Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/01/2025

Film che avrei voluto non finissero mai

di Roberta Cospito

Ci sono film che avrei voluto non finissero mai, almeno tre.

In un ordine non sentimentale perché non sarei in grado di esprimere una preferenza, ma in ordine cronologico, si tratta di Caro Diario (1993) di Nanni Moretti e nello specifico il primo episodio intitolato In Vespa, poi È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino (2021) e infine Perfect days di Wim Wenders (2023).

Nanni Moretti, all’epoca uno splendido quarantenne, in sella alla sua amata Vespa 125 blu ci porta in giro per una Roma semideserta in una giornata d’estate e, attraversando i quartieri romani – dalla Garbatella a Spinaceto, concludendo a Ostia, nei pressi del luogo in cui fu ucciso Pier Paolo Pasolini –, ci offre una serie di riflessioni che hanno il tono delle confidenze di un vecchio amico.

Questo episodio è conosciuto anche per il sorprendente cameo dell’attrice Jennifer Beals – nota principalmente per il ruolo di Alexandra “Alex” Owens nel film Flashdance, di cui Moretti tesse le lodi – mentre passeggia lungo le mura di Via di Porta Ardeatina; ricordo con affetto il film anche per un’altra sorprendente quanto divertente apparizione, quella del regista Carlo Mazzacurati che viene rappresentato nei panni di un critico cinematografico in preda a feroci rimorsi per aver scritto recensioni incomprensibili per alcuni film destinati a un pubblico “elitario” e altre lusinghiere per film che, in realtà, risulteranno lungometraggi di basso livello.

L’atmosfera che crea il regista col suo girovagare in sella alla Vespa, dichiarando ai pochi romani che incontra di essere impegnato in sopralluoghi per un suo futuro film, è di una quieta serenità e ci (di)mostra che avere tempo a disposizione serve anche per portare a spasso non solo il corpo, ma pure la mente potendo, così, meglio ragionare sui più disparati argomenti: quello che eravamo e quello che siamo diventati; i luoghi comuni nascosti nel linguaggio quotidiano; le scelte di vita fatte anche perché dettate dalla moda; l’inevitabile conclusione di trovarsi in accordo sempre e comunque, per pensiero e opere, con una minoranza di persone; la confortante bellezza della musica e della danza; la deriva del pensiero politico di alcuni esponenti della sinistra.

Paolo Sorrentino, all’epoca uno splendido cinquantenne, invece, mi ha incantato con le immagini della Napoli della sua gioventù, in cui un ragazzo – Fabietto, un probabile suo alter ego – cerca di confrontarsi con il vuoto lasciato dalla morte dei genitori e con la triste circostanza di non essere riuscito a vederne i corpi, cosa che rende ancora più difficile e doloroso il dire addio a chi ti ha messo al mondo.

Anche in questo film c’è, seppure solo nei minuti iniziali, una Vespa blu su cui – senza casco e oltre la portata di legge –, in un breve giro per Napoli, Fabietto si sposta con entrambi i genitori, ignari del poco tempo che avranno ancora a disposizione per stare insieme; l’immagine è di assoluta spensieratezza e gioia.

L’imperativo “non ti disunire” – l’essere coerenti con se stessi, immagino – che il regista Antonio Capuano (interpretato da Ciro Capano) urla più volte al protagonista, il dovere di raccontare qualcosa quando si mette in scena un film ma in generale quando ci si rivolge a qualcuno richiedendone l’attenzione, l’idea che ci si può ribellare a una realtà scadente creando qualcosa di bello e alternativo e il conservare memoria dei propri progetti anche se non andati in porto, mi sembrano interessanti spunti di riflessione cui porta la visione di questo film.

Ritengo molto suggestivo il titolo È stata la mano di Dio il cui riferimento calcistico colloca il racconto in un preciso momento della storia di Napoli e della vita di Fabietto; nel calcio indica la rete segnata di mano da Diego Armando Maradona nei quarti di finale del Mondiale del 1986, investendo il giocatore di un’aura di divinità che verrà accresciuta dal fatto che la presenza del “Pibe de oro” nella squadra partenopea, salverà la vita al “giovane Sorrentino” che deciderà di rimanere a casa a guardare la partita invece che condividere la sorte dei genitori che moriranno in un grave incidente domestico, nella loro casa di montagna. Questo film è una lettera d’amore del regista non solo ai suoi genitori, ma anche a Napoli e a Maradona.

E poi Perfect Days in cui Wim Wenders, uno splendido ottantenne, racconta la storia di Hirayama, un uomo tranquillo che, nella Tokio contemporanea, si guadagna da vivere pulendo i bagni pubblici e trascorre il suo tempo libero scattando fotografie agli alberi (con una macchina analogica), ascoltando musicassette e leggendo libri.

Questo film, con una colonna sonora indimenticabile – oltre al motivo di Lou Reed che dà il titolo al film, s’ascoltano brani di Patti Smith, The Animals e tanti altri –, mi ha ricordato come anche il lavoro più umile può essere svolto con grande dignità; come possa dare pace l’accettarsi per come si è; come sia gratificante il muoversi nella nostra quotidianità con gentilezza, amore e rispetto; come sia possibile prendere le distanze dal nostro passato senza provare rancore nei confronti di chi ci ha ferito o come sia più facile concentrarsi sugli altri quando si sono eliminate dalla propria vita le cose (e le persone) superflue. Insomma, Wim Wenders pare dirmi che un altro mondo (in questo mondo) è possibile o per lo meno un altro modo di vivere, e che godere appieno di quello che ci può regalare ogni singola giornata è alla nostra portata.

Non so identificare con certezza il motivo per cui avrei voluto che questi film non finissero mai, ma la sensazione è proprio stata questa, il desiderio che continuassero ancora: forse perché sono film lenti e sinceri che sono riusciti a farmi riflettere sul senso della vita e su quanto vissuto sinora.

O per aver raccontato per immagini città con una particolare loro storia e “grande bellezza”: Roma, Napoli e Tokio.

O forse perché sono storie di personaggi che, nonostante la loro semplicità, riescono a raccontare grandi storie. Ritengo ognuno di noi abbia questa possibilità: vivere semplicemente così d’avere grandi storie da raccontare.

Fonte

30/01/2023

Sorrentino, i genitori e la scuola. Al di là dell’entusiasmo...

Da alcuni giorni gira sui social un video di 3 minuti, preso dalla serie Call my agent, in cui Paolo Sorrentino parla con un certo Vittorio della sua esperienza, in veste di nonno, degli incontri scuola famiglia.

Il video mi è arrivato da colleghi, entusiasti per come Sorrentino bacchettava i genitori e ne criticava l’entusiasmo immotivato, definito da lui “il sentimento più orrendo dell’essere umano”.

In un clima di esaltazione collettiva, c’è tra i genitori chi si propone come insegnate di batteria, chi di macarena, chi come allenatore di ciclismo pur guardandolo solo in televisione e poi c’è lui, Sorrentino, su cui alla fine cade lo sguardo di tutti e che declina l’invito degli astanti a fare le riprese dei corsi pomeridiani e ne spiega il perché.

Dice che quando i suoi figli erano piccoli, il pomeriggio dopo la scuola o durante le vacanze, semplicemente giocavano per i fatti loro e tutto sommato ora gli sembrano felici.

Il suo intervento gela gli interlocutori, alcuni dei quali lo bollano come assassino e delinquente. La scena si conclude con Sorrentino che comunica a Vittorio di aver scritto una lettera a Dio per chiedergli di educare i genitori.

Appena ho visto il video mi è arrivato subito quel misto di sottile cinismo, arguzia e supponenza che per molte persone è ragione di vanto, oltre che segno di superiorità intellettuale.

Questa modalità narrativa veicola una visione della realtà: dei genitori, che hanno tempo da perdere, dal basso delle loro passioni amatoriali o anche velleità distorte, propongono dei progetti pomeridiani nella scuola dei loro figli, accolti dalla maestra, che dalle poche battute sta al loro stesso gioco, animata dallo stesso entusiasmo immotivato.

Dalle reazioni che l’algoritmo mi ha messo davanti agli occhi sui social, ho notato che i docenti accoglievano Sorrentino come un giustiziere, con lo stesso entusiasmo che lui criticava nei genitori.

