Dunque, alla luce del giudizio del Consiglio di Stato, il “Modello Riace” poteva e stava funzionando. Come i giudici amministrativi del Tar, anche quelli del CdS danno ragione a Mimmo Lucano e alle sue politiche definendo ‘encomiabile’ quell’esempio e smantellano così il piano dell’ex ministro degli interni Salvini che è servito, purtroppo, a delegittimare quel progetto collaudato a Riace dall’ex sindaco e che stava facendo scuola nel campo dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti.
Per amore di verità, era cominciato tutto con accertamenti ordinati dal precedente ministro Minniti che hanno di fatto interrotto le sovvenzioni dei progetti dal 2017 in poi, ma con Salvini ha subìto il colpo del KO e perciò era stato estromesso dalla rete Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati del governo.
È evidente quindi che il ministero degli interni a guida leghista di allora non aveva nessuna motivazione valida per escluderlo, in aggiunta senza un avvertimento che intimasse di correggere eventuali anomalie e, addirittura dopo una relazione ispettiva della prefettura che, invece, ne elogiava la bontà.
In effetti non erano emersi reati che potevano portare all’espulsione dallo Sprar e all’arresto di Lucano, trasformato poi in esilio.
In sostanza, in merito alle accuse di irregolarità amministrative e gestionali, non erano stati individuati realmente ed effettivamente i punti critici, solo accuse generiche. Insomma si è voluto realizzare un quadro con tinte fosche che suscita molte perplessità.
Ora è chiaro a tutti, quantomeno a coloro che vogliono vedere e non guardare in aria, che l’unica spiegazione di tutta questa vicenda per cui Lucano è ancora sotto processo, può essere esclusivamente di natura politica ovvero quella di abbattere una esperienza unica, che per mezzo del suo artefice rischiava di innescare una rivoluzione socio-culturale che poteva essere esportata anche fuori, difatti in tanti altri posti si stava provando a riprodurla.
Si capisce bene, allora, che per un ministero a guida reazionaria e oscurantista, che ha sempre avversato la cultura dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti, era una sconfitta rumorosa che poteva suonare qualche campanello d’allarme e fare arretrare il consenso. Perciò Mimmo Lucano andava bloccato e la sua idea demolita.
Adesso si spera che, con la decisione dei massimi giudici, Riace, per il momento a trazione leghista, venga riammesso a tutti gli effetti nel programma di protezione per i migranti da parte dello stato, si attende la sentenza definitiva del processo in corso.
Con la speranza che presto venga fatta luce su un uomo che ha commesso il solo reato di umanità pagando un prezzo molto alto per aver accolto e difeso gli ultimi, e su un capitolo di storia socio-politica di livello mondiale che parla di fratellanza tra popoli e che nonostante tutto non è mai stato definitivamente chiuso, grazie a tanti cittadini liberi, intellettuali, politici, artisti riuniti in altrettante associazioni, animati dalla cultura della solidarietà e della partecipazione alla lotta per la difesa della libertà, dell’uguaglianza e dei diritti universali.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/06/2019
Da Lampedusa spiegazioni semplici sulla vicenda Sea Watch
Spieghiamo perché ha ragione la Sea Watch, rispondendo alle domande che si stanno ponendo in tanti.
1) Perché le ONG vengono in Italia?
Perché le leggi internazionali chiedono di portare i migranti nel PRIMO porto SICURO.
Ma Malta? E poi siamo sicuri che l’Italia è un porto sicuro? Ma siamo coscienti della vita che fanno molte delle persone migranti costrette a rimanere in Italia dal trattato di Dublino? Io l’anno scorso a Lampedusa ho visto il cadavere di un tunisino che si era impiccato per le condizioni dell'hotspot e perché era trattenuto da tempo sull’isola e altri ragazzi tunisini che per lo stesso motivo tentarono il suicidio... ma queste notizie forse non vi arrivano perché il centro di Lampedusa viene descritto come un modello... dove eroi e ministri passeggiano con bimbe africane in braccio in favore di telecamera... per quel suicidio ricordo poca indignazione, giornalisti e politici...
2) Perché non li riportano in Libia?
Perché la Libia non è un porto sicuro: c’è la guerra e ci sono i campi di concentramento.
“La Libia”... è bene specificare che la guerra in atto è un’aggressione imperialista (e no come si legge da qualche parte “una guerra civile”) e che i campi di concentramento sono gestiti dal governo fantoccio messo dalla NATO a cui l’UE fa riferimento. Gli addestriamo anche la Guardia Costiera... capite bene che poi quando si fa riferimento a normative e istituzioni UE come giustificazioni o anche attestazioni di giustizia e civiltà qualcosa non torna...
3) Perché non li portano in Tunisia?
Perché la Tunisia non ha firmato la Convenzione di Ginevra e perché in passato ha riportato i migranti in Libia.
Veramente di migranti in Libia ne ha riportati molti di più l’UE.
4) Perché non li portano a Malta?
