di Roberto Fineschi
(Distopie apocalittiche in un soffocante inizio d’estate)
Chi ha dei figli adolescenti e post-adolescenti già nota la differenza. Se i secondi per preparare un’interrogazione o un esame prima leggevano dei libri (anche banalmente il manuale), i primi ormai i libri quasi neppure li aprono, ascoltano le lezioni online su youtube o chiedono all’intelligenza artificiale di fare dei riassunti e di leggerli.
Addirittura, affinché sia “meno noioso”, si può trasformare la lezione o il powerpoint o qualunque cosa sia, in un podcast dialogato che poi viene letto direttamente dalla macchina.
Se questo fa già preoccupare gente attempata come me, l’abisso è assai più profondo. Siccome la laurea (almeno in certe materie) è diventata un mero mercimonio acquistabile a prezzi ragionevoli online perché i contenuti appresi sono sostanzialmente indifferenti, nelle università fisiche che mantengono la parvenza della didattica, le conseguenze pratiche, soprattutto in triennale, sono:
1) che gli studenti vanno raramente a lezione (o non ci vanno affatto);
2) che si presentano all’esame non avendo studiato niente, o un minimo chissà come, mirando al 18. Se bocciati, dopo due volte in alcuni atenei possono chiedere che venga cambiata la commissione…
L’apparente furberia di queste procedure è appunto solo apparente, perché gli interessati sono già assai meno intelligenti dell’IA e qui sostituibili da essa senza difficoltà.
Veniamo al lato docenti: sempre più colleghi chiedono suggerimento all’IA su come preparare le lezioni, come innovare la didattica, ecc. Chiedono conferma di correzioni, argomentazioni, ecc. L’IA è veramente molto brava nel rispondere, al punto che, non appena riesca ad assumente delle fattezze presentabili in pubblico, li potrà tranquillamente sostituire. Anzi, siccome a lei si chiede costantemente e poi si esegue, nella parte progettuale la sostituzione sta già avvenendo.
Nemmeno questo tuttavia è l’aspetto più inquietante: invece che la sostituzione del discente e del docente, è il processo stesso che è diventato superfluo, non c’è più fattualmente bisogno del discente e del docente, quei processi sono di fatto già meccanizzati ed eseguibili da macchine e anche i compiti che il risultato di quell’apprendimento dovrebbe svolgere li può svolgere la macchina.
Il mondo delle macchine intelligenti è quello in cui non c’è più bisogno di schiavi (se i telai filassero da soli, se le cetre suonassero da sole, ecc.): tutto ciò è ormai realtà.
Ma la realtà è andata in verità ben oltre: non solo la poiesis, anche la praxis ormai è largamente coadiuvata dall’IA, se non sostituita (nella programmazione di guerre, politiche economiche, scelte di investimento, nella scrittura di libri, articoli, ecc.).
Marx diceva che il regno della libertà non è la semplice gestione razionale dei processi di riproduzione necessaria, ma la posizione e realizzazione di scopi liberi da quel vincolo.
L’umanità, grazie allo sviluppo del modo di produzione capitalistico, è giunta a quella soglia. In verità, è andata oltre, perché Marx lasciava alle macchine la poiesis, immaginando che agli individui liberati restasse la praxis. Invece l’IA si allarga alla praxis.
Pur utilizzando la grande macchina iperintelligente automatizzata non a fini di valorizzazione ma di riproduzione razionale (ovvero superato il capitalismo), sarà l’umanità in grado di gestire questa gigantesca libertà? O scomparirà lasciando il mondo alle cose oramai più intelligenti degli umani? O le contraddizione del capitalismo ci solleveranno dall’immaginare una risposta perché porteranno alla fine della vita sul Pianeta (almeno nelle sue forme intelligenti più avanzate)?
Leopardi diceva che non c’è alcun bisogno di dimostrare che la materia pensa, perché questa è una verità di fatto... Che i processi chimico-fisici che portano alla possibilità del pensiero e della coscienza si possano riprodurre su hardware diversi da quelli del corpo umano è davvero impossibile? E allora, che sia per autodistruzione o superamento, l’umanità è pronta a scomparire?
Il caldo soffocante fa fare brutti pensieri... quindi speriamo in una prossima, rapida diminuzione delle temperature.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/06/2026
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25/02/2026
[Contributo al dibattito] – Che cosa distrugge la scuola? Riflessioni a partire dal film “D’istruzione pubblica”
di Roberto Fineschi
Il film D’istruzione pubblica affronta il tema della scuola, delle sue problematiche e delle strategie politiche di cui essa è momento. Sull’argomento ho già scritto in passato e rimando chi fosse interessato a questo testo.
Il film dice molte cose vere, anzi praticamente tutte. Se non capisco male, le tesi di fondo sono le seguenti:
1) il male della scuola italiana viene dalla sterzata educativa nella direzione pedagogica di derivazione statunitense di cui si parla da una trentina d’anni;
2) essa va di pari passo con l’autonomia scolastica (Bassanini/Berlinguer), l’aziendalizzazione degli istituti e il loro orientamento a formare lavoratori-non-cittadini, meri abili esecutori di mansioni in evoluzione.
3) In questo processo non c’è e non c’è stata differenza tra centro-destra e centro-sinistra, sodali in obiettivi e strategie.
Tutto quello che dice il film è sostanzialmente vero. Mi chiedo solo se esso riesca a inquadrare tutta la problematica e a cogliere, dunque, strategie e prospettive di risoluzione.
1) Tra ideale e reale
Il film pecca forse un po’ di idealismo, non nel senso banale che spinge all’agitazione politica in un contesto che pare sordo a determinate istanze, piuttosto nel presupporre una corrispondenza più o meno rapida tra strategie governative e loro effettiva attuazione nel reale contesto scuola. Solo a questa condizione la “deriva” della scuola potrebbe essere imputata alle scellerate decisioni dei governi degli ultimi trent’anni.
Credo che ciò sia l’equivoco di fondo. Se è vero che le riforme pedagogiche e organizzative sono più che mai criticabili (come fa giustamente il film), il problema è più ampio.
È lo stesso errore per cui la “svolta” neoliberale sarebbe stata una decisione strategica dei capitalisti a tavolino e non la risposta istituzionale alla crisi reale di valorizzazione del capitale.
(En passant: se le nuove strategie educative sono migliori di quelle vecchie ce lo diranno i fatti e non le dottrine a priori. A giudicare dai risultati raggiunti in altri paesi – USA in primis – e da quelli parziali italiani, direi che iniziare a nutrire forti dubbi sulla loro efficacia è più che lecito. Del resto, come tutti ben sanno, prima del cooperative learning non ci sono mai stati grandi poeti, grandi scienziati, grandi giuristi, ecc., non come ora che invece pullulano...).
2) Pachidermi a passo lento
La scuola italiana è un pachiderma che procede a passi lentissimi. Partiamo dal corpo docente. Per semplificare possiamo dividerlo, credo, in tre segmenti:
a) il primo è quello politicamente impegnato, convinto del ruolo sociale della scuola come istituzione educativa e “politica” in senso eminente. È una minoranza ed esprime esattamente il punto di vista del film;
b) il secondo è costituito dalla grande maggioranza, docenti che fanno un lavoro, senza particolari idealità. Possono essere più o meno preparati, devoti, ecc., ma sostanzialmente svolgono una professione e alla fine del mese portano uno stipendio a casa. Sono per lo più persone serie, ma non hanno prospettive politiche o strategie educative di principio da attuare;
c) il terzo sono gli imboscati, presenti più o meno in tutte le istituzioni pubbliche che lo stipendio, per dirla alla spiccia, lo rubano. Sono una minoranza, che dà però nell’occhio e che è utilissima alla criminalizzazione della professione del docente.
I piani di riforma del governo da un punto di vista educativo (le “direttive”) sono oggetto di una discussione tutta ideale tra il gruppo a e il ministro. La scuola, nella pratica didattica dei docenti, è sostanzialmente impermeabile a tutto ciò, che passa come acqua fresca nell’indifferenza generale. Che le sue problematiche educative siano il risultato delle politiche “pedagogiche” neoliberali temo sia illusorio. Certo, queste politiche non risolvono nessuno dei problemi della scuola, anzi li aggravano, ma sicuramente non li inventano.
E viene ovviamente da chiedersi se sia davvero l’obiettivo dei governi quello di introdurre i nuovi approcci educativi o se non sia invece solo fumo negli occhi. La vera strategia, a partire dall’autonomia in poi, è semplicemente una politica di tagli. Questo è forse il vero obiettivo neoliberale: non dare le risorse alla “azienda” scuola, che se le deve trovare da sé. E questa sì è stata una politica effettivamente seguita in passato e tutt’ora praticata.
I nuovi orientamenti fanno semmai parte di un piano di colpevolizzazione del corpo docente: la scuola va male perché queste cariatidi non seguono i nuovi orientamenti! Altrimenti, vedreste che roba! Consiglio di frequentare gli analoghi studenti statunitensi per un po’ per farsi un’idea più precisa.
3) Di semplificazione in semplificazione
L’altro errore è probabilmente quello di credere che la causa della semplificazione dei libri di testo, dei programmi, ecc. sia, di nuovo, conseguenza di decisioni prese dall’alto. La semplificazione generale non è la causa, è ahimè l’effetto, tragico, del livello molto basso degli studenti (che ovviamente non sono colpevoli, ma vittime; bisogna però guardare le cose in faccia). Solo in alcuni licei – e rare eccezioni negli altri istituti – ci sono ormai studenti interessati a ciò che studiano, per il resto è sempre più esteso un diffuso lassismo, disinteresse, passività, ecc.
L’aver messo le scuole in concorrenza tra di sé ha agevolato questo vero e proprio dramma sociale. “Litigarsi gli studenti” è ciò che ha implementato un costante e regolare abbassamento dei livelli di insegnamento, per il semplice fatto che si deve bocciare il meno possibile perché altrimenti si perdono cattedre, finanziamenti, ecc.
Non bocciare conviene al dirigente, così l’istituto appare virtuoso, al docente che non perde la classe e allo studente scansafatiche che “gode” (si fa per dire, la vittima ovviamente è lui) dei vantaggi di un sistema che premia al ribasso. Non perché io sia favorevole a bocciare a tappeto, beninteso; si tratta di mantenere però certi standard di decenza. Che la scuola serva a creare dei lavoratori “competenti” è, temo, un’illusione; diciamo che troppo spesso ci si limita a rallentare la creazione di novelli giovin signori, edonisti passivi, incapaci a tutto.
Ciò ovviamente non esclude che ci siano scuole selettive, ma sono una minoranza e servono a produrre quell’esiguo numero di individui davvero “competenti” funzionali ai processi di riproduzione del capitale.
Nel cercare i colpevoli della generale insipienza parte la catena per cui si dà la colpa al livello di istruzione che precede quello attuale, un comodo scaricabile. La verità è che parte dei ragazzi, delle famiglie, dei docenti stessi sono espressione di un contesto culturale fortemente impoverito sia valorialmente che socialmente. La scuola semplicemente lo riflette. E per questo ci sono delle ragioni strutturali, non meramente propagandistiche o strategiche di capitalisti e ministero.
Anche qui, i giovani politicamente attivi, anche in senso non strettamente partitico, sono una minoranza. Lo stato di fatto non è colpa, in prima istanza, né delle idee individuali di Rousseau né delle fondazioni create da Rockfeller, ma delle dinamiche oggettive di produzione e socializzazione del capitalismo crepuscolare. Ciò ovviamente non significa che non si debba agire anche sul piano organizzativo, pedagogico, educativo, cinematografico, ecc., ma se non si inquadrano questi sforzi alla luce della comprensione delle tendenze strutturali temo che l’efficacia sia ridotta.
Per un primo modesto tentativo di fare questo collegamento, rimando all’articolo citato in apertura.
Fonte
Il film D’istruzione pubblica affronta il tema della scuola, delle sue problematiche e delle strategie politiche di cui essa è momento. Sull’argomento ho già scritto in passato e rimando chi fosse interessato a questo testo.
Il film dice molte cose vere, anzi praticamente tutte. Se non capisco male, le tesi di fondo sono le seguenti:
1) il male della scuola italiana viene dalla sterzata educativa nella direzione pedagogica di derivazione statunitense di cui si parla da una trentina d’anni;
2) essa va di pari passo con l’autonomia scolastica (Bassanini/Berlinguer), l’aziendalizzazione degli istituti e il loro orientamento a formare lavoratori-non-cittadini, meri abili esecutori di mansioni in evoluzione.
3) In questo processo non c’è e non c’è stata differenza tra centro-destra e centro-sinistra, sodali in obiettivi e strategie.
Tutto quello che dice il film è sostanzialmente vero. Mi chiedo solo se esso riesca a inquadrare tutta la problematica e a cogliere, dunque, strategie e prospettive di risoluzione.
1) Tra ideale e reale
Il film pecca forse un po’ di idealismo, non nel senso banale che spinge all’agitazione politica in un contesto che pare sordo a determinate istanze, piuttosto nel presupporre una corrispondenza più o meno rapida tra strategie governative e loro effettiva attuazione nel reale contesto scuola. Solo a questa condizione la “deriva” della scuola potrebbe essere imputata alle scellerate decisioni dei governi degli ultimi trent’anni.
Credo che ciò sia l’equivoco di fondo. Se è vero che le riforme pedagogiche e organizzative sono più che mai criticabili (come fa giustamente il film), il problema è più ampio.
È lo stesso errore per cui la “svolta” neoliberale sarebbe stata una decisione strategica dei capitalisti a tavolino e non la risposta istituzionale alla crisi reale di valorizzazione del capitale.
(En passant: se le nuove strategie educative sono migliori di quelle vecchie ce lo diranno i fatti e non le dottrine a priori. A giudicare dai risultati raggiunti in altri paesi – USA in primis – e da quelli parziali italiani, direi che iniziare a nutrire forti dubbi sulla loro efficacia è più che lecito. Del resto, come tutti ben sanno, prima del cooperative learning non ci sono mai stati grandi poeti, grandi scienziati, grandi giuristi, ecc., non come ora che invece pullulano...).
2) Pachidermi a passo lento
La scuola italiana è un pachiderma che procede a passi lentissimi. Partiamo dal corpo docente. Per semplificare possiamo dividerlo, credo, in tre segmenti:
a) il primo è quello politicamente impegnato, convinto del ruolo sociale della scuola come istituzione educativa e “politica” in senso eminente. È una minoranza ed esprime esattamente il punto di vista del film;
b) il secondo è costituito dalla grande maggioranza, docenti che fanno un lavoro, senza particolari idealità. Possono essere più o meno preparati, devoti, ecc., ma sostanzialmente svolgono una professione e alla fine del mese portano uno stipendio a casa. Sono per lo più persone serie, ma non hanno prospettive politiche o strategie educative di principio da attuare;
c) il terzo sono gli imboscati, presenti più o meno in tutte le istituzioni pubbliche che lo stipendio, per dirla alla spiccia, lo rubano. Sono una minoranza, che dà però nell’occhio e che è utilissima alla criminalizzazione della professione del docente.
I piani di riforma del governo da un punto di vista educativo (le “direttive”) sono oggetto di una discussione tutta ideale tra il gruppo a e il ministro. La scuola, nella pratica didattica dei docenti, è sostanzialmente impermeabile a tutto ciò, che passa come acqua fresca nell’indifferenza generale. Che le sue problematiche educative siano il risultato delle politiche “pedagogiche” neoliberali temo sia illusorio. Certo, queste politiche non risolvono nessuno dei problemi della scuola, anzi li aggravano, ma sicuramente non li inventano.
E viene ovviamente da chiedersi se sia davvero l’obiettivo dei governi quello di introdurre i nuovi approcci educativi o se non sia invece solo fumo negli occhi. La vera strategia, a partire dall’autonomia in poi, è semplicemente una politica di tagli. Questo è forse il vero obiettivo neoliberale: non dare le risorse alla “azienda” scuola, che se le deve trovare da sé. E questa sì è stata una politica effettivamente seguita in passato e tutt’ora praticata.
I nuovi orientamenti fanno semmai parte di un piano di colpevolizzazione del corpo docente: la scuola va male perché queste cariatidi non seguono i nuovi orientamenti! Altrimenti, vedreste che roba! Consiglio di frequentare gli analoghi studenti statunitensi per un po’ per farsi un’idea più precisa.
