L’esercito israeliano ha sparato proiettili d’artiglieria contenenti fosforo bianco, un’arma incendiaria, in operazioni militari lungo il confine meridionale del Libano tra il 10 e il 16 ottobre 2023, ha dichiarato Amnesty International.
Un attacco alla città di Dhayra il 16 ottobre deve essere investigato come un crimine di guerra perché è stato un attacco indiscriminato che ha ferito almeno nove civili e danneggiato oggetti civili, ed è quindi stato illegale, ha dichiarato l’organizzazione.
Le ostilità transfrontaliere nel sud del Libano sono notevolmente aumentate dal 7 ottobre. I bombardamenti israeliani in Libano hanno ucciso almeno quattro civili e 48 membri di Hezbollah finora. Hezbollah e altri gruppi armati hanno sparato razzi anche nel nord di Israele, uccidendo sei soldati israeliani e un civile israeliano, secondo l’esercito israeliano.
Amnesty International sta indagando sugli attacchi di Hezbollah e altri gruppi armati nel nord di Israele per determinare se hanno violato il diritto internazionale umanitario.
“È al di là dell’orrore che l’esercito israeliano abbia usato in modo indiscriminato il fosforo bianco in violazione del diritto internazionale umanitario. L’uso illegale di fosforo bianco in Libano nella città di Dhayra il 16 ottobre ha messo gravemente a rischio la vita dei civili, molti dei quali sono stati ricoverati in ospedale e costretti a sfollare, mentre le loro case e le loro auto prendevano fuoco“, ha dichiarato Aya Majzoub, Direttore Regionale Aggiunto per il Medio Oriente e il Nord Africa di Amnesty International.
“Con la crescente preoccupazione per un’escalation delle ostilità nel sud del Libano, l’esercito israeliano deve immediatamente cessare l’uso di fosforo bianco, soprattutto nelle aree popolate, in linea con il suo dimenticato impegno del 2013 di smettere di usare queste armi. Deve rispettare il suo impegno e smettere di mettere a repentaglio ulteriormente la vita dei civili in Libano.“
L’uso di fosforo bianco è limitato dal diritto internazionale umanitario. Sebbene possa avere usi legittimi, non deve mai essere sparato o utilizzato nelle vicinanze di aree civili popolate o infrastrutture civili, a causa dell’alta probabilità che provochi incendi e fumo. Tali attacchi, che non distinguono tra civili e oggetti civili e combattenti e obiettivi militari, sono indiscriminati e quindi vietati.
Il fosforo bianco è una sostanza incendiaria principalmente utilizzata per creare uno schermo denso di fumo o contrassegnare bersagli. Quando è esposto all’aria, brucia a temperature estremamente elevate e spesso provoca incendi nelle aree in cui viene impiegato.
Le persone esposte al fosforo bianco possono subire danni respiratori, insufficienza d’organo e altre ferite terrificanti e che cambiano la vita, tra cui ustioni estremamente difficili da trattare e che non possono essere spente con l’acqua. Le ustioni che interessano solo il 10 percento del corpo sono spesso fatali.
L’insieme di prove esaminato da Amnesty International indica che Israele ha utilizzato proiettili d’artiglieria a base di fosforo bianco durante un attacco alla città di confine meridionale di Dhayra, una zona civile popolata. Il Laboratorio delle Prove di Crisi di Amnesty International ha verificato video e foto che mostrano l’uso di proiettili d’artiglieria a base di fosforo bianco a Dhayra il 16 ottobre.
I ricercatori di Amnesty International hanno intervistato il sindaco di Dhayra, un residente di Dhayra, un pronto soccorso che ha facilitato il trasferimento dei civili feriti in un ospedale nelle vicinanze e un medico di emergenza che lavora nell’ospedale che ha ricevuto i civili feriti.
Il team ha anche raccolto prove convincenti che indicano l’uso di fosforo bianco in altri tre incidenti avvenuti tra il 10 e il 16 ottobre a Dhayra e nelle città di confine di al-Mari e Aita al-Chaab, attraverso la verifica di video e foto di questi attacchi.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Bombe al fosforo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bombe al fosforo. Mostra tutti i post
28/12/2020
27 Dicembre 2008. Israele scatenava “piombo fuso”: un crimine contro l’umanità
Il 27 dicembre del 2008, prendeva il via l’operazione militare israeliana “Piombo Fuso” contro la popolazione della Striscia di Gaza. Il bilancio del massacro-genocidio fu di 1.500 morti, molti dei quali bambini, e di circa 5.000 feriti, oltre una vasta distruzione.
Venne accertato l’impiego da parte di Israele di armi al fosforo ed altri ordigni contenenti metalli tossici, che causarono un ampio incremento nel numero di neonati affetti da patologie anche grave e/o deformanti. Il ministero della Sanità a Gaza riferì che il numero dei feti malformati era raddoppiato in un anno.
Ai primi di febbraio del 2009, Israele ammise per la prima volta l’impiego di bombe al fosforo durante l’Operazione Piombo Fuso, adottando in seguito qualche blando provvedimento disciplinare nei confronti di alcuni ufficiali che avevano preso parte all’operazione. Ma nulla di più, e tutto senza reali conseguenze per i militari: solo un contentino in risposta alle proteste di alcuni paesi.
Il ministero palestinese della Sanità a Gaza diffuse vari comunicati sulle conseguenze dei disastri umanitari e ambientali nel territorio e rimarcando “l’impiego israeliano di armi contenenti metalli tossici e cancerogeni, altamente nocivi per i feti”.
Secondo vari rapporti medici, si registrò anche un significativo incremento di aborti spontanei tra le gestanti dopo l’operazione “piombo fuso”.
Dopo le operazioni di Gaza, il Comitato di ricerca sulle nuove armi (Nrwc), un gruppo basato in Italia di scienziati e medici che studiano gli effetti delle armi non convenzionali e le ripercussioni a medio termine sui residenti in aree affette da conflitti, rilevò che furono effettivamente impiegati esplosivi contenenti fosforo bianco e un elemento metallico ad alto contenuto cancerogeno.
Ulteriori analisi sulle aree bombardate riscontrarono la presenza di metalli dannosi per i sistemi nervoso e riproduttivo degli esseri umani.
La Fondazione “Al Damer” per i diritti umani condusse studi che dimostrarono come le aree circostanti Jabaliya, Beit Hanoun e Beit Lahiya furono le più vulnerabili dal punto di vista delle patologie fetali e delle minacce alla salute.
