Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/10/2020

40 anni dopo il golpe sociale fortunato dei “quarantamila”

Nel 1994 incontrai a Torino alcuni dei partecipanti alla marcia dei quarantamila. La FIAT di Cesare Romiti, in una delle sue periodiche ristrutturazioni con taglio di personale, aveva deciso di liberarsi della preziosa collaborazione di impiegate, impiegati, capi e capetti che il 14 ottobre 1980 avevano manifestato contro la lotta ai cancelli, costringendo (conducendo semmai) il sindacato confederale a firmare la resa.

La riconoscenza del padrone non è mai infinita, e quattordici anni dopo migliaia di coloro che avevano sfilato furono dichiarati “esuberi” ed espulsi dal lavoro.

Finiva così la stagione dei “quadri”, cioè i capetti aziendali, che dopo la sconfitta sindacale alla FIAT sui mass media erano diventati la nuova figura sociale centrale, che la sociologia dominante esaltava al posto degli operai.

Era il futuro del lavoro che era sceso in corteo a Torino e la vecchia sinistra della lotta di classe non aveva capito niente, attardandosi a difendere quei dinosauri degli operai della catena di montaggio.

Questo fu il motivo guida ideologico che dominò la scena politica e sociale dopo il 14 ottobre 1980, la base delle laceranti autocritiche e delle epurazioni nei gruppi dirigenti sindacali e della svolta a favore delle imprese e del mercato da parte della sinistra.

Una manifestazione di crumiri precettati e organizzati dal padrone, amplificata a dismisura nel numero e nel significato dai mass media, cambiava in pochi giorni il paese e la sua politica, come fu possibile?

Quel corteo fu una spallata reazionaria data al momento giusto, che riuscì a colpire con forza un sistema i cui gruppi dirigenti erano già predisposti o rassegnati alla restaurazione padronale e liberista che si stava diffondendo nel mondo.

Un atto fortunato, perché proprio in quegli ultimi dei trentacinque giorni nei quali gli operai avevano bloccato la FIAT, il padrone stava per cedere. Cesare Romiti nelle sue successive memorie affermò che la famiglia Agnelli gli aveva concesso tre giorni per chiudere la vertenza, anche a costo di accettare un compromesso con il sindacato.

Claudio Sabattini, allora segretario della FIOM responsabile dell’auto, anch’egli confermò che anche dal lato sindacale si raccoglievano segnali che quel compromesso fosse possibile. Perché, è bene ricordarlo, lo scontro non era tra un gruppo industriale in crisi e un sindacato che quella crisi la negava.

Lo scontro era su COME gestire quella crisi, se con i licenziamenti di massa oppure con la redistribuzione del lavoro e la solidarietà sociale. Anni dopo la Volkswagen, posta di fronte ad una crisi di sovrapproduzione analoga a quella della FIAT, avrebbe concordato la riduzione dell‘orario di lavoro proprio per non licenziare nessuno.

Il compromesso era dunque praticabile e possibile, e in FIAT questo compromesso era la cassa integrazione a rotazione tra tutti i dipendenti, invece che l’espulsione definitiva di una parte di essi attraverso la cassa integrazione a zero ore. Che giustamente i lavoratori consideravano un licenziamento mascherato finanziato dallo Stato. Come del resto testimoniavano le stesse posizioni della proprietà, che nel giugno del 1980 in un’intervista a Repubblica di Umberto Agnelli, aveva chiesto la mano libera sui licenziamenti di massa (come Bonomi oggi) e la svalutazione della lira.

Beniamino Andreatta, che dopo due mesi sarebbe diventato ministro del tesoro e avrebbe con Ciampi guidato la svolta liberista nella politica economica – separando la Banca d’Italia dal Tesoro – aveva risposto che la svalutazione della moneta non si poteva più fare, perché l’Italia era entrata nel processo di costruzione della moneta unica europea.

Nessun accenno ai licenziamenti e così la FIAT si sentì autorizzata a procedere e alla fine delle ferie estive ne annunciò 14.000.

Dopo alcune settimane di lotta nei suoi stabilimenti e in tutto il paese, con Berlinguer che agli operai ai cancelli portò l’appoggio del PCI anche se avessero occupato le fabbriche, il gruppo dirigente aziendale capì che non ce l’avrebbe fatta a passare.

Allora la FIAT ritirò i licenziamenti, ma subito dopo mise in cassa integrazione a zero ore 24.000 persone. Era una mossa feroce e furba, perché da un lato espelleva dal lavoro ancora più persone che con i licenziamenti, dall’altro però provava a dividere i lavoratori, puntando sul fatto che fosse più semplice la solidarietà con chi veniva anche formalmente privato del lavoro, rispetto a quella con chi stava a casa pagato dallo Stato.

Ma la mossa non riuscì, la solidarietà e la lotta tennero nonostante tutto e quindi la vertenza si avviò verso quel finale dove avrebbe vinto chi avrebbe resistito un minuto di più. La marcia dei quarantamila spostò la lancetta dell’orologio dal lato del padrone.

Era inevitabile? Certo che no, le forze sindacali e democratiche allora erano enormi e in pochissimi giorni centinaia di migliaia di lavoratori avrebbero potuto a Torino controbilanciare la marcia, come inizialmente minacciò Pierre Carniti.

Ma fu un istante, perché poi tutto il gruppo dirigente sindacale, e quello del PCI, ebbero paura di essere coinvolti in uno scontro al di sopra delle proprie volontà. Allora, secondo le memorie di Cesare Romiti, Luciano Lama chiamò l’azienda e affermò: “abbiamo perso scrivete voi l’accordo“.

La cassa integrazione a rotazione non sarebbe certo stata indolore per i lavoratori, ma sarebbe stata un compromesso sociale nel quale le ragioni dell’impresa sarebbero state attenuate e bilanciate da quelle del lavoro. Che invece vennero totalmente soppresse con l’accordo che espelleva per sempre 24.000 lavoratori.

Il compromesso sociale veniva negato alla radice, chi era fuori perdeva il lavoro chi era al lavoro perdeva ogni diritto di fronte al potere dell’impresa. L’attuale sistema ricattatorio e spietato contro il lavoro nasceva allora.

La successiva gestione sindacale della sconfitta la trasformò in disfatta. I consigli dei delegati e i lavoratori, in drammatiche assemblee, respinsero l’accordo, che però fu dichiarato approvato e firmato. Saltava così quell’equilibrio democratico tra organizzazione sindacale e lavoratori che si fondava sul ruolo centrale dei delegati aziendali, scelti liberamente da tutti i lavoratori tra tutti i lavoratori.

