Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/09/2023

Il delirio fascioleghista, tradotto in pillole...

A molti capita di avere il proprio quarto d’ora di celebrità, ma quasi sempre sarebbe stato meglio non averlo. Perché se non capisci un tubo del tema che affronti, si vede da lontano. A meno che a guardarti non sia un giornalista mainstream, dei “media importanti”, che potrebbe benissimo scambiarti per un genio.

Avremmo volentieri fatto a meno di occuparci di tal Livio Ghidelli, “militante leghista” e ambulante brianzolo, paparazzatissimo sul pratone di Pontida col suo cartello al collo: «Cedere Lampedusa all’Africa».

Siamo abituati da oltre 30 anni a vedere foto di presunti nibelunghi con le corna, e uno più uno meno non cambia il giudizio.

Invece i media si sono gettati come un sol uomo ad intervistare il nuovo genio della politica lumbard, che – dobbiamo dirlo – ha avuto l’indiscutibile “merito” di tradurre sul piano pratico l’ideologia che sta dietro le idiozie di Salvini & co. sul “contrasto all’immigrazione clandestina”.

Non ci soffermeremo sulle frasi più truci e sconnesse, tipo «Ci stiamo facendo invadere come l’ultima Repubblica delle banane. I nostri anziani che sparavano agli austriaci non capivano nulla? Eravamo invasi. Quella era una guerra? Preferisco una guerra a un’invasione così subdola come l’immigrazione: un bambino che va a scuola in Donbass è più sicuro di uno che va in treno a Milano».

Un biglietto di sola andata per il Donbass sarebbe sufficiente a chiarire le idee sia a lui sia a chi pensa le stesse cose...

Esaminiamo invece proprio il cuore della sua “proposta” indossata come uomo sandwich: «Cedere Lampedusa all’Africa».

Intervistato da cronisti interessati solo allo show, il Ghidelli precisa pure: «Gli abitanti di Lampedusa potrebbero abitare in Sicilia, facciamo cinque o seimila villette e li mettiamo lì. Tutti chiacchierano, ma la mia non è una battuta. Quanto ci è costata l’isola negli ultimi vent’anni? Non parlo solo di soldi ma di qualità della vita. Se allontanare i confini serve a far tribolare i trafficanti, allora ben venga».

Sorvoliamo sul “piccolo particolare” che gli abitanti di Lampedusa vengono trattati e immaginati come pacchi da immagazzinare da qualche parte, senza diritto di parola (il Ghidelli è un commerciante ambulante, il suo immaginario è quello).

Ma immaginiamo pure che sia possibile. Cosa accadrebbe dopo?

Non ci vuole un genio per sapere e capire che i migranti – con “scafisti” o senza – fuggono dall’Africa o da altri paesi per arrivare in un posto dove vivere. Arrivano a Lampedusa (o altre spiagge italiane, greche, spagnole) perché è il punto più vicino al sito di partenza.

Non è che vogliano vivere lì, insomma. Semplicemente è il primo punto di accesso “all’Europa”.

Se dunque l’Italia cedesse “Lampedusa all’Africa” (che non è una nazione con uno Stato, ma un continente; dunque non è neanche “tecnicamente” possibile), quell’isola smetterebbe di colpo di essere un punto d’approdo. E i barchini o i gommoni si indirizzerebbero verso altre mete (Levanzo, Favignana, Marettimo, Pantelleria, la Sicilia in generale).

A quel punto si dovrebbe – secondo il genio leghista – fare di nuovo la stessa cosa, “cedendo all’Africa” le nuove mete.

E così via risalendo, probabilmente in qualche decina di anni, fino alla Brianza…

Direbbe un militare appena appena istruito sull’”arte della guerra”: “che cavolo di strategia è quella per cui davanti a ‘un’invasione’ si lascia il territorio?”

Tradotto: in questo modo “i confini si avvicinano”, non “si allontanano” come immagina il delirio leghista.

Se vivessimo in un mondo governato dalla logica il discorso si potrebbe chiudere qui...

E qualcuno potrebbe legittimamente pensare “è un bene che i Ghidelli si facciano vedere, un po’ come gli sciamani al Congresso statunitense; le ‘soluzioni’ fascioleghiste apparirebbero alla luce del sole molto più idiote di quanto non sembrino nella formulazione dei boss (‘il blocco navale’, ‘impedire le partenze’, ecc).”

Ridotto in pillole, insomma, il delirio fascioleghista non farebbe altri danni...

Ma non è così. Un secolo fa, nelle birrerie di Monaco, si offriva da bere a uno squinternato perché salisse su un tavolo e sciorinasse una marea di cazzate senza logica...

Siamo in un paese secondario di un’area imperialista che vede sfuggire il resto del mondo – e tutte le sue ricchezze – dal proprio controllo. La paura supera l’intelligenza. E gli “imprenditori della paura” vanno al governo.

Questo assicura il disastro, certo. Ma non sarà un pranzo di gala...

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14/09/2023

Speculare su Lampedusa e fregarsene di tutto

La situazione a Lampedusa è certamente drammatica, ma la situazione generale non è seria.

In poche ore decine di imbarcazioni di fortuna hanno raggiunto l’isola più meridionale d’Italia, portando il numero dei migranti presente a oltre 7.000. L’hotspot, come noto, ha una disponibilità al massimo di 680 posti, grazie all’ultimo “potenziamento”.

Dunque questa massa umana è accampata un po’ dove capita, a partire ovviamente dal molo, e la polizia (anzi: la Guardia di Finanza) non ha trovato di meglio che caricarla.

I volontari, la Croce Rossa, la Protezione Civile e il personale medico sono al limite della resistenza fisica e dei mezzi materiali (acqua, viveri, coperte, medicinali, ecc).

Di fronte a tutto questo il governo a trazione fascio-leghista dà come al solito il peggio di sé.

Complice anche, bisogna dire, la “tempestiva” decisione di Parigi e Berlino di bloccare le frontiere ai migranti in uscita dall’Italia a causa delle inadempienze del governo Meloni, che non ha rispettato i criteri del “patto di Dublino” – sottoscritto, nelle sue varie fasi di realizzazione, dai governi di qualsiasi colore (da Andreotti a Berlusconi, a Letta) – secondo cui l’esame della “richiesta d’asilo” è competenza del paese di “prima accoglienza”.

Il che significa, in pratica, che i migranti arrivati via mare devono tornare in Italia, Spagna, Grecia, qualsiasi sia il paese in cui nel frattempo si sono spostati.

L’aumento esponenziale degli arrivi e la contemporanea chiusura dei canali di uscita verso l’Europa hanno fatto evidentemente saltare i nervi, oltre a svuotare di senso gli argomenti usati dai partiti della maggioranza.

Si era detto per anni, su tutti i giornali di area e nei talk show, che i migranti arrivavano in Italia perché c’erano governi “troppo permissivi”, come se chi fugge dalla morte e dalla fame potesse selezionare con cura il punto d’approdo, come in un agenzia di viaggi (“dove mi manganelleranno di meno, a Roma o Parigi?”).

Fatto sta che ora, con il governo notoriamente più razzista e migrante-fobico della storia recente, gli sbarchi sono più che raddoppiati rispetto all’anno precedente. Prova provata che quella “diagnosi” sul “permissivismo” era buona solo per ascoltatori alcolizzati...

Ma questo governo non si cura della logica, né – tanto meno – della soluzione dei problemi, specie se molto complessi come quello delle migrazioni.

Giorgia Meloni, con invidiabile improntitudine, ha rispolverato il mantra con cui si era spianata la strada verso le elezioni: “Il punto non è come ci passiamo i migranti fra noi [i paesi europei, ndr]. L’unico modo per risolvere per tutti la questione è fermare i movimenti primari, cioè gli arrivi in Italia, e su questo continuo a lavorare”.

È stata ben attenta ad evitare di dire “blocco navale”, per non far sganasciare tutti (e persino Vespa che la stava intervistando). Ma quello, grosso modo, significava. Visto che il resto – accordi con la Tunisia e la Libia di Tripoli – e già stato fatto.

L’impagabile Matteo Salvini, di fronte a tanta sicumera muscolare della premier, ha pensato bene di alzare l’asticella retorica: “Questo è un esodo di migranti pianificato dalla criminalità organizzata. È un atto di guerra. Penso che sia qualcosa di voluto e organizzato anche per mettere in difficoltà un governo scomodo. Sono convinto che ci sia una pianificazione e una regia dietro a questo esodo, perché 6mila arrivi in 24 ore non è un caso. Non possiamo assistere ad altre scene come quelle delle ultime ore. Quando ti arrivano non tre ma 120 barchini, devi risolvere il problema a monte”.

La “guerra” scatenata da “poteri oscuri” è un classico del cazzeggio da osteria, ma un ministro – per di più vice-premier – dovrebbe essere più chiaro e indicare nemici chiari, identificabili, e naturalmente disporre i mezzi per “combatterlo”.

E qui casca l’asino. Se quella flotta di barchini arriva da Tunisia e Tripoli, con chi hai firmato accordi? Con la “criminalità organizzata”?

Ricordiamo che la Tunisia ha governo piuttosto autoritario e molto discutibile, ma certamente filo-occidentale. Dunque o non è in grado di svolgere il ruolo di carceriere contrattato (e pagato) con l’Europa e l’Italia, oppure sta facendoci “guerra”. Attendiamo pazientemente di vedere Salvini sbarcare a Tunisi alla testa delle truppe…

Peggio ancora con la parte di Libia che ha capitale a Tripoli. Lì il regime è tenuto in piedi proprio da Italia e Unione Europea. Gli accordi per farne un ignobile campo di concentramento per migranti africani sono stati sottoscritti da “democratici” come Minniti e dallo stesso Salvini.

La loro “guardia costiera” è rifornita e addestrata dal governo italiano, che ha ospitato più volte nelle sue basi il capo di quella masnada. Che, sarà un caso sfortunato, è uno dei criminali riconosciuti dall’Onu come “trafficanti di carne umana”, contemporaneamente capo degli “scafisti” e delle “guardie” che dovrebbero contrastarli.

A dar retta a Salvini, insomma, bisognerebbe “far guerra” ai boss con cui anche lui ha firmato accordi.

Tutto ciò, naturalmente, non è classificabile come “incapacità” o “stupidità” di una classe politica di serie C giunta al governo a forza di spazzatura spacciata per cioccolata.

Gli atteggiamenti pubblici di gente come Meloni e Salvini mostrano con chiarezza che da quelle parti ci si preoccupa soltanto di come nutrire i futuri consensi elettorali. Ma a risolvere i problemi, proprio non ci possono pensare…

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29/03/2023

Bloccata la nave di Banksy: “salva troppe vite!”

Un governo reazionario non necessariamente deve essere anche stupido. Ma quando lo è, incontrovertibilmente, la realtà si incarica di mostrarne – moltiplicata – la miseria agli occhi di tutto il mondo.

Nel bel mezzo di una autentica ondata di barchini e gommoni stracarichi di migranti in fuga da tutto (guerre, siccità, desertificazione, fame, vessazioni, ecc.), con i mezzi della Guardia Costiera e della Marina Militare in seria difficoltà davanti al numero di salvataggi da effettuare su un vasto braccio di mare, “autorità italiane” non meglio specificate hanno bloccato una nave ong nel porticciolo di Lampedusa perché avrebbe operato “salvataggi multipli”.

Il riferimento – di sedicente “legalità” – è alla recente norma approvata dal governo Meloni che obbliga le navi civili ad operare un solo salvataggio alla volta, dirigendosi poi nel “porto sicuro” indicato dalle stesse “autorità italiane” e quasi sempre collocato a centinaia di chilometri dal Canale di Sicilia o dalle coste calabresi.

Un modo neanche troppo nascosto di scoraggiare l’attività di salvataggio, costringendo queste navi a lunghi ed inutili viaggi, con aumento dei costi per gli armatori e dello stress per i naufraghi.

Per sovrapprezzo, ritenendo forse l’accusa di “salvataggi multipli” troppo impresentabile agli occhi di persone dotate di senno, le “autorità” hanno pensato bene di aggiungerci quella di complicare il coordinamento dei soccorsi “sovraccaricando le linee telefoniche del Centro nazionale di coordinamento”.

Fa un po’ ridere, e anche incazzare, in pieno terzo millennio, l’immagine di coordinatori alle prese con “linee telefoniche sovraccariche” come forse avveniva ai tempi in cui il collegamento al numero chiamato veniva fatto manualmente dalle centraliniste...

E giustamente l’equipaggio di una seconda nave “sotto osservazione” – la Ocean Viking, di Sos Mediterranée – ironizza ricordando che questo stesso presunto “eccesso di comunicazione” veniva pochi anni fa considerato un merito, perché consentiva di ridurre al minimo i tempi dei soccorsi.

Ma veniamo alla nave bloccata a Lampedusa. Perché qui cade qualsiasi “narrazione coatta” dei pifferai di governo.

Per somma sfortuna di Meloni & co. si tratta della Louise Michel, finanziata ed istoriata da Banksy, l’ignoto artista “di strada” che tutto il mondo conosce e apprezza, disputandosi le sue opere “trasportabili” a suon di milioni...

Dunque tutto il mondo, analfabeti inclusi, sa a questo punto che l’Italia è governata da un gruppo di reazionari che considera un “reato” – o comunque un’infrazione grave “alle regole” – salvare troppa gente in mare.

