di Claudia Cernigoi
Egea Haffner, la “bambina con la valigia” della nota foto propagandistica (fatta scattare dallo zio prima della partenza per l’Italia), sarebbe stata nel “gruppo di quasi 30 mila persone prelevate dalle loro case di Pola dalle milizie del maresciallo Tito“.
Ecco. Se questa è l’informazione che passa sul web, hai voglia a non sentirti dare della “negazionista” quando spieghi cosa è successo veramente a Pola dal 1945 in poi.
Di fronte a cotante lapidarie affermazioni, false come una moneta da tre euro, non sappiamo neppure da che parte iniziare.
Diciamo soltanto che a Pola, nel 1946, l’amministrazione era britannica e non ancora jugoslava.
Non sapere nulla di storia, ma pontificare. Questo il prodotto della propaganda collegata all’istituzione del Giorno del ricordo: ciò che prima era patrimonio delle frange più retrive ed eversive dell’irredentismo con nostalgie fasciste, è oggi diventato verità storica rivelata, avallata dalle istituzioni ed anche da molti storici “antifascisti”.
L’articolo (link nei commenti) parla dell’arresto del padre di Egea, Kurt Haffner. Che “non è mai stato fascista“, ha dichiarato la figlia, e chissà, forse non aveva idee fasciste, semplicemente era inquadrato nel Corpo degli interpreti dell’Esercito della RSI e come tale lavorava per l’amministrazione nazista a Fiume nel periodo della “zona di operazione litorale adriatico“.
Forse ideologicamente non era fascista, certo da un punto di vista tecnico era un collaborazionista. Comprensibile il dolore della figlia per la perdita del padre in così tenera età, ma anche alcuni dei condannati a morte dal tribunale di Norimberga avevano dei figli.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/02/2024
10/02/2024
L’aberrante codificazione di una falsa “verità di Stato” sulle foibe
La massiccia campagna di stampo revisionistico scatenata dalla destra neofascista e leghista in occasione della Giornata del Ricordo con l’imposizione, mediante una legge ‘ad hoc’, di una ‘verità di Stato’ quale oggetto di insegnamento obbligatorio nelle scuole, rende necessario ribadire alcune fondamentali considerazioni di natura storica.
Per comprendere la genesi e il significato del fenomeno delle foibe occorre infatti considerare che cosa è accaduto prima, che cosa è accaduto durante e che cosa è accaduto dopo: ciò equivale a comprendere come la propaganda reazionaria abbia costruito il ‘caso foibe’.
Orbene, le foibe sono state il frutto di vent’anni di imperialismo fascista, fatto di bestiali violenze, snazionalizzazioni forzate, repressioni feroci e odiose persecuzioni razziste, culminate, da ultimo, in una guerra di aggressione che colpì con il terrore, con lo sterminio e con la deportazione la stessa popolazione civile.
Se si parte da questa premessa oggettiva, non è difficile capire chi, quando i rapporti di forza mutarono, fu ucciso e perché.
Si trattò, innanzi tutto, di criminali di guerra e di collaborazionisti, che furono chiamati a rendere conto di ciò che avevano fatto. Per quanto concerne, poi, la ‘contabilità degli infoibati’, occorre ridimensionare le cifre iperboliche inventate dai circoli neofascisti, nazionalisti e revisionisti.
Claudia Cernigoi, autrice di una fondamentale ricerca storica, “Operazione foibe tra storia e mito”, Udine, Kappa Vu, 2005, dimostra che, nei fatidici “40 giorni” del 1945, dall’attuale provincia di Trieste scomparvero 517 persone, che appartenevano alle seguenti categorie: militari, polizia (compresi i membri delle SS), collaborazionisti e spie.
Tra l’altro, il ‘curriculum vitae’ di squadristi, aguzzini e spie, nonché la presenza tra i giustiziati di diversi sloveni, smentiscono la tesi degli ‘infoibati’ uccisi solo in quanto italiani e chiariscono il vero motivo del fenomeno delle foibe, escludendo che si possa parlare, a tale proposito, di genocidio o di pulizia etnica.
Dal canto loro, i popoli della Jugoslavia pagarono un altissimo tributo di sangue, pari a circa un milione di morti, per le criminali azioni degli invasori nazifascisti, mentre 700.000 furono le vittime della lotta di liberazione e della guerra.
Né va dimenticata l’immane violenza che, con la partecipazione attiva dei fascisti italiani, si abbatté sulla popolazione civile, quando, dopo l’otto settembre del 1943, i tedeschi assunsero direttamente il controllo delle zone occupate precedentemente dall’Italia.
D’altra parte, la classe operaia e le masse popolari, guidate dal partito comunista, seppero organizzare un’attiva e forte resistenza contro gli invasori, iniziata già nell’estate del 1941. Fu una vera e propria guerra di popolo, condotta da un esercito di uomini, donne e giovani, che arrivò a superare le 800.000 unità.
Fu proprio nei giorni precedenti gli accordi del 12 giugno 1945 tra il nuovo governo jugoslavo e gli alleati, che istituirono il controllo delle cosiddette Zona A e Zona B, che si acutizzò lo scontro delle forze ostili al governo rivoluzionario nel tentativo di mettere in discussione la nascita della nuova Jugoslavia.
E fu questo il momento in cui i fascisti, i nazisti, i collaborazionisti di ogni sorta e i controrivoluzionari dovettero assumersi la piena responsabilità della loro politica e delle loro azioni.