Pochi anni dopo, con il taglio della scala mobile, i consigli di fabbrica furono definitivamente soppressi.

La restaurazione del comando assoluto del padrone nei luoghi di lavoro, la fine del sindacato democratico e partecipato degli anni '70, accompagnarono la svolta liberista sul piano economico, sociale, politico e culturale. Gli operai scomparvero da ognuno di questi piani, visto che la marcia dei quarantamila, per il pensiero dominante, ne aveva decretato l’estinzione.

Diventava passatista e sovversivo non solo rivendicare i loro diritti, ma persino affermare che gli operai esistessero ancora. Al posto del lavoro, il centro di tutto diventava l’impresa e con l’impresa il mercato, il privato, il profitto.

Il mondo liberista ingiusto, senza senso e senza futuro di oggi nasceva in Italia con il successo della marcia dei quarantamila. Naturalmente è impensabile che un atto in fondo così limitato abbia potuto produrre effetti negativi così vasti, se non ci fosse stato un sistema predisposto ad amplificare tutti gli effetti. Se non ci fosse stata una diga già lesionata in molti punti, la sapiente opera di un artificiere non sarebbe stata in grado di farla crollare.

La marcia del 14 ottobre 1980 diede il via alla restaurazione del potere degli affari su quello delle persone, così come avveniva in tutto il mondo. Quella restaurazione poteva essere fermata? Probabilmente no. Poteva essere rallentata, attenuata, circoscritta? Sicuramente sì, ma qui fu il successo particolare della marcia: quello di smontare ogni motivazione alla resistenza, di renderla perdente prima ancora di essere esercitata, soprattutto nei gruppi dirigenti del sindacalismo confederale e della sinistra.

Uno di coloro che avevano marciato nel 1980, quando fu messo in cassa integrazione nel 1994, mi disse: se avessi saputo cosa sarebbe successo dopo, non avrei partecipato. Non gli credetti molto allora, però oggi è ancora più chiaro che fare i conti con quel golpe sociale fortunato è necessario, per liberarci dalle sue conseguenze che quarant’anni dopo ancora ci fanno male.

Fonte

20/08/2020

Romiti - Il mastino della FIAT

È notizia di queste ore la morte di Cesare Romiti, manager industriale di ferro, di fama nazionale.

Uomo di spicco della FIAT in cui è approdato nel 1974, per ricoprire il ruolo di Amministratore Delegato nel 1976 e infine divenirne il Presidente (1996-1998). Ha attraversato la storia del capitalismo d’Italia, di cui è stato uno dei protagonisti più discussi.

E di cui è seguita una narrazione dalle pagine della stampa addomesticata, quella di figura benemerita della nazione, grande manager industriale, etc., etc.

Cercheremo in queste righe di ripercorrere la storia di un personaggio rappresentativo del capitalismo nazionale, e quindi nostro nemico di classe.

Prima di arrivare in FIAT, il nostro ha ricoperto incarichi di spicco in aziende italiane a partire dalla Bombrini Parodi Delfino, di cui è direttore finanziario, dopo esservi entrato nel 1947: nel 1968 diviene direttore generale in SNIA VISCOSA; nel 1970, dopo aver conosciuto Enrico Cuccia in Mediobanca, viene dapprima nominato Direttore Generale dell’IRI e successivamente Amministratore Delegato di Alitalia.

L’approdo in FIAT avviene in quelli che sono passati alla storia come gli “anni di piombo”, quelli in cui le Brigate Rosse hanno colpito ripetutamente l’azienda torinese (dicembre 1973 sequestro del capo del personale Ettore Amerio, maggio 1975 viene gambizzato il medico della FIAT Mirafiori Luigi Solera, aprile 1978 viene gambizzato Sergio Palmieri caporeparto FIAT)[1].

Gli anni della FIAT sono quelli in cui viene operata la famosa divisione tra Azionisti e Management.

Ma sono anche gli anni dell’applicazione della scala mobile a tutti i settori produttivi del paese, compreso quello industriale, a seguito di un accordo tra Confindustria e sindacati confederali[2].

Nel 1980 si accentua la crisi dell’auto – anche a causa del secondo shock petrolifero – che assume proporzioni mondiali e coinvolge tanto i produttori americani quanto quelli europei (con la sola eccezione di Volkswagen). Quanto alla FIAT, l’indebitamento (6.800 miliardi) raggiunge il fatturato e corrisponde a più del doppio del patrimonio netto. A questo punto Umberto Agnelli chiede al governo due cose: la svalutazione della lira e la libertà di licenziare. La prima richiesta non andrà a buon fine, per quanto riguarda la seconda FIAT farà da sé[3].

L’Italia aveva già deciso, infatti, la sua adesione al Sistema Monetario Europeo: l’unica vera condizione per parteciparvi era che gli industriali riuscissero a sopperire alla mancante flessibilità della valuta (che in un contesto di mercato dà ossigeno alle economie industriali più in difficoltà dirigendo la domanda interna sui loro prodotti) con l’abbattimento dei salari e del potere dei lavoratori. La FIAT riuscì a fare la seconda cosa, e non si preoccupò più della prima – da qui la domanda su quanto il cedimento del fronte sindacale e del PCI siano alla radice della disastrosa esperienza del mercato unico europeo e dei suoi vincoli ammazza-popolo.

Nel 1980 Romiti diviene Amministratore Delegato unico di gruppo e annuncia un piano di licenziamento per 14.000 dipendenti.

Da una parte per rapportarsi adeguatamente alle imprese del settore estere emergenti e alle loro strutture produttive (in particolare modo le aziende giapponesi in cui erano già avanzati i processi di automazione).

Dall’altra per eliminare all’origine i conflitti di classe, e in particolare le avanguardie di fabbrica, che pur essendo state attaccate negli anni trascorsi, erano rimaste le più combattive nel settore metalmeccanico, così come ammesso, in maniera abbastanza candida dallo stesso Romiti, in una intervista alla Stampa, nel 2010. La notizia dei licenziamenti provoca immediatamente una dura risposta dei lavoratori che bloccarono in pochi giorni tutti gli stabilimenti, decisi a non cedere di fronte all’attacco padronale[4].

