Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/02/2024

Tanti “lavoretti” in un paese senza futuro

Anche un cretino patentato si accorgerebbe che, se aumentano l’occupazione (+456mila posti in un anno) e le ore lavorate (+1,1%), ma non il prodotto finale (o comunque non nella stessa misura) significa che quei posto di lavoro sono “lavoretti”. Magari anche a tempo indeterminato, ma non troppo “produttivi”.

Il mistero è tale, appunto, solo per i cretini o i mentitori di professione (il governo e l’intero arco parlamentare). Se tutto “lo sviluppo” avviene in settori ad alta intensità di lavoro, ma con “strumenti di lavoro” pressoché inesistenti, il risultato non può che essere questo.

Fuori di discorsi generici: se il 13% del Pil viene dal turismo, e continua a crescere, è evidente che lì la “produttività totale dei fattori produttivi” non può crescere più di tanto. Camerieri, autisti, cuochi, operatori delle pulizie, ecc, puoi anche farli lavorare 20 ore al giorno, ma la produttività oraria non cresce. E figuriamoci i salari.

Al contrario, in una fabbrica, se “l’imprenditore” investe comprando macchinari più moderni, nella stessa unità di tempo produce molto di più. Ma naturalmente diminuisce il numero degli occupati perché quelle macchine richiedono assai meno braccia e gambe per funzionare.

È la fotografia impietosa degli “imprenditori” italici, avidi di profitto ma col braccino corto sugli investimenti e, soprattutto, con nessun “gusto per il rischio”. Meglio il turismo e la ristorazione, insomma, dove con pochi soldi si prova a mungere la vacca dei visitatori di passaggio (finché dura...), dove gli incassi sono immediati e si verifica velocemente se vale la pena di continuare o smettere, piuttosto che dedicarsi ai capannoni da riempire di macchine e operai, con prodotti che non sai se avranno successo o meno (la “competizione” è bella da dire in tv, ma difficile da fare), e soprattutto con profitti che arriveranno – forse – dopo un tempo comunque lungo.

Ma questo è il “modello di paese” che è stato lasciato crescere sopprimendo l’industria pubblica (perché gli industriali, qui, si sono sempre ben guardati dal “rischiare”, tranne qualche testa fina) con privatizzazioni tutte – senza eccezioni – fallimentari in termini di produzione, profitti e occupazione.

Perché solo questo “il privato” sa effettivamente “fare meglio”.

In Francia – certo non un “paese socialista” o guidato da pericolosi estremisti – si sta lavorando alla fusione tra Stellantis (Peugeot più Citroen, più Fiat, Chrysler, Jeep, ecc.) con Renault. In entrambe le multinazionali dell’automobile lo stato francese ha una partecipazione rilevante e dunque spinge per avere un colosso unico, sotto il proprio occhio vigile, in grado di provare a reggere la sfida con Volkswagen, Toyota e Ford. Per non dire dei colossi cinesi che stanno per sommergere il mercato europeo.

L’italica Fiat, nutrita per decenni con regali pubblici senza contropartita, è semplicemente andata via. Bye bye, deficienti, e grazie di tutto...

Ora la situazione è chiarissima, in primo luogo nella prospettiva.

Di produrre qui, con “forze autoctone”, qualcosa da proporre al mondo non se ne parla quasi più. Al massimo hanno successo (ma sempre meno) i “contoterzisti” che lavorano su parti destinate ad essere assemblate dalle industrie tedesche. Nel ciclo dell’auto, per esempio, possiamo proporre solo... i freni (Brembo, probabilmente i migliori al mondo ma, insomma, sempre freni sono, mica automobili...).

E così in qualsiasi altro settore. Nell’informatica avevamo avuto dei pionieri di successo (Olivetti), ma il tocco di Debenedetti è stato fatale anche in quel caso. Sparita dopo il breve successo di fatturato dovuto alla massiccia vendita di computer già fuori mercato all’amministrazione pubblica (la ricerca, costosa ma fondamentale in quel campo, era stata tagliata per prima...).

Se qualcuno ancora si può arricchire facendo dell’Italia la Florida d’Europa, il paese in generale – in termini di Pil, ricchezza distribuibile, salari, ecc. – ci rimette. Ma ai nostri tanti padroncini dal braccino corto, retorica nazionalista a parte, che gliene frega?

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03/12/2023

“Palazzina Laf” e i reparti confino. Un aiuto a non dimenticare

Nell’assistere al film “Palazzina Laf” di Michele Riondino il pensiero corre agli anni ’50: alle Officine “Stella Rossa”, alla lunga fase di repressione operaia da parte del governo centrista: una repressione costellata dal sangue provocato dalla polizia intervenendo sugli operai in sciopero e sui contadini che occupavano le terre lasciate incolte dai latifondisti.

“Palazzina Laf” è ambientato nel 1997 nello stabilimento ILVA di Taranto in una storia di sfruttamento, degrado, guerra tra poveri in una fase tumultuosa di dismissioni del patrimonio industriale pubblico, di privatizzazioni che nel campo strategico della siderurgia fu contrassegnato dal disgraziato avvento di Riva.

Esiste una differenza storica tra il tipo di repressione mostrata nel film e quella che fu portata avanti negli anni ’50: nella fabbrica illustrata dal lavoro di Riondino il confino in un “reparto-ghetto” è associato una forma sottile di violenza privata (con il sindacato che annaspa), concluso con una sentenza che riconosceva, per la prima volta in Italia, il reato di “mobbing”.

La storia delle repressioni padronali – governative – poliziesche di cinquant’anni prima fu una storia tutta politica, di isolamento degli attivisti, di licenziamenti brutali destinati a spezzare concentrazioni giudicate pericolose, di invenzioni di “sindacati gialli” e di spionaggio a livello industriale come dimostrò un famoso caso poi denunciato alla Fiat.

La Fiat può essere considerata l’epicentro di queste tristi vicende (cfr. Pugno e Garavini “Gli anni duri della FIAT”) la storia dell’OSR, l’Officina Sussidiaria Ricambi che inizia il 15 dicembre 1952, a Torino, quando la Fiat di Valletta mandò l’elettricista Pietro Baldini a sistemare un piccolo stabilimento, in Via Peschiera, per preparare l’apertura di una nuova officina.

L’apertura della nuova sezione venne spiegata con generici motivi tecnici, ma presto fu chiaro che la direzione non aveva alcun effettivo interesse per l’attrezzatura e la produttività del nuovo stabilimento: la Fiat di Valletta vi destinò 130 lavoratori per motivi politici e sindacali. Erano quasi tutti comunisti, più qualche socialista.

Nel gergo aziendale erano stati catalogati come “facinorosi” ed erano tutti attivisti dell’unico sindacato, la FIOM, che si opponesse allora allo strapotere della azienda torinese.

La Fiat, nella lotta contro l’organizzazione operaia, cercava di decapitare il movimento di classe nei suoi stabilimenti concentrando in un vero e proprio ghetto gli attivisti più impegnati, e si preparava ad eliminare tutti coloro che non si fossero piegati alle discriminazioni ed ai soprusi, additandoli ai benpensanti come vagabondi per il minor rendimento dovuto alle pietose condizioni del macchinario.

La FIAT intesa come apripista di un quadro complessivo che ha segnato l’intera ripresa dell’industria italiana: una ripresa pagata completamente dalla classe operaia.

Erano gli anni più bui della reazione, ma quelli dell’O.S.R (ribattezzata dagli operai Officina Stella Rossa) non mollarono, smascherando le manovre del monopolio torinese davanti all’opinione pubblica italiana, tanto che la commissione parlamentare di inchiesta nelle fabbriche visitò l’O.S.R. e parlò con gli operai per una intera giornata.

Fallì anche il tentativo di disgregare la compattezza dei lavoratori con l’immissione di una ventina di elementi provocatori, e quando nel dicembre 1957 gli operai furono tutti licenziati e l’officina venne chiusa, perfino il consiglio comunale di Torino, che pure era di maggioranza centrista, condannò all’unanimità il comportamento della Fiat: la tenace resistenza degli operai della O.S.R. aveva reso impossibile a chiunque chiudere gli occhi sul carattere di discriminazione dei licenziamenti.

Anche a Savona accaddero episodi analoghi sia all’ILVA come alla Scarpa e Magnano: le due fabbriche più importanti di una città industriale dove all’epoca (comprendendo le officine di Vado Ligure) gli operai di fabbrica erano circa 10.000.

Savona fu colpita in pieno da una forte recessione occupazionale concentrata negli stabilimenti ILVA, messi in crisi dalla scelta di costruire il grande centro siderurgico “Oscar Sinigaglia” a Genova Cornigliano: scelta avvenuta proprio nel quadro di quella ricollocazione complessiva dell’intervento pubblico in economia cui si accennava e che rappresentò il punto di forza dell’interventismo democristiano nella gestione dell’economia della ricostruzione. Savona si trovò al centro di questo tipo di episodi.

A Savona tutta la Città si unì in un vero e proprio afflato corale per difendere il proprio patrimonio industriale.

L’Amministrazione Comunale di sinistra si schierò totalmente dalla parte degli operai (l’ILVA risultò occupata per molti mesi nell’inverno 1951) formando con il sindacato un blocco fortemente coeso e puntando anche su di una certa qualità di proposta e su di una grande capacità di attivizzazione sociale, tale da coinvolgere larga parte della Città nella difesa dei posti di lavoro: molti ricorderanno come nel corso dei grandi scioperi che contraddistinsero quel periodo risultava spontanea l’adesione di commercianti e artigiani.

Alla fine, siamo nella prima metà degli anni’50, nell’ambito di un rafforzamento dell’intervento dello Stato in alcuni settori strategici dell’industria con l’allargamento del sistema di Partecipazioni Statali (nel 1956 fu istituito un apposito Ministero) strettamente collegato alla crescita di potere della corrente fanfaniana della DC, Savona uscì sicuramente ridimensionata nella sua presenza industriale ma ancora in possesso dei suoi settori più significativi.

Il declino vero e proprio si avviò nel decennio successivo soprattutto accumulando ritardo sul piano del know-how e avviandosi il fenomeno determinante della “fuga dei cervelli”, soprattutto in esito della vertenza dell’elettromeccanica nel 1960 con il trasferimento a Bergamo dei più importanti quadri tecnici della Scarpa e Magnano trasformata in Magrini – Galileo.

A partire dai primi anni cinquanta e per tutto il decennio fino al '68-'69 si spegne l’incantesimo, la grande fabbrica è caserma o prigione nascondendo i luccichii del boom. Lo spirito geometrico della grande fabbrica si alimenta di ordine e di regolarità e si serve della repressione; il tempo rigorosamente calcolato non ammette vuoti, nello sfruttamento intensivo e scientifico e per chi si ribella ci sono esilio e confino.

La grande ristrutturazione è affrontata mandando a casa le lettere di licenziamento consegnate a mezzanotte dalle guardie della sicurezza per evitare l’immediata reazione degli operai. Il film di Riondino pur nella diversità dei fatti ci aiuta a non dimenticare.

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25/01/2023

Venne il giorno della canonizzazione di Gianni Agnelli

La celebrazione del ventesimo anniversario della dipartita del deus ex machina delle macchine degli italiani, è un avvenimento sorprendente: il capo dello Stato – che ne avrebbe di cose a cui pensare in questo complicato momento politico, istituzionale nonché economico – ha rilasciato un ufficiale elogio, che santifica Gianni Agnelli, per quasi quarant’anni a capo della FIAT.

Il nostro eroe, fancazzista del jet-set internazionale fino all’età di quarantacinque anni, ha ereditato il trono lasciatogli da Vittorio Valletta, fascista collaborazionista, rimosso dopo la guerra, ma riabilitato proprio grazie all’intervento di nonno Giovanni.

Certo che mettere a capo di un’azienda automobilistica uno scapestrato che – per andare troppo di corsa a Monte Carlo per un rendez-vous con una delle sue amanti – si schianta contro un camion, non era il massimo della garanzia né della guida di un’auto, né di quella della FIAT. E quindi Valletta regnò ancora una ventina d’anni.