In questa azione di giustizia, tanto necessaria quanto difficile, è possibile che siano stati emessi verdetti errati a carico di alcune persone, così come è possibile che vi siano stati casi di vendette personali. Tuttavia, ciò non può assolutamente costituire un pretesto per mistificare e stravolgere la effettiva realtà di quegli avvenimenti. Sarebbe come guardare l’albero e non vedere la foresta.
Vi è, dunque, un legame inscindibile, un preciso filo conduttore che lega le foibe, la detenzione dei prigionieri di guerra e il cosiddetto esodo degli italiani dall’Istria alla politica fascista della snazionalizzazione, all’aggressione nazifascista nei confronti della Jugoslavia, all’occupazione militare italiana e alla persecuzione degli antifascisti.
Le foibe, lungi dal costituire il simbolo del genocidio della popolazione italiana, sono state quindi la conseguenza della rivolta popolare contro gli aguzzini fascisti, nazisti, ustascia e collaborazionisti, che si erano macchiati di ogni sorta di crimini. Le foibe furono, in buona sostanza, l’espressione dell’odio accumulato in decenni di oppressione e di sfruttamento: un odio che esplose con la caratteristica violenza delle insurrezioni di popolo.
È doveroso, inoltre, ricordare l’aiuto generoso dato dalle popolazioni slave a migliaia di soldati italiani in rotta dopo l’8 settembre e braccati dai loro ex alleati tedeschi. Soldati italiani che, ancorché fossero invasori, dovettero la loro salvezza e la loro libertà al popolo jugoslavo e a quanti, mettendo a repentaglio la loro stessa vita, li sottrassero alla vendetta nazista.
Concludendo, oltre a quelle storiche da questa aberrante vicenda si ricavano tre ulteriori considerazioni che costituiscono le premesse di un’indispensabile mobilitazione dell’antifascismo militante sul piano politico, ideologico e culturale:
a) le campagne di carattere neorevisionistico, di stampo revanscista e di sapore imperialista, sia che riguardino la falsa equiparazione fra antisionismo e antisemitismo o che mirino ad accreditare l’invenzione di uno sterminio delle popolazioni italiane dell’Istria e della Dalmazia, non hanno natura storiografica, ma soltanto politica: in altri termini, tendono, da un lato, a legittimare la bestiale politica israeliana verso i palestinesi e, dall’altro, a rimettere in discussione il trattato di Osimo del 1975 e, quindi, i confini tra l’Italia, la Slovenia e la Croazia;
b) l’accertamento della verità sulle origini, sulle cause, sulle dimensioni e sul significato dell’esodo degli italiani dell’Istria e della Dalmazia compete agli storici ed è degno dei peggiori regimi autoritari voler imporre come ‘verità di Stato’ quello che è unicamente un giudizio politico-ideologico: ciò significa che la rappresentazione demonizzante dei comunisti jugoslavi che sadicamente uccidono gli innocenti ‘patrioti’ italiani non ha maggior credibilità della propaganda democristiana del 18 aprile 1948 sui comunisti che “mangiano i bambini”;
c) in realtà, la criminalizzazione dei comunisti jugoslavi come responsabili delle foibe mira a cancellare i crimini commessi dall’imperialismo fascista nei Balcani, legittimando con la codificazione di una falsa ‘verità di Stato’ una rinnovata direttrice espansionistica dell’odierno imperialismo italiano nell’area adriatica.
Fonte
Per comprendere la genesi e il significato del fenomeno delle foibe occorre infatti considerare che cosa è accaduto prima, che cosa è accaduto durante e che cosa è accaduto dopo: ciò equivale a comprendere come la propaganda reazionaria abbia costruito il ‘caso foibe’.
Orbene, le foibe sono state il frutto di vent’anni di imperialismo fascista, fatto di bestiali violenze, snazionalizzazioni forzate, repressioni feroci e odiose persecuzioni razziste, culminate, da ultimo, in una guerra di aggressione che colpì con il terrore, con lo sterminio e con la deportazione la stessa popolazione civile.
Se si parte da questa premessa oggettiva, non è difficile capire chi, quando i rapporti di forza mutarono, fu ucciso e perché.
Si trattò, innanzi tutto, di criminali di guerra e di collaborazionisti, che furono chiamati a rendere conto di ciò che avevano fatto. Per quanto concerne, poi, la ‘contabilità degli infoibati’, occorre ridimensionare le cifre iperboliche inventate dai circoli neofascisti, nazionalisti e revisionisti.
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| Canzone patriottico-fascista istriana del 1925, “in voga” allora a Pisino |
Claudia Cernigoi, autrice di una fondamentale ricerca storica, “Operazione foibe tra storia e mito”, Udine, Kappa Vu, 2005, dimostra che, nei fatidici “40 giorni” del 1945, dall’attuale provincia di Trieste scomparvero 517 persone, che appartenevano alle seguenti categorie: militari, polizia (compresi i membri delle SS), collaborazionisti e spie.
Tra l’altro, il ‘curriculum vitae’ di squadristi, aguzzini e spie, nonché la presenza tra i giustiziati di diversi sloveni, smentiscono la tesi degli ‘infoibati’ uccisi solo in quanto italiani e chiariscono il vero motivo del fenomeno delle foibe, escludendo che si possa parlare, a tale proposito, di genocidio o di pulizia etnica.
