di Carlo Formenti
Non è il solo: la morte di un altro boss dell’industria contemporanea – il guru della Apple Steve Jobs – è stata celebrata con lodi funebri degne d’un faraone egizio. Jobs non era uno stinco di santo. Al contrario: è stato un manager cinico e spietato, pronto a calpestare tutto e tutti pur di realizzare i propri obiettivi ma, almeno, ha inventato prodotti innovativi che hanno segnato un’epoca. L’uomo di cui stiamo parlando, al contrario, non ha inventato nulla: si è limitato a rispolverare pratiche di repressione antisindacale che nel nostro Paese non si vedevano dagli anni Cinquanta, aggiornandole con i metodi importati dagli Stati Uniti, mentre l’altro suo “merito” è stato pompare denaro pubblico italiano, per poi scippare al Paese il controllo sulla più grande impresa che il nostro sistema economico abbia mai generato.
Stiamo parlando, ovviamente, della morte del “compianto” – da pagine e pagine di “coccodrilli” che hanno iniziato a uscire prima ancora dell’annuncio ufficiale della dipartita, oltre che dal coro unanime di politici di ogni colore – Sergio Marchionne, l’uomo che ha “salvato” la Fiat, o meglio, che ha salvato i soldi degli azionisti, visto che la Fiat in quanto tale non esiste più. Ma i suoi dipendenti, e più in generale i cittadini italiani, hanno valide ragioni per rimpiangerlo? Ad alimentare qualche sano dubbio in merito, e ad aprire una crepa nella piramide di celebrazioni che gli sono state tributate, è una lunga, documentata e spietata indagine giornalistica che l’editore Mimesis ha appena dato alle stampe: “L’era Marchionne. Dalla crisi all’americanizzazione della Fiat” di Maria Elena Scandaliato.
Negli anni Cinquanta Vittorio Valletta, allora a capo della Fiat, si distinse per la durezza con cui tentò di estirpare dalla fabbrica comunisti e sindacalisti della Fiom, licenziandoli appena possibile o isolandoli in reparti confino. Nel 1958, in occasione delle elezioni della commissione interna, ricorda la Scandaliato, fece affiggere ai muri di Torino un manifesto nel quale si leggeva “presentarsi candidato o scrutatore per le liste Fiom significa mettersi in lista per il licenziamento”, mentre in un’altra circostanza ebbe a proferire la seguente, lapidaria sentenza con cui chiariva qual era, a suo parere, il rapporto fra il Paese e i padroni di cui si autoeleggeva portavoce: “se va bene alla Fiat va bene all’Italia”.
Per emularne le gesta, Marchionne ha fatto meno fatica, visto che operava in un Paese in cui il peso numerico e politico della classe operaia era assai minore che in quegli anni lontani, nel quale il Pci era morto e sepolto da tempo e nemmeno la Fiom si sentiva più tanto bene. Ecco perché non gli è stato troppo difficile estromettere a più riprese la Fiom dal tavolo delle trattative e riammetterla dopo averla ridotta a più miti consigli. Così come non gli è stato troppo difficile imporre una sterzata di centottanta gradi al nostro sistema di relazioni industriali, in base al principio, scrive la Scandaliato anagrammando Valletta, “se va bene alla Fiat se lo farà andar bene anche l’Italia”.
Parliamo degli anni immediatamente successivi alla crisi del 2008, parliamo della chiusura dello stabilimento di Termini Imerese e della “normalizzazione” di quello di Pomigliano. Eppure, non più d’un paio di anni prima, Marchionne si era guadagnato il plauso delle sinistre con dichiarazioni “illuminate”: aveva ammesso che il costo del lavoro in Fiat non incideva più del 6/7% per cui non aveva senso andare a cercare altrove forza lavoro a basso costo rinunciando al prezioso capitale umano concentrato nell’azienda, e aveva detto anche che ciò che differenziava l’Europa dagli Stati Uniti era il concetto di responsabilità sociale d’impresa. Al punto che Fausto Bertinotti, intervistato da Paolo Mieli, si lasciò scappare che bisognava puntare sui “borghesi buoni” come il nostro, che rifiutano l’equazione fra impresa efficiente e licenziamenti; per tacere delle lodi tributategli dal sindaco Chiamparino, amico personale e compagno di partite a carte dell’illustre manager.
