Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

08/10/2016

Il brivido di Fuocoammare e il cinema degli arroganti

Fuocoammare è L'Isola di Arturo di Elsa Morante e Tierno Bokar di Peter Brook. Fuocoammare è un film che insegna senza essere didascalico. E' un film in cui le emozioni arrivano senza l'enfasi dell'artificio retorico, affidato alla parola o all'immagine.

Fuocoammare è il dolore di un respiro affannoso, di un grido di aiuto, di una morte qualunque. E' una preghiera, una tragica litania, che ad accoglierla non trova alcun dio ma solo il mare, governato dal caso e dal destino.

Fuocommare è il Golgota di un Cristo negro, venduto dal Giuda bianco e fustigato a sangue dai centurioni al servizio degli imperi dell'Euro e del Dollaro.

Fuocoammare è la semplicità della vita sull'Isola di Lampedusa, scandita dall'arrivo dei disperati della terra. Fuocoammare è la Guerra, come dice la nonna di Samuele.

Fuocoammare è "I Persiani" di Eschilo ed il mare fiorito di tombe. Fuocoammare è lo sguardo pigro di un bambino già adulto, che gioca col mare, la natura, la fionda… e con armi immaginarie.

In Fuocoammare non ci sono computer, né cellulari, né azione. Non c'è il cinema americano. Non c'è affettazione. Non c'è il discorso sull'estetica e sulla semiotica del cinema.

Fuocoammare è la vita semplice, arcaica, tranquilla, che cozza, come una barca senza nocchiero, contro la crudeltà del mondo organizzato in classi.

Fuocoammare è il teatro della crudeltà di Artaud. Fuocoammare è un piccolo gioiello, un nucleo incandescente di brividi, che squarciano l'anima e inteneriscono le mani.

Fuocoammare parla di noi e delle nostre responsabilità. Fuocoammare è il cinema al servizio della vita, della Storia e delle storie. Non il contrario.

Per questo motivo, pur non amando premi e manifestazioni affini, come gli Oscar, siamo contenti che Fuocoammare, diretto da Gianfranco Rosi, sia stato selezionato per partecipare alla kermesse lasangelina. Ci sembra una decisione in controtendenza rispetto alle logiche di un mercato per il quale, a sancire la qualità di un film – come di altre espressioni artistiche – sono gli incassi, i soldi spesi – in questo caso pochissimi – i nomi osannati dalla critica di regime e, ovviamente, le case di produzione e distribuzione, che dettano le regole del gioco.

Un gioco al quale appartiene di diritto quel Paolo Sorrentino – premio Oscar per La Grande Bellezza – per il quale questa scelta sarebbe solo: «Un inutile, masochistico depotenziamento del cinema italiano». Sinceramente, della vacuità di autori radical chic, pomposi e arroganti, possiamo fare anche a meno. La Grande Bellezza, per citare solo quello più famoso, è un film manieristico, velleitario, estetizzante, pretenzioso e, per di più, assolutorio nei confronti di quella classe borghese, cui liscia il pelo, che vorrebbe, invece, farci credere di colpire con ironia. Un’ironia, ahimé, mai pungente e mai capace di elevarsi alle urticanti altezze del grottesco, e che risulta, al contrario, molto diluita dagli stilemi della commedia all’italiana, travestiti da fittizia autorialità.

A Sorrentino, quindi, consiglieremmo di andarsi a rileggere quanto scriveva Antonio Neiwiller nel suo Manifesto per un teatro clandestino: «È tempo di mettersi in ascolto. È tempo di fare silenzio dentro di sé. È tempo di essere mobili e leggeri, di alleggerirsi per mettersi in cammino. È tempo di convivere con le macerie e l’orrore, per trovare un senso […] Ma la merce è merce e la sua legge sarà sempre pronta a cancellare il lavoro di chi ha trovato radici e guarda lontano. Il passato e il futuro non esistono nell’eterno presente del consumo. Questo è uno degli orrori, con il quale da tempo conviviamo e al quale non abbiamo ancora dato una risposta adeguata […] Un’arte clandestina per mantenersi aperti, essere in viaggio ma lasciare tracce, edificare luoghi, unirsi a viaggiatori inquieti […] È tempo che l’arte trovi altre forme per comunicare in un universo in cui tutto è comunicazione. È tempo che esca dal tempo astratto del mercato, per ricostruire il tempo umano dell’espressione necessaria…».

Da questo grande uomo di teatro, napoletano come lui, il premio Oscar potrebbe trarre qualche insegnamento!

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