Normalmente, per questo, dovunque si dà un premio sia pure simbolico come una medaglia. Qui ti intimano di non lasciare il porto fin quando le “autorità” non ti daranno il permesso, magari consigliandoti di “non provarci più”.

La “regola” inventata dai furbissimi legislatori improvvisati per diradare la presenza di navi “indesiderate” si ritorce insomma contro i suoi inventori. Come fai a spiegare al mondo che “salvare troppe vite” non va bene? Come fai a presentarti come un campione e giudice di “diritti umani”?

È come ammettere – nemmeno troppo indirettamente – che tu ti muovi intenzionalmente perché di vite se ne salvino un po’ di meno. Ossia che ci siano più morti, tra quei disgraziati che sono stati costretti a scegliere tra una morte probabile in mare e una pressoché certa nel luogo da cui sono partiti.

Insomma, alla domanda che Giorgia Meloni aveva coattescamente posto ai suoi critici in Parlamento – «volete dire che ci sono uomini delle forze dell’ordine che non salverebbero bambini perché avrebbero queste indicazioni dal governo?» – le “autorità italiane” che hanno bloccato la Louise Michel in porto hanno risposto con i fatti: “sì, è proprio così, non vogliamo che ne vengano salvati troppi”.

Perché queste sono “le indicazioni del governo”, addirittura scritte in alcune “leggi”.

Un governo reazionario non deve necessariamente essere anche stupido. Ma siamo costretti a ricordare che il partito di Giorgia Meloni, e lei stessa più di altri, quando stavano alla (finta) opposizione proponevano come soluzione all’immigrazione disperata (“clandestina” non ci viene proprio...) “il blocco navale”.

In sei mesi di governo deve aver intuito che non è possibile fare qualcosa che almeno lontanamente ci somigli. A meno di non mitragliare direttamente barchini e gommoni... Insomma, era una chiacchiera da osteria, buona per acchiappare voti alticci, non una cosa seria...

E così si sta dimostrando per l’altro grande tormentone che sgorga dalle gole di governo: “impedire le partenze”.

Siete il governo, avete tutti gli strumenti. Provateci...

Cosa fate? Andate a Tunisi a impedire, voi (la guardia costiera o la marina militare italiana), che quelle bagnarole bucate prendano il mare? Ah, non si può, è uno stato sovrano...

Andate a Tripoli a fare qualcosa di simile? Ah, non si può, c’è un accordo (e un finanziamento, oltre all’invio di navi) col governo locale riconosciuto dall’Unione Europea. E poi il capo della guardia costiera libica – Abd al-Rahman al-Milad, detto Bija – è anche il capo degli scafisti, e di solito lo ospitiamo nelle nostre basi militari...

Allora si potrebbe andare nell’altra mezza Libia, quella di Bengasi. Ah, non si può fare, con Haftar stanno i francesi, i russi e chissà chi altro. Meglio non sfruculiare...

Resta ancora l’Egitto... Ma, ah, non si può fare. Stiamo trattando con Al Sisi un bel po’ di gas, tanto che neanche gli chiediamo più degli assassini di Giulio Regeni...

Finito il giro resterebbe la Turchia. Ma che scherziamo! È membro della Nato e insieme all’Unione Europea gli diamo 3 miliardi di euro l’anno perché si tenga – o provi a farlo – centinaia di migliaia di profughi provocati dalle “nostre” (euro-atlantiche) guerre in Siria, Afghanistan, Iraq, ecc. Rischiamo che Erdogan apra completamente i rubinetti...

Questo fa di un governo reazionario un governo senza cervello e perciò pericoloso.

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01/07/2019

Cuore di cane a Lampedusa

Il partigiano “che si trovava sul camion, ricorda benissimo che alcune persone sollevarono il tendone e fra queste un gruppo di donne, note nel paese come ‘Le Repubblichine’, sputarono addosso ai cadaveri e ai feriti, complimentandosi poi coi fascisti per l’operazione”.

Mi tornano spesso in mente queste righe, relative a un rastrellamento fascista contro una piccola formazione partigiana; mi tornano in mente anche perché l’episodio lo ricordava ogni tanto uno di quei partigiani feriti, nostro stretto parente (non è mai stato chiarito ufficialmente, com’è che il capo della Provincia optasse per risparmiare i feriti catturati: tra i molti “si dice”, anche la sua furbizia di ingraziarsi i futuri vincitori, pur se il fronte era ancora lontano); mi vengono in mente ogni qualvolta si assiste, pure indirettamente, a scene come quelle di Torre Maura e di Casalbruciato, o come, ora, di Lampedusa.

Ammetto di aver visto appena un brevissimo filmato, riproposto da Neues Deutschland, in cui si inquadra Carola Rackete scortata verso l’auto della Guardia di Finanza e si sentono le grida di “venduta, venduta”; tutti gli altri “complimenti” al suo indirizzo li ho letti su vari post, ma il filmato non inquadra le persone impegnate a “sputare addosso” alla Rackete quei “vezzeggiativi”.

Ma, anche se quelle degne persone fossero state inquadrate, dal solo filmato nulla avrei potuto sapere di loro: mestiere, appartenenza sociale, origine; nulla, tranne che ci troviamo sui lati opposti della barricata.

La stessa cosa, ma al contrario, potrei dire all’indirizzo di Carola Rackete: contro quelli che ora sembrano sapere tutto di lei, potrei dire che non la conosco (non mi dice nulla il mestiere del padre, non mi dice nulla il fatto che lei abbia navigato in Artico e Antartico), tranne che, nella vicenda di Lampedusa, ci troviamo sullo stesso lato della barricata; tranne che, chi oggi “sputa addosso” a lei, domani sarebbe pronto a fare complimenti a chi mi avesse sparato addosso.

Sinceramente, non so se Carola Rackete sia “un’eroina del progresso dell’umanità”, come qualcuno ha scritto; che “disobbedendo agli ordini disumani degli aguzzini che governano l’Italia ... ha dimostrato di essere una vera rivoluzionaria”.

So però che difficilmente potrei definire compagno, o anche solo “compagno di viaggio”, chi “sputa addosso” a quanti osino agitare “lo spettro del Governo Fascioleghista”, chi qualifica come “servi dei servi del pensiero unico mondialista e neoliberale” quanti, semplicemente, non accettano di essere etichettati quali “sinistrati arcobalenanti” perché fanno “incursione ai comizi di Salvini”, o addirittura quanti hanno “scientemente deciso di stare, con sicumera, dalla parte del ... Regime dei padroni”.

Così che, par di capire – ma potremmo sbagliarci, visto che, ci si dice, ci saremmo “persi nei meandri del vuoto pneumatico della vostra assenza di analisi, della vostra incapacità di capire” – par di capire, dicevo, che ai comunisti non rimarrebbe oggi altra alternativa: o si sta dalla parte dei fascioleghisti, che ogni tanto dicono no all’Europa, ma solo quando devono difendere gli interessi di bottega della propria classe di riferimento, che non è certo quella di chi soffre il super-sfruttamento della piccola e piccolissima industria, oppure si viene cancellati “dalla storia”.

Di grazia: quali interessi di classe stava difendendo il Governo Fascioleghista mentre inveiva contro Carola Rackete? Quali interessi di classe rappresentavano coloro che a Lampedusa sputavano contro Carola Rackete?

Perché, volenti o nolenti, coscienti o incoscienti, si seguono sempre precisi indirizzi di classe, di una classe: che non sempre è la classe cui si appartiene. Oppure, ancora una volta, gli interessi primari, gli interessi “nazionali”, di coloro che dicono di essere contro il “Regime dei padroni”, non sono altro che gli interessi italici proprio di quei padroni?

Più modestamente, quello che mi (chiedo scusa per esprimermi in prima persona) interessa oggi è il comportamento di chi, a Lampedusa, “non ottenebrato da questa grottesca e feroce globalizzazione”, era lì a “offendere, insultare e sputare” contro la “borghese Carola Rackete”, per aver attraccato al molo di un italico porto.

Non vedendoli e sentendone soltanto le voci, me li sono immaginati come tanti botoli a guinzaglio, portati a passeggio e aizzati contro “l’estraneo che sta forzando” la recinzione di casa, quasi a mettere in atto la “legittima difesa”, digrignando i denti e abbaiando.

Come si sa, il botolo è di natura codardo; da solo, non si azzarderebbe mai ad attaccare qualcuno; ma, se avverte il guinzaglio e chi lo tiene, allora prende “coraggio” e si avventa e si precipita a “insultare e sputare”. Il botolo non è, di per sé, una razza canina; è un essere che può riunire diverse razze; se il padrone sa imporsi nei suoi confronti, allora il botolo si fa timido e più piccolo di quanto già non sia.

Chi abbaiava sul molo di Lampedusa, non abbaiava per sé: c’era là dietro il padrone che teneva il guinzaglio e gli infondeva quel “coraggio” che, di per sé non ha. Quasi come il cane-uomo Poligraf Poligrafovič che, per sedurre l’impiegata dell’ufficio per la lotta ai gatti randagi, sua sottoposta, le racconta che la cicatrice in testa se l’è fatta sul fronte anti-Kolčak, e non è invece conseguenza dell’operazione all’ipofisi fattagli dal professor Preobraženskij: un’operazione che gli aveva fatto assumere le sembianze dell’omuncolo, ma che gli aveva inevitabilmente lasciato il cuore del cane.

Come “Le Repubblichine” del gennaio ’44, “forti” del guinzaglio della Compagnia OP repubblichina, sputavano sui cadaveri e i feriti, ma mai avrebbero avuto il coraggio di affrontare i giovani partigiani, così i botoli che abbaiavano a Lampedusa, a dispetto della voce feroce, liberati dal guinzaglio se la sarebbero data a gambe. Gentuccia.

Nella UE è stata commessa “un’ingiustizia”, ha detto Carola Rackete, perché l’Italia è stata abbandonata nella questione dei rifugiati. Ma una “ingiustizia molto più grande” sussiste tra gli emisferi settentrionale e meridionale della terra. Una persona.

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30/06/2019

Giacomo Sferlazzo, Arrispigghiativi (I figli di Abele)

Se andate sul sito della Smeg, quella degli elettrodomestici, troverete un’ampia pagina dedicata ad una bella e variopinta collezione di frigoriferi. Sono elettrodomestici “vestiti” come carretti siciliani.

Il sito dice, testualmente, “firmate Dolce & Gabbana”. Che sarebbero quei due stilisti che avete visto in tempi recenti chiedere scusa all’intera Cina per aver offerto un cannolo troppo grande ad una loro concittadina.

In realtà la firma su quelle opere d’arte è quella di Alice Valenti, pittrice catanese che mantiene viva la grande tradizione pittorica-popolare della sua terra, quella dei decoratori di carretti e degli illustratori dei pannelli per i cantastorie. L’ultima sua firma si trova anche in calce ad un’altra opera d’arte: il nuovo album di Giacomo Sferlazzo, il Mangiafuoco di Lampedusa.

Un ulteriore tocco di colore ad una musica che di colori è già piena. Un’identità che si incontra con le identità di altri paesi, in quel porto culturale che è diventata la sua isola. Un’identità guerriera che Sferlazzo mostra più nella vita di tutti i giorni che nella sua vita da poeta musicista.

Un lampedusano che ha dovuto indossare una corazza per proteggere i diritti calpestati di una terra che è diventata terra di conquista, indotto stagionale ed equivoco per lavoratori precari, punta estrema di un’Italia che, se vuole accogliere, molto spesso non sa come gestire l’accoglienza.

Un lampedusano che lotta per riaffermare l’identità della sua isola, riavviare il processo di memoria che sembra arrestarsi per il resto del mondo all’epoca dei primi sbarchi di extracomunitari, come se prima di allora Lampedusa fosse solo uno scoglio sperduto e disabitato nel Mar Mediterraneo.

Il suo lavoro musicale è plurivalente: Sferlazzo non è un semplice cantastorie e le sue non sono semplici canzoni della memoria o di protesta.

Sono canzoni “imbrattate” come i muri delle nostre città.

Sporche come le nostre strade.

Legno e metallo, infinite gallerie di tarli e ruggine corrosiva convivono senza mai abbracciarsi veramente, in un rapporto stridente come quello che viene fuori da pezzi come Ventu o Arrispigghiativi.

Anche nei brani più tradizionali, e qui ce ne sono diversi, Giacomo Sferlazzo ha sempre qualcosa di sgraziato, di poco rassicurante, di disobbediente.

Come a dirci che nessuno è al sicuro, neppure quando celebriamo l’eterno rituale del ricordo. Che bisogna lasciare sempre una porta aperta, una via di fuga, lanciare uno sguardo oltre il muro. Che se dormiamo, è il momento di svegliarsi.

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29/06/2019

Da Lampedusa spiegazioni semplici sulla vicenda Sea Watch


Spieghiamo perché ha ragione la Sea Watch, rispondendo alle domande che si stanno ponendo in tanti.

1) Perché le ONG vengono in Italia?

Perché le leggi internazionali chiedono di portare i migranti nel PRIMO porto SICURO.

Ma Malta? E poi siamo sicuri che l’Italia è un porto sicuro? Ma siamo coscienti della vita che fanno molte delle persone migranti costrette a rimanere in Italia dal trattato di Dublino? Io l’anno scorso a Lampedusa ho visto il cadavere di un tunisino che si era impiccato per le condizioni dell'hotspot e perché era trattenuto da tempo sull’isola e altri ragazzi tunisini che per lo stesso motivo tentarono il suicidio... ma queste notizie forse non vi arrivano perché il centro di Lampedusa viene descritto come un modello... dove eroi e ministri passeggiano con bimbe africane in braccio in favore di telecamera... per quel suicidio ricordo poca indignazione, giornalisti e politici...

