Cavaliere bianco cercasi per l'ex Ilva di Taranto. E rispunta il nome di Giovanni Arvedi per un futuro alternativo (alla chiusura) della fu più grande fabbrica d'Europa.
A fare il nome del cavaliere di Cremona è Il Giornale, che scrive di un possibile piano segreto che coinvolgerebbe - al condizionale - il nome forse più importante attualmente della siderurgia italiana. Ma l'Ilva di Arvedi, se mai ci sarà, avrà un volto molto diverso da quella attuale - e molti meno lavoratori, anche.
"Un piano lacrime e sangue che potrebbe essere accolto dal governo come ultima spiaggia nel caso in cui i pretendenti stranieri si defilassero o avanzassero pretese irricevibili. Il Cavaliere Giovanni Arvedi sarebbe al momento l'unico soggetto italiano che - secondo quanto appreso dal Giornale - avrebbe messo a punto una sorta di salvagente industriale", scrive Sofia Fraschini. "Un progetto" si legge ancora"che non prevede la continuità degli attuali altoforni, ma solo la realizzazione dei due nuovi forni elettrici.
La chiusura dei vecchi altoforni prevederebbe una fase transitoria in cui mettere in cassa integrazione tutti i lavoratori, la realizzazione in 3-5 anni dei nuovi altoforni elettrici, e una ripartenza light con una produzione fino a 4-6 milioni di tonnellate massime di acciaio l'anno, reintegrando parte dei lavoratori (massimo 2-4mila lavoratori).
Per gli altri dipendenti si starebbe studiando, al netto di scivoli e pre-pensionamenti, una redistribuzione tra le varie aziende pubbliche e/o partecipate dallo Stato o su progetti alternativi che riguardano le aree libere a Taranto, quanto a Genova".
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/11/2025
Accaierie D’Italia: il governo presenta un piano di chiusura, non di rilancio
Nel pomeriggio di oggi [ieri -ndR] si è svolto a Palazzo Chigi l’incontro su Acciaierie d’Italia, alla presenza del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, dei ministri Adolfo Urso, Marina Calderone, dei commissari straordinari e delle organizzazioni sindacali.
Il Governo ha illustrato un piano che prevede fermi produttivi, aumento della cassa integrazione fino a 6.000 lavoratori, l’avvio di un cosiddetto “ciclo corto” con fermata di tutte le cockerie a partire dal primo gennaio e l’utilizzo di coke importato, mentre viene rimodulato a 4 anni il percorso di decarbonizzazione e la ricerca di un nuovo soggetto industriale. Così non va, è un tutto contrario di tutto continuo.
Si parla di “rilancio” e di “acciaio green”, ma nella sostanza si tratta di una gestione del declino, che priva Taranto e l’intero sistema siderurgico nazionale di qualsiasi prospettiva industriale.
Di fronte a questa impostazione, USB ha dichiarato la totale irricevibilità del piano presentato.
Non si può “entrare nel merito tecnico” di un progetto che non contiene alcuna garanzia politica di fondo, a partire dal tema centrale: l’intervento diretto dello Stato.
Che è l’unico modo per salvaguardare l’occupazione, garantire la sicurezza e realizzare davvero la decarbonizzazione.
Pensare a soluzioni diverse significa ricadere nel subordine ai privati, rimettere la più grande acciaieria d’Europa nelle mani di soggetti speculativi e ripetere gli stessi errori che hanno già devastato Taranto e il Paese.
USB ha ricordato come fin dall’avvio del commissariamento abbia riconosciuto il valore e la serietà della terna commissariale, ma abbia anche denunciato l’assenza di risorse reali, chiedendo la costituzione di un fondo straordinario di rilancio industriale e una strategia pubblica per il settore siderurgico.
Il Governo invece sceglie la strada del disastro sociale: un piano che in due anni porterà al baratro, lasciando senza futuro oltre 18.000 lavoratori tra diretti, appalto, Ilva in AS, con ripercussioni gravissime anche su Sanac e sull’intera filiera dell’acciaio.
USB ha chiesto con forza di ritirare il piano presentato oggi e di avviare una vera discussione sul futuro industriale del Paese, a partire da una politica pubblica dell’acciaio capace di coniugare ambiente, lavoro e sviluppo.
L’esito dell’incontro è in ogni caso assolutamente negativo.
Se il Governo non cambierà rotta, la parola tornerà ai lavoratori e alle mobilitazioni.
USB Lavoro Privato – Categoria Operaia dell’Industria Nazionale
Fonte
Il Governo ha illustrato un piano che prevede fermi produttivi, aumento della cassa integrazione fino a 6.000 lavoratori, l’avvio di un cosiddetto “ciclo corto” con fermata di tutte le cockerie a partire dal primo gennaio e l’utilizzo di coke importato, mentre viene rimodulato a 4 anni il percorso di decarbonizzazione e la ricerca di un nuovo soggetto industriale. Così non va, è un tutto contrario di tutto continuo.
Si parla di “rilancio” e di “acciaio green”, ma nella sostanza si tratta di una gestione del declino, che priva Taranto e l’intero sistema siderurgico nazionale di qualsiasi prospettiva industriale.
Di fronte a questa impostazione, USB ha dichiarato la totale irricevibilità del piano presentato.
Non si può “entrare nel merito tecnico” di un progetto che non contiene alcuna garanzia politica di fondo, a partire dal tema centrale: l’intervento diretto dello Stato.
Che è l’unico modo per salvaguardare l’occupazione, garantire la sicurezza e realizzare davvero la decarbonizzazione.
Pensare a soluzioni diverse significa ricadere nel subordine ai privati, rimettere la più grande acciaieria d’Europa nelle mani di soggetti speculativi e ripetere gli stessi errori che hanno già devastato Taranto e il Paese.
USB ha ricordato come fin dall’avvio del commissariamento abbia riconosciuto il valore e la serietà della terna commissariale, ma abbia anche denunciato l’assenza di risorse reali, chiedendo la costituzione di un fondo straordinario di rilancio industriale e una strategia pubblica per il settore siderurgico.
Il Governo invece sceglie la strada del disastro sociale: un piano che in due anni porterà al baratro, lasciando senza futuro oltre 18.000 lavoratori tra diretti, appalto, Ilva in AS, con ripercussioni gravissime anche su Sanac e sull’intera filiera dell’acciaio.
USB ha chiesto con forza di ritirare il piano presentato oggi e di avviare una vera discussione sul futuro industriale del Paese, a partire da una politica pubblica dell’acciaio capace di coniugare ambiente, lavoro e sviluppo.
L’esito dell’incontro è in ogni caso assolutamente negativo.
Se il Governo non cambierà rotta, la parola tornerà ai lavoratori e alle mobilitazioni.
USB Lavoro Privato – Categoria Operaia dell’Industria Nazionale
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19/12/2024
Stellantis, fumo e servilismo
Non tutti sanno che la Cassa Integrazione fornisce al lavoratore una retribuzione equivalente a circa 5 euro netti all’ora. Con questo reddito da fame decine di migliaia di lavoratori Stellantis dovranno vivere in Italia per gran parte del prossimo anno.
Questa è la prima vera notizia dell’incontro tra Stellantis, sindacati e governo che ha visto il ministro Urso festeggiare ed incensare Imparato, il nuovo super manager del gruppo, mentre la FIM CISL già rinverdiva il suo ruolo di fedelissima dell’azienda e FIOM UILM borbottavano perplesse.
Siamo lontani anni luce dalla durissima lotta in corso alla Volkswagen per tutelare i salari e i diritti dei lavoratori, minacciati dai tagli aziendali.
In Stellantis la richiesta di escludere per i prossimi anni i licenziamenti, anche negli appalti, e di integrare con fondi aziendali la magrissima CIG, non sono nemmeno sul tavolo. Pazienza però, perché l’azienda promette che dal 2026 arriveranno investimenti e nuove produzioni e tutto ricomincerà ad andare bene.
Se in Italia ci fosse ancora una dimensione rispettosa delle relazioni industriali, le promesse senza veri impegni di Jean Philippe Imparato sarebbero respinte al mittente non solo dai sindacati, ma anche da un governo degno di questo nome.
Invece il ministro del Made in Italy, la denominazione in inglese è già programmatica, Adolfo Urso, di fronte al manager Stellantis si è comportato come il ragionier Fantozzi di fronte al capufficio: come è buono lei!
Gli stentorei proclami di Giorgia Meloni contro l’azienda e la proprietà Agnelli Elkann sono finiti a tarallucci e vino, come per altro sempre fa questo governo finto sovranista quando si trova di fronte la dura brutale sovranità di padroni e potenti veri.
Ma cosa ha davvero messo Stellantis sul tavolo? 2 miliardi di investimenti, che sono stati pompati come un generoso Bengodi, quando sono il minimo necessario semplicemente per non chiudere le fabbriche. E 6 miliardi di acquisto dall’indotto, che sono in realtà pura normalità e comunque molto meno di quanto la sola FIAT faceva in passato.
Sono stati annunciati modelli di auto ibride, che vengono quindici anni dopo quelli dei concorrenti; e poi alcune piattaforme per vetture elettriche, sulle quali finora abbiamo solo la catastrofica 500 elettrica. E infatti, al di là delle vaghe e confuse promesse, Imparato si è ben guardato dal riproporre l’obiettivo di un milione di auto prodotte in Italia.
Questo volume produttivo è quello che l’ex CEO Tavares, anche allora con gli applausi del sorridente Urso, aveva dichiarato essere il solo in grado di garantire occupazione e stabilimenti in Italia. Ora scompare anche dall’orizzonte delle promesse.
Per dare una proporzione ai 2 miliardi d’investimento in Italia che oggi primeggiano su tutti i giornali, bisogna sapere che in questo stesso periodo le grandi aziende automobilistiche stanno programmando decine e decine di miliardi di investimenti e che un solo modello integralmente nuovo di autovettura richiede almeno 3/4 miliardi di investimenti.
Mi si obietterà che i 2 miliardi di investimenti esaltati da Urso sono solo una parte di tutti quelli che farà Stellantis. Esatto ed è stupefacente che al tavolo ministeriale nessuno abbia fatto questa semplice domanda: gli investimenti del gruppo in Italia che percentuale sono rispetto a quelli complessivi del gruppo in tutti i paesi dove opera?
Perché se fossero davvero una quota rilevante, vorrebbe dire che Stellantis investe meno, molto meno dei suoi diretti concorrenti. Se invece quegli investimenti fossero una piccola parte di ciò che Stellantis spenderà altrove, allora vuol dire che l’Italia resta la Cenerentola del gruppo. E infatti l’unico vero nuovo investimento annunciato nel passato, la grande fabbrica di batterie e impianti elettrici a Termoli, è semplicemente sparito. Quella fabbrica si farà in Spagna.
Insomma l’incontro con Stellantis al ministero è avvenuto rispettando il solito copione: il manager rassicura, il governo applaude, la stampa esalta, il sindacato si divide tra chi dice viva e chi prova con fatica a dire che non basta.
Ricordo che nel 2010, dopo aver imposto ai lavoratori dì Pomigliano di rinunciare al contratto nazionale con il ricatto della delocalizzazione della produzione, Sergio Marchionne annunciò il programma Fabbrica Italia con 20 miliardi di investimenti.
Poi nel 2012 lo stesso amministratore delegato della FIAT dichiarò che la situazione era cambiata e che Fabbrica Italia non c’era più. Tutto il palazzo politico e mediatico, che aveva esaltato a dismisura quel progetto, non disse nulla sulla sua cancellazione.
Nel 2015 John Elkann, dopo la fusione tra FIAT e Chrysler che diede origine alla FCA, addirittura promise 55 miliardi di investimenti per 80 nuovi modelli di auto. È vero che non specificò in quanti secoli ciò sarebbe avvenuto, ma ciò bastò a politici e stampa per esaltare l’intraprendenza e la lungimiranza del nuovo gruppo industriale e della sua proprietà. E non a caso John Elkann oggi continua rifiutare ogni presenza in Parlamento, forse qualcuno potrebbe ricordare e chiedere conto.
I 2 miliardi di oggi, che dovrebbero salvare la produzione di auto in Italia, sono molto meno delle promesse del passato, che almeno rispondevano alla dimensione di ciò che sarebbe davvero necessario per non chiudere le fabbriche. Ed è bene ricordare che solo negli ultimi tre anni la famiglia Agnelli Elkann ha accumulato utili superiori a quanto promette di investire.
Variano molto le cifre delle promesse di FIAT, FCA, Stellantis, ma restano costanti il servilismo della politica e dei governi, la propaganda mediatica, la debolezza o la complicità sindacale, con cui sono accolte. E finora tutte le promesse di FIAT, FCA, Stellantis sono state smentite dai fatti.
Fumo e servilismo sono le costanti che accompagnano le vicende della sempre più scarsa produzione di auto in Italia. Intanto gli operai si dovranno abituare a vivere nel 2025 con una retribuzioni media equivalente a 5 euro all’ora. A meno che i lavoratori e la parte più onesta dei sindacati finalmente non si ribellino.
Fonte
Questa è la prima vera notizia dell’incontro tra Stellantis, sindacati e governo che ha visto il ministro Urso festeggiare ed incensare Imparato, il nuovo super manager del gruppo, mentre la FIM CISL già rinverdiva il suo ruolo di fedelissima dell’azienda e FIOM UILM borbottavano perplesse.
Siamo lontani anni luce dalla durissima lotta in corso alla Volkswagen per tutelare i salari e i diritti dei lavoratori, minacciati dai tagli aziendali.
In Stellantis la richiesta di escludere per i prossimi anni i licenziamenti, anche negli appalti, e di integrare con fondi aziendali la magrissima CIG, non sono nemmeno sul tavolo. Pazienza però, perché l’azienda promette che dal 2026 arriveranno investimenti e nuove produzioni e tutto ricomincerà ad andare bene.
Se in Italia ci fosse ancora una dimensione rispettosa delle relazioni industriali, le promesse senza veri impegni di Jean Philippe Imparato sarebbero respinte al mittente non solo dai sindacati, ma anche da un governo degno di questo nome.
Invece il ministro del Made in Italy, la denominazione in inglese è già programmatica, Adolfo Urso, di fronte al manager Stellantis si è comportato come il ragionier Fantozzi di fronte al capufficio: come è buono lei!
Gli stentorei proclami di Giorgia Meloni contro l’azienda e la proprietà Agnelli Elkann sono finiti a tarallucci e vino, come per altro sempre fa questo governo finto sovranista quando si trova di fronte la dura brutale sovranità di padroni e potenti veri.
Ma cosa ha davvero messo Stellantis sul tavolo? 2 miliardi di investimenti, che sono stati pompati come un generoso Bengodi, quando sono il minimo necessario semplicemente per non chiudere le fabbriche. E 6 miliardi di acquisto dall’indotto, che sono in realtà pura normalità e comunque molto meno di quanto la sola FIAT faceva in passato.
Sono stati annunciati modelli di auto ibride, che vengono quindici anni dopo quelli dei concorrenti; e poi alcune piattaforme per vetture elettriche, sulle quali finora abbiamo solo la catastrofica 500 elettrica. E infatti, al di là delle vaghe e confuse promesse, Imparato si è ben guardato dal riproporre l’obiettivo di un milione di auto prodotte in Italia.
Questo volume produttivo è quello che l’ex CEO Tavares, anche allora con gli applausi del sorridente Urso, aveva dichiarato essere il solo in grado di garantire occupazione e stabilimenti in Italia. Ora scompare anche dall’orizzonte delle promesse.
Per dare una proporzione ai 2 miliardi d’investimento in Italia che oggi primeggiano su tutti i giornali, bisogna sapere che in questo stesso periodo le grandi aziende automobilistiche stanno programmando decine e decine di miliardi di investimenti e che un solo modello integralmente nuovo di autovettura richiede almeno 3/4 miliardi di investimenti.
Mi si obietterà che i 2 miliardi di investimenti esaltati da Urso sono solo una parte di tutti quelli che farà Stellantis. Esatto ed è stupefacente che al tavolo ministeriale nessuno abbia fatto questa semplice domanda: gli investimenti del gruppo in Italia che percentuale sono rispetto a quelli complessivi del gruppo in tutti i paesi dove opera?
Perché se fossero davvero una quota rilevante, vorrebbe dire che Stellantis investe meno, molto meno dei suoi diretti concorrenti. Se invece quegli investimenti fossero una piccola parte di ciò che Stellantis spenderà altrove, allora vuol dire che l’Italia resta la Cenerentola del gruppo. E infatti l’unico vero nuovo investimento annunciato nel passato, la grande fabbrica di batterie e impianti elettrici a Termoli, è semplicemente sparito. Quella fabbrica si farà in Spagna.
Insomma l’incontro con Stellantis al ministero è avvenuto rispettando il solito copione: il manager rassicura, il governo applaude, la stampa esalta, il sindacato si divide tra chi dice viva e chi prova con fatica a dire che non basta.
Ricordo che nel 2010, dopo aver imposto ai lavoratori dì Pomigliano di rinunciare al contratto nazionale con il ricatto della delocalizzazione della produzione, Sergio Marchionne annunciò il programma Fabbrica Italia con 20 miliardi di investimenti.
Poi nel 2012 lo stesso amministratore delegato della FIAT dichiarò che la situazione era cambiata e che Fabbrica Italia non c’era più. Tutto il palazzo politico e mediatico, che aveva esaltato a dismisura quel progetto, non disse nulla sulla sua cancellazione.
Nel 2015 John Elkann, dopo la fusione tra FIAT e Chrysler che diede origine alla FCA, addirittura promise 55 miliardi di investimenti per 80 nuovi modelli di auto. È vero che non specificò in quanti secoli ciò sarebbe avvenuto, ma ciò bastò a politici e stampa per esaltare l’intraprendenza e la lungimiranza del nuovo gruppo industriale e della sua proprietà. E non a caso John Elkann oggi continua rifiutare ogni presenza in Parlamento, forse qualcuno potrebbe ricordare e chiedere conto.
I 2 miliardi di oggi, che dovrebbero salvare la produzione di auto in Italia, sono molto meno delle promesse del passato, che almeno rispondevano alla dimensione di ciò che sarebbe davvero necessario per non chiudere le fabbriche. Ed è bene ricordare che solo negli ultimi tre anni la famiglia Agnelli Elkann ha accumulato utili superiori a quanto promette di investire.
Variano molto le cifre delle promesse di FIAT, FCA, Stellantis, ma restano costanti il servilismo della politica e dei governi, la propaganda mediatica, la debolezza o la complicità sindacale, con cui sono accolte. E finora tutte le promesse di FIAT, FCA, Stellantis sono state smentite dai fatti.
Fumo e servilismo sono le costanti che accompagnano le vicende della sempre più scarsa produzione di auto in Italia. Intanto gli operai si dovranno abituare a vivere nel 2025 con una retribuzioni media equivalente a 5 euro all’ora. A meno che i lavoratori e la parte più onesta dei sindacati finalmente non si ribellino.
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26/07/2024
Acciaierie D’Italia, tavolo al ministero del Lavoro, USB: raggiunto nella notte l'accordo sulla cassa integrazione. Ora non ci sono più scuse per non garantire il rilancio
La nostra organizzazione può dirsi soddisfatta di aver raggiunto, unitariamente alle altre organizzazioni sindacali, l'accordo sulla cassa integrazione di Acciaierie D'Italia, strumento necessario alla realizzazione del cosiddetto "Piano di Ripartenza".
L'Accordo richiama tutti gli elementi che abbiamo considerato fin qui centrali. L'affermazione della valenza dell'accordo di settembre 2018 ed il percorso di ripartenza degli impianti finalizzato a garantire il rientro di tutti i lavoratori entro l'estate del 2026.