3) Di semplificazione in semplificazione
L’altro errore è probabilmente quello di credere che la causa della semplificazione dei libri di testo, dei programmi, ecc. sia, di nuovo, conseguenza di decisioni prese dall’alto. La semplificazione generale non è la causa, è ahimè l’effetto, tragico, del livello molto basso degli studenti (che ovviamente non sono colpevoli, ma vittime; bisogna però guardare le cose in faccia). Solo in alcuni licei – e rare eccezioni negli altri istituti – ci sono ormai studenti interessati a ciò che studiano, per il resto è sempre più esteso un diffuso lassismo, disinteresse, passività, ecc.
L’aver messo le scuole in concorrenza tra di sé ha agevolato questo vero e proprio dramma sociale. “Litigarsi gli studenti” è ciò che ha implementato un costante e regolare abbassamento dei livelli di insegnamento, per il semplice fatto che si deve bocciare il meno possibile perché altrimenti si perdono cattedre, finanziamenti, ecc.
Non bocciare conviene al dirigente, così l’istituto appare virtuoso, al docente che non perde la classe e allo studente scansafatiche che “gode” (si fa per dire, la vittima ovviamente è lui) dei vantaggi di un sistema che premia al ribasso. Non perché io sia favorevole a bocciare a tappeto, beninteso; si tratta di mantenere però certi standard di decenza. Che la scuola serva a creare dei lavoratori “competenti” è, temo, un’illusione; diciamo che troppo spesso ci si limita a rallentare la creazione di novelli giovin signori, edonisti passivi, incapaci a tutto.
Ciò ovviamente non esclude che ci siano scuole selettive, ma sono una minoranza e servono a produrre quell’esiguo numero di individui davvero “competenti” funzionali ai processi di riproduzione del capitale.
Nel cercare i colpevoli della generale insipienza parte la catena per cui si dà la colpa al livello di istruzione che precede quello attuale, un comodo scaricabile. La verità è che parte dei ragazzi, delle famiglie, dei docenti stessi sono espressione di un contesto culturale fortemente impoverito sia valorialmente che socialmente. La scuola semplicemente lo riflette. E per questo ci sono delle ragioni strutturali, non meramente propagandistiche o strategiche di capitalisti e ministero.
Anche qui, i giovani politicamente attivi, anche in senso non strettamente partitico, sono una minoranza. Lo stato di fatto non è colpa, in prima istanza, né delle idee individuali di Rousseau né delle fondazioni create da Rockfeller, ma delle dinamiche oggettive di produzione e socializzazione del capitalismo crepuscolare. Ciò ovviamente non significa che non si debba agire anche sul piano organizzativo, pedagogico, educativo, cinematografico, ecc., ma se non si inquadrano questi sforzi alla luce della comprensione delle tendenze strutturali temo che l’efficacia sia ridotta.
Per un primo modesto tentativo di fare questo collegamento, rimando all’articolo citato in apertura.
Fonte
07/01/2026
Dominio senza direzione?
La relazione di Roberto Fineschi acclusa negli atti del forum della Rete dei Comunisti dal titolo “Il giardino e la giungla” del 18-19 marzo 2023, decisamente attuale.
Egemonia reale e guerra nel capitalismo crepuscolare
1) Geopolitiche astratte? Una risposta inadeguata
La guerra non è certo una novità del mondo contemporaneo; da quando esistono società complesse gli esseri umani hanno sempre fatto guerre; da sempre i filosofi se ne sono occupati, ma più recentemente è nata una disciplina che in modo più politically correct ha cercato di affrontarla in maniera ancora più esplicita: le relazioni internazionali.
In esse si cerca di sciogliere il nodo della guerra non per giustificarla da un punto di vista morale, ma per spiegarne la necessità fattuale nel mondo politico (i rapporti di potere producono degli equilibri che non si tratta di giudicare perché belli o brutti, ma semplicemente in quanto instaurano un ordine) o nel tentativo di evitarla proprio per le caratteristiche che ha.
Tanto gli approcci realisti e neorealisti, quanto quelli che hanno invece cercato una via diplomatica, non violenta alla soluzione delle controversie internazionali di stampo liberale o neoliberale (Bobbio ad esempio), a mio modo di vedere hanno una questione filosofica di fondo che consiste nel partire da una concezione che dal punto di vista di Marx è criticabile, vale a dire il contrattualismo: considerare la formazione dell’istituzione statuale come un contratto sociale, che naturalmente si risolve poi diversamente in diversi filosofi.
Instaurata una società che in qualche modo argina la violenza anarchica dello stato di natura a livello interno, il problema si ripropone a livello esterno nelle relazioni internazionali in cui, di nuovo, i singoli funzionano come atomi anarchici. Secondo alcuni la loro interazione porta naturalmente a un equilibrio tra forze contrapposte e, alla fine, stabilisce un ordine che non è necessariamente giusto o bello, ma è un ordine.
Invece secondo altri quest’ordine va costruito in qualche modo replicando la dimensione contrattualistica attraverso istituzioni terze che riescano, da una posizione super partes, a riconciliare e ricomporre il dissidio atomico dell’anarchia. Le ultime vicende hanno rilanciato sicuramente approcci realistici o neorealistici: il sistema instabile in cui ci troviamo dalla fine prima del bipolarismo della guerra fredda e poi con la crisi di un potenziale unipolarismo degli Stati Uniti come potenza egemone mondiale costituiscono un sistema dall’equilibrio instabile in cui varie forze cercano i propri spazi di una possibile ricomposizione generale; qui l’elemento della guerra è drammaticamente una carta da giocare, una carta che è stata giocata non solo in Ucraina ma anche in varie altre parti del mondo.
Questo non significa ridurre tutte le guerre a tattica geopolitica; esistono motivazioni interne e specifiche di crisi della società ucraina che preesistono sicuramente alla guerra attuale e che anzi l’hanno preparata; su di esse però insistono anche interessi più generali che tuttavia hanno un peso notevole anche nelle dinamiche interne.
2) Geopolitica o riproduzione sociale complessiva in forma capitalistica?
La teoria di Marx aggiunge degli elementi d’analisi utili alla comprensione di come queste forze internazionali e nazionali agiscono nel tentativo di dire la loro, di imporsi. Un problema delle teorie realiste o comunque di quelle che si basano sull’idea degli Stati come soggetti individuali risiede infatti nella limitata capacità di stabilire quali siano le motivazioni e soprattutto il contesto strutturale in cui questi stati agiscono.
La logica di potenza, di potere ecc. sicuramente sono un elemento decisivo, ma probabilmente astratto, o meglio parziale; non permettono di comprendere a 360 gradi le ragioni profonde o, quantomeno, riducono la complessità delle cause che spesso non sono riconducibili solo alle decisioni dei singoli governi.
Secondo Marx non ci sono gli astratti Stati che agiscono; essi si collocano in configurazioni peculiari che hanno delle caratteristiche storicamente determinate e che rispondono a una logica specifica che di fatto crea un contesto economico, sociale e politico solo all’interno del quale esiste una gamma di scelte possibili; contesto che non coincide, anzi trascende la somma delle singole decisioni individuali, spesso sovradeterminandole.
Ignorare questo aspetto – e non lo dice solo Marx, ben inteso – non permette di cogliere appieno la gamma del possibile, le alternative sul tavolo di fronte agli effettivi attori politici che poi prendono decisioni.
Questa cornice Marx la chiama modo di produzione capitalistico, un sistema di riproduzione sociale che non parla dell’essere umano in generale, della società in generale ma di una strutturazione peculiare che ha un andamento determinabile e che appunto pone dei confini a questo andamento, il modo di produzione capitalistico esiste infatti in formazioni economico-sociali specifiche (i “capitalismi”).
Pare impossibile, anche senza essere marxisti, marxiani o in qualunque modo si voglia connotare un orientamento di questo tipo, negare che nel modo di produzione capitalistico il motore fondamentale dell’azione è la valorizzazione del capitale: essa è la conditio sine qua non che fa sì che il sistema stia in piedi, non semplicemente che si decida di fare la guerra o non fare la guerra: è una condizione non solo storica o fattuale, ma ontologica di esistenza della modernità.
Questa precondizione così astratta si configura poi in sistemi più complessi che, al di là del capitale in generale, includono chiaramente capitalismi storicamente, geograficamente determinati eccetera. Tutto ciò implica delle dinamiche che, a lungo andare, secondo Marx in qualche modo modificano la natura stessa del capitalismo in una maniera che sostanzialmente mina le basi stesse su cui esso si fonda.
In questo senso, generalizzando ancora di più, la teoria del capitale è una teoria dialettica in cui l’idea di conflitto, di auto-contraddittorietà è intrinseca al sistema. È la natura stessa della realtà che, nel modo di produzione capitalistico, si caratterizza come processo di valorizzazione che, a un certo punto, mette in crisi le stesse condizioni di tale processo; il capitalismo non si riproduce in maniera circolare ma crescendo su se stesso, raggiungendo, a un certo punto, una condizione per cui mette in crisi il funzionamento “naturale” del processo di valorizzazione.
Quali sono gli elementi che lo caratterizzano? L’impiego sempre più massiccio di tecnologie, di macchine, i progressi della scienza che Marx non poteva neanche immaginare che aumentano la produzione del plusvalore relativo, che parallelamente escludono una massa crescente di forza-lavoro determinando quindi una disoccupazione di massa, una sovrapproduzione di massa, tutte condizioni che di fatto mettono in crisi il meccanismo di valorizzazione.
Questa condizione strutturale, qui solo brevemente richiamata, la chiamo capitalismo crepuscolare; un elemento chiave di questa fase consiste proprio nell’incapacità del sistema di mantenersi e progredire semplicemente sulle basi del meccanismo “naturale” di valorizzazione. Ci sono degli ostacoli che il sistema stesso da solo non riesce a rimuovere, si incarta in se stesso.
Se questa è la cornice generale in cui la dinamica fondamentale si muove, essa delimita i confini all’interno dei quali l’azione politica, l’intervento di istituzioni può di fatto agire come fattore che toglie gli inceppi, che fa ripartire in qualche modo il processo.
Ciò può essere fatto in maniera pacifica attraverso il welfare state, l’investimento statale sia economico e sociale (i cosiddetti meccanismi keynesiani), ma in realtà si può anche intervenire attraverso mezzi violenti: è sostanzialmente possibile imporre condizioni di valorizzazione che non sarebbero “naturali”, che non si realizzerebbero cioè in base allo sviluppo del modo di produzione capitalistico per com’è. Alterando in maniera “extra-economica” questi vincoli, di fatto si permette una valorizzazione.
3) Che c’entra la guerra?
Che c’entra questo con la guerra? Una delle possibilità, non necessariamente l’ unica ma una delle possibilità sul tavolo, è ricorrere alla violenza per imporre determinate condizioni di valorizzazione o per bloccare condizioni di valorizzazione di capitali mossi da altri paesi o che nascono in altre nazioni; il ricorso alla violenza e alla guerra come manifestazione principe della violenza, come violenza organizzata, statuale e perpetrata con mezzi di distruzione massicci, può rientrare in un quadro di questo tipo, cioè può diventare una delle carte da giocare, o addirittura, in certi casi, un’ottima carta.
Nella situazione attuale, senza parlare direttamente dell’Ucraina, è evidente che, oltre alla dimensione specifica, esiste un problema di ricollocazione mondiale tra potenze che rappresentano grandi sistemi: chiaramente gli Stati Uniti da una parte, la Cina dall’altra, la Russia in una posizione intermedia (per non parlare dei cosiddetti “paesi emergenti”).
I sistemi di penetrazione sono diversi tra loro: da una parte la Cina agisce sulla base della sua capacità produttiva, di egemonia reale grazie alla quale entra comprando, costruendo, facendo investimenti. È una modalità che è impossibile fuori dalla Cina perché si realizza grazie alla sinergia tra capitale privato e capitale pubblico, che in maniera coordinata fanno operazioni che non sarebbero immaginabili in un sistema puramente capitalistico, dove nessuno appoggerebbe in maniera così forte investimenti che non è sicuro che diano un ritorno garantito.
Le grandi istituzioni finanziarie cinesi lo fanno perché è una decisione politica, legata alla proprietà statuale di esse. Nel capitalismo puro questo non succede perché la banca, l’investitore agisce solo con la garanzia di un ritorno. Ciò dà alla Cina un vantaggio competitivo notevole.
Da una parte c’è dunque un paese in grande espansione produttiva, commerciale, finanziaria che sicuramente vede nella Russia un possibile alleato, se non altro temporaneo, dall’altra c’è la grande forza tradizionale statunitense, probabilmente in declino, che non riesce a competere a questi livelli e che chiaramente considera la guerra come una delle possibilità. In realtà tutti la considerano, ma il vantaggio degli Stati Uniti è quello di essere il più forte militarmente.
Con ciò non si vuole ridurre la complessa questione solo alle dinamiche imperialiste statunitensi; le variabili in gioco sono più ampie e includono altri interessi di terzi altrettanto poco nobili. Il punto è che in un quadro complessivo di questo tipo, la guerra è una delle carte che queste grandi potenze possono giocare, in particolare quelle che, per i motivi detti, hanno più interesse e vantaggio nel farlo. In questo momento la condizione di equilibrio internazionale è frammentata; se la posta in gioco è ridiscutere le condizioni, in un sistema a capitalizzazione difficile sicuramente la possibilità della guerra è una di quelle che i “decisori” considerano.
4) Dominio senza direzione? Forza senza egemonia?
L’Europa e l’Italia che ruolo possono giocare? Questi paesi hanno convenienza e tessere relazioni con Cina e Russia e già lo stanno facendo. Questa guerra è, tra le altre cose, sicuramente un richiamo all’ordine, soprattutto alla Germania, l’unico dei paesi europei in grado di dire la sua sul grande tavolo mondiale.
Se questo richiamo all’ordine danneggia le economie europee, le condizioni sono tali per cui per esse sganciarsi dagli USA non è possibile, sia per motivi militari, sia perché legarsi ad altri nuovi padroni è un’incognita. Sì, perché la decisione è a quale padrone in ultima istanza sottostare. Fatti tutti i conti per ora si preferisce il vecchio, per quanto è ormai evidente il bisogno di sganciarsi o rinegoziare le condizioni di vassallaggio.
L’incapacità di trasformarsi in un soggetto politico effettivo rende i singoli paesi europei marginali nelle trattative internazionali e la politica neomercantilistica tedesca, che ha prosciugato gli altri paesi senza pietà, sicuramente non ha creato consenso affinché la Germania possa giocare un ruolo di leadership effettivamente unitaria. Speravano che spolpando gli altri poi avrebbero potuto sedere autonomamente al tavolo dei grandi. Questa doccia fredda li riporta alla dura realtà del vassallaggio.
Insomma, l’amministrazione a stelle e strisce almeno per adesso sembra ottenere diversi risultati a sé utilissimi:
1) Russia in un pantano,
2) Europa (Germania) punita per la sua esuberanza,
3) progetto della Via della Seta reso molto complesso nel suo terminale europeo (nuovo muro tra est e ovest),
4) commesse militari e gas alle stelle per super profitti delle grandi corporation.
Pare che il ragionamento sia di giocare la partita fino a quando la si può gestire da una posizione militare di forza. Bisognerà vedere fino a che punto vorranno spingersi per costringere i vari dissidenti a piegarsi. Sono infatti sempre più quelli, alcuni alleati storici, che iniziano a percepire che forse il vento sta cambiando e che fanno accordi per sganciarsi dal dollaro con intese bilaterali che bypassano il vecchio interlocutore unico. Per questo gli Stati Uniti stanno facendo pressioni a quei paesi che non si sono allineati minacciando rappresaglie se acquisteranno dalla Russia le eccedenze dovute alle sanzioni, ma l’effetto collaterale è spingere questi paesi a organizzarsi in proprio.
Dati gli attuali rapporti di forza, i paesi occidentali, tuttora militarmente semi-occupati, non possono probabilmente fare altrimenti, anche se ci rimettono. Ma può essere un’operazione a contropartita zero? Pura forza? Se così fosse, inizierebbe una nuova fase in cui gli “alleati” hanno solo paura senza prospettive generali di vantaggio. Solo dominio e niente direzione? Diventerebbe una dinamica potenzialmente pericolosa e instabile. Come si può immaginare a lungo andare un equilibrio nazionale e internazionale in cui chi gestisce le fila solo prende e non spartisce? Che domina con la mera forza?
