Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/01/2026
Migliaia in piazza con Torino partigiana
Decine di migliaia di persone hanno oggi attraversato Torino, per il corteo chiamato da Askatasuna dopo lo sgombero del 18 dicembre. Erano tre i concentramenti (da Palazzo Nuovo, l’università; da Porta Nuova, dove era presente soprattutto il movimento Notav; e da Porta Susa), una scommessa rischiosa che però è nettamente riuscita, vista la marea di persone presenti.
Già dalla mattina la città è stata militarizzata, come era successo al momento dello sgombero. Una militarizzazione a cui aveva risposto in massa la città nei giorni successivi, con intere famiglie, compresi i bambini, scesi in piazza a difendere il centro sociale. Eppure, Lucia Musti, Procuratrice generale del Piemonte, ha voluto ribaltare i fatti, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario svoltasi il 30 gennaio.
“I torinesi patiscono una limitazione della propria libertà di vita in una città blindata e sotto scacco di pochi e violenti facinorosi”, ha detto all’evento, aggiungendo inoltre che, a suo avviso, esisterebbe “un’area grigia di matrice colta e borghese che ha una benevola tolleranza verso queste manifestazioni”, attaccando in sostanza i “ceti medi” che nella socialità creata dal centro sociale vedono un fattore positivo.
Il dispiegamento repressivo e preventivo ha raggiunto livelli che palesano l’attacco profondo condotto contro il diritto a manifestare e a esprimere dissenso. Stando ai dati forniti dalla questura, sono state 747 le persone identificate a partire già da ieri, con 236 veicoli e persino 4 voli controllati. 24 persone sono state colpite da fogli di via con divieto di ritorno nel comune di Torino, per periodi che variano da 1 a 3 anni, mentre 7 sono i Daspo urbani.
Ad ogni modo, tornando alla manifestazione, i tre cortei si sono mossi in contemporanea verso Piazza Vittorio, dove si sono ricongiunti dietro lo striscione “Askatasuna vuol dire libertà. Torino è partigiana. Contro governo, guerra e attacchi agli spazi sociali”. Parole d’ordine chiare rispetto alle responsabilità politiche di uno sgombero, quello del centro sociale torinese, che è solo un tassello di una deriva più generale di guerra, esterna e interna.
I manifestanti si sono diretti verso Viale Regina Margherita, in Vanchiglia, come già avevano dichiarato di voler fare e dove si trova appunto lo stabile ora sgomberato, in un quartiere ancora militarizzato. Già da Corso San Maurizio un ingente dispositivo poliziesco ha provato a confinare il corteo, chiudendo anche gli accessi ai vicini parchi pubblici. Ma una parte di esso è riuscito ad arrivare deciso nel viale dove c’è lo stabile dell’Askatasuna.
Cercando di avanzare verso l’edificio, è partito il lancio di lacrimogeni e l’uso di idranti mentre dalle prime file del corteo venivano lanciati fuochi d’artificio. Sono seguite cariche della celere, mentre un lacrimogeno (alcuni lanciati anche ad altezza uomo) ha colpito una redattrice di Radio Onda d’Urto, si legge sul loro sito.
I manifestanti hanno resistito, con la polizia che si è mossa anche sulle vie laterali, procedendo con manganelli e fermi. Un corteo fatto da migliaia di persone si è infine ricompattato su Corso Regio Parco, portando a conclusione la manifestazione.
Si segnala una violenta attività delle forze dell’ordine.
Prevedibili e pesanti le dichiarazioni come quella dell’assessora regionale di Fratelli d’Italia, Elena Chiorino, che ha detto: “qui non c’è dissenso, non c’è protesta: ci sono solo odio organizzato e terrorismo politico”. Anche in questo caso, la categoria di “terrorismo” torna ad essere usata per demonizzare chi continua a mobilitarsi da mesi. Ma è merce ormai scaduta...
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05/03/2025
I comunisti e le comuniste hanno liberato l’Europa. 10 maggio corteo a Roma
I comunisti e le comuniste hanno liberato l’Europa
10 maggio corteo cittadino per ribadire e difendere il ruolo dei comunisti nella vittoria sul nazifascismo
Nel 2019 e nel 2025 due risoluzioni approvate dal Parlamento europeo hanno messo sullo stesso piano la storia e simboli del comunismo con quelli del nazifascismo. Tuttavia, la storia è andata diversamente.
La capitolazione della Germania di Hitler è dovuta in gran parte alla resistenza e all’offensiva dell’Unione Sovietica sul fronte orientale e alle radicate resistenze sul fronte interno dell’occupazione nazista, che insieme hanno portato alla resa incondizionata del nazifascismo, annunciata al mondo la mattina del 9 maggio 1945.
Il sacrificio dei comunisti e delle comuniste in tutta Europa, dalla Resistenza partigiana nel nostro Paese – formata in gran parte da comunisti e comuniste – all’Esercito di liberazione popolare della Jugoslavia, è l’esempio più concreto del ruolo svolto dai partiti e dalle organizzazioni comuniste per la liberazione del continente dall’occupazione nazifascista e per aver messo la parola fine al più grande conflitto bellico nella storia dell’umanità.
È contro questa verità che va inquadrata l’offensiva ideologica dell’Unione Europea, alle prese con la crisi di egemonia e la mai sopita aggressività militare dell’imperialismo occidentale e della Nato.
Ma i tentativi di revisionismo storico, come l’ultimo sulle foibe, necessitano di una risposta da parte di tutte e tutti i comunisti che sappia rilanciare il portato storico della propria azione.
Il 9 maggio allora i “comunisti e le comuniste della capitale” non festeggiano la Giornata dell’Europa, istituita non a caso dall’Ue nel 1985 per rispondere alla forza evocativa di quella nostra giornata, ma la Giornata della Vittoria sul nazifascismo, purtroppo non definitiva, e per aver posto fine alla guerra mondiale, oggi di nuovo alimentata dalla postura internazionale dell’Ue e dei governi dei suoi membri.
Su queste considerazioni, convocheremo un’assemblea pubblica per fine mese a Roma (maggiori info nei prossimi giorni) orientata alla costruzione di un corteo cittadino per sabato 10 maggio che riaffermi il ruolo dei comunisti nella liberazione dell’Europa dal nazifascismo e dalla guerra portando in piazza solo le bandiere del movimento comunista di ieri e di oggi.
Invitiamo le forze comuniste in tutte le città del paese a riunirsi per costruire, a ridosso del 9 maggio, momenti di rivendicazione del ruolo storico avuto dal comunismo per la liberazione e la sconfitta del nazifascismo.
Comitato promotore (in aggiornamento): Rete dei Comunisti, Patria socialista, Potere al Popolo, Rifondazione comunista, Partito comunista italiano, Cambiare Rotta, Opposizione Studentesca d’Alternativa, Csoa Macchia Rossa...
Fonte
Nel 2019 e nel 2025 due risoluzioni approvate dal Parlamento europeo hanno messo sullo stesso piano la storia e simboli del comunismo con quelli del nazifascismo. Tuttavia, la storia è andata diversamente.
La capitolazione della Germania di Hitler è dovuta in gran parte alla resistenza e all’offensiva dell’Unione Sovietica sul fronte orientale e alle radicate resistenze sul fronte interno dell’occupazione nazista, che insieme hanno portato alla resa incondizionata del nazifascismo, annunciata al mondo la mattina del 9 maggio 1945.