E non ho potuto non pensare: “Certo i genitori sono un problema grosso nella scuola, ma perché lo sono diventati? E poi, in quanti docenti, presidi, impiegati, ministri, artisti c’è lo stesso tipo di esaltazione vuota? E ancora, perché la gestione del tempo libero degli studenti, ma anche degli adulti è cambiata negli ultimi 30 anni? E infine, a cosa dobbiamo questo fiorire di progetti formativi e ricreativi nelle scuole, sia per alunni che per docenti?”

Cominciando dall’inizio, gli argini sono crollati perché ‘il cliente ha sempre ragione’, e il cliente è il genitore, che decide di scegliere una scuola piuttosto che un’altra, allungandone l’esistenza, evitando la riduzione delle sezioni e la nomina dei docenti su più scuole, complicandone così il lavoro. Il ricorso da parte del genitore è l’arma che vince a prescindere, non la fermano nemmeno i colpi di pistola.

Ma chi è stato a indebolire gli argini, spesso minandoli di proposito, se non ministri, presidi, docenti e in più gli intellettuali e i giornalisti che sparano a zero sulla categoria, fomentando e reindirizzando a piacimento e convenienza la rabbia sociale?

Nessuno è al riparo dall’esaltazione immotivata, che spesso nasconde disagi inconsapevoli e vuoti esistenziali compensati alla meno peggio, come un abisso coperto dallo scotch.

Scegliere di raccontarne una manifestazione particolare, però, è una scelta politica, così come ogni nostra azione lo è e in più quelle artistiche ne intensificano ulteriormente la resa.

I progetti nella scuola, oltre che per rimpolpare l’offerta formativa dell’istituto, con una ricaduta positiva sulla sua immagine, possono assolvere a due funzioni: da un lato danno delle possibilità formative e ricreative ai ragazzi che non potrebbero permettersele al di fuori di essa per questioni familiari, sociali, economiche o organizzative; dall’altro sono un’opportunità per i genitori lavoratori, senza rete familiare e con scarse risorse, di sapere che i propri figli sono in un luogo con dei coetanei, che al di là della parrocchia, sembra l’unico posto aggregativo gratuito rimasto.

Ora giungiamo all’ultima questione del perché i figli di Sorrentino, pur non avendo preso parte a nessun progetto, sono così felici oggi. Senza scadere in un facile umorismo, vorrei semplicemente capovolgere l’immagine e la domanda: perché oggi sembra così difficile per i ragazzi interagire ed aggregarsi fuori da contesti controllati e pensati dagli adulti?

Anche prima del covid, dai sondaggi si riscontrava un aumento di forme ansiose e depressive tra ragazzi sempre più giovani, come mai? Perché i soldi del PNRR pensati per aumentare il benessere nella scuola saranno utilizzati per la sua digitalizzazione?

Perché la maggior parte dei docenti si presta a un gioco al massacro, pur se cosciente della ricaduta su se stessi e sulla società tutta? Perché continua a sottomettersi a regole e leggi sempre più ottuse, per poi sollazzare scodinzolando al primo che fa della sgangherata ironia sulla propria condizione?

Evitare queste domande oltre alla ricerca delle risposte va a gonfiare ulteriormente quell’entusiasmo che è l’altra faccia del cinismo. La stessa falsa moneta.

E certi interventi e certe reazioni hanno lo stesso effetto della saliva in aria, che si diffondeva, ai miei tempi, nell’aula dopo la lezione di musica, ad opera del compagno che con tutta disinvoltura roteava in aria il tubo della diamonica, provocando quella pioggia in caduta irregolare sugli astanti, dopo aver suonato le note di brani tristi e monchi, quanto ogni scuola.

Fonte

31/07/2020

Le crudeli favolacce dei D’Innocenzo e la stucchevole bellezza di Sorrentino

Un altro contributo, questa volta per la discussione critica del Cinema. Morvillo è sempre interessante da leggere anche se, come in questo caso, a volte calca eccessivamente la mano.

*****

I poli opposti del cinema italiano.

Il fatto

Qualche giorno fa, la piattaforma Sky ha trasmesso, in anteprima, l’intensa opera seconda dei gemelli D’Innocenzo (Fabio e Damiano), giovani e promettenti registi romani, nativi di quella Tor Bella Monaca che costituisce una delle punte estreme della complessa periferia capitolina.

Il titolo – Favolacce – di quest’apologo dalle ampie implicazioni sociali, culturali, antropologiche, economiche, storiche e, seppur a margine, necessariamente politiche, sembra succhiare l’essenza stessa della tradizione narrativa propria della fabula.

Un’essenza mai consolatoria, nera, spesso addirittura orrorifica, come ogni fanciullo può intimamente sperimentare nel corso della sua infanzia. Malgrado il cinema e la narrazione, oggi dominanti, tendano a rappresentare la favola come un immancabile, consolatorio, sogno rosa a lieto fine.

Da qui forse – vogliamo alludere con un pizzico di sarcasmo – la necessità del dispregiativo in acce, quale suffisso alle favole che i D’Innocenzo hanno inteso raccontare. Favole feroci, immerse nella lugubre e squallida realtà contemporanea. Favole sporche di sangue e di merda.

La pellicola d’esordio dei due giovanissimi gemelli era stata d’altronde, è bene ricordarlo, l’altrettanto disillusorisae crudele – nel senso che Artaud attribuiva al suo Teatro della crudeltà – La terra dell’abbastanza, del 2018.

Evocazione, per contrasto semantico, di quella Terra dell’abbondanza, firmato nel 2004 da Wim Wenders, e il cui nucleo ideologico era costituito dall’osservazione oggettiva del degrado etico-sociale, in cui versa, da anni, l’impero americano.

Così come in questa wastland – che evoca, per assonanza simbolica, la terra desolata di T.S. Elliot e la crisi irreversibile dell’opulenta società occidentale – viene disegnato e registrato l’abbandono di una periferia romana (ma, se ci si estranea dal dialetto, potrebbe essere Napoli, Milano, Città del Messico o Rio de Janeiro) in cui la vita non lascia scampo ai sogni. Neanche a quelli di una “brillante” carriera criminale.

Solo la rassegnazione, fottutamente realistica, è concessa di fronte ad un misero abbastanza. Ancorché racimolato attraverso l’omicidio o la prostituzione minorile, come fanno i due protagonisti.

Sconfitti da una rinuncia ontologica, imposta alla nascita, quale sovrapprezzo di vite prese a debito. E pagate fino all’estremo sacrificio.

Or bene, andato in onda Favolacce (premiato, ricordiamolo, con l’Orso d’oro per la sceneggiatura, alla Berlinale) che già all’uscita aveva spaccato pubblico e critica – tra chi gridava al miracolo (e noi, considerando il desolante paesaggio del cinema italiano odierno, saremmo propensi ad inscriverci a questa categoria) e chi storceva il muso perplesso – quella spaccatura si è riprodotta, con le inevitabili dinamiche del tifo da stadio, anche sui social. Principalmente su Facebook.

Con l’aggravante che, com’è noto, il social consente agli utenti di lanciarsi in non sempre avvedute analisi estetico/filosofiche; cui vanno a sommarsi paragoni e distinguo con altri registi e pellicole. Tra cui, l’immancabile Premio Oscar, Paolo Sorrentino e la sua Grande Bellezza.

Pietre di paragone inaggirabili, a quanto pare, e quanto mai ingombranti, dunque, poste al collo del cinema italiano di questi ultimi anni.

Le considerazioni

E allora, una riflessione, a questo punto, è d’obbligo. Non me ne vogliano gli amici estimatori del premio Oscar, con cui immancabilmente si duetta di persona o sui social.

Una riflessione in forma di domande retoriche quanto si vuole, ma decisamente sconfortata e pessimistica.

Davvero, dunque, siamo ridotti così male? Siamo davvero così omologati nel gusto e nell’appiattimento del pensiero critico? Davvero siamo così soggiacenti all’estetica postmodernista e neoliberale, alla filosofia economica dominante (mercato e profitto) i cui precetti ideologici sottendono le logiche produttive dell’arte e della cultura, da non riuscire a percepire l’abisso di senso, poetico, stilistico, estetico, filosofico e contenutistico che separa il cinema di un Sorrentino da quello dei gemelli di Tor Bella Monaca, Damiano e Fabio D’Innocenzo?

