guerriglia, che il variare del fronte e degli esiti rende subito guerra, quattro anni di scontro con un esercito potente e crudele, di massacri, rappresaglie e saccheggi, sono un tempo infinito.
L’odio seminato, e meritato, da italiani e collaborazionisti fu grande, e non dimenticato. E le vendette certamente atroci, e non dimenticate.
Ma le responsabilità non sono le stesse.
Non tiriamo in ballo i morti, che sono davvero fuori dalla storia, per far intendere che le colpe sono uguali, e che lo scontro è stato tra due totalitarismi che si equivalevano.
Questa è mistificazione, prima ancora che revisionismo. L’ignoranza e la confusione sono già abbastanza grandi perché un presidente della Camera ex comunista venga ad aumentarle.
Fonte
Da quando è presidente della Camera, Luciano Violante si è investito della missione di riscrivere la storia, che secondo lui non è mai stata giusta. Rifacendola, si potrebbe “riconciliare la nazione” che, come si sa, nel 1943 si divise.
Prima ci ha spiegato che occorre (o sarebbe addirittura occorso l’8 settembre?) capire i giovani che sceglievano Mussolini e Salò. Adesso rimprovera il suo ex partito – o ex suo partito o comunque si voglia chiamare il PCI – di aver nascosto che dal 1943 al 1945 i partigiani jugoslavi giustiziarono sommariamente e cacciarono nelle foibe non solo gli ustascia ma alcune migliaia di istriani che sospettavano d’accordo con loro, sicuramente molti innocenti. Il PCI ha occultato tutto, dice Violante riprendendo il segretario pidiessino di Trieste, per complicità totalitaria con Tito.
Si dà il caso che io sia stata una del PCI, e istriana da diverse generazioni. Conosco quella storia. Ma la conoscono tutti fuorché, forse, la distratta generazione di Violante: dal 1948 in poi le foibe ci vennero rinfacciate a ogni momento, e non solo dai fascisti che rivolevano Trieste (i loro eredi ancora mettono in causa il trattato di Osimo).
Se la federazione triestina del PCI, a lungo diretta da Vittorio Vidali, fu dilaniata nel giudizio politico, storicamente non c’era nulla da scoprire.
Non è questione di archivi da portare alla luce, ci sono storie e documenti. Se Violante avesse velocemente consultato la abbastanza buona biblioteca della Camera, si sarebbe risparmiato delle enormità. La prima delle quali è tacere l’essenziale d’una vicenda che si pretende di ricostruire.
Non ci sono due possibili interpretazioni delle responsabilità italiane in Jugoslavia: ce n’è una. Ed è che l’Italia seguì Hitler nell’invasione della Jugoslavia del 1941, pretese un dominio particolare sulla Croazia, appoggiando Ante Pavelic e sovrapponendogli a mo’ di sovrano Aimone di Savoia Aosta, duca di Spoleto.
Per due anni i corpi d’armata italiani, soprattutto la Pusteria, e i generali Cavallero, Ambrosio e Roatta attuarono operazioni orrende contro la guerriglia partigiana, la più lunga e coraggiosa d’Europa, gli ebrei, i musulmani, i serbi ed altre minoranze; le fonti di Renzo De Felice calcolano in oltre duecentomila gli uccisi.
Mentre una nobile gara si instaurava, teste indiscusso Luigi Pietromarchi, fra Roma e Berlino su come spartirsi le spoglie dei Balcani. In capo a due anni, con l’8 settembre, l’esercito italiano si disgrega e per l’onore del nostro disgraziato paese diversi soldati e ufficiali raggiungono le formazioni partigiane jugoslave.
Ma non perciò esse hanno vinto: i tedeschi non mollano il fronte jugoslavo, se perdono dei territori tentano di riprenderli o li riprendono con ripetute offensive, che tengono impegnata la Wehrmacht come in nessun altro fronte occidentale. La Jugoslavia si può considerare liberata e la guerra quasi conclusa nel tardo 1944 con la presa di Belgrado.
L’unificazione dei comitati partigiani è avvenuta un anno prima. E Tito sarà riconosciuto come interlocutore soltanto alle soglie del 1945, gli inglesi avendogli preferito il governo all’estero di Mihailovic (alleati cetnici inclusi finché non cambiarono bandiera).
Quattro anni di guerriglia, che il variare del fronte e degli esiti rende subito guerra, quattro anni di scontro con un esercito potente e crudele, di massacri, rappresaglie e saccheggi, sono un tempo infinito.
L’odio seminato, e meritato, da italiani e collaborazionisti fu grande, e non dimenticato. E le vendette certamente atroci, e non dimenticate.
Ma le responsabilità non sono le stesse.
Non tiriamo in ballo i morti, che sono davvero fuori dalla storia, per far intendere che le colpe sono uguali, e che lo scontro è stato tra due totalitarismi che si equivalevano.
Questa è mistificazione, prima ancora che revisionismo. L’ignoranza e la confusione sono già abbastanza grandi perché un presidente della Camera ex comunista venga ad aumentarle.
Fonte
11/02/2022
Ministro Bianchi, ricordare i drammi della storia? Usb Scuola risponde: sì, ma tutti!
La “Giornata del Ricordo” del 10 febbraio diventa sempre più l’occasione per iniziative nazionaliste, antipartigiane e storicamente revisioniste.
In questa orgia di falsificazioni storiche è entrato purtroppo anche il Ministero dell’Istruzione con la circolare emanata dal capo dipartimento Stefano Versari, che ha sostenuto che alla fine della guerra la “categoria” degli italiani sarebbe stata oggetto di uno sterminio paragonabile alla Shoa (e per aggiunta al genocidio armeno e alla strage dei musulmani di Srebenica).
Una tale spregevole circolare è un falso storico e non può certo promuovere un serio spirito di informazione e di ricerca storica nelle scuole.
Il Ministro Bianchi è intervenuto sulla questione mettendoci una pezza che è peggiore del buco.
Infatti il Ministro ha telefonato, scusandosi, alla presidente delle Comunità Ebraiche e a quello dell’ANPI, ribadendo che “Ogni dramma ha la sua unicità, va ricordato nella sua specificità e non va confrontato con altri, con il rischio di generare altro dolore” e garantendo l’impegno per la memoria della (sola) Shoa.
Ci sentiamo di ricordare al Ministro che se la memoria deve essere per tutti i drammi, e siamo d’accordo, ciò deve valere anche per le deportazioni, le fucilazioni, l’incendio di interi paesi, le discriminazioni e le umiliazioni subite dalle popolazioni della Jugoslavia durante il fascismo e la seconda guerra mondiale.
Per tutti e tutte coloro che morirono di stenti nei campi di prigionia italiani dell’isola di Rab/Arbe e di Gonars in particolare, dopo l’annessione di vasti territori jugoslavi all’“impero” italofascista.
Inoltre, delle scuse sarebbero da rivolgere anche alle associazioni dei partigiani sloveni, che spesso combatterono e perirono insieme a quelli italiani, che contribuirono alla liberazione dal nazismo delle nostre città e che invece sono stati descritti come bande di criminali.
La storia non si può fare a brandelli, altrimenti si è solo dei mistificatori opportunisti, come purtroppo da anni si sta dimostrando la grande maggioranza dei politici italiani.
Fonte
In questa orgia di falsificazioni storiche è entrato purtroppo anche il Ministero dell’Istruzione con la circolare emanata dal capo dipartimento Stefano Versari, che ha sostenuto che alla fine della guerra la “categoria” degli italiani sarebbe stata oggetto di uno sterminio paragonabile alla Shoa (e per aggiunta al genocidio armeno e alla strage dei musulmani di Srebenica).
Una tale spregevole circolare è un falso storico e non può certo promuovere un serio spirito di informazione e di ricerca storica nelle scuole.
Il Ministro Bianchi è intervenuto sulla questione mettendoci una pezza che è peggiore del buco.
Infatti il Ministro ha telefonato, scusandosi, alla presidente delle Comunità Ebraiche e a quello dell’ANPI, ribadendo che “Ogni dramma ha la sua unicità, va ricordato nella sua specificità e non va confrontato con altri, con il rischio di generare altro dolore” e garantendo l’impegno per la memoria della (sola) Shoa.
Ci sentiamo di ricordare al Ministro che se la memoria deve essere per tutti i drammi, e siamo d’accordo, ciò deve valere anche per le deportazioni, le fucilazioni, l’incendio di interi paesi, le discriminazioni e le umiliazioni subite dalle popolazioni della Jugoslavia durante il fascismo e la seconda guerra mondiale.
Per tutti e tutte coloro che morirono di stenti nei campi di prigionia italiani dell’isola di Rab/Arbe e di Gonars in particolare, dopo l’annessione di vasti territori jugoslavi all’“impero” italofascista.
Inoltre, delle scuse sarebbero da rivolgere anche alle associazioni dei partigiani sloveni, che spesso combatterono e perirono insieme a quelli italiani, che contribuirono alla liberazione dal nazismo delle nostre città e che invece sono stati descritti come bande di criminali.
La storia non si può fare a brandelli, altrimenti si è solo dei mistificatori opportunisti, come purtroppo da anni si sta dimostrando la grande maggioranza dei politici italiani.
Fonte
10/02/2022
Memoria, ricordo e propaganda al confine orientale
Come ci ha insegnato Claudio Pavone la Resistenza è stata una guerra di liberazione, civile e di classe. Al confine orientale d’Italia pure “etnica”. Dichiarata dal fascismo, subito dopo le annessioni di pezzi di Slovenia, Istria e Dalmazia, affonda le sue radici nella marcia dannunziana su Fiume, che fino ad allora molti suoi abitanti chiamavano Rijeka; ma poi non hanno potuto più farlo, come tanti altri lì attorno.
Italianizzazione forzata, questo è stato l’inizio: divieto di parlare sloveno o croato a scuola, al lavoro, nei pubblici uffici, all’osteria, persino a casa propria; proibiti i matrimoni misti, fuorilegge le associazioni politiche, culturali e ricreative non italiane. Fino alle immigrazioni forzate o a cambiare i cognomi delle famiglie e i nomi dei paesi.
Per cancellare e reprimere identità che da quelle parti avevano vissuto abbastanza tranquillamente negli spazi separati con cui gli Asburgo garantivano il potere per sé e la pace tra i sudditi: italiani sulla costa e nelle città, slavi nell’entroterra e in campagna, austriaci e ungheresi in caserme e palazzi di governo.
I nazionalismi esplosi con la guerra mondiale – e le conseguenti politiche degli stati – spazzano via ogni equilibrio, diventano la misura dei rapporti di forza, chi vince si prende tutto e avvia l’omologazione razziale: sopra gli italiani, sotto sloveni e croati. Ovunque. In scuole, fabbriche, uffici, municipi: comandanti e comandati si dividono per nazionalità.
Così per vent’anni, facendo crescere oppressione e rabbia, razzismo e rancore. Poi un’altra guerra, in cui il fascismo italiano tira le fila del tutto: lo sterminio culturale diventa fisico, gli “allogeni” sono il nemico da internare o sterminare, i loro villaggi da incendiare, tutti – come, altrove, i contadini di Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema – “oggettivamente” complici dei partigiani e dell’esercito di Tito. Da uccidere e infoibare.
I primi a usare le foibe dell’entroterra istriano sono proprio i fascisti italiani. Preparando così le vendette che accompagnano la sconfitta militare nazi-fascista, l’espansione yugoslava verso Trieste e l’esodo dei civili; per paura o per complicità, forse solo per seguire un destino segnato anni prima, con il privilegio che si rovescia in colpa.
La stessa che lo Stato italiano nasconde per decenni, insieme alla rimozione di quelle vite profughe; per opportunismo politico, per convenienza. Senza elaborare nulla – come è stato per tanta parte della storia del fascismo italiano e delle sue miserie – per non dover fare i conti col passato o disturbare gli equilibri delle cancellerie.
Fino a quando, cambiata l’aria nel mondo, dissolto il “nemico” e riconquistato il Confine, si è potuto trasformare la tragedia in propaganda, usare l’assenza di memoria per revisionare la storia e “ricordare” solo ciò che conviene.
Eppure la verità storica su foibe ed esodo giuliano-dalmata è fissata – e non da ieri – nelle ricerche di Teodoro Sala, Enzo Collotti, Galliano Fogar, Giacomo Scotti o in quelle più recenti di Eric Gobetti.
La verità morale è scritta sulle pietre dei cimiteri del Carso, la si può leggere nei cognomi italiani, sloveni, croati e serbi delle lapidi partigiane; o ascoltare nelle ultime parole di Stiepan Filipovic, prima di essere impiccato dai nazisti nel maggio del 1942: “Smrt fsizmu, sloboda narodu”, morte al fascismo, libertà ai popoli.
Fonte
Italianizzazione forzata, questo è stato l’inizio: divieto di parlare sloveno o croato a scuola, al lavoro, nei pubblici uffici, all’osteria, persino a casa propria; proibiti i matrimoni misti, fuorilegge le associazioni politiche, culturali e ricreative non italiane. Fino alle immigrazioni forzate o a cambiare i cognomi delle famiglie e i nomi dei paesi.
Per cancellare e reprimere identità che da quelle parti avevano vissuto abbastanza tranquillamente negli spazi separati con cui gli Asburgo garantivano il potere per sé e la pace tra i sudditi: italiani sulla costa e nelle città, slavi nell’entroterra e in campagna, austriaci e ungheresi in caserme e palazzi di governo.
I nazionalismi esplosi con la guerra mondiale – e le conseguenti politiche degli stati – spazzano via ogni equilibrio, diventano la misura dei rapporti di forza, chi vince si prende tutto e avvia l’omologazione razziale: sopra gli italiani, sotto sloveni e croati. Ovunque. In scuole, fabbriche, uffici, municipi: comandanti e comandati si dividono per nazionalità.
Così per vent’anni, facendo crescere oppressione e rabbia, razzismo e rancore. Poi un’altra guerra, in cui il fascismo italiano tira le fila del tutto: lo sterminio culturale diventa fisico, gli “allogeni” sono il nemico da internare o sterminare, i loro villaggi da incendiare, tutti – come, altrove, i contadini di Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema – “oggettivamente” complici dei partigiani e dell’esercito di Tito. Da uccidere e infoibare.
I primi a usare le foibe dell’entroterra istriano sono proprio i fascisti italiani. Preparando così le vendette che accompagnano la sconfitta militare nazi-fascista, l’espansione yugoslava verso Trieste e l’esodo dei civili; per paura o per complicità, forse solo per seguire un destino segnato anni prima, con il privilegio che si rovescia in colpa.
La stessa che lo Stato italiano nasconde per decenni, insieme alla rimozione di quelle vite profughe; per opportunismo politico, per convenienza. Senza elaborare nulla – come è stato per tanta parte della storia del fascismo italiano e delle sue miserie – per non dover fare i conti col passato o disturbare gli equilibri delle cancellerie.
Fino a quando, cambiata l’aria nel mondo, dissolto il “nemico” e riconquistato il Confine, si è potuto trasformare la tragedia in propaganda, usare l’assenza di memoria per revisionare la storia e “ricordare” solo ciò che conviene.
Eppure la verità storica su foibe ed esodo giuliano-dalmata è fissata – e non da ieri – nelle ricerche di Teodoro Sala, Enzo Collotti, Galliano Fogar, Giacomo Scotti o in quelle più recenti di Eric Gobetti.