La risolutezza dei lavoratori porta la FIAT, il 5 settembre 1980, ad annunciare un progetto di cassaintegrazione a zero ore per 23.000 operai. Ma i lavoratori non cedono, nonostante le pressioni della dirigenza nazionale di CGIL, CISL e UIL: la proposta della cassaintegrazione è troppo poco.

Le trattative proseguono, fino alla proclamazione dello sciopero generale del 10 ottobre e la successiva cosiddetta “marcia dei 40.000”, composta da dirigenti, impiegati e operai crumiri, della cui reale entità non si hanno certezze se non nelle dichiarazioni della FIAT stessa. La marcia dei colletti bianchi contro gli operai porta le dirigenze sindacali nazionali a prendere in mano direttamente la trattativa. Si arriva alla firma dell’accordo del 15 ottobre in cui il sindacato, complice di Confindustria, di cui accetta il “nuovo modello di sviluppo”, accoglie l’accordo famigerato in cui si accettano cassa integrazione a zero ore, cassa a rotazione per gli operai sulle linee di produzione dei modelli 131 e 132, avviamento mobilità extra-aziendali. Mentre l’assemblea dei delegati di Torino rifiuta l’accordo. Al loro rientro, nel 1987, questi operai saranno collocati in “reparti confino”. È una sconfitta per i lavoratori della FIAT ma è un segnale negativo per la lotta operaia in tutto il paese che farà da apripista ad un progressivo deterioramento delle condizioni lavorative e delle conquiste operaie degli anni precedenti[5].

Questo evento è emblematico della perdita definitiva dei sogni e degli ideali nati a fine anni ’60, tra cui l’idea di “lavorare meno, lavorare tutti”. Infatti, i progressi tecnologici che consentirono alla Fiat di attuare i licenziamenti punitivi e politici («Noi avevamo chiaramente in mente quali erano gli operai che dovevano essere allontanati dalla fabbrica», disse Romiti) avrebbero potuto essere usati, da un controllo operaio dell’industria, per alleggerire i carichi di lavoro individuali a parità di salario. La possibilità di scaricare immediatamente eventuali difficoltà su licenziamenti e sussidi pubblici portò, invece, oltre che ad una maggiore ricattabilità dei lavoratori, alla concezione di un’industria che punta ai risparmi e ai guadagni a breve termine, senza progetti ambiziosi nell’innovazione, sempre più finanziarizzata.

La FIAT riprende a fare utili, mentre si avvia la riduzione del personale, un’emorragia continua, che in pochi anni condurrà il gruppo FIAT dai 350.000 dipendenti del 1980 ai 225.000 dipendenti del 1986.

Fino alla lenta decadenza del gruppo a partire dalla Guerra del Golfo del 1989.

Oltre alla distruzione delle legittime rivendicazioni operaie come modo per restare competitivi è importante anche sottolineare la deleteria politica degli investimenti che caratterizzò il modello-Romiti, il quale viene oggi incensato come una sorta di genio dell’industria italiana. Nel 1988 si accese infatti uno scontro ai vertici della FIAT stessa, tra l’ing. Ghidella – a capo della FIAT Auto – e Cesare Romiti. Mentre Ghidella puntava ad una estensione degli investimenti nell’auto, Romiti scorgeva nel breve-terminismo della rendita finanziaria e delle partecipazioni in diversi gruppi quali banche, assicurazioni e compagnie minori la soluzione al calo della redditività industriale. Vinse Romiti, e gli effetti di questa scelta non avrebbero tardato a manifestarsi.

Lungo gli anni ‘90 FIAT perde infatti posizioni sia sul mercato domestico sia su quello europeo, mentre concorrenti come Ford, Renault, Peugeot e Volkswagen migliorano le proprie. Ciò non è sorprendente una volta che si considera come dal 1988 al 1993 la FIAT non aveva prodotto alcun nuovo modello. A peggiorare la situazione, «si aggiunse nel 1993 lo smantellamento delle ultime barriere alla circolazione di merci nella Comunità Europea. Era giunto il momento che Valletta aveva tanto temuto: quello di doversi confrontare con la concorrenza senza più scudi protezionistici, di natura tariffaria o di altro genere. I risultati non si fecero attendere: quota sul mercato europeo ridotta al 12%, e perdite per oltre 1.800 miliardi»[6].

L’azienda leader del settore auto italiano da ormai 90 anni, favorita nel suo sviluppo da decenni di commesse di guerra anche nella guerra fredda, per molti anni al vertice delle vendite in Europa, crollava di fronte alla concorrenza dei competitor esteri. Alla base di questo, tra le altre cose, la negligenza di Romiti e colleghi nelle politiche industriali di innovazione: la FIAT nel decennio compreso tra la metà degli anni '80 e i primi anni '90 ha destinato agli investimenti in ricerca 4 miliardi di dollari. Nello stesso periodo la Volkswagen (che all’epoca aveva le stesse dimensioni di FIAT) ne ha spesi 20, BMW (all’epoca più piccola di FIAT) ha speso 8 miliardi. Insomma, anche da un punto di vista squisitamente capitalista si può asserire che Romiti abbia brillato solamente negli attacchi contro i lavoratori.

Romiti guiderà la FIAT fino al 1998, al compimento di 75 anni, ricevendo una buonuscita di 105 miliardi delle vecchie lire[7].

Cesare Romiti è stato infine protagonista della vicenda giudiziaria che in epoca di Tangentopoli lo ha visto essere accusato di falso in bilancio, e condannato definitivamente nel 2000 dalla V^ Sezione penale della Cassazione di Roma a un anno di reclusione (pena ridotta di 20 giorni) e 6 milioni di multa, per false comunicazioni sociali, in relazione ai bilanci del gruppo FIAT tra il 1984 e il 1992. Nel 2003 la condanna verrà cancellata dalla Corte di Appello di Torino per depenalizzazione dei reati. 150 operai della FIAT di Arese si erano costituiti parte civile, in quanto i fondi occultati non sarebbero stati calcolati nello stipendio alla voce delle performances di gruppo[8].
Non ci accodiamo alla schiera di coloro che piangono la dipartita di un loro caro. Per noi Romiti rimane solamente un rappresentante del più cinico e parassitario capitalismo, che negli anni ha solo saputo sfruttare la classe lavoratrice, prima spremendo gli operai e poi gettandoli via, come si fa con i limoni.
Romiti ha avuto il “merito”, dal punto di vista padronale, di trasformare una situazione che in Italia poteva diventare esplosiva per le difficoltà seguite alla crisi petrolifera in una controtendenza che risolse la crisi con la riduzione di ogni pretesa “dal basso” e l’inizio di una stagione di arretramenti per la classe operaia.