Davvero si può ritenere – solo in virtù dell’Oscar, le cui reali motivazioni ben si dovrebbero conoscere oramai – il monotono, velleitario ed esangue La Grande Bellezza, un film capace di raccontare e di porre, sotto la lente imparziale della critica, i costumi e le decadenti forme del pensiero italico – sempre più debole e relativista in senso storico, materialistico, politico ed etico – mentre si resta scettici dinanzi alla voragine di contraddizioni, all’annichilimento morale, alla disperante presa di coscienza, sociale e storica, che un film disincantato come Favolacce dovrebbe riuscire a scavare e a destare nelle nostre pur narcotizzate intelligenze?

Siamo così addormentati nella nostra capacità di elaborazione critica della realtà e dunque dell’arte?

E mi riferisco soprattutto alla “compagneria”, buona parte della quale sembra non apprezzare le opere dei due registi romani, mentre plaude senza remore a quelle del partenopeo.

Certo, il gusto è insindacabile. Ma qui siamo al cospetto di una vera e propria mutazione genetica del senso estetico e del pensiero.

Non si spiega, insomma, come si sia potuti passare dal cinema dei grandi temi e dei contenuti importanti, caratterizzato, per larga parte, da un’autenticità d’ispirazione che ne lasciava trasparire l’adesione imprescindibile ai tempi e ai contesti storico-politici (il cinema dei Bertolucci, Petri, Olmi, Rossellini, Lizzani, Visconti, Zurlini, Scola, Fellini, Germi, Pasolini, Caligari, Montaldo, Monicelli, Ferreri, Pontecorvo, Maselli, De Sica, con le loro pur abissali differenze di genere e di stile) a quello convenzionale, estetizzante e francamente di superficie di Sorrentino e dei suoi epigoni. Quando non di peggio ci è dato da assistere.

Chiariamo. Che il regista napoletano sappia usare la Macchina da Presa, sia dotato di intuizioni geniali e abbia cognizione tecnica, anche raffinata, di come si gira un film, questo non può certamente essere smentito. Il problema sono il come e il perché. Dunque, la formalizzazione e la motivazione che sottendono il suo cinema.

Pervaso, a mio modesto avviso, da una concezione rassicurante dell‘arte e da quello che Kant chiamava sensus communis aestheticus. Ovverosia, una sorta di estetica del senso comune, universale e condivisa. Sorta di concezione trascendente del Bello e dell’Arte, intesi l’uno quale oggetto di piacere disinteressato e senza scopo; l’altra come pura azione contemplativa dell’intelletto, che nulla ha a che fare con l’idea di Verità. Come invece accadeva in Hegel e come è necessario ad un’espressione artistica che voglia definirsi marxista e materialista.

Quanto qui si vuol dire, in poche parole, è che l’esperienza estetica, esonerata dal compito della conoscenza e dal cogliere il conflitto tragico che scorre sotto il fiume della realtà, sia essa sociale o personale, si traduce in un intellettualistico esercizio di stile imitativo.

Dunque, privo di quella prospettiva critica che sola consente all’arte e alla cultura di porsi – com’è avvenuto nel corso del '900 – il compito di analizzare e, per quanto possibile, trasformare la realtà. Di farsi strumento per un’esperienza intellettuale attiva e per un sapere rivoluzionario.

Il cinema di Sorrentino risulta, pertanto, sulla base di tali premesse teoriche, spesso ridondante e artificioso. Manieristico e autocompiaciuto. Benché si tratti di un manierismo e di un accademismo comune a molti registi, autori, scrittori, artisti e intellettuali contemporanei.

Un cinema dove i grandi temi sociali, politici, storici, esistenziali diventano il pretesto soggettivo, deprivato di qualsivoglia sguardo oggettivo, distanziato e critico, per una messinscena che vada a gratificare il solo onanismo intellettualistico dell’autore.

La Grande bellezza è l’apoteosi di quell’architettura formale e linguistica, di matrice postmoderna, qui confinata al mero piacere semiotico dell’immagine. Un postmodernismo svuotato di pregnanza semantica, noiosamente autoreferenziale e fine a sé stesso, che con Sorrentino ha smarrito definitivamente il senso anticonvenzionale e di frattura espressiva che aveva assunto alle origini.

La critica di costume e quella morale, di cui si pretenderebbe essere informata la pellicola, e che si vorrebbe rivolta soprattutto a quella sinistra radical-chic, tronfia e intellettualmente arrogante, che ha depauperato l’originario patrimonio di cultura operaia che pure si era sedimentato in questo reazionario paese, si depotenzia e si trasforma, nelle sue cadenze di banale commediola agrodolce – con indosso un sofisticato abito da cerimonia degli Oscar, tutto in tiro hollywoodiano – in un riflesso indulgente, che permette allo spettatore che si riconosca in quello specchio sociale, di sorridere compiaciuto della sua, solo presunta, decadenza.

E come potrebbe essere altrimenti, ci chiediamo noi, considerando che Sorrentino è uno dei più autorevoli esponenti proprio di quella genia di intellettuali di sinistra, che hanno letteralmente smantellato il pensiero critico di questo paese?

Un lento decesso culturale, consumatosi attraverso un conformismo estetico ed ideologico, che è la conseguenza ineludibile dell’aver abbracciato il mito del successo al botteghino e, dunque, del Mercato!

Per riprendere il filo del discorso, comunque, nel film in parola, la sintesi di quella indulgenza ammiccante, ricercata, voluta e ammantata di supposta fustigazione etica si evidenzia nella scena del terrazzo. Imbarazzante per come riesca a scadere nel luogo comune tipico dell’invettiva da salotto televisivo.

Quei cosiddetti salotti buoni, frequentati dalla crème della borghesia economica e dall’élite intellettuale, immancabilmente “di sinistra”. Fazioni litigiose solo in apparenza, ma assolutamente in sintonia nella loro superba postura di classe.

Scena in cui straripa un intollerabile Servillo – oramai clone a tutto tondo di Jep Gambardella – gigionesco bacchettatore dei suoi strettissimi sodali, senza che si evidenzi alcuna reale coscienza del disastro storico, politico ed esistenziale, causa ed effetto determinati da quella borghesia di sinistra, che ha trascinato con sé anche buona parte dei destini politico-culturali del Belpaese. Scena che assume i toni, forse involontari, di un‘annoiata e sguaiata punzecchiatura cameratesca.

Insomma, un film borghese nel senso più retrivo. Intriso di presunzione intellettuale e di autocompiacimento estetico. Nel convincimento, maledettamente erroneo, che ogni immagine debba rappresentare un’epifania poetica. Ai limiti dell’esperienza esoterica.

Qui il grottesco e il surreale/espressionistico si tramutano, invece, allo sguardo attento, in commedia leggera (a tratti anche insulsa) ed in insensatezza calligrafica e tautologica.

Il montaggio e i proverbiali stacchi contribuiscono, ovviamente, a quest’effetto di facile fascinazione straniante, in un’ottica autoriale che però, per l’appunto, non sa andare oltre la suggestione di maniera. Laddove c’era la pretesa di dipingere un grande affresco sull’Italia di oggi.

Il tutto condito da un citazionismo (Fellini in primis) che denuncia la presunzione di un autore essenzialmente piccolo-borghese.

In questo senso, Youth costituisce la summa del manierismo citazionista di Sorrentino.

I poli opposti

Rigorosamente agli antipodi si colloca il cinema dei gemelli D’Innocenzo. Un cinema che trasuda verità e coscienza critica e di classe ad ogni fotogramma.

Un cinema che non fa sconti, capace di aggredire l’intelligenza e la sensibilità dello spettatore senza alcun riguardo, per destarle dal torpore che le culla e le immiserisce.

I due registi romani non contemplano la sordida realtà odierna. Non l’accarezzano, neanche contropelo. Ne sentono il puzzo della merda, l’annusano e la calpestano, senza timore di sporcarsi o di guastare il loro olfatto.

Conoscono ciò di cui parlano e ce lo descrivono senza troppo preoccuparsi di farci male. Lacerano e strappano pezzi di carne e di anima.

Non c’è bellezza, nei loro film. Almeno non quella convenzionale o rassicurante, idiota e patinata che tanto cinema, arte e letteratura confezionano e allestiscono ogni giorno, per commensali dal gusto guastato dal junk food, quello offerto nei supermarket della cultura.

