Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/01/2025

Film che avrei voluto non finissero mai

di Roberta Cospito

Ci sono film che avrei voluto non finissero mai, almeno tre.

In un ordine non sentimentale perché non sarei in grado di esprimere una preferenza, ma in ordine cronologico, si tratta di Caro Diario (1993) di Nanni Moretti e nello specifico il primo episodio intitolato In Vespa, poi È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino (2021) e infine Perfect days di Wim Wenders (2023).

Nanni Moretti, all’epoca uno splendido quarantenne, in sella alla sua amata Vespa 125 blu ci porta in giro per una Roma semideserta in una giornata d’estate e, attraversando i quartieri romani – dalla Garbatella a Spinaceto, concludendo a Ostia, nei pressi del luogo in cui fu ucciso Pier Paolo Pasolini –, ci offre una serie di riflessioni che hanno il tono delle confidenze di un vecchio amico.

Questo episodio è conosciuto anche per il sorprendente cameo dell’attrice Jennifer Beals – nota principalmente per il ruolo di Alexandra “Alex” Owens nel film Flashdance, di cui Moretti tesse le lodi – mentre passeggia lungo le mura di Via di Porta Ardeatina; ricordo con affetto il film anche per un’altra sorprendente quanto divertente apparizione, quella del regista Carlo Mazzacurati che viene rappresentato nei panni di un critico cinematografico in preda a feroci rimorsi per aver scritto recensioni incomprensibili per alcuni film destinati a un pubblico “elitario” e altre lusinghiere per film che, in realtà, risulteranno lungometraggi di basso livello.

L’atmosfera che crea il regista col suo girovagare in sella alla Vespa, dichiarando ai pochi romani che incontra di essere impegnato in sopralluoghi per un suo futuro film, è di una quieta serenità e ci (di)mostra che avere tempo a disposizione serve anche per portare a spasso non solo il corpo, ma pure la mente potendo, così, meglio ragionare sui più disparati argomenti: quello che eravamo e quello che siamo diventati; i luoghi comuni nascosti nel linguaggio quotidiano; le scelte di vita fatte anche perché dettate dalla moda; l’inevitabile conclusione di trovarsi in accordo sempre e comunque, per pensiero e opere, con una minoranza di persone; la confortante bellezza della musica e della danza; la deriva del pensiero politico di alcuni esponenti della sinistra.

Paolo Sorrentino, all’epoca uno splendido cinquantenne, invece, mi ha incantato con le immagini della Napoli della sua gioventù, in cui un ragazzo – Fabietto, un probabile suo alter ego – cerca di confrontarsi con il vuoto lasciato dalla morte dei genitori e con la triste circostanza di non essere riuscito a vederne i corpi, cosa che rende ancora più difficile e doloroso il dire addio a chi ti ha messo al mondo.

Anche in questo film c’è, seppure solo nei minuti iniziali, una Vespa blu su cui – senza casco e oltre la portata di legge –, in un breve giro per Napoli, Fabietto si sposta con entrambi i genitori, ignari del poco tempo che avranno ancora a disposizione per stare insieme; l’immagine è di assoluta spensieratezza e gioia.

L’imperativo “non ti disunire” – l’essere coerenti con se stessi, immagino – che il regista Antonio Capuano (interpretato da Ciro Capano) urla più volte al protagonista, il dovere di raccontare qualcosa quando si mette in scena un film ma in generale quando ci si rivolge a qualcuno richiedendone l’attenzione, l’idea che ci si può ribellare a una realtà scadente creando qualcosa di bello e alternativo e il conservare memoria dei propri progetti anche se non andati in porto, mi sembrano interessanti spunti di riflessione cui porta la visione di questo film.

Ritengo molto suggestivo il titolo È stata la mano di Dio il cui riferimento calcistico colloca il racconto in un preciso momento della storia di Napoli e della vita di Fabietto; nel calcio indica la rete segnata di mano da Diego Armando Maradona nei quarti di finale del Mondiale del 1986, investendo il giocatore di un’aura di divinità che verrà accresciuta dal fatto che la presenza del “Pibe de oro” nella squadra partenopea, salverà la vita al “giovane Sorrentino” che deciderà di rimanere a casa a guardare la partita invece che condividere la sorte dei genitori che moriranno in un grave incidente domestico, nella loro casa di montagna. Questo film è una lettera d’amore del regista non solo ai suoi genitori, ma anche a Napoli e a Maradona.

E poi Perfect Days in cui Wim Wenders, uno splendido ottantenne, racconta la storia di Hirayama, un uomo tranquillo che, nella Tokio contemporanea, si guadagna da vivere pulendo i bagni pubblici e trascorre il suo tempo libero scattando fotografie agli alberi (con una macchina analogica), ascoltando musicassette e leggendo libri.

