In una città dove sempre più spesso si annunciano “Remigration day” come quello del 17 ottobre e dove si moltiplicano i tentativi di entrare nelle scuole per intercettare il malcontento studentesco, la notte tra lunedì 29 e martedì 30 settembre uno studente è stato, com’è noto, vigliaccamente aggredito – 12 contro 1 e una frattura cranica operata d’urgenza – dai neofascisti di Blocco studentesco davanti al liceo di via Einstein a Milano.
Ironia della sorte, la domenica successiva, a una manciata di metri di distanza dal luogo dell’aggressione, Fratelli d’Italia e la sua giovanile commemoravano – alla presenza del Presidente del Senato La Russa – Norma Cossetto nei giardini a lei dedicati: “Norma Cossetto, martire delle foibe e vittima dei comunisti”, ovvero giovane attivista fascista e figlia del podestà fascista di Visinada, Istria.
Arriviamo a martedì e il corteo antifascista, partito da via Einstein in risposta all’aggressione, lascia dietro di sé la targa dei giardini “Cossetto” imbrattata. Seguono, il mercoledì, piagnistei e spugnette dei meloniani.
Ironia della sorte, appunto. Ma la casualità e la geografia cittadina hanno intrecciato accidentalmente due questioni distinte che a ben guardare, però, sono tutt’altro che separate. Questioni da prendere molto seriamente, se è vero che la ricerca di agibilità politica da parte di questi gruppuscoli neofascisti – di per sé numericamente e politicamente irrilevanti – non sono che uno dei tanti sintomi di un fenomeno ben evidente, e di scala continentale, di ripresa delle peggiori destre fasciste, sioniste e reazionarie.
Perché in questi trent’anni tutti “li hanno visti arrivare”, ma qualcuno – mentre gridava “al lupo” in cambio del voto utile – ha steso loro un tappeto nero, fatto non solo di austerità, macelleria sociale, guerra e riarmo; non solo di scientifica disgregazione di quello che era il patrimonio antifascista, militante e di classe, radicato nei quartieri e nei posti di lavoro; ma anche di accettazione e legittimazione – quando non di collaborazione attiva – del peggior revisionismo storico.
C’è stato, in sostanza, anche un lavorio intellettuale e culturale da parte delle istituzioni e dell’intera classe politica italiana – con non pochi “insospettabili” fiancheggiatori dal basso e a lato, diretti e non, consapevoli e meno – che, tramite quello che potremmo sintetizzare come il mito della “memoria condivisa”, ha oggettivamente aperto uno spazio, ideologico prima ancora che politico, alle forze più reazionarie. E queste a quello spazio ci hanno lavorato e, naturalmente, non si accontentano dei risultati fin qui raggiunti, ma continuano a rilanciare, perché dall’altra parte la porta è sempre più spalancata.
Certe domande bisogna allora cominciare a farle all’antifascismo da salotto e da campagna elettorale, che già vediamo all’opera in vista delle scadenze elettorale dell’anno prossimo; e forse ancora di più vanno rivolte a chi ancora gli va dietro: ad esempio, perché è stata scelta e accettata la figura della fascista Norma Cossetto – emblema del revisionismo e della più becera falsificazione storica – per intitolarle nel 2020 un luogo in città? Perché il sindaco Sala – che, anche se a molti ora sembra sfuggire, non ha governato due mandati da solo – ha benedetto, sempre nel 2020, l’inaugurazione di un monumento ai “martiri delle foibe” in piazza della Repubblica? Sono scelte e responsabilità politiche che lasciano un segno.
Come quella di partecipare istituzionalmente alle commemorazioni per Sergio Ramelli, sdoganata già con Pisapia e trasformata poi da Sala in un appuntamento fisso per sindaco e istituzioni. Di morti per la Resistenza e poi nelle lotte politiche e sociali del dopoguerra, da commemorare o cui dedicare vie e giardini, ne potremmo elencare a decine; e tanti luoghi a loro intitolati e celebrazioni già c’erano e ci sono per fortuna, ma lì il sindaco e il PD spesso e volentieri marcano visita.
Ma se per la “sinistra” – e addentellati vari – di questa città la memoria è una memoria condivisa, non bisogna sorprendersi se poi qualcuno si sente legittimato a inventarsi qualsiasi tipo di commemorazione, fino ad arrivare all’equiparazione tra partigiani e nazisti; in questo senso le risoluzioni votate a larga maggioranza dal Parlamento europeo che equiparano comunismo e nazismo hanno certamente aperto la strada.
È accaduto così che lo scorso agosto anche i morti civili per l’attentato dell’8 agosto 1944 in viale Abruzzi 77 a Milano – operazione mai rivendicata dai Gap di Pesce e che oggi definiremmo “false flag” da parte dell’occupante nazista per quella che sarebbe stata poi la rappresaglia e l’eccidio di piazzale Loreto del 10 agosto successivo – sono stati ricordati come “vittime dei comunisti” da un improbabile presidio promosso da Assoarma, ma subito raccolto da La Russa per invocarne una commemorazione istituzionale.
Per non parlare di qual è la memoria tramandata sul conflitto politico e sociale degli anni Settanta, a cominciare da come viene ricordata ogni 12 dicembre da istituzioni e partiti la strage di Stato di piazza Fontana. L’elenco sarebbe lungo, ma ci ripromettiamo in ogni caso di ritornarci.
I risvolti politici di tutto questo e lo sdoganamento di qualsiasi revisionismo o soggetto politico, lì vediamo qui e ora in tutta la loro portata. Da quelli apparentemente più grotteschi – come il figlio di La Russa e la Sardone che possono fare a gara come “influencer dei navigli” per chiedere la cancellazione del grande murales antifascista e per la Palestina della Darsena – a quelli decisamente più seri, come le piazze sioniste, nazi-ucraine o pro-scià.
Piazze a cui uno come De Corato non manca mai – impegnato a saldarne la convergenza e stabilizzarne l’asse con le destre di governo – ma dove sono ben presenti anche il solito assortimento di liberali guerrafondai capeggiati, si fa per dire, da Calenda o “Sinistra per Israele”: variamente prodotti, interlocutori, se non direttamente ex o tutt’ora rappresentanti del Partito Democratico, con buona pace dei suoi “compagni” di viaggio.
Parliamo della stessa internazionale nera che se non ha sfilato serenamente nel corteo istituzionale dell’ultimo 25 aprile è stato solamente perché l’esasperazione di larga parte del corteo ha avuto la meglio sulla direzione degli organizzatori.
Ma come si è arrivati a questo punto? Basti ricordare che sono proprio gli organizzatori di quella piazza ad aver sdoganato le bandiere della Nato, dell’Unione Europea e dell’Ucraina, oltre che di Israele, che ormai da almeno tre anni hanno piena cittadinanza nel 25 aprile istituzionale milanese; e sempre pronti, nonostante tutto, a ritendere la mano a questi soggetti, vedi il comunicato congiunto di luglio Anpi-Ucei.
Quindi la memoria è un campo di battaglia che non può e non dev’essere separato dalla politica. È compito importante quindi unire tutti i punti e trovare le forme di intervento anche sui territori, dove il recupero e la riaffermazione della memoria storica, in particolare del movimento comunista e di classe e del contributo popolare e di massa alla lotta al nazi-fascismo riacquistino significato dentro le battaglie odierne. Una via né facile né scontata, ma necessaria per ricostruire un tessuto politico e sociale che è l’unico vero “argine alle destre”.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/10/2026
Fascisti a Milano. Li avevano visti arrivare, ma niente di più
15/02/2026
Foibe - Hanno paura di un libro
Un libro che dimostra in maniera incontrovertibile che ci fanno vivere da 22 anni in una bolla di menzogna di Stato.
Altrimenti un vicepresidente del consiglio dei ministri e un presidente di giunta regionale non si prenderebbero la briga di diffamare in discorsi ufficiali e in interviste televisive, uno storico, Sandi Volk, e il suo libro: “Solo perché italiani? Un ricordo truccato. I primi venti anni di riconoscimenti agli infoibati”.
Stanno perdendo le staffe perché si sono impelagati da soli con l’art. 3 della legge del giorno del ricordo, che prevede di dare un’onorificenza in forma di targa ai parenti degli “infoibati”.
Dopo vent’anni di “premiazioni” in tutte le prefetture d’Italia e al Quirinale, i nomi dei “premiati” sono 823. Non milioni, non centinaia di migliaia, non decine di migliaia. Neppure migliaia. Solo 823. Questo lo dicono i numeri forniti dal governo, che poi dà i nomi e i dati anagrafici, e basta. Non spiega perché e percome queste 823 persone siano state degne di un’onorificenza. Forse è imbarazzante spiegarlo?
Ma Sandi Volk con una enorme ricerca documentale ha ricostruito le biografie di questi 823, rivelando del tutto la falsificazione prodotta dalla legge e addirittura contro la legge: infatti la gran parte di questi 823 non avrebbero potuto essere premiati neppure in base alle larghe maglie previste della legge, perché non “infoibati”, ma morti in combattimento, o in luoghi diversi dal confine orientale, o macchiatisi di efferati delitti riconosciuti da processi, situazioni espressamente escluse dalla legge. Nella parte restante si trovano persone che non c’entrano niente in tutta questa vicenda, partigiani uccisi dai tedeschi, altri morti in campi di concentramento nazisti o sotto bombardamenti alleati; di un certo numero non si trova nulla, in nessuna fonte.
Ma a parte queste incongruenze ed errori o mistificazioni, in cosa consiste il trucco di cui si parla nel libro?
Dall’analisi delle figure dei “premiati” emerge che il 70 per cento furono in vita militi fascisti nel territorio dell’Adriatisches Küstenland, al tempo praticamente annesso al III Reich, e quindi furono collaborazionisti dei nazisti che giurarono fedeltà ad Hitler: ciò tra l’altro viola un’altra delle disposizioni di legge che dice che non possono essere premiati coloro che operarono in formazioni “non al servizio dell’Italia”.
Ma evidentemente era una disposizione inserita come specchietto per le allodole, sapendo che sarebbe stata ampiamente violata.
Perché i collaborazionisti di Hitler chi può avere il coraggio di definirli “al servizio dell’Italia”? E poi di quale Italia si parla? Del Regno del Sud? Della RSI? Il Friuli e la Venezia Giulia erano stati praticamente annessi al Reich. I repubblichini, la X Mas, il Reggimento Alpini Tagliamento che operarono sul confine orientale lo fecero agli ordini di Hitler. Imbarazzante spiegarlo, per questo governo e quelli che lo hanno preceduto dal 2004, di centro-destra e di centro-sinistra.
Quindi con questa legge si è non solo raggiunta la parificazione tanto agognata dai fascisti tra repubblichini e partigiani, ma si è andati molto oltre, con i partigiani diffamati e i collaborazionisti dei nazisti ascesi a vittime, premiati dalla Repubblica italiana nata dalla Resistenza. Un naufragio dell’antifascismo italiano.
Ma non è troppo tardi per reagire. Basta capire il ruolo che questa legge ha avuto e smettere di sostenerla, e denunciarne con forza l’imbroglio. Il libro di Sandi Volk, e tutti i libri del gruppo di Resistenza Storica, prodotti da più di trent’anni, offrono le informazioni storico-documentali necessarie per affrontare la menzogna di Stato.
Documentazione che nessun propugnatore della narrazione “foibologica” ha mai né consultato né tenuto in considerazione in ricerche che dovrebbero essere alla base di qualunque legge di un paese democratico.
A questo link il servizio del TGR di ieri sera con gli interventi di Salvini e Fedriga
L’immagine qui sopra è l’articolo uscito oggi sul Giornale in cui vengo personalmente nominata all’interno della “pattuglia negazionista”.
di Alessandra Kersevan, storica. Autrice di “Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943”; “Un campo di concentramento fascista: Gonars (1942-1943)”.
Fonte
Altrimenti un vicepresidente del consiglio dei ministri e un presidente di giunta regionale non si prenderebbero la briga di diffamare in discorsi ufficiali e in interviste televisive, uno storico, Sandi Volk, e il suo libro: “Solo perché italiani? Un ricordo truccato. I primi venti anni di riconoscimenti agli infoibati”.
Stanno perdendo le staffe perché si sono impelagati da soli con l’art. 3 della legge del giorno del ricordo, che prevede di dare un’onorificenza in forma di targa ai parenti degli “infoibati”.
Dopo vent’anni di “premiazioni” in tutte le prefetture d’Italia e al Quirinale, i nomi dei “premiati” sono 823. Non milioni, non centinaia di migliaia, non decine di migliaia. Neppure migliaia. Solo 823. Questo lo dicono i numeri forniti dal governo, che poi dà i nomi e i dati anagrafici, e basta. Non spiega perché e percome queste 823 persone siano state degne di un’onorificenza. Forse è imbarazzante spiegarlo?
Ma Sandi Volk con una enorme ricerca documentale ha ricostruito le biografie di questi 823, rivelando del tutto la falsificazione prodotta dalla legge e addirittura contro la legge: infatti la gran parte di questi 823 non avrebbero potuto essere premiati neppure in base alle larghe maglie previste della legge, perché non “infoibati”, ma morti in combattimento, o in luoghi diversi dal confine orientale, o macchiatisi di efferati delitti riconosciuti da processi, situazioni espressamente escluse dalla legge. Nella parte restante si trovano persone che non c’entrano niente in tutta questa vicenda, partigiani uccisi dai tedeschi, altri morti in campi di concentramento nazisti o sotto bombardamenti alleati; di un certo numero non si trova nulla, in nessuna fonte.
Ma a parte queste incongruenze ed errori o mistificazioni, in cosa consiste il trucco di cui si parla nel libro?
Dall’analisi delle figure dei “premiati” emerge che il 70 per cento furono in vita militi fascisti nel territorio dell’Adriatisches Küstenland, al tempo praticamente annesso al III Reich, e quindi furono collaborazionisti dei nazisti che giurarono fedeltà ad Hitler: ciò tra l’altro viola un’altra delle disposizioni di legge che dice che non possono essere premiati coloro che operarono in formazioni “non al servizio dell’Italia”.
Ma evidentemente era una disposizione inserita come specchietto per le allodole, sapendo che sarebbe stata ampiamente violata.
Perché i collaborazionisti di Hitler chi può avere il coraggio di definirli “al servizio dell’Italia”? E poi di quale Italia si parla? Del Regno del Sud? Della RSI? Il Friuli e la Venezia Giulia erano stati praticamente annessi al Reich. I repubblichini, la X Mas, il Reggimento Alpini Tagliamento che operarono sul confine orientale lo fecero agli ordini di Hitler. Imbarazzante spiegarlo, per questo governo e quelli che lo hanno preceduto dal 2004, di centro-destra e di centro-sinistra.
Quindi con questa legge si è non solo raggiunta la parificazione tanto agognata dai fascisti tra repubblichini e partigiani, ma si è andati molto oltre, con i partigiani diffamati e i collaborazionisti dei nazisti ascesi a vittime, premiati dalla Repubblica italiana nata dalla Resistenza. Un naufragio dell’antifascismo italiano.
Ma non è troppo tardi per reagire. Basta capire il ruolo che questa legge ha avuto e smettere di sostenerla, e denunciarne con forza l’imbroglio. Il libro di Sandi Volk, e tutti i libri del gruppo di Resistenza Storica, prodotti da più di trent’anni, offrono le informazioni storico-documentali necessarie per affrontare la menzogna di Stato.
Documentazione che nessun propugnatore della narrazione “foibologica” ha mai né consultato né tenuto in considerazione in ricerche che dovrebbero essere alla base di qualunque legge di un paese democratico.
A questo link il servizio del TGR di ieri sera con gli interventi di Salvini e Fedriga
L’immagine qui sopra è l’articolo uscito oggi sul Giornale in cui vengo personalmente nominata all’interno della “pattuglia negazionista”.
di Alessandra Kersevan, storica. Autrice di “Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943”; “Un campo di concentramento fascista: Gonars (1942-1943)”.
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01/01/2026
Mattarella cancella la Resistenza
Abbiamo ascoltato e poi riletto il discorso di fine anno del due volte presidente della Repubblica, per essere sicuri di non aver capito male.
Alla fine ci siamo dovuti arrendere: la Resistenza – come parola, patrimonio storico, esperienza collettiva di liberazione, impegno e sacrificio popolare, riscatto di dignità di un Paese distrutto dal fascismo e dalla guerra in cui si era infilato – proprio non c’è.
Non compare né come termine, né come fondamento storico della Repubblica, né – appare evidente tra le righe e le assenze – come diritto degli oppressi e dei popoli.
La Repubblica viene invece “fatta nascere” dal referendum del 2 giugno 1946. Una votazione decisiva, certamente, ma che non avrebbe potuto neanche essere immaginata senza gli anni di opposizione repressa, sofferenza, rivolta, guerra civile e insieme contro l’invasore nazista ex-alleato, lotta all’oppressione e rinato protagonismo sociale.