Le loro immagini ed il loro linguaggio racchiudono la scarnificata avvenenza della poesia di Bukowski. I loro personaggi sembrano condensare intimamente la potenza allucinatoria e terrificante delle maschere umane dipinte da Bacon.

Il loro paesaggio urbano e periferico è il cuore di tenebra che pulsa sotto l’epidermide delle metropoli contemporanee. L’incubo che atterrisce la borghesia benpensante, che sceglie di distogliere lo sguardo.

Nel loro cinema si addensa il tremore balbettante della nostra fragile umanità, difronte all’horror vacui che siamo stati capaci di edificare con le nostre stesse mani.

Favolacce si dischiude ad un’analisi feroce del presente. Fa a brandelli l’omologazione culturale, imposta da quel dominio neoliberista il cui orizzonte di senso possono essere solo i soldi, le villette a schiera, Ibiza e una sessualità viscida, da immaginario pornografico, tramata di violenza e di sopraffazione.

Dalla pellicola dei D’Innocenzo è espulso qualunque piacere ludico della sessualità. È contemplato solo il godimento mortifero di un desiderio inappagabile e vorace di possesso.

Favolacce è un film che ci mette al cospetto di un agghiacciante deserto morale, attraversato da ombre di umanità senza nome. Senza futuro e finanche senza passato. Sospese su un tornante della Storia che assomiglia ad un precipizio che scivola frenetico verso il baratro.

Nuclei incandescenti di frustrazione che divorano i corpi dal di dentro.

I D’Innocenzo risentono della lezione di un grande maestro come Caligari e ne sanno cogliere l’essenza stilistica e concettuale; ma si aprono decisamente ad una dimensione di più ampio respiro.

Con universi concentrazionari periferici e microcosmi umani marginali che, sebbene partano da contesti di classe ben precisi – sottoproletariato e piccola-borghesia – s’immergono in una profondità psicologica e storica capace di descrivere tutta la solitudine e lo squallore della nostra asfissiante, fagocitante, spietata contemporaneità globalizzata.

Quella contemporaneità in cui l’omogeneizzazione dei desideri, frullati dagli stritolanti vortici del Capitale e del tempo veloce, viene spalmata sull’eterno presente della produzione e della merce.

Consumo indifferibile di esistenze, di corpi, di emozioni, ridotti al nulla reificato.

I D’Innocenzo mettono in scena un angoscioso, incomunicabile, oceano di emotività sterilizzate che deflagrano nella disperazione di un futuro paralizzato. In una rabbiosa, concitata bulimia di vita. Da vomitare al primo angolo di strada.

Il segno indelebile di questo sfacelo s’imprime sulla pelle di un’infanzia e di un’adolescenza violate dalla superficiale, disumana crudeltà degli adulti. Infanzia abbandonata in foreste di cemento dietro i cui muri si muovono fantasmi che tolgono il fiato e cancellano l’innocenza.

Figli che assumono su di sé il peso dell’inconsistente fragilità di adulti irresponsabili e chiusi nella propria meschina dimensione egoistica.

Adulti le cui esistenze sono ridotte a bocconi di vita, masticati con ansia dietro lo schermo degli smartphone.

Pezzi di un pasto nudo tossico, il cui veleno è pompato in vena dalla stessa brutale insensatezza della vita.

Frammenti di un discorso amoroso spezzato dal terrore dell’altro, ridotto più neanche ad oggetto ma ad una semplice virtualità social, dalla quale trarre, eventualmente, un surrogato di piacere effimero. O su cui sputare la propria rabbia amara. Solipsismo che non si concede alla tenerezza ma solo al sopruso del proprio desiderio.

Un tunnel disperato di piccoli orrori quotidiani, insomma, del quale i bambini, vittime designate ma non certo inconsapevoli, non vedono la luce se non quella rifratta della propria morte.

I due registi di Tor Bella Monaca si pongono di fronte alla realtà e all’oggetto filmico che ne delinea i contorni e ne rivela l’implicita spietatezza, con lo sguardo freddo degli entomologi. Capaci di vivisezionare emozioni e crudeltà. Disperazioni e passeggeri barlumi di dolcezza.

Per questo non abbiamo dubbi nell’affermare che i D’Innocenzo si possono definire, secondo il nostro modestissimo parere, almeno per quanto abbiamo visto in queste due prime opere, i Dardenne italiani, con spuzzate di Haneke e Lanthimos.

Ci auguriamo che continuino a viaggiare in questa direzione ostinata e contraria. Perché è questo il cinema che vogliamo vedere. È questo il cinema che ci piace.

I Premi Oscar li lasciamo ai salotti buoni. Quelli frequentati dall’intellighenzia “di sinistra”!

Fonte

08/10/2016

Il brivido di Fuocoammare e il cinema degli arroganti

Fuocoammare è L'Isola di Arturo di Elsa Morante e Tierno Bokar di Peter Brook. Fuocoammare è un film che insegna senza essere didascalico. E' un film in cui le emozioni arrivano senza l'enfasi dell'artificio retorico, affidato alla parola o all'immagine.

Fuocoammare è il dolore di un respiro affannoso, di un grido di aiuto, di una morte qualunque. E' una preghiera, una tragica litania, che ad accoglierla non trova alcun dio ma solo il mare, governato dal caso e dal destino.

Fuocommare è il Golgota di un Cristo negro, venduto dal Giuda bianco e fustigato a sangue dai centurioni al servizio degli imperi dell'Euro e del Dollaro.

Fuocoammare è la semplicità della vita sull'Isola di Lampedusa, scandita dall'arrivo dei disperati della terra. Fuocoammare è la Guerra, come dice la nonna di Samuele.

Fuocoammare è "I Persiani" di Eschilo ed il mare fiorito di tombe. Fuocoammare è lo sguardo pigro di un bambino già adulto, che gioca col mare, la natura, la fionda… e con armi immaginarie.

In Fuocoammare non ci sono computer, né cellulari, né azione. Non c'è il cinema americano. Non c'è affettazione. Non c'è il discorso sull'estetica e sulla semiotica del cinema.

Fuocoammare è la vita semplice, arcaica, tranquilla, che cozza, come una barca senza nocchiero, contro la crudeltà del mondo organizzato in classi.

Fuocoammare è il teatro della crudeltà di Artaud. Fuocoammare è un piccolo gioiello, un nucleo incandescente di brividi, che squarciano l'anima e inteneriscono le mani.

Fuocoammare parla di noi e delle nostre responsabilità. Fuocoammare è il cinema al servizio della vita, della Storia e delle storie. Non il contrario.

Per questo motivo, pur non amando premi e manifestazioni affini, come gli Oscar, siamo contenti che Fuocoammare, diretto da Gianfranco Rosi, sia stato selezionato per partecipare alla kermesse lasangelina. Ci sembra una decisione in controtendenza rispetto alle logiche di un mercato per il quale, a sancire la qualità di un film – come di altre espressioni artistiche – sono gli incassi, i soldi spesi – in questo caso pochissimi – i nomi osannati dalla critica di regime e, ovviamente, le case di produzione e distribuzione, che dettano le regole del gioco.

Un gioco al quale appartiene di diritto quel Paolo Sorrentino – premio Oscar per La Grande Bellezza – per il quale questa scelta sarebbe solo: «Un inutile, masochistico depotenziamento del cinema italiano». Sinceramente, della vacuità di autori radical chic, pomposi e arroganti, possiamo fare anche a meno. La Grande Bellezza, per citare solo quello più famoso, è un film manieristico, velleitario, estetizzante, pretenzioso e, per di più, assolutorio nei confronti di quella classe borghese, cui liscia il pelo, che vorrebbe, invece, farci credere di colpire con ironia. Un’ironia, ahimé, mai pungente e mai capace di elevarsi alle urticanti altezze del grottesco, e che risulta, al contrario, molto diluita dagli stilemi della commedia all’italiana, travestiti da fittizia autorialità.