L’egemonia reale non consiste solo, come talvolta ingenuamente si crede, nella propaganda e nel convincimento soggettivo; si tratta piuttosto di processi reali che da una parte includono la propaganda, ma dall’altra la trasformazione effettiva delle dinamiche reali di produzione e riproduzione che modificano in termini in parte vantaggiosi anche le condizioni dei subordinati.
Per es. l’egemonia statunitense del dopoguerra non si basava solo sulla propaganda libertaria anti-comunista, ma soprattutto sulla creazione di condizioni materiali che hanno consentito un progresso effettivo dello “occidente” ed il miglioramento generale degli standard di vita, rendendo una pratica sociale effettiva la “personalità”: non solo ideologia della libertà individuale, ma sua esistenza nella prassi. Tutto ciò a condizione del vassallaggio: dominio e direzione, forza ed egemonia.
Proprio questo è il meccanismo che pare si stia incrinando: gli Stati Uniti non sembrano più nelle condizioni di perpetrare un’egemonia reale, ma un vassallaggio costruito solo sul dominio/forza non può durare a lungo.
Pare insomma configurarsi una crisi dell’egemonia occidentale nel processo di mondializzazione. Se l’integrazione obiettiva dell’economia mondiale come processo strutturale del modo di produzione capitalistico è oramai irreversibile e ne rappresenta la tendenza di fondo, si possono sicuramente distinguere configurazioni storicamente determinate di questo processo che possono prevedere fasi di accelerazione, di rallentamento, di egemonia di alcuni stati/blocchi per periodi più o meno lunghi.
Adesso mi pare ci si trovi in una fase di rinegoziazione e passaggio di egemonia (ciò può implicare anche ridefinizione delle filiere e delle catene di valore in chiave più restrittiva, ma che come tali non modificano la tendenza di lungo periodo).
5) Conclusioni quanto mai provvisorie
In conclusione, per tornare a Marx, vorrei sottolineare come la sua teoria permetta di considerare altri tipi di guerra e altri tipi di conflittualità che per adesso sono rimasti sottotraccia. Il gioco delle potenze internazionali ha anche una dinamica interna, nazionale, fatta altrettanto di conflitti. Senza voler tirar fuori il conflitto di classe, chiamiamolo pure come si preferisce, pare evidente che all’interno della società cinese, russa, italiana, statunitense in questo momento c’è una fase di conflittualità potenziale estrema dovuta proprio alla crisi del modo di produzione capitalistico, che non solo non garantisce più il pieno impiego, ma che sta producendo disoccupazione di massa, impoverimento costante dei ceti medi eccetera eccetera.
Per farla breve, Marx tenta di mettere insieme la dinamica interna nella sua proiezione esterna come parte di un processo articolato, ma unitario. Aggiunge quindi, secondo me, degli strumenti interessanti per tentare di comprendere questa complessità in cui la dimensione della violenza, della guerra, risultano essere intrinseche alla crisi profonda, di sistema, del modo di produzione capitalistico.
Ciò non significa né che esso crolli, né che ci sia la rivoluzione, né chissà cosa; però è evidente l’esistenza di una crisi profonda le cui dinamiche producono il conflitto o la guerra fra le sue variabili principali.
Fonte
10/10/2025
Il Capitale di Marx oggi
di Roberto Fineschi
Buonasera a tutti. Grazie al prof. Azzarà per aver organizzato questo evento e a tutti i colleghi che si sono resi disponibili per venire a discuterne. Estendo i ringraziamenti ai presenti per la loro partecipazione.
Iniziamo dal feticcio: il libro è editorialmente bellissimo, arricchito da stampe di dipinti otto-novecenteschi sulla storia del lavoro. Una prima nota da mettere in evidenza è che il volume è uscito nei Millenni di Einaudi, vale a dire un classico che resiste al tempo e che dura nei secoli. Qualcuno potrebbe interpretarla come una sorta di imbalsamazione, il bel monumento... ai caduti. Invece, almeno per i contatti che ho avuto io con la casa editrice, mi è parso che ci fosse l’idea di un contenuto politico, di politica culturale. Come se ci fosse una sorta di malessere anche all’interno della cultura ufficiale “borghese” nei confronti delle teorie predominanti. Probabilmente anche una borghesia diciamo moderatamente progressista e di vedute più ampie si rende conto che certi paradigmi mainstream, ahimè spiegano sempre meno e che quindi una strumentazione che parta da un paradigma diverso, anche senza volerlo abbracciare in toto, può essere presa in considerazione; forse certe categorie non sono da buttar via. C’era anche una dimensione culturale, di politica culturale, per dare degli spunti contenutistici anche a un possibile movimento progressista in senso lato.
Veniamo più concretamente all’edizione. Innanzitutto è una ritraduzione completa, non solo mia; diamo onore ai miei collaboratori che sono Stefano Breda, Gabriele Schimmenti e Giovanni Sgro’. Abbiamo diviso in quattro eque parti e poi chiaramente è stato rimesso insieme, omogeneizzato dal sottoscritto.
Perché una nuova edizione, esistendone già diverse, sia storiche che più recenti. Le più diffuse sono l’edizione Cantimori e l’edizione Maffi. C’è anche l’edizione Sbardella della Newton. Le edizioni Cantimori e Maffi in particolare sono buone. Quindi: perché farne una nuova? Principalmente per la MEGA, cioè la nuova, la Marx-Engels-Gesamtausgabe, la nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels.
In essa ora, sintetizzo per non stare ad annoiarvi troppo, Il capitale da tre volumi è passato a quindici se si includono i manoscritti che lo precedono e quelli successivi, su cui Engels poi ha curato l’edizione a stampa del secondo e del terzo. Uno dei manoscritti precedenti sono i famosi Grundrisse, ma in realtà di “Grundrisse” ce ne sono tre, tre corposi manoscritti in cui Marx ha riscritto più o meno tutto. Oltre a questi manoscritti hanno pubblicato anche le edizioni storiche, incluse le diverse edizioni che Marx ed Engels hanno pubblicato in vita del primo libro, l’unico che Marx ha effettivamente dato alle stampe. La prima volta nel 1867; una seconda edizione tedesca esce tra il 1872 e il 1873; l’edizione francese del 1872-75, tutte approvate da Marx. E poi ci sono due ulteriori edizioni tedesche, del 1883, e del 1890, curate da Engels e un’edizione inglese, anch’essa curata da Engels del 1887. Tra queste edizioni ci sono moltissime varianti.
Nella seconda edizione tedesca rispetto alla prima ci sono numerose varianti, viene addirittura cambiata l’intelaiatura del libro: da capitoli si passa a sezioni, ne vengono create di nuove, suddivisi i capitoli, ecc. Ha ripensato la struttura. Questo processo continua con l’edizione francese, tant’è che Marx stesso all’inizio del libro dice che è migliorativa rispetto alla seconda tedesca, al punto che anche il lettore tedesco doveva rifarsi a essa. Anche qui confrontando le varianti si capisce di che sta parlando: per esempio, sviluppa la parte sull’accumulazione in maniera sostanziale introducendo nuove categorie come composizione organica, distingue tra concentrazione e centralizzazione, ecc. Mette in due sezioni separate l’accumulazione cosiddetta originaria e quella propriamente capitalistica. Introduce il concetto di lavoratore complessivo, o collettivo anche come viene tradotto a volte, che per esempio è centrale anche in Gramsci. È insomma un’edizione che aggiunge molto.
Marx non ha curato una terza edizione tedesca, che avrebbe rielaborato alla luce di quella francese, e questo ha creato tutta una serie di questioni editoriali che tuttora sono al centro della discussione. È per esempio uscita recentemente un’edizione inglese per Princeton University che adotta criteri diversi da quelli che abbiamo adottato noi. Perché? Cerco di spiegare il contesto. Qual è l’ultima versione che ha pubblicato Marx? La questione è che non c’è! Paradossalmente un libro che ha pubblicato tre volte in vita e che ha curato personalmente non ha una versione di ultima mano. Cronologicamente sarebbe la francese; ci sono delle migliorie, quindi perché non partire da quella? Perché non è una traduzione in senso moderno. Giusto per farvi l’esempio più clamoroso: non c’è “valorizzazione”. Non solo non c’è il termine valorizzazione, non c’è una traduzione coerente utilizzando coerentemente la stessa parola in tutto il volume. Chi ha un minimo di familiarità con la teoria del capitale sa che essa ne è proprio il cuore. Poi, per esempio, passi complessi vengono semplicemente omessi, mancano a volte righi interi. Soprattutto quello che viene meno è il lessico filosofico marxiano. La terminologia utilizzata in maniera massiccia da Marx nel tedesco, che ha insomma l’eredità storica della filosofia classica tedesca di Hegel e non solo, viene un po’ “annacquata”, appiattita.
Ci sono motivi oggettivi insomma e anche molti studiosi francesi del dopoguerra hanno sollevato la questione concludendo che non si poteva considerarla una traduzione soddisfacente. In verità anche lo stesso Marx quando ha redatto dei progetti per la terza edizione tedesca non ha detto pubblichiamo la francese, ha indicato la seconda edizione tedesca e di modificare questo, quell’altro passaggio dalla francese; ci sono tre indici in cui lui dà delle indicazioni sui passaggi da sostituire. Poi ci sono le copie personali di Marx in cui pure aveva evidenziato dei passaggi. Nella terza edizione tedesca Engels, seguendo queste indicazioni, ha modificato il testo. Ora qual è il problema? È che non l’ha fatto completamente. Nella quarta edizione tedesca continua ad aggiungere altre cose che non aveva inserito nella terza, però di nuovo non lo fa completamente. Una delle cose che non ha fatto, ad esempio, è cambiare la struttura secondo cui Marx aveva risuddiviso l’edizione francese. La conseguenza è stata che chi studia Marx dal tedesco o dalle edizioni tradotte dal tedesco ha un indice; i francesi invece, siccome Marx aveva parlato bene dell’edizione di Roy, l’hanno riprodotta a oltranza con un indice diverso dalla tedesca. L’edizione inglese curata da Engels nel 1887 utilizza la struttura della francese, quindi l’edizione inglese ha l’indice della francese. Invece nella III e IV tedesca Engels ha mantenuto quello della seconda edizione. Insomma: francese e inglese hanno un indice diverso dalla tedesca e da chi ha tradotto da essa e quindi l’assurdo è che ai convegni citando ad es. il capitolo 17 non è detto che ci si riferisca allo stesso testo; bisogna chiarirsi su quale sia l’edizione di riferimento.
La nuova edizione Princeton, ma anche in passato quella messicana di Scaron che è una buona edizione, è basata sulla seconda edizione tedesca e rispetto a essa fornisce le varianti delle altre. Qual è il motivo di questa decisione? C’è una velata ideologia anti-engelsiana: dovendo scartare l’edizione francese per la traduzione, per averne una marxiana senza intervento engelsiano bisognava prendere la seconda tedesca. Quest’ultima edizione inglese per Princeton segue questo criterio. Si possono portare delle argomentazioni a favore di questa scelta, complessivamente ritengo però che sia sbagliata. Perché? Semplicemente perché abbiamo come varianti e non nel testo principale parti di testo che Marx non solo ha progettato, ma pubblicato nell’edizione francese come miglioramenti. Esse sono migliorative rispetto alla seconda edizione tedesca, ma il lettore che ha la seconda edizione tedesca se le trova come varianti e non nel testo principale.
I contenuti che un lettore trova nel testo pensa che costituiscano il pensiero più maturo dell’autore, non qualcosa di superato da miglioramenti successivi. Non è detto che il lettore generico vada a leggersi le varianti tanto meno che capisca che in esse si trovi il testo più maturo. Leggendo la seconda edizione tedesca non troviamo per es. la composizione organica. È una cosa incredibile. Diversi concetti fondamentali il lettore non li troverebbe solo perché sono stati inseriti nell’edizione francese. Partendo dalla seconda edizione tedesca li si colloca nelle varianti, quindi secondo me è una scelta scorretta nei confronti del lettore, perché il lettore, a meno che non sia un esperto, potrebbe non capire che nel testo principale trova delle categorie superate. Nella III e nella IV edizione c’è invece l’intervento di Engels. La soluzione perfetta non c’è a meno che non si faccia come nell’edizione critica in cui si pubblicano tutte le edizioni, operazione impensabile in traduzione.
Si trattava dunque di trovare una soluzione “diplomatica”, nella consapevolezza che quella perfetta non esiste. L’obiettivo era fornire una traduzione che rendesse il miglior Marx possibile e questo la seconda edizione tedesca non lo fa, perché appunto il testo più avanzato si trova nelle varianti. Per questa ragione abbiamo deciso di prendere come punto di riferimento la quarta edizione tedesca, cioè l’ultima curata da Engels dove più o meno è stato inserito quasi tutto, e rispetto ad essa abbiamo dato le principali varianti di tutte le edizioni precedenti: tre edizioni tedesche e l’edizione francese. Chiaramente, nell’introduzione si spiega quello che ho spiegato a voi, cioè che si tratta di una soluzione diplomatica e che il testo include l’intervento editoriale di Engels. Chi volesse leggere la seconda edizione tedesca, trova il testo nelle varianti.
Le varianti sono molte, da p. 790 fino a p. 1214. Oltre alle varianti in senso stretto, il testo include anche due manoscritti, uno ben noto, il cosiddetto Sesto capitolo inedito, che è stato ritradotto completamente seguendo gli stessi criteri di traduzione, e poi un manoscritto inedito, pubblicato per la prima volta nell’edizione critica, scritto da Marx tra il dicembre del 1871 gennaio del 1872, proprio nel corso della progettazione della seconda edizione tedesca, il primo capitolo in particolare, riscritto quasi completamente. Giusto per dare un’idea, nel primo capitolo del 1867 non c’è il paragrafo sul feticismo della merce, non uno a caso, uno dei capitoli più discussi nelle interpretazioni di Marx. In questo Manoscritto 1871-72 si vede letteralmente proprio la creazione del capitolo, come aggiunga dei paragrafi nuovi, poi inserisca il pezzo che nella prima edizione era a pagina x, ecc.; si vede proprio la costruzione. Anche per esempio per la forma di valore, che è uno dei temi più discussi nell’interpretazione, sempre in questo manoscritto c’è un ripensamento molto importante che getta luce anche su come leggere l’intera sezione. C’è una “divagazione” di 3-4 pagine in cui Marx riconsidera un po’ tutta la struttura della merce, della forma di valore eccetera e secondo me chiarisce in maniera netta come la pensa. Questi manoscritti sono inclusi in questo volume.
Il testo di riferimento è dunque la quarta edizione tedesca del primo libro del 1890 e include tutti i testi sopravvissuti che Marx ha vergato con l’intenzione di scrivere il primo libro, dunque a partire dal 1863 in poi, perché il progetto del capitale in tre libri viene sostanzialmente realizzato per la prima volta nel 1863-65. Prima il progetto si chiamava Per la critica dell’economia politica; adesso invece diventa sottotitolo. L’intenzione viene espressa nella famosa lettera a Kugelmann del dicembre del 1862. Nel manoscritto 1863-65 c’era una prima versione del primo libro del capitale, che però è andata perduta, a eccezione del cosiddetto sesto capitolo inedito.
Tutti questi testi sono stati tradotti con gli stessi criteri; questo è un grosso vantaggio dell’edizione. Alcuni di essi erano disponibili, però chiaramente non era la stessa traduzione di Cantimori, né di Maffi, quindi un confronto tra varianti era difficile da fare per uno che non potesse andarsi a vedere il tedesco, perché chiaramente ogni traduttore aveva adottato criteri diversi. Il vantaggio di questa edizione è che queste varianti sono confrontabili veramente come varianti perché noi abbiamo tradotto in maniera coerente attraverso tutto il testo.
L’idea fondamentale è di fornire uno strumento di lettura o ricerca a chi volesse di nuovo cimentarsi con Il capitale aggiornato allo stato attuale delle pubblicazioni scientifiche, uno strumento più efficace rispetto a quelli pur disponibili in commercio.