L'accordo, oltre questi già importanti contenuti, stabilisce per i lavoratori coinvolti un’integrazione all'indennità di Cigs, retroattiva da febbraio 2024, finalizzata a garantire il 70% del "primo rigo" della retribuzione, premio e rateo di tredicesima, la massima rotazione tra lavoratori, un riconoscimento una quota una-tantum al raggiungimento dei dichiarati obiettivi produttivi del piano di ripartenza. Formalizzata inoltre la formazione, la possibilità di discutere dello smart working e altre forme di flessibilità atte a garantire un maggior bilanciamento tra vita privata e lavoro.
Infine, i numeri, che rispetto i 5200 iniziali si sono ulteriormente abbassati dopo 10 ore di trattativa. La cassa infine riguarderà 4050 lavoratori di cui 3600 a Taranto e rimanenti negli stabilimenti del nord che subiranno impatti minimi o ridotti come Genova (270) o Novi Ligure (170).
Lo sforzo della delegazione trattante è stato notevole, ma va riconosciuto ai dirigenti dell'amministrazione straordinaria la volontà di discutere punto su punto fino in fondo per trovare soluzione. Importante la presenza costante e propositiva del Ministero del Lavoro.
Per USB quello di questa giornata e nottata è un primo passo importante che deve favorire e indirizzare il processo di vendita. Dopo gli importanti elementi di garanzia numerica e produttiva ora non possono e non devono essere messi in discussione da proposte avventuriste, inconsistenti e non rispondenti al rilancio di Acciaierie D'Italia e all'esigenza che attraverso questo rilancio si determinò i presupposti per un vero e risolutivo processo di decarbonizzazione a salvaguardia di ambiente e salute di lavoratori e cittadini.
Per l'esecutivo nazionale confederale USB,
FRANCO RIZZO e SASHA COLAUTTI
congiuntamente alle RSU USB di Acciaierie D'Italia
Fonte
L'Accordo richiama tutti gli elementi che abbiamo considerato fin qui centrali. L'affermazione della valenza dell'accordo di settembre 2018 ed il percorso di ripartenza degli impianti finalizzato a garantire il rientro di tutti i lavoratori entro l'estate del 2026.
L'accordo, oltre questi già importanti contenuti, stabilisce per i lavoratori coinvolti un’integrazione all'indennità di Cigs, retroattiva da febbraio 2024, finalizzata a garantire il 70% del "primo rigo" della retribuzione, premio e rateo di tredicesima, la massima rotazione tra lavoratori, un riconoscimento una quota una-tantum al raggiungimento dei dichiarati obiettivi produttivi del piano di ripartenza. Formalizzata inoltre la formazione, la possibilità di discutere dello smart working e altre forme di flessibilità atte a garantire un maggior bilanciamento tra vita privata e lavoro.
Infine, i numeri, che rispetto i 5200 iniziali si sono ulteriormente abbassati dopo 10 ore di trattativa. La cassa infine riguarderà 4050 lavoratori di cui 3600 a Taranto e rimanenti negli stabilimenti del nord che subiranno impatti minimi o ridotti come Genova (270) o Novi Ligure (170).
Lo sforzo della delegazione trattante è stato notevole, ma va riconosciuto ai dirigenti dell'amministrazione straordinaria la volontà di discutere punto su punto fino in fondo per trovare soluzione. Importante la presenza costante e propositiva del Ministero del Lavoro.
Per USB quello di questa giornata e nottata è un primo passo importante che deve favorire e indirizzare il processo di vendita. Dopo gli importanti elementi di garanzia numerica e produttiva ora non possono e non devono essere messi in discussione da proposte avventuriste, inconsistenti e non rispondenti al rilancio di Acciaierie D'Italia e all'esigenza che attraverso questo rilancio si determinò i presupposti per un vero e risolutivo processo di decarbonizzazione a salvaguardia di ambiente e salute di lavoratori e cittadini.
Per l'esecutivo nazionale confederale USB,
FRANCO RIZZO e SASHA COLAUTTI
congiuntamente alle RSU USB di Acciaierie D'Italia
Fonte
09/02/2023
Atitech Fiumicino, cigs per 400 dipendenti
Il 6 febbraio, a meno di tre mesi dall’acquisizione del ramo manutenzione di Alitalia, Atitech ha aperto le procedure di Cigs per ristrutturazione. Stiamo parlando della maggiore azienda di manutenzione aeronautica italiana, con sede a Napoli, che ha rilevato il ramo manutenzione di Alitalia assumendo circa 700 dipendenti, e acquisendo anche tutti gli asset produttivi dell’aeroporto di Fiumicino di questo settore come hangar, officine, etc .
USB durante la trattativa di cessione ha posto con forza la richiesta di conoscere e far emergere la questione degli assetti industriali, del piano di rilancio, dell’equilibrio nel sistema dei due siti di Roma e Napoli, senza però avere risposte né chiarezza su questi aspetti. Per tali motivi non ha sottoscritto gli accordi, unitamente al pessimo risultato di assunzioni insufficienti ed ingiustificate che hanno tagliato fuori circa 200 lavoratori.
Se l’obiettivo dichiarato da Atitech era quello di creare un grande polo nazionale di lavorazioni, siamo totalmente fuori strada. Il 1° novembre è iniziata l’attività ed ecco, dopo soli tre mesi una riorganizzazione che scarica i costi dell’operazione di acquisizione sullo Stato. Se questo è il primo risultato industriale dato dalla divisione e dalla cessione in tre rami di Alitalia dobbiamo tremare.
Ora è la volta dei lavoratori assunti da Atitech, che appena assunti entreranno in cassa a rotazione, nubi nere all’orizzonte per i dipendenti ITA di cui non si chiariscono i contorni della privatizzazione ed il piano industriale chiesto da Lufthansa. Infatti sembra che sia stato ritardato l’arrivo degli aeromobili A220 e non c’è chiarezza sulle assunzioni promesse dall’AD Lazzerini e si parla solo di salari, che erano stati accettati in accordi capestro.
Il management di Atitech insegna ancora una volta come comprare un’azienda sostenendosi con i soldi pubblici e come sostenere il costo di stipendi con il contributo del sostegno al reddito. Un sistema che evidentemente funziona nel silenzio generale ma che ha dell’incredibile.
Sono migliaia i lavoratori lasciati fuori dal reclutamento da ITA, da Swissport e dalla stessa Atitech.
Questo è il risultato della dissoluzione e della privatizzazione di una compagnia aerea, Alitalia Sai in A.S., con il beneplacito delle organizzazioni sindacali che senza mezzi termini stanno abbandonando il personale escluso.
È arrivato il momento di dire no a tutto questo, la prima risposta che serve è una mobilitazione unitaria per il futuro dei lavoratori e gli interessi dei cittadini.
USB invita i lavoratori di Alitalia, ITA, Swissport, Atitech ad unirsi al presidio il 16 febbraio a Roma in piazza Santi Apostoli dalle ore 10.
USB Lavoro Privato – Trasporto Aereo
Fonte
USB durante la trattativa di cessione ha posto con forza la richiesta di conoscere e far emergere la questione degli assetti industriali, del piano di rilancio, dell’equilibrio nel sistema dei due siti di Roma e Napoli, senza però avere risposte né chiarezza su questi aspetti. Per tali motivi non ha sottoscritto gli accordi, unitamente al pessimo risultato di assunzioni insufficienti ed ingiustificate che hanno tagliato fuori circa 200 lavoratori.
Se l’obiettivo dichiarato da Atitech era quello di creare un grande polo nazionale di lavorazioni, siamo totalmente fuori strada. Il 1° novembre è iniziata l’attività ed ecco, dopo soli tre mesi una riorganizzazione che scarica i costi dell’operazione di acquisizione sullo Stato. Se questo è il primo risultato industriale dato dalla divisione e dalla cessione in tre rami di Alitalia dobbiamo tremare.
Ora è la volta dei lavoratori assunti da Atitech, che appena assunti entreranno in cassa a rotazione, nubi nere all’orizzonte per i dipendenti ITA di cui non si chiariscono i contorni della privatizzazione ed il piano industriale chiesto da Lufthansa. Infatti sembra che sia stato ritardato l’arrivo degli aeromobili A220 e non c’è chiarezza sulle assunzioni promesse dall’AD Lazzerini e si parla solo di salari, che erano stati accettati in accordi capestro.
Il management di Atitech insegna ancora una volta come comprare un’azienda sostenendosi con i soldi pubblici e come sostenere il costo di stipendi con il contributo del sostegno al reddito. Un sistema che evidentemente funziona nel silenzio generale ma che ha dell’incredibile.
Sono migliaia i lavoratori lasciati fuori dal reclutamento da ITA, da Swissport e dalla stessa Atitech.
Questo è il risultato della dissoluzione e della privatizzazione di una compagnia aerea, Alitalia Sai in A.S., con il beneplacito delle organizzazioni sindacali che senza mezzi termini stanno abbandonando il personale escluso.
È arrivato il momento di dire no a tutto questo, la prima risposta che serve è una mobilitazione unitaria per il futuro dei lavoratori e gli interessi dei cittadini.
USB invita i lavoratori di Alitalia, ITA, Swissport, Atitech ad unirsi al presidio il 16 febbraio a Roma in piazza Santi Apostoli dalle ore 10.
USB Lavoro Privato – Trasporto Aereo
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18/12/2022
Bonus 150 euro. Esclusi dal beneficio i lavoratori cassaintegrati a zero ore
USB: il governo intervenga subito per risolvere questo scempio
Saranno molte e molti le lavoratrici ed i lavoratori posti in cassa integrazione a zero ore a non aver ricevuto nel mese di novembre 2022, il beneficio di 150 euro previsto dal Decreto Aiuti ter (D.L. n. 144/2022).
Un fatto di per sé inspiegabile ma purtroppo ben chiarito da una circolare dell’INPS che indica che i beneficiari sono i lavoratori aventi una “retribuzione imponibile nella competenza del mese di novembre 2022 non eccedente l’importo di 1.538 euro”.
E allora come è possibile che molti cassaintegrati non abbiano ricevuto tale beneficio? Per l’INPS è presto detto e chiarisce l’aberrante scelta di considerare come beneficio non la retribuzione effettivamente percepita in CIG, ma la cosiddetta retribuzione “teorica”.
Parliamo di un’interpretazione che va a colpire potenzialmente migliaia di lavoratrici e lavoratori dei comparti oggi più impattati dalle crisi, ma anche quelle aziende su cui oggi si gioca la partita strategica italiana su energia e acciaio, come ad esempio l’ex Ilva di Taranto e la JSW Steel di Piombino.
In un quadro di crescente sofferenza, con l’inflazione che ha toccato livelli record, si è scelto nuovamente di garantire i profitti e attaccare il lavoro salariato ed in questo caso le tutele dello stesso davanti una crisi su cui è evidente agisce la speculazione ed il rafforzamento delle politiche di guerra. Non ci stupisce che oggi l’INPS dichiari l’aumento dei licenziamenti di tipo economico in Italia di quasi il 73% nei primi 9 mesi dell’anno.
L’Unione Sindacale di Base sta rivendicando con forza la necessità di un intervento sul tema del salario e del reddito, ed in questo caso ha richiesto al Governo un intervento immediato al fine di sanare questa stangata nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici in CIG.
È necessario avviare nel comparto industriale una fase di mobilitazione generalizzata e per tanto si invita ad aprire momenti di discussione coi lavoratori e di conflitto spontanei laddove si presentino le condizioni e la necessità.
Fonte
Saranno molte e molti le lavoratrici ed i lavoratori posti in cassa integrazione a zero ore a non aver ricevuto nel mese di novembre 2022, il beneficio di 150 euro previsto dal Decreto Aiuti ter (D.L. n. 144/2022).
Un fatto di per sé inspiegabile ma purtroppo ben chiarito da una circolare dell’INPS che indica che i beneficiari sono i lavoratori aventi una “retribuzione imponibile nella competenza del mese di novembre 2022 non eccedente l’importo di 1.538 euro”.
E allora come è possibile che molti cassaintegrati non abbiano ricevuto tale beneficio? Per l’INPS è presto detto e chiarisce l’aberrante scelta di considerare come beneficio non la retribuzione effettivamente percepita in CIG, ma la cosiddetta retribuzione “teorica”.
Parliamo di un’interpretazione che va a colpire potenzialmente migliaia di lavoratrici e lavoratori dei comparti oggi più impattati dalle crisi, ma anche quelle aziende su cui oggi si gioca la partita strategica italiana su energia e acciaio, come ad esempio l’ex Ilva di Taranto e la JSW Steel di Piombino.
In un quadro di crescente sofferenza, con l’inflazione che ha toccato livelli record, si è scelto nuovamente di garantire i profitti e attaccare il lavoro salariato ed in questo caso le tutele dello stesso davanti una crisi su cui è evidente agisce la speculazione ed il rafforzamento delle politiche di guerra. Non ci stupisce che oggi l’INPS dichiari l’aumento dei licenziamenti di tipo economico in Italia di quasi il 73% nei primi 9 mesi dell’anno.
L’Unione Sindacale di Base sta rivendicando con forza la necessità di un intervento sul tema del salario e del reddito, ed in questo caso ha richiesto al Governo un intervento immediato al fine di sanare questa stangata nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici in CIG.
È necessario avviare nel comparto industriale una fase di mobilitazione generalizzata e per tanto si invita ad aprire momenti di discussione coi lavoratori e di conflitto spontanei laddove si presentino le condizioni e la necessità.
Fonte
27/07/2022
Caldo estremo e lavoro, troppo alto il limite dei 35 gradi per far scattare la cassa integrazione
A maggio, come Unione Sindacale di Base e Rete Iside Onlus, abbiamo lanciato l’allarme sui rischi dello stress termico nei luoghi di lavoro, a causa del caldo estremo.
Come temuto, sono già diversi i casi di morti di lavoro causati dal caldo: l’ultima, in ordine di tempo, quella di un operaio cinquantaseienne colto da malore e deceduto nelle campagne di Argenta (Ferrara), mentre operava con un decespugliatore nelle ore più calde del giorno, intorno alle 13,45.
Ricordiamo le nostre propose contro il caldo estremo: lo stop all’attività lavorativa nelle ore più calde, una maggiore frequenza delle pause e la distribuzione gratuita ai lavoratori di acqua e sali minerali.
Con una nota congiunta del 26 luglio, Inps e Inail hanno annunciato la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione ordinaria (CIGO) in caso le temperature superino i 35 gradi centigradi, anche in caso si parli di temperatura percepita. Questa iniziativa arriva in chiaro ritardo, alla vigilia delle ferie per molti lavoratori e lavoratrici, dopo mesi di caldo estremo che hanno mietuto vittime e provocato malori ed infortuni.
I 35 gradi sono un limite decisamente troppo alto, che depotenzia la norma e non garantisce la sicurezza di lavoratrici e lavoratori. Le nazioni europee che si sono dotate di regolamentazioni in materia hanno adottato temperature limite più basse, tutte inferiori ai 30 gradi.
Nelle linee guida dell’Inail, che ha attivato la piattaforma ad hoc Worklimate, vengono consigliate iniziative per le aziende per ridurre il rischio caldo, ma senza un’azione forte anche a livello istituzionale difficilmente la parte datoriale prenderà seri provvedimenti.
Nel nostro Paese, infatti, salute e sicurezza sul lavoro sono sempre viste come un costo, da ridurre per aumentare i profitti. Introdurre il reato di omicidio sul lavoro, su cui USB e Rete Iside hanno depositato una proposta di legge alla camera insieme a ManifestA, può essere un primo strumento di deterrenza.
Ribadiamo i contenuti della nostra nota operativa di inizio estate, mettendo l’accento sulle distribuzioni d’acqua che devono essere a carico dei datori di lavoro. USB e Rete Iside appoggiano ogni iniziativa di lavoratrici e lavoratori volte a tutelare la propria salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro.
Come temuto, sono già diversi i casi di morti di lavoro causati dal caldo: l’ultima, in ordine di tempo, quella di un operaio cinquantaseienne colto da malore e deceduto nelle campagne di Argenta (Ferrara), mentre operava con un decespugliatore nelle ore più calde del giorno, intorno alle 13,45.
Ricordiamo le nostre propose contro il caldo estremo: lo stop all’attività lavorativa nelle ore più calde, una maggiore frequenza delle pause e la distribuzione gratuita ai lavoratori di acqua e sali minerali.
Con una nota congiunta del 26 luglio, Inps e Inail hanno annunciato la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione ordinaria (CIGO) in caso le temperature superino i 35 gradi centigradi, anche in caso si parli di temperatura percepita. Questa iniziativa arriva in chiaro ritardo, alla vigilia delle ferie per molti lavoratori e lavoratrici, dopo mesi di caldo estremo che hanno mietuto vittime e provocato malori ed infortuni.
I 35 gradi sono un limite decisamente troppo alto, che depotenzia la norma e non garantisce la sicurezza di lavoratrici e lavoratori. Le nazioni europee che si sono dotate di regolamentazioni in materia hanno adottato temperature limite più basse, tutte inferiori ai 30 gradi.
Nelle linee guida dell’Inail, che ha attivato la piattaforma ad hoc Worklimate, vengono consigliate iniziative per le aziende per ridurre il rischio caldo, ma senza un’azione forte anche a livello istituzionale difficilmente la parte datoriale prenderà seri provvedimenti.
Nel nostro Paese, infatti, salute e sicurezza sul lavoro sono sempre viste come un costo, da ridurre per aumentare i profitti. Introdurre il reato di omicidio sul lavoro, su cui USB e Rete Iside hanno depositato una proposta di legge alla camera insieme a ManifestA, può essere un primo strumento di deterrenza.
Ribadiamo i contenuti della nostra nota operativa di inizio estate, mettendo l’accento sulle distribuzioni d’acqua che devono essere a carico dei datori di lavoro. USB e Rete Iside appoggiano ogni iniziativa di lavoratrici e lavoratori volte a tutelare la propria salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro.
06/01/2022
“Rinnovare la cassa integrazione, la quarantena e il reddito di emergenza!”
La proroga dello stato di emergenza al 31 marzo 2022, a causa dell’innalzamento dei contagi da Sars-Cov 2, non ha visto nella manovra di bilancio lo stanziamento anche per il nuovo anno dei finanziamenti necessari alla copertura economica e previdenziale della cassa integrazione né degli altri strumenti adottati per fronteggiare la pandemia come il pagamento della quarantena o del reddito di emergenza.
La nuova variante Omicron e le scarse misure di prevenzione messe in atto durante le feste natalizie stanno facendo registrare un aumento preoccupante dei contagi, con migliaia di cittadini in quarantena obbligatoria, senza alcuna retribuzione per le giornate di sospensione dall’attività lavorativa.
Del resto, la prosecuzione della pandemia continua a mettere in difficoltà interi settori dell’economia del Paese, con pesanti ricadute sulle condizioni di lavoro, la sospensione o la riduzione di molte attività e il moltiplicarsi dei licenziamenti.
Anche lo scorso anno il governo decise di limitare al mese di giugno la copertura economica per la quarantena, sollevandosi dalle proprie responsabilità e scaricando sulla collettività i rischi e i costi della pandemia, salvo poi dover retrocedere dalle decisioni assunte, estendendo la copertura al 31 dicembre 2021.
Sulla cassa integrazione si è assistito al progressivo restringimento dell’area di interesse ed ora alla sua scomparsa come misura di contenimento degli effetti comunque disastrosi dell’emergenza sanitaria.
Con il ripristino, è bene ricordarlo, della totale libertà di licenziamento, avvenuta nei mesi scorsi grazie allo sblocco definitivo adottato dal governo con la complicità di Cgil, Cisl e Uil.