A Sorrentino, quindi, consiglieremmo di andarsi a rileggere quanto scriveva Antonio Neiwiller nel suo Manifesto per un teatro clandestino: «È tempo di mettersi in ascolto. È tempo di fare silenzio dentro di sé. È tempo di essere mobili e leggeri, di alleggerirsi per mettersi in cammino. È tempo di convivere con le macerie e l’orrore, per trovare un senso […] Ma la merce è merce e la sua legge sarà sempre pronta a cancellare il lavoro di chi ha trovato radici e guarda lontano. Il passato e il futuro non esistono nell’eterno presente del consumo. Questo è uno degli orrori, con il quale da tempo conviviamo e al quale non abbiamo ancora dato una risposta adeguata […] Un’arte clandestina per mantenersi aperti, essere in viaggio ma lasciare tracce, edificare luoghi, unirsi a viaggiatori inquieti […] È tempo che l’arte trovi altre forme per comunicare in un universo in cui tutto è comunicazione. È tempo che esca dal tempo astratto del mercato, per ricostruire il tempo umano dell’espressione necessaria…».

Da questo grande uomo di teatro, napoletano come lui, il premio Oscar potrebbe trarre qualche insegnamento!

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28/05/2015

Youth. La grande vecchiaia di Sorrentino

A due anni esatti dall'uscita del fortunatissimo «La Grande Bellezza», il premio Oscar Paolo Sorrentino torna in sala con «Youth», che del film con Tony Servillo sembra un po' un sequel, se non addirittura un rilancio in vista del prossimo capitolo.

Il cinema del regista napoletano, d'altra parte, ha sempre ambito ad essere un continuum di temi e di elementi: impossibile non vedere una parabola sul concetto di crepuscolo artistico che parte dallo Sean Penn di «This must be the place» ed arriva a quest'ultima fatica ambientata tra le Alpi svizzere, in un albergo di lusso popolato da stelle del cinema, della musica, modelle e anziani in odor di nobiltà, passati e usati, raggrinziti, stanchissimi e un po' disperati, molto malinconici nella loro ricerca di una giovinezza passata per l'anagrafe ma (forse) ancora possibile altrove.

Due punti cardinali: «Otto e mezzo» di Fellini (ampiamente omaggiato) e «La montagna incantata». Qualche scena memorabile: un Maradona grande obeso che gira con il respiratore e ha ancora un mancino che lèvati, e la sinfonia dei campi con le campane delle mucche, gli uccelli in volo e il vento che passa tra gli alberi: un passaggio quasi lirico che da solo vale il prezzo del biglietto.

«Youth» è la storia di un grande direttore d'orchestra (Michael Cane) e di un grande regista (Harvey Keitel), il primo impegnato ad andare in pensione (con tanto di gran rifiuto iniziale alla regina Elisabetta che lo voleva per un concerto a Buckingham Palace), il secondo al lavoro con una squadra improbabile di sceneggiatori per buttare giù il proprio testamento artistico, che sin dall'inizio puzza di passaggio a vuoto. In mezzo c'è una nevrotica Rachel Weisz, scaricata da un marito che aveva trovato un'altra donna «più brava a letto», ovvero una caricatura (caricatura?) di Lady Gaga. Poi, un Paul Dano alla ricerca di ispirazione per girare un film in cui interpreterà Hitler e vuole dare spessore emotivo al personaggio, l'anziana diva Jane Fonda che preferisce le serie tv al cinema e tanto, tanto contorno. La storia va avanti per due ore così, tra inquadrature che dimostrano la grande tecnica registica di Sorrentino, una fotografia molto evocativa, e scene che vanno a toccare corde quasi comiche, con tanto di battute a effetto, che non sempre vanno a segno, però. E forse il limite maggiore di questo «Youth» sta proprio nella sua eterna volontà di voler dimostrare quanto sia fatto bene, quanto sia girato bene, quanto siano bravi gli attori, quanto la regia sia di qualità, quanto, insomma, Sorrentino il suo Oscar se lo sia meritato: ogni pennellata è un lustrare la statuetta dorata: bene, bravo, bis.

E siamo d'accordo: la gloria era meritata, ma forse si poteva anche evitare di fare un film tanto lezioso, tanto insistente, tanto aspirante alla regia pura. Un film di qualità, va detto, che stravince il derby con «Il racconto dei racconti» di Matteo Garrone (onestamente: ci voleva poco, bastava un Fantaghirò qualunque) e che – sì, ok – dimostra ancora una volta, qualora se ne fosse sentito il bisogno, che il cinema italiano, adesso come adesso, è Sorrentino. Sorrentino e basta. Che si sia tornati a mani vuote da Cannes non è un problema, e francamente fa sorridere questo clima da dramma nazionale che si respira sulle pagine culturali dei giornali: anche la «Grande Bellezza» non sfondò in Francia, ma la storia andò comunque a finire bene negli Usa, posto che questo conti qualcosa.

In conclusione, Sorrentino vince ma non convince, dimostra che sì, fare qualcosa dopo l'ultimo exploit è possibile, ma il respiro dell'opera risulta un po' corto, particolare che risulta evidente anche dal fatto che le 'svolte' della trama (se di trama si può parlare) siano tutte concentrate negli ultimi frangenti. L'effetto finale è la creazione di una grande attesa per il prossimo film, lì si capirà se nasce o se muore un regista chiamato Sorrentino.

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06/03/2014

La grande bellezza. Due recensioni


Ancora due recensioni, diverse tra loro, sul film "La grande bellezza". Come i nostri lettori avranno capito, noi non "diamo la linea" sul cinema. In questo caso più che in altri. Notiamo che in molti ne vogliono parlare, scrivere, dicendo alcune cose sagge e altre più scontate. Ma se in tanti sono rimasti così colpiti da questo film, al punto di volercisi misurare con la scrittura, è segno certo che l'obiettivo è stato raggiunto: non lasciare indifferenti.

Ci sembra sia anche il miglior complimento che si possa fare al regista. Questo è cinema. Se poi il film piace o no, se molto o abbastanza, per un motivo o un altro, è in fondo secondario. Non se ne esce come prima.

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"La grande e nichilistica (e capitalistica) bellezza"
di Fabrizio Marchi

La scelta di premiare un film (così come un libro) è sempre una scelta “politica”. Si decide quale film dovrà essere sostenuto o meno sulla base di tante considerazioni appunto di ordine politico. Sostenere il cinema (e la produzione cinematografica) di un paese piuttosto che di un altro può aiutare a dare una spinta complessiva (economica, di immagine ecc.) a quel determinato paese. A mio parere, questa considerazione ha avuto il suo peso nella decisione di individuare ne “La grande bellezza” il film da premiare. 

C’è n’è anche un’altra, a mio parere, anche se non immediatamente percepibile.  

La premessa è che sono un estimatore di Sorrentino di cui ho visto e apprezzato molto tutti i suoi film. A mio parere il più bello è proprio il primo: ”L’uomo in più”..

Mi è piaciuto molto anche “La grande bellezza”, una sorta di “focus” cinico e disincantato sulla tragicità della vita e dell’essere. “Lasciate ogni  speranza o voi che entrate (nel mondo)” – sembra dirci in buona sostanza Sorrentino – l’unica cosa che ci resta da fare è cercare di vivere questa vita in cui siamo stati gettati nostro malgrado con il massimo della leggerezza e dell’ironia possibile; di più e di meglio proprio non si può fare. Anzi, più si fa, più ci si impegna per cercare di trovare un senso alle cose e peggio si sta. Quindi tanto vale rilassarci, lasciar fluire le cose e cercare di divertirci, per quanto ci è possibile, fermo restando che quel vuoto, quel senso profondo di angoscia, non potrà mai essere eliminato”.

Da un certo punto di vista viene da dire: ”Come dargli torto?” Qualsiasi persona consapevole sa che per quanti sforzi possa produrre per cercare di costruire un orizzonte di senso, non riuscirà mai a darsi una risposta definitiva e soprattutto non riuscirà mai a scacciare una volta per tutte quel demone che si agita dentro di lui che lo rimette sistematicamente di fronte a quella domanda (di senso) a cui egli stesso cerca di dare disperatamente una risposta.

Dal punto di vista concettuale è anche e proprio per questa ragione che si è scelto di premiare questo film. Perché nonostante le apparenze, rispetto a tutti gli altri che il regista ha realizzato, è quello decisamente più in sintonia con l’ideologia dominante. Direi anzi che è un film assolutamente innocuo se non addirittura funzionale per il sistema sociale, politico e culturale dominante.

