di Claudia Cernigoi
Egea Haffner, la “bambina con la valigia” della nota foto propagandistica (fatta scattare dallo zio prima della partenza per l’Italia), sarebbe stata nel “gruppo di quasi 30 mila persone prelevate dalle loro case di Pola dalle milizie del maresciallo Tito“.
Ecco. Se questa è l’informazione che passa sul web, hai voglia a non sentirti dare della “negazionista” quando spieghi cosa è successo veramente a Pola dal 1945 in poi.
Di fronte a cotante lapidarie affermazioni, false come una moneta da tre euro, non sappiamo neppure da che parte iniziare.
Diciamo soltanto che a Pola, nel 1946, l’amministrazione era britannica e non ancora jugoslava.
Non sapere nulla di storia, ma pontificare. Questo il prodotto della propaganda collegata all’istituzione del Giorno del ricordo: ciò che prima era patrimonio delle frange più retrive ed eversive dell’irredentismo con nostalgie fasciste, è oggi diventato verità storica rivelata, avallata dalle istituzioni ed anche da molti storici “antifascisti”.
L’articolo (link nei commenti) parla dell’arresto del padre di Egea, Kurt Haffner. Che “non è mai stato fascista“, ha dichiarato la figlia, e chissà, forse non aveva idee fasciste, semplicemente era inquadrato nel Corpo degli interpreti dell’Esercito della RSI e come tale lavorava per l’amministrazione nazista a Fiume nel periodo della “zona di operazione litorale adriatico“.
Forse ideologicamente non era fascista, certo da un punto di vista tecnico era un collaborazionista. Comprensibile il dolore della figlia per la perdita del padre in così tenera età, ma anche alcuni dei condannati a morte dal tribunale di Norimberga avevano dei figli.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/02/2024
10/02/2024
L’aberrante codificazione di una falsa “verità di Stato” sulle foibe
La massiccia campagna di stampo revisionistico scatenata dalla destra neofascista e leghista in occasione della Giornata del Ricordo con l’imposizione, mediante una legge ‘ad hoc’, di una ‘verità di Stato’ quale oggetto di insegnamento obbligatorio nelle scuole, rende necessario ribadire alcune fondamentali considerazioni di natura storica.
Per comprendere la genesi e il significato del fenomeno delle foibe occorre infatti considerare che cosa è accaduto prima, che cosa è accaduto durante e che cosa è accaduto dopo: ciò equivale a comprendere come la propaganda reazionaria abbia costruito il ‘caso foibe’.
Orbene, le foibe sono state il frutto di vent’anni di imperialismo fascista, fatto di bestiali violenze, snazionalizzazioni forzate, repressioni feroci e odiose persecuzioni razziste, culminate, da ultimo, in una guerra di aggressione che colpì con il terrore, con lo sterminio e con la deportazione la stessa popolazione civile.
Se si parte da questa premessa oggettiva, non è difficile capire chi, quando i rapporti di forza mutarono, fu ucciso e perché.
Si trattò, innanzi tutto, di criminali di guerra e di collaborazionisti, che furono chiamati a rendere conto di ciò che avevano fatto. Per quanto concerne, poi, la ‘contabilità degli infoibati’, occorre ridimensionare le cifre iperboliche inventate dai circoli neofascisti, nazionalisti e revisionisti.
Claudia Cernigoi, autrice di una fondamentale ricerca storica, “Operazione foibe tra storia e mito”, Udine, Kappa Vu, 2005, dimostra che, nei fatidici “40 giorni” del 1945, dall’attuale provincia di Trieste scomparvero 517 persone, che appartenevano alle seguenti categorie: militari, polizia (compresi i membri delle SS), collaborazionisti e spie.
Tra l’altro, il ‘curriculum vitae’ di squadristi, aguzzini e spie, nonché la presenza tra i giustiziati di diversi sloveni, smentiscono la tesi degli ‘infoibati’ uccisi solo in quanto italiani e chiariscono il vero motivo del fenomeno delle foibe, escludendo che si possa parlare, a tale proposito, di genocidio o di pulizia etnica.
Dal canto loro, i popoli della Jugoslavia pagarono un altissimo tributo di sangue, pari a circa un milione di morti, per le criminali azioni degli invasori nazifascisti, mentre 700.000 furono le vittime della lotta di liberazione e della guerra.
Né va dimenticata l’immane violenza che, con la partecipazione attiva dei fascisti italiani, si abbatté sulla popolazione civile, quando, dopo l’otto settembre del 1943, i tedeschi assunsero direttamente il controllo delle zone occupate precedentemente dall’Italia.