Sono aree, queste, in cui l’intervento armato israeliano si concentrò più che altrove durante l’Operazione Piombo Fuso, facendo particolare uso di ordigni contenenti materiali tossici o radioattivi. Il ricorso ad armi al fosforo in aree densamente popolate da civili è ritenuto illegittimo, ma la comunità internazionale non mosse realmente un dito per contestarne l’impiego a Israele.
Da allora, Gaza continua a sperimentare una crisi umanitaria e ambientale molto seria, e il suo milione e mezzo di abitanti rimane esposto a gravi rischi per la propria salute.
Ricordiamo quell’ennesimo crimine impunito di Israele, attraverso le parole del libro-diario del giornalista e volontario italiano assassinato a Gaza nel 2011, Vittorio Arrigoni, scritto durante l’aggressione Piombo Fuso, “Gaza. Restiamo umani”, pubblicato da Infopal il 27/12/2013.
Fonte
19/04/2018
Armi chimiche 1
“Fallujah. La strage nascosta” è un documentario di Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta andato in onda per la prima volta sulle reti televisive della Rai l’8 novembre 2005 che ha documentato le prove dell’uso di armi chimiche, in particolare ordigni incendiari e armi basate sul fosforo bianco e altre sostanze simili al napalm, come il Mark 77, e l’uso indiscriminato della violenza contro i civili da parte delle forze militari statunitensi nella città irachena di Falluja durante l’offensiva del novembre 2004.
Le interviste con ex militari statunitensi che affermano di essere stati presenti all’offensiva di Falluja supportano l’ipotesi dell’uso di armi da parte degli Stati Uniti, mentre i giornalisti che erano in Iraq discutono dei tentativi degli Stati Uniti di bloccare la diffusione delle notizie.
Vi sono filmati di armi al fosforo bianco sparate da elicotteri in aree urbane, così come riprese dettagliate mostrano i resti di persone che si suppone siano state uccise da quelle armi, tra cui donne e bambini.
Nel documentario viene intervistato l’ex soldato statunitense, ora attivista contro la guerra, Jeff Englehart, il quale discute dell’uso del fosforo bianco, chiamato “Willie Pete”, da parte degli Stati Uniti in aree edificate e descrive l’offensiva di Falluja come «un’uccisione di massa di arabi». Englehart ha trascorso due giorni a Falluja durante la battaglia.
Nel reportage si afferma che i militari statunitensi hanno deliberatamente mirato a civili iracheni e bambini durante l’offensiva di Falluja per debellare l’opposizione all’occupazione statunitense. Viene intervistato l’ex soldato statunitense Garret Reppenhagen il quale afferma che le morti civili erano frequenti e intenzionali.
Per le rivelazioni in anteprima il documentario è stato ripreso dalle maggiori testate mondiali, fra le quali Le Monde[2], El País[3], il New York Times[4], il Guardian[5], oltre alle italiane La Repubblica[6] e Il Corriere della Sera[7]; su quest’ultimo, Enzo Biagi richiamò il filmato e i suoi autori nella sua rubrica “Strettamente personale”[8].
Nel 2006 Ranucci ha vinto per il documentario il premio Alpi con la seguente motivazione: «Sigfrido Ranucci svela in esclusiva l’utilizzazione del fosforo nei bombardamenti americani su Falluja. L’inchiesta di Rai News 24 ha fatto il giro del mondo denunciando un drammatico retroscena della guerra in Iraq.»[9] Anche nel corso dell’attacco contro Gaza del 2009 l’esercito israeliano ha fatto uso di munizioni al fosforo bianco.
L’uso del fosforo bianco è un crimine di guerra. I media internazionali hanno impiegato un po’ di tempo per testimoniare quello che un occhio un po’ esperto di questioni militari ha capito fin dall’inizio dei bombardamenti. Gli aerei da caccia, gli elicotteri e gli altri vettori venduti dagli Stati Uniti e utilizzati da Tsahal hanno impiegato munizioni con fosforo bianco. Blindati e artiglieria hanno fatto seguito durante l’attacco terrestre infliggendo alle popolazioni della Striscia di Gaza, una delle zone più densamente popolate al mondo, un diluvio di materiale iper-attivo che si ossida e si infiamma al contatto dell’aria e sprigiona un forte odore di aglio.
L’uso di questo tipo di armi è devastante. Le particelle incandescenti di fosforo bianco – chiamato “affettuosamente” Willy Pete dai soldati britannici all’epoca della seconda Guerra mondiale e dai soldati USA in Vietnam – penetrano profondamente nella pelle, fino a fondere l’epidermide, la carne e le ossa.
Il fosforo bianco provoca ustioni chimiche multiple che possono continuare a bruciare all’interno del corpo, anche in assenza di ossigeno. “Generalmente, quando un paziente presenta un’ustione, si sa come curarla e soprattutto non c’è peggioramento, racconta il dottor Nafez Abu Shaaban, capo del servizio ustionati all’ospedale Shifa. Qui, non solamente era impossibile, ma in più la piaga si ingrandiva sempre di più e, dopo qualche ora, dalla ferita usciva fumo bianco. L’unica soluzione che avevamo era di portare il più rapidamente possibile il paziente in sala operatoria.” Queste ustioni sono spesso di secondo o terzo grado.
Fonte
26/01/2016
Iraq - L'inferno Usa-Isis di Fallujah, aspettando il vertice di Ginevra
di Chiara Cruciati – il Manifesto
I “bambini-Frankestein” di Bassora ora nascono a Fallujah: il destino dell’Iraq violentato da decenni di guerra globale sta nei corpi deformati dei neonati della seconda città della provincia di Anbar. Sono trascorsi 13 anni dall’invasione Usa dell’Iraq: tra le comunità in prima fila contro l’occupazione Usa, Fallujah ne paga ancora le violenze fisiche e politiche. A raccontare la storia dei bambini di Fallujah è un reportage di Middle East Monitor: uranio impoverito e fosforo bianco (il cui uso fu ammesso da Washington nel novembre 2005), inquinando aria e terreni, producono ancora i loro macabri effetti. Il tasso di neonati con deformazioni e tumori è tanto alto – scrive l’agenzia – da superare quello di Hiroshima e Nagasaki.