In tutti gli altri film, la dimensione tragica-esistenziale (presente in tutti i film di Sorrentino) era però accompagnata da una tensione alla possibilità (della trasformazione della realtà), ad un possibile orizzonte di senso (sia esso sociale o “sentimentale”) che in qualche modo conviveva con il primo aspetto, cioè con la dimensione dell’angoscia che comunque accompagna tutti gli umani consapevoli per l’intero corso della loro vita.

“La grande bellezza” è invece una resa incondizionata (e nichilistica) alla “tragicità dell’essere”. Ma abbandonarsi alla “tragicità dell’essere” significa di fatto abbandonarsi allo status quo, o meglio, alla tragicità dello status quo. E da cosa è dato oggi lo status quo? Dal sistema capitalistico assoluto la cui ideologia si fonda proprio sulla intrasformabilità della realtà e sulla necessità della sua totale e passiva accettazione. Il sistema capitalistico ha buon gioco in questa fase storica nel sostenere questa tesi perché tutti i tentativi (sostanzialmente il comunismo) messi in campo per cercare di superarlo sono falliti. “E sono falliti – ci spiegano i suoi cantori (a stipendio) – perché il capitalismo non è una forma storica dell’agire umano ma una dimensione ontologica dell’essere, e per questo immodificabile, in trasformabile ed eterna. E proprio per questo anche “tragica”. 

Il capitalismo, in questo modo “naturalizzato” (“Capitalismo sive natura”, parafrasando il grande Spinoza) non si pone il problema del superamento delle sue contraddizioni strutturali e insanabili, viceversa le accetta, le rivendica e le considera insuperabili, proprio perché considera insuperabile l’ordine sociale, e quindi naturale, delle cose. Un ordine che deve essere accettato, al quale bisogna rassegnarsi. “Accettate (lo status quo), producete (chi ancora è in grado di farlo…) e consumate (chi può…). E cercate di spassarvela quanto più potete (sempre chi può…), non state a interrogarvi più di tanto perché non serve a nulla se non a far lievitare l’angoscia, e soprattutto non provate a cambiare le cose perché è del tutto inutile.

Non sono in grado di dire se Sorrentino sia consapevole del risvolto filosofico (forse faremmo meglio a dire ideologico…) del suo film. Per quanto mi riguarda è questo, e senza ombra di dubbio.

“La grande bellezza” è un vero e proprio manifesto ideologico del nichilismo (capitalista) attualmente dominante nei confronti del quale Sorrentino ci invita a fare buon viso (per lui è certamente più facile…).

Con molta educazione la mia risposta è: ”No grazie, con tutta la simpatia (autentica) per Jeppy Gambardella, io non mi rassegno”.

E credo che non si sarebbero rassegnati neanche Eizenstein, Pasolini, Leone o Kubrik, per rimanere in ambito cinematografico.

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Jep Gambardella e La grande bellezza
di Fedele Boffoli

Nel film, di Paolo Sorrentino (ambientato ai nostri giorni), premiato con l'Oscar, “La grande bellezza”, il protagonista è Geppino Gambardella (in arte Jep - Tony Servillo), un giornalista napoletano, di successo, con al suo attivo un unico formidabile romanzo giovanile, che ha svolto la sua carriera a Roma e che al traguardo dei suoi 65 anni di vita intraprende, con se stesso e con l’ambiente romano, una drastica meditazione sul senso del “Bello”; una riflessione molto amara, di pentimento e di autocritica, scaturita dalla consapevolezza di aver svolto una vita all’inseguimento del potere e dell’effimero, vissuta nella vacuità e nel degrado di feste e circuiti altolocati romani, dove i valori spirituali della vita sembrano smarriti, ma in contraltare, gli si affianca, nell’opera cinematografica, la bellezza universale della città eterna, con i suoi intramontabili monumenti, piazze, fontane, piscine, fiume, ponti, opere d’arte ed anche il mare... accompagnati da musiche celestiali, da chiesa mistica.

Alcuni particolari incontri e compagnie favoriscono i contorni della riflessione dell’attore principale Gambardella, come quello dell’amico autore-attore teatrale (Carlo Verdone), trasferitosi a Roma da una vita e mai realizzato professionalmente, sentimentalmente frustrato, deluso dall’ambiente romano, culturalmente degradato, a cui si è inutilmente rivolto (torna, alla fine, al suo paese di origine). Altro soggetto importante per la contemplazione del protagonista, è l’incontro, non a lieto fine (lei muore) con la ballerina di night club (Sabrina Ferilli) che fa riscoprire in Gambardella, dopo una vita arida di sentimenti, l’attitudine rinnovata, a volersi bene.

Altre vicende tragiche incrociano il protagonista come quella di una ex fidanzata giovanile morta, a distanza di molti anni, ancora innamorata di lui, ecc.

Chiave di volta, del film, è l’asceta mistica e santa “La suora”, che incontra Gambardella, che rifiuta l’intervista (“io ho sposato la povertà e la povertà non si racconta, si vive”), che indica a lui, infine, l’importanza delle “radici”... e che lui sembra accogliere, in coerenza con le sue stesse riflessioni. La meditazione di Gambardella è ormai matura, può incominciare a scrivere, dopo molti anni, il suo secondo romanzo, finalmente ispirato, nella consapevolezza che la morte e la vita, legate ad un filo, con sprazzi di bellezza, si avvicendano in un atto trasformativo, con in sottofondo un bla bla quotidiano.

Non mancano nel film sciabolate ad un’arte contemporanea mercificata, privata dei suoi contenuti e mera cronaca di un disagio di vita collettivo; come anche si evincono contrapposizioni tra una chiesa secolare ed una mistica (il Cardinale - La Suora santa) ed anche riferimenti alla corruzione di un mondo del malaffare intrecciato con quello della politica (il Latitante, vicino di casa di Gambardella, poi arrestato). Un film, forse, di triste cronaca quotidiana e, solamente, ammiccante slogan sulla bellezza? Già Sorrentino si presta ad uno spot per la Nuova Fiat 500 (l’Arte e il denaro sono, in realtà, incompatibili… tutti i salmi finiscono in business?); o proprio, paradossalmente, parafrasando la Santa Suora, del film, chi sceglie la Bellezza la testimonia e non la racconta? Oppure una reale intuizione, magari limitata da quel bla bla di fondo, che riferisce, in conclusione, lo stesso Gambardella che, se però troppo preso in considerazione, ci impedisce di cogliere, nella vita-morte-rinascita quotidiana, perenne Bellezza, Profondità e Unità delle cose e che ci condanna ad una vita di oscillazione dualistica? Ad ognuno, di certo, le sue conclusioni; quello a cui, comunque sia, vogliamo credere e che, quest’opera di Sorrentino, e di tutto il suo staff, sia un autentico segnale innovatore ed augurale: un sasso, necessario, che, lanciato nello stagno del grigiore quotidiano, attivi, dopo lunghi e lunghi secoli, finalmente, le acque di una nuova Rinascenza.

Fonte

A distanza di mesi dalla visione di questo film, continuo a trovare notevolissimo piacere nel leggerne e (provare a) discuterne perché, come scritto nell'icipit edito da Contropiano, non se ne esce come prima, a maggior ragione nel contesto in cui lo vidi io.

04/03/2014

La Grande Bellezza: un Oscar al nostro disagio esistenziale


Una recensione profonda e intelligente, cui non ci è sembrato necessario aggiungere parole nostre. Però, ci sembrano molto adatte queste:
Nessun uomo è un'Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall'onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d'uomo mi diminusce,
perchè io partecipo all'Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.
John Donne

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PensieriParole È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo

Alla fine il film di Paolo Sorrentino ce l’ha fatta: ha vinto l’Oscar come miglior film straniero poche ore fa. Al di là delle sterili critiche ricevute in “patria” e del fatto che si possa riconoscere legittimità o meno ad una simile manifestazione, è indubbio che La Grande Bellezza, presentato a maggio 2013, è riuscito a far discutere molto come film di critica sociale ed esistenziale.

Non è solo questione di aver palesato con immagini potenti, con un vero pugno nello stomaco, la decadenza dei frequentatori dei salotti romani o italiani, e nemmeno di aver mostrato quanto vuota sia l’esistenza di chi, annoiato dalla propria vita, si rifugia in pietosi rituali festaioli. Il film rompe un muro di omertà sui nostri rapporti sociali: infatti, pur in posti diversi da quelli mostrati attraverso il protagonista Jep Gambardella (Toni Servillo) ricco scrittore nichilista e rassegnato rispetto ai tempi, la sostanza è la stessa. Un disagio presente e diffuso penetra le nostre vite, “l’imbarazzo dello stare al mondo”, il “chiacchiericcio e il rumore”, lo “squallore disgraziato”; sono tutti elementi presenti nelle nostre vite, anche se a livelli e modi diversi. 