La verità morale è scritta sulle pietre dei cimiteri del Carso, la si può leggere nei cognomi italiani, sloveni, croati e serbi delle lapidi partigiane; o ascoltare nelle ultime parole di Stiepan Filipovic, prima di essere impiccato dai nazisti nel maggio del 1942: “Smrt fsizmu, sloboda narodu”, morte al fascismo, libertà ai popoli.
Fonte
18/09/2021
Dalle foibe al green pass: il politically correct comincia a sgretolarsi
di Nello Gradirà
Sarzana, 3 settembre. Il professor Alessandro Barbero sale sul palco del Festival della Mente accolto da un’ovazione da stadio. “Dai basta, lasciatemi parlare” scherza visibilmente imbarazzato. Deve tenere una lezione sulla guerra civile inglese del XVII secolo, un argomento che nessuna rete televisiva oserebbe mettere nel palinsesto negli orari di punta. Ma il numeroso pubblico ascolta con attenzione e alla fine c’è un altro lungo applauso. Il video di questa conferenza ha già fatto su YouTube 165.000 visualizzazioni in una settimana. La conferenza su Camillo Benso di Cavour, pubblicata circa un anno fa, ne ha 1 milione e 700mila, quella su Stalingrado 600mila, quella (meravigliosa) sulla rete spionistica sovietica in Giappone negli anni ‘30 quasi mezzo milione.
Tra le persone che lo seguono moltissimi giovani: un segnale importante in una fase in cui si tenta di eliminare dai programmi scolastici la storia e la geografia, cioè le materie fondamentali per orientarsi nel tempo e nello spazio e comprendere la realtà in cui si vive: per dirla con il titolo di un programma di RAI Storia che il nostro professore presentava: “la bussola e la clessidra”.
Barbero è uno straordinario divulgatore, colto, appassionato, ironico, di grande onestà intellettuale. L’obiettività non esiste, naturalmente, ma lui si preoccupa sempre di mettere in luce e di spiegare anche le posizioni che non condivide. Ed è modesto: nonostante il grande seguito che ha (costruito con l’aiuto di un canale YouTube ma senza ricorrere ai malefici social network) non si atteggia a divo e dialoga con tutti gli interlocutori con grande rispetto. E anche di fronte all’intervistatore più banale riesce a non essere mai scontato o noioso1.
Ma c’è un problema: il professore si definisce “di sinistra, molto di sinistra”, racconta le miserie e i crimini delle classi dirigenti italiane, smonta le calunnie sulla resistenza e respinge i tentativi di equiparare comunismo e nazismo.
È normale quindi che il sistema mediatico e buona parte del ceto politico e “intellettuale” italiano guardino il fenomeno Barbero con insofferenza aspettando di coglierlo in fallo alla minima scivolata.
E l’occasione per i cani da guardia del “politically correct” si è presentata ben due volte nelle scorse settimane: prima per le sue dichiarazioni sulle foibe, poi per la sua firma in calce a un documento in cui 350 docenti universitari esprimevano la loro contrarietà al green pass. Due argomenti su cui la cricca che attualmente a reti unificate sostiene il governo Draghi (e più in generale gli equilibri politici della cosiddetta Seconda Repubblica) è pronta ad abbaiare contro qualsiasi opinione dissonante.
Sulle foibe ovviamente si sono scatenati i fascisti di tutte le risme, forti del fatto che la loro versione, senza alcun riscontro storico concreto, “è diventata la narrazione ufficiale dello Stato italiano”, come scrive Eric Gobetti.
Tutto è partito dalle dichiarazioni del professor Tommaso Montanari, che metteva in evidenza l’uso strumentale della vicenda delle foibe da parte della destra, con l’obiettivo di equiparare antifascismo e fascismo e ridare legittimità a quest’ultimo. Il fine dell’istituzione del giorno del ricordo, dice Montanari, è “quello di costruire una ‘festa’ nazionale da opporre alla Giornata della Memoria e al 25 aprile, costruire un’antinarrazione fascista che contrasti e smonti l’epopea antifascista su cui si fonda la Repubblica”. Sono piovute le accuse di “negazionismo”, che non stanno né in cielo né in terra perché nessuno nega che certi episodi si siano verificati (a differenza di quello che fanno i neonazisti con le camere a gas) ma confermano il tentativo di mettere sullo stesso piano – anche da un punto di vista terminologico – le foibe e i crimini del fascismo. “Il senso del mio articolo” scrive Montanari, è che “il fascismo riesce ad avere ragione solo quando trucca la storia”.
Di fronte alle richieste di dimissioni, Montanari concludeva: “Viviamo tempi in cui non è per nulla superfluo ricordare che l’università italiana è doppiamente antifascista: lo è per la sua natura libera e umana di università, lo è per la sua adesione incondizionata alla Costituzione antifascista della Repubblica”.
Il professor Barbero era intervenuto a sostegno delle tesi di Montanari: “Non ha affatto detto che le foibe sono un’invenzione e che non è vero che migliaia d’italiani sono stati uccisi lì (…) La falsificazione della storia da parte neofascista, di cui l’istituzione della Giornata del ricordo costituisce senza dubbio una tappa, consiste nell’alimentare l’idea che (…) siccome tutti, da una parte e dall’altra, hanno commesso violenze ingiustificate, eccidi e orrori, allora i due schieramenti si equivalevano e oggi è legittimo dichiararsi sentimentalmente legati all’una o all’altra parte senza che questo debba destare scandalo”.
Non si era ancora spenta l’eco di queste polemiche che è arrivato il documento a firma di 350 docenti universitari, tra cui Barbero, contrari al green pass. “Reputiamo ingiusta e illegittima – vi si legge – la discriminazione introdotta ai danni di una minoranza, in quanto in contrasto con i dettami della Costituzione (art. 32: ‘Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana’)”.
Ma attenzione, non si tratta di un appello “no vax”, tutt’altro. Proprio perché la Costituzione stabilisce che un trattamento sanitario può essere obbligatorio solo se viene disposto per legge, i docenti ritengono che al posto del green pass, strumento di dubbia legittimità con cui si cerca di costringere le persone a vaccinarsi, si debba introdurre per legge l’obbligo vaccinale. In effetti, come dice Barbero, a sinistra non può non destare preoccupazioni il fatto che le aziende possano avere anche questo strumento di controllo sui lavoratori. Una posizione che può essere condivisa o meno ma che senz’altro ha delle basi piuttosto solide. E soprattutto non rappresenta il tentativo egoistico di alcuni baroni universitari di sottrarsi a delle restrizioni ma una proposta di discutere come affrontare la pandemia rispettando i diritti di tutti.
Era davvero troppo, e sono partite le scomuniche da parte di quella che Luca Bottura definisce “la polizia politica che agisce sui social, ma ormai anche nei giornali”. Sulle foibe avevano iniziato i fascisti di Cultura e Identità: “Non ne possiamo più di storici come Barbero, invitati negli anni al Festival della Mente per raccontare tutta la storia del mondo, da quella medievale fino a quella contemporanea”. Sono ancora quelli che bruciavano i libri o mettevano in galera Gramsci “per impedire a quel cervello di funzionare”. E poi naturalmente i soldi pubblici devono andare a promuovere porcate di propaganda nazifascista come il film Rosso Istria (un clamoroso flop tra l’altro) o roba del genere2.
Ma insieme ai fascisti sono scesi in campo i soliti preti del “politically correct”, come Massimo Gramellini, Pigi Battista, Aldo Grasso… Nessuno di questi ha capito nulla né della discussione sulle foibe né dell’appello dei docenti universitari, o ha deliberatamente cercato di stravolgerne i contenuti: Gramellini parla di una corporazione che si mobilita per difendere i propri privilegi perché il green pass sta per essere introdotto nelle università, Il Riformista (vabbè, non varrebbe neanche la pena di citarlo) parla addirittura della “difesa corporativa di bambocci che frignano”, Pigi Battista inventa il termine psichedelico “no foibex”, Aldo Grasso parla della caduta del mito di Barbero, qualcun altro lo descrive come un tuttologo vanesio…
Era inevitabile. Ma le polemiche stupide dei soliti noti sono particolarmente rabbiose perché stavolta si percepisce qualcosa di nuovo nell’aria. Forse da un ceto intellettuale pavido e servile come pochi comincia a emergere qualcuno che non ha paura di esprimere opinioni dissonanti rispetto a un conformismo generalizzato e soffocante che dura da troppo tempo. Un conformismo che riguarda sia la storia della Repubblica (non solo gli anni della Resistenza ma anche quelli più recenti della strategia della tensione) sia la politica attuale, dove la beatificazione continua degli esponenti dell’attuale governo tocca vertici di assoluta comicità.
Sulle foibe, dopo il grande lavoro storiografico di studiosi come Alessandra Kersevan o Claudia Cernigoi, il libro di Eric Gobetti “E allora le foibe?”, gli articoli di Nicoletta Bourbaki, ora anche intellettuali con un grande seguito di pubblico iniziano a mettere in discussione la versione revanscista degli avvenimenti sul “confine orientale”.
Forse è arrivato il momento in cui a sinistra non ci si rassegnerà più a quell’egemonia ideologica neoliberista e fascioleghista che da decenni ormai condizionano la vita di questo Paese condannandolo al sottosviluppo culturale e al provincialismo.
Note
1) “Dopodiché” (come direbbe lui) è anche appassionato di calcio e tifoso del Toro.
2) Su questo filmaccio neonazista si veda l’ottimo articolo di Wu Ming Rosso Istria Archives – Giap (wumingfoundation.com)
Fonte
Sarzana, 3 settembre. Il professor Alessandro Barbero sale sul palco del Festival della Mente accolto da un’ovazione da stadio. “Dai basta, lasciatemi parlare” scherza visibilmente imbarazzato. Deve tenere una lezione sulla guerra civile inglese del XVII secolo, un argomento che nessuna rete televisiva oserebbe mettere nel palinsesto negli orari di punta. Ma il numeroso pubblico ascolta con attenzione e alla fine c’è un altro lungo applauso. Il video di questa conferenza ha già fatto su YouTube 165.000 visualizzazioni in una settimana. La conferenza su Camillo Benso di Cavour, pubblicata circa un anno fa, ne ha 1 milione e 700mila, quella su Stalingrado 600mila, quella (meravigliosa) sulla rete spionistica sovietica in Giappone negli anni ‘30 quasi mezzo milione.
Tra le persone che lo seguono moltissimi giovani: un segnale importante in una fase in cui si tenta di eliminare dai programmi scolastici la storia e la geografia, cioè le materie fondamentali per orientarsi nel tempo e nello spazio e comprendere la realtà in cui si vive: per dirla con il titolo di un programma di RAI Storia che il nostro professore presentava: “la bussola e la clessidra”.
Barbero è uno straordinario divulgatore, colto, appassionato, ironico, di grande onestà intellettuale. L’obiettività non esiste, naturalmente, ma lui si preoccupa sempre di mettere in luce e di spiegare anche le posizioni che non condivide. Ed è modesto: nonostante il grande seguito che ha (costruito con l’aiuto di un canale YouTube ma senza ricorrere ai malefici social network) non si atteggia a divo e dialoga con tutti gli interlocutori con grande rispetto. E anche di fronte all’intervistatore più banale riesce a non essere mai scontato o noioso1.
Ma c’è un problema: il professore si definisce “di sinistra, molto di sinistra”, racconta le miserie e i crimini delle classi dirigenti italiane, smonta le calunnie sulla resistenza e respinge i tentativi di equiparare comunismo e nazismo.
È normale quindi che il sistema mediatico e buona parte del ceto politico e “intellettuale” italiano guardino il fenomeno Barbero con insofferenza aspettando di coglierlo in fallo alla minima scivolata.
E l’occasione per i cani da guardia del “politically correct” si è presentata ben due volte nelle scorse settimane: prima per le sue dichiarazioni sulle foibe, poi per la sua firma in calce a un documento in cui 350 docenti universitari esprimevano la loro contrarietà al green pass. Due argomenti su cui la cricca che attualmente a reti unificate sostiene il governo Draghi (e più in generale gli equilibri politici della cosiddetta Seconda Repubblica) è pronta ad abbaiare contro qualsiasi opinione dissonante.
Sulle foibe ovviamente si sono scatenati i fascisti di tutte le risme, forti del fatto che la loro versione, senza alcun riscontro storico concreto, “è diventata la narrazione ufficiale dello Stato italiano”, come scrive Eric Gobetti.
Tutto è partito dalle dichiarazioni del professor Tommaso Montanari, che metteva in evidenza l’uso strumentale della vicenda delle foibe da parte della destra, con l’obiettivo di equiparare antifascismo e fascismo e ridare legittimità a quest’ultimo. Il fine dell’istituzione del giorno del ricordo, dice Montanari, è “quello di costruire una ‘festa’ nazionale da opporre alla Giornata della Memoria e al 25 aprile, costruire un’antinarrazione fascista che contrasti e smonti l’epopea antifascista su cui si fonda la Repubblica”. Sono piovute le accuse di “negazionismo”, che non stanno né in cielo né in terra perché nessuno nega che certi episodi si siano verificati (a differenza di quello che fanno i neonazisti con le camere a gas) ma confermano il tentativo di mettere sullo stesso piano – anche da un punto di vista terminologico – le foibe e i crimini del fascismo. “Il senso del mio articolo” scrive Montanari, è che “il fascismo riesce ad avere ragione solo quando trucca la storia”.
Di fronte alle richieste di dimissioni, Montanari concludeva: “Viviamo tempi in cui non è per nulla superfluo ricordare che l’università italiana è doppiamente antifascista: lo è per la sua natura libera e umana di università, lo è per la sua adesione incondizionata alla Costituzione antifascista della Repubblica”.
Il professor Barbero era intervenuto a sostegno delle tesi di Montanari: “Non ha affatto detto che le foibe sono un’invenzione e che non è vero che migliaia d’italiani sono stati uccisi lì (…) La falsificazione della storia da parte neofascista, di cui l’istituzione della Giornata del ricordo costituisce senza dubbio una tappa, consiste nell’alimentare l’idea che (…) siccome tutti, da una parte e dall’altra, hanno commesso violenze ingiustificate, eccidi e orrori, allora i due schieramenti si equivalevano e oggi è legittimo dichiararsi sentimentalmente legati all’una o all’altra parte senza che questo debba destare scandalo”.
Non si era ancora spenta l’eco di queste polemiche che è arrivato il documento a firma di 350 docenti universitari, tra cui Barbero, contrari al green pass. “Reputiamo ingiusta e illegittima – vi si legge – la discriminazione introdotta ai danni di una minoranza, in quanto in contrasto con i dettami della Costituzione (art. 32: ‘Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana’)”.
Ma attenzione, non si tratta di un appello “no vax”, tutt’altro. Proprio perché la Costituzione stabilisce che un trattamento sanitario può essere obbligatorio solo se viene disposto per legge, i docenti ritengono che al posto del green pass, strumento di dubbia legittimità con cui si cerca di costringere le persone a vaccinarsi, si debba introdurre per legge l’obbligo vaccinale. In effetti, come dice Barbero, a sinistra non può non destare preoccupazioni il fatto che le aziende possano avere anche questo strumento di controllo sui lavoratori. Una posizione che può essere condivisa o meno ma che senz’altro ha delle basi piuttosto solide. E soprattutto non rappresenta il tentativo egoistico di alcuni baroni universitari di sottrarsi a delle restrizioni ma una proposta di discutere come affrontare la pandemia rispettando i diritti di tutti.