Ma le conseguenze della “guerra al terrore” non si fermano ai corpi straziati dei bambini. Vanno oltre, fino a sfociare nell’occupazione Isis, che qui si è fatto strada sostenuto da ex ufficiali del partito Baath: i residenti ancora presenti, dei 300mila originari, sono schiacciati dalla brutalità del “califfato”. Esecuzioni in pubblico, punizioni corporali, scuole aperte per poche ore, bambini rapiti e reclutati come soldati, tagli dei servizi base. Eppure Fallujah resta in stand by. Dopo la ripresa di Ramadi, capoluogo di Anbar, Baghdad aveva promesso un intervento immediato: con il sostegno delle unità tribali sunnite, i primi passi erano stati compiuti per poi interrompersi. Ad oggi la controffensiva è ancora sulla carta, seppure lo Stato Islamico la usi per stringere la morsa su Fallujah: trincee, tunnel, ordigni nei quartieri residenziali. Ma soprattutto propaganda per spaventare una comunità, quella sunnita, che teme l’Isis quanto le rappresaglie delle milizie sciite. Gli abusi di Tikrit li conoscono tutti, a menadito.
Turchia e Usa tra Siria e Iraq
E se Fallujah aspetta di conoscere il proprio destino, le potenze si muovono sulle macerie del governo iracheno. Epicentro degli interessi resta la base militare di Bashiqa: a 20 km da Mosul, usata dai peshmerga per spingere indietro la linea del fronte dell’Isis, da dicembre è oggetto delle attenzioni della Turchia che, bypassando Baghdad, ha inviato un suo contingente. Ufficialmente per addestrare i combattenti kurdi, ufficiosamente per mettere il cappello sulla controffensiva a Mosul.
Le proteste irachene sono rimaste inascoltate e oggi, nonostante deboli rimbrotti da parte Usa, Washington e Ankara si sarebbero accordati. Secondo fonti Usa, nell’incontro di sabato il vice presidente Biden e il presidente Erdogan avrebbero gettato le basi per «nuove iniziative comuni» su Bashiqa, un coordinamento militare tra Ankara e Nato che farebbe da contraltare all’operazione paventata in Siria dallo stesso Biden. Sabato il vice presidente ha riportato dell’intenzione di intervenire militarmente con la Turchia nel caso di fallimento del negoziato siriano.
Un negoziato che affonda: il dialogo avrebbe dovuto aprirsi ieri a Ginevra ma il boicottaggio delle opposizioni ne ha impedito l’avvio, con il segretario di Stato Usa Kerry costretto ad arrampicarsi sugli specchi e a promettere di «chiarire» la questione entro 24-48 ore. Forse la chiarezza che cerca gli arriverà dalle opposizioni siriane e dall’incontro di emergenza deciso per oggi a Riyadh: il comitato nato dal meeting in Arabia Saudita di dicembre sarà chiamato a decidere se partecipare o meno al negoziato di Ginevra. I gruppi anti-Assad stanno apertamente bloccando il processo politico: con il governo di Damasco pronto a cominciare, le opposizioni accusano Kerry di pressioni, la Russia di interferenza, così da prendere tempo a favore degli alleati regionali, Turchia e Golfo, con in mano meno potere contrattuale del passato. Ieri l’inviato Onu per la Siria de Mistura ha provato a mettere punti fermi: oggi partiranno gli inviti, il tavolo si aprirà il prossimo venerdì, 29 gennaio.
Ue ai piedi di Erdogan
E mentre le prospettive di un dialogo reale si affievoliscono, al centro dei giochi resta proprio la Turchia che tenta di risalire la china sfruttando le spinte belliche Usa e facendosi scudo con i rifugiati. Ankara sa di poter contare su Bruxelles perché potente è la minaccia rappresentata per la fortezza Europa dall’emergenza rifugiati. Ieri lady Pesc Mogherini è volata ad Ankara per rassicurare l’alleato: i 3 miliardi promessi a novembre (ufficialmente per progetti a favore di profughi, ma in realtà volti a bloccarne il flusso verso i territori europei) arriveranno «in un ragionevole lasso di tempo».
Fonte
I “bambini-Frankestein” di Bassora ora nascono a Fallujah: il destino dell’Iraq violentato da decenni di guerra globale sta nei corpi deformati dei neonati della seconda città della provincia di Anbar. Sono trascorsi 13 anni dall’invasione Usa dell’Iraq: tra le comunità in prima fila contro l’occupazione Usa, Fallujah ne paga ancora le violenze fisiche e politiche. A raccontare la storia dei bambini di Fallujah è un reportage di Middle East Monitor: uranio impoverito e fosforo bianco (il cui uso fu ammesso da Washington nel novembre 2005), inquinando aria e terreni, producono ancora i loro macabri effetti. Il tasso di neonati con deformazioni e tumori è tanto alto – scrive l’agenzia – da superare quello di Hiroshima e Nagasaki.
Ma le conseguenze della “guerra al terrore” non si fermano ai corpi straziati dei bambini. Vanno oltre, fino a sfociare nell’occupazione Isis, che qui si è fatto strada sostenuto da ex ufficiali del partito Baath: i residenti ancora presenti, dei 300mila originari, sono schiacciati dalla brutalità del “califfato”. Esecuzioni in pubblico, punizioni corporali, scuole aperte per poche ore, bambini rapiti e reclutati come soldati, tagli dei servizi base. Eppure Fallujah resta in stand by. Dopo la ripresa di Ramadi, capoluogo di Anbar, Baghdad aveva promesso un intervento immediato: con il sostegno delle unità tribali sunnite, i primi passi erano stati compiuti per poi interrompersi. Ad oggi la controffensiva è ancora sulla carta, seppure lo Stato Islamico la usi per stringere la morsa su Fallujah: trincee, tunnel, ordigni nei quartieri residenziali. Ma soprattutto propaganda per spaventare una comunità, quella sunnita, che teme l’Isis quanto le rappresaglie delle milizie sciite. Gli abusi di Tikrit li conoscono tutti, a menadito.
Turchia e Usa tra Siria e Iraq
E se Fallujah aspetta di conoscere il proprio destino, le potenze si muovono sulle macerie del governo iracheno. Epicentro degli interessi resta la base militare di Bashiqa: a 20 km da Mosul, usata dai peshmerga per spingere indietro la linea del fronte dell’Isis, da dicembre è oggetto delle attenzioni della Turchia che, bypassando Baghdad, ha inviato un suo contingente. Ufficialmente per addestrare i combattenti kurdi, ufficiosamente per mettere il cappello sulla controffensiva a Mosul.