I media annunciano un prossimo incontro del Consiglio dei Ministri per decidere nuove misure urgenti in materia di emergenza sanitaria. Tra queste è evidente che debbano trovare posto proprio quelle misure economiche indispensabili ad evitare che le ricadute dell’emergenza sanitaria finiscano per pesare, come sempre, sui lavoratori e i settori più poveri del paese.
È questo che l’Unione Sindacale di Base ha scritto il 4 gennaio al governo.
Fonte
La nuova variante Omicron e le scarse misure di prevenzione messe in atto durante le feste natalizie stanno facendo registrare un aumento preoccupante dei contagi, con migliaia di cittadini in quarantena obbligatoria, senza alcuna retribuzione per le giornate di sospensione dall’attività lavorativa.
Del resto, la prosecuzione della pandemia continua a mettere in difficoltà interi settori dell’economia del Paese, con pesanti ricadute sulle condizioni di lavoro, la sospensione o la riduzione di molte attività e il moltiplicarsi dei licenziamenti.
Anche lo scorso anno il governo decise di limitare al mese di giugno la copertura economica per la quarantena, sollevandosi dalle proprie responsabilità e scaricando sulla collettività i rischi e i costi della pandemia, salvo poi dover retrocedere dalle decisioni assunte, estendendo la copertura al 31 dicembre 2021.
Sulla cassa integrazione si è assistito al progressivo restringimento dell’area di interesse ed ora alla sua scomparsa come misura di contenimento degli effetti comunque disastrosi dell’emergenza sanitaria.
Con il ripristino, è bene ricordarlo, della totale libertà di licenziamento, avvenuta nei mesi scorsi grazie allo sblocco definitivo adottato dal governo con la complicità di Cgil, Cisl e Uil.
I media annunciano un prossimo incontro del Consiglio dei Ministri per decidere nuove misure urgenti in materia di emergenza sanitaria. Tra queste è evidente che debbano trovare posto proprio quelle misure economiche indispensabili ad evitare che le ricadute dell’emergenza sanitaria finiscano per pesare, come sempre, sui lavoratori e i settori più poveri del paese.
È questo che l’Unione Sindacale di Base ha scritto il 4 gennaio al governo.
Fonte
03/12/2021
Leonardo Aerostrutture, ecco il “pacco” di Natale per i 4 stabilimenti del Sud
Tredici settimane di #Cigo a zero ore dal 3 gennaio per i quattro siti di #Leonardo Aerostrutture, collocati tutti al Sud: Pomigliano, Nola, Foggia, Grottaglie. Una misura che colpisce più di 3400 lavoratori.
È il “pacco di Natale” servito ai dipendenti dopo mesi di silenzi e di rassicurazioni dei sindacati complici e dopo che per tutta la pandemia questa azienda a partecipazione di Stato è stata definita “strategica per il Paese”, in quanto leader mondiale in settori che vanno dalla Difesa fino alla costruzione di strutture aeronautiche civili.
Ancora più assurdo è il fatto che dopo mesi di sottovalutazione della crisi del settore aeronautico, dei problemi reali e delle preoccupazioni delle maestranze, Fim, Fiom e Uilm chiamino uno sciopero praticamente “a babbo morto” con una mobilitazione che rischia di essere inefficace e tardiva.
USB appoggerà tutte le iniziative di lotta in campo, ci mancherebbe, ma non vogliamo assolutamente prendere parte ad un teatro, un gioco delle parti che vede calare una mannaia già prevista e dichiarata prima della crisi pandemica e che si abbatte oggi sulle teste dei lavoratori e delle lavoratrici Ex Alenia.
Lo smantellamento e la chiusura conseguente dei siti di costruzioni di parti e pezzi aeronautici civili/militari per i grandi Boeing o Airbus, in Leonardo è in atto già da anni: il settore Aerostrutture è ritenuto non strategico per gli intessi aziendali, che nei fatti attraverso l’opera di inspiegabili ed inefficaci investimenti hanno guardato, senza risultati tangibili, solo al settore militare e a tutto il mondo ad esso collegato, cybersecurity compresa.
Il Governo Draghi continua l'opera di smantellamento di segmenti strategici del Paese ed è ora di unire le lotte e le vertenze contro tali scellerati piani di svendita e privatizzazioni. Anche il famoso e misterioso “Patto del Quirinale” tra Francia e Italia sta già producendo i suoi primi frutti negativi sugli interessi dell'Italia a vantaggio di un altro Paese dell'Eurozona.
È in arrivo, infatti, l’acquisizione da parte di aziende francesi di asset strategici di Leonardo e di conseguenza dell'Italia, che operano nella Difesa e nell'Aerospazio (Oto Melara, Wass), come successo pochi anni fa per l'Ansaldo STS (costruttore di treni e azienda sanissima anche lei gruppo Leonardo) svenduto ai giapponesi di Hitachi.
Come USB non possiamo che sostenere con convinzione ma anche con una nostra visione la mobilitazione che le lavoratrici e i lavoratori Leonardo intendono intraprendere: in questi giorni è emersa con chiarezza la volontà di lottare a difesa del salario, dell'occupazione e del futuro dell'azienda per un territorio già segnato pesantemente dalle crisi industriali. Staremo al fianco, sempre, di chi intende contrastare tali scellerate politiche in un settore strategico per il Paese che deve rimanere in mani pubbliche.
Nazionalizzare tali asset industriali e strategici garantirebbe i reali interessi del Paese e la garanzia degli attuali livelli occupazionali anche per il futuro.
Dobbiamo unire le vertenze e cacciare il governo Draghi. Aderire al No Draghi Day indetto per sabato 4 dicembre diventa un primo passaggio di lotta importante che vedrà coinvolta, assieme ad altre 25 piazze d’Italia, la città di Napoli con l’iniziativa in Piazza del Gesù alle 14.30.
Fonte
È il “pacco di Natale” servito ai dipendenti dopo mesi di silenzi e di rassicurazioni dei sindacati complici e dopo che per tutta la pandemia questa azienda a partecipazione di Stato è stata definita “strategica per il Paese”, in quanto leader mondiale in settori che vanno dalla Difesa fino alla costruzione di strutture aeronautiche civili.
Ancora più assurdo è il fatto che dopo mesi di sottovalutazione della crisi del settore aeronautico, dei problemi reali e delle preoccupazioni delle maestranze, Fim, Fiom e Uilm chiamino uno sciopero praticamente “a babbo morto” con una mobilitazione che rischia di essere inefficace e tardiva.
USB appoggerà tutte le iniziative di lotta in campo, ci mancherebbe, ma non vogliamo assolutamente prendere parte ad un teatro, un gioco delle parti che vede calare una mannaia già prevista e dichiarata prima della crisi pandemica e che si abbatte oggi sulle teste dei lavoratori e delle lavoratrici Ex Alenia.
Lo smantellamento e la chiusura conseguente dei siti di costruzioni di parti e pezzi aeronautici civili/militari per i grandi Boeing o Airbus, in Leonardo è in atto già da anni: il settore Aerostrutture è ritenuto non strategico per gli intessi aziendali, che nei fatti attraverso l’opera di inspiegabili ed inefficaci investimenti hanno guardato, senza risultati tangibili, solo al settore militare e a tutto il mondo ad esso collegato, cybersecurity compresa.
Il Governo Draghi continua l'opera di smantellamento di segmenti strategici del Paese ed è ora di unire le lotte e le vertenze contro tali scellerati piani di svendita e privatizzazioni. Anche il famoso e misterioso “Patto del Quirinale” tra Francia e Italia sta già producendo i suoi primi frutti negativi sugli interessi dell'Italia a vantaggio di un altro Paese dell'Eurozona.
È in arrivo, infatti, l’acquisizione da parte di aziende francesi di asset strategici di Leonardo e di conseguenza dell'Italia, che operano nella Difesa e nell'Aerospazio (Oto Melara, Wass), come successo pochi anni fa per l'Ansaldo STS (costruttore di treni e azienda sanissima anche lei gruppo Leonardo) svenduto ai giapponesi di Hitachi.
Come USB non possiamo che sostenere con convinzione ma anche con una nostra visione la mobilitazione che le lavoratrici e i lavoratori Leonardo intendono intraprendere: in questi giorni è emersa con chiarezza la volontà di lottare a difesa del salario, dell'occupazione e del futuro dell'azienda per un territorio già segnato pesantemente dalle crisi industriali. Staremo al fianco, sempre, di chi intende contrastare tali scellerate politiche in un settore strategico per il Paese che deve rimanere in mani pubbliche.
Nazionalizzare tali asset industriali e strategici garantirebbe i reali interessi del Paese e la garanzia degli attuali livelli occupazionali anche per il futuro.
Dobbiamo unire le vertenze e cacciare il governo Draghi. Aderire al No Draghi Day indetto per sabato 4 dicembre diventa un primo passaggio di lotta importante che vedrà coinvolta, assieme ad altre 25 piazze d’Italia, la città di Napoli con l’iniziativa in Piazza del Gesù alle 14.30.
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26/06/2021
“La rovina dell’Italia siete voi”: la lotta dei lavoratori dell’ex-Ilva scuote Genova
Alle 18 uscito dalla Prefettura di Genova, insieme alla delegazione delle Rappresentanze Sindacali dello stabilimento ex-Ilva di Cornigliano, Franco Grondona, dirigente storico della Fiom, non usa mezzi termini parlando agli operai ed ai solidali presenti nel piazzale antistante: “noi oggi non ce l’abbiamo fatta a sospendere la Cassa Integrazione”.
Parole come pietre quelle del leader della Fiom genovese che a 74 anni si dice comunque orgoglioso dell’azione dei lavoratori dell’acciaieria – 981 in tutto quelli che lavorano nello stabilimento – che entreranno in CIG lunedì prossimo, il 28 giugno.
Non sono stati sufficienti “il coraggio, la grinta, la determinazione e la volontà” dimostrati in questa terza giornata di sciopero consecutiva, con blocchi e cortei nel ponente genovese mercoledì e venerdì.
La politica a tutti i livelli ha dato l’ennesima dimostrazione della sua vacuità di fronte ai diktat della multinazionale indiana che chiede la Cassa Integrazione – di tredici settimane – per motivi di mercato nonostante il settore, complice la ripresa post-pandemica, sia tutto meno che in crisi.
Grondona usa una efficace metafora per descrivere l’atteggiamento della filiera di poteri politici che hanno chiuso letteralmente le porta in faccia agli operai delle acciaierie dal Comune alla Regione, con il Prefetto Franceschelli che solo tardivamente li ha convocati alla fine di una giornata di lotta partita dai cancelli della fabbrica con un corteo verso il centro cittadino. Non una parola da Bucci e da Toti contro l’ipotesi di Cassa Integrazione.
Di fronte a loro i lavoratori dell’ex-Ilva hanno incontrato “una palude nebbiosa, oscuri poteri che fanno i prepotenti con i deboli” afferma il leader della FIOM, ma forse è più efficace il coro che in questi giorni ha caratterizzato le iniziative di lotta, cantato a squarciagola dagli operai: “siete voi, siete voi, la rovina dell’Italia siete voi!”.
Un giudizio netto, su una classe politica indecente che ha abdicato al suo ruolo di cerniera con la società civile e che ha derubricato il conflitto sociale a mera questione di ordine pubblico, con le forze dell’ordine a difendere il “fortino assediato” dei palazzi del potere chiusi ai lavoratori ed un bilancio di poco meno di una decina di feriti in modo lieve tra polizia e carabinieri, e parecchi lividi sui corpi degli operai per i tafferugli intercorsi.
Questa classe dirigente è frutto di un modello di sviluppo che ha mostrato tragicamente le sue storture con più evidenza nel capoluogo ligure rispetto ad altre città, in cui gli interessi del privato si sono letteralmente mangiati il patrimonio pubblico, speculandoci sopra senza uno straccio di visione del futuro e di cui l’era Riva è stata una dimostrazione lampante.
Nello stesso giorno della lotta dell’Ilva infatti, una banchina nel terminal portuale dato in concessione a Spinelli ha ceduto sotto il peso della gru, per fortuna senza conseguenze per i lavoratori.
Una situazione che si ripete quasi quotidianamente in altre banchine, dove la sete di profitto dei terminalisti e l’indifferenza dell’Autorità di Sistema che dovrebbe governare il porto ha come suoi corollari l’aumento della produttività e il risparmio sulla sicurezza, provocando quella scia di sangue nei porti, puntualmente denunciata dal coordinamento portuale di USB attraverso documenti circostanziate ed azioni all’altezza della sfida.
Sempre venerdì, la Procura di Genova dopo tre anni di indagini, ha chiesto il rinvio a giudizio per 59 persone per il crollo del Ponte Morandi, avvenuto il 14 agosto del 2018, tra cui ex dirigenti di Aspi.
Il crollo costò la vita a 43 persone, oltre a 11 feriti, e più di 500 persone sfollate. Un lutto quello del viadotto Polcevera di cui la città serba ancora una memoria viva.
La privatizzazione ha fallito che si tratti di un comparto strategico come quello dell’acciaio, di una infrastruttura come le autostrade, o di una struttura fondamentale per il trasporto come è il porto, ma nonostante le numerose evidenze empiriche nessuno – o quasi – sembra avere il coraggio di ammetterlo.
Tornando alla lotta degli operai dell’ex-ILVA, viene mantenuto lo stato d’agitazione fino all’incontro al MISE ottenuto l’8 luglio con Giorgetti, Orlando, l’Azienda e le Rappresentanze Sindacali che dovrebbe discutere del destino del gruppo.
Secondo Grondona che ha rilanciato per lunedì mattina alle sette fuori dai cancelli un’assemblea degli operai, l’INPS avrà difficoltà a concedere la Cassa per ragioni di mercato, facendo intravedere uno spiraglio nella complicata situazione che si è venuta a creare da qui alle prossime settimane.
Di fronte all’ottusità aziendale, il leader della FIOM da indicazione di “avvelenare i pozzi”, ma è chiaro che si apre una fase piuttosto delicata non solo per lo stabilimento di Cornigliano ma per quello di Taranto, dove USB denuncia e agisce da tempo sulle storture dell’azione dello Stato che “finanzia effetti privati” e della proprietà, tra cui un devastante impatto ambientale.
Come aveva dichiarato Francesco Rizzo all’assemblea nazionale dei delegati operai e dei lavoratori di USB di sabato scorso: “tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un bambino”.
Un combinato disposto per cui alle conseguenze ambientali esterne si unisce la precarietà delle condizioni di lavoro. Come ha dichiarato un operaio, salvatosi per miracolo durante un incidente sul lavoro a Taranto e licenziato (sic!): “la mia unica colpa è quella di non essere morto”.
Un aspetto di quel “fascismo aziendale” che è costato un provvedimento disciplinare ad un altro operaio per il fatto di avere semplicemente condiviso sulla sua pagina FB l’annuncio di una fiction Rai dedicata proprio alle vicende ambientali attorno all’ex-Ilva di Taranto.
Questa la condizione operaia accerchiata da una manovra a tenaglia da Confindustria, un governo che fa gli interessi delle oligarchie europee sostenuto da un Partito Unico che va da Salvini a LeU, e da una dirigenza confederale nazionale di CGIL-CISL-UIL che invece di proporre e confliggere, accompagna gli interessi padronali e divide quelli dei lavoratori.
Le crepe della pace sociale e gli albori di una azione collettiva che abbiamo visto con il riuscito sciopero di 24 ore indetto dalla USB nei porti il 14 giugno, con la giornata di mobilitazione nazionale della logistica il 18 – in cui è morto il militante del SiCobas Adil Belakhdim – e le iniziative successive e ora le mobilitazioni degli operai dell’acciaieria di Cornigliano sono un segnale che va colto.
La classe operaia, oggi più che mai è sola contro tutti, ed è nelle sue mani la rinascita di un Paese in balia dei tecnocrati di Bruxelles, dello strapotere delle multinazionali e dei peggiori politici della storia Repubblicana.
Fonte
Parole come pietre quelle del leader della Fiom genovese che a 74 anni si dice comunque orgoglioso dell’azione dei lavoratori dell’acciaieria – 981 in tutto quelli che lavorano nello stabilimento – che entreranno in CIG lunedì prossimo, il 28 giugno.
Non sono stati sufficienti “il coraggio, la grinta, la determinazione e la volontà” dimostrati in questa terza giornata di sciopero consecutiva, con blocchi e cortei nel ponente genovese mercoledì e venerdì.
La politica a tutti i livelli ha dato l’ennesima dimostrazione della sua vacuità di fronte ai diktat della multinazionale indiana che chiede la Cassa Integrazione – di tredici settimane – per motivi di mercato nonostante il settore, complice la ripresa post-pandemica, sia tutto meno che in crisi.
Grondona usa una efficace metafora per descrivere l’atteggiamento della filiera di poteri politici che hanno chiuso letteralmente le porta in faccia agli operai delle acciaierie dal Comune alla Regione, con il Prefetto Franceschelli che solo tardivamente li ha convocati alla fine di una giornata di lotta partita dai cancelli della fabbrica con un corteo verso il centro cittadino. Non una parola da Bucci e da Toti contro l’ipotesi di Cassa Integrazione.
Di fronte a loro i lavoratori dell’ex-Ilva hanno incontrato “una palude nebbiosa, oscuri poteri che fanno i prepotenti con i deboli” afferma il leader della FIOM, ma forse è più efficace il coro che in questi giorni ha caratterizzato le iniziative di lotta, cantato a squarciagola dagli operai: “siete voi, siete voi, la rovina dell’Italia siete voi!”.
Un giudizio netto, su una classe politica indecente che ha abdicato al suo ruolo di cerniera con la società civile e che ha derubricato il conflitto sociale a mera questione di ordine pubblico, con le forze dell’ordine a difendere il “fortino assediato” dei palazzi del potere chiusi ai lavoratori ed un bilancio di poco meno di una decina di feriti in modo lieve tra polizia e carabinieri, e parecchi lividi sui corpi degli operai per i tafferugli intercorsi.
Questa classe dirigente è frutto di un modello di sviluppo che ha mostrato tragicamente le sue storture con più evidenza nel capoluogo ligure rispetto ad altre città, in cui gli interessi del privato si sono letteralmente mangiati il patrimonio pubblico, speculandoci sopra senza uno straccio di visione del futuro e di cui l’era Riva è stata una dimostrazione lampante.
Nello stesso giorno della lotta dell’Ilva infatti, una banchina nel terminal portuale dato in concessione a Spinelli ha ceduto sotto il peso della gru, per fortuna senza conseguenze per i lavoratori.
Una situazione che si ripete quasi quotidianamente in altre banchine, dove la sete di profitto dei terminalisti e l’indifferenza dell’Autorità di Sistema che dovrebbe governare il porto ha come suoi corollari l’aumento della produttività e il risparmio sulla sicurezza, provocando quella scia di sangue nei porti, puntualmente denunciata dal coordinamento portuale di USB attraverso documenti circostanziate ed azioni all’altezza della sfida.
Sempre venerdì, la Procura di Genova dopo tre anni di indagini, ha chiesto il rinvio a giudizio per 59 persone per il crollo del Ponte Morandi, avvenuto il 14 agosto del 2018, tra cui ex dirigenti di Aspi.
Il crollo costò la vita a 43 persone, oltre a 11 feriti, e più di 500 persone sfollate. Un lutto quello del viadotto Polcevera di cui la città serba ancora una memoria viva.
La privatizzazione ha fallito che si tratti di un comparto strategico come quello dell’acciaio, di una infrastruttura come le autostrade, o di una struttura fondamentale per il trasporto come è il porto, ma nonostante le numerose evidenze empiriche nessuno – o quasi – sembra avere il coraggio di ammetterlo.