Dal canto loro, i popoli della Jugoslavia pagarono un altissimo tributo di sangue, pari a circa un milione di morti, per le criminali azioni degli invasori nazifascisti, mentre 700.000 furono le vittime della lotta di liberazione e della guerra.
Né va dimenticata l’immane violenza che, con la partecipazione attiva dei fascisti italiani, si abbatté sulla popolazione civile, quando, dopo l’otto settembre del 1943, i tedeschi assunsero direttamente il controllo delle zone occupate precedentemente dall’Italia.
D’altra parte, la classe operaia e le masse popolari, guidate dal partito comunista, seppero organizzare un’attiva e forte resistenza contro gli invasori, iniziata già nell’estate del 1941. Fu una vera e propria guerra di popolo, condotta da un esercito di uomini, donne e giovani, che arrivò a superare le 800.000 unità.
Fu proprio nei giorni precedenti gli accordi del 12 giugno 1945 tra il nuovo governo jugoslavo e gli alleati, che istituirono il controllo delle cosiddette Zona A e Zona B, che si acutizzò lo scontro delle forze ostili al governo rivoluzionario nel tentativo di mettere in discussione la nascita della nuova Jugoslavia.
E fu questo il momento in cui i fascisti, i nazisti, i collaborazionisti di ogni sorta e i controrivoluzionari dovettero assumersi la piena responsabilità della loro politica e delle loro azioni.
In questa azione di giustizia, tanto necessaria quanto difficile, è possibile che siano stati emessi verdetti errati a carico di alcune persone, così come è possibile che vi siano stati casi di vendette personali. Tuttavia, ciò non può assolutamente costituire un pretesto per mistificare e stravolgere la effettiva realtà di quegli avvenimenti. Sarebbe come guardare l’albero e non vedere la foresta.
Vi è, dunque, un legame inscindibile, un preciso filo conduttore che lega le foibe, la detenzione dei prigionieri di guerra e il cosiddetto esodo degli italiani dall’Istria alla politica fascista della snazionalizzazione, all’aggressione nazifascista nei confronti della Jugoslavia, all’occupazione militare italiana e alla persecuzione degli antifascisti.
Le foibe, lungi dal costituire il simbolo del genocidio della popolazione italiana, sono state quindi la conseguenza della rivolta popolare contro gli aguzzini fascisti, nazisti, ustascia e collaborazionisti, che si erano macchiati di ogni sorta di crimini. Le foibe furono, in buona sostanza, l’espressione dell’odio accumulato in decenni di oppressione e di sfruttamento: un odio che esplose con la caratteristica violenza delle insurrezioni di popolo.
È doveroso, inoltre, ricordare l’aiuto generoso dato dalle popolazioni slave a migliaia di soldati italiani in rotta dopo l’8 settembre e braccati dai loro ex alleati tedeschi. Soldati italiani che, ancorché fossero invasori, dovettero la loro salvezza e la loro libertà al popolo jugoslavo e a quanti, mettendo a repentaglio la loro stessa vita, li sottrassero alla vendetta nazista.
Concludendo, oltre a quelle storiche da questa aberrante vicenda si ricavano tre ulteriori considerazioni che costituiscono le premesse di un’indispensabile mobilitazione dell’antifascismo militante sul piano politico, ideologico e culturale:
a) le campagne di carattere neorevisionistico, di stampo revanscista e di sapore imperialista, sia che riguardino la falsa equiparazione fra antisionismo e antisemitismo o che mirino ad accreditare l’invenzione di uno sterminio delle popolazioni italiane dell’Istria e della Dalmazia, non hanno natura storiografica, ma soltanto politica: in altri termini, tendono, da un lato, a legittimare la bestiale politica israeliana verso i palestinesi e, dall’altro, a rimettere in discussione il trattato di Osimo del 1975 e, quindi, i confini tra l’Italia, la Slovenia e la Croazia;
b) l’accertamento della verità sulle origini, sulle cause, sulle dimensioni e sul significato dell’esodo degli italiani dell’Istria e della Dalmazia compete agli storici ed è degno dei peggiori regimi autoritari voler imporre come ‘verità di Stato’ quello che è unicamente un giudizio politico-ideologico: ciò significa che la rappresentazione demonizzante dei comunisti jugoslavi che sadicamente uccidono gli innocenti ‘patrioti’ italiani non ha maggior credibilità della propaganda democristiana del 18 aprile 1948 sui comunisti che “mangiano i bambini”;
c) in realtà, la criminalizzazione dei comunisti jugoslavi come responsabili delle foibe mira a cancellare i crimini commessi dall’imperialismo fascista nei Balcani, legittimando con la codificazione di una falsa ‘verità di Stato’ una rinnovata direttrice espansionistica dell’odierno imperialismo italiano nell’area adriatica.
Fonte
10/02/2022
Memoria, ricordo e propaganda al confine orientale
Come ci ha insegnato Claudio Pavone la Resistenza è stata una guerra di liberazione, civile e di classe. Al confine orientale d’Italia pure “etnica”. Dichiarata dal fascismo, subito dopo le annessioni di pezzi di Slovenia, Istria e Dalmazia, affonda le sue radici nella marcia dannunziana su Fiume, che fino ad allora molti suoi abitanti chiamavano Rijeka; ma poi non hanno potuto più farlo, come tanti altri lì attorno.