Le varianti, che si trovano in appendice, sono facilmente individuabili nel testo grazie a un sistema di note che le rende immediatamente visibili. Ci sono le note curatoriali per le quali ci siamo avvalsi del lavoro già fatto da altri in passato ma approfondendolo nei casi in cui ci sembrava necessario; rispetto alle vecchie edizioni soprattutto si sono messi in evidenza tutti i vari passaggi, tutte le varie citazioni implicite che Marx fa. Ci sono quelle esplicite a Dante, Shakespeare, Schiller, ecc. ma tante volte invece sono tacite e possono sfuggire anche al lettore colto. Colti come erano nell’Ottocento purtroppo noi non siamo più, quindi molti lettori, me incluso, hanno bisogno di andare a vedere di che sta parlando e quindi abbiamo cercato di aumentare questo apparato in particolare per esempio per i tantissimi passi biblici, ecc. e riferimenti a concetti come transustanziazione, parusia, ecc. Poi chiaramente i riferimenti ai classici, per esempio la famosa definizione della merce come oggetto sensibilmente-soprasensibile, sensorialmente-sovrasensoriale è una citazione dal Faust di Goethe.
Ultimo aspetto, ma non certo per importanza, è la traduzione. Quelle esistenti sono buone, sia Maffi che Cantimori. Noi abbiamo però cercato di affrontare alcuni problemi che secondo noi potevano essere trattati in maniera ancora più approfondita. Tutta una serie di termini, per esempio, hanno più lemmi in tedesco che in italiano, quindi l’italiano implicava possibili sovrapposizioni, l’utilizzazione di uno stesso termine per più termini tedeschi. In certi casi questo faceva proprio capir male quello che voleva dire il testo. Un buon esempio è “rappresentare”, soprattutto nei primi capitoli, una parola che c’è ogni due righe, continuamente. Nelle edizioni disponibili con rappresentare si traducono ben tre verbi tedeschi che al lettore italiano risultano indistinguibili: darstellen, vorstellen e repräsentieren, che nella logica dell’argomentazione marxiana sono molto significativi e chiaramente sono eco hegeliane. Darstellen si riferisce proprio alla Darstellungsweise, cioè il modo di esposizione o di presentazione di cui Marx parla nella postfazione alla seconda edizione tedesca, cioè quello che riprende il metodo hegeliano. Esso esprime l’articolazione categoriale dei concetti nella loro intrinseca logica: Marx mostra come dal concetto di merce necessariamente si passa al concetto di merci; come dal concetto di merci si passa al concetto di denaro, ecc., cioè secondo Marx c’è un’intrinseca logica, una necessità concettuale in queste categorie che porta all’articolazione della teoria. Invece la Vorstellung è la rappresentazione non nel senso dell’esposizione scientifica, ma dell’idea che i soggetti alla superficie della società si fanno del processo, quindi sostanzialmente l’ideologia. Semplificando all’estremo, è la distinzione tra scienza e ideologia. Tradurre quindi con la stessa parola non permette al lettore di percepire questa distinzione. Repräsentieren, o anche vertreten, vuol dire rappresentare nel senso di essere rappresentante, di stare lì per qualcos’altro. Non c’è spesso. C’è la famosa nota 101 in cui ci sono tutti e tre contemporaneamente e nelle vecchie edizioni era tutto reso con rappresentare, era dunque veramente difficile capire.
Anche il lettore che non si pone questi problemi assorbe il testo attraverso il lessico utilizzato. Avere una traduzione più precisa da questo punto di vista permette un’assimilazione inconsapevole migliore anche da parte del lettore “normale”, che non si occupa di questioni specialistiche.
Un altro caso sempre molto difficile è Ding e Sache; tutte e due vogliono dire cosa. Anche qui il problema è che in italiano c’è una parola per due tedesche. Siccome era impossibile trovare due parole diverse, abbiamo usato sempre cosa, ma quando c’è Sache tra parentesi quadre aggiungendo il tedesco di modo che anche qui il lettore possa capire che si tratta di due termini diversi. In Hegel sono due categorie nettamente diverse. In Marx la distinzione non è così precisa, però ci sono alcuni passaggi in cui invece secondo me richiama i concetti hegeliani e quindi sembrava opportuno rendere la differenza. Un ulteriore problema sono le forme aggettivali e avverbiali sachlich e dinglich, che sarebbero cosale o “cosalmente”, resa che ovviamente in italiano suona abbastanza strana, mentre in tedesco sono termini comuni. Qui abbiamo trovato delle piccole perifrasi come in forma di cosa, come cosa, anche qui con il tedesco tra parentesi. Nelle vecchie traduzioni spesso si perdeva il riferimento alla cosa. Soprattutto nel primo capitolo, dove c’è la teoria della reificazione, il riferimento alla parola cosa è cruciale perché è proprio lì che si produce questo processo di cosificazione/reificazione.
Per trasparenza, all’inizio del libro c’è tutta una nota del traduttore, in cui si spiegano tutte queste cose. Vi si dice per i termini più significativi quali sono state le scelte fatte e perché, di modo che anche se un lettore dissentisse con la traduzione, comunque sa quale parola è stata tradotta. È stata un’operazione di trasparenza. Il lettore può pur dissentendo capire qual è il termine originariamente usato.
Vediamo due ultimi esempi. La distinzione Erscheinung/Schein, che spesso vengono tradotti con apparenza. C’è invece un’importante differenza perché l’Erscheinung è il fenomeno kantiano e hegeliano, il funzionamento delle leggi essenziali a livello della superficie, è quindi importante quanto l’essenza, è coessenziale. L’essenza si deve manifestare, apparire, quindi non è che è falsa. Invece Schein è confondere l’Erscheinung con il Wesen, cioè prendere la manifestazione fenomenica per l’essenza stessa. Il termine all'apparenza sembrava dunque ambiguo, si prestava un po’ a confondere le cose. Abbiamo dunque eliminato apparenza che ci sembrava un termine potenzialmente indeterminato e abbiamo usato manifestazione per Erscheinung e parvenza per Schein, di modo che sia più trasparente la differenza.
Ultima cosa, la più spinosa: come tradurre Arbeiter. Significa sia lavoratore che operaio. Qui il problema era l’opposto di Sache e Ding; li avevamo più parole in tedesco e una parola in italiano, qui invece abbiamo una parola in tedesco e più parole in italiano. Questo poneva una grossa questione perché capite bene che tradurre con lavoratore od operaio cambia molto, anche perché la Arbeiterklasse è la classe operaia o la classe dei lavoratori? In tedesco è sempre Arbeiter. Il punto è questo, cioè che sia un operaio di fabbrica sia un servo della gleba, sia uno schiavo che lavora è un Arbeiter, perché il termine significa letteralmente colui che lavora. Dal verbo arbeiten con l’aggiunta del suffisso -er si ottiene il soggetto che compie l’azione del verbo, come la derivazione in italiano, da lavorare + -tore → lavoratore; è lo stesso meccanismo di generazione del sostantivo dal verbo. Come tradurre allora in italiano? Chiaramente in certi casi non è difficile: se si sta parlando di un individuo che lavora all’interno del sistema di macchine evidentemente è un operaio. Se invece si sta parlando di un servo della gleba che fa la corvée nel terreno del signore, evidentemente non può essere un operaio, quindi si va con il generico lavoratore. Oppure quando si tratta del processo lavorativo in astratto, chi è lì il soggetto che lavora? Be’, essendo in astratto, la dimensione storica è momentaneamente sospesa, quindi si sta considerando il lavorare in generale e quindi tradurre con un operaio sarebbe fuorviante, perché non sarebbe un concetto universale, ma particolarizzato. In tutti questi casi non era un problema gigantesco. Il problema dove sorge? In tutti i casi in cui Marx sviluppa non tanto delle descrizioni ma delle leggi di funzionamento. Per esempio la creazione dell’esercito industriale di riserva non funziona solo per l’operaio ma con tutte le dinamiche di sostituzione per automazione, di qualunque tipo di lavoro meccanizzabile, perché ora non è più solamente il tornio, ma raggiunge anche i livelli della lezione universitaria. Quindi questo processo non riguarda solo l’operaio, ma indica delle leggi di trasformazione del modo di lavorare. Se lì Marx dice Arbeiter, intende l’operaio o la trasformazione del lavorare più in generale? Intende tutti e due contemporaneamente e per lui non fa problema perché Arbeiter vuol dire tutte e due le cose. Nella traduzione, però, se in questo caso in cui si sviluppano proprio delle leggi specifiche per esempio, anche il calcolo del saggio del plusvalore non dipende dalla presenza dell’operaio – Marx usa l’esempio di un operaio, faccio bene a tradurre con questa parola? Sì, non sto sbagliando perché effettivamente sto parlando di operai, però secondo me in parte sto sbagliando perché cancello la dimensione generale, cioè quella per cui quella trasformazione riguarda la modalità di lavorare nel modo di produzione capitalistico che è più larga della modalità dell’operaio in fabbrica. In questi casi, secondo noi lavoratore era la soluzione migliore, perché si rende anche la dimensione generale senza cancellare quella particolare: anche quell’operaio è un lavoratore. Anche questi criteri vengono spiegati nella nota del traduttore e di nuovo, pur dissentendo con questa nostra interpretazione, il lettore può comunque sapere che c’è scritto Arbeiter.
Concludendo, qual è il senso dell’operazione nel suo complesso? È fornire a chi vuole leggere Il capitale uno strumento aggiornato di studio sia da un punto di vista di fattualità testuale molto più ricca, ci sono molti più testi sia a livello di traduzione più particolareggiata, in quanto permette meglio delle precedenti di cogliere le sfumature di tanti termini che, almeno in questi casi particolari, erano scomparse.
Fonte
Buonasera a tutti. Grazie al prof. Azzarà per aver organizzato questo evento e a tutti i colleghi che si sono resi disponibili per venire a discuterne. Estendo i ringraziamenti ai presenti per la loro partecipazione.
Iniziamo dal feticcio: il libro è editorialmente bellissimo, arricchito da stampe di dipinti otto-novecenteschi sulla storia del lavoro. Una prima nota da mettere in evidenza è che il volume è uscito nei Millenni di Einaudi, vale a dire un classico che resiste al tempo e che dura nei secoli. Qualcuno potrebbe interpretarla come una sorta di imbalsamazione, il bel monumento... ai caduti. Invece, almeno per i contatti che ho avuto io con la casa editrice, mi è parso che ci fosse l’idea di un contenuto politico, di politica culturale. Come se ci fosse una sorta di malessere anche all’interno della cultura ufficiale “borghese” nei confronti delle teorie predominanti. Probabilmente anche una borghesia diciamo moderatamente progressista e di vedute più ampie si rende conto che certi paradigmi mainstream, ahimè spiegano sempre meno e che quindi una strumentazione che parta da un paradigma diverso, anche senza volerlo abbracciare in toto, può essere presa in considerazione; forse certe categorie non sono da buttar via. C’era anche una dimensione culturale, di politica culturale, per dare degli spunti contenutistici anche a un possibile movimento progressista in senso lato.
Veniamo più concretamente all’edizione. Innanzitutto è una ritraduzione completa, non solo mia; diamo onore ai miei collaboratori che sono Stefano Breda, Gabriele Schimmenti e Giovanni Sgro’. Abbiamo diviso in quattro eque parti e poi chiaramente è stato rimesso insieme, omogeneizzato dal sottoscritto.
Perché una nuova edizione, esistendone già diverse, sia storiche che più recenti. Le più diffuse sono l’edizione Cantimori e l’edizione Maffi. C’è anche l’edizione Sbardella della Newton. Le edizioni Cantimori e Maffi in particolare sono buone. Quindi: perché farne una nuova? Principalmente per la MEGA, cioè la nuova, la Marx-Engels-Gesamtausgabe, la nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels.
In essa ora, sintetizzo per non stare ad annoiarvi troppo, Il capitale da tre volumi è passato a quindici se si includono i manoscritti che lo precedono e quelli successivi, su cui Engels poi ha curato l’edizione a stampa del secondo e del terzo. Uno dei manoscritti precedenti sono i famosi Grundrisse, ma in realtà di “Grundrisse” ce ne sono tre, tre corposi manoscritti in cui Marx ha riscritto più o meno tutto. Oltre a questi manoscritti hanno pubblicato anche le edizioni storiche, incluse le diverse edizioni che Marx ed Engels hanno pubblicato in vita del primo libro, l’unico che Marx ha effettivamente dato alle stampe. La prima volta nel 1867; una seconda edizione tedesca esce tra il 1872 e il 1873; l’edizione francese del 1872-75, tutte approvate da Marx. E poi ci sono due ulteriori edizioni tedesche, del 1883, e del 1890, curate da Engels e un’edizione inglese, anch’essa curata da Engels del 1887. Tra queste edizioni ci sono moltissime varianti.
Nella seconda edizione tedesca rispetto alla prima ci sono numerose varianti, viene addirittura cambiata l’intelaiatura del libro: da capitoli si passa a sezioni, ne vengono create di nuove, suddivisi i capitoli, ecc. Ha ripensato la struttura. Questo processo continua con l’edizione francese, tant’è che Marx stesso all’inizio del libro dice che è migliorativa rispetto alla seconda tedesca, al punto che anche il lettore tedesco doveva rifarsi a essa. Anche qui confrontando le varianti si capisce di che sta parlando: per esempio, sviluppa la parte sull’accumulazione in maniera sostanziale introducendo nuove categorie come composizione organica, distingue tra concentrazione e centralizzazione, ecc. Mette in due sezioni separate l’accumulazione cosiddetta originaria e quella propriamente capitalistica. Introduce il concetto di lavoratore complessivo, o collettivo anche come viene tradotto a volte, che per esempio è centrale anche in Gramsci. È insomma un’edizione che aggiunge molto.
Marx non ha curato una terza edizione tedesca, che avrebbe rielaborato alla luce di quella francese, e questo ha creato tutta una serie di questioni editoriali che tuttora sono al centro della discussione. È per esempio uscita recentemente un’edizione inglese per Princeton University che adotta criteri diversi da quelli che abbiamo adottato noi. Perché? Cerco di spiegare il contesto. Qual è l’ultima versione che ha pubblicato Marx? La questione è che non c’è! Paradossalmente un libro che ha pubblicato tre volte in vita e che ha curato personalmente non ha una versione di ultima mano. Cronologicamente sarebbe la francese; ci sono delle migliorie, quindi perché non partire da quella? Perché non è una traduzione in senso moderno. Giusto per farvi l’esempio più clamoroso: non c’è “valorizzazione”. Non solo non c’è il termine valorizzazione, non c’è una traduzione coerente utilizzando coerentemente la stessa parola in tutto il volume. Chi ha un minimo di familiarità con la teoria del capitale sa che essa ne è proprio il cuore. Poi, per esempio, passi complessi vengono semplicemente omessi, mancano a volte righi interi. Soprattutto quello che viene meno è il lessico filosofico marxiano. La terminologia utilizzata in maniera massiccia da Marx nel tedesco, che ha insomma l’eredità storica della filosofia classica tedesca di Hegel e non solo, viene un po’ “annacquata”, appiattita.
Ci sono motivi oggettivi insomma e anche molti studiosi francesi del dopoguerra hanno sollevato la questione concludendo che non si poteva considerarla una traduzione soddisfacente. In verità anche lo stesso Marx quando ha redatto dei progetti per la terza edizione tedesca non ha detto pubblichiamo la francese, ha indicato la seconda edizione tedesca e di modificare questo, quell’altro passaggio dalla francese; ci sono tre indici in cui lui dà delle indicazioni sui passaggi da sostituire. Poi ci sono le copie personali di Marx in cui pure aveva evidenziato dei passaggi. Nella terza edizione tedesca Engels, seguendo queste indicazioni, ha modificato il testo. Ora qual è il problema? È che non l’ha fatto completamente. Nella quarta edizione tedesca continua ad aggiungere altre cose che non aveva inserito nella terza, però di nuovo non lo fa completamente. Una delle cose che non ha fatto, ad esempio, è cambiare la struttura secondo cui Marx aveva risuddiviso l’edizione francese. La conseguenza è stata che chi studia Marx dal tedesco o dalle edizioni tradotte dal tedesco ha un indice; i francesi invece, siccome Marx aveva parlato bene dell’edizione di Roy, l’hanno riprodotta a oltranza con un indice diverso dalla tedesca. L’edizione inglese curata da Engels nel 1887 utilizza la struttura della francese, quindi l’edizione inglese ha l’indice della francese. Invece nella III e IV tedesca Engels ha mantenuto quello della seconda edizione. Insomma: francese e inglese hanno un indice diverso dalla tedesca e da chi ha tradotto da essa e quindi l’assurdo è che ai convegni citando ad es. il capitolo 17 non è detto che ci si riferisca allo stesso testo; bisogna chiarirsi su quale sia l’edizione di riferimento.
