Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
06/07/2026
Fondi pensione e gestione privata. Il primo luglio è stato un bel giorno per BlackRock
Dal primo luglio entra in vigore la nuova normativa sui fondi pensione. Per gli assunti, nel settore privato, da quella data scatta il silenzio assenso per cui, se entro 60 giorni non viene manifestata una chiara volontà in senso contrario, i contributi finiranno nel fondo pensione della categoria. Se ci sono più fondi, andranno a quello che ha maggiori iscritti e se non ci sono fondi andranno al Fondo Cometa, che riguarda i lavoratori metalmeccanici.
A rendere l’adesione ai fondi privati ancora più incentivata concorre una riduzione del carico fiscale, che si manifesta in termini di deducibilità fino a 5.300 euro e in termini di aliquota più bassa sulle plusvalenze, fissata al 20% invece che al 26%. Vale la pena ricordare che questo beneficio significa per lo Stato una minore entrata di circa sei miliardi di euro l’anno, che vanno a beneficio di meno del 40% dei lavoratori e delle lavoratrici del settore privato. Naturalmente il minor gettito lo pagano tutti gli altri.
Ma a colpire è un altro dato. Chi gestisce i fondi, a cominciare dallo stesso Fondo Cometa dei lavoratori metalmeccanici? Il fondo ha un suo Consiglio di amministrazione e un collegio sindacale che sono composti per il 50% da rappresentanti dei sindacati e per il 50% da rappresentanti dei datori di lavoro. Il Cda, come è ovvio, non gestisce l’enorme disponibilità finanziaria – stiamo parlando di 13-14 miliardi di euro – che proviene dai contributi, ma la affida ai grandi gestori internazionali che decidono dove impiegare questi stessi contributi.
Il principale è BlackRock che usa come “depositario” e garante State Street Bank in una filiera dove gran parte di quel risparmio finisce nelle società di cui BlackRock è azionista, naturalmente rigorosamente domiciliate in terra Usa e, spesso, con sede in Delaware (a fiscalità agevolata). In questo senso l’automatismo dell’adesione ai fondi privati di categoria determinerà un trasferimento di una fetta rilevante del risparmio italiano, circa 74 miliardi di euro l’anno, verso le Borse Usa, ridurrà le disponibilità dell’Inps e sottrarrà risorse al sistema produttivo del nostro Paese.
La finanziarizzazione, tuttavia, non finisce qui perché dal 31 ottobre entrerà in vigore la piena “portabilità” dei fondi negoziali di categoria che potranno essere affidati dal singolo lavoratore a una banca o a una assicurazione, mutandone la natura da fondi chiusi in veri fondi aperti dove il peso dei grandi gestori, come BlackRock, sarà ancora maggiore. La recente riforma introdotta con la Legge di Bilancio 2026 (la 199/2025) ha effettivamente segnato un punto di svolta nel sistema della previdenza complementare italiana. Il fulcro della questione è la piena portabilità, fino ad ora non consentita, del contributo datoriale, una misura che permette al lavoratore di trasferire non solo il proprio capitale e il Tfr, ma anche la quota a carico dell’azienda, da un fondo negoziale (chiuso) a un fondo aperto o a un Piano individuale pensionistico (Pip), gestiti da banche e assicurazioni.
Il governo ha giustificato questa misura con un argomento principale. Prima della riforma, se un lavoratore decideva di passare a un fondo privato, perdeva il diritto al contributo che il datore di lavoro è obbligato a versare solo nel fondo di categoria (negoziale). Il governo sostiene che “liberare” questo contributo stimoli la concorrenza tra i gestori, spingendoli a offrire rendimenti migliori per non perdere iscritti; un’affermazione davvero incredibile data la pressoché totale situazione di monopolio esistente tra i grandi gestori, a partire da BlackRock, a cui, con questa misura, arriveranno molto più facilmente i risparmi italiani.
Ma i contorni della trasformazione sono ancora più profondi. I fondi negoziali hanno costi di gestione bassissimi (spesso sotto lo 0,5%). I fondi aperti e i Pip, venduti da banche e grandi gestori internazionali (come BlackRock, che attraverso i suoi prodotti di investimento è il principale partner di molte banche), hanno costi decisamente superiori (anche oltre l’1,5-2%). Nel lungo periodo, commissioni più alte possono “mangiare” una fetta enorme della pensione finale.
In questo senso, i grandi gestori globali, BlackRock in primis, spingono da anni per una privatizzazione del sistema pensionistico europeo (si veda il Prodotto pensionistico individuale europeo, Pepp). Rendere il contributo datoriale “portabile” significa aprire un mercato di miliardi di euro alla gestione privata, a discapito dei fondi collettivi gestiti pariteticamente da sindacati e imprese.
Naturalmente in tale ambito diventa fondamentale l’azione di “marketing”. Le banche hanno una rete di vendita capillare che i fondi negoziali non hanno. Il rischio è che i lavoratori vengano convinti a trasferire i propri fondi verso strumenti privati più costosi e non necessariamente più performanti.
L’impatto finanziario di tale modifica sarà così forte che il 29 maggio scorso i sindacati e le associazioni datoriali hanno firmato un “avviso comune” per limitare gli effetti di un simile accelerazione, ma si tratta di un avviso, appunto, che certo potrà poco contro la norma di legge dove è prevista la portabilità piena.
I sindacati, nella loro trasformazione in produttori di servizi, stanno diventando sempre più uno strumento di finanziarizzazione del risparmio dei lavoratori e delle lavoratrici.
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03/07/2026
I meloniani di CGIL-CISL-UIL
di Giorgio Cremaschi
E così Giorgia Meloni ha fatto filotto.
Dopo l’invito al congresso della CGIL, non appena era stata eletta Presidente del Consiglio; dopo la calda accoglienza nel sindacato di casa, la CISL; ora Meloni ha raccolto grandi applausi dalla UIL. Ci sta.
Giorgia Meloni ha trionfalmente ricordato di essere l’unico capo di governo che è intervenuto in tutti i congressi dei tre sindacati confederali. E ha anche vantato che la piattaforma del governo sul “salario giusto” sia la stessa di CGIL-CISL-UIL. È proprio così.
I sindacati guidati da Landini, Fumarola e Bombardieri, al di là delle chiacchiere, stanno assieme al padronato e al governo nelle peggiori schifezze. Ultima è il sequestro del tfr dei nuovi assunti, a favore dei fondi pensione di cui CGIL-CISL-UIL sono promotori e cogestori.
Il segretario della UIL ha elogiato Meloni, affermando che mai il sindacato aveva ricevuto tanta positiva attenzione dal governo. È tutto reciproco.
Del resto CGIL-CISL-UIL da più di trent’anni firmano contratti al ribasso che non recuperano neanche l’inflazione; e ora propongono alle controparti imprenditoriali un altro patto sociale, che continui questa politica sindacale in perdita. In perdita per i lavoratori naturalmente, ma non per le burocrazie sindacali, che in cambio della loro complicità hanno raccolto ruolo e riconoscimento. E ora è arrivato anche il plauso di Giorgia Meloni.
In questo collaborazionismo confederale con padronato e governo, la posizione della CGIL è forse quella più penosa, perché da un lato fa proclami di lotta, dall’altro accetta tutto quello che passa il convento.
Così Meloni, mentre va in difficoltà su tutto, proprio con CGIL-CISL-UIL raccoglie ancora successi. E questo oramai non dovrebbe stupire nessuno.
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01/07/2026
Dal 1° luglio adesione automatica, il TFR va ai fondi: l'ennesimo giro di vite del silenzio-assenso
Dal 1° luglio 2026, per direttiva COVIP e in attuazione della Legge di Bilancio 2026, scatta un meccanismo che definire “adesione automatica” è un eufemismo: si tratta, nei fatti, di un'iscrizione d'ufficio ai fondi pensione privati. Il lavoratore neoassunto viene considerato “aderente” fin dal primo giorno di lavoro, salvo che non eserciti, entro il termine perentorio di 60 giorni, una rinuncia esplicita. Non sceglie: deve disdire. Non aderisce: viene aderito. È il rovesciamento di ogni logica di libera scelta in materia previdenziale, ed è bene chiamarlo con il suo nome: un esproprio per via amministrativa del salario differito.
Si riduce, rispetto al passato, anche il tempo a disposizione per riflettere: da sei mesi a soli 60 giorni, un termine palesemente insufficiente per un lavoratore alle prime settimane di un nuovo impiego, spesso in periodo di prova, magari precario, che si vede recapitare moduli e informative complesse proprio nel momento in cui ha tutt'altro a cui pensare. Il “silenzio” di chi non ha gli strumenti, il tempo o le informazioni per scegliere viene trasformato per legge in un “assenso” vincolante e, una volta scaduto il termine, sostanzialmente irreversibile.
Chi controlla la destinazione di questo fiume di denaro? La normativa stabilisce una gerarchia: in primo luogo i fondi previsti dai contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali; in assenza di accordi, il fondo di categoria. Ma la quasi totalità dei fondi negoziali di categoria – COMETA per i metalmeccanici, FONCHIM per i chimici, FON.TE per il terziario, e così via – sono governati da Consigli di Amministrazione a composizione paritetica, metà espressione delle associazioni datoriali e metà designati dalle stesse organizzazioni sindacali – CGIL, CISL e UIL – che, contestualmente, negoziano i contratti collettivi che indirizzano automaticamente il TFR proprio verso quei fondi.
Non è una questione di dietrologia: è scritto nei siti istituzionali degli stessi fondi. Il conflitto d'interesse è strutturale e conclamato: chi siede al tavolo della contrattazione che decide dove deve confluire automaticamente il TFR dei lavoratori è lo stesso soggetto che poi siede nei Consigli di Amministrazione di quei fondi, ne nomina i vertici, ne percepisce i relativi compensi. Da tempo denunciamo questo cortocircuito, ricordando come i vertici confederali siedano poi sulle poltrone dei CdA dei fondi privati pagati, in ultima analisi, dai contributi dei lavoratori stessi.
Con l'adesione automatica questo meccanismo non viene scalfito: viene moltiplicato. Più lavoratori “silenti” significano più masse di TFR convogliate automaticamente verso i fondi negoziali, più patrimoni gestiti, più commissioni di gestione, più peso istituzionale per chi quei fondi li amministra. Il cerchio si chiude: il sindacato che dovrebbe difendere il salario del lavoratore diventa, al tempo stesso, il soggetto che beneficia, in termini di potere e di rappresentanza, del dirottamento di quel salario verso la previdenza privata.
I fondi negoziali, va detto con chiarezza ai lavoratori, non gestiscono direttamente un euro: affidano le risorse raccolte, tramite bandi e mandati di gestione, a società finanziarie internazionali. Basta consultare la documentazione pubblica dei fondi per scoprire che tra i gestori finanziari incaricati compaiono colossi come BlackRock Investment Management, accanto ad altri grandi player come Amundi, Allianz Global Investors, Eurizon, Generali Insurance Asset Management. Il TFR dei metalmeccanici, dei chimici, dei lavoratori del terziario, una volta “automaticamente aderito”, viene così trasferito nei portafogli gestiti da uno dei più grandi gestori patrimoniali del pianeta, con masse complessive nell'ordine di migliaia di miliardi di dollari investiti su scala globale.