Le proteste irachene sono rimaste inascoltate e oggi, nonostante deboli rimbrotti da parte Usa, Washington e Ankara si sarebbero accordati. Secondo fonti Usa, nell’incontro di sabato il vice presidente Biden e il presidente Erdogan avrebbero gettato le basi per «nuove iniziative comuni» su Bashiqa, un coordinamento militare tra Ankara e Nato che farebbe da contraltare all’operazione paventata in Siria dallo stesso Biden. Sabato il vice presidente ha riportato dell’intenzione di intervenire militarmente con la Turchia nel caso di fallimento del negoziato siriano.
Un negoziato che affonda: il dialogo avrebbe dovuto aprirsi ieri a Ginevra ma il boicottaggio delle opposizioni ne ha impedito l’avvio, con il segretario di Stato Usa Kerry costretto ad arrampicarsi sugli specchi e a promettere di «chiarire» la questione entro 24-48 ore. Forse la chiarezza che cerca gli arriverà dalle opposizioni siriane e dall’incontro di emergenza deciso per oggi a Riyadh: il comitato nato dal meeting in Arabia Saudita di dicembre sarà chiamato a decidere se partecipare o meno al negoziato di Ginevra. I gruppi anti-Assad stanno apertamente bloccando il processo politico: con il governo di Damasco pronto a cominciare, le opposizioni accusano Kerry di pressioni, la Russia di interferenza, così da prendere tempo a favore degli alleati regionali, Turchia e Golfo, con in mano meno potere contrattuale del passato. Ieri l’inviato Onu per la Siria de Mistura ha provato a mettere punti fermi: oggi partiranno gli inviti, il tavolo si aprirà il prossimo venerdì, 29 gennaio.
Ue ai piedi di Erdogan
E mentre le prospettive di un dialogo reale si affievoliscono, al centro dei giochi resta proprio la Turchia che tenta di risalire la china sfruttando le spinte belliche Usa e facendosi scudo con i rifugiati. Ankara sa di poter contare su Bruxelles perché potente è la minaccia rappresentata per la fortezza Europa dall’emergenza rifugiati. Ieri lady Pesc Mogherini è volata ad Ankara per rassicurare l’alleato: i 3 miliardi promessi a novembre (ufficialmente per progetti a favore di profughi, ma in realtà volti a bloccarne il flusso verso i territori europei) arriveranno «in un ragionevole lasso di tempo».
Fonte
10/03/2015
Settanta anni fa il bombardamento di Tokyo: centomila vittime
In tono dimesso, con una cerimonia pubblica presso il fiume Sumida con la partecipazione del premier Shinzo Abe, del principe ereditario Naruhito e del sindaco di Tokyo, il Giappone ha ricordato il 70º anniversario del bombardamento incendiario condotto sulla capitale durante la notte tra il 9 e il 10 marzo 1945 dagli aerei degli Stati Uniti. Il più letale dell’intero secondo conflitto mondiale, anche più dei due bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki che vennero cancellate dalla mappa insieme ai loro abitanti. Il numero dei civili uccisi, oltre 100.000, superò quello delle vittime di Dresda.
"Fu un mare di fuoco" ha raccontato al Japan Times Saotome Katsumoto, che all'epoca aveva 12 anni e che ha dedicato gran parte della sua vita a ricordare questo tragico evento, che passa sempre in secondo piano quando si parla dei grandi massacri del secondo conflitto mondiale. Era stata da poco superata la mezzanotte, quando 330 B-29 degli Stati Uniti iniziarono a lanciare bombe al napalm e bombe incendiare al fosforo bianco sulla capitale nipponica.
Nei bombardamenti di Tokio venne colpita e distrutta in particolare la città vecchia, formata in buona parte da edifici in legno. Il bombardamento provocò non solo la distruzione pressoché totale degli edifici e la morte immediata di decine di migliaia di abitanti, ma le conseguenze nei giorni successivi sulla popolazione colpita dal fosforo furono drammatiche.
Tra i più lucidi testimoni delle conseguenze di quella tragedia presto dimenticata l'etnologo e scrittore italiano Fosco Maraini, che andò a Tokyo subito dopo la capitolazione giapponese, assieme alla sua famiglia (tra le figlie, Dacia Maraini). In "Ore giapponesi", Maraini scrive: "Eppure non riesco a scacciare dalla memoria l'immagine di Tokyo come la vidi subito dopo la guerra, alla fine del 1945. Vi giunsi ai primi di settembre da Nagoya, poco dopo avere lasciato il campo di concentramento dove ero stato rinchiuso per due anni, con moglie e tre bambine. Lo spettacolo che mi accolse fu desolante, terribile".
Al di là delle motivazioni ufficiali e della regioni belliche, a stupire ancora oggi l’opinione pubblica giapponese è l’apparente accanimento dei bombardieri americani verso la popolazione civile, che nei mesi successivi e fino all’olocausto nucleare avrebbe sperimentato la distruzione di una sessantina tra i maggiori centri abitati dell’arcipelago nipponico.
Una percezione giustificata, che risente però anche del clima di revisionismo storico perseguito dai governi nazionalisti in carica a Tokyo per buona parte del periodo post-bellico, e in parte di una scarsa informazione a livello nazionale delle conseguenze che l’imperialismo nipponico provocò in Estremo Oriente e nell’Asia meridionale tra il 1931 e il 1945.
A loro volta, gli Stati Uniti, alleati del Giappone da un settantennio, non hanno mai indicato alcun ripensamento ufficiale sulle azioni che hanno portato alla resa del Giappone, per essi motivate non solo dalla prospettiva inaccettabile di una conquista convenzionale dell’arcipelago che sarebbe costata un numero enorme di vite statunitensi, ma anche dal “tradimento” iniziale dell’attacco di Pearl Harbor il 7 dicembre 1941. Alla fine, le opportunità dell’antica alleanza e quelle delle nuove strategie congiunte tra Tokyo e Washington rendono le commemorazioni imbarazzanti finestre su un passato sempre più lontano e scomodo.
Fonte
"Fu un mare di fuoco" ha raccontato al Japan Times Saotome Katsumoto, che all'epoca aveva 12 anni e che ha dedicato gran parte della sua vita a ricordare questo tragico evento, che passa sempre in secondo piano quando si parla dei grandi massacri del secondo conflitto mondiale. Era stata da poco superata la mezzanotte, quando 330 B-29 degli Stati Uniti iniziarono a lanciare bombe al napalm e bombe incendiare al fosforo bianco sulla capitale nipponica.
Nei bombardamenti di Tokio venne colpita e distrutta in particolare la città vecchia, formata in buona parte da edifici in legno. Il bombardamento provocò non solo la distruzione pressoché totale degli edifici e la morte immediata di decine di migliaia di abitanti, ma le conseguenze nei giorni successivi sulla popolazione colpita dal fosforo furono drammatiche.