Tuttavia, noblesse oblige, la linea diretta di successione al trono impose Gianni Agnelli e così, l’avvocato, come si faceva chiamare, anche se mai sostenne gli esami all’Ordine, nel 1966 divenne il capo dell’azienda e negli anni si conquistò la fama di capo carismatico del capitalismo italiano.

Mentre la classe operaia torinese, che a partire dai fatti di Piazza Statuto del 1962 continua ad accrescere il proprio peso non solo sindacale, ma soprattutto politico – quel peso specifico la cui spinta si percepì in tutta la sua forza durante l’Autunno caldo del 1969 – l’avvocato ha grandi progetti.

Per cominciare apre una fabbrica in Russia, a Togliattigrad (in realtà città che si chiama semplicemente Togliatti), poi si piglia l’Alfa Romeo, azienda pubblica; poi la Ferrari; poi la Lancia. Tanto per fare tabula rasa della concorrenza interna.

Con lui la FIAT vuole diventare una multinazionale e apre stabilimenti in Europa (Spagna, Polonia e Jugoslavia); in Sudamerica (Brasile e Argentina); in Turchia, in Egitto e Sudafrica.

La grandeur dell’avvocato deve però fare i conti con l’oste: la classe operaia italiana. Nei confronti della quale non si lesinano schedature, licenziamenti politici, aggressioni ai picchetti, uso privatistico delle forze dell’ordine.

La lotta operaia paga, l’autonomia dagli stessi sindacati di categoria, spinge l’iniziativa in profondità sia in tutte le fabbriche metalmeccaniche che nella società, arrivando a saldarsi col movimento studentesco nato e poi cresciuto nel Sessantotto. Le richieste contrattuali hanno un certo successo, l’agibilità politica dei delegati di fabbrica si rafforza, le differenze salariali tra Nord e Sud vengono abbattute. Lo Statuto dei diritti dei lavoratori diventa legge.

Quando a metà degli anni Settanta la concorrenza internazionale si fa più dura, la crisi dell’auto a livello internazionale s’intreccia con la fine del ciclo virtuoso, che in Italia era stato propiziato e sostenuto sia dal Piano Marshall sia dalle politiche keynesiane. Agnelli chiama alla gestione finanziaria dell’azienda Cesare Romiti e contemporaneamente stringe alleanza con Enrico Cuccia, capo di Mediobanca.

Il salotto buono della finanza italiana diventa cattivo con l’avvicinarsi della crisi che investe la FIAT, si rafforza la “razza padrona”, come la definirono Eugenio Scalfari e Peppino Turani nel loro famoso libro, nel quale definiscono i contorni dello strapotere dei boiardi, dell’affermarsi di una borghesia di Stato che frenava e distorceva il capitalismo italiano.

Scalfari descrive Agnelli come un opportunista, uno che si barcamena senza visione strategica che non sia la propria rendita di posizione («avvocato di panna montata», lo bollerà in Razza padrona, Feltrinelli, 1975).

Alla fine degli anni Settanta, la FIAT perde circa i 25 punti di quota di mercato (passa dal 75% del 1968 al 51% nel 1979), nonostante lo spericolato accordo con Gheddafi, che salì fino al 16% del capitale. Saltano le alleanze con Citroën prima e con Peugeot dopo. Il successo di nuovi modelli, ispirati da Vittorio Ghidella, non basta.

Lo scontro sociale si fa drammatico nel 1980: Romiti ha scalato la gerarchia è diventato amministratore delegato, decide licenziamenti in massa per favorire la ristrutturazione, che prevede la robotizzazione e la delocalizzazione. Gli operai bloccano i cancelli per 35 giorni, Romiti scatena i famigerati “Quarantamila” che protestano contro lo sciopero. I sindacati capitolano, trattano la cassa integrazione.

È la più cocente sconfitta della classe operaia nel Dopoguerra, avrà ripercussioni su tutto il movimento operaio, studentesco, delle donne. Avrà conseguenza sulle relazioni industriali, ma anche e soprattutto sul quadro politico e più in generale sulla democrazia, sui diritti a tutti i livelli.

Il PCI, uscito con le ossa rotte dall’esperienza del compromesso storico e del collaborazionismo, comincia la lunga e inesorabile via crucis del suo declino. L’”effetto Berlinguer” alle elezioni europee del 1984 sarà solo l’ultima cura palliativa.

Intanto Agnelli fa e disfa, mette al sicuro i profitti nella cosiddetta “cassaforte di famiglia”, dando vita a quella doppia contabilità della ricchezza che ha permesso ai capitalisti italiani di bypassare sistematicamente il fisco. Gli interessi degli Agnelli invadono il mercato: dai motori alle assicurazioni, dai giornali agli investimenti immobiliari, al calcio.

Il bubbone scoppia quando, alla morte dell’avvocato, si accendono liti giudiziarie in famiglia per l’eredità, che si scopre spesso allocata presso conti esteri. La controversia legale è tutt’ora in corso…

La consuetudine della cassaforte di famiglia dei capitalisti italiani continua imperterrita fino ai nostri giorni, tanto che ogni governo tenta di favorire il rientro di capitali con sconti allettanti, ma non sempre così attraenti come quelli dei paradisi fiscali.

Come il nonno Giovanni, durante il fascismo, anche Gianni Agnelli fu nominato senatore: Cossiga lo designò senatore a vita. È la tipica miscela del potere all’italiana: affari, politica, lobbismo, influenze e pressione sulla classe politica.

Nella nota di commemorazione, Sergio Mattarella ha detto: “(…) Il ricordo della sua autorevolezza, con l’azione che seppe esercitare sulle classi dirigenti, sull’intera società, con la sua influenza nel contesto internazionale, sollecita a tutti un confronto esigente”.

Ecco, come fosse la sentenza papale, che iscrive il beato fra i santi ricchi, si santifica il “padrone” per antonomasia, al quale si perdonano tutta l’opacità politica del capitalismo italiano, l’arroganza del potere della ricchezza, l’affarismo più ingordo in virtù di quella “influenza internazionale” che l’establishment italiano teme di aver perso per sempre, una specie di santino, cui essere devoti, dopo la fugace parentesi Draghi.

Che cosa sia il “confronto esigente” vorrebbe spiegarcelo con parole sue Mario Monti, che dice a Repubblica (giornale della famiglia Agnelli):

“Non ho mai visto, e credo che non ci sia mai stato, un italiano come lui considerato dalle élite di tutto il mondo come ‘uno di loro’, ben diverso dagli ‘italiani’. E al tempo stesso considerato da noi italiani, soprattutto dai ceti più modesti, come ‘uno di noi’, sia pure appartenente alla stratosfera”.

Qui l’uomo che risulta essere l’ex di quasi tutto, dalla Commissione Ue alla poltrona più alta di Palazzo Chigi, passando per la presidenza della Bocconi – ma che comunque tutt’ora è senatore a vita – non si smentisce: è il solito reazionario classista e saccente che secerne la “stratosferica” prosopopea del cortigiano.

La prosopopea e la piaggeria sono diventate le caratteristiche salienti, alquanto diffuse anche tra taluni piccoli e medi imprenditori italiani, di quelli che fanno i gradassi con la forza lavoro, ma strisciano per ottenere un finanziamento pubblico, un bonus, uno sgravio, una licenza, un favore.

Ogni scorciatoia possibile, per accumulare di più, investire meno, secondo il principio per cui tutto è lecito per il tornaconto, societario e personale, dell’imprenditore, per che ambisce a far parte di un’oligarchia, di una corporazione, una cordata e di partecipare attivamente alle rispettive camarille.

Il mercato e le sue regole sono temi da convegni, chiacchiere per imbonire la pubblica opinione. In Italia i primi a non credere al capitalismo sono proprio i capitalisti.

Siamo ormai nella fase acuta della lotta di classe al contrario. A giudicare dal costo del lavoro ormai ai minimi termini, dagli st

ipendi più bassi d’Europa, dalla macroscopica diffusione del precariato e del lavoro nero, dal lassismo dei controlli fiscali, dalla privatizzazione senza controlli, dai munifici finanziamenti pubblici, dall’attitudine all’esternalizzazione e la delocalizzazione… l’Italia dovrebbe essere il paradiso del capitalismo, dove vige il keynesismo per i ricchi, e il neoliberismo per tutti gli altri.

E invece, siamo il paese di una crisi via l’altra: prima la crisi provocata dal mito della globalizzazione, messa in discussione dalla pandemia; ora l’inversione della tendenza, sollecitata dalla guerra e le sue suggestioni euro-atlantiste. Crisi che a pagarle sono sempre gli stessi, che nel frattempo sono colpevolizzati, così da preparare il terreno favorevole a fargli pagare anche la successiva – eventuale – ripresa economica. Ogni volta la ripresa è sempre di più per pochi.

Agnelli faceva parte della già citata “razza padrona”. Nell’Italia di vent’anni dopo, c’è la razza riccona, furbona, evasona, ingordona. Alla bisogna, anche razza padrina.

Amen.

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22/01/2023

La lotta

da “Vogliamo tutto” (1971) di Nanni Balestrini, Parte I – cap. 5, “La lotta”

Tutto questo prima di conoscere i compagni fuori della porta. Una sera uscivo dalla Fiat e vedo uno studente che mi fa: Vuoi venire a una riunione li al bar? lo decido che mi va e gli dico va bene che ci vado. Che cazzo non c’ho niente da fare mi vado a vedere questi stronzi che vogliono che dicono.

Li vedevo tutti i giorni questi studenti e li giudicavo stronzi. Non sapevo neanche quello che dicevano non leggevo nessuno dei loro volantini. C’erano allora gli scioperi quelli fatti dal sindacato. Erano quelli che volevano la seconda categoria i gruisti e i carrellisti.

C’erano questi scioperi dentro c’erano alcune linee quelle della 124 che stavano ferme. Gli operai giocavano a carte a soldi a scommesse. Leggevano o stavano li fermi perché non arrivavano i pezzi. Stavano ferme due o tre linee.

Quando uscivo vedevo gli studenti che davano i volantini e che parlavano di questo sciopero. Ma a me la cosa non mi interessava. Allora vado a quella riunione li al bar di fianco a Mirafiori.

Conosco Mario e degli studenti e gli dico in che officina stavo quello che facevo. Conosco anche altri operai e Raffaele uno della 124 che vedevo che veniva tutte le sere alle riunioni. Lui diceva che conosceva un’ottantina di compagni che erano disposti a fermarsi quando diceva lui.

Cazzo, mi dicevo io, a me mi conoscono tutti quanti ma nessuno è disposto a fermarsi quando dico io. Allora gli dico se tu conosci questi ottanta compagni possiamo fermarci quando vogliamo. Possiamo fermarci anche domani. Non lavoriamo piú cominciamo a lottare da domani.

E Mario e gli altri studenti stavano con le orecchie tese a sentire quello che dicevamo io e questo Raffaele. Poi si decide di fare un volantino per domani in cui diciamo di fare la lotta di fermarci. Non lo so su che cosa doveva essere quel volantino. Sulla seconda categoria pure forse non lo so. O mi sembra che volevamo i soldi della mensa.

Alla Fiat non c’è la mensa e volevamo i soldi della mensa che ci avevano promesso. Doveva essere una cosa del genere. Come in tante fabbriche alla Fiat per mangiare ci portavamo il baracchino. E io dicevo che la mezz’ora del mangiare ce la dovevano pagare perché anche quella mezz’ora lavoravamo.

Perché mentre stai lavorando suona la sirena uuuhhh e allora tu ti metti a correre fai le scale arrivi nel tuo corridoio arrivi nel tuo spogliatoio arrivi al tuo armadietto prendi la forchetta il cucchiaio il pane corri, vai dove sta il tuo baracchino che ce ne stanno duemila, prendi il tuo baracchino arrivi al tavolo parli tatatatatatatatatata mangi giú uuuhhh salti su scappi corridoio spogliatoio armadietto posi un’altra volta la roba corri giù mezz’ora eccoti un’altra volta nell’officina.

Tutto di corsa mentre vai e mentre torni in officina se no non ce la fai.