D’altra parte, la classe operaia e le masse popolari, guidate dal partito comunista, seppero organizzare un’attiva e forte resistenza contro gli invasori, iniziata già nell’estate del 1941. Fu una vera e propria guerra di popolo, condotta da un esercito di uomini, donne e giovani, che arrivò a superare le 800.000 unità.
Fu proprio nei giorni precedenti gli accordi del 12 giugno 1945 tra il nuovo governo jugoslavo e gli alleati, che istituirono il controllo delle cosiddette Zona A e Zona B, che si acutizzò lo scontro delle forze ostili al governo rivoluzionario nel tentativo di mettere in discussione la nascita della nuova Jugoslavia.
E fu questo il momento in cui i fascisti, i nazisti, i collaborazionisti di ogni sorta e i controrivoluzionari dovettero assumersi la piena responsabilità della loro politica e delle loro azioni.
In questa azione di giustizia, tanto necessaria quanto difficile, è possibile che siano stati emessi verdetti errati a carico di alcune persone, così come è possibile che vi siano stati casi di vendette personali. Tuttavia, ciò non può assolutamente costituire un pretesto per mistificare e stravolgere la effettiva realtà di quegli avvenimenti. Sarebbe come guardare l’albero e non vedere la foresta.
Vi è, dunque, un legame inscindibile, un preciso filo conduttore che lega le foibe, la detenzione dei prigionieri di guerra e il cosiddetto esodo degli italiani dall’Istria alla politica fascista della snazionalizzazione, all’aggressione nazifascista nei confronti della Jugoslavia, all’occupazione militare italiana e alla persecuzione degli antifascisti.
Le foibe, lungi dal costituire il simbolo del genocidio della popolazione italiana, sono state quindi la conseguenza della rivolta popolare contro gli aguzzini fascisti, nazisti, ustascia e collaborazionisti, che si erano macchiati di ogni sorta di crimini. Le foibe furono, in buona sostanza, l’espressione dell’odio accumulato in decenni di oppressione e di sfruttamento: un odio che esplose con la caratteristica violenza delle insurrezioni di popolo.
È doveroso, inoltre, ricordare l’aiuto generoso dato dalle popolazioni slave a migliaia di soldati italiani in rotta dopo l’8 settembre e braccati dai loro ex alleati tedeschi. Soldati italiani che, ancorché fossero invasori, dovettero la loro salvezza e la loro libertà al popolo jugoslavo e a quanti, mettendo a repentaglio la loro stessa vita, li sottrassero alla vendetta nazista.
Concludendo, oltre a quelle storiche da questa aberrante vicenda si ricavano tre ulteriori considerazioni che costituiscono le premesse di un’indispensabile mobilitazione dell’antifascismo militante sul piano politico, ideologico e culturale:
a) le campagne di carattere neorevisionistico, di stampo revanscista e di sapore imperialista, sia che riguardino la falsa equiparazione fra antisionismo e antisemitismo o che mirino ad accreditare l’invenzione di uno sterminio delle popolazioni italiane dell’Istria e della Dalmazia, non hanno natura storiografica, ma soltanto politica: in altri termini, tendono, da un lato, a legittimare la bestiale politica israeliana verso i palestinesi e, dall’altro, a rimettere in discussione il trattato di Osimo del 1975 e, quindi, i confini tra l’Italia, la Slovenia e la Croazia;
b) l’accertamento della verità sulle origini, sulle cause, sulle dimensioni e sul significato dell’esodo degli italiani dell’Istria e della Dalmazia compete agli storici ed è degno dei peggiori regimi autoritari voler imporre come ‘verità di Stato’ quello che è unicamente un giudizio politico-ideologico: ciò significa che la rappresentazione demonizzante dei comunisti jugoslavi che sadicamente uccidono gli innocenti ‘patrioti’ italiani non ha maggior credibilità della propaganda democristiana del 18 aprile 1948 sui comunisti che “mangiano i bambini”;
c) in realtà, la criminalizzazione dei comunisti jugoslavi come responsabili delle foibe mira a cancellare i crimini commessi dall’imperialismo fascista nei Balcani, legittimando con la codificazione di una falsa ‘verità di Stato’ una rinnovata direttrice espansionistica dell’odierno imperialismo italiano nell’area adriatica.