Come se le forme dei regimi politici o il contenuto delle Carte Costituzionali, nella Storia, fossero decisi mettendo una croce su una scheda invece che nei rapporti di forza politici e sociali che scaturiscono alla fine di un conflitto. Come se la sacrosanta certificazione anche elettorale di quel rapporto di forza sostituisse l’intero processo storico che ha portato – finalmente – a poter liberamente decidere con il voto forme, poteri e contenuti della nuova istituzione statuale che lo incarna.
Siamo all’opposto di quel 1946. Siamo nel pieno di un processo di smantellamento della democrazia liberale e parlamentare, di delegittimazione del dissenso e dei diritti – sociali o politici che siano. E Mattarella ci mette del suo, estirpando dalla storia repubblicana il suo fondamento popolare e conflittuale, invece di denunciare questo processo.
Il resto è retorica d’occasione.
In primo luogo sulla pace, ridotta a “modo di pensare” – ideologia, insomma – anziché risoluzione dei contrasti materiali sul lungo periodo. Su Gaza in special modo, di cui si piange la “devastazione” tacendo sulle responsabilità genocide di Israele.
Poi sulle donne, celebrate in quanto finalmente “elettrici” ammesse al voto attivo e passivo – una conquista, certamente, ma omettendo di ricordare com’era diventata possibile.
Sulla Repubblica, burocraticamente disegnata come rito elettorale, trattati, nuove alleanze internazionali (Unione Europea e Nato), registrazione amministrativa di conquiste sociali pagate a prezzo altissimo e sottaciuto (la sanità pubblica, di cui sperimentiamo ormai ogni giorno la demolizione scientificamente programmata).
Fino all’offesa finale sui “giovani”, che finge di voler incitare al protagonismo sociale – “Qualcuno ... vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna” – proprio mentre la cappa della repressione cala ogni giorno contro quanti, in questa ultima generazione, si muovono per fermare guerra, genocidio, sfruttamento, costrizione ad emigrare per cercare un futuro.
Una cappa plumbea che non risparmia ormai neanche i minorenni, che cominciano ad essere “preventivamente incarcerati” per presunti “reati” che neanche venivano registrati come tali fino a qualche anno fa.
“Sentitevi responsabili”, insomma, ma statevene in casa, non rompete le scatole a noi del potere. L’esatto contrario di quel che fece “la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna” salendo in montagna e combattendo il nazifascismo.
Ma già, la Resistenza non c’è mai stata, nel discorso di Mattarella...
Per fortuna rinasce sempre, di generazione in generazione, perché “Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere”. E chi è davvero “responsabile”, prima o poi, se ne rende conto.
Fonte
Alla fine ci siamo dovuti arrendere: la Resistenza – come parola, patrimonio storico, esperienza collettiva di liberazione, impegno e sacrificio popolare, riscatto di dignità di un Paese distrutto dal fascismo e dalla guerra in cui si era infilato – proprio non c’è.
Non compare né come termine, né come fondamento storico della Repubblica, né – appare evidente tra le righe e le assenze – come diritto degli oppressi e dei popoli.
La Repubblica viene invece “fatta nascere” dal referendum del 2 giugno 1946. Una votazione decisiva, certamente, ma che non avrebbe potuto neanche essere immaginata senza gli anni di opposizione repressa, sofferenza, rivolta, guerra civile e insieme contro l’invasore nazista ex-alleato, lotta all’oppressione e rinato protagonismo sociale.
Come se le forme dei regimi politici o il contenuto delle Carte Costituzionali, nella Storia, fossero decisi mettendo una croce su una scheda invece che nei rapporti di forza politici e sociali che scaturiscono alla fine di un conflitto. Come se la sacrosanta certificazione anche elettorale di quel rapporto di forza sostituisse l’intero processo storico che ha portato – finalmente – a poter liberamente decidere con il voto forme, poteri e contenuti della nuova istituzione statuale che lo incarna.
Siamo all’opposto di quel 1946. Siamo nel pieno di un processo di smantellamento della democrazia liberale e parlamentare, di delegittimazione del dissenso e dei diritti – sociali o politici che siano. E Mattarella ci mette del suo, estirpando dalla storia repubblicana il suo fondamento popolare e conflittuale, invece di denunciare questo processo.
Il resto è retorica d’occasione.
In primo luogo sulla pace, ridotta a “modo di pensare” – ideologia, insomma – anziché risoluzione dei contrasti materiali sul lungo periodo. Su Gaza in special modo, di cui si piange la “devastazione” tacendo sulle responsabilità genocide di Israele.
Poi sulle donne, celebrate in quanto finalmente “elettrici” ammesse al voto attivo e passivo – una conquista, certamente, ma omettendo di ricordare com’era diventata possibile.
Sulla Repubblica, burocraticamente disegnata come rito elettorale, trattati, nuove alleanze internazionali (Unione Europea e Nato), registrazione amministrativa di conquiste sociali pagate a prezzo altissimo e sottaciuto (la sanità pubblica, di cui sperimentiamo ormai ogni giorno la demolizione scientificamente programmata).
Fino all’offesa finale sui “giovani”, che finge di voler incitare al protagonismo sociale – “Qualcuno ... vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna” – proprio mentre la cappa della repressione cala ogni giorno contro quanti, in questa ultima generazione, si muovono per fermare guerra, genocidio, sfruttamento, costrizione ad emigrare per cercare un futuro.
Una cappa plumbea che non risparmia ormai neanche i minorenni, che cominciano ad essere “preventivamente incarcerati” per presunti “reati” che neanche venivano registrati come tali fino a qualche anno fa.
“Sentitevi responsabili”, insomma, ma statevene in casa, non rompete le scatole a noi del potere. L’esatto contrario di quel che fece “la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna” salendo in montagna e combattendo il nazifascismo.
Ma già, la Resistenza non c’è mai stata, nel discorso di Mattarella...
Per fortuna rinasce sempre, di generazione in generazione, perché “Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere”. E chi è davvero “responsabile”, prima o poi, se ne rende conto.
Fonte
23/11/2025
Il mito dell’Holodomor: quando la propaganda si traveste da storia
Ieri era il “giorno del ricordo” e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskij ha commemorato le vittime della carestia dell’era sovietica che uccise milioni di cittadini (di cui una parte ucraini) nell’inverno del 1932-33.
L’Holodomor, che si traduce approssimativamente come “sterminio per fame”, ha assunto un ruolo sempre più centrale nella memoria collettiva ucraina da quando la cosiddetta “rivoluzione di Maidan”, nel 2014, ha portato al governo partiti dichiaratamente neonazisti (Pravij Sektor, ecc.) e ha reso “religione di Stato” una serie di invenzioni propagandistiche per nulla innocenti. Nè con “illustri” progenitori.
L’Holodomor, che si traduce approssimativamente come “sterminio per fame”, ha assunto un ruolo sempre più centrale nella memoria collettiva ucraina da quando la cosiddetta “rivoluzione di Maidan”, nel 2014, ha portato al governo partiti dichiaratamente neonazisti (Pravij Sektor, ecc.) e ha reso “religione di Stato” una serie di invenzioni propagandistiche per nulla innocenti. Nè con “illustri” progenitori.
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C’è una costante meravigliosa nella storia: ogni epoca è convinta di essere immune dalle bufale del passato, salvo poi cascarci di nuovo con la stessa grazia con cui un cavaliere del Trecento finiva nel fossato mentre sventolava la lancia. L’Holodomor, nella sua versione più romanzata – quella del “genocidio pianificato” come deliberato sterminio etnico – appartiene a questo genere fortunatissimo di narrazioni: quelle che non hanno bisogno di prove, ma solo di un buon regista.
Douglas Tottle, che non era un pericoloso bolscevico ma un sindacalista canadese con un debole per le fonti archivistiche, nel 1987 pubblicò Fraud, Famine and Fascism. Titolo poco sobrio, d’accordo, ma l’argomentazione è lineare: la storia della carestia del 1932-33 trasformata in “genocidio ucraino” nasce negli anni ’30 dentro un laboratorio che di storico aveva ben poco e di propagandistico moltissimo. E c’è un nome che ritorna, come certi parenti che bussano alla porta solo quando c’è da litigare sull’eredità: il signor William Randolph Hearst.
Un giornalista inesistente e fotografie prese in prestito
Il personaggio chiave della fiaba nera dell’Holodomor sarebbe Thomas Walker, un “giornalista esperto di questioni russe”, che nel 1935 racconta sulle testate di Hearst una Ucraina trasformata in cimitero a cielo aperto. Peccato che Walker non fosse mai stato in Ucraina. E, dettaglio ancora più scomodo, che Walker non fosse… Walker: non esisteva. Un alias, un prestanome, un invisibile utile allo scopo.
Quanto alle fotografie dei suoi reportage, funzionano così: alcune arrivavano dalla Prima Guerra Mondiale, scattate tra i villaggi francesi e belgi distrutti dai combattimenti; altre risalivano alla carestia del Volga del 1921-22. Ma la magia della propaganda è semplice: basta un didascalia convincente, e una vittima della guerra del 1918 diventa una vittima del comunismo del 1933. Cambia tutto, senza cambiare nulla.
Tottle osserva maliziosamente che quelle stesse foto, “smontate come bufale da cinquant’anni”, continuano a ricomparire nei materiali divulgativi di certi nazionalisti e nei siti web di istituzioni rispettabilissime. Come dire: ogni secolo ha la sua fake news ricorrente, proprio come ogni principato medievale aveva la sua eterna disputa sui confini.
Da Berlino con furore: Goebbels e l’operazione Ucraina
Hearst non era solo. Quando nel 1933 la Germania nazista decide che l’Ucraina è perfetta come Lebensraum, serve costruire un nemico credibile: il governo sovietico. È qui che Joseph Goebbels, con la sua consueta delicatezza, inaugura una campagna sistematica sulle “atrocità” sovietiche in Ucraina. In quell’epoca, se Berlino e un magnate americano arrivano sulla stessa narrazione, non è perché hanno scoperto improvvisamente la verità: è perché hanno scoperto di avere lo stesso interesse.
Nel 1934, Hearst incontra Hitler. E dopo quel viaggio tedesco, osserva Tottle con l’aria di chi indica l’ovvio, i giornali di Hearst partono all’assalto dell’URSS con un entusiasmo degno di una campagna abbonamenti.
La cosa più ironica è che mentre Hearst dipinge i sovietici come vampiri affamatori di popoli, la stessa stampa elogia la rinascita economica della Germania hitleriana. Dimenticando, dettaglio minore, che quel miracolo tedesco era finanziato – per restare in tema di magie economiche – dai prestiti americani e inglesi.
Le carestie ci sono state, ma questo non è un processo teatrale
È evidente – e nessuno storico serio lo nega – che la carestia ci fu, e colpì duramente Ucraina, Volga, Kazakhstan e Caucaso. Ma il problema della narrazione “genocidaria” è un altro: l’idea che Stalin e il governo sovietico abbiano progettato deliberatamente di affamare gli ucraini come popolo nazionale.
E qui la storia, quella vera, si prende il suo spazio: la carestia fu il risultato micidiale di una serie di disastri amministrativi, errori colossali nelle politiche agricole e un’industrializzazione forzata condotta col pragmatismo di un chirurgo bendato. Un crimine? Sì. Un massacro? Per molti versi sì. Un genocidio etnico mirato? La documentazione disponibile non lo sostiene.
Ma il punto centrale non è se Stalin fu innocente, bensì capire che la costruzione del “genocidio ucraino per fame” nasce in un contesto preciso: la propaganda di guerra, non la storiografia.
Morale: la storia è una signora difficile e non ama le semplificazioni
Dietro la grande retorica dell’Holodomor come genocidio nazionale non c’è un’analisi dei documenti, ma un’operazione politico-mediatica iniziata con un giornalista fasullo, perfezionata da Goebbels e adottata con entusiasmo da certi settori della Guerra Fredda.
E il punto non è assolvere nessuno, ma, all’opposto, ricordare che la storia – quella vera – funziona come un tribunale medievale: prima si cercano le prove, poi si pronuncia sentenza. Non il contrario.
Bibliografia
Tottle, Douglas. Fraud, Famine and Fascism: The Ukrainian Genocide Myth from Hitler to Harvard. Toronto: Progress Books, 1987.
Conquest, Robert. The Harvest of Sorrow: Soviet Collectivization and the Terror-Famine. Oxford University Press, 1986. (N.B.: opera fondamentale ma fortemente contestata sul piano metodologico e storiografico.)
Davies, R.W. – Wheatcroft, S.G. The Years of Hunger: Soviet Agriculture, 1931–1933. London: Palgrave Macmillan, 2004.
Tauger, Mark B. “Natural Disaster and Human Actions in the Soviet Famine of 1931–1933.” The Carl Beck Papers, n.1506 (2001).
Tauger, Mark B. The 1932 Harvest: The Soviet Famine of 1931–1933 in Historical and Comparative Perspective. Pittsburgh: University of Pittsburgh, 1991.
Kondrashin, Viktor. The Tragedy of the Soviet Village, 1927–1939. Moscow: ROSSPEN, 2008. (Basato su fondi archivistici russi resi disponibili negli anni ’90.)
Viola, Lynne. The Unknown Gulag: The Lost World of Stalin’s Special Settlements. Oxford University Press, 2007. (Rilevante per comprendere le politiche agrarie staliniane e la repressione delle popolazioni rurali.)
Osokina, Elena. Our Daily Bread: Socialist Distribution and the Art of Survival in Stalin’s Russia, 1927–1941. Ithaca: Cornell University Press, 2001.
Getty, J. Arch; Naumov, Oleg V. The Road to Terror: Stalin and the Self-Destruction of the Bolsheviks, 1932–1939. Yale University Press, 1999. (Contesto politico della decisione sovietica negli anni delle carestie.)
Snyder, Timothy. Bloodlands: Europe Between Hitler and Stalin. Basic Books, 2010. (Testo molto influente, ma con posizioni critiche sulla natura della carestia: utile per confronto.)
Kuromiya, Hiroaki. Freedom and Terror in the Donbas. Cambridge University Press, 1998. (Utile per comprendere l’impatto della collettivizzazione nelle regioni minerarie e agricole ucraine.)
Wheatcroft, Stephen. “Towards Explaining the Soviet Famine of 1931-3: Political and Natural Factors in Perspective.” Food and Foodways, vol.4, n.2 (1991): 125–156.
Mace, James E.; Subtelny, Orest. Commission on the Ukrainian Famine, Investigation of the Ukrainian Famine 1932–1933. U.S. Congress, 1988. (Importante per ricostruire la nascita del filone “genocidario” negli anni della Guerra Fredda.)
Fonte
17/11/2025
Piersanti Mattarella, Ustica, stazione di Bologna... “Ha stato Gheddafi!”
Sono letteralmente scioccato. Ho appena finito di ascoltare su Radio Popolare di Milano una buona ora di sconcertante monologo di Miguel Gotor in cui lo “storico”, nonché esponente del Partito Democratico, ha illustrato le funamboliche teorie complottiste contenute nel suo ultimo libro intitolato “L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980)”.
Peraltro, il giornalista in studio non lo ha mai interrotto con delle domande in grado di chiarire i tanti salti logici del discorso di Gotor, che ha esposto il suo teorema senza mai essere disturbato.
In breve, Gotor, partendo dall’assassinio del presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella (che indica come “l’erede politico di Aldo Moro”), traccia una linea tra le “stratificazioni del potere italiano” soffermandosi sugli «ibridi connubi» tra neofascismo, massoneria occulta, mafia, “apparati deviati dello Stato” e... udite, udite, la Libia di Gheddafi!
Gotor indica delle relazioni organiche tra l’omicidio Mattarella e le stragi di Ustica e di Bologna e mette tutto in relazione alla decisione degli Stati Uniti e della NATO di installare in Sicilia i missili Cruise contro la Libia e contro l’Unione Sovietica.
Non che non vi possa essere stata qualche relazione tra queste cose, ma la spiegazione che da Gotor è rigorosamente (e paradossalmente) monocausale: Gelli ha organizzato tutto ma su mandato di Gheddafi che era in combutta con i neofascisti italiani per via del comune “antisemistismo” e del suo peso specifico, politico e finanziario, nel quadro della così detta “prima Repubblica”.
Ovviamente sui rapporti di Gelli con gli USA ed i milioni di dollari affluiti sul suo conto svizzero nemmeno una parola. Eppure è ormai di pubblico dominio il fatto che Licio Gelli fosse di casa negli Stati Uniti. Come è stradocumentato che, tra gli iscritti alla P2 c’era il capo della stazione CIA di Roma, Randolph Stone, ai cui ordini era il capo servizi segreti italiani.
Altrettanto acclarato il rapporto tra il servizio segreto USA e quello militare italiano (prima Sifar, poi Sid) nel quadro della pianificazione segreta di “Stay Behind” (Gladio) che era nata, in funzione anticomunista, nel 1956, da un accordo tra CIA e SIFAR.