Era davvero troppo, e sono partite le scomuniche da parte di quella che Luca Bottura definisce “la polizia politica che agisce sui social, ma ormai anche nei giornali”. Sulle foibe avevano iniziato i fascisti di Cultura e Identità: “Non ne possiamo più di storici come Barbero, invitati negli anni al Festival della Mente per raccontare tutta la storia del mondo, da quella medievale fino a quella contemporanea”. Sono ancora quelli che bruciavano i libri o mettevano in galera Gramsci “per impedire a quel cervello di funzionare”. E poi naturalmente i soldi pubblici devono andare a promuovere porcate di propaganda nazifascista come il film Rosso Istria (un clamoroso flop tra l’altro) o roba del genere2.
Ma insieme ai fascisti sono scesi in campo i soliti preti del “politically correct”, come Massimo Gramellini, Pigi Battista, Aldo Grasso… Nessuno di questi ha capito nulla né della discussione sulle foibe né dell’appello dei docenti universitari, o ha deliberatamente cercato di stravolgerne i contenuti: Gramellini parla di una corporazione che si mobilita per difendere i propri privilegi perché il green pass sta per essere introdotto nelle università, Il Riformista (vabbè, non varrebbe neanche la pena di citarlo) parla addirittura della “difesa corporativa di bambocci che frignano”, Pigi Battista inventa il termine psichedelico “no foibex”, Aldo Grasso parla della caduta del mito di Barbero, qualcun altro lo descrive come un tuttologo vanesio…
Era inevitabile. Ma le polemiche stupide dei soliti noti sono particolarmente rabbiose perché stavolta si percepisce qualcosa di nuovo nell’aria. Forse da un ceto intellettuale pavido e servile come pochi comincia a emergere qualcuno che non ha paura di esprimere opinioni dissonanti rispetto a un conformismo generalizzato e soffocante che dura da troppo tempo. Un conformismo che riguarda sia la storia della Repubblica (non solo gli anni della Resistenza ma anche quelli più recenti della strategia della tensione) sia la politica attuale, dove la beatificazione continua degli esponenti dell’attuale governo tocca vertici di assoluta comicità.
Sulle foibe, dopo il grande lavoro storiografico di studiosi come Alessandra Kersevan o Claudia Cernigoi, il libro di Eric Gobetti “E allora le foibe?”, gli articoli di Nicoletta Bourbaki, ora anche intellettuali con un grande seguito di pubblico iniziano a mettere in discussione la versione revanscista degli avvenimenti sul “confine orientale”.
Forse è arrivato il momento in cui a sinistra non ci si rassegnerà più a quell’egemonia ideologica neoliberista e fascioleghista che da decenni ormai condizionano la vita di questo Paese condannandolo al sottosviluppo culturale e al provincialismo.
Note
1) “Dopodiché” (come direbbe lui) è anche appassionato di calcio e tifoso del Toro.
2) Su questo filmaccio neonazista si veda l’ottimo articolo di Wu Ming Rosso Istria Archives – Giap (wumingfoundation.com)
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07/09/2020
Come si allevano le bufale
Corso accelerato di mistificazione storico-propagandistica.
In merito alla fossa comune trovata in Slovenia alcuni giorni fa.
Nei giorni 27 e 28 agosto leggiamo quanto segue.
Pagina di Radio Capodistria, firma Stefano Lusa:
«sono stati trovati anche i resti di almeno una donna, comunque non ce ne sarebbero più di cinque. Nessuno aveva meno di 15 anni».
L’Avvenire, firma Lucia Bellaspiga:
«Oltre un centinaio erano ragazzini tra i 15 e i 17 anni, e assieme a questi abbiamo rinvenuto anche cinque donne».
Il Giornale, firma Fausto Biloslavo:
«Dei resti di 250 vittime riesumate nella foresta di Kocevski (sic) oltre un centinaio avevano fra i 15 e 17 anni e almeno cinque sono donne».
Il giorno 29 su l’Avvenire appare una lettera di Matteo Salvini:
«… i resti umani di circa 250 persone, per lo più ragazzini tra i 15 e i 16 anni, innocenti».
Il 2 settembre abbiamo invece l’Unione degli Istriani che parla di
«resti di 250 giovani vittime dei partigiani comunisti titini»
ed il servizio di Andrea Romoli su Rai 2 (vedi foto):
«dove l’esercito di Tito aveva gettato donne e bambini».
Poi se gli fai presente che in conferenza stampa s’era detto che le donne erano 5 e che i minorenni (non minori di 15 anni) erano un centinaio, tu sei “negazionista”, non sono loro che ingrassano bufale che manco a Mondragone.
Fonte
In merito alla fossa comune trovata in Slovenia alcuni giorni fa.
Nei giorni 27 e 28 agosto leggiamo quanto segue.
Pagina di Radio Capodistria, firma Stefano Lusa:
«sono stati trovati anche i resti di almeno una donna, comunque non ce ne sarebbero più di cinque. Nessuno aveva meno di 15 anni».
L’Avvenire, firma Lucia Bellaspiga:
«Oltre un centinaio erano ragazzini tra i 15 e i 17 anni, e assieme a questi abbiamo rinvenuto anche cinque donne».
Il Giornale, firma Fausto Biloslavo:
«Dei resti di 250 vittime riesumate nella foresta di Kocevski (sic) oltre un centinaio avevano fra i 15 e 17 anni e almeno cinque sono donne».
Il giorno 29 su l’Avvenire appare una lettera di Matteo Salvini:
«… i resti umani di circa 250 persone, per lo più ragazzini tra i 15 e i 16 anni, innocenti».
Il 2 settembre abbiamo invece l’Unione degli Istriani che parla di
«resti di 250 giovani vittime dei partigiani comunisti titini»
ed il servizio di Andrea Romoli su Rai 2 (vedi foto):
«dove l’esercito di Tito aveva gettato donne e bambini».
Poi se gli fai presente che in conferenza stampa s’era detto che le donne erano 5 e che i minorenni (non minori di 15 anni) erano un centinaio, tu sei “negazionista”, non sono loro che ingrassano bufale che manco a Mondragone.
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14/02/2020
Foibe - Lettera di Stojan Spetic al Presidente della Repubblica Mattarella
Egregio Signor Presidente
della Repubblica italiana
on. Sergio Mattarella
Quirinale
Roma
Passata la “giornata dell’odio” di orwelliana memoria verrebbe la voglia di chiudersi in casa e lasciar decantare i rancori e la rabbia per le strumentalizzazioni e le falsità dichiarate in quest’occasione.
Il 6 agosto del lontano 1989 accompagnai il giovane Gianni Cuperlo, segretario della FGCI, in un suo pellegrinaggio pacifista e contro la violenza delle guerre partito dall’isola quarnerina di Arbe, dove in un campo di concentramento italiano morirono a migliaia, anche neonati, per poi continuare al Pozzo della miniera di Basovizza, cenotafio in ricordo delle foibe, e finire nella Risiera di san Saba, unico campo di sterminio con forno crematorio in territorio italiano, ancorché ceduto dai fascisti al III Reich di Hitler.
In quell’occasione venne ribadito il no alla violenza cieca che a volte colpì anche qualche innocente.
Ci furono polemiche ed iniziative discutibili. Ne seguì, dopo la dissoluzione della federazione jugoslava, la costituzione della commissione mista italo-slovena che preparò un rapporto storico sulle vicende del confine orientale ma che l’Italia inaspettatamente non volle pubblicare. Era nel frattempo iniziato il periodo del revisionismo storico e della parziale riabilitazione dei “ragazzi di Salò”.
Poi si istituì per legge la Giornata del Ricordo, sostanziale contrappeso alla Giornata della Memoria, ridotta a semplice occasione per qualche sbrigativa cerimonia.
Ormai da quindici anni subiamo ripetuti tentativi di fomentare l’odio contro i popoli vicini con accuse di “pulizia etnica” ed uccisioni di massa di persone “colpevoli soltanto di essere italiani”.
A questo coro Lei ha aggiunto la sua autorevole voce. Ma è proprio così? Il fascismo non c’entra? Era solo odio etnico?
Mi permetta di segnalarle alcuni fatti incontrovertibili.
L’Italia fascista ha aggredito la Jugoslavia annettendosi la provincia di Lubiana, trasformata in una prigione a cielo aperto circondata da filo spinato. Nelle sue fosse ardeatine (Gramozna jama) l’esercito italiano fucilò in un solo mese più di cento ostaggi. In tutta la Slovenia ci furono stragi e fucilazioni indiscriminate di civili. Si legga la testimonianza del curato militare Pietro Brugnoli “Santa messa per i miei fucilati”.
In Montenegro fu peggio. Ma lì decine di migliaia di soldati italiani decisero dopo l’armistizio di unirsi ai partigiani di Tito formando la divisione Garibaldi. Alle migliaia di caduti garibaldini venne eretto un monumento al quale solo il presidente Sandro Pertini rese omaggio.
In Istria la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini il 26 luglio 1943 provocarono una sollevazione dei contadini oppressi e dei minatori di Arsia. Vi furono uccisioni indiscriminate di possidenti terrieri, funzionari dello Stato, gabellieri ed esponenti fascisti, anche qualche vendetta personale. Furono infoibate alcune centinaia di persone.
Intanto i gerarchi fascisti sfuggiti alla “jaquerie” chiamarono da Trieste le truppe naziste. Per paura dei possibili delatori le uccisioni aumentarono. Complessivamente furono 400-500 in totale gli uccisi riesumati.
Ma i partigiani nel frattempo avevano anche salvato molte vite italiane. Pochi ne parlano, ma i partigiani sloveni, croati ed italiani fermarono a Pisino un treno bestiame pieno di soldati italiani diretto nei lager in Germania. Furono liberati, circa 600, e vestiti dalla popolazione con abiti civili affinché potessero raggiungere le loro case. Lo stesso successe in tutta la penisola istriana.
Poi arrivarono i tedeschi chiamati dai fascisti locali. La “Prinz Eugen Division” bruciò una ventina di paesi ed uccise 2500 persone. Mio padre, partigiano in Istria, venne ferito e curato dalla famiglia di colui che poi divenne il primo ambasciatore croato a Roma.
Nel maggio del ’45 le truppe jugoslave della IV Armata dalmata e del IX Korpus locale aiutarono i battaglioni di Unità operaia, lavoratori armati delle principali fabbriche e dei cantieri, a liberare Trieste assieme agli alleati neozelandesi. In quell’occasione alcune migliaia di persone vennero fermate per accertamenti. Gli elenchi erano stati evidentemente preparati dalla Resistenza locale. La gran parte venne rilasciata, mentre alcune centinaia accusate di vari crimini vennero passate per le armi.
Nelle foibe del Carso triestino vennero inumati anche moltissimi soldati tedeschi caduti nelle battaglie attorno la città e che in seguito furono recuperati e trasportati al cimitero militare di Costermanno.
Sia a Trieste che a Gorizia vi furono, nella resa dei conti, anche vittime innocenti, tra cui persino aderenti ai CLN italiani. Così come vi furono uccisioni da parte di criminali comuni che si fecero passare per partigiani. Scoperti vennero poi giustiziati dagli stessi jugoslavi.
È vero. La fine della guerra in tutta Europa vide momenti di atrocità e di vendetta, ma non si può parlare di pulizia etnica o di uccisi “soltanto perché italiani”.
È inutile parlare di pace ed Europa se poi la complessità storica viene ridotta a semplificazioni spesso funzionali alla progressiva riabilitazione del fascismo ed attraverso questa dei suoi nuovi fenomeni razzisti, nazionalisti e revanscisti.
Io condanno le violenze gratuite e lo spirito di vendetta che si cerca di rinnovare in questi momenti difficili in cui il continente europeo è attraversato da rigurgiti pericolosi quanto antistorici.
Mi permetta, Signor Presidente, di osservare che le sue parole non aiutano certamente la collaborazione tra i popoli del Nord Adriatico, ne la conciliazione che può rafforzarsi soltanto nel ricordo della comune lotta contro il nazifascismo e per la libertà.
Vicino a Fiume operò un battaglione di partigiani italiani, croati e sloveni che significativamente si chiamava “Fratellanza”. Vicino c’è il paese di Lipa dove tedeschi e fascisti uccisero, come a Sant’Anna di Stazzema, tutti gli abitanti, circa trecento, bambini compresi.
Non le chiedo di recarsi a Lipa o alle fosse ardeatine di Lubiana, e nemmeno all’isola quarnerina di Arbe. Per capire meglio la storia del confine orientale basterebbe che Lei visitasse il cimitero di Gorizia, dove giace Lojze Bratuž, mite cattolico e musicista, che nel 1936 a Podgora diresse canti in lingua slovena durante la messa natalizia. Due giorni dopo i fascisti gli fecero bere olio di macchina mescolato con benzina e frammenti di vetro, per cui morì dopo un’atroce agonia durata settimane.
Lasciò due bambini e la moglie, nota poetessa, che durante la guerra venne sadicamente torturata dai poliziotti dell’ispettorato speciale di PPSS diretto dal commissario Gaetano Collotti, giustiziato dai partigiani veneti e poi decorato dalla Repubblica Italiana con medaglia d’argento per i “meriti acquisiti nella difesa dell’italianità del confine orientale”.
L’on. Corrado Belci cercò inutilmente di farla revocare. La decorazione è ancora valida come quella al carabiniere che a Trieste uccise una ragazza, la staffetta partigiana Alma Vivoda. In compenso nessun riconoscimento andò al maresciallo dei carabinieri del comune di Dolina, vicino a Trieste, che durante un rastrellamento tedesco si rifiutò di indicare le famiglie di sentimenti partigiani. Venne caricato per primo sul camion che lo portò in Germania, da dove non fece ritorno. Venne respinta persino la proposta di intitolargli la locale caserma dell’Arma...
Vede, Signor Presidente, la legge istitutiva del Giorno del Ricordo fissa la data del 10 febbraio che invece dovrebbe essere una festa per ricordare la firma del Trattato di pace a Parigi, nel 1947, quando 21 paesi della vittoriosa alleanza antifascista riconobbero, grazie alla Resistenza che la riscattò, l’Italia come paese cobelligerante e quindi parte della comunità dei paesi democratici e civili, mentre la Germania e l’Austria vennero divise in zone di occupazione militare. L’Italia perse i territori conquistati nella Grande guerra. Nei due paesi rimasero minoranze slovena ed italiana.
L’esodo degli italiani dall’Istria venne regolato anch’esso dal Trattato di pace. Fu comunque una tragedia per molti, come lo fu per gli sloveni ed i croati che nel primo dopoguerra dovettero emigrare per salvarsi la vita dalla violenza iniziata già coll’incendio della Casa nazionale degli sloveni a Trieste nel luglio 1920, cui seguì una dura repressione fascista.
La pace ed il riconoscimento dei rispettivi confini col Trattato di Osimo del 1975 gettarono le basi per una convivenza pacifica e la collaborazione in tutti i settori dell’economia, della scienza e della cultura con prospettive di sviluppo inattese, che il rivangare dei sentimenti di revanscismo e di odio possono inficiare.
Spero di averla fatta riflettere.
Ossequi.
Stojan Spetic
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Torino - Revisionismo fascista e violenza della polizia, il rettore rimane in silenzio
Da anni le organizzazioni fasciste e i partiti di destra come Lega e Fratelli d’Italia promuovono la giornata del ricordo, istituita dal 2004 con l’accordo con i partiti di centro sinistra. Il “giorno del ricordo“, che promuove una visione fascista della storia è l’occasione per fare avanzare la visione reazionaria della Storia che oggi si è fatta “verità di stato”, come ci dimostrano le dichiarazioni di Mattarella di questi giorni.