Tra i più lucidi testimoni delle conseguenze di quella tragedia presto dimenticata l'etnologo e scrittore italiano Fosco Maraini, che andò a Tokyo subito dopo la capitolazione giapponese, assieme alla sua famiglia (tra le figlie, Dacia Maraini). In "Ore giapponesi", Maraini scrive: "Eppure non riesco a scacciare dalla memoria l'immagine di Tokyo come la vidi subito dopo la guerra, alla fine del 1945. Vi giunsi ai primi di settembre da Nagoya, poco dopo avere lasciato il campo di concentramento dove ero stato rinchiuso per due anni, con moglie e tre bambine. Lo spettacolo che mi accolse fu desolante, terribile".
Al di là delle motivazioni ufficiali e della regioni belliche, a stupire ancora oggi l’opinione pubblica giapponese è l’apparente accanimento dei bombardieri americani verso la popolazione civile, che nei mesi successivi e fino all’olocausto nucleare avrebbe sperimentato la distruzione di una sessantina tra i maggiori centri abitati dell’arcipelago nipponico.
Una percezione giustificata, che risente però anche del clima di revisionismo storico perseguito dai governi nazionalisti in carica a Tokyo per buona parte del periodo post-bellico, e in parte di una scarsa informazione a livello nazionale delle conseguenze che l’imperialismo nipponico provocò in Estremo Oriente e nell’Asia meridionale tra il 1931 e il 1945.
A loro volta, gli Stati Uniti, alleati del Giappone da un settantennio, non hanno mai indicato alcun ripensamento ufficiale sulle azioni che hanno portato alla resa del Giappone, per essi motivate non solo dalla prospettiva inaccettabile di una conquista convenzionale dell’arcipelago che sarebbe costata un numero enorme di vite statunitensi, ma anche dal “tradimento” iniziale dell’attacco di Pearl Harbor il 7 dicembre 1941. Alla fine, le opportunità dell’antica alleanza e quelle delle nuove strategie congiunte tra Tokyo e Washington rendono le commemorazioni imbarazzanti finestre su un passato sempre più lontano e scomodo.
Fonte
04/02/2015
In Medio Oriente è orrore senza "soglie"
I miliziani dell'Isis hanno bruciato vivo un prigioniero di guerra, le autorità giordane impiccano per rappresaglia due prigionieri di guerra tra cui una donna. E' la legge del taglione, nel XXI Secolo. A beneficio delle telecamere e della più brutale spettacolarizzazione della guerra sporca in corso in un quadrante – quello tra Iraq, Siria, Libano, Giordania – che l'Isis ha perimetrato come nucleo dello Stato Islamico, e i regimi arabi “apostati” vedono come minaccia alla loro esistenza costruita sui confini della spartizione coloniale tra Gran Bretagna e Francia.
Si è scelta la strada dell'orrore e della brutalità nei confronti dei prigionieri di quella che, per quanto sporca e asimmetrica, è una guerra. Eravamo abituati a guerre convenzionali, così definite perché, pur nella loro brutalità bellica, seguivano delle “convenzioni” internazionalmente riconosciute (anche se spesso non applicate). Poi ci eravamo abituati a guerre non convenzionali perché asimmetriche. Da una parte le grandi potenze e la loro supremazia militare e tecnologica, dall'altra stati deboli sottoposti ad ogni tipo di bombardamento ed armi sperimentali che falcidiano più civili che combattenti con l'obiettivo di piegare – attraverso il terrore – un leader riottoso o un governo dissonante dagli interessi statunitensi o europei. Insomma ci eravamo abituati perché il teatro di guerra era distante ed “esotico”.
Il Medio Oriente e la sporca guerra in corso sbaraccano invece ogni giorno di più ogni parametro e spalancano soglie dell'orrore dalle quali molti vorrebbero girare la testa. In qualche modo lo avevano già fatto come durante la mattanza a Falluja durante l'invasione Usa dell'Iraq o le mattanze israeliane su Gaza. Si era pensato che fosse sufficiente negare o accettare quegli orrori come un male necessario nella “guerra al terrorismo”, che l'asetticità di un bombardamento visto dall'alto (di un aereo da combattimento o della cabina di regia a distanza di un drone) potesse rendere relativi, invisibili e inesistenti quelli che in basso venivano colpiti da quelle bombe, sempre più letali, sempre più nuove e micidiali.
Ma quell'orrore ne sta restituendo di altro e di nuovo, ma non ancora simmetrico. Al primo le opinioni pubbliche occidentali si sono assuefatte, al secondo dovranno abituarsi. A Parigi come a New York o Roma si può ritenere che centinaia di missili e bombe lanciate su questo o quell'obiettivo siano un prezzo accettabile, a patto di vedere solo porzioni parzialissime degli effetti collaterali. Dall'altra parte, non potendo competere per mezzi e capacità di fuoco, ci si affida alla spettacolarizzazione su pochi obiettivi: un piccolissimo nucleo che colpisce il cuore di una grande metropoli internazionale (come la redazione di un giornale) o con una esecuzione la cui violenza umana e visiva abbia l'effetto di un bombardamento con le bombe al fosforo pur provocando un centesimo delle vittime.
E obiettivamente non c'è meno orrore nel morire vittima bruciata dalle bombe al fosforo bianco piuttosto che arso vivo in una gabbia, se l'unica differenza è che ci sia una telecamera che lo riprenda oppure no.
In questa escalation dell'orrore non appare più visibile un limite, soprattutto per chi si è assuefatto al limite determinato dalla invisibilità delle vittime. Ma il meccanismo messo in moto in questi anni di interventi militari, bombardamenti, destabilizzazioni ripetute dei paesi del Medio Oriente da parte dei governi occidentali in combutta o indifferenti alle satrapie locali, non appare in grado di essere “normato”, di essere limitato da parametri comuni che avevano reso le guerre “convenzionali”.
In questi mesi abbiamo parlato di apprendisti stregoni che hanno lavorato per far saltare sistematicamente ogni equilibrio senza saperne o volerne costruire di nuovi. Hanno perseguito questo avventurismo in Iraq, in Libia, in Siria, nei Territori Palestinesi. I governi di Washington, Londra, Parigi, Roma hanno ascoltato quelli che facevano proiezioni sul prezzo del petrolio o quelli che costruivano e disfacevano alleanze a tempo determinato sui teatri di guerra. Creando, finanziando, armando e poi abbandonando gruppi, leader, regioni, etnie. Gli apprendisti stregoni hanno pensato di poter continuare a giocare unilateralmente, anche sulle soglie dell'orrore e il terrore da distribuire. Ma tutto, o parte di questo, prima o poi viene restituito. E se si è deciso che le convenzioni erano diventate “lacci e lacciuoli”, la restituzione dell'orrore non può che rivelarsi conforme all'assenza di regole del gioco. Benvenuti nel XXI Secolo.