Purtroppo con la crisi del 2008 la musica cambia, anche perché la marea di quattrini che lo Stato gli ha regalato sotto forma di incentivi alla rottamazione non bastano più a drogare un mercato dell’auto depresso dalla scarsa capacità di acquisto delle classi subalterne. Cambia la musica e cambia la canzone, con la voce del padrone che si fa stridula e aggressiva: Marchionne comincia a dire fuori dai denti (addio florilegi sul capitale umano) che se in Italia non ci sono le condizioni per investire la Fiat andrà altrove, perché “il mercato non aspetta che si creino le condizioni”. Quali condizioni? Quelle che Obama gli ha offerto per salvare la Chrysler: congelamento dei salari, nessuno sciopero fino al 2015, nuovi assunti pagati la metà dei vecchi, sindacati obbligati ad acquistare azioni Chrysler per i propri fondi pensione (se Chrysler va male niente pensione!), il tutto condito dai miliardi di dollari che lo Stato americano elargisce in cambio di niente (mentre quei pezzenti di amministratori italiani, per allargare la borsa, pretendono garanzie sui livelli di occupazione).
Insomma Marchionne vuole importare in Italia il modello americano e, anche non ottiene tutto, un bel po’ di cosette le spunta, a partire dall’appoggio del ministro Sacconi, che pone le basi per la liquidazione dell’articolo 18 – che toccherà a Renzi completare – e costringe i sindacati ad accettare di fatto lo svuotamento dei contratti nazionali. Dopodiché Marchionne ci mette del suo, vedi l’uscita della Fiat da Confindustria (forse la massima espressione della sua “creatività” imprenditoriale). Quel che è certo è che, dopo il passaggio di Attila/Marchionne, il nostro sistema delle relazioni industriali non sarà più quello di prima; la finanziarizzazione verrà universalmente accettata come una normale (se non l’unica) modalità di creare profitto (i risultati finanziari della Fiat sono ottimi, quelli del settore auto meno, e comunque meglio negli Usa che in Italia, e del resto contano sempre meno); in Fiat – ora Fca –, da quando non si applica il contratto nazionale ogni lavoratore ha perso in media 40.000 euro; il lavoro, in barba alla Costituzione, non è più considerato un diritto ma, come chiarito dalla ministra Fornero, “bisogna guadagnarselo, anche attraverso il sacrificio”; il sindacato, da organo conflittuale, si è progressivamente trasformato in “sindacato dei servizi”; a Pomigliano i ritmi di lavoro si sono intensificati del 15%, mentre nello stabilimento di Melfi si è realizzata una enclave “polacca” in termini di retribuzione, diritti e condizioni di lavoro.
Tutto ciò ha indotto la sinistra a cambiare idea sul manager “operaio” in maglioncino? Per nulla: nel 2010 il piano Fiat viene accolto con un imbarazzante coro di elogi dai vari Chiamparino e Fassino, il quale si spinge a dire che, se non ci fosse stato Marchionne, la Fiat non esisterebbe più (in effetti come impresa italiana non esiste più, ma non viviamo forse nell’era della globalizzazione, in cui i discorsi sull’interesse nazionale suonano anacronistici?). Quanto ad Adriano Sofri, segnala impietosamente la Scandaliato, commentando gli scontri fra sindacati di base e sindacati “responsabili” nel corso di una manifestazione nazionale dei dipendenti Fiat, definisce i primi “una minoranza manesca che ambisce solo a divenire un po’ meno minoranza e un po’ più manesca”. Era lecito aspettarsi, non dico prese di distanza, ma almeno qualche timido distinguo in occasione della morte dell’eroe? Non era lecito aspettarseli né ci sono stati.
Inutile sottolineare come tutto ciò rafforzi i motivi per cui i cittadini italiani odiano sempre più le élite politiche, economiche e mediatiche e votano compatti per i “populisti”, “a prescindere” (avrebbe detto Totò) da ogni considerazione ideologica. Ne aggiungo uno per concludere: Marchionne guadagnava 453 volte lo stipendio medio dei suoi dipendenti (escluse le stock option): Scandaloso? No replicano i menestrelli di regime, chi si adonta per queste disuguaglianze è un invidioso che rinnega il principio del merito: a decidere chi guadagna quanto sono i “mercati”.