2) Perché non li riportano in Libia?

Perché la Libia non è un porto sicuro: c’è la guerra e ci sono i campi di concentramento.

“La Libia”... è bene specificare che la guerra in atto è un’aggressione imperialista (e no come si legge da qualche parte “una guerra civile”) e che i campi di concentramento sono gestiti dal governo fantoccio messo dalla NATO a cui l’UE fa riferimento. Gli addestriamo anche la Guardia Costiera... capite bene che poi quando si fa riferimento a normative e istituzioni UE come giustificazioni o anche attestazioni di giustizia e civiltà qualcosa non torna...

3) Perché non li portano in Tunisia?

Perché la Tunisia non ha firmato la Convenzione di Ginevra e perché in passato ha riportato i migranti in Libia.

Veramente di migranti in Libia ne ha riportati molti di più l’UE.

4) Perché non li portano a Malta?

Li portano eccome a Malta! Malta ha accolto in proporzione molti più immigrati di noi e continua ad accoglierli. Però Malta non è sempre il porto più vicino, dipende dove viene effettuato il salvataggio (e bisogna guardare anche le condizioni del mare).

In questo caso il porto sicuro più vicino era Lampedusa (ci piaccia o no).

Non so se Lampedusa fosse da subito il porto più vicino ma se ti negano l’attracco penso si debba provare da un’altra parte e se tutti negano l’attracco allora non è l’Italia ad essere un paese di merda ma tutta l’UE a cominciare dall’Italia.

5) Perché l’Olanda e la Germania non se ne prendono un po’?

Ci sono 10 città tedesche che in realtà si sono dichiarate disponibili a farlo. Il problema è che mancano gli accordi internazionali. Salvini in questo anno di governo avrebbe dovuto fare questo tipo di accordi, ma è stato assente 6 volte su 7 alle riunioni. Se è sempre assente è difficile che riesca a fare accordi.

Salvini vuole arrivare ad una rottura con l’UE stimolato dagli USA. Ma il problema sono gli accordi di Dublino che l’UE non ha nessuna intenzione di modificare. Salvini rimane uno che usa la disperazione altrui per fare politica, come la maggior parte dei politici attualmente in “campo”.

6) E quindi dobbiamo accoglierli tutti?

No, noi dobbiamo salvarli, perché i diritti umani vengono prima di ogni altra cosa. Il salvataggio si conclude quando le persone a bordo sbarcano in un porto sicuro. Il fatto dell’accoglienza poi dipende dagli accordi che i Paesi riescono a fare.

I diritti umani? No, non vengono prima di tutto, forse prima di tutto viene la vita (anche se pure questa certezza comincia a vacillare)... “il fatto dell’accoglienza” è vincolato dagli accordi di Dublino ne sono una prova i ricollocamenti che sono stati effettuati in percentuali irrisorie.

7) Ma la Sea Watch ha violato le leggi italiane?

La Sea Watch ha violato il decreto di Salvini, ma ha agito secondo il diritto del mare e l’articolo 10 della nostra Costituzione.

Io non ne faccio una questione di legalità ma se vogliamo scendere in questi meandri dovremmo prima, almeno io (forse l’autore del post è un esperto di leggi), studiare seriamente le leggi in materia... è possibile anche che la Sea Watch non violi nessuna legge.

Fonte

27/06/2019

Se l’Ong diventa “il nemico”...

A Salvini non ne va bene una, quindi deve ripiegare sul nemico più facile, debole, comodo: i migranti e le Ong. Non stranamente, più le seconde che i primi, stavolta.

La flat tax è ormai solo una bandierina per deficienti. Sanno tutti, per primi i leghisti, che non verrà fatta, perché altrimenti salta anche quel poco di mediazione che Tria sta conducendo con la Commissione europea, allo scopo di evitare la procedura di infrazione (che, sia chiaro, neanche la UE vorrebbe aprire, per non destabilizzare la “fiducia” dei mercati sulla solvibilità di una dei grandi paesi dell’Unione).

Le retate della magistratura contro ‘ndrangheta, camorra e altri gruppi della malavita organizzata vanno a incidere sulla capacità di governare il voto clientelare che – al Sud come al Nord – ha quasi sempre nel centrodestra il fronte di riferimento (con il Pd subito a ruota). Persino un “amico” del ministro dell’interno, come il capo della curva milanista Luca Lucci, ufficialmente “elettricista” ma già arrestato per traffico di droga, è finito in un’altra inchiesta che gli è valso il sequestro di beni per circa un milione di euro.

Dalle sue parti, insomma, “piove”. E non si vede luce.

Ora arriva a sfidarlo pure una capitana vera, comandante della nave Sea Watch, che con grinta molto teutonica ha deciso di attraccare lo stesso a Lampedusa, nonostante il divieto disposto dal ministro-vicepremier.

Non vogliamo occuparci della polemica politica, prevedibile come il caldo in estate. Ma notare quel che passa inosservato.

Il ventre della bestia leghista sta vomitando il peggio di sé, in un crescendo di insulti che svela la disperazione, più che la forza.

Vero è che teoricamente Carola Rackete, 31enne cittadina tedesca, rischia qualche anno di carcere per “non obbedienza a nave da guerra”, oltre che per altri reati inventati, come il “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

Vero è che l’Unione Europea, chiamata in causa più volte su questi temi, dimostra di essere una bestia anti-umana forse anche più feroce del guappo ‘e cartone milanese (la Corte europea dei diritti dell’uomo [!] ha deciso di non imporre al governo italiano “misure provvisorie” per sospendere il decreto Sicurezza bis, neo-mostro legislativo che ha permesso di vietare l’entrata della Sea Watch 3 nelle acque territoriali italiane; mentre Germania e Francia ci restituiscono quotidianamente un buon numero di migranti fermati nei loro paesi, ma identificati per la prima volta qui, utilizzando a piene mani la procedure del Trattato di Dublino, rimasto vigente).

Ma – data l’incerta “posizione contrattuale” dell’attuale governo italiano in Europa – ci sembra al momento improbabile che la violenza verbale fascioleghista possa tradursi in condanne penali effettive. Il Salvini-bis, oltre che fortemente incostituzionale in molte parti, sbatte platealmente contro una lunga serie di leggi internazionali che da secoli o decenni regolano il comportamento nelle navi in mare in presenza di naufraghi.

In altre parole. Non si capisce come potrebbe essere incarcerata una cittadina tedesca, per aver salvato delle vite in mare, da parte di quello stesso Stato che invece si guarda bene dal chiedere l’estradizione per altri cittadini tedeschi condannati in via definitiva. Come i dirigenti della ThyssenKrupp, per la strage di Torino.

Stabilito dunque che tra esseri umani e ottuse bestie feroci, tra uomini e no, è impensabile essere “neutrali”, ci sembra che – al di là della plateale strumentalizzazione elettorale della presenza di Sea Watch da parte leghista (e contestualmente del Pd, Meloni, ecc.) – questa vicenda evidenzi la radicale crisi della stagione e del ruolo delle Organizzazioni Non Governative.

La definizione vaga, come sempre, ha nascosto realtà praticamente agli antipodi, dalle vere e proprie multinazionali con consigli di amministrazione popolati da banchieri (Save the Children, per esempio) alle organizzazioni che andrebbero benedette ogni giorno (Emergency, per esser chiari).

Al tempo della “globalizzazione”, le Ong avevano assunto nelle relazioni internazionali compiti che gli Stati non potevano o non volevano svolgere ufficialmente. Dalla copertura ad operazioni di spionaggio alla promozione di “rivoluzioni colorate”, dall’assistenza sanitaria alla formazione scolastica (non solo nel cosiddetto Terzo Mondo). Una sorta di “terzo settore” globale che, ripetiamo, sarebbe sbagliato considerare come un universo omogeneo.

La ferocia salviniana, molto simile a quella di Trump lungo il Rio Grande, chiarisce che non saranno più tollerate le vere organizzazioni “non governative”, quelle funzionanti in base a princìpi etici, sostenute da crowfunding e piccole donazioni private, animate per lo più da volontari (come Marc Gasol, giocatore di basket della nazionale spagnola e dei Memphis Grizzlies della Nba, a bordo della catalana Open Arms prima del suo fermo in porto).

In un mondo dove vige di nuovo la “competizione” tra imperialismi non c’è più spazio per i “non schierati”. Così come in guerra anche la Croce Rossa diventa un possibile obiettivo militare. Perché in guerra non ci devono essere testimoni attendibili.

Di questo ci parla la ferocia salviniana. Sarebbe il caso di guardare in faccia questa realtà, e mobilitarsi di conseguenza, invece di limitarsi a espressioni indignate che puliscono la coscienza individuale e lasciano che la merda tracimi e scorra per il mondo.

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Sea Watch ancora davanti a Lampedusa. Domenica mobilitazione nei porti

Questa notte a Lampedusa sono arrivate autonomamente dal mare 10 persone tra cui una donna ed un bambino, e questa mattina davanti alla Chiesa di Lampedusa gli attivisti del Forum Lampedusa Solidale (che dormono sulle scalinate in solidarietà con la Sea Watch) hanno fatto colazione con alcuni ragazzi tunisini.

Morale della favola? Il blocco della Sea Watch è solo propaganda elettorale giocato sulla pelle degli innocenti.

In questo quadretto raccontatoci da Francesco Piobbichi, c’è gran parte della enorme contraddizione dimostrata dalla vicenda della nave Sea Watch 3 che ha deciso di forzare il blocco imposto dal governo italiano cercando di attraccare a Lampedusa con il suo dolente carico umano di migranti raccolti in mare.

La nave Sea Watch 3 ha trascorso la notte ormeggiata di fronte al porto di Lampedusa con a bordo 42 migranti salvati nel Canale di Sicilia due settimane fa.

A fronte della situazione creatasi, il solito Salvini non ha perso occasione per rilanciare la sua dottrina: “La legge prevede che bisogna essere autorizzati per poter attraccare, non possiamo far arrivare in Italia chiunque, le regole di un Paese sono una cosa seria. Le persone sulla Sea Watch non sono naufraghi, ma uomini e donne che pagano 3.000 dollari per andar via dal proprio Paese. Spero che nelle ultime ore ci sia un giudice che affermi che all’interno di quella nave ci sono dei fuorilegge, prima fra tutti la Capitana. Se la nave viene sequestrata e l’equipaggio arrestato io sono contento. Non permetto che siano Ong straniere a dettare le leggi sui confini nazionali di un Paese come l’Italia”. Poi con un tracimante senso del ridicolo ha affermato che: “In Italia stanno arrivando, in aereo, migliaia di migranti certificati che scappano dalla guerra”, a conferma che il Ministro degli interni e Vicepremier ha serissime difficoltà a capire come va il mondo reale e come funzionano le cose al di fuori della pianura Padana.

Su un dato occorre ammettere che il governo italiano si trova di fronte non solo all’emergenza sbarchi ma anche al “fuoco amico” che viene dai partner europei. Il 25 giugno scorso infatti, la Corte europea dei Diritti dell’uomo ha respinto la richiesta di misure provvisorie avanzata dalla capitana della nave Sea Watch 3 e da una quarantina di migranti presenti a bordo provenienti da Paesi dell’Africa occidentale e subsahariana. Invocando gli articoli 2 (diritto alla vita) e 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) della Convenzione, i ricorrenti avevano chiesto alla Corte europea di invitare il Governo italiano ad autorizzare l’ingresso della nave nelle acque territoriali ed il successivo sbarco.

La posizione espressa dalla Corte, si è limitata a ritenere che la situazione a bordo della Sea Watch non fosse tale da creare un rischio di danni irreparabili per la salute delle persone. Ma non ha fatto alcun riferimento al contrasto all’immigrazione irregolare, né tanto meno all’attività di coloro che vengono talvolta definiti “aiutanti dei trafficanti”, e che anzi dal comunicato stampa risultano chiaramente individuati come soccorritori di naufraghi in pericolo di vita.

Pochi giorni fa la Commissaria per i Diritti umani Dunja Mikatovic aveva espressamente condannato le campagne denigratorie in corso nei confronti delle Ong impegnate nei soccorsi lungo la rotta del Mediterraneo centrale, l’avvio di indagini penali e la previsione di sanzioni amministrative suscettibili di ostacolarne l’attività, che mettono a rischio la vita di moltissime persone per mere esigenze di contenimento dei flussi migratori.

Una posizione, quella delle istituzioni europee, fortemente contraddittoria: lineare sui principi ma negativa sulle scelte concrete. Una posizione aggravata poi dalle decisioni unilaterali degli stati membri della Ue come la Germania che ha deciso di rispedire in Italia un migliaio di migranti che erano sbarcati in Italia, vi erano transitati e poi erano arrivati sul territorio tedesco dove volevano effettivamente andare. Insomma la perversione del Trattato di Dublino agisce ancora pesantemente e vergognosamente, soprattutto sui paesi europei mediterranei che sono di fatto la prima linea per l’arrivo degli sbarchi.

Sottovalutando forse un po’ troppo questo secondo aspetto e concentrando il fuoco di fila solo contro Salvini, stanno intanto crescendo iniziative di protesta nel paese. In molti casi spontanee e all’insegna di quel “restiamo umani” che sta diventando presupposto dirimente, in altre, come nel caso della calata dei parlamentari del Pd a Lampedusa, del tutto strumentali.