Fonte
Etichette:
Bombe al fosforo,
Destabilizzazione,
Francia,
Gaza,
Gran Bretagna,
Guerra,
Imperialismo,
Internazionale,
ISIS,
Italia,
Orrore,
Prigionieri di guerra,
USA,
Vicino Oriente
27/07/2014
Battaglia per il controllo di Gorlovka, Kiev usa armi al fosforo
Centinaia di auto cariche di sfollati hanno lasciato Donetsk dopo violenti bombardamenti sulle zone periferiche della città e l'annuncio dei militari ucraini, che si dicono pronti all'assalto finale. Lo riferisce la Cnn, che sottolinea come intorno a Donetsk sia massiccia la presenza militare ucraina. I treni sono bloccati, riferisce l'emittente, e le automobili hanno dato vita a veri e propri ingorghi sulle arterie meridionali.
Sul sito della TV russa NTV si può leggere:
Oggi (ieri, ndr) sono continuati i combattimenti alla periferia della città di Gorlovka. Se le truppe ucraine riusciranno a stabilire il proprio controllo sulla città, bloccheranno completamente tutti gli accessi a Donetsk. Il corrispondente di NTV Garri Knjagnitskij afferma che le truppe hanno attaccato in forze Gorlovka e conducono operazioni alla periferia della città, che rappresenta un grosso nodo viario, come anche la vicina Debaltsevo. Chi detiene il controllo di queste due città, in sostanza, controlla la camionabile Donetsk-Lugansk. Tagliando i collegamenti tra questi due grossi centri delle milizie popolari, per l'esercito ucraino sarà più facile soffocare la loro resistenza uno per volta. Per di più, le truppe controllano gli aeroporti di Donetsk e di Lugansk, che costituiscono comode piazzeforti di appoggio all'attacco. Intanto, sull'Ucraina orientale continuano a cadere bombe al fosforo. Questi ordigni, proibiti dalle convenzioni internazionali, sono ora attivamente utilizzati dalle forze ucraine. L'informazione è confermata sia dalle milizie popolari, che dallo stato maggiore russo. Secondo gli esperti militari, le armi al fosforo sono di regola usate per demoralizzare la popolazione e peggiorare la condizione umanitaria. E c'è anche un ulteriore elemento dell'impiego di tali armi – è praticamente impossibile nasconderne l'utilizzo, dato che le tracce sono inconfondibili.Le milizie del Donbass hanno dichiarato che la scorsa notte le truppe hanno utilizzato tali bombe contro Donetsk. Al quartier generale della Repubblica popolare di Donetsk hanno raccontato della caratteristica scia luminosa e dei vasti incendi susseguenti gli scoppi.
Il Consiglio nazionale di difesa e il Ministero degli esteri ucraini sostengono che l'esercito non dispone di simili armi. Il video relativo su НТВ.Ru.
Ultime notizie dalla tv russa NTV:
Questa notte sono stati trasportati, dall'Ucraina in Russia, i feriti e i corpi degli uccisi. Sono stati gli ucraini a chiedere che fosse organizzato un corridoio umanitario, dal momento che i loro soldati, assediati dalle milizie popolari, non erano in grado di trasportare le vittime in zone sicure dell'Ucraina.Ulteriori informazioni qui.
21 ucraini hanno potuto varcare il confine e in territorio russo hanno ricevuto assistenza medica. Al passaggio dei soldati era presente il corrispondente di NTV Svjatoslav Gordin.
Un soldato ucraino così parla: “Noi non abbiamo il diritto di togliere la vita alle persone o di fare del male a qualcuno; di privare qualcuno del fratello, del padre, del figlio; ciò è molto triste. Non sono nello stato d'animo di uccidere qualcuno”.
Vasilij Malaev, della direzione di frontiera dei Servizi di sicurezza (FSB) russi per la regione di Rostov: “Da parte russa, per decisione del capo del servizio di frontiera, si sono organizzati corridoi umanitari in tre punti di accesso russi: “Kujbyshev”, “Gukov” e “Novoshakhtinsk”. Abbiamo accolto 21 soldati ucraini feriti, due di essi in modo grave, e i corpi di due soldati ucraini morti. Al momento essi, al punto di frontiera “Matveev kurgan”, vengono riconsegnati alla parte ucraina”.
Questa missione è di natura eccezionale per le guardie di frontiera russe, ma rifiutare aiuto in tale situazione avrebbe significato condannare a fine certa i soldati ucraini.
Dmitrij, rappresentante del servizio statale di frontiera ucraino: “Le guardie di frontiera ci hanno aperto il corridoio e prestato assistenza medica, prima assistenza. Desidero ringraziare vivamente le guardie e il pronto soccorso russi”.
Intorno alla mezzanotte le guardie di frontiera russe hanno riconsegnato i militari feriti e i corpi degli uccisi alla parte ucraina nel punto di accesso di “Matveev kurgan”, dove la situazione, negli ultimi tempi, è rimasta relativamente tranquilla.
Continuano aspri gli scontri tra milizie popolari e esercito ucraino nelle zone vicine al confine; alcuni reparti militari, secondo le milizie, sono venuti a trovarsi in una sacca che, per l'appunto, ha il proprio punto base sulla frontiera con la Russia e perciò i militari non hanno più terreno per la ritirata.
Due guardie di frontiera ucraine – un ufficiale e un sergente – hanno attraversato il cordone di accerchiamento nei pressi del punto di accesso “Kujbyshev” e hanno chiesto la cittadinanza russa. I due militari non indicano il proprio nome, si coprono il volto e affermano che il comando ha dato l'ordine di tenere le posizioni il più a lungo possibile, promettendo aiuto che però non è arrivato.
Guardia di frontiera ucraina: “Essi, ad alto livello, non sono stati in grado di prendere decisioni per salvare gli uomini. Se la loro carriera o il loro status sono più importanti della vita delle persone, allora io non capisco più nulla”.
Anche ieri 40 soldati ucraini, come affermano le guardie di frontiera, avevano deposto le armi ed erano entrati in territorio russo, dichiarando di non voler più combattere.