Il sacrificio dei comunisti e delle comuniste in tutta Europa, dalla Resistenza partigiana nel nostro Paese – formata in gran parte da comunisti e comuniste – all’Esercito di liberazione popolare della Jugoslavia, è l’esempio più concreto del ruolo svolto dai partiti e dalle organizzazioni comuniste per la liberazione del continente dall’occupazione nazifascista e per aver messo la parola fine al più grande conflitto bellico nella storia dell’umanità.
È contro questa verità che va inquadrata l’offensiva ideologica dell’Unione Europea, alle prese con la crisi di egemonia e la mai sopita aggressività militare dell’imperialismo occidentale e della Nato.
Ma i tentativi di revisionismo storico, come l’ultimo sulle foibe, necessitano di una risposta da parte di tutte e tutti i comunisti che sappia rilanciare il portato storico della propria azione.
Il 9 maggio allora i “comunisti e le comuniste della capitale” non festeggiano la Giornata dell’Europa, istituita non a caso dall’Ue nel 1985 per rispondere alla forza evocativa di quella nostra giornata, ma la Giornata della Vittoria sul nazifascismo, purtroppo non definitiva, e per aver posto fine alla guerra mondiale, oggi di nuovo alimentata dalla postura internazionale dell’Ue e dei governi dei suoi membri.
Su queste considerazioni, convocheremo un’assemblea pubblica per fine mese a Roma (maggiori info nei prossimi giorni) orientata alla costruzione di un corteo cittadino per sabato 10 maggio che riaffermi il ruolo dei comunisti nella liberazione dell’Europa dal nazifascismo e dalla guerra portando in piazza solo le bandiere del movimento comunista di ieri e di oggi.
Invitiamo le forze comuniste in tutte le città del paese a riunirsi per costruire, a ridosso del 9 maggio, momenti di rivendicazione del ruolo storico avuto dal comunismo per la liberazione e la sconfitta del nazifascismo.
Comitato promotore (in aggiornamento): Rete dei Comunisti, Patria socialista, Potere al Popolo, Rifondazione comunista, Partito comunista italiano, Cambiare Rotta, Opposizione Studentesca d’Alternativa, Csoa Macchia Rossa...
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26/11/2024
Manifestazione nazionale 30 novembre a Roma, ci sarà un solo corteo
Sembrano risolti i problemi di convergenza su un solo corteo unitario per la manifestazione nazionale del 30 novembre a Roma sulla Palestina. Una riunione di tutte le associazioni palestinesi, successiva all’assemblea cittadina di Roma del 21 novembre che aveva indicato questa soluzione, è stata accettata da tutte le diverse realtà solidali con il popolo palestinese.
L’appuntamento di partenza sarà piazza Vittorio e la conclusione a Porta San Paolo, ossia i due luoghi di arrivo delle convocazioni dei due cortei precedenti.
Sul piano politico rimangono sul campo visioni diverse e diversificate, ma almeno sul corteo unitario si è arrivati ad una convergenza. Sabato 30 novembre oltre che a Roma, nel quadro della stessa giornata di mobilitazione, ci sarà anche la manifestazione a Milano.
Per domenica 1 dicembre le realtà che hanno promosso l’assemblea del 9 novembre hanno convocato una riunione nazionale per discutere e coordinare operativamente come sviluppare le iniziative nel prossimo futuro sulla solidarietà con il popolo palestinese e per spezzare le complicità in Italia con la macchina di guerra e di propaganda israeliana.
Qui di seguito il comunicato delle realtà dell’assemblea del 9 novembre e il comunicato delle associazioni palestinesi sulla manifestazione nazionale del 30 novembre a Roma
L’appuntamento di partenza sarà piazza Vittorio e la conclusione a Porta San Paolo, ossia i due luoghi di arrivo delle convocazioni dei due cortei precedenti.
Sul piano politico rimangono sul campo visioni diverse e diversificate, ma almeno sul corteo unitario si è arrivati ad una convergenza. Sabato 30 novembre oltre che a Roma, nel quadro della stessa giornata di mobilitazione, ci sarà anche la manifestazione a Milano.
Per domenica 1 dicembre le realtà che hanno promosso l’assemblea del 9 novembre hanno convocato una riunione nazionale per discutere e coordinare operativamente come sviluppare le iniziative nel prossimo futuro sulla solidarietà con il popolo palestinese e per spezzare le complicità in Italia con la macchina di guerra e di propaganda israeliana.
Qui di seguito il comunicato delle realtà dell’assemblea del 9 novembre e il comunicato delle associazioni palestinesi sulla manifestazione nazionale del 30 novembre a Roma
*****
CORTEO UNITARIO PER LA MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA DEL 30 NOVEMBRE. SI PARTE DA PIAZZA VITTORIO.
Il corteo sarà unitario!
Come realtà che hanno partecipato alla costruzione del percorso e all’Assemblea nazionale del 9 novembre a Roma, siamo estremamente soddisfatte/i della convocazione unitaria della manifestazione di sabato contro il genocidio dei palestinesi e il massacro dei libanesi, contro il pericolo globale che rappresenta Israele e la sua escalation in medio oriente e a fianco di tutte le resistenze.
Dopo 13 mesi di mobilitazioni continue ma frammentate e segnate dalle divisioni, l’assemblea del 9 novembre, a cui hanno aderito 250 realtà palestinesi, libanesi e italiane, è stata determinante nel raggiungere l’unità tra le forze palestinesi e lavorare alla massima convergenza di un fronte ampio contro i crimini e le politiche dello stato israeliano.
Riteniamo che la proposta unitaria uscita dall’assemblea cittadina romana di giovedì 21 novembre, organizzata all’occupazione romana di Porto Fluviale, di convergere in un unico corteo – seppure nelle sue diversità – che parta da Piazza Vittorio per riprendersi la piazza vietata del 5 ottobre, piazza di Porta San Paolo, rappresenti un gesto di maturità di tutte le componenti, che hanno abbandonato i particolarismi e hanno deciso di marciare assieme, per la Palestina, il Libano, contro il sionismo e il pericolo di una escalation globale del conflitto.
Convergere, includere nella diversità è possibile e doveroso di fronte a un genocidio e a un massacro che non si fermano, ma anzi diventano sempre più parte di una strategia che vorrebbe far precipitare tutto il Medio Oriente, e non solo, nella guerra. Scendere in campo contro il nostro governo, l’unione europea e tutti i governi occidentali, complici dei crimini israeliani, e chiedere lo stop delle forniture di armi e alle collaborazioni con lo stato di Israele è un dovere politico e umano imprescindibile per tutte e tutti.
Per continuare ad allargare sempre di più il fronte, le pratiche e le iniziative contro il genocidio e contro i suoi responsabili, per dare forma a una rete nazionale in sostegno alla Palestina, al Libano, contro le guerre e i suoi crimini confermiamo e rilanciamo la riunione di domenica 1 dicembre a Roma in presenza e in collegamento. Presto verranno forniti i dettagli dell’assemblea.
• Stop Genocidio in Palestina e Massacro in Libano
• Israele è un pericolo per il Mondo
• Fermiamo le Guerre Globali
• Con le Resistenze
• Stop invio armi ad Israele
• Stop accordi di cooperazione a tutti i livelli
• Stop Occupazione e Apartheid
• Stop Bombing and Kill
• Immediata apertura dei canali Umanitari
Ci vediamo il 30, uniti! Palestina e Libano Libere!