Per domenica prossima in diverse città portuali si stanno organizzando manifestazioni contro la chiusura dei porti. Intorno a questo obiettivo è nata la campagna “Occupy Ports” che si è attivata per mettere in comunicazione le varie iniziative. In un comunicato “Occupy Ports” spiega che non sarà un cartello con egemonie o gerarchie ma “una massa critica, l’equipaggio di terra delle ong che nel Mediterraneo salvano vite umane. Su quelle navi vorremmo esserci tutti ma non ci possono contenere e allora noi saremo l’equipaggio di terra pronti a dare battaglia nei porti quando bloccano le navi cariche di umanità. Iniziamo il 30 giugno alle 10:00 nei porti, senza alcun preavviso autorizzazione occuperemo i porti ogni volta sarà necessario per costringere ad aprirli a chi scappa dalle barbarie”.

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20/03/2019

Migranti sbarcati a Lampedusa. Salvini tuona ma oggi il Senato discute sull’autorizzazione a procedere

Sono sbarcati ieri notte a Lampedusa i 49 migranti salvati nel Canale di Sicilia dalla nave “Mare Jonio”.

L’imbarcazione, è entrata nel porto dell’isola scortata dalle motovedette della Guardia di Finanza al termine di un braccio di ferro andato avanti tutta la giornata ed è stata posta sotto sequestro. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini invitare gli agenti ad arrestare l’equipaggio. Una volta sceso a terra, il comandante della nave “Mare Ionio” Pietro Marrone è stato convocato d’urgenza dalla Guardia di Finanza a Lampedusa, e lì gli è stato notificato il provvedimento di sequestro disposto dalla Procura di Agrigento, che ha aperto una inchiesta, al momento a carico d’ignoti, per favoreggiamento all’immigrazione clandestina.

Il salvataggio in mare è avvenuto di fronte alle coste libiche ma in acque internazionali. Un gommone stracarico di migranti rischiava di colare a picco. Tra i naufraghi vi erano 14 minori, tutti di origine africana. Quando la Mare Ionio con i naufraghi a bordo si è avvicinata a Lampedusa, a bordo è salito il medico dell’isola, Pietro Bartolo, il quale ha accertato le buone condizioni di salute del gruppo, dando quindi il via libera allo sbarco.

Dal Viminale per tutto il giorno sono arrivate le indicazioni foraciole del ministro degli Interni Salvini, secondo cui sono state “Ignorate le indicazioni della Guardia Costiera libica che stava per intervenire, scelta di navigare verso l’Italia e non Libia o Tunisia, mettendo a rischio la vita di chi c’è a bordo, ma soprattutto disobbedienza (per ben due volte) alla richiesta di non entrare nelle acque italiane della Guardia di Finanza” – ha aggiunto Salvini – “Se un cittadino forza un posto di blocco stradale di Polizia o Carabinieri, viene arrestato. Conto che questo accada”.

Ma per Salvini oggi è una giornata politicamente rognosa. Il Senato, infatti, deve votare sulla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del vicepremier Matteo Salvini per la vicenda della nave “Diciotti” della Guardia Costiera fatta bloccare in mare proprio dal ministro degli Interni alcuni mesi fa. Ieri il presidente della giunta, Maurizio Gasparri, nella sua relazione ha proposto il no. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini è in Aula. Il voto è previsto per le 13, sarà palese senza proclamazione immediata del risultato.

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21/10/2018

Migranti - Testimonianze raccapriccianti da Lampedusa

Gli operatori di Mediterranean Hope sull’isola hanno raccolto testimonianze di torture e violenze subiti in Libia dai migranti, dichiarazioni che dimostrano come sia sempre più urgente creare passaggi sicuri e legali.

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“Nour ha disegnato su un foglio di carta le celle e le 4 porte blindate. Celle separate per uomini e donne. E ha raccontato di come ogni sera le donne venivano prese e portate nella cella dopo la terza porta blindata. Quattro uomini ogni donna. Quattro miliziani libici per ogni prigioniera somala, o eritrea. E ogni sera venivano violentate e stuprate ripetutamente.

Da quattro sconosciuti. Ogni sera. Per più di un anno. E quando una di loro rimaneva incinta veniva portata nello stesso posto e presa a calci. Fino all’aborto e oltre. Fino a quando il feto non veniva fuori dal corpo della donna”.

Questa è una delle testimonianze raccolte dagli operatori di Mediterranen Hope (MH), programma per rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia(FCEI), che vivono sull’isola di Lampedusa e mantengono attivo un Osservatorio che svolge un lavoro di primissima accoglienza e mediazione con i migranti. Nonostante il dibattito pubblico delle ultime settimane si sia spostato su altri temi, la situazione in Libia continua ad essere molto critica e i migranti intrappolati in quella terra riferiscono condizioni di detenzione al limite della sopravvivenza e continue violazione dei diritti umani. La testimonianza di Nour è stata raccolta nei giorni scorsi; la ragazza è arrivata a Lampedusa con l’ultimo sbarco, quello del 13 ottobre.

Intanto, anche se in seguito alla campagna di criminalizzazione delle ONG e all’impossibilità di operare nelle operazioni SAR, l’isola è sparita dai palinsesti televisivi e dei grandi media, gli sbarchi continuano. A piccoli gruppi e con barchette di legno arrivano i tunisini, mentre il viaggio dalla Libia sembra aver preso nuove modalità, con molti trasbordi tra barche piccole e più grandi fino all’arrivo in acque internazionali, come racconta Imad, anche lui arrivato il 13 ottobre: “2700 dollari per il viaggio dall’Egitto a Lampedusa, comprensivo di viaggi in camion e in barca. La detenzione prima in una casa e poi in una sorta di campo profughi. Le violenze e la fame. E poi il viaggio, affrontato con altre 33 persone, provenienti da Libano, Egitto, Somalia, Eritrea, su una barca piccola che li ha caricati su una nave e scaricati a 5 ore dalle coste di Lampedusa per permettergli di raggiungere autonomamente la costa. Le persone “più scure” venivano fatte stare nella stiva mentre egiziani e libici potevano restare sul ponte”.

I migranti rinchiusi nell’hot spot dell’isola spesso riescono ad arrivare in paese e MH mette a loro disposizione un internet point per poter contattare i familiari e rassicurarli comunicando il proprio arrivo, sani e salvi, al di là del mare. È in questa situazione che gli operatori del programma della FCEI hanno occasione di parlare con i migranti e raccogliere le loro storie: “Abdi è partito dall’Eritrea, ha attraversato Etiopia e poi passando dal Sud Sudan è arrivato in Libia dove ha passato un anno e sette mesi in un luogo chiuso e angusto, venendo picchiato tutti i giorni dai “Gangsterman”, fino a quando gli hanno fatto chiamare la madre, in Eritrea, chiedendole 11.000 dollari per il riscatto. Solo dopo aver pagato è stato imbarcato ed è arrivato a Lampedusa. Zakaria viene da Asmara ed è arrivato in Libia attraverso il Sudan. Lì è rimasto per due anni in prigione, venendo spostato di città in città, fino all’imbarco, al viaggio e allo sbarco a Lampedusa”.

Marta Bernardini, operatrice di MH sull’isola ha dichiarato che “queste storie, piene di brutalità e violazioni dei diritti degli esseri umani dimostrano una volta di più che si deve lavorare per creare dei passaggi sicuri per chi fugge da guerre e povertà, che i corridoi umanitari sono una soluzione possibile per contrastare il cinismo dei trafficanti, della politica che ha chiuso ogni via legale di accesso in Italia e in Europa, e l’egoismo di chi invoca frontiere chiuse e blocchi navali”.

I nomi dei migranti riportati in questo articolo sono di fantasia per proteggere la riservatezza delle persone che hanno affidato a MH la loro storia.

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24/05/2018

Decolonizzare Lampedusa. Intervista a Giacomo Sferlazzo

Giacomo Sferlazzo è un cantautore, da poco è uscito il suo nuovo album ARRISPIGGHIATIVI e artista a tutto tondo, uno degli attivisti del collettivo Askavusa, che da decenni si batte per la decolonizzazione dell’isola, resa luogo di confinamento all’interno della quale convivono Hot Spot e basi militari. Il primo maggio di quest’anno insieme ad Usb hanno organizzato una giornata sul lavoro e contro l’istallazione dei nuovi radar nell’isola. Sullo striscione del palco c’era scritto “meno radar più lavoro”, lo abbiamo intervistato per comprendere la situazione dell’isola e di quello che si muove sul “confine”.

Ci puoi raccontare il senso di questa iniziativa del 1° maggio?

Il 1 maggio a Lampedusa è stato voluto fortemente dall’USB. Noi del collettivo Askavusa abbiamo deciso di aprire uno sportello USB a Lampedusa e da più di due anni stiamo portando avanti alcune vertenze ma soprattutto stiamo cercando di aprire un percorso di conoscenza e collaborazione con i lavoratori dell’isola. Il 1° maggio per noi ha voluto dire prima di tutto intrecciare la questione del lavoro con quella della militarizzazione e dell’inquinamento dell’isola a partire dall’inquinamento elettromagnetico.

Più lavoro, per noi, non significa aumentare i posti di lavoro senza fare una riflessione sulla qualità del lavoro. Proprio il primo maggio i lavoratori dell’hotspot di Lampedusa proclamavano lo stato di agitazione ed hanno cercato anche dei contatti con il nostro sindacato. Quello che abbiamo chiarito sul palco è che noi non possiamo difendere quei posti di lavoro, noi non possiamo difendere il lavoro che è funzionale alla creazione di “nuovi schiavi”, alla privazione della libertà di altre persone, non possiamo difendere il lavoro che è strettamente legato alla militarizzazione dell’isola e del mediterraneo tutto, un lavoro che si intreccia agli interessi di politici e mafiosi. Quello che il sindacato può fare in questo caso è essere strumento per rivendicare lavoro che dia dignità, sia a chi lo svolge che a chi ne usufruisce in termini di servizi o di merci.

Per questo motivo stiamo cominciando a progettare delle attività economiche gestite direttamente dai lavoratori in maniera assembleare, ognuno con lo stesso stipendio ed ognuno con la stessa responsabilità. Speriamo entro un paio di anni di realizzare un ostello gestito con questi metodi. L’idea è di creare una serie di attività che creino reddito e coscienza di classe. Che possano nel piccolo e con le nostre poche risorse creare degli esempi e delle opportunità per chi vuole cambiare sistema di lavoro. Penso ai tanti lavoratori stagionali in nero che d’estate lavorano anche dieci ore al giorno, non hanno giorno di riposo e percepiscono paghe al di sotto delle loro prestazioni, spesso in una condizione di ricatto, o si accettano queste condizioni o si è condannati alla disoccupazione. Ora se noi riusciamo da un lato ad unire questi lavoratori ed insieme chiedere ciò che gli spetta e dall’altro dare la possibilità a chi vuole uscire da questo sfruttamento di accedere ad una nuova forma di lavoro abbiamo fatto un passo in avanti.

La militarizzazione dell’isola ha creato un indotto ed anche l’hotspot, per cui alcuni imprenditori isolani non hanno nessun interesse affinché l’isola si smilitarizzi.

Nella metà degli anni ottanta sull’isola cominciò un processo di sostituzione, un passaggio dall’economia legata alla pesca a quella del turismo. A partire dalla metà degli anni novanta, in maniera lenta e costante, l’economia lampedusana ha cominciato un’altra metamorfosi, quella dall’economia del turismo a quella dipendente dall’uso militare e di “carcere” che l’UE e la NATO hanno determinato per l’isola.

C’è bisogno di un lavoro diverso, un lavoro che abbia prima di tutto una prospettiva comunitaria, collettiva, di classe e che veda nelle risorse naturali non beni da sfruttare ai fini del profitto, ma tesori in sé, da salvaguardare e proteggere, non perché fanno fare soldi, ma perché sono già ricchezza e soprattutto ricchezza comune che va sottratta dalla “messa a valore”.

Più lavoro meno radar grosso modo voleva sintetizzare questi concetti.

Uno degli elementi che nessun media ha mai raccontato per davvero è il tema dei diritti negati, da quello ai trasporti a quello alla sanità ed all’istruzione. Qual è la situazione da questo punto di vista?

In realtà qualche giornalista ci ha provato ma questo aspetto rimane sempre subordinato alla questione delle migrazioni con la sua doppia retorica umanitaria/securitaria.

Per raccontare bene la mancanza di diritti sull’isola c’è bisogno di uno spazio che attualmente non è disponibile sui media, ma ci vuole anche la voglia e l’interesse di approfondire da parte dei lettori o dei telespettatori.

Ci vuole la forma dell’inchiesta con le sue caratteristiche che non sono vendibili al grande pubblico, è molto più facile fare un paio di foto a dei barconi che arrivano al porto, creare degli eroi rassicuranti e il prodotto è confezionato. Come collettivo colleghiamo l’assenza di diritti a Lampedusa con l’uso che il potere dominante fa dell’isola. Il discorso su Lampedusa per noi ruota attorno questo tema. I diritti vengono negati perché c’è una volontà di scoraggiare la vita sull’isola, o al massimo di subordinare la vita dei lampedusani alla funzione militare e di carcere. Questo processo senza la “collaborazione” più o meno inconsapevole di noi lampedusani, sarebbe impossibile. Noi ci lamentiamo di tutto, sempre, ma al momento in cui c’è da agire concretamente spariscono tutti. Si è tollerato qualsiasi cosa, spesso anche perché portava un tornaconto personale: dall’assenza di un piano regolatore, all’abusivismo selvaggio, alla distruzione del patrimonio archeologico e paesaggistico, all’assenza di strutture scolastiche adeguate ed agibili, all’assenza di collegamenti che garantiscano la continuità territoriale etc. etc.