Italianizzazione forzata, questo è stato l’inizio: divieto di parlare sloveno o croato a scuola, al lavoro, nei pubblici uffici, all’osteria, persino a casa propria; proibiti i matrimoni misti, fuorilegge le associazioni politiche, culturali e ricreative non italiane. Fino alle immigrazioni forzate o a cambiare i cognomi delle famiglie e i nomi dei paesi.
Per cancellare e reprimere identità che da quelle parti avevano vissuto abbastanza tranquillamente negli spazi separati con cui gli Asburgo garantivano il potere per sé e la pace tra i sudditi: italiani sulla costa e nelle città, slavi nell’entroterra e in campagna, austriaci e ungheresi in caserme e palazzi di governo.
I nazionalismi esplosi con la guerra mondiale – e le conseguenti politiche degli stati – spazzano via ogni equilibrio, diventano la misura dei rapporti di forza, chi vince si prende tutto e avvia l’omologazione razziale: sopra gli italiani, sotto sloveni e croati. Ovunque. In scuole, fabbriche, uffici, municipi: comandanti e comandati si dividono per nazionalità.
Così per vent’anni, facendo crescere oppressione e rabbia, razzismo e rancore. Poi un’altra guerra, in cui il fascismo italiano tira le fila del tutto: lo sterminio culturale diventa fisico, gli “allogeni” sono il nemico da internare o sterminare, i loro villaggi da incendiare, tutti – come, altrove, i contadini di Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema – “oggettivamente” complici dei partigiani e dell’esercito di Tito. Da uccidere e infoibare.
I primi a usare le foibe dell’entroterra istriano sono proprio i fascisti italiani. Preparando così le vendette che accompagnano la sconfitta militare nazi-fascista, l’espansione yugoslava verso Trieste e l’esodo dei civili; per paura o per complicità, forse solo per seguire un destino segnato anni prima, con il privilegio che si rovescia in colpa.
La stessa che lo Stato italiano nasconde per decenni, insieme alla rimozione di quelle vite profughe; per opportunismo politico, per convenienza. Senza elaborare nulla – come è stato per tanta parte della storia del fascismo italiano e delle sue miserie – per non dover fare i conti col passato o disturbare gli equilibri delle cancellerie.
Fino a quando, cambiata l’aria nel mondo, dissolto il “nemico” e riconquistato il Confine, si è potuto trasformare la tragedia in propaganda, usare l’assenza di memoria per revisionare la storia e “ricordare” solo ciò che conviene.
Eppure la verità storica su foibe ed esodo giuliano-dalmata è fissata – e non da ieri – nelle ricerche di Teodoro Sala, Enzo Collotti, Galliano Fogar, Giacomo Scotti o in quelle più recenti di Eric Gobetti.
La verità morale è scritta sulle pietre dei cimiteri del Carso, la si può leggere nei cognomi italiani, sloveni, croati e serbi delle lapidi partigiane; o ascoltare nelle ultime parole di Stiepan Filipovic, prima di essere impiccato dai nazisti nel maggio del 1942: “Smrt fsizmu, sloboda narodu”, morte al fascismo, libertà ai popoli.
Fonte
Italianizzazione forzata, questo è stato l’inizio: divieto di parlare sloveno o croato a scuola, al lavoro, nei pubblici uffici, all’osteria, persino a casa propria; proibiti i matrimoni misti, fuorilegge le associazioni politiche, culturali e ricreative non italiane. Fino alle immigrazioni forzate o a cambiare i cognomi delle famiglie e i nomi dei paesi.
Per cancellare e reprimere identità che da quelle parti avevano vissuto abbastanza tranquillamente negli spazi separati con cui gli Asburgo garantivano il potere per sé e la pace tra i sudditi: italiani sulla costa e nelle città, slavi nell’entroterra e in campagna, austriaci e ungheresi in caserme e palazzi di governo.
I nazionalismi esplosi con la guerra mondiale – e le conseguenti politiche degli stati – spazzano via ogni equilibrio, diventano la misura dei rapporti di forza, chi vince si prende tutto e avvia l’omologazione razziale: sopra gli italiani, sotto sloveni e croati. Ovunque. In scuole, fabbriche, uffici, municipi: comandanti e comandati si dividono per nazionalità.
Così per vent’anni, facendo crescere oppressione e rabbia, razzismo e rancore. Poi un’altra guerra, in cui il fascismo italiano tira le fila del tutto: lo sterminio culturale diventa fisico, gli “allogeni” sono il nemico da internare o sterminare, i loro villaggi da incendiare, tutti – come, altrove, i contadini di Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema – “oggettivamente” complici dei partigiani e dell’esercito di Tito. Da uccidere e infoibare.
I primi a usare le foibe dell’entroterra istriano sono proprio i fascisti italiani. Preparando così le vendette che accompagnano la sconfitta militare nazi-fascista, l’espansione yugoslava verso Trieste e l’esodo dei civili; per paura o per complicità, forse solo per seguire un destino segnato anni prima, con il privilegio che si rovescia in colpa.
La stessa che lo Stato italiano nasconde per decenni, insieme alla rimozione di quelle vite profughe; per opportunismo politico, per convenienza. Senza elaborare nulla – come è stato per tanta parte della storia del fascismo italiano e delle sue miserie – per non dover fare i conti col passato o disturbare gli equilibri delle cancellerie.
Fino a quando, cambiata l’aria nel mondo, dissolto il “nemico” e riconquistato il Confine, si è potuto trasformare la tragedia in propaganda, usare l’assenza di memoria per revisionare la storia e “ricordare” solo ciò che conviene.