Domenico Cortese e Daniela Giannini

Note:

[1] http://win.storiain.net/arret/num134/artic2.asp

https://www.ugomariatassinari.it/medico-della-fiat/

https://www.ugomariatassinari.it/sergio-palmieri/

[2] https://statusquaestionis.uniroma1.it/index.php/monetaecredito/article/viewFile/12662/12457

http://www.edizionieuropee.it/LAW/HTML/32/zn58_06_05d.html

[3] Si veda V. Giacché, Ascesa e caduta della FIAT

[4] https://www.lastampa.it/economia/2020/08/18/news/romiti-30-anni-dopo-la-marcia-dei-quarantamila-salvammo-i-sindacati-dalle-br-1.39204488

https://www.ildubbio.news/2020/08/18/addio-cesare-romiti-una-vita-per-la-fiat/L

[5] https://web.archive.org/web/20151216143214/http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=%2Farchivio%2Funi_1980_09%2F19800906_0001.pdf&query=

[6] V. Giacché, Cent’anni di improntitudine. Ascesa e caduta della FIAT

[7]https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/10/12/dipendenti-quasi-dimezzati-dalla-crisi-degli-anni.html#:~:text=Lavoratori%20presenti%20alla%20Fiat%20Auto,in%20cassa%20integrazione%20da%20dicembre.

[8]https://www.repubblica.it/online/cronaca/romiti/romiti/romiti.html#:~:text=la%20Repubblica%2Fcronaca%3A%20Bilanci%20Fiat%2C%20Romiti%20condannato%20a%20un%20anno&text=ROMA%20%2D %20Condanna%20per%20Cesare%20Romiti.&text=In%20quest’ultimo%20anno%2C%20in,quale%20Romiti%20%C3%A8%20stato%20condannato.

Fonte

Mirafiori, settembre 1980 - Il ricordo di Cremaschi


Tra le poche voci non encomistiche raccolte dai giornali in seguito allamorte di Cesare Romiti, ci sembra giusto segnalare questa intervista a Giorgio Cremaschi.

*****

Giorgio Cremaschi, già presidente del Comitato centrale della Fiom, e attualmente portavoce di Potere al Popolo non accetta la narrazione elogiativa di Cesare Romiti. Quaranta anni fa fu direttamente partecipe del più duro conflitto del sindacato dei metalmeccanici alla Fiat di Mirafiori: la fabbrica e gli altri stabilimenti furono bloccati per 35 giorni.

La Fiat non mollò ed il sindacato andò incontro ad una sconfitta “storica”: non seppe fronteggiare la “marcia di crumiri organizzata dal padrone” ci racconta Cremaschi. Molti lavoratori si suicidarono.

Lei su twitter ha scritto: ‘Riposi in pace Cesare Romiti. Ma se nell’ottobre 1980 avessimo vinto noi e non lui e Agnelli oggi l’Italia sarebbe un paese migliore‘. Vogliamo ampliare il discorso?

Insieme a Romiti voglio ricordare le centinaia di lavoratori che purtroppo si sono suicidati durante gli anni ’80 per le discriminazioni e la cassa integrazione. La nostra sconfitta e la vittoria di Romiti hanno rappresentato il punto di svolta affinché l’Italia divenisse quella che è oggi: un Paese liberista dove vige il dominio totale del mercato e delle imprese, dove il lavoratore è continuamente schiacciato in nome del profitto.

Il successo di Romiti è stato un passaggio di restaurazione come quello della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli Usa.

Vogliamo ricordare meglio cosa accadde nel 1980 e dopo?

Lo scontro vero era sul potere: la Fiat scelse di fare lo scontro per avere il controllo totale della forza lavoro e per distruggere le libertà che avevano i lavoratori. Lo scontro sindacale di merito era sulla cassa integrazione.

Noi non negavamo la necessità della cassa integrazione, ma volevamo che non fosse l’anticamera del licenziamento. Noi volevamo quella a rotazione, suddivisa tra tutti i lavoratori. La Fiat invece fece una lista di proscrizione di 23 mila persone, che voleva discriminare o perché non sufficientemente produttivi o perché sufficientemente sindacalizzati, che furono messe in cassa integrazione a zero ore.

Noi perdemmo la lotta e molti di questi rimasero per sempre in cassa integrazione: tra di loro tanti, non vivendo con gioia la cassa integrazione, a differenza di quello che si può pensare, si suicidarono per disperazione ed emarginazione.

In una intervista del 2010 a Repubblica Romiti disse: ‘l’esito di quella vicenda fu quello di riportare i sindacati di allora a una situazione di normalità, superando le infiltrazioni terroristiche che stavano nella loro base. Al tempo stesso la conclusione di quella vicenda consentì all’azienda di riprendere il suo cammino evitando il fallimento. Ma fu una vittoria che non venne per una mia volontà di umiliare il sindacato, ma venne perché i capi del sindacato non ebbero la forza di mettere nell’angolo le forze estremiste che avevano al loro interno‘. Cosa contesta di questa ricostruzione?

Praticamente tutto: è una ricostruzione ex-post, è la favola del vincitore. Il terrorismo era un fenomeno italiano su cui occorre ancora riflettere ma non c’entra nulla con lo scontro alla Fiat: Romiti voleva ripristinare il potere, il comando dell’azienda sui lavoratori, lo stesso che c’è oggi. Certo poi ci sono voluti 40 anni per arrivare allo schiavismo odierno ma tutto parte da lì.

In realtà c’è un elemento di verità nella ricostruzione di Romiti: lui non è mai stato un uomo di destra. Era un uomo del potere delle élite di centrosinistra. La svolta liberista sia nei gruppi dirigenti dei sindacati sia in quelli della sinistra ha avuto in lui un suo artefice.

Prodi, D’Alema e compagnia sono discepoli e non nemici di Romiti. Negli Usa e in Gran Bretagna fu la destra classica a fare la restaurazione liberista, da noi invece nacque anche all’interno di una parte della sinistra, quella che veniva chiamata riformista o migliorista.

La marcia dei quarantamila riuscì poi a fratturare l’unità tra i salariati del ceto medio e quelli della catena di montaggio.

La marcia dei 40mila fu in realtà una marcia dei 10mila: si è trattato di una delle prime grandi operazioni mediatiche di amplificazione di un processo. Furono precettate dalla Fiat da tutta Italia, organizzate politicamente.