Il capo dello Stato, seguito ovviamente dal Partito Democratico, ha equiparato nazismo a comunismo falsificando ancora una volta il corso storico e mascherando i carnefici dell’occupazione italiana in ex Jugoslavia.
Le conseguenze di queste decisioni non hanno tardato a raggiungere il mondo dell’istruzione: la regione Piemonte vuole distribuire in tutte le scuole il fumetto “Foiba Rossa” sulla storia dell’Istriana fascista Norma Cossetto iscritta ai gruppi universitari fascisti e uccisa nel 1943.
Il fumetto è edito da Ferrogallico, casa editrice che, giusto per fare qualche titolo, ha pubblicato i diari di Mussolini a fumetti e diverse graphic novel a difesa di “martiri fascisti” che sono sono stati colpiti durante le lotte operaie degli anni settanta. Nei fatti la Regione promuove, tramite una casa editrice vicina all’estrema destra una rilettura reazionaria della storia a fumetti.
Ma le conseguenze non riguardano solo le scuole superiori.
Ieri l’Università di Torino ancora una volta, si è resa complice del revisionismo storico dei fascisti, si è resa complice della repressione che si abbatte su tutti coloro che si oppongono a questa modo di interpretare la Storia con l’antifascismo militante.
Il Fuan, collettivo fascista vicino a CasaPound, ha fatto un volantinaggio in università sulla giornata del ricordo delle foibe. Proprio nella stessa giornata in cui Moni Ovadia era in università a parlare di fascismo e del colonialismo italiano in Jugoslavia.
Ovviamente insieme ai fascisti del Fuan c’era la polizia in assetto antisommossa che ha ripetutamente caricato gli studenti che volevano cacciare i fascisti.
Le cariche sono state violentissime e sono stati fermati tre antifascisti. Un corteo spontaneo è poi andato in rettorato per spingere il rettore a prendere una posizione netta e chiaramente antifascista oltre che a dare spiegazione della violenza della polizia dentro l’università. Il rettore non s’è visto. Il silenzio di fronte a questi eventi pesa più di un macigno!
L’assenza del rettore e la polizia che difende i fascisti che portano avanti questa lettura della Storia ci mostrano quali possono essere le pratiche del revisionismo anche nelle nostre università.
Oggi ore 11:30 assemblea antifascista al Campus Einaudi per riflettere e agire contro le organizzazioni fasciste e contro le istituzioni che le giustificano e proteggono in continuazione.
Fonte
Il capo dello Stato, seguito ovviamente dal Partito Democratico, ha equiparato nazismo a comunismo falsificando ancora una volta il corso storico e mascherando i carnefici dell’occupazione italiana in ex Jugoslavia.
Le conseguenze di queste decisioni non hanno tardato a raggiungere il mondo dell’istruzione: la regione Piemonte vuole distribuire in tutte le scuole il fumetto “Foiba Rossa” sulla storia dell’Istriana fascista Norma Cossetto iscritta ai gruppi universitari fascisti e uccisa nel 1943.
Il fumetto è edito da Ferrogallico, casa editrice che, giusto per fare qualche titolo, ha pubblicato i diari di Mussolini a fumetti e diverse graphic novel a difesa di “martiri fascisti” che sono sono stati colpiti durante le lotte operaie degli anni settanta. Nei fatti la Regione promuove, tramite una casa editrice vicina all’estrema destra una rilettura reazionaria della storia a fumetti.
Ma le conseguenze non riguardano solo le scuole superiori.
Ieri l’Università di Torino ancora una volta, si è resa complice del revisionismo storico dei fascisti, si è resa complice della repressione che si abbatte su tutti coloro che si oppongono a questa modo di interpretare la Storia con l’antifascismo militante.
Il Fuan, collettivo fascista vicino a CasaPound, ha fatto un volantinaggio in università sulla giornata del ricordo delle foibe. Proprio nella stessa giornata in cui Moni Ovadia era in università a parlare di fascismo e del colonialismo italiano in Jugoslavia.
Ovviamente insieme ai fascisti del Fuan c’era la polizia in assetto antisommossa che ha ripetutamente caricato gli studenti che volevano cacciare i fascisti.
Le cariche sono state violentissime e sono stati fermati tre antifascisti. Un corteo spontaneo è poi andato in rettorato per spingere il rettore a prendere una posizione netta e chiaramente antifascista oltre che a dare spiegazione della violenza della polizia dentro l’università. Il rettore non s’è visto. Il silenzio di fronte a questi eventi pesa più di un macigno!
L’assenza del rettore e la polizia che difende i fascisti che portano avanti questa lettura della Storia ci mostrano quali possono essere le pratiche del revisionismo anche nelle nostre università.
Oggi ore 11:30 assemblea antifascista al Campus Einaudi per riflettere e agire contro le organizzazioni fasciste e contro le istituzioni che le giustificano e proteggono in continuazione.
Fonte
10/02/2020
Il “revisionismo storico” diventa “verità di Stato”
Offriamo qui una serie di articoli che affrontano da un punto di vista storiografico rigoroso la “questione delle foibe”. La quale, fin dalla Liberazione, è stata ingigantita e strumentalizzata dai fascisti per ricercare una “parità di dignità” con i combattenti della Resistenza in tutta Europa.
Ingigantita nei numeri delle vittime, come vuole la pompa della propaganda stile Goebbels (“mentite, mentite, qualcosa resterà”), nonostante la ricerca abbia progressivamente avvicinato una stima realistica.
Utilizzata per cancellare le proprie responsabilità nei massacri e nella pulizia etnica messa in azione con l’invasione della Jugoslavia nel 1940.
La “novità” degli ultimi decenni è però costituita dall’adozione della visione fascista da parte delle istituzioni repubblicane, e quindi dallo Stato italiano. Un’adozione cauta, che formalmente richiama anche vaghe responsabilità del nazifascismo, ma che sostanzialmente puntava – ed ora esplicita – l’”equiparazione tra nazismo e comunismo” votata in una mozione del cosiddetto parlamento dell’Unione Europea. Una mozione votata con entusiasmo anche dai fascisti italiani ed europei, il che spiega benissimo il “taglio” di questa ricostruzione storica falsificante.
Un mattone importante a questa opera di falsificazione lo ha portato anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non nuovo in questo ruolo, che ieri ha anticipato le cerimonie del “giorno del ricordo” adottando in pieno il revisionismo storico presuntamente “super partes”.
“La persecuzione, gli eccidi efferati di massa – culminati, ma non esauriti, nella cupa tragedia delle Foibe – l’esodo forzato degli italiani dell’Istria della Venezia Giulia e della Dalmazia fanno parte a pieno titolo della storia del nostro Paese e dell’Europa“.
“Si trattò di una sciagura nazionale alla quale i contemporanei non attribuirono – per superficialità o per calcolo – il dovuto rilievo. Questa penosa circostanza pesò ancor più sulle spalle dei profughi che conobbero nella loro Madrepatria, accanto a grandi solidarietà, anche comportamenti non isolati di incomprensione, indifferenza e persino di odiosa ostilità“.
“Si deve soprattutto alla lotta strenua degli esuli e dei loro discendenti se oggi, sia pure con lentezza e fatica, il triste capitolo delle Foibe e dell’esodo è uscito dal cono d’ombra ed è entrato a far parte della storia nazionale, accettata e condivisa. Conquistando, doverosamente, la dignità della memoria“.
Una “lettura istituzionale” che si nutre a piene mani della ignoranza della Storia reale. Se le parole di Mattarella corrispondessero alla verità, infatti, ci sarebbe stata una immotivata “persecuzione di italiani” in un territorio prima pacificamente popolato da comunità etnico-linguistiche diverse.
Dimenticati dunque, con il semplice metodo dell’omissione, l’invasione fascista di quei territori in seguito all’entrata in guerra al fianco della Germania nazista, l’espulsione delle popolazioni non italiane e comunque l’”italianizzazione forzata” (reato parlare lo sloveno e il croato), l’infoibamento dei resistenti e dei civili jugoslavi, i tre anni di persecuzioni nazifasciste in quei territori.
Resta – in questa “ricostruzione” – soltanto quanto avvenuto dopo, quando la Resistenza jugoslava, sull’onda dell’avanzata delle truppe sovietiche dalla vittoria di Stalingrado in poi, riprese il controllo di quei territori. Come sempre avviene nelle guerre di liberazione e di guerra anche civile (i “collaborazionisti” con l’invasore non mancano mai), ci fu spazio anche per le vendette e i processi sommari, fino all’uso delle foibe esattamente come avevano fatti i fascisti quattro anni prima.
Nessun studioso di Storia, in questo e altri paesi, nega che questo sia avvenuto. Ma colloca anche questi episodi nel solco di una successione di eventi che hanno origine nell’invasione fascista e nei “metodi” usati dai nazifascisti.
Al contrario, Mattarella si è scagliato proprio contro questi studiosi, parlando di “piccole sacche di deprecabile negazionismo militante”, verosimilmente da reprimere (togliendo cattedre o ostacolandone pubblicazioni e attività) e progressivamente eliminare (stabilendo una “verità di Stato” che contraddice proprio i “valori” che si dichiara di difendere).
In questo solco benedetto dalle massime istituzioni dilagano i fascisti, che occupano ormai snodi importanti come la Rai, seminando cazzate senza fondamento al riparo della veste “pubblica”.
Perciò, proprio in occasione della “giornata del ricordo”, vogliamo proporvi alcuni dei contributi alla ricerca storica – ed anche alla polemica storiografica – che rimettono i fatti nella loro successione esatta. E quindi anche nella valutazione politica. Perché l’antifascismo non è una coccarda da indossare il 25 Aprile, ma una pratica quotidiana senza fine.
Angelo D’Orsi – il manifesto
Ci risiamo. La ricorrenza del 10 febbraio – il cosiddetto “Giorno del ricordo”, istituito con legge “bipartisan” Berlusconi imperante (l. n. 92 del 3 marzo 2004) – eccita gli animi, in modo ogni anno più parossistico: è il primo paradossale risultato di quella legge sciagurata, che in nome della “pacificazione” e delle “memorie condivise” ha prodotto l’opposto effetto. Com’era ovvio, perché le memorie degli uni non solo non si pareggiano con quelle degli altri, ma, al contrario, emergono con rinnovato sentimento oppositivo. Gli eredi, biologici o politici, dei fascisti occupanti la Jugoslavia negli anni ‘40, autori di stragi inaudite, di devastazioni e vessazioni ai danni della popolazione locale, non sembrano più in cerca di una semplice (e impossibile) autoassoluzione per il loro ruolo di carnefici, ma ormai si propongono, con crescente protervia, nei duplici panni di vittime, e, addirittura, di «eroi». Si vedano gli annunci di iniziative delle associazioni degli esuli istriani e dalmati, o di circoli neofascisti, in cui ricorre accanto o invece del termine «martiri» quello appunto di «eroi»: gli eroi delle foibe.
Ecco, i neofascisti: chiamiamoli come preferiamo, ma qui siamo in presenza di un eccezionale rigurgito di fascismo aggressivamente «nostalgico». Tra la legalità garantita da una Costituzione democratica e l’illegalità di azioni che quella stessa Legge contrasta, i fascisti del terzo millennio, e i loro amici e sodali, stanno cavalcando «le foibe» in un disegno politico-ideologico davanti al quale la cultura democratica e la ricerca storica appaiono in disarmo, capaci al massimo di flebili voci di protesta. Vediamo in campo, da un lato, un esercito agguerrito e all’attacco, e dall’altro un esercito in rotta o in disarmo. Più spazio viene lasciato, a proposito della questione del «Confine orientale», alla destra, meno spazio rimane non per la sinistra, ma per la ricerca della verità e la sua difesa.
E di anno in anno lo squilibrio fra i due eserciti si aggrava, in una sostanziale indifferenza della cosiddetta opinione pubblica democratica. Ora siamo ad un paradosso: la destra, quella più becera e ignorante, nell’ormai antica pretesa di impartire lezioni di metodo storico, ha compiuto un’operazione indubbiamente degna di attenzione: ha sottratto all’arsenale sia della metodologia della storia, sia della cultura democratica, una parola che finora esprimeva una certo concetto, ma ora non più. La parola è «negazionismo». Nei manuali di metodologia della ricerca storica, si indica con questo «ismo» una delle forme estreme del revisionismo in tema di campi di sterminio nazista, quello che precisamente nega se non la loro esistenza, la loro funzione sterminazionista, cercando spiegazioni (risibili) per le camere a gas e i forni crematori: insomma nega il progetto genocidario del lager nazista.
Ora capita che la destra che sta costruendo ilproprio disegno egemonico, dai tanti aspetti, si sia impadronita della parola, rovesciandone in certo senso il concetto, facendolo trapassare dal campo democratico-antifascista a quello opposto. E con un cortocircuito, facilitato dalla vicinanza tra 27 gennaio e 10 febbraio e dalla stessa terminologia (Giorno della memoria, (Giorno del ricordo), foibe e lager vengono avvicinati, poi sovrapposti e infine confusi, generando una cappa di nuvolaglia graveolente, sotto la quale si agitano i professionisti della «verità politica», che nulla ha a che spartire con la verità storica.
Davide Conti ha parlato su questo giornale di «populismo storico»: la formula è efficace, ma andrebbe corretta in «populismo storiografico», in quanto il chiacchiericcio mediatico, accanto a iniziative di politici e di amministratori, pretende di far scaturire come verità quello che «la gente» anela sentirsi dire, dopo essere stata opportunamente manipolata. E tutto questo con una crescente aggressività che vede presi a bersagli i pochi studiosi autentici del tema, compresi coloro che hanno lavorato in modo discreto cercando di non schierarsi troppo esplicitamente. Interdizioni, minacce, impedimenti opposti a quanti, singoli o associazioni, provano a fare onestamente il proprio lavoro: il populismo storiografico mescola le carte, dà non solo per acquisite, ma per scontate pseudo-verità, e si appella ai sentimenti di un nuovo pseudo-patriottismo, che dovrebbe interpretare in modo «spontaneo» i sentimenti diffusi, il senso comune, il pensiero della gente della strada, divenuta, non si sa in base a quale principio, depositaria delle «verità nascoste» (ovviamente dai comunisti) delle foibe.
E la storiografia, quella vera, arretra, tace, balbetta. Mentre dovrebbe sfoderare tutte le sue armi, e chiamare l’intero mondo intellettuale a propria tutela, e non esitare a pretendere dal ceto politico l’abrogazione di quella legge, generatrice di menzogne e, come stiamo vedendo, di un clima persecutorio.
Davide Conti – il manifesto
Si è tenuto ieri un seminario, presso la Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato della Repubblica, con storici di rigore e professionalità, riconosciuti a livello nazionale e internazionale.
Come Giovanni De Luna, Franco Ceccotti e Anna Maria Vinci e Marta Verginella, e che, per il solo motivo di essersi svolto, è stato «contestato» da esponenti dell’estrema destra italiana che lo hanno definito «un oltraggio agli esuli istriani e dalmati infoibati vittime dell’odio comunista» ed un’iniziativa «dal chiaro obbiettivo negazionista». L’episodio esprime in modo visibile l’emersione di un fenomeno che le «politiche memoriali», organizzate attorno all’istituzione di leggi ad hoc finalizzate all’uso pubblico della storia, hanno finito progressivamente per alimentare fino alla sua tracimazione nel discorso pubblico: il populismo storico. Esso ha progressivamente preso corpo in tutte le società democratiche del continente, ne è esempio la Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre scorso sui totalitarismi, e rappresenta il superamento del revisionismo e una sua manifestazione a base «di massa», cioè non più chiusa entro il solo perimetro del dibattito storiografico o pubblico-divulgativo. Sul piano della comunicazione nella società il populismo storico è organizzato su una reciprocità dialettica con ciò che si definisce «senso comune». Il suo impatto mediatico e la diffusione dei suoi rovesciamenti storiografici si alimentano della capacità di «ritorno» che questi ultimi producono sull’opinione pubblica, trasformata in fonte di forza e ispirazione per spinte, sempre più oltranziste, verso il ribaltamento del senso della storia.