Assemblea 9 Novembre
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Il comunicato delle associazioni palestinesi sulla manifestazione del 30 novembre a Roma
MANIFESTAZIONE NAZIONALE UNITARIA
ROMA – PIAZZA VITTORIO EMANUELE
SABATO 30 NOVEMBRE – ORE 14:00
STOP AL GENOCIDIO IN PALESTINA E AL MASSACRO IN LIBANO
Di fronte al genocidio in Palestina e al massacro in Libano, e all’estensione del fronte della guerra, è dovere di tutti di convergere in un’unica grande manifestazione nazionale che sfili da Piazza Vittorio e in modo unitario si riprenda la piazza vietata il 5 ottobre, Piazza Porta San Paolo.
Come organizzazioni palestinesi in Italia – Associazione Palestinesi d’Italia (API), Comunità Palestinese, Giovani Palestinesi d’Italia (GPI), Movimento Studenti Palestinesi (MSP), Unione Democratica Arabo-Palestinese (UDAP) – abbiamo intenzione di costruire un corteo unico sotto le bandiere palestinesi e libanesi contro il sionismo a fianco della resistenza, lavorando con i movimenti e le realtà solidali per ribadire che il sionismo, nella sua natura di progetto imperialista, non rappresenti un pericolo solo per i popoli arabo, ma per tutto il mondo.
È nostro dovere continuare ad organizzarci per pretendere dignità e libertà per i nostri popoli, come è nostro dovere raccogliere il mandato della nostra Resistenza.
La Resistenza e la sua storia ci insegna anche che la lotta può essere compromessa facilmente, nel momento in cui si lascia spazio al collaborazionismo.
La Resistenza palestinese e libanese hanno indicato con chiarezza la via da percorrere: continuare a lottare, unendo i fronti, fino alla vittoria, fino alla liberazione totale dall’imperialismo e dall’oppressione coloniale.
È con questa consapevolezza che ribadiamo il ruolo centrale delle organizzazioni palestinesi – affiancate da tutte le realtà italiane che si sono mobilitate nel corso di quest’ultimo anno in supporto della lotta di liberazione palestinese – e una piattaforma unitaria di lotta contro il sionismo e contro il Governo Meloni complice .
Scenderemo unitariamente in piazza il 30 novembre per ribadire:
-La fine immediata del genocidio in Palestina e dell’aggressione militare in Libano;
-Lo smantellamento dell’entità sionista, in quanto progetto coloniale di insediamento fondato su pulizia etnica e genocidio sistematico del popolo palestinese, così come è stato riconosciuto dalla Corte Internazionale di Giustizia il 24 maggio 2024)
-sostegno incondizionato alla resistenza del popolo palestinese e libanese;
-liberazione di tutti i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri “israeliane” e italiane, oltre all’immediata apertura di canali umanitari per il popolo palestinese;
-l’attuazione del diritto al ritorno, così come riconosciuto anche dall’ONU (risoluzione 194/1948) e il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese;
-Chiediamo al movimento per la Palestina di superare la semplice solidarietà con azioni di boicottaggio concrete che danneggiano gli interessi “israeliani” e quelli dell’imperialismo europeo e statunitense in Italia, specialmente nel settore militare, dell’industria bellica e della ricerca;
-Chiediamo il ritiro dell’Italia dalla guerra in Palestina e Lbano, e quindi:
-la cessazione della vendita e l’esportazione di armi verso l’entità coloniale sionista;
-il ritiro dei cittadini italiani che in Palestina e in Libano combattono tra le fila dell’esercito di occupazione sionista;
- La fine di ogni accordo, o altra forma di collaborazione militare e bellica con l’entità coloniale sionista;
- Lo smantellamento della NATO e delle organizzazioni militari strumentali e complici dell’entità coloniale sionista;
- Chiediamo che il governo italiano ritiri ogni atto o provvedimento repressivo e di censura emesso contro i movimenti in lotta e chi ne fa parte;
- Chiediamo che governo e Parlamento italiano interrompano e cessino immediatamente l’approvazione del cd. “Pacchetto Sicurezza” (“ddl 1660”).
Associazione Palestinesi d’Italia (API)
Comunità Palestinese
Giovani Palestinesi d’Italia (GPI)
Movimento Studenti Palestinesi (MSP)
Unione Democratica Arabo-Palestinese (UDAP)
Fonte
12/02/2024
Con la Palestina - A fianco di chi lotta contro l’oppressione
Anche se oramai, dopo mesi, rischiamo di abituarci all’orrore, cosa ampiamente voluta da Israele e dai suoi alleati, oggi siamo di nuovo in piazza al culmine di una serie di mobilitazioni. A sostegno della Palestina e della sua lotta di resistenza.
La scintilla del 7 ottobre, pur con il suo corollario di sofferenze e vittime, ha avuto il merito di riportare al centro dell’attenzione il dramma palestinese. Ovviamente non abbiamo dubbi, consideriamo legittimo il diritto alla Resistenza, anche armata, del popolo palestinese. Non è mai esistito un processo di autodeterminazione e decolonizzazione pacifico. Le trattative, gli accordi, in una situazione di grande disparità politica e militare non si strappano con le parole, non è mai stato così. Lo sappiamo, non ci piace la violenza ma non viviamo in un mondo totalmente ideale e staccato dalla realtà.
Sulla lotta del popolo palestinese si possono dire tante cose. Da un lato la specificità di questa lotta ultra decennale, contro il regime colonialista e di apartheid che il genocidio non lo ha pianificato da qualche mese ma da parecchi anni, senza che nessuno a livello internazionale o in occidente lo abbia mai denunciato e conseguentemente colpito. Ma la specificità di questa lotta non fa si che la si possa isolare dal contesto internazionale, caratterizzato da una tendenza all’allargamento dei conflitti in tutto il globo. Tendenza causata non da qualche stato o da qualche dittatore, ma dalla crisi del sistema di accumulazione capitalista mondiale che, dalla fine degli anni 80 del secolo scorso a oggi, è totalmente centrato sulla pretesa di un ristretto numero di stati occidentali di governare il mondo imponendo la propria legge.
Badate, è una questione complessa, ma la si può anche semplificare. Il dominio del grande capitale, anche se si ammanta di universalismo, non può esistere senza sfruttare la stragrande maggioranza del pianeta. La disuguaglianza globale, che in Palestina assume i tratti grotteschi che sappiamo, altro non è che l’alimento del dominio capitalista.
Chiunque può avanzare dubbi su come il popolo palestinese conduce la sua lotta. Tutto legittimo, per carità ma a ben vedere risulta tutto più chiaro se sappiamo che in Palestina non esiste alcuna guerra di religione, non si fanno sogni fuori tempo legati allo sviluppo di odiosi nazionalismi ma è in atto una lotta di un popolo oppresso contro uno Stato, questo si, oppressore, armato fino ai denti, dotato di un apparato repressivo e militare feroce e spietato.
Sulla sfondo di questa lotta vi è il riflesso della lotta di classe, che si svolge in qualsiasi parte del mondo dalla più piccola officina alla più grande multinazionale. Che si trasforma in lotta fra popoli, tra Stati, tra blocchi politici.
Stare dalla parte dei palestinesi è quindi stare dalla parte degli sfruttati del pianeta, nella loro lotta contro lo sfruttamento e il dominio atto a giustificarlo.
Non vi è dubbio che il popolo palestinese, prima o poi vincerà. Non vi è dubbio che le mobilitazioni in tutto il mondo servano a costruire la solidarietà internazionale affinché ciò accada al più presto.
Ma non vi è neppure alcun dubbio che la lotta che mettiamo in campo è anche una lotta per noi stessi, per chi è sfruttato in ogni angolo del pianeta. Perché è una lotta che scava nel profondo delle contraddizioni globali, che si risolveranno se i passaggi intermedi che vanno fatti costruiscono la coscienza, l’organizzazione e la forza per un ribaltamento dei rapporti di forza a livello globale.