Io ero nella Fiom di Brescia e sapevamo che avevano organizzato i pullman di tutti i capo reparto e dei responsabili e dipendenti delle concessionarie. Fu una marcia di crumiri organizzata dal padrone che fu presentata come un grande evento.

Lì si misurò l’incapacità del gruppo dirigente del sindacato di allora di reggere il confronto. Infatti finì in un dramma anche perché l’accordo fu respinto dalla grande maggioranza dei lavoratori Fiat e si aprì una di quelle grandi fratture che Romiti voleva, e non tra area estremista e vertici moderati, ma tra alto e basso, tra la base e i vertici.

Con quella sconfitta si perse una idea di democrazia che era quella della democrazia partecipata e non si è più ricostituita.

Che epigramma scriverebbe per Romiti?

Credeva nella lotta di classe più dei vertici di coloro che stavano dalla parte opposta alla sua.

Fonte

19/08/2020

Mirafiori, settembre 1980


Quel viaggio da Roma a Romiti, quando con Alfio Di Bella, fotografo e regista, scomparso nel 2009, andammo a vedere cosa stava succedendo alla FIAT di Romiti.

Il primo impatto furono i cancelli di Fiat Avio. Eravamo a Torino, era settembre. C’era una gigantografia di Karl Marx, in palese, quanto ironica, polemica con l’esposizione dell’immagine della Madonna davanti ai cancelli dei cantieri di Danzica. In agosto di quel 1980, Lech Walesa condusse alla vittoria Solidarność, provocando la prima profonda crepa nel sistema politico ed economico del socialismo reale, che di lì a qualche anno crollò, travolgendo anche il Muro di Berlino, e uno dopo l’altro i “paesi satelliti”, fino all’implosione definitiva dell’Urss.

Due storie di classe con esiti diversi, ma in un certo senso entrambi inattesi.

A Torino, l’attacco frontale alla classe operaia fu pianificato dalla famiglia Agnelli: si organizzarono le dimissioni di Umberto, il fratello dell’Avvocato, per mettere al suo posto il duro, bellicoso, e arrogante Cesare Romiti.

Il piano prevedeva “la ristrutturazione” della produzione, l’avvio del processo di robotizzazione degli impianti, che via via avrebbe allontanato per sempre dalla fabbrica migliaia e migliaia di operai. L’ingresso nella produzione manifatturiera di tecnologie sofisticate che arriva fino ai nostri giorni, col nome di Industria 4.0

Il momento politico sembrava propizio. Il movimento del ‘77 era in fase discendente, in seguito alla durezza della repressione della magistratura, che a partire dall’inchiesta “7 Aprile” ormai aveva carta bianca contro i collettivi del movimento. Il “caso Moro” scatenò la caccia senza quartiere non solo contro i militanti in clandestinità, ma contro le forme diffuse del dissenso: le carceri italiane si stavano riempiendo di detenuti politici.

Il PCI usciva male dall’esperienza del “governo di unità nazionale”, “il compromesso storico” era fallito: alle elezioni dell’anno prima scese sotto il 30% dei consensi elettorali, una parabola discendente che sarebbe risultata inarrestabile negli anni successivi. I sindacati erano in deficit di credibilità, fortemente messi in discussione dall’autonomia operaia, quella pratica politica che rivendicava estraneità alle tattiche governiste del PCI e soprattutto alla strategia della cogestione in fabbrica.

Si tenga conto che Luciano Lama, lo stesso che fu cacciato dagli studenti nel febbraio del ‘77 alla Sapienza di Roma, era ancora il segretario generale della CGIL, mentre il governo era diretto da Arnaldo Forlani, quello che, nei primi anni '90, diede vita al CAF – il famigerato accordo Craxi-Andreotti-Forlani – che naufragò di schianto contro gli scogli dell’inchiesta cosiddetta Tangentopoli.

La portata dello scontro in atto in Fiat non fu subito chiara, tuttavia la sensazione che stava per accadere qualcosa di molto significativo per l’intera classe operaia italiana e di conseguenza per la sinistra parlamentare e i movimenti sociali fu la leva che ci spinse ad andare a cercare l’occhio del ciclone.

Partimmo dunque alla volta di Torino, con molte domande, molta curiosità, molta preoccupazione e una telecamera.

Le prime riprese avvennero proprio davanti allo stabilimento di Fiat Avio. Quando ci videro, un delegato sindacale cominciò a inveire contro la tv di Stato che stava dalla parte dei padroni. Quando ebbe finito, gli spiegammo chi eravamo, e allora, con la stessa veemenza, il delegato riprese il microfono e cominciò a tessere le lodi della solidarietà che da ogni parte d’Italia giungeva alla classe operaia di Torino. Esagerazioni retoriche, che non corrispondevano esattamente alla realtà.

Il piano di attacco di Romiti aveva creato un profondo senso di disorientamento. La reazione si dimostrò frammentata, per non dire sporadica. Mentre lo scontro tra operai e capi, con il contorno delle guardie che tentavano di proteggere i crumiri era invece duro.

Davanti a uno del cancelli di Mirafiori, un operaio, che aveva sul volto i segni di uno scontro fisico, ci disse del clima pesante: istigati dall’arroganza di Romiti, capetti e guardioni sembravano volersi riprendere quello spazio di manovra che gli era stato negato negli anni delle lotte, dei cortei interni, delle assemblee, degli scioperi a gatto selvaggio. Soprattutto di notte, volavano cazzotti e sprangate tra gli operai ai picchetti e le guardie che tentavano sortite dei crumiri.

Torino sembrava narcotizzata. Come nell’attesa della sciagura incombente, la città assisteva allo scontro con una sorta di rassegnazione, come a sperare che il ciclone passasse senza fare troppi danni. In realtà, a partire proprio dai quei mesi cruciali, la città si sarebbe trovata a subire pesanti cambiamenti, che produssero laceranti mutamenti del tessuto sociale e produttivo, addirittura lo stesso senso di appartenenza alla tradizione di una città cresciuta attorno alla fabbrica.

Tutto a Torino dipendeva dalla fabbrica: lavorare, abitare, fare la spesa, muoversi, tutto era condizionato dal ritmo dei tre turni in fabbrica: mattino, pomeriggio e notte.

Fiat dava il ritmo alla vita, come il capovoga avrebbe dato il ritmo ai rematori, pestando sul tamburo della galea.