Questo è lavoro mica è intervallo. È produttivo sto fatto. Comunque sento Raffaele che lui dice che poteva bloccare ottanta compagni. E gli dico che ci diamo l’appuntamento domani lui con i suoi e io con i miei. Che io non avevo nessun seguito comunque pensavo vediamo se mi seguono io ci provo.

Ci vediamo con i miei e con i tuoi dico a Raffaele. Ci vediamo al terminale delle linee e li facciamo un’assemblea un corteo. E minacciamo di morte e di impiccagione tutti i ruffiani i crumiri i fuorilinea. Li minacciamo e così facciamo i cortei e ci mettiamo a gridare e a cantare. Vediamo un po’ che cazzo combiniamo poi ce ne usciamo fuori dall’officina. Insomma lottiamo domani non si lavora. Va bene va bene.

Allora facciamo questo volantino domani all’una li distribuiamo davanti ai cancelli. Poi quando siamo dentro parliamo con i compagni negli spogliatoi durante il percorso per andare negli spogliatoi. Il giorno dopo cominciamo a distribuire il volantino davanti alla porta insieme agli studenti. Mario aveva fatto un cartello non so cosa c’era scritto sopra “Potere operaio”.

La classe operaia è forte questa roba qua. Allora io mi metto a fare l’agitazione fuori della porta: Compagni noi oggi ci dobbiamo fermare. Perché ci siamo rotti il cazzo a lavorare. Avete visto il lavoro com’è duro. Avete visto com’è pesante. Avete visto come fa male. Vi avevano fatto credere che la Fiat era la terra promessa che era la California che ci eravamo salvati. Io ho fatto tutti i lavori il muratore il lavapiatti lo scaricatore.

Tutti li ho fatti ma il più schifoso è proprio la Fiat. Io quando sono venuto alla Fiat credevo che mi sarei salvato. Questo mito della Fiat del lavoro Fiat. Invece è una schifezza come tutti quanti i lavori anzi peggio. Qua ogni giorno ci aumentano i ritmi. Molto lavoro e pochi soldi. Qua pian piano si muore senza accorgersene. Questo significa che è proprio il lavoro che è schifoso, tutti i lavori sono schifosi.

Non c’è lavoro che va bene è proprio il lavoro che è schifoso. Qua oggi se vogliamo migliorare non dobbiamo migliorare lavorando di più. Ma lottando e non lavorando più solo così possiamo migliorare. Ce repusammo nu poco oggi ce ne iammo a fa’ ‘na iurnata ‘e festa.

Parlavo in dialetto perché erano tutti napoletani meridionali. Che così capivano tutti perché lì la lingua ufficiale era il napoletano.

Poi entriamo dentro e mentre entriamo dentro mi viene in mente una cosa. Mi faccio dare il cartello da Mario non so neanche che cazzo c’era scritto sopra di preciso. Mi viene uno sprazzo di fantasia adesso entro nella Fiat col cartello. Entro col cartello in una mano e il tesserino nell’altra. Perché per entrare bisogna mostrare il tesserino se sei dipendente o no. Se no chissà ci può andare dentro un bandito uno che vuole mettere una bomba.

Il primo guardione mi guarda sorpreso a bocca aperta. È la prima volta in vita sua che vede un cartello dentro la Fiat passare i cancelli legalmente col tesserino Fiat in mano. Il capo dei guardioni mi viene incontro e dice: Lei si fermi. Dici a me? Sí cosa fa con questo cartello? Con questo qua? Faccio io. Lo tengo esposto. Ma non sa che non si può entrare coi cartelli? E dove sta scritto? Nei regolamenti non c’è questo fatto che non si può entrare coi cartelli perciò io entro. No non si può entrare.

Ma allora questo è un arbitrio che non si può entrare lo stai decidendo tu adesso qua io invece entro. Questo cartello mi piace e me lo porto appresso. No non si deve entrare con cose che non c’entrano col lavoro. E allora perché quello lí entra col Corriere dello Sport, che cazzo c’entra il Corriere dello Sport col lavoro e cogli operai. Questo cartello qua almeno interessa agli operai quel giornale li non interessa a nessuno.

Non me ne frega lei venga con me. E io dico: Se lo poso il cartello posso entrare? Sì posi il cartello. Guarda che io lo poso qua fuori dal cancello. Così va bene? Entro dentro. Mi chiama ancora il capo dei guardioni: Lei venga con me. Ma dove? Io devo andare a lavorare. Venga con me. Allora io lo prendo per la cravatta e gli dico: Ma vieni tu invece con me.

Lo trascino un po’ poi gli tiro un calcio nei coglioni un calcio nella pancia e lo butto a terra. Dico: Non cacatemi il cazzo oggi si fa la lotta oggi andate a fa ‘n culo tutti quanti. Tutti gli operai che entravano un boato uhhhhh come quelle tribú arabe. Tutti quanti che mi applaudivano. Poi dicono: Scappa dentro dai se no ti individuano. Scappai dentro e andai nello spogliatoio: Compagni oggi si fa la lotta adesso andiamo tutti a fare un grande casino. Tutti quanti si sbiancarono in faccia. La cosa era troppo provocatoria per loro.

Non avevano mai fatto delle lotte. Lì il sindacato non si faceva vedere mai. Pensavano: Questo qua dove sbuca fuori questo pazzo che dice che dobbiamo fare la lotta. Comunque io li aspettavo ancora sotto le scale: Oggi si deve fare la lotta. Ma come facciamo? Ce ne scendiamo giù e al posto di andare nelle linee facciamo tutti un gruppo in fondo ai terminali.

Ma questi qua non ci andavano. Erano frustrati erano bloccati non capivano e andavano tutti alle linee. Perché c’avevano la nevrosi. Cos’è la nevrosi.

Ogni operaio Fiat ha un numero di cancello un numero di corridoio un numero di spogliatoio un numero di armadietto un numero di officina un numero di linea un numero di operazioni da fare un numero di pezzi di macchina da fare. Insomma è tutto numeri la sua giornata alla Fiat è tutta articolata organizzata da questa serie di numeri che si vedono e da altri che non si vedono. Da una serie di cose numerate e obbligate. Stare lì dentro significa che come tu passi il cancello devi fare così col tesserino numerato poi devi fare quella scala numerata girando a destra poi quel corridoio numerato. E così via.

Alla mensa per esempio. Automaticamente gli operai si scelgono i posti a sedere e i posti rimangono quelli poi per sempre. Mica si è organizzati lì alla mensa che tutti si devono sedere sempre allo stesso posto. Ma di fatto tu va a finire che ti siedi sempre allo stesso posto. Cioè è veramente un fatto scientifico questo è un fatto strano. Io ho mangiato sempre alla stessa sedia allo stesso tavolo con le stesse persone senza che nessuno ci avesse mai messi insieme noi.

Allora questo significa secondo me la nevrosi non so se si può dire nevrosi per questa cosa qua, se la parola è esatta. Ma per stare lì dentro devi fare questo perché se no neanche ci stai lì dentro se non fai questo. Questi qua con cui avevo parlato di fare la lotta non sapevano che cazzo fare. La proposta che gli facevo io non la capivano immediatamente. Intuivano che doveva essere giusto quello che io gli proponevo ma non sapevano come realizzarlo. Non capivano che l’importante era solo di fare casino tutti insieme. Io mi incazzai. Non perché venivo licenziato per quello che avevo fatto perché infatti già mi volevo licenziare da solo cercavo solo la scusa.

Erano tre mesi che stavo alla Fiat e non ne potevo più. Non mi potevo più sopportare come operaio come lavoratore. Era maggio c’era già caldo e volevo tornare giù a casa a farmi i bagni. Non m’incazzai perché venivo licenziato. Quello era sicuro ma non me ne fregava niente. Ero facilmente individuabile così com’ero.

Avevo i baffi avevo le scarpe bianche e la camicia blu il pantalone blu ero facilmente individuabile. E stavo così com’ero entrato nell’officina senza travestirmi. Cioè senza prendere dallo spogliatoio le scarpe vecchie il pantalone vecchio la maglia vecchia senza cambiarmi come si faceva sempre.

Ero entrato così come stavo fuori sulla strada con le scarpe bianche pulite tutto acchittato. Ero entrato così dentro l’officina proprio deciso a non lavorare. Ero incazzato invece perché non ero riuscito a convincere gli altri. Mi vado a prendere una coca all’automatico e me la bevo e arrivo in ritardo alla linea di montaggio. Perché ci si deve arrivare sempre prima alla linea mai dopo. E trovai già li il capo l’altro capo tutti quanti lì che mi guardavano. E c’era il fuorilinea al mio posto.

Arrivai lì e il capo dice: Guardi che lei sta rompendo le scatole. Qua si arriva in orario adesso le do mezz’ora di multa. Gli dico: Fai che cazzo vuoi tu m’hai rotto le scatole tu e la Fiat. Va’ fa ‘n culo se no ti tiro qualcosa in testa. Fatevele da voi queste zozze macchine di merda a me che mi frega.

E tutti gli operai che stavano lì intorno mi guardavano e io gli dicevo: Ma siete degli stronzi voi siete degli schiavi. Qua bisogna picchiarli a sti guardioni qua a sti fascisti. Che cazzo sono sti insetti sputiamogli in faccia e facciamo quello che vogliamo qua mi sembra il servizio militare. Fuori dobbiamo pagare se entriamo in un bar dobbiamo pagare nel tram dobbiamo pagare la pensione tutto dobbiamo pagare.

E qua dentro ci vogliono comandare. Per quattro soldi che non ci servono a un cazzo per un lavoro che ci fa crepare e basta. Ma siamo impazziti. Questa è una vita di merda sono più liberi quelli che stanno in galera di noi. Qua incatenati a queste macchine schifose che non ci possiamo mai muovere coi secondini tutti intorno. Ci manca solo che ci frustino anche.

Comunque cominciai a lavorare di malavoglia perché volevo lottare. Volevo fare qualcosa stare lì non mi andava. Mentre ero così sento da lontano le urla. Le officine delle Carrozzerie sono dei capannoni grandissimi che non si vede in fondo. Dove c’è un rumore grandissimo e non si sente la voce umana. Per parlarsi tra loro gli operai devono urlare sempre. Sentivo dei casini urla e mi dico: Questi sono i compagni che cominciano a fare il corteo. Che non si capiva dov’era che non si vedeva.

Io abbandono il posto di lavoro attraverso tutte le linee le taglio in mezzo lì dove stanno tutte le altre macchine e vado dai compagni.

Arrivo e anch’io mi metto a urlare insieme. Ma le cose più strane urlavamo che non c’entravano un cazzo. Le urlavamo per fare un momento di rottura urlavamo Mao Tzetung Ho Ci Min Potere operaio. E altre cose che non erano legate a niente lì ma che ci piaceva di dirle. Cose come Viva Gigi Riva Viva il Cagliari Viva la fica urlavamo.

Volevamo urlare delle cose che non c’entravano niente con la Fiat con tutto quello che dovevamo fare lì dentro. Per questo tutti quanti, gente che non sapeva per niente chi era Mao e Ho Ci Min gridavano Mao e Ho Ci Min. Perché non c’entrava un cazzo con la Fiat e gli andava bene.

E cominciamo a fare un corteo, eravamo un’ottantina di operai. Man mano che il corteo passava tra le linee si ingrandiva di dietro. A un certo punto arriviamo in un posto dove c’erano dei cartoni li strappiamo e col gesso ci scriviamo: Compagni uscite dalle linee il vostro posto è con noi. Su un altro scriviamo: Potere operaio. Su un altro ancora: Ai lecchini il lavoro agli operai le lotte. E andiamo avanti con questi tre cartelli.

Il corteo cominciò a ingrandirsi e arrivarono i sindacalisti. I sindacalisti era la prima volta che io li vedevo in vita mia dentro la Fiat. Cominciano i sindacalisti: Compagni non bisogna lottare adesso. Le lotte le faremo in autunno insieme al resto della classe operaia insieme a tutti gli altri metalmeccanici. Adesso significa indebolire la lotta se ci scontriamo adesso come faremo poi a ottobre.

Noi gli diciamo: Le lotte bisogna farle adesso perché è ancora primavera e c’è ancora l’estate davanti.