Presentato dai suoi animatori come espressione di novità e liberazione antidogmatica dalla cosiddetta «storia ufficiale» (vale a dire dall’esercizio metodologico della disciplina e dalla trasmissione del sapere scientifico) il populismo storico ricava le proprie istanze dall’uso del più vecchio e consunto degli armamentari ideologici quello della negazione, dell’autoassoluzione e della memoria selettiva. In questo quadro la «complessa vicenda del confine orientale» richiamata nell’articolo 1 della stessa legge istitutiva del giorno del ricordo viene sistematicamente elusa dal dibattito pubblico. Sono in questo modo cancellati dalla memoria nazionale «il fascismo di frontiera» (lo squadrismo delle camice nere contro le popolazioni jugoslave prima della marcia su Roma), la guerra di aggressione scatenata dal regime di Mussolini il 6 aprile 1941; i crimini di guerra contro civili e partigiani compiuti dalle truppe del regio esercito e dalle milizie fasciste in Jugoslavia; l’impunità garantita alle migliaia di «presunti» criminali di guerra inseriti nelle liste delle Nazioni Unite per essere processati in una «Norimberga italiana» mai celebrata in ragione degli equilibri geopolitici della «Guerra Fredda». Correlata a questo si porrebbe anche la questione della «continuità dello Stato» nel quadro della transizione dal nazifascismo alla democrazia in Italia, nonché la scabrosa vicenda dei risarcimenti, dovuti e non pagati, ai familiari delle vittime delle stragi nazifasciste in Europa.
La strumentalizzazione che la destra politica compie attorno alla vicenda delle foibe riassume i caratteri nazionali di un Paese che non avendo fatto i conti col proprio passato cerca di superarlo riscrivendolo. La contestazione dei «populisti storici» agli storici, e alla storia stessa, si incardina così in quello «spirito dei tempi» che la società contemporanea si trova a vivere oggi, nel pieno di una delle sue crisi più profonde.
La funzione della storia rimane quella di organizzare un «orizzonte di senso» rispetto al tempo trascorso attraverso il metodo scientifico ovvero un processo in grado di comporre una relazione di significati il più possibile precisa che connetta le vite diverse di generazioni di persone, popoli e società. La storia, in sostanza, non solo spiega da dove veniamo e rende visibili le radici d’origine ed i processi d’impianto delle nostre società ma soprattutto ci mostra le ragioni e gli sviluppi attraverso cui siamo diventati ciò che siamo, nel bene e nel male.
Enucleata dall’onere specifico e dirimente di offrire una «resa di complessità» la storia finisce per essere rappresentata attraverso forme monodimensionali o retorico-celebrative che ne impoveriscono il portato culturale o la trasfigurano in strumento propagandistico della debole politica dei giorni nostri come forma di regolazione e controllo selettivo della memoria collettiva, finalizzato al governo del presente. Su questo terreno diviene indispensabile la resistenza della cultura e delle coscienze.
A. Martocchia * (segretario, Jugocoord Onlus – intervento alla iniziativa “Resistenza jugoslava. Foibe o fratellanza?“, tenuta a Roma domenica 24 febbraio 2019)
L’iniziativa di oggi non nasce per esigenze di rito, né per la affermazione di meri principi o per testimonianza. E la mia non sarà una semplice Introduzione – anzi mi scuso da subito e vi chiedo pazienza per la lunghezza del mio intervento. Con quanto è successo quest’anno attorno al 10 Febbraio, nel nostro paese abbiamo oltrepassato il livello di guardia. È stato infatti abbattuto ogni residuo tabù in merito alla possibilità di offendere i valori antifascisti fondanti la nostra Repubblica, di distorcere in modo indecente la auto-percezione e coscienza storica della nazione. Siamo stati inoltre gettati in un clima di intimidazione permanente, una vera e propria “caccia alle streghe” – come l’ha definita Alessandra Kersevan – nei confronti dei pochi che non si allineano alla canea revisionista e revanscista.
Giorno del ricordo 2019
Quest’anno, le urla di Antonio Tajani per “Istria e Dalmazia italiane” hanno causato un nuovo incidente diplomatico con Slovenia e Croazia. Alla trasmissione in prima serata televisiva del film di propaganda fascista “Red Land / Rosso Istria” non hanno fatto seguito formali proteste da parte di alcuno, così come non ci sono state reazioni importanti alle affermazioni deliranti di Salvini su “i bimbi delle foibe e i bimbi di Auschwitz”. Alle invettive di Mattarella, che non è uno storico, contro gli storici da lui definiti “negazionisti”, ha fatto eco il presidente della Regione FVG secondo il quale tale “negazionismo è lo stadio supremo del genocidio“.
Dopo che alla Commissione Cultura della Camera è passata una nuova Risoluzione che nega nelle scuole la facoltà di parola agli antifascisti in tema di Confine Orientale, gli squadristi di Blocco Studentesco hanno diligentemente applicato il provvedimento interrompendo, due giorni fa, una conferenza dell’ANPI all’Istituto Giordano Bruno di Roma. Per non parlare dei divieti di utilizzo delle sale comunali e pubbliche per le nostre iniziative, divieti che ogni anno abbiamo subito ma che sono oramai divenuti sistematici.
Ecco dunque sotto agli occhi di tutti le conseguenze ultime della istituzione del Giorno del Ricordo; conseguenze “gravissime” e non semplicemente “gravi” come le ha definite un paio di anni fa lo storico moderato, di area democristiana, Raoul Pupo. Noi andiamo lamentando tale gravità sin dall’inizio, cioè dal 2004 – anno di promulgazione della Legge istitutiva. In effetti la propaganda su “foibe” ed “esodo” era stata scatenata a livello di massa già prima, dalla metà degli anni Novanta, sulla base di molte menzogne e di lenti di ingrandimento ad hoc che fanno apparire come abnormi fatti sostanzialmente assimilabili a quelli accaduti ovunque durante la Seconda Guerra Mondiale.
Inizialmente poteva sembrare che tale propaganda fosse solo la vendetta morale di chi avendo perso la guerra voleva adesso una rivincita dal punto di vista del giudizio storico; certamente, questa propaganda è anche la modalità specifica italiana di partecipare a quella riscrittura della Storia, che è in corso in Europa, dalla Croazia all’Ucraina alla Polonia, ovunque la politica abbia bisogno di un puntello ideologico alla operazione di inversione degli esiti della Seconda Guerra Mondiale.
Tuttavia, la vera e propria escalation cui assistiamo di anno in anno, e la crescita degli investimenti in risorse finanziarie e di altro tipo, soprattutto da quando è stato istituito il Giorno del Ricordo, non sono spiegabili se non riferendosi ad interessi molto concreti e strutturali.
Dove vogliono andare a parare
Il noto massone Augusto Sinagra, legale di fiducia di Licio Gelli ed avvocato dell’accusa nel “processo foibe” che fallì ignominiosamente negli anni Novanta, all’epoca dichiarò che “il disfacimento della Jugoslavia” riapriva “per l’Italia prospettive un tempo impensabili, per dare concretezza all’irrinunciabile speranza di riportare il Tricolore nelle terre strappate alla Patria dal diktat [cioè dal Trattato di pace] e dal trattato di Osimo”.
Negli anni successivi, l’integrazione di Slovenia e Croazia nella UE ha reso ardua, almeno per la fase attuale, tale prospettiva neo-irredentista, cioè di vero e proprio cambiamento dei confini. Ciononostante rimane un interesse geo-strategico ad esercitare pressioni ai danni dei nuovi piccoli Stati balcanici, sorti dallo squartamento della Jugoslavia, i quali non possono efficacemente difendersi né dalle campagne propagandistiche – essendo stati essi stessi fondati sulla diffamazione dell’esperienza jugoslava – né tantomeno dalle mire neocoloniali dei paesi limitrofi. In particolare, si punta tuttora:
1) a rinfocolare la vertenza sui cosiddetti “beni abbandonati” dagli esuli, mettendo in discussione il Trattato di Osimo e la soluzione già molto favorevole all’Italia che era stata concordata allora;
2) ad agevolare una più generale penetrazione economica sulla costa adriatica, aumentando l’influenza geopolitica italiana in quello scacchiere.
Queste sono le chiavi di lettura materiali, alle quali nessuno fa mai riferimento, ma che invece dovrebbero incardinare il nostro discorso critico ogni volta che si scatena la propaganda sul Confine Orientale.
Noi possiamo organizzare infatti 100mila iniziative su questo o su quell’aspetto specifico riguardante il Confine Orientale, sui crimini italiani o sui falsi delle foibe, ma se non sintetizziamo una analisi critica complessiva sul perché lo Stato italiano da una ventina d’anni abbia investito tanti milioni di euro per una narrazione anti-fattuale su questi temi, non andremo mai al cuore del problema.
Come intervenire
Dico questo perché, rispetto alla feroce offensiva in atto, esistono tra gli antifascisti strategie diverse, idee diverse sulle priorità, cioè su cosa sia più importante fare o evidenziare. Qualcuno dice: dobbiamo ricordare e celebrare il carattere internazionalista di quella Resistenza.
Si tratta allora di ricordare i 40mila partigiani italiani inquadrati nell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, oppure di rievocare anche la storia simmetrica, quella degli antifascisti jugoslavi dapprima internati nei tanti campi di concentramento italiani e poi operanti nella Resistenza sul nostro Appennino, vicenda cui noi ci stiamo dedicando da qualche anno.
Qualcun altro dice che si deve piuttosto parlare dei crimini italiani, cioè del contesto di occupazione militare e di prevaricazione nazionale da parte del nazifascismo.
Altri ancora ritengono che sia prioritario entrare nel merito della questione “foibe” con ricerche di carattere storico e statistico che sbugiardano le esagerazioni della vulgata. Ecco allora, ad esempio, il nuovo ottimo libro di Claudia Cernigoi “Operazione Plutone”.
In effetti, di iniziative controcorrente importanti, anche dirompenti e di alto livello, ne sono state organizzate molte fino ad oggi. Su questi temi hanno lavorato egregiamente i ricercatori del gruppo Resistenza Storica formatosi attorno alla editrice KappaVu. Esistono comitati antifascisti, come quello di Parma, che ogni anno promuovono iniziative pubbliche di controinformazione nel Giorno dei Ricordo. Sono state iniziate campagne, come quella su “Magazzino 18” di Simone Cristicchi, che hanno fortemente disturbato i manovratori in alcuni frangenti. Abbiamo creato siti internet come Diecifebbraio.info dove si può trovare tutta la documentazione rilevante su questi temi, per contrastare la propaganda dominante.
Ogni approccio ovviamente va bene: ogni iniziativa è opportuna soprattutto se accresce la conoscenza e se permette di rifuggire dalla sterile dimensione dello scambio di insulti via Facebook. Tuttavia non basta! Non basta, perché il problema principale che dobbiamo affrontare quando arriva il Giorno del Ricordo è proprio... il Giorno del Ricordo! Cioè questa ricorrenza che è stata introdotta per legge nel calendario civile, con il suo significato e le sue conseguenze.
L’Anpi e il “giorno del ricordo”
Per spiegarmi faccio l’esempio della posizione ufficiale dell’ANPI, che appare mirata a “limitare il danno” derivante dalla istituzione del Giorno del Ricordo. All’origine l’ANPI non espresse una contrarietà netta, evidentemente risentendo dell’influenza del Partito Democratico i cui esponenti avevano partecipato al processo istitutivo (sin dall’incontro Fini-Violante a Trieste nel 1998) fino ad approvare il testo della Legge n.92/2004 contentandosi del fatto che esso contiene un accenno alla contestualizzazione nella “più complessa vicenda del confine orientale”.
Perciò, già nel primo decennio della Legge le sezioni ANPI sono andate in ordine sparso, talvolta promuovendo iniziative fortemente critiche, talaltra partecipando a incontri con esponenti dell’associazionismo revanscista istriano-dalmata nella logica della “memoria condivisa”.
Quest’ultimo spirito è quello che sottende anche alla “pacificazione” promossa in Friuli attorno alla questione di Porzûs, per cui reduci partigiani garibaldini si sono incontrati con reduci combattenti “osovani”.
Solo nel 2015, a seguito dello scandalo scoppiato sul caso del repubblichino Paride Mori e quindi alla scoperta di centinaia di riconoscimenti assegnati a caduti che “facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia” – riconoscimenti di cui ci dirà in dettaglio Sandi Volk – l’ANPI ha chiesto di sospendere gli effetti della Legge sul Giorno del Ricordo.
Viceversa, però, i termini per i suddetti riconoscimenti sono stati prorogati per ulteriori 10 anni: di qui nel 2016 una lettera dell’allora presidente nazionale ANPI Carlo Smuraglia con richiesta di chiarimenti, in particolare, agli esponenti PD Del Rio e Serracchiani, lettera cui non è stata data alcuna risposta pubblica.
A dicembre 2016 il Comitato Nazionale ANPI approvava il documento “Il confine italo-sloveno. Analisi e riflessioni”, sintesi di un seminario interno, nel quale però non si affronta la questione dei “premiati” né si contesta l’istituzione del Giorno del Ricordo.
Nel 2018 la neo-presidente nazionale Carla Nespolo salutava il convegno di Torino “Giorno del Ricordo. Un bilancio”, oggetto di un attacco politico-giornalistico e del divieto di celebrazione in una sala comunale. Tuttavia nel 2019, con una svolta di 180°, la stessa Carla Nespolo ha criticato come “non condivisibile” il convegno di Parma “Foibe e Fascismo”, quattordicesimo di una serie che per lunghi anni aveva sempre avuto la partecipazione dell’ANPI.
Allarme rosso per l’Anpi
Con questa presa di posizione della Nespolo parrebbe iniziare una fase di aperto distanziamento dell’ANPI dalle ricerche storiche che su questi temi hanno realizzato in particolare il gruppo di ricercatori indipendenti di Resistenza Storica e Diecifebbraio.info. Questo è ovviamente molto inquietante, ma a ben vedere è difficilmente evitabile se si assume la premessa dell’avversario, cioè che, a prescindere da ogni ricerca scientifica nel merito e da ogni distinguo sulla moralità della Resistenza, le “foibe” sono comunque state “una tragedia nazionale” – espressione che quest’anno abbiamo sentito usare identica da due persone: Carla Nespolo e Sergio Mattarella.
Io stesso sono un iscritto all’ANPI e credo che l’attività che svolge l’ANPI sia lodevole e preziosa e vada tutelata. Perciò in questa sede lancio un segnale d’allarme alle istanze dell’ANPI a tutti i livelli, dagli iscritti ai dirigenti nazionali passando per le tantissime sezioni: guardate che l’istituzione del Giorno del Ricordo ha messo l’ANPI e l’antifascismo italiano in una trappola mortale.