Sensazioni, dentro e fuori da certi rituali più o meno attribuibili al concetto di “mondanità”, che a cascata, a partire da quella che nel film può esser definita borghesia (pur non mostrando figure attuali come l’industriale, il banchiere o il politico di professione) sono vissute da ogni essere umano. 

“A 65 anni ho scoperto che non posso perdere tempo a fare cose che non mi va di fare”, dice il protagonista. 

“So’ belli i trenini che facciamo alle nostre feste, so’ belli perchè non vanno da nessuna parte.” 

“Sono anni che mi chiedono perchè non torno a scrivere un nuovo romanzo. Ma guarda sta’ gente, sta’ fauna, questa è la mia vita. E non è niente.” 

L’omertà sui nostri rapporti sociali, appunto: come passiamo il tempo, con quali finalità, quello che definiamo “divertimento” e quindi gli spazi nei quali lo ricerchiamo (le nostre feste, i nostri luoghi, le nostre vacanze dove magari ascoltiamo gli stessi balli di gruppo del film), l’alienazione (gli autoscatti su Facebook per sé e i propri “amici”) il regolare uso di sostanze, il particolare ruolo della famiglia. 

Il tutto in una gabbia di sofferenza e dolore che resta sullo sfondo e poi all’improvviso riaffiora, con l’illusione che esistano delle “vibrazioni” che facciano da termometro rispetto a quel che proviamo mentre, comunque, non sappiamo spiegarci cosa sta accadendo. 

Jep Gambardella, pur facendo consapevolmente parte di quel mondo snob circondato dalle più grandi bellezze dello spazio/tempo mondiale, ideologie cristallizzate dall’arte, nonostante si barcameni tra una casa di fianco al Colosseo, belle donne e svaghi continui (tutti elementi che all’estero sono stati colti come emblema dell’”italianità”) si interroga sul senso sia del bello che del vivere. E lo fa da protagonista, in un continuo alternarsi di depressione e smarrimento, euforia e apparente felicità, razionalità e irrazionalità. La ricerca di un equilibrio impossibile, pur da privilegiato in questa società. Lo stesso equilibrio che, nella scala sociale, proviamo tutti a ricercare, anche in condizioni assolutamente diverse e più sfavorevoli. Quel che accomuna Servillo ad ogni essere umano è perciò la frustrazione nel non sapere come relazionarsi ad una società che, pur avendo ancora qualcosa da offrire (l’arte, i pur presenti legami sociali non ancora completamente dissolti, il cibo e il sesso) risulta direzionata verso la barbarie, individuale e collettiva. 

“Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia, pigliarci un po’ in giro… o no?” 

Non a caso, a dicembre, avevamo scelto di proiettare questo film: per discutere attorno alla necessità di un’uscita collettiva da questa situazione, perché da soli non si arriva mai da nessuna parte. Pur contando su anni di storia e di esperienza, cosa che nelle immagini arriva in modo potente: Roma con i suoi 2 millenni di storia, la Chiesa cattolica e poi, più di recente, i richiami alle varie “anomalie italiane”; il partito (il PCI), il lungo ’68, il movimento femminista. Pur stando nel cosiddetto Belpaese, dal clima mite e dal buon cibo, anche qui non se ne esce: sofferenza per tutti, esattamente ciò che accade altrove. 

Prevalgono l’opportunismo, il moralismo, la mercificazione e le inutili convenzioni sociali della rispettiva classe dominante (o litigante, nel nostro caso), tutte mostrate con molteplici e a vario titolo macabri esempi nel film. 

Ogni cosiddetta patria, a partire anche dalle condizioni più apparentemente umane, riesce negli attuali rapporti sociali ad essere il fulcro dell’oppressione dell’uomo e a ridurlo a mero figurante di se stesso e della propria vita, frustrato e alienato rispetto ai suoi simili per non saper trovare un senso ad una vita che non ce l’ha. 

Un passaggio del film rende l’idea: un uomo a notte fonda confida al protagonista, parlando della figlia che lavora in un night club “ha sempre bisogno di soldi, ma che ci farà. Se fosse per droga magari… così avremmo una passione in comune. Che ti sembro un poveraccio Jep? Io quando parlo m’ascolto: oh, c’ho quasi 70 anni e so costretto a fa’ le sei di mattina tutti i giorni. 15 anni fa ho lasciato perdere la cocaina e so’ passato all’eroina, pensa che stronzo. Diventà eroinomane a 50 anni, ma se po’ essere più poveracci de me?”. 

E’ facile adattarsi a ciò, e allo stesso tempo impossibile. La Grande Bellezza coglie perfettamente la ricerca di salvezza che ogni comparsa del film incarna, come metafora della nostra condizione di privazione di libertà e costanti necessità materiali e immateriali. 

Il chirurgo plastico beatificato dai clienti come salvatore, il rapporto con la morte che si intreccia con le nostre vite quando meno ce lo aspettiamo, lasciandoci spiazzati perché abbiamo la presunzione di comprendere il funzionamento della società quando non capiamo le leggi della natura; la ricerca, anche spirituale, di una guida, un punto di riferimento (che nel film, chiaramente, risulta non esserci nemmeno col cardinal Bellucci, il quale preferisce discutere di ricette culinarie e darsi alle feste). 

Tutto questo, per noi che scriviamo, deve essere oggetto di profonda riflessione per chi ha un briciolo di sensibilità ma, contemporaneamente, non far illudere che il superamento degli attuali rapporti sociali possa di per sé risolvere qualcosa: se anche dal mainstream culturale al potere escono messaggi di un certo tipo, come quello del film e come molti altri, li dobbiamo sfruttare politicamente, certo. Ma, come evidenzia La Grande Bellezza, duemila anni di potere, storia e gestione dello spazio non si superano facilmente e soggettivamente. Possiamo quindi accontentarci di qualche incostante e sparuto sprazzo di bellezza in questa vita, a questo prezzo, oppure (elemento che ovviamente non c’è nel film) spingere facendo la nostra consapevole parte, sulla storia e le sue tendenze. Certi che, per passare dal regno della continua necessità a quello della libertà, serviranno diverse generazioni.


15/01/2014

La Grande Bellezza, un film che disorienta

Condividere alcune impressioni, a volte risulta urgente anche in relazione alle impressioni e ai commenti/recensioni di un film che sta facendo discutere: La Grande Bellezza di Sorrentino. Perché lʼurgenza, mi chiedo? Da quale sentimento profondo viene mossa lʼurgenza a comunicare unʼemozione o un pensiero?

Certamente la rappresentazione abbastanza barocca, piena di citazioni cinematografiche, Fellini, Bunuel, a tratti Almodovar, mi hanno fatto provare un'immensa nostalgia per una cinematografia che comunque non esiste più. Le immagini, anche filmiche, appartengono alla storia e noi oggi possiamo guardare un ritratto di Rembrandt o unʼopera di Magritte ritrovando echi di qualcosa di familiare perché appartenenti alla memoria collettiva. Lontani nel tempo, certo ci parlano dell'autore, ce lo raccontano, ma ci raccontano, attraverso le immagini anche il pensiero e i vissuti, le emozioni di unʼepoca e questo vale per qualsiasi opera. Così è anche per i film. Sorrentino nella Grande Bellezza sembra mosso da qualcosa che somiglia molto alla sindrome di Stendhal, proprio come il giapponese che stramazza al suolo di fronte allo spettacolo che vede di fronte a se dalla terrazza del Gianicolo. Forse è questo che in tutto il film disorienta e inquieta. Disorienta lʼeccessiva quantità di riferimenti e citazioni, che risultano ridondanti. Basti pensare agli animali di Bunuel, qui rappresentazione digitale che se ripropone in versione moderna un simbolismo necessario al nutrimento dell'anima, resta comunque sovraesposto ed eccessivamente manierato rispetto ad una bella fotografia che descrive a pennellate e carrellate la luce dorata e sublime di una Roma immortale dove lʼesistenza di ognuno si perde e dove nell'oscurità, le luci artificiali illuminano il lusso e la volgarità, la fragilità di vite perdute nell'ʻImmagineʼ dove i soggetti spariscono nel dover essere, nella finzione smascherata tragicamente dal protagonista, il viveur Jeppy. Il Re che si vede nudo, che si confronta con la propria nudità. Gli altri continuano a magnificarlo, ma lʼimperatore di fronte a questo si ritrae perché, forse, sa che il suo tempo è finito. La sua vita sta finendo e forse sta finendo un'epoca, anche se di quest'epoca non si trova traccia dei drammi che lʼhanno consumata, non si si ritrovano i resti dei sogni che lʼhanno, un tempo, resa viva. Certamente bella la rappresentazione di una Roma o di unʼItalia decadente, come molti hanno letto nel film. Lʼeternità della grande bellezza di Roma ma soprattutto lʼeterna volgarità della decadenza, che si ripropone sostanzialmente immutata in ogni epoca, seppure profondamente diversa negli stili.