Tornando alla lotta degli operai dell’ex-ILVA, viene mantenuto lo stato d’agitazione fino all’incontro al MISE ottenuto l’8 luglio con Giorgetti, Orlando, l’Azienda e le Rappresentanze Sindacali che dovrebbe discutere del destino del gruppo.
Secondo Grondona che ha rilanciato per lunedì mattina alle sette fuori dai cancelli un’assemblea degli operai, l’INPS avrà difficoltà a concedere la Cassa per ragioni di mercato, facendo intravedere uno spiraglio nella complicata situazione che si è venuta a creare da qui alle prossime settimane.
Di fronte all’ottusità aziendale, il leader della FIOM da indicazione di “avvelenare i pozzi”, ma è chiaro che si apre una fase piuttosto delicata non solo per lo stabilimento di Cornigliano ma per quello di Taranto, dove USB denuncia e agisce da tempo sulle storture dell’azione dello Stato che “finanzia effetti privati” e della proprietà, tra cui un devastante impatto ambientale.
Come aveva dichiarato Francesco Rizzo all’assemblea nazionale dei delegati operai e dei lavoratori di USB di sabato scorso: “tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un bambino”.
Un combinato disposto per cui alle conseguenze ambientali esterne si unisce la precarietà delle condizioni di lavoro. Come ha dichiarato un operaio, salvatosi per miracolo durante un incidente sul lavoro a Taranto e licenziato (sic!): “la mia unica colpa è quella di non essere morto”.
Un aspetto di quel “fascismo aziendale” che è costato un provvedimento disciplinare ad un altro operaio per il fatto di avere semplicemente condiviso sulla sua pagina FB l’annuncio di una fiction Rai dedicata proprio alle vicende ambientali attorno all’ex-Ilva di Taranto.
Questa la condizione operaia accerchiata da una manovra a tenaglia da Confindustria, un governo che fa gli interessi delle oligarchie europee sostenuto da un Partito Unico che va da Salvini a LeU, e da una dirigenza confederale nazionale di CGIL-CISL-UIL che invece di proporre e confliggere, accompagna gli interessi padronali e divide quelli dei lavoratori.
Le crepe della pace sociale e gli albori di una azione collettiva che abbiamo visto con il riuscito sciopero di 24 ore indetto dalla USB nei porti il 14 giugno, con la giornata di mobilitazione nazionale della logistica il 18 – in cui è morto il militante del SiCobas Adil Belakhdim – e le iniziative successive e ora le mobilitazioni degli operai dell’acciaieria di Cornigliano sono un segnale che va colto.
La classe operaia, oggi più che mai è sola contro tutti, ed è nelle sue mani la rinascita di un Paese in balia dei tecnocrati di Bruxelles, dello strapotere delle multinazionali e dei peggiori politici della storia Repubblicana.
Fonte
24/06/2021
Genova bloccata dagli operai dell’Ilva di Cornigliano
Anche per i sindacati confederali, fin qui immobili e ciarlieri, comincia una fase complicata, con i loro iscritti che mostrano di non gradire affatto le “ricette” che il governo Draghi – dalle segreterie molto “rispettato” – va preparando.
In particolare lo sblocco dei licenziamenti, preparato dalla fine della cassa integrazione (che parzialmente tutela il reddito dei lavoratori).
Lunedì mattina, a Genova, una manifestazione ha bloccato le vie della città, minacciando di proseguire ad oltranza: “Se non ci sarà la sospensione della cassa confermata dal governo noi non andremo via di qui“.
I segretari di Fim Fiom e Uilm sono stati perciò ricevuti dal prefetto del capoluogo ligure, chiedendo che arrivi la risposta sul ritiro di richiesta della cassa integrazione ordinaria in attesa dell’incontro con il ministro del Lavoro Andrea Orlando.
Incontro che comunque, spiegano le rsu, “non servirà comunque a nulla se non ci saranno passi indietro sul fronte della cassa integrazione. Chiediamo un impegno formale da parte del governo, altrimenti la situazione qui non cambierà”.
Persino il in-tutt’altre-faccende-affaccendato governatore della Regione Liguria, Giovanni Toti, si è sentito in dovere di sentire il ministro dello Sviluppo Economico, il leghista di governo Giancarlo Giorgetti.
A smuovere le acque immobili della politica sono stati in primo luogo i lavoratori ex Ilva, scesi in corteo a Cornigliano fin dalla prima mattina. I manifestanti hanno imboccato via Guido Rossa, bloccandola in entrambe le direzioni nei pressi dello svincolo autostradale.
I manifestanti hanno lasciato passare solo ambulanze e automobili dirette agli ospedali.
Sono stati infatti incendiati alcuni copertoni, al centro della carreggiata. I manifestanti hanno anche mostrato uno striscione con scritto “Adil 1 di noi“, dedicandolo al sindacalista Adil Belakhdim, ucciso venerdì a Biandrate, nel Novarese, nel corso di un picchetto per lo sciopero nazionale della logistica.
Una prova diretta che “l’interesse generale di classe” sta riprendendo piede rispetto alle divisioni organizzative, anche laddove i sindacati “complici” s’erano dati più da fare per seminare differenziazioni fondate sul localismo o le appartenenze sindacali.
Immancabilmente, il destrorso governatore ligure finge di interessarsi della vicenda pretendendo – in cambio – la fine delle proteste. Garantisce che Giancarlo Giorgetti avrebbe detto (a lui, ma non ai lavoratori e neanche ai sindacati) che ha “la volontà del Governo di procedere con tutti gli investimenti necessari a salvaguardare e rilanciare la filiera nazionale dell’acciaio“.
Tutto fumo per concludere, nella sua nota, che “Pur comprendendo la stanchezza dei lavoratori per il perdurare del lungo periodo di incertezza auspico che cessino le azioni di protesta in corso, che stanno arrecando grave danno a cittadini e imprese di una città, Genova, e di una Regione, la Liguria, già duramente provata dalla pandemia e dalla conseguente crisi”.
Tutt’altre le intenzioni dei lavoratori, però. “Vogliamo essenzialmente mandare un messaggio al Governo che continua a farsi gli affari suoi – ha detto il coordinatore Rsu Armando Palombo – hanno chiesto la cassa integrazione per crisi di mercato quando tutti sanno che oggi l’acciaio non vede crisi, sappiamo che il governo è anche azionista ed è da troppo tempo silenzioso. Ci dicono che sia una dialettica tra poteri, si aspetta la sentenza, ma noi con queste iniziative andremo avanti ad oltranza per dire al governo che deve svegliarsi.
Non possiamo più aspettare, in assemblea abbiamo deciso di attuare questa forma di protesta, oggi sciopero di 24 ore con blocco della Guido Rossa, domani pure. Ci fermeremo solo il giorno San Giovanni, per rispetto alla città, ma torneremo a lavorare e venerdì se non avremo avuto ancora risposte andremo in prefettura, ma non ci andremo col cappello in mano, ma con i caschi”.
E siccome conoscono bene la situazione del mercato, i lavoratori sono in grado di confutare le cazzate seminate da governo, Confindustria e partiti: “La crisi di mercato non c’è, il settore dell’acciaio si sta riavviando e ci sono forti richieste soprattutto delle lavorazioni che si fanno a Cornigliano, lavorazioni importanti che vanno rilanciate perché sono a quote di mercato inferiori a quelle richieste. C’è una grande potenzialità inespressa da parte della fabbrica ma c’è bisogno di serietà e di scelte finalmente definitive da parte del governo“, ha detto persino Igor Magni, segretario generale della Cgil di Genova.
“La richiesta è semplice – spiega Bruno Manganaro, ex segretario Fiom Genova – il governo sospenda con effetto immediato la richiesta di cassa integrazione e ci convochi nei prossimi giorni per discutere. Questa è l’unica condizione per fermare la protesta, altrimenti dal prefetto ci andiamo, ma solo per rispetto“.
L’ultimo incontro con la direzione aziendale, che proponeva altre 13 settimane di cassa integrazione, è infatti finito con una rottura.
E in piazza, Stefano Bonazzi, segretario di Fiom Genova, ha dovuto esprimere l’orientamento maggioritario tra gli operai: “Il governo ha il 50% del potere decisionale in Acciaierie d’Italia, non può continuare a non prendere posizione. Se non lo farà il governo, lo faremo noi, perché i lavoratori sono stanchi di pagare per scelte operate altrove”.
Il 30 giugno è vicino. La fine della pace sociale da pandemia e cloroformio sindacale, sta già avvenendo.
In particolare lo sblocco dei licenziamenti, preparato dalla fine della cassa integrazione (che parzialmente tutela il reddito dei lavoratori).
Lunedì mattina, a Genova, una manifestazione ha bloccato le vie della città, minacciando di proseguire ad oltranza: “Se non ci sarà la sospensione della cassa confermata dal governo noi non andremo via di qui“.
I segretari di Fim Fiom e Uilm sono stati perciò ricevuti dal prefetto del capoluogo ligure, chiedendo che arrivi la risposta sul ritiro di richiesta della cassa integrazione ordinaria in attesa dell’incontro con il ministro del Lavoro Andrea Orlando.
Incontro che comunque, spiegano le rsu, “non servirà comunque a nulla se non ci saranno passi indietro sul fronte della cassa integrazione. Chiediamo un impegno formale da parte del governo, altrimenti la situazione qui non cambierà”.
Persino il in-tutt’altre-faccende-affaccendato governatore della Regione Liguria, Giovanni Toti, si è sentito in dovere di sentire il ministro dello Sviluppo Economico, il leghista di governo Giancarlo Giorgetti.
A smuovere le acque immobili della politica sono stati in primo luogo i lavoratori ex Ilva, scesi in corteo a Cornigliano fin dalla prima mattina. I manifestanti hanno imboccato via Guido Rossa, bloccandola in entrambe le direzioni nei pressi dello svincolo autostradale.
I manifestanti hanno lasciato passare solo ambulanze e automobili dirette agli ospedali.
Sono stati infatti incendiati alcuni copertoni, al centro della carreggiata. I manifestanti hanno anche mostrato uno striscione con scritto “Adil 1 di noi“, dedicandolo al sindacalista Adil Belakhdim, ucciso venerdì a Biandrate, nel Novarese, nel corso di un picchetto per lo sciopero nazionale della logistica.
Una prova diretta che “l’interesse generale di classe” sta riprendendo piede rispetto alle divisioni organizzative, anche laddove i sindacati “complici” s’erano dati più da fare per seminare differenziazioni fondate sul localismo o le appartenenze sindacali.
Immancabilmente, il destrorso governatore ligure finge di interessarsi della vicenda pretendendo – in cambio – la fine delle proteste. Garantisce che Giancarlo Giorgetti avrebbe detto (a lui, ma non ai lavoratori e neanche ai sindacati) che ha “la volontà del Governo di procedere con tutti gli investimenti necessari a salvaguardare e rilanciare la filiera nazionale dell’acciaio“.
Tutto fumo per concludere, nella sua nota, che “Pur comprendendo la stanchezza dei lavoratori per il perdurare del lungo periodo di incertezza auspico che cessino le azioni di protesta in corso, che stanno arrecando grave danno a cittadini e imprese di una città, Genova, e di una Regione, la Liguria, già duramente provata dalla pandemia e dalla conseguente crisi”.
Tutt’altre le intenzioni dei lavoratori, però. “Vogliamo essenzialmente mandare un messaggio al Governo che continua a farsi gli affari suoi – ha detto il coordinatore Rsu Armando Palombo – hanno chiesto la cassa integrazione per crisi di mercato quando tutti sanno che oggi l’acciaio non vede crisi, sappiamo che il governo è anche azionista ed è da troppo tempo silenzioso. Ci dicono che sia una dialettica tra poteri, si aspetta la sentenza, ma noi con queste iniziative andremo avanti ad oltranza per dire al governo che deve svegliarsi.
Non possiamo più aspettare, in assemblea abbiamo deciso di attuare questa forma di protesta, oggi sciopero di 24 ore con blocco della Guido Rossa, domani pure. Ci fermeremo solo il giorno San Giovanni, per rispetto alla città, ma torneremo a lavorare e venerdì se non avremo avuto ancora risposte andremo in prefettura, ma non ci andremo col cappello in mano, ma con i caschi”.
E siccome conoscono bene la situazione del mercato, i lavoratori sono in grado di confutare le cazzate seminate da governo, Confindustria e partiti: “La crisi di mercato non c’è, il settore dell’acciaio si sta riavviando e ci sono forti richieste soprattutto delle lavorazioni che si fanno a Cornigliano, lavorazioni importanti che vanno rilanciate perché sono a quote di mercato inferiori a quelle richieste. C’è una grande potenzialità inespressa da parte della fabbrica ma c’è bisogno di serietà e di scelte finalmente definitive da parte del governo“, ha detto persino Igor Magni, segretario generale della Cgil di Genova.
“La richiesta è semplice – spiega Bruno Manganaro, ex segretario Fiom Genova – il governo sospenda con effetto immediato la richiesta di cassa integrazione e ci convochi nei prossimi giorni per discutere. Questa è l’unica condizione per fermare la protesta, altrimenti dal prefetto ci andiamo, ma solo per rispetto“.
L’ultimo incontro con la direzione aziendale, che proponeva altre 13 settimane di cassa integrazione, è infatti finito con una rottura.
E in piazza, Stefano Bonazzi, segretario di Fiom Genova, ha dovuto esprimere l’orientamento maggioritario tra gli operai: “Il governo ha il 50% del potere decisionale in Acciaierie d’Italia, non può continuare a non prendere posizione. Se non lo farà il governo, lo faremo noi, perché i lavoratori sono stanchi di pagare per scelte operate altrove”.
Il 30 giugno è vicino. La fine della pace sociale da pandemia e cloroformio sindacale, sta già avvenendo.
*****
La scena si è ripetuta poi anche martedì. I lavoratori ex-Ilva hanno nuovamente bloccato la strada a mare Guido Rossa e poi la rotonda di via Cornigliano. Una parte degli operai ha proceduto contemporaneamente al blocco del varco merci dello stabilimento di Cornigliano.
La decisione è arrivata dall’assemblea dei lavoratori, svoltasi alle 7 davanti ai cancelli.
A quel punto segreterie di Fiom, Fim e Uilm, per cercare di mantenere il controllo della situazione, hanno deciso di inviare all’azienda una lettera con la richiesta formale di sospensione delle procedure di cassa integrazione, in attesa di avere una soluzione nel corso dell’incontro con il ministro del lavoro Andrea Orlando (lunedì a Genova).
"È del tutto assurdo che il ministro del Lavoro non sappia che un’azienda su cui il Governo ha il 50% del diritto di voto ha chiesto la cassa integrazione in tutta Italia e che nessuno possa dire alla Morselli di sospenderla perché questo di fatto abbiamo chiesto, di sospenderla per qualche giorno in attesa dell’incontro”, dice l’ex segretario Fiom Bruno Manganaro.
Domenica 27 giugno scadono i 25 giorni previsti dalla legge per tentare un accordo sindacale sulla cig. Se non ci dovesse essere, l’azienda da lunedì potrebbe decidere autonomamente e con il solo parere dell’Inps di mettere in cassa integrazione i 981 operai di Cornigliano.
Fonte
20/03/2021
Draghi ha già perso il fuoco
Tutto qui? Il primo provvedimento vero del governo Draghi è identico a uno dei tanti emessi dal “Conte 2” in materia di sostegno alle imprese e (in misura molto minore) ai lavoratori a rischio di licenziamento.
Per questi ultimi, in particolare, la cassa integrazione ordinaria (per imprese e comparti che la prevedono) viene estesa fino al 30 giugno; mentre quella straordinaria (piccole imprese e comparti che non ne usufruivano) viene prolungata ed arriverà, per ora, al 20 settembre.
Lo scopo è evidente: evitare che la fine della cassa si trasformi in una esplosione di licenziamenti che metterebbe in strada oltre un milione di lavoratori, con prevedibili problemi di controllo sociale. Spezzando in due tronconi questa massa, è la speranza, la gestione potrebbe essere meno traumatica, anche grazie all’estate (quando il calo fisiologico dei contagi, potenziato dalle vaccinazioni, dovrebbe permettere una ripresa delle attività turistiche, interessate dalla cig straordinaria).
La continuità con il predecessore è stata ad un certo punto persino ammessa, fino a togliere di mezzo il punto principale dell’assalto renziano e dell’establishment “europeista” contro l’avvocato pugliese: il Mes “al momento non è una priorità”.
32 miliardi è la stessa cifra, del resto, prevista dal Dpcm nella versione del governo uscente. Cambiano un po’ i criteri dei “ristori”, che ora si chiamano “sostegni”. Sparisce la griglia dei “codici Ateco”, che serviva a distinguere le attività colpite direttamente dai provvedimenti di lockdown dalle altre. Fa fede invece la perdita di fatturato rispetto al 2019, con rimborsi proporzionalmente minori man mano che si innalza il livello del fatturato stesso.
In più, rispetto al predecessore, Draghi ci ha aggiunto il solito condono alla democristiana. Su questo ha dovuto affrontare il primo “scontro” politico con la Lega (che voleva la cancellazione delle cartelle esattoriali fino a 10.000 euro emesse dal 2000 al 2015) e Pd-Leu-M5S, contrari (molto tiepidamente).
Il compromesso – altrettanto democristiano – è stato salomonico: cancellazione, ma solo dal 2000 al 2010, per le cartelle sotto i 5.000 euro e limitatamente ai titolari di reddito fino a 30.000 euro.
In pratica quasi nulla, perché quelle cartelle sono di fatto vecchie contravvenzioni e minutaglia varia, spesso inesigibili per varie ragioni. Ma è una bandierina che la Lega può sventolare come propria vittoria e segnale dell’importanza che lo stesso Draghi attribuisce al Carroccio nella squadra di governo.
La “collocazione euro-atlantica”, del resto, richiede che non ci sia nessuno che possa seriamente immaginarne un’altra, e avere la Lega in squadra è la dimostrazione pratica che quell’euroscetticismo lì è solo di facciata, “acchiapavoti”. Cosa peraltro logica, per un partito espressione delle piccola e media impresa del Nord, ormai quasi completamente “contoterzista” delle filiere industriali tedesche.
Anche SuperMario è ovviamente molto attento agli umori germanici. E se è solo un sospetto che i tre giorni di sospensione del vaccino AstraZeneca siano stati un accodamento all’analoga decisione di Angela Merkel, è invece assolutamente esplicita la sintonia – anche qui: dopo che la Germania ha aperto all’ipotesi – sulla possibilità di ricorrere al rifornimento autonomo col vaccino russo Sputnik V. Con o senza l’Unione Europea e i suoi squinternati “acquisti centralizzati”...
“Per quanto riguarda il vaccino russo, sono dell’opinione da tempo che dovremmo usare qualsiasi vaccino approvato dall’Ema“. Ma, ha aggiunto, “se gli ordini non si faranno a livello europeo, allora seguiremo la via tedesca”.
La vera differenza del nuovo governo sta infatti nella gestione del Recovery Fund, non certo nella lotta alla pandemia (compromessa, in tutto l’Occidente, dal tentativo di “convivere con il virus” lasciando aperte il massimo possibile di attività economiche).
Sulle altre questioni comincia a diventare palese che Draghi non è per nulla “super”, e per ragioni piuttosto semplici.
Una cosa è “salvare l’euro” semplicemente dicendo “Whatever it takes”. Seduto sulla poltrona di presidente della Bce, con la possibilità di “stampare moneta” a volontà pur di respingere qualsiasi speculazione dei mercati sulla moneta, si è decisamente “credibili”. Perché disponi degli armamenti adeguati allo scopo.