Fonte
03/07/2014
Ucraina: bombardamenti a tappeto e armi chimiche
Le forze governative ucraine avrebbero distrutto una colonna di cinque autocarri militari Kamaz che trasportavano miliziani delle Repubbliche Popolari, almeno così dice il ministero della Difesa di Kiev secondo il quale l'operazione si sarebbe svolta ieri sera nel Sud della regione di Donetsk.
Il portavoce dei golpisti ucraini non fornisce un bilancio delle vittime che però dovrebbero essere numerose.
Lo stesso comunicato riferisce di una situazione che resta "tesa" nella zona del conflitto e cita 16 casi i cui i ribelli hanno aperto il fuoco contro posti di blocco e altre postazioni delle forze di Kiev uccidendo 5 militari.
Le forze governative hanno ripreso l'offensiva militare nell'Est del Paese - che il governo definisce "operazione antiterrorismo" - dopo la decisione del presidente Petro Poroshenko di non rinnovare la tregua scaduta lunedì sera. Kiev non pare aver cambiato idea dopo la riunione, ieri a Berlino, dei capi della diplomazia ucraina, russa, tedesca e francese, malgrado le pressioni per un nuovo cessate-il-fuoco da parte di Mosca e in qualche modo anche da parte di Berlino che spinge per una ricomposizione con la Russia che però non sembra interessare all’estrema destra andata al potere a Kiev con il golpe di febbraio.
I servizi segreti ucraini (Sbu) hanno arrestato il sindaco popolare di Gorlovka, Vladimir Kolosniuk, uno dei leader degli insorti contro i golpisti, considerato da Kiev anche il responsabile dell'approvvigionamento di armi per i miliziani della cittadina. Kolosniuk - secondo quanto racconta lo stesso Sbu - sarebbe stato arrestato in un bar della città di Berdiansk, nella regione di Zaporizhia, mentre contrattava l'acquisto di un carico di armi.
Intanto due giornalisti ucraini che erano stati catturati lunedì dagli insorti del Donbass sono stati liberati. La giornalista Anastasia Stanko e il cameraman Illya Bezkaravayny erano scomparsi nella regione orientale di Lugansk, e dopo la loro liberazione hanno riconosciuto: "Non siamo stati picchiati o torturati, soltanto minacciati".
Intanto sulle città del Donbass, nel disinteresse generale della cosiddetta comunità internazionale, continuano incessanti gli attacchi aerei e i bombardamenti con l’artiglieria, nel tentativo da parte dei golpisti di fiaccare la resistenza della popolazione locale colpita indiscriminatamente.
Nelle ultime ore il villaggio di Kondrashovka, a circa 25 km dal capoluogo Lugansk, è stato letteralmente devastato e raso al suolo dai caccia di Kiev che hanno causato venti morti e distrutto decine di case. I golpisti hanno ammesso la strage di civili ma hanno spiegato che si è trattato di ‘un errore’ dei piloti dei bombardieri. Anche la città di Kramatorsk è costantemente sotto il fuoco dei mortai, degli obici e dei caccia. Secondo alcuni abitanti della zona i soldati di Kiev stanno facendo ricorso anche alle bombe a grappolo, proibite dalle convenzioni internazionali.
Il crescente numero di vittime civili causate dai raid dell’aviazione ucraina hanno avuto ripercussioni anche durante l’ultima seduta della Rada suprema, il parlamento di Kiev. Mentre elogiava e incensava le eroiche gesta delle forze armate il presidente Poroshenko è stato interrotto e attaccato da una deputata del Partito delle Regioni, Elena Bondarenko, che ha accusato l’esercito ucraino di uccidere i bambini; il miliardario voltagabbana ha accusato a sua volta la parlamentare di offendere le forze armate che ‘difendono la patria dai terroristi’.
E così come era avvenuto nei mesi scorsi, di nuovo, dopo l’inizio della nuova massiccia offensiva militare seguita alla fine del cessate il fuoco lunedì sera, le forze armate ucraine e gli estremisti di estrema destra di Pravyi Sektor inquadrati nella Guardia Nazionale hanno utilizzato armi chimiche contro i combattenti delle Repubbliche Popolari e contro gli abitanti di alcune delle città assediate. Persone con sintomi di avvelenamento da cloro sono stati ricoverati in ospedale a Slavjansk dopo che alle periferia della città le forze di sicurezza di Kiev avevano bombardato le abitazioni.
Pavel Gubarev, il nazionalista che guida la Repubblica Popolare di Donetsk, ha denunciato nei giorni scorsi che l'Esercito ucraino ha bombardato la periferia di Slaviansk con cannoni da 240 millimetri provocando distruzioni e incendi. Sempre a Slaviansk ieri un commando aveva aperto il fuoco contro un autobus sul quale viaggiavano dei civili e ne ha uccisi due e feriti altri quattro. Ma l’accusa più grave riguarda l’uso di bombe al fosforo contro le autodifese civili nel villaggio di Semionovka, vicino a Slaviansk. Due miliziani sono stati gravemente feriti, uno in modo molto grave, e sono stati trasferiti all’ospedale di Donetsk con evidenti bruciature da fosforo. Era sempre su Semyonovka che alcune settimane fa – tra l’11 e il 13 giugno – massicce dosi di bombe al fosforo erano state lanciate sulla città, circostanza negata all’epoca dal governo ucraino ma confermata da alcuni video, dalla rivista Usa “Jane’s” specializzata in armi e dal quotidiano britannico “Daily Mail”.
Fonte
14/06/2014
Ucraina. Mosca e gli insorti accusano: “i golpisti usano bombe al fosforo”
La Russia ha presentato una bozza di risoluzione sull'Ucraina al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, aggiornata con una ferma condanna dell'uso di munizioni proibite, in particolare le bombe al fosforo, contro i miliziani e le popolazioni insorte delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk. La bozza è stata accolta con "un certo sostegno" alle Nazioni Unite, ha dichiarato Vitaly Churkin, rappresentante permanente della Russia al Palazzo di Vetro: "Durante una breve discussione - ha detto - in seno al Consiglio di Sicurezza, cinque o sei colleghi hanno fatto osservazioni iniziali, hanno espresso un qualche supporto per il progetto, e varie proposte sono state annunciate".
Tra le altre cose, il documento condanna il bombardamento di civili e di aree residenziali.
La Convenzione sulle armi chimiche non considera il fosforo bianco un'arma chimica, sebbene alcuni paesi lo facciano perché le conseguenze delle ferite provocate da tali armi sui corpi delle persone raggiunte sono disastrose. Quando il fosforo bianco entra in contatto con la pelle della persona colpita continua a bruciare anche in profondità, fino a raggiungere la massa muscolare e la spina dorsale.