La nuova edizione Princeton, ma anche in passato quella messicana di Scaron che è una buona edizione, è basata sulla seconda edizione tedesca e rispetto a essa fornisce le varianti delle altre. Qual è il motivo di questa decisione? C’è una velata ideologia anti-engelsiana: dovendo scartare l’edizione francese per la traduzione, per averne una marxiana senza intervento engelsiano bisognava prendere la seconda tedesca. Quest’ultima edizione inglese per Princeton segue questo criterio. Si possono portare delle argomentazioni a favore di questa scelta, complessivamente ritengo però che sia sbagliata. Perché? Semplicemente perché abbiamo come varianti e non nel testo principale parti di testo che Marx non solo ha progettato, ma pubblicato nell’edizione francese come miglioramenti. Esse sono migliorative rispetto alla seconda edizione tedesca, ma il lettore che ha la seconda edizione tedesca se le trova come varianti e non nel testo principale.
I contenuti che un lettore trova nel testo pensa che costituiscano il pensiero più maturo dell’autore, non qualcosa di superato da miglioramenti successivi. Non è detto che il lettore generico vada a leggersi le varianti tanto meno che capisca che in esse si trovi il testo più maturo. Leggendo la seconda edizione tedesca non troviamo per es. la composizione organica. È una cosa incredibile. Diversi concetti fondamentali il lettore non li troverebbe solo perché sono stati inseriti nell’edizione francese. Partendo dalla seconda edizione tedesca li si colloca nelle varianti, quindi secondo me è una scelta scorretta nei confronti del lettore, perché il lettore, a meno che non sia un esperto, potrebbe non capire che nel testo principale trova delle categorie superate. Nella III e nella IV edizione c’è invece l’intervento di Engels. La soluzione perfetta non c’è a meno che non si faccia come nell’edizione critica in cui si pubblicano tutte le edizioni, operazione impensabile in traduzione.
Si trattava dunque di trovare una soluzione “diplomatica”, nella consapevolezza che quella perfetta non esiste. L’obiettivo era fornire una traduzione che rendesse il miglior Marx possibile e questo la seconda edizione tedesca non lo fa, perché appunto il testo più avanzato si trova nelle varianti. Per questa ragione abbiamo deciso di prendere come punto di riferimento la quarta edizione tedesca, cioè l’ultima curata da Engels dove più o meno è stato inserito quasi tutto, e rispetto ad essa abbiamo dato le principali varianti di tutte le edizioni precedenti: tre edizioni tedesche e l’edizione francese. Chiaramente, nell’introduzione si spiega quello che ho spiegato a voi, cioè che si tratta di una soluzione diplomatica e che il testo include l’intervento editoriale di Engels. Chi volesse leggere la seconda edizione tedesca, trova il testo nelle varianti.
Le varianti sono molte, da p. 790 fino a p. 1214. Oltre alle varianti in senso stretto, il testo include anche due manoscritti, uno ben noto, il cosiddetto Sesto capitolo inedito, che è stato ritradotto completamente seguendo gli stessi criteri di traduzione, e poi un manoscritto inedito, pubblicato per la prima volta nell’edizione critica, scritto da Marx tra il dicembre del 1871 gennaio del 1872, proprio nel corso della progettazione della seconda edizione tedesca, il primo capitolo in particolare, riscritto quasi completamente. Giusto per dare un’idea, nel primo capitolo del 1867 non c’è il paragrafo sul feticismo della merce, non uno a caso, uno dei capitoli più discussi nelle interpretazioni di Marx. In questo Manoscritto 1871-72 si vede letteralmente proprio la creazione del capitolo, come aggiunga dei paragrafi nuovi, poi inserisca il pezzo che nella prima edizione era a pagina x, ecc.; si vede proprio la costruzione. Anche per esempio per la forma di valore, che è uno dei temi più discussi nell’interpretazione, sempre in questo manoscritto c’è un ripensamento molto importante che getta luce anche su come leggere l’intera sezione. C’è una “divagazione” di 3-4 pagine in cui Marx riconsidera un po’ tutta la struttura della merce, della forma di valore eccetera e secondo me chiarisce in maniera netta come la pensa. Questi manoscritti sono inclusi in questo volume.
Il testo di riferimento è dunque la quarta edizione tedesca del primo libro del 1890 e include tutti i testi sopravvissuti che Marx ha vergato con l’intenzione di scrivere il primo libro, dunque a partire dal 1863 in poi, perché il progetto del capitale in tre libri viene sostanzialmente realizzato per la prima volta nel 1863-65. Prima il progetto si chiamava Per la critica dell’economia politica; adesso invece diventa sottotitolo. L’intenzione viene espressa nella famosa lettera a Kugelmann del dicembre del 1862. Nel manoscritto 1863-65 c’era una prima versione del primo libro del capitale, che però è andata perduta, a eccezione del cosiddetto sesto capitolo inedito.
Tutti questi testi sono stati tradotti con gli stessi criteri; questo è un grosso vantaggio dell’edizione. Alcuni di essi erano disponibili, però chiaramente non era la stessa traduzione di Cantimori, né di Maffi, quindi un confronto tra varianti era difficile da fare per uno che non potesse andarsi a vedere il tedesco, perché chiaramente ogni traduttore aveva adottato criteri diversi. Il vantaggio di questa edizione è che queste varianti sono confrontabili veramente come varianti perché noi abbiamo tradotto in maniera coerente attraverso tutto il testo.
L’idea fondamentale è di fornire uno strumento di lettura o ricerca a chi volesse di nuovo cimentarsi con Il capitale aggiornato allo stato attuale delle pubblicazioni scientifiche, uno strumento più efficace rispetto a quelli pur disponibili in commercio.
Le varianti, che si trovano in appendice, sono facilmente individuabili nel testo grazie a un sistema di note che le rende immediatamente visibili. Ci sono le note curatoriali per le quali ci siamo avvalsi del lavoro già fatto da altri in passato ma approfondendolo nei casi in cui ci sembrava necessario; rispetto alle vecchie edizioni soprattutto si sono messi in evidenza tutti i vari passaggi, tutte le varie citazioni implicite che Marx fa. Ci sono quelle esplicite a Dante, Shakespeare, Schiller, ecc. ma tante volte invece sono tacite e possono sfuggire anche al lettore colto. Colti come erano nell’Ottocento purtroppo noi non siamo più, quindi molti lettori, me incluso, hanno bisogno di andare a vedere di che sta parlando e quindi abbiamo cercato di aumentare questo apparato in particolare per esempio per i tantissimi passi biblici, ecc. e riferimenti a concetti come transustanziazione, parusia, ecc. Poi chiaramente i riferimenti ai classici, per esempio la famosa definizione della merce come oggetto sensibilmente-soprasensibile, sensorialmente-sovrasensoriale è una citazione dal Faust di Goethe.
Ultimo aspetto, ma non certo per importanza, è la traduzione. Quelle esistenti sono buone, sia Maffi che Cantimori. Noi abbiamo però cercato di affrontare alcuni problemi che secondo noi potevano essere trattati in maniera ancora più approfondita. Tutta una serie di termini, per esempio, hanno più lemmi in tedesco che in italiano, quindi l’italiano implicava possibili sovrapposizioni, l’utilizzazione di uno stesso termine per più termini tedeschi. In certi casi questo faceva proprio capir male quello che voleva dire il testo. Un buon esempio è “rappresentare”, soprattutto nei primi capitoli, una parola che c’è ogni due righe, continuamente. Nelle edizioni disponibili con rappresentare si traducono ben tre verbi tedeschi che al lettore italiano risultano indistinguibili: darstellen, vorstellen e repräsentieren, che nella logica dell’argomentazione marxiana sono molto significativi e chiaramente sono eco hegeliane. Darstellen si riferisce proprio alla Darstellungsweise, cioè il modo di esposizione o di presentazione di cui Marx parla nella postfazione alla seconda edizione tedesca, cioè quello che riprende il metodo hegeliano. Esso esprime l’articolazione categoriale dei concetti nella loro intrinseca logica: Marx mostra come dal concetto di merce necessariamente si passa al concetto di merci; come dal concetto di merci si passa al concetto di denaro, ecc., cioè secondo Marx c’è un’intrinseca logica, una necessità concettuale in queste categorie che porta all’articolazione della teoria. Invece la Vorstellung è la rappresentazione non nel senso dell’esposizione scientifica, ma dell’idea che i soggetti alla superficie della società si fanno del processo, quindi sostanzialmente l’ideologia. Semplificando all’estremo, è la distinzione tra scienza e ideologia. Tradurre quindi con la stessa parola non permette al lettore di percepire questa distinzione. Repräsentieren, o anche vertreten, vuol dire rappresentare nel senso di essere rappresentante, di stare lì per qualcos’altro. Non c’è spesso. C’è la famosa nota 101 in cui ci sono tutti e tre contemporaneamente e nelle vecchie edizioni era tutto reso con rappresentare, era dunque veramente difficile capire.
Anche il lettore che non si pone questi problemi assorbe il testo attraverso il lessico utilizzato. Avere una traduzione più precisa da questo punto di vista permette un’assimilazione inconsapevole migliore anche da parte del lettore “normale”, che non si occupa di questioni specialistiche.
Un altro caso sempre molto difficile è Ding e Sache; tutte e due vogliono dire cosa. Anche qui il problema è che in italiano c’è una parola per due tedesche. Siccome era impossibile trovare due parole diverse, abbiamo usato sempre cosa, ma quando c’è Sache tra parentesi quadre aggiungendo il tedesco di modo che anche qui il lettore possa capire che si tratta di due termini diversi. In Hegel sono due categorie nettamente diverse. In Marx la distinzione non è così precisa, però ci sono alcuni passaggi in cui invece secondo me richiama i concetti hegeliani e quindi sembrava opportuno rendere la differenza. Un ulteriore problema sono le forme aggettivali e avverbiali sachlich e dinglich, che sarebbero cosale o “cosalmente”, resa che ovviamente in italiano suona abbastanza strana, mentre in tedesco sono termini comuni. Qui abbiamo trovato delle piccole perifrasi come in forma di cosa, come cosa, anche qui con il tedesco tra parentesi. Nelle vecchie traduzioni spesso si perdeva il riferimento alla cosa. Soprattutto nel primo capitolo, dove c’è la teoria della reificazione, il riferimento alla parola cosa è cruciale perché è proprio lì che si produce questo processo di cosificazione/reificazione.
Per trasparenza, all’inizio del libro c’è tutta una nota del traduttore, in cui si spiegano tutte queste cose. Vi si dice per i termini più significativi quali sono state le scelte fatte e perché, di modo che anche se un lettore dissentisse con la traduzione, comunque sa quale parola è stata tradotta. È stata un’operazione di trasparenza. Il lettore può pur dissentendo capire qual è il termine originariamente usato.
Vediamo due ultimi esempi. La distinzione Erscheinung/Schein, che spesso vengono tradotti con apparenza. C’è invece un’importante differenza perché l’Erscheinung è il fenomeno kantiano e hegeliano, il funzionamento delle leggi essenziali a livello della superficie, è quindi importante quanto l’essenza, è coessenziale. L’essenza si deve manifestare, apparire, quindi non è che è falsa. Invece Schein è confondere l’Erscheinung con il Wesen, cioè prendere la manifestazione fenomenica per l’essenza stessa. Il termine all'apparenza sembrava dunque ambiguo, si prestava un po’ a confondere le cose. Abbiamo dunque eliminato apparenza che ci sembrava un termine potenzialmente indeterminato e abbiamo usato manifestazione per Erscheinung e parvenza per Schein, di modo che sia più trasparente la differenza.
Ultima cosa, la più spinosa: come tradurre Arbeiter. Significa sia lavoratore che operaio. Qui il problema era l’opposto di Sache e Ding; li avevamo più parole in tedesco e una parola in italiano, qui invece abbiamo una parola in tedesco e più parole in italiano. Questo poneva una grossa questione perché capite bene che tradurre con lavoratore od operaio cambia molto, anche perché la Arbeiterklasse è la classe operaia o la classe dei lavoratori? In tedesco è sempre Arbeiter. Il punto è questo, cioè che sia un operaio di fabbrica sia un servo della gleba, sia uno schiavo che lavora è un Arbeiter, perché il termine significa letteralmente colui che lavora. Dal verbo arbeiten con l’aggiunta del suffisso -er si ottiene il soggetto che compie l’azione del verbo, come la derivazione in italiano, da lavorare + -tore → lavoratore; è lo stesso meccanismo di generazione del sostantivo dal verbo. Come tradurre allora in italiano? Chiaramente in certi casi non è difficile: se si sta parlando di un individuo che lavora all’interno del sistema di macchine evidentemente è un operaio. Se invece si sta parlando di un servo della gleba che fa la corvée nel terreno del signore, evidentemente non può essere un operaio, quindi si va con il generico lavoratore. Oppure quando si tratta del processo lavorativo in astratto, chi è lì il soggetto che lavora? Be’, essendo in astratto, la dimensione storica è momentaneamente sospesa, quindi si sta considerando il lavorare in generale e quindi tradurre con un operaio sarebbe fuorviante, perché non sarebbe un concetto universale, ma particolarizzato. In tutti questi casi non era un problema gigantesco. Il problema dove sorge? In tutti i casi in cui Marx sviluppa non tanto delle descrizioni ma delle leggi di funzionamento. Per esempio la creazione dell’esercito industriale di riserva non funziona solo per l’operaio ma con tutte le dinamiche di sostituzione per automazione, di qualunque tipo di lavoro meccanizzabile, perché ora non è più solamente il tornio, ma raggiunge anche i livelli della lezione universitaria. Quindi questo processo non riguarda solo l’operaio, ma indica delle leggi di trasformazione del modo di lavorare. Se lì Marx dice Arbeiter, intende l’operaio o la trasformazione del lavorare più in generale? Intende tutti e due contemporaneamente e per lui non fa problema perché Arbeiter vuol dire tutte e due le cose. Nella traduzione, però, se in questo caso in cui si sviluppano proprio delle leggi specifiche per esempio, anche il calcolo del saggio del plusvalore non dipende dalla presenza dell’operaio – Marx usa l’esempio di un operaio, faccio bene a tradurre con questa parola? Sì, non sto sbagliando perché effettivamente sto parlando di operai, però secondo me in parte sto sbagliando perché cancello la dimensione generale, cioè quella per cui quella trasformazione riguarda la modalità di lavorare nel modo di produzione capitalistico che è più larga della modalità dell’operaio in fabbrica. In questi casi, secondo noi lavoratore era la soluzione migliore, perché si rende anche la dimensione generale senza cancellare quella particolare: anche quell’operaio è un lavoratore. Anche questi criteri vengono spiegati nella nota del traduttore e di nuovo, pur dissentendo con questa nostra interpretazione, il lettore può comunque sapere che c’è scritto Arbeiter.
Concludendo, qual è il senso dell’operazione nel suo complesso? È fornire a chi vuole leggere Il capitale uno strumento aggiornato di studio sia da un punto di vista di fattualità testuale molto più ricca, ci sono molti più testi sia a livello di traduzione più particolareggiata, in quanto permette meglio delle precedenti di cogliere le sfumature di tanti termini che, almeno in questi casi particolari, erano scomparse.
Fonte
05/10/2025
Riflessioni a partire dallo sciopero
di Roberto Fineschi
I. Problemi di costruzione di un’identità politica di classe
Nonostante i deliri dello ius sanguinis e il “patriottardismo” del ventennio in nero, la stessa nozione di “popolo italiano” è un costrutto storico in divenire e, nonostante più di centocinquantanni di esistenza istituzionale, tutt’altro che consolidato. La frantumazione secolare, le differenze socio-economiche, culturali, istituzionali, linguistiche delle varie zone dell’attuale Italia politica hanno reso la creazione di un’entità definibile “popolo italiano” quanto mai complessa, irta di difficoltà e resa ancor più accidentata dalla peculiare composizione della lotta di classe in quel contesto
La sempre sottolineate estraneità – o addirittura opposizione – delle masse popolari per lo più contadine al processo risorgimentale, il carattere dispotico e disumano del regime liberale prima, del fascismo poi (ed il primo in verità meno popolare del secondo) hanno alimentato quello stesso sentimento di non immedesimazione, distacco, ribellione anarcoide contro le istituzioni, qualunque esse siano.