Il punto non è tecnico, è politico: i lavoratori non scelgono questi gestori, non li conoscono, non hanno voce in capitolo sulle politiche di investimento concretamente adottate, e nella stragrande maggioranza dei casi non sanno nemmeno che il proprio TFR, attraverso il fondo di categoria, finisce nei portafogli di BlackRock o di soggetti analoghi. La governance “paritetica” dei fondi, tanto sbandierata come garanzia di trasparenza, lascia in capo agli iscritti zero potere reale sulle scelte di investimento quotidiane: quelle restano nelle mani dei gestori professionali selezionati dai CdA.
Non si tratta di insinuazioni: è documentazione pubblica, raccolta da organizzazioni indipendenti, da campagne internazionali per la finanza etica e persino da relatori speciali delle Nazioni Unite. Il rapporto “Dall'economia di occupazione all'economia del genocidio” della relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha documentato come BlackRock e altri grandi gestori figurino tra i principali azionisti istituzionali di società strettamente legate al settore della difesa e della sicurezza israeliana, oltre ad aver acquistato titoli di debito pubblico (war bond) utilizzati da Israele per finanziare le proprie spese belliche. Diverse inchieste giornalistiche, dal manifesto a testate di settore, hanno ricostruito come BlackRock figuri tra i principali investitori istituzionali in gruppi come Lockheed Martin, Raytheon (RTX), Boeing e Caterpillar, tutte società coinvolte, a vario titolo, nella fornitura di armamenti e mezzi impiegati nei conflitti in corso in Medio Oriente, Palestina e Libano.
Sul fronte della sorveglianza, un report del 2022 dell'organizzazione Corporate Accountability ha segnalato la presenza di BlackRock tra gli azionisti di Axon Enterprise, fornitore di tecnologie di sorveglianza e armamento non letale per le forze di polizia, mentre inchieste giornalistiche internazionali hanno più volte evidenziato le partecipazioni del gestore in colossi tecnologici impegnati nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale, analisi dati e riconoscimento facciale utilizzati anche in contesti di controllo di massa e di conflitto. Il rapporto “Don't Bank on the Bomb”, che monitora i finanziatori dell'industria delle armi nucleari a livello globale, colloca stabilmente BlackRock tra i principali investitori istituzionali del comparto, con partecipazioni per centinaia di miliardi di dollari complessivi nel settore.
Questo è il punto che nessuna informativa aziendale sul TFR riporterà mai ai neoassunti: aderendo, anche solo per inerzia, al meccanismo del silenzio-assenso, una quota del proprio salario differito può finire, attraverso passaggi di gestione indiretti, ma documentati, in un ecosistema finanziario che lucra anche su armamenti, conflitti e sorveglianza di massa. Non è un'opinione: è ciò che emerge incrociando la composizione azionaria pubblica di questi gestori con le inchieste indipendenti citate.
Tutto questo si innesta su un disegno più ampio, denunciato da decenni dal nostro sindacato: lo smantellamento progressivo della previdenza pubblica solidale e a ripartizione, sostituita con un sistema contributivo che già oggi promette pensioni sempre più povere, per spingere i lavoratori verso la previdenza integrativa privata come unica via di salvezza.
Prima si tagliano le pensioni pubbliche, poi si propone come soluzione un sistema che trasforma un diritto certo – il TFR, rivalutato per legge – in un capitale esposto al rischio dei mercati finanziari, ai costi di gestione, alle commissioni, alle crisi cicliche delle borse mondiali.
Il TFR lasciato in azienda matura una rivalutazione certa per legge (1,5% fisso più il 75% dell'inflazione ISTAT). I fondi pensione, al contrario, non garantiscono alcun rendimento: si sa quanto si versa, non si sa quanto si percepirà. Le crisi finanziarie del passato, dal crollo dei mercati nel 2008 alle turbolenze più recenti, hanno mostrato comparti azionari dei principali fondi negoziali italiani in territorio negativo anche a doppia cifra in singole annualità, mentre il TFR tradizionale continuava a rivalutarsi secondo i parametri di legge. È la dimostrazione plastica di chi corre il rischio e di chi, invece, incassa comunque le commissioni: i gestori finanziari e, indirettamente, l'apparato che attorno a questi fondi si è costruito.
USB rivendica chiaramente:
- NO all'adesione automatica e al silenzio-assenso: ogni lavoratore deve scegliere in modo libero, informato e consapevole, con tempi adeguati e non sotto pressione nei primi giorni di lavoro.
- Trasparenza totale sulla composizione dei portafogli dei fondi pensione negoziali: i lavoratori hanno il diritto di sapere esattamente dove vengono investiti i propri soldi.
- Fine del conflitto d'interesse strutturale tra contrattazione collettiva e governance dei fondi pensione: chi siede nei CdA non può essere lo stesso soggetto che negozia l'automatismo di adesione.
- Difesa e rilancio della previdenza pubblica, solidale e a ripartizione, come unica vera garanzia contro la povertà pensionistica, contro la logica che scarica sui lavoratori il rischio dei mercati finanziari.
- Esclusione esplicita, nei criteri di investimento dei fondi pensione, di qualsiasi esposizione verso società operanti nel settore degli armamenti, della sorveglianza di massa e dei conflitti in corso, a partire da Palestina e Libano.
Il salario differito è nostro: non si tocca, non si gioca in borsa, non si automatizza.
USB Lavoro Privato
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23/06/2026
Cgil-Cisl-Uil approvano un’ipotesi di accordo per lasciare tutto inalterato
È stata resa pubblica la piattaforma di Cgil, Cisl e Uil su contratti e rappresentanza.
“Cgil, Cisl e Uil condividono la necessità di intervenire sui temi relativi al modello contrattuale, alla crescita dei salari, alla rappresentanza sindacale e datoriale e la sua certificazione”. Inizia così il documento per un accordo quadro che la triplice ha appena inviato alle associazioni datoriali, che sembrerebbe introdurre una serie di proposte o punti di qualche rilievo che possano produrre sostanziali modifiche al sistema dei contratti e favorire una ripresa del salario.
Nel resto del documento, però, in questa direzione c’è poco o niente. Il sistema contrattuale viene interamente confermato, con una dichiarazione di intenti ad allargare l’area delle aziende dove realizzare la contrattazione di secondo livello, non si sa bene con quali strumenti ed in base a quali passaggi concreti.
Sui salari la proposta, se così si può dire, è ancora più deprimente: viene confermato il riferimento all’indice IPCA NEI (cioè quello depurato dei prezzi dei prodotti energetici) che in passato la Cgil aveva respinto, e sostenuta una generica necessità di tenere agganciati i salari al costo della vita. In particolare si fa riferimento alla necessità di adeguare le retribuzioni all’andamento dei prezzi attraverso verifiche annuali, dimenticando che la maggioranza dei rinnovi contrattuali che hanno firmato queste stesse sigle sindacali si sono tenuti ben al di sotto dell’inflazione reale.
Nel testo c’è poi una parte dedicata a definire con più chiarezza cosa debba intendersi per TEM (trattamento economico minimo) e TEC (trattamento economico complessivo) e qui si scopre il vero intento dell’Accordo quadro: provare a rintuzzare l’operazione del governo Meloni, che con il decreto 1° maggio di quest’anno ha introdotto il “salario giusto” con il quale si santificano le retribuzioni attuali, comprese quelle dei contratti pirata.
In fondo a Cgil, Cisl e Uil non interessa produrre un rialzo dei salari ma solo garantirsi l’esclusiva della contrattazione e perciò provano a dare una definizione più stringente del TEC al fine di evitare l’equiparazione tra i loro contratti e quelli pirata.
Ma l’errore politico originale è stato accettare che il terreno del confronto si spostasse progressivamente dal salario diretto al trattamento economico complessivo (il TEC). In questo modo il TEM, cioè il nucleo salariale certo e comparabile, è stato messo in secondo piano proprio quando sarebbe servito un parametro semplice e trasparente, utile anche per una legge sul salario minimo.
Infine, sul tema della rappresentanza Cgil, Cisl e Uil confermano gli accordi precedenti e si impegnano “ad estendere le elezioni delle RSU anche nelle realtà di minori dimensioni”: che si siano accorti che per milioni di lavoratori il sindacato semplicemente non esiste?
Per il resto, il documento riproduce alcuni luoghi comuni e frasi di circostanza in un nulla di proporzioni cosmiche. Se per la Cisl in fondo si tratta di aver raggiunto l’obiettivo di tenere a freno qualsiasi ipotesi di conflittualità, per la Cgil è la pietra tombale su qualsiasi idea di sindacato vicino ai lavoratori.
Un sindacalismo così incapace di cogliere lo spirito dei tempi, e indisponibile a cogliere l’aumento esponenziale dello sfruttamento del lavoro, l’Italia non lo aveva mai avuto. Con questo accordo Cgil, Cisl e Uil toccano decisamente il punto più basso della loro storia.
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20/06/2026
CGIL-CISL-UIL sostengono Meloni
di Giorgio Cremaschi
Il 17 giugno CGIL-CISL-UIL hanno sottoscritto tra loro un patto che peggiorerà ancora le condizioni delle lavoratrici dei lavoratori e che rappresenta un chiaro sostegno al governo Meloni e alla sua politica del lavoro.
Il documento delle segreterie confederali ha lo scopo di aprire un negoziato per giungere a un “accordo quadro” con tutte le principali controparti imprenditoriali, dalla Confindustria, alla Confcommercio, alla Confedilizia, eccetera. Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto, in modo, questo è ciò che enunciano le confederazioni, di evitare i cosiddetti “contratti pirata”.
Sostanzialmente CGIL-CISL-UIL propongono di estendere a tutti i settori lavorativi il “Patto della Fabbrica”, sottoscritto con la Confindustria nel 2018. A sua volta quell’accordo riassumeva (e peggiorava) trent’anni di patti di concertazione, a partire da quelli del ’92/’93 che abolirono la scala mobile, ridussero il contratto nazionale al recupero, in ritardo e parziale, del potere d’acquisto e la contrattazione aziendale alle elargizioni dell’impresa.
Come sappiamo i lavoratori italiani sono gli unici, tra quelli dei paesi dell’OCSE, ad aver perso potere d’acquisto negli ultimi decenni ed è evidente a tutti, tranne che ai gruppi dirigenti confederali, che i tanti accordi di concertazione centralizzata tra le “parti sociali” siano corresponsabili di questo disastro.
Dalla sigla del Patto della Fabbrica nel 2018 ad oggi, secondo l’Istat i salari dei lavoratori hanno perso dall’8,5 all’11% rispetto all’inflazione, una mensilità in meno.
Ebbene, invece che trarre un bilancio dal fallimentare accordo sottoscritto, le confederazioni si propongono di estenderlo a tutti i settori.
Nella proposta sindacale è ribadita la distinzione tra TEM, trattamento economico minimo, la paga base dei contratti nazionali, e TEC, trattamento economico complessivo, tutto il resto, compresa l’eventuale riduzione d’orario, i benefit, la sanità privata e quant’altro.
È bene sottolineare che questo concetto pseudo sindacale del trattamento economico complessivo è alla base del decreto del Governo Meloni sul “salario giusto”, che ha escluso il salario minimo di legge.
Se un contratto nazionale ha una paga contrattuale di 6 euro all’ora, ma poi si distribuisce nella paga oraria tutto ciò che il lavoratore percepisce, o ciò di cui usufruisce, in un anno, si arriva magari a 11 e più euro. Che in realtà sono fittizi.