La Russia ha quindi chiesto un'inchiesta internazionale sull’uso di bombe incendiarie nell'est dell'Ucraina da parte delle forze agli ordini del regime di Kiev. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha affermato: "Le informazioni relative all'uso da parte delle forze ucraine di bombe incendiarie e altri tipi di armi non selettive, destano particolare preoccupazione. Tali informazioni hanno bisogno di verifica urgente".
Tra le altre cose, il documento condanna il bombardamento di civili e di aree residenziali.
La Convenzione sulle armi chimiche non considera il fosforo bianco un'arma chimica, sebbene alcuni paesi lo facciano perché le conseguenze delle ferite provocate da tali armi sui corpi delle persone raggiunte sono disastrose. Quando il fosforo bianco entra in contatto con la pelle della persona colpita continua a bruciare anche in profondità, fino a raggiungere la massa muscolare e la spina dorsale.
La Russia ha quindi chiesto un'inchiesta internazionale sull’uso di bombe incendiarie nell'est dell'Ucraina da parte delle forze agli ordini del regime di Kiev. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha affermato: "Le informazioni relative all'uso da parte delle forze ucraine di bombe incendiarie e altri tipi di armi non selettive, destano particolare preoccupazione. Tali informazioni hanno bisogno di verifica urgente".
L'Ucraina ha naturalmente smentito le accuse russe sull'uso di munizioni al fosforo, contro i civili, nella parte orientale del paese dove attualmente sono ancora in corso gli attacchi delle truppe di Kiev contro i volontari che difendono le Repubbliche Popolari. Nei giorni scorsi però gli insorti hanno denunciato che in un villaggio nei sobborghi di Slaviansk, Semenivka, i militari golpisti hanno sparato bombe incendiarie. Successivamente la stampa russa ha scritto che durante il bombardamento potrebbero essere state impiegate munizioni al fosforo che nel villaggio hanno causato numerosi incendi.
Il responsabile per il Ministero degli Esteri russo sui temi dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto Konstantin Dolgov ha già accusato le forze dell'ordine ucraine di usare armi proibite contro i residenti Sloviansk. Ma per Kiev si tratta di "accuse assurde". "Su alcuni media sono apparse le accuse assurde che i soldati della Guardia Nazionale di Ucraina presumibilmente avrebbero utilizzato, contro i civili, nella parte orientale dell'Ucraina, munizioni vietate al fosforo. Il Comando della Guardia Nazionale nega questa informazione", ha detto in un comunicato, precisando che "la Guardia Nazionale di Ucraina non ha mai avuto e non ha munizioni al fosforo".
Ma anche la Tv russa in lingua inglese RussiaToday ha rilanciato le accuse sull'uso di bombe al fosforo nell'Est Ucraina. Secondo RT "i residenti di Slavyansk e dei suoi sobborghi sono stati svegliati durante la notte da quello che dicono fossero bombe incendiarie, lanciate sulla loro città dai militari di Kiev. Testimoni e media locali hanno suggerito che le bombe potrebbero essere al fosforo". Sempre secondo il canale gran parte del villaggio di Semyonovka è stato coperto dalle fiamme nel giro di pochi minuti. I residenti locali hanno detto che il terreno non ha smesso di bruciare per qualche tempo. "Come può bruciare la terra da sola per circa 40 minuti?", si è chiesto un residente intervistato al telefono. «A partire dalle due del mattino, tutti quelli che ho incontrato accusavano mal di gola e tosse per tutto il tempo. Penso che sia dovuto alla combustione. Temo che proveremo le vere conseguenze più avanti. Ci sono ancora un sacco di persone qui, tra cui molti bambini che ancora non siamo riusciti a mandare da qualche altra parte» ha raccontato un’altra abitante del villaggio attaccato.
«All'apparenza qualcosa di almeno simile, se non proprio lo stesso fosforo bianco, è stata utilizzata nel corso della nottata di giovedì. Ho visto il video e l'ho osservato da vicino... ci sono tutti i segni e gli indizi sull'uso di fosforo bianco. Ad esempio, i fortissimi bagliori legati agli incendi che calavano dal cielo. È stata certo usata un'arma airburst, lanciata da un mortaio o da un aero con equipaggio» ha spiegato a Russia Today Charles Shoebridge, ex ufficiale dell'esercito britannico da poco tornato in patria dopo un viaggio in Ucraina. «Il fosforo bianco non può essere spento con l'acqua» e «brucerà un corpo fino all'osso», ha aggiunto Shoebridge. «Nel caso che se ne usino grandi quantità può essere anche un veleno. Grandi quantità sono in grado di contaminare anche l'approvvigionamento idrico».
Secondo il governo di Kiev dallo scorso 13 aprile i combattimenti nell’est del paese avrebbero causato 270 vittime, tra le quali 14 minorenni e 9 donne. Ma si tratta di un bilancio assai inferiore a quello reale, se si tiene conto dei numerosi morti degli ultimi giorni e del fatto che, solo martedì scorso, i corpi di 50 persone sono stati consegnati alle camere mortuarie nelle regioni Lugansk e Donetsk.
Fonte
Ma anche la Tv russa in lingua inglese RussiaToday ha rilanciato le accuse sull'uso di bombe al fosforo nell'Est Ucraina. Secondo RT "i residenti di Slavyansk e dei suoi sobborghi sono stati svegliati durante la notte da quello che dicono fossero bombe incendiarie, lanciate sulla loro città dai militari di Kiev. Testimoni e media locali hanno suggerito che le bombe potrebbero essere al fosforo". Sempre secondo il canale gran parte del villaggio di Semyonovka è stato coperto dalle fiamme nel giro di pochi minuti. I residenti locali hanno detto che il terreno non ha smesso di bruciare per qualche tempo. "Come può bruciare la terra da sola per circa 40 minuti?", si è chiesto un residente intervistato al telefono. «A partire dalle due del mattino, tutti quelli che ho incontrato accusavano mal di gola e tosse per tutto il tempo. Penso che sia dovuto alla combustione. Temo che proveremo le vere conseguenze più avanti. Ci sono ancora un sacco di persone qui, tra cui molti bambini che ancora non siamo riusciti a mandare da qualche altra parte» ha raccontato un’altra abitante del villaggio attaccato.
«All'apparenza qualcosa di almeno simile, se non proprio lo stesso