Li portano eccome a Malta! Malta ha accolto in proporzione molti più immigrati di noi e continua ad accoglierli. Però Malta non è sempre il porto più vicino, dipende dove viene effettuato il salvataggio (e bisogna guardare anche le condizioni del mare).
In questo caso il porto sicuro più vicino era Lampedusa (ci piaccia o no).
Non so se Lampedusa fosse da subito il porto più vicino ma se ti negano l’attracco penso si debba provare da un’altra parte e se tutti negano l’attracco allora non è l’Italia ad essere un paese di merda ma tutta l’UE a cominciare dall’Italia.
5) Perché l’Olanda e la Germania non se ne prendono un po’?
Ci sono 10 città tedesche che in realtà si sono dichiarate disponibili a farlo. Il problema è che mancano gli accordi internazionali. Salvini in questo anno di governo avrebbe dovuto fare questo tipo di accordi, ma è stato assente 6 volte su 7 alle riunioni. Se è sempre assente è difficile che riesca a fare accordi.
Salvini vuole arrivare ad una rottura con l’UE stimolato dagli USA. Ma il problema sono gli accordi di Dublino che l’UE non ha nessuna intenzione di modificare. Salvini rimane uno che usa la disperazione altrui per fare politica, come la maggior parte dei politici attualmente in “campo”.
6) E quindi dobbiamo accoglierli tutti?
No, noi dobbiamo salvarli, perché i diritti umani vengono prima di ogni altra cosa. Il salvataggio si conclude quando le persone a bordo sbarcano in un porto sicuro. Il fatto dell’accoglienza poi dipende dagli accordi che i Paesi riescono a fare.
I diritti umani? No, non vengono prima di tutto, forse prima di tutto viene la vita (anche se pure questa certezza comincia a vacillare)... “il fatto dell’accoglienza” è vincolato dagli accordi di Dublino ne sono una prova i ricollocamenti che sono stati effettuati in percentuali irrisorie.
7) Ma la Sea Watch ha violato le leggi italiane?
La Sea Watch ha violato il decreto di Salvini, ma ha agito secondo il diritto del mare e l’articolo 10 della nostra Costituzione.
Io non ne faccio una questione di legalità ma se vogliamo scendere in questi meandri dovremmo prima, almeno io (forse l’autore del post è un esperto di leggi), studiare seriamente le leggi in materia... è possibile anche che la Sea Watch non violi nessuna legge.
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06/06/2019
Germania - Ucciso Lübcke, il politico Cdu dalla parte dei migranti
Il corpo è stato trovato sulla terrazza della sua tenuta alla periferia di Wolfhagen, a circa 20 chilometri da Kassel, nel nord dell’Assia, riverso in una pozza di sangue a mezzanotte e trenta di domenica. Walter Lübcke, 65 anni, politico della Cdu di Angela Merkel, da 10 anni alla guida del consiglio regionale di Kassel, e già deputato del parlamento dell’Assia, è stato ucciso con un colpo di pistola alla testa sparato da una distanza ravvicinata. Gli inquirenti escludono infatti che si sia trattato di suicidio. A nulla sono valsi i tentativi per rianimarlo, Lübcke è morto qualche ora dopo in ospedale. L’arma non è stata trovata, si indaga in ogni direzione.
«Era un costruttore di ponti» ha dichiarato il ministro-presidente dell’Assia, Volker Bouffier. Nel 2015, durante la crisi dei migranti, si batté per l’accoglienza dei rifugiati entrando in rotta di collisione con il movimento di destra di Pegida. In occasione di una manifestazione cittadina in cui si discuteva dei centri di prima accoglienza per migranti nel Land della Germania centro-occidentale, aveva fatto appello ai valori dell’accoglienza: «Chi non condivide questi valori può lasciare questo paese in ogni momento, se non è d’accordo. Questa è la libertà di ogni tedesco», una frase che gli era costata minacce di morte da parte dell’estrema destra..
Lübcke, che si occupava principalmente di trasporti, aveva raggiunto il limite di età per la pensione a marzo, ma aveva chiesto una proroga del suo mandato fino a settembre di quest’anno.
Fonte
«Era un costruttore di ponti» ha dichiarato il ministro-presidente dell’Assia, Volker Bouffier. Nel 2015, durante la crisi dei migranti, si batté per l’accoglienza dei rifugiati entrando in rotta di collisione con il movimento di destra di Pegida. In occasione di una manifestazione cittadina in cui si discuteva dei centri di prima accoglienza per migranti nel Land della Germania centro-occidentale, aveva fatto appello ai valori dell’accoglienza: «Chi non condivide questi valori può lasciare questo paese in ogni momento, se non è d’accordo. Questa è la libertà di ogni tedesco», una frase che gli era costata minacce di morte da parte dell’estrema destra..
Lübcke, che si occupava principalmente di trasporti, aveva raggiunto il limite di età per la pensione a marzo, ma aveva chiesto una proroga del suo mandato fino a settembre di quest’anno.