Eppure la verità storica su foibe ed esodo giuliano-dalmata è fissata – e non da ieri – nelle ricerche di Teodoro Sala, Enzo Collotti, Galliano Fogar, Giacomo Scotti o in quelle più recenti di Eric Gobetti.
La verità morale è scritta sulle pietre dei cimiteri del Carso, la si può leggere nei cognomi italiani, sloveni, croati e serbi delle lapidi partigiane; o ascoltare nelle ultime parole di Stiepan Filipovic, prima di essere impiccato dai nazisti nel maggio del 1942: “Smrt fsizmu, sloboda narodu”, morte al fascismo, libertà ai popoli.
Fonte
11/02/2014
10 febbraio. Le foibe e la giornata dell'ipocrisia, dell'oblio e della strumentalizzazione politica
Come ogni 10 febbraio
pubblichiamo un articolo che ripercorre storicamente la questione delle
foibe. Anche da questa ricostruzione emerge come la giornata del 10
febbraio sia sempre più la giornata dell'ipocrisia e della
strumentalizzazione politica. Il 10 febbraio infatti nasce come giornata
di "compensazione", voluta dal governo Berlusconi nel 2004 per
allietare le forze ex fasciste che lo sostenevano, in risposta alla
giornata della memoria del 27 gennaio. L'Italia, infatti, non poteva
apparire solo come il carnefice che aveva contribuito allo sterminio
degli ebrei con le leggi razziali, ma aveva bisogno anche di una
giornata ad hoc per passare da vittima degli eventi storici e in
particolare degli slavi e dei comunisti cattivi. Il 10 febbraio è anche
la giornata dell'oblio perché, oltre alle mistificazioni storiche, la
retorica italiana omette tutto ciò che l'esercito italiano ha combinato
nella ex Jugoslavia agli ordini del sanguinario generale Roatta
(sterminatore di partigiani in Dalmazia e ideatore dell'assassinio dei
fratelli Rosselli). Redazione - 10 febbraio 2014
vedi anche
Nella foto di seguito il cartello modificato dopo l'inaugurazione della via Martiri delle Foibe a Livorno.
*****
Questione foibe: il mito e la storia
Durante la seconda guerra mondiale le foibe sono state usate in svariati modi per occultare cadaveri o per disfarsene per motivi igienici per evitare il diffondersi di epidemie.
Si presume che siano state usate: dai fascisti italiani e dai nazisti per gettare cadaveri di oppositori politici; dai partigiani per gettarvi cadaveri di criminali di guerra; per regolamenti di conti in genere; per gettare corpi di soldati e partigiani morti nelle battaglie. Addirittura animali morti, munizioni e rottami bellici.
Questi usi però sono stati sporadici, episodici, non è stato riscontrato un unico fenomeno di uso delle foibe, ma una serie di fenomeni del tutto distinti tra di loro che hanno come elemento accomunante semplicemente il fatto che si sono svolti nel corso o in conseguenza della seconda guerra mondiale.
Nell’immaginario collettivo però, quando si parla di foibe ci si riferisce unicamente al presunto “genocidio” che l’Esercito Jugoslavo di Liberazione avrebbe compiuto verso gli italiani nel liberare le zone carsiche dall’occupazione nazifascista.
Viene raccontato che i partigiani jugoslavi avrebbero gettato migliaia se non addirittura decine di migliaia di italiani nelle foibe, per il solo motivo di essere italiani, e quindi solo per motivi etnici. Inoltre negli anni seguenti li avrebbero spinti ad un esodo epocale dalle loro terre. Niente di più falso e mistificatore.
La verità è che ci sono state molte persone, italiane e non, che sono state processate e successivamente condannate a morte dai partigiani jugoslavi in quanto riconosciuti come criminali fascisti. Tra questi figurano uomini della Repubblica di Salò, della Guardia di Finanza, della Polizia Civica, alcuni civili collusi col nazifascismo, qualche “partigiano” dell’ambiguo CLN Triestino (che all’arrivo dei partigiani jugoslavi a Trieste, ordinò di sparargli contro in quanto comunisti).
Questi criminali giudicati e condannati da regolari tribunali jugoslavi, furono internati nei campi di prigionia o condannati a morte.
Nessuna esecuzione sommaria, nessuna uccisione di massa di italiani “solo perché italiani”. Tant’è vero che i partigiani di Tito hanno lottato spalla a spalla con molti italiani che si sono arruolati nelle loro fila. Nella politica titina c’era l’intenzione di garantire ogni minoranza nei propri territori (infatti dopo la morte di Tito sono scoppiate le guerre etniche in Jugoslavia).
Certamente, come detto, vi furono condanne mirate verso coloro che si erano macchiati di crimini e avevano collaborato con il nazifascismo. Le liste dei condannati ci sono, alcuni poi risultano tornati vivi in Italia, di altri non se ne conosce la sorte in quanto sarebbero morti nei campi di prigionia o condannati a morte.
Ora passiamo alla amnesie e al revisionismo di casa nostra:
Il pozzo o “Foiba di Basovizza” è stata dichiarato monumento di interesse nazionale. Eppure le salme recuperate da questo pozzo sono 20 e appartengono a soldati tedeschi.
