La Commissione di Garanzia sulla legge 146 ha emesso la sua prima sentenza contro gli scioperi dello scorso autunno, facendo partire una prima pesante raffica di sanzioni contro l’agitazione che è stata proclamata senza rispettare i termini di preavviso a causa dell’attacco che stava subendo la Flotilla. La delibera della CGSSE si riferisce allo sciopero generale del 3 ottobre, scattato a seguito del sequestro illegittimo operato dall’esercito israeliano nei confronti di tutte le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, che stavano cercando di raggiungere le popolazioni di Gaza, per portare loro aiuti umanitari e aprire un valico permanente di soccorso.
Il governo Meloni non solo si è rifiutato di intervenire per far rispettare il diritto internazionale – le imbarcazioni sono state sequestrate infatti in acque internazionali e quindi fuori dalla giurisdizione israeliana – ma non ha ritenuto necessario di dover agire a sostegno dei cittadini italiani imbarcati, manifestando ancora una volta la totale complicità con il governo genocida di Tel Aviv. Come sappiamo i nostri concittadini, assieme al resto dell’equipaggio della Flotilla, sono stati arrestati e condotti nelle carceri israeliane, sottoposti a gravi vessazioni e violenze ed infine espulsi dopo alcuni giorni di sequestro illegittimo. Non una nota di protesta è mai partita dal nostro governo verso le autorità israeliane.
Lo sciopero generale del 3 ottobre ha rappresentato un moto di indignazione popolare capace di legare l’orrore per quanto avveniva (e purtroppo ancora continua) in Palestina con lo sdegno per il comportamento complice del nostro governo. Centinaia di migliaia di persone invadevano le piazze di tutto il paese e molte attività si fermarono. La circolazione è stata paralizzata ma in molte occasioni i manifestanti hanno ricevuto gli applausi dei cittadini intrappolati nel traffico e tuttavia solidali con la protesta.
Il governo ha vissuto in quei giorni i momenti più difficili dal suo insediamento. La Meloni balbettava frasi senza senso, Tajani appariva in grande imbarazzo, il resto del governo preferiva rimanere in silenzio. Ora che l’ondata emotiva si è ridotta, è cominciata la vendetta. In diverse città, da Bergamo a Catania, da Ravenna a Torino, sono state impartite decine e decine di sanzioni individuali contro i manifestanti con migliaia di euro di multe e, a seguire, sono cominciate ad arrivare le sanzioni contro le organizzazioni sindacali. Le somme più pesanti, 20mila euro, sono per l’USB assieme alla Cgil. E la Commissione ha già fatto sapere all’USB che ne sono in arrivo altre.
Bloccare il paese è una pratica che ha dimostrato di essere efficace. Il governo ha potuto sperimentare in quelle giornate tutta l’inutilità dei suoi dispositivi repressivi e dei decreti sicurezza di fronte all'espressione popolare. E si è messo paura. Non ci lasceremo intimidire dalla sua vendetta e ci prepariamo a tornare all’attacco. Ci sono mille buone ragioni per bloccare di nuovo tutto.
Unione Sindacale di Base
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/10/2025
Riflessioni a partire dallo sciopero
di Roberto Fineschi
I. Problemi di costruzione di un’identità politica di classe
Nonostante i deliri dello ius sanguinis e il “patriottardismo” del ventennio in nero, la stessa nozione di “popolo italiano” è un costrutto storico in divenire e, nonostante più di centocinquantanni di esistenza istituzionale, tutt’altro che consolidato. La frantumazione secolare, le differenze socio-economiche, culturali, istituzionali, linguistiche delle varie zone dell’attuale Italia politica hanno reso la creazione di un’entità definibile “popolo italiano” quanto mai complessa, irta di difficoltà e resa ancor più accidentata dalla peculiare composizione della lotta di classe in quel contesto
La sempre sottolineate estraneità – o addirittura opposizione – delle masse popolari per lo più contadine al processo risorgimentale, il carattere dispotico e disumano del regime liberale prima, del fascismo poi (ed il primo in verità meno popolare del secondo) hanno alimentato quello stesso sentimento di non immedesimazione, distacco, ribellione anarcoide contro le istituzioni, qualunque esse siano.
Solo la nascita dei movimenti socialisti prima e comunisti poi da una parte, lo strutturato solidarismo paternalistico cattolico dall’altra hanno contribuito a organizzare il comune sentimento di essere sulla stessa barca di una massa di diseredati mai diventati pienamente cittadini in senso “borghese”.
Il tardo e limitato sviluppo capitalistico, il carattere ultraelitistico delle classi dirigenti italiane hanno limitato il processo progressivo di borghesizzazione della società – la cittadinanza, l’identificazione progressista, e non puramente retorica, di nazione e stato – a una fascia limitata della popolazione, escludendo il “popolo”.
La natura di fondo anarcoide e disorganizzata di questo popolo, la refrattarietà a identificarsi in organizzazioni istituzionali, come si diceva, solo in parte è stata compensata dall’attività politica organizzata dei partiti di massa e ha lasciato fuori da questi processi una larga parte della popolazione che ha continuato a preferire, come aveva fatto per secoli, di far buon viso a cattivo gioco, senza capacità trasformativa di largo respiro, mirando al proprio “particulare” date le circostanze esternamente date (Guicciardini teorizza e docet).
In essi matura dunque semmai un sentimento solidale destrutturato di comune umanità diseredata (qui gioca un ruolo anche la comune matrice cattolica dell’essere umano in generale come individuo intimamente, ma non istituzionalmente, personale) contro l’istituzione nemica che può sfociare più in forme di ribellismo e/o più comunemente di dissenso passivo (mancata o finta adesione) piuttosto che in organizzazione e progettualità politica attiva.
Questo aspetto è rappresentato emblematicamente per es. in alcuni film di Monicelli (si pensi al finale de La grande guerra).
In casi eclatanti di violenza istituzionale può esplodere fragorosamente per una durata limitata e senza stabile prospettiva trasformativa.
Be’, a questo ci troviamo di fronte per l’ennesima volta anche oggi. La sfida politica, che in parte era stata vinta nei decenni del secondo dopoguerra, è dare un ordine e un’organizzazione a un movimento con tanto stomaco ma con una testa tanto più piccola del corpo. Le recentissime elezioni hanno confermato questa situazione: nessuna coincidenza tra protesta popolare di massa e risposta politica istituzionale.
È ancora una volta la sfida gramsciana dell’organizzazione e dell’egemonia che va affrontata urgentemente. Altrimenti, finita la “buriana”, i cattivi si faranno sentire da par loro.
II. Recapitulatio
1) Un paese viola da decenni il diritto internazionale.
2) Recentemente (e già prima non scherzavano) questa violazione ha assunto dimensioni di violenza inaudita, esplicita e inimmaginabile, disumana.
3) Questo paese può fare tutto ciò perché supportato dai padroni del mondo “occidentale” che lo utilizzano come testa di ponte per controllare l’area.
4) Quelli che erano vassalli del padrone occidentale – e che finché c’era la spauracchio dell’URSS dovevano apparire liberi e eguali e quindi avevano dei margini di manovra – ora sono decaduti alla status di servi da comandare (combattere al posto loro pagando loro le armi) e da spolpare (gas e concessione del controllo finanziario speculativo dell’economia nazionale con l’ingresso dei fondi di investimento, ecc., grande distribuzione via internet, ecc.) e quindi devono semplicemente obbedire. Prima potevano avere una voce dissonante sul Medioriente, ora devono dire signorsì.
5) ll paese genocidario è alleato del nostro, ci fornisce servizi di vario genere, ha addentellati fortissimi nel governo ma anche trasversalmente nel principale partito sedicente di opposizione (“sinistra per I….e”).