La Palestina deve essere innanzitutto libera con un popolo in grado di ritornare a vivere e ad autodeterminarsi. Ma sarà libera veramente se non solo la Palestina, ma tutto il pianeta sarà in grado di imporre il governo degli sfruttati, dei lavoratori. La Palestina, sarà pienamente libera se sarà rossa, in mondo dove a farla da padrone sarà il concetto di eguaglianza, giustizia e pace fra i lavoratori.
Su questi temi, vi invitiamo sabato 2 marzo: convegno e formazione pubblica su “La questione palestinese in un contesto globale”. Dalle 15 presso Music for peace. (Luogo e ora da confermare, seguirà locandina). Con Genova City Strike e Rete dei Comunisti.
Genova City Strike
Fonte
La scintilla del 7 ottobre, pur con il suo corollario di sofferenze e vittime, ha avuto il merito di riportare al centro dell’attenzione il dramma palestinese. Ovviamente non abbiamo dubbi, consideriamo legittimo il diritto alla Resistenza, anche armata, del popolo palestinese. Non è mai esistito un processo di autodeterminazione e decolonizzazione pacifico. Le trattative, gli accordi, in una situazione di grande disparità politica e militare non si strappano con le parole, non è mai stato così. Lo sappiamo, non ci piace la violenza ma non viviamo in un mondo totalmente ideale e staccato dalla realtà.
Sulla lotta del popolo palestinese si possono dire tante cose. Da un lato la specificità di questa lotta ultra decennale, contro il regime colonialista e di apartheid che il genocidio non lo ha pianificato da qualche mese ma da parecchi anni, senza che nessuno a livello internazionale o in occidente lo abbia mai denunciato e conseguentemente colpito. Ma la specificità di questa lotta non fa si che la si possa isolare dal contesto internazionale, caratterizzato da una tendenza all’allargamento dei conflitti in tutto il globo. Tendenza causata non da qualche stato o da qualche dittatore, ma dalla crisi del sistema di accumulazione capitalista mondiale che, dalla fine degli anni 80 del secolo scorso a oggi, è totalmente centrato sulla pretesa di un ristretto numero di stati occidentali di governare il mondo imponendo la propria legge.
Badate, è una questione complessa, ma la si può anche semplificare. Il dominio del grande capitale, anche se si ammanta di universalismo, non può esistere senza sfruttare la stragrande maggioranza del pianeta. La disuguaglianza globale, che in Palestina assume i tratti grotteschi che sappiamo, altro non è che l’alimento del dominio capitalista.
Chiunque può avanzare dubbi su come il popolo palestinese conduce la sua lotta. Tutto legittimo, per carità ma a ben vedere risulta tutto più chiaro se sappiamo che in Palestina non esiste alcuna guerra di religione, non si fanno sogni fuori tempo legati allo sviluppo di odiosi nazionalismi ma è in atto una lotta di un popolo oppresso contro uno Stato, questo si, oppressore, armato fino ai denti, dotato di un apparato repressivo e militare feroce e spietato.
Sulla sfondo di questa lotta vi è il riflesso della lotta di classe, che si svolge in qualsiasi parte del mondo dalla più piccola officina alla più grande multinazionale. Che si trasforma in lotta fra popoli, tra Stati, tra blocchi politici.
Stare dalla parte dei palestinesi è quindi stare dalla parte degli sfruttati del pianeta, nella loro lotta contro lo sfruttamento e il dominio atto a giustificarlo.
Non vi è dubbio che il popolo palestinese, prima o poi vincerà. Non vi è dubbio che le mobilitazioni in tutto il mondo servano a costruire la solidarietà internazionale affinché ciò accada al più presto.
Ma non vi è neppure alcun dubbio che la lotta che mettiamo in campo è anche una lotta per noi stessi, per chi è sfruttato in ogni angolo del pianeta. Perché è una lotta che scava nel profondo delle contraddizioni globali, che si risolveranno se i passaggi intermedi che vanno fatti costruiscono la coscienza, l’organizzazione e la forza per un ribaltamento dei rapporti di forza a livello globale.
La Palestina deve essere innanzitutto libera con un popolo in grado di ritornare a vivere e ad autodeterminarsi. Ma sarà libera veramente se non solo la Palestina, ma tutto il pianeta sarà in grado di imporre il governo degli sfruttati, dei lavoratori. La Palestina, sarà pienamente libera se sarà rossa, in mondo dove a farla da padrone sarà il concetto di eguaglianza, giustizia e pace fra i lavoratori.
Su questi temi, vi invitiamo sabato 2 marzo: convegno e formazione pubblica su “La questione palestinese in un contesto globale”. Dalle 15 presso Music for peace. (Luogo e ora da confermare, seguirà locandina). Con Genova City Strike e Rete dei Comunisti.
Genova City Strike
Fonte
26/01/2024
Vietati o “sconsigliati” i cortei per la Palestina di sabato 27
Come governo dei “sovranisti” non c’è male… Non contenti di aver accettato una revisione del Patto di Stabilità europeo che reintroduce – peggiorandola di molto – l’austerità obbligatoria. Non paghi di fare da zerbino alle decisioni statunitensi (avere due padroni è “meglio che uàn”, pare)… Ecco che il governo Meloni si mette alle dipendenza di un terzo straniero che fa “da padrone in casa nostra”: Israele.
Dopo una settimana di pressioni da parte dei rappresentanti di vertice delle comunità ebraiche in Italia perché venissero vietate le manifestazioni pro-Palestina e per il cessate il fuoco (convocate come ogni sabato ormai da quasi quattro mesi), il ministro dell’interno Piantedosi ha tirato fuori il più classico dei divieti travestito da “consiglio”: rinviare le manifestazioni per la Palestina in programma per il 27 gennaio, evitando così la sovrapposizione con quelle previste per il Giorno della Memoria.
Dal punto di vista dell’”ordine pubblico” – l’unico che un ministro di polizia potrebbe invocare – non c’è infatti alcuna ragione per vietare alcunché. Le manifestazioni di solidarietà con Gaza e Cisgiordania, convocare dalle associazioni palestinesi in Italia, si svolgono da settimane senza dar luogo ad alcun problema.
Per giustificare le richieste di divieto, non a caso, i sionisti d’assalto hanno dovuto ingigantire innocui gesti singoli come l’incendio di una bandiera israeliana; oppure inventarsi la presenza dei provocatori fascisti di Forza Nuova (allontanati a calci fin dalla prima, enorme, manifestazione di Roma).
Si sono distinti ancora una volta i gazzettieri mainstream che hanno dato come “manifestazione unitaria” – per domani a Roma – quella di Forza Nuova, che come sempre gioca intenzionalmente la carta della “terza posizione” (il gruppo neonazista degli anni ‘70, di cui sono eredi, a partire da Roberto Fiore) per facilitare il compito dei governi. Specie di quello attuale. In pratica ha annunciato non meglio specificate “Azioni di propaganda antisionista”… Ma tanto è bastato per far titolare ai complici “manifesteranno insieme i centri sociali e Forza Nuova”.
Tutta fuffa per sostenere la decisione di Piandesi & c., che comunque ci tiene a precisare che le iniziative a favore del popolo palestinese rischiano di «assumere connotazioni lesive dello spirito commemorativo a favore delle vittime delle leggi razziali, nonché di condanna alla persecuzione del popolo ebreo».