Fonte
Per comprendere la genesi e il significato del fenomeno delle foibe occorre infatti considerare che cosa è accaduto prima, che cosa è accaduto durante e che cosa è accaduto dopo: ciò equivale a comprendere come la propaganda reazionaria abbia costruito il ‘caso foibe’.
Orbene, le foibe sono state il frutto di vent’anni di imperialismo fascista, fatto di bestiali violenze, snazionalizzazioni forzate, repressioni feroci e odiose persecuzioni razziste, culminate, da ultimo, in una guerra di aggressione che colpì con il terrore, con lo sterminio e con la deportazione la stessa popolazione civile.
Se si parte da questa premessa oggettiva, non è difficile capire chi, quando i rapporti di forza mutarono, fu ucciso e perché.
Si trattò, innanzi tutto, di criminali di guerra e di collaborazionisti, che furono chiamati a rendere conto di ciò che avevano fatto. Per quanto concerne, poi, la ‘contabilità degli infoibati’, occorre ridimensionare le cifre iperboliche inventate dai circoli neofascisti, nazionalisti e revisionisti.
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| Canzone patriottico-fascista istriana del 1925, “in voga” allora a Pisino |
Claudia Cernigoi, autrice di una fondamentale ricerca storica, “Operazione foibe tra storia e mito”, Udine, Kappa Vu, 2005, dimostra che, nei fatidici “40 giorni” del 1945, dall’attuale provincia di Trieste scomparvero 517 persone, che appartenevano alle seguenti categorie: militari, polizia (compresi i membri delle SS), collaborazionisti e spie.
Tra l’altro, il ‘curriculum vitae’ di squadristi, aguzzini e spie, nonché la presenza tra i giustiziati di diversi sloveni, smentiscono la tesi degli ‘infoibati’ uccisi solo in quanto italiani e chiariscono il vero motivo del fenomeno delle foibe, escludendo che si possa parlare, a tale proposito, di genocidio o di pulizia etnica.
Dal canto loro, i popoli della Jugoslavia pagarono un altissimo tributo di sangue, pari a circa un milione di morti, per le criminali azioni degli invasori nazifascisti, mentre 700.000 furono le vittime della lotta di liberazione e della guerra.
Né va dimenticata l’immane violenza che, con la partecipazione attiva dei fascisti italiani, si abbatté sulla popolazione civile, quando, dopo l’otto settembre del 1943, i tedeschi assunsero direttamente il controllo delle zone occupate precedentemente dall’Italia.
D’altra parte, la classe operaia e le masse popolari, guidate dal partito comunista, seppero organizzare un’attiva e forte resistenza contro gli invasori, iniziata già nell’estate del 1941. Fu una vera e propria guerra di popolo, condotta da un esercito di uomini, donne e giovani, che arrivò a superare le 800.000 unità.
Fu proprio nei giorni precedenti gli accordi del 12 giugno 1945 tra il nuovo governo jugoslavo e gli alleati, che istituirono il controllo delle cosiddette Zona A e Zona B, che si acutizzò lo scontro delle forze ostili al governo rivoluzionario nel tentativo di mettere in discussione la nascita della nuova Jugoslavia.
E fu questo il momento in cui i fascisti, i nazisti, i collaborazionisti di ogni sorta e i controrivoluzionari dovettero assumersi la piena responsabilità della loro politica e delle loro azioni.
In questa azione di giustizia, tanto necessaria quanto difficile, è possibile che siano stati emessi verdetti errati a carico di alcune persone, così come è possibile che vi siano stati casi di vendette personali. Tuttavia, ciò non può assolutamente costituire un pretesto per mistificare e stravolgere la effettiva realtà di quegli avvenimenti. Sarebbe come guardare l’albero e non vedere la foresta.
Vi è, dunque, un legame inscindibile, un preciso filo conduttore che lega le foibe, la detenzione dei prigionieri di guerra e il cosiddetto esodo degli italiani dall’Istria alla politica fascista della snazionalizzazione, all’aggressione nazifascista nei confronti della Jugoslavia, all’occupazione militare italiana e alla persecuzione degli antifascisti.
Le foibe, lungi dal costituire il simbolo del genocidio della popolazione italiana, sono state quindi la conseguenza della rivolta popolare contro gli aguzzini fascisti, nazisti, ustascia e collaborazionisti, che si erano macchiati di ogni sorta di crimini. Le foibe furono, in buona sostanza, l’espressione dell’odio accumulato in decenni di oppressione e di sfruttamento: un odio che esplose con la caratteristica violenza delle insurrezioni di popolo.
