Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/01/2024

Lenin reloaded

di Jack Orlando

Cento anni dalla sua scomparsa. E la figura di Lenin continua a sfuggire a qualsiasi incasellamento, seguita a creare disturbo e inquietudine.

Sopravvive alla sua perpetua demonizzazione liberale; all’imbalsamazione in dottrina rigida e meccanicista di gruppuscoli tanto ininfluenti quanto ostinati, così come anche al suo infastidito allontanamento da parte di numerosi movimenti che hanno adottato l’identità dell’attivista piuttosto che quella del militante, che hanno trovato il proprio senso nella ricerca di riconoscimento del diritto formale piuttosto che nella costruzione di rapporto di forza.

Numerose sono pure le interpretazioni a cui è stato sottoposto: dal Lenin di pietra del socialismo reale a quello canonizzato del marxismo leninismo, dal Lenin operaista a quello del pensiero anticoloniale, fino ai goffi e malriusciti tentativi di recupero e distorsione di alcuni circoli del neofascismo.

Ed in effetti il capo del bolscevismo si presta ad essere interrogato ed utilizzato a seconda della contingenza, ma mai ad essere profilato una volta per tutte.

Né eretico né ortodosso, il pensiero leniniano è anzitutto elaborazione pragmatica e dinamica finalizzata alla sovversione dell’esistente.

Se un filo rosso univoco è rintracciabile nella sua parabola è proprio questo: la costante, ossessiva e caparbia volontà di mutamento radicale del sistema mondo. Dato questo come obbiettivo finale, i passi per arrivare a meta possono venire calcolati di volta in volta.

Pare banale, ma solo alla luce di ciò è possibile comprenderne l’opera.

Analisi concreta della realtà concreta: il marxismo di Lenin, non è sapere filosofico ma scienza d’attacco, mai pura, quanto costantemente sottoposta a ibridazioni e aggiornamenti. Politica, economia, storia, arte militare, letteratura, tutto ciò che è utilizzabile viene utilizzato. Non si butta via niente.

Non è un caso che l’opera più celebre, il “Che fare?” sia debitore della tradizione del populismo russo e mutui il nome non da un saggio d’analisi quanto da un romanzo di formazione.

Confrontarsi oggi, cento anni dopo, con quello che più di tutti può essere considerato come il gran maestro della rivoluzione, permette forse di approcciare laicamente il tema e trarne qualcosa di utile.

Metodo anzitutto: non vi è mai un Lenin uguale a sé stesso, vi è quello che nel “Che fare” propone una struttura militante elitaria e cospirativa abitata da rivoluzionari professionisti, per poter agire in un contesto repressivo e ostile come quello dell’impero russo prima del 1905, e vi è quello che di fronte a tale data mette questa specializzazione al servizio delle masse in movimento per innervarle di “sapere tecnico” e convogliarne il potenziale all’interno del partito prima che possa essere disperso. Vi è un Lenin che spinge per la lotta armata durante la fase rivoluzionaria e uno che difende la partecipazione alle istituzioni rappresentative nel momento del riflusso.

Ogni forma e ogni pratica non sono elementi assoluti e sempre validi ma strumenti per attraversare la fase.

Insurrezione e gradualità, slancio e cautela.

Non è rivoluzionario chi compie il gesto più estremo, ma chi attraverso il gesto più adatto impone la sua impronta alla realtà e ne devia il corso, ne impone una traccia di ordine differente.

Sguardo strabico, brutto a vedersi e virtuoso a praticarsi, si procede con un occhio all’immediato ed uno all’infinito.

Una spregiudicata adattabilità che porta ad utilizzare qualsiasi mezzo, anche il più torbido, eppure permette di non perdersi nell’opportunismo nè nel fanatismo, questo perché accanto alla finezza dello sguardo veglia un forte afflato etico, una bussola interna che mette al riparo dalle degenerazioni in cui spesso è incappato il socialismo. Dalle brutalità tragiche della grande Storia alle piccole miserie umane dei capetti delle parrocchie di cui è seminato il tempo della storia minore.