In pratica: il 27 gennaio è data “riservata” ai soli ebrei, svuotando così l’Olocausto del suo significato universale (furono sterminati insieme a loro anche rom, omosessuali, antifascisti, slavi, ecc).
Una “privatizzazione” del ruolo di vittime del “male assoluto” operata per giustificare i crimini di guerra israeliani e criminalizzare i movimenti di solidarietà ai palestinesi che stanno crescendo in tutto il mondo; anche nell’Occidente neoliberista.
Una “privatizzazione” peraltro già individuata dagli organizzatori, che nel volantino di convocazione hanno scritto: «Se permetteremo al sionismo di continuare il suo massacro e la pulizia etnica perpetrata in Palestina, svuoteremo di significato questa data a detrimento delle vittime che furono e di quelle che saranno».
Sorprende semmai la stupidità politica dei vertici delle comunità ebraiche che spingono per restringere gli effetti del “male assoluto” ai soli ebrei credendo, così, di giustificare per sempre Israele. E’ infatti certo che quanto sta avvenendo a Gaza e in Cisgiordania solleva contemporaneamente l’indignazione di tutto il mondo.
Questa indignazione è naturalmente progressista, genuinamente umanitaria, unisce soprattutto i giovani di paesi differentissimi per cultura e sistema politico, perché troppo evidente il massacro dei palestinesi ad opera di Israele e il “doppio standard” applicato dall’establishment imperialista occidentale.
Impedire le manifestazioni significa stimolare esattamente quel che si dice di voler evitare: identificare tutti gli ebrei con il governo criminale di Israele. Con tutte le follie che ne derivano…
La protervia suprematista è evidente, benché mascherata come al solito col vittimismo, nelle parole del dal presidente della comunità ebraica di Roma Viktor Fadlun: «Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria. Noi non avevamo chiesto di vietare le manifestazioni in quanto tali anche se abbiamo assistito a canti e balli in strada che invitavano a uccidere gli ebrei. Ma dover assistere a tutto questo nel Giorno in cui in tutto il mondo si ricordano 6 milioni di ebrei sterminati dal nazismo ci è parso davvero troppo».
“Spariti in un camino” – quello della memoria istituzionalizzata – omosessuali, zingari, antifascisti e “popoli inferiori”. Tutti untermenschen, come i palestinesi agli occhi di Netanyahu…
Fonte
Dopo una settimana di pressioni da parte dei rappresentanti di vertice delle comunità ebraiche in Italia perché venissero vietate le manifestazioni pro-Palestina e per il cessate il fuoco (convocate come ogni sabato ormai da quasi quattro mesi), il ministro dell’interno Piantedosi ha tirato fuori il più classico dei divieti travestito da “consiglio”: rinviare le manifestazioni per la Palestina in programma per il 27 gennaio, evitando così la sovrapposizione con quelle previste per il Giorno della Memoria.
Dal punto di vista dell’”ordine pubblico” – l’unico che un ministro di polizia potrebbe invocare – non c’è infatti alcuna ragione per vietare alcunché. Le manifestazioni di solidarietà con Gaza e Cisgiordania, convocare dalle associazioni palestinesi in Italia, si svolgono da settimane senza dar luogo ad alcun problema.
Per giustificare le richieste di divieto, non a caso, i sionisti d’assalto hanno dovuto ingigantire innocui gesti singoli come l’incendio di una bandiera israeliana; oppure inventarsi la presenza dei provocatori fascisti di Forza Nuova (allontanati a calci fin dalla prima, enorme, manifestazione di Roma).
Si sono distinti ancora una volta i gazzettieri mainstream che hanno dato come “manifestazione unitaria” – per domani a Roma – quella di Forza Nuova, che come sempre gioca intenzionalmente la carta della “terza posizione” (il gruppo neonazista degli anni ‘70, di cui sono eredi, a partire da Roberto Fiore) per facilitare il compito dei governi. Specie di quello attuale. In pratica ha annunciato non meglio specificate “Azioni di propaganda antisionista”… Ma tanto è bastato per far titolare ai complici “manifesteranno insieme i centri sociali e Forza Nuova”.
Tutta fuffa per sostenere la decisione di Piandesi & c., che comunque ci tiene a precisare che le iniziative a favore del popolo palestinese rischiano di «assumere connotazioni lesive dello spirito commemorativo a favore delle vittime delle leggi razziali, nonché di condanna alla persecuzione del popolo ebreo».
In pratica: il 27 gennaio è data “riservata” ai soli ebrei, svuotando così l’Olocausto del suo significato universale (furono sterminati insieme a loro anche rom, omosessuali, antifascisti, slavi, ecc).
Una “privatizzazione” del ruolo di vittime del “male assoluto” operata per giustificare i crimini di guerra israeliani e criminalizzare i movimenti di solidarietà ai palestinesi che stanno crescendo in tutto il mondo; anche nell’Occidente neoliberista.
Una “privatizzazione” peraltro già individuata dagli organizzatori, che nel volantino di convocazione hanno scritto: «Se permetteremo al sionismo di continuare il suo massacro e la pulizia etnica perpetrata in Palestina, svuoteremo di significato questa data a detrimento delle vittime che furono e di quelle che saranno».
Sorprende semmai la stupidità politica dei vertici delle comunità ebraiche che spingono per restringere gli effetti del “male assoluto” ai soli ebrei credendo, così, di giustificare per sempre Israele. E’ infatti certo che quanto sta avvenendo a Gaza e in Cisgiordania solleva contemporaneamente l’indignazione di tutto il mondo.
Questa indignazione è naturalmente progressista, genuinamente umanitaria, unisce soprattutto i giovani di paesi differentissimi per cultura e sistema politico, perché troppo evidente il massacro dei palestinesi ad opera di Israele e il “doppio standard” applicato dall’establishment imperialista occidentale.
Impedire le manifestazioni significa stimolare esattamente quel che si dice di voler evitare: identificare tutti gli ebrei con il governo criminale di Israele. Con tutte le follie che ne derivano…
La protervia suprematista è evidente, benché mascherata come al solito col vittimismo, nelle parole del dal presidente della comunità ebraica di Roma Viktor Fadlun: «Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria. Noi non avevamo chiesto di vietare le manifestazioni in quanto tali anche se abbiamo assistito a canti e balli in strada che invitavano a uccidere gli ebrei. Ma dover assistere a tutto questo nel Giorno in cui in tutto il mondo si ricordano 6 milioni di ebrei sterminati dal nazismo ci è parso davvero troppo».
“Spariti in un camino” – quello della memoria istituzionalizzata – omosessuali, zingari, antifascisti e “popoli inferiori”. Tutti untermenschen, come i palestinesi agli occhi di Netanyahu…
Fonte
22/09/2022
Ansaldo Energia, lavoratori in assemblea e poi in corteo
Genova. È arrivato sotto la Prefettura il corteo dei lavoratori di Ansaldo Energia partito stamattina al termine di un’assemblea che ha fatto il punto su una situazione definita disastrosa dall’RSU. Un migliaio sono scesi in piazza per chiedere un impegno concreto dell’esecutivo che attraverso il MEF è azionista di maggioranza dell’azienda:
“Chiederemo al Prefetto di uscire con un documento in cui si impegna con il governo a risolvere la situazione” spiega Federico Grondona, RSU FIOM. E alla domanda se le elezioni e i tempi tecnici per formare il nuovo governo non possono causare un rallentamento della vertenza risponde: “Ci risulta che in Italia un governo al momento ci sia, così come esiste Cassa Depositi e Prestiti ed entrambi devono fare delle scelte in tempi brevi”.