Il TEC è un trucco contabile che serve a far sembrare i salari più alti di quello che sono davvero. Lo hanno inventato CGIL-CISL-UIL e Confindustria, ora lo adotta di buon grado il governo.
Il sistema riproposto da CGIL-CISL-UIL prevede che gli aumenti dei contratti nazionali siano determinati dal famigerato IPCA-NEI , un indice dell‘inflazione sempre in ritardo e che esclude i “beni energetici importati”. Si proprio così, i lavoratori pagano l’aumento del gasolio, ma non possono recuperarlo nei contratti. Tutto il resto va giustificato con l’aumento della produttività.
Insomma è vietato chiedere un aumento delle paghe dei lavoratori solo perché esse sono troppo basse. È il rifiuto del conflitto sociale e di classe che diviene sistema contrattuale; se nel 1969 ci fossero state le regole contrattuali di oggi, i lavoratori non avrebbero conquistato nulla.
L’accordo quadro e la centralizzazione della contrattazione non servono ai lavoratori, ma agli apparati di CGIL-CISL-UIL e anche a quelli delle loro controparti. Sindacati e imprese costruiscono un proprio sistema, che si autolegittima e che respinge interventi esterni, siano essi della politica che degli stessi lavoratori.
È un patto corporativo di contenimento dei salari, è il trionfo del modello CISL, che va benissimo a Giorgia Meloni, che ha pure assunto al governo l’ex segretario di quel sindacato.
Quanto alla CGIL, la sua è una resa, almeno rispetto a quanto essa stessa proclamava. La CGIL abbandona il salario minimo di legge, il rifiuto del decreto 62/2026 del governo Meloni, la radicalità conflittuale propagandata in questi mesi, che resterà pure in qualche comizio, ma non dove si fanno le scelte vere.
Il patto di CGIL-CISL-UIL conferma che per cambiare le condizioni del mondo del lavoro bisogna rompere il monopolio sindacale confederale, che da decenni scambia il peggioramento di salari e diritti con il riconoscimento del proprio ruolo, in un sistema sempre più corporativo e autoritario.
Sostenere il sindacalismo conflittuale oggi non serve solo ai lavoratori, ma alla democrazia.
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22/12/2025
Sanzioni per lo sciopero generale del 3 ottobre: il governo Meloni prova a vendicarsi
Il governo Meloni non solo si è rifiutato di intervenire per far rispettare il diritto internazionale – le imbarcazioni sono state sequestrate infatti in acque internazionali e quindi fuori dalla giurisdizione israeliana – ma non ha ritenuto necessario di dover agire a sostegno dei cittadini italiani imbarcati, manifestando ancora una volta la totale complicità con il governo genocida di Tel Aviv. Come sappiamo i nostri concittadini, assieme al resto dell’equipaggio della Flotilla, sono stati arrestati e condotti nelle carceri israeliane, sottoposti a gravi vessazioni e violenze ed infine espulsi dopo alcuni giorni di sequestro illegittimo. Non una nota di protesta è mai partita dal nostro governo verso le autorità israeliane.
Lo sciopero generale del 3 ottobre ha rappresentato un moto di indignazione popolare capace di legare l’orrore per quanto avveniva (e purtroppo ancora continua) in Palestina con lo sdegno per il comportamento complice del nostro governo. Centinaia di migliaia di persone invadevano le piazze di tutto il paese e molte attività si fermarono. La circolazione è stata paralizzata ma in molte occasioni i manifestanti hanno ricevuto gli applausi dei cittadini intrappolati nel traffico e tuttavia solidali con la protesta.
Il governo ha vissuto in quei giorni i momenti più difficili dal suo insediamento. La Meloni balbettava frasi senza senso, Tajani appariva in grande imbarazzo, il resto del governo preferiva rimanere in silenzio. Ora che l’ondata emotiva si è ridotta, è cominciata la vendetta. In diverse città, da Bergamo a Catania, da Ravenna a Torino, sono state impartite decine e decine di sanzioni individuali contro i manifestanti con migliaia di euro di multe e, a seguire, sono cominciate ad arrivare le sanzioni contro le organizzazioni sindacali. Le somme più pesanti, 20mila euro, sono per l’USB assieme alla Cgil. E la Commissione ha già fatto sapere all’USB che ne sono in arrivo altre.
Bloccare il paese è una pratica che ha dimostrato di essere efficace. Il governo ha potuto sperimentare in quelle giornate tutta l’inutilità dei suoi dispositivi repressivi e dei decreti sicurezza di fronte all'espressione popolare. E si è messo paura. Non ci lasceremo intimidire dalla sua vendetta e ci prepariamo a tornare all’attacco. Ci sono mille buone ragioni per bloccare di nuovo tutto.
Unione Sindacale di Base
Fonte
12/12/2025
Oggi lo sciopero generale della CGIL
Severo anche il giudizio sulla Legge di Bilancio varata dal governo ma che stenta ancora a decollare. “Una manovra d’austerità che non serve al Paese e che viene fatta solo per abbassare il deficit e comprare armi”, argomenta Landini: “Il mondo del lavoro vuole cambiamenti veri. Non può continuare a pagare i condoni, mentre interi settori produttivi (siderurgia, automotive, chimica, moda, terziario) sono in crisi. Rischiamo la deindustrializzazione. Profitti e ricchezza crescono, salari e stabilità dell’occupazione per donne e giovani no”.
Il leader Cgil lamenta poi che nell’incontro del 10 ottobre con il governo sulla legge di bilancio, fosse presente solo il ministro Giorgetti.
Leggendo le dichiarazioni del segretario della Cgil, si può avere l’impressione – magari superficiale – che siano in larga parte sovrapponibili a quelle dell’Usb e dei sindacati di base che hanno scioperato lo scorso 28 novembre.
In questi ultimi quindici giorni non si è però ripetuta l’anomalia della convergenza tra Usb, Cgil e sindacati di base prodottasi nello sciopero generale del 3 ottobre sulla spinta delle enormi mobilitazioni popolari sulla Palestina. Qualcuno avrebbe voluto che lo scenario si ripetesse ma, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, alcuni avvenimenti sono realisticamente irripetibili, anche se il riemergere clamoroso della “questione operaia” continua a introdurre nella realtà novità importanti sul piano del conflitto sociale e sindacale.
Il perché gli scioperi generali di Usb e Cgil non potevano convergere, lo ha spiegato bene Pierpaolo Leonardi, storico dirigente dell’Usb, in un articolo che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi sul nostro giornale.
“La differenza di valutazione in ordine alla convocazione di uno sciopero generale non sta nella data ma nella piattaforma di lotta, cioè sui contenuti che si vuole far emergere attraverso il massimo strumento di lotta e di mobilitazione a disposizione dei lavoratori e delle lavoratrici”, affermava Leonardi, sottolineando di comprendere le ragioni per cui la Cgil non fatto convergere la data dello sciopero generale su quella del 28 novembre. “Bene quindi ha fatto la Cgil a decidere di andare per la propria strada” – aggiungendo che “Quando si convoca il 3° sciopero generale nel breve volgere di due mesi o poco più non lo si può fare a cuor leggero”.
I punti di divaricazione con la Cgil si materializzano pesantemente quando dai discorsi generali si passa ai contratti che la stessa firma. La stagione dei rinnovi contrattuali lascia infatti la situazione invariata, con i salari dei lavoratori italiani che rimarranno anche in questa tornata non solo i più bassi tra i paesi europei a capitalismo avanzato, ma anche quelli che arretrano maggiormente quanto a potere d’acquisto.
Questo è quello che si evince analizzando i rinnovi contrattuali del commercio, dei chimici, delle telecomunicazioni e dei metalmeccanici.
Prendendo a esempio questi ultimi due in particolare, le criticità che emergono sono parecchie e pesanti.
Sul salario, l’accordo firmato nel contratto dei metalmeccanici consegna un aumento di soli 205 euro in quattro anni, includendo però anche gli aumenti già erogati. Ma in realtà l’aumento effettivo è di 177 euro, perché 28 erano già stati erogati ai lavoratori nel giugno di quest’anno, in virtù del meccanismo di rivalutazione dei salari basato sull’IPCA.
Non viene recuperata l’inflazione reale né la lunga vacanza contrattuale e il potere d’acquisto del salario continua a diminuire. Sull’organizzazione del lavoro aumentano le flessibilità a favore delle imprese, con l’“orario plurisettimanale” che passa da 80 a 96 ore annue. Sui contratti precari, la stabilizzazione dopo 48 mesi di somministrazione ha reso “accettabile” un percorso di lavoro precario lungo ben quattro anni.
Nel contratto delle telecomunicazioni vengono imposti ai lavoratori demansionamento, sospensione della vacanza contrattuale, moratoria sul rinnovo fino a sei anni e concessi aumenti di meno di 300 € lordi in tre anni, oltre a peggioramenti normativi inaccettabili.
Eppure un colpo importante era stato battuto dalla Cgil quando non ha firmato i contratti nel pubblico impiego; una scelta che è forse è la causa più profonda del momentaneo distanziamento con Cisl e Uil.
Le cose avvengono e le cose cambiano, sempre.
Ma la contraddizione irrisolta sta qua: nella divaricazione tra i discorsi generali della Cgil o del suo segretario e l’agire concreto nella contrattazione di categoria e aziendale, che dal 1993 ha visto peggiorare non solo i salari – come certificato in più sedi e da più osservatori – ma anche le condizioni complessive dei lavoratori. Potrebbe apparire una schizofrenia ma è invece una ipotesi sindacale sulla quale Cgil e Usb divaricano strategicamente.
Lo spiega bene un altro veterano del movimento sindacale come Giorgio Cremaschi quando sottolinea come “la firma del contratto dei metalmeccanici conferma che è ancora pienamente in vigore il sistema di compressione dei salari definito con gli accordi di “concertazione” del 1992/93, sistema rinnovato e anche peggiorato in diverse intese, fino al “Patto della Fabbrica” del 2018”.
Insomma siamo ancora in presenza di quel “parlare a sinistra per andare a destra” che ha caratterizzato la traiettoria politica della sinistra e del principale sindacato italiano in questi decenni, quelli della maledetta “concertazione” che è stata la gabbia e la ghigliottina per il movimento operaio e sindacale in questo paese; e alle quali è inevitabile contrapporre una alternativa sindacale di classe e confederale.
Fonte
09/11/2025
USB lancia lo sciopero generale per il 28 novembre, CGIL e CISL boicottano
È svanita l’idea di uno nuovo sciopero generale e generalizzato, capace di seguire le orme della mobilitazione del 3 ottobre scorso, quando oltre due milioni di persone hanno manifestato in tutta Italia contro il genocidio in Palestina, l’assalto israeliano alla Flotilla e le politiche del governo Meloni. A nulla sono infatti serviti gli appelli provenienti dal mondo sociale: allo sciopero generale convocato da USB e gli altri sindacati di base per il 28 novembre contro la manovra dell’esecutivo non parteciperà la CGIL, che ha preferito indire una mobilitazione analoga per il 12 dicembre. Il giorno dopo scenderà invece in strada la CISL, contro una legge di bilancio «sbagliata, ingiusta, che non aumenta i salari». Non è ancora chiara la posizione della UIL, anch’essa critica verso la manovra. Se dalla spaccatura del fronte sindacale ne escono indeboliti i lavoratori, perdendo l’occasione di una rappresentanza unitaria, l’esecutivo gongola e Giorgia Meloni ironizza: «Nuovo sciopero generale della CGIL contro il Governo annunciato dal segretario generale Landini. In quale giorno della settimana cadrà il 12 dicembre?», rispolverando la retorica che declassa lo sciopero da strumento di pressione a gita fuori porta.