Anche il servizio segreto civile italiano (l’Ufficio affari riservati) aveva stretti legami con gli amerikani. A capo di quell’ufficio era Federico Umberto D’Amato che, nelle sentenze di primo grado e d’appello della Corte d’Assise di Bologna, confermate poi dalla Corte di Cassazione, è indicato come uno dei 4 mandanti, organizzatori o finanziatori della strage alla stazione di Bologna del 1980 insieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi iscritto alla P2. D’Amato era in costanti rapporti con Gelli ma, soprattutto, era un uomo della CIA ed aveva anche un filo diretto con l’FBI.
Ma di tutto ciò, nel teorema nuovo di zecca di Gotor, non c’è alcun accenno perché il collante che terrebbe tutto insieme – assassinio di Piersanti Mattarella, strage di Ustica, strage di Bologna – è soltanto Gheddafi, “antisemita”, “salvatore della Fiat” e “finanziatore dei neofascisti italiani”.
Mohammar Gheddafi, il quale, ovviamente, non potrà replicare alcunché né difendersi perché, dopo essere scampato miracolosamente alla morte in seguito al bombardamento USA del 1986 – che ne uccise la figlia di soli 15 mesi – è stato poi assassinato brutalmente nel 2011 dai “ribelli” finanziati da Francia e Stati Uniti.
Ci sarebbe da ridere se non fosse che stiamo parlando di due stragi che hanno causato 166 morti (più oltre 200 feriti) e dell’assassinio dell’allora Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella. Insomma, se credevate che il repertorio dietrologico e complottardo sulla recente storia d’Italia ne avesse già sparate di tutti i colori, sappiate che è un filone che non finirà mai di stupirci.
Fonte
Peraltro, il giornalista in studio non lo ha mai interrotto con delle domande in grado di chiarire i tanti salti logici del discorso di Gotor, che ha esposto il suo teorema senza mai essere disturbato.
In breve, Gotor, partendo dall’assassinio del presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella (che indica come “l’erede politico di Aldo Moro”), traccia una linea tra le “stratificazioni del potere italiano” soffermandosi sugli «ibridi connubi» tra neofascismo, massoneria occulta, mafia, “apparati deviati dello Stato” e... udite, udite, la Libia di Gheddafi!
Gotor indica delle relazioni organiche tra l’omicidio Mattarella e le stragi di Ustica e di Bologna e mette tutto in relazione alla decisione degli Stati Uniti e della NATO di installare in Sicilia i missili Cruise contro la Libia e contro l’Unione Sovietica.
Non che non vi possa essere stata qualche relazione tra queste cose, ma la spiegazione che da Gotor è rigorosamente (e paradossalmente) monocausale: Gelli ha organizzato tutto ma su mandato di Gheddafi che era in combutta con i neofascisti italiani per via del comune “antisemistismo” e del suo peso specifico, politico e finanziario, nel quadro della così detta “prima Repubblica”.
Ovviamente sui rapporti di Gelli con gli USA ed i milioni di dollari affluiti sul suo conto svizzero nemmeno una parola. Eppure è ormai di pubblico dominio il fatto che Licio Gelli fosse di casa negli Stati Uniti. Come è stradocumentato che, tra gli iscritti alla P2 c’era il capo della stazione CIA di Roma, Randolph Stone, ai cui ordini era il capo servizi segreti italiani.
Altrettanto acclarato il rapporto tra il servizio segreto USA e quello militare italiano (prima Sifar, poi Sid) nel quadro della pianificazione segreta di “Stay Behind” (Gladio) che era nata, in funzione anticomunista, nel 1956, da un accordo tra CIA e SIFAR.
Anche il servizio segreto civile italiano (l’Ufficio affari riservati) aveva stretti legami con gli amerikani. A capo di quell’ufficio era Federico Umberto D’Amato che, nelle sentenze di primo grado e d’appello della Corte d’Assise di Bologna, confermate poi dalla Corte di Cassazione, è indicato come uno dei 4 mandanti, organizzatori o finanziatori della strage alla stazione di Bologna del 1980 insieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi iscritto alla P2. D’Amato era in costanti rapporti con Gelli ma, soprattutto, era un uomo della CIA ed aveva anche un filo diretto con l’FBI.
Ma di tutto ciò, nel teorema nuovo di zecca di Gotor, non c’è alcun accenno perché il collante che terrebbe tutto insieme – assassinio di Piersanti Mattarella, strage di Ustica, strage di Bologna – è soltanto Gheddafi, “antisemita”, “salvatore della Fiat” e “finanziatore dei neofascisti italiani”.
Mohammar Gheddafi, il quale, ovviamente, non potrà replicare alcunché né difendersi perché, dopo essere scampato miracolosamente alla morte in seguito al bombardamento USA del 1986 – che ne uccise la figlia di soli 15 mesi – è stato poi assassinato brutalmente nel 2011 dai “ribelli” finanziati da Francia e Stati Uniti.
Ci sarebbe da ridere se non fosse che stiamo parlando di due stragi che hanno causato 166 morti (più oltre 200 feriti) e dell’assassinio dell’allora Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella. Insomma, se credevate che il repertorio dietrologico e complottardo sulla recente storia d’Italia ne avesse già sparate di tutti i colori, sappiate che è un filone che non finirà mai di stupirci.
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13/11/2025
La UE vara il centro contro la ‘disinformazione’: un organo di propaganda guerrafondaia
È stato rilasciato ieri il documento riguardante la creazione di uno European Centre for Democratic Resilience. Una tale volontà era stata annunciata dalla presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen già durante un discorso al Parlamento Europeo tenuto lo scorso settembre. Ora arriva un testo concreto al riguardo, che era già trapelato nei giorni precedenti.
Innanzitutto, questo Centro si inserisce dentro la cornice dello European Democracy Shield, una serie di linee guida e attività pensate per ampliare gli strumenti in mano a Bruxelles nella lotta contro le influenze straniere e la disinformazione. Lo ‘scudo’ è stato lanciato da oltre un anno, e il nuovo istituto rappresenterà la sua pietra angolare.
Ovviamente, nell’ottica bellicista ormai assunta dalla UE, l’azione del Centro si concretizzerà, in sostanza, nel combattere qualsiasi notizia (anche vera e verificata) che possa in un qualche modo incrinare la propaganda europeista guerrafondaia. Infatti, Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva per la Sicurezza e la democrazia, ha affermato che il centro vorrebbe anche agire d’anticipo, intercettando e “cancellando contenuti falsi”.
Chi deciderà quali siano le fake news e quali invece siano notizie semplicemente poco gradevoli per la dirigenza europea non è dato saperlo. O meglio, considerato che ad esserne responsabile sarà il Commissario per la Democrazie e la Giustizia, e dunque, in sostanza, un esponente dell’esecutivo europeo, la scelta sarà evidentemente politica.
L’organismo è pensato per unire esperti e competenze, su base volontaria, dei paesi UE, ma anche di partner con idee simili, a partire probabilmente dal Regno Unito. Non solo: alle attività dell’istituto potranno partecipare anche quei paesi che vogliono entrare nella UE, Ucraina in primis.
Per di più, lo Scudo Europeo associa a questo Centro anche finanziamenti mirati al rafforzamento del giornalismo indipendente. Ma col chiaro paradosso per cui il nuovo programma Media Resilience viene finanziato nel quadro finanziario pluriennale, e cioè vedrà fondi secondo le priorità politiche della Commissione. In sostanza, verrà sostenuta solo l’informazione che fa comodo a Bruxelles, con un pericoloso ritorno sulla libera attività dei giornalisti.
Come era naturale aspettarsi, anche se in generale l’obiettivo del Centro è stato indicato nella disinformazione di tutti i regimi autoritari e ‘anti-democratici’ (dobbiamo aspettarci che alcuni di essi, ad esempio la Siria, non rientrino tra i target), è la Russia a rappresentare la minaccia principale, secondo Bruxelles.
Nel testo si legge che “la Russia sta anche intensificando gli attacchi ibridi, conducendo una battaglia di influenza contro l’Europa”, e che Mosca diffonde “narrazioni ingannevoli, che a volte includono la manipolazione e la falsificazione di fatti storici, cercano di erodere la fiducia nei sistemi democratici”.
Hanno insieme del ridicolo, del paradossale e dell’allarmante tali righe, considerato il risultato di una recente interrogazione a Strasburgo da parte di Fabio De Masi. L’eurodeputato tedesco con cittadinanza italiana, appartenente allo schieramento di Sahra Wagenknecht, ha chiesto se l’opinione espressa dall’Alto rappresentante agli Affari Esteri Kaja Kallas, secondo cui fosse una “novità” che Cina e Russia siano tra le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, fosse una posizione ufficiale.
Kallas ha risposto onorando “tutte le vittime che sono state sacrificate per porre fine alla Seconda guerra mondiale” e rendendo omaggio “al coraggio del popolo cinese”. E tuttavia, non ha menzionato minimamente il contributo sovietico e ha anzi approfittato dell’occasione per lanciare ulteriori attacchi contro Mosca.
“La Russia – ha detto Kallas – continua consapevolmente a manipolare le narrazioni storiche relative alla Seconda guerra mondiale e alle sue conseguenze per distogliere l’attenzione da verità scomode”. Tra queste verità scomode non c’è di certo l’ennesima apparizione di Zelensky accanto a dei simboli nazisti, quali quelli messi in bella mostra durante la consegna di un premio a un soldato del Corpo ‘Khartia’.
Al di là dell’ironia, è questa la pericolosità dell’iniziativa europea. Le classi dirigenti riscrivono la storia ogni giorno per sostenere con una becera propaganda il percorso di riarmo, indicando nella Russia il nemico. Il Centro è pensato per rendere più sistematico e oculato questo lavoro di manipolazione dell’opinione pubblica, infliggendo una profonda ferita all’informazione e al dibattito politico.
La presenza di una feroce censura guerrafondaia si è palesata di recente, ad esempio, col caso della conferenza vietata a Torino del professor Angelo D’Orsi, uno dei più rinomati storici italiani. L’argomento era proprio la narrazione intorno alla Russia: l’affermazione di una ‘verità’ imposta politicamente è stata spacciata come un atto di lotta alla disinformazione.
Questo è, in sunto, il pericolo del nuovo Centro UE. Un ultimo appunto: anche la Cina è stata identificata come una minaccia per l’informazione. Il servizio diplomatico della UE, in un rapporto di marzo, afferma di ritenere che il Dragone utilizzi agenzie di pubbliche relazioni private e influencer “per creare, amplificare e riciclare contenuti allineati con gli interessi politici della Cina in tutto il mondo”.
Ricordiamo il caso in cui una tornata elettorale è stata annullata in Romania perché il risultato non era gradito a Bruxelles, anche se è stata usata la scusante di un’influenza russa. In quella vicenda era poi emerso che la campagna di Tiktok incriminata era stata in realtà pagata dai liberali al governo, e che aveva poi prodotto un effetto boomerang. Ma il colpevole è rimasta la Russia.
Non servono molte altre dimostrazioni di come la disinformazione da cui bisogna difendersi proviene dagli organismi europei, ed è imbevuta di ragioni guerrafondaie.
Fonte
Innanzitutto, questo Centro si inserisce dentro la cornice dello European Democracy Shield, una serie di linee guida e attività pensate per ampliare gli strumenti in mano a Bruxelles nella lotta contro le influenze straniere e la disinformazione. Lo ‘scudo’ è stato lanciato da oltre un anno, e il nuovo istituto rappresenterà la sua pietra angolare.
Ovviamente, nell’ottica bellicista ormai assunta dalla UE, l’azione del Centro si concretizzerà, in sostanza, nel combattere qualsiasi notizia (anche vera e verificata) che possa in un qualche modo incrinare la propaganda europeista guerrafondaia. Infatti, Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva per la Sicurezza e la democrazia, ha affermato che il centro vorrebbe anche agire d’anticipo, intercettando e “cancellando contenuti falsi”.
Chi deciderà quali siano le fake news e quali invece siano notizie semplicemente poco gradevoli per la dirigenza europea non è dato saperlo. O meglio, considerato che ad esserne responsabile sarà il Commissario per la Democrazie e la Giustizia, e dunque, in sostanza, un esponente dell’esecutivo europeo, la scelta sarà evidentemente politica.
L’organismo è pensato per unire esperti e competenze, su base volontaria, dei paesi UE, ma anche di partner con idee simili, a partire probabilmente dal Regno Unito. Non solo: alle attività dell’istituto potranno partecipare anche quei paesi che vogliono entrare nella UE, Ucraina in primis.
Per di più, lo Scudo Europeo associa a questo Centro anche finanziamenti mirati al rafforzamento del giornalismo indipendente. Ma col chiaro paradosso per cui il nuovo programma Media Resilience viene finanziato nel quadro finanziario pluriennale, e cioè vedrà fondi secondo le priorità politiche della Commissione. In sostanza, verrà sostenuta solo l’informazione che fa comodo a Bruxelles, con un pericoloso ritorno sulla libera attività dei giornalisti.
Come era naturale aspettarsi, anche se in generale l’obiettivo del Centro è stato indicato nella disinformazione di tutti i regimi autoritari e ‘anti-democratici’ (dobbiamo aspettarci che alcuni di essi, ad esempio la Siria, non rientrino tra i target), è la Russia a rappresentare la minaccia principale, secondo Bruxelles.
Nel testo si legge che “la Russia sta anche intensificando gli attacchi ibridi, conducendo una battaglia di influenza contro l’Europa”, e che Mosca diffonde “narrazioni ingannevoli, che a volte includono la manipolazione e la falsificazione di fatti storici, cercano di erodere la fiducia nei sistemi democratici”.
Hanno insieme del ridicolo, del paradossale e dell’allarmante tali righe, considerato il risultato di una recente interrogazione a Strasburgo da parte di Fabio De Masi. L’eurodeputato tedesco con cittadinanza italiana, appartenente allo schieramento di Sahra Wagenknecht, ha chiesto se l’opinione espressa dall’Alto rappresentante agli Affari Esteri Kaja Kallas, secondo cui fosse una “novità” che Cina e Russia siano tra le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, fosse una posizione ufficiale.
Kallas ha risposto onorando “tutte le vittime che sono state sacrificate per porre fine alla Seconda guerra mondiale” e rendendo omaggio “al coraggio del popolo cinese”. E tuttavia, non ha menzionato minimamente il contributo sovietico e ha anzi approfittato dell’occasione per lanciare ulteriori attacchi contro Mosca.
“La Russia – ha detto Kallas – continua consapevolmente a manipolare le narrazioni storiche relative alla Seconda guerra mondiale e alle sue conseguenze per distogliere l’attenzione da verità scomode”. Tra queste verità scomode non c’è di certo l’ennesima apparizione di Zelensky accanto a dei simboli nazisti, quali quelli messi in bella mostra durante la consegna di un premio a un soldato del Corpo ‘Khartia’.
Al di là dell’ironia, è questa la pericolosità dell’iniziativa europea. Le classi dirigenti riscrivono la storia ogni giorno per sostenere con una becera propaganda il percorso di riarmo, indicando nella Russia il nemico. Il Centro è pensato per rendere più sistematico e oculato questo lavoro di manipolazione dell’opinione pubblica, infliggendo una profonda ferita all’informazione e al dibattito politico.
La presenza di una feroce censura guerrafondaia si è palesata di recente, ad esempio, col caso della conferenza vietata a Torino del professor Angelo D’Orsi, uno dei più rinomati storici italiani. L’argomento era proprio la narrazione intorno alla Russia: l’affermazione di una ‘verità’ imposta politicamente è stata spacciata come un atto di lotta alla disinformazione.
Questo è, in sunto, il pericolo del nuovo Centro UE. Un ultimo appunto: anche la Cina è stata identificata come una minaccia per l’informazione. Il servizio diplomatico della UE, in un rapporto di marzo, afferma di ritenere che il Dragone utilizzi agenzie di pubbliche relazioni private e influencer “per creare, amplificare e riciclare contenuti allineati con gli interessi politici della Cina in tutto il mondo”.
Ricordiamo il caso in cui una tornata elettorale è stata annullata in Romania perché il risultato non era gradito a Bruxelles, anche se è stata usata la scusante di un’influenza russa. In quella vicenda era poi emerso che la campagna di Tiktok incriminata era stata in realtà pagata dai liberali al governo, e che aveva poi prodotto un effetto boomerang. Ma il colpevole è rimasta la Russia.
Non servono molte altre dimostrazioni di come la disinformazione da cui bisogna difendersi proviene dagli organismi europei, ed è imbevuta di ragioni guerrafondaie.
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13/10/2025
Se l’anima del governo parla attraverso Roccella...
Gratta il liberale radicale e trovi il fascista inconsapevole (nel migliore dei casi).
La ministra della famiglia Eugenia Roccella, ex femminista di area radicale (i pannelliani, insomma, gli stessi che hanno prodotto i Taradash e i Capezzone), poi berlusconiana, ecc., se n’è uscita con una dichiarazione che è riuscita a far impallidire persino Liliana Segre, che pure quanto a stomaco forte non scherza.