Gestire un Paese in crisi, senza disporre degli stessi “armamenti” – in buona parte trasferiti all’Unione Europea – è tutt'altra cosa. Puoi certamente utilizzare il Recovery Fund per allineare il modello produttivo alle disposizioni europee, ma su tutto il resto arranchi. Come tutti, in un regime semicoloniale.
Fonte
Per questi ultimi, in particolare, la cassa integrazione ordinaria (per imprese e comparti che la prevedono) viene estesa fino al 30 giugno; mentre quella straordinaria (piccole imprese e comparti che non ne usufruivano) viene prolungata ed arriverà, per ora, al 20 settembre.
Lo scopo è evidente: evitare che la fine della cassa si trasformi in una esplosione di licenziamenti che metterebbe in strada oltre un milione di lavoratori, con prevedibili problemi di controllo sociale. Spezzando in due tronconi questa massa, è la speranza, la gestione potrebbe essere meno traumatica, anche grazie all’estate (quando il calo fisiologico dei contagi, potenziato dalle vaccinazioni, dovrebbe permettere una ripresa delle attività turistiche, interessate dalla cig straordinaria).
La continuità con il predecessore è stata ad un certo punto persino ammessa, fino a togliere di mezzo il punto principale dell’assalto renziano e dell’establishment “europeista” contro l’avvocato pugliese: il Mes “al momento non è una priorità”.
32 miliardi è la stessa cifra, del resto, prevista dal Dpcm nella versione del governo uscente. Cambiano un po’ i criteri dei “ristori”, che ora si chiamano “sostegni”. Sparisce la griglia dei “codici Ateco”, che serviva a distinguere le attività colpite direttamente dai provvedimenti di lockdown dalle altre. Fa fede invece la perdita di fatturato rispetto al 2019, con rimborsi proporzionalmente minori man mano che si innalza il livello del fatturato stesso.
In più, rispetto al predecessore, Draghi ci ha aggiunto il solito condono alla democristiana. Su questo ha dovuto affrontare il primo “scontro” politico con la Lega (che voleva la cancellazione delle cartelle esattoriali fino a 10.000 euro emesse dal 2000 al 2015) e Pd-Leu-M5S, contrari (molto tiepidamente).
Il compromesso – altrettanto democristiano – è stato salomonico: cancellazione, ma solo dal 2000 al 2010, per le cartelle sotto i 5.000 euro e limitatamente ai titolari di reddito fino a 30.000 euro.
In pratica quasi nulla, perché quelle cartelle sono di fatto vecchie contravvenzioni e minutaglia varia, spesso inesigibili per varie ragioni. Ma è una bandierina che la Lega può sventolare come propria vittoria e segnale dell’importanza che lo stesso Draghi attribuisce al Carroccio nella squadra di governo.
La “collocazione euro-atlantica”, del resto, richiede che non ci sia nessuno che possa seriamente immaginarne un’altra, e avere la Lega in squadra è la dimostrazione pratica che quell’euroscetticismo lì è solo di facciata, “acchiapavoti”. Cosa peraltro logica, per un partito espressione delle piccola e media impresa del Nord, ormai quasi completamente “contoterzista” delle filiere industriali tedesche.
Anche SuperMario è ovviamente molto attento agli umori germanici. E se è solo un sospetto che i tre giorni di sospensione del vaccino AstraZeneca siano stati un accodamento all’analoga decisione di Angela Merkel, è invece assolutamente esplicita la sintonia – anche qui: dopo che la Germania ha aperto all’ipotesi – sulla possibilità di ricorrere al rifornimento autonomo col vaccino russo Sputnik V. Con o senza l’Unione Europea e i suoi squinternati “acquisti centralizzati”...
“Per quanto riguarda il vaccino russo, sono dell’opinione da tempo che dovremmo usare qualsiasi vaccino approvato dall’Ema“. Ma, ha aggiunto, “se gli ordini non si faranno a livello europeo, allora seguiremo la via tedesca”.
La vera differenza del nuovo governo sta infatti nella gestione del Recovery Fund, non certo nella lotta alla pandemia (compromessa, in tutto l’Occidente, dal tentativo di “convivere con il virus” lasciando aperte il massimo possibile di attività economiche).
Sulle altre questioni comincia a diventare palese che Draghi non è per nulla “super”, e per ragioni piuttosto semplici.
Una cosa è “salvare l’euro” semplicemente dicendo “Whatever it takes”. Seduto sulla poltrona di presidente della Bce, con la possibilità di “stampare moneta” a volontà pur di respingere qualsiasi speculazione dei mercati sulla moneta, si è decisamente “credibili”. Perché disponi degli armamenti adeguati allo scopo.
Gestire un Paese in crisi, senza disporre degli stessi “armamenti” – in buona parte trasferiti all’Unione Europea – è tutt'altra cosa. Puoi certamente utilizzare il Recovery Fund per allineare il modello produttivo alle disposizioni europee, ma su tutto il resto arranchi. Come tutti, in un regime semicoloniale.
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23/12/2020
Milioni di lavoratori con la tredicesima dimezzata
La situazione di emergenza sanitaria legata alla pandemia ha colpito il salario dei lavoratori in forme diverse, spesso tra loro collegate ma sempre con l’effetto di assottigliare le buste paga. Tra queste forme il massiccio impiego della CIG, del FIS che è stato utilizzato per gestire la flessione dei volumi, in tantissimi altri casi le ditte hanno utilizzato gli ammortizzatori sociali anche in assenza di crisi.
Così milioni di lavoratori si sono ritrovati con il salario decurtato e in attesa dei soldi della CIG da parte dell’INPS. Per di più chi è stato posto in CIG/FIS, in questi giorni sta ricevendo la tredicesima resa più povera a causa del mancato riconoscimento dei ratei, in molti casi riscuotendo un assegno dimezzato o anche peggio.
Da tempo chiediamo una riforma degli ammortizzatori sociali, che garantisca una reale tenuta del salario (80% dell’ultima retribuzione), diversamente CIG/FIS sono oggi utilizzati dalle aziende come un bancomat per tagliare i costi e finanziare le ristrutturazioni.
Nonostante gli ammortizzatori sociali siano in buona parte sostenuti con i soldi versati dai lavoratori nelle casse dell’INPS, sono i datori di lavoro ad avere ampio margine di utilizzo e accesso agli ammortizzatori, questo anche grazie ad una drastica riduzione della contrattazione sindacale e ai pochi controlli sugli abusi.
Libertà di lasciare a casa i propri dipendenti senza l’onere dello stipendio, che in questo frangente drammatico, ha colpito soprattutto le categorie deboli, i lavoratori più esposti sindacalmente, confermandosi come uno strumento impiegato per punire e discriminare i lavoratori.
In prossimità delle festività di fine anno, quando i consumi dovrebbero avere un’impennata, i media si chiedono come mai la popolazione spenda sempre meno. Il motivo è semplice: la crisi la stanno pagando i lavoratori con salari e tredicesime ridotti!
Occorre contrastare gli accordi in perdita che fanno proprie le richieste datoriali, in alcuni casi limitandosi alla richiesta di anticipo delle spettanze dell’INPS e dimenticando la giusta copertura salariale dei lavoratori.
Di fronte all’approccio della parte datoriale è determinante il nostro ruolo nella contrattazione, dove occorre lottare per conquistare quanto altrimenti non viene riconosciuto: anticipo da parte dell’azienda delle spettanze dell’INPS; riconoscimento dei ratei che fanno maturare gli istituti differiti come ferie, rol, premi, tredicesima e quattordicesima laddove riconosciuta; rotazione equa tra tutti i lavoratori in caso di lavoro ridotto, per evitare discriminazioni e un’integrazione economica per fare pesare meno il macigno della CIG sul salario.
Il tema del salario e con esso del diritto all’emancipazione richiede risposte ora!
Chiediamo ammortizzatori sociali che riconoscano l’80% dell’ultima retribuzione e salario minimo per legge a partire da 10€ lordi per la paga oraria.
Fonte
Così milioni di lavoratori si sono ritrovati con il salario decurtato e in attesa dei soldi della CIG da parte dell’INPS. Per di più chi è stato posto in CIG/FIS, in questi giorni sta ricevendo la tredicesima resa più povera a causa del mancato riconoscimento dei ratei, in molti casi riscuotendo un assegno dimezzato o anche peggio.
Da tempo chiediamo una riforma degli ammortizzatori sociali, che garantisca una reale tenuta del salario (80% dell’ultima retribuzione), diversamente CIG/FIS sono oggi utilizzati dalle aziende come un bancomat per tagliare i costi e finanziare le ristrutturazioni.
Nonostante gli ammortizzatori sociali siano in buona parte sostenuti con i soldi versati dai lavoratori nelle casse dell’INPS, sono i datori di lavoro ad avere ampio margine di utilizzo e accesso agli ammortizzatori, questo anche grazie ad una drastica riduzione della contrattazione sindacale e ai pochi controlli sugli abusi.
Libertà di lasciare a casa i propri dipendenti senza l’onere dello stipendio, che in questo frangente drammatico, ha colpito soprattutto le categorie deboli, i lavoratori più esposti sindacalmente, confermandosi come uno strumento impiegato per punire e discriminare i lavoratori.
In prossimità delle festività di fine anno, quando i consumi dovrebbero avere un’impennata, i media si chiedono come mai la popolazione spenda sempre meno. Il motivo è semplice: la crisi la stanno pagando i lavoratori con salari e tredicesime ridotti!
Occorre contrastare gli accordi in perdita che fanno proprie le richieste datoriali, in alcuni casi limitandosi alla richiesta di anticipo delle spettanze dell’INPS e dimenticando la giusta copertura salariale dei lavoratori.
Di fronte all’approccio della parte datoriale è determinante il nostro ruolo nella contrattazione, dove occorre lottare per conquistare quanto altrimenti non viene riconosciuto: anticipo da parte dell’azienda delle spettanze dell’INPS; riconoscimento dei ratei che fanno maturare gli istituti differiti come ferie, rol, premi, tredicesima e quattordicesima laddove riconosciuta; rotazione equa tra tutti i lavoratori in caso di lavoro ridotto, per evitare discriminazioni e un’integrazione economica per fare pesare meno il macigno della CIG sul salario.
Il tema del salario e con esso del diritto all’emancipazione richiede risposte ora!
Chiediamo ammortizzatori sociali che riconoscano l’80% dell’ultima retribuzione e salario minimo per legge a partire da 10€ lordi per la paga oraria.
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29/11/2020
Tredicesime più basse. Il calo di retribuzioni e consumi alimenta la deflazione
A causa del boom della cassa integrazione e dei fondi integrativi usati come ammortizzatori sociali nella pandemia, quest’anno le tredicesime di molte lavoratrici e lavoratori saranno più basse. L’importo complessivo di circa 34 milioni di gratifiche natalizie per pensionati e lavoratori ammonterà infatti a 30 miliardi di euro, 3 miliardi in meno rispetto alla somma pagata l’anno scorso. A rilevarlo è l’Ufficio studi della CGIA di Mestre.
Le tredicesime, introdotte per dare impulso ai consumi natalizi, riguardano 16 milioni di pensionati e 18 milioni di lavoratori dipendenti.
“Il Covid, purtroppo, ha alleggerito le tredicesime di tanti dipendenti del settore privato. Dall’inizio dell’emergenza, infatti, almeno 6,6milioni di lavoratori sono finiti in cassa integrazione e molti di questi a zero ore. Questa situazione non ha consentito a tante persone di maturare il rateo mensile che definisce economicamente la gratifica, alleggerendone quindi l’importo finale di circa 100 euro per ogni mese di indennità ricevuta” – sostiene la Cgia – “Con meno soldi a disposizione e tanta sfiducia che assilla le famiglie italiane, gli acquisti di Natale rischiano di subire una contrazione fino al 15 per cento. Se l’anno scorso la spesa complessiva ha sfiorato i 10 miliardi di euro, quest’anno potrebbe scendere a 8,5-9 miliardi, una riduzione che rischia di penalizzare soprattutto le botteghe artigiane e i negozi di vicinato che faticano a reggere la concorrenza sempre più spietata del commercio on line”.
Dei 30 i miliardi di euro di tredicesime, il fisco incasserà però 10,4 miliardi di euro di ritenute Irpef. Su pensionati e lavoratori dipendenti infatti le tasse funzionano come con un bancomat, basta digitare e il prelievo è assicurato.
“Con l’aumento dei risparmi privati e la caduta verticale dei consumi delle famiglie – segnala il Segretario della Cgia Renato Mason – il Paese sta scivolando pericolosamente verso la deflazione. Dallo scorso mese di maggio, infatti, l’indice dei prezzi al consumo è negativo. La deflazione, ricordiamo, si manifesta attraverso una progressiva contrazione dei prezzi dei beni e dei servizi. Apparentemente la cosa può sembrare positiva: se i prezzi scendono, i consumatori ci guadagnano. Nella realtà le cose assumono una dimensione completamente diversa: nonostante i prezzi siano in calo, le famiglie non acquistano, a causa delle minori disponibilità economiche e delle aspettative negative, quel poco che viene venduto comporta, per i negozianti, margini di guadagno sempre più contenuti. La merce invenduta innesca una situazione di difficoltà per i commercianti, ma anche per le imprese manifatturiere che, a fronte delle mancate vendite, sono costrette a ridurre la produzione e in prospettiva anche l’occupazione”.
Dopo anni di depressione sistematica della domanda interna (salari, investimenti, consumi) in molti adesso si accorgono che il meccanismo liberista che punta tutto sull’export e la contrazione salariale è un giocattolo rotto, da troppo tempo.
Fonte
Le tredicesime, introdotte per dare impulso ai consumi natalizi, riguardano 16 milioni di pensionati e 18 milioni di lavoratori dipendenti.
“Il Covid, purtroppo, ha alleggerito le tredicesime di tanti dipendenti del settore privato. Dall’inizio dell’emergenza, infatti, almeno 6,6milioni di lavoratori sono finiti in cassa integrazione e molti di questi a zero ore. Questa situazione non ha consentito a tante persone di maturare il rateo mensile che definisce economicamente la gratifica, alleggerendone quindi l’importo finale di circa 100 euro per ogni mese di indennità ricevuta” – sostiene la Cgia – “Con meno soldi a disposizione e tanta sfiducia che assilla le famiglie italiane, gli acquisti di Natale rischiano di subire una contrazione fino al 15 per cento. Se l’anno scorso la spesa complessiva ha sfiorato i 10 miliardi di euro, quest’anno potrebbe scendere a 8,5-9 miliardi, una riduzione che rischia di penalizzare soprattutto le botteghe artigiane e i negozi di vicinato che faticano a reggere la concorrenza sempre più spietata del commercio on line”.
Dei 30 i miliardi di euro di tredicesime, il fisco incasserà però 10,4 miliardi di euro di ritenute Irpef. Su pensionati e lavoratori dipendenti infatti le tasse funzionano come con un bancomat, basta digitare e il prelievo è assicurato.
“Con l’aumento dei risparmi privati e la caduta verticale dei consumi delle famiglie – segnala il Segretario della Cgia Renato Mason – il Paese sta scivolando pericolosamente verso la deflazione. Dallo scorso mese di maggio, infatti, l’indice dei prezzi al consumo è negativo. La deflazione, ricordiamo, si manifesta attraverso una progressiva contrazione dei prezzi dei beni e dei servizi. Apparentemente la cosa può sembrare positiva: se i prezzi scendono, i consumatori ci guadagnano. Nella realtà le cose assumono una dimensione completamente diversa: nonostante i prezzi siano in calo, le famiglie non acquistano, a causa delle minori disponibilità economiche e delle aspettative negative, quel poco che viene venduto comporta, per i negozianti, margini di guadagno sempre più contenuti. La merce invenduta innesca una situazione di difficoltà per i commercianti, ma anche per le imprese manifatturiere che, a fronte delle mancate vendite, sono costrette a ridurre la produzione e in prospettiva anche l’occupazione”.
Dopo anni di depressione sistematica della domanda interna (salari, investimenti, consumi) in molti adesso si accorgono che il meccanismo liberista che punta tutto sull’export e la contrazione salariale è un giocattolo rotto, da troppo tempo.
Fonte
06/10/2020
Chiagn’e fotte confindustriale
Secondo l’Ufficio di bilancio delle Camere e l’INPS i percettori fraudolenti di reddito di cittadinanza sono stati 8.000.
Le imprese che hanno richiesto la cassa integrazione Covid senza aver avuto alcun calo di fatturato sono state 234.000.
I primi sono lo 0,26% del totale dei percettori.
Le seconde il 30%.
I primi sono criminalizzati ogni giorno, alle seconde vogliono dare un’altra ventina di miliardi di sgravi.
Poco altro come questo esempio spiega cosa stia accadendo in Italia.
Fonte
Le imprese che hanno richiesto la cassa integrazione Covid senza aver avuto alcun calo di fatturato sono state 234.000.
I primi sono lo 0,26% del totale dei percettori.
Le seconde il 30%.
I primi sono criminalizzati ogni giorno, alle seconde vogliono dare un’altra ventina di miliardi di sgravi.
Poco altro come questo esempio spiega cosa stia accadendo in Italia.
Fonte
28/09/2020
Confindustria punta alla Cassa
Ed eccoci all’ennesima puntata della crociata contro il mondo del
lavoro. Se qualche giorno fa le bellicose intenzioni contro i lavoratori
erano emerse dalle parole del Presidente di Confindustria Carlo Bonomi,
ora è il turno del Ministro Gualtieri che ci mostra la posizione di
questo Governo riguardo al mercato del lavoro e agli ammortizzatori
sociali.
La sostanza del discorso di Bonomi era, nella sua semplicità, una vera e propria dichiarazione di guerra, riassumibile pressappoco così: gli ammortizzatori sociali, ossia tutto quell’insieme di misure di sostegno al reddito per coloro che si trovano in una condizione di disoccupazione, sono ancora troppo legati all’idea della conservazione del posto di lavoro. Occorrerebbe quindi passare a un sistema che abbia l’obiettivo di permettere all’azienda di sbarazzarsi con maggiore facilità dei lavoratori ritenuti non più necessari. Il lavoratore che perda il lavoro, dunque, nella proposta di Confindustria, dovrà rimettersi sul mercato del lavoro e, magari, formarsi per ridiventare utile al sistema produttivo.
Proprio a questa filosofia sembra ispirarsi il Ministro dell’Economia Gualtieri nelle sue recenti dichiarazioni. Ma per capirne il significato riavvolgiamo il nastro e partiamo dalla realtà attuale degli ammortizzatori sociali in Italia. Durante il lockdown, conil ‘decreto Cura Italia’ e il ‘decreto Rilancio’, il Governo aveva esteso sostanzialmente a tutte le aziende la possibilità di far ricorso ai trattamenti di integrazione salariale, la cosiddetta cassa integrazione normalmente limitata a determinati settori produttivi e ad aziende con più di 15 dipendenti. Ricordiamo che la cassa integrazione è quell’istituto consistente in un’erogazione di denaro da parte dell’INPS in caso di crisi aziendali sostitutiva dello stipendio, e che consente di mantenere il posto di lavoro fino a ripresa ordinaria dell’attività produttiva. Accanto all’estensione della cassa integrazione, era stato poi introdotto il blocco dei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo. In questo modo si perveniva a una sorta di accordo: non licenziate i lavoratori e il Governo vi sosterrà aiutandovi a pagare gli stipendi.