A ottobre ci serviranno i cappotti le scarpe ci servirà pagare il riscaldamento nelle case i libri dei figli per la scuola. Per cui l’operaio non può lottare d’inverno deve lottare d’estate. Perché d’estate può dormire pure all’aria aperta d’inverno no. E poi lo sapete che è in primavera che la Fiat ha più richiesta di produzione se fermiamo adesso freghiamo la Fiat che a ottobre non gliene importa più niente.

I sindacalisti cominciano a fare capannelli a dividerci a separare il corteo. Noi in una ventina facciamo un altro corteo in un altro posto e recuperiamo altri compagni. Dopo due ore riusciamo a bloccare tutte le linee. Proprio allora arriva il capo delle Carrozzerie il colonnello. Lì eravamo all’officina 54 ma si erano fermate tutte quante le linee perché eravamo andati anche nelle altre officine delle Carrozzerie e le avevamo fatte fermare tutte.

Arriva il colonnello e come arriva lui si apriva lo spazio fra gli operai tutti rientravano nelle linee precipitosamente. Eravamo rimasti lì solo in quindici con i cartelli in mano.

Allora io decido che questo è il momento di affrontarlo perché se no ci sputtaniamo proprio. Lui avanza verso di noi e io avanzo verso di lui col cartello dritto verso la sua faccia. Glielo pianto a mezzo metro dal naso e lui lo legge. Non mi ricordo quale cartello era cosa c’era scritto non mi interessava. A me interessava solo che lui se ne andasse a fare in culo. Fargli capire che non c’era niente da fare con noi.

Lui vede che io non me ne andavo via che mi ero piazzato proprio lì davanti a lui e dice: Ma questi cosa sono? Cartelli per la verdura? Siamo al mercato? No dico io sono cartelli che vanno contro gli interessi dei padroni perciò li abbiamo fatti.

Poi lui si mette a fare capannello l’ingegnere delle Carrozzerie con gli altri operai. E c’era intorno all’ingegnere un cinquecento operai che dicevano sempre sì sempre si con la testa. Lui parlava e gli operai dicevano sì. Gli altri capannelli E facevano i sindacalisti sulle altre linee delle Carrozzerie e noi eravamo rimasti un gruppetto di quindici compagni isolati.

Allora dico: Compagni qua bisogna intervenire perché se no qua ci isolano ci fanno il culo. Dobbiamo intervenire dove sta parlando l’ingegnere perché lì è il pesce più grosso. Se riusciamo a mandare a fare in culo l’ingegnere davanti agli operai recuperiamo tutto. Se spacchiamo la gestione capitalistica di questo capannello siamo a posto qua abbiamo vinto la lotta oggi.

Ci avviciniamo l’ingegnere parlava e io dico: Posso intervenire anch’io in questa discussione? Lui fa: Prego parli pure cosa ha da dire? Ho da dire una sola cosa. Lei quanto prende di premio di produzione?

Questi sono fatti che non l’interessano fa l’ingegnere. No m’interessa sì invece. M’interessa perché noi di premio di produzione prendiamo massimo non lo so neanche quanto prendo io. Io non la guardo mai la busta paga cosa c’è scritto la paga base il cottimo l’indennità quelle cose lì. Prendo solo i soldi senza leggerla perché non m’interessa leggerla m’interessano i soldi. Ma certamente prenderemo al massimo il cinque il sei per cento il sette per cento. E lei invece che cosa prende? Non la interessa.

Rispetto alle piccole percentuali che prendiamo noi continuo io voi secondo la produzione annua di automobili che noi facciamo vi prendete dei premi di vari milioni di lire. E per questo che avete interesse a farci produrre sempre di più. Mentre per noi il lavoro e i soldi restano sempre gli stessi.

È vero o no? Le ripeto che queste sono cose che a lei non interessano. Come non m’interessano? Lei col mio lavoro si fa i milioni e poi dice che non mi deve interessare. Se li fa lei i soldi perché il premio di produzione aumenta con l’aumento della categoria. Cioè se sei un fuorilinea un capo un gran capo se sei Agnelli. Agnelli evidentemente il massimo premio di produzione è suo.

Mi voltai verso gli operai: Lo sapete voi quanti soldi si piglia questo qua come premio di produzione? Lo sapete perché non me lo vuole dire? Allora il colonnello interviene e dice: Ma lei lo sa che io ho studiato? Che sono ingegnere? No non lo so rispondo io. E dico: Ma lei lo sa che a noi non ce ne frega un cazzo che lei ha studiato? Che non gli riconosciamo nessun diritto più di noi?

Dice; Ma a lei gli hanno insegnato l’educazione i suoi genitori? No non me l’hanno insegnata perché a lei gliel’hanno insegnata? A me me l’hanno insegnata. E poi ha fatto il militare lei dice? No non l’ho fatto il militare io perché cosa c’entra la famiglia e il militare?

C’entra perché le famiglie devono insegnare l’educazione e a rispettare le persone più istruite. E se lei avesse fatto il militare avrebbe capito che dappertutto c’è un’organizzazione che va rispettata. Chi non rispetta questa organizzazione è un anarchico un delinquente un pazzo.

Può darsi che io sono un pazzo ma c’è il fatto che a me non mi piace lavorare. Ecco ecco strilla lui avete sentito avete sentito a tutti quelli che fanno sciopero non gli piace lavorare. E allora dico io perché tutti questi qua invece di mettersi nelle linee a lavorare preferiscono starsene qua a parlare con lei? Si vede che anche a tutti questi non gli piace lavorare. Basta una cosa qualsiasi basta che trovano una scusa anche di stare a sentire qualcuno che parla pur di non lavorare. All’operaio non piace il lavoro, l’operaio è costretto a lavorare.

Io ci sto alla Fiat non perché mi piace la Fiat che non c’è un cazzo che mi piace della Fiat neanche le macchine che facciamo mi piacciono e non mi piacciono neanche i capi e neanche lei mi piace. Ci sto perché ho bisogno dei soldi della Fiat. Secondo me lei ci starà ancora per poco qua dentro fa il colonnello. Ho saputo che è stato picchiato un guardiano fuori. Se scopro chi è stato gliela faccio pagare cara.

Non deve andare molto lontano per scoprire chi è stato dico io gli indovinelli a me non mi sono mai piaciuti. Lo so che lei me la farà pagare cara ma non me ne frega niente.

Ho picchiato quello lì e picchierò ancora qualcun altro stasera. Quello sente odor di botte e subito scappa via da in mezzo a noi dagli operai. Perché noi quindici ci eravamo messi davanti a lui e dietro a lui ci stavano tutti gli altri operai. Scappa via ma prima mi domanda: Lei come si chiama? Gli dico il mio nome e cognome il nome del mio capo che sono dell’officina 54 della linea della 500 e che sto sempre a disposizione.

Gli dico tutto così per fare vedere che non lo temo. Vedrà che gliela farò pagare. Ma va’ fa ‘n culo vattene via brutto stronzo un’altra volta me la farai pagare. Se ne va e come se ne va gli operai tutti quanti ehhhhhhhh un urlo tutti a applaudire: Sei un dio gli hai fatto un culo così quello è uno stronzo veramente quello ci voleva prendere in giro tutti.

Va bene va bene dico io questa l’abbiamo fatta ma adesso dobbiamo fare il corteo. Dobbiamo fare un casino che non finisce più dobbiamo spaccare tutto qua dentro adesso. E picchiavamo a calci contro i cassoni del materiale per fare rumore un rumore cupo violento dududu dududu dududu e per due ore a fare questo casino.

Poi ogni tanto facevamo delle assemblee una volta a nord delle linee una volta a sud delle linee. Le tagliavamo a zig zag gridando tutti insieme: Più soldi meno lavoro. Oppure: Vogliamo tutto. Salivamo e scendevamo le linee e facevamo le assemblee. Così fino alla sera.

La sera vado per timbrare il cartellino. Il mio cartellino non c’era se l’erano preso loro. Vado dal capo. Capo dove sta il mio cartellino? Dice: Perché non c’è? Non faccia lo spiritoso dove l’ha messo? Rispondo io. Io non so dov’è fa lui se non c’è significa che lei deve aspettare e poi vediamo un po’. Va bene, aspetto pure.

Intanto vanno via tutti gli operai se ne vanno via tutti quanti. Mi sembrava che ero rimasto solo io nella Mirafiori. Mentre sto così sbuca fuori un altro capo poi un altro ancora un altro ancora. Mi dico: Eh qua c’è odore di guardioni. Capo il mio cartellino dov’è? Lei deve venire in ufficio fa lui. Col cazzo che ci vengo in ufficio. Io domani entro in fabbrica un’altra volta col cartellino o senza cartellino. Ma nell’ufficio non ci vengo. Se il colonnello mi deve dire qualcosa me la viene a dire lui qua in officina. Io non ho niente da dire a lui è lui che vuole dire qualcosa a me. E scappo via veloce per non restare l’ultimo.

Uscivano allora degli operai dagli spogliatoi che si erano lavati e si erano vestiti. Raggiungo i miei compagni e dico: Compagni qua mi vogliono acchiappare per denunciarmi. Quelli mi acchiappano all’uscita mi mettono un ferrovecchio in tasca e poi chiamano la polizia e mi denunciano come ladro ecco come fanno.

Tutto organizzato. Mi acchiappavano mi mettevano un ferro in tasca un ferro qualsiasi un bullone una chiave. Telefonavano alla polizia: L’abbiamo sorpreso a rubare e stamattina ha picchiato pure un guardione. Mi davano pure tre anni. Questo era il loro trucco. Mi volevano prendere a tutti i costi.

Andavo avanti coi compagni. Stiamo attenti all’uscita. Perché all’uscita un guardione ti indica ti fanno entrare in una stanza e ti frugano nella borsa e addosso. Adesso se indicano me dico ai compagni io non ci vado dentro alla visita perché se ci vado dentro sono fottuto.

Andiamo avanti arriviamo al cancello e vedo il capo il mio capo in mezzo ai guardioni cinque guardioni. Fa il capo. È lui è quello lì. Avanza un guardione doveva essere il picchiatore della situazione e dice: Tu no anzi lei danno sempre del lei alla Fiat lei venga con me. Chi io? Perché devo venire? Venga con me. Non ci voglio venire. Venga con me. Non ci voglio venire cosa vuoi tu da me? Perché non è mai passato a rivista lei? Sì ma stasera non c’ho voglia e poi io non c’ho borsa vedi c’ho la maglia. La sollevo sul torso nudo.

C’ho il pantalone e basta non c’ho niente addosso hai visto? Ciao. Venga qua urla lui. Mi prende per il collo questo bestione di merda e mi tira. Allora io studio un attimo come cazzo fare. Faccio finta di andare con lui. Poi gli metto un piede davanti e gli do una spallata. Púnfete cade per terra come una merda di vacca. Gli tiro un calcio nelle palle.

Mi si buttano addosso altri due guardioni. Il primo mi teneva da sotto e questi due mi stavano sopra. Riesco a calci a gomitate a buttare gli altri due via da sopra di me. Adesso io stavo di traverso addosso a loro ma con la testa giù che me la teneva stretta il bestione. A questo punto un compagno tira il braccio che questo stronzo mi teneva intorno al collo come una morsa. Io gli strappo via il braccio salto su gli sputo in faccia al bestione. E scappo.

Poi prendono il compagno e l’hanno licenziato questo qua perché mi aveva aiutato. E sono uscito fuori. Sono uscito fuori e c’erano lì tanti operai e studenti davanti. C’erano davanti al cancello tutti i compagni che parlavano della lotta. C’erano lì i compagni che dicevano che avevo fatto bene a menare i guardioni. Che quel giorno era stata una grossa lotta una grossa soddisfazione. E abbiamo fatto la riunione poi e tutte queste cose qua.

Sono venuti in massa gli operai nel bar tanti che non ci si entrava. E lì ho conosciuto anche Emilio e Adriano tutti questi compagni qua. Eravamo tanti quella sera che si decise di fare poi le assemblee all’università. E quello fu l’inizio delle grandi lotte alla Fiat. Che era stato il 29 maggio quel giorno giovedì.”