In più l’unico infoibato per vendetta sommaria, risulta essere Mario Fabian, che si arruolò volontario nell’Ispettorato di pubblica Sicurezza diretto dal famigerato commissario Collotti a Trieste. Era un torturatore ed era conosciuto per usare la corrente elettrica negli interrogatori. Per queste sue azioni era stato condannato a morte da una sentenza emessa dal Distretto militare per l’Istria, e i partigiani che lo uccisero ammisero di averlo gettato nel pozzo di Basovizza a Trieste.
C’è da dire che quando si va a onorare le vittime di questa foiba bisognerebbe conoscere la loro storia….
La data del 10 febbraio è stata dichiarata dallo Stato italiano “La giornata del ricordo delle vittime delle foibe”, con riconoscimenti e medaglie ai parenti dei presunti “infoibati”. Tra il 2006 e il 2008 ad esempio, sono state consegnate 118 medaglie, vediamo a chi:
63furono conferite a formazioni militari, di Polizia o della Guardia di Finanza; 55 a civili.
Entriamo nei particolari: 11 Finanzieri, 2 Carabinieri, 9 poliziotti, 2 Polizia economica (istituita dai nazisti come forza antipartigiana), 1 dell’aviazione, 4 dell’esercito, 3 della Repubblica Sociale Italiana, 1 guardia civica (Forza istituita dai nazisti per i rastrellamenti), 3 camicie nere, 1 brigatista nero ex squadrista, 6 della Guardia Nazionale Repubblicana, 20 della milizia di difesa nazionale (formazione collaborazionista nel territorio della RSI), 22 delle milizie per conto dei nazisti, 1 squadrista della prima ora…
Il 73% dei riconoscimenti è andato a formazioni collaborazioniste, militari e non…
Questi dati non hanno bisogno di commenti.
L’unico genocidio che conosciamo è quelli fatto dai nazifascisti contro gli ebrei, gli slavi, i rom, gli omosessuali; gli eccidi che conosciamo sono quelli di Sant’Anna di Stazzema, delle Fosse Ardeatine, di Marzabotto ecc... fatte dai fascisti. Le deportazioni e le uccisioni su base etnico razziale rimangono pratica nazifascista. Come del resto la devastazione dei villaggi, l’uccisione di innocenti, lo stupro delle donne, le torture.
In questo modo si è ammazzata la verità storica. Se ne vuole creare un’altra che viene portata avanti da alcuni storici e giornalisti revisionisti, ex fascisti, irredentisti e anti-slavi raccontata già dal 1943 per alimentare una campagna antislava e anticomunista. E anche per criminalizzare la lotta partigiana. Ma anche dalle forze di sinistra.
Questi sedicenti storici tendono a delegittimare la Resistenza e a parificare i repubblichini ai partigiani, i carnefici ai perseguitati. Dimenticano che una pacificazione c’è già stata con l’amnistia di Togliatti che intendeva chiudere con le questioni del passato.
Ma per la destra post-fascista tutto ciò non è sufficiente. Non è stata sufficiente l’amnistia, cioè il perdono dei crimini commessi: ora la destra vuole la riabilitazione, la legittimazione per quello che è stato fatto dal fascismo, anche sotto gli ordini di Hitler.
Noi non ci stiamo e lo denunceremo sempre.
Per scrivere l’articolo sono stati usati i seguenti testi:
Operazione Foibe tra storia e mito – Claudia Cernigoi
Foibe revisionismo di stato e amnesie – convegno con gli storici Claudia Cernigoi, Sandi Volk, Alessandra Kersevan, Luka Bagdanic
Articolo tratto da “Il Quartiere” n°35
10/02/2014
Oggi, 10 febbraio 2014, si festeggia per la decima volta quella che con il decreto del 30 marzo 2004 venne definito il Giorno del Ricordo, ovvero la giornata in cui si ritualizza la strage delle “italianissime” vittime delle Foibe. Questo breve articolo non vuole essere un documento approfondito di ciò che effettivamente furono le foibe (si vedano i link che seguono l’articolo), ma riteniamo necessario ribadire in maniera subitanea alcune verità che l’opera revisionista, o meglio, il revisionismo ad uso politico, hanno modificato:
-) l’Istria è stata italiana nell’esclusivo periodo che va da 1920 al 1945 (a meno che non si vogliano prendere per confine quelli dell’Impero Romano, rimandando ad una mitologia dell’origine quanto meno assurda);
-) il fascismo di confine ha operato un’italianizzazione forzata dei territori “meticci” dalmati e istriani costringendo le popolazioni slave a modificare le proprie abitudini finanche la lingua;
-) i fascisti ritenevano evidentemente inferiori le popolazioni slave, disponendo un razzismo di confine (ancora oggi non completamente superato) atto a legittimare l’azione di uno stato espansionista e di chiare mire neo-colonialiste;
-) le foibe non furono un episodio di pulizia etnica ad opera delle popolazioni slave nei confronti di quella italiana, come si vorrebbe far credere (a partire da Napolitano). Se di filogenesi del concetto di pulizia etnica, e di sue applicazioni storiche si vuole parlare, certo è tra le file fasciste e naziste che bisogna cercare (la rima è banale, ma la lasciamo);
-) la Resistenza slava non ha avuto motivazioni dissimili dalla Resistenza italiana, tanto da coincidere addirittura in taluni contesti;
-) la Resistenza slava lottava contro i fascisti della Repubblica di Salò e contro l’esercito di occupazione nazista, esattamente come i partigiani italiani;
-) le meno di 800 vittime delle foibe non sono state ammazzate nelle cavità carsiche (le foibe appunto), ma sono state ammucchiate lì dopo essere cadute in combattimento;
-) rispetto i ritrovamenti accertati, le vittime delle foibe sono per lo più fascisti appartenenti alla X Mas (capeggiate da Borghese, lo stesso che nel ’70 proverà un colpo di stato di stampo militare e fascista inspiegabilmente fallito) ed altre organizzazioni militari a difesa della Repubblica di Salò, morti contro la resistenza slava; altri invece sono state vittime di resoconti personali.