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07/10/2018
Riace: In migliaia in corteo per portare solidarietà a Mimmo Lucano

Alcune migliaia di persone hanno manifestato questo pomeriggio nel borgo di Riace. Difficile provare a fare delle stime. La testa, la coda e i fianchi del corteo si perdono tra i vicoli troppo stretti per contenere tutta questa solidarietà. Sette bus da Cosenza, tre da Napoli, due da Roma. E poi da Catanzaro, Reggio Calabria, Bari. Dalla Sicilia, dal Molise e dalla Basilicata. Alcuni sono arrivati dal centro-nord, affrontando decine di ore di viaggio, all’andata e al ritorno. «Il viaggio è stato lungo e scomodo, ma oggi non si poteva mancare», dice una signora sulla settantina che ha difficoltà ad arrampicarsi per le strade in salita che dal parcheggio portano alla casa di Mimmo Lucano.
Per provare a capire bisogna sempre andare a vedere, toccare con mano. Certo per Riace quella di oggi è una giornata speciale, ma i segni del lavoro incredibile portato avanti in questi anni si vedono tutti. Nessuna utopia da queste parti, ma una soluzione concreta e replicabile alle opportunità offerte dalle migrazioni internazionali e ai problemi di spopolamento e impoverimento dei piccoli comuni.
Salendo dalla costa ionica si incontra un lungomare martoriato dal cemento e dall’incuria, costruzioni lasciate a metà, campi di calcio senza porte e recinzioni di cantieri abbandonati chissà quando. A Riace no. Qui le case rimaste vuote sono state riempite dai progetti di accoglienza diffusa che il Sindaco Lucano, con il sostegno dei suoi concittadini, è riuscito a realizzare in questi anni. Ragazze nere col passeggino si aggirano accanto a donne anziane e bianche. Si salutano. Tra le botteghe artigianali tradizionali, si leggono nomi che vengono da lontano: “Il vasaio di Kabul”, “I ricami di Herat”, “Gli aquiloni di Islamabad”.
La manifestazione avanza disordinata partendo dal parcheggio straordinario istituito al bordo del paese e risale verso la piazza centrale. La testa è tenuta dai rifugiati di Riace. Cantano: «Mimmo libero, Riace non si arresta». Dietro si alzano altri cori: «Apriamo i porti, mandiamo via Salvini»; «Le nostre città sono troppo belle per lasciarle a Lega e 5 Stelle»; «Odio la Lega». I manifestanti se la prendono con Salvini, ma anche con Minniti, a indicare la continuità politica tra Pd e Lega nelle misure che criminalizzano i migranti e la solidarietà. In mezzo al corteo ci sono alcuni stendardi dei comuni vicini, diverse fasce tricolore indossate dai sindaci solidali e molti striscioni contro la mafia. Un cartello alto e stretto svetta sulle teste dei manifestanti: “Salvini, la storia siamo noi”.
Oltre la piazza c’è la casa di “Mimmo”, qui lo chiamano tutti così. Quando il serpentone la raggiunge, farsi strada è difficile. La scena ricorda quelle viste in televisione, nelle dittature sudamericane o del sud-est asiatico. Il simbolo dell’opposizione al governo rinchiuso dentro casa, senza possibilità di parlare. Il suo popolo sotto, che applaude.
Lucano si fa vedere prima dietro una zanzariera. Poi da una finestra. Guarda in faccia le persone che sono venute a portargli solidarietà. Ne riconosce alcune e le saluta. Ma molte non le ha mai viste. Una ragazza nera gli urla da sotto: «Mimmo saluti dall’Africa e saluti dal mondo. Siamo con te». Lui ricambia con un sorriso. «Kurdo siriano palestinese, Mimmo Lucano orgoglio calabrese» cantano tutti. Diversi abitanti di Riace lo vedono così, in gabbia e scoppiano a piangere.
Raffaele ha almeno sessant’anni, guarda la scena dalla porta di casa sua: «Quello che è successo qui è uno schifo. Mimmo Lucano è una persona buona. Lo sappiamo tutti e lo sanno anche quelli che l’hanno arrestato. Non ha rubato niente, non ha fatto niente di male. Prima del suo grande lavoro, Riace era un paese quasi abbandonato. Adesso viviamo insieme, migranti e italiani, senza problemi. Io lavoravo in un bar, ma ora sono disoccupato. Lo so bene quanto sia difficile la situazione in Italia, ma qui almeno ci aiutiamo tra noi».
Aiva è nato in Togo, ma ormai è di Riace: «Quando ero a Rosarno, mi hanno sparato. Ho girato tanto per cercare qualcosa da mangiare. Ero disperato. Poi sono arrivato a Riace e ho conosciuto Mimmo. Gli ho detto che non avevo casa e non avevo soldi, che volevo lavorare. Lui mi ha aiutato. Adesso sono occupato nel settore delle pulizie: ho un contratto e riesco a pagare l’affitto. Non è giusto quello che è successo, non capisco perché hanno arrestato una persona così».