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14/10/2020

40 anni dopo il golpe sociale fortunato dei “quarantamila”

Nel 1994 incontrai a Torino alcuni dei partecipanti alla marcia dei quarantamila. La FIAT di Cesare Romiti, in una delle sue periodiche ristrutturazioni con taglio di personale, aveva deciso di liberarsi della preziosa collaborazione di impiegate, impiegati, capi e capetti che il 14 ottobre 1980 avevano manifestato contro la lotta ai cancelli, costringendo (conducendo semmai) il sindacato confederale a firmare la resa.

La riconoscenza del padrone non è mai infinita, e quattordici anni dopo migliaia di coloro che avevano sfilato furono dichiarati “esuberi” ed espulsi dal lavoro.

Finiva così la stagione dei “quadri”, cioè i capetti aziendali, che dopo la sconfitta sindacale alla FIAT sui mass media erano diventati la nuova figura sociale centrale, che la sociologia dominante esaltava al posto degli operai.

Era il futuro del lavoro che era sceso in corteo a Torino e la vecchia sinistra della lotta di classe non aveva capito niente, attardandosi a difendere quei dinosauri degli operai della catena di montaggio.

Questo fu il motivo guida ideologico che dominò la scena politica e sociale dopo il 14 ottobre 1980, la base delle laceranti autocritiche e delle epurazioni nei gruppi dirigenti sindacali e della svolta a favore delle imprese e del mercato da parte della sinistra.

Una manifestazione di crumiri precettati e organizzati dal padrone, amplificata a dismisura nel numero e nel significato dai mass media, cambiava in pochi giorni il paese e la sua politica, come fu possibile?

Quel corteo fu una spallata reazionaria data al momento giusto, che riuscì a colpire con forza un sistema i cui gruppi dirigenti erano già predisposti o rassegnati alla restaurazione padronale e liberista che si stava diffondendo nel mondo.

Un atto fortunato, perché proprio in quegli ultimi dei trentacinque giorni nei quali gli operai avevano bloccato la FIAT, il padrone stava per cedere. Cesare Romiti nelle sue successive memorie affermò che la famiglia Agnelli gli aveva concesso tre giorni per chiudere la vertenza, anche a costo di accettare un compromesso con il sindacato.

Claudio Sabattini, allora segretario della FIOM responsabile dell’auto, anch’egli confermò che anche dal lato sindacale si raccoglievano segnali che quel compromesso fosse possibile. Perché, è bene ricordarlo, lo scontro non era tra un gruppo industriale in crisi e un sindacato che quella crisi la negava.

Lo scontro era su COME gestire quella crisi, se con i licenziamenti di massa oppure con la redistribuzione del lavoro e la solidarietà sociale. Anni dopo la Volkswagen, posta di fronte ad una crisi di sovrapproduzione analoga a quella della FIAT, avrebbe concordato la riduzione dell‘orario di lavoro proprio per non licenziare nessuno.

Il compromesso era dunque praticabile e possibile, e in FIAT questo compromesso era la cassa integrazione a rotazione tra tutti i dipendenti, invece che l’espulsione definitiva di una parte di essi attraverso la cassa integrazione a zero ore. Che giustamente i lavoratori consideravano un licenziamento mascherato finanziato dallo Stato. Come del resto testimoniavano le stesse posizioni della proprietà, che nel giugno del 1980 in un’intervista a Repubblica di Umberto Agnelli, aveva chiesto la mano libera sui licenziamenti di massa (come Bonomi oggi) e la svalutazione della lira.

Beniamino Andreatta, che dopo due mesi sarebbe diventato ministro del tesoro e avrebbe con Ciampi guidato la svolta liberista nella politica economica – separando la Banca d’Italia dal Tesoro – aveva risposto che la svalutazione della moneta non si poteva più fare, perché l’Italia era entrata nel processo di costruzione della moneta unica europea.

Nessun accenno ai licenziamenti e così la FIAT si sentì autorizzata a procedere e alla fine delle ferie estive ne annunciò 14.000.

Dopo alcune settimane di lotta nei suoi stabilimenti e in tutto il paese, con Berlinguer che agli operai ai cancelli portò l’appoggio del PCI anche se avessero occupato le fabbriche, il gruppo dirigente aziendale capì che non ce l’avrebbe fatta a passare.

Allora la FIAT ritirò i licenziamenti, ma subito dopo mise in cassa integrazione a zero ore 24.000 persone. Era una mossa feroce e furba, perché da un lato espelleva dal lavoro ancora più persone che con i licenziamenti, dall’altro però provava a dividere i lavoratori, puntando sul fatto che fosse più semplice la solidarietà con chi veniva anche formalmente privato del lavoro, rispetto a quella con chi stava a casa pagato dallo Stato.

Ma la mossa non riuscì, la solidarietà e la lotta tennero nonostante tutto e quindi la vertenza si avviò verso quel finale dove avrebbe vinto chi avrebbe resistito un minuto di più. La marcia dei quarantamila spostò la lancetta dell’orologio dal lato del padrone.

Era inevitabile? Certo che no, le forze sindacali e democratiche allora erano enormi e in pochissimi giorni centinaia di migliaia di lavoratori avrebbero potuto a Torino controbilanciare la marcia, come inizialmente minacciò Pierre Carniti.

Ma fu un istante, perché poi tutto il gruppo dirigente sindacale, e quello del PCI, ebbero paura di essere coinvolti in uno scontro al di sopra delle proprie volontà. Allora, secondo le memorie di Cesare Romiti, Luciano Lama chiamò l’azienda e affermò: “abbiamo perso scrivete voi l’accordo“.

La cassa integrazione a rotazione non sarebbe certo stata indolore per i lavoratori, ma sarebbe stata un compromesso sociale nel quale le ragioni dell’impresa sarebbero state attenuate e bilanciate da quelle del lavoro. Che invece vennero totalmente soppresse con l’accordo che espelleva per sempre 24.000 lavoratori.

Il compromesso sociale veniva negato alla radice, chi era fuori perdeva il lavoro chi era al lavoro perdeva ogni diritto di fronte al potere dell’impresa. L’attuale sistema ricattatorio e spietato contro il lavoro nasceva allora.

La successiva gestione sindacale della sconfitta la trasformò in disfatta. I consigli dei delegati e i lavoratori, in drammatiche assemblee, respinsero l’accordo, che però fu dichiarato approvato e firmato. Saltava così quell’equilibrio democratico tra organizzazione sindacale e lavoratori che si fondava sul ruolo centrale dei delegati aziendali, scelti liberamente da tutti i lavoratori tra tutti i lavoratori.

Pochi anni dopo, con il taglio della scala mobile, i consigli di fabbrica furono definitivamente soppressi.

La restaurazione del comando assoluto del padrone nei luoghi di lavoro, la fine del sindacato democratico e partecipato degli anni '70, accompagnarono la svolta liberista sul piano economico, sociale, politico e culturale. Gli operai scomparvero da ognuno di questi piani, visto che la marcia dei quarantamila, per il pensiero dominante, ne aveva decretato l’estinzione.

Diventava passatista e sovversivo non solo rivendicare i loro diritti, ma persino affermare che gli operai esistessero ancora. Al posto del lavoro, il centro di tutto diventava l’impresa e con l’impresa il mercato, il privato, il profitto.

Il mondo liberista ingiusto, senza senso e senza futuro di oggi nasceva in Italia con il successo della marcia dei quarantamila. Naturalmente è impensabile che un atto in fondo così limitato abbia potuto produrre effetti negativi così vasti, se non ci fosse stato un sistema predisposto ad amplificare tutti gli effetti. Se non ci fosse stata una diga già lesionata in molti punti, la sapiente opera di un artificiere non sarebbe stata in grado di farla crollare.

La marcia del 14 ottobre 1980 diede il via alla restaurazione del potere degli affari su quello delle persone, così come avveniva in tutto il mondo. Quella restaurazione poteva essere fermata? Probabilmente no. Poteva essere rallentata, attenuata, circoscritta? Sicuramente sì, ma qui fu il successo particolare della marcia: quello di smontare ogni motivazione alla resistenza, di renderla perdente prima ancora di essere esercitata, soprattutto nei gruppi dirigenti del sindacalismo confederale e della sinistra.

Uno di coloro che avevano marciato nel 1980, quando fu messo in cassa integrazione nel 1994, mi disse: se avessi saputo cosa sarebbe successo dopo, non avrei partecipato. Non gli credetti molto allora, però oggi è ancora più chiaro che fare i conti con quel golpe sociale fortunato è necessario, per liberarci dalle sue conseguenze che quarant’anni dopo ancora ci fanno male.

Fonte

20/08/2020

Romiti - Il mastino della FIAT

È notizia di queste ore la morte di Cesare Romiti, manager industriale di ferro, di fama nazionale.

Uomo di spicco della FIAT in cui è approdato nel 1974, per ricoprire il ruolo di Amministratore Delegato nel 1976 e infine divenirne il Presidente (1996-1998). Ha attraversato la storia del capitalismo d’Italia, di cui è stato uno dei protagonisti più discussi.

E di cui è seguita una narrazione dalle pagine della stampa addomesticata, quella di figura benemerita della nazione, grande manager industriale, etc., etc.

Cercheremo in queste righe di ripercorrere la storia di un personaggio rappresentativo del capitalismo nazionale, e quindi nostro nemico di classe.

Prima di arrivare in FIAT, il nostro ha ricoperto incarichi di spicco in aziende italiane a partire dalla Bombrini Parodi Delfino, di cui è direttore finanziario, dopo esservi entrato nel 1947: nel 1968 diviene direttore generale in SNIA VISCOSA; nel 1970, dopo aver conosciuto Enrico Cuccia in Mediobanca, viene dapprima nominato Direttore Generale dell’IRI e successivamente Amministratore Delegato di Alitalia.

L’approdo in FIAT avviene in quelli che sono passati alla storia come gli “anni di piombo”, quelli in cui le Brigate Rosse hanno colpito ripetutamente l’azienda torinese (dicembre 1973 sequestro del capo del personale Ettore Amerio, maggio 1975 viene gambizzato il medico della FIAT Mirafiori Luigi Solera, aprile 1978 viene gambizzato Sergio Palmieri caporeparto FIAT)[1].

Gli anni della FIAT sono quelli in cui viene operata la famosa divisione tra Azionisti e Management.

Ma sono anche gli anni dell’applicazione della scala mobile a tutti i settori produttivi del paese, compreso quello industriale, a seguito di un accordo tra Confindustria e sindacati confederali[2].

Nel 1980 si accentua la crisi dell’auto – anche a causa del secondo shock petrolifero – che assume proporzioni mondiali e coinvolge tanto i produttori americani quanto quelli europei (con la sola eccezione di Volkswagen). Quanto alla FIAT, l’indebitamento (6.800 miliardi) raggiunge il fatturato e corrisponde a più del doppio del patrimonio netto. A questo punto Umberto Agnelli chiede al governo due cose: la svalutazione della lira e la libertà di licenziare. La prima richiesta non andrà a buon fine, per quanto riguarda la seconda FIAT farà da sé[3].

L’Italia aveva già deciso, infatti, la sua adesione al Sistema Monetario Europeo: l’unica vera condizione per parteciparvi era che gli industriali riuscissero a sopperire alla mancante flessibilità della valuta (che in un contesto di mercato dà ossigeno alle economie industriali più in difficoltà dirigendo la domanda interna sui loro prodotti) con l’abbattimento dei salari e del potere dei lavoratori. La FIAT riuscì a fare la seconda cosa, e non si preoccupò più della prima – da qui la domanda su quanto il cedimento del fronte sindacale e del PCI siano alla radice della disastrosa esperienza del mercato unico europeo e dei suoi vincoli ammazza-popolo.

Nel 1980 Romiti diviene Amministratore Delegato unico di gruppo e annuncia un piano di licenziamento per 14.000 dipendenti.

Da una parte per rapportarsi adeguatamente alle imprese del settore estere emergenti e alle loro strutture produttive (in particolare modo le aziende giapponesi in cui erano già avanzati i processi di automazione).