“Tutte le gite scolastiche ad Auschwitz, cosa sono state? Sono state gite? A che cosa sono servite? Sono servite, secondo me – e sono state incoraggiate e valorizzate – perché servivano effettivamente all’inverso. Servivano cioè a dirci che l’antisemitismo era qualcosa che riguardava un tempo ormai collocato nella storia, e collocato in una precisa area: il fascismo. Le gite ad Auschwitz secondo me sono state un modo per ripetere che l’antisemitismo era una questione fascista e basta.
E quindi il problema era essere antifascista non essere antisemita. Allora, io penso che il problema oggi sia fare i conti con il nostro antisemitismo, fare i conti con il nostro passato senza illuderci che tutto si è affinato in un’epoca storica e in un’area politica, cosa che trovo difficile sostenere”.
In questo delirio entrano, basta farci caso, alcuni dei luoghi comuni più abusati della retorica meloniana. Per esempio il fascismo come fenomeno di “un tempo ormai collocato nella storia” e non come un’ideologia della modernità capitalistica con più di un secolo di vita.
Soprattutto, questo groviglio di bestemmie nasce dal bisogno di affermare che “l’antisemitismo” è stato comune a tutte le aree politiche, e non solo al fascismo storico (che ovviamente si sarebbe concluso con la fucilazione di Mussolini e la morte di Hitler).
Si deve notare che lo sforzo è titanico, ma non molto intelligente. L’obiettivo, praticamente dichiarato, è affermare che le manifestazioni oceaniche contro il genocidio a Gaza sono una forma di questo “antisemitismo” che fa coincidere – come i nazisionisti di Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir pretendono – l’odio per gli ebrei con la critica puntuale a quello che Israele concretamente fa.
È lo stesso obiettivo del governo Meloni, che ha preparato un disegno di legge per per introdurre come obbligatoria nei programmi scolastici la definizione di antisemitismo coniata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Che di fatto renderebbe “reato” criticare Israele e il genocidio di questi due anni, quanto meno.
L’ironia della Storia è crudele, spesso, visto che il presentatore è quel Maurizio Gasparri proveniente dal Msi e dalla sua “cultura”, che sopravvive da quelle parti ancora oggi in forma palese – per esempio – nelle curve degli stadi, dove l’insulto più sanguinoso al tifoso avversario è pur sempre “ebreo”, e produce la rimozione di pietre di inciampo o scritte sulla saracinesca di un negozio a Roma.
Ma anche con questi obiettivi in testa, prendersela con le “gite ad Auschwitz” – come fossero equivalenti a quelle a Paestum o alle discoteche di Rimini – come prova di un tentativo di attribuire l’antisemitismo al solo fascismo è davvero qualcosa di inaudito.
Per quanto possa essere stata deformata la Storia da parte dell’Unione Europea – giunta ad approvare una mozione che equipara fascismo e comunismo – è assodato e indiscutibile che i campi di sterminio per ebrei, comunisti, rom, omosessuali, ecc., siano stati un’“invenzione” esclusiva del nazifascismo.
E anche se è stata messo in sordina il fatto – altrettanto accertato nei documenti e nelle testimonianze dei sopravvissuti – che la liberazione da Aushwitz e altri lager è avvenuta per opera dell’Armata Rossa sovietica (vergogna perenne su Benigni per La vita è bella).
Far visitare alle scolaresche Auschwitz, Treblinka o altri campi di sterminio è dunque un lavoro di normale formazioni sulla Storia europea contemporanea. In cui si apprende che quell’orrore ha una firma precisa, nomi, cognomi, padrini filosofici e tessere di partito.
La demenza di questo goffo tentativo sta comunque anche nella tempistica. Lo sforzo dell’Occidente neoliberista, in questo momento, è completamente diretto a presentare il “piano di pace” di Trump come una soluzione definitiva per il Medio Oriente e, indirettamente, per provare a spegnere i movimenti globali contro il genocidio praticato da Israele per due anni (senza neanche risalire, com’è giusto fare) al 1947.
In questo quadro ci sarebbe bisogno di ridurre al minimo i punti di frizione, in modo da facilitare il “reinserimento” di Israele e dei sionisti in una “comunità internazionale” che giustamente li ha rifiutati (sappiamo bene che i governi occidentali sono stati complici fino alla fine, ma i popoli hanno fatto sentire la loro voce con molta forza).
Una sortita a freddo come quella della Roccella dimostra cecità politica oltre che un “revisionismo storico” fuori da ogni parametro anche solo discutibile.
Gratta sotto il liberale radicale e trovi il fascista rancoroso...
Fonte
La ministra della famiglia Eugenia Roccella, ex femminista di area radicale (i pannelliani, insomma, gli stessi che hanno prodotto i Taradash e i Capezzone), poi berlusconiana, ecc., se n’è uscita con una dichiarazione che è riuscita a far impallidire persino Liliana Segre, che pure quanto a stomaco forte non scherza.
“Tutte le gite scolastiche ad Auschwitz, cosa sono state? Sono state gite? A che cosa sono servite? Sono servite, secondo me – e sono state incoraggiate e valorizzate – perché servivano effettivamente all’inverso. Servivano cioè a dirci che l’antisemitismo era qualcosa che riguardava un tempo ormai collocato nella storia, e collocato in una precisa area: il fascismo. Le gite ad Auschwitz secondo me sono state un modo per ripetere che l’antisemitismo era una questione fascista e basta.
E quindi il problema era essere antifascista non essere antisemita. Allora, io penso che il problema oggi sia fare i conti con il nostro antisemitismo, fare i conti con il nostro passato senza illuderci che tutto si è affinato in un’epoca storica e in un’area politica, cosa che trovo difficile sostenere”.
In questo delirio entrano, basta farci caso, alcuni dei luoghi comuni più abusati della retorica meloniana. Per esempio il fascismo come fenomeno di “un tempo ormai collocato nella storia” e non come un’ideologia della modernità capitalistica con più di un secolo di vita.
Soprattutto, questo groviglio di bestemmie nasce dal bisogno di affermare che “l’antisemitismo” è stato comune a tutte le aree politiche, e non solo al fascismo storico (che ovviamente si sarebbe concluso con la fucilazione di Mussolini e la morte di Hitler).
Si deve notare che lo sforzo è titanico, ma non molto intelligente. L’obiettivo, praticamente dichiarato, è affermare che le manifestazioni oceaniche contro il genocidio a Gaza sono una forma di questo “antisemitismo” che fa coincidere – come i nazisionisti di Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir pretendono – l’odio per gli ebrei con la critica puntuale a quello che Israele concretamente fa.
È lo stesso obiettivo del governo Meloni, che ha preparato un disegno di legge per per introdurre come obbligatoria nei programmi scolastici la definizione di antisemitismo coniata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Che di fatto renderebbe “reato” criticare Israele e il genocidio di questi due anni, quanto meno.
L’ironia della Storia è crudele, spesso, visto che il presentatore è quel Maurizio Gasparri proveniente dal Msi e dalla sua “cultura”, che sopravvive da quelle parti ancora oggi in forma palese – per esempio – nelle curve degli stadi, dove l’insulto più sanguinoso al tifoso avversario è pur sempre “ebreo”, e produce la rimozione di pietre di inciampo o scritte sulla saracinesca di un negozio a Roma.
Ma anche con questi obiettivi in testa, prendersela con le “gite ad Auschwitz” – come fossero equivalenti a quelle a Paestum o alle discoteche di Rimini – come prova di un tentativo di attribuire l’antisemitismo al solo fascismo è davvero qualcosa di inaudito.
Per quanto possa essere stata deformata la Storia da parte dell’Unione Europea – giunta ad approvare una mozione che equipara fascismo e comunismo – è assodato e indiscutibile che i campi di sterminio per ebrei, comunisti, rom, omosessuali, ecc., siano stati un’“invenzione” esclusiva del nazifascismo.
E anche se è stata messo in sordina il fatto – altrettanto accertato nei documenti e nelle testimonianze dei sopravvissuti – che la liberazione da Aushwitz e altri lager è avvenuta per opera dell’Armata Rossa sovietica (vergogna perenne su Benigni per La vita è bella).
Far visitare alle scolaresche Auschwitz, Treblinka o altri campi di sterminio è dunque un lavoro di normale formazioni sulla Storia europea contemporanea. In cui si apprende che quell’orrore ha una firma precisa, nomi, cognomi, padrini filosofici e tessere di partito.
La demenza di questo goffo tentativo sta comunque anche nella tempistica. Lo sforzo dell’Occidente neoliberista, in questo momento, è completamente diretto a presentare il “piano di pace” di Trump come una soluzione definitiva per il Medio Oriente e, indirettamente, per provare a spegnere i movimenti globali contro il genocidio praticato da Israele per due anni (senza neanche risalire, com’è giusto fare) al 1947.
In questo quadro ci sarebbe bisogno di ridurre al minimo i punti di frizione, in modo da facilitare il “reinserimento” di Israele e dei sionisti in una “comunità internazionale” che giustamente li ha rifiutati (sappiamo bene che i governi occidentali sono stati complici fino alla fine, ma i popoli hanno fatto sentire la loro voce con molta forza).
Una sortita a freddo come quella della Roccella dimostra cecità politica oltre che un “revisionismo storico” fuori da ogni parametro anche solo discutibile.
Gratta sotto il liberale radicale e trovi il fascista rancoroso...
Fonte
10/07/2025
Lituania - Si celebrano i nazisti ma si perseguitano i politici non guerrafondai
Il Centro Documentazione e Associazione della comunità ebraica situata in Lituania, Defending History, ha pubblicamente denunciato i processi in corso di riabilitazione e legalizzazione del passato neonazista locale, con commemorazioni, riscrizione della storia circa i crimini e massacri perpetrati nella seconda guerra mondiale nella regione, inaugurazioni di targhe e monumenti a criminali nazisti, antisovietismo e russofobia assurti a leggi e normalità.
Nel frattempo Eduardas Vaitkus, candidato indipendente alle ultime elezioni presidenziali, è stato costretto a scappare dal paese per sfuggire a minacce di morte e persecuzioni continue.
Defending History, in una conferenza stampa a Vilnius nelle scorse settimane, ha denunciato che è in discussione al Seimas, il Parlamento lituano, su richiesta di un gruppo di parlamentari, accademici e attivisti di estrema destra, la creazione di un “collegium” istituzionale per cercare di trasformare gli assassini del Fronte Attivista Lituano , LAF, in “patrioti nazionali”. DH si chiede se sarà vero che “le istituzioni della Lituania diventino realmente la casa per l’ennesimo tentativo di glorificare i primi assassini dell’era dell’Olocausto dell’ebraismo lituano, autori del genocidio che lasciò il 96% degli ebrei lituani annientati? ... Fiduciosi della loro capacità di vendere la storia revisionista, con una lettura di estrema destra agli ingenui occidentali, hanno persino annunciato un’edizione inglese di loro saggi storici a beneficio delle ambasciate occidentali. Questa era l’ultima cosa di cui una Vilnius pacifica, moderna, democratica avrebbe bisogno...”.
L’ex ministro degli Esteri lituano, Audronius Aubalis, cofondatore del “collegium”, aveva annunciato la data di giugno, per il lancio della campagna indirizzata alla glorificazione degli assassini del LAF. I piani propagandisti includono pubblicazioni in lingua inglese destinate a persuadere le principali ambasciate occidentali a Vilnius e istituzioni varie straniere, comprese numerose ONG assortite.
Il Fronte Attivista Lituano o LAF fu un’organizzazione armata anti comunista e neonazista, istituita nel 1940 dopo l’arrivo dell’Unione Sovietica in Lituania.
L’obiettivo dell’organizzazione era staccare la Lituania dall’URSS e stabilire la sua indipendenza sotto l’ala del Terzo Reich, per questo sostenne l’invasione tedesca del paese nel 1941, operando per rendere più agevole l’occupazione della Lituania per i nazisti e scontrandosi con le truppe dell’Armata Rossa e i patrioti lituani antifascisti, in una insurrezione del 22 giugno 1941 assecondata dai tedeschi, che occuparono il paese il 23 giugno.
Fondato su posizioni duramente antisemite, secondo quasi tutti i sopravvissuti dell’Olocausto lituano intervistati negli ultimi decenni, il 23 giugno 1941, per il numero delle vittime, è considerato l’inizio dell’Olocausto lituano.
Fu compiuto l’omicidio di massa da parte di uomini che indossavano i bracciali bianchi del LAF, uccidendo migliaia di ebrei, antifascisti e comunisti lituani, comprese donne e anziani, prima che i tedeschi arrivassero e istituissero la loro autorità. Non c’erano solo i criminali violenti, c’erano gli intellettuali della LAF a Berlino che preparavano i testi e i volantini, dove chiedevano la pulizia etnica dell’ebraismo lituano e del comunismo sovietico.
Nonostante denunce e proteste, soprattutto della comunità ebraica lituana, la targa al collaborazionista nazista Jonas Noreika a Vilnius, non sarà tolta, ha decretato l’autorità giuridica lituana.
In un processo scaturito dalla denuncia di Grant Gochin, un attivista statunitense anti nazista, che aveva chiesto la rimozione della targa onorifica dedicata a Noreika. Persino la nipote del criminale nazista, Silvia Foti, giornalista e storica, da Chicago dove vive, ha pubblicato un breve saggio di documentazioni, frutto di anni di ricerche indipendenti, che conferma invece le accuse rivolte al collaborazionista lituano.
Anche il Simon Wiesenthal Center ha denunciato il fatto che Noreika sia divenuto un eroe in patria perché considerato un martire della resistenza anti comunista lituana. Egli fu fucilato dai sovietici quando la Lituania venne liberata dall’URSS, con l’accusa documentata di assassinii di massa, dopo la sua nomina, avvenuta nel 1941, come capo del villaggio di Šiaulia, sotto l’occupazione nazista.
La comunità ebraica lituana aveva chiesto ripetutamente la rimozione della targa che commemora Noreika, affissa al muro della biblioteca dell’Accademia delle Scienze a Vilnius, dichiarando che : «Noreika è stato un diretto e fanatico partecipe nella responsabilità della Shoah in Lituania».
Il governo democratico ed europeista, portatore dei valori occidentali, si è però sempre rifiutato di levare la targa.
Qui sotto l’immagine del sito, non ancora chiuso, che ricorda lo sterminio degli oltre 70.000 ebrei e antifascisti lituani, fucilati e sepolti nella foresta di Ponary, durante la Seconda Guerra Mondiale.
Questi massacri, iniziati nel luglio 1941, hanno dato il via al famoso “Olocausto delle pallottole”, una serie di fucilazioni di massa perpetrate dalla Germania nazista e dai suoi collaborazionisti locali nei territori sottratti alle forze sovietiche.
Solo pochi prigionieri riuscirono a fuggire da Ponary ma, una volta tornati alla vita civile, i sopravvissuti sono stati ignorati e i loro racconti dimenticati dai libri di storia attuali. Ponary, è tuttora considerato il più grande luogo di sterminio in Lituania, quasi tutti i massacri sono stati compiuti dal “Plotone speciale di Vilnius”, un’unità volontaria composta da circa 100 nazisti lituani, militanti del LAF.
Le loro vittime includono oltre 80.000 cittadini, sia lituani che sovietici, ed anche molti intellettuali polacchi.
Mentre accade quotidianamente tutto ciò nella Lituania contemporanea e democratica, accade anche che un ex candidato indipendente alle ultime elezioni presidenziali, sia costretto, così come decine di migliaia di membri della comunità russo lituana, a scappare dal paese.
Eduardas Vaitkus, schieratosi per la pace e contro le politiche guerrafondaie del governo lituano, si era posto come riferimento di tutta quella parte della popolazione che “…non sono impazziti e vogliono la guerra. Qui ci sono persone che vogliono una Lituania indipendente e libera, dove i lituani siano padroni della loro terra e della loro Patria, non così è ora…”. Queste dichiarazioni l’hanno fatto diventare nel paese un nemico e un bersaglio.
Pur non appartenendo alla comunità russa lituana, ha dovuto scappare dal paese dopo alcune aggressioni e tentativi di ucciderlo, Ha ottenuto asilo politico in Bielorussia, dichiarando in una conferenza stampa che ora si sente “…totalmente al sicuro in Bielorussia. Mi sento al 100% al sicuro qui. Non come in Lituania. Ancora oggi quando faccio una passeggiata nella foresta e qualcuno si avvicina da dietro, sono diffidente e timoroso, questa è la conseguenza di tutte le minacce e aggressioni che ho ricevuto molte volte in Lituania…”, ha detto Vaitkus.