A Piketty il merito di aver smascherato la cialtronaggine di tale argomento: se le disuguaglianze sono cresciute del mille e più per cento negli ultimi vent’anni non è perché il merito dei manager è cresciuto in proporzione (chi ha guadagnato di più sono proprio quelli che hanno bruciato miliardi con operazioni folli – a volte criminali – che hanno provocato la crisi del 2008 e, invece di finire in galera, hanno ricevuto gli aiuti di Stato che ne hanno salvato le aziende “troppo grandi per fallire”), bensì perché a decidere quanto “meritano” di guadagnare sono loro stessi.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/08/2018
26/07/2018
Marchionne, Romiti, Valletta e la famiglia Agnelli
Sergio Marchionne è stato un funzionario del capitale ed in particolare della famiglia Agnelli, in assoluta continuità con la storia dell’azienda e della sua proprietà. Così vanno giudicati la sua opera e gli effetti di essa, oltre il rispetto che sempre si deve di fronte alla morte dolorosa e prematura di una persona.
Nel dopoguerra il gruppo Fiat e la famiglia Agnelli hanno usufruito di tre manager che hanno fatto la storia dell’azienda e segnato quella del paese. Il primo fu Vittorio Valletta, che assunse il potere assoluto in Fiat nel 1945, dopo che il proprietario dell’azienda e capostipite della famiglia, il senatore del regno Giovanni Agnelli, fu epurato per la sua smaccata identificazione e collaborazione col regime fascista.
Valletta fu il primo dei manager che salvarono la Fiat e soprattutto la famiglia proprietaria. La salvò dall’esproprio per collaborazionismo coi nazisti, esproprio che invece toccò alla Renault in Francia, e poi la rilanciò facendo dell’azienda uno dei grandi motori dello sviluppo industriale del paese. Per realizzare questo obiettivo Valletta perseguì la sottomissione totale degli operai ai ritmi più feroci dello sfruttamento, usò le risorse del paese e in particolare l’immigrazione di massa al nord, ed infine fece della persecuzione contro la Fiom e i suoi militanti la propria bandiera. Con le discriminazioni, i reparti confino, i licenziamenti ed anche con strumenti eversivi, come le schedature e lo spionaggio delle persone, usando persino apparati dello stato deviati che poi sarebbero stati coinvolti nella strategia della tensione degli anni 70. Per questa sua scelta ferocemente antisindacale e autoritaria Valletta divenne un emblema della politica e dei governi degli anni ‘50.
Nel 1966 Valletta fu destituito da Gianni Agnelli, il nipote di Giovanni che voleva riprendere le redini dell’azienda dopo una lunga esperienza di playboy internazionale, e solo un anno dopo morì. Le celebrazioni sui grandi giornali di allora furono uguali a quelle attuali per Marchionne.
Alla fine degli anni ‘70 la Fiat era di nuovo in crisi, perché di fronte alla sfida delle grandi lotte operaie e alla conquista da parte del lavoro di diritti e dignità, non era stata in grado né di rispondere con adeguata innovazione ed investimenti, né con un vero cambiamento nella gestione aziendale e nelle relazioni con i dipendenti. I fratelli Agnelli, Gianni ed Umberto, si fecero da parte nella gestione diretta del gruppo che fu affidata a Cesare Romiti.
In una intervista a La Repubblica nell’estate del 1980 Umberto Agnelli preannunciò licenziamenti di massa per rendere l’azienda competitiva e ricevette il sostegno del ministro del tesoro Andreatta. Romiti condusse l’attacco frontale al sindacato e alla fine di trentacinque giorni di lotta vinse, mettendo decine di migliaia di dipendenti in cassa integrazione. E così negli anni ‘80 l’impresa assunse nella società italiana quella centralità che prima aveva conquistato il lavoro. La sconfitta operaia di fronte alla Fiat di Romiti aveva indicato la direzione di marcia a tutto il potere politico, la svolta liberista che avrebbe conquistato tutto il paese cominciava in fabbrica. Craxi colpì il salario con il taglio e l’avvio della distruzione della scala mobile e poco dopo Prodi, da presidente IRI, donò l’Alfa Romeo alla Fiat, che così divenne il solo produttore italiano di automobili.