Gli Stati occidentali non solo stanno dalla parte del paese genocidario, senza di loro esso non potrebbe fare quello che fa, sono *complici*.
6) Per salvare la faccia con la popolazione occidentale progressista incredula si fa il giochino della piccole, tardive, concessioni: riconoscimento ma senza embargo, accompagnamento ma senza intervento, indignazione di alcuni mezzi di informazione (soprattutto in UK e USA) ma senza attaccare con la stessa intensità con cui si accusano i genocidari i propri governanti che ciò rendono possibile. Tutto ovviamente con la massima malafede e solo per sembrare bravi e onesti.
7) Non c’è niente da dimostrare, è inutile prendere sul serio le chiacchiere dei vari lacchè che quotidianamente si arrampicano sugli specchi a dispetto del ridicolo e della perdita della dignità che non hanno mai avuto. È sbagliato riconcorrerli nei loro non ragionamenti fatti solo per ingarbugliare il discorso e farlo finire in vicoli ciechi. Bisogna lasciarli perdere ed elencare semplicemente le violazioni continue e ripetute, manifestare e, soprattutto, organizzarsi perché questa indignazione diventi una voce politica.
8) Questa voce deve darsi uno statuto organizzativo, far capire al ceto medio nostrano che verrà spazzato via dai padroni a stelle e strisce senza pietà nel giro di breve, e che è nell’interesse nazionale anche dei più refrattari porre la questione degli schieramenti internazionali in cui conviene strategicamente collocarsi.
III. Contro la barbarie, sciopero generale!
Tutto nasce ormai più di 100 anni fa come progetto coloniale in cui arabi ed ebrei vengono ingannati con promesse di autonomia statuale ed entrambi strumentalizzati dai “grandi civilizzatori” del governo inglese.
Prosegue come tentativo di egemonia sull’area all’inizio della guerra fredda tra URSS e Inghilterra che muovono pedine sullo scacchiere (valutazione clamorosamente sbagliata di Stalin al tempo).
Già a questo punto l’escalation della violenza ha raggiunto livelli che violano sia il diritto internazionale che quello umanitario.
Subentrando le elites a stelle e strisce e aumentando massicciamente il controllo/finanziamento e infine cadendo l’URSS si rompe ogni argine, fino alla mattanza attuale.
La sproporzione tra le forze da mettere in campo per salvare la Palestina e il “guadagno” che può fruttare a un qualunque “decisore” internazionale è grande. La battaglia è ardua. Ma non è una battaglia vana, né solo locale.
Come nella Gerusalemme liberata accade a Rinaldo di fronte allo scudo che riflette la sua immagine corrotta, tutto ciò ha destato le masse dal torpore indotto dai paradisi artificiali in cui vengono tenute drogate, dai sessualismi, edonismi, particularismi, consumismi del nulla. Dalla percezione di una vera e propria crisi di civiltà.
L’enormità è tale che non si può non vedere, non si può fare finta di niente, se non altro non si può non temere che tanta violenza fuori da ogni controllo domani possa tornare a sconvolgere l’esistenza “normale” anche da noi.
Se la crescita della coscienza politico-sociale è da tempo arrestata, è anzi in regresso, ciò non ha cancellato, almeno in molti, il sentimento di una comune umanità (che anch’esso non ha niente di naturale ma è un’acquisizione storica).
Questo risveglio va fatto fruttare. La frammentazione politica non si cancella con uno slancio di buone intenzioni. Va creata una piattaforma comune in cui convergere con un paio di obiettivi strategici comuni sui quali focalizzarsi, lasciando da parte le divisioni identitarie (che ovviamente si possono mantenere ma che non devono confliggere con il raggiungimento degli obiettivi minimi comuni).
Il primo obiettivo minimo comune, per chiamare la barbarie con il suo nome, è lo sciopero generale!
IV. Ipotesi per il dopo
Senza pretesa di dettare linee a nessuno, solo ragionamenti a voce alta per riflettere.
1) La premessa di cui sono convinto è che, se questo potente, poderoso, incoraggiante movimento non riesce a darsi una qualche organizzazione o delle linee guida di convergenza, c’è il rischio che faccia la fine di tutti gli altri movimenti che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni, ovvero che si disperda e che non si riesca a chiudere la strada alla montante reazione che gli farà seguito.
2) Il movimento è molto ampio e composito, ha molte anime e molte teste, molte identità. Ipotizzare una “unità” non dico organizzativa (direi assolutamente impossibile), ma anche ideale significa secondo me non voler guardare in faccia la realtà. Anzi, rischia di essere controproducente perché impone di trovare delle mediazioni su fortissime questioni identitarie che finirebbero per avere il sopravvento, risultare divise e, soprattutto, confinare la discussione, temo, su un inconcludente terreno ideologico.
3) Per questo motivo credo che non sia questa la strada da intraprendere. Non perché sia impossibile, ma direi che è decisamente prematura e, più che a unità e organizzazione, porterebbe a divisioni.
4) L’idea dunque potrebbe essere non affrontare il tema di un’organizzazione comune, ma di (pochi, chiari, decisivi) *obiettivi comuni*, che lascino da parte le questioni identitarie e che invece valorizzino la convergenza verso temi concreti su cui tutti siamo d’accordo.
5) Ciò potrebbe essere possibile ipotizzando piattaforme terze, anche istituzionali (alleanze, coalizioni, anche una specie di “partito” che abbiano delle *precise regole di funzionamento*) in cui nessuno confuisce, ma in cui si individuano e discutono gli obiettivi comuni per i quali ci si mobilità unitariamente.
6) I punti possibili sono ovviamente molti e ovviamente soggetti alla negoziazione di chi intendesse imbarcarsi in un’operazione del genere. A mio avviso, anche per mantenere il legame con il movimento in atto uno fondamentale dovrebbe essere defalcare le ingenti spese militari programmate (e anche quelle per il ponte) e, in secondo luogo, reindirizzarle verso politiche del lavoro. Abbiamo valenti economisti eterodossi con cui ipotizzare piani di ammodernamento della rete ferroviaria secondaria (pendolari), piani per l’edilizia popolare, riqualificazione del territorio, ecc. Ovviamente scuola e sanità pubbliche, ecc.
7) È qualcosa che non va fatto in astratto o in linea di principio (come le mie chiacchiere), ma concretamente, cifre alla mano su ricaduta occupazionale, effetto volano sull’indotto, ecc. Ci sono delle figure che possono farlo.
E, come scrisse Marx alla fine della Critica del programma di Gotha riecheggiando il vecchio Ezechiele 3,19, “dixi et salvavi animam meam”, che, detto da uno che non crede nell’immortalità dell’anima, vuole suonare scherzoso.
Fonte
I. Problemi di costruzione di un’identità politica di classe
Nonostante i deliri dello ius sanguinis e il “patriottardismo” del ventennio in nero, la stessa nozione di “popolo italiano” è un costrutto storico in divenire e, nonostante più di centocinquantanni di esistenza istituzionale, tutt’altro che consolidato. La frantumazione secolare, le differenze socio-economiche, culturali, istituzionali, linguistiche delle varie zone dell’attuale Italia politica hanno reso la creazione di un’entità definibile “popolo italiano” quanto mai complessa, irta di difficoltà e resa ancor più accidentata dalla peculiare composizione della lotta di classe in quel contesto
La sempre sottolineate estraneità – o addirittura opposizione – delle masse popolari per lo più contadine al processo risorgimentale, il carattere dispotico e disumano del regime liberale prima, del fascismo poi (ed il primo in verità meno popolare del secondo) hanno alimentato quello stesso sentimento di non immedesimazione, distacco, ribellione anarcoide contro le istituzioni, qualunque esse siano.