Lampedusa è un’isola in cui si ricevono medaglie, onorificenze, prime pagine, visite illustri, ma se ti devi curare devi pagarti tutto da solo, se devi studiare devi pagarti tutto da solo, se uno dei tuoi cari muore fuori dall’isola devi pagare il viaggio di ritorno della bara, non hai edifici scolastici agibili, hai sul tuo piccolo territorio otto radar, antenne di tutti i tipi e svariate caserme e nessuno dice o fa niente, non hai l’acqua potabile e paghi il carburante carissimo, uno dei prezzi più alti d’Europa, e potrei continuare, quello che mi viene da sottolineare in forma di domanda è “tutte queste medaglie a chi servono?”

Voi avete fatto una serie di battaglie che trovando molto consenso tra la popolazione, siete stati i primi a denunciare le condizioni dell’hot spot chiedendone la chiusura, la vicenda del depuratore e dell’acqua, avete chiesto il registro epidemiologico per vedere se nell’isola esisteva un legame tra l’inquinamento elettromagnetico e la salute a che punto siete? Avete ottenuto dei risultati?

E’ un processo che è in corso e che senza la partecipazione degli altri isolani non ha la forza necessaria. Per noi la questione centrale è creare azioni collettive, dialogo, conoscenza, obbiettivi comuni.

Il lavoro all’interno dello schema istituzionale lo abbiamo fatto e lo continuiamo a fare perché crediamo che tutti debbano essere chiamati in causa sulle proprie responsabilità ma con la consapevolezza che le attuali istituzioni sono permeate dalla logica neoliberista che sappiamo bene ha come unico obbiettivo l’accumulazione di capitale in poche mani e la distruzione dei diritti e della dignità dei lavoratori e in generale delle classi più deboli. L’UE, il FMI e gli interessi che rappresentano, stanno plasmando a loro uso e consumo le nazioni e istituzioni importantissime come i comuni, a partire dallo smantellamento delle costituzioni nate dall’antifascismo e garanti della democrazia, con tutte le contraddizioni interne che si possono rilevare nelle costituzioni e nelle istituzioni “democratiche”.

Per questo bisogna creare altre istituzioni che partano dalle esigenze degli sfruttati e che siano partecipate da quello che generalmente viene chiamato “popolo”. In questo senso possiamo dire di stare ottenendo una maggiore comprensione e collaborazione dal resto degli isolani. E’ un lavoro che ha bisogno di tanto tempo e di esempi concreti ma che alla lunga porta ad ottenere risultati.

Nell’isola voi avete lanciato il tema di un piano del lavoro, legandolo alla rivitalizzazione dell’isola, di che si tratta?

Si tratta di alcuni interventi che se realizzati porterebbero al miglioramento della vita dei lavoratori dell’isola che al momento vivono una condizione di sfruttamento, ad esempio, con il sindacato USB stiamo cercando di offrire ai lavoratori stagionali dell’isola, strumenti che possano portare ad una vita lavorativa che non sia fatta da orari di lavoro di 10/12 ore, senza giorno libero, senza pausa etc. etc.

Anche qui però il punto centrale mi sembra quello detto prima: noi dobbiamo fare uno sforzo maggiore e creare quello che non esiste. Il posto di lavoro è concepito come un favore che ti fanno e a cui deve corrispondere l’accettazione di ogni condizione imposta accompagnata da gratitudine per chi “ti ha fatto entrare” o ti ha assunto.

Le istituzioni hanno smantellato ogni garanzia per i lavoratori e si è imposta la logica della mercificazione, della valorizzazione di ogni aspetto della vita e di ogni bene materiale o no. Pensiamo che la risposta sia creare forme diverse di lavoro, anche in questo caso collettive, paritarie, responsabili con la volontà di dare al lavoro una valenza sociale che vada oltre il salario. Stiamo studiando alcuni piccoli progetti come un ostello e una cooperativa agricola ma verosimilmente ci vorranno un paio di anni.

Nello stesso tempo stiamo programmando un periodo da ottobre a novembre in cui insieme alle BSA (brigate di solidarietà attiva) si facciano dei campi di volontariato per la pulizia straordinaria dell’isola che serva come esempio per aprire il terreno della “reinternalizzazione” dei lavoratori che tutelano il territorio, un esempio questo utile anche al resto d’Italia dove il tema della messa in sicurezza ecologica ed ambientale del territorio è l’unica grande opera necessaria.

Queste attività saranno accompagnate da una serie di incontri con realtà che in questi anni hanno difeso il territorio dall’attacco del capitale sotto forma di grandi opere civili o militari. Ritornando al tema del lavoro in questo senso vogliamo mettere in luce come questa attività di pulizia non vuole e non deve sostituirsi a quella prevista da parte della “nettezza urbana” ma al contrario vuole essere uno stimolo a municipalizzare il servizio e dimostrare che anche se apparentemente sembra la scelta più difficile per l’amministrazione comunale, in realtà è l’unica via possibile che deve avvalersi in un primo momento anche del lavoro dei volontari che noi siamo in grado di organizzare.

Ancora una volta la protezione del territorio deve passare attraverso forme di organizzazione e istituzione che superino il modello statale vigente ma che in questa fase devono assolutamente dialogare con le forme di amministrazione esistenti, principalmente con l’amministrazione comunale che rimane, nel bene e nel male, espressione di una volontà “popolare” e forma controllabile di governo.

Nel progetto “demilitarizza rivitalizza” avete anche inserito il tema di una campagna da condurre insieme ai pescatori locali per mettere al bando la plastica nel mediterraneo, pensate di coinvolgerci anche altre realtà?

Assolutamente si. Noi presenteremo questo progetto entro agosto e da lì cercheremo di coinvolgere tutte le realtà che si riconoscono nei metodi e negli obbiettivi esposti.

In tutti i vostri interventi emerge con forza l’idea di costruire come comunità lampedusana un processo di autorganizzazione sociale nel quale il municipio torna ad essere protagonista insieme alle forme di partecipazione. Che volete per caso fare una Marinaleda nel mezzo del Mar Mediterraneo?

Marilaneda è un bell’esempio ma ha una storia completamente diversa da quella di Lampedusa, loro hanno una tradizione legata alla terra e alle lotte sociali che è diametralmente opposta a quella di Lampedusa, che per quanto abbia degli esempi come quello di Angelo Gallo: sindacalista e comunista che ha lottato insieme a pochi altri per i diritti e la dignità dei lavoratori di Lampedusa, c’è ben poco. In ogni caso si tratta di storie che non hanno continuità e che sono state rimosse.

Ci sono altri esempi in America Latina molto importanti ma noi abbiamo una storia ed una posizione militarmente strategica che sono uniche al mondo e per questo nonostante gli esempi sono utili e necessari stiamo immaginando e percorrendo un sentiero nuovo che ha una dimensione mediterranea ed una specificità molto forte. Quello che immaginiamo è molto difficile perché ha bisogno necessariamente di una partecipazione attiva di tutta la comunità e personalmente credo che ci vogliano delle generazioni per questo.

In questa ottica è fondamentale creare una continuità, essere incarnati nella storia e non fermarsi ad azioni autoreferenziali.

Come artista e cantautore hai fatto diverse cose e recentemente è uscito il tuo ultimo album Arrispigghiativi, vuoi dirci qualcosa rispetto alle tue attività culturali e artistiche?

Sul mio ultimo album, dedicato a Pasquale De Rubeis “U Pachinu”, intanto invito all’ascolto a questo indirizzo e ricordo che scaricandolo si contribuisce alla stampa del CD.

Per la realizzazione dell’album è stata fondamentale la collaborazione con Jacopo Andreini e tutti gli altri musicisti e artisti che hanno collaborato tra cui la grande pittrice siciliana Alice Valenti e anche tu Francesco con la realizzazione per ogni brano di un tuo disegno di cui si possono acquistare le stampe per sostenere il fondo sociale di Lampedusa gestito dal Forum solidale di Lampedusa per i bisogni di chi vive e di chi passa dall’isola.

In particolare per le cure mediche visto che molti lampedusani sono costretti a partire non essendoci un’ospedale sull’isola ed avendo a proprio carico le spese di viaggi, vitto e alloggio. Per ordinare una delle stampe si può scrivere a fpiobbichi@hotmail.com

Un altra attività che credo sia importante è PortoM realizzato sempre con il collettivo Askavusa luogo di memoria e laboratorio politico in cui sono esposti gli oggetti delle persone migranti passati dall’isola e le opere che ho realizzato con questi oggetti (guarda qui la galleria).

Per chi volesse approfondire quello che faccio può visitare il mio sito www.giacomosferlazzo.it


Talìula è un’opera dell’artista lampedusano Gianfranco Rescica che ha collaborato con Giacomo Sferlazzo inserendo nella sua composizione il brano ARRISPIGGHIATIVI. Le opere di Gianfranco Rescica si focalizzano sul recupero della memoria dell’isola di Lampedusa utilizzando diversi “media”. In particolare Rescica, ricerca e utilizza foto pescate dagli archivi familiari che poi ricompone ridando senso e profondità ad “effetti personali” ricollocandoli in una prospettiva comunitaria e storica.

Fonte

30/04/2017

Migranti, soccorsi in mare, demagogie. Una soluzione possibile

Nel Consiglio di Sicurezza Onu risiedono nazioni che hanno enormi responsabilità nella destabilizzazione di Africa e Medio Oriente. Tutte, a vario titolo, hanno interessi geopolitici diretti in questa parte del pianeta. Il mare Mediterraneo si trova oggi ad essere attraversato da migrazioni prodotte in gran parte dalle loro azioni, e la Libia post Gheddafi è un paese fuori controllo dentro il quale avviene ogni sopruso sulle persone transitanti. Persone che spesso trovano la morte nel deserto o in mare, divenuto oramai l'unica via per arrivare in Europa dopo la chiusura delle frontiere.

L'Italia, la nazione che più di altre è investita dalla rotta dei migranti, affronta questo fenomeno ottemperando agli obblighi internazionali e rispettando le leggi del soccorso in mare. Il Governo italiano deve chiamare alla responsabilità le nazioni che producono i disastri e poi se ne lavano le mani come Francia Usa e Gran Bretagna. Il Governo italiano deve pretendere la convocazione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu sull'emergenza dei migranti nel Mediterraneo e ottenere una risposta.

La proposta che avanza il Forum Lampedusa Solidale, quella di dare un visto umanitario a tutti i transitanti che si trovano oggi in Libia che sia valido per tutte le nazioni che hanno firmato la Convenzione di Ginevra dovrebbe pertanto essere fatta propria da tutte le forze politiche ed associative di questo paese. Essa infatti incarna l'articolo 10 della nostra Costituzione e da all'Italia la possibilità di sviluppare un'azione politica che la qualificherebbe in sede internazionale dato che è l'unico paese ad avere un'ambasciata in Libia che può rilasciare tali visti.

L'Italia deve tornare ad essere il paese con una propria funzione politica di pace nel Mar Mediterraneo, aver salvato centinaia di migliaia di vite nel disinteresse dei paesi europei le dà la forza politica e morale per pretendere una risposta internazionale rispetto alla questione dei transitanti della Libia. Gentiloni faccia sua la proposta che arriva da Lampedusa e ponga nelle giuste sedi la questione.

Firmare e far girare questo appello, discuterne ovunque, è quindi importantissimo. Questo appello dovrebbe essere inoltre presentato come ordine del giorno nei consigli comunali, come mozione parlamentare ed europarlamentare. Occorre uscire dalla logica dell'emergenza per affrontare il nodo politico. Penso che questo appello sia un utile proposta per andare in questa direzione.

F.P

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L’appello del Forum Lampedusa Solidale

I diritti salvano vite Per l'apertura di Corridoi Umanitari globali dalla Libia

Dall'isola di Lampedusa da anni vediamo arrivare molte persone salvate dal mare, salvate dalle leggi degli uomini che lasciano per loro solo la strada delle onde e dai trafficanti che ne traggono profitto. Da questa isola da anni sentiamo sulla pelle il vento che spinge via queste persone dalla loro terra. É un vento che solleva la polvere delle case distrutte dalle bombe, la terra resa deserto dalla siccità. É il vento della miseria prodotta dallo sfruttamento dell’uomo sull'uomo, su donne e bambini.

Da qui contiamo ogni settimana i morti, proviamo a dare storia e dignità agli scomparsi, assistiamo impotenti al dolore dei sopravvissuti. Oggi viviamo tempi barbari, tempi in cui chi salva vite in mare viene accusato, mentre chi ha sparso guerre e miseria si fa legge e giudice. Alle barbarie del presente opponiamo il futuro dell’umanità, lo facciamo per ristabilire la verità della Storia a fronte delle menzogne dei potenti.

Solo chi ha reso il mare frontiera è responsabile di questa tragedia che viviamo, non chi salva vite.