Questo film, con una colonna sonora indimenticabile – oltre al motivo di Lou Reed che dà il titolo al film, s’ascoltano brani di Patti Smith, The Animals e tanti altri –, mi ha ricordato come anche il lavoro più umile può essere svolto con grande dignità; come possa dare pace l’accettarsi per come si è; come sia gratificante il muoversi nella nostra quotidianità con gentilezza, amore e rispetto; come sia possibile prendere le distanze dal nostro passato senza provare rancore nei confronti di chi ci ha ferito o come sia più facile concentrarsi sugli altri quando si sono eliminate dalla propria vita le cose (e le persone) superflue. Insomma, Wim Wenders pare dirmi che un altro mondo (in questo mondo) è possibile o per lo meno un altro modo di vivere, e che godere appieno di quello che ci può regalare ogni singola giornata è alla nostra portata.

Non so identificare con certezza il motivo per cui avrei voluto che questi film non finissero mai, ma la sensazione è proprio stata questa, il desiderio che continuassero ancora: forse perché sono film lenti e sinceri che sono riusciti a farmi riflettere sul senso della vita e su quanto vissuto sinora.

O per aver raccontato per immagini città con una particolare loro storia e “grande bellezza”: Roma, Napoli e Tokio.

O forse perché sono storie di personaggi che, nonostante la loro semplicità, riescono a raccontare grandi storie. Ritengo ognuno di noi abbia questa possibilità: vivere semplicemente così d’avere grandi storie da raccontare.

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10/03/2015

Settanta anni fa il bombardamento di Tokyo: centomila vittime

In tono dimesso, con una cerimonia pubblica presso il fiume Sumida con la partecipazione del premier Shinzo Abe, del principe ereditario Naruhito e del sindaco di Tokyo, il Giappone ha ricordato il 70º anniversario del bombardamento incendiario condotto sulla capitale durante la notte tra il 9 e il 10 marzo 1945 dagli aerei degli Stati Uniti. Il più letale dell’intero secondo conflitto mondiale, anche più dei due bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki che vennero cancellate dalla mappa insieme ai loro abitanti. Il numero dei civili uccisi, oltre 100.000, superò quello delle vittime di Dresda.

"Fu un mare di fuoco" ha raccontato al Japan Times Saotome Katsumoto, che all'epoca aveva 12 anni e che ha dedicato gran parte della sua vita a ricordare questo tragico evento, che passa sempre in secondo piano quando si parla dei grandi massacri del secondo conflitto mondiale. Era stata da poco superata la mezzanotte, quando 330 B-29 degli Stati Uniti iniziarono a lanciare bombe al napalm e bombe incendiare al fosforo bianco sulla capitale nipponica.

Nei bombardamenti di Tokio venne colpita e distrutta in particolare la città vecchia, formata in buona parte da edifici in legno. Il bombardamento provocò non solo la distruzione pressoché totale degli edifici e la morte immediata di decine di migliaia di abitanti, ma le conseguenze nei giorni successivi sulla popolazione colpita dal fosforo furono drammatiche.

Tra i più lucidi testimoni delle conseguenze di quella tragedia presto dimenticata l'etnologo e scrittore italiano Fosco Maraini, che andò a Tokyo subito dopo la capitolazione giapponese, assieme alla sua famiglia (tra le figlie, Dacia Maraini). In "Ore giapponesi", Maraini scrive: "Eppure non riesco a scacciare dalla memoria l'immagine di Tokyo come la vidi subito dopo la guerra, alla fine del 1945. Vi giunsi ai primi di settembre da Nagoya, poco dopo avere lasciato il campo di concentramento dove ero stato rinchiuso per due anni, con moglie e tre bambine. Lo spettacolo che mi accolse fu desolante, terribile".

Al di là delle motivazioni ufficiali e della regioni belliche, a stupire ancora oggi l’opinione pubblica giapponese è l’apparente accanimento dei bombardieri americani verso la popolazione civile, che nei mesi successivi e fino all’olocausto nucleare avrebbe sperimentato la distruzione di una sessantina tra i maggiori centri abitati dell’arcipelago nipponico.
Una percezione giustificata, che risente però anche del clima di revisionismo storico perseguito dai governi nazionalisti in carica a Tokyo per buona parte del periodo post-bellico, e in parte di una scarsa informazione a livello nazionale delle conseguenze che l’imperialismo nipponico provocò in Estremo Oriente e nell’Asia meridionale tra il 1931 e il 1945.

A loro volta, gli Stati Uniti, alleati del Giappone da un settantennio, non hanno mai indicato alcun ripensamento ufficiale sulle azioni che hanno portato alla resa del Giappone, per essi motivate non solo dalla prospettiva inaccettabile di una conquista convenzionale dell’arcipelago che sarebbe costata un numero enorme di vite statunitensi, ma anche dal “tradimento” iniziale dell’attacco di Pearl Harbor il 7 dicembre 1941. Alla fine, le opportunità dell’antica alleanza e quelle delle nuove strategie congiunte tra Tokyo e Washington rendono le commemorazioni imbarazzanti finestre su un passato sempre più lontano e scomodo.

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