Solo la nascita dei movimenti socialisti prima e comunisti poi da una parte, lo strutturato solidarismo paternalistico cattolico dall’altra hanno contribuito a organizzare il comune sentimento di essere sulla stessa barca di una massa di diseredati mai diventati pienamente cittadini in senso “borghese”.
Il tardo e limitato sviluppo capitalistico, il carattere ultraelitistico delle classi dirigenti italiane hanno limitato il processo progressivo di borghesizzazione della società – la cittadinanza, l’identificazione progressista, e non puramente retorica, di nazione e stato – a una fascia limitata della popolazione, escludendo il “popolo”.
La natura di fondo anarcoide e disorganizzata di questo popolo, la refrattarietà a identificarsi in organizzazioni istituzionali, come si diceva, solo in parte è stata compensata dall’attività politica organizzata dei partiti di massa e ha lasciato fuori da questi processi una larga parte della popolazione che ha continuato a preferire, come aveva fatto per secoli, di far buon viso a cattivo gioco, senza capacità trasformativa di largo respiro, mirando al proprio “particulare” date le circostanze esternamente date (Guicciardini teorizza e docet).
In essi matura dunque semmai un sentimento solidale destrutturato di comune umanità diseredata (qui gioca un ruolo anche la comune matrice cattolica dell’essere umano in generale come individuo intimamente, ma non istituzionalmente, personale) contro l’istituzione nemica che può sfociare più in forme di ribellismo e/o più comunemente di dissenso passivo (mancata o finta adesione) piuttosto che in organizzazione e progettualità politica attiva.
Questo aspetto è rappresentato emblematicamente per es. in alcuni film di Monicelli (si pensi al finale de La grande guerra).
In casi eclatanti di violenza istituzionale può esplodere fragorosamente per una durata limitata e senza stabile prospettiva trasformativa.
Be’, a questo ci troviamo di fronte per l’ennesima volta anche oggi. La sfida politica, che in parte era stata vinta nei decenni del secondo dopoguerra, è dare un ordine e un’organizzazione a un movimento con tanto stomaco ma con una testa tanto più piccola del corpo. Le recentissime elezioni hanno confermato questa situazione: nessuna coincidenza tra protesta popolare di massa e risposta politica istituzionale.
È ancora una volta la sfida gramsciana dell’organizzazione e dell’egemonia che va affrontata urgentemente. Altrimenti, finita la “buriana”, i cattivi si faranno sentire da par loro.
II. Recapitulatio
1) Un paese viola da decenni il diritto internazionale.
2) Recentemente (e già prima non scherzavano) questa violazione ha assunto dimensioni di violenza inaudita, esplicita e inimmaginabile, disumana.
3) Questo paese può fare tutto ciò perché supportato dai padroni del mondo “occidentale” che lo utilizzano come testa di ponte per controllare l’area.
4) Quelli che erano vassalli del padrone occidentale – e che finché c’era la spauracchio dell’URSS dovevano apparire liberi e eguali e quindi avevano dei margini di manovra – ora sono decaduti alla status di servi da comandare (combattere al posto loro pagando loro le armi) e da spolpare (gas e concessione del controllo finanziario speculativo dell’economia nazionale con l’ingresso dei fondi di investimento, ecc., grande distribuzione via internet, ecc.) e quindi devono semplicemente obbedire. Prima potevano avere una voce dissonante sul Medioriente, ora devono dire signorsì.
5) ll paese genocidario è alleato del nostro, ci fornisce servizi di vario genere, ha addentellati fortissimi nel governo ma anche trasversalmente nel principale partito sedicente di opposizione (“sinistra per I….e”).
Gli Stati occidentali non solo stanno dalla parte del paese genocidario, senza di loro esso non potrebbe fare quello che fa, sono *complici*.
6) Per salvare la faccia con la popolazione occidentale progressista incredula si fa il giochino della piccole, tardive, concessioni: riconoscimento ma senza embargo, accompagnamento ma senza intervento, indignazione di alcuni mezzi di informazione (soprattutto in UK e USA) ma senza attaccare con la stessa intensità con cui si accusano i genocidari i propri governanti che ciò rendono possibile. Tutto ovviamente con la massima malafede e solo per sembrare bravi e onesti.
7) Non c’è niente da dimostrare, è inutile prendere sul serio le chiacchiere dei vari lacchè che quotidianamente si arrampicano sugli specchi a dispetto del ridicolo e della perdita della dignità che non hanno mai avuto. È sbagliato riconcorrerli nei loro non ragionamenti fatti solo per ingarbugliare il discorso e farlo finire in vicoli ciechi. Bisogna lasciarli perdere ed elencare semplicemente le violazioni continue e ripetute, manifestare e, soprattutto, organizzarsi perché questa indignazione diventi una voce politica.
8) Questa voce deve darsi uno statuto organizzativo, far capire al ceto medio nostrano che verrà spazzato via dai padroni a stelle e strisce senza pietà nel giro di breve, e che è nell’interesse nazionale anche dei più refrattari porre la questione degli schieramenti internazionali in cui conviene strategicamente collocarsi.
III. Contro la barbarie, sciopero generale!
Tutto nasce ormai più di 100 anni fa come progetto coloniale in cui arabi ed ebrei vengono ingannati con promesse di autonomia statuale ed entrambi strumentalizzati dai “grandi civilizzatori” del governo inglese.
Prosegue come tentativo di egemonia sull’area all’inizio della guerra fredda tra URSS e Inghilterra che muovono pedine sullo scacchiere (valutazione clamorosamente sbagliata di Stalin al tempo).
Già a questo punto l’escalation della violenza ha raggiunto livelli che violano sia il diritto internazionale che quello umanitario.
Subentrando le elites a stelle e strisce e aumentando massicciamente il controllo/finanziamento e infine cadendo l’URSS si rompe ogni argine, fino alla mattanza attuale.
La sproporzione tra le forze da mettere in campo per salvare la Palestina e il “guadagno” che può fruttare a un qualunque “decisore” internazionale è grande. La battaglia è ardua. Ma non è una battaglia vana, né solo locale.
Come nella Gerusalemme liberata accade a Rinaldo di fronte allo scudo che riflette la sua immagine corrotta, tutto ciò ha destato le masse dal torpore indotto dai paradisi artificiali in cui vengono tenute drogate, dai sessualismi, edonismi, particularismi, consumismi del nulla. Dalla percezione di una vera e propria crisi di civiltà.
L’enormità è tale che non si può non vedere, non si può fare finta di niente, se non altro non si può non temere che tanta violenza fuori da ogni controllo domani possa tornare a sconvolgere l’esistenza “normale” anche da noi.
Se la crescita della coscienza politico-sociale è da tempo arrestata, è anzi in regresso, ciò non ha cancellato, almeno in molti, il sentimento di una comune umanità (che anch’esso non ha niente di naturale ma è un’acquisizione storica).
Questo risveglio va fatto fruttare. La frammentazione politica non si cancella con uno slancio di buone intenzioni. Va creata una piattaforma comune in cui convergere con un paio di obiettivi strategici comuni sui quali focalizzarsi, lasciando da parte le divisioni identitarie (che ovviamente si possono mantenere ma che non devono confliggere con il raggiungimento degli obiettivi minimi comuni).
Il primo obiettivo minimo comune, per chiamare la barbarie con il suo nome, è lo sciopero generale!
IV. Ipotesi per il dopo
Senza pretesa di dettare linee a nessuno, solo ragionamenti a voce alta per riflettere.