Il nodo secondo sindacati e lavoratori sta oltre che nella ricapitalizzazione, nello sblocco di alcune commesse per la riconversione a gas di altrettante centrali a carbone. A breve il prefetto Renato Franceschelli riceverà una delegazione di lavoratori.
Via Roma è chiusa al momento.
Grondona ha definito la situazione “disastrosa sia dal punto di vista finanziario sia soprattutto dei carichi di lavoro”. Il problema, spiega Grondona, è che “l’azienda non riesce a prendere il lavoro e sarà un bagno di sangue senza commesse per il 2023. Il governo deve intervenire, non pagheremo noi il conto”.
Per l’RSU “il management si deve svegliare e andare a prendere commesse in giro per il mondo”. L’evoluzione, in caso contrario, sarà inevitabilmente la cassa integrazione: “Non credo che ci tengano lì a giocare a carte. Andremo dal prefetto a dire che il governo deve intervenire in tempi molto brevi, ossia ricapitalizzare e sbloccare quelle commesse con Enel o con Terna che sono state bloccate per politica energetica. La situazione è molto brutta anche per il contesto internazionale, ma noi lotteremo sino alla fine”.
“Non permetteremo che siano i lavoratori l’agnello sacrificale di scelte politiche e di strategie aziendali sbagliate” ha scritto in una nota l’RSU dopo l’incontro di ieri in Confindustria.
Il primo vero incontro “franco”, così l’ha definito la FIOM genovese, ha fatto emergere numeri sconfortanti: zero commesse e 200 mila ore di scarico di lavoro previste che potranno quindi coinvolgere fino a un terzo dei lavoratori dello stabilimento. “Si tratta di numeri pesanti − ha commentato il segretario della FIOM genovese Stefano Bonazzi − e sono quelli previsti fino a marzo. Poi, se non arriveranno commesse, saranno destinati a peggiorare”.
Le scelte di cui ha parlato l’RSU sono una combinazione letale. Ansaldo Energia, lo ha confermato il management, aveva già firmato con Enel tre importanti commesse: le centrali a carbone di Brindisi, Civitavecchia e La Casella da riconvertire a gas. Commesse “poi fermate dal governo per scelte di politica energetica a cui bisogna aggiungere le commesse firmate (linea generatori) per il mercato russo poi stoppate dal governo per le sanzioni” sottolinea a sua volta l’RSU.
Nessuna novità neppure sulla ricapitalizzazione da parte di Cassa Depositi e Prestiti. Per questo è intenzione di sindacati e RSU chiedere al governo “in quanto azionista di impegnarsi in scelte di politica industriale che facciano ripartire il mercato di Ansaldo Energia” spiega ancora il segretario della Fiom.
Sono questi i temi che vengono affrontati questa mattina. Al corteo si sono unite rappresentanze di lavoratori delle altre aziende industriali genovesi. In tutto in piazza ci sono circa mille lavoratori.
Fonte
“Chiederemo al Prefetto di uscire con un documento in cui si impegna con il governo a risolvere la situazione” spiega Federico Grondona, RSU FIOM. E alla domanda se le elezioni e i tempi tecnici per formare il nuovo governo non possono causare un rallentamento della vertenza risponde: “Ci risulta che in Italia un governo al momento ci sia, così come esiste Cassa Depositi e Prestiti ed entrambi devono fare delle scelte in tempi brevi”.
Il nodo secondo sindacati e lavoratori sta oltre che nella ricapitalizzazione, nello sblocco di alcune commesse per la riconversione a gas di altrettante centrali a carbone. A breve il prefetto Renato Franceschelli riceverà una delegazione di lavoratori.
Via Roma è chiusa al momento.
Grondona ha definito la situazione “disastrosa sia dal punto di vista finanziario sia soprattutto dei carichi di lavoro”. Il problema, spiega Grondona, è che “l’azienda non riesce a prendere il lavoro e sarà un bagno di sangue senza commesse per il 2023. Il governo deve intervenire, non pagheremo noi il conto”.
Per l’RSU “il management si deve svegliare e andare a prendere commesse in giro per il mondo”. L’evoluzione, in caso contrario, sarà inevitabilmente la cassa integrazione: “Non credo che ci tengano lì a giocare a carte. Andremo dal prefetto a dire che il governo deve intervenire in tempi molto brevi, ossia ricapitalizzare e sbloccare quelle commesse con Enel o con Terna che sono state bloccate per politica energetica. La situazione è molto brutta anche per il contesto internazionale, ma noi lotteremo sino alla fine”.
“Non permetteremo che siano i lavoratori l’agnello sacrificale di scelte politiche e di strategie aziendali sbagliate” ha scritto in una nota l’RSU dopo l’incontro di ieri in Confindustria.
Il primo vero incontro “franco”, così l’ha definito la FIOM genovese, ha fatto emergere numeri sconfortanti: zero commesse e 200 mila ore di scarico di lavoro previste che potranno quindi coinvolgere fino a un terzo dei lavoratori dello stabilimento. “Si tratta di numeri pesanti − ha commentato il segretario della FIOM genovese Stefano Bonazzi − e sono quelli previsti fino a marzo. Poi, se non arriveranno commesse, saranno destinati a peggiorare”.
Le scelte di cui ha parlato l’RSU sono una combinazione letale. Ansaldo Energia, lo ha confermato il management, aveva già firmato con Enel tre importanti commesse: le centrali a carbone di Brindisi, Civitavecchia e La Casella da riconvertire a gas. Commesse “poi fermate dal governo per scelte di politica energetica a cui bisogna aggiungere le commesse firmate (linea generatori) per il mercato russo poi stoppate dal governo per le sanzioni” sottolinea a sua volta l’RSU.
Nessuna novità neppure sulla ricapitalizzazione da parte di Cassa Depositi e Prestiti. Per questo è intenzione di sindacati e RSU chiedere al governo “in quanto azionista di impegnarsi in scelte di politica industriale che facciano ripartire il mercato di Ansaldo Energia” spiega ancora il segretario della Fiom.
Sono questi i temi che vengono affrontati questa mattina. Al corteo si sono unite rappresentanze di lavoratori delle altre aziende industriali genovesi. In tutto in piazza ci sono circa mille lavoratori.
Fonte
01/05/2021
1° maggio 2021 a Genova - Ci volete precari, ci avrete rivoluzionari!
Questa mattina, rispondendo alla chiamata degli studenti e delle studentesse che da giorni occupano il DisFor a Genova, un nutrito corteo si è snodato per le vie del centro per la giornata del Primo Maggio. Un corteo contro lo sfruttamento, contro il precariato, contro le repressione delle lotte. Un corteo per rilanciare l’unità tra i lavoratori e gli sfruttati. È la lotta di classe l’unica nostra possibilità. È il socialismo ciò che dobbiamo costruire.
Collettivo Comunista Genova City Strike
Fonte e foto del corteo
21/06/2020
Bologna - Corteo “Per un nuovo futuro”. Il sindacalismo di base in piazza
“Per un nuovo futuro. Vogliamo salute, soldi e diritti”. Con questo appello unitario, promosso da alcune sigle del sindacalismo di base ADL Cobas, SGB, Si Cobas e Cobas Bologna per una convergenza cittadina e regionale dei percorsi di lotta, qualche migliaio di persone hanno sfilato in corteo per le strade di Bologna ieri pomeriggio.