Dall’altra per eliminare all’origine i conflitti di classe, e in particolare le avanguardie di fabbrica, che pur essendo state attaccate negli anni trascorsi, erano rimaste le più combattive nel settore metalmeccanico, così come ammesso, in maniera abbastanza candida dallo stesso Romiti, in una intervista alla Stampa, nel 2010. La notizia dei licenziamenti provoca immediatamente una dura risposta dei lavoratori che bloccarono in pochi giorni tutti gli stabilimenti, decisi a non cedere di fronte all’attacco padronale[4].

La risolutezza dei lavoratori porta la FIAT, il 5 settembre 1980, ad annunciare un progetto di cassaintegrazione a zero ore per 23.000 operai. Ma i lavoratori non cedono, nonostante le pressioni della dirigenza nazionale di CGIL, CISL e UIL: la proposta della cassaintegrazione è troppo poco.

Le trattative proseguono, fino alla proclamazione dello sciopero generale del 10 ottobre e la successiva cosiddetta “marcia dei 40.000”, composta da dirigenti, impiegati e operai crumiri, della cui reale entità non si hanno certezze se non nelle dichiarazioni della FIAT stessa. La marcia dei colletti bianchi contro gli operai porta le dirigenze sindacali nazionali a prendere in mano direttamente la trattativa. Si arriva alla firma dell’accordo del 15 ottobre in cui il sindacato, complice di Confindustria, di cui accetta il “nuovo modello di sviluppo”, accoglie l’accordo famigerato in cui si accettano cassa integrazione a zero ore, cassa a rotazione per gli operai sulle linee di produzione dei modelli 131 e 132, avviamento mobilità extra-aziendali. Mentre l’assemblea dei delegati di Torino rifiuta l’accordo. Al loro rientro, nel 1987, questi operai saranno collocati in “reparti confino”. È una sconfitta per i lavoratori della FIAT ma è un segnale negativo per la lotta operaia in tutto il paese che farà da apripista ad un progressivo deterioramento delle condizioni lavorative e delle conquiste operaie degli anni precedenti[5].

Questo evento è emblematico della perdita definitiva dei sogni e degli ideali nati a fine anni ’60, tra cui l’idea di “lavorare meno, lavorare tutti”. Infatti, i progressi tecnologici che consentirono alla Fiat di attuare i licenziamenti punitivi e politici («Noi avevamo chiaramente in mente quali erano gli operai che dovevano essere allontanati dalla fabbrica», disse Romiti) avrebbero potuto essere usati, da un controllo operaio dell’industria, per alleggerire i carichi di lavoro individuali a parità di salario. La possibilità di scaricare immediatamente eventuali difficoltà su licenziamenti e sussidi pubblici portò, invece, oltre che ad una maggiore ricattabilità dei lavoratori, alla concezione di un’industria che punta ai risparmi e ai guadagni a breve termine, senza progetti ambiziosi nell’innovazione, sempre più finanziarizzata.

La FIAT riprende a fare utili, mentre si avvia la riduzione del personale, un’emorragia continua, che in pochi anni condurrà il gruppo FIAT dai 350.000 dipendenti del 1980 ai 225.000 dipendenti del 1986.

Fino alla lenta decadenza del gruppo a partire dalla Guerra del Golfo del 1989.

Oltre alla distruzione delle legittime rivendicazioni operaie come modo per restare competitivi è importante anche sottolineare la deleteria politica degli investimenti che caratterizzò il modello-Romiti, il quale viene oggi incensato come una sorta di genio dell’industria italiana. Nel 1988 si accese infatti uno scontro ai vertici della FIAT stessa, tra l’ing. Ghidella – a capo della FIAT Auto – e Cesare Romiti. Mentre Ghidella puntava ad una estensione degli investimenti nell’auto, Romiti scorgeva nel breve-terminismo della rendita finanziaria e delle partecipazioni in diversi gruppi quali banche, assicurazioni e compagnie minori la soluzione al calo della redditività industriale. Vinse Romiti, e gli effetti di questa scelta non avrebbero tardato a manifestarsi.

Lungo gli anni ‘90 FIAT perde infatti posizioni sia sul mercato domestico sia su quello europeo, mentre concorrenti come Ford, Renault, Peugeot e Volkswagen migliorano le proprie. Ciò non è sorprendente una volta che si considera come dal 1988 al 1993 la FIAT non aveva prodotto alcun nuovo modello. A peggiorare la situazione, «si aggiunse nel 1993 lo smantellamento delle ultime barriere alla circolazione di merci nella Comunità Europea. Era giunto il momento che Valletta aveva tanto temuto: quello di doversi confrontare con la concorrenza senza più scudi protezionistici, di natura tariffaria o di altro genere. I risultati non si fecero attendere: quota sul mercato europeo ridotta al 12%, e perdite per oltre 1.800 miliardi»[6].

L’azienda leader del settore auto italiano da ormai 90 anni, favorita nel suo sviluppo da decenni di commesse di guerra anche nella guerra fredda, per molti anni al vertice delle vendite in Europa, crollava di fronte alla concorrenza dei competitor esteri. Alla base di questo, tra le altre cose, la negligenza di Romiti e colleghi nelle politiche industriali di innovazione: la FIAT nel decennio compreso tra la metà degli anni '80 e i primi anni '90 ha destinato agli investimenti in ricerca 4 miliardi di dollari. Nello stesso periodo la Volkswagen (che all’epoca aveva le stesse dimensioni di FIAT) ne ha spesi 20, BMW (all’epoca più piccola di FIAT) ha speso 8 miliardi. Insomma, anche da un punto di vista squisitamente capitalista si può asserire che Romiti abbia brillato solamente negli attacchi contro i lavoratori.

Romiti guiderà la FIAT fino al 1998, al compimento di 75 anni, ricevendo una buonuscita di 105 miliardi delle vecchie lire[7].

Cesare Romiti è stato infine protagonista della vicenda giudiziaria che in epoca di Tangentopoli lo ha visto essere accusato di falso in bilancio, e condannato definitivamente nel 2000 dalla V^ Sezione penale della Cassazione di Roma a un anno di reclusione (pena ridotta di 20 giorni) e 6 milioni di multa, per false comunicazioni sociali, in relazione ai bilanci del gruppo FIAT tra il 1984 e il 1992. Nel 2003 la condanna verrà cancellata dalla Corte di Appello di Torino per depenalizzazione dei reati. 150 operai della FIAT di Arese si erano costituiti parte civile, in quanto i fondi occultati non sarebbero stati calcolati nello stipendio alla voce delle performances di gruppo[8].
Non ci accodiamo alla schiera di coloro che piangono la dipartita di un loro caro. Per noi Romiti rimane solamente un rappresentante del più cinico e parassitario capitalismo, che negli anni ha solo saputo sfruttare la classe lavoratrice, prima spremendo gli operai e poi gettandoli via, come si fa con i limoni.
Romiti ha avuto il “merito”, dal punto di vista padronale, di trasformare una situazione che in Italia poteva diventare esplosiva per le difficoltà seguite alla crisi petrolifera in una controtendenza che risolse la crisi con la riduzione di ogni pretesa “dal basso” e l’inizio di una stagione di arretramenti per la classe operaia.

Domenico Cortese e Daniela Giannini

Note:

[1] http://win.storiain.net/arret/num134/artic2.asp

https://www.ugomariatassinari.it/medico-della-fiat/

https://www.ugomariatassinari.it/sergio-palmieri/

[2] https://statusquaestionis.uniroma1.it/index.php/monetaecredito/article/viewFile/12662/12457

http://www.edizionieuropee.it/LAW/HTML/32/zn58_06_05d.html

[3] Si veda V. Giacché, Ascesa e caduta della FIAT

[4] https://www.lastampa.it/economia/2020/08/18/news/romiti-30-anni-dopo-la-marcia-dei-quarantamila-salvammo-i-sindacati-dalle-br-1.39204488

https://www.ildubbio.news/2020/08/18/addio-cesare-romiti-una-vita-per-la-fiat/L

[5] https://web.archive.org/web/20151216143214/http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=%2Farchivio%2Funi_1980_09%2F19800906_0001.pdf&query=

[6] V. Giacché, Cent’anni di improntitudine. Ascesa e caduta della FIAT

[7]https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/10/12/dipendenti-quasi-dimezzati-dalla-crisi-degli-anni.html#:~:text=Lavoratori%20presenti%20alla%20Fiat%20Auto,in%20cassa%20integrazione%20da%20dicembre.

[8]https://www.repubblica.it/online/cronaca/romiti/romiti/romiti.html#:~:text=la%20Repubblica%2Fcronaca%3A%20Bilanci%20Fiat%2C%20Romiti%20condannato%20a%20un%20anno&text=ROMA%20%2D %20Condanna%20per%20Cesare%20Romiti.&text=In%20quest’ultimo%20anno%2C%20in,quale%20Romiti%20%C3%A8%20stato%20condannato.

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Mirafiori, settembre 1980 - Il ricordo di Cremaschi


Tra le poche voci non encomistiche raccolte dai giornali in seguito allamorte di Cesare Romiti, ci sembra giusto segnalare questa intervista a Giorgio Cremaschi.

*****

Giorgio Cremaschi, già presidente del Comitato centrale della Fiom, e attualmente portavoce di Potere al Popolo non accetta la narrazione elogiativa di Cesare Romiti. Quaranta anni fa fu direttamente partecipe del più duro conflitto del sindacato dei metalmeccanici alla Fiat di Mirafiori: la fabbrica e gli altri stabilimenti furono bloccati per 35 giorni.

La Fiat non mollò ed il sindacato andò incontro ad una sconfitta “storica”: non seppe fronteggiare la “marcia di crumiri organizzata dal padrone” ci racconta Cremaschi. Molti lavoratori si suicidarono.

Lei su twitter ha scritto: ‘Riposi in pace Cesare Romiti. Ma se nell’ottobre 1980 avessimo vinto noi e non lui e Agnelli oggi l’Italia sarebbe un paese migliore‘. Vogliamo ampliare il discorso?

Insieme a Romiti voglio ricordare le centinaia di lavoratori che purtroppo si sono suicidati durante gli anni ’80 per le discriminazioni e la cassa integrazione. La nostra sconfitta e la vittoria di Romiti hanno rappresentato il punto di svolta affinché l’Italia divenisse quella che è oggi: un Paese liberista dove vige il dominio totale del mercato e delle imprese, dove il lavoratore è continuamente schiacciato in nome del profitto.

Il successo di Romiti è stato un passaggio di restaurazione come quello della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli Usa.

Vogliamo ricordare meglio cosa accadde nel 1980 e dopo?

Lo scontro vero era sul potere: la Fiat scelse di fare lo scontro per avere il controllo totale della forza lavoro e per distruggere le libertà che avevano i lavoratori. Lo scontro sindacale di merito era sulla cassa integrazione.

Noi non negavamo la necessità della cassa integrazione, ma volevamo che non fosse l’anticamera del licenziamento. Noi volevamo quella a rotazione, suddivisa tra tutti i lavoratori. La Fiat invece fece una lista di proscrizione di 23 mila persone, che voleva discriminare o perché non sufficientemente produttivi o perché sufficientemente sindacalizzati, che furono messe in cassa integrazione a zero ore.

Noi perdemmo la lotta e molti di questi rimasero per sempre in cassa integrazione: tra di loro tanti, non vivendo con gioia la cassa integrazione, a differenza di quello che si può pensare, si suicidarono per disperazione ed emarginazione.

In una intervista del 2010 a Repubblica Romiti disse: ‘l’esito di quella vicenda fu quello di riportare i sindacati di allora a una situazione di normalità, superando le infiltrazioni terroristiche che stavano nella loro base. Al tempo stesso la conclusione di quella vicenda consentì all’azienda di riprendere il suo cammino evitando il fallimento. Ma fu una vittoria che non venne per una mia volontà di umiliare il sindacato, ma venne perché i capi del sindacato non ebbero la forza di mettere nell’angolo le forze estremiste che avevano al loro interno‘. Cosa contesta di questa ricostruzione?