1) La premessa di cui sono convinto è che, se questo potente, poderoso, incoraggiante movimento non riesce a darsi una qualche organizzazione o delle linee guida di convergenza, c’è il rischio che faccia la fine di tutti gli altri movimenti che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni, ovvero che si disperda e che non si riesca a chiudere la strada alla montante reazione che gli farà seguito.
2) Il movimento è molto ampio e composito, ha molte anime e molte teste, molte identità. Ipotizzare una “unità” non dico organizzativa (direi assolutamente impossibile), ma anche ideale significa secondo me non voler guardare in faccia la realtà. Anzi, rischia di essere controproducente perché impone di trovare delle mediazioni su fortissime questioni identitarie che finirebbero per avere il sopravvento, risultare divise e, soprattutto, confinare la discussione, temo, su un inconcludente terreno ideologico.
3) Per questo motivo credo che non sia questa la strada da intraprendere. Non perché sia impossibile, ma direi che è decisamente prematura e, più che a unità e organizzazione, porterebbe a divisioni.
4) L’idea dunque potrebbe essere non affrontare il tema di un’organizzazione comune, ma di (pochi, chiari, decisivi) *obiettivi comuni*, che lascino da parte le questioni identitarie e che invece valorizzino la convergenza verso temi concreti su cui tutti siamo d’accordo.
5) Ciò potrebbe essere possibile ipotizzando piattaforme terze, anche istituzionali (alleanze, coalizioni, anche una specie di “partito” che abbiano delle *precise regole di funzionamento*) in cui nessuno confuisce, ma in cui si individuano e discutono gli obiettivi comuni per i quali ci si mobilità unitariamente.
6) I punti possibili sono ovviamente molti e ovviamente soggetti alla negoziazione di chi intendesse imbarcarsi in un’operazione del genere. A mio avviso, anche per mantenere il legame con il movimento in atto uno fondamentale dovrebbe essere defalcare le ingenti spese militari programmate (e anche quelle per il ponte) e, in secondo luogo, reindirizzarle verso politiche del lavoro. Abbiamo valenti economisti eterodossi con cui ipotizzare piani di ammodernamento della rete ferroviaria secondaria (pendolari), piani per l’edilizia popolare, riqualificazione del territorio, ecc. Ovviamente scuola e sanità pubbliche, ecc.
7) È qualcosa che non va fatto in astratto o in linea di principio (come le mie chiacchiere), ma concretamente, cifre alla mano su ricaduta occupazionale, effetto volano sull’indotto, ecc. Ci sono delle figure che possono farlo.
E, come scrisse Marx alla fine della Critica del programma di Gotha riecheggiando il vecchio Ezechiele 3,19, “dixi et salvavi animam meam”, che, detto da uno che non crede nell’immortalità dell’anima, vuole suonare scherzoso.
Fonte
La “libertà di stampa” si ferma davanti al genocidio
Tra i segnali più chiari del degrado morale, politico e deontologico del “sistema occidentale” c’è di sicuro l’asservimento esplicito dell’informazione.
Non soddisfatti di tacere da anni sulla strage di giornalisti a Gaza – quasi 280, più che nella Seconda Guerra Mondiale e in tutto il mondo – gli stessi media che stigmatizzano quel che Trump va facendo negli Usa (tra cui il licenziamento poi rientrato di Jimmy Kimmel, intrattenitore comico critico nei suoi confronti) censurano i propri stessi giornalisti impedendo loro di prendere qualsiasi posizione critica nei confronti di Israele.
Addirittura negando la pubblicazione sul proprio stesso giornale di una nota del Comitato di Redazione, organo sindacale fin qui libero di intervenire. È successo nel “liberal-democratico” Corriere della Sera, quello che quotidianamente dà lezioni su come dovrebbero opporsi le opposizioni di qualsiasi tipo. Sdraiandosi sotto i piedi del padrone di turno, vien da pensare...
Il punto di non ritorno, nell’Occidente neoliberista, è stato superato. Ora si comincia a precipitare...
Non soddisfatti di tacere da anni sulla strage di giornalisti a Gaza – quasi 280, più che nella Seconda Guerra Mondiale e in tutto il mondo – gli stessi media che stigmatizzano quel che Trump va facendo negli Usa (tra cui il licenziamento poi rientrato di Jimmy Kimmel, intrattenitore comico critico nei suoi confronti) censurano i propri stessi giornalisti impedendo loro di prendere qualsiasi posizione critica nei confronti di Israele.
Addirittura negando la pubblicazione sul proprio stesso giornale di una nota del Comitato di Redazione, organo sindacale fin qui libero di intervenire. È successo nel “liberal-democratico” Corriere della Sera, quello che quotidianamente dà lezioni su come dovrebbero opporsi le opposizioni di qualsiasi tipo. Sdraiandosi sotto i piedi del padrone di turno, vien da pensare...
Il punto di non ritorno, nell’Occidente neoliberista, è stato superato. Ora si comincia a precipitare...
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La direzione del Corriere della Sera ha negato la pubblicazione di un comunicato sindacale della rappresentanza dei giornalisti (cdr) che esprimeva sostegno alla mobilitazione in favore della popolazione palestinese ed esprimeva solidarietà ai componenti della Global Sumud Flotilla. La motivazione? A giudizio della vicedirettrice Fiorenza Sarzanini si trattava di un testo dal “contenuto politico” e non sindacale.
Una scelta censurata dalla Federazione nazionale della stampa italiana, il sindacato unitario dei giornalisti, che in una lettera indirizzata al direttore Luciano Fontana rileva che si tratta di una violazione dell’articolo 34 del contratto collettivo nazionale di categoria, in base al quale l’eventuale dissenso sull’opportunità della pubblicazione va risolto consultando il rappresentante dell’associazione regionale della stampa. Cosa che non è stata fatta.
Non solo: nella nota indirizzata a Fontana la segretaria generale della Fnsi, Alessandra Costante, ricorda che il direttore può valutare i comunicati sindacali solo per eventuali profili di responsabilità legale, non di opportunità politica. E una sentenza del Tribunale di Milano del 2003 ha qualificato il rifiuto di pubblicare i comunicati sindacali come comportamento antisindacale e in quanto tale sanzionabile sulla base dello Statuto dei lavoratori.
Da notare che il testo respinto al mittente dalla direzione – che non era stato discusso in assemblea – annunciava la scelta di continuare a lavorare, non aderendo allo sciopero, per “dare visibilità alle manifestazioni in corso, nate dal basso e senza precedenti nella storia recente” tutelando così il diritto dei cittadini ad essere informati.
Ad essere stata giudicata irricevibile al piano nobile di via Solferino è la prima parte, quella in cui il cdr eletto lo scorso giugno esprimeva appoggio agli attivisti che hanno tentato in queste ore di aprire un corridoio umanitario per Gaza.
Una posizione in netto contrasto con quella del governo Meloni, che ha criticato la missione – sostenendo che “non era per una questione umanitaria” – e irriso le mobilitazioni che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone in tutte le città italiane dicendo che gli scioperanti volevano fare “il weekend lungo”.
Il Corriere ha invece dato atto della posizione della Fnsi, che in un comunicato si è detta “solidale con i componenti di Global Sumud Flotilla che hanno tentato di aprire un corridoio umanitario per Gaza” e “vicina al popolo palestinese, ostaggio di una tragica guerra scatenata dopo il massacro di civili israeliani avvenuto il 7 ottobre ad opera dei terroristi di Hamas”, ma ha annunciato di non aderire allo sciopero generale “per consentire a tutti i giornalisti di poter informare i cittadini e tenere acceso un faro su ciò che sta accadendo oggi a Gaza, in Israele, e anche in Italia” aggiungendo di “non poter cedere alle spinte, pur condivisibili, di essere parte di una protesta, abdicando al nostro ruolo di operatori dell’informazione”.