Nel 2007, tre anni dopo l’istituzione della Giornata del Ricordo, Napolitano motiva tale ricorrenza così:
“Un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica.” [Napolitano, 10 febbraio 2007, Roma]
Le altisonanti affermazioni del Presidente della Repubblica non sono certo le uniche ad affermare stupidaggini di questo tipo, sono, invece, largamente accompagnate dalla retorica di gruppi neofascisti, in primis, ma anche da, oramai, tutto l’arco parlamentare.
Probabilmente i fini dei neofascisti e degli attori e attorucoli istituzionali sono eterogenei. Se i primi, da ultras sfigati, guardano al passato come ad una partita di calcio razziale di cui solo la languida nostalgia può nascondere il risultato catastrofico, gli uomini di Stato svolgono ligi il proprio ruolo. Difendere la forza ideologica dello stato-nazione e, dietro tale velo, congelare la distribuzione sociale del potere economico tramite una melmosa retorica cristianeggiante di pacificazione che ci appare unicamente la più banale delle conservazioni. A conti fatti, è vero, i fini non sono così eterogenei, ma solo perseguiti con diversa efficacia.
La storia di questo revisionismo inizia un po’ di anni fa, quando nel ’98 l’allora PDS (oggi PD) con Violante e Fassino, assieme all’AN di Gianfranco Fini, promosse un processo che venne definito di “pacificazione” (storica). Ma pacificazione tra chi? Ovviamente tra la destra missina e post – fascista e il passato partigiano del PCI (che, per la verità, dimenticò sin dall’immediato dopoguerra il debito che aveva contratto con chi la lotta l’aveva fatta ed intendeva continuarla). Inutile dire che questo processo non ha fatto altro che sostenere, legittimare e lasciare ampio spazio alle narrazioni nazionaliste che, nel giro di pochi anni, hanno assunto il carattere istituzionale che oggi siamo costretti ed abbiamo il dovere di contestare per due principali motivi: uno di carattere prettamente storico – scientifico, l’altro di tipo prevalentemente antifascista. Per quel che riguarda la ricerca storica in merito, non siamo certo noi i più indicati a discuterne, ma rimandiamo volentieri agli approfonditi studi di Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi, Sandi Volk ecc…
E’, invece, di nostro interesse ed alla nostra portata la pratica dell’antifascismo politico, militante, ma anche, come in questo caso, culturale.
La Resistenza ha significato in Italia, come altrove, uno dei momenti di massima estensione del conflitto sociale, in particolare della lotta di classe. Il conflitto civile e il ciclo di lotte sociali che in Italia, ma forse più in generale in Europa, si generarono all’indomani della Seconda Guerra Mondiale è uno degli argomenti storici meno approfonditi o, meglio, meno studiati nelle scuole e nei luoghi in cui si compie formazione storica di tipo accademico – istituzionale: è in questo contesto di passività formativa che è possibile riconoscere non tanto la pretesa scientificità che alcune teorie pseudo storiche avanzano, ma l’indifferenza, ovvero il consenso, con cui vengono tacitamente accolte.
Possedere il passato, forse, significa dominare l’immaginario del presente prevedendo di maneggiarne il futuro, la storia è storia di relazioni di potere ed il presente ne è immerso; essere antifascisti oggi significa anche tentare di decostruire la falsità della retorica dominante a partire dalla deformazione che essa opera circa avvenimenti di cui qualche decennio fa non se ne sarebbe affatto discussa la veridicità, fatta esclusione in qualche piccola sede del MSI e simili.
Le foibe sono state un episodio di resistenza, e la resistenza è, per noi, non tanto la storia di liberazione di una nazione dall’occupazione nazista e fascista, ma, piuttosto, la storia di uno dei momenti di massima esplosione della lotta di classe armata. Questo Barabba non lo dimentica, e noi con lui.