L’ex candidato presidenziale ha anche denunciato l’attuale dirigenza politica lituana: “…le correnti autorità lituane agiscano a scapito del proprio popolo…sono principalmente interessati al business e al denaro, mentre la componente morale non li tocca minimamente. Stanno solamente agendo nell’interesse dell’Unione europea o dei globalismi unipolari. In tali condizioni non si può parlare di alcun interesse per i semplici cittadini lituani…La componente morale si sta dissolvendo sullo sfondo. Possono convivere con tutto questo, ma non capisco come si possa vivere in questo modo”, ha sottolineato l’ex candidato presidenziale.
Il politico ha detto che spera che la situazione possa cambiare in meglio, ma per questo, occorre creare una nuova forza politica, la quale attraverso le elezioni, rovesci l’attuale leadership, ma non è facile né vicina, come prospettiva. “…La Lituania non deve essere in vendita. La Lituania deve essere indipendente e libera. Dovremmo essere neutrali. Non abbiamo bisogno di essere in guerra con nessuno. Dobbiamo cooperare con i nostri vicini, ripristinare la giustizia e l’uguaglianza. Se questi pensieri sono riconosciuti dal popolo, io mi metterò a disposizione. Per le future elezioni presidenziali…”, ha detto Vaitkus.
Fonte
Nel frattempo Eduardas Vaitkus, candidato indipendente alle ultime elezioni presidenziali, è stato costretto a scappare dal paese per sfuggire a minacce di morte e persecuzioni continue.
Defending History, in una conferenza stampa a Vilnius nelle scorse settimane, ha denunciato che è in discussione al Seimas, il Parlamento lituano, su richiesta di un gruppo di parlamentari, accademici e attivisti di estrema destra, la creazione di un “collegium” istituzionale per cercare di trasformare gli assassini del Fronte Attivista Lituano , LAF, in “patrioti nazionali”. DH si chiede se sarà vero che “le istituzioni della Lituania diventino realmente la casa per l’ennesimo tentativo di glorificare i primi assassini dell’era dell’Olocausto dell’ebraismo lituano, autori del genocidio che lasciò il 96% degli ebrei lituani annientati? ... Fiduciosi della loro capacità di vendere la storia revisionista, con una lettura di estrema destra agli ingenui occidentali, hanno persino annunciato un’edizione inglese di loro saggi storici a beneficio delle ambasciate occidentali. Questa era l’ultima cosa di cui una Vilnius pacifica, moderna, democratica avrebbe bisogno...”.
L’ex ministro degli Esteri lituano, Audronius Aubalis, cofondatore del “collegium”, aveva annunciato la data di giugno, per il lancio della campagna indirizzata alla glorificazione degli assassini del LAF. I piani propagandisti includono pubblicazioni in lingua inglese destinate a persuadere le principali ambasciate occidentali a Vilnius e istituzioni varie straniere, comprese numerose ONG assortite.
Il Fronte Attivista Lituano o LAF fu un’organizzazione armata anti comunista e neonazista, istituita nel 1940 dopo l’arrivo dell’Unione Sovietica in Lituania.
L’obiettivo dell’organizzazione era staccare la Lituania dall’URSS e stabilire la sua indipendenza sotto l’ala del Terzo Reich, per questo sostenne l’invasione tedesca del paese nel 1941, operando per rendere più agevole l’occupazione della Lituania per i nazisti e scontrandosi con le truppe dell’Armata Rossa e i patrioti lituani antifascisti, in una insurrezione del 22 giugno 1941 assecondata dai tedeschi, che occuparono il paese il 23 giugno.
Fondato su posizioni duramente antisemite, secondo quasi tutti i sopravvissuti dell’Olocausto lituano intervistati negli ultimi decenni, il 23 giugno 1941, per il numero delle vittime, è considerato l’inizio dell’Olocausto lituano.
Fu compiuto l’omicidio di massa da parte di uomini che indossavano i bracciali bianchi del LAF, uccidendo migliaia di ebrei, antifascisti e comunisti lituani, comprese donne e anziani, prima che i tedeschi arrivassero e istituissero la loro autorità. Non c’erano solo i criminali violenti, c’erano gli intellettuali della LAF a Berlino che preparavano i testi e i volantini, dove chiedevano la pulizia etnica dell’ebraismo lituano e del comunismo sovietico.
Nonostante denunce e proteste, soprattutto della comunità ebraica lituana, la targa al collaborazionista nazista Jonas Noreika a Vilnius, non sarà tolta, ha decretato l’autorità giuridica lituana.
In un processo scaturito dalla denuncia di Grant Gochin, un attivista statunitense anti nazista, che aveva chiesto la rimozione della targa onorifica dedicata a Noreika. Persino la nipote del criminale nazista, Silvia Foti, giornalista e storica, da Chicago dove vive, ha pubblicato un breve saggio di documentazioni, frutto di anni di ricerche indipendenti, che conferma invece le accuse rivolte al collaborazionista lituano.
Anche il Simon Wiesenthal Center ha denunciato il fatto che Noreika sia divenuto un eroe in patria perché considerato un martire della resistenza anti comunista lituana. Egli fu fucilato dai sovietici quando la Lituania venne liberata dall’URSS, con l’accusa documentata di assassinii di massa, dopo la sua nomina, avvenuta nel 1941, come capo del villaggio di Šiaulia, sotto l’occupazione nazista.
La comunità ebraica lituana aveva chiesto ripetutamente la rimozione della targa che commemora Noreika, affissa al muro della biblioteca dell’Accademia delle Scienze a Vilnius, dichiarando che : «Noreika è stato un diretto e fanatico partecipe nella responsabilità della Shoah in Lituania».
Il governo democratico ed europeista, portatore dei valori occidentali, si è però sempre rifiutato di levare la targa.
Qui sotto l’immagine del sito, non ancora chiuso, che ricorda lo sterminio degli oltre 70.000 ebrei e antifascisti lituani, fucilati e sepolti nella foresta di Ponary, durante la Seconda Guerra Mondiale.
Questi massacri, iniziati nel luglio 1941, hanno dato il via al famoso “Olocausto delle pallottole”, una serie di fucilazioni di massa perpetrate dalla Germania nazista e dai suoi collaborazionisti locali nei territori sottratti alle forze sovietiche.
Solo pochi prigionieri riuscirono a fuggire da Ponary ma, una volta tornati alla vita civile, i sopravvissuti sono stati ignorati e i loro racconti dimenticati dai libri di storia attuali. Ponary, è tuttora considerato il più grande luogo di sterminio in Lituania, quasi tutti i massacri sono stati compiuti dal “Plotone speciale di Vilnius”, un’unità volontaria composta da circa 100 nazisti lituani, militanti del LAF.
Le loro vittime includono oltre 80.000 cittadini, sia lituani che sovietici, ed anche molti intellettuali polacchi.
Mentre accade quotidianamente tutto ciò nella Lituania contemporanea e democratica, accade anche che un ex candidato indipendente alle ultime elezioni presidenziali, sia costretto, così come decine di migliaia di membri della comunità russo lituana, a scappare dal paese.
Eduardas Vaitkus, schieratosi per la pace e contro le politiche guerrafondaie del governo lituano, si era posto come riferimento di tutta quella parte della popolazione che “…non sono impazziti e vogliono la guerra. Qui ci sono persone che vogliono una Lituania indipendente e libera, dove i lituani siano padroni della loro terra e della loro Patria, non così è ora…”. Queste dichiarazioni l’hanno fatto diventare nel paese un nemico e un bersaglio.
Pur non appartenendo alla comunità russa lituana, ha dovuto scappare dal paese dopo alcune aggressioni e tentativi di ucciderlo, Ha ottenuto asilo politico in Bielorussia, dichiarando in una conferenza stampa che ora si sente “…totalmente al sicuro in Bielorussia. Mi sento al 100% al sicuro qui. Non come in Lituania. Ancora oggi quando faccio una passeggiata nella foresta e qualcuno si avvicina da dietro, sono diffidente e timoroso, questa è la conseguenza di tutte le minacce e aggressioni che ho ricevuto molte volte in Lituania…”, ha detto Vaitkus.
L’ex candidato presidenziale ha anche denunciato l’attuale dirigenza politica lituana: “…le correnti autorità lituane agiscano a scapito del proprio popolo…sono principalmente interessati al business e al denaro, mentre la componente morale non li tocca minimamente. Stanno solamente agendo nell’interesse dell’Unione europea o dei globalismi unipolari. In tali condizioni non si può parlare di alcun interesse per i semplici cittadini lituani…La componente morale si sta dissolvendo sullo sfondo. Possono convivere con tutto questo, ma non capisco come si possa vivere in questo modo”, ha sottolineato l’ex candidato presidenziale.
Il politico ha detto che spera che la situazione possa cambiare in meglio, ma per questo, occorre creare una nuova forza politica, la quale attraverso le elezioni, rovesci l’attuale leadership, ma non è facile né vicina, come prospettiva. “…La Lituania non deve essere in vendita. La Lituania deve essere indipendente e libera. Dovremmo essere neutrali. Non abbiamo bisogno di essere in guerra con nessuno. Dobbiamo cooperare con i nostri vicini, ripristinare la giustizia e l’uguaglianza. Se questi pensieri sono riconosciuti dal popolo, io mi metterò a disposizione. Per le future elezioni presidenziali…”, ha detto Vaitkus.
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12/05/2025
Il Corriere e Rampini reinventano la seconda guerra mondiale
Chi vinse davvero la seconda guerra mondiale? Se lo chiede nella rubrica sul Corriere, Oriente Occidente, Federico Rampini. Il problema è che si risponde anche e lo fa stravolgendo completamente la storia. Secondo il tuttologo la seconda guerra mondiale sarebbe scoppiata per colpa di Stalin e non ci sarebbe stata senza il patto Ribbentrop-Molotov, e altre amenità dello stesso tono, per concludere che senza gli americani non ci sarebbe stata alcuna vittoria. E tutto questo l’ha detto dopo aver premesso che la storia è falsata dalla propaganda e dalle distorsioni... degli “altri”, ovviamente!
Come rispondere a Rampini? Con un minimo di onestà storica.
Valutare politicamente la Seconda Guerra Mondiale è complesso, poiché non è stata solo un conflitto globale, ma anche una guerra civile europea. A vincere nel 1945 furono gli Alleati, ma il quadro geopolitico cambiò drasticamente nei decenni successivi.
Chi ha scatenato la guerra? La risposta è chiara: Hitler. La sua ambizione sfrenata, l’intolleranza verso il compromesso e l’ostinata volontà di correggere gli “errori” della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale lo resero il principale responsabile. Nonostante ciò, Hitler trovò sostegno da chi considerava il bolscevismo il vero nemico del continente.
Il patto Ribbentrop-Molotov tra Germania e URSS rispondeva a una logica di sopravvivenza per Stalin: garantire la neutralità iniziale in cambio di una fascia di sicurezza territoriale, cercando di evitare il coinvolgimento diretto nel conflitto.
Chi ha vinto la guerra? Gli Alleati, (URSS compresa) senza dubbio. Tuttavia, il contributo sovietico fu decisivo. Secondo lo storico Overmans, oltre 4 milioni di soldati tedeschi morirono sul fronte orientale, contro poco più di un milione negli altri teatri di guerra. Durante l’invasione della Normandia nel 1944, mentre 30 divisioni tedesche erano impegnate contro gli Alleati occidentali, ben 231 divisioni tedesche e loro alleate combattevano a est contro l’URSS.
L’Unione Sovietica fu determinante anche prima dell’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto. Mentre l’URSS teneva impegnata la maggior parte delle forze tedesche, la Gran Bretagna e il Medio Oriente rimasero al sicuro da un’invasione. È per questo che, dopo la vittoria, il comunismo riuscì a espandersi: fu l’URSS a pagare il prezzo più alto in termini di vite umane e sacrifici militari.
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Come rispondere a Rampini? Con un minimo di onestà storica.
Valutare politicamente la Seconda Guerra Mondiale è complesso, poiché non è stata solo un conflitto globale, ma anche una guerra civile europea. A vincere nel 1945 furono gli Alleati, ma il quadro geopolitico cambiò drasticamente nei decenni successivi.
Chi ha scatenato la guerra? La risposta è chiara: Hitler. La sua ambizione sfrenata, l’intolleranza verso il compromesso e l’ostinata volontà di correggere gli “errori” della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale lo resero il principale responsabile. Nonostante ciò, Hitler trovò sostegno da chi considerava il bolscevismo il vero nemico del continente.
Il patto Ribbentrop-Molotov tra Germania e URSS rispondeva a una logica di sopravvivenza per Stalin: garantire la neutralità iniziale in cambio di una fascia di sicurezza territoriale, cercando di evitare il coinvolgimento diretto nel conflitto.
Chi ha vinto la guerra? Gli Alleati, (URSS compresa) senza dubbio. Tuttavia, il contributo sovietico fu decisivo. Secondo lo storico Overmans, oltre 4 milioni di soldati tedeschi morirono sul fronte orientale, contro poco più di un milione negli altri teatri di guerra. Durante l’invasione della Normandia nel 1944, mentre 30 divisioni tedesche erano impegnate contro gli Alleati occidentali, ben 231 divisioni tedesche e loro alleate combattevano a est contro l’URSS.
L’Unione Sovietica fu determinante anche prima dell’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto. Mentre l’URSS teneva impegnata la maggior parte delle forze tedesche, la Gran Bretagna e il Medio Oriente rimasero al sicuro da un’invasione. È per questo che, dopo la vittoria, il comunismo riuscì a espandersi: fu l’URSS a pagare il prezzo più alto in termini di vite umane e sacrifici militari.
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22/03/2025
«Ascolta la memoria che parla»...
«La verità fa odio», proverbio ciociaro e del Sud dell’Italia
«La verità suona come l’odio alle orecchie di quelli che odiano la verità», Malcom X
«La verità suona come l’odio alle orecchie di quelli che odiano la verità», Malcom X
Identità popolari, revisionismo storico e «dissociazione»
Esiste nel Sahel, in Africa dell’Ovest, una casta di genealogisti, depositari della storia e delle tradizioni dei popoli discendenti dall’Impero Mandingo, che nel periodo del suo apogeo, il XIVesimo secolo, si estendeva dal Mali e la Guinea fino al Burkina Faso, al Senegal e alla Costa d’Avorio.
In Europa, questi guardiani della conoscenza trasmessa per via orale son chiamati griot, espressione probabilmente mutuata dal portoghese «criado», che vuol dire «servitore», o «persona ben educata».
Nella lingua dei Bambara, une delle etnie principali della regione subsahariana dell’attuale Mali, questi uomini e donne, legati a un mestiere trasmesso ancor oggi di generazione in generazione, hanno il titolo di djeli, temine il cui significato in bambara è «sangue».
Quando un djeli, o una djelimusso (la donna-griot), declina le genealogie delle famiglie del Mandé accompagnandosi con l’arpa e cantando con uno stile struggente di nostalgia, gli eventi del passato risorgono e, come per incanto, la coesione dell’insieme del clan si ritrova rinforzata nell’identità comune.
Il passato è un campo di battaglia
La rimembranza degli avvenimenti lontani svela antichi legami e relazioni tra lignaggi che hanno avuto ragione del tempo...
Queste forme di divulgazione hanno il vantaggio di presentare una Storia non riducibile ai grandi avvenimenti e protagonisti. Una Storia che integra il vissuto delle genti, le loro culture, spiritualità, migrazioni.
«Se ascolti la parola del griot, tu ascolti la memoria che parla»… I griot, o djeli, sono il sangue che scorre nelle vene delle società ovest-africane, la linfa vitale che ha permesso loro di sopravvivere, resistere e rialzarsi dopo secoli di oppressioni e di violenze subite.
La trasmissione della conoscenza storica è la barriera invalicabile contro la quale si sono urtati e si urtano i disegni di dominazione e di conquista dell’invasore, di tutti gli invasori. Questo è vero da più di 500 anni in Africa e nel Sud Globale, in America del Sud e nei Caraibi in particolare.
Marcus Garvey, il pensatore jamaicano annoverato tra i precursori del panafricanismo, affermava che «un popolo che ignora la sua storia è come un albero senza radici».
Fondatore e rappresentante principale del movimento letterario della Negritudine, il martinichese Aimé Césaire diceva che «un popolo senza storia è un popolo senza avvenire». Sottolineando, come un avvertimento visionario, che la Storia resta un’arma che può essere manipolata e sottoposta a revisione.
Di fronte a questo rischio evidente di perversione della Storia, lo psichiatra e militante anti-coloniale Franz Fanon, anche lui originario della Martinica, invitava a smantellare tutte le strutture di potere dei coloni e a «provocare un’insurrezione delle coscienze al fine di dissolvere le narrazioni coloniali... Il passato è un campo di battaglia dove si gioca l’avvenire dei popoli. Parlare del passato non è solo un tributo alla memoria, è un’arma di giustizia e uno strumento di lotta contro l’oblio e la falsificazione storica».
Dettata dagli interessi del potere, di tutti i poteri, la revisione del passato è un’opera formidabile di induzione della rimozione e dell’amnesia collettive. È la creazione artificiale di una «zona di conforto» delle menti e dell’opinione, in cui la dimenticanza delle asprezze del passato, così artificialmente introdotta, dovrebbe essere il lievito di un quieto vivere, in cui tutti i conflitti, compreso quello tra capitale e lavoro, si estinguono.