La nostra rete di accoglienza e ospitalità funzionava e riuscimmo a trovare sistemazioni abbastanza confortevoli. Passammo una notte in bella casa di Ivrea, dove nessuno di noi era mai stato. Ivrea che aveva forti sentori di Olivetti.

Non riuscimmo a incontrare nessuno dei collettivi di Torino. C’era disorientamento e anche molta cautela, molti sentivano sul collo il fiato caldo della repressione. Facemmo una puntata a Milano, ma anche lì il movimento sembrava non rendersi conto della portata degli avvenimenti.

In altri tempi, studenti e collettivi di quartiere delle grandi città si sarebbero mossi decisamente contro il progetto di Romiti, il cui vero obiettivo era non solo vincere la più grande vertenza mai scatenata da Fiat, ma umiliare la classe operaia, riprendersi il pieno controllo degli stabilimenti, dare un segnale totale di rottura tra fabbrica e territori. La ristrutturazione era anche e soprattutto un progetto politico.

È in questo contesto che matura la più grande sconfitta della classe operaia italiana, capace di disarticolare negli anni a venire la lotta di classe nel nostro paese.

Berlinguer andrà davanti al famoso Cancello 5 di Mirafiori a promettere di battersi a fianco degli operai, promessa che rimase non attuata né attuabile. Romiti giocò la carta della più smaccata provocazione: organizzò la famigerata “marcia dei 40 mila”. Entrarono in campo i segretari confederali di CGIL, CISL e UIL.

La vertenza fu tirata per le lunghe, per fomentare sfiducia e rassegnazione. Con l’interessamento del governo Forlani, le parti firmarono l’accordo che trasformò i licenziamenti in cassa integrazione. Col risultato di finanziare la ristrutturazione di un’impresa privata col danaro pubblico.

Vi furono numerosi episodi di suicidio tra operai espulsi: l’attacco portato alle “tute blu” arrivò in profondità, fin dentro la cultura operaia, mise in crisi l’etica del lavoro.

Riportammo a casa frammenti di verità. Appunti visivi di una realtà i cui contorni si sarebbero svelati negli anni successivi.

Non fu neppure facile raccontare la sensazione del fallimento epocale, quasi mancassero anche le stesse parole per dirlo. Oggi sappiamo che cosa intuimmo.

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18/08/2020

È morto Romiti, un “uomo nero” del capitalismo italiano

È deceduto a 97 anni Cesare Romiti. Ai più giovani è un nome che non dice nulla. Per un’altra generazione è l’uomo che guidò gli interessi della Fiat nel decisivo scontro di classe nel 1980 contro gli operai della principale fabbrica italiana e, conseguentemente, contro tutto il movimento operaio nel nostro paese.

Romiti è stato il volto dell’arroganza padronale e della determinazione nel mettere in ginocchio la classe operaia alla fine di un ciclo di emancipazione storica dei lavoratori e dell’intera società. Una emancipazione che mal si adattava agli interessi materiali ed ideologici del capitalismo in Italia.

Come molte altre, la sua è una storia che nasce dal basso ma che sin da subito si integra perfettamente con i poteri forti fino a diventarne un uomo di fiducia e di punta per tutto il lavoro sporco.

Nel 1947, a 24 anni viene assuntodal Gruppo Bombrini Parodi Delfino di Colleferro in provincia di Roma. Si tratta di una grande fabbrica di produzioni militari sotto il controllo della Difesa e dei servizi segreti italiani e statunitensi. Ne diventa il direttore finanziario. Per dare un’idea della valenza dell’impianto in cui il giovane Romiti fa la gavetta, insieme a lui lavora anche Mario Schimberni, quello che sarà il futuro presidente della Montedison.

Dopo la fusione con la Snia Viscosa, nel 1968, Romiti diventa direttore generale e qui inizia a costruire un rapporto di fiducia personale con Enrico Cuccia, ossia il principe nero di Mediobanca (il salotto dominante della finanza in Italia). Lo stretto rapporto con Cuccia gli farà da battistrada nel diventare il principale manager privato in Italia.

Dopo alcuni anni come amministratore delegato all’Alitalia, nel 1974, su richiesta di Gianni Agnelli, Cuccia lo segnala come direttore centrale di finanza, amministrazione e controllo del gruppo Fiat e nel 1976 ne diventa l’amministratore delegato.

La dolorosa ristrutturazione della Fiat nasce proprio in quel salotto privato di Mediobanca in cui Romiti è di casa. E sarà Romiti a pianificare lo scontro frontale per piegare gli operai della Fiat. Prima con i 61 licenziamenti politici nel 1979 e poi con i licenziamenti di massa nel 1980.

Il 5 settembre 1980 la Fiat mette in cassaintegrazione per 18 mesi 24mila dipendenti (quasi tutti operai). L’11 settembre – dopo una settimana di trattative con i sindacati – la Fiat annuncia 14.469 licenziamenti. Romiti, definisce i licenziamenti essenziali per non fare fallire l’azienda. Sono giorni e giorni di picchetti ai cancelli della fabbrica che viene addirittura occupata. L’allora segretario del PCI Berlinguer terrà un comizio ai cancelli della Fiat annunciando (in minoranza nella segreteria del Pci) il suo sostegno alla lotta.

Romiti, sostenuto dall’intero sistema politico/mediatico (La Repubblica inclusa per intendersi, con De Benedetti avrà un rapporto di odio/amore per anni ndr), accentua lo scontro e organizza la Marcia dei Quarantamila (impiegati e funzionari della Fiat ma anche commercianti ed esponenti dell’anticomunismo diffuso) in funzione antioperaia.

I sindacati Cgil Cisl Uil invece di rispondere chiamando alla mobilitazione il movimento operaio, calano le braghe e accettano il piano Fiat sulla cassa integrazione a zero ore che diventeranno poi licenziamenti veri e propri. Nelle assemblee operaie negli stabilimenti Fiat i sindacalisti verranno presi a ombrellate, contestati e rincorsi dagli operai che si sentono traditi. Con la sconfitta del 1980 alla Fiat inizierà il ciclo regressivo delle conquiste sociali e sindacali nel nostro paese.

Con la sconfitta degli operai alla Fiat e il rapporto fiduciario con il banchiere dei banchieri Enrico Cuccia, Romiti condizionerà anche la stessa famiglia Agnelli e diventa il manager più potente d’Italia fino a metà degli anni ’90. Dimessosi dalla Fiat (con una buona uscita di 105 miliardi più 99 per il patto di non concorrenza, ndr), passerà alla Gemina, la finanziaria che controllava il gruppo editoriale Rcs (Corriere della Sera).