Ma torniamo all'urgenza di scrivere queste riflessioni. Mi ha mosso lo stupore di fronte ad un particolare: non ho trovato alcuna recensione che parlasse della morte, così presente in tutto il film. Unico vero filo conduttore di tutta lʼopera. È proprio nella trattazione di questo tema che il film può ricomporre la sua frammentarietà. Attenzione, morte e decadenza non sono la stessa cosa, la morte non può essere collocata ʻimplicitamenteʼ nel processo di decomposizione, perché la morte e solamente la morte, è la fine, sia di un organismo vivente che di unʼorganismo sociale. Finché la vita non si spegne è vita, può essere una brace che durerà a lungo e a lungo darà segni e significati.

Questo è il senso di una rappresentazione decadente del berlusconismo che comunque continua ad esistere al di là, purtroppo, di unʼapparente sconfitta. Quale orrenda rimozione collettiva quindi, direi negazione, della morte. Il film ne è pieno, il giapponese, scena iniziale del film, che cade a terra forse privo di vita sulla terrazza del Gianicolo, il sessantacinquesimo compleanno di Jeppy, non proprio un giovincello che apprende della morte del suo primo amore, di cui non ricorda il motivo della separazione. Separazioni e morti che accadono senza memoria e senza storia. La morte della figlia dell'amico e del figlio, tormentato proprio dalla morte, dell'amica. Una leziosa lezione sui funerali: su come ci si veste e ci si comporta, quanto si deve o non si deve piangere, quando farsi vedere o nascondersi durante un funerale. Insomma la rappresentazione della morte senza una ritualità vera, senza un vero interesse a conoscere le cause delle morti descritte, inutili dettagli per una rappresentazione perfetta. La condoglianza al vecchio amico, il funerale del giovane depresso, lʼunico che poneva il problema e a cui tutti offrivano consolazione e vita. Insomma lʼoscena pietrificazione della fine senza il racconto di ciò che cʼè prima della morte: la malattia e la follia vengono appena citate, si sciolgono nella decadenza collettiva, nell'anonimato, nella rappresentazione appunto.

Ma chi ha custodito e ancora custodisce quest'umanità sciocca, chi la foraggia, la osserva, la tiene dʼocchio? È quel signore molto benvestito del piano di sopra che osserva distaccato e compiaciuto la sua opera, forte del suo potere, e qui non si capisce perchè la DIA dovrebbe arrestarlo, che grida sprezzante siamo noi che governiamo il mondo. Citazione acritica e pesantemente fatalista, ad indicare l'assoluta intrasformabilità del potere, seppure apparentemente alla fine. Un bel soggetto da Trilateral. Certamente il film ha smosso riflessioni ed emozioni e questo per il cinema italiano, agonizzante, per lo più manierato asservito è un pregio, resta comunque il dubbio che lʼautore voglia salvare il protagonista che finalmente tornerà a scrivere, come redento da una presa di coscienza effimera, da lui stesso sottolineata con lʼimprobabile immagine anche di una madre Teresa ridicolizzata all'estremo, letteralizzazione penosa del detto ʻnon stare con i piedi per terraʼ, che lo ricolloca comunque nellʼagonia di quella brace che continuerà ad ardere a lungo fino a quando qualcuno non deciderà che è ora di spegnerla definitivamente.

A conclusione mi permetto io una citazione cinematografica sulla decadenza. il sublime film dei fratelli Taviani: Cesare deve morire.

Fonte

30/05/2013

Uno sguardo su “La grande bellezza”

L’ultimo lavoro cinematografico di Paolo Sorrentino sta riscuotendo un buon consenso di pubblico mentre, sul versante della critica, assistiamo ad una divaricazione di interpretazioni e commenti. Da diverse angolazioni il film viene, di fatto, scandagliato e vivisezionato alla ricerca di improbabili quanto inappropriati messaggi subliminali.

Chi scrive non è un critico cinematografico per cui chiede venia ai lettori di Contropiano.org se le sue righe potranno essere poco attente al bon ton della filologia dei maghi della cinepresa.

Premesso ciò, doverosamente, credo di annoverarmi tra i fan di una scrittura filmica dove la commedia non deve essere narrata esclusivamente con i canoni del dramma (o del melodramma) ma può e deve spaziare tra il fantastico, il surreale, l’allusivo ed il crudo realismo.

Insomma se hai bisogno di trasmettere una emozione, suscitare un'attenzione – meglio ancora un autentico pugno nello stomaco – tutti gli stili e le modalità sono utili alla bisogna.
Credo, quindi, che La grande bellezza possa annoverarsi, tranquillamente, tra i riusciti esperimenti dove il regista di turno, nel caso Paolo Sorrentino coadiuvato da Umberto Contarello, è stato in grado di tenere incollato alla poltrona lo spettatore attraverso le immagini di una città, a tutti cara, dove si consumano tragedie umane, sflilacciamenti ed evaporazioni di corpi sociali collocati in un humus di acclarato degrado culturale ed estetico di tutti le relazioni esistenti.

Una Roma bellissima, monumentale, silente, con voli radenti di uccelli al tramonto, interni ameni di conventi e sottofondi di canti gregoriani. E poi le immagini caleidoscopiche del Tevere, del Colosseo, dell'isola Tiberina e del Circo Massimo. Un Toni Servillo - nei panni di Jep Gambardella - giornalista, scrittore, un po' dandy, un po' irridente, capelli lunghi sul collo oltre ogni ragionevole misura, mani in tasca, camminata leggera e sempre impeccabile negli abiti di sontuosa artigiana sartoria.

Un vero e proprio istrione che si connette con sapiente abilità ad una fauna di personaggi posti sulla linea di confine tra la pacchianeria spinta, una sessualità più evocata che praticata, dai tratti marcatamente pecorecci ed un universo da derive metropolitane post/felliniane. Infatti i rinvii al maestro romagnolo - evidenziati da una triste Via Veneto e da omaggi e richiami alla “Dolce Vita” – non vogliono configurarsi come una sorta di edizione riveduta, corretta ed aggiornata del celebre film con Mastroianni e la Ekberg ma, secondo chi scrive, vogliono segnalare l’inalveamento della società attuale e di un suo particolare segmento dentro il montante paradigma della debordante mediocrità con cui si palesa la contemporaneità post/fordista in cui siamo tutti immersi.

Da questo punto di vista La grande bellezza riesce a farci compiere un attraversamento nei sapori, negli odori, nei tic, nei codici e nelle ritualità di un gruppo sociale – che potremmo riscontrare e ritrovare a Parigi come a Berlino, a Tokio come a Los Angeles – dove il tratto prevalente, oltre ogni alchimia comportamentale e cognitiva, è la noia, il cinismo e la cattiveria gratuita, la perdita di se e lo smarrimento verso tutto e tutti.

Clima da fine dell’Impero? Scene da ultimi giorni di Pompei? Polemica verso la Roma porosa e corruttrice?

Qui ci fermiamo con le nostre impressioni e non ci azzardiamo nella catalogazione obbligatoria delle intenzioni o nei deliri (?) del duo Sorrentino/Contarello. Abbiamo chiaro la nostra invalicabile soglie del limite ci ricordiamo di essere, soprattutto, attivisti politici.

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Io di cinema non capisco quasi nulla, ma leggere articoli come questi mi garba sempre moltissimo.