Accanto ad Aiva c’è Daniel, vuole spiegare anche lui perché sta partecipando alla manifestazione: «Mimmo è un angelo. Dovete scriverlo, è un santo. Lui ha un cuore grande e non riesce a sopportare la sofferenza delle persone. Andate a guardare dove abita, entrate dentro casa sua: non ha fatto niente per guadagnare soldi o per diventare ricco. Ha solo aiutato gli altri, con il cuore. Ha sbagliato a dare la carta d’identità alle persone? Io non capisco: se uno non ha documenti deve fare cose brutte per cercare di mangiare e poi anche per gli italiani è più pericoloso. Come fai a trovare uno che fa danni e non ha documenti?». Poi spiega: «C’è un proverbio da me: ognuno sta bene a casa sua, quando esce di casa ha un problema. Noi siamo dovuti scappare da casa nostra, perché avevamo dei problemi. Abbiamo sofferto tanto e solo lui l’ha capito. Adesso qui stiamo bene. Io vivo con la mia famiglia, ho un lavoro e ho tanti amici, nati a Riace o venuti a vivere qua da lontano».
Lucano saluta a pugno chiuso dalla finestra. Intanto fuori ha iniziato a piovere. I primi arrivati si allontanano, ma quello che sembra un pellegrinaggio continua. La coda del corteo si piazza sotto l’abitazione. Aprono gli ombrelli. Arriva una banda. Parte la musica. Dopo un po’ anche il cielo si schiarisce ed esce il sole. Sotto, intanto, l’anfiteatro con gli scaloni arcobaleno è gonfio di gente. Rifugiati, attivisti, sindaci della zona raccontano cos’è Riace. E cosa continuerà a essere.
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04/10/2018
Mimmo, il metodo, la determinazione
Qualche mese fa ho letto questo bel libro di Tiziana Barillà che racconta la storia di Riace e del suo sindaco Mimmo Lucano. Una storia che – lo ammetto – non conoscevo bene, almeno quanto avrei dovuto: sì, avevo letto qualcosa sui giornali, c’erano i racconti dei compagni, c’era stato durante la campagna elettorale un incontro fra Viola e Mimmo, da cui Viola era uscita impressionata (e vi assicuro che impressionare Viola non è facile)…
Ma non ero riuscito a capire fino in fondo il senso di questa esperienza, come Mimmo e il suo gruppo erano riusciti a “inventarsi” un diverso modo di amministrare una città e di fare accoglienza, non conoscevo la loro storia di vita, quella del loro territorio.
Oddio, non dico di averlo capito ora, perché leggere un libro non basta mai, le cose bisogna vederle, viverle, passarci attraverso... Però un libro ben fatto può aiutare molto.
E quello di Tiziana non è solo un libro scritto con sapiente mano di giornalista, quindi agile, pieno di informazioni. E’ un libro che riesce a individuare – grazie al racconto che Mimmo fa in prima persona e alla chiarezza di pensiero che ha maturato – gli assi di sviluppo di una pratica vittoriosa.
Ecco, mi piacerebbe citare tanti passaggi del libro, ricordare i nomi di compagni sconosciuti che hanno pagato con la vita il loro impegno contro la 'ndrangheta, e che Tiziana ha il merito di far rivivere, ma voglio fermarmi su quest’unico punto: come si sviluppa una pratica vittoriosa?
Mimmo Lucano non nasce infatti già così, non riceve una rivelazione da qualche testo sacro. Seguendo la sua storia, capisci come Mimmo sia arrivato a certe riflessioni e a certe pratiche attraverso un percorso lungo. Fatto anche di bastonate e sconfitte, a cui però ha saputo reagire con il cambiamento e l’innovazione.
Per capirci: Mimmo è un compagno strutturato, di lungo corso. Uno di quelli formati negli anni ’70 con Marx e Lenin, militante di Democrazia Proletaria. Ma, pur essendo “rimasto lì”, come rivendica fieramente, è riuscito a riadattare quell’impianto teorico e quelle istanze a un contesto totalmente diverso.
Questo non è successo subito: è dovuto passare per prove ed errori. Ad esempio quando si candidò la prima volta, nel 1995: “un disastro, non ottengono nemmeno un consigliere di minoranza”, scrive Tiziana. Il motivo? Mimmo era stato fuori da Riace per più di dieci anni, la popolazione di un territorio depresso non capiva quelli di “sinistra”... e forse lui non capiva i suoi cittadini.
Cosa fa Mimmo? Si deprime anche lui? Torna di nuovo al Nord? Si sposta a destra e inizia a parlare il linguaggio che parlano gli altri, perché “così fan tutti”?
No. Come Fidel dopo il fallito assalto alla caserma Moncada cerca di capire dove si era sbagliato. Cosa mancava. E’ il legame con le masse popolari, è l’inchiesta e la conoscenza del proprio soggetto, è l’andare a scuola dal popolo.
“E’ stata una sconfitta”, dice Mimmo, “ma ci ha dato la possibilità di capire meglio il territorio [...] Fu allora che capimmo che dovevamo investire di più, metterci di più in gioco. Ci tuffammo nella scoperta e nella cura della nostra cultura”.
Mimmo e i suoi di fronte a una sconfitta non danno la colpa ad altri, né insistono sulla stessa fallimentare strada, anzi scartano e “vanno alla scoperta di soprannomi e proverbi, dell’arte e delle tradizioni locali, che adesso utilizzano come istanza politica”.