“Pensiamo che in questa crisi drammatica le classi dirigenti abbiano già deciso che sistema di welfare e modello di sviluppo non devono subire alcuna significativa né radicale inversione di tendenza, di cui invece abbiamo assoluta necessità e bisogno. Va in questa direzione la gestione politica dell’emergenza e soprattutto della transizione targata Bonaccini, che rappresenta un modello per la gestione capitalistica dell’era pandemica, imperniata su un sistema economico produttivista, inquinante e neocorporativo, su un welfare differenziale e sussidiario, su una sanità ancora pienamente fonte di profitto privato.”
Con questo messaggio, durante il corteo sono state sanzionate l’Inps, che “Vende fumo, false promesse: ancora oggi non sono in grado di dire a lavoratori e lavoratrici quando e come arriveranno i soldi, gli ammortizzatori sociali e il reddito”, un centro per l’impiego, McDonald’s e Prefettura, per denunciare che non è andato tutto bene in questi mesi, che i lavoratori ancora aspettano i soldi promessi dal Governo, e che questa crisi sanitaria e la crisi economica che sta già mostrando i suoi effetti, non la devono pagare i lavoratori. Molti i temi toccati durante il corteo: la sanità, l’interruzione volontaria di gravidanza, la condizione delle carceri e l’amnistia, l’ambiente, le lotte della logistica.
Al termine del corteo, in piazza Maggiore, è iniziato poi lo sciopero dei riders che come il personale sanitario, è passato dall’eroismo all’esclusione non appena la fase 1 ha ceduto il passo alla 2 e alla 3.
Presente in coda al corteo anche Potere al Popolo, che non ha mai smesso di fare il suo lavoro perchè ”il miglior modo di dire è fare”.
Fonte
17/05/2020
Ex Ilva - ArcelorMittal riduce produzione e manda in cassa integrazione
ArcelorMittal ha ridotto la produzione nello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto e ferma alcuni impianti (oggi Decapaggio, sabato Decatreno, domenica PLA, il 18 non ripartirà Zincatura, mentre del Tna2, fermo per manutenzione, si saprà più avanti), portando il numero dei lavoratori in azienda al di sotto del limite che aveva in precedenza definito invalicabile, con ripercussioni sulla sicurezza e l’ambiente.
ArcelorMittal sta facendo quanto chiesto da USB nel recentissimo passato per ridurre il più possibile il rischio contagio da Covid-19, ma limita le presenze in azienda senza specificarne i motivi. Un simile atteggiamento genera il pericolo di disordini all’interno dello stabilimento in un momento già di per sé complicato.
Dopo la comunicazione ufficiale fatta ai sindacati nel pomeriggio di giovedì, ieri sera l’azienda con modalità anomala (telefonate), ha informato altri lavoratori della decisione di tenerli a casa.
A questa azienda si è concesso e si continua a concedere ogni cosa, dice tutto e il contrario di tutto senza che nessuno lo faccia notare e pesare. Meno di un mese fa il direttore dello stabilimento e il capo del personale hanno dichiarato, alla presenza del Prefetto di Taranto, che 8.500 tonnellate rappresentavano il livello minimo per garantire la sicurezza degli impianti.
Non si comprende come oggi si possa essere sotto le 7.500 tonnellate al giorno. Inoltre continua a crescere il numero dei licenziati: anche negli ultimi tempi diversi lavoratori hanno ricevuto la comunicazione da parte dell’azienda, che tra l’altro adduce futili motivi; alto anche il numero dei cassintegrati.
Da tutto questo si deduce la strafottenza della Morselli e degli altri dirigenti, in coerenza con un’azienda che non ha alcuna intenzione di onorare gli impegni presi col Governo, che ancora non paga le ditte dell’appalto e che continua in ogni modo a dettare legge, non rispettando neanche le istituzioni.
Alla luce di tutto ciò USB ha chiesto oggi al Governo un incontro urgentissimo, con una comunicazione inviata al ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli.
È necessario fin da subito un intervento preciso da parte del MISE affinchè si avvii un percorso condiviso tra le parti che determini l’uscita di scena dallo stabilimento siderurgico tarantino di questo soggetto aziendale arrogante ed irresponsabile, mentre di pari passo bisogna riavviare il tavolo di confronto sul DL-Taranto finalizzato poi all’Accordo di Programma.
Fonte
Stesso giochetto di Mittal anche nell'impianto di Genova.
È evidente che Mittal intenda sfruttare la situazione attuale per affossare l'ex Ilva al fine di ridurre l'eccesso di produzione che soffoca i profitti nel mercato siderurgico internazionale.
ArcelorMittal sta facendo quanto chiesto da USB nel recentissimo passato per ridurre il più possibile il rischio contagio da Covid-19, ma limita le presenze in azienda senza specificarne i motivi. Un simile atteggiamento genera il pericolo di disordini all’interno dello stabilimento in un momento già di per sé complicato.
Dopo la comunicazione ufficiale fatta ai sindacati nel pomeriggio di giovedì, ieri sera l’azienda con modalità anomala (telefonate), ha informato altri lavoratori della decisione di tenerli a casa.
A questa azienda si è concesso e si continua a concedere ogni cosa, dice tutto e il contrario di tutto senza che nessuno lo faccia notare e pesare. Meno di un mese fa il direttore dello stabilimento e il capo del personale hanno dichiarato, alla presenza del Prefetto di Taranto, che 8.500 tonnellate rappresentavano il livello minimo per garantire la sicurezza degli impianti.
Non si comprende come oggi si possa essere sotto le 7.500 tonnellate al giorno. Inoltre continua a crescere il numero dei licenziati: anche negli ultimi tempi diversi lavoratori hanno ricevuto la comunicazione da parte dell’azienda, che tra l’altro adduce futili motivi; alto anche il numero dei cassintegrati.
Da tutto questo si deduce la strafottenza della Morselli e degli altri dirigenti, in coerenza con un’azienda che non ha alcuna intenzione di onorare gli impegni presi col Governo, che ancora non paga le ditte dell’appalto e che continua in ogni modo a dettare legge, non rispettando neanche le istituzioni.
Alla luce di tutto ciò USB ha chiesto oggi al Governo un incontro urgentissimo, con una comunicazione inviata al ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli.
È necessario fin da subito un intervento preciso da parte del MISE affinchè si avvii un percorso condiviso tra le parti che determini l’uscita di scena dallo stabilimento siderurgico tarantino di questo soggetto aziendale arrogante ed irresponsabile, mentre di pari passo bisogna riavviare il tavolo di confronto sul DL-Taranto finalizzato poi all’Accordo di Programma.
Fonte
Stesso giochetto di Mittal anche nell'impianto di Genova.
È evidente che Mittal intenda sfruttare la situazione attuale per affossare l'ex Ilva al fine di ridurre l'eccesso di produzione che soffoca i profitti nel mercato siderurgico internazionale.
07/02/2018
Genova quasi 7.000 persone al corteo antifascista dopo le coltellate di CasaPound
Sabato 3 Marzo molti compagni sono partiti con un pullman da Livorno per aderire al corteo organizzato da “Genova Antifascista”. La città ligure è scesa in piazza determinata nel denunciare il gravissimo episodio dell’accoltellamento di un compagno da parte di alcuni membri di CasaPound. Durante il percorso è stata sanzionata una sede di Lealtà e Azione (chiusa e a cui sopra è stato applicato un pannello con scritto Genova Antifascista) per denunciare il proliferare dei covi fascisti da cui partono azioni vigliacche.