Il quotidiano milanese ne ha scritto però in un breve articolo, invece che pubblicare il documento federale come comunicato sindacale. Decisione da cui Costante si dice “sorpresa”: è un’altra violazione del contratto.
Fonte
04/10/2025
Lo sciopero generale e le manifestazioni in Italia sulla stampa internazionale
Proteste di massa e scioperi per Gaza paralizzano l’Italia (Politico)
Strade e porti bloccati e scuole chiuse dopo che i sindacati hanno indetto uno sciopero generale per la guerra di Israele su Gaza.
Strade e porti bloccati e scuole chiuse dopo che i sindacati hanno indetto uno sciopero generale per la guerra di Israele su Gaza.
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L’Italia paralizzata come Gaza. Le proteste aumentano la pressione su Meloni (Financial Times)
Premier italiano sotto accusa tra scioperi e scontri con la polizia in solidarietà con i palestinesi
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Gli italiani scendono in piazza e scioperano in massa nelle manifestazioni per Gaza nelle città (France 24)
Centinaia di migliaia di italiani hanno partecipato a uno sciopero nazionale e a manifestazioni in tutto il paese venerdì, in solidarietà con la causa palestinese e a sostegno di una flottiglia umanitaria diretta a Gaza che ha tentato senza successo di rompere il blocco israeliano. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha condannato lo sciopero.
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Gli italiani organizzano uno sciopero a sostegno dei palestinesi di Gaza (BBC)
I lavoratori in Italia hanno partecipato a uno sciopero generale venerdì, non per migliori salari o condizioni, ma in solidarietà con il popolo di Gaza.
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Il sindacato italiano afferma che 2 milioni di persone hanno aderito allo sciopero generale per Gaza, mentre le masse marciano in tutto il paese (Times of Israel)
I manifestanti si scontrano con la polizia durante le manifestazioni contro l’intercettazione della flottiglia da parte di Israele e la posizione di Meloni sulla guerra; i dimostranti espongono striscioni anti-Israele: ‘Fermiamo il sionismo con la resistenza’
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La pressione aumenta sul governo di Meloni mentre le proteste per Gaza paralizzano l’Italia (Al Jazeera)
Il sindacato afferma che venerdì hanno protestato più di due milioni di persone, con una massiccia partecipazione prevista sabato per le proteste a Roma.
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Guerra di Gaza. L’Italia fa sul serio (Junge Welt)
Centinaia di migliaia di persone protestano contro l’arresto violento della flottiglia di aiuti a Gaza da parte dei soldati israeliani
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I lavoratori bloccano nuovamente l’Italia in solidarietà con la Palestina (People’s Dispatch)
Centinaia di migliaia di persone hanno partecipato a un nuovo sciopero generale in tutta Italia, in solidarietà con il popolo di Gaza e la Flottiglia Globale Sumud.
Fonte
Sciopero politico, governo nervoso
Tornare a casa dopo giornate del genere, accendere la tv, ascoltare conduttori di tg e ospiti dei talk show (sempre gli stessi da anni, e quelli nuovi sono in genere ancora peggio) crea un effetto “realtà parallela”.
Se pure è da sempre noto che i media lavorano per nascondere, sedare, minimizzare, rovesciare, disinformare, “benaltrizzare”, davanti a questa sollevazione pacifica ma radicale di un popolo che per troppi anni (decenni) aveva sopportato di tutto – perdendo salario, reddito, diritti, visione, speranza – appare solare che il colpo arrivato da queste piazze ha effettivamente stordito il governo, i suoi ministri, le forze che lo compongono, i giornalisti abituati a vivere nel mondo virtuale dei pettegolezzi di palazzo.
La sedicente “opposizione”, il cosiddetto “campo largo”, sorride come circostanza richiede, ma sa di non avere alcun peso in quella massa di persone, e soprattutto non sa neanche come canalizzare una protesta che eccede – per radicalità, umanità, serietà, valori – la sua ossessione di trasformare qualsiasi cosa in possibili voti nelle urne.
Si capisce esattamente lo stato confusionale delle forze reazionarie al governo – e l’ignoranza esibita, anziché nascosta – dall’insistenza maniacale sulla definizione di questo sciopero come “politico”, anziché “sindacale”. Come se fosse una cosa strana...
Anche un asino capisce che uno sciopero su questioni aziendali o contrattuali è una “vertenza lavorativa”, magari dura, ma limitata a quell’angolo di mondo lì. Mentre per definizione uno sciopero generale è sempre politico perché riguarda tutti.
E ogni sciopero politico ha un nemico che sta peggiorando la vita di tutti: il governo in carica, a prescindere dai colori che sbandiera.
Una mobilitazione come quella del 3 ottobre, oltretutto, ha investito direttamente una visione del mondo e dell’umanità che va ben al di là delle pur strategiche questioni di “politica economica e sociale” abitualmente al centro degli scioperi generali. Investe la politica internazionale che questo governo pratica da quando è in carica, in perfetta continuità con quelli precedenti, ma con un di più di revanscismo parafascista e di servilismo verso Stati criminali e genocidi.
Mobilitarsi per la vita e la libertà di autodeterminazione dei palestinesi sottoposti a genocidio significa immediatamente, direttamente, mobilitarsi per la nostra libertà di vivere in pace, in condizioni migliori, con più diritti e non meno.
La vicinanza del governo ai genocidi si vede da certe reazioni, da certi toni. Come quelli di Salvini, oltre che di Meloni, intenzionati a distruggere definitivamente non solo “il diritto di sciopero”, ma l’idea che questo paese e questo mondo possano avere un destino diverso dallo sfruttamento schiavistico e dalla guerra nucleare. Il sostegno alla missione della Global Sumud Flotilla e l’appello dei portuali di Genova hanno agito come catalizzatore di tutto questo.
Se un paese si blocca pressoché totalmente due volte nell’arco di 15 giorni – il 22 settembre su indizione della sola USB e qualche altro sindacato di base, ieri con il concorso di rincorsa anche della CGIL – vuol dire che il Paese, non solo quelle organizzazioni, più gli studenti, le associazioni, ecc., rifiuta questo governo e le sue scelte inumane.
E lo sa benissimo anche Giorgia Meloni, forse meglio del “personale politico” che la circonda, che ha reagito nel modo classico di chi sa di essere in torto marcio, sotto botta, a rischio nei consensi popolari. Ha aumentato gli attacchi a questa opposizione sociale diffusa e incontenibile, cercando di trovare un “soggetto singolo” da maledire, ma è stata costretta – costretta, perché altrimenti se ne sarebbe guardata bene, come nei due anni precedenti – a muovere qualche timida obiezione al governo genocida di Netayahu, Ben Gvir e Smotrich.
Mobilitazione popolare e sciopero generale dunque sono stati efficaci. Servono, eccome. Non è vero che non si può fare niente, che non si può incidere su quel corpo estraneo e nemico che è ormai un establishment che si sentiva inamovibile. E ancor meglio si potrà fare in futuro perché, come abbiamo detto nei giorni successivi al 22 settembre, queste mobilitazioni sono “un preavviso di sfratto” da Palazzo Chigi.
Certo, non possono – per il momento – proporre un “governo alternativo”, per cui servirebbe una rappresentanza politica all’altezza del compito. E certo non possono confidare in un “campo largo” abitato persino da fiancheggiatori del genocidio (la “sinistra per Israele” spicca solo per infamia), abituato da 40 anni a farsi concavo e convesso rispetto agli interessi delle imprese, del capitale finanziario, dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e di Israele. Proprio come Meloni & friends.