Con il recente ‘decreto agosto’, però, le cose cambiano profondamente. Da un lato, la scadenza del divieto di procedere al licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo viene resa, in un certo senso, mobile. Con il ‘decreto Rilancio’ di maggio, infatti, il divieto di licenziamento era valido fino alla data del 17 agosto 2020. Con il nuovo decreto, invece, viene stabilita la regola che sarà impossibile procedere a questo tipo di licenziamento fino all’esaurimento delle diciotto settimane di cassa integrazione previste dalla legislazione vigente. Ciò implica che nel mese di novembre 2020 il divieto di licenziamento comunque cesserà definitivamente per tutte le imprese.
Nel decreto di agosto viene introdotta, inoltre, una clausola per la quale le aziende che vorranno accedere alla cassa integrazione (per un periodo ulteriore rispetto alle prime nove settimane) dovranno pagare una contribuzione aggiuntiva. Tale contribuzione sarà pari al 9% della retribuzione che sarebbe spettata al lavoratore per le ore di lavoro non prestate, per quelle aziende che abbiano fatto registrare riduzioni di fatturato, nel periodo gennaio-giugno 2020 rispetto allo stesso semestre del 2019, inferiori al 20%. Per le aziende che, invece, non hanno subito alcuna riduzione di fatturato, la contribuzione aggiuntiva è pari al 18%.
A questo punto ci si potrebbe interrogare sul perché di questi paletti alla cassa integrazione. Trovare una risposta, purtroppo, è facile: senza denari non si cantano messe. E, a dispetto delle fanfare con cui sono stati accolti gli strumenti europei del Recovery Fund e del SURE, il prestito destinato proprio a finanziare la cassa integrazione, è evidente che questi ultimi costituiscono strumenti del tutto insufficienti a sostenere le economie dei Paesi così profondamente colpiti dalle conseguenze della pandemia. Insufficienti e legati a pesanti condizionalità riassumibili con la solita solfa: austerità e riforme a favore del capitale. Ed ecco che per finanziare gli interventi di integrazione salariale è necessario trovare risorse aggiuntive.
Ma questa novità ha dato una bella idea all’attuale compagine di Governo: perché non sfruttare l’occasione per rendere sistematica la contribuzione aggiuntiva per poter usufruire della cassa integrazione? E allora ecco la proposta di Gualtieri: “stop alla cassa integrazione generalizzata e gratuita per tutti come durante il lockdown”. Dal 2021 si paga. E, per quel che riguarda una più generalizzata riforma degli ammortizzatori sociali, l’obiettivo è quello di investire sulle “deficitarie politiche attive del lavoro”.
In altri termini, dopo aver messo sostanzialmente la parola fine sul blocco dei licenziamenti con il ‘decreto agosto’, Gualtieri si impegna a realizzare la seconda parte della lista dei desideri di Confindustria: disincentivo a utilizzare la cassa integrazione e maggiori risorse dedicate alle politiche attive. Se è vero che il disincentivo all’uso della cassa integrazione sarebbe legato a un contributo a carico delle imprese, e questo in qualche modo sposterebbe in piccola parte l’onere dell’istituto dalla collettività al capitale, allo stesso tempo è evidente che le imprese non avendo alcun obbligo di far ricorso alla cassa integrazione in caso di crisi aziendale e potendo ricorrere al licenziamento per giustificato motivo oggettivo, sarebbero incentivate a sbarazzarsi della forza lavoro in eccedenza puntando poi, nella fasi di ripresa, a riassunzioni molto convenienti di altri lavoratori formati a spese della collettività tramite le promesse politiche attive del lavoro.
A differenza della cassa integrazione, queste politiche non comportano la continuità del rapporto di lavoro e, anzi, servono a fornire ai lavoratori una formazione in funzione delle necessità delle imprese senza alcuna garanzia occupazionale, lasciando così all’impresa un enorme margine di flessibilità nella determinazione dei livelli occupazionali di periodo in periodo.
E così, mentre si piccona, pietra dopo pietra, il sistema degli ammortizzatori sociali disincentivandone l’uso e favorendo di fatto il ricorso ai licenziamenti, ci si lega a un futuro di ulteriore austerità e di maggiore precarietà del posto di lavoro. Il tutto con l’obiettivo di rendere i lavoratori sempre più ricattabili e scaricare su di loro il peso dell’incertezza derivante dalle conseguenze della crisi economica in atto.
Fonte
La sostanza del discorso di Bonomi era, nella sua semplicità, una vera e propria dichiarazione di guerra, riassumibile pressappoco così: gli ammortizzatori sociali, ossia tutto quell’insieme di misure di sostegno al reddito per coloro che si trovano in una condizione di disoccupazione, sono ancora troppo legati all’idea della conservazione del posto di lavoro. Occorrerebbe quindi passare a un sistema che abbia l’obiettivo di permettere all’azienda di sbarazzarsi con maggiore facilità dei lavoratori ritenuti non più necessari. Il lavoratore che perda il lavoro, dunque, nella proposta di Confindustria, dovrà rimettersi sul mercato del lavoro e, magari, formarsi per ridiventare utile al sistema produttivo.
Proprio a questa filosofia sembra ispirarsi il Ministro dell’Economia Gualtieri nelle sue recenti dichiarazioni. Ma per capirne il significato riavvolgiamo il nastro e partiamo dalla realtà attuale degli ammortizzatori sociali in Italia. Durante il lockdown, conil ‘decreto Cura Italia’ e il ‘decreto Rilancio’, il Governo aveva esteso sostanzialmente a tutte le aziende la possibilità di far ricorso ai trattamenti di integrazione salariale, la cosiddetta cassa integrazione normalmente limitata a determinati settori produttivi e ad aziende con più di 15 dipendenti. Ricordiamo che la cassa integrazione è quell’istituto consistente in un’erogazione di denaro da parte dell’INPS in caso di crisi aziendali sostitutiva dello stipendio, e che consente di mantenere il posto di lavoro fino a ripresa ordinaria dell’attività produttiva. Accanto all’estensione della cassa integrazione, era stato poi introdotto il blocco dei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo. In questo modo si perveniva a una sorta di accordo: non licenziate i lavoratori e il Governo vi sosterrà aiutandovi a pagare gli stipendi.
Con il recente ‘decreto agosto’, però, le cose cambiano profondamente. Da un lato, la scadenza del divieto di procedere al licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo viene resa, in un certo senso, mobile. Con il ‘decreto Rilancio’ di maggio, infatti, il divieto di licenziamento era valido fino alla data del 17 agosto 2020. Con il nuovo decreto, invece, viene stabilita la regola che sarà impossibile procedere a questo tipo di licenziamento fino all’esaurimento delle diciotto settimane di cassa integrazione previste dalla legislazione vigente. Ciò implica che nel mese di novembre 2020 il divieto di licenziamento comunque cesserà definitivamente per tutte le imprese.
Nel decreto di agosto viene introdotta, inoltre, una clausola per la quale le aziende che vorranno accedere alla cassa integrazione (per un periodo ulteriore rispetto alle prime nove settimane) dovranno pagare una contribuzione aggiuntiva. Tale contribuzione sarà pari al 9% della retribuzione che sarebbe spettata al lavoratore per le ore di lavoro non prestate, per quelle aziende che abbiano fatto registrare riduzioni di fatturato, nel periodo gennaio-giugno 2020 rispetto allo stesso semestre del 2019, inferiori al 20%. Per le aziende che, invece, non hanno subito alcuna riduzione di fatturato, la contribuzione aggiuntiva è pari al 18%.
A questo punto ci si potrebbe interrogare sul perché di questi paletti alla cassa integrazione. Trovare una risposta, purtroppo, è facile: senza denari non si cantano messe. E, a dispetto delle fanfare con cui sono stati accolti gli strumenti europei del Recovery Fund e del SURE, il prestito destinato proprio a finanziare la cassa integrazione, è evidente che questi ultimi costituiscono strumenti del tutto insufficienti a sostenere le economie dei Paesi così profondamente colpiti dalle conseguenze della pandemia. Insufficienti e legati a pesanti condizionalità riassumibili con la solita solfa: austerità e riforme a favore del capitale. Ed ecco che per finanziare gli interventi di integrazione salariale è necessario trovare risorse aggiuntive.
Ma questa novità ha dato una bella idea all’attuale compagine di Governo: perché non sfruttare l’occasione per rendere sistematica la contribuzione aggiuntiva per poter usufruire della cassa integrazione? E allora ecco la proposta di Gualtieri: “stop alla cassa integrazione generalizzata e gratuita per tutti come durante il lockdown”. Dal 2021 si paga. E, per quel che riguarda una più generalizzata riforma degli ammortizzatori sociali, l’obiettivo è quello di investire sulle “deficitarie politiche attive del lavoro”.
In altri termini, dopo aver messo sostanzialmente la parola fine sul blocco dei licenziamenti con il ‘decreto agosto’, Gualtieri si impegna a realizzare la seconda parte della lista dei desideri di Confindustria: disincentivo a utilizzare la cassa integrazione e maggiori risorse dedicate alle politiche attive. Se è vero che il disincentivo all’uso della cassa integrazione sarebbe legato a un contributo a carico delle imprese, e questo in qualche modo sposterebbe in piccola parte l’onere dell’istituto dalla collettività al capitale, allo stesso tempo è evidente che le imprese non avendo alcun obbligo di far ricorso alla cassa integrazione in caso di crisi aziendale e potendo ricorrere al licenziamento per giustificato motivo oggettivo, sarebbero incentivate a sbarazzarsi della forza lavoro in eccedenza puntando poi, nella fasi di ripresa, a riassunzioni molto convenienti di altri lavoratori formati a spese della collettività tramite le promesse politiche attive del lavoro.
A differenza della cassa integrazione, queste politiche non comportano la continuità del rapporto di lavoro e, anzi, servono a fornire ai lavoratori una formazione in funzione delle necessità delle imprese senza alcuna garanzia occupazionale, lasciando così all’impresa un enorme margine di flessibilità nella determinazione dei livelli occupazionali di periodo in periodo.
E così, mentre si piccona, pietra dopo pietra, il sistema degli ammortizzatori sociali disincentivandone l’uso e favorendo di fatto il ricorso ai licenziamenti, ci si lega a un futuro di ulteriore austerità e di maggiore precarietà del posto di lavoro. Il tutto con l’obiettivo di rendere i lavoratori sempre più ricattabili e scaricare su di loro il peso dell’incertezza derivante dalle conseguenze della crisi economica in atto.
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20/08/2020
Romiti - Il mastino della FIAT
È notizia di queste ore la morte di Cesare Romiti, manager industriale di ferro, di fama nazionale.
Uomo di spicco della FIAT in cui è approdato nel 1974, per ricoprire il ruolo di Amministratore Delegato nel 1976 e infine divenirne il Presidente (1996-1998). Ha attraversato la storia del capitalismo d’Italia, di cui è stato uno dei protagonisti più discussi.
E di cui è seguita una narrazione dalle pagine della stampa addomesticata, quella di figura benemerita della nazione, grande manager industriale, etc., etc.
Cercheremo in queste righe di ripercorrere la storia di un personaggio rappresentativo del capitalismo nazionale, e quindi nostro nemico di classe.
Prima di arrivare in FIAT, il nostro ha ricoperto incarichi di spicco in aziende italiane a partire dalla Bombrini Parodi Delfino, di cui è direttore finanziario, dopo esservi entrato nel 1947: nel 1968 diviene direttore generale in SNIA VISCOSA; nel 1970, dopo aver conosciuto Enrico Cuccia in Mediobanca, viene dapprima nominato Direttore Generale dell’IRI e successivamente Amministratore Delegato di Alitalia.
L’approdo in FIAT avviene in quelli che sono passati alla storia come gli “anni di piombo”, quelli in cui le Brigate Rosse hanno colpito ripetutamente l’azienda torinese (dicembre 1973 sequestro del capo del personale Ettore Amerio, maggio 1975 viene gambizzato il medico della FIAT Mirafiori Luigi Solera, aprile 1978 viene gambizzato Sergio Palmieri caporeparto FIAT)[1].
Gli anni della FIAT sono quelli in cui viene operata la famosa divisione tra Azionisti e Management.
Ma sono anche gli anni dell’applicazione della scala mobile a tutti i settori produttivi del paese, compreso quello industriale, a seguito di un accordo tra Confindustria e sindacati confederali[2].
Nel 1980 si accentua la crisi dell’auto – anche a causa del secondo shock petrolifero – che assume proporzioni mondiali e coinvolge tanto i produttori americani quanto quelli europei (con la sola eccezione di Volkswagen). Quanto alla FIAT, l’indebitamento (6.800 miliardi) raggiunge il fatturato e corrisponde a più del doppio del patrimonio netto. A questo punto Umberto Agnelli chiede al governo due cose: la svalutazione della lira e la libertà di licenziare. La prima richiesta non andrà a buon fine, per quanto riguarda la seconda FIAT farà da sé[3].
L’Italia aveva già deciso, infatti, la sua adesione al Sistema Monetario Europeo: l’unica vera condizione per parteciparvi era che gli industriali riuscissero a sopperire alla mancante flessibilità della valuta (che in un contesto di mercato dà ossigeno alle economie industriali più in difficoltà dirigendo la domanda interna sui loro prodotti) con l’abbattimento dei salari e del potere dei lavoratori. La FIAT riuscì a fare la seconda cosa, e non si preoccupò più della prima – da qui la domanda su quanto il cedimento del fronte sindacale e del PCI siano alla radice della disastrosa esperienza del mercato unico europeo e dei suoi vincoli ammazza-popolo.
Nel 1980 Romiti diviene Amministratore Delegato unico di gruppo e annuncia un piano di licenziamento per 14.000 dipendenti.
Da una parte per rapportarsi adeguatamente alle imprese del settore estere emergenti e alle loro strutture produttive (in particolare modo le aziende giapponesi in cui erano già avanzati i processi di automazione).
Dall’altra per eliminare all’origine i conflitti di classe, e in particolare le avanguardie di fabbrica, che pur essendo state attaccate negli anni trascorsi, erano rimaste le più combattive nel settore metalmeccanico, così come ammesso, in maniera abbastanza candida dallo stesso Romiti, in una intervista alla Stampa, nel 2010. La notizia dei licenziamenti provoca immediatamente una dura risposta dei lavoratori che bloccarono in pochi giorni tutti gli stabilimenti, decisi a non cedere di fronte all’attacco padronale[4].
La risolutezza dei lavoratori porta la FIAT, il 5 settembre 1980, ad annunciare un progetto di cassaintegrazione a zero ore per 23.000 operai. Ma i lavoratori non cedono, nonostante le pressioni della dirigenza nazionale di CGIL, CISL e UIL: la proposta della cassaintegrazione è troppo poco.
Le trattative proseguono, fino alla proclamazione dello sciopero generale del 10 ottobre e la successiva cosiddetta “marcia dei 40.000”, composta da dirigenti, impiegati e operai crumiri, della cui reale entità non si hanno certezze se non nelle dichiarazioni della FIAT stessa. La marcia dei colletti bianchi contro gli operai porta le dirigenze sindacali nazionali a prendere in mano direttamente la trattativa. Si arriva alla firma dell’accordo del 15 ottobre in cui il sindacato, complice di Confindustria, di cui accetta il “nuovo modello di sviluppo”, accoglie l’accordo famigerato in cui si accettano cassa integrazione a zero ore, cassa a rotazione per gli operai sulle linee di produzione dei modelli 131 e 132, avviamento mobilità extra-aziendali. Mentre l’assemblea dei delegati di Torino rifiuta l’accordo. Al loro rientro, nel 1987, questi operai saranno collocati in “reparti confino”. È una sconfitta per i lavoratori della FIAT ma è un segnale negativo per la lotta operaia in tutto il paese che farà da apripista ad un progressivo deterioramento delle condizioni lavorative e delle conquiste operaie degli anni precedenti[5].
Questo evento è emblematico della perdita definitiva dei sogni e degli ideali nati a fine anni ’60, tra cui l’idea di “lavorare meno, lavorare tutti”. Infatti, i progressi tecnologici che consentirono alla Fiat di attuare i licenziamenti punitivi e politici («Noi avevamo chiaramente in mente quali erano gli operai che dovevano essere allontanati dalla fabbrica», disse Romiti) avrebbero potuto essere usati, da un controllo operaio dell’industria, per alleggerire i carichi di lavoro individuali a parità di salario. La possibilità di scaricare immediatamente eventuali difficoltà su licenziamenti e sussidi pubblici portò, invece, oltre che ad una maggiore ricattabilità dei lavoratori, alla concezione di un’industria che punta ai risparmi e ai guadagni a breve termine, senza progetti ambiziosi nell’innovazione, sempre più finanziarizzata.
La FIAT riprende a fare utili, mentre si avvia la riduzione del personale, un’emorragia continua, che in pochi anni condurrà il gruppo FIAT dai 350.000 dipendenti del 1980 ai 225.000 dipendenti del 1986.
Fino alla lenta decadenza del gruppo a partire dalla Guerra del Golfo del 1989.
Oltre alla distruzione delle legittime rivendicazioni operaie come modo per restare competitivi è importante anche sottolineare la deleteria politica degli investimenti che caratterizzò il modello-Romiti, il quale viene oggi incensato come una sorta di genio dell’industria italiana. Nel 1988 si accese infatti uno scontro ai vertici della FIAT stessa, tra l’ing. Ghidella – a capo della FIAT Auto – e Cesare Romiti. Mentre Ghidella puntava ad una estensione degli investimenti nell’auto, Romiti scorgeva nel breve-terminismo della rendita finanziaria e delle partecipazioni in diversi gruppi quali banche, assicurazioni e compagnie minori la soluzione al calo della redditività industriale. Vinse Romiti, e gli effetti di questa scelta non avrebbero tardato a manifestarsi.
Lungo gli anni ‘90 FIAT perde infatti posizioni sia sul mercato domestico sia su quello europeo, mentre concorrenti come Ford, Renault, Peugeot e Volkswagen migliorano le proprie. Ciò non è sorprendente una volta che si considera come dal 1988 al 1993 la FIAT non aveva prodotto alcun nuovo modello. A peggiorare la situazione, «si aggiunse nel 1993 lo smantellamento delle ultime barriere alla circolazione di merci nella Comunità Europea. Era giunto il momento che Valletta aveva tanto temuto: quello di doversi confrontare con la concorrenza senza più scudi protezionistici, di natura tariffaria o di altro genere. I risultati non si fecero attendere: quota sul mercato europeo ridotta al 12%, e perdite per oltre 1.800 miliardi»[6].
L’azienda leader del settore auto italiano da ormai 90 anni, favorita nel suo sviluppo da decenni di commesse di guerra anche nella guerra fredda, per molti anni al vertice delle vendite in Europa, crollava di fronte alla concorrenza dei competitor esteri. Alla base di questo, tra le altre cose, la negligenza di Romiti e colleghi nelle politiche industriali di innovazione: la FIAT nel decennio compreso tra la metà degli anni '80 e i primi anni '90 ha destinato agli investimenti in ricerca 4 miliardi di dollari. Nello stesso periodo la Volkswagen (che all’epoca aveva le stesse dimensioni di FIAT) ne ha spesi 20, BMW (all’epoca più piccola di FIAT) ha speso 8 miliardi. Insomma, anche da un punto di vista squisitamente capitalista si può asserire che Romiti abbia brillato solamente negli attacchi contro i lavoratori.
Romiti guiderà la FIAT fino al 1998, al compimento di 75 anni, ricevendo una buonuscita di 105 miliardi delle vecchie lire[7].