Mettersi in gioco qui vuol dire sapersi mettere in discussione senza però abbandonare quello che sei. Individuare i perni del cambiamento dentro quel particolare contesto senza però abbandonare il quadro generale.
Nel nostro piccolo, all’Ex OPG abbiamo fatto la stessa esperienza con il mutualismo, quando abbiamo iniziato a uscire da una nicchia soffocante e a lavorare quotidianamente a contatto con segmenti di massa...
Attraverso questo metodo, Mimmo e i suoi riescono a intercettare alcuni bisogni locali, riprendere alcune pratiche spontanee di accoglienza messe in atto dalla popolazione, a sistematizzarle, a fare diventare una pratica ormai conosciuta in tutto il mondo. E persino ad elaborare una visione etico-profetica in grado di competere con le grandi narrazioni del liberismo, del razzismo etc.
Certo, immagino che non sia tutto rose e fiori, che ci siano stati abbandoni, litigi, momenti in cui era tutto da ricominciare. Ma alla fine qualcosa di grande s’è fatto.
E questa piccola grande storia ci dimostra ancora un volta che il metodo e la determinazione sono tutto. Quando si hanno queste due cose, i risultati non tardano ad arrivare.
Una forza politica che non ha metodo e non ha determinazione è destinata a morire. Questo è quello che è successo alla sinistra in Italia, questo è quello che non consentiremo accada ancora.
Per fortuna possiamo andare a scuola da Mimmo e da tante persone come lui che in giro per l’Italia non solo resistono, ma individuano pratiche di controffensiva, e mettono i tasselli di quell’altro modo di vivere e stare insieme che noi dobbiamo sintetizzare.
Leggete il libro, ma soprattutto sostenete Riace, la cui meravigliosa esperienza di “accoglienza” – ma meglio si dovrebbe dire: di giustizia sociale e di riscatto – è sotto attacco anche di questo governo.
Qui trovate più info sulla campagna di solidarietà con Riace
https://www.facebook.com/Riacepatrimonioumanita/
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04/07/2018
Operazioni di salvataggio in corso. L’Europa alla deriva
Non ci lasceranno affogare. Le prime scialuppe di soccorso stanno già arrivando dal porto più vicino. I giubbotti salvagente e la gente esperta di mare. Ci salveranno tutti, incominciando dalle donne e dai bambini. Il naufragio era nell’aria da tanto tempo. I primi ad annunciarlo furono, come sempre, i poeti e i pazzi prima di essere sedati dalle medicine. Qualche timido profeta l’aveva pronosticato senza convinzione. Il continente, da anni ormai, stava andando alla deriva senza che i passeggeri se ne accorgessero. Eppure i segni premonitori del disastro non erano mancati.
Un’improVvisa amnesia aveva colpito la maggior parte dei popoli che componevano quel mondo fiero della sua storia. Nulla di peggiore della dimenticanza del passato per capire il futuro. L’amnesia si era poi combinata con la censura della sofferenza. Era stato fatto credere per decenni che la paura era l’unico nemico da combattere con tutti i mezzi. Per conseguenza le cattedrali furono trasformate in musei d’arte contemporanea e i cimiteri monumentali in centri commerciali. La graduale scomparsa dei bambini liberi di giocare sulle strade fu vista come un successo della politica della sicurezza dell’epoca. Alla fine dei matrimoni invece di riso si buttavano coriandoli.
Ci sbarcheranno e ci accoglieranno festosi nel porto della città adibita a festa. Tutti insieme, senza controlli di frontiera e documenti sanitari da esibire. Solo uno spazio riservato, in modo provvisorio, per le coppie senza figli in attesa di arrivo. I primi cantieri edili stavano assumendo manovali e muratori specializzati in giardinaggio. Gli europei avevano la tendenza ad isolarsi secondo la lingua, la religione e l’origine del paese. Non era facile per noi imparare la lingua del posto e comunicare con la gente che aveva usi e costumi differenti dai nostri. Dopo tanti anni tornare a sentirsi stranieri non era facile per nessuno.
Ci fecero accomodare come meglio potevano in salotto e, presa una foto di famiglia, condivisero ciò che la signora aveva preparato per cena. Alcuni di noi si sentivano a disagio perché ciò che un tempo si chiamava ospitalità, era stata bandita come pericolosa e fuori moda. Prima di mangiare ci invitarono a fare la preghiera con loro perché, ricordavano, ringraziare per il cibo è quanto di più normale ci sia. E anche questo, lentamente, ci tornava alla mente, come qualcosa di perso e ritrovato senza meritarlo. Si faceva sera e le prime luci della città davano forma al tempo che rimaneva per il mattino. Il primo giorno finiva così.
Le città facevano a gara per averci come concittadini. Si sentivano onorati dalla provvidenza che aveva loro affidato, seppur in condizioni drammatiche, così tanti stranieri da accudire. Le madri chiamavano i loro figli e li invitavano a salutarci con cordialità malgrado il colore differente li rendesse timorosi. Alcuni volenterosi cominciarono ad organizzare un torneo improvvisato con magliette prese in prestito dalle squadre di calcio che finora avevano solo visto in televisione. Era un piacere vederle giocare da vicino e toccare con mano i campioni che, fino ad allora, conoscevano con le figurine da scambiare.