Praticamente tutto: è una ricostruzione ex-post, è la favola del vincitore. Il terrorismo era un fenomeno italiano su cui occorre ancora riflettere ma non c’entra nulla con lo scontro alla Fiat: Romiti voleva ripristinare il potere, il comando dell’azienda sui lavoratori, lo stesso che c’è oggi. Certo poi ci sono voluti 40 anni per arrivare allo schiavismo odierno ma tutto parte da lì.

In realtà c’è un elemento di verità nella ricostruzione di Romiti: lui non è mai stato un uomo di destra. Era un uomo del potere delle élite di centrosinistra. La svolta liberista sia nei gruppi dirigenti dei sindacati sia in quelli della sinistra ha avuto in lui un suo artefice.

Prodi, D’Alema e compagnia sono discepoli e non nemici di Romiti. Negli Usa e in Gran Bretagna fu la destra classica a fare la restaurazione liberista, da noi invece nacque anche all’interno di una parte della sinistra, quella che veniva chiamata riformista o migliorista.

La marcia dei quarantamila riuscì poi a fratturare l’unità tra i salariati del ceto medio e quelli della catena di montaggio.

La marcia dei 40mila fu in realtà una marcia dei 10mila: si è trattato di una delle prime grandi operazioni mediatiche di amplificazione di un processo. Furono precettate dalla Fiat da tutta Italia, organizzate politicamente.

Io ero nella Fiom di Brescia e sapevamo che avevano organizzato i pullman di tutti i capo reparto e dei responsabili e dipendenti delle concessionarie. Fu una marcia di crumiri organizzata dal padrone che fu presentata come un grande evento.

Lì si misurò l’incapacità del gruppo dirigente del sindacato di allora di reggere il confronto. Infatti finì in un dramma anche perché l’accordo fu respinto dalla grande maggioranza dei lavoratori Fiat e si aprì una di quelle grandi fratture che Romiti voleva, e non tra area estremista e vertici moderati, ma tra alto e basso, tra la base e i vertici.

Con quella sconfitta si perse una idea di democrazia che era quella della democrazia partecipata e non si è più ricostituita.

Che epigramma scriverebbe per Romiti?

Credeva nella lotta di classe più dei vertici di coloro che stavano dalla parte opposta alla sua.

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19/08/2020

Mirafiori, settembre 1980


Quel viaggio da Roma a Romiti, quando con Alfio Di Bella, fotografo e regista, scomparso nel 2009, andammo a vedere cosa stava succedendo alla FIAT di Romiti.

Il primo impatto furono i cancelli di Fiat Avio. Eravamo a Torino, era settembre. C’era una gigantografia di Karl Marx, in palese, quanto ironica, polemica con l’esposizione dell’immagine della Madonna davanti ai cancelli dei cantieri di Danzica. In agosto di quel 1980, Lech Walesa condusse alla vittoria Solidarność, provocando la prima profonda crepa nel sistema politico ed economico del socialismo reale, che di lì a qualche anno crollò, travolgendo anche il Muro di Berlino, e uno dopo l’altro i “paesi satelliti”, fino all’implosione definitiva dell’Urss.

Due storie di classe con esiti diversi, ma in un certo senso entrambi inattesi.

A Torino, l’attacco frontale alla classe operaia fu pianificato dalla famiglia Agnelli: si organizzarono le dimissioni di Umberto, il fratello dell’Avvocato, per mettere al suo posto il duro, bellicoso, e arrogante Cesare Romiti.

Il piano prevedeva “la ristrutturazione” della produzione, l’avvio del processo di robotizzazione degli impianti, che via via avrebbe allontanato per sempre dalla fabbrica migliaia e migliaia di operai. L’ingresso nella produzione manifatturiera di tecnologie sofisticate che arriva fino ai nostri giorni, col nome di Industria 4.0

Il momento politico sembrava propizio. Il movimento del ‘77 era in fase discendente, in seguito alla durezza della repressione della magistratura, che a partire dall’inchiesta “7 Aprile” ormai aveva carta bianca contro i collettivi del movimento. Il “caso Moro” scatenò la caccia senza quartiere non solo contro i militanti in clandestinità, ma contro le forme diffuse del dissenso: le carceri italiane si stavano riempiendo di detenuti politici.

Il PCI usciva male dall’esperienza del “governo di unità nazionale”, “il compromesso storico” era fallito: alle elezioni dell’anno prima scese sotto il 30% dei consensi elettorali, una parabola discendente che sarebbe risultata inarrestabile negli anni successivi. I sindacati erano in deficit di credibilità, fortemente messi in discussione dall’autonomia operaia, quella pratica politica che rivendicava estraneità alle tattiche governiste del PCI e soprattutto alla strategia della cogestione in fabbrica.

Si tenga conto che Luciano Lama, lo stesso che fu cacciato dagli studenti nel febbraio del ‘77 alla Sapienza di Roma, era ancora il segretario generale della CGIL, mentre il governo era diretto da Arnaldo Forlani, quello che, nei primi anni '90, diede vita al CAF – il famigerato accordo Craxi-Andreotti-Forlani – che naufragò di schianto contro gli scogli dell’inchiesta cosiddetta Tangentopoli.

La portata dello scontro in atto in Fiat non fu subito chiara, tuttavia la sensazione che stava per accadere qualcosa di molto significativo per l’intera classe operaia italiana e di conseguenza per la sinistra parlamentare e i movimenti sociali fu la leva che ci spinse ad andare a cercare l’occhio del ciclone.

Partimmo dunque alla volta di Torino, con molte domande, molta curiosità, molta preoccupazione e una telecamera.

Le prime riprese avvennero proprio davanti allo stabilimento di Fiat Avio. Quando ci videro, un delegato sindacale cominciò a inveire contro la tv di Stato che stava dalla parte dei padroni. Quando ebbe finito, gli spiegammo chi eravamo, e allora, con la stessa veemenza, il delegato riprese il microfono e cominciò a tessere le lodi della solidarietà che da ogni parte d’Italia giungeva alla classe operaia di Torino. Esagerazioni retoriche, che non corrispondevano esattamente alla realtà.

Il piano di attacco di Romiti aveva creato un profondo senso di disorientamento. La reazione si dimostrò frammentata, per non dire sporadica. Mentre lo scontro tra operai e capi, con il contorno delle guardie che tentavano di proteggere i crumiri era invece duro.

Davanti a uno del cancelli di Mirafiori, un operaio, che aveva sul volto i segni di uno scontro fisico, ci disse del clima pesante: istigati dall’arroganza di Romiti, capetti e guardioni sembravano volersi riprendere quello spazio di manovra che gli era stato negato negli anni delle lotte, dei cortei interni, delle assemblee, degli scioperi a gatto selvaggio. Soprattutto di notte, volavano cazzotti e sprangate tra gli operai ai picchetti e le guardie che tentavano sortite dei crumiri.

Torino sembrava narcotizzata. Come nell’attesa della sciagura incombente, la città assisteva allo scontro con una sorta di rassegnazione, come a sperare che il ciclone passasse senza fare troppi danni. In realtà, a partire proprio dai quei mesi cruciali, la città si sarebbe trovata a subire pesanti cambiamenti, che produssero laceranti mutamenti del tessuto sociale e produttivo, addirittura lo stesso senso di appartenenza alla tradizione di una città cresciuta attorno alla fabbrica.

Tutto a Torino dipendeva dalla fabbrica: lavorare, abitare, fare la spesa, muoversi, tutto era condizionato dal ritmo dei tre turni in fabbrica: mattino, pomeriggio e notte.

Fiat dava il ritmo alla vita, come il capovoga avrebbe dato il ritmo ai rematori, pestando sul tamburo della galea.

La nostra rete di accoglienza e ospitalità funzionava e riuscimmo a trovare sistemazioni abbastanza confortevoli. Passammo una notte in bella casa di Ivrea, dove nessuno di noi era mai stato. Ivrea che aveva forti sentori di Olivetti.

Non riuscimmo a incontrare nessuno dei collettivi di Torino. C’era disorientamento e anche molta cautela, molti sentivano sul collo il fiato caldo della repressione. Facemmo una puntata a Milano, ma anche lì il movimento sembrava non rendersi conto della portata degli avvenimenti.

In altri tempi, studenti e collettivi di quartiere delle grandi città si sarebbero mossi decisamente contro il progetto di Romiti, il cui vero obiettivo era non solo vincere la più grande vertenza mai scatenata da Fiat, ma umiliare la classe operaia, riprendersi il pieno controllo degli stabilimenti, dare un segnale totale di rottura tra fabbrica e territori. La ristrutturazione era anche e soprattutto un progetto politico.

È in questo contesto che matura la più grande sconfitta della classe operaia italiana, capace di disarticolare negli anni a venire la lotta di classe nel nostro paese.

Berlinguer andrà davanti al famoso Cancello 5 di Mirafiori a promettere di battersi a fianco degli operai, promessa che rimase non attuata né attuabile. Romiti giocò la carta della più smaccata provocazione: organizzò la famigerata “marcia dei 40 mila”. Entrarono in campo i segretari confederali di CGIL, CISL e UIL.

La vertenza fu tirata per le lunghe, per fomentare sfiducia e rassegnazione. Con l’interessamento del governo Forlani, le parti firmarono l’accordo che trasformò i licenziamenti in cassa integrazione. Col risultato di finanziare la ristrutturazione di un’impresa privata col danaro pubblico.

Vi furono numerosi episodi di suicidio tra operai espulsi: l’attacco portato alle “tute blu” arrivò in profondità, fin dentro la cultura operaia, mise in crisi l’etica del lavoro.

Riportammo a casa frammenti di verità. Appunti visivi di una realtà i cui contorni si sarebbero svelati negli anni successivi.

Non fu neppure facile raccontare la sensazione del fallimento epocale, quasi mancassero anche le stesse parole per dirlo. Oggi sappiamo che cosa intuimmo.

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18/08/2020

È morto Romiti, un “uomo nero” del capitalismo italiano

È deceduto a 97 anni Cesare Romiti. Ai più giovani è un nome che non dice nulla. Per un’altra generazione è l’uomo che guidò gli interessi della Fiat nel decisivo scontro di classe nel 1980 contro gli operai della principale fabbrica italiana e, conseguentemente, contro tutto il movimento operaio nel nostro paese.

Romiti è stato il volto dell’arroganza padronale e della determinazione nel mettere in ginocchio la classe operaia alla fine di un ciclo di emancipazione storica dei lavoratori e dell’intera società. Una emancipazione che mal si adattava agli interessi materiali ed ideologici del capitalismo in Italia.

Come molte altre, la sua è una storia che nasce dal basso ma che sin da subito si integra perfettamente con i poteri forti fino a diventarne un uomo di fiducia e di punta per tutto il lavoro sporco.

Nel 1947, a 24 anni viene assuntodal Gruppo Bombrini Parodi Delfino di Colleferro in provincia di Roma. Si tratta di una grande fabbrica di produzioni militari sotto il controllo della Difesa e dei servizi segreti italiani e statunitensi. Ne diventa il direttore finanziario. Per dare un’idea della valenza dell’impianto in cui il giovane Romiti fa la gavetta, insieme a lui lavora anche Mario Schimberni, quello che sarà il futuro presidente della Montedison.

Dopo la fusione con la Snia Viscosa, nel 1968, Romiti diventa direttore generale e qui inizia a costruire un rapporto di fiducia personale con Enrico Cuccia, ossia il principe nero di Mediobanca (il salotto dominante della finanza in Italia). Lo stretto rapporto con Cuccia gli farà da battistrada nel diventare il principale manager privato in Italia.

Dopo alcuni anni come amministratore delegato all’Alitalia, nel 1974, su richiesta di Gianni Agnelli, Cuccia lo segnala come direttore centrale di finanza, amministrazione e controllo del gruppo Fiat e nel 1976 ne diventa l’amministratore delegato.

La dolorosa ristrutturazione della Fiat nasce proprio in quel salotto privato di Mediobanca in cui Romiti è di casa. E sarà Romiti a pianificare lo scontro frontale per piegare gli operai della Fiat. Prima con i 61 licenziamenti politici nel 1979 e poi con i licenziamenti di massa nel 1980.