Se si accetta che esista per lo Stato italiano una celebrazione per i cosiddetti “infoibati” quando non ne esistono di analoghe non dico per le vittime dei bombardamenti angloamericani, ma nemmeno per le vittime delle grandi stragi nazifasciste, da Marzabotto a Sant’Agata sulla Majella passando per le Fosse Ardeatine, allora possiamo chiudere baracca e burattini. Istituendo il Giorno del Ricordo è stata aperta la falla che farà affondare la nave. Inoltre, non contestare le conseguenze della Legge – cioè l’attribuzione di riconoscimenti di Stato a centinaia di fascisti e collaborazionisti del nazismo – non chiedere la sospensione degli effetti della Legge, significa lasciare aperto il varco dal quale stanno scappando tutti i buoi.
Non ci si può allora lamentare se agli antifascisti viene negata la parola nelle scuole.
Squadrismo storiografico e dissidenza
Ho già menzionato il convegno “Giorno del Ricordo. Un bilancio” che abbiamo organizzato a Torino un anno fa. Con esso volevamo mettere a fuoco le conseguenze devastanti della istituzione di questa ricorrenza. Il convegno è stato ovviamente ostacolato dal solito tandem politico-giornalistico, al punto che abbiamo dovuto presentare una denuncia penale per diffamazione contro la giornalista Lucia Bellaspiga, organica alla lobby degli esuli, denuncia della quale ancora aspettiamo l’esito.
Ciononostante, quel convegno si è tenuto, con grande clamore e partecipazione di pubblico. Eppure non possiamo dirci soddisfatti del suo esito. Non siamo soddisfatti perché i quesiti fondamentali e le necessità che il progetto del convegno voleva evidenziare sono stati scarsamente compresi e valorizzati anche da chi era in quel progetto assieme a noi. L’obiettivo, che avremmo dovuto coronare con la pubblicazione degli Atti del convegno, era quello di dare a questi temi una nuova dignità pubblicistica, uscendo dal solito giro dei “fissati” delle questioni del Confine Orientale.
Come ho già detto, in passato sono state fatte tante iniziative, libri ed anche convegni, e di ottimo livello, su “foibe ed esodo”; ma nonostante la gravità di quanto accaduto con l’istituzione del Giorno del Ricordo siamo oggettivamente intrappolati in una dimensione autoreferenziale, per cui la polemica è troppo spesso condotta con toni e strumenti più consoni alla lite di condominio che non alla storiografia o all’analisi delle relazioni internazionali.
Una delle poche strade forse ancora percorribili per il necessario salto di qualità poteva allora essere la presa di responsabilità da parte di un pezzo di mondo scientifico-accademico, che avrebbe dovuto rendere “oggetto scientifico” ad es. il dato di fatto che il numero degli “infoibati” onorati dallo Stato italiano è prossimo a trecentocinquanta, e tra questi la maggiorparte sono nazifascisti e loro collaboratori, mentre degli altri nemmeno uno è vittima di “pulizia etnica titina” – come spiegherà Sandi nel seguito.
Però tale assunzione di responsabilità non c’è stata, e così noi rimaniamo confinati nel solito angolino di protesta minoritaria, con le solite coazioni a ripetere tipiche dei minuscoli ambienti della dissidenza nelle società totalitarie – per usare due categorie, quelle di “dissidenza” e “totalitarismo”, che a me non piacciono ma che dovrebbero far riflettere chi è abituato ad usarle.
Quanto ci costa
Per concludere voglio dunque richiamare i temi di quel convegno di Torino, elencando le voci di tale necessario “bilancio” di 15 anni di esistenza del “Giorno del Ricordo”.
Innanzitutto, quanto ci è costato il Giorno del Ricordo finanziariamente? Quanto incide sulle tasche dei contribuenti?
Per rispondere dovremmo innanzitutto andare a vedere le spese per le realizzazioni in termini di Monumenti e di Toponomastica. Poi fare la somma dei costi delle Cerimonie di Stato, o organizzate da Enti Locali a tutti i livelli, o da enti terzi (non esclusi gli Istituti di Storia).
Si dovrebbero quantificare i costi delle produzioni di telefilm (come il “Cuore nel Pozzo”), film (come “Red Land”), o spettacoli come quelli di Cristicchi. Nota bene: Renzo Codarin presidente della ANVGD ha affermato che per «Red Land» hanno «compiuto un enorme sforzo economico» e nemmeno con i fondi del Giorno del Ricordo bensì con quelli «della legge dello Stato 72 del 2001 che finanzia le attività che noi svolgiamo per divulgare la nostra storia.» Quantifichiamole allora tutte, le elargizioni alle singole associazioni degli «esuli» ed alla loro Federazione.
Ricordiamoci che già nel 2010 la trasmissione Report di RAI3 aveva sollevato lo scandalo dei milioni di euro elargiti ogni anno all’associazionismo revanscista in virtù della Legge istitutiva del Giorno del Ricordo. Ed oltre alle elargizioni in denaro, ricordiamo le cessioni di beni immobili, come ad esempio qui a Roma, a S. Giorgio al Velabro. E che dire dei finanziamenti mirati agli ISMLI, alle Deputazioni di Storia Patria, alle Università, per orientare le attività di ricerca e celebrative?
E quanto sono costate le iniziative «didattiche» del MIUR, i corsi di formazione annuali, i viaggi degli studenti a Basovizza?
Parlando dunque delle scuole, veniamo a quanto ci è costato il Giorno del Ricordo dal punto di vista culturale.
Parliamo della aperta violazione della libertà di insegnamento, prevista dall’Art.33 della Costituzione, esemplificata dalla azione squadristica di ieri all’Istituto Giordano Bruno di Roma. I provvedimenti di censura derivano direttamente dalle Risoluzioni votate all’unanimità dalle Commissioni Cultura del Parlamento e non colpiscono più solamente gli storici non-allineati ed i ricercatori più coraggiosi, ma anche direttamente l’ANPI; e la teppa di Blocco Studentesco, Casapound, Forza Nuova ed affini possono presentarsi come i più consequenziali garanti del “nuovo ordine” storiografico. Veti e censure sono operanti da anni, specialmente con il diniego sistematico di sale comunali per le iniziative.
Ma la involuzione culturale la misuriamo anche nelle intitolazioni (toponomastica, sale pubbliche, ecc.) in onore di personaggi compromessi con il nazifascismo. E poi, nel dilagare del revisionismo storico in TV, al cinema, al teatro, su giornali e riviste.Ci viene infine alienato il vocabolario: i termini «negazionisti», «giustificazionisti», «revisionisti», «pulizia etnica», «sterminio» non riguardano più necessariamente fatti e colpe del nazifascismo.
Il danno arrecato dalla istituzione del Giorno del Ricordo è quindi per la cultura di massa, ma è anche per il mondo scientifico e accademico, dal quale, già l’ho accennato, l’antifascismo è progressivamente marginalizzato. D’altronde, in questo scontiamo anche il declino verticale e generale del comparto della conoscenza e della funzione intellettuale, che ha altre cause sulle quali non posso soffermarmi qui.
In ogni caso, la conseguenza è che non esiste un ambito di validazione scientifica per le ricerche di Claudia Cernigoi o di Sandi Volk, cioè: si può fare un enorme lavoro per pubblicare un libro che “scandaglia” la foiba Plutone ma i risultati di queste ricerche non sono materia di studio né di successivo sviluppo in alcuna Università o Istituto di Storia. Il dirottamento delle disponibilità accademiche (fondi, persone) è totale. Chi non si allinea è espulso dagli ambienti della ricerca, come è successo in prima persona a Sandi, licenziato dal posto di lavoro.
In tale maniera viene garantito il controllo di Stato sulla scrittura della Storia.
Vediamo infine cosa comporta l’esistenza del Giorno del Ricordo sul piano della politica.
La retorica su questi temi ha accompagnato il processo di equiparazione fascismo-antifascismo, o “memoria condivisa”, su cui si fondano la “Seconda” e “Terza” Repubblica.
Questa retorica è un formidabile piede di porco per lo svuotamento del dettato costituzionale.
Un’altra conseguenza è l’arretramento dell’ANPI e dell’associazionismo antifascista, arretramento che arriva dopo quello della sinistra “radicale” e dopo il vero e proprio tradimento della sinistra “storica”. La non comprensione dei processi storici al Confine Orientale complica inoltre la già difficile opera di chiarificazione sulle questioni jugoslave attuali.
Assistiamo ad una paradossale diffamazione della esperienza della RFS di Jugoslavia, multietnica e internazionalista, accusata di essere il contrario di quello che era. Ovviamente anche questo fa il gioco di chi ha voluto la divisione e la guerra tra i nostri vicini.
Per concludere: qual è quindi il problema del Giorno del Ricordo? Sono i numeri delle foibe? Il fatto che non si parla dei crimini italiani? Il fatto che si offendono anche i partigiani italiani? Certamente anche tutto questo, ma soprattutto il problema del Giorno del Ricordo è l’esistenza stessa del Giorno del Ricordo. Di fronte a ciò, le cose da esigere, in ordine di urgenza sono le seguenti:
– Rilanciare la proposta avanzata dalla segreteria nazionale ANPI nel 2015 di sospensione degli effetti della Legge n.92/2004 spec. per quanto riguarda l’attribuzione delle onorificenze, e di un riesame di quelle finora attribuite. I materiali istruttori della Commissione che se ne è occupata devono essere resi pubblici.
– Operare per la abrogazione della Legge oppure, in subordine, trasformare il 10 Febbraio da giornata della recriminazione in giornata dell’amicizia tra i popoli che abitano le due sponde dell’Adriatico (questo può essere tentato con una proposta di revisione della Legge).
– Al MIUR vanno ribadite le richieste di cui alla Lettera Aperta firmata il 10/2/2017 da numerose personalità antifasciste (inclusa la stessa Carla Nespolo) ad evitare ulteriori derive della didattica in senso revisionista, revanscista, anticostituzionale.
– Effettuare un bilancio complessivo dei finanziamenti pubblici che da 15 anni a questa parte sono andati a iniziative di ogni tipo su questi temi.
– Riesaminare le modifiche alla toponomastica introdotte negli ultimi anni, con due finalità:
(1) scongiurare che siano celebrati personaggi non degni (criminali di guerra, militanti fascisti);
(2) eliminare le intitolazioni ai “martiri delle foibe” laddove introdotte, poiché trattasi di allocuzione letteralmente “fuori legge” in quanto l’espressione “martiri” non appare in alcun punto della stessa Legge 92/2004.
Fonte
Ingigantita nei numeri delle vittime, come vuole la pompa della propaganda stile Goebbels (“mentite, mentite, qualcosa resterà”), nonostante la ricerca abbia progressivamente avvicinato una stima realistica.
Utilizzata per cancellare le proprie responsabilità nei massacri e nella pulizia etnica messa in azione con l’invasione della Jugoslavia nel 1940.
La “novità” degli ultimi decenni è però costituita dall’adozione della visione fascista da parte delle istituzioni repubblicane, e quindi dallo Stato italiano. Un’adozione cauta, che formalmente richiama anche vaghe responsabilità del nazifascismo, ma che sostanzialmente puntava – ed ora esplicita – l’”equiparazione tra nazismo e comunismo” votata in una mozione del cosiddetto parlamento dell’Unione Europea. Una mozione votata con entusiasmo anche dai fascisti italiani ed europei, il che spiega benissimo il “taglio” di questa ricostruzione storica falsificante.
Un mattone importante a questa opera di falsificazione lo ha portato anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non nuovo in questo ruolo, che ieri ha anticipato le cerimonie del “giorno del ricordo” adottando in pieno il revisionismo storico presuntamente “super partes”.
“La persecuzione, gli eccidi efferati di massa – culminati, ma non esauriti, nella cupa tragedia delle Foibe – l’esodo forzato degli italiani dell’Istria della Venezia Giulia e della Dalmazia fanno parte a pieno titolo della storia del nostro Paese e dell’Europa“.
“Si trattò di una sciagura nazionale alla quale i contemporanei non attribuirono – per superficialità o per calcolo – il dovuto rilievo. Questa penosa circostanza pesò ancor più sulle spalle dei profughi che conobbero nella loro Madrepatria, accanto a grandi solidarietà, anche comportamenti non isolati di incomprensione, indifferenza e persino di odiosa ostilità“.
“Si deve soprattutto alla lotta strenua degli esuli e dei loro discendenti se oggi, sia pure con lentezza e fatica, il triste capitolo delle Foibe e dell’esodo è uscito dal cono d’ombra ed è entrato a far parte della storia nazionale, accettata e condivisa. Conquistando, doverosamente, la dignità della memoria“.
Una “lettura istituzionale” che si nutre a piene mani della ignoranza della Storia reale. Se le parole di Mattarella corrispondessero alla verità, infatti, ci sarebbe stata una immotivata “persecuzione di italiani” in un territorio prima pacificamente popolato da comunità etnico-linguistiche diverse.
Dimenticati dunque, con il semplice metodo dell’omissione, l’invasione fascista di quei territori in seguito all’entrata in guerra al fianco della Germania nazista, l’espulsione delle popolazioni non italiane e comunque l’”italianizzazione forzata” (reato parlare lo sloveno e il croato), l’infoibamento dei resistenti e dei civili jugoslavi, i tre anni di persecuzioni nazifasciste in quei territori.
Resta – in questa “ricostruzione” – soltanto quanto avvenuto dopo, quando la Resistenza jugoslava, sull’onda dell’avanzata delle truppe sovietiche dalla vittoria di Stalingrado in poi, riprese il controllo di quei territori. Come sempre avviene nelle guerre di liberazione e di guerra anche civile (i “collaborazionisti” con l’invasore non mancano mai), ci fu spazio anche per le vendette e i processi sommari, fino all’uso delle foibe esattamente come avevano fatti i fascisti quattro anni prima.
Nessun studioso di Storia, in questo e altri paesi, nega che questo sia avvenuto. Ma colloca anche questi episodi nel solco di una successione di eventi che hanno origine nell’invasione fascista e nei “metodi” usati dai nazifascisti.
Al contrario, Mattarella si è scagliato proprio contro questi studiosi, parlando di “piccole sacche di deprecabile negazionismo militante”, verosimilmente da reprimere (togliendo cattedre o ostacolandone pubblicazioni e attività) e progressivamente eliminare (stabilendo una “verità di Stato” che contraddice proprio i “valori” che si dichiara di difendere).
In questo solco benedetto dalle massime istituzioni dilagano i fascisti, che occupano ormai snodi importanti come la Rai, seminando cazzate senza fondamento al riparo della veste “pubblica”.
Perciò, proprio in occasione della “giornata del ricordo”, vogliamo proporvi alcuni dei contributi alla ricerca storica – ed anche alla polemica storiografica – che rimettono i fatti nella loro successione esatta. E quindi anche nella valutazione politica. Perché l’antifascismo non è una coccarda da indossare il 25 Aprile, ma una pratica quotidiana senza fine.
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L’agguerrito esercito della negazione della storia
Angelo D’Orsi – il manifesto
Ci risiamo. La ricorrenza del 10 febbraio – il cosiddetto “Giorno del ricordo”, istituito con legge “bipartisan” Berlusconi imperante (l. n. 92 del 3 marzo 2004) – eccita gli animi, in modo ogni anno più parossistico: è il primo paradossale risultato di quella legge sciagurata, che in nome della “pacificazione” e delle “memorie condivise” ha prodotto l’opposto effetto. Com’era ovvio, perché le memorie degli uni non solo non si pareggiano con quelle degli altri, ma, al contrario, emergono con rinnovato sentimento oppositivo. Gli eredi, biologici o politici, dei fascisti occupanti la Jugoslavia negli anni ‘40, autori di stragi inaudite, di devastazioni e vessazioni ai danni della popolazione locale, non sembrano più in cerca di una semplice (e impossibile) autoassoluzione per il loro ruolo di carnefici, ma ormai si propongono, con crescente protervia, nei duplici panni di vittime, e, addirittura, di «eroi». Si vedano gli annunci di iniziative delle associazioni degli esuli istriani e dalmati, o di circoli neofascisti, in cui ricorre accanto o invece del termine «martiri» quello appunto di «eroi»: gli eroi delle foibe.