Ma la cura Romiti, se aveva risanato i profitti della famiglia Agnelli, non aveva fatto crescere adeguatamente la forza industriale del gruppo, che già all’inizio degli anni ‘90 era di nuovo in crisi. Nel 1994 la Fiat colpiva con la cassa integrazione la massa di quegli impiegati e capi che nel 1980 avevano organizzato una decisiva manifestazione contro gli operai in lotta. La gratitudine non è mai stata una caratteristica aziendale.
La Fiat aveva ancora una volta bisogno di investimenti e ricerca e ancora una volta la proprietà si mostrava assolutamente sorda a questo richiamo. Anche perché in quegli anni la famiglia Agnelli aveva tentato di creare una seconda corporation, entrando nella Telecom, in Banca Intesa e in tante altre imprese che con la produzione di auto nulla avevano a che fare. Fu un’operazione fallimentare, la seconda conglomerata Fiat crollò e la famiglia Agnelli dovette abbandonare tutte le aziende che credeva conquistate, mentre nel frattempo la prima Fiat, quella industriale, perdeva posizioni per mancanza di adeguati prodotti.
Nel 1998 Cesare Romiti lasciò l’azienda, e anche per lui, per sua fortuna vivente, ci furono pubblici elogi come salvatore dell’azienda e come manager che aveva saputo indirizzare non solo la Fiat, ma tutto il paese verso la via della competitività, distruggendo i vincoli e lacciuoli dei contratti e dei diritti del lavoro.
La gestione Fiat tornò alla famiglia Agnelli e a vari manager avvicendati e l’azienda precipitò verso il fallimento. Nel 2004 la Fiat era di proprietà delle banche, che si erano svenate per un piano di salvataggio senza precedenti nel paese, e al suo capezzale venne chiamato il vice presidente dell’Unione Banche Svizzere, Sergio Marchionne.
Marchionne ha salvato la Fiat come azienda industriale italiana? Sicuramente no. Seguendo la traccia dei suoi predecessori, Valletta e Romiti, Marchionne ha lavorato prima di tutto per gli interessi della famiglia Agnelli, oramai assai numerosa e fermamente interessata in tutte le sue componenti ad una quota certa di profitti. Se nel passato era stato ancora possibile far parzialmente coincidere gli interessi della proprietà familiare con quelli dello sviluppo industriale dell’azienda, ora questo non si poteva più fare.
La proprietà, che addirittura aveva cercato di sbarazzarsi della produzione di automobili rifilandola a General Motors, non aveva certo intenzione di svenarsi per recuperare l’enorme gap tecnologico e di prodotti accumulato dal gruppo. Ci sarebbero voluti almeno 20 miliardi di investimenti, quelli che Sergio Marchionne avrebbe promesso successivamente, quando decise di abolire il contratto nazionale. Di quei 20 miliardi, che avrebbero dovuto rilanciare quella che Marchionne chiamò Fabbrica Italia, si sono perse tutte le tracce in azienda e anche sui giornali di questi giorni.
La Fiat è stata salvata in un altro modo, con l’intervento dello Stato, non di quello italiano ma di quello statunitense. Fu il salvataggio pubblico della Chrysler voluto da Obama a permettere alla Fiat di evitare il fallimento e di questo va dato merito alla intelligenza politico-finanziaria di Marchionne, che seppe vedere l’affare là dove la Mercedes era fuggita.
La Fiat salvò la Chrysler e fu salvata, naturalmente al prezzo di essere assorbita nella multinazionale americana, di cui ora è la succursale povera. Non esiste più una industria automobilistica italiana e non solo perché la sede fiscale del gruppo FCA, nel quale la Fiat è assorbita, sta a Londra e quella legale in Olanda. Dove si è localizzata anche la finanziaria della famiglia Agnelli, la Exxor.
Anche la famiglia Agnelli, ora guidata da John Elkann, non è più una famiglia imprenditorialmente italiana. E’ diventata una famiglia del capitalismo globale proprio durante la gestione Marchionne, anche se il progetto probabilmente veniva da lontano. Perché tra i soci fondatori del gruppo Bildeberg, la famigerata lobby finanziaria internazionale, figurava proprio Vittorio Valletta.
Oggi la produzione di auto in Italia è ridotta al lumicino, con l’occupazione dimezzata da quando Marchionne divenne amministratore delegato della Fiat. Progettazione e ricerca sono state smantellate e non vi sono nuovi modelli in arrivo, tanto è vero che in tutti gli stabilimenti residui dilaga la cassa integrazione. Certo resta la gallina delle uova d’oro Ferrari, che non a caso è stata scorporata dalla Fiat e val più di essa. Ma anche Ferrari oramai è stata finanziarizzata all’estero e in ogni caso non potrà mai avere una produzione industriale di massa.