Il giorno dopo era domenica e c’è chi proponeva un’escursione fuori delle mura incustodite della città. Ci accompagnarono dunque a conoscere i loro campi e i loro giardini. Alcuni profittarono per raccogliere fiori e farne ghirlande e mazzi da regalare a quanti, per pigrizia, erano rimasti in città. L’avrebbero rimpianto a lungo perché quasi subito cominciarono le danze accompagnate da canti e promesse, forse affrettate, di matrimonio. L’acqua per tutti usciva da una roccia e rimaneva fresca a lungo nelle mani e sulle labbra. Non si come ma anche il pane, impastato con olive, passava di mano in mano e alla fine del pranzo ne avanzarono alcune ceste.
Niamey, luglio 2018
Fonte
30/01/2018
“Quanti morti devono esserci per una accoglienza razionale e dignitosa”?
C’è differenza tra le vittime del treno deragliato a Pioltello, gli operai della Lamina di Milano, i braccianti delle nostre campagne e gli “abitanti” di una qualsiasi baraccopoli? No, non c’è differenza!
Sono lavoratori, italiani e immigrati che muoiono o sul posto di lavoro come Marco, Giuseppe e Arrigo, mentre pulivano un forno in una fabbrica metalmeccanica o come Paola morta mentre raccoglieva uva ad Andria o Mohamed e Zakaria, morti mentre raccoglievano pomodori.
Sono lavoratori che muoiono mentre vanno al lavoro o dal lavoro tornano, chi in un treno che deraglia, come Pierangela, Giuseppina e Ida, chi investito da un’auto sulla statale 18 in Calabria, mentre fa ritorno a casa con la sua bicicletta come John, Kadjali e Mimmo, che anche se era africano, insisteva sul voler essere chiamato così perché “era nato a Milano” e da lì era finito a raccogliere arance e mandarini nelle campagne del sud Italia.
Poi ci sono quelli come Sekine, che muoiono per un colpo di pistola sparato da un pubblico ufficiale che dovrebbe essere capace di disarmare una persona che ha un coltello da cucina in mano senza sparagli addosso.
E poi ci sono quelle e quelli che muoiono per il freddo, direttamente come Dominic, morto di freddo perché non aveva trovato posto nella tendopoli, o Marcus che si ammalò di polmonite perché dormiva in una baracca abbandonata in mezzo alla campagna o indirettamente, perché dal freddo cercava di proteggersi con il fuoco in una capanna di plastica e cartone, come Becky, morta carbonizzata la scorsa notte.
Minimo comune denominatore: diritti e sicurezza sul lavoro presi a colpi di ascia, insensate politiche di accoglienza.
E intanto, mentre gli ultimi continuano a morire, si affrontano come emergenze situazioni che emergenze non sono più ma vere e proprie cancrene, visto che sono sempre le stesse e non vengono risolte o per manifesta incapacità o per mancanza di volontà.
Sono anni che si spendono milioni di euro per montare tendopoli per poi abbandonarle a sé stesse e quando si montano le tendopoli, si fa il lavoro a tre quarti se non a metà, visto che molti erano stati costretti a vivere nelle baracche di plastica e cartone.
Eppure i fatti di Rosarno dovrebbero aver insegnato qualcosa: evitare grossi insediamenti di persone come le tendopoli, non fare sgomberi.
Quanti morti bisogna ancora aspettare prima di avviare efficaci e razionali interventi di accoglienza?
Fonte
Sono lavoratori, italiani e immigrati che muoiono o sul posto di lavoro come Marco, Giuseppe e Arrigo, mentre pulivano un forno in una fabbrica metalmeccanica o come Paola morta mentre raccoglieva uva ad Andria o Mohamed e Zakaria, morti mentre raccoglievano pomodori.
Sono lavoratori che muoiono mentre vanno al lavoro o dal lavoro tornano, chi in un treno che deraglia, come Pierangela, Giuseppina e Ida, chi investito da un’auto sulla statale 18 in Calabria, mentre fa ritorno a casa con la sua bicicletta come John, Kadjali e Mimmo, che anche se era africano, insisteva sul voler essere chiamato così perché “era nato a Milano” e da lì era finito a raccogliere arance e mandarini nelle campagne del sud Italia.
Poi ci sono quelli come Sekine, che muoiono per un colpo di pistola sparato da un pubblico ufficiale che dovrebbe essere capace di disarmare una persona che ha un coltello da cucina in mano senza sparagli addosso.
E poi ci sono quelle e quelli che muoiono per il freddo, direttamente come Dominic, morto di freddo perché non aveva trovato posto nella tendopoli, o Marcus che si ammalò di polmonite perché dormiva in una baracca abbandonata in mezzo alla campagna o indirettamente, perché dal freddo cercava di proteggersi con il fuoco in una capanna di plastica e cartone, come Becky, morta carbonizzata la scorsa notte.