E chi oggi propone di fermare i migranti in Libia sa bene che in quel paese la situazione è tragica e che le persone che vi si trovano a transitare subiscono ogni tipo di violenza. A fronte di tutto ciò
Chiediamo che venga immediatamente convocato il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per affrontare con una strategia globale l’emergenza nel Mediterraneo.
Chiediamo l’istituzione di un visto umanitario globale per chi si trova oggi in Libia, un visto valido per tutte le Nazioni che hanno aderito alla Convenzione di Ginevra.
Chiediamo che il visto venga rilasciato dall'ambasciata italiana oggi presente nel paese.

Quello che chiediamo è di intervenire immediatamente per affrontare attraverso il diritto l’emergenza prodotta dalle guerre e dall'ingiustizia globale.

Questa petizione sarà consegnata a:
United Nations
United Nations Security Council
Council of the European Union

Per firmare vai su https://www.change.org/o/forum_lampedusa_solidale

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12/10/2016

Visioni Militant(i): Fuocoammare, di Gianfranco Rosi

L’ultimo film-documentario di Gianfranco Rosi ha suscitato grandi apprezzamenti della critica e molte discussioni in una parte della sinistra che, per una volta, non ha raccolto disarmata l’ultima “novità artistica” mainstream ma anzi ha posto dei dubbi sul reale valore di un’opera controversa. E controverso questo film lo è davvero. Da una parte va riconosciuta la capacità del regista di catturare momenti di quotidianità attraverso un linguaggio artistico notevole. Dall’altra, questo film sintetizza egregiamente tutti i limiti della cinematografia europea attuale, che sono limiti culturali e non tecnici. Esattamente come Sacro Gra, Rosi evita di narrare una storia, ma vorrebbe limitarsi a descrivere dei momenti di vita quotidiana inseriti in un contesto particolare che, nelle intenzioni del regista, dovrebbe racchiudere il senso di quelle stesse vite che prendono forma nella pellicola. Le piccole storie degli abitanti attorno al Raccordo anulare non avevano nulla in comune tra loro e nulla in comune col Gra, ma questo avrebbe dovuto costituire il filo narrativo, la cornice, capace di collegarle le une alle altre. In questo Fuocoammare le vicende del ragazzino, del medico, dei migranti, del pescatore subacqueo, dovrebbero essere tenute insieme dall’isola di Lampedusa, contenitore geografico che, grazie alla sua involontaria centralità acquisita dalla questione migrante, diviene contenuto. Eppure tutto procede in modo ambiguo. Non c’è nessun filo in grado di contenere queste storie, ma soprattutto non c’è alcun senso al quale ricondurle. Non c’è sofferenza, non c’è lotta, non c’è rancore, non c’è felicità: si percepisce solo una nota di rassegnazione esistenziale verso un destino subito (tanto dai migranti quanto dai residenti di Lampedusa), mai davvero nelle proprie mani, proprio come in Sacro Gra.

Questo cinema, francamente, ha rotto le palle. Questa cultura ambigua, debole, priva di scopo, incapace di prendere posizione, di dare un significato all’esistente, contribuisce alla perdita d’orientamento di fronte la contemporaneità, dove non si è più in grado di distinguere il giusto dallo sbagliato, le ragioni dai torti, lo sfruttato dallo sfruttatore, l’etica dall’anti-eticità, e via dicendo. Non è un cinema di denuncia quello di Rosi, ma proprio per questo non va confuso con forme di realismo poetico, che invece hanno come fondamento lo smascheramento delle condizioni materiali di vita della società. Non c’è alcun disvelamento nell’operazione falsamente neo-neorealista del regista, perché Rosi non ha intenzione di “svelare” alcunché, quanto semmai limitarsi all’estremo soggettivismo dei suoi casuali protagonisti slegati da ogni orizzonte di senso. Questo dato è talmente plateale che infatti è stato colto da tanta parte di quella sinistra partita con un’aspettativa, tradita nel corso del film.

Ovviamente con questo non intendiamo dire che Rosi avrebbe dovuto, al contrario, produrre qualche immane boiata pacificante, cosa questa ben peggiore del suo documentario privo di senso. Il campo è scivoloso, e non a caso ci sembra mancare ancora oggi una grande opera d’arte sul fenomeno delle migrazioni, almeno per ciò che riguarda il Mediterraneo. E qui torniamo ai limiti culturali del nostro tempo, diviso tra rassegnazione al presente o autonarrazioni consolanti del proprio dover essere. Se un evento epocale come le migrazioni di massa dal Maghreb, dal Medioriente e dall’Africa sub-sahariana non hanno ancora trovato il linguaggio artistico capace di raccontarle davvero, non è solo dovuto alla penuria di artisti – che pure ci sarebbero – ma da un certo “spirito dei tempi” che impone l’ambiguità come segno distintivo del presente. Non è un caso che il film abbia vinto al Festival di Berlino proprio come Sacro Gra aveva vinto a Venezia: è lo spirito dei tempi che detta i riconoscimenti.

Di Fuocoammare può essere salvato lo stimolo a guardare al fenomeno migrante senza gli occhiali deformanti della destra reazionaria e razzista o della sinistra dirittoumanista (fino a un certo punto però). Può essere salvata l’opera di sensibilizzazione che un film come questo, volente o meno, produce nella cultura mainstream e di conseguenza in certa opinione pubblica. Tutto ciò è sicuramente benvenuto, non va neanche minimizzato. Ma va rigettato, a nostro modo di vedere, il feticismo documentaristico che è uno dei codici artistici egemoni attualmente, il tentativo cioè di raccontare fenomeni complessi attraverso l’iper-soggettivismo che sostituisce la “narrazione” con la “descrizione”, pretendendo attraverso questo meccanismo truffaldino di tornare a presunte oggettività in realtà completamente deformate. Attraverso l’abuso individualizzante e soggettivistico di queste descrizioni post-moderne non nascerà alcuna oggettivazioni dei problemi sociali della contemporaneità, ma solo confusione e perdita di senso. Non è certo tutta colpa di Rosi, ma di fronte a lavori del genere ben venga l’immediato sospetto di chi non riesce a cogliere il significato di ciò che sta vedendo.

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08/10/2016

Il brivido di Fuocoammare e il cinema degli arroganti

Fuocoammare è L'Isola di Arturo di Elsa Morante e Tierno Bokar di Peter Brook. Fuocoammare è un film che insegna senza essere didascalico. E' un film in cui le emozioni arrivano senza l'enfasi dell'artificio retorico, affidato alla parola o all'immagine.

Fuocoammare è il dolore di un respiro affannoso, di un grido di aiuto, di una morte qualunque. E' una preghiera, una tragica litania, che ad accoglierla non trova alcun dio ma solo il mare, governato dal caso e dal destino.

Fuocommare è il Golgota di un Cristo negro, venduto dal Giuda bianco e fustigato a sangue dai centurioni al servizio degli imperi dell'Euro e del Dollaro.

Fuocoammare è la semplicità della vita sull'Isola di Lampedusa, scandita dall'arrivo dei disperati della terra. Fuocoammare è la Guerra, come dice la nonna di Samuele.

Fuocoammare è "I Persiani" di Eschilo ed il mare fiorito di tombe. Fuocoammare è lo sguardo pigro di un bambino già adulto, che gioca col mare, la natura, la fionda… e con armi immaginarie.

In Fuocoammare non ci sono computer, né cellulari, né azione. Non c'è il cinema americano. Non c'è affettazione. Non c'è il discorso sull'estetica e sulla semiotica del cinema.

Fuocoammare è la vita semplice, arcaica, tranquilla, che cozza, come una barca senza nocchiero, contro la crudeltà del mondo organizzato in classi.

Fuocoammare è il teatro della crudeltà di Artaud. Fuocoammare è un piccolo gioiello, un nucleo incandescente di brividi, che squarciano l'anima e inteneriscono le mani.

Fuocoammare parla di noi e delle nostre responsabilità. Fuocoammare è il cinema al servizio della vita, della Storia e delle storie. Non il contrario.

Per questo motivo, pur non amando premi e manifestazioni affini, come gli Oscar, siamo contenti che Fuocoammare, diretto da Gianfranco Rosi, sia stato selezionato per partecipare alla kermesse lasangelina. Ci sembra una decisione in controtendenza rispetto alle logiche di un mercato per il quale, a sancire la qualità di un film – come di altre espressioni artistiche – sono gli incassi, i soldi spesi – in questo caso pochissimi – i nomi osannati dalla critica di regime e, ovviamente, le case di produzione e distribuzione, che dettano le regole del gioco.

Un gioco al quale appartiene di diritto quel Paolo Sorrentino – premio Oscar per La Grande Bellezza – per il quale questa scelta sarebbe solo: «Un inutile, masochistico depotenziamento del cinema italiano». Sinceramente, della vacuità di autori radical chic, pomposi e arroganti, possiamo fare anche a meno. La Grande Bellezza, per citare solo quello più famoso, è un film manieristico, velleitario, estetizzante, pretenzioso e, per di più, assolutorio nei confronti di quella classe borghese, cui liscia il pelo, che vorrebbe, invece, farci credere di colpire con ironia. Un’ironia, ahimé, mai pungente e mai capace di elevarsi alle urticanti altezze del grottesco, e che risulta, al contrario, molto diluita dagli stilemi della commedia all’italiana, travestiti da fittizia autorialità.

A Sorrentino, quindi, consiglieremmo di andarsi a rileggere quanto scriveva Antonio Neiwiller nel suo Manifesto per un teatro clandestino: «È tempo di mettersi in ascolto. È tempo di fare silenzio dentro di sé. È tempo di essere mobili e leggeri, di alleggerirsi per mettersi in cammino. È tempo di convivere con le macerie e l’orrore, per trovare un senso […] Ma la merce è merce e la sua legge sarà sempre pronta a cancellare il lavoro di chi ha trovato radici e guarda lontano. Il passato e il futuro non esistono nell’eterno presente del consumo. Questo è uno degli orrori, con il quale da tempo conviviamo e al quale non abbiamo ancora dato una risposta adeguata […] Un’arte clandestina per mantenersi aperti, essere in viaggio ma lasciare tracce, edificare luoghi, unirsi a viaggiatori inquieti […] È tempo che l’arte trovi altre forme per comunicare in un universo in cui tutto è comunicazione. È tempo che esca dal tempo astratto del mercato, per ricostruire il tempo umano dell’espressione necessaria…».

Da questo grande uomo di teatro, napoletano come lui, il premio Oscar potrebbe trarre qualche insegnamento!

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28/08/2016

Benvenuti al Nord di Lampedusa. Da Niamey a Genova fanno poche ore

…Comunque tutta questa smania di partire proprio non la capisco: che ci sarà mai fuori dal nostro cuore? E poi onestamente mi danno fastidio questi migranti quando, inquadrati dalle telecamere, ci fanno il dito e ci mandano al diavolo. Chi si credono di essere per venire qui ad insultarci e a sporcare di merda i nostri giardini? Non sono solo gli scafisti a lucrare su di loro. Ai loro paesi qualcun altro ci mangia e mi chiedo perchè non venga fatta nessuna campagna di dissuasione né da parte dei governi né dalle associazioni né dai missionari…è tutto uno schifo e mi viene da vomitare quando mi si chiede di vederli come dei disperati mentre invece sono solo dei farabutti...

Il messaggio in questione ha coinciso col mio arrivo. Il primo messaggio dopo aver provato vergogna di abbandonare Niamey, fosse anche per un mese. I migranti, protagonisti del testo citato, impiegano mesi, anni e poi non arrivano mai, compresi quelli che arrivano. Un altro mondo appeso ad un filo che si regge come se il chiodo fosse Lampedusa. Sono partito di nascosto per un sentimento di leggera vergogna che solo con la distanza si è accomodato sui sedili accanto in aereo. C’era uno spagnolo che fabbrica palazzine per le ambasciate e un nigerino che lavora nell’amministrazione. L’altro mondo spunta coi documenti e i controlli alla dogana: tutto in regola compreso il permesso di soggiorno per tornare. Poche ore che fanno spuntare quel mondo che migliaia di migranti inseguono tutta una vita, smarrendosi nel cammino, a volte.

Pensare che il messaggio dell’amica è arrivato per casualità nello stesso giorno. Benvenuti al Nord di Lampedusa, l’altro pezzo di mondo del mondo fatto a pezzi. Nulla di strano, in fondo, c’è chi può viaggiare e chi no: il mondo l’abbiamo trovato così. Ciò non solo è naturale ma anche divinamente stabilito dall’inizio. I poveri ci saranno sempre e guai a toccarli. Solo che sono, qualcuno fa osservare, sempre gli altri e si trovano sull’altra sponda. Nascere da una spiaggia o dall’altra, non c’è nulla di più banale, eppure il resto della vita passerà a non farsene una ragione. Lampedusa rimane il punto nel quale appendere il filo che regge il cartello di benvenuto al Nord o al Sud, a seconda della prua della nave. Perché il Nord si è spostato ancora più in alto del solito, raggiungibile d’accordo, ma senza mai potervi sostare come si conviene. Transeunti, passeggeri, precari, profughi, benefattori del popolo e soprattutto alla lunga indesiderabili ospiti.