«Aumento vertiginoso delle spese militari, il solito pacchetto di
aiuti alle imprese, oboli in più in busta paga attraverso il versante
fiscale per un ceto medio i cui salari sono stati letteralmente mangiati
dall’inflazione e il nulla cosmico per i pensionati» e coloro che vivono in condizioni di povertà assoluta. Con queste parole i sindacati di base (CUB,
USB, COBAS, ADL, CLAP, SIAL, SGB) hanno riassunto la nuova legge di
Bilancio, convocando in risposta uno sciopero generale per il 28
novembre, accompagnato il giorno seguente da una giornata di mobilitazione a Roma, in solidarietà al popolo palestinese.
La mediazione con la CGIL per uno sciopero generale e generalizzato
come quello del 3 ottobre scorso è fallita tra accuse
reciproche, nonostante gli appelli provenienti da più
direzioni. Relativamente all’idea di indire un ulteriore sciopero per il
12 dicembre i lavoratori Ex-GKN hanno ad esempio
avanzato una doppia critica, «perché non puoi seriamente pensare di
cambiare la manovra del Governo il 12 dicembre» — dal momento che deve ricevere l’approvazione dal Parlamento entro la fine dell’anno — e «perché dimostri di non aver tratto alcun insegnamento dal passato», in riferimento all’elevata partecipazione agli appuntamenti congiunti, a partire dal 3 ottobre scorso.
Poche ore dopo l’annuncio della CGIL, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ironizzato sulla scelta della data (un venerdì), rispolverando una retorica che declassa lo sciopero da strumento di pressione a scusa per allungare il fine settimana, dimenticando che l’astensione dal lavoro comporta una riduzione dello stipendio, non proprio l’ideale in un Paese coi salari bloccati da 30 anni.
C'è sciopero e sciopero, perché c'è piattaforma e piattaforma.
di Pierpaolo Leonardi
La mancata convergenza della CGIL sullo sciopero del 28 novembre promosso da USB e altre organizzazioni sta suscitando un dibattito fondato sul nulla. A parte qualche vecchio sempreverde che prova ad attribuirsi il ruolo di generoso pontiere, a me sembra che nessuno stia ragionando su questa scelta della CGIL che, lo dico subito, per me è ragionevole e giusta.
USB ha convocato uno sciopero generale e una manifestazione nazionale a Roma per il 28 e 29 novembre sulla scorta di un mandato vincolante su una piattaforma di lotta assolutamente chiara e dettagliata da parte dell'assemblea nazionale dei propri quadri e delegati riuniti a Roma il 1 novembre. Altrettanto, mi sembra di capire, ha fatto la CGIL con la sua assemblea nazionale decidendo di convocare lo sciopero generale il 12 dicembre.
Quindi la differenza di valutazione in ordine alla convocazione di uno sciopero generale non sta nella data ma nella piattaforma di lotta, cioè sui contenuti che si vuole far emergere attraverso il massimo strumento di lotta e di mobilitazione a disposizione dei lavoratori e delle lavoratrici. Se le piattaforme sono tanto diverse da non consentire una convergenza sulla stessa giornata è abbastanza naturale che questo non avvenga e non si realizzi quello che si è realizzato il 3 ottobre e che si è potuto realizzare unicamente perché la drammaticità del genocidio in corso del popolo Palestinese era al centro dello sciopero politico fuori dalle regole che il Paese, oltre le sigle sindacali, ha caparbiamente voluto effettuare anche cosciente dei rischi che si correvano.
Quando si convoca il 3° sciopero generale nel breve volgere di due mesi o poco più non lo si può fare a cuor leggero, come tante volte altri soggetti hanno fatto. Lo si fa perché una situazione insostenibile lo richiede e la piattaforma che lo convoca deve essere mirata esattamente sui motivi che hanno reso la situazione insostenibile e contenere proposte concrete, condivise e realizzabili come quella di partire da 2000 euro di salario netto per tutti come paga base. Una proposta facile facile ma che finora nessuno aveva avuto il coraggio di avanzare. Tanti sono i motivi alla base della proclamazione, ciascuno può trovarli dettagliati sul sito USB, e ciascuno si accorgerà delle profonde differenze nell'impostazione, prima ancora che nel dettaglio, tra quelle emerse dall'assemblea USB del 1 novembre e quelle della CGIL. Bene quindi ha fatto la CGIL, inviterei ad evitare personalizzazioni che lascerei alla Meloni in affanno di argomenti, a decidere di andare per la propria strada, decidendo la propria data in cui scioperare sulla propria piattaforma strutturalmente lontana anni luce da quella di USB. Un sussulto di consapevolezza che gli fa onore.
Fonte
04/10/2025
Sciopero politico, governo nervoso
Se pure è da sempre noto che i media lavorano per nascondere, sedare, minimizzare, rovesciare, disinformare, “benaltrizzare”, davanti a questa sollevazione pacifica ma radicale di un popolo che per troppi anni (decenni) aveva sopportato di tutto – perdendo salario, reddito, diritti, visione, speranza – appare solare che il colpo arrivato da queste piazze ha effettivamente stordito il governo, i suoi ministri, le forze che lo compongono, i giornalisti abituati a vivere nel mondo virtuale dei pettegolezzi di palazzo.
La sedicente “opposizione”, il cosiddetto “campo largo”, sorride come circostanza richiede, ma sa di non avere alcun peso in quella massa di persone, e soprattutto non sa neanche come canalizzare una protesta che eccede – per radicalità, umanità, serietà, valori – la sua ossessione di trasformare qualsiasi cosa in possibili voti nelle urne.
Si capisce esattamente lo stato confusionale delle forze reazionarie al governo – e l’ignoranza esibita, anziché nascosta – dall’insistenza maniacale sulla definizione di questo sciopero come “politico”, anziché “sindacale”. Come se fosse una cosa strana...
Anche un asino capisce che uno sciopero su questioni aziendali o contrattuali è una “vertenza lavorativa”, magari dura, ma limitata a quell’angolo di mondo lì. Mentre per definizione uno sciopero generale è sempre politico perché riguarda tutti.
E ogni sciopero politico ha un nemico che sta peggiorando la vita di tutti: il governo in carica, a prescindere dai colori che sbandiera.
Una mobilitazione come quella del 3 ottobre, oltretutto, ha investito direttamente una visione del mondo e dell’umanità che va ben al di là delle pur strategiche questioni di “politica economica e sociale” abitualmente al centro degli scioperi generali. Investe la politica internazionale che questo governo pratica da quando è in carica, in perfetta continuità con quelli precedenti, ma con un di più di revanscismo parafascista e di servilismo verso Stati criminali e genocidi.
Mobilitarsi per la vita e la libertà di autodeterminazione dei palestinesi sottoposti a genocidio significa immediatamente, direttamente, mobilitarsi per la nostra libertà di vivere in pace, in condizioni migliori, con più diritti e non meno.
La vicinanza del governo ai genocidi si vede da certe reazioni, da certi toni. Come quelli di Salvini, oltre che di Meloni, intenzionati a distruggere definitivamente non solo “il diritto di sciopero”, ma l’idea che questo paese e questo mondo possano avere un destino diverso dallo sfruttamento schiavistico e dalla guerra nucleare. Il sostegno alla missione della Global Sumud Flotilla e l’appello dei portuali di Genova hanno agito come catalizzatore di tutto questo.
Se un paese si blocca pressoché totalmente due volte nell’arco di 15 giorni – il 22 settembre su indizione della sola USB e qualche altro sindacato di base, ieri con il concorso di rincorsa anche della CGIL – vuol dire che il Paese, non solo quelle organizzazioni, più gli studenti, le associazioni, ecc., rifiuta questo governo e le sue scelte inumane.
E lo sa benissimo anche Giorgia Meloni, forse meglio del “personale politico” che la circonda, che ha reagito nel modo classico di chi sa di essere in torto marcio, sotto botta, a rischio nei consensi popolari. Ha aumentato gli attacchi a questa opposizione sociale diffusa e incontenibile, cercando di trovare un “soggetto singolo” da maledire, ma è stata costretta – costretta, perché altrimenti se ne sarebbe guardata bene, come nei due anni precedenti – a muovere qualche timida obiezione al governo genocida di Netayahu, Ben Gvir e Smotrich.
Mobilitazione popolare e sciopero generale dunque sono stati efficaci. Servono, eccome. Non è vero che non si può fare niente, che non si può incidere su quel corpo estraneo e nemico che è ormai un establishment che si sentiva inamovibile. E ancor meglio si potrà fare in futuro perché, come abbiamo detto nei giorni successivi al 22 settembre, queste mobilitazioni sono “un preavviso di sfratto” da Palazzo Chigi.
Certo, non possono – per il momento – proporre un “governo alternativo”, per cui servirebbe una rappresentanza politica all’altezza del compito. E certo non possono confidare in un “campo largo” abitato persino da fiancheggiatori del genocidio (la “sinistra per Israele” spicca solo per infamia), abituato da 40 anni a farsi concavo e convesso rispetto agli interessi delle imprese, del capitale finanziario, dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e di Israele. Proprio come Meloni & friends.
Ma questa constatazione implica solo che bisognerà mobilitare ancora più energie sociali, compattare le innumerevoli esigenze e visioni che animano un blocco sociale in formazione, distillare un programma e costruire la forza organizzata in grado di realizzarlo.
Compiti grandi e complessi, lo sappiamo. Compiti che sembravano impossibili e velleitari, fino a qualche giorno fa, immersi come eravamo nella “passività sociale” che respingeva qualsiasi stimolo al pensiero e all’azione collettiva.
Ma la Storia insegna: ci sono giorni che valgono anni, e che sconvolgono a volte persino il mondo.
Fonte
03/10/2025
Lo sciopero generale c’è, nonostante Commissione e Salvini
Lo si legge in una nota in cui si precisa che nel provvedimento adottato, il Garante ha ritenuto “inconferente il richiamo dei sindacati proclamanti all’art. 2, comma 7, che prevede la possibilità di effettuare scioperi senza preavviso solo ’nei casi di astensione dal lavoro in difesa dell’ordine costituzionale, o di protesta per gravi eventi lesivi dell’incolumità e della sicurezza dei lavoratori’”.
L’Autorità ha quindi inviato un’indicazione immediata alle organizzazioni sindacali, ricordando che “il mancato adeguamento comporta, tra l’altro, l’apertura di un procedimento di valutazione del comportamento”.
I sindacati principali hanno ovviamente difeso la propria scelta, considerandola del tutto legittima. E hanno presentato immediatamente un ricorso minacciano di fare altrettanto con eventuali sanzioni che potrebbero esser decise.
Ma la Commissione antisciopero presenta solo, di fatto, un atteggiamento causidico, di scarso valore legale e quasi inutile su quello politico. Una discussione giuridica sulla “legittimità” infatti, sarebbe piuttosto ostica per una Commissione ossessionata dall’ansia di vietare qualsiasi agitazione con i più vari pretesti.