Questo processo d’azione psicologica per inverarsi nella realtà, sedimentarsi per «conquistare i cuori e le anime», non è esente dalla coercizione. La contro-verità deve essere protetta e la legislazione interviene con il suo seguito di procedure giudiziarie e poliziesche. Il caso del genocidio israeliano a Gaza è emblematico: la sua denuncia prevede l’accusa d’apologia del terrorismo, il fermo di polizia e la convocazione in Tribunale.
L’Italia degli anni ‘70
Gli esempi del revisionismo storico già in corso nelle cronache ufficiali sono molteplici. Quello della Palestina è tipico, mentre il racconto della guerra nell’Est della Repubblica democratica del Congo (RDC) è completamente stravolto nelle vulgate ufficiali attraverso l’inversione dei ruoli dei protagonisti e una moltitudine d’affabulazioni che ne offuscano la visione corretta.
Una caso particolare e poco segnalato è quello dell’Italia degli anni ’70.
Un caso che ci interpella direttamente. Ma che è anche necessario rimettere in evidenza per il ruolo che questo paese dovrebbe giocare come cerniera tra Nord e Sud del Mondo, una linea di frontiera che attraversa il suo centro, essendo il Mezzogiorno della Penisola tributario di influenze e lasciti provenienti dalle rive basse del Mediterraneo e fino alle savane dell’Africa Nera.
Ricordarlo è pertinente, perché fu proprio questa emergenza totale del Sud uno dei motori degli avvenimenti che ci accingiamo a trattare.
Qui in Italia, nel decennio a cui si fa riferimento, un grande sommovimento sociale di un’intensità fino allora sconosciuta si manifestò facendo tremare le mura del Palazzo. La ribellione nella sua crescita non rinunciò ad adottare tutti gli strumenti necessari per opporsi alla violenza statuale, né a contestarne il monopolio dell’uso della forza.
La guerra civile si mantenne a lungo in uno stadio di bassa intensità, in cui l’esplosione permanente delle lotte operaie e sociali si tradusse spesso in vere e proprie forme di contropotere e di liberazione.
Poi, per ragioni che non è possibile esaminare qui, comunque sia endogene che esterne, una curva d’involuzione segnò il declino progressivo del movimento. E nella fase crepuscolare di questo ciclo di conflittualità radicale, accompagnata da una guerriglia diffusa sull’insieme del territorio, il fenomeno della «dissociazione» sorse all’inizio degli anni ’80 all’interno delle carceri speciali. Il suo ideologo e promotore fu Toni Negri, che era stato tra i fondatori e i dirigenti della formazione della sinistra extra-parlamentare Potere Operaio.
Diversi gruppi di detenuti provenienti dalle numerose tendenze della lotta armata furono sollecitati dal potere, via l’autorità giudiziaria (in particolare i magistrati incaricati dell’inchiesta penale nei confronti dei prigionieri politici), all’abiura collettiva.
Per uscire dal cercare speciale, e non passarci il resto o gran parte della loro vita, fu posta loro come condizione di rinnegare non solo della lotta armata, ma anche qualsiasi forma di uso della violenza (per esempio, i picchetti durante gli scioperi nelle fabbriche, o il blocco stradale) nel conflitto sociale.
L’elogio dell’oblio
Soprattutto, quelli che aderivano a questo movimento di dissociazione dovevano accettare di riconoscersi nello statuto di «terroristi» e pentirsene, compiere il loro autodafé in un atto ufficiale.
Si trattava così, e attraverso questa formulazione sintetica, di ridurre il decennio 1970 a un’oscura stagione di «terrorismo» – i cosiddetti «anni di piombo» – cancellandone le svariate e diffuse manifestazioni dell’insubordinazione delle classi subalterne, che ne avevano invece caratterizzato gli avvenimenti.
Perché l’evocazione sinistra degli «anni di piombo» doveva sostituirsi, nell’immaginario dell’opinione e per la posterità, all’antagonismo delle masse, alla rivolta, anche violenta, contro l’ordine costituito. E cancellandone dalla memoria quella sua sublime bellezza che si esprime talora con la lotta, in cui la sospensione del potere deriva nella festa popolare.
L’ingiunzione statuale non ammise repliche.
Il messaggio dello storytelling era chiaro e suonava così nei cupi avvertimenti ai «reprobi»:
Ricordatevi, come un monito terribile, delle vittime del «terrorismo» e del sangue sparso dalle sua bande e dimenticate Valle Giulia, Corso Traiano, Battipaglia, Castel Volturno...
Dimenticate milioni di ore di scioperi selvaggi, i cortei interni, i picchetti duri contro i crumiri, i bulloni lanciati contro i capi-reparto nelle grandi concentrazioni operaie, le sommosse dei braccianti meridionali, gli atenei occupati e la chiusura, da parte dei giovani proletari, dei centri del lavoro nero nelle periferie delle agglomerazioni urbane.
Soprattutto, dimenticate la strage di Piazza Fontana e quelle dell’Italicus e di Bologna, i morti di Avola e la defenestrazione di Pinelli, il tentato golpe di Junio Valerio Borghese e le squadre speciali del ministero degli Interni che agivano fuori gerarchia durante le manifestazioni di piazza, come nel giorno dell’assassinio di Giorgiana Masi, il 12 maggio 1977 a Roma.
Dimenticate le esecuzioni extra-giudiziarie di Mara Cagol e dei quattro militanti delle Brigate Rosse, uccisi nel sonno a via Fracchia dai carabinieri del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il 28 marzo 1980 a Genova.
Perché, come diceva Franz Fanon, «parlare del passato... è un’arma di giustizia» contro l’impunità, e quella del potere deve essere salvaguardata.
Allora bisogna dimenticare, perché la storia ufficiale è rimozione di fatti e la memoria degli anni dell’antagonismo devono far posto alla vulgata del potere, abitata da terroristi pentiti e allo sbando.
L’assassinio della memoria intrinseco al discorso statuale assegnato ai dissociati si traduceva, nella migliore delle ipotesi, nella separazione delle lotte da coloro che se ne sarebbero fatti gli epigoni in forma violenta; mentre questa violenza era consustanziale alle lotte stesse, perché anti-statuale.
Nell’ipotesi più conseguente, si dovevano perciò riscrivere in toto i fatti, avviare un processo di manipolazione e revisione.
Riscrivere il tempo che fu
Il compito assegnato al «partito della dissociazione» era in questa prospettiva duplice: da una parte e nell’immediato, assestare il colpo decisivo a un movimento di lotta e ai suoi militanti più agguerriti, giunti nella fase calante per ragioni che tratteremo altrove; dall’altra, tramandare la versione della Storia dettata dai «vincitori»: gli anni ’70 non furono quelli delle lotte contro lo Stato e il padronato, ma quelli del «terrorismo».
Per questa ragione, il movimento della «dissociazione» è eminentemente politico e trascende se stesso: aldilà dei suoi protagonisti, promotori ed esecutori – per non parlare di quelli che ne furono discriminati e ne subirono le conseguenze sul piano penale – la sua portata è inscritta in una strategia più ampia che va aldilà di quegli anni.
Se il suo contributo è stato importante per lo Stato, perché gli ha permesso di voltare la pagina della guerra civile di bassa intensità del decennio precedente, esso fa parte di un dispositivo classico di coercizione e di dissuasione utilizzato dal potere, ovviamente lungi dall’essere fenomeno peculiare dell’Italia, e dell’Italia del periodo a cui facciamo riferimento.
La «dissociazione» è la narrazione del potere, la sua revisione della storia fattuale. La formulazione discorsiva di cui si serve la classe dirigente per riscrivere il passato e nasconderne le cause profonde soggiancenti alla crisi trascorsa, una crisi del rapporto capitale / lavoro e classe / Stato, che aveva minacciato le fondamenta del comando capitalista e del suo apparato istituzionale.
L’assassinio della memoria è il presupposto del «racconto» del potere, seguendo un metodo oggi applicato con costanza e con un alto grado di sofisticazione nelle crisi principali che attraversano il mondo.
Per tornare al caso della Palestina, l’atto di resistenza del 7 ottobre 2023 non è stato catalogato come un «pogrom», per occultare l’infamia originaria della costituzione coloniale dello Stato d’Israele e la Nakba, l’epurazione etnica della popolazione palestinese? E in quello della Repubblica democratica del Congo (RDC), la lotta di liberazione del Movimento del 23 marzo (M23) contro il regime etnocida di Kinshasa non è completamente travisata in una narrazione, fabbricata in Occidente, in cui la ribellione è presentata come una manipolazione di un altro paese africano, il Ruanda ?
La messa in scena mediatica, comunicazionale e diplomatica dei fatti, secondo le versioni ufficiali veicolate dai detentori del potere, si manifesta sempre di più in quanto arma di guerra e di distruzione, sotto tutte le latitudini, non solo delle lotte contro l’oppressione, ma soprattutto della loro memoria storica. Condizione, quest’ultima, necessaria per impedire una possibile nuova insorgenza delle prime.
Riscoprire le culture subalterne
Per quello che riguarda l’Italia e il fenomeno della «dissociazione», la funzione di quest’ultima è stata e resta quella di fare tabula rasa nell’immaginario popolare del ricordo della sovversione sociale, più che l’annichilimento di quelli che furono, se si vuole, i suoi epifenomeni (absit iniuria verbis...).
Perché, e senza assolutamente sottovalutare il ruolo importante che i militanti rivoluzionari hanno giocato per oltre dieci anni, questi ultimi non sarebbero esistiti in quanto tali senza la vasta esplosione delle classi sfruttate.
In sintesi se ne evince che nella trasmissione della conoscenza storica da parte del potere, la definizione/trasmissione artefatta degli eventi che sottintendono la crisi è, in ultima istanza, prioritaria rispetto a quella dei suoi protagonisti. Il loro ruolo è secondario rispetto alle modalità di presentazione degli avvenimenti.
Sono questi ultimi che vanno riadattati, riformulati, o addirittura misconosciuti nella narrazione ufficiale. È questa la regola applicata da quando l’Occidente produce la storia, l’arma di manipolazione di massa con cui la sua doxa s’impone come dominazione del mondo.
Ed è sul crinale che separa lo storytelling ufficiale, in quanto opera di persuasione e di organizzazione del consenso, dalle memorie popolari, che Antonio Gramsci sottolineava lo scarto tra le «credenze» delle culture subalterne e quelle delle culture dominanti. E l’urgenza di assumere questo scarto come terreno di scontro nella lotta per l’emancipazione delle classi dominate.
La «dissociazione» non è e non è stata mero processo giudiziario, ma episteme della realtà imposta con un autodafé collettivo, spettacolo del riscatto simbolico dei vinti che dalla terra del rimorso dovevano approdare a quella del perdono... La miseria sua e dei suoi epigoni è tutta in questa sorta di scambio ineguale, in cui la catarsi accordata dallo Stato esigeva, ed esige ancor oggi – a causa della sedimentazione di un’ideologia appropriata – l’apporto alla ricostruzione storica di parte dettata dai «vincitori»... quelli che avevano sconfitto il «terrorismo».
Noi siamo qui sul terreno della battaglia culturale. Una battaglia di decisiva importanza per la sopravvivenza e la riabilitazione delle culture popolari minacciate di estinzione dal Leviatano imperiale euro-atlantico.
Combattere contro la trasmissione deviante della Storia che si manifesta nella narrazione statuale e decostruire il discorso ufficiale è opera indispensabile di resistenza della memoria collettiva «autoctona» delle classi popolari.
Essa è alla base del permanere o meno di un’ostinata identità alternativa al comando del capitale, della sua macchina statuale e del suo apparato ideologico.
La memoria alimenta l’immaginario delle genti: tramandare il ricordo cupo di «anni di piombo» è ben altra cosa che rinviare le menti a una lunga stagione di lotte in cui le masse furono l’attore pubblico, protagonista dello spazio sociale e politico.
Fonte
21/03/2025
Sequestro Moro, il vicolo cieco del complottismo /prima parte
Dopo aver intervistato, lo scorso febbraio 2025, Dino Greco (leggi qui), in passato segretario generale della Camera del lavoro di Brescia e successivamente direttore del quotidiano Liberazione e ora membro della redazione della rivista «Su La Testa», autore del libro Il bivio, dal golpismo di Stato alle Brigate rosse, come il caso Moro ha cambiato la storia d’Italia, Bordeaux edizioni, Roma 2024, la rivista Utopia21 ha deciso di proseguire la sua disamina del «caso Moro» su un altro versante storiografico che mette radicalmente in discussione l’impostazione complottista proposta da Greco. Gian Marco Martignoni ha sentito Paolo Persichetti, autore del volume La polizia della storia, la fabbrica delle fake news nell’affaire Moro, apparso per DeriveApprodi nel 2022 e precedentemente con Marco Clementi ed Elisa Santalena di, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017. A causa della lunghezza del testo, pubblichiamo oggi solo la prima parte della intervista, il seguito nei prossimi giorni. Chi volesse già da ora leggerla integralmente può trovarla qui.
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Utopia21, marzo 2025
Intervista di Gian Marco Martignoni a Paolo Persichetti
Sul rapimento e poi l’uccisione di Aldo Moro esiste una letteratura assai ampia, anche recentemente sono usciti nuovi libri, si pensi a quelli di Stefania Limiti e Dino Greco. Il filone delle pubblicazioni sembra inesauribile.
Lo storico Francesco Maria Biscione, recentemente scomparso, ha curato una bibliografia sulla figura e la vicenda di Aldo Moro. Nell’ultima stesura del marzo 2023 aveva catalogato circa 1100 volumi, una cifra in difetto perché scorrendola mi sono accorto che mancava ancora qualcosa. Se poi a essi aggiungiamo le pellicole cinematografiche realizzate prima della morte dello statista democristiano, come Forza Italia di Roberto Faenza e Todo Modo di Elio Petri, entrambe cadute in disgrazia perché incompatibili con la narrazione costruita dopo il rapimento e la sua scomparsa, o le successive – con l’aggiunta delle serie televisive – come i film di Giuseppe Ferrara e Marco Bellocchio, per citarne solo alcuni, o ancora le rappresentazioni teatrali di Pesce, Timpano, Gifuni, senza soffermarsi sulla sterminata produzione giornalistica, oppure le canzoni autoriali che hanno fatto riferimento alla sua vicenda politica, da Rino Gaetano a Giorgio Gaber, quest’ultima subito censurata, ci rendiamo conto di quanto il rapimento Moro si sia costruito nel tempo come un «caso» a sé stante separato dalla vicenda storica della lotta armata e delle Brigate rosse. Un affaire che deve molto all’industria editoriale arrivata a farne un nuovo genere letterario di tipo spionistico con i suoi lettori appassionati e che produce fenomeni di costume tra i più diversi. Si va dai gruppi social dedicati che affrontano la vicenda come un gioco di società, ispezionando i luoghi e cercando le ex basi brigatiste per poi affannarsi in lambiccate ipotesi complottiste, fino a società di turismo che propongono a sprovveduti clienti tour-fiction con interpretazioni attoriali su luoghi che storicamente nulla c’entrano col sequestro. Qualcosa che ricorda lo sketch di Totò quando cercava di vendere a un ignaro turista la Fontana di Trevi. Il sequestro Moro è divenuto per certi versi un mercato per allocchi dove imperversano personaggi senza scrupoli, millantatori, mitomani e furbastri di ogni genere. Personaggi di una farsa surreale che hanno rimpiazzato i protagonisti tragici di quella storia.
Nel sottotitolo del tuo ultimo libro fai un esplicito riferimento all’affaire Moro.
Certo, la costruzione dell’«affaire», come lo definì Sciascia, è ormai un tema storico che vanta una lunga lista di specialisti e addetti. Un oggetto storiografico separato e rilevante soprattutto per la potenza distorsiva che contiene. Si tratta di un livello parallelo che poco c’entra con quanto è realmente accaduto. Se si omette l’insorgenza sociale degli anni '70, diventa difficile comprendere come sia stato possibile che la mattina del 16 marzo 1978 un gruppo di operai scesi dalle fabbriche del Nord si sia dato appuntamento in via Fani con dei giovani delle periferie romane per tentare di cambiare il corso della storia. La stratificazione delle narrazioni che si è succeduta nei quasi cinquant’anni che ci separano dal sequestro, l’attività delle commissioni parlamentari, soprattutto delle ultime due, la Stragi presieduta da Pellegrino e la Moro presieduta da Fioroni, hanno disseminato fake news opacizzando la comprensione dei fatti. Dal punto di vista delle pubblicazioni, i libri veramente incisivi arrivano a fatica a poche decine. Il filone predominante resta quello dietrologico-complottistico, tra cui si annoverano i due volumi che hai appena citato. Ruminamenti delle vecchie tesi complottiste, quel regno dei misteri che i gruppi parlamentari del Pci misero in forma nel lontano 1984, alla conclusione del primo processo Moro e della prima commissione d’inchiesta parlamentare, e che da allora si trascinano come un disco rigato, nonostante nel frattempo abbiano perso pezzi grazie alla desecretazione dei documenti e al difficile, ma ostinato, lavoro storiografico indipendente. Ignorare le smentite sopravvenute ripetendo goebbelsianamente le stesse menzogne è il segreto di questa tecnica di falsificazione del passato.