Insomma Romiti è stato un vero e proprio “Uomo nero” del capitalismo italiano, spietato e potentissimo, sia contro gli operai sia verso i competitori nel suo mondo. Il fatto che nel 2009 sostenne l’appello all’unità per far eleggere Napolitano a Presidente della Repubblica (in contrasto con Berlusconi) gli ha assicurato la pubblica benevolenza da salvatore della patria del tutto immeritata.

La dipartita di Romiti non merita neanche una lacrima.

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26/07/2018

Marchionne, Romiti, Valletta e la famiglia Agnelli


Sergio Marchionne è stato un funzionario del capitale ed in particolare della famiglia Agnelli, in assoluta continuità con la storia dell’azienda e della sua proprietà. Così vanno giudicati la sua opera e gli effetti di essa, oltre il rispetto che sempre si deve di fronte alla morte dolorosa e prematura di una persona.

Nel dopoguerra il gruppo Fiat e la famiglia Agnelli hanno usufruito di tre manager che hanno fatto la storia dell’azienda e segnato quella del paese. Il primo fu Vittorio Valletta, che assunse il potere assoluto in Fiat nel 1945, dopo che il proprietario dell’azienda e capostipite della famiglia, il senatore del regno Giovanni Agnelli, fu epurato per la sua smaccata identificazione e collaborazione col regime fascista.

Valletta fu il primo dei manager che salvarono la Fiat e soprattutto la famiglia proprietaria. La salvò dall’esproprio per collaborazionismo coi nazisti, esproprio che invece toccò alla Renault in Francia, e poi la rilanciò facendo dell’azienda uno dei grandi motori dello sviluppo industriale del paese. Per realizzare questo obiettivo Valletta perseguì la sottomissione totale degli operai ai ritmi più feroci dello sfruttamento, usò le risorse del paese e in particolare l’immigrazione di massa al nord, ed infine fece della persecuzione contro la Fiom e i suoi militanti la propria bandiera. Con le discriminazioni, i reparti confino, i licenziamenti ed anche con strumenti eversivi, come le schedature e lo spionaggio delle persone, usando persino apparati dello stato deviati che poi sarebbero stati coinvolti nella strategia della tensione degli anni 70. Per questa sua scelta ferocemente antisindacale e autoritaria Valletta divenne un emblema della politica e dei governi degli anni ‘50.

Nel 1966 Valletta fu destituito da Gianni Agnelli, il nipote di Giovanni che voleva riprendere le redini dell’azienda dopo una lunga esperienza di playboy internazionale, e solo un anno dopo morì. Le celebrazioni sui grandi giornali di allora furono uguali a quelle attuali per Marchionne.

Alla fine degli anni ‘70 la Fiat era di nuovo in crisi, perché di fronte alla sfida delle grandi lotte operaie e alla conquista da parte del lavoro di diritti e dignità, non era stata in grado né di rispondere con adeguata innovazione ed investimenti, né con un vero cambiamento nella gestione aziendale e nelle relazioni con i dipendenti. I fratelli Agnelli, Gianni ed Umberto, si fecero da parte nella gestione diretta del gruppo che fu affidata a Cesare Romiti.

In una intervista a La Repubblica nell’estate del 1980 Umberto Agnelli preannunciò licenziamenti di massa per rendere l’azienda competitiva e ricevette il sostegno del ministro del tesoro Andreatta. Romiti condusse l’attacco frontale al sindacato e alla fine di trentacinque giorni di lotta vinse, mettendo decine di migliaia di dipendenti in cassa integrazione. E così negli anni ‘80 l’impresa assunse nella società italiana quella centralità che prima aveva conquistato il lavoro. La sconfitta operaia di fronte alla Fiat di Romiti aveva indicato la direzione di marcia a tutto il potere politico, la svolta liberista che avrebbe conquistato tutto il paese cominciava in fabbrica. Craxi colpì il salario con il taglio e l’avvio della distruzione della scala mobile e poco dopo Prodi, da presidente IRI, donò l’Alfa Romeo alla Fiat, che così divenne il solo produttore italiano di automobili.

Ma la cura Romiti, se aveva risanato i profitti della famiglia Agnelli, non aveva fatto crescere adeguatamente la forza industriale del gruppo, che già all’inizio degli anni ‘90 era di nuovo in crisi. Nel 1994 la Fiat colpiva con la cassa integrazione la massa di quegli impiegati e capi che nel 1980 avevano organizzato una decisiva manifestazione contro gli operai in lotta. La gratitudine non è mai stata una caratteristica aziendale.

La Fiat aveva ancora una volta bisogno di investimenti e ricerca e ancora una volta la proprietà si mostrava assolutamente sorda a questo richiamo. Anche perché in quegli anni la famiglia Agnelli aveva tentato di creare una seconda corporation, entrando nella Telecom, in Banca Intesa e in tante altre imprese che con la produzione di auto nulla avevano a che fare. Fu un’operazione fallimentare, la seconda conglomerata Fiat crollò e la famiglia Agnelli dovette abbandonare tutte le aziende che credeva conquistate, mentre nel frattempo la prima Fiat, quella industriale, perdeva posizioni per mancanza di adeguati prodotti.

Nel 1998 Cesare Romiti lasciò l’azienda, e anche per lui, per sua fortuna vivente, ci furono pubblici elogi come salvatore dell’azienda e come manager che aveva saputo indirizzare non solo la Fiat, ma tutto il paese verso la via della competitività, distruggendo i vincoli e lacciuoli dei contratti e dei diritti del lavoro.

La gestione Fiat tornò alla famiglia Agnelli e a vari manager avvicendati e l’azienda precipitò verso il fallimento. Nel 2004 la Fiat era di proprietà delle banche, che si erano svenate per un piano di salvataggio senza precedenti nel paese, e al suo capezzale venne chiamato il vice presidente dell’Unione Banche Svizzere, Sergio Marchionne.

Marchionne ha salvato la Fiat come azienda industriale italiana? Sicuramente no. Seguendo la traccia dei suoi predecessori, Valletta e Romiti, Marchionne ha lavorato prima di tutto per gli interessi della famiglia Agnelli, oramai assai numerosa e fermamente interessata in tutte le sue componenti ad una quota certa di profitti. Se nel passato era stato ancora possibile far parzialmente coincidere gli interessi della proprietà familiare con quelli dello sviluppo industriale dell’azienda, ora questo non si poteva più fare.