Il lascito industriale di Marchionne è quello della trasformazione della Fiat in una multinazionale americana con l'Italia come sede marginale, quello finanziario è l’esternalizzazione delle proprietà della famiglia Agnelli, e quello sociale e politico?
Qui c’è il tratto più comune tra i tre manager che hanno fatto la storia della Fiat dal 1945 ad oggi: il rifiuto del sindacato solidale e di classe e la lotta feroce per eliminarlo dagli stabilimenti Fiat. Tutti e tre gli amministratori delegati si sono ispirati a modelli esteri in questa loro opera. Valletta alla violenza antisindacale di Henry Ford e alla costruzione di sindacati di comodo in azienda, con cui stipulare contratti al ribasso. In realtà Valletta realizzò tutti i suoi obiettivi, la messa al confino della Fiom, la costituzione di un sindacato aziendale giallo da una scissione della Cisl con il Sida, oggi Fismic, la soppressione di ogni libertà dei lavoratori; tutti tranne uno: la realizzazione di un contratto solo per i lavoratori Fiat.
Obiettivo che fu invece raggiunto da Marchionne, quando con il ricatto della chiusura degli stabilimenti, con la complicità di Cisl-Uil e di tutta la politica ufficiale, impose ai lavoratori la rinuncia al contratto nazionale, mentre la Fiat abbandonava la Confindustria.
Romiti avrebbe invece voluto che nelle sue fabbriche si applicasse il modello giapponese di collaborazione e valorizzazione di un lavoro capace di essere fedele all’azienda. Dopo la dura repressione antisindacale degli anni ‘80, di cui elemento fondamentale fu l’uso discriminatorio della cassa integrazione, Romiti tentò di introdurre il modello di lavoro giapponese in particolare nello stabilimento di Rivalta a Torino e nella nuova fabbrica insediata a Melfi negli anni '90. Ora però Rivalta è chiusa, ciò che resta di essa non è più Fiat, mentre a Melfi, sotto la gestione Marchionne è stato introdotto il sistema di tempi chiamato Ergo Was, cioè il più brutale e faticoso metodo fordista di lavoro.
In un certo senso dunque Marchionne ha portato a compimento il modello di Valletta, con una differenza fondamentale. Nel secolo scorso quel modello autoritario e discriminatorio si realizzava in un gruppo ed in un paese in grande espansione, tanto è vero che allora i salari Fiat erano più alti rispetto alla media del paese. Oggi invece il salario di un operaio Fiat è tra i più bassi, ed il gruppo riduce progressivamente occupazione e produzioni in Italia.
Sia con Valletta, che con Romiti e Marchionne la persecuzione dei lavoratori ribelli o scomodi ha prodotto drammi e tragedie. I licenziati per discriminazione politica e sindacale degli anni ‘50 subirono sofferenze enormi. I cassaintegrati degli anni ‘80 pure e decine di essi si suicidarono, così come accaduto di nuovo recentemente. Maria Baratto si uccise pochi anni fa a Pomigliano dopo anni di cassa integrazione discriminatoria. E cinque operai che protestavano contro quel suicidio furono licenziati per offese a Marchionne.
Non è una questione di essere buoni o cattivi, è che non si governa la Fiat innocentemente.
Oggi Sergio Marchionne viene presentato come un innovatore a cui il paese avrebbe dovuto dare maggiore ascolto. Ma in realtà lo ha fatto: il Jobsact, come ha affermato lo stesso Renzi, è stato ispirato dalle posizioni sindacali e contrattuali di Marchionne. Come nel passato, le vittorie contro i diritti dei lavoratori dei manager Fiat sono diventate l’esempio da seguire per tutta la società. Un esempio regressivo.
Marchionne, come tutti i suoi predecessori, non ha difeso gli interessi del lavoro o del paese, ma quelli della proprietà. Una proprietà, quella della famiglia Agnelli, sempre più gaudente ed avara, della quale tutto si può dire tranne che faccia gli interessi di tutti.
È questa proprietà che periodicamente i grandi manager Fiat hanno salvato, ultimo Marchionne. Era la loro missione e questa hanno realizzato.
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