È doveroso, inoltre, ricordare l’aiuto generoso dato dalle popolazioni slave a migliaia di soldati italiani in rotta dopo l’8 settembre e braccati dai loro ex alleati tedeschi. Soldati italiani che, ancorché fossero invasori, dovettero la loro salvezza e la loro libertà al popolo jugoslavo e a quanti, mettendo a repentaglio la loro stessa vita, li sottrassero alla vendetta nazista.
Concludendo, oltre a quelle storiche da questa aberrante vicenda si ricavano tre ulteriori considerazioni che costituiscono le premesse di un’indispensabile mobilitazione dell’antifascismo militante sul piano politico, ideologico e culturale:
a) le campagne di carattere neorevisionistico, di stampo revanscista e di sapore imperialista, sia che riguardino la falsa equiparazione fra antisionismo e antisemitismo o che mirino ad accreditare l’invenzione di uno sterminio delle popolazioni italiane dell’Istria e della Dalmazia, non hanno natura storiografica, ma soltanto politica: in altri termini, tendono, da un lato, a legittimare la bestiale politica israeliana verso i palestinesi e, dall’altro, a rimettere in discussione il trattato di Osimo del 1975 e, quindi, i confini tra l’Italia, la Slovenia e la Croazia;
b) l’accertamento della verità sulle origini, sulle cause, sulle dimensioni e sul significato dell’esodo degli italiani dell’Istria e della Dalmazia compete agli storici ed è degno dei peggiori regimi autoritari voler imporre come ‘verità di Stato’ quello che è unicamente un giudizio politico-ideologico: ciò significa che la rappresentazione demonizzante dei comunisti jugoslavi che sadicamente uccidono gli innocenti ‘patrioti’ italiani non ha maggior credibilità della propaganda democristiana del 18 aprile 1948 sui comunisti che “mangiano i bambini”;
c) in realtà, la criminalizzazione dei comunisti jugoslavi come responsabili delle foibe mira a cancellare i crimini commessi dall’imperialismo fascista nei Balcani, legittimando con la codificazione di una falsa ‘verità di Stato’ una rinnovata direttrice espansionistica dell’odierno imperialismo italiano nell’area adriatica.
Fonte
10/02/2022
Memoria, ricordo e propaganda al confine orientale
Come ci ha insegnato Claudio Pavone la Resistenza è stata una guerra di liberazione, civile e di classe. Al confine orientale d’Italia pure “etnica”. Dichiarata dal fascismo, subito dopo le annessioni di pezzi di Slovenia, Istria e Dalmazia, affonda le sue radici nella marcia dannunziana su Fiume, che fino ad allora molti suoi abitanti chiamavano Rijeka; ma poi non hanno potuto più farlo, come tanti altri lì attorno.
Italianizzazione forzata, questo è stato l’inizio: divieto di parlare sloveno o croato a scuola, al lavoro, nei pubblici uffici, all’osteria, persino a casa propria; proibiti i matrimoni misti, fuorilegge le associazioni politiche, culturali e ricreative non italiane. Fino alle immigrazioni forzate o a cambiare i cognomi delle famiglie e i nomi dei paesi.
Per cancellare e reprimere identità che da quelle parti avevano vissuto abbastanza tranquillamente negli spazi separati con cui gli Asburgo garantivano il potere per sé e la pace tra i sudditi: italiani sulla costa e nelle città, slavi nell’entroterra e in campagna, austriaci e ungheresi in caserme e palazzi di governo.
I nazionalismi esplosi con la guerra mondiale – e le conseguenti politiche degli stati – spazzano via ogni equilibrio, diventano la misura dei rapporti di forza, chi vince si prende tutto e avvia l’omologazione razziale: sopra gli italiani, sotto sloveni e croati. Ovunque. In scuole, fabbriche, uffici, municipi: comandanti e comandati si dividono per nazionalità.
Così per vent’anni, facendo crescere oppressione e rabbia, razzismo e rancore. Poi un’altra guerra, in cui il fascismo italiano tira le fila del tutto: lo sterminio culturale diventa fisico, gli “allogeni” sono il nemico da internare o sterminare, i loro villaggi da incendiare, tutti – come, altrove, i contadini di Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema – “oggettivamente” complici dei partigiani e dell’esercito di Tito. Da uccidere e infoibare.
I primi a usare le foibe dell’entroterra istriano sono proprio i fascisti italiani. Preparando così le vendette che accompagnano la sconfitta militare nazi-fascista, l’espansione yugoslava verso Trieste e l’esodo dei civili; per paura o per complicità, forse solo per seguire un destino segnato anni prima, con il privilegio che si rovescia in colpa.