Ancora metodo: nelle pagine dei quaderni e degli scritti leniniani trova posto praticamente ogni tema possibile. Lo sviluppo del capitalismo, il significato cangiante della democrazia e delle nazioni, l’imperialismo le colonie e lo sviluppo diseguale, il ruolo della violenza politica e della guerra, anche quella civile, la costruzione dello Stato ed ovviamente i compiti del partito.

Anche di questo, nel pensiero rivoluzionario, non è importante la forma, che è sempre questione di contingenza; quanto il suo ruolo di principio ordinatore: il partito è anzitutto lo spazio di coniugazione di teoria e prassi, ogni elaborazione teorica è finalizzata ad una sua messa in pratica, così come ogni azione non solo è guidata da una linea di pensiero, ma ne è fonte, momento di correzione ed aggiornamento. E l’unico modo per far sì che questi due termini siano in connessione è che essi dialoghino ed interagiscano nella costruzione di organizzazione, ovvero nella capacità di accumulare e generare potenza che produce impatto sul terreno del reale.

Ecco perché è possibile incappare in tanti nodi quante poi scuole di pensiero si sono generate per ognuna di esse, senza poi produrre rottura effettiva per altro, perché l’attenzione del rivoluzionario è volta al cambiamento di tutto ciò che esiste e che non gli basta, per cui non può che tutto affrontare e ricondurre la ogni particolarità allo schema generale delle cose.

Lenin non era un leninista, come Marx prima di lui non era un marxista.

In ultima istanza, del padre dell’esperienza sovietica non servono le liturgie, ma il sapere vivo, l’esempio fecondo.

Vadano a crepare in un angolo le identità, le purezze e gli ideologismi, tutto ciò che serve è ciò che è utile per l’attacco, per il superamento dell’esistente.

Fonte

04/10/2018

Mimmo, il metodo, la determinazione

Qualche mese fa ho letto questo bel libro di Tiziana Barillà che racconta la storia di Riace e del suo sindaco Mimmo Lucano.

Una storia che – lo ammetto – non conoscevo bene, almeno quanto avrei dovuto: sì, avevo letto qualcosa sui giornali, c’erano i racconti dei compagni, c’era stato durante la campagna elettorale un incontro fra Viola e Mimmo, da cui Viola era uscita impressionata (e vi assicuro che impressionare Viola non è facile)…

Ma non ero riuscito a capire fino in fondo il senso di questa esperienza, come Mimmo e il suo gruppo erano riusciti a “inventarsi” un diverso modo di amministrare una città e di fare accoglienza, non conoscevo la loro storia di vita, quella del loro territorio.

Oddio, non dico di averlo capito ora, perché leggere un libro non basta mai, le cose bisogna vederle, viverle, passarci attraverso... Però un libro ben fatto può aiutare molto.

E quello di Tiziana non è solo un libro scritto con sapiente mano di giornalista, quindi agile, pieno di informazioni. E’ un libro che riesce a individuare – grazie al racconto che Mimmo fa in prima persona e alla chiarezza di pensiero che ha maturato – gli assi di sviluppo di una pratica vittoriosa.

Ecco, mi piacerebbe citare tanti passaggi del libro, ricordare i nomi di compagni sconosciuti che hanno pagato con la vita il loro impegno contro la 'ndrangheta, e che Tiziana ha il merito di far rivivere, ma voglio fermarmi su quest’unico punto: come si sviluppa una pratica vittoriosa?

Mimmo Lucano non nasce infatti già così, non riceve una rivelazione da qualche testo sacro. Seguendo la sua storia, capisci come Mimmo sia arrivato a certe riflessioni e a certe pratiche attraverso un percorso lungo. Fatto anche di bastonate e sconfitte, a cui però ha saputo reagire con il cambiamento e l’innovazione.