Cesare Romiti è stato infine protagonista della vicenda giudiziaria che in epoca di Tangentopoli lo ha visto essere accusato di falso in bilancio, e condannato definitivamente nel 2000 dalla V^ Sezione penale della Cassazione di Roma a un anno di reclusione (pena ridotta di 20 giorni) e 6 milioni di multa, per false comunicazioni sociali, in relazione ai bilanci del gruppo FIAT tra il 1984 e il 1992. Nel 2003 la condanna verrà cancellata dalla Corte di Appello di Torino per depenalizzazione dei reati. 150 operai della FIAT di Arese si erano costituiti parte civile, in quanto i fondi occultati non sarebbero stati calcolati nello stipendio alla voce delle performances di gruppo[8].
Domenico Cortese e Daniela Giannini
Note:
[1] http://win.storiain.net/arret/num134/artic2.asp
https://www.ugomariatassinari.it/medico-della-fiat/
https://www.ugomariatassinari.it/sergio-palmieri/
[2] https://statusquaestionis.uniroma1.it/index.php/monetaecredito/article/viewFile/12662/12457
http://www.edizionieuropee.it/LAW/HTML/32/zn58_06_05d.html
[3] Si veda V. Giacché, Ascesa e caduta della FIAT
[4] https://www.lastampa.it/economia/2020/08/18/news/romiti-30-anni-dopo-la-marcia-dei-quarantamila-salvammo-i-sindacati-dalle-br-1.39204488
https://www.ildubbio.news/2020/08/18/addio-cesare-romiti-una-vita-per-la-fiat/L
[5] https://web.archive.org/web/20151216143214/http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=%2Farchivio%2Funi_1980_09%2F19800906_0001.pdf&query=
[6] V. Giacché, Cent’anni di improntitudine. Ascesa e caduta della FIAT
[7]https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/10/12/dipendenti-quasi-dimezzati-dalla-crisi-degli-anni.html#:~:text=Lavoratori%20presenti%20alla%20Fiat%20Auto,in%20cassa%20integrazione%20da%20dicembre.
[8]https://www.repubblica.it/online/cronaca/romiti/romiti/romiti.html#:~:text=la%20Repubblica%2Fcronaca%3A%20Bilanci%20Fiat%2C%20Romiti%20condannato%20a%20un%20anno&text=ROMA%20%2D %20Condanna%20per%20Cesare%20Romiti.&text=In%20quest’ultimo%20anno%2C%20in,quale%20Romiti%20%C3%A8%20stato%20condannato.
Fonte
Uomo di spicco della FIAT in cui è approdato nel 1974, per ricoprire il ruolo di Amministratore Delegato nel 1976 e infine divenirne il Presidente (1996-1998). Ha attraversato la storia del capitalismo d’Italia, di cui è stato uno dei protagonisti più discussi.
E di cui è seguita una narrazione dalle pagine della stampa addomesticata, quella di figura benemerita della nazione, grande manager industriale, etc., etc.
Cercheremo in queste righe di ripercorrere la storia di un personaggio rappresentativo del capitalismo nazionale, e quindi nostro nemico di classe.
Prima di arrivare in FIAT, il nostro ha ricoperto incarichi di spicco in aziende italiane a partire dalla Bombrini Parodi Delfino, di cui è direttore finanziario, dopo esservi entrato nel 1947: nel 1968 diviene direttore generale in SNIA VISCOSA; nel 1970, dopo aver conosciuto Enrico Cuccia in Mediobanca, viene dapprima nominato Direttore Generale dell’IRI e successivamente Amministratore Delegato di Alitalia.
L’approdo in FIAT avviene in quelli che sono passati alla storia come gli “anni di piombo”, quelli in cui le Brigate Rosse hanno colpito ripetutamente l’azienda torinese (dicembre 1973 sequestro del capo del personale Ettore Amerio, maggio 1975 viene gambizzato il medico della FIAT Mirafiori Luigi Solera, aprile 1978 viene gambizzato Sergio Palmieri caporeparto FIAT)[1].
Gli anni della FIAT sono quelli in cui viene operata la famosa divisione tra Azionisti e Management.
Ma sono anche gli anni dell’applicazione della scala mobile a tutti i settori produttivi del paese, compreso quello industriale, a seguito di un accordo tra Confindustria e sindacati confederali[2].
Nel 1980 si accentua la crisi dell’auto – anche a causa del secondo shock petrolifero – che assume proporzioni mondiali e coinvolge tanto i produttori americani quanto quelli europei (con la sola eccezione di Volkswagen). Quanto alla FIAT, l’indebitamento (6.800 miliardi) raggiunge il fatturato e corrisponde a più del doppio del patrimonio netto. A questo punto Umberto Agnelli chiede al governo due cose: la svalutazione della lira e la libertà di licenziare. La prima richiesta non andrà a buon fine, per quanto riguarda la seconda FIAT farà da sé[3].
L’Italia aveva già deciso, infatti, la sua adesione al Sistema Monetario Europeo: l’unica vera condizione per parteciparvi era che gli industriali riuscissero a sopperire alla mancante flessibilità della valuta (che in un contesto di mercato dà ossigeno alle economie industriali più in difficoltà dirigendo la domanda interna sui loro prodotti) con l’abbattimento dei salari e del potere dei lavoratori. La FIAT riuscì a fare la seconda cosa, e non si preoccupò più della prima – da qui la domanda su quanto il cedimento del fronte sindacale e del PCI siano alla radice della disastrosa esperienza del mercato unico europeo e dei suoi vincoli ammazza-popolo.
Nel 1980 Romiti diviene Amministratore Delegato unico di gruppo e annuncia un piano di licenziamento per 14.000 dipendenti.
Da una parte per rapportarsi adeguatamente alle imprese del settore estere emergenti e alle loro strutture produttive (in particolare modo le aziende giapponesi in cui erano già avanzati i processi di automazione).
Dall’altra per eliminare all’origine i conflitti di classe, e in particolare le avanguardie di fabbrica, che pur essendo state attaccate negli anni trascorsi, erano rimaste le più combattive nel settore metalmeccanico, così come ammesso, in maniera abbastanza candida dallo stesso Romiti, in una intervista alla Stampa, nel 2010. La notizia dei licenziamenti provoca immediatamente una dura risposta dei lavoratori che bloccarono in pochi giorni tutti gli stabilimenti, decisi a non cedere di fronte all’attacco padronale[4].
La risolutezza dei lavoratori porta la FIAT, il 5 settembre 1980, ad annunciare un progetto di cassaintegrazione a zero ore per 23.000 operai. Ma i lavoratori non cedono, nonostante le pressioni della dirigenza nazionale di CGIL, CISL e UIL: la proposta della cassaintegrazione è troppo poco.
Le trattative proseguono, fino alla proclamazione dello sciopero generale del 10 ottobre e la successiva cosiddetta “marcia dei 40.000”, composta da dirigenti, impiegati e operai crumiri, della cui reale entità non si hanno certezze se non nelle dichiarazioni della FIAT stessa. La marcia dei colletti bianchi contro gli operai porta le dirigenze sindacali nazionali a prendere in mano direttamente la trattativa. Si arriva alla firma dell’accordo del 15 ottobre in cui il sindacato, complice di Confindustria, di cui accetta il “nuovo modello di sviluppo”, accoglie l’accordo famigerato in cui si accettano cassa integrazione a zero ore, cassa a rotazione per gli operai sulle linee di produzione dei modelli 131 e 132, avviamento mobilità extra-aziendali. Mentre l’assemblea dei delegati di Torino rifiuta l’accordo. Al loro rientro, nel 1987, questi operai saranno collocati in “reparti confino”. È una sconfitta per i lavoratori della FIAT ma è un segnale negativo per la lotta operaia in tutto il paese che farà da apripista ad un progressivo deterioramento delle condizioni lavorative e delle conquiste operaie degli anni precedenti[5].
Questo evento è emblematico della perdita definitiva dei sogni e degli ideali nati a fine anni ’60, tra cui l’idea di “lavorare meno, lavorare tutti”. Infatti, i progressi tecnologici che consentirono alla Fiat di attuare i licenziamenti punitivi e politici («Noi avevamo chiaramente in mente quali erano gli operai che dovevano essere allontanati dalla fabbrica», disse Romiti) avrebbero potuto essere usati, da un controllo operaio dell’industria, per alleggerire i carichi di lavoro individuali a parità di salario. La possibilità di scaricare immediatamente eventuali difficoltà su licenziamenti e sussidi pubblici portò, invece, oltre che ad una maggiore ricattabilità dei lavoratori, alla concezione di un’industria che punta ai risparmi e ai guadagni a breve termine, senza progetti ambiziosi nell’innovazione, sempre più finanziarizzata.
La FIAT riprende a fare utili, mentre si avvia la riduzione del personale, un’emorragia continua, che in pochi anni condurrà il gruppo FIAT dai 350.000 dipendenti del 1980 ai 225.000 dipendenti del 1986.
Fino alla lenta decadenza del gruppo a partire dalla Guerra del Golfo del 1989.
Oltre alla distruzione delle legittime rivendicazioni operaie come modo per restare competitivi è importante anche sottolineare la deleteria politica degli investimenti che caratterizzò il modello-Romiti, il quale viene oggi incensato come una sorta di genio dell’industria italiana. Nel 1988 si accese infatti uno scontro ai vertici della FIAT stessa, tra l’ing. Ghidella – a capo della FIAT Auto – e Cesare Romiti. Mentre Ghidella puntava ad una estensione degli investimenti nell’auto, Romiti scorgeva nel breve-terminismo della rendita finanziaria e delle partecipazioni in diversi gruppi quali banche, assicurazioni e compagnie minori la soluzione al calo della redditività industriale. Vinse Romiti, e gli effetti di questa scelta non avrebbero tardato a manifestarsi.
Lungo gli anni ‘90 FIAT perde infatti posizioni sia sul mercato domestico sia su quello europeo, mentre concorrenti come Ford, Renault, Peugeot e Volkswagen migliorano le proprie. Ciò non è sorprendente una volta che si considera come dal 1988 al 1993 la FIAT non aveva prodotto alcun nuovo modello. A peggiorare la situazione, «si aggiunse nel 1993 lo smantellamento delle ultime barriere alla circolazione di merci nella Comunità Europea. Era giunto il momento che Valletta aveva tanto temuto: quello di doversi confrontare con la concorrenza senza più scudi protezionistici, di natura tariffaria o di altro genere. I risultati non si fecero attendere: quota sul mercato europeo ridotta al 12%, e perdite per oltre 1.800 miliardi»[6].
L’azienda leader del settore auto italiano da ormai 90 anni, favorita nel suo sviluppo da decenni di commesse di guerra anche nella guerra fredda, per molti anni al vertice delle vendite in Europa, crollava di fronte alla concorrenza dei competitor esteri. Alla base di questo, tra le altre cose, la negligenza di Romiti e colleghi nelle politiche industriali di innovazione: la FIAT nel decennio compreso tra la metà degli anni '80 e i primi anni '90 ha destinato agli investimenti in ricerca 4 miliardi di dollari. Nello stesso periodo la Volkswagen (che all’epoca aveva le stesse dimensioni di FIAT) ne ha spesi 20, BMW (all’epoca più piccola di FIAT) ha speso 8 miliardi. Insomma, anche da un punto di vista squisitamente capitalista si può asserire che Romiti abbia brillato solamente negli attacchi contro i lavoratori.
Romiti guiderà la FIAT fino al 1998, al compimento di 75 anni, ricevendo una buonuscita di 105 miliardi delle vecchie lire[7].
Cesare Romiti è stato infine protagonista della vicenda giudiziaria che in epoca di Tangentopoli lo ha visto essere accusato di falso in bilancio, e condannato definitivamente nel 2000 dalla V^ Sezione penale della Cassazione di Roma a un anno di reclusione (pena ridotta di 20 giorni) e 6 milioni di multa, per false comunicazioni sociali, in relazione ai bilanci del gruppo FIAT tra il 1984 e il 1992. Nel 2003 la condanna verrà cancellata dalla Corte di Appello di Torino per depenalizzazione dei reati. 150 operai della FIAT di Arese si erano costituiti parte civile, in quanto i fondi occultati non sarebbero stati calcolati nello stipendio alla voce delle performances di gruppo[8].
Non ci accodiamo alla schiera di coloro che piangono la dipartita di un loro caro. Per noi Romiti rimane solamente un rappresentante del più cinico e parassitario capitalismo, che negli anni ha solo saputo sfruttare la classe lavoratrice, prima spremendo gli operai e poi gettandoli via, come si fa con i limoni.Romiti ha avuto il “merito”, dal punto di vista padronale, di trasformare una situazione che in Italia poteva diventare esplosiva per le difficoltà seguite alla crisi petrolifera in una controtendenza che risolse la crisi con la riduzione di ogni pretesa “dal basso” e l’inizio di una stagione di arretramenti per la classe operaia.
Domenico Cortese e Daniela Giannini
Note:
[1] http://win.storiain.net/arret/num134/artic2.asp
https://www.ugomariatassinari.it/medico-della-fiat/
https://www.ugomariatassinari.it/sergio-palmieri/
[2] https://statusquaestionis.uniroma1.it/index.php/monetaecredito/article/viewFile/12662/12457
http://www.edizionieuropee.it/LAW/HTML/32/zn58_06_05d.html
[3] Si veda V. Giacché, Ascesa e caduta della FIAT
[4] https://www.lastampa.it/economia/2020/08/18/news/romiti-30-anni-dopo-la-marcia-dei-quarantamila-salvammo-i-sindacati-dalle-br-1.39204488
https://www.ildubbio.news/2020/08/18/addio-cesare-romiti-una-vita-per-la-fiat/L
[5] https://web.archive.org/web/20151216143214/http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=%2Farchivio%2Funi_1980_09%2F19800906_0001.pdf&query=
[6] V. Giacché, Cent’anni di improntitudine. Ascesa e caduta della FIAT
[7]https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/10/12/dipendenti-quasi-dimezzati-dalla-crisi-degli-anni.html#:~:text=Lavoratori%20presenti%20alla%20Fiat%20Auto,in%20cassa%20integrazione%20da%20dicembre.
[8]https://www.repubblica.it/online/cronaca/romiti/romiti/romiti.html#:~:text=la%20Repubblica%2Fcronaca%3A%20Bilanci%20Fiat%2C%20Romiti%20condannato%20a%20un%20anno&text=ROMA%20%2D %20Condanna%20per%20Cesare%20Romiti.&text=In%20quest’ultimo%20anno%2C%20in,quale%20Romiti%20%C3%A8%20stato%20condannato.
Fonte
Mirafiori, settembre 1980 - Il ricordo di Cremaschi
Tra le poche voci non encomistiche raccolte dai giornali in seguito allamorte di Cesare Romiti, ci sembra giusto segnalare questa intervista a Giorgio Cremaschi.
*****
Giorgio Cremaschi, già presidente del Comitato centrale della Fiom, e attualmente portavoce di Potere al Popolo non accetta la narrazione elogiativa di Cesare Romiti. Quaranta anni fa fu direttamente partecipe del più duro conflitto del sindacato dei metalmeccanici alla Fiat di Mirafiori: la fabbrica e gli altri stabilimenti furono bloccati per 35 giorni.
La Fiat non mollò ed il sindacato andò incontro ad una sconfitta “storica”: non seppe fronteggiare la “marcia di crumiri organizzata dal padrone” ci racconta Cremaschi. Molti lavoratori si suicidarono.
Lei su twitter ha scritto: ‘Riposi in pace Cesare Romiti. Ma se nell’ottobre 1980 avessimo vinto noi e non lui e Agnelli oggi l’Italia sarebbe un paese migliore‘. Vogliamo ampliare il discorso?
Insieme a Romiti voglio ricordare le centinaia di lavoratori che purtroppo si sono suicidati durante gli anni ’80 per le discriminazioni e la cassa integrazione. La nostra sconfitta e la vittoria di Romiti hanno rappresentato il punto di svolta affinché l’Italia divenisse quella che è oggi: un Paese liberista dove vige il dominio totale del mercato e delle imprese, dove il lavoratore è continuamente schiacciato in nome del profitto.
Il successo di Romiti è stato un passaggio di restaurazione come quello della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli Usa.
Vogliamo ricordare meglio cosa accadde nel 1980 e dopo?
Lo scontro vero era sul potere: la Fiat scelse di fare lo scontro per avere il controllo totale della forza lavoro e per distruggere le libertà che avevano i lavoratori. Lo scontro sindacale di merito era sulla cassa integrazione.
Noi non negavamo la necessità della cassa integrazione, ma volevamo che non fosse l’anticamera del licenziamento. Noi volevamo quella a rotazione, suddivisa tra tutti i lavoratori. La Fiat invece fece una lista di proscrizione di 23 mila persone, che voleva discriminare o perché non sufficientemente produttivi o perché sufficientemente sindacalizzati, che furono messe in cassa integrazione a zero ore.
Noi perdemmo la lotta e molti di questi rimasero per sempre in cassa integrazione: tra di loro tanti, non vivendo con gioia la cassa integrazione, a differenza di quello che si può pensare, si suicidarono per disperazione ed emarginazione.
In una intervista del 2010 a Repubblica Romiti disse: ‘l’esito di quella vicenda fu quello di riportare i sindacati di allora a una situazione di normalità, superando le infiltrazioni terroristiche che stavano nella loro base. Al tempo stesso la conclusione di quella vicenda consentì all’azienda di riprendere il suo cammino evitando il fallimento. Ma fu una vittoria che non venne per una mia volontà di umiliare il sindacato, ma venne perché i capi del sindacato non ebbero la forza di mettere nell’angolo le forze estremiste che avevano al loro interno‘. Cosa contesta di questa ricostruzione?
Praticamente tutto: è una ricostruzione ex-post, è la favola del vincitore. Il terrorismo era un fenomeno italiano su cui occorre ancora riflettere ma non c’entra nulla con lo scontro alla Fiat: Romiti voleva ripristinare il potere, il comando dell’azienda sui lavoratori, lo stesso che c’è oggi. Certo poi ci sono voluti 40 anni per arrivare allo schiavismo odierno ma tutto parte da lì.
In realtà c’è un elemento di verità nella ricostruzione di Romiti: lui non è mai stato un uomo di destra. Era un uomo del potere delle élite di centrosinistra. La svolta liberista sia nei gruppi dirigenti dei sindacati sia in quelli della sinistra ha avuto in lui un suo artefice.
Prodi, D’Alema e compagnia sono discepoli e non nemici di Romiti. Negli Usa e in Gran Bretagna fu la destra classica a fare la restaurazione liberista, da noi invece nacque anche all’interno di una parte della sinistra, quella che veniva chiamata riformista o migliorista.
La marcia dei quarantamila riuscì poi a fratturare l’unità tra i salariati del ceto medio e quelli della catena di montaggio.
La marcia dei 40mila fu in realtà una marcia dei 10mila: si è trattato di una delle prime grandi operazioni mediatiche di amplificazione di un processo. Furono precettate dalla Fiat da tutta Italia, organizzate politicamente.
Io ero nella Fiom di Brescia e sapevamo che avevano organizzato i pullman di tutti i capo reparto e dei responsabili e dipendenti delle concessionarie. Fu una marcia di crumiri organizzata dal padrone che fu presentata come un grande evento.
Lì si misurò l’incapacità del gruppo dirigente del sindacato di allora di reggere il confronto. Infatti finì in un dramma anche perché l’accordo fu respinto dalla grande maggioranza dei lavoratori Fiat e si aprì una di quelle grandi fratture che Romiti voleva, e non tra area estremista e vertici moderati, ma tra alto e basso, tra la base e i vertici.
Con quella sconfitta si perse una idea di democrazia che era quella della democrazia partecipata e non si è più ricostituita.
Che epigramma scriverebbe per Romiti?
Credeva nella lotta di classe più dei vertici di coloro che stavano dalla parte opposta alla sua.