Minimo comune denominatore: diritti e sicurezza sul lavoro presi a colpi di ascia, insensate politiche di accoglienza.
E intanto, mentre gli ultimi continuano a morire, si affrontano come emergenze situazioni che emergenze non sono più ma vere e proprie cancrene, visto che sono sempre le stesse e non vengono risolte o per manifesta incapacità o per mancanza di volontà.
Sono anni che si spendono milioni di euro per montare tendopoli per poi abbandonarle a sé stesse e quando si montano le tendopoli, si fa il lavoro a tre quarti se non a metà, visto che molti erano stati costretti a vivere nelle baracche di plastica e cartone.
Eppure i fatti di Rosarno dovrebbero aver insegnato qualcosa: evitare grossi insediamenti di persone come le tendopoli, non fare sgomberi.
Quanti morti bisogna ancora aspettare prima di avviare efficaci e razionali interventi di accoglienza?
Fonte
17/04/2016
Il caso mondiale di Riace, il paese felice dei migranti
Perché in un Paese che spende miliardi in consulenze e respingimenti nessuno si è mai degnato di chiedere un parere all’unico che sembra aver risolto il problema degli immigrati? Quando Mimmo Lucano, detto U Curdu, ne divenne sindaco, Riace era un paesino della Locride abitato da quattrocento anziani a cui avevano tolto tutto, persino i Bronzi. Ma un giorno sbarcò un veliero di curdi e il sindaco ebbe l’idea di ospitarli nelle case abbandonate del centro. Dopo 15 anni, oggi Riace si ritrova duemila residenti, un quarto dei quali sono stranieri che hanno riaperto le botteghe artigiane di tessuti e ceramiche. Un modello di integrazione studiato in tutto il mondo e che gli è valso il riconoscimento di unico italiano presente nell’elenco Fortune delle personalità che stanno cambiando il pianeta, insieme ai vari Bergoglio, Merkel, Bono degli U2.
Forse perché ci vogliono occhi lontani, preferibilmente d’oltreoceano, per cogliere il senso globale di cose che accadono in un Mezzogiorno d’Italia tanto ingabbiato negli stereotipi da essere illeggibile per i connazionali. Il laboratorio come quello di Riace è stato ignorato per anni o derubricato come curiosa bizzarria anziché come esperimento amministrativo da portare a esempio.
Nulla nasce dal nulla. A metà anni novanta, nel 1997 per l’esattezza, fu sulla costa jonica calabrese che arrivarono le prime navi di esuli e richiedenti asilo. Tra maggio e dicembre ne sbarcarono a Soverato, Badolato, Monasterace più di 800. Erano per lo più curdi, in fuga dall’Iraq di Saddam Hussein e dalla Turchia, ma anche dalle guerre di fazione tra i curdi stessi. Chi c'era lo ricorda bene: ti mostravano le foto che documentavano la loro persecuzione, ti chiedevano un cellulare per telefonare in Svezia o in Germania perché il sud d’Italia era solo una tappa del viaggio. Invece vi trovarono un’insospettabile accoglienza. Furono allestite scuole e ospedali, furono aperte le porte delle case di un borgo medievale semi abbandonato, Badolato, che da allora è stato riscoperto e ripopolato da un turismo intelligente e non solo stagionale.
A legare nell’impresa i comuni della costa, solitamente tutt’altro che inclini alla cooperazione, fu un sentimento opposto a quello che si respira oggi nell’Europa dei fili spinati: la percezione che il mare stava restituendo quello che alla costa jonica aveva tolto con decenni di emigrazione oltreoceano. Non un’invasione ma una restituzione, non un assedio ma un segno benevolo della ciclicità della storia.
Nessuno avrebbe scommesso che il borgo semideserto si potesse davvero rianimare, che le botteghe artigiane della tessitura della ginestra o della lavorazione della ceramica potessero davvero riaprire, che a Riace si potessero davvero organizzare asili e scuole multilingue per far crescere i figli dei migranti. Invece tutto questo non solo si è davvero realizzato, ma di anno in anno si è consolidato e si è ampliato, coinvolgendo nel tempo anche i comuni limitrofi.
L’albergo diffuso, cioè l’assegnazione ai migranti delle case abbandonate, è arrivato a disporre di 150 posti letto. Dopo i laboratori artigianali è cominciata la scuola invernale e poi quella estiva in un antico palazzotto ristrutturato e pieno di colori, dopo la scuola la raccolta differenziata dei rifiuti - all’inizio i migranti la facevano con gli asini tra i vicoli del borgo -, dopo la raccolta differenziata le piccole imprese di agricoltura biologica e con queste il rifacimento di tutto l’impianto di illuminazione del paese, che adesso, di sera, sembra proprio un presepe dormiente sulla collina. Al fondo di tutto, tre idee semplici semplici di Lucano. Primo: i migranti non sono una maledizione ma una risorsa. Secondo: alla valorizzazione della costa jonica non servono gli ecomostri in riva al mare ma il recupero dei vecchi borghi in collina. Terzo: i 32 euro al giorno che lo stato elargisce per l’ospitalità di ogni migrante non vanno usati in modo assistenziale e parassitario, ma vanno investito per creare un posto di lavoro.