Al Nord di Lampedusa la vita scorre normale, solo qualche paura in più rispetto a tre anni fa. Più organizzata e dunque meno lasciata a se stessa, la paura fa parte del menù che si offre ai nuovi arrivati. Anche per coloro che passano come semplici comparse lo spettacolo è assicurato ad ogni ora del giorno e della notte. Roba dell’altro mondo quando bastano poche ore di aereo, un biglietto, i documenti e soprattutto il privilegio di essere nati dall’altra sponda. Dettagli, se vogliamo, che alla lunga hanno il loro peso quando si tratta di passare le frontiere stabilite dalla storia. Sopra o Sotto Lampedusa, tutto lì il discorso che ha il merito di semplificare il giudizio universale quotidiano delle spiagge libiche e italiche. Poi passa il camion di una ditta che sul retro porta scritto un avviso illuminante: Non cambiare il tuo stile di vita: cambia il supermercato...

Mai fu scritto, a memoria d’uomo, un analogo riassunto della politica e dell’economia del Nord di Lampedusa. Ora è tutto chiaro e senza possibili ambiguità. Benvenuti al Nord cittadini del mondo dimenticato e perduto! C’è posto per voi al primo supermercato dietro l’angolo del primo caseggiato a destra oppure a sinistra, poco cambia. La meta è la stessa e analoga è la promessa... Prendete e... mangiatene tutti..., è scritto davanti ad una pizzeria nel centro di Sestri Levante. Davvero, fratelli, Benvenuti al Nord di Lampedusa.

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24/02/2016

Fuocoammare: considerazioni del collettivo Askavusa

Non abbiamo ancora visto il film, quindi non ci permettiamo di esprimere alcun giudizio. Abbiamo visto, come tutti, il coro mainstream, equamente ripartito tra "orgoglio nazionale" per un premio prestigioso come l'Orso d'oro, ricevuto al Festival di Berlino, e tanta melassa ipocrita sulla sorte dei migranti che invece – una volta partiti da Lampedusa – nessuno più vuole sul Vecchio Continente, né in Italia né altrove.

Ci sembra perciò giusto lasciare la parola a quegli attivi che a Lampedusa e Linosa fanno da anni quotidianamente i conti con le necessità dell'accoglienza, l'indifferenza del potere, la generosità del popolo dell'isola, la tragedia quotidiana. Il loro giudizio ci sembra l'unico che sia doveroso ascoltare.

*****

Il film di Rosi ha vinto il Festival di Berlino.

E lo ha fatto meritatamente. Il film di Rosi è infatti inopinatamente un gran bel film. Cinematograficamente parlando è un’opera molto ben costruita. Montaggio e fotografia sono magistralmente gestiti e sanno dare corpo alle poetiche di cui il film è organica e armonica espressione.

Il curriculum del regista e il suo palmares, qualora ce ne fosse stato bisogno, lasciavano del resto ben sperare circa la resa cinematografica della nuova fatica filmica a cui Rosi lavorava ormai dal 2014. E la pellicola che è possibile vedere in questi giorni nelle sale ha confermato le aspettative qualitative e artistiche che era lecito nutrire al riguardo. Appare dunque condivisibile la scelta e la valutazione fatta dai membri della giuria cinematografica di Berlino.

Come realtà da anni impegnata sul territorio di Lampedusa e Linosa, però, vorremmo poter parlare anche di aspetti non esclusivamente artistici ed estetici. O, per meglio dire, vorremmo un attimo riflettere sulla natura della rappresentazione che il film dà dell’isola e delle problematiche ad esse connesse. Vorremmo cioè esprimerci su come determinate scelte espressive, narrative, poetiche, semiologiche, possano, proprio a partire dalla loro indubitabile rilevanza estetica, dare vita a forme di rappresentazione con inevitabili conseguenze politiche. Vorremmo cioè riflettere su come la coerenza di un linguaggio artistico, con i suoi codici e i suoi canoni, e la qualità espressiva a cui può dare vita, possano concorrere ad alimentare una determinata concezione delle cose, una visione del mondo che ha poi immediati risvolti pratici, connessioni dirette con i poteri che plasmano le nostre vite e le nostre società. Crediamo che una tale analisi sia doverosa anche considerando la grande risonanza massmediatica che per l’ennesima volta si sta approntando intorno all’isola di Lampedusa.

Riteniamo tra l’altro che una tale esigenza venga confermata allorché si consideri come e in che misura, a partire dalle valenze estetiche della pellicola, la grande cassa di risonanza mediatica non perda occasione di lanciarsi in considerazioni che di estetico hanno ben poco e che invece abbracciano financo la natura antropologica e lo spirito dei Lampedusani, non trascurando di misurarsi nell’analisi precipitosa dei fenomeni epocali che insistono su tale territorio.

In discussione dunque non vogliamo mettere la qualità estetica del film bensì, partendo esattamente dal riconoscimento di quest’ultima, intendiamo valutare le conseguenze da questa generate. Vorremmo cioè mettere a confronto la realtà così come emerge dal discorso sviluppato da Fuocoammare e la realtà così come risulta da altri elementi, altrettanto evidenti e incontestabili quanto lo è il valore artistico della pellicola.

Come molti lampedusani hanno avuto modo di vedere e come più volte è stato ribadito pubblicamente da Rosi, il regista ha vissuto sull’isola per molti mesi. Tale tempo non è coinciso solo ed esclusivamente con le esigenze di ripresa e di lavorazione del girato ma al contrario è stato destinato a conoscere l’isola, i suoi abitanti, le sue contraddizioni. Durante questi mesi Rosi ha avuto modo di incontrare molte persone. Ha parlato con molti di noi. È stato presente a contestazioni, iniziative, manifestazioni, frammenti quotidiani di vita, di convivialità. Ha assistito a molti eventi, ha visto dispiegarsi molte delle contraddizioni che caratterizzano aspramente l’isola e che il martellante mondo dell’informazione e della spettacolarizzazione mainstream o non prende in considerazione o stravolge e piega a proprio uso e consumo. Come lui stesso ha dichiarato in un’intervista rilasciata pochi giorni fa durante la rassegna berlinese, Rosi arrivò a Lampedusa pochi mesi dopo il naufragio del 3 ottobre 2013, trovando l’isola «militarizzata ma senza migranti». Dunque anche in una recente intervista del regista emerge una sua consapevolezza della militarizzazione delle Pelagie: una questione, del resto, su cui ha avuto modo più volte di confrontarsi con noi. Quello della militarizzazione del territorio e del mare di Lampedusa in seguito alle strutturali “emergenze” migratorie è un tema sul quale da tempo ci stiamo battendo e rispetto al quale tutti gli osservatori non pregiudizialmente restii a riconoscere l’evidenza, hanno negli anni dimostrato sensibilità.

Quello di Lampedusa è un territorio di circa 20 kmq con al suo interno un proliferare di radar (molti dispositivi sono presenti in doppia o tripla “copia” perché ogni corpo militare possiede le proprie unità di rilevamento), dispositivi per la guerra elettronica, basi e mezzi militari vari, con le connesse servitù militari. E proprio le servitù militari costringono gli ormai famosi lampedusani a non poter accedere a fette sempre più consistenti del proprio già esiguo schugghiteddu. Una militarizzazione che il grande circo mediatico, da anni orbitante famelico intorno all’isola, ha dimostrato di non prendere minimamente in esame o, quel che è peggio, di legittimare e giustificare come dispositivo necessario alle finalità umanitarie e di salvataggio: finalità cui le forze militari sarebbero, obtorto collo, costrette dalla “natura” dell’emergenza continua.

Dunque chi ha vissuto l’isola per più di un anno sa bene cosa voglia dire presenza militare a Lampedusa, fuor dai trionfalismi governativi, dalle autocelebrazioni dei vertici militari o dalla vuota fraseologia dei corrispondenti robotizzati dei tg.

Eppure una delle primissime immagini del film vede, entro una luce vespertina magistralmente carpita da chi ha curato la fotografia della pellicola, alcuni dei radar di Capo Ponente ruotare ipnotici intorno al proprio asse. Alla danza coordinata dei radar fa da sottofondo un audio – puntellato da sottotitoli onde levigarne il gracchiare incerto e precario – delle comunicazioni tra autorità italiane (Guardia Costiera? Centro operativo “Mare Nostrum”? Centro operativo “Triton”? ) e una delle tante imbarcazioni in bilico tra le onde del canale di Sicilia. In chi non ha avuto modo di conoscere la realtà lampedusana e osservi il film, la rappresentazione che emerge dalla narrazione filmica implica il collegamento tra il possibile e auspicato soccorso dei migranti e il dispositivo tecnologico-militare che ad un tale scopo viene così riferito e conseguentemente legittimato.

Ma l’elemento militare diventa quasi protagonista lirico a se stante della struttura narrativa della componente documentaristica della pellicola di Rosi. Più volte è uno scafo color grigio-militare ad agire entro le riprese, a solcare le onde del maruso e a costituire un guardiano attento e reattivo pronto a sfidare le procellose avversità per salvare vite umane.

Ed è sempre un vespro, splendido e affilato come solo l’orizzonte del mare delle Pelagie sa regalare, a fare da sfondo al “parto” di un elicottero che sul nascere di un nuovo giorno, tra cielo e mare, viene dato alla luce dall’hangar di una nave militare. Mentre l’alba colora l’orizzonte, l’ombra ormai sfilacciata di una notte stanca viene squarciata dalla luce di un hangar che lento si apre e lascia uscire dal proprio grembo la propria creatura volante ancora in fasce, come una timida crisalide appena ultimata la propria metamorfosi. Dal monitor interno della plancia di comando della nave sarà possibile assistere al volo della creatura che ha appena visto la luce e che, ormai a giorno fatto, raggiungerà il luogo ove potrà far valere la propria forza. Molte sono le sequenze girate dall’interno dei mezzi militari aereo-navali e spesso il buio degli interni è interrotto solo dal vivo e cadenzato pulsare luminoso dei monitor delle plance di comando. Non mancano neanche alcuni primi piani dei radar di bordo delle imbarcazioni, quasi a ricercare l’elemento semovente in grado di dare dinamica visibilità al protagonismo delle forze militari entro l’economia narrativa del film: così da conferire quasi una soggettività propria, di personaggio, al dispositivo militare. Quest’ultimo assume connotati lirici nella misura in cui i suoi elementi, cioè i mezzi, le tecnologie, gli uomini, sono spesso gli unici frammenti antropici di possibile salvezza entro una dimensione che vede invece solo il mare come elemento di potenziale pericolo.

Peccato però che i radar devastino di onde elettromagnetiche gli abitanti dell’isola. Peccato però che a Ponente, in quanto sito di alto valore naturalistico, i radar non dovrebbero neanche starci, come non dovrebbe starci quello di Capo Grecale, in quanto sito di interesse archeologico. Peccato che l’isola, col pretesto delle migrazioni, è da anni avamposto di guerra per quelle stesse strategie che le migrazioni le generano. Lampedusa insieme al Muos, a Birgi, a Sigonella, costituisce infatti una tessera importante del mosaico di distruzione e di guerra che il mostro NATO ha dispiegato in Sicilia e nel Mediterraneo nel corso degli anni. Cosa c’entrino le attrezzature per la guerra elettronica con i salvataggi in mare è un arcano che ancora non è dato svelare.

In Fuocoammare il binario narrativo dedicato alla vicenda migratoria dà vita ad un reportage che vuole proporsi come asciutto, essenziale, con un dominio dell’immagine concreta e immediata che vorrebbe scalzare via qualunque intervento di supporto, qualunque commento a latere.

Ma ci chiediamo se l’intensità e la profondità dell’esperienza estetica ed emozionale che la qualità del registro filmico di Rosi sono in grado di generare, arricchiscano la comprensione che lo spettatore possiede riguardo al fenomeno oggetto del reportage stesso.

Proviamo a spiegarci.

La parte più documentaristica dell’opera di Rosi si articola intorno ad uno storytelling sapientemente costruito intorno alle figure dei migranti, spesso proposte entro inquadrature molto ravvicinate e primi piani stretti e fortemente espressivi. Solo che la potente emotività che la maestria del regista è in grado di generare nello spettatore, non conferisce elementi di conoscenza a partire dai quali chi esce dalle sale possa dire di aver capito meglio quello che sta succedendo nel mediterraneo. Non si fa cenno critico alcuno al business dell’accoglienza. Al contrario, l’intera narrazione ne alimenta di fatto la legittimazione, poiché lo inserisce in uno schema binario entro il quale gioca il ruolo dell’antitesi unica alla morte in mare.

Lo spettatore non è portato a riflettere sul perché i migranti fuggano dalla propria terra; l’unica eccezione è forse rappresentata dalla sequenza struggente del canto dei migranti. L’episodio in questione (al netto del livello di negoziazione e di spontaneità che è possibile riferire ad una condizione quale quella di un centro di detenzione momentaneamente visitato da una telecamera), però, a ben guardare, si limita a dire che ci sono le bombe e le guerre, quasi che queste caschino dal cielo per disgrazia naturale, in questo confermando le concezioni mainstream per cui i migranti scappano dalle guerre e dalla povertà. Chi poi provochi guerre e povertà, quali scelte politiche ed economiche, quali poteri internazionali vi siano coinvolti, non è mai concesso poter approfondire.

Altro punto di conoscenza che resta del tutto in ombra e che lo spettatore non è minimamente spinto dalla struttura narrativa a provare a disvelare è il perché i migranti, una volta “costretti” a spostarsi, si ritrovino a farlo attraverso vie e modalità così dispendiose economicamente e così disumanamente rischiose per la propria stessa vita.