Ma questa constatazione implica solo che bisognerà mobilitare ancora più energie sociali, compattare le innumerevoli esigenze e visioni che animano un blocco sociale in formazione, distillare un programma e costruire la forza organizzata in grado di realizzarlo.
Compiti grandi e complessi, lo sappiamo. Compiti che sembravano impossibili e velleitari, fino a qualche giorno fa, immersi come eravamo nella “passività sociale” che respingeva qualsiasi stimolo al pensiero e all’azione collettiva.
Ma la Storia insegna: ci sono giorni che valgono anni, e che sconvolgono a volte persino il mondo.
Fonte
Se pure è da sempre noto che i media lavorano per nascondere, sedare, minimizzare, rovesciare, disinformare, “benaltrizzare”, davanti a questa sollevazione pacifica ma radicale di un popolo che per troppi anni (decenni) aveva sopportato di tutto – perdendo salario, reddito, diritti, visione, speranza – appare solare che il colpo arrivato da queste piazze ha effettivamente stordito il governo, i suoi ministri, le forze che lo compongono, i giornalisti abituati a vivere nel mondo virtuale dei pettegolezzi di palazzo.
La sedicente “opposizione”, il cosiddetto “campo largo”, sorride come circostanza richiede, ma sa di non avere alcun peso in quella massa di persone, e soprattutto non sa neanche come canalizzare una protesta che eccede – per radicalità, umanità, serietà, valori – la sua ossessione di trasformare qualsiasi cosa in possibili voti nelle urne.
Si capisce esattamente lo stato confusionale delle forze reazionarie al governo – e l’ignoranza esibita, anziché nascosta – dall’insistenza maniacale sulla definizione di questo sciopero come “politico”, anziché “sindacale”. Come se fosse una cosa strana...
Anche un asino capisce che uno sciopero su questioni aziendali o contrattuali è una “vertenza lavorativa”, magari dura, ma limitata a quell’angolo di mondo lì. Mentre per definizione uno sciopero generale è sempre politico perché riguarda tutti.
E ogni sciopero politico ha un nemico che sta peggiorando la vita di tutti: il governo in carica, a prescindere dai colori che sbandiera.
Una mobilitazione come quella del 3 ottobre, oltretutto, ha investito direttamente una visione del mondo e dell’umanità che va ben al di là delle pur strategiche questioni di “politica economica e sociale” abitualmente al centro degli scioperi generali. Investe la politica internazionale che questo governo pratica da quando è in carica, in perfetta continuità con quelli precedenti, ma con un di più di revanscismo parafascista e di servilismo verso Stati criminali e genocidi.
Mobilitarsi per la vita e la libertà di autodeterminazione dei palestinesi sottoposti a genocidio significa immediatamente, direttamente, mobilitarsi per la nostra libertà di vivere in pace, in condizioni migliori, con più diritti e non meno.
La vicinanza del governo ai genocidi si vede da certe reazioni, da certi toni. Come quelli di Salvini, oltre che di Meloni, intenzionati a distruggere definitivamente non solo “il diritto di sciopero”, ma l’idea che questo paese e questo mondo possano avere un destino diverso dallo sfruttamento schiavistico e dalla guerra nucleare. Il sostegno alla missione della Global Sumud Flotilla e l’appello dei portuali di Genova hanno agito come catalizzatore di tutto questo.
Se un paese si blocca pressoché totalmente due volte nell’arco di 15 giorni – il 22 settembre su indizione della sola USB e qualche altro sindacato di base, ieri con il concorso di rincorsa anche della CGIL – vuol dire che il Paese, non solo quelle organizzazioni, più gli studenti, le associazioni, ecc., rifiuta questo governo e le sue scelte inumane.
E lo sa benissimo anche Giorgia Meloni, forse meglio del “personale politico” che la circonda, che ha reagito nel modo classico di chi sa di essere in torto marcio, sotto botta, a rischio nei consensi popolari. Ha aumentato gli attacchi a questa opposizione sociale diffusa e incontenibile, cercando di trovare un “soggetto singolo” da maledire, ma è stata costretta – costretta, perché altrimenti se ne sarebbe guardata bene, come nei due anni precedenti – a muovere qualche timida obiezione al governo genocida di Netayahu, Ben Gvir e Smotrich.
Mobilitazione popolare e sciopero generale dunque sono stati efficaci. Servono, eccome. Non è vero che non si può fare niente, che non si può incidere su quel corpo estraneo e nemico che è ormai un establishment che si sentiva inamovibile. E ancor meglio si potrà fare in futuro perché, come abbiamo detto nei giorni successivi al 22 settembre, queste mobilitazioni sono “un preavviso di sfratto” da Palazzo Chigi.
Certo, non possono – per il momento – proporre un “governo alternativo”, per cui servirebbe una rappresentanza politica all’altezza del compito. E certo non possono confidare in un “campo largo” abitato persino da fiancheggiatori del genocidio (la “sinistra per Israele” spicca solo per infamia), abituato da 40 anni a farsi concavo e convesso rispetto agli interessi delle imprese, del capitale finanziario, dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e di Israele. Proprio come Meloni & friends.
Ma questa constatazione implica solo che bisognerà mobilitare ancora più energie sociali, compattare le innumerevoli esigenze e visioni che animano un blocco sociale in formazione, distillare un programma e costruire la forza organizzata in grado di realizzarlo.
Compiti grandi e complessi, lo sappiamo. Compiti che sembravano impossibili e velleitari, fino a qualche giorno fa, immersi come eravamo nella “passività sociale” che respingeva qualsiasi stimolo al pensiero e all’azione collettiva.
Ma la Storia insegna: ci sono giorni che valgono anni, e che sconvolgono a volte persino il mondo.
Fonte
03/10/2025
Enorme successo dello sciopero generale per la Palestina e contro lo Stato terrorista e genocida di Israele
Un enorme sciopero generale contro la complicità del governo italiano con Israele: milioni di persone si sono riversate in ogni angolo delle cittá del Paese.
Un moto di indignazione popolare che cresce a vista d'occhio.
Nonostante le goffe minacce di Salvini e il terrorismo mediatico della Commissione di garanzia, le lavoratrici e i lavoratori hanno aderito massicciamente allo sciopero proclamato da USB e da altre organizzazioni riconoscendone la piena legittimità.
Un popolo in movimento che ha indicato la via: rompere le relazioni con Israele, chiedere la liberazione dei nostri concittadini imbarcati sulla Global Sumud Flotilla e, soprattutto, mettere fine al genocidio in Palestina.
Anche oggi abbiamo bloccato tutto e continueremo a farlo.
Non ci fermeremo più.
Unione Sindacale di Base
Fonte
Un moto di indignazione popolare che cresce a vista d'occhio.
Nonostante le goffe minacce di Salvini e il terrorismo mediatico della Commissione di garanzia, le lavoratrici e i lavoratori hanno aderito massicciamente allo sciopero proclamato da USB e da altre organizzazioni riconoscendone la piena legittimità.
Un popolo in movimento che ha indicato la via: rompere le relazioni con Israele, chiedere la liberazione dei nostri concittadini imbarcati sulla Global Sumud Flotilla e, soprattutto, mettere fine al genocidio in Palestina.
Anche oggi abbiamo bloccato tutto e continueremo a farlo.
Non ci fermeremo più.