A distanza di ormai quasi vent’anni, i risultati si vedono: su un totale di duemila abitanti, a Riace vivono oggi stabilmente e lavorano 400 rifugiati, e attorno a loro sono nati e cresciuti anche i posti di lavoro della struttura comunale che se ne occupa. I rifugiati vengono dal Sudan, dall’Eritrea, dall’Afghanistan, dall’Etiopia, dalla Palestina: sono donne, uomini, bambini che hanno imparato l’italiano e un mestiere, guadagnano quanto basta per vivere più che dignitosamente, praticano le loro religioni che siano cattolici, islamici o ortodossi. Ma soprattutto sono usciti dall’anonimato delle statistiche sull’invasione dei migranti e hanno ciascuno e ciascuna un volto, un nome, una storia da raccontare.
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Forse perché ci vogliono occhi lontani, preferibilmente d’oltreoceano, per cogliere il senso globale di cose che accadono in un Mezzogiorno d’Italia tanto ingabbiato negli stereotipi da essere illeggibile per i connazionali. Il laboratorio come quello di Riace è stato ignorato per anni o derubricato come curiosa bizzarria anziché come esperimento amministrativo da portare a esempio.
Nulla nasce dal nulla. A metà anni novanta, nel 1997 per l’esattezza, fu sulla costa jonica calabrese che arrivarono le prime navi di esuli e richiedenti asilo. Tra maggio e dicembre ne sbarcarono a Soverato, Badolato, Monasterace più di 800. Erano per lo più curdi, in fuga dall’Iraq di Saddam Hussein e dalla Turchia, ma anche dalle guerre di fazione tra i curdi stessi. Chi c'era lo ricorda bene: ti mostravano le foto che documentavano la loro persecuzione, ti chiedevano un cellulare per telefonare in Svezia o in Germania perché il sud d’Italia era solo una tappa del viaggio. Invece vi trovarono un’insospettabile accoglienza. Furono allestite scuole e ospedali, furono aperte le porte delle case di un borgo medievale semi abbandonato, Badolato, che da allora è stato riscoperto e ripopolato da un turismo intelligente e non solo stagionale.
A legare nell’impresa i comuni della costa, solitamente tutt’altro che inclini alla cooperazione, fu un sentimento opposto a quello che si respira oggi nell’Europa dei fili spinati: la percezione che il mare stava restituendo quello che alla costa jonica aveva tolto con decenni di emigrazione oltreoceano. Non un’invasione ma una restituzione, non un assedio ma un segno benevolo della ciclicità della storia.
Nessuno avrebbe scommesso che il borgo semideserto si potesse davvero rianimare, che le botteghe artigiane della tessitura della ginestra o della lavorazione della ceramica potessero davvero riaprire, che a Riace si potessero davvero organizzare asili e scuole multilingue per far crescere i figli dei migranti. Invece tutto questo non solo si è davvero realizzato, ma di anno in anno si è consolidato e si è ampliato, coinvolgendo nel tempo anche i comuni limitrofi.
L’albergo diffuso, cioè l’assegnazione ai migranti delle case abbandonate, è arrivato a disporre di 150 posti letto. Dopo i laboratori artigianali è cominciata la scuola invernale e poi quella estiva in un antico palazzotto ristrutturato e pieno di colori, dopo la scuola la raccolta differenziata dei rifiuti - all’inizio i migranti la facevano con gli asini tra i vicoli del borgo -, dopo la raccolta differenziata le piccole imprese di agricoltura biologica e con queste il rifacimento di tutto l’impianto di illuminazione del paese, che adesso, di sera, sembra proprio un presepe dormiente sulla collina. Al fondo di tutto, tre idee semplici semplici di Lucano. Primo: i migranti non sono una maledizione ma una risorsa. Secondo: alla valorizzazione della costa jonica non servono gli ecomostri in riva al mare ma il recupero dei vecchi borghi in collina. Terzo: i 32 euro al giorno che lo stato elargisce per l’ospitalità di ogni migrante non vanno usati in modo assistenziale e parassitario, ma vanno investito per creare un posto di lavoro.
A distanza di ormai quasi vent’anni, i risultati si vedono: su un totale di duemila abitanti, a Riace vivono oggi stabilmente e lavorano 400 rifugiati, e attorno a loro sono nati e cresciuti anche i posti di lavoro della struttura comunale che se ne occupa. I rifugiati vengono dal Sudan, dall’Eritrea, dall’Afghanistan, dall’Etiopia, dalla Palestina: sono donne, uomini, bambini che hanno imparato l’italiano e un mestiere, guadagnano quanto basta per vivere più che dignitosamente, praticano le loro religioni che siano cattolici, islamici o ortodossi. Ma soprattutto sono usciti dall’anonimato delle statistiche sull’invasione dei migranti e hanno ciascuno e ciascuna un volto, un nome, una storia da raccontare.
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