Per maggiori approfondimenti:
http://www.militant-blog.org/?p=10212
http://www.militant-blog.org/?p=2959
http://www.carmillaonline.com/2007/02/10/neoirredentismo-e-foibe-quello-che-i-media-non-dicono/
http://www.carmillaonline.com/2006/02/13/foibe-tra-storia-e-mito-intervista-a-claudia-cernigoi/
Fonte
-) l’Istria è stata italiana nell’esclusivo periodo che va da 1920 al 1945 (a meno che non si vogliano prendere per confine quelli dell’Impero Romano, rimandando ad una mitologia dell’origine quanto meno assurda);
-) il fascismo di confine ha operato un’italianizzazione forzata dei territori “meticci” dalmati e istriani costringendo le popolazioni slave a modificare le proprie abitudini finanche la lingua;
-) i fascisti ritenevano evidentemente inferiori le popolazioni slave, disponendo un razzismo di confine (ancora oggi non completamente superato) atto a legittimare l’azione di uno stato espansionista e di chiare mire neo-colonialiste;
-) le foibe non furono un episodio di pulizia etnica ad opera delle popolazioni slave nei confronti di quella italiana, come si vorrebbe far credere (a partire da Napolitano). Se di filogenesi del concetto di pulizia etnica, e di sue applicazioni storiche si vuole parlare, certo è tra le file fasciste e naziste che bisogna cercare (la rima è banale, ma la lasciamo);
-) la Resistenza slava non ha avuto motivazioni dissimili dalla Resistenza italiana, tanto da coincidere addirittura in taluni contesti;
-) la Resistenza slava lottava contro i fascisti della Repubblica di Salò e contro l’esercito di occupazione nazista, esattamente come i partigiani italiani;
-) le meno di 800 vittime delle foibe non sono state ammazzate nelle cavità carsiche (le foibe appunto), ma sono state ammucchiate lì dopo essere cadute in combattimento;
-) rispetto i ritrovamenti accertati, le vittime delle foibe sono per lo più fascisti appartenenti alla X Mas (capeggiate da Borghese, lo stesso che nel ’70 proverà un colpo di stato di stampo militare e fascista inspiegabilmente fallito) ed altre organizzazioni militari a difesa della Repubblica di Salò, morti contro la resistenza slava; altri invece sono state vittime di resoconti personali.
Nel 2007, tre anni dopo l’istituzione della Giornata del Ricordo, Napolitano motiva tale ricorrenza così:
“Un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica.” [Napolitano, 10 febbraio 2007, Roma]
Le altisonanti affermazioni del Presidente della Repubblica non sono certo le uniche ad affermare stupidaggini di questo tipo, sono, invece, largamente accompagnate dalla retorica di gruppi neofascisti, in primis, ma anche da, oramai, tutto l’arco parlamentare.
Probabilmente i fini dei neofascisti e degli attori e attorucoli istituzionali sono eterogenei. Se i primi, da ultras sfigati, guardano al passato come ad una partita di calcio razziale di cui solo la languida nostalgia può nascondere il risultato catastrofico, gli uomini di Stato svolgono ligi il proprio ruolo. Difendere la forza ideologica dello stato-nazione e, dietro tale velo, congelare la distribuzione sociale del potere economico tramite una melmosa retorica cristianeggiante di pacificazione che ci appare unicamente la più banale delle conservazioni. A conti fatti, è vero, i fini non sono così eterogenei, ma solo perseguiti con diversa efficacia.
La storia di questo revisionismo inizia un po’ di anni fa, quando nel ’98 l’allora PDS (oggi PD) con Violante e Fassino, assieme all’AN di Gianfranco Fini, promosse un processo che venne definito di “pacificazione” (storica). Ma pacificazione tra chi? Ovviamente tra la destra missina e post – fascista e il passato partigiano del PCI (che, per la verità, dimenticò sin dall’immediato dopoguerra il debito che aveva contratto con chi la lotta l’aveva fatta ed intendeva continuarla). Inutile dire che questo processo non ha fatto altro che sostenere, legittimare e lasciare ampio spazio alle narrazioni nazionaliste che, nel giro di pochi anni, hanno assunto il carattere istituzionale che oggi siamo costretti ed abbiamo il dovere di contestare per due principali motivi: uno di carattere prettamente storico – scientifico, l’altro di tipo prevalentemente antifascista. Per quel che riguarda la ricerca storica in merito, non siamo certo noi i più indicati a discuterne, ma rimandiamo volentieri agli approfonditi studi di Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi, Sandi Volk ecc…
E’, invece, di nostro interesse ed alla nostra portata la pratica dell’antifascismo politico, militante, ma anche, come in questo caso, culturale.
La Resistenza ha significato in Italia, come altrove, uno dei momenti di massima estensione del conflitto sociale, in particolare della lotta di classe. Il conflitto civile e il ciclo di lotte sociali che in Italia, ma forse più in generale in Europa, si generarono all’indomani della Seconda Guerra Mondiale è uno degli argomenti storici meno approfonditi o, meglio, meno studiati nelle scuole e nei luoghi in cui si compie formazione storica di tipo accademico – istituzionale: è in questo contesto di passività formativa che è possibile riconoscere non tanto la pretesa scientificità che alcune teorie pseudo storiche avanzano, ma l’indifferenza, ovvero il consenso, con cui vengono tacitamente accolte.
Possedere il passato, forse, significa dominare l’immaginario del presente prevedendo di maneggiarne il futuro, la storia è storia di relazioni di potere ed il presente ne è immerso; essere antifascisti oggi significa anche tentare di decostruire la falsità della retorica dominante a partire dalla deformazione che essa opera circa avvenimenti di cui qualche decennio fa non se ne sarebbe affatto discussa la veridicità, fatta esclusione in qualche piccola sede del MSI e simili.
Le foibe sono state un episodio di resistenza, e la resistenza è, per noi, non tanto la storia di liberazione di una nazione dall’occupazione nazista e fascista, ma, piuttosto, la storia di uno dei momenti di massima esplosione della lotta di classe armata. Questo Barabba non lo dimentica, e noi con lui.
Per maggiori approfondimenti:
http://www.militant-blog.org/?p=10212
http://www.militant-blog.org/?p=2959
http://www.carmillaonline.com/2007/02/10/neoirredentismo-e-foibe-quello-che-i-media-non-dicono/
http://www.carmillaonline.com/2006/02/13/foibe-tra-storia-e-mito-intervista-a-claudia-cernigoi/
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