Solo la nascita dei movimenti socialisti prima e comunisti poi da una parte, lo strutturato solidarismo paternalistico cattolico dall’altra hanno contribuito a organizzare il comune sentimento di essere sulla stessa barca di una massa di diseredati mai diventati pienamente cittadini in senso “borghese”.
Il tardo e limitato sviluppo capitalistico, il carattere ultraelitistico delle classi dirigenti italiane hanno limitato il processo progressivo di borghesizzazione della società – la cittadinanza, l’identificazione progressista, e non puramente retorica, di nazione e stato – a una fascia limitata della popolazione, escludendo il “popolo”.
La natura di fondo anarcoide e disorganizzata di questo popolo, la refrattarietà a identificarsi in organizzazioni istituzionali, come si diceva, solo in parte è stata compensata dall’attività politica organizzata dei partiti di massa e ha lasciato fuori da questi processi una larga parte della popolazione che ha continuato a preferire, come aveva fatto per secoli, di far buon viso a cattivo gioco, senza capacità trasformativa di largo respiro, mirando al proprio “particulare” date le circostanze esternamente date (Guicciardini teorizza e docet).
In essi matura dunque semmai un sentimento solidale destrutturato di comune umanità diseredata (qui gioca un ruolo anche la comune matrice cattolica dell’essere umano in generale come individuo intimamente, ma non istituzionalmente, personale) contro l’istituzione nemica che può sfociare più in forme di ribellismo e/o più comunemente di dissenso passivo (mancata o finta adesione) piuttosto che in organizzazione e progettualità politica attiva.
Questo aspetto è rappresentato emblematicamente per es. in alcuni film di Monicelli (si pensi al finale de La grande guerra).
In casi eclatanti di violenza istituzionale può esplodere fragorosamente per una durata limitata e senza stabile prospettiva trasformativa.
Be’, a questo ci troviamo di fronte per l’ennesima volta anche oggi. La sfida politica, che in parte era stata vinta nei decenni del secondo dopoguerra, è dare un ordine e un’organizzazione a un movimento con tanto stomaco ma con una testa tanto più piccola del corpo. Le recentissime elezioni hanno confermato questa situazione: nessuna coincidenza tra protesta popolare di massa e risposta politica istituzionale.
È ancora una volta la sfida gramsciana dell’organizzazione e dell’egemonia che va affrontata urgentemente. Altrimenti, finita la “buriana”, i cattivi si faranno sentire da par loro.
II. Recapitulatio
1) Un paese viola da decenni il diritto internazionale.
2) Recentemente (e già prima non scherzavano) questa violazione ha assunto dimensioni di violenza inaudita, esplicita e inimmaginabile, disumana.
3) Questo paese può fare tutto ciò perché supportato dai padroni del mondo “occidentale” che lo utilizzano come testa di ponte per controllare l’area.
4) Quelli che erano vassalli del padrone occidentale – e che finché c’era la spauracchio dell’URSS dovevano apparire liberi e eguali e quindi avevano dei margini di manovra – ora sono decaduti alla status di servi da comandare (combattere al posto loro pagando loro le armi) e da spolpare (gas e concessione del controllo finanziario speculativo dell’economia nazionale con l’ingresso dei fondi di investimento, ecc., grande distribuzione via internet, ecc.) e quindi devono semplicemente obbedire. Prima potevano avere una voce dissonante sul Medioriente, ora devono dire signorsì.
5) ll paese genocidario è alleato del nostro, ci fornisce servizi di vario genere, ha addentellati fortissimi nel governo ma anche trasversalmente nel principale partito sedicente di opposizione (“sinistra per I….e”).
Gli Stati occidentali non solo stanno dalla parte del paese genocidario, senza di loro esso non potrebbe fare quello che fa, sono *complici*.
6) Per salvare la faccia con la popolazione occidentale progressista incredula si fa il giochino della piccole, tardive, concessioni: riconoscimento ma senza embargo, accompagnamento ma senza intervento, indignazione di alcuni mezzi di informazione (soprattutto in UK e USA) ma senza attaccare con la stessa intensità con cui si accusano i genocidari i propri governanti che ciò rendono possibile. Tutto ovviamente con la massima malafede e solo per sembrare bravi e onesti.
7) Non c’è niente da dimostrare, è inutile prendere sul serio le chiacchiere dei vari lacchè che quotidianamente si arrampicano sugli specchi a dispetto del ridicolo e della perdita della dignità che non hanno mai avuto. È sbagliato riconcorrerli nei loro non ragionamenti fatti solo per ingarbugliare il discorso e farlo finire in vicoli ciechi. Bisogna lasciarli perdere ed elencare semplicemente le violazioni continue e ripetute, manifestare e, soprattutto, organizzarsi perché questa indignazione diventi una voce politica.
8) Questa voce deve darsi uno statuto organizzativo, far capire al ceto medio nostrano che verrà spazzato via dai padroni a stelle e strisce senza pietà nel giro di breve, e che è nell’interesse nazionale anche dei più refrattari porre la questione degli schieramenti internazionali in cui conviene strategicamente collocarsi.
III. Contro la barbarie, sciopero generale!
Tutto nasce ormai più di 100 anni fa come progetto coloniale in cui arabi ed ebrei vengono ingannati con promesse di autonomia statuale ed entrambi strumentalizzati dai “grandi civilizzatori” del governo inglese.
Prosegue come tentativo di egemonia sull’area all’inizio della guerra fredda tra URSS e Inghilterra che muovono pedine sullo scacchiere (valutazione clamorosamente sbagliata di Stalin al tempo).
Già a questo punto l’escalation della violenza ha raggiunto livelli che violano sia il diritto internazionale che quello umanitario.
Subentrando le elites a stelle e strisce e aumentando massicciamente il controllo/finanziamento e infine cadendo l’URSS si rompe ogni argine, fino alla mattanza attuale.
La sproporzione tra le forze da mettere in campo per salvare la Palestina e il “guadagno” che può fruttare a un qualunque “decisore” internazionale è grande. La battaglia è ardua. Ma non è una battaglia vana, né solo locale.
Come nella Gerusalemme liberata accade a Rinaldo di fronte allo scudo che riflette la sua immagine corrotta, tutto ciò ha destato le masse dal torpore indotto dai paradisi artificiali in cui vengono tenute drogate, dai sessualismi, edonismi, particularismi, consumismi del nulla. Dalla percezione di una vera e propria crisi di civiltà.
L’enormità è tale che non si può non vedere, non si può fare finta di niente, se non altro non si può non temere che tanta violenza fuori da ogni controllo domani possa tornare a sconvolgere l’esistenza “normale” anche da noi.
Se la crescita della coscienza politico-sociale è da tempo arrestata, è anzi in regresso, ciò non ha cancellato, almeno in molti, il sentimento di una comune umanità (che anch’esso non ha niente di naturale ma è un’acquisizione storica).
Questo risveglio va fatto fruttare. La frammentazione politica non si cancella con uno slancio di buone intenzioni. Va creata una piattaforma comune in cui convergere con un paio di obiettivi strategici comuni sui quali focalizzarsi, lasciando da parte le divisioni identitarie (che ovviamente si possono mantenere ma che non devono confliggere con il raggiungimento degli obiettivi minimi comuni).
Il primo obiettivo minimo comune, per chiamare la barbarie con il suo nome, è lo sciopero generale!
IV. Ipotesi per il dopo
Senza pretesa di dettare linee a nessuno, solo ragionamenti a voce alta per riflettere.
1) La premessa di cui sono convinto è che, se questo potente, poderoso, incoraggiante movimento non riesce a darsi una qualche organizzazione o delle linee guida di convergenza, c’è il rischio che faccia la fine di tutti gli altri movimenti che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni, ovvero che si disperda e che non si riesca a chiudere la strada alla montante reazione che gli farà seguito.
2) Il movimento è molto ampio e composito, ha molte anime e molte teste, molte identità. Ipotizzare una “unità” non dico organizzativa (direi assolutamente impossibile), ma anche ideale significa secondo me non voler guardare in faccia la realtà. Anzi, rischia di essere controproducente perché impone di trovare delle mediazioni su fortissime questioni identitarie che finirebbero per avere il sopravvento, risultare divise e, soprattutto, confinare la discussione, temo, su un inconcludente terreno ideologico.
3) Per questo motivo credo che non sia questa la strada da intraprendere. Non perché sia impossibile, ma direi che è decisamente prematura e, più che a unità e organizzazione, porterebbe a divisioni.
4) L’idea dunque potrebbe essere non affrontare il tema di un’organizzazione comune, ma di (pochi, chiari, decisivi) *obiettivi comuni*, che lascino da parte le questioni identitarie e che invece valorizzino la convergenza verso temi concreti su cui tutti siamo d’accordo.
5) Ciò potrebbe essere possibile ipotizzando piattaforme terze, anche istituzionali (alleanze, coalizioni, anche una specie di “partito” che abbiano delle *precise regole di funzionamento*) in cui nessuno confuisce, ma in cui si individuano e discutono gli obiettivi comuni per i quali ci si mobilità unitariamente.
6) I punti possibili sono ovviamente molti e ovviamente soggetti alla negoziazione di chi intendesse imbarcarsi in un’operazione del genere. A mio avviso, anche per mantenere il legame con il movimento in atto uno fondamentale dovrebbe essere defalcare le ingenti spese militari programmate (e anche quelle per il ponte) e, in secondo luogo, reindirizzarle verso politiche del lavoro. Abbiamo valenti economisti eterodossi con cui ipotizzare piani di ammodernamento della rete ferroviaria secondaria (pendolari), piani per l’edilizia popolare, riqualificazione del territorio, ecc. Ovviamente scuola e sanità pubbliche, ecc.
7) È qualcosa che non va fatto in astratto o in linea di principio (come le mie chiacchiere), ma concretamente, cifre alla mano su ricaduta occupazionale, effetto volano sull’indotto, ecc. Ci sono delle figure che possono farlo.
E, come scrisse Marx alla fine della Critica del programma di Gotha riecheggiando il vecchio Ezechiele 3,19, “dixi et salvavi animam meam”, che, detto da uno che non crede nell’immortalità dell’anima, vuole suonare scherzoso.
Fonte
I. Problemi di costruzione di un’identità politica di classe
Nonostante i deliri dello ius sanguinis e il “patriottardismo” del ventennio in nero, la stessa nozione di “popolo italiano” è un costrutto storico in divenire e, nonostante più di centocinquantanni di esistenza istituzionale, tutt’altro che consolidato. La frantumazione secolare, le differenze socio-economiche, culturali, istituzionali, linguistiche delle varie zone dell’attuale Italia politica hanno reso la creazione di un’entità definibile “popolo italiano” quanto mai complessa, irta di difficoltà e resa ancor più accidentata dalla peculiare composizione della lotta di classe in quel contesto
La sempre sottolineate estraneità – o addirittura opposizione – delle masse popolari per lo più contadine al processo risorgimentale, il carattere dispotico e disumano del regime liberale prima, del fascismo poi (ed il primo in verità meno popolare del secondo) hanno alimentato quello stesso sentimento di non immedesimazione, distacco, ribellione anarcoide contro le istituzioni, qualunque esse siano.
Solo la nascita dei movimenti socialisti prima e comunisti poi da una parte, lo strutturato solidarismo paternalistico cattolico dall’altra hanno contribuito a organizzare il comune sentimento di essere sulla stessa barca di una massa di diseredati mai diventati pienamente cittadini in senso “borghese”.
Il tardo e limitato sviluppo capitalistico, il carattere ultraelitistico delle classi dirigenti italiane hanno limitato il processo progressivo di borghesizzazione della società – la cittadinanza, l’identificazione progressista, e non puramente retorica, di nazione e stato – a una fascia limitata della popolazione, escludendo il “popolo”.
La natura di fondo anarcoide e disorganizzata di questo popolo, la refrattarietà a identificarsi in organizzazioni istituzionali, come si diceva, solo in parte è stata compensata dall’attività politica organizzata dei partiti di massa e ha lasciato fuori da questi processi una larga parte della popolazione che ha continuato a preferire, come aveva fatto per secoli, di far buon viso a cattivo gioco, senza capacità trasformativa di largo respiro, mirando al proprio “particulare” date le circostanze esternamente date (Guicciardini teorizza e docet).
In essi matura dunque semmai un sentimento solidale destrutturato di comune umanità diseredata (qui gioca un ruolo anche la comune matrice cattolica dell’essere umano in generale come individuo intimamente, ma non istituzionalmente, personale) contro l’istituzione nemica che può sfociare più in forme di ribellismo e/o più comunemente di dissenso passivo (mancata o finta adesione) piuttosto che in organizzazione e progettualità politica attiva.
Questo aspetto è rappresentato emblematicamente per es. in alcuni film di Monicelli (si pensi al finale de La grande guerra).
In casi eclatanti di violenza istituzionale può esplodere fragorosamente per una durata limitata e senza stabile prospettiva trasformativa.
Be’, a questo ci troviamo di fronte per l’ennesima volta anche oggi. La sfida politica, che in parte era stata vinta nei decenni del secondo dopoguerra, è dare un ordine e un’organizzazione a un movimento con tanto stomaco ma con una testa tanto più piccola del corpo. Le recentissime elezioni hanno confermato questa situazione: nessuna coincidenza tra protesta popolare di massa e risposta politica istituzionale.
È ancora una volta la sfida gramsciana dell’organizzazione e dell’egemonia che va affrontata urgentemente. Altrimenti, finita la “buriana”, i cattivi si faranno sentire da par loro.
II. Recapitulatio
1) Un paese viola da decenni il diritto internazionale.
2) Recentemente (e già prima non scherzavano) questa violazione ha assunto dimensioni di violenza inaudita, esplicita e inimmaginabile, disumana.
3) Questo paese può fare tutto ciò perché supportato dai padroni del mondo “occidentale” che lo utilizzano come testa di ponte per controllare l’area.
4) Quelli che erano vassalli del padrone occidentale – e che finché c’era la spauracchio dell’URSS dovevano apparire liberi e eguali e quindi avevano dei margini di manovra – ora sono decaduti alla status di servi da comandare (combattere al posto loro pagando loro le armi) e da spolpare (gas e concessione del controllo finanziario speculativo dell’economia nazionale con l’ingresso dei fondi di investimento, ecc., grande distribuzione via internet, ecc.) e quindi devono semplicemente obbedire. Prima potevano avere una voce dissonante sul Medioriente, ora devono dire signorsì.
5) ll paese genocidario è alleato del nostro, ci fornisce servizi di vario genere, ha addentellati fortissimi nel governo ma anche trasversalmente nel principale partito sedicente di opposizione (“sinistra per I….e”).
Gli Stati occidentali non solo stanno dalla parte del paese genocidario, senza di loro esso non potrebbe fare quello che fa, sono *complici*.
6) Per salvare la faccia con la popolazione occidentale progressista incredula si fa il giochino della piccole, tardive, concessioni: riconoscimento ma senza embargo, accompagnamento ma senza intervento, indignazione di alcuni mezzi di informazione (soprattutto in UK e USA) ma senza attaccare con la stessa intensità con cui si accusano i genocidari i propri governanti che ciò rendono possibile. Tutto ovviamente con la massima malafede e solo per sembrare bravi e onesti.
7) Non c’è niente da dimostrare, è inutile prendere sul serio le chiacchiere dei vari lacchè che quotidianamente si arrampicano sugli specchi a dispetto del ridicolo e della perdita della dignità che non hanno mai avuto. È sbagliato riconcorrerli nei loro non ragionamenti fatti solo per ingarbugliare il discorso e farlo finire in vicoli ciechi. Bisogna lasciarli perdere ed elencare semplicemente le violazioni continue e ripetute, manifestare e, soprattutto, organizzarsi perché questa indignazione diventi una voce politica.
8) Questa voce deve darsi uno statuto organizzativo, far capire al ceto medio nostrano che verrà spazzato via dai padroni a stelle e strisce senza pietà nel giro di breve, e che è nell’interesse nazionale anche dei più refrattari porre la questione degli schieramenti internazionali in cui conviene strategicamente collocarsi.
III. Contro la barbarie, sciopero generale!
Tutto nasce ormai più di 100 anni fa come progetto coloniale in cui arabi ed ebrei vengono ingannati con promesse di autonomia statuale ed entrambi strumentalizzati dai “grandi civilizzatori” del governo inglese.