Perché nel 2022 hai dato alle stampe il libro «La Polizia della Storia. La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro», che fin dal titolo si contraddistingue per essere decisamente controcorrente rispetto alla piega che il dibattito ha assunto ormai da molto tempo?
Perché nel giugno 2021 ho subìto una pesante incursione della polizia di prevenzione, su mandato della procura di Roma, che si è impossessata del mio archivio digitale, del mio materiale di ricerca storica raccolto in anni di lavoro negli archivi pubblici e nelle interviste ai testimoni. E’ stata la mia risposta a quell’attacco senza precedenti alla libertà di ricerca. Una inaccettabile rappresaglia contro la storiografia indipendente, estranea alle narrazioni di regime. Quando ho avuto in mano le prime carte dell’inchiesta e sono riuscito a decifrarne la logica ho deciso di raccontare tutto, di denunciare quanto accaduto, riprendendo anche il filo del lavoro di ricerca con gli ultimi aggiornamenti sulle nuove conoscenze intervenute sul sequestro Moro e fornendo un resoconto radicalmente critico dell’attività mistificatrice condotta dall’ultima commissione Moro, i cui lavori avevo seguito da vicino.
Prima di proseguire nell’intervista mi sembra opportuno chiederti a che punto è la tua vicenda processuale?
Dopo oltre tre anni di indagine la procura ha chiesto l’archiviazione del fascicolo perché non è riuscita ad individuare alcun reato e perché in ogni caso quelli ipotizzati, parliamo del 2015, erano ormai prescritti. In via teorica l’azione giudiziaria si attiva per individuare i responsabili di reati commessi, dopo una notizia criminis, ovvero quando un fatto-reato esiste, è accertato. A quel punto si va alla ricerca dei responsabili che lo avrebbero commesso. In questo caso c’è stata invece un’azione «preventiva», ci si è mossi per individuare reati non ancora accertati ma solo ipotizzati. Più che un’inchiesta si è trattato di un rastrellamento giudiziario: «vengo a casa tua, sequestro tutto, qualcosa di illecito sicuramente trovo perché tu con il lavoro storico che fai sei ai miei occhi un sospettato permanente». Il risultato è che non hanno trovato nulla che potessero usare penalmente! Hanno certamente aggiornato le loro informazioni, raccolto una quantità di notizie, appunti, arricchito un background di conoscenze. Che poi è il vero lavoro che sta dietro l’attività di qualunque polizia. Una specie di «vita degli altri». Significativo è il fatto che nei rapporti dell’inchiesta il lavoro di ricerca, l’attività storica da me realizzata veniva apparentata ad una sorta di nuova militanza, una specie di «banda armata storiografica...».
La colpa che mi veniva imputata era quella di fare storia fuori dai canoni ritenuti legittimi. La domanda è: una società dove il ministero dell’Interno si erge ad arbitro del lavoro storico e pretende di decidere cosa si deve scrivere in un libro e chi ha il diritto di scriverlo, che società è? Da qui la polizia della storia.
A fronte di questa incredibile storia come hai fatto a comporre questo libro, stante che materialmente ti è stato impedito di proseguire «nei cantieri di ricerca aperti»?
Mi sono aiutato con il mio blog, Insorgenze.net, dove sono presenti oltre 1200 articoli frutto del mio lavoro di giornalista e di ricercatore. Un vero archivio che ho ripreso in mano aggiornando e incrementando gli interventi presenti anche grazie all’aiuto di amici e altri ricercatori che avevano copia di alcune parti della documentazione che mi era stata sottratta. Insomma ho chiesto aiuto e ho nuovamente recuperato quanto era possibile rintracciare dalle fonti aperte.
Quando analizzi l’arrivo delle Brigate rosse in via Fani il 16 marzo del 1978 ad un certo punto descrivi il posizionamento della 128 bianca, con due «irregolari» della Colonna romana a bordo. Quale era il confine tra militanti «regolari» e militanti «irregolari», e quando la clandestinità ha preso il sopravvento rispetto alle scelte organizzative delle Brigate rosse?
Contrariamente a quel che si crede, le Brigate rosse non nascono come una formazione clandestina. All’inizio operano con modalità semilegali: tutti i loro componenti vivono nelle loro case, hanno famiglia, figli, mogli o mariti, genitori. Vanno a lavorare regolarmente. Solo la loro azione politica di propaganda armata è «clandestina». Una clandestinità molto aleatoria che non garantisce a lungo la sicurezza del gruppo. Presto verranno individuati e pedinati e nel maggio del 1972 l’organizzazione, che all’epoca era prevalentemente incentrata su Milano, viene sgominata. Una retata fa cadere quasi tutte le basi e un bel pezzo della loro rete militante e di sostegno. I pochi scampati si ritrovano in un casolare del Lodigiano, gestito da Piero Bertolazzi, uno dei fondatori del gruppo, dove riflettendo sullo smacco subìto elaborano una innovativa teoria dell’organizzazione che prevedeva la «clandestinità strategica», così la chiamarono. Clandestini allo Stato e ai suoi apparati ma non alle masse, agli operai che erano il loro punto di riferimento, la loro base sociale, l’acqua dove nuotavano e da dove provenivano: le fabbriche. Ovviamente il nuovo modello organizzativo che prevedeva il passaggio alla vita clandestina dei quadri militanti presupponeva anche il rafforzamento della capacità logistiche: l’approvvigionamento di risorse economiche con le rapine di autofinanziamento, la creazione di una rete di basi sicure dove alloggiare i militanti clandestini e creare archivi, depositi e laboratori. La capacità di fornire loro copertura con la realizzazione di documenti contraffatti. Tutto in completa autonomia, senza ricorrere al mondo della malavita che era monitorato dalle forze di polizia e pieno di confidenti. Senza una forte logistica la lotta armata non sarebbe durata una settimana e la logistica è l’indicatore che da prova del radicamento sociale delle Brigate rosse. La logistica si avvale del grado di sviluppo delle forze produttive dell’epoca, del sapere operaio, delle sue elevate capacità tecnologiche e dell’esistenza di un radicato sostegno, appoggio, simpatia che si manifesta con modalità e intensità diverse. Quando si porrà il problema di produrre patenti di guida, per esempio, saranno degli operai delle aziende tessili del Biellese che forniranno la famosa tela rosa sulle quali erano stampate le patenti dell’epoca. Quindi vennero messe in piedi delle tipografie grazie alla presenza di militanti tipografi, così stamparono di tutto: riprodussero ogni tipo di timbro, carta di circolazione, bolli auto e contrassegni delle assicurazioni. Altri operai fornirono la plastica per fabbricare targhe, venne inventato un termoaspiratore che grazie ad un calco riproduceva le targhe. Tornitori e fabbri si occupavano di riparare armi e costruire silenziatori artigianali, altoparlanti... Poi c’erano anche medici e infermieri degli ospedali che fornivano la necessaria assistenza. Dopo gli arresti del 1972 viene gradualmente elaborata una teoria dell’organizzazione assolutamente innovativa e senza precedenti rispetto alle altre esperienze guerrigliere passate e contemporanee. Un modello che si costruisce sperimentalmente sulla base dell’esperienza diretta e che troverà definitiva formalizzazione nel novembre 1975. Le forze «regolari» sono quadri dell’organizzazione che entrano in clandestinità, supportati dall’apparato logistico che ho descritto. Attenzione a non confondere i latitanti, ricercati dalle forze di polizia, con i regolari. Entrambi sono clandestini ma i primi per necessità, i secondi per scelta. In origine gran parte dei regolari non sono conosciuti dalle forze di polizia, quindi non sono latitanti. Lo diverranno col tempo, una volta identificati. Tra i latitanti vi possono essere anche degli «irregolari», ovvero militanti dell’organizzazione che conducevano vita legale, spesso nelle brigate territoriali o nei posti di lavoro. I due irregolari cui fai riferimento sono Alvaro Loiacono, che infatti indossa un «mephisto» con cui travisa il volto perché già fotosegnalato dalle forze di polizia, e Alessio Casimirri. Nella squadra che opera la mattina del 16 marzo c’è un regolare che all’epoca non era ancora completamente clandestino, Bruno Seghetti. Viveva in un monolocale dell’organizzazione situato in Borgo Vittorio. Per questa ragione dopo la retata di inizio aprile che le forze di polizia condurranno a Roma negli ambienti dell’autonomia, Seghetti che ufficialmente era domiciliato a casa dei genitori a Centocelle, dove la polizia andò a cercarlo, si presentò in commissariato per non destare sospetti. In questo modo dovendo dare spiegazioni sulla sua assenza bruciò la base di Borgo Vittorio che venne subito smantellata.
Nel tuo libro c’è un capitolo che riprende una intervista a Giuliano Ferrara, a quel tempo membro della segreteria torinese del Pci e responsabile delle fabbriche. Perché le parole di Ferrara sono così importanti?
Perché per la prima volta un importante dirigente del Pci racconta le tecniche che quel partito impiegò per contrastare le Brigate rosse, il loro «principale antagonista a sinistra», come disse Berlinguer in una intervista apparsa su Repubblica nell’aprile del 1978. Emerge così la catena di trasmissione che lega la procura sabauda e la federazione comunista torinese, con Caselli (il magistrato che ha arrestato più operai nella storia d’Italia), e con lo stesso Violante che nel 1978 era nell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia per creare le basi della svolta emergenzialista con l’introduzione dei principi di trattamento differenziato: carceri e legislazione speciale. I due magistrati tenevano riunioni in federazione, concertando le strategie di contrasto alla lotta armata con i dirigenti del partito comunista locale mentre il partito, quando emersero difficoltà nella composizione della giuria popolare, filtrò diversi giurati. Una interferenza politica nel processo non certo in linea con i dettami costituzionali, l’autonomia della magistratura e il codice di procedura penale. Una testimonianza, quella di Ferrara, assolutamente rilevante sul piano storico che non trovò spazio nel giornale dove lavoravo all’epoca. L’allora direttore Dino Greco si rifiutò di pubblicarla perché «non in linea con la verità politica» che a suo avviso Liberazione, il quotidiano di Rifondazione comunista, doveva preservare. Una verità politica, ovvero una menzogna storica, costruita negando quanto era avvenuto nella realtà. La stessa «verità politica» che senza battere ciglio Greco ripropone nel libro che ha dedicato alla ricostruzione della storia della Brigate rosse e del sequestro Moro.
Cosa vuoi dire quando evidenzi che «attorno alle parole di Moro si è combattuta e tuttora si combatte una battaglia importante, una battaglia politica»?
Nel corso della prigionia Moro fu descritto dall’ampio schieramento politico e giornalistico che sosteneva la linea della fermezza (Dc, Pci, Repubblica di Scalfari) come una vittima della sindrome di Stoccolma, un politico privo di senso dello Stato, autore di lettere che non erano moralmente e materialmente ascrivibili alla sua persona. In un precedente volume ho pubblicato ampi stralci dei verbali delle riunioni della Direzione del Pci, nei quali oltre a denunciare l’uso di violenza psichica e preparati chimici per far collaborare l’ostaggio, si esprimevano giudizi pesantissimi nei confronti del prigioniero. Oggi sappiamo che si trattava di una versione di comodo, elaborata in quei giorni nelle stanze del Viminale grazie all’opera del professor Franco Ferracuti e del suo assistente Francesco Bruno, che suggerì di ritenere pubblicamente Moro un ostaggio sotto influenza dei suoi rapitori per delegittimare le proposte di trattativa e scambio di prigionieri elaborate in via Montalcini. Si trattò di una cinica operazione di disinformazione, un’azione di controguerriglia psicologica che governo, forze politiche e grande stampa accolsero e utilizzarono. Fu un assassinio anticipato, prim’ancora del suo corpo vennero fucilati dalle forze dell’emergenza la sua coscienza e il suo pensiero politico. Non a caso Moro, perfettamente consapevole della scelta fatta dal suo partito e dal Pci, scrisse: «il mio sangue ricadrà su di voi». Soltanto nel 2017, trentanove anni dopo la morte, il memoriale difensivo e le lettere scritte in via Montalcini sono state inserite nell’opera omnia edita dalla Presidenza della Repubblica, riconoscendone appieno, seppur con un grave ritardo, l’autenticità e l’importanza storica, politica ed etica. Ormai nessuno ha il più il coraggio di mettere in discussione l’integrità morotea di quegli scritti. Un recente lavoro di analisi filologica condotto da Michele Di Sivo ha definitivamente sepolto ogni disputa, relegando nella pattumiera della storia tutti quelli che hanno provato ad argomentare sulla inautenticità. Ma per le forze politiche, gli intellettuali e i giornali che sostennero l’inautenticità delle parole di Moro restava il problema di trovare una via di uscita per giustificare la scelta fatta e liberarsi della responsabilità di aver trovato politicamente più conveniente la sua morte. È nata così la dietrologia, l’affannosa ricerca di responsabili di sostituzione, di una narrazione che capovolgesse la condotta tenuta nei 55 giorni del sequestro attribuendo ad altri la mancata liberazione dell’ostaggio e l’esito nefasto del sequestro.
11/03/2025
Le origini del revisionismo storico
Il vizietto nazista di bruciare pubblicamente montagne di libri ha dimostrato il fatto che il nazionalsocialismo nutriva un grande, se non addirittura eccessivo, rispetto per la parola scritta.
I libri venivano bruciati perché si attribuiva loro un grande potere, in altre parole, li si temeva. Questa paura di perdere l’esclusiva dell’interpretazione era uno dei moventi fondamentali dei roghi nazisti.
L’uomo del primo Novecento aveva abbastanza esperienza del libro come mezzo di comunicazione di massa, da sapere che la Storia non si limita ad accadere, ma viene scritta per le generazioni a venire.
Il fatto che l’“atto creativo” fosse sempre preceduto dalla lotta e dalla distruzione delle creazioni esistenti rispecchiava la tendenza radicale e aggressiva di Adolf Hitler.
Sin dal principio la consapevolezza con la quale i nazisti rielaborarono la Storia non si estrinsecò solo nelle azioni, ma in un vero e proprio progetto culturale e, in questo caso, letterario: l’attività culturale venne denigrata in quanto “ebreicizzata”, intere branche della scienza furono screditate in quanto “troppo soggette all’influenza straniera”.
Il libro, dunque, era considerato uno dei più efficaci strumenti di potere in mano al nemico, in particolare agli ebrei. Selezionare e bruciare i libri – come in seguito si fece con le persone – fu solo il primo passo.
Il secondo fu quello di prendersi cura e di coltivare la propria razza e di dare vita a una propria scienza e cultura. Quindi servivano libri propri, sia in ambito artistico che scientifico, perché si credeva che con lo specifico approccio nazista si fossero finalmente gettate le basi che consentivano di trasformare la scienza e l’arte in un scienza tedesca e in un’arte tedesca.
Questo è il motivo per cui sotto il nazionalsocialismo venne prodotto un numero impressionante di libri – e la reinterpretazione del sapere esistente fu devastante fin dall’inizio.
Fonte
I libri venivano bruciati perché si attribuiva loro un grande potere, in altre parole, li si temeva. Questa paura di perdere l’esclusiva dell’interpretazione era uno dei moventi fondamentali dei roghi nazisti.
L’uomo del primo Novecento aveva abbastanza esperienza del libro come mezzo di comunicazione di massa, da sapere che la Storia non si limita ad accadere, ma viene scritta per le generazioni a venire.
Il fatto che l’“atto creativo” fosse sempre preceduto dalla lotta e dalla distruzione delle creazioni esistenti rispecchiava la tendenza radicale e aggressiva di Adolf Hitler.
Sin dal principio la consapevolezza con la quale i nazisti rielaborarono la Storia non si estrinsecò solo nelle azioni, ma in un vero e proprio progetto culturale e, in questo caso, letterario: l’attività culturale venne denigrata in quanto “ebreicizzata”, intere branche della scienza furono screditate in quanto “troppo soggette all’influenza straniera”.
Il libro, dunque, era considerato uno dei più efficaci strumenti di potere in mano al nemico, in particolare agli ebrei. Selezionare e bruciare i libri – come in seguito si fece con le persone – fu solo il primo passo.
Il secondo fu quello di prendersi cura e di coltivare la propria razza e di dare vita a una propria scienza e cultura. Quindi servivano libri propri, sia in ambito artistico che scientifico, perché si credeva che con lo specifico approccio nazista si fossero finalmente gettate le basi che consentivano di trasformare la scienza e l’arte in un scienza tedesca e in un’arte tedesca.