Tant’è vero che il governo al completo, anche maledicendo ovviamente tutti i sindacati che l’avevano proclamato – formalmente in modo indipendente. La CGIL per conto suo, così come l’USB – ha escluso precettazioni anche nei servizi essenziali.
Dal punto di vista strettamente legale, infatti, una scelta del genere sarebbe stata inapplicabile perché uno sciopero generale era già stato indetto dal SiCobas. Perfettamente in tempo, per tutte altre ragioni strettamente sindacali, probabilmente sottovalutato in quanto “minoritario”, si ritrova invece a fare da “pezza d’appoggio giuridica” per chiunque domani voglia scioperare.
È pur sempre, infatti, uno sciopero generale.
Ma probabilmente nel governo ha pesato anche una valutazione più strettamente politica. Una precettazione antisciopero avrebbe buttato certamente benzina sul fuoco, creando momenti di tensione nella piazze e anche nelle istituzioni. La presenza della Cgil, da questo punto di vista, non permette di giocare la cartuccella dei “pochi estremisti” che bloccano il paese puntando solo ai gangli infrastrutturali più importanti.
Una piccola paura, insomma, che rivela come questa classetta politica ridicola, al dunque, non sa esattamente cosa fare, ma improvvisa rispoeste un tanto al chilo. Che valgono altrettanto...
Nonostante questo il povero Salvini ha provato ad abbaiare le solite sue minacce senza fondamento, diramando una nota in cui ricorda in modo obliquo che “chi domani sciopera rischia a termini di legge”. Evidentemente non gli hanno spiegato che uno sciopero considerato “legittimo” – e riconosciuto tale dalla stessa Commissione di garanzia – era comunque stato dichiarato, quindi a prescindere dalle sigle sindacali chi si astine dal lavoro è sicuramente al riparo da sanzioni.
Fonte
02/10/2025
La Flotilla non molla. A terra manifestazioni di massa, domani sciopero generale
Aggiornamenti:
La missione impossibile della Mikeno. Rotto il blocco navale israeliano davanti Gaza, “Vendicata” la Mavi Marmara
Una delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, la turca Mikeno, ha compiuto ciò che fino a questa mattina era stato impossibile da anni: raggiungere le acque antistanti la Striscia di Gaza, superando il blocco navale israeliano. La Mikeno, che secondo l’ultima posizione registrata dal sistema di tracciamento alle 6.23 del mattino di giovedì 2 ottobre risulta essere entrata nelle acque davanti a Gaza, segnando un momento storico per questa missione. Mentre questa imbarcazione proseguiva la sua rotta verso la destinazione finale, il resto della flotta affrontava l’intervento della marina militare israeliana, che ha intercettato circa 19 imbarcazioni delle quasi quaranta che componevano la spedizione.
Il risultato della Mikeno appare un pò come una vendetta politica e morale per l’eccidio della nave Mavi Marmara nel 2010 durante il primo tentativo di rompere il blocco navale israeliano contro Gaza, quando le forze armate israeliane uccisero dieci attivisti a bordo della nave turca dell’allora Freedom Flotilla.
Chi sono gli attivisti italiani fermati dalle forze armate israeliane a bordo della navi della Global Sumud Flotilla:
Alle 8 di questa mattina erano 21 le imbarcazioni della Flotilla fermate e 23 quelle che continuano la navigazione verso Gaza. In base alle informazioni disponibili sul sito dell’organizzazione, ecco chi sono alcuni degli italiani fermati dalle forze israeliane e su quali barche si trovavano.
– ALL INN – Pietro Queirolo Palmas, Antonio La Piccirella e Simone Zambrin.
– AURORA – Federico Frasca, Gonzalo Di Pretoro, Irene Soldati, Marco Orefice e Sara Masi
– HIO – Lorenzo D’Agostino
– JANNOT III – Andrea Sebastiano Tribulato – KARMA – Annalisa Corrado (eurodeputata Pd), Arturo Scotto (deputato del Pd), Margherita Cioppi, Michele Saponara, Paolo Romano, Saverio Tommasi e Romano Notarianni.
– MORGANA – Barbara Schiavulli, Benedetta Scuderi (europarlamentare Europa Verde), Carlo Alberto Biasoli e Jose Nivoi.
– OTARIA – Adriano Veneziani, Alessandro Mantovani, Cesare Tofani, Dario Crippa, Giorgio Patti e Manuel Pietrangeli.
– SEULLE – Fabrizio De Luca, Paolo De Montis, Ruggero Zeni e Silvia Severini.
– SIRIUS – Nicolas Calabrese
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8:45. Sarebbero al momento una ventina le imbarcazioni della Sumud Flotilla che continuano a navigare verso Gaza. Una, secondo il coordinamento della missione, sarebbe riuscita a raggiungere le acque territoriali della Striscia; si tratterebbe della Mikeno.
8:30. Mandla Mandela, nipote dello storico leader della lotta contro l’apartheid in Sudafrica, ha condiviso un messaggio mentre le navi della marina israeliana si avvicinavano alla sua imbarcazione. “Chiediamo all’intera comunità mondiale di fare pressione sui vari governi affinché chiedano un passaggio sicuro per gli aiuti umanitari verso Gaza”, ha detto Mandela in un video.
Le imbarcazioni bloccate fino ad ora sono: Adara, All In, Alma, Aurora, Captain Nikos, Dir Yassine, Florida, Grande Blu, Hio, Huga, Karma, Mohammad Bhar, Morgana, Otaria, Oxigono, Suelle, Sirius, Spectre e Yulara. Al momento sono più di 200 gli attivisti arrestati, tra i quali eurodeputati, deputati nazionali e regionali provenienti da numerosi paesi, in particolare da Spagna e Italia. Altre 23 imbarcazioni risultano tuttora in navigazione verso la Striscia di Gaza, mentre 2 sembrano aver cambiato rotta puntando verso nord, apparentemente in direzione Cipro.
La Mikeno, una delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla con cui si erano persi i contatti nelle scorse ore, è stata localizzata all’interno delle acque territoriali di Gaza. La nave si trova attualmente a meno di 9 miglia nautiche dalle coste palestinesi.
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Nelle parole del ministro degli Esteri Tajani emerge tutta la complicità del governo italiano con gli interessi israeliani: “Quello che dice il diritto è importante ma fino a un certo punto, lì c’è uno scenario di guerra. Israele non poteva permettere che qualcuno violasse il blocco navale” ha affermato Tajani.
È questa complicità che ha innescato il ripudio popolare ben espresso dalle manifestazioni che l’hanno ormai reso visibile a tutti.
Ieri sera in decine di città italiane si sono materializzate manifestazioni popolari e di massa a sostegno della Sudum Flotilla attaccata dalle forze armate israeliane nelle acque internazionali.
Migliaia e migliaia di persone sono scese in piazza sia con un tam tam spontaneo sia grazie alla rete di emergenza creatasi intorno ai presidi delle “Cento piazze per Gaza” sorte alle fine della scorsa settimana in tante città.
Alcune stazioni ferroviarie come Napoli, Pisa, Piacenza, Milano, Torino sono state bloccate, così come i valichi portuali di Livorno e Genova.
Mobilitazioni anche nelle università. Alla Sapienza di Roma dopo l”occupazione della facoltà di Scienze Politiche questa mattina è stata bloccata Lettere. A Milano è stata occupata la Statale. A Napoli bloccata l’università Federico II e l’Orientale.
Anche per oggi sono state convocate manifestazioni. A Roma l’appuntamento è alle 18.00 al Colosseo. A Milano alle ore 18.00 a Piazzale Loreto. A Bologna alle ore 18.00 a Piazza Maggiore. A Napoli alle ore 18.00 in piazza Del Carmine. A Torino l’appuntamento è alle ore 18.00 in Piazza Castello. A Bari alle 18.00 in Piazza Prefettura. A Pisa alle ore 16.00 in Piazza XX Settembre. A Firenze alle ore 18.00 in Piazza Indipendenza, A Palermo alle ore 18.00 in piazza Castelnuovo, a Piacenza ore 17.30 ai Giardini Margherita (in aggiornamento)
Per domani, venerdi 3 ottobre, l’Usb, la Cgil e altri sindacati di base hanno confermato la convocazione dello sciopero generale di emergenza suscitando le ire di un governo reso isterico dalla partecipazione popolare alle manifestazioni contro il genocidio palestinese e la complicità delle autorità italiane.
Cresce la spinta alla partecipazione per la manifestazione nazionale di sabato prossimo, 4 ottobre, a Roma con partenza alle 14.30 da Porta San Paolo.
Manifestazioni notturne contro l’attacco alla Sumud Flotilla si sono svolte anche a Parigi, Atene. Ankara e Berlino.
Fonte
17/09/2025
Il 22 sarà sciopero generale contro il genocidio, la Cgil si sveglia ma “non converge”
Nei giorni scorsi erano giunte notizie del disagio di molti iscritti alla CGIL che chiedevano di convocare, anche lei, lo sciopero “politico” contro il genocidio, mentre l’agenda già vedeva convocato lo sciopero dell’USB e di altri sindacati di base per lunedì 22 settembre. Molti iscritti alla CGIL avevano annunciato che avrebbero scioperato il 22 contro il genocidio dei palestinesi, la guerra e a supporto della Global Sumud Flotilla.
Costretto dai rumors tra i propri iscritti e del precipitare degli eventi a Gaza, il segretario generale della CGIL Maurizio Landini ieri ha annunciato una giornata nazionale di mobilitazione con sciopero di 2 ore (4 per i metalmeccanici) per il prossimo 19 settembre in risposta all’operazione militare in corso da parte dell’IDF su Gaza City, definita di una gravità senza precedenti. Gli scioperi del 19 saranno organizzati su base territoriale e i settori regolati dalla legge 146 non saranno coinvolti. Sono previste manifestazioni territoriali in tutta Italia. Le modalità potranno variare da regione a regione, ma in linea generale le iniziative si concentreranno nel pomeriggio. Un segnale del tutto sbagliato verso quella spinta spontanea e di massa che invece si va registrando nelle strade e nelle piazze in queste settimane e che rivela una indignazione crescente nel paese contro il genocidio, la guerra e la causa del popolo palestinese.
Anche in questa occasione, altamente significativa sotto mille aspetti, la CGIL ha ritenuto di non accogliere l’appello alla convergenza lanciato da USB nei giorni scorsi quando aveva chiesto testualmente: “Per questo torniamo a fare appello a tutte le organizzazioni sindacali a sommarsi allo sciopero del 22 settembre e, lì dove possibile, a riposizionare gli scioperi già indetti a ridosso di quella data sempre sul 22, per favorire il massimo della partecipazione”.
La decisione di proclamare lo sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private per l’intera giornata di lunedì 22 settembre, era stata assunta da USB come esito della grande assemblea che si è svolta la scorsa settimana al porto di Genova. Un’assemblea entusiasmante promossa dai portuali del CALP insieme alla Global Sumud Flotilla, a Music for Peace e all’USB, che ha visto la partecipazione di studenti, lavoratori, movimenti sociali e realtà solidali da tutto il Paese.
Le ragioni dello sciopero hanno un carattere straordinario: è evidente che l’umanità non si è mai trovata di fronte ad un fatto orribile come il genocidio di Gaza con la completa connivenza di tanti governi, tra cui quello italiano, che restano a guardare.