Prosegue come tentativo di egemonia sull’area all’inizio della guerra fredda tra URSS e Inghilterra che muovono pedine sullo scacchiere (valutazione clamorosamente sbagliata di Stalin al tempo).
Già a questo punto l’escalation della violenza ha raggiunto livelli che violano sia il diritto internazionale che quello umanitario.
Subentrando le elites a stelle e strisce e aumentando massicciamente il controllo/finanziamento e infine cadendo l’URSS si rompe ogni argine, fino alla mattanza attuale.
La sproporzione tra le forze da mettere in campo per salvare la Palestina e il “guadagno” che può fruttare a un qualunque “decisore” internazionale è grande. La battaglia è ardua. Ma non è una battaglia vana, né solo locale.
Come nella Gerusalemme liberata accade a Rinaldo di fronte allo scudo che riflette la sua immagine corrotta, tutto ciò ha destato le masse dal torpore indotto dai paradisi artificiali in cui vengono tenute drogate, dai sessualismi, edonismi, particularismi, consumismi del nulla. Dalla percezione di una vera e propria crisi di civiltà.
L’enormità è tale che non si può non vedere, non si può fare finta di niente, se non altro non si può non temere che tanta violenza fuori da ogni controllo domani possa tornare a sconvolgere l’esistenza “normale” anche da noi.
Se la crescita della coscienza politico-sociale è da tempo arrestata, è anzi in regresso, ciò non ha cancellato, almeno in molti, il sentimento di una comune umanità (che anch’esso non ha niente di naturale ma è un’acquisizione storica).
Questo risveglio va fatto fruttare. La frammentazione politica non si cancella con uno slancio di buone intenzioni. Va creata una piattaforma comune in cui convergere con un paio di obiettivi strategici comuni sui quali focalizzarsi, lasciando da parte le divisioni identitarie (che ovviamente si possono mantenere ma che non devono confliggere con il raggiungimento degli obiettivi minimi comuni).
Il primo obiettivo minimo comune, per chiamare la barbarie con il suo nome, è lo sciopero generale!
IV. Ipotesi per il dopo
Senza pretesa di dettare linee a nessuno, solo ragionamenti a voce alta per riflettere.
1) La premessa di cui sono convinto è che, se questo potente, poderoso, incoraggiante movimento non riesce a darsi una qualche organizzazione o delle linee guida di convergenza, c’è il rischio che faccia la fine di tutti gli altri movimenti che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni, ovvero che si disperda e che non si riesca a chiudere la strada alla montante reazione che gli farà seguito.
2) Il movimento è molto ampio e composito, ha molte anime e molte teste, molte identità. Ipotizzare una “unità” non dico organizzativa (direi assolutamente impossibile), ma anche ideale significa secondo me non voler guardare in faccia la realtà. Anzi, rischia di essere controproducente perché impone di trovare delle mediazioni su fortissime questioni identitarie che finirebbero per avere il sopravvento, risultare divise e, soprattutto, confinare la discussione, temo, su un inconcludente terreno ideologico.
3) Per questo motivo credo che non sia questa la strada da intraprendere. Non perché sia impossibile, ma direi che è decisamente prematura e, più che a unità e organizzazione, porterebbe a divisioni.
4) L’idea dunque potrebbe essere non affrontare il tema di un’organizzazione comune, ma di (pochi, chiari, decisivi) *obiettivi comuni*, che lascino da parte le questioni identitarie e che invece valorizzino la convergenza verso temi concreti su cui tutti siamo d’accordo.
5) Ciò potrebbe essere possibile ipotizzando piattaforme terze, anche istituzionali (alleanze, coalizioni, anche una specie di “partito” che abbiano delle *precise regole di funzionamento*) in cui nessuno confuisce, ma in cui si individuano e discutono gli obiettivi comuni per i quali ci si mobilità unitariamente.
6) I punti possibili sono ovviamente molti e ovviamente soggetti alla negoziazione di chi intendesse imbarcarsi in un’operazione del genere. A mio avviso, anche per mantenere il legame con il movimento in atto uno fondamentale dovrebbe essere defalcare le ingenti spese militari programmate (e anche quelle per il ponte) e, in secondo luogo, reindirizzarle verso politiche del lavoro. Abbiamo valenti economisti eterodossi con cui ipotizzare piani di ammodernamento della rete ferroviaria secondaria (pendolari), piani per l’edilizia popolare, riqualificazione del territorio, ecc. Ovviamente scuola e sanità pubbliche, ecc.
7) È qualcosa che non va fatto in astratto o in linea di principio (come le mie chiacchiere), ma concretamente, cifre alla mano su ricaduta occupazionale, effetto volano sull’indotto, ecc. Ci sono delle figure che possono farlo.
E, come scrisse Marx alla fine della Critica del programma di Gotha riecheggiando il vecchio Ezechiele 3,19, “dixi et salvavi animam meam”, che, detto da uno che non crede nell’immortalità dell’anima, vuole suonare scherzoso.
Fonte
16/12/2024
Per una teoria del conflitto: la nuova edizione del Capitale di Marx
Tanto spesso, in questi ultimi anni, abbiamo affermato di essere di fronte a una nuova fase storica, nella quale le contraddizioni sistemiche sono in rapido sviluppo e in costante accrescimento: crisi del modo di produzione capitalistico, costante innalzamento della tensione bellica, genocidio del popolo palestinese, crisi ambientale, violenza sistemica (dallo sfruttamento di classe senza quartiere alla violenza di genere).
Davanti a questi processi, nei quali svolge un ruolo regressivo, un Occidente in crisi di egemonia cerca disperatamente di rilanciarsi a livello ideologico, rappresentando sé stesso come la civiltà più avanzata, un armonico «giardino» posto sotto assedio da parte della «giungla» (la barbarie, le autocrazie, i popoli passivi e arretrati).
In questo contesto, e proprio per la necessità di dare sostanza ad un’ipotesi di fuoriuscita da questa crisi così grave e profonda e di combattere efficacemente le armi ideologiche dell’avversario, assumono una rinnovata centralità teorica e politica lo studio e l’elaborazione del marxismo, ossia di una visione del mondo ancora capace di spiegare i processi in atto e indicare una prospettiva alternativa di società.
Giunge dunque particolarmente opportuna la nuova edizione del testo fondativo, del pilastro fondamentale del marxismo, il primo libro de Il Capitale di Karl Marx, curata per Einaudi (nella prestigiosa collana I millenni) da Roberto Fineschi, che ha coordinato una squadra di traduttori composta da, oltre a sé stesso, anche da Stefano Breda, Gabriele Schimmenti e Giovanni Sgro’.
Questa edizione è frutto del lavoro aperto da decenni intorno ai testi marxiani nell’ambito del progetto della nuova edizione storico-critica delle opere di Marx e di Engels, la MEGA2 di cui Fineschi, studioso e compagno con cui abbiamo il piacere di collaborare da anni, è uno dei protagonisti.
Sulla fisionomia e sulle acquisizioni di questo lavoro filologico, che sta consentendo di portare alla luce nuovi testi e soprattutto di chiarire alcuni snodi fondamentali della riflessione di Marx, rimandiamo ai lavori di Roberto e intanto all’intervento di Francesco Ravelli, più sotto pubblicato, alla presentazione del Capitale tenuta il 21 novembre presso il circolo OST Barriera a Torino.
Quella che ci preme qui sottolineare è la portata politica di questo lavoro di recupero e approfondimento dei fondamenti del marxismo, che è appunto operazione necessariamente anche politica, elemento della lotta di classe nel campo della teoria, sul piano delle idee. Si tratta infatti di cogliere in Marx non un «classico», un pensatore certo di indubbio spessore ma tutto sommato relegabile tra gli scaffali polverosi di una libreria d’antiquariato o classificabile in una dossografica storia della filosofia moderna, quanto piuttosto un teorico attuale, la cui analisi pone le basi per la comprensione del mondo in cui viviamo, a partire da quel modo di produzione capitalistico, ancora oggi dominante, di cui egli ha saputo cogliere la trama profonda di movimento, il nucleo strutturale.
Il pensiero di Marx (e di Engels) è l’atto fondativo di una concezione del mondo che, per la sua stessa natura, non si può chiudere nei loro scritti, ma la cui elaborazione è stata proseguita nella storia del marxismo e del movimento comunista, e deve riprendere e proseguire oggi nella teoria e nella pratica rivoluzionaria.
Si tratta di una concezione «forte», fondata sul punto di vista della totalità, strutturalmente contrapposta alla logica borghese, liberale, postmoderna che da un lato rimane imprigionata nel «mito del dato» trascurando il carattere storico della realtà, dall’altro vede il mondo come un «labirinto» in ultima istanza incomprensibile nel suo complesso, tanto meno sostanzialmente modificabile.
Nella concezione marxiana del mondo, invece, si coglie la tensione verso la conoscenza del mondo sociale nella sua totalità, composta di parti in relazione l’una con l’altra; la traduzione in prassi di questa teoria si concretizza quindi nell’obiettivo di modificare il mondo in senso rivoluzionario, non soltanto in uno dei suoi settori, ma con una vera e propria sostituzione di un modo di produzione, di una formazione economico-sociale, di una visione del mondo con un’altra, quella socialista.
Senza teoria rivoluzionaria, come ci insegna Lenin, non è possibile azione politica rivoluzionaria. Oggi più che mai, in un capitalismo e in un Occidente crepuscolare, la battaglia sulla teoria, sulla «ideologia» intesa proprio, gramscianamente, come concezione del mondo, è un aspetto cruciale della più ampia lotta di classe, divenuta ormai lotta per la ripresa di un processo razionale di sviluppo umano.
Davanti a questi processi, nei quali svolge un ruolo regressivo, un Occidente in crisi di egemonia cerca disperatamente di rilanciarsi a livello ideologico, rappresentando sé stesso come la civiltà più avanzata, un armonico «giardino» posto sotto assedio da parte della «giungla» (la barbarie, le autocrazie, i popoli passivi e arretrati).
In questo contesto, e proprio per la necessità di dare sostanza ad un’ipotesi di fuoriuscita da questa crisi così grave e profonda e di combattere efficacemente le armi ideologiche dell’avversario, assumono una rinnovata centralità teorica e politica lo studio e l’elaborazione del marxismo, ossia di una visione del mondo ancora capace di spiegare i processi in atto e indicare una prospettiva alternativa di società.
Giunge dunque particolarmente opportuna la nuova edizione del testo fondativo, del pilastro fondamentale del marxismo, il primo libro de Il Capitale di Karl Marx, curata per Einaudi (nella prestigiosa collana I millenni) da Roberto Fineschi, che ha coordinato una squadra di traduttori composta da, oltre a sé stesso, anche da Stefano Breda, Gabriele Schimmenti e Giovanni Sgro’.
Questa edizione è frutto del lavoro aperto da decenni intorno ai testi marxiani nell’ambito del progetto della nuova edizione storico-critica delle opere di Marx e di Engels, la MEGA2 di cui Fineschi, studioso e compagno con cui abbiamo il piacere di collaborare da anni, è uno dei protagonisti.
Sulla fisionomia e sulle acquisizioni di questo lavoro filologico, che sta consentendo di portare alla luce nuovi testi e soprattutto di chiarire alcuni snodi fondamentali della riflessione di Marx, rimandiamo ai lavori di Roberto e intanto all’intervento di Francesco Ravelli, più sotto pubblicato, alla presentazione del Capitale tenuta il 21 novembre presso il circolo OST Barriera a Torino.
Quella che ci preme qui sottolineare è la portata politica di questo lavoro di recupero e approfondimento dei fondamenti del marxismo, che è appunto operazione necessariamente anche politica, elemento della lotta di classe nel campo della teoria, sul piano delle idee. Si tratta infatti di cogliere in Marx non un «classico», un pensatore certo di indubbio spessore ma tutto sommato relegabile tra gli scaffali polverosi di una libreria d’antiquariato o classificabile in una dossografica storia della filosofia moderna, quanto piuttosto un teorico attuale, la cui analisi pone le basi per la comprensione del mondo in cui viviamo, a partire da quel modo di produzione capitalistico, ancora oggi dominante, di cui egli ha saputo cogliere la trama profonda di movimento, il nucleo strutturale.
Il pensiero di Marx (e di Engels) è l’atto fondativo di una concezione del mondo che, per la sua stessa natura, non si può chiudere nei loro scritti, ma la cui elaborazione è stata proseguita nella storia del marxismo e del movimento comunista, e deve riprendere e proseguire oggi nella teoria e nella pratica rivoluzionaria.
Si tratta di una concezione «forte», fondata sul punto di vista della totalità, strutturalmente contrapposta alla logica borghese, liberale, postmoderna che da un lato rimane imprigionata nel «mito del dato» trascurando il carattere storico della realtà, dall’altro vede il mondo come un «labirinto» in ultima istanza incomprensibile nel suo complesso, tanto meno sostanzialmente modificabile.
Nella concezione marxiana del mondo, invece, si coglie la tensione verso la conoscenza del mondo sociale nella sua totalità, composta di parti in relazione l’una con l’altra; la traduzione in prassi di questa teoria si concretizza quindi nell’obiettivo di modificare il mondo in senso rivoluzionario, non soltanto in uno dei suoi settori, ma con una vera e propria sostituzione di un modo di produzione, di una formazione economico-sociale, di una visione del mondo con un’altra, quella socialista.
Senza teoria rivoluzionaria, come ci insegna Lenin, non è possibile azione politica rivoluzionaria. Oggi più che mai, in un capitalismo e in un Occidente crepuscolare, la battaglia sulla teoria, sulla «ideologia» intesa proprio, gramscianamente, come concezione del mondo, è un aspetto cruciale della più ampia lotta di classe, divenuta ormai lotta per la ripresa di un processo razionale di sviluppo umano.
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Di seguito pubblichiamo la relazione di Francesco Ravelli alla presentazione della nuova edizione critica del Capitale di Marx tenutasi il 21 novembre a Torino presso la biblioteca popolare «Nicola Zamboni» del circolo OST Barriera. All’iniziativa era presente anche Roberto Fineschi, curatore e traduttore del capolavoro marxiano.
Alla recente edizione del primo libro del Capitale di Marx curata da Roberto Fineschi per la collana I millenni dell’editore Einaudi si prospetta il compito di segnare in modo finalmente articolato la lettura in italiano del grande pensatore e rivoluzionario. Militanti e studiosi si trovano fra le mani un volume di oltre 1300 pagine che racchiude la più alta esposizione critica della modernità, termine con il quale va inteso il processo di sviluppo storico del modo di produzione capitalistico.
Come dovrebbe essere noto, il primo libro è l’unico scritto integralmente da Marx e mira ad analizzare la produzione del capitale, ovvero comprendere come, attraverso il funzionamento economico, si costituisce la moderna società borghese divisa in classi. Fineschi e gli altri tre traduttori (Stefano Breda, Gabriele Schimmenti e Giovanni Sgro’) partono dalle acquisizioni dell’edizione storico-critica – in particolare dalla seconda sezione, voll. V-X, della monumentale e non ancora conclusa MEGA² – e traducono la quarta edizione tedesca (1890), frutto del lavoro di Engels che mise insieme gli appunti di Marx e le sue postille alle edizioni precedenti.
Fondamentali sono le circa 140 pagine di apparati, che danno conto delle significative varianti delle prime tre edizioni tedesche (1867, 1872-73, 1883) e della traduzione francese uscita a fascicoli (1872-75). Basti pensare alla distinzione rigorosa tra valore e valore di scambio: se nella prima edizione tedesca i due termini sono usati ambiguamente, a partire dalla seconda Marx usa valore per la sostanza di valore e valore di scambio per la forma fenomenica di esso; la distinzione tra lavoro e processo produttivo nel quinto capitolo della seconda edizione tedesca, fondamentale anche in merito alla teoria del plusvalore, alla differenza fra capitale costante e capitale variabile, a quella fra tecnica e tecnologia.
Dopodiché, volgendo lo sguardo alla versione francese, vanno sottolineate l’innovativa presenza della categoria di «lavoratore complessivo» e alcune rilevanti modifiche riguardanti la teoria dell’accumulazione.