Per capirci: Mimmo è un compagno strutturato, di lungo corso. Uno di quelli formati negli anni ’70 con Marx e Lenin, militante di Democrazia Proletaria. Ma, pur essendo “rimasto lì”, come rivendica fieramente, è riuscito a riadattare quell’impianto teorico e quelle istanze a un contesto totalmente diverso.

Questo non è successo subito: è dovuto passare per prove ed errori. Ad esempio quando si candidò la prima volta, nel 1995: “un disastro, non ottengono nemmeno un consigliere di minoranza”, scrive Tiziana. Il motivo? Mimmo era stato fuori da Riace per più di dieci anni, la popolazione di un territorio depresso non capiva quelli di “sinistra”... e forse lui non capiva i suoi cittadini.

Cosa fa Mimmo? Si deprime anche lui? Torna di nuovo al Nord? Si sposta a destra e inizia a parlare il linguaggio che parlano gli altri, perché “così fan tutti”?

No. Come Fidel dopo il fallito assalto alla caserma Moncada cerca di capire dove si era sbagliato. Cosa mancava. E’ il legame con le masse popolari, è l’inchiesta e la conoscenza del proprio soggetto, è l’andare a scuola dal popolo.

“E’ stata una sconfitta”, dice Mimmo, “ma ci ha dato la possibilità di capire meglio il territorio [...] Fu allora che capimmo che dovevamo investire di più, metterci di più in gioco. Ci tuffammo nella scoperta e nella cura della nostra cultura”.

Mimmo e i suoi di fronte a una sconfitta non danno la colpa ad altri, né insistono sulla stessa fallimentare strada, anzi scartano e “vanno alla scoperta di soprannomi e proverbi, dell’arte e delle tradizioni locali, che adesso utilizzano come istanza politica”.

Mettersi in gioco qui vuol dire sapersi mettere in discussione senza però abbandonare quello che sei. Individuare i perni del cambiamento dentro quel particolare contesto senza però abbandonare il quadro generale.

Nel nostro piccolo, all’Ex OPG abbiamo fatto la stessa esperienza con il mutualismo, quando abbiamo iniziato a uscire da una nicchia soffocante e a lavorare quotidianamente a contatto con segmenti di massa...

Attraverso questo metodo, Mimmo e i suoi riescono a intercettare alcuni bisogni locali, riprendere alcune pratiche spontanee di accoglienza messe in atto dalla popolazione, a sistematizzarle, a fare diventare una pratica ormai conosciuta in tutto il mondo. E persino ad elaborare una visione etico-profetica in grado di competere con le grandi narrazioni del liberismo, del razzismo etc.

Certo, immagino che non sia tutto rose e fiori, che ci siano stati abbandoni, litigi, momenti in cui era tutto da ricominciare. Ma alla fine qualcosa di grande s’è fatto.

E questa piccola grande storia ci dimostra ancora un volta che il metodo e la determinazione sono tutto. Quando si hanno queste due cose, i risultati non tardano ad arrivare.

Una forza politica che non ha metodo e non ha determinazione è destinata a morire. Questo è quello che è successo alla sinistra in Italia, questo è quello che non consentiremo accada ancora.

Per fortuna possiamo andare a scuola da Mimmo e da tante persone come lui che in giro per l’Italia non solo resistono, ma individuano pratiche di controffensiva, e mettono i tasselli di quell’altro modo di vivere e stare insieme che noi dobbiamo sintetizzare.

Leggete il libro, ma soprattutto sostenete Riace, la cui meravigliosa esperienza di “accoglienza” – ma meglio si dovrebbe dire: di giustizia sociale e di riscatto – è sotto attacco anche di questo governo.

Qui trovate più info sulla campagna di solidarietà con Riace

https://www.facebook.com/Riacepatrimonioumanita/

Fonte