Lo sciopero è proclamato in risposta al genocidio in corso nella Striscia di Gaza, al blocco degli aiuti umanitari da parte dell’esercito israeliano e alle minacce rivolte contro la missione internazionale Global Sumud Flotilla, che vede a bordo anche lavoratori e sindacalisti italiani impegnati a portare derrate alimentari e beni di prima necessità alla popolazione palestinese. L’USB denuncia inoltre l’inerzia del Governo italiano e dell’Unione Europea, che rifiutano di imporre sanzioni allo Stato di Israele e continuano a intrattenere relazioni economiche e istituzionali nonostante la gravità della situazione.
“Lo sciopero generale, in un momento così grave, è il minimo che si possa fare” afferma l’USB in una nota “Ci auguriamo che accanto allo sciopero di tanti lavoratori e lavoratrici che incroceranno le braccia, si sommi la mobilitazione di migliaia di solidali sui territori, nelle scuole e nelle università che arrivi a paralizzare il Paese”.
Contro lo sciopero del 22 settembre sono intanto già arrivate le minacce della Commissione di Garanzia (organismo di nomina governativa) preoccupata del rilievo che va assumendo lo sciopero dell’USB e che addirittura pretende – per la prima volta – di mettere becco sulle forme stesse dello sciopero. Nella lunghissima comunicazione inviata la Commissione di Garanzia scrive: “Si raccomanda, infine, il massimo rigore nel rispetto delle regole in materia di sciopero nei servizi pubblici essenziali nonché del dovere sindacale di non promuovere e di dissociarsi da modalità di sciopero anomale e non conformi a quelle previste dal nostro proclamante, anche alla luce di dichiarazioni di diverso tenore riportate dai media e da organi di stampa”.
Questa mattina l’USB ha convocato una conferenza stampa insieme ai propri legali per rispondere alla Commissione di Garanzia e ribadire le modalità dello sciopero generale del 22 settembre. Emblematicamente la conferenza stampa si terrà in piazza del Gesù, sotto la sede della Commissione. Clicca QUI per seguire la conferenza stampa.
Fonte
22/06/2025
Sotto attacco il diritto di sciopero e quello a manifestare: in ballo ci sono le libertà di tutti
Le proteste sono indigeste a questo governo, preoccupato di non avere risposte serie in materia di salari (altro che vacanze con questi contratti!), e la repressione è l’unica vera risposta che intendono mettere in campo.
È un segnale però che la protesta di ieri ha colpito nel segno. Mettere assieme il tema dei salari e dei contratti ancora aperti con quello dei clamorosi spostamenti di risorse verso la guerra sta lasciando il segno.
Esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai lavoratori che ieri a Bologna hanno manifestato esattamente nel modo in cui da più di cento anni gli operai hanno sempre fatto (anche se da Cgil Cisl e Uil non ne riceviamo mai quando fioccano denunce e arresti per comportamenti analoghi messi in atto nella logistica da lavoratori organizzati con USB).
Vanno però segnalate le dichiarazioni fuori luogo dei dirigenti della Filt Cgil che mostrano di non aver capito la portata dell’attacco e provano ad indirizzare l’azione repressiva del governo nei confronti degli scioperi che definiscono “minoritari”. Il diritto di sciopero appartiene a tutti i lavoratori e non a qualche sigla sindacale e va difeso sempre e comunque. Se i lavoratori vi aderiscono in pochi gli effetti saranno minori e pertanto non dovrebbero essere fonte di preoccupazione. Accogliere invece le tesi della controparte dimostra una grande miopia politica e conferma, una volta di più, la subalternità anche culturale alle posizioni della destra. Del resto, per anni sono state assecondate le spinte alla restrizione delle libertà sindacali da parte di Cgil, Cisl e Uil, sperando che esse fossero funzionali a fermare il sindacalismo indipendente e conflittuale. E oggi che quella scelta rischia di trasformarsi in un boomerang anche per loro, c’è il rischio che ancora non abbiamo imparato la lezione.
In ballo ci sono le libertà di tutti e il diritto a ribellarsi ad una condizione sempre più pesante, sul piano economico e normativo e sul futuro da incubo che ci stanno propinando.
Fonte
21/06/2025
La prima vittima del “decreto sicurezza” è davvero inattesa: Cgil-Cisl-Uil
L’ultimo “decreto” voluto e approvato – con la “fiducia” – era atteso alla prova empirica e un po' tutti si aspettavano che sarebbe stato testato su “nemici storici”, ancorché niente affatto pericolosi. Insomma, su “anarchici” o “antagonisti”, consentendo così a governo e polizie di”fare una prova” senza rischiare incidenti politici rilevanti.
In fondo è chiaro che si tratta di una legge liberticida, pensata per impedire le proteste – oltre che per “scudare” le “forze dell’ordine” autorizzandole persino a organizzare e dirigere “organizzazioni terroristiche” – ma proprio per questo l’esordio avrebbe dovuto essere “soft”, tale insomma da ottenere il risultato voluto (incutere timore tra gli aspiranti manifestanti) ma riscuotendo il silenzio-assenso della pseudo-opposizione “democratica”.
E invece una questura politicamente incauta, o troppo desiderosa di farsi notare, ha deciso di aprire il dossier “ddl 1660” nientepopodimeno che sui metalmeccanici. Addirittura a Bologna, città simbolo di infami attentati terroristici organizzati dallo Stato e subappaltati alla manovalanza fascista nonché feudo fin qui inattaccabile del PD.
Ieri, oltre allo sciopero generale di USB e altri sindacati di base, c’era anche lo sciopero dei metalmeccanici proclamato da Cgil-Cisl-Uil per chiedere la riapertura delle trattative per il rinnovo del contratto. E proprio a Bologna era stata convocata la manifestazione nazionale.
Circa diecimila metalmeccanici sono sfilati per le vie periferiche della città (non si mai detto che i sindacati “complici” provino a infastidire in alcun modo...), fino ad imboccare la tangenziale, che non faceva parte del percorso concordato preventivamente.
Inevitabile un ingorgo temporaneo del traffico, ma del resto non si può certo pretendere che una vertenza che riguarda oltre un milione e trecentomila lavoratori – erano quasi due milioni ancora venti anni fa – sia gettata in un angolo, fuori dalla vista, tra viali deserti e pochi passanti distratti.
La stessa parola d’ordine su cui era stata convocata la manifestazione era del resto quasi una promessa azzardata – “senza contratto il Paese si blocca” – almeno per quanto riguarda la (scarsa) combattività delle organizzazioni suddette.
La deviazione sulla tangenziale poteva dunque essere gestita molto tranquillamente, come un piccolo incidente di percorso da affrontare in sede di discussioni post evento, con un paio di telefonate di “rimprovero”, e nessuno se ne sarebbe accorto. Oltretutto era stata evidente la contrattazione tra sindacalisti e “ufficiali di piazza” quando la deviazione stessa era stata concessa a due condizioni: i manifestanti devono entrare e uscire dal tratto in 45 minuti e senza accendere fumogeni.
E invece, dopo poche decine di minuti, ecco la questura annunciare che avrebbe “denunciato” i manifestanti per “blocco stradale” – un “reato” considerato gravissimo dal governo neofascista in carica, tanto da meritare magari qualche anno di galera. Anche se fino al 10 giugno – data di pubblicazione della “legge” – era nient’altro che un “illecito amministrativo” punibile con una ammenda di pochi spiccioli.
Il tutto con una nota ufficiale d’altri tempi: “I manifestanti, disattendendo le prescrizioni, hanno fatto ingresso in tangenziale, creando il blocco della circolazione stradale sul tratto interessato. I Reparti inquadrati della polizia, per scongiurare il verificarsi di ulteriori situazioni di pericolo, hanno evitato respingimenti con l’uso della forza. I dimostranti verranno denunciati penalmente”.
Un’altra parola ed era subito 1977, no?...
Immediatamente è stato chiaro che era stata fatta una cazzata. In primo luogo politica. Cgil-Cisl-Uil sono ormai tre sindacati “di palazzo”, cui ogni governo affida il monopolio della “rappresentanza” anche quando non sono presenti in una azienda.
Sono oltretutto “cinghie di trasmissione” di diversi partiti politici, e spicca tra loro quella Cisl passata da tempo armi e bagagli a supporto dello stesso governo Meloni, tanto da far premiare il fresco ex segretario generale – Sbarra, per ironia della Storia – con un sottosegretariato fatto su misura.
Far passare questi carrozzoni corporativi per “sovversivi” era insomma piuttosto difficile, anche se il prode Fabio Rampelli – vecchio fascistone romano – ci ha provato con autentico sprezzo del ridicolo: “per i gruppettari di sinistra è assolutamente normale che decine di migliaia di sedicenti operai occupino la tangenziale bloccando la circolazione. Ormai siamo alla sovversione democratica, al teppismo di partiti e sindacati storici e la chiamano libertà...”.
“Gruppettari” i pallidi eredi del sindacalismo targato Pci-Psi-Dc? “Sedicenti operai” diecimila metalmeccanici in tuta blu? Dai, anche Netanyahu ci avrebbe pensato un attimo prima di spararla così inverosimile...
Col passare delle ore dalla questura è balenato un refolo di resipiscenza, con la derubricazione della “denuncia” – oltretutto complicata da stendere, visto che ben pochi dei diecimila erano chiaramente identificabili – in più modesta “segnalazione all’autorità giudiziaria” competente per territorio.
Probabile che, alla fine, verranno “segnalati” soltanto gli organizzatori ufficiali della manifestazione, e che il passaggio in Procura sarà più formale che sostanziale.
Resta però gigantesco il problema della libertà di manifestare davvero un’opposizione autentica alle politiche del governo. Oggi, per dire, esponenti del PD o dei Cinque Stelle hanno preso parola per stigmatizzare l’operato della questura di Bologna. Possiamo dire con qualche certezza che non lo avrebbero fatto se la “prova del budino” fosse stata fatta su giovani e anziani manifestanti appena un po’ più radicali.
Del resto la logica di questo ultimo “decreto” trasformato in legge risale chiaramente a quel Minniti passato di poltrona in poltrona – dal “gruppo dei Lothar” che scortava mandrake-D’Alema a palazzo Chigi, poi al ministero dell’interno e agli accordi con gli scafisti libici (pardòn, la “polizia costiera”...) e quindi al “controllo” dei servizi segreti e infine alla galassia del militare-industriale italiano –.
Lo spazio di “agibilità democratica” si va restringendo a ben poco in tutto l’Occidente neoliberista – basta guardare a quel che avviene negli Usa, in Francia, in Germania, ecc. – e un governo fascista dimostra di essere tale proprio in questa spirale.
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16/06/2025
[Contributo al dibattito] - Referendum: tra depressioni e reticenze
di Giovanni Iozzoli
Commentare il risultato referendario dell’8 e 9 giugno può essere facilissimo o complicatissimo, a seconda del punto di vista che si sceglie. È operazione molto semplice, se l’obiettivo è la polemica contro il gruppo dirigente Cgil; è faccenda più complessa se si usa il referendum per capire come diavolo è cambiato questo paese negli ultimi 15 anni.