Fonte
07/08/2020
Governo conte bis. È vero cambiamento?
Arrivati a questo punto della crisi Covid 19 è ora di fare un bilancio e definire la natura del governo Conte bis. In primo luogo, è necessario non farsi portare fuori strada dagli attacchi, spesso scomposti e contradditori, della destra per dare la patente di sinistra all’alleanza PD-Cinquestelle.
Vediamo perché.
Certamente Conte ed il suo governo si sono trovati ad affrontare una situazione del tutto inedita. Il crollo del PIL del 12%, l’aumento del rapporto debito/Pil sopra il 157% e l’esplosione a due cifre del deficit sono cifre affrontate solo dopo la seconda guerra mondiale. Sono numeri da brividi. E purtroppo il brutto deve ancora arrivare. Quando finirà il blocco dei licenziamenti si vedrà la reale dimensione della crisi economica e sociale. Quella che si intravede ora è la punta dell’iceberg. Già in autunno la dimensione comincerà ad essere più chiara.
Ma veniamo alla politica del Governo. Per non cadere in errore e percepire cambi di tendenza rispetto alle politiche degli ultimi venti anni, il confronto non può essere fatto sui singoli provvedimenti con gli esecutivi precedenti. Prima del Covid-19 era un mondo. Dopo il Covid-19 un altro. Ovvero il raffronto va fatto sulla filosofia di fondo degli altri governi. E si può sottolineare, senza il dubbio di essere smentiti, che questa sia restata la stessa.
Per iniziare analizziamo il rapporto con l’Europa. La lunga trattativa con i governi europei, portata avanti con una maggioranza in cui uno dei due perni è il PD che ha nella difesa della UE e della moneta unica uno dei capisaldi della sua identità, non ci si poteva aspettare dall’Italia più di ciò che ha fatto. Su questo la critica al governo va fatta alla sua essenza europeista che una volta accettata non può che arrivare a quel risultato. E qual è questo risultato? Il più importante è che quei fondi (prestati o a fondo perduto) sono condizionati a “riforme” liberiste e tra queste far tornare le regole pensionistiche a quelle volute dalla Fornero superando i timidissimi e temporanei cambiamenti introdotti con quota 100.
In secondo luogo, i 127 miliardi di prestito previsti per l’Italia saranno prestiti privilegiati ovvero andranno rimborsati, in caso di difficoltà, prima degli altri. Questo potrebbe avere conseguenze e tensioni sullo spread poiché porterebbe a far salire gli interessi del debito “Non privilegiato” da reperire sul mercato. In sostanza aumenta il livello di ricattabilità finanziaria dell’Italia.
In terzo luogo, i vincoli europei sono sospesi non annullati o da ritrattare. Questo significa che presto, molto presto, si tornerà a chiedere sacrifici per tornare alla “normalità”.
La traduzione in politica interna di questa filosofia di fondo l’abbiamo vista sia nell’applicazione delle politiche per rispondere all’emergenza, sia in quelle che, travestite da politica industriale, si stanno iniziando a tradurre in socializzazione delle perdite.
La gestione della cassa integrazione è l’emblema del primo caso. Il dover finanziare in deficit la maggioranza delle spese più consistenti, l’estenuante trattativa con i partner europei e soprattutto l’assenza di una banca centrale, controllata dalla politica e, quindi, di un prestatore di ultima istanza che potesse rispondere immediatamente all’esigenza di risorse ingenti, ha portato a centellinare l’erogazione del sostegno al reddito a partire dalle molteplici forme della CIG. Su questo si è determinato il paradosso delle proroghe delle settimane di CIG, che con il decreto di agosto arriveranno a 36 in totale, a fronte della maggioranza dei pagamenti fermi ad aprile. In sei mesi, a parte i lavoratori dipendenti delle grandi aziende capaci di anticipare la CIG, ci sono milioni di lavoratori che da marzo hanno ricevuto solo due mesi di pagamenti con un netto in busta di circa il 50% dello stipendio. Non aver proceduto ad una semplificazione, almeno per questa fase, delle assurde procedure burocratiche per l’erogazione della CIG non può non avere la radice nella volontà di prendere tempo in assenza delle risorse necessarie. E non sono certo i bonus a pioggia per coprire l’articolata espressione sociale a cui rispondono le diverse componenti del governo a sopperire a questa drammatica situazione.
L’affaire ASPI (Autostrade per l’Italia) è l’emblema del secondo. Non si procede ad un’estromissione completa dei Benetton neanche dopo 43 morti a certificare il loro fallimento imprenditoriale, ma si fa intervenire lo Stato per ricapitalizzare, mettere soldi, e mantenere una governance finanziaria dove “il mercato” avrà una funzione determinante per definire costi, tariffe e, quindi, profittabilità della sua gestione. In sostanza si percorre la solita strada tanto cara alla storia del capitale. Durante l’andamento espansivo dell’economia lo Stato viene demonizzato e trasformato in un puro “regolatore” mentre in situazioni di crisi si richiede il suo intervento per socializzare le perdite e rilanciare su più solide basi la rendita ed il profitto anche di settori che non hanno nessuna ragione per essere in mano al mercato. Le autostrade sono monopoli naturali e come tali la competizione non esiste neanche in potenza. Ma è dall’avvio delle privatizzazioni post tangentopoli, concomitanti alla diminuzione del saggio generale di profitto, che il capitale in Italia si è appropriato, nella sua sete di rendita e profitti, anche di questi settori.
Affermare che questo Governo abbia fatto dei passi in avanti su nazionalizzazioni, cambiamento del potere in Europa, politiche industriali e sociali è pura illusione. Socializzare le perdite senza mettere in discussione la natura giuridica della proprietà non è un passo verso la nazionalizzazione, accettare le conseguenze dei finanziamenti europei non va nella direzione di trasformare la UE, erogare con tempistiche assurde il sostegno al reddito per i lavoratori dipendenti non è segno di una nuova sensibilità sociale. E la crisi, che si aggraverà, sta mettendo a dura prova l’attuale maggioranza e la sua articolata espressione sociale, in particolare il M5stelle che sia internamente (Di Battista) sia esternamente (Italexit di Paragone) rischia un vero e proprio sfaldamento.
Queste brevi riflessioni sostanziano la necessità di un’opposizione politica e sociale di sinistra che cominci ad accumulare forze nel nostro Paese. Al centro di questa opposizione insieme alla richiesta di rottura con la UE e la moneta unica che richieda sovranità democratica sulle politiche economiche e monetarie, devono emergere con chiarezza punti qualificanti di rottura reale con il passato. Si può certamente partire da una vera e propria battaglia politica e ideologica sulle nazionalizzazioni dei settori strategici (Autostrade, telecomunicazioni, trasporti, servizi pubblici) e l’intervento diretto dello Stato nella produzione di beni e servizi per una nuova produzione ed occupazione di qualità affrontando al contempo da sinistra anche la questione fiscale e sociale. Questo profilo dovrebbe essere al centro di una battaglia sull’utilizzo dei fondi che avrà in mano questo o un altro governo contrastando i precetti neoliberisti della UE. Questa è l’unica strada per alzare un livello di critica generale al fine di rispondere alla crisi indicando proposte che nell’immediato siano o meglio sarebbero percorribili.
In assenza di tutto ciò l’unica voce alternativa all’attuale governo resterebbe quella della destra che inveisce contro i migranti ed occhieggia a Draghi. Probabile che nessuno a sinistra riuscirà oggi a cambiare la direzione di marcia verso cui questa crisi ci sta portando. Ma certamente se ci sarà a sinistra una forza politica ben posizionata, questa potrà ricominciare a radicarsi nella società e nel lungo periodo a far cambiare direzione al vento.
Fonte
Vediamo perché.
Certamente Conte ed il suo governo si sono trovati ad affrontare una situazione del tutto inedita. Il crollo del PIL del 12%, l’aumento del rapporto debito/Pil sopra il 157% e l’esplosione a due cifre del deficit sono cifre affrontate solo dopo la seconda guerra mondiale. Sono numeri da brividi. E purtroppo il brutto deve ancora arrivare. Quando finirà il blocco dei licenziamenti si vedrà la reale dimensione della crisi economica e sociale. Quella che si intravede ora è la punta dell’iceberg. Già in autunno la dimensione comincerà ad essere più chiara.
Ma veniamo alla politica del Governo. Per non cadere in errore e percepire cambi di tendenza rispetto alle politiche degli ultimi venti anni, il confronto non può essere fatto sui singoli provvedimenti con gli esecutivi precedenti. Prima del Covid-19 era un mondo. Dopo il Covid-19 un altro. Ovvero il raffronto va fatto sulla filosofia di fondo degli altri governi. E si può sottolineare, senza il dubbio di essere smentiti, che questa sia restata la stessa.
Per iniziare analizziamo il rapporto con l’Europa. La lunga trattativa con i governi europei, portata avanti con una maggioranza in cui uno dei due perni è il PD che ha nella difesa della UE e della moneta unica uno dei capisaldi della sua identità, non ci si poteva aspettare dall’Italia più di ciò che ha fatto. Su questo la critica al governo va fatta alla sua essenza europeista che una volta accettata non può che arrivare a quel risultato. E qual è questo risultato? Il più importante è che quei fondi (prestati o a fondo perduto) sono condizionati a “riforme” liberiste e tra queste far tornare le regole pensionistiche a quelle volute dalla Fornero superando i timidissimi e temporanei cambiamenti introdotti con quota 100.
In secondo luogo, i 127 miliardi di prestito previsti per l’Italia saranno prestiti privilegiati ovvero andranno rimborsati, in caso di difficoltà, prima degli altri. Questo potrebbe avere conseguenze e tensioni sullo spread poiché porterebbe a far salire gli interessi del debito “Non privilegiato” da reperire sul mercato. In sostanza aumenta il livello di ricattabilità finanziaria dell’Italia.
In terzo luogo, i vincoli europei sono sospesi non annullati o da ritrattare. Questo significa che presto, molto presto, si tornerà a chiedere sacrifici per tornare alla “normalità”.
La traduzione in politica interna di questa filosofia di fondo l’abbiamo vista sia nell’applicazione delle politiche per rispondere all’emergenza, sia in quelle che, travestite da politica industriale, si stanno iniziando a tradurre in socializzazione delle perdite.
La gestione della cassa integrazione è l’emblema del primo caso. Il dover finanziare in deficit la maggioranza delle spese più consistenti, l’estenuante trattativa con i partner europei e soprattutto l’assenza di una banca centrale, controllata dalla politica e, quindi, di un prestatore di ultima istanza che potesse rispondere immediatamente all’esigenza di risorse ingenti, ha portato a centellinare l’erogazione del sostegno al reddito a partire dalle molteplici forme della CIG. Su questo si è determinato il paradosso delle proroghe delle settimane di CIG, che con il decreto di agosto arriveranno a 36 in totale, a fronte della maggioranza dei pagamenti fermi ad aprile. In sei mesi, a parte i lavoratori dipendenti delle grandi aziende capaci di anticipare la CIG, ci sono milioni di lavoratori che da marzo hanno ricevuto solo due mesi di pagamenti con un netto in busta di circa il 50% dello stipendio. Non aver proceduto ad una semplificazione, almeno per questa fase, delle assurde procedure burocratiche per l’erogazione della CIG non può non avere la radice nella volontà di prendere tempo in assenza delle risorse necessarie. E non sono certo i bonus a pioggia per coprire l’articolata espressione sociale a cui rispondono le diverse componenti del governo a sopperire a questa drammatica situazione.
L’affaire ASPI (Autostrade per l’Italia) è l’emblema del secondo. Non si procede ad un’estromissione completa dei Benetton neanche dopo 43 morti a certificare il loro fallimento imprenditoriale, ma si fa intervenire lo Stato per ricapitalizzare, mettere soldi, e mantenere una governance finanziaria dove “il mercato” avrà una funzione determinante per definire costi, tariffe e, quindi, profittabilità della sua gestione. In sostanza si percorre la solita strada tanto cara alla storia del capitale. Durante l’andamento espansivo dell’economia lo Stato viene demonizzato e trasformato in un puro “regolatore” mentre in situazioni di crisi si richiede il suo intervento per socializzare le perdite e rilanciare su più solide basi la rendita ed il profitto anche di settori che non hanno nessuna ragione per essere in mano al mercato. Le autostrade sono monopoli naturali e come tali la competizione non esiste neanche in potenza. Ma è dall’avvio delle privatizzazioni post tangentopoli, concomitanti alla diminuzione del saggio generale di profitto, che il capitale in Italia si è appropriato, nella sua sete di rendita e profitti, anche di questi settori.
Affermare che questo Governo abbia fatto dei passi in avanti su nazionalizzazioni, cambiamento del potere in Europa, politiche industriali e sociali è pura illusione. Socializzare le perdite senza mettere in discussione la natura giuridica della proprietà non è un passo verso la nazionalizzazione, accettare le conseguenze dei finanziamenti europei non va nella direzione di trasformare la UE, erogare con tempistiche assurde il sostegno al reddito per i lavoratori dipendenti non è segno di una nuova sensibilità sociale. E la crisi, che si aggraverà, sta mettendo a dura prova l’attuale maggioranza e la sua articolata espressione sociale, in particolare il M5stelle che sia internamente (Di Battista) sia esternamente (Italexit di Paragone) rischia un vero e proprio sfaldamento.
Queste brevi riflessioni sostanziano la necessità di un’opposizione politica e sociale di sinistra che cominci ad accumulare forze nel nostro Paese. Al centro di questa opposizione insieme alla richiesta di rottura con la UE e la moneta unica che richieda sovranità democratica sulle politiche economiche e monetarie, devono emergere con chiarezza punti qualificanti di rottura reale con il passato. Si può certamente partire da una vera e propria battaglia politica e ideologica sulle nazionalizzazioni dei settori strategici (Autostrade, telecomunicazioni, trasporti, servizi pubblici) e l’intervento diretto dello Stato nella produzione di beni e servizi per una nuova produzione ed occupazione di qualità affrontando al contempo da sinistra anche la questione fiscale e sociale. Questo profilo dovrebbe essere al centro di una battaglia sull’utilizzo dei fondi che avrà in mano questo o un altro governo contrastando i precetti neoliberisti della UE. Questa è l’unica strada per alzare un livello di critica generale al fine di rispondere alla crisi indicando proposte che nell’immediato siano o meglio sarebbero percorribili.
In assenza di tutto ciò l’unica voce alternativa all’attuale governo resterebbe quella della destra che inveisce contro i migranti ed occhieggia a Draghi. Probabile che nessuno a sinistra riuscirà oggi a cambiare la direzione di marcia verso cui questa crisi ci sta portando. Ma certamente se ci sarà a sinistra una forza politica ben posizionata, questa potrà ricominciare a radicarsi nella società e nel lungo periodo a far cambiare direzione al vento.
Fonte
Il Pd con Bonomi, contro il prolungamento della Cig
Qualcuno ci dovrà spiegare, prima o poi, in base a quale delirio dell’immaginazione si debba considerare il Pd un “partito di sinistra”. A meno di non intendere questa definizione nel suo significato più semplice: chi siede nei banchi alla sinistra del Presidente.
Non c’è infatti un solo tema su cui le posizioni di questa paccottiglia politica residuata da decenni di trasformazioni non sia fermamente “di destra”, in senso stretto: ossia dalla parte delle imprese, del neoliberismo e della Nato.
L’ultima riprova l’abbiamo sulla questione del prolungamento o meno del “divieto di licenziamento” in corrispondenza dello “stato di emergenza” con cui si sta affrontando ancora adesso la pandemia.
Come sappiamo, i contrari a questo prolungamento sono gli imprenditori, guidati ora dal rappresentante peggiore del neoliberismo senza più prospettive, Carlo Bonomi.
Non che prorogare la cassa integrazione (in deroga e/o straordinaria) sia una misura “rivoluzionaria”, ma se non altro garantisce un po’ di reddito, e dunque di fiato, a un numero ignoto, ma probabilmente altissimo, di lavoratori che altrimenti sarebbero immediatamente alla fame.
Prendiamo la notizia come riportata dall’agenzia Agi:
Ovvio, anche se non facile, che occorre da subito metter mano alla costruzione della soggettività sociale e politica in grado di contrastare al meglio quel che governo, “opposizione” e Confindustria hanno intenzione di fare nei prossimi mesi.
Fonte
Non c’è infatti un solo tema su cui le posizioni di questa paccottiglia politica residuata da decenni di trasformazioni non sia fermamente “di destra”, in senso stretto: ossia dalla parte delle imprese, del neoliberismo e della Nato.
L’ultima riprova l’abbiamo sulla questione del prolungamento o meno del “divieto di licenziamento” in corrispondenza dello “stato di emergenza” con cui si sta affrontando ancora adesso la pandemia.
Come sappiamo, i contrari a questo prolungamento sono gli imprenditori, guidati ora dal rappresentante peggiore del neoliberismo senza più prospettive, Carlo Bonomi.
Non che prorogare la cassa integrazione (in deroga e/o straordinaria) sia una misura “rivoluzionaria”, ma se non altro garantisce un po’ di reddito, e dunque di fiato, a un numero ignoto, ma probabilmente altissimo, di lavoratori che altrimenti sarebbero immediatamente alla fame.
Prendiamo la notizia come riportata dall’agenzia Agi:
“È stata raggiunta l’intesa sul decreto agosto che domani approderà in Consiglio dei ministri. Il governo ha trovato la sintesi sulla proroga del blocco dei licenziamenti, che ha innescato uno scontro frontale tra sindacati e Confindustria e creato divisione nella maggioranza. “Il nodo è stato sciolto, c’è condivisione. Abbiamo trovato la sintesi”, ha detto il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, al termine della riunione di maggioranza a palazzo Chigi.Fatevi una domanda e datevi una risposta... Questi sono quelli che bisognerebbe votare, col naso otturato, per “impedire che la destra vinca”? Ovvio, anche se non giustificabile, che un qualsiasi lavoratore di questo Paese sia disposto a votare chiunque, ma non questi pagliacci che si fingono “progressisti”...
Divieto di licenziare almeno fino a metà novembre
Fino a quando si potrà fruire dei trattamenti di cassa integrazione o degli sgravi alternativi non sarà possibile licenziare: questo in sintesi, secondo quanto riferiscono fonti di governo, lo schema dell’accordo raggiunto. Il prolungamento del divieto di licenziamento sarebbe quindi legato alla disponibilità della cassa integrazione, a prescindere dalla volontà o meno di usarla o all’utilizzo degli sgravi al 100% alternativi alle 18 settimane di cassa Covid. Pertanto le imprese non potranno mandare a casa i lavoratori almeno fino al 15 novembre se useranno le 18 settimane di cassa integrazione in maniera continuativa.
Nel caso in cui usufruiscano della cig in maniera frazionata, il divieto di licenziamento resterà valido per tutta la durata della cig, ovvero fino a quando non saranno esaurite le 18 settimane. Se, invece, in alternativa alla cassa, le aziende beneficeranno della decontribuzione al 100%, lo stop ai licenziamenti durerà fino alla fine dei 4 mesi di sgravi.
Chi è a favore e chi contro la proroga
I 5 Stelle hanno sempre sostenuto una proroga del blocco dei licenziamenti fino a fine anno, così come Leu. Un intervento, fortemente voluto dai sindacati che sono arrivati a minacciare lo sciopero generale, ma su cui nelle scorse ore era arrivato l’alt di Confindustria.
Contrari, invece, parte del Pd e Italia Viva.”
Ovvio, anche se non facile, che occorre da subito metter mano alla costruzione della soggettività sociale e politica in grado di contrastare al meglio quel che governo, “opposizione” e Confindustria hanno intenzione di fare nei prossimi mesi.
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