Unione Sindacale di Base
Fonte
Una straordinaria giornata di sciopero e mobilitazione popolare, per la Palestina e contro i complici del genocidio
Centinaia di migliaia di persone – lavoratori, studenti, pensionati, genitori – hanno riempito le strade in tutte le città italiane per lo sciopero generale “politico” di oggi proclamato contro l’insopportabilità di un genocidio – quello contro il popolo palestinese – le complicità del governo italiano con Israele e a sostegno degli attivisti della Global Sumud Flotilla arrestati in Israele. Clicca QUI per vedere le immagini e i servizi delle manifestazioni in tutta il paese.
Uno sciopero generale vero e sentito che intorno al “Blocchiamo tutto” lanciato dai portuali genovesi ha saputo dare forza, coerenza e dignità ad una indignazione popolare che in queste settimane è diventata una mobilitazione straordinaria e continuativa a sostegno del popolo palestinese ma non solo. Diventa sempre più evidente l’isteria con la quale il governo fa fronte ad un’onda di protesta crescente, che rende visibile come l’aria stia cambiando.
Notizie in aggiornamento:
A Roma il colpo d’occhio restituisce l’immagine di una enorme manifestazione popolare nella giornata di sciopero generale convocato da USB, CGIL, CUB e altri sindacati di base. La Questura parla di 60mila persone, i sindacati danno valutazioni cinque volte superiori.
Piazza dei Cinquecento si è nuovamente riempita con cortei provenienti da ogni strada laterale e poi la manifestazione ha cominciato a muoversi in direzione di Porta Pia dove ha sede il ministero delle Infrastrutture guidato da Salvini. All’altezza del ministero sono volate della uova, poi il corteo è ripreso dilagando verso il Verano e la Tiburtina e salendo nuovamente sulla Tangenziale.
Anche a Bologna un enorme corteo ha caratterizzato la giornata di sciopero generale contro il genocidio dei palestinesi e a sostegno degli attivisti della Sumud Flotilla arrestati in Israele. Il corteo ha bloccato la tangenziale ma la polizia è intervenute con alcune cariche.
Oggi a Bologna la tensione era più alta che in altre città perché ieri sera una giovane manifestante è stata ricoverata in condizioni critiche in ospedale e rischia di perdere un occhio dopo essere stata colpita al volto da un lacrimogeno. L’episodio è avvenuto durante le proteste organizzate nella serata di ieri contro il genocidio dei palestinesi in corso da due anni a Gaza. Una manifestazione aveva cercato nuovamente di bloccare la stazione centrale dopo gli scontri della mattinata sempre davanti alla stazione.
A Milano l’enorme corteo a supporto del popolo palestinese e della Global Sumit Flotilla (50mila per la Questura, il doppio per i sindacati) è partito da Porta Venezia e ad un certo punto è salito sulla tangenziale Est entrando sulla corsia nord tra gli svincoli di Segrate e Lambrate. Mentre la testa dello spezzone del corteo è arrivato in tangenziale il resto, alcune migliaia di persone, si trova ancora nel viale sottostante che proviene da Lambrate, ma la polizia è intervenuta pesantemente prima con i lacrimogeni e poi con gli idranti.
A Napoli il corteo che stava percorrendo corso Umberto I ha deviato il proprio percorso per dirigersi al porto, dove è stato inizialmente bloccato dalla polizia. Dopo un fronteggiamento di mezz’ora al varco Pisacane, il corteo ha iniziato a premere riuscendo infine a superare il varco per dirigersi verso il molo commerciale.
A Genova dopo un enorme presidio iniziato la mattina presto al Varco Albertazzi del porto, è partito un corteo che ha bloccato anche le stazioni ferroviarie di Principe e Sampierdarena.
Anche a Firenze è stata fermata la circolazione ferroviaria quando un grosso gruppo di manifestati si è staccato dal corteo e ha occupato i binari.
A Torino il corteo di manifestanti per la Palestina ha raggiunto la sede di Leonardo in corso Francia.
Giunti davanti ai cancelli alcuni hanno tentato di avvicinare delle scale per entrare all’interno dello stabilimento della principale industria di armamenti italiana ma la polizia è intervenuta con un fitto lancio di lacrimogeni per disperdere la manifestazione.
A Trieste i manifestanti hanno bloccato l’ingresso al varco IV del molo VII del porto, mentre un altro gruppo si è spostato in corteo verso il varco I.
A Pisa il corteo ha raggiunto l’aeroporto “Galileo Galilei” e dopo avere forzato lo sbarramento della polizia ha invaso la pista e i piazzali dove stazionano gli aeromobili. L’operatività dello scalo è stata sospesa. Anche la superstrada Firenze-Pisa-Livorno, che unisce la costa al capoluogo regionale, è stata interamente bloccata a Pisa in entrambe le direzioni di marcia. Migliaia di manifestanti hanno invaso la carreggiata paralizzando il traffico sia in direzione Mare sia verso Firenze.
Fonte
Uno sciopero generale vero e sentito che intorno al “Blocchiamo tutto” lanciato dai portuali genovesi ha saputo dare forza, coerenza e dignità ad una indignazione popolare che in queste settimane è diventata una mobilitazione straordinaria e continuativa a sostegno del popolo palestinese ma non solo. Diventa sempre più evidente l’isteria con la quale il governo fa fronte ad un’onda di protesta crescente, che rende visibile come l’aria stia cambiando.
Notizie in aggiornamento:
A Roma il colpo d’occhio restituisce l’immagine di una enorme manifestazione popolare nella giornata di sciopero generale convocato da USB, CGIL, CUB e altri sindacati di base. La Questura parla di 60mila persone, i sindacati danno valutazioni cinque volte superiori.
Piazza dei Cinquecento si è nuovamente riempita con cortei provenienti da ogni strada laterale e poi la manifestazione ha cominciato a muoversi in direzione di Porta Pia dove ha sede il ministero delle Infrastrutture guidato da Salvini. All’altezza del ministero sono volate della uova, poi il corteo è ripreso dilagando verso il Verano e la Tiburtina e salendo nuovamente sulla Tangenziale.
Anche a Bologna un enorme corteo ha caratterizzato la giornata di sciopero generale contro il genocidio dei palestinesi e a sostegno degli attivisti della Sumud Flotilla arrestati in Israele. Il corteo ha bloccato la tangenziale ma la polizia è intervenute con alcune cariche.
Oggi a Bologna la tensione era più alta che in altre città perché ieri sera una giovane manifestante è stata ricoverata in condizioni critiche in ospedale e rischia di perdere un occhio dopo essere stata colpita al volto da un lacrimogeno. L’episodio è avvenuto durante le proteste organizzate nella serata di ieri contro il genocidio dei palestinesi in corso da due anni a Gaza. Una manifestazione aveva cercato nuovamente di bloccare la stazione centrale dopo gli scontri della mattinata sempre davanti alla stazione.
A Milano l’enorme corteo a supporto del popolo palestinese e della Global Sumit Flotilla (50mila per la Questura, il doppio per i sindacati) è partito da Porta Venezia e ad un certo punto è salito sulla tangenziale Est entrando sulla corsia nord tra gli svincoli di Segrate e Lambrate. Mentre la testa dello spezzone del corteo è arrivato in tangenziale il resto, alcune migliaia di persone, si trova ancora nel viale sottostante che proviene da Lambrate, ma la polizia è intervenuta pesantemente prima con i lacrimogeni e poi con gli idranti.
A Napoli il corteo che stava percorrendo corso Umberto I ha deviato il proprio percorso per dirigersi al porto, dove è stato inizialmente bloccato dalla polizia. Dopo un fronteggiamento di mezz’ora al varco Pisacane, il corteo ha iniziato a premere riuscendo infine a superare il varco per dirigersi verso il molo commerciale.