L’operazione referendum nasce in una fase della storia della Cgil in cui Landini presume di avere di fronte un avversario solidissimo – Meloni e il centro destra unito – contro il quale è socialmente pericoloso andare al fronteggiamento – e già questa sopravvalutazione è frutto di una lettura miope dei rapporti di forza. Attraverso la suggestione referendaria si pensa di “traslare” su un piano diverso lo scontro col governo, tanto temuto quanto inevitabile: il vis-à-vis sembra meno pericoloso se si sposta dalle piazze alle urne. Da qui l’idea di ricomporre tutta l’opposizione politica e sociale nel contesto di una nuova stagione referendaria a trazione Cgil – per chiudere definitivamente con le macerie lasciate dal renzismo e dal moderatismo pre-Schlein.
La partita sembra giocabile perché l’altro quesito che si profila, in materia di autonomia differenziata, potrebbe contribuire alla formazione di una specie di blocco nazionale e sociale referendario: i territori industriali del nord a difesa dell’art 18, uniti al rifiuto meridionale dell’autonomismo spinto di Calderoli. Nelle aspettative, si sarebbe riproposta la suggestione antica del “nord e sud uniti nella lotta”, in opposizione al simmetrico schieramento territoriale evocato dal duo Lega-FdI.
Naturalmente il pronunciamento salomonico della Corte Costituzionale – che ha smussato la legge Calderoli e liquidato il relativo quesito – ha fatto saltare un cardine fondamentale di questa chimerica strategia. A quel punto non si poteva che andare avanti a testa bassa sulla strada tracciata: il referendum sarebbe servito comunque a Landini per riempire il vuoto d’iniziativa confederale, oltre che alla Schlein nella eterna contesa interna coi notabili irrequieti del PD. La vera e propria stagione referendaria è cominciata così: sostenuta da una cordata azzoppata e claudicante.
Man mano che passavano i mesi la Cgil si orientava con sempre più testardaggine sulla via referendaria – definita solennemente “la nostra rivolta” da gruppi dirigenti quasi sollevati dall’idea di giocarsi tutte le loro carte sul tavolo referendario, bypassando pericolosi scenari di piazza. Nel mentre proseguiva la vertenzialità di categoria, nella solita modalità spezzettata e incoerente – quasi mai dignitosa – mentre ogni evento, ogni energia, ogni risorsa veniva riversata nel calderone della campagna elettorale.
Da questo ragionamento si evince che la scelta del referendum ha rappresentato comunque un ripiego – l’ennesimo – a fronte di un mondo del lavoro di cui ormai la Cgil diffida. Si sceglie la via delle urne perché non si intravedono altre strade o strumenti realistici di contrapposizione nei confronti di un governo che ha totalmente e definitivamente azzerato ogni rituale concertativo. Il referendum è la presa d’atto che non si poteva più andare avanti con il tradizionale e innocuo sciopero di fine d’anno e – nello spirito sostanzialmente eclettico di tutta la sua carriera – Landini ha pensato di uscire dall’impasse attraverso “la mossa del cavallo” referendaria.
Ma la paura dei lavoratori – delle persone che dovresti rappresentare e organizzare – quella diffidenza che spinge il sindacato su un terreno così inusuale e impervio, è giustificata? È la cattiva coscienza di un sindacato che ha tanto da farsi perdonare? È un dato storico reale, l’impossibilità del conflitto sociale? Grandi domande, a cui il gruppo dirigente confederale come al solito non risponde. Si imbocca la strada della consultazione e si va avanti a testa bassa: in questo modo si guadagna tempo, si smuovono le acque, si occupa la scena mediatica e si spera in un qualche miracolo referendario che rovesci i sondaggi impietosi.
Ora, a babbo morto, col disastro del 30,5% già servito, grande sarebbe la tentazione di fare fuoco sul quartier generale di Corso d’Italia. Ma bisogna stare attenti perché – sempre restando alle metafore maoiste – stavolta il cane che affoga, rischierebbe di portarsi sott’acqua tutto il precario baraccone sindacale. Senza alcuna “uscita a sinistra” visibile, dentro questa potente crisi di rappresentanza.
E poi non sarebbe eticamente corretto, scaricare tutto su Landini. Come migliaia d’altri delegati, chi scrive ha fatto le assemblee in fabbrica, volantinato, convinto i lavoratori recalcitranti a votare; non ha esercitato obiezione di coscienza e non aveva la palla magica per sapere in anticipo la misura della sconfitta, molto più pesante delle peggiori aspettative. E questo vale più o meno per tutti, nella sinistra di classe e sociale: abbiamo dato indicazione di andare alle urne e di votare, ci abbiamo messo la faccia nostra nei posti di lavoro e nelle piazze, quindi credo che un pezzettino (in quota parte) di questa sconfitta vada condiviso equamente. La partita l’hanno scelta i gruppi dirigenti ma poi ce la siamo giocata tutti. Punto.
Piuttosto approfittiamone per trarne qualche lezione, né rancorosa né malinconica. A partire da un dato che è solo una conferma storica: i gruppi dirigenti della Cgil sono totalmente inadeguati, in questa fase, soprattutto nello sforzo di ricollocazione del sindacato confederale dentro la moderna realtà sociale italiana. La generazione di dirigenti cresciuta politicamente negli “anni d’oro” della concertazione rappresenta oggi un peso e un elemento di ritardo per il sindacato. Possono vincere nei congressi anche con il 99% dei voti, ma non ne imbroccano una. Per anni hanno accuratamente evitato – contro Renzi, contro i tecnici, contro la Meloni – qualsiasi “scontro finale”, anche quando si giocava sul proprio terreno, quello segnatamente sindacale. Si arrivava sempre a fare l’ultimo passo indietro prima di giungere all’impatto critico e a esercitare concretamente il rapporto di forza (a proposito dei quesiti: nel 2014 lo sciopero generale contro il Jobs Act fu proclamato a legge già approvata).
E allora, ci si chiede, come sia stato possibile scegliere di andare alla conta finale – e conta matematica, per di più – proprio su quel terreno referendario che il sindacato conosce poco e di cui non controlla alcuna variabile. Com’è stato possibile scegliere di misurarsi sul totale del corpo elettorale, anziché sul tuo proprio corpo sociale? Eppure c’era disponibile la stagione dei diversi rinnovi contrattuali di categoria che, se giocata con intelligenza confederale, avrebbe potuto porre unitariamente al centro dell’agenda politica del paese la questione salariale – oltre che mettere mano all’eterno annoso problema della riunificazione/accorpamento di contratti (e categorie). Avresti fatto il tuo dovere di sindacato, forzato il vecchio inservibile modello contrattuale, riguadagnato punti agli occhi della massa dei salariati avvelenati da anni di deflazione delle retribuzioni reali, che ormai tutti riconoscono come la vera emergenza nazionale.
Il problema della Cgil è che non è più attrezzata per reggere nemmeno il “minimo sindacale” del conflitto distributivo che un’organizzazione riformista dovrebbe sostenere. La cultura e la memoria del conflitto – le pratiche, le parole d’ordine, la capacità di costruire vertenza ed esercizio di forza – non sono un’eredità nominale: se non si trasmettono con continuità alle generazioni successive di militanti e quadri, vanno disperse e basta.
Ed è quello che è accaduto negli anni della concertazione alla Cgil – una mutazione genetica che ha prodotto un corpaccione elefantiaco e confuso, per di più senza opposizione e senza dibattito interno.
L’altra lezione da trarre è ancora più desolante. Noi non conosciamo più il paese reale in cui viviamo. Non riusciamo a misurare il disastro della deindustrializzazione dei territori, della precarietà di massa, della deriva civile. Enormi pezzi di paese sopravvivono a sé stessi, in totale rottura con ogni appartenenza “nazionale e democratica”: le periferie metropolitane, le aree interne, il sud profondo dell’abbandono e della speculazione turistica. Qui l’articolo 1 della Costituzione non esiste: nulla è “fondato” sul lavoro, che è diventato invenzione quotidiana, sempre precaria spesso illegale o paralegale; e l’Italia non si rivela mai come “una e indivisibile”, in questo mosaico di sfighe e solitudini in cui si salva solo chi può. Non ci sono più la spesa pubblica e i partiti che ne mediavano i flussi, a tenere insieme questa mucillagine senza identità e senza speranze. Il voto è l’unico terreno su cui non riuscirai a parlare mai a questi milioni di italiani in libera uscita. Anche perché il PD si rivela sempre più una “bad company” che brucia e rende inattendibile qualsiasi slancio, idea o sforzo.
Certo, c’è un dato di “tenuta” rispetto ai milioni di elettori che hanno scelto di recarsi comunque a votare per il campo sociale del lavoro. Ma confondere le dinamiche referendarie e quelle elettorali non ha senso. I cittadini che hanno votato sono i primi a manifestare diffidenza e sfiducia verso l’abborracciata compagnia che li ha portati alle urne. Siamo sul crinale storico che divide depressione e speranza – e tutt’intorno a noi echi di guerra che a ragione dovrebbero indurci a scrivere sulle nostre bandiere: socialismo o barbarie!
Un progetto politico popolare, non settario e davvero antisistemico, è l’unico terreno su cui provare a ricomporre un blocco sociale del cambiamento. Idem per un moderno sindacalismo confederale di classe, combattivo e indipendente, che – pur senza disprezzare o svalorizzare l’esistente – è tutto da ricostruire da capo. Tanta ammirazione per chi continua ad avere voglia di cimentarsi nell’una e nell’altra impresa.
PS. Per favore, a proposito del quinto quesito, quello sulla cittadinanza, non attacchiamo la solita solfa sul razzismo, l’ignoranza etc. Chi ha votato NO è “gente nostra” e al di là del tecnicismo del quesito, ci ha voluto dare un segnale preciso: “non siamo contenti, non ci piace come sono state gestite le cose negli ultimi vent’anni, attenti perché per il momento rimaniamo ancora sul terreno democratico (e abbiamo votato SI sugli altri 4), ma se ci fate incazzare vi mandiamo affanculo; trovate alla svelta delle risposte su come gestire il casino che sono i nostri quartieri popolari o le risposte le cercheremo altrove”.
Evitare pudicamente di affrontare l’argomento non risolverà i nostri problemi.
11/06/2025
USB - Cosa ci insegna la sconfitta dei referendum
Lo strumento del referendum non ha mai funzionato sui temi del lavoro e ancor meno funziona oggi, in un contesto dove una gran parte dei settori popolari ha perso la speranza di poter cambiare le cose a causa delle tante delusioni subite.
La Cgil, che ha promosso i 4 referendum sul lavoro, si è preoccupata di portare avanti una campagna identitaria, ha provato a rifarsi il maquillage, e non ha tenuto conto della enorme difficoltà di portare a votare più di 26 milioni di italiani. Con l’evidente conseguenza di trascinarci tutti a raccogliere l’ennesima sconfitta e di regalare al governo delle destre una boccata di ossigeno e un’occasione di rinsaldamento interno.
Le componenti politiche del campo largo hanno sostenuto i 5 quesiti referendari in un’ottica elettorale e con l’obiettivo di regolare i conti dentro il centrosinistra. Ora fanno il confronto tra chi ha votato ai referendum e l’elettorato di centrodestra e puntano a gestire i 14 milioni di persone che sono andate a votare, attribuendosele come loro elettorato.
