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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

04/10/2025

Sciopero politico, governo nervoso

Tornare a casa dopo giornate del genere, accendere la tv, ascoltare conduttori di tg e ospiti dei talk show (sempre gli stessi da anni, e quelli nuovi sono in genere ancora peggio) crea un effetto “realtà parallela”.

Se pure è da sempre noto che i media lavorano per nascondere, sedare, minimizzare, rovesciare, disinformare, “benaltrizzare”, davanti a questa sollevazione pacifica ma radicale di un popolo che per troppi anni (decenni) aveva sopportato di tutto – perdendo salario, reddito, diritti, visione, speranza – appare solare che il colpo arrivato da queste piazze ha effettivamente stordito il governo, i suoi ministri, le forze che lo compongono, i giornalisti abituati a vivere nel mondo virtuale dei pettegolezzi di palazzo.

La sedicente “opposizione”, il cosiddetto “campo largo”, sorride come circostanza richiede, ma sa di non avere alcun peso in quella massa di persone, e soprattutto non sa neanche come canalizzare una protesta che eccede – per radicalità, umanità, serietà, valori – la sua ossessione di trasformare qualsiasi cosa in possibili voti nelle urne.

Si capisce esattamente lo stato confusionale delle forze reazionarie al governo – e l’ignoranza esibita, anziché nascosta – dall’insistenza maniacale sulla definizione di questo sciopero come “politico”, anziché “sindacale”. Come se fosse una cosa strana... 

Anche un asino capisce che uno sciopero su questioni aziendali o contrattuali è una “vertenza lavorativa”, magari dura, ma limitata a quell’angolo di mondo lì. Mentre per definizione uno sciopero generale è sempre politico perché riguarda tutti.

E ogni sciopero politico ha un nemico che sta peggiorando la vita di tutti: il governo in carica, a prescindere dai colori che sbandiera.

Una mobilitazione come quella del 3 ottobre, oltretutto, ha investito direttamente una visione del mondo e dell’umanità che va ben al di là delle pur strategiche questioni di “politica economica e sociale” abitualmente al centro degli scioperi generali. Investe la politica internazionale che questo governo pratica da quando è in carica, in perfetta continuità con quelli precedenti, ma con un di più di revanscismo parafascista e di servilismo verso Stati criminali e genocidi.

Mobilitarsi per la vita e la libertà di autodeterminazione dei palestinesi sottoposti a genocidio significa immediatamente, direttamente, mobilitarsi per la nostra libertà di vivere in pace, in condizioni migliori, con più diritti e non meno.

La vicinanza del governo ai genocidi si vede da certe reazioni, da certi toni. Come quelli di Salvini, oltre che di Meloni, intenzionati a distruggere definitivamente non solo “il diritto di sciopero”, ma l’idea che questo paese e questo mondo possano avere un destino diverso dallo sfruttamento schiavistico e dalla guerra nucleare. Il sostegno alla missione della Global Sumud Flotilla e l’appello dei portuali di Genova hanno agito come catalizzatore di tutto questo.

Se un paese si blocca pressoché totalmente due volte nell’arco di 15 giorni – il 22 settembre su indizione della sola USB e qualche altro sindacato di base, ieri con il concorso di rincorsa anche della CGIL – vuol dire che il Paese, non solo quelle organizzazioni, più gli studenti, le associazioni, ecc., rifiuta questo governo e le sue scelte inumane.

E lo sa benissimo anche Giorgia Meloni, forse meglio del “personale politico” che la circonda, che ha reagito nel modo classico di chi sa di essere in torto marcio, sotto botta, a rischio nei consensi popolari. Ha aumentato gli attacchi a questa opposizione sociale diffusa e incontenibile, cercando di trovare un “soggetto singolo” da maledire, ma è stata costretta – costretta, perché altrimenti se ne sarebbe guardata bene, come nei due anni precedenti – a muovere qualche timida obiezione al governo genocida di Netayahu, Ben Gvir e Smotrich.

Mobilitazione popolare e sciopero generale dunque sono stati efficaci. Servono, eccome. Non è vero che non si può fare niente, che non si può incidere su quel corpo estraneo e nemico che è ormai un establishment che si sentiva inamovibile. E ancor meglio si potrà fare in futuro perché, come abbiamo detto nei giorni successivi al 22 settembre, queste mobilitazioni sono “un preavviso di sfratto” da Palazzo Chigi.

Certo, non possono – per il momento – proporre un “governo alternativo”, per cui servirebbe una rappresentanza politica all’altezza del compito. E certo non possono confidare in un “campo largo” abitato persino da fiancheggiatori del genocidio (la “sinistra per Israele” spicca solo per infamia), abituato da 40 anni a farsi concavo e convesso rispetto agli interessi delle imprese, del capitale finanziario, dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e di Israele. Proprio come Meloni & friends.

Ma questa constatazione implica solo che bisognerà mobilitare ancora più energie sociali, compattare le innumerevoli esigenze e visioni che animano un blocco sociale in formazione, distillare un programma e costruire la forza organizzata in grado di realizzarlo.

Compiti grandi e complessi, lo sappiamo. Compiti che sembravano impossibili e velleitari, fino a qualche giorno fa, immersi come eravamo nella “passività sociale” che respingeva qualsiasi stimolo al pensiero e all’azione collettiva.

Ma la Storia insegna: ci sono giorni che valgono anni, e che sconvolgono a volte persino il mondo.

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