Ecco, i neofascisti: chiamiamoli come preferiamo, ma qui siamo in presenza di un eccezionale rigurgito di fascismo aggressivamente «nostalgico». Tra la legalità garantita da una Costituzione democratica e l’illegalità di azioni che quella stessa Legge contrasta, i fascisti del terzo millennio, e i loro amici e sodali, stanno cavalcando «le foibe» in un disegno politico-ideologico davanti al quale la cultura democratica e la ricerca storica appaiono in disarmo, capaci al massimo di flebili voci di protesta. Vediamo in campo, da un lato, un esercito agguerrito e all’attacco, e dall’altro un esercito in rotta o in disarmo. Più spazio viene lasciato, a proposito della questione del «Confine orientale», alla destra, meno spazio rimane non per la sinistra, ma per la ricerca della verità e la sua difesa.
E di anno in anno lo squilibrio fra i due eserciti si aggrava, in una sostanziale indifferenza della cosiddetta opinione pubblica democratica. Ora siamo ad un paradosso: la destra, quella più becera e ignorante, nell’ormai antica pretesa di impartire lezioni di metodo storico, ha compiuto un’operazione indubbiamente degna di attenzione: ha sottratto all’arsenale sia della metodologia della storia, sia della cultura democratica, una parola che finora esprimeva una certo concetto, ma ora non più. La parola è «negazionismo». Nei manuali di metodologia della ricerca storica, si indica con questo «ismo» una delle forme estreme del revisionismo in tema di campi di sterminio nazista, quello che precisamente nega se non la loro esistenza, la loro funzione sterminazionista, cercando spiegazioni (risibili) per le camere a gas e i forni crematori: insomma nega il progetto genocidario del lager nazista.
Ora capita che la destra che sta costruendo ilproprio disegno egemonico, dai tanti aspetti, si sia impadronita della parola, rovesciandone in certo senso il concetto, facendolo trapassare dal campo democratico-antifascista a quello opposto. E con un cortocircuito, facilitato dalla vicinanza tra 27 gennaio e 10 febbraio e dalla stessa terminologia (Giorno della memoria, (Giorno del ricordo), foibe e lager vengono avvicinati, poi sovrapposti e infine confusi, generando una cappa di nuvolaglia graveolente, sotto la quale si agitano i professionisti della «verità politica», che nulla ha a che spartire con la verità storica.
Davide Conti ha parlato su questo giornale di «populismo storico»: la formula è efficace, ma andrebbe corretta in «populismo storiografico», in quanto il chiacchiericcio mediatico, accanto a iniziative di politici e di amministratori, pretende di far scaturire come verità quello che «la gente» anela sentirsi dire, dopo essere stata opportunamente manipolata. E tutto questo con una crescente aggressività che vede presi a bersagli i pochi studiosi autentici del tema, compresi coloro che hanno lavorato in modo discreto cercando di non schierarsi troppo esplicitamente. Interdizioni, minacce, impedimenti opposti a quanti, singoli o associazioni, provano a fare onestamente il proprio lavoro: il populismo storiografico mescola le carte, dà non solo per acquisite, ma per scontate pseudo-verità, e si appella ai sentimenti di un nuovo pseudo-patriottismo, che dovrebbe interpretare in modo «spontaneo» i sentimenti diffusi, il senso comune, il pensiero della gente della strada, divenuta, non si sa in base a quale principio, depositaria delle «verità nascoste» (ovviamente dai comunisti) delle foibe.
E la storiografia, quella vera, arretra, tace, balbetta. Mentre dovrebbe sfoderare tutte le sue armi, e chiamare l’intero mondo intellettuale a propria tutela, e non esitare a pretendere dal ceto politico l’abrogazione di quella legge, generatrice di menzogne e, come stiamo vedendo, di un clima persecutorio.
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Le foibe al tempo del «populismo storico»
Davide Conti – il manifesto
Si è tenuto ieri un seminario, presso la Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato della Repubblica, con storici di rigore e professionalità, riconosciuti a livello nazionale e internazionale.
Come Giovanni De Luna, Franco Ceccotti e Anna Maria Vinci e Marta Verginella, e che, per il solo motivo di essersi svolto, è stato «contestato» da esponenti dell’estrema destra italiana che lo hanno definito «un oltraggio agli esuli istriani e dalmati infoibati vittime dell’odio comunista» ed un’iniziativa «dal chiaro obbiettivo negazionista». L’episodio esprime in modo visibile l’emersione di un fenomeno che le «politiche memoriali», organizzate attorno all’istituzione di leggi ad hoc finalizzate all’uso pubblico della storia, hanno finito progressivamente per alimentare fino alla sua tracimazione nel discorso pubblico: il populismo storico. Esso ha progressivamente preso corpo in tutte le società democratiche del continente, ne è esempio la Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre scorso sui totalitarismi, e rappresenta il superamento del revisionismo e una sua manifestazione a base «di massa», cioè non più chiusa entro il solo perimetro del dibattito storiografico o pubblico-divulgativo. Sul piano della comunicazione nella società il populismo storico è organizzato su una reciprocità dialettica con ciò che si definisce «senso comune». Il suo impatto mediatico e la diffusione dei suoi rovesciamenti storiografici si alimentano della capacità di «ritorno» che questi ultimi producono sull’opinione pubblica, trasformata in fonte di forza e ispirazione per spinte, sempre più oltranziste, verso il ribaltamento del senso della storia.
Presentato dai suoi animatori come espressione di novità e liberazione antidogmatica dalla cosiddetta «storia ufficiale» (vale a dire dall’esercizio metodologico della disciplina e dalla trasmissione del sapere scientifico) il populismo storico ricava le proprie istanze dall’uso del più vecchio e consunto degli armamentari ideologici quello della negazione, dell’autoassoluzione e della memoria selettiva. In questo quadro la «complessa vicenda del confine orientale» richiamata nell’articolo 1 della stessa legge istitutiva del giorno del ricordo viene sistematicamente elusa dal dibattito pubblico. Sono in questo modo cancellati dalla memoria nazionale «il fascismo di frontiera» (lo squadrismo delle camice nere contro le popolazioni jugoslave prima della marcia su Roma), la guerra di aggressione scatenata dal regime di Mussolini il 6 aprile 1941; i crimini di guerra contro civili e partigiani compiuti dalle truppe del regio esercito e dalle milizie fasciste in Jugoslavia; l’impunità garantita alle migliaia di «presunti» criminali di guerra inseriti nelle liste delle Nazioni Unite per essere processati in una «Norimberga italiana» mai celebrata in ragione degli equilibri geopolitici della «Guerra Fredda». Correlata a questo si porrebbe anche la questione della «continuità dello Stato» nel quadro della transizione dal nazifascismo alla democrazia in Italia, nonché la scabrosa vicenda dei risarcimenti, dovuti e non pagati, ai familiari delle vittime delle stragi nazifasciste in Europa.
La strumentalizzazione che la destra politica compie attorno alla vicenda delle foibe riassume i caratteri nazionali di un Paese che non avendo fatto i conti col proprio passato cerca di superarlo riscrivendolo. La contestazione dei «populisti storici» agli storici, e alla storia stessa, si incardina così in quello «spirito dei tempi» che la società contemporanea si trova a vivere oggi, nel pieno di una delle sue crisi più profonde.
La funzione della storia rimane quella di organizzare un «orizzonte di senso» rispetto al tempo trascorso attraverso il metodo scientifico ovvero un processo in grado di comporre una relazione di significati il più possibile precisa che connetta le vite diverse di generazioni di persone, popoli e società. La storia, in sostanza, non solo spiega da dove veniamo e rende visibili le radici d’origine ed i processi d’impianto delle nostre società ma soprattutto ci mostra le ragioni e gli sviluppi attraverso cui siamo diventati ciò che siamo, nel bene e nel male.
Enucleata dall’onere specifico e dirimente di offrire una «resa di complessità» la storia finisce per essere rappresentata attraverso forme monodimensionali o retorico-celebrative che ne impoveriscono il portato culturale o la trasfigurano in strumento propagandistico della debole politica dei giorni nostri come forma di regolazione e controllo selettivo della memoria collettiva, finalizzato al governo del presente. Su questo terreno diviene indispensabile la resistenza della cultura e delle coscienze.
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“Giorno del ricordo”, dove sta il problema?
A. Martocchia * (segretario, Jugocoord Onlus – intervento alla iniziativa “Resistenza jugoslava. Foibe o fratellanza?“, tenuta a Roma domenica 24 febbraio 2019)
L’iniziativa di oggi non nasce per esigenze di rito, né per la affermazione di meri principi o per testimonianza. E la mia non sarà una semplice Introduzione – anzi mi scuso da subito e vi chiedo pazienza per la lunghezza del mio intervento. Con quanto è successo quest’anno attorno al 10 Febbraio, nel nostro paese abbiamo oltrepassato il livello di guardia. È stato infatti abbattuto ogni residuo tabù in merito alla possibilità di offendere i valori antifascisti fondanti la nostra Repubblica, di distorcere in modo indecente la auto-percezione e coscienza storica della nazione. Siamo stati inoltre gettati in un clima di intimidazione permanente, una vera e propria “caccia alle streghe” – come l’ha definita Alessandra Kersevan – nei confronti dei pochi che non si allineano alla canea revisionista e revanscista.
Giorno del ricordo 2019
Quest’anno, le urla di Antonio Tajani per “Istria e Dalmazia italiane” hanno causato un nuovo incidente diplomatico con Slovenia e Croazia. Alla trasmissione in prima serata televisiva del film di propaganda fascista “Red Land / Rosso Istria” non hanno fatto seguito formali proteste da parte di alcuno, così come non ci sono state reazioni importanti alle affermazioni deliranti di Salvini su “i bimbi delle foibe e i bimbi di Auschwitz”. Alle invettive di Mattarella, che non è uno storico, contro gli storici da lui definiti “negazionisti”, ha fatto eco il presidente della Regione FVG secondo il quale tale “negazionismo è lo stadio supremo del genocidio“.
Dopo che alla Commissione Cultura della Camera è passata una nuova Risoluzione che nega nelle scuole la facoltà di parola agli antifascisti in tema di Confine Orientale, gli squadristi di Blocco Studentesco hanno diligentemente applicato il provvedimento interrompendo, due giorni fa, una conferenza dell’ANPI all’Istituto Giordano Bruno di Roma. Per non parlare dei divieti di utilizzo delle sale comunali e pubbliche per le nostre iniziative, divieti che ogni anno abbiamo subito ma che sono oramai divenuti sistematici.
Ecco dunque sotto agli occhi di tutti le conseguenze ultime della istituzione del Giorno del Ricordo; conseguenze “gravissime” e non semplicemente “gravi” come le ha definite un paio di anni fa lo storico moderato, di area democristiana, Raoul Pupo. Noi andiamo lamentando tale gravità sin dall’inizio, cioè dal 2004 – anno di promulgazione della Legge istitutiva. In effetti la propaganda su “foibe” ed “esodo” era stata scatenata a livello di massa già prima, dalla metà degli anni Novanta, sulla base di molte menzogne e di lenti di ingrandimento ad hoc che fanno apparire come abnormi fatti sostanzialmente assimilabili a quelli accaduti ovunque durante la Seconda Guerra Mondiale.
Inizialmente poteva sembrare che tale propaganda fosse solo la vendetta morale di chi avendo perso la guerra voleva adesso una rivincita dal punto di vista del giudizio storico; certamente, questa propaganda è anche la modalità specifica italiana di partecipare a quella riscrittura della Storia, che è in corso in Europa, dalla Croazia all’Ucraina alla Polonia, ovunque la politica abbia bisogno di un puntello ideologico alla operazione di inversione degli esiti della Seconda Guerra Mondiale.
Tuttavia, la vera e propria escalation cui assistiamo di anno in anno, e la crescita degli investimenti in risorse finanziarie e di altro tipo, soprattutto da quando è stato istituito il Giorno del Ricordo, non sono spiegabili se non riferendosi ad interessi molto concreti e strutturali.
Dove vogliono andare a parare
Il noto massone Augusto Sinagra, legale di fiducia di Licio Gelli ed avvocato dell’accusa nel “processo foibe” che fallì ignominiosamente negli anni Novanta, all’epoca dichiarò che “il disfacimento della Jugoslavia” riapriva “per l’Italia prospettive un tempo impensabili, per dare concretezza all’irrinunciabile speranza di riportare il Tricolore nelle terre strappate alla Patria dal diktat [cioè dal Trattato di pace] e dal trattato di Osimo”.
Negli anni successivi, l’integrazione di Slovenia e Croazia nella UE ha reso ardua, almeno per la fase attuale, tale prospettiva neo-irredentista, cioè di vero e proprio cambiamento dei confini. Ciononostante rimane un interesse geo-strategico ad esercitare pressioni ai danni dei nuovi piccoli Stati balcanici, sorti dallo squartamento della Jugoslavia, i quali non possono efficacemente difendersi né dalle campagne propagandistiche – essendo stati essi stessi fondati sulla diffamazione dell’esperienza jugoslava – né tantomeno dalle mire neocoloniali dei paesi limitrofi. In particolare, si punta tuttora:
1) a rinfocolare la vertenza sui cosiddetti “beni abbandonati” dagli esuli, mettendo in discussione il Trattato di Osimo e la soluzione già molto favorevole all’Italia che era stata concordata allora;
2) ad agevolare una più generale penetrazione economica sulla costa adriatica, aumentando l’influenza geopolitica italiana in quello scacchiere.
Queste sono le chiavi di lettura materiali, alle quali nessuno fa mai riferimento, ma che invece dovrebbero incardinare il nostro discorso critico ogni volta che si scatena la propaganda sul Confine Orientale.
Noi possiamo organizzare infatti 100mila iniziative su questo o su quell’aspetto specifico riguardante il Confine Orientale, sui crimini italiani o sui falsi delle foibe, ma se non sintetizziamo una analisi critica complessiva sul perché lo Stato italiano da una ventina d’anni abbia investito tanti milioni di euro per una narrazione anti-fattuale su questi temi, non andremo mai al cuore del problema.
Come intervenire
Dico questo perché, rispetto alla feroce offensiva in atto, esistono tra gli antifascisti strategie diverse, idee diverse sulle priorità, cioè su cosa sia più importante fare o evidenziare. Qualcuno dice: dobbiamo ricordare e celebrare il carattere internazionalista di quella Resistenza.
Si tratta allora di ricordare i 40mila partigiani italiani inquadrati nell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, oppure di rievocare anche la storia simmetrica, quella degli antifascisti jugoslavi dapprima internati nei tanti campi di concentramento italiani e poi operanti nella Resistenza sul nostro Appennino, vicenda cui noi ci stiamo dedicando da qualche anno.
Qualcun altro dice che si deve piuttosto parlare dei crimini italiani, cioè del contesto di occupazione militare e di prevaricazione nazionale da parte del nazifascismo.
Altri ancora ritengono che sia prioritario entrare nel merito della questione “foibe” con ricerche di carattere storico e statistico che sbugiardano le esagerazioni della vulgata. Ecco allora, ad esempio, il nuovo ottimo libro di Claudia Cernigoi “Operazione Plutone”.