Questo è il motivo per cui sotto il nazionalsocialismo venne prodotto un numero impressionante di libri – e la reinterpretazione del sapere esistente fu devastante fin dall’inizio.
Fonte
05/03/2025
I comunisti e le comuniste hanno liberato l’Europa. 10 maggio corteo a Roma
I comunisti e le comuniste hanno liberato l’Europa
10 maggio corteo cittadino per ribadire e difendere il ruolo dei comunisti nella vittoria sul nazifascismo
Nel 2019 e nel 2025 due risoluzioni approvate dal Parlamento europeo hanno messo sullo stesso piano la storia e simboli del comunismo con quelli del nazifascismo. Tuttavia, la storia è andata diversamente.
La capitolazione della Germania di Hitler è dovuta in gran parte alla resistenza e all’offensiva dell’Unione Sovietica sul fronte orientale e alle radicate resistenze sul fronte interno dell’occupazione nazista, che insieme hanno portato alla resa incondizionata del nazifascismo, annunciata al mondo la mattina del 9 maggio 1945.
Il sacrificio dei comunisti e delle comuniste in tutta Europa, dalla Resistenza partigiana nel nostro Paese – formata in gran parte da comunisti e comuniste – all’Esercito di liberazione popolare della Jugoslavia, è l’esempio più concreto del ruolo svolto dai partiti e dalle organizzazioni comuniste per la liberazione del continente dall’occupazione nazifascista e per aver messo la parola fine al più grande conflitto bellico nella storia dell’umanità.
È contro questa verità che va inquadrata l’offensiva ideologica dell’Unione Europea, alle prese con la crisi di egemonia e la mai sopita aggressività militare dell’imperialismo occidentale e della Nato.
Ma i tentativi di revisionismo storico, come l’ultimo sulle foibe, necessitano di una risposta da parte di tutte e tutti i comunisti che sappia rilanciare il portato storico della propria azione.
Il 9 maggio allora i “comunisti e le comuniste della capitale” non festeggiano la Giornata dell’Europa, istituita non a caso dall’Ue nel 1985 per rispondere alla forza evocativa di quella nostra giornata, ma la Giornata della Vittoria sul nazifascismo, purtroppo non definitiva, e per aver posto fine alla guerra mondiale, oggi di nuovo alimentata dalla postura internazionale dell’Ue e dei governi dei suoi membri.
Su queste considerazioni, convocheremo un’assemblea pubblica per fine mese a Roma (maggiori info nei prossimi giorni) orientata alla costruzione di un corteo cittadino per sabato 10 maggio che riaffermi il ruolo dei comunisti nella liberazione dell’Europa dal nazifascismo e dalla guerra portando in piazza solo le bandiere del movimento comunista di ieri e di oggi.
Invitiamo le forze comuniste in tutte le città del paese a riunirsi per costruire, a ridosso del 9 maggio, momenti di rivendicazione del ruolo storico avuto dal comunismo per la liberazione e la sconfitta del nazifascismo.
Comitato promotore (in aggiornamento): Rete dei Comunisti, Patria socialista, Potere al Popolo, Rifondazione comunista, Partito comunista italiano, Cambiare Rotta, Opposizione Studentesca d’Alternativa, Csoa Macchia Rossa...
Fonte
Nel 2019 e nel 2025 due risoluzioni approvate dal Parlamento europeo hanno messo sullo stesso piano la storia e simboli del comunismo con quelli del nazifascismo. Tuttavia, la storia è andata diversamente.
La capitolazione della Germania di Hitler è dovuta in gran parte alla resistenza e all’offensiva dell’Unione Sovietica sul fronte orientale e alle radicate resistenze sul fronte interno dell’occupazione nazista, che insieme hanno portato alla resa incondizionata del nazifascismo, annunciata al mondo la mattina del 9 maggio 1945.
Il sacrificio dei comunisti e delle comuniste in tutta Europa, dalla Resistenza partigiana nel nostro Paese – formata in gran parte da comunisti e comuniste – all’Esercito di liberazione popolare della Jugoslavia, è l’esempio più concreto del ruolo svolto dai partiti e dalle organizzazioni comuniste per la liberazione del continente dall’occupazione nazifascista e per aver messo la parola fine al più grande conflitto bellico nella storia dell’umanità.
È contro questa verità che va inquadrata l’offensiva ideologica dell’Unione Europea, alle prese con la crisi di egemonia e la mai sopita aggressività militare dell’imperialismo occidentale e della Nato.
Ma i tentativi di revisionismo storico, come l’ultimo sulle foibe, necessitano di una risposta da parte di tutte e tutti i comunisti che sappia rilanciare il portato storico della propria azione.
Il 9 maggio allora i “comunisti e le comuniste della capitale” non festeggiano la Giornata dell’Europa, istituita non a caso dall’Ue nel 1985 per rispondere alla forza evocativa di quella nostra giornata, ma la Giornata della Vittoria sul nazifascismo, purtroppo non definitiva, e per aver posto fine alla guerra mondiale, oggi di nuovo alimentata dalla postura internazionale dell’Ue e dei governi dei suoi membri.
Su queste considerazioni, convocheremo un’assemblea pubblica per fine mese a Roma (maggiori info nei prossimi giorni) orientata alla costruzione di un corteo cittadino per sabato 10 maggio che riaffermi il ruolo dei comunisti nella liberazione dell’Europa dal nazifascismo e dalla guerra portando in piazza solo le bandiere del movimento comunista di ieri e di oggi.
Invitiamo le forze comuniste in tutte le città del paese a riunirsi per costruire, a ridosso del 9 maggio, momenti di rivendicazione del ruolo storico avuto dal comunismo per la liberazione e la sconfitta del nazifascismo.
Comitato promotore (in aggiornamento): Rete dei Comunisti, Patria socialista, Potere al Popolo, Rifondazione comunista, Partito comunista italiano, Cambiare Rotta, Opposizione Studentesca d’Alternativa, Csoa Macchia Rossa...
Fonte
11/02/2025
Quando ricordare diventa pericoloso
Sul Giorno del Ricordo, sulla complessa questione del confine orientale italiano e sulla propaganda riguardante gli eventi legati alle foibe è stato scritto tantissimo. Basta cercare e leggere per avere delle ricostruzioni basate su documenti e fatti accertati.
Questo breve articolo non vuole aggiungersi a questa lunga lista di lavori, perché sono già abbastanza esaustivi e non sono un esperto di quelle vicende. Alcune parole, senza pretesa di completezza, vanno però dette sulle parole del Presidente della Repubblica.
Perché il ricordo è una cosa privata, a cui tutti hanno diritto finché qualche caro rimane in vita per ricordare. Ma la memoria è un’altra cosa, attiene alla dimensione della collettività e al modo in cui i suoi vertici stabiliscono degli eventi da considerarsi importanti, quasi fondativi, dei valori della comunità stessa.
Per questo abbiamo un Giorno della Memoria: perché vogliamo una società in cui la violenza del genocidio nazifascista non solo non sia dimenticata, ma non venga ripetuta. Anche se, purtroppo, oggi l’Occidente difende la pulizia etnica operata contro i palestinesi, con Israele che fa di tutto per riscrivere la storia dei suoi crimini.
Purtroppo, anche Mattarella si è lasciato andare di recente a manipolazioni storiche che non rendono conto di fenomeni complessi, così come lo fu lo scenario dell’Europa degli anni Trenta del Novecento. E al Quirinale, per il Giorno del Ricordo, ha ripetuto l’esperienza, quando avrebbe potuto fare altro, visti i post-fascisti al governo, pur rispettando i suoi obblighi istituzionali.
Perché la legge con cui è stata introdotta questa ricorrenza cita esplicitamente la “complessa vicenda del confine orientale”, ma gli eventi organizzate dalle autorità pubbliche si concentrano sempre quasi esclusivamente su una parte ristretta di questa “complessa vicenda”: gli infoibamenti del 1943 e del 1945, e l’esodo del decennio successivo dai territori persi dall’Italia con la fine della guerra.
Togliamo subito dall’equazione l’esodo, che è stato un fenomeno di lunga durata, non un’espulsione coatta ma il risultato del nuovo ordine post-bellico e di quelle terre. Magari per molti quella di trasferirsi è stata una scelta dolorosa, ma pur sempre volontaria: non l’effetto di un’opera di pulizia etnica.
Insomma, ha poco o nulla a che vedere con il fenomeno degli infoibamenti, che nei due momenti citati (1943 e 1945) ha riguardato meno di 5 mila persone, stando alle fonti accertate. E non sono solo italiani, perché il fenomeno è legato alle epurazioni che avvengono alla fine di un conflitto – successero e fecero probabilmente anche più vittime in Francia – e, di nuovo, non è stata un’opera di pulizia etnica.
Possiamo provare giustamente disgusto per la violenza della guerra e di eventi ad essa collegata, come gli infoibamenti appunto (già usati precedentemente dai nazifascisti, tra l’altro). Ma la storia è questa e, da storico, non siamo qui a giudicare ma a comprendere perché gli uomini si sono comportati in un determinato modo.
Per questo andrebbe posta in risalto la “complessa vicenda del confine orientale”, perché solo così si potrebbe capire da dove è originata, quale è stata la causa prima da cui poi è scaturita la Guerra Mondiale e tutte le violenze annesse. E questo poteva fare Mattarella, puntando il dito contro il suprematismo e l’espansionismo nazifascista.
Il Presidente della Repubblica ha invece preferito dire che “troppo a lungo ‘foiba’ e ‘infoibare’ furono sinonimi di occultamento della storia”. Che è semplicemente una falsità per evitare proprio di inserire la questione ‘foibe’ dentro le vicende del confine orientale italiano, che cominciano anche prima dell’avvento di Mussolini.
Al di là del fatto che lavori di ricostruzione storiografica su tali vicende sono stati prodotti in quantità nell’ultimo mezzo secolo, e nessuno ha mai nascosto nulla, nel 1993 i ministri degli Esteri di Italia e Slovenia istituirono una Commissione storica italo-slovena per fare il punto delle ricerche effettuate e incamminarsi su una definitiva riconciliazione.
Nel 2000 ne venne presentata la relazione finale, dal titolo “I rapporti italo-sloveni fra il 1880 e il 1956”, e il governo sloveno la adottò l’anno successivo. A Palazzo Chigi, dove sedeva Amato, si dimenticarono invece di questo testo, che aveva giustamente ripercorso l’opera di pulizia etnica – questa sì – degli italiani nei Balcani.
In quel governo il ministro della Difesa era Mattarella, che pochi mesi prima, sotto un altro presidente del Consiglio (D’Alema), aveva fatto bombardare Belgrado. Quattro anni dopo il centrodestra di Berlusconi avrebbe istituito il Giorno del Ricordo, e oggi Mattarella ci viene a dire che c’è stata una sorta di “congiura del silenzio” sugli eventi del confine orientale.
Ma chi ha silenziato la verità storica accertata con anni e anni di lavoro di storici attenti e accreditati? Poiché la storia non si adeguava bene alla rimozione delle responsabilità storiche dell’Italia, allora è stata disconosciuta a favore di una ricorrenza fondata esclusivamente sulla narrazione che di quegli eventi fanno i post-fascisti.
Il problema è che la storia non relega tutti i cattivi da una parte e tutti i buoni dall’altra, come vorrebbe l’attuale classe dirigente italiana. E ciò renderebbe impossibile stigmatizzare Tito, il comunismo e il movimento partigiano jugoslavo. Perché diciamocelo, solo chi vuole tenere gli occhi chiusi e le orecchie tappate non capirebbe che l’obiettivo di fondo è quello.
Fonte
Questo breve articolo non vuole aggiungersi a questa lunga lista di lavori, perché sono già abbastanza esaustivi e non sono un esperto di quelle vicende. Alcune parole, senza pretesa di completezza, vanno però dette sulle parole del Presidente della Repubblica.
Perché il ricordo è una cosa privata, a cui tutti hanno diritto finché qualche caro rimane in vita per ricordare. Ma la memoria è un’altra cosa, attiene alla dimensione della collettività e al modo in cui i suoi vertici stabiliscono degli eventi da considerarsi importanti, quasi fondativi, dei valori della comunità stessa.
Per questo abbiamo un Giorno della Memoria: perché vogliamo una società in cui la violenza del genocidio nazifascista non solo non sia dimenticata, ma non venga ripetuta. Anche se, purtroppo, oggi l’Occidente difende la pulizia etnica operata contro i palestinesi, con Israele che fa di tutto per riscrivere la storia dei suoi crimini.
Purtroppo, anche Mattarella si è lasciato andare di recente a manipolazioni storiche che non rendono conto di fenomeni complessi, così come lo fu lo scenario dell’Europa degli anni Trenta del Novecento. E al Quirinale, per il Giorno del Ricordo, ha ripetuto l’esperienza, quando avrebbe potuto fare altro, visti i post-fascisti al governo, pur rispettando i suoi obblighi istituzionali.
Perché la legge con cui è stata introdotta questa ricorrenza cita esplicitamente la “complessa vicenda del confine orientale”, ma gli eventi organizzate dalle autorità pubbliche si concentrano sempre quasi esclusivamente su una parte ristretta di questa “complessa vicenda”: gli infoibamenti del 1943 e del 1945, e l’esodo del decennio successivo dai territori persi dall’Italia con la fine della guerra.
Togliamo subito dall’equazione l’esodo, che è stato un fenomeno di lunga durata, non un’espulsione coatta ma il risultato del nuovo ordine post-bellico e di quelle terre. Magari per molti quella di trasferirsi è stata una scelta dolorosa, ma pur sempre volontaria: non l’effetto di un’opera di pulizia etnica.
Insomma, ha poco o nulla a che vedere con il fenomeno degli infoibamenti, che nei due momenti citati (1943 e 1945) ha riguardato meno di 5 mila persone, stando alle fonti accertate. E non sono solo italiani, perché il fenomeno è legato alle epurazioni che avvengono alla fine di un conflitto – successero e fecero probabilmente anche più vittime in Francia – e, di nuovo, non è stata un’opera di pulizia etnica.
Possiamo provare giustamente disgusto per la violenza della guerra e di eventi ad essa collegata, come gli infoibamenti appunto (già usati precedentemente dai nazifascisti, tra l’altro). Ma la storia è questa e, da storico, non siamo qui a giudicare ma a comprendere perché gli uomini si sono comportati in un determinato modo.
Per questo andrebbe posta in risalto la “complessa vicenda del confine orientale”, perché solo così si potrebbe capire da dove è originata, quale è stata la causa prima da cui poi è scaturita la Guerra Mondiale e tutte le violenze annesse. E questo poteva fare Mattarella, puntando il dito contro il suprematismo e l’espansionismo nazifascista.
Il Presidente della Repubblica ha invece preferito dire che “troppo a lungo ‘foiba’ e ‘infoibare’ furono sinonimi di occultamento della storia”. Che è semplicemente una falsità per evitare proprio di inserire la questione ‘foibe’ dentro le vicende del confine orientale italiano, che cominciano anche prima dell’avvento di Mussolini.
Al di là del fatto che lavori di ricostruzione storiografica su tali vicende sono stati prodotti in quantità nell’ultimo mezzo secolo, e nessuno ha mai nascosto nulla, nel 1993 i ministri degli Esteri di Italia e Slovenia istituirono una Commissione storica italo-slovena per fare il punto delle ricerche effettuate e incamminarsi su una definitiva riconciliazione.
Nel 2000 ne venne presentata la relazione finale, dal titolo “I rapporti italo-sloveni fra il 1880 e il 1956”, e il governo sloveno la adottò l’anno successivo. A Palazzo Chigi, dove sedeva Amato, si dimenticarono invece di questo testo, che aveva giustamente ripercorso l’opera di pulizia etnica – questa sì – degli italiani nei Balcani.
In quel governo il ministro della Difesa era Mattarella, che pochi mesi prima, sotto un altro presidente del Consiglio (D’Alema), aveva fatto bombardare Belgrado. Quattro anni dopo il centrodestra di Berlusconi avrebbe istituito il Giorno del Ricordo, e oggi Mattarella ci viene a dire che c’è stata una sorta di “congiura del silenzio” sugli eventi del confine orientale.
Ma chi ha silenziato la verità storica accertata con anni e anni di lavoro di storici attenti e accreditati? Poiché la storia non si adeguava bene alla rimozione delle responsabilità storiche dell’Italia, allora è stata disconosciuta a favore di una ricorrenza fondata esclusivamente sulla narrazione che di quegli eventi fanno i post-fascisti.
Il problema è che la storia non relega tutti i cattivi da una parte e tutti i buoni dall’altra, come vorrebbe l’attuale classe dirigente italiana. E ciò renderebbe impossibile stigmatizzare Tito, il comunismo e il movimento partigiano jugoslavo. Perché diciamocelo, solo chi vuole tenere gli occhi chiusi e le orecchie tappate non capirebbe che l’obiettivo di fondo è quello.
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