Il 5 settembre 1980 la Fiat mette in cassaintegrazione per 18 mesi 24mila dipendenti (quasi tutti operai). L’11 settembre – dopo una settimana di trattative con i sindacati – la Fiat annuncia 14.469 licenziamenti. Romiti, definisce i licenziamenti essenziali per non fare fallire l’azienda. Sono giorni e giorni di picchetti ai cancelli della fabbrica che viene addirittura occupata. L’allora segretario del PCI Berlinguer terrà un comizio ai cancelli della Fiat annunciando (in minoranza nella segreteria del Pci) il suo sostegno alla lotta.

Romiti, sostenuto dall’intero sistema politico/mediatico (La Repubblica inclusa per intendersi, con De Benedetti avrà un rapporto di odio/amore per anni ndr), accentua lo scontro e organizza la Marcia dei Quarantamila (impiegati e funzionari della Fiat ma anche commercianti ed esponenti dell’anticomunismo diffuso) in funzione antioperaia.

I sindacati Cgil Cisl Uil invece di rispondere chiamando alla mobilitazione il movimento operaio, calano le braghe e accettano il piano Fiat sulla cassa integrazione a zero ore che diventeranno poi licenziamenti veri e propri. Nelle assemblee operaie negli stabilimenti Fiat i sindacalisti verranno presi a ombrellate, contestati e rincorsi dagli operai che si sentono traditi. Con la sconfitta del 1980 alla Fiat inizierà il ciclo regressivo delle conquiste sociali e sindacali nel nostro paese.

Con la sconfitta degli operai alla Fiat e il rapporto fiduciario con il banchiere dei banchieri Enrico Cuccia, Romiti condizionerà anche la stessa famiglia Agnelli e diventa il manager più potente d’Italia fino a metà degli anni ’90. Dimessosi dalla Fiat (con una buona uscita di 105 miliardi più 99 per il patto di non concorrenza, ndr), passerà alla Gemina, la finanziaria che controllava il gruppo editoriale Rcs (Corriere della Sera).

Insomma Romiti è stato un vero e proprio “Uomo nero” del capitalismo italiano, spietato e potentissimo, sia contro gli operai sia verso i competitori nel suo mondo. Il fatto che nel 2009 sostenne l’appello all’unità per far eleggere Napolitano a Presidente della Repubblica (in contrasto con Berlusconi) gli ha assicurato la pubblica benevolenza da salvatore della patria del tutto immeritata.

La dipartita di Romiti non merita neanche una lacrima.

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30/06/2020

Il concerto di Bob Marley non fu solo un concerto

Io c’ero, al concerto di Bob Marley allo Stadio Comunale di Torino, il 28 giugno del 1980. Non per la musica, che non amavo, bensì per l’importanza dell’evento.

Andai davanti ai cancelli dello stadio senza biglietto, ben sapendo che alcuni di loro erano controllati da “compagni” del Movimento, che conoscevo e che mi fecero, insieme ad altre centinaia di persone, entrare gratis.

Mi misi ai lati del prato, all’altezza del centro campo, non troppo distante dal palcoscenico, sotto il quale si era formata una nuvola di polvere dolciastra a causa del numero spropositato di “canne”.

Di quel concerto, ricordo il piacere di stare in mezzo a quella folla variegata di persone: quella diversità mi affascinava e, al contempo, mi turbava. Mi sembrava impossibile che l’euforia che la folla sprigionava fosse depressiva, sterile, incapace di trasformarsi in una grande eresia collettiva.

Lo ricordo davvero: tutto intorno a me stavano, con gli occhi dilatati dalla gioia, migliaia di persone, dei piccoli soli che splendevano senza però bruciare. Mi sembrava di assistere a una funzione mistica, a una sorta di rito collettivo della dimenticanza. Divinità dello sballo.

Stava per essere sferrato il colpo di grazia al grande movimento di trasformazione iniziato nel biennio 1968-69.

Soltanto alcuni mesi prima del concerto di Bob Marley, nell’ottobre del 1979, la Fiat licenziò 69 sindacalisti accusati di violenza e di contiguità con il terrorismo. Le accuse erano false – e tali si rivelarono anche in sede processuale; ma segnarono l’inizio della grande offensiva padronale contro i diritti dei lavoratori.

Nel maggio del 1980 la Fiat annunciò la cassa integrazione per 78mila operai e, nel mese di settembre, il licenziamento di oltre 14mila lavoratori. Iniziò uno sciopero eroico, durato 35 giorni, che culminò con la famigerata “marcia dei quarantamila” (quadri e impiegati che si mobilitarono contro lo sciopero) e con la firma di un accordo favorevole alla Fiat, che infatti fu contestato duramente dalla base.

Ricordo molto bene la manifestazione che si svolse, subito dopo la firma dell’accordo, davanti ai cancelli e che si spostò sino alla palazzina principale di Fiat Mirafiori, quella dei dirigenti. Fu una manifestazione molto dura, ma che portava a spasso, insieme alla rabbia, la certezza di una sconfitta epocale. Mille, forse duemila persone, non di più.

Nessuna nuvola dolciastra, quel giorno; e nessuna euforia. Cominciavano gli Anni 80, quelli “del riflusso”. E cominciava la ristrutturazione della società in chiave liberista.

Il concerto di Bob Marley non fu solo un concerto. Quella folla saltellante non si accorse dello schiaffo che, facendoci cadere malamente, ci consegnò a uno dei periodi più bui della nostra storia – che non a caso culminerà in due eventi anch’essi epocali: l’avvento della televisione commerciale, che contribuirà a degradare immaginario e linguaggio, e la precarizzazione del lavoro.

Cosa importa poi che il concerto sia stato piacevole?

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25/06/2020

10 anni fa la svolta reazionaria contro il lavoro che oggi ritorna

Proprio in questi giorni, dieci anni fa si svolgeva il referendum ricatto di Pomigliano, dove i lavoratori furono costretti a scegliere tra il licenziamento e la rinuncia al contratto nazionale.

Un referendum voluto da Sergio Marchionne e gestito in un clima di intimidazione e ricatto degni di una dittatura, ma presentato dal sistema mediatico e da quello politico, tutti complici, come una grande scelta di “democrazia”.

Questo atto di violenza privata tramite voto, con gli operai che votavano sotto l’occhio vigile dei capireparto, raccolse un dissenso imprevisto. Quasi il 40% disse NO, la maggioranza degli addetti alle catene di montaggio. Marchionne come tutti i tiranni si aspettava un 90% di sì e ne fu contrariato.

Sarà per questo che la FIAT mise subito nel cassetto il tanto propagandato progetto chiamato “Fabbrica Italia”, che prevedeva 20 miliardi di investimenti. Tutti quei piani restarono sui titoli dei giornali e nelle menzogne dei politici che li avevano strombazzati.

Oggi la FIAT non esiste più, è una società americana che si appresta a diventare francese con sede legale in Olanda.

Ma se quel referendum si rivelò essere per ciò che era – un imbroglio – enormi furono le sue conseguenze per i lavoratori ed il paese. Nel pieno della crisi economica allora scoppiata, Sergio Marchionne indicò la via da percorrere alla classe politica ed economica del paese: la distruzione dei residui diritti e libertà dei lavoratori per ottenerne il pieno asservimento all’impresa.

Allora i lavoratori venivano già da anni di sacrifici e sembrava dunque arduo pretendere ancora da essi, ma Marchionne aprì la via ad una nuova fase e dimensione dello sfruttamento.

Le leggi di Monti e Fornero, quelle di Renzi, che distruggevano diritti che sembravano solidi e che fino ad allora erano stati difesi, poterono affermarsi perché a Pomigliano quella difesa era stata infranta.

Così oggi la classe operaia italiana è quella più sfruttata ed oppressa d’Europa, quella che ha perso di più. Allora solo la Fiom ed i sindacati di base si opposero, oggi la Fiom è rientrata, con la CGIL, nel concerto confederale e siamo al dilagare di uno sfruttamento del lavoro che dieci anni fa era ancora impensabile.

Il referendum a Pomigliano segnò una svolta reazionaria che dalla fabbrica si estese nella politica e nella cultura del paese, alimentando la distruzione della solidarietà e la guerra tra i poveri. Anche Salvini deve ad esso le sue fortune.

Oggi il nuovo presidente degli industriali Carlo Bonomi, di fronte alla catastrofica crisi economica, cerca di riproporre la stessa scelta di Marchionne, con lo stesso codazzo di intellettuali che abbelliscono di scenari futuribili l’orrore della realtà, di sindacalisti pronti a firmare qualsiasi accordo, di politici di tutti gli schieramenti al servizio dei padroni.

Perché nonostante il degrado attuale delle condizioni di chi lavora, la fantasia perversa dei padroni ha già individuato nuove vie per farle scendere ancora più in basso.

“No, dai, questo non è possibile”, si diceva allora come oggi. E invece sì perché il solo limite allo sfruttamento è quello imposto dalla resistenza e dalla lotta contro di esso. Perché se non si costruiscono la rottura e l’alternativa al capitalismo liberista, questo continuerà ad imporre la propria ferocia come unica soluzione possibile.

Ricordiamo dunque il referendum di Pomigliano come un passaggio buio per la nostra democrazia e per la nostra Costituzione, che può oggi riproporsi con conseguenze ancora più gravi.

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13/03/2019

Termini Imerese e le altre. L’imbroglio della reindustrializzazione

Sono stati arrestati per furto di fondi pubblici i padroni di Bluetec, cioè dell’azienda che avrebbe dovuto reindustrializzare lo stabilimento di Termini Imerese, chiuso impunemente dalla FIAT come tante altre fabbriche del gruppo.

Quando si chiude una fabbrica oramai è prassi che il governo in carica convochi le “parti sociali” e verifichi che i lavoratori sono in mezzo ad una strada, ma che il padrone non cambia idea, perché chiudendo guadagna di più. Così alla fine governo e CGILCISLUIL prendono atto che il padrone se ne frega e a lavoratori disperati propongono di accettare la chiusura della loro fabbrica, in cambio della cassaintegrazione e della promessa della reindustrializzazione.

E così dopo un po’ arriva un imprenditore che si presenta come un cavaliere bianco salvatore del lavoro, ma che poi si rivela un nero avvoltoio.

A Termini Imerese ci ha pensato la magistratura a mettere la parola fine alla finzione truffaldina della reindustrializzazione. In tanti altri luoghi non c’è stato l’intervento del giudice, ma il risultato per i lavoratori è stato lo stesso. Alle Acciaierie di Piombino tutto è fermo, alla Irisbus di Avellino, anch’essa chiusa da Marchionne, quasi, alla Embraco di Torino, il cui accordo è stato il vanto di Calenda, i lavoratori son tutti in mezzo ad una strada.

NESSUNO dei tanti accordi di presunto salvataggio delle fabbriche chiuse ha mai funzionato, perché erano tutti accordi fondati su tre presupposti sbagliati, colpevolmente sbagliati.

Il padrone che chiude, spesso grande azienda o multinazionale ricchissima, non paga niente per davvero.

Lo stato non interviene per far continuare l’attività produttiva e quindi rendere l’azienda appetibile sul mercato, ma butta via i soldi in fantomatici programmi.

La ricerca della nuova impresa avviene fidandosi di ogni furbone che passi da quelle parti.

Governi e CGILCISLUIL in questi anni hanno venduto a lavoratori disperati, speranze che non avrebbero MAI potuto realizzare. Questi accordi erano tutti destinati a fallire dal primo giorno in cui venivano sottoscritti perché erano costruiti sul nulla. Eppure dopo che sono falliti TUTTI, si continua a riprodurli con lo stampino.

BASTA.

Non bisogna lasciar chiudere le fabbriche e portare via macchinari e produzione. E lo Stato deve dire al padrone che chiude: o continui, o la tua fabbrica sarà ESPROPRIATA come previsto dalla Costituzione.

Rivendicare intervento pubblico e NAZIONALIZZAZIONI è troppo? Bisogna ancora affidarsi al mercato?

Allora rassegniamoci all’imbroglio perché accordi come quello di Termini Imerese sono destinati al fallimento e al disastro sociale. E tutti gli accordi di crisi sono più o meno come quello che non ha salvato la fabbrica siciliana.

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