In effetti, di iniziative controcorrente importanti, anche dirompenti e di alto livello, ne sono state organizzate molte fino ad oggi. Su questi temi hanno lavorato egregiamente i ricercatori del gruppo Resistenza Storica formatosi attorno alla editrice KappaVu. Esistono comitati antifascisti, come quello di Parma, che ogni anno promuovono iniziative pubbliche di controinformazione nel Giorno dei Ricordo. Sono state iniziate campagne, come quella su “Magazzino 18” di Simone Cristicchi, che hanno fortemente disturbato i manovratori in alcuni frangenti. Abbiamo creato siti internet come Diecifebbraio.info dove si può trovare tutta la documentazione rilevante su questi temi, per contrastare la propaganda dominante.
Ogni approccio ovviamente va bene: ogni iniziativa è opportuna soprattutto se accresce la conoscenza e se permette di rifuggire dalla sterile dimensione dello scambio di insulti via Facebook. Tuttavia non basta! Non basta, perché il problema principale che dobbiamo affrontare quando arriva il Giorno del Ricordo è proprio... il Giorno del Ricordo! Cioè questa ricorrenza che è stata introdotta per legge nel calendario civile, con il suo significato e le sue conseguenze.
L’Anpi e il “giorno del ricordo”
Per spiegarmi faccio l’esempio della posizione ufficiale dell’ANPI, che appare mirata a “limitare il danno” derivante dalla istituzione del Giorno del Ricordo. All’origine l’ANPI non espresse una contrarietà netta, evidentemente risentendo dell’influenza del Partito Democratico i cui esponenti avevano partecipato al processo istitutivo (sin dall’incontro Fini-Violante a Trieste nel 1998) fino ad approvare il testo della Legge n.92/2004 contentandosi del fatto che esso contiene un accenno alla contestualizzazione nella “più complessa vicenda del confine orientale”.
Perciò, già nel primo decennio della Legge le sezioni ANPI sono andate in ordine sparso, talvolta promuovendo iniziative fortemente critiche, talaltra partecipando a incontri con esponenti dell’associazionismo revanscista istriano-dalmata nella logica della “memoria condivisa”.
Quest’ultimo spirito è quello che sottende anche alla “pacificazione” promossa in Friuli attorno alla questione di Porzûs, per cui reduci partigiani garibaldini si sono incontrati con reduci combattenti “osovani”.
Solo nel 2015, a seguito dello scandalo scoppiato sul caso del repubblichino Paride Mori e quindi alla scoperta di centinaia di riconoscimenti assegnati a caduti che “facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia” – riconoscimenti di cui ci dirà in dettaglio Sandi Volk – l’ANPI ha chiesto di sospendere gli effetti della Legge sul Giorno del Ricordo.
Viceversa, però, i termini per i suddetti riconoscimenti sono stati prorogati per ulteriori 10 anni: di qui nel 2016 una lettera dell’allora presidente nazionale ANPI Carlo Smuraglia con richiesta di chiarimenti, in particolare, agli esponenti PD Del Rio e Serracchiani, lettera cui non è stata data alcuna risposta pubblica.
A dicembre 2016 il Comitato Nazionale ANPI approvava il documento “Il confine italo-sloveno. Analisi e riflessioni”, sintesi di un seminario interno, nel quale però non si affronta la questione dei “premiati” né si contesta l’istituzione del Giorno del Ricordo.
Nel 2018 la neo-presidente nazionale Carla Nespolo salutava il convegno di Torino “Giorno del Ricordo. Un bilancio”, oggetto di un attacco politico-giornalistico e del divieto di celebrazione in una sala comunale. Tuttavia nel 2019, con una svolta di 180°, la stessa Carla Nespolo ha criticato come “non condivisibile” il convegno di Parma “Foibe e Fascismo”, quattordicesimo di una serie che per lunghi anni aveva sempre avuto la partecipazione dell’ANPI.
Allarme rosso per l’Anpi
Con questa presa di posizione della Nespolo parrebbe iniziare una fase di aperto distanziamento dell’ANPI dalle ricerche storiche che su questi temi hanno realizzato in particolare il gruppo di ricercatori indipendenti di Resistenza Storica e Diecifebbraio.info. Questo è ovviamente molto inquietante, ma a ben vedere è difficilmente evitabile se si assume la premessa dell’avversario, cioè che, a prescindere da ogni ricerca scientifica nel merito e da ogni distinguo sulla moralità della Resistenza, le “foibe” sono comunque state “una tragedia nazionale” – espressione che quest’anno abbiamo sentito usare identica da due persone: Carla Nespolo e Sergio Mattarella.
Io stesso sono un iscritto all’ANPI e credo che l’attività che svolge l’ANPI sia lodevole e preziosa e vada tutelata. Perciò in questa sede lancio un segnale d’allarme alle istanze dell’ANPI a tutti i livelli, dagli iscritti ai dirigenti nazionali passando per le tantissime sezioni: guardate che l’istituzione del Giorno del Ricordo ha messo l’ANPI e l’antifascismo italiano in una trappola mortale.
Se si accetta che esista per lo Stato italiano una celebrazione per i cosiddetti “infoibati” quando non ne esistono di analoghe non dico per le vittime dei bombardamenti angloamericani, ma nemmeno per le vittime delle grandi stragi nazifasciste, da Marzabotto a Sant’Agata sulla Majella passando per le Fosse Ardeatine, allora possiamo chiudere baracca e burattini. Istituendo il Giorno del Ricordo è stata aperta la falla che farà affondare la nave. Inoltre, non contestare le conseguenze della Legge – cioè l’attribuzione di riconoscimenti di Stato a centinaia di fascisti e collaborazionisti del nazismo – non chiedere la sospensione degli effetti della Legge, significa lasciare aperto il varco dal quale stanno scappando tutti i buoi.
Non ci si può allora lamentare se agli antifascisti viene negata la parola nelle scuole.
Squadrismo storiografico e dissidenza
Ho già menzionato il convegno “Giorno del Ricordo. Un bilancio” che abbiamo organizzato a Torino un anno fa. Con esso volevamo mettere a fuoco le conseguenze devastanti della istituzione di questa ricorrenza. Il convegno è stato ovviamente ostacolato dal solito tandem politico-giornalistico, al punto che abbiamo dovuto presentare una denuncia penale per diffamazione contro la giornalista Lucia Bellaspiga, organica alla lobby degli esuli, denuncia della quale ancora aspettiamo l’esito.
Ciononostante, quel convegno si è tenuto, con grande clamore e partecipazione di pubblico. Eppure non possiamo dirci soddisfatti del suo esito. Non siamo soddisfatti perché i quesiti fondamentali e le necessità che il progetto del convegno voleva evidenziare sono stati scarsamente compresi e valorizzati anche da chi era in quel progetto assieme a noi. L’obiettivo, che avremmo dovuto coronare con la pubblicazione degli Atti del convegno, era quello di dare a questi temi una nuova dignità pubblicistica, uscendo dal solito giro dei “fissati” delle questioni del Confine Orientale.
Come ho già detto, in passato sono state fatte tante iniziative, libri ed anche convegni, e di ottimo livello, su “foibe ed esodo”; ma nonostante la gravità di quanto accaduto con l’istituzione del Giorno del Ricordo siamo oggettivamente intrappolati in una dimensione autoreferenziale, per cui la polemica è troppo spesso condotta con toni e strumenti più consoni alla lite di condominio che non alla storiografia o all’analisi delle relazioni internazionali.
Una delle poche strade forse ancora percorribili per il necessario salto di qualità poteva allora essere la presa di responsabilità da parte di un pezzo di mondo scientifico-accademico, che avrebbe dovuto rendere “oggetto scientifico” ad es. il dato di fatto che il numero degli “infoibati” onorati dallo Stato italiano è prossimo a trecentocinquanta, e tra questi la maggiorparte sono nazifascisti e loro collaboratori, mentre degli altri nemmeno uno è vittima di “pulizia etnica titina” – come spiegherà Sandi nel seguito.
Però tale assunzione di responsabilità non c’è stata, e così noi rimaniamo confinati nel solito angolino di protesta minoritaria, con le solite coazioni a ripetere tipiche dei minuscoli ambienti della dissidenza nelle società totalitarie – per usare due categorie, quelle di “dissidenza” e “totalitarismo”, che a me non piacciono ma che dovrebbero far riflettere chi è abituato ad usarle.
Quanto ci costa
Per concludere voglio dunque richiamare i temi di quel convegno di Torino, elencando le voci di tale necessario “bilancio” di 15 anni di esistenza del “Giorno del Ricordo”.
Innanzitutto, quanto ci è costato il Giorno del Ricordo finanziariamente? Quanto incide sulle tasche dei contribuenti?
Per rispondere dovremmo innanzitutto andare a vedere le spese per le realizzazioni in termini di Monumenti e di Toponomastica. Poi fare la somma dei costi delle Cerimonie di Stato, o organizzate da Enti Locali a tutti i livelli, o da enti terzi (non esclusi gli Istituti di Storia).
Si dovrebbero quantificare i costi delle produzioni di telefilm (come il “Cuore nel Pozzo”), film (come “Red Land”), o spettacoli come quelli di Cristicchi. Nota bene: Renzo Codarin presidente della ANVGD ha affermato che per «Red Land» hanno «compiuto un enorme sforzo economico» e nemmeno con i fondi del Giorno del Ricordo bensì con quelli «della legge dello Stato 72 del 2001 che finanzia le attività che noi svolgiamo per divulgare la nostra storia.» Quantifichiamole allora tutte, le elargizioni alle singole associazioni degli «esuli» ed alla loro Federazione.
Ricordiamoci che già nel 2010 la trasmissione Report di RAI3 aveva sollevato lo scandalo dei milioni di euro elargiti ogni anno all’associazionismo revanscista in virtù della Legge istitutiva del Giorno del Ricordo. Ed oltre alle elargizioni in denaro, ricordiamo le cessioni di beni immobili, come ad esempio qui a Roma, a S. Giorgio al Velabro. E che dire dei finanziamenti mirati agli ISMLI, alle Deputazioni di Storia Patria, alle Università, per orientare le attività di ricerca e celebrative?
E quanto sono costate le iniziative «didattiche» del MIUR, i corsi di formazione annuali, i viaggi degli studenti a Basovizza?
Parlando dunque delle scuole, veniamo a quanto ci è costato il Giorno del Ricordo dal punto di vista culturale.
Parliamo della aperta violazione della libertà di insegnamento, prevista dall’Art.33 della Costituzione, esemplificata dalla azione squadristica di ieri all’Istituto Giordano Bruno di Roma. I provvedimenti di censura derivano direttamente dalle Risoluzioni votate all’unanimità dalle Commissioni Cultura del Parlamento e non colpiscono più solamente gli storici non-allineati ed i ricercatori più coraggiosi, ma anche direttamente l’ANPI; e la teppa di Blocco Studentesco, Casapound, Forza Nuova ed affini possono presentarsi come i più consequenziali garanti del “nuovo ordine” storiografico. Veti e censure sono operanti da anni, specialmente con il diniego sistematico di sale comunali per le iniziative.
Ma la involuzione culturale la misuriamo anche nelle intitolazioni (toponomastica, sale pubbliche, ecc.) in onore di personaggi compromessi con il nazifascismo. E poi, nel dilagare del revisionismo storico in TV, al cinema, al teatro, su giornali e riviste.Ci viene infine alienato il vocabolario: i termini «negazionisti», «giustificazionisti», «revisionisti», «pulizia etnica», «sterminio» non riguardano più necessariamente fatti e colpe del nazifascismo.
Il danno arrecato dalla istituzione del Giorno del Ricordo è quindi per la cultura di massa, ma è anche per il mondo scientifico e accademico, dal quale, già l’ho accennato, l’antifascismo è progressivamente marginalizzato. D’altronde, in questo scontiamo anche il declino verticale e generale del comparto della conoscenza e della funzione intellettuale, che ha altre cause sulle quali non posso soffermarmi qui.
In ogni caso, la conseguenza è che non esiste un ambito di validazione scientifica per le ricerche di Claudia Cernigoi o di Sandi Volk, cioè: si può fare un enorme lavoro per pubblicare un libro che “scandaglia” la foiba Plutone ma i risultati di queste ricerche non sono materia di studio né di successivo sviluppo in alcuna Università o Istituto di Storia. Il dirottamento delle disponibilità accademiche (fondi, persone) è totale. Chi non si allinea è espulso dagli ambienti della ricerca, come è successo in prima persona a Sandi, licenziato dal posto di lavoro.
In tale maniera viene garantito il controllo di Stato sulla scrittura della Storia.
Vediamo infine cosa comporta l’esistenza del Giorno del Ricordo sul piano della politica.
La retorica su questi temi ha accompagnato il processo di equiparazione fascismo-antifascismo, o “memoria condivisa”, su cui si fondano la “Seconda” e “Terza” Repubblica.
Questa retorica è un formidabile piede di porco per lo svuotamento del dettato costituzionale.
Un’altra conseguenza è l’arretramento dell’ANPI e dell’associazionismo antifascista, arretramento che arriva dopo quello della sinistra “radicale” e dopo il vero e proprio tradimento della sinistra “storica”. La non comprensione dei processi storici al Confine Orientale complica inoltre la già difficile opera di chiarificazione sulle questioni jugoslave attuali.
Assistiamo ad una paradossale diffamazione della esperienza della RFS di Jugoslavia, multietnica e internazionalista, accusata di essere il contrario di quello che era. Ovviamente anche questo fa il gioco di chi ha voluto la divisione e la guerra tra i nostri vicini.
Per concludere: qual è quindi il problema del Giorno del Ricordo? Sono i numeri delle foibe? Il fatto che non si parla dei crimini italiani? Il fatto che si offendono anche i partigiani italiani? Certamente anche tutto questo, ma soprattutto il problema del Giorno del Ricordo è l’esistenza stessa del Giorno del Ricordo. Di fronte a ciò, le cose da esigere, in ordine di urgenza sono le seguenti:
– Rilanciare la proposta avanzata dalla segreteria nazionale ANPI nel 2015 di sospensione degli effetti della Legge n.92/2004 spec. per quanto riguarda l’attribuzione delle onorificenze, e di un riesame di quelle finora attribuite. I materiali istruttori della Commissione che se ne è occupata devono essere resi pubblici.
– Operare per la abrogazione della Legge oppure, in subordine, trasformare il 10 Febbraio da giornata della recriminazione in giornata dell’amicizia tra i popoli che abitano le due sponde dell’Adriatico (questo può essere tentato con una proposta di revisione della Legge).
– Al MIUR vanno ribadite le richieste di cui alla Lettera Aperta firmata il 10/2/2017 da numerose personalità antifasciste (inclusa la stessa Carla Nespolo) ad evitare ulteriori derive della didattica in senso revisionista, revanscista, anticostituzionale.
– Effettuare un bilancio complessivo dei finanziamenti pubblici che da 15 anni a questa parte sono andati a iniziative di ogni tipo su questi temi.
– Riesaminare le modifiche alla toponomastica introdotte negli ultimi anni, con due finalità:
(1) scongiurare che siano celebrati personaggi non degni (criminali di guerra, militanti fascisti);
(2) eliminare le intitolazioni ai “martiri delle foibe” laddove introdotte, poiché trattasi di allocuzione letteralmente “fuori legge” in quanto l’espressione “martiri” non appare in alcun punto della stessa Legge 92/2004.
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