La proprietà, che addirittura aveva cercato di sbarazzarsi della produzione di automobili rifilandola a General Motors, non aveva certo intenzione di svenarsi per recuperare l’enorme gap tecnologico e di prodotti accumulato dal gruppo. Ci sarebbero voluti almeno 20 miliardi di investimenti, quelli che Sergio Marchionne avrebbe promesso successivamente, quando decise di abolire il contratto nazionale. Di quei 20 miliardi, che avrebbero dovuto rilanciare quella che Marchionne chiamò Fabbrica Italia, si sono perse tutte le tracce in azienda e anche sui giornali di questi giorni.

La Fiat è stata salvata in un altro modo, con l’intervento dello Stato, non di quello italiano ma di quello statunitense. Fu il salvataggio pubblico della Chrysler voluto da Obama a permettere alla Fiat di evitare il fallimento e di questo va dato merito alla intelligenza politico-finanziaria di Marchionne, che seppe vedere l’affare là dove la Mercedes era fuggita.

La Fiat salvò la Chrysler e fu salvata, naturalmente al prezzo di essere assorbita nella multinazionale americana, di cui ora è la succursale povera. Non esiste più una industria automobilistica italiana e non solo perché la sede fiscale del gruppo FCA, nel quale la Fiat è assorbita, sta a Londra e quella legale in Olanda. Dove si è localizzata anche la finanziaria della famiglia Agnelli, la Exxor.

Anche la famiglia Agnelli, ora guidata da John Elkann, non è più una famiglia imprenditorialmente italiana. E’ diventata una famiglia del capitalismo globale proprio durante la gestione Marchionne, anche se il progetto probabilmente veniva da lontano. Perché tra i soci fondatori del gruppo Bildeberg, la famigerata lobby finanziaria internazionale, figurava proprio Vittorio Valletta.

Oggi la produzione di auto in Italia è ridotta al lumicino, con l’occupazione dimezzata da quando Marchionne divenne amministratore delegato della Fiat. Progettazione e ricerca sono state smantellate e non vi sono nuovi modelli in arrivo, tanto è vero che in tutti gli stabilimenti residui dilaga la cassa integrazione. Certo resta la gallina delle uova d’oro Ferrari, che non a caso è stata scorporata dalla Fiat e val più di essa. Ma anche Ferrari oramai è stata finanziarizzata all’estero e in ogni caso non potrà mai avere una produzione industriale di massa.

Il lascito industriale di Marchionne è quello della trasformazione della Fiat in una multinazionale americana con l'Italia come sede marginale, quello finanziario è l’esternalizzazione delle proprietà della famiglia Agnelli, e quello sociale e politico?

Qui c’è il tratto più comune tra i tre manager che hanno fatto la storia della Fiat dal 1945 ad oggi: il rifiuto del sindacato solidale e di classe e la lotta feroce per eliminarlo dagli stabilimenti Fiat. Tutti e tre gli amministratori delegati si sono ispirati a modelli esteri in questa loro opera. Valletta alla violenza antisindacale di Henry Ford e alla costruzione di sindacati di comodo in azienda, con cui stipulare contratti al ribasso. In realtà Valletta realizzò tutti i suoi obiettivi, la messa al confino della Fiom, la costituzione di un sindacato aziendale giallo da una scissione della Cisl con il Sida, oggi Fismic, la soppressione di ogni libertà dei lavoratori; tutti tranne uno: la realizzazione di un contratto solo per i lavoratori Fiat.

Obiettivo che fu invece raggiunto da Marchionne, quando con il ricatto della chiusura degli stabilimenti, con la complicità di Cisl-Uil e di tutta la politica ufficiale, impose ai lavoratori la rinuncia al contratto nazionale, mentre la Fiat abbandonava la Confindustria.

Romiti avrebbe invece voluto che nelle sue fabbriche si applicasse il modello giapponese di collaborazione e valorizzazione di un lavoro capace di essere fedele all’azienda. Dopo la dura repressione antisindacale degli anni ‘80, di cui elemento fondamentale fu l’uso discriminatorio della cassa integrazione, Romiti tentò di introdurre il modello di lavoro giapponese in particolare nello stabilimento di Rivalta a Torino e nella nuova fabbrica insediata a Melfi negli anni '90. Ora però Rivalta è chiusa, ciò che resta di essa non è più Fiat, mentre a Melfi, sotto la gestione Marchionne è stato introdotto il sistema di tempi chiamato Ergo Was, cioè il più brutale e faticoso metodo fordista di lavoro.

In un certo senso dunque Marchionne ha portato a compimento il modello di Valletta, con una differenza fondamentale. Nel secolo scorso quel modello autoritario e discriminatorio si realizzava in un gruppo ed in un paese in grande espansione, tanto è vero che allora i salari Fiat erano più alti rispetto alla media del paese. Oggi invece il salario di un operaio Fiat è tra i più bassi, ed il gruppo riduce progressivamente occupazione e produzioni in Italia.

Sia con Valletta, che con Romiti e Marchionne la persecuzione dei lavoratori ribelli o scomodi ha prodotto drammi e tragedie. I licenziati per discriminazione politica e sindacale degli anni ‘50 subirono sofferenze enormi. I cassaintegrati degli anni ‘80 pure e decine di essi si suicidarono, così come accaduto di nuovo recentemente. Maria Baratto si uccise pochi anni fa a Pomigliano dopo anni di cassa integrazione discriminatoria. E cinque operai che protestavano contro quel suicidio furono licenziati per offese a Marchionne.

Non è una questione di essere buoni o cattivi, è che non si governa la Fiat innocentemente.

Oggi Sergio Marchionne viene presentato come un innovatore a cui il paese avrebbe dovuto dare maggiore ascolto. Ma in realtà lo ha fatto: il Jobsact, come ha affermato lo stesso Renzi, è stato ispirato dalle posizioni sindacali e contrattuali di Marchionne. Come nel passato, le vittorie contro i diritti dei lavoratori dei manager Fiat sono diventate l’esempio da seguire per tutta la società. Un esempio regressivo.

Marchionne, come tutti i suoi predecessori, non ha difeso gli interessi del lavoro o del paese, ma quelli della proprietà. Una proprietà, quella della famiglia Agnelli, sempre più gaudente ed avara, della quale tutto si può dire tranne che faccia gli interessi di tutti.

È questa proprietà che periodicamente i grandi manager Fiat hanno salvato, ultimo Marchionne. Era la loro missione e questa hanno realizzato.

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