Purtroppo nel giorno del corteo si è dovuto registrare un altro episodio gravissimo a Macerata dove un fascista aderente e candidato della Lega Nord ha sparato a 7 ragazzi di colore. Un gesto che fa capire come le idee di estrema destra stanno cercando di rialzare la testa con lame e pistole. Segno chiarissimo degli errori di molte forze politiche e giornalisti che pensano di normalizzare queste idee che credevamo ormai sepolte dopo la tragica esperienza che questo paese ha vissuto per 20 anni finendo nella miseria, nella dittatura e in una tremenda guerra alla quale solo la Resistenza è riuscita a porre fine.
Qui sotto un video di alcuni passaggi del corteo, una fotogallery:
Fonte
Purtroppo nel giorno del corteo si è dovuto registrare un altro episodio gravissimo a Macerata dove un fascista aderente e candidato della Lega Nord ha sparato a 7 ragazzi di colore. Un gesto che fa capire come le idee di estrema destra stanno cercando di rialzare la testa con lame e pistole. Segno chiarissimo degli errori di molte forze politiche e giornalisti che pensano di normalizzare queste idee che credevamo ormai sepolte dopo la tragica esperienza che questo paese ha vissuto per 20 anni finendo nella miseria, nella dittatura e in una tremenda guerra alla quale solo la Resistenza è riuscita a porre fine.
Qui sotto un video di alcuni passaggi del corteo, una fotogallery:
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05/02/2018
If the kids are united... Il corteo antifascista genovese del 3 febbraio
Il corteo antifascista di sabato 3 febbraio a Genova ha visto la partecipazione di ben più di 5.000 persone che si sono concentrate prima delle tre del pomeriggio nella centrale Piazza De Ferrari e hanno “sfilato” per la Superba, ritornando lì dov’era iniziato il corteo poco prima delle 8 di sera, quando il cordone che chiudeva il corteo è entrato in piazza cantando Bandiera Rossa.
De Ferrari è la piazza in cui il 30 giugno del ’60, a causa della calura estiva, le forze dell’ordine stanziate in città per il previsto e mai celebrato congresso del Movimento Sociale Italiano, furono “invitate” dai Camalli a fare un tuffo nella fontana posta al centro: Genova è stata l’innesco dei moti del Luglio ’60 che hanno fatto cadere il governo Tambroni (un monocolore DC con l’appoggio dei neo-fascisti di Almirante).
Poco distante, all’altezza del Ponte Monumentale, è riprodotto il testo della resa che il generale tedesco Meinhold firmò a Remo Scappini, operaio comunista empolese durante la seconda guerra mondiale: Genova fu l’unica città dove la Croce Uncinata si arrese al Comitato di Liberazione Nazionale locale.
Da quel ponte è stato srotolato al passaggio del corteo nel tratto terminale della manifestazione un gigantesco striscione: Genova Antifascista, mentre un partigiano intonava dal microfono dell’amplificazione alcuni canti di battaglia della Resistenza e l’acre odore dei fumogeni impregnava l’aria.
L’apertura delle tre sedi neo-fasciste (Forza Nuova, Casa Pound e Lealtà e Azione) è uno sfregio alla memoria viva della città, in particolare quella che i “fascisti del Terzo Millennio” – coccolati da una parte dell’establishment politico-culturale della sedicente “sinistra” – hanno inaugurato a pochissima distanza da Piazza Alimonda, dove nel Luglio del 2001, durante le mobilitazioni contro il G8, venne ucciso Carlo Giuliani e in cui a poca distanza, alcune settimane fa, una squadraccia proveniente da quella sede ha accoltellato un compagno dell’Assemblea Antifascista, aggredendo un piccolo gruppo di attivisti che stava attacchinando.
Si tratta della seconda aggressione fascista “impunita”, dopo quella consumata ai danni di un’altra compagna nel corso dei mesi estivi.
La presenza minacciosa dei fascisti in città è stata utilizzata per cercare di restringere i margini di azione politica della “sinistra di classe”, con una notevole responsabilità dei media locali che hanno di fatto avvallato una sorta di riedizione della strategia della tensione in sedicesimo, rispolverando “la teoria degli opposti estremismi”. I media locali (Il Secolo XIX in particolare) hanno fatto dell’ingiustificato terrorismo psicologico nei giorni precedenti alla manifestazione, ipotizzando la possibilità di uno scenario “apocalittico” per il corteo solo per disincentivarne la partecipazione popolare.
D’altra parte i corpi intermedi della sinistra istituzionale, in particolare la dirigenza dell’ANPI e della CGIL, hanno disertato l’appuntamento sfilandosi un poco prima dell’inizio della caccia alle streghe mediatica dalla manifestazione.
Il PD, a livello comunale – in una sorta di prova tecnica di futura ampia coalizione – faceva approvare insieme alla maggioranza di centro-destra (con l’astensione dei Fratelli d’Italia) una ambigua mozione “cerchiobottista” in cui è emersa una condanna bipartisan del neo-fascismo così come, di fatto, dell’antagonismo sociale.
Con questo operato ha contribuito di fatto a relativizzare il pericolo fascista in città proponendosi come antidoto politico contro “tutti gli estremismi”.
In realtà, vanificato il tentativo di utilizzare il corteo come una sfilata pre-elettorale dai contenuti alquanto annacquati, è partito il fuoco incrociato contro gli organizzatori: il livello di partecipazione alla manifestazione e le capacità organizzative dell’Assemblea Antifascista, in tutte le sue varie componenti hanno, di fatto, delegittimato ulteriormente il carrozzone del centro-sinistra cittadino.
È stato un corteo realmente popolare, dove anche la presenza di militanti e di attivisti da tutta Italia è stata diluita all’interno della compatta e determinata marea umana che ha attraversato la Superba.
Si può ipotizzare che il significato della partecipazione popolare vada ben al di là dei parametri antifascisti “classici”, ma esprima una volontà di protagonismo su quei contenuti urlati a gran voce dai manifestanti e dagli interventi che si sono alternati al microfono.
Un ottimo segnale che insieme alle responsabilità organizzative di cui ognuno si è fatto carico per la buona realizzazione del corteo, e che hanno coinvolto non solo i militanti strictu sensu ma una gamma più ampia e ricca di attivisti pronti a “misurarsi sul pezzo”, ha dimostrato che si può fare meglio anche e soprattutto senza l’appoggio diretto o indiretto del centro-sinistra nelle sue molteplici morenti espressioni, anche se si ha in tasca la tessere dell’ANPI o della CGIL.
Una altro dato che emerge, forte e chiaro, è la distanza sempre più abissale tra un ceto politico ed establishment culturale di una “sinistra” ridotta a mera espressione delle élites urbane residenziali e il popolo delle periferie, molto poco avvezzo al bon ton politico e al fair play nei confronti di chi identifica anche solo istintivamente come proprio nemico o organico ad esso.
In questo arco è compresa anche una buona parte dell’apparato mediatico, parte integrante della macchina del fango che non ha smesso di funzionare anche dopo la manifestazione, o chi vuole speculare a fini elettorali sull’antifascismo dopo anni (diciamo decenni) di silenzio complice nei confronti dell’emergere del neo-fascismo, attuando allo stesso tempo uno sdoganamento delle politiche fasciste sul corpo vivo della classe in un mix letale con le politiche di austerity.
Bisogna essere grati all’Assemblea Antifascista, perché forse Genova ha davvero cambiato pagina: la politica della strada ha spodestato quella di palazzo.
È questo blocco sociale che può battere i chiodi sulla tomba del neo-fascismo così come sulla “sinistra inutile”; è questa rinnovata unità di intenti con un orientamento tra l’indifferente, il diffidente e l’ostile con “tutta la vecchia merda” (K.Marx) della politica cittadina che può prendere forma non tanto una opposizione credibile, quanto un’incredibile opposizione.
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