La stessa che lo Stato italiano nasconde per decenni, insieme alla rimozione di quelle vite profughe; per opportunismo politico, per convenienza. Senza elaborare nulla – come è stato per tanta parte della storia del fascismo italiano e delle sue miserie – per non dover fare i conti col passato o disturbare gli equilibri delle cancellerie.
Fino a quando, cambiata l’aria nel mondo, dissolto il “nemico” e riconquistato il Confine, si è potuto trasformare la tragedia in propaganda, usare l’assenza di memoria per revisionare la storia e “ricordare” solo ciò che conviene.
Eppure la verità storica su foibe ed esodo giuliano-dalmata è fissata – e non da ieri – nelle ricerche di Teodoro Sala, Enzo Collotti, Galliano Fogar, Giacomo Scotti o in quelle più recenti di Eric Gobetti.
La verità morale è scritta sulle pietre dei cimiteri del Carso, la si può leggere nei cognomi italiani, sloveni, croati e serbi delle lapidi partigiane; o ascoltare nelle ultime parole di Stiepan Filipovic, prima di essere impiccato dai nazisti nel maggio del 1942: “Smrt fsizmu, sloboda narodu”, morte al fascismo, libertà ai popoli.
Fonte
Italianizzazione forzata, questo è stato l’inizio: divieto di parlare sloveno o croato a scuola, al lavoro, nei pubblici uffici, all’osteria, persino a casa propria; proibiti i matrimoni misti, fuorilegge le associazioni politiche, culturali e ricreative non italiane. Fino alle immigrazioni forzate o a cambiare i cognomi delle famiglie e i nomi dei paesi.
Per cancellare e reprimere identità che da quelle parti avevano vissuto abbastanza tranquillamente negli spazi separati con cui gli Asburgo garantivano il potere per sé e la pace tra i sudditi: italiani sulla costa e nelle città, slavi nell’entroterra e in campagna, austriaci e ungheresi in caserme e palazzi di governo.
I nazionalismi esplosi con la guerra mondiale – e le conseguenti politiche degli stati – spazzano via ogni equilibrio, diventano la misura dei rapporti di forza, chi vince si prende tutto e avvia l’omologazione razziale: sopra gli italiani, sotto sloveni e croati. Ovunque. In scuole, fabbriche, uffici, municipi: comandanti e comandati si dividono per nazionalità.
Così per vent’anni, facendo crescere oppressione e rabbia, razzismo e rancore. Poi un’altra guerra, in cui il fascismo italiano tira le fila del tutto: lo sterminio culturale diventa fisico, gli “allogeni” sono il nemico da internare o sterminare, i loro villaggi da incendiare, tutti – come, altrove, i contadini di Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema – “oggettivamente” complici dei partigiani e dell’esercito di Tito. Da uccidere e infoibare.
I primi a usare le foibe dell’entroterra istriano sono proprio i fascisti italiani. Preparando così le vendette che accompagnano la sconfitta militare nazi-fascista, l’espansione yugoslava verso Trieste e l’esodo dei civili; per paura o per complicità, forse solo per seguire un destino segnato anni prima, con il privilegio che si rovescia in colpa.
La stessa che lo Stato italiano nasconde per decenni, insieme alla rimozione di quelle vite profughe; per opportunismo politico, per convenienza. Senza elaborare nulla – come è stato per tanta parte della storia del fascismo italiano e delle sue miserie – per non dover fare i conti col passato o disturbare gli equilibri delle cancellerie.
Fino a quando, cambiata l’aria nel mondo, dissolto il “nemico” e riconquistato il Confine, si è potuto trasformare la tragedia in propaganda, usare l’assenza di memoria per revisionare la storia e “ricordare” solo ciò che conviene.
Eppure la verità storica su foibe ed esodo giuliano-dalmata è fissata – e non da ieri – nelle ricerche di Teodoro Sala, Enzo Collotti, Galliano Fogar, Giacomo Scotti o in quelle più recenti di Eric Gobetti.
La verità morale è scritta sulle pietre dei cimiteri del Carso, la si può leggere nei cognomi italiani, sloveni, croati e serbi delle lapidi partigiane; o ascoltare nelle ultime parole di Stiepan Filipovic, prima di essere impiccato dai nazisti nel maggio del 1942: “Smrt fsizmu, sloboda narodu”, morte al fascismo, libertà ai popoli.
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