Insomma, questa bella edizione ci costringe a stare dentro il cantiere di Marx, a muoverci insieme a lui lungo un’elaborazione concettuale fatta di tentativi e ripensamenti, ipotesi e verifiche. Il testo contiene tutti i materiali che Marx ha scritto a partire dal 1863 con l’idea esplicita di redigere ciò che sarebbe diventato il suo opus magnum: oltre ovviamente all’edizione a stampa del primo libro del Capitale del 1890 (con le già evocate varianti rispetto alle altre curate da lui o da Engels, esclusa l’inglese), troviamo ciò che resta del Manoscritto 1863-65, ovvero il cosiddetto sesto capitolo inedito sui Risultati del processo di produzione immediato e alcune pagine e note sparse; la riproduzione integrale del primo capitolo sulla merce, del 1867, e della sua appendice sulla forma di valore, che risultano radicalmente diversi dalla versione definitiva; e poi, ancora, la ricostruzione critica del manoscritto redazionale che Marx scrisse tra il 1871 e il 1872 in vista sia della seconda edizione tedesca e successivamente di quella francese; si tratta del testo a cui Marx lavora per ristrutturare il primo capitolo, nel quale nasce il famoso paragrafo sul feticismo.
Il volume è arricchito dalla riproduzione di sedici opere pittoriche, di linguaggio per lo più realista, che rappresentano i tanti volti dello sfruttamento otto-novecentesco, fra cui Gli spaccapietre di Courbet, Le mondine di Morbelli, Gli scaricatori di carbone di Monet, i Lavoratori che tornano a casa di Munch, un particolare de Gli scioperanti di Adler, e altri.
Molto utili, inoltre, sono le pagine dedicate alle note di traduzione, che danno conto dei criteri utilizzati. Illuminanti a mio parere le spiegazioni relative alle scelte di resa, ad esempio, di Arbeiter, che in tedesco significa sia lavoratore sia operaio di fabbrica; di Darstellung, esposizione; Vorstellung, rappresentazione; repräsentieren, essere rappresentante; erscheinen, manifestarsi; Erscheinung, fenomeno; scheinen, parere; Schein, parvenza; Entäusserung, alienazione nel senso di spogliarsi della propria forma originaria (il participio passato entäussert, nella metamorfosi della merce, è usato in riferimento al denaro, che è la merce spogliatasi della propria originaria forma corporea; il denaro è la forma spoglia della merce alienata).
Questo per inquadrare molto brevemente l’edizione, nella cui introduzione il curatore ricorda anche perché non esiste un’edizione definitiva del Capitale (o «di ultima mano») e le ragioni che lo hanno spinto ad adottare come base testuale l’edizione del 1890. Per la nostra iniziativa a me è venuto in mente di provare a dire cosa le edizioni e gli studi curati da Roberto Fineschi[1] hanno dato al mio tentativo di comprensione della teoria di Marx.
Che Il capitale sia un contributo decisivo, e quindi degno di particolare attenzione, è riconosciuto da tutti, pure dagli apologeti della classe dominante, evidentemente a corto di altri riferimenti teorici all’altezza della situazione attuale. Lo dimostrano i numerosi articoli usciti sui quotidiani a commento della nuova edizione, che bene o male hanno fatto riferimento alla fecondità analitica del libro in relazione alla globalizzazione dei mercati, alla centralizzazione e concentrazione dei capitali, alla periodicità delle crisi finanziarie e industriali, alla mercificazione di ogni aspetto della vita sociale e individuale, al progresso tecnologico, alla funzione dell’esercito industriale di riserva, alla precarietà e flessibilità sistemica del lavoro, etc.
A mio avviso non vi è solo il riconoscimento di Marx classico del pensiero, alla Bobbio, ritengo invece che vi sia proprio un uso capitalistico di Marx, la cui condizione di possibilità storicamente determinata, almeno qui in Italia e in Europa, è la lotta di classe al contrario: quella, per farla breve, dei capitalisti (nelle sue varie forme di dominio) contro il movimento operaio, contro i salariati, i subalterni, i dominati. Il capitale serve anche alla classe dominante!
Ma veniamo al rapporto che noi comunisti dobbiamo intrattenere con Das Kapital; va da sé che per noi non può essere solamente un classico fra gli altri, e tuttavia, se pensiamo al livello di astrazione molto alto a cui si situa l’analisi che contiene, non possiamo nemmeno considerarlo come un immediato strumento di prassi politica volto alla fuoriuscita dal modo di produzione capitalistico.
Qui Roberto ci è veramente d’aiuto. La specificità del modo di produzione capitalistico è la costituzione storica di un rapporto sociale ben preciso, costituzione che implica la liberazione da ogni servitù con contemporanea netta separazione tra possesso dei mezzi produttivi e possesso di semplice capacità di lavorare.
Se il lavoratore è separato dai mezzi di estrinsecazione di tale capacità insita nella sua corporeità (mente, muscoli, mani, ecc.), e tuttavia è lasciato libero di scegliere che cosa meglio gli aggrada (morire di fame o «guadagnarsi da vivere»), non può svilupparsi altro che la libera contrattazione tra capitale e forza lavoro – non subito, ma la grandezza di Marx è di aver individuato lo sfruttamento prescindendo dagli «attriti» storici precapitalistici ancora esistenti per un lungo periodo. Insomma, si è dovuta formare la massa del lavoro salariato: questo il movimento (storico) di instaurazione del rapporto sociale che è il capitale, secondo la definizione di Marx.
Soffermiamoci dunque sul significato di storia nel Capitale. L’idea fondamentale è di arrivare a concepire non tanto una generica concezione della storicità come descrizione del corso degli eventi, o di un periodo in particolare passato o presente, quanto di sviluppare, ed è ciò che fa Marx, un modello teorico di una determinata epoca storica, che strutturi le vicende in base a una logica essa stessa storica, ovvero che ha una storicità.
A partire da determinati presupposti posti dal modello teorico, questo si sviluppa per inglobamento e riproduzione dei suoi elementi intrinseci, non però in maniera meccanica o sempre uguale, bensì sotto la luce di una forza logica tendenziale, secondo cui le regole di funzionamento (del modo di produzione capitalistico) contrastano coi suoi presupposti, li minacciano. Potremmo forse parlare di autosuperamento dei presupposti del capitale, il cui codice genetico – la sua «missione storica», avrebbe detto il maestro di Roberto, Alessandro Mazzone[2] – sarebbe quella di avere in sé, di portare con sé, la propria finitudine.
Tale complessa dinamica, per come a me appare, non dipende quindi da determinate congiunture storiche, ma, appunto, è un modello delle trasformazioni sociali, un modello inclusivo degli elementi particolari di una determinata fase del processo, elementi particolari di una logica storica generale. Come interrogare questo piano generale del discorso? Non è che Marx pensa una logica della storia al di fuori della storia? Roberto ci insegna che non è così: la logica della storia è storica, però non coincide con il corso storico cronologicamente determinato, diciamo che lo riflette, lo struttura dal punto di vista concettuale.
I fatti storici non esistono solo in sé, ma anche sussunti in una dimensione logica. I presupposti di questa trama sono ereditati dai modi di produzione precapitalistici, ma solo in un secondo momento, cioè quando il capitale ingloba superando pienamente le forme storiche passate, è possibile vedere la sua logica storica all’opera, che è una logica della contraddizione fra i presupposti della sua affermazione storica e i risultati delle leggi di sviluppo da cui si era originato.
Vi è allora indubbiamente una dialettica assai complessa fra logico e storico. Intanto però mi sembra molto importante aver fissato che comprendere la storicità significa capire le tendenze interne del capitale.
Una tale proposta ermeneutica ci impone di cominciare a leggere Il capitale dalla prima sezione su Merce e denaro. Sappiamo che non è scontato. Althusser raccomandava ai lettori di saltare tutta la prima sezione – nella quale (quarto paragrafo del primo capitolo) si inscrive il passaggio, da lui giudicato tanto difficile quanto inutile, sul Carattere di feticcio della merce e il suo arcano – e di cominciare la lettura dalla seconda sezione sulla Trasformazione del denaro in capitale. Althusser considerava l’analisi della forma valore, con la quale si apre Il capitale, solamente come una precisazione supplementare, da approfondire in un secondo momento[3].
La prima sezione del Capitale non costituisce la descrizione di un modo di produzione autonomo e si riferisce alla superficie del modo di produzione capitalistico poiché solo a uno stadio più avanzato della teoria la forma merce può trovare la propria adeguata generalizzazione. Qui il problema è collegato al darsi, in Marx, di una latenza della forma merce che preme per la sua generalizzazione al di fuori del modo di produzione capitalistico.
Di certo il modo di produzione capitalistico è l’unico che trasforma il prodotto in forma merce come forma generalizzata della produzione, tuttavia sarebbe errato assumere che la circolazione semplice sia un modo di produzione.
Nell’abbozzo a Per la critica dell’economia politica Marx definisce la circolazione semplice un «presupposto che presuppone», suggerendo proprio che la circolazione semplice non è un modo di produzione. Essa assume soltanto che vi sono prodotti da scambiare. Una produzione specificamente capitalistica della merce avviene a un livello successivo della teoria.
Fatto sta che l’inizio concettuale del Capitale è la merce come «cellula economica». La merce esprime il carattere universale del contenuto, ovvero il processo lavorativo puro, in astratto, senza forma sociale determinata, e la determinatezza formale che esso – il processo lavorativo – riveste nel modo di produzione capitalistico.
La merce è unità di contenuto materiale e forma sociale. La merce potenzialmente apre all’esposizione di tutta la teoria del Capitale. È «cellula economica» poiché possiede la totalità logico-concettuale del modo di produzione capitalistico. Il concetto di merce, indipendentemente da come questa venga prodotta, è posto nella forma del raddoppiamento in merce e denaro. Sarà quest’ultimo a ricondurre a unità il mondo della circolazione semplice.
La merce in quanto tale è un valore sia particolare sia astratto-universale, ma la manifestazione di questo suo lato astratto, proprio per la sua limitatezza particolare, alla merce da sé non riesce, quindi essa ha bisogno di una merce universale davanti a sé in cui riconoscersi. Nel concetto di merce c’è anche lo sviluppo di merce e denaro. Se nella forma D-M-D il denaro «si trasforma in capitale, diviene capitale ed è già capitale per determinazione sua propria»[4], con D-M-D’ si ha «la formula universale del capitale come essa si manifesta in modo immediato nella sfera della circolazione»[5].
Possiamo cavarcela dicendo che la merce è la forma sociale del prodotto destinata ad essere scambiata: essa è contemporaneamente valore di scambio e valore. Del resto il rapporto di scambio inteso come scelta e non come necessità materiale è il presupposto del modo di produzione capitalistico.
Dal punto di vista giuridico e politico, la società borghese è composta di cittadini liberi, però Marx ci insegna che al di sotto di questa mistificazione agiscono rapporti di dominio, in base ai quali il soggetto storico, alienato da sé stesso e dal prodotto del suo lavoro, trasferisce la sua presunta natura universale in un oggetto che lo domina. Incontriamo allora la reificazione e il feticismo della merce, categorie che non sono sovrapponibili alla teoria giovanile dell’alienazione.
Questa si basa sul concetto di «essenza di specie» (Gattungswesen) e rinvia l’interpretazione della «natura umana» a un’essenza universale, posta ad origine e da riconquistare al termine di un processo escatologico-finalistico che sin dall’inizio predetermina l’esito di salvazione finale.
Dentro la teoria del Capitale, invece, il soggetto che si aliena è la persona concepita come risultato di un processo storico determinato, vale a dire una soggettività storica prodotta dallo scambio di merci, non l’essere umano in generale, che storicamente non esiste mai. Considerare naturali qualità storiche determinate vuol dire cadere, soggettivamente, nella trappola del feticismo delle merci.
Che cosa significhi uomo e quale sia la natura del suo rapporto con gli altri sono caratteristiche determinantesi solo mediante lo strutturarsi delle specifiche condizioni del modo di produzione capitalistico. Nel mondo del capitale i soggetti coinvolti nello scambio sono attori sociali storicamente determinati che nelle cose non oggettivano la loro essenza umana, bensì il loro stesso rapporto sociale di scambianti.
L’idea astratta di individuo in generale, astorico e assoluto, è il risultato del processo materiale di alienazione e reificazione, nel senso che è proprio questa «persona» astratta il soggetto effettivo del processo di alienazione/reificazione. Confonderla con la natura umana in generale significa finire vittime del feticismo della merce, ovvero considerare fuori della storia una delle forme di soggettività (storicamente determinata) prodotta dalla circolazione delle merci.
Se il denaro è il lato oggettivo di tale sistema, la persona astratta è quello soggettivo. Marx nel Capitale supera sia l’antropologismo che aveva abbracciato in gioventù (uomo come ente naturale generico) sia tutta la filosofia essenzialista e feticistica.
Un’ultima osservazione che vorrei fare riguarda la distinzione fra forme del modo di produzione capitalistico e figure storiche ad esso collegate. Quando Marx, nei capitoli undici, dodici e tredici, tratta di cooperazione, manifattura, macchine e grande industria, sembrerebbe che stia semplicemente descrivendo i rapporti vigenti nell’Inghilterra del XIX secolo, una specie di affresco sociologico del processo lavorativo capitalistico.
Roberto ci dice invece che in quei luoghi del Capitale Marx non sta solo parlando di figure storiche del capitalismo inglese, ma sta sviluppando una teoria delle forme del processo lavorativo nel modo di produzione capitalistico, cioè delle modalità attraverso le quali si realizza il processo lavorativo.
Manifattura e grande industria sono esemplificazioni storiche di modalità formali, quali la cooperazione, la riduzione del soggetto a elemento parziale del sistema produttivo, la subordinazione del lavoratore, la sua appendicizzazione, per giungere sino all’estromissione dal processo.
Occorre dunque considerare cooperazione, manifattura e grande industria come «figure» storiche in cui quelle «forme» specifiche del produrre in modo capitalistico sono apparse; solo così il ridimensionamento della significatività storica di alcune figure non comporta la scomparsa anche delle forme in quanto tali. Riduzione a parte del sistema, subordinazione e carattere cooperativo sono tuttora aspetti centrali del processo di valorizzazione del capitale.
Le figure storiche di cui esso si serve non sono più soltanto gli operai di fabbrica polarizzati in una classe sociale, ma tutte quelle figure il cui modo di lavorare è ancora diretto dal capitale nelle forme della cooperazione, della parzialità, della subordinazione, etc.
L’alta teoria di Marx è riferita a dinamiche epocali e ha una forte tenuta anche sugli sviluppi degli ultimi decenni del capitalismo, della sua ristrutturazione e delle sue nuove forme di dominio. Insomma, le categorie elaborate da Marx, ben lungi dall’essere estranee all’oggi, ci indicano linee di tendenza che operano su larga scala.
Il «lavoratore complessivo» cooperativo, parcellizzato e subordinato all’automazione, impegnato in un qualunque lavoro, davanti a un computer o su un camion a portare pacchi, rispetta le determinazioni formali individuate da Marx e storicamente raffigurate dall’operaio di fabbrica.
Rimane sempre il punto dell’autocontraddizione del capitale, che da un lato espelle il lavoro vivo dal processo produttivo (produzione di plusvalore relativo, aumento della produttività, riduzione del tempo di lavoro necessario indispensabile alla valorizzazione) e dall’altro continua ad averne necessità per il semplice fatto che il plusvalore è il pluslavoro oltre il tempo di lavoro necessario del lavoratore.
Qui mi fermo, sperando di essere almeno un piccolo buon scolaro di Marx e di Roberto.
Note
1) Ricordiamo, per quanto riguarda i testi, che nel 2011 era già uscita, a sua cura, l’edizione del primo libro del Capitale in due tomi per La città del sole, con una traduzione completamente nuova dei primi sette capitoli. Fra i suoi più recenti studi, tutti imprescindibili, ricordiamo: La logica del capitale. Ripartire da Marx, IISF Press, Napoli 2021²; Marx, Scholé, Brescia 2021; Marx e Hegel. Fondamenti per una rilettura, La scuola di Pitagora, Napoli 2024².
2) Cfr. il saggio La temporalità specifica del modo di produzione capitalistico ovvero «la missione storica del capitale», in Marx e i suoi critici, QuattroVenti, Urbino 1987.
3) Cfr. l’Avertissement aux lecteurs du Livre I du Capital premesso all’edizione Garnier-Flammarion, Paris 1969.
4) K. Marx, Il capitale, edizione Einaudi, Torino 2024, p. 150.
5) Ivi, p. 158.
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