A tal proposito il film non spinge lo spettatore a farsi domande né tantomeno prova – sia pur entro i limiti del codice espressivo e del registro comunicativo in questione – ad azzardare una qualche risposta che incrini il sarcofago plumbeo con cui l’informazione dominante ha sigillato la questione migratoria negli ultimi decenni. Così come le guerre e la povertà, anche l’assurdo viaggio per mare è qualcosa di dato, quasi di scontato nel suo apparentemente naturale e autosufficiente esserci. Nessun riferimento alle leggi europee che determinano un tale stato di cose.

Le cause, così come i mezzi e le forme assunte dalle migrazioni, SONO. Punto. Non bisogna chiedersi perché. Bisogna agire. Occorrono le task forces. Infatti ci sono i militari pronti all’azione, a salvare vite umane. Il dispositivo gira alla perfezione.

Il film dunque tende a riproporre quello che Said definiva, parlando dei riferimenti all’impero coloniale nel romanzo inglese ottocentesco, una «struttura di atteggiamento e riferimento». Contribuisce cioè a ratificare un paradigma per cui la migrazione non può non essere un problema umanitario, un’emergenza, senza invece chiedersi perché e in seguito a quali fattori politici e decisionali assuma tali forme. E ad uno stato d’emergenza è la politica che risponde accreditandosi come soluzione unica ad un problema che però lei stessa contribuisce a generare. Il serpente ingoia se stesso e tra le sue spire resta intrappolato e divorato il mondo intero. Viene riproposto il paradigma per cui il migrante è un corpo passivo, destinatario di accudimento, di aiuto, di assistenza, di soccorso, di cibo, di acqua, di vestiario. Il migrante è un oggetto-vivente, ultimo anello di una catena decisionale che lo vede come finale destinatario, come passivo e asimmetrico “povero cristo” di cui prendersi cura. Il buon samaritano ha sempre un mantello in più del suo prossimo e comunque nell’epoca neoliberale il buon samaritano fa affari perché produce mantelli. Che la «struttura di atteggiamento e riferimento» da cui il film origina, e che a sua volta contribuisce a confermare, sia quella del paradigma politico-informativo dominante in materia di immigrazione, lo si apprezza già dalle prime righe dei titoli di testa. Vi si può infatti leggere delle centinaia di migliaia di migranti “approdati” a Lampedusa negli ultimi due decenni circa. APPRODATI.

Già questo termine tradisce il pregiudizio per cui i migranti abbiano Lampedusa come effettivo obiettivo delle loro rotte. Si omette cioè il fatto che Lampedusa sia in realtà un confine costruito, voluto, imposto da precise scelte politiche e che la stragrande maggioranza dei migranti a Lampedusa vi sia arrivata perché ivi condotta da autorità che sono parte integrante di un dispositivo politico, legislativo e di controllo. Perché tutti a Lampedusa e non, per esempio, a Pantelleria? Forse quest’altra isola è meno oggettivamente e fisicamente confine dell’isola Pelagica? Un tale dispositivo ha fatto dell’isola un centro di detenzione-palcoscenico da cui mandare in scena la grande tragicommedia mediatica dell’emergenza costante e del salvataggio umanitario, distogliendo l’attenzione dai molti “perché” che è bene restino nell’ombra.

La bellezza, dunque.

La grande bellezza di molti passaggi di Fuocoammare come si inserisce e che ruolo gioca in un tale quadro? La maestria con cui viene elaborato un prodotto estetico di alta qualità permette di portare alla luce elementi di maggiore conoscenza? O occulta, al di sotto della superficie fruitiva dell’esperienza estetica, il piano della consapevolezza non allineata? Che il mediterraneo sia profanato da migliaia di morti è cosa tristemente nota. Sulla retorica umanitaria abbiamo costruito le guerre degli ultimi 25 anni, del resto. E non sono certo mancate le spettacolarizzazioni voyeuristiche, in questi anni. Mostrare da vicino i morti serve se, nel farlo, si scava profondo al di sotto del senso rasserenante e semplicistico dei poteri dominanti. Se ci si ferma all’emozione, sia pure essa intensa, sincera, profonda, suscitata dalla bellezza e dall’estetica, si rimane però pur sempre sulla superficie, dove la fata morgana del miraggio e della vertigine data dal bello artistico è sempre in agguato. La bellissima e struggente immagine della lacrima mista a sangue che sgorga da un occhio ferito e oltraggiato di un migrante stremato, ti lacera il cuore. Ma l’estetica di questa sequenza ci fa attraversare il senso predefinito e approntato dal dispositivo militare e politico dominante? Crediamo che invece la struggente e tragica bellezza di tale scena abbia un potere meramente contemplativo. Il moto possente di emozioni che suscita non spinge a capire, non squarcia i veli delle facili e semplicistiche equazioni sul fenomeno migratorio. Al contrario ti lascia contemplare la tragica e titanica ineluttabilità del dispositivo così come viene ad autoimporsi.

Ci chiediamo anche se la bellezza del risultato possa esimerci dall’interrogarci sull’esigenza di mostrare al mondo certi momenti così intimi, strapparli ai legittimi possessori, per farne arte. I volti disfatti, i corpi feriti, ustionati, potevano essere mostrati diversamente? Forse. Chissà però se è stato chiesto a queste vite il permesso di farle diventare arte, bellezza, sia pur tragica. E se anche lo si è chiesto, potevano realmente decidere che arte fare con la loro stessa sofferenza? Soggetti o materia prima da plasmare?

Il secondo binario lungo il quale scorre il film di Gianfranco Rosi è quello, maggiormente finzionale, che segue alcuni squarci di vita isolana, in particolare quella del giovane Samuele.

Di questa sezione “lampedusana” del film è possibile notare alcuni aspetti. Manca quasi completamente una trattazione delle ricadute che decenni di politica dell’emergenza migratoria hanno prodotto sul territorio dell’isola. Come nel caso della militarizzazione non vi è, infatti, alcun accenno alle contraddizioni del territorio lampedusano. Si ricorre ad alcuni elementi canonici, a dire il vero un po’ stantii, e sono presenti elementi stilistici riferibili agli stereotipi meridionalisti. L’elemento picaresco del ragazzino scavezzacollo e sempre disperso per le campagne è qualcosa di già visto e francamente un po’ bisunto. Ma quel che è peggio è che il suo percorso di formazione entro la società genericamente tratteggiata come marinaresca, non offre nemmeno la possibilità di tematizzare e focalizzare le problematiche e le contraddizioni della società lampedusana. Una società che è in realtà del tutto assente da questa parte di film. Questa sezione poteva essere girata in qualunque altro territorio senza minimamente alterare l’equilibrio complessivo dell’opera.

Solo chi già conosce l’isola la riconosce, nei suoi paesaggi e nei suoi luoghi.

Ma è un lirismo del paesaggio delocalizzato. A essere tematizzati dalla narrazione non sono i luoghi nella loro componente di relazione sociale, di contraddizioni tra uomini, di conflitto. Al contrario a svolgere un ruolo sono i luoghi nella loro fattuale, immediata e data fisicità: il ruolo è però quello pacificato di fondale. Per cui un posto valeva un altro, una qualunque roccia calcarea poteva sostituire quella di Lampedusa. Quella che si tratteggia è una società lampedusana ferma e irrigidita intorno a stereotipi e visioni folcloristiche che avrebbero permesso di girare lo stesso materiale 30 o più anni fa. «Radio Delta» ad esempio che, tranne un caso in cui trasmette un brano di musica classica, manda in onda solo brani di musica siciliana. Non che questo non si verifichi nella realtà. Ma la programmazione dell’emittente è molto meno folclorica e molto più internazionale (anche nell’accezione più commerciale del termine) di quanto uno spettatore possa desumere dalla visione del film.

Non vi è contatto tra i due percorsi narrativi lungo cui il film si distende. Fatta eccezione per il brevissimo commento della signora che, intenta a governare la cucina (e anche su questo si dovrebbe riflettere) commenta brevemente la notizia di un naufragio di migranti. Un naufragio che per inciso viene detto essersi verificato (come spessissimo avviene) a 60 miglia da Lampedusa: cioè praticamente a poche miglia dalle sponde africane. Solo che, anche in quell’occasione così come nel formulario giornalistico di regime, il riferimento geografico fornito è quello di Lampedusa.

La formazione del giovane protagonista al mondo del mare è astratta, decontestualizzata, distillata. Ecco perché non si fa accenno alle problematiche della pesca lampedusana. Al fatto che le reti dei pescherecci si incaglino sui relitti dei barconi lasciati affondare dalle stesse autorità impegnate nelle missioni “umanitarie” di salvataggio. Nessun accenno al fatto che ormai il mare non rende più, che il pesce è finito, che i maestri d’ascia non lavorano più, che le barche è più conveniente demolirle che farle navigare. Eppure chi ha vissuto l’isola e ha parlato con i pescatori queste cose ha avuto modo di vederle, di conoscerle, di sentirle raccontare.

L’assenza di contatto tra i due solchi narrativi del film si evince anche nel fatto che non viene minimamente alla luce come l’economia dell’isola sia ormai dipendente dalla colonizzazione militare conseguenza della strutturale “emergenza” migratoria. Dalla pesca e dal turismo all’economia dell’emergenza. Si riesce a intuirne qualcosa grazie alla bellezza del film? Temiamo di no.

Non si fa cenno a cosa significhi non poter nascere a Lampedusa per l’assenza di un’unità neonatale. Non si fa menzione di quanto costi alle famiglie dover ovviare a tutto ciò con onerosi viaggi “da parto” nel continente. Eppure viene ripresa una gestante, una migrante trasferita sull’isola, durante lo svolgimento di un’ecografia fetale; e ritorna il dubbio circa l’invadenza dell’occhio dell’osservatore, circa la consensualità e la subalternità di chi viene osservato, circa la natura dell’immagine della donna funzionalizzata all’esigenza di narrazione.

Nessun riferimento alle difficoltà di vedere garantito, a Lampedusa, il diritto alla salute. Destino comune, è vero, a molte piccole comunità specie se isole in mezzo al mare. Ma in un territorio dove si sono spesi centinaia di milioni di euro in attrezzature militari e di sicurezza (!?) viene da pensare che l’assenza di un ospedale vero (specie quando il centro di “accoglienza” è stato per vari anni classificato come di “primo soccorso”) risulti quanto meno grottesca.

Ma tutto questo non emerge. Al contrario la visita medica al simpatico ragazzino diventa quasi un siparietto di leggera comicità che alleggerisce dai gravami di altre parti della pellicola.

Forse l’intento autoriale era quello di non far toccare la sezione dedicata alla vicenda migratoria e quella “lampedusana”. Forse si voleva realizzare un controcanto più aereo, rarefatto, maggiormente poetico nel senso di fortemente astratto. Ma riteniamo che invece vi sia una forte rivendicazione “realistica” anche relativamente a questa sezione dell’opera, sebbene sia quella maggiormente finzionale e “sceneggiata”. Non foss’altro per la rivendicazione di docufilm estesa a l’opera nel suo complesso e non certo ad una sola sua parte. Non foss’altro per come i media stanno proponendo e commentando il film senza che gli autori rivendichino una non realistica e documentaristica valenza anche per la sezione lampedusana della pellicola. E in effetti dai TG all’onnipresente e virale Fazio, non si contano i commenti e le rappresentazione di marca essenzialista sul «popolo lampedusano».

Tali generalizzazioni che riferiscono una determinata caratteristica ad un’intera categoria, in quanto consustanziale alla presunta essenza della categoria stessa, è un tipico atteggiamento binario e deterministico proprio del miglior pensiero etnocentrico e coloniale dell’occidente. Ancora una volta quindi i Lampedusani si ritrovano ad essere narrati, raccontati, definiti, omaggiati e premiati (mentre il mondo parla di Lampedusa in seguito al film di Rosi, a Lampedusa non è stato possibile vederlo; ma si sa che i Lampedusani sono un grande popolo, accogliente. Sapranno accogliere anche questo ritardo).

Il premio Nobel temiamo che prima o poi possa anche arrivare. Del resto se lo hanno dato a guerrafondai sanguinari come Obama o Kissinger, perché non darlo all’isola dell’ “accoglienza”, armata fino ai denti per le guerre NATO, che toglie diritti ai propri cittadini e che detiene dietro le sbarre i migranti con giusto un paio di cessi e di docce per centinaia di persone. Nell’era in cui domina la menzogna generale, la Lampedusa narrata dal mainstream in effetti un premio se lo meriterebbe anche. Più che per la pace sarebbe più opportuno quello per la miglior sceneggiatura originale. Ma si sa, i premi non si scelgono. Sono come i parenti, come il caval donato. Quel che viene si piglia.

Un caro amico lampedusano ci dice spesso che non sente più l’odore del lippo (i.e. muschio scivoloso tipico degli scogli ) quando si reca al porto. È convinto sia un segno di quanto sia cambiato il mare, di quanto stia poco bene. Siamo d'accordo. Il mare ha cambiato odore. Crediamo anche che il lippo, le scivolosità su cui è facile perdere l’equilibrio, abbia abbandonato il mare e disseminato ben altri luoghi, ben altri percorsi. Intanto oggi il governo ha autorizzato i voli dei droni USA da Sigonella aprendo così ad un nuovo interventismo nella martoriata e genocidiata Libia. Anche a Lampedusa verrà fatto giocare un ruolo a tal proposito. Non abbiamo dubbi. Ma sempre con accoglienza e con bellezza, per carità.

Non ci resta che augurarvi buona accoglienza a tutti voi, buona guerra e buona visione.

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