A questo gioco l’USB ha provato a sottrarsi dando vita ad un Comitato referendario indipendente, sostenendo le ragioni dei 5 SI, ma tenendosi a debita distanza dalle logiche strumentali dei promotori. Questa scelta è stata giusta sia perché sarebbe un grave errore confondersi con chi porta sulle proprie spalle tante responsabilità dell’abbassamento delle tutele e dei diritti che soffriamo in questo paese, e sia perché sarebbe ancora più grave confidare nella Cgil e nei suoi alleati politici per una svolta nelle politiche del lavoro e contro lo sfruttamento.
Del resto, basta guardare alla stagione contrattuale appena conclusa o ancora aperta in diverse categorie per accorgersi che niente è cambiato nella logica delle grandi organizzazioni confederali, né in tema di salario, né in tema di diritti e di precarietà, né in tema di democrazia. Quella che è stata condotta sui referendum è stata solo una operazione di immagine che non trova alcun riscontro nelle piattaforme sindacali e nell’azione sui posti di lavoro.
E questo è probabilmente il vero motivo per cui milioni di lavoratori e lavoratrici non hanno creduto alla possibilità del cambiamento attraverso i referendum promossi dalla Cgil. La Cgil non ha più la credibilità per proporsi alla guida di un processo di trasformazione se le chiacchiere di Landini in tv vengono quotidianamente smentite dall’agire concreto di un sindacato abituato alla concertazione più che al conflitto. Stanchi di essere presi in giro, in tanti sono rimasti indifferenti alla proposta dei referendum.
Anche se questa sconfitta, volenti e nolenti coinvolge anche noi, per il clima certamente non positivo che produce tra i lavoratori, dobbiamo saperne raccogliere gli insegnamenti. Innanzitutto la necessità di rafforzare il percorso di organizzazione indipendente: se vogliamo ricostruire un movimento dei lavoratori che possa invertire la rotta dobbiamo sapere riconoscere e smascherare ogni tentativo di rifarsi l’immagine da parte dei sindacati concertativi e dei loro alleati politici. In secondo luogo, dobbiamo sapere che la partita si gioca sul campo, sui posti di lavoro, nelle piazze, sul territorio, ricostruendo tra le persone in carne ed ossa la speranza del cambiamento collettivo, senza affidarsi a scorciatoie che oggi sono impraticabili e controproducenti. Infine, che la lotta è oggi e non è procrastinabile perché stanno trascinando il paese dentro un’economia di guerra gravida di rischi e conseguenze imprevedibili e drammatiche.
Per questo già il 12 occorre sostenere l’iniziativa dei migranti in tante piazze d’Italia e poi il 20 lo sciopero generale e il 21 la manifestazione nazionale a Roma da piazza Vittorio. Per non dare tregua al governo Meloni. Per il salario e contro il riarmo.
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29/05/2025
5 Sì contro lo sfruttamento
Nel silenzio assordante dei principali mezzi di comunicazione e al margine del dibattito politico nostrano, l’8 e il 9 giugno si voterà per un referendum di straordinaria importanza. Si tratta di esprimere il proprio parere su 5 quesiti. Quattro di essi, quelli di cui tratteremo in questo contributo, riguardano direttamente il tema del lavoro. Il quinto quesito, invece, verte sul tema dei requisiti necessari per ottenere la cittadinanza italiana e propone di dimezzare – da 10 a 5 anni – il periodo di residenza in Italia necessario a un cittadino straniero per richiederla. Si tratta, con ogni evidenza, di una misura di civiltà e decenza, che non si può che accogliere con favore e che ha senza dubbio a che fare con gli altri, in quanto qualsiasi persona con più diritti sarà anche meno ricattabile anche sui luoghi di lavoro.
La ricattabilità sul posto di lavoro è, di fatto, il tema al centro di questo referendum.
Per capire perché è necessario e doveroso non solo votare sì ai referendum, ma anche mobilitarsi attivamente per una loro riuscita, si possono prendere due strade, complementari e non alternative.
La prima guarda al contenuto stesso dei quesiti, e mostra come una vittoria del sì contribuirebbe a migliorare, in maniera diretta, le condizioni materiali di vita e professionali di milioni di lavoratrici e lavoratori:
- Il primo referendum mira ad abrogare una disposizione introdotta dal famigerato Jobs Act del Governo Renzi nel 2015, in virtù della quale la lavoratrice o il lavoratore di un’azienda con almeno 15 dipendenti licenziati dal padrone in maniera illegittima (definizione di ‘illegittimo’ secondo il Dizionario Treccani: che non ha le qualità o le condizioni richieste dalla legge per essere riconosciuto giuridicamente valido) non vanno reintegrati sul posto di lavoro. Chi vota sì al referendum impedisce al padrone di cavarsela con il pagamento di un semplice balzello quando licenzia al di fuori dei casi e delle procedure stabiliti dalla legge, e lo obbliga a reintegrare la lavoratrice oi l lavoratore al suo legittimo posto
- Il secondo referendum si occupa delle aziende con meno di 16 dipendenti. Anche nel caso in cui il primo referendum riuscisse a superare il quorum, la tutela che esso prevede si applicherebbe solo alle aziende con più di 15 dipendenti. Per le piccole imprese rimarrebbe la possibilità in capo al padrone di licenziare una dipendente in maniera illegittima, pagando un semplice indennizzo. Il secondo referendum vuole abrogare la disposizione di legge in virtù della quale l’ammontare massimo dell’indennizzo è limitato a sei mensilità. Chi vota sì al secondo referendum vuole rendere più gravoso, per il padrone di una piccola azienda, commettere un abuso.
- Anche il terzo referendum ha nel mirino una disposizione del Jobs Act. Il Governo Renzi, e la coalizione di centro-sinistra che lo supportava, nella sua offensiva contro il mondo del lavoro rese possibile l’attivazione di contratti a tempo determinato (fino a 12 mesi) senza che il padrone si dovesse neanche dare pena di spiegare quali fossero le ragioni oggettive per la natura precaria e temporanea del contratto. Chi vota sì al referendum vuole reintrodurre un criterio di buon senso minimo, che si applicava fino al Jobs Act, che il Decreto Dignità aveva parzialmente reintrodotto e il Governo Meloni ha di fatto disapplicato: se un lavoro ha natura stabile e continuativa nel tempo, anche il contratto alla base deve essere stabile. La natura temporanea di un contratto deve trovare ragion d’essere non nel desiderio del padrone di mantenere un potere di ricatto nei confronti della lavoratrice o del lavoratore, ma in esigenze produttive specifiche previste dalla legge.
- Il quarto referendum cerca di limitare uno degli aspetti più deteriori delle pratiche dell’appalto e del sub-appalto (una delle passioni del governo Draghi, ai tempi in cui governavano i "migliori"). Chi vota sì al quarto referendum vuole estendere anche all’imprenditore committente, o all’impresa che ha vinto un appalto e vuole sub-appaltare i lavori a un’impresa terza, le responsabilità in caso di infortunio sul lavoro. Chi vota sì vuole mettere un granello di sabbia nell’ingranaggio tramite il quale il padrone aumenta i suoi profitti risparmiando sulla sicurezza di lavoratrici e lavoratori
La seconda strada guarda oltre il contenuto specifico di ciascun referendum, e si concentra invece sul significato complessivo dell’appuntamento dell’8 e del 9 giugno, e sul valore politico di ciò che è in ballo. Ciascuna delle norme che i referendum vogliono abrogare è evidentemente deprecabile e ha senza dubbio contribuito a peggiorare la vita di lavoratrici e lavoratori. Al di là dell’impatto specifico che esse hanno, tuttavia, queste norme esercitano un ruolo come ingredienti di una strategia complessiva del padronato italiano per indebolire, vessare e rendere più ricattabile la popolazione lavoratrice. Da ormai diversi decenni, la legislazione sul lavoro nel nostro Paese ha avuto come obiettivo quello di rendere più vulnerabili e più deboli lavoratrici e lavoratori. Ogni singolo provvedimento, ogni goccia di precarietà istillata nel sistema, ogni nuova forma di contratto con garanzie minori di quella precedente, ogni grado ulteriore di libertà nel licenziare garantito al padrone, è servito a diminuire il potere contrattuale della classe lavoratrice, e a rendere possibile ogni successiva accelerazione sulla strada della precarietà. Ogni tutela per il lavoro sacrificata sull’altare della competitività, ogni espressione di retorica che ci vuole far credere che padronato e classe lavoratrice sono sulla stessa barca e hanno gli stessi interessi, ogni scemenza secondo la quale non ci sono i padroni, ma solo imprenditori che garantiscono ed elargiscono lavoro, tutto questo è servito a comprimere i salari e a rendere l’esistenza di chi lavora per vivere più impervia, difficile e spesso miserabile.
È per questo che votare sì ai referendum, oltre a cercare di migliorare su aspetti specifici le condizioni di vita di milioni di lavoratrici e lavoratori, serve ad affermare un principio e a lanciare un segnale, serve a mettere un intoppo nell’ingranaggio che ci schiaccia e rende i nostri salari non sufficienti per un’esistenza dignitosa, serve a mettere un argine alla ricattabilità e all’indebolimento del nostro potere contrattuale, serve a garantirci la forza per lottare per salari migliori e maggiori diritti. Serve ad invertire la rotta.
E no, il fatto che i referendum siano stati promossi dalla CGIL – un sindacato spesso complice e alfiere della compatibilità – siano sostenuti dal Partito Democratico – un soggetto politico che ha fatto dell’attacco alle tutele del mondo del lavoro la sua ragion d’essere, del resto il Jobs Act porta la firma del PD – e siano trattati da un pezzo di apparato come una maniera per guadagnare peso e influenza all’interno del centro-sinistra, ecco, tutto questo non è una scusa per non andare a votare sì e per non dedicare tutte le nostre energie, da qui all’8 e 9 giugno, al raggiungimento del quorum. A loro resti l’infamia della lunga stagione di politiche reazionarie e contro il mondo del lavoro che ha caratterizzato la nostra storia recente, a noi l’onere di continuare la nostra battaglia per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, a partire dai 5 Sì che esprimeremo l’8 e il 9 giugno.
07/05/2025
Referendum 8-9 giugno, USB ha dato vita al Comitato Indipendente e dà indicazione per 5 Sì
Assieme ad una coalizione di realtà politiche e sociali, l’USB ha dato vita ad un Comitato indipendente perché non ha condiviso la scelta di chi ha promosso i referendum. Avventurarsi in una campagna referendaria ci sembra un forte azzardo e i quesiti, almeno 3 dei 4 promossi dalla Cgil, sono stati formulati con il “freno a mano” per non scontentare i partner politici del sindacato di Landini, a cominciare dal Pd. Nell’eventualità che si dovesse raggiungere il quorum e vincere, il risultato sarebbe quindi modesto e l’effetto concreto più simbolico che reale.
Ma la partita è comunque in campo e, pur se parziali, i quesiti referendari costituiscono un tentativo di assestare un colpo alla precarietà del lavoro e alle leggi che l’hanno sancita. E poi c’è il quinto quesito, che mira a ridurre gli anni di permanenza in Italia per ottenere la cittadinanza e che costituisce una battaglia di civiltà.
L’USB, quindi, pur con tutti i distinguo che non possono essere taciuti, è in campo per sostenere i 5 Si e per provare ad invertire la rotta di una legislazione a senso unico, tutta indirizzata verso l’aumento della precarietà del lavoro e la restrizione dell’accesso ai diritti per i cittadini stranieri.
Unione Sindacale di Base
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