A Genova dopo un enorme presidio iniziato la mattina presto al Varco Albertazzi del porto, è partito un corteo che ha bloccato anche le stazioni ferroviarie di Principe e Sampierdarena.
Anche a Firenze è stata fermata la circolazione ferroviaria quando un grosso gruppo di manifestati si è staccato dal corteo e ha occupato i binari.
A Torino il corteo di manifestanti per la Palestina ha raggiunto la sede di Leonardo in corso Francia.
Giunti davanti ai cancelli alcuni hanno tentato di avvicinare delle scale per entrare all’interno dello stabilimento della principale industria di armamenti italiana ma la polizia è intervenuta con un fitto lancio di lacrimogeni per disperdere la manifestazione.
A Trieste i manifestanti hanno bloccato l’ingresso al varco IV del molo VII del porto, mentre un altro gruppo si è spostato in corteo verso il varco I.
A Pisa il corteo ha raggiunto l’aeroporto “Galileo Galilei” e dopo avere forzato lo sbarramento della polizia ha invaso la pista e i piazzali dove stazionano gli aeromobili. L’operatività dello scalo è stata sospesa. Anche la superstrada Firenze-Pisa-Livorno, che unisce la costa al capoluogo regionale, è stata interamente bloccata a Pisa in entrambe le direzioni di marcia. Migliaia di manifestanti hanno invaso la carreggiata paralizzando il traffico sia in direzione Mare sia verso Firenze.
Fonte
Lo sciopero generale c’è, nonostante Commissione e Salvini
La Commissione di garanzia sugli scioperi, riunitasi ieri, ha valutato illegittimo lo sciopero generale proclamato per il 3 ottobre, “in violazione dell’obbligo legale di preavviso, previsto dalla Legge 146/90”.
Lo si legge in una nota in cui si precisa che nel provvedimento adottato, il Garante ha ritenuto “inconferente il richiamo dei sindacati proclamanti all’art. 2, comma 7, che prevede la possibilità di effettuare scioperi senza preavviso solo ’nei casi di astensione dal lavoro in difesa dell’ordine costituzionale, o di protesta per gravi eventi lesivi dell’incolumità e della sicurezza dei lavoratori’”.
L’Autorità ha quindi inviato un’indicazione immediata alle organizzazioni sindacali, ricordando che “il mancato adeguamento comporta, tra l’altro, l’apertura di un procedimento di valutazione del comportamento”.
I sindacati principali hanno ovviamente difeso la propria scelta, considerandola del tutto legittima. E hanno presentato immediatamente un ricorso minacciano di fare altrettanto con eventuali sanzioni che potrebbero esser decise.
Ma la Commissione antisciopero presenta solo, di fatto, un atteggiamento causidico, di scarso valore legale e quasi inutile su quello politico. Una discussione giuridica sulla “legittimità” infatti, sarebbe piuttosto ostica per una Commissione ossessionata dall’ansia di vietare qualsiasi agitazione con i più vari pretesti.
Tant’è vero che il governo al completo, anche maledicendo ovviamente tutti i sindacati che l’avevano proclamato – formalmente in modo indipendente. La CGIL per conto suo, così come l’USB – ha escluso precettazioni anche nei servizi essenziali.
Dal punto di vista strettamente legale, infatti, una scelta del genere sarebbe stata inapplicabile perché uno sciopero generale era già stato indetto dal SiCobas. Perfettamente in tempo, per tutte altre ragioni strettamente sindacali, probabilmente sottovalutato in quanto “minoritario”, si ritrova invece a fare da “pezza d’appoggio giuridica” per chiunque domani voglia scioperare.
È pur sempre, infatti, uno sciopero generale.
Ma probabilmente nel governo ha pesato anche una valutazione più strettamente politica. Una precettazione antisciopero avrebbe buttato certamente benzina sul fuoco, creando momenti di tensione nella piazze e anche nelle istituzioni. La presenza della Cgil, da questo punto di vista, non permette di giocare la cartuccella dei “pochi estremisti” che bloccano il paese puntando solo ai gangli infrastrutturali più importanti.
Una piccola paura, insomma, che rivela come questa classetta politica ridicola, al dunque, non sa esattamente cosa fare, ma improvvisa rispoeste un tanto al chilo. Che valgono altrettanto...
Nonostante questo il povero Salvini ha provato ad abbaiare le solite sue minacce senza fondamento, diramando una nota in cui ricorda in modo obliquo che “chi domani sciopera rischia a termini di legge”. Evidentemente non gli hanno spiegato che uno sciopero considerato “legittimo” – e riconosciuto tale dalla stessa Commissione di garanzia – era comunque stato dichiarato, quindi a prescindere dalle sigle sindacali chi si astine dal lavoro è sicuramente al riparo da sanzioni.
Fonte
Lo si legge in una nota in cui si precisa che nel provvedimento adottato, il Garante ha ritenuto “inconferente il richiamo dei sindacati proclamanti all’art. 2, comma 7, che prevede la possibilità di effettuare scioperi senza preavviso solo ’nei casi di astensione dal lavoro in difesa dell’ordine costituzionale, o di protesta per gravi eventi lesivi dell’incolumità e della sicurezza dei lavoratori’”.
L’Autorità ha quindi inviato un’indicazione immediata alle organizzazioni sindacali, ricordando che “il mancato adeguamento comporta, tra l’altro, l’apertura di un procedimento di valutazione del comportamento”.
I sindacati principali hanno ovviamente difeso la propria scelta, considerandola del tutto legittima. E hanno presentato immediatamente un ricorso minacciano di fare altrettanto con eventuali sanzioni che potrebbero esser decise.
Ma la Commissione antisciopero presenta solo, di fatto, un atteggiamento causidico, di scarso valore legale e quasi inutile su quello politico. Una discussione giuridica sulla “legittimità” infatti, sarebbe piuttosto ostica per una Commissione ossessionata dall’ansia di vietare qualsiasi agitazione con i più vari pretesti.
Tant’è vero che il governo al completo, anche maledicendo ovviamente tutti i sindacati che l’avevano proclamato – formalmente in modo indipendente. La CGIL per conto suo, così come l’USB – ha escluso precettazioni anche nei servizi essenziali.
Dal punto di vista strettamente legale, infatti, una scelta del genere sarebbe stata inapplicabile perché uno sciopero generale era già stato indetto dal SiCobas. Perfettamente in tempo, per tutte altre ragioni strettamente sindacali, probabilmente sottovalutato in quanto “minoritario”, si ritrova invece a fare da “pezza d’appoggio giuridica” per chiunque domani voglia scioperare.
È pur sempre, infatti, uno sciopero generale.
Ma probabilmente nel governo ha pesato anche una valutazione più strettamente politica. Una precettazione antisciopero avrebbe buttato certamente benzina sul fuoco, creando momenti di tensione nella piazze e anche nelle istituzioni. La presenza della Cgil, da questo punto di vista, non permette di giocare la cartuccella dei “pochi estremisti” che bloccano il paese puntando solo ai gangli infrastrutturali più importanti.
Una piccola paura, insomma, che rivela come questa classetta politica ridicola, al dunque, non sa esattamente cosa fare, ma improvvisa rispoeste un tanto al chilo. Che valgono altrettanto...
Nonostante questo il povero Salvini ha provato ad abbaiare le solite sue minacce senza fondamento, diramando una nota in cui ricorda in modo obliquo che “chi domani sciopera rischia a termini di legge”. Evidentemente non gli hanno spiegato che uno sciopero considerato “legittimo” – e riconosciuto tale dalla stessa Commissione di garanzia – era comunque stato dichiarato, quindi a prescindere dalle sigle sindacali chi si astine dal lavoro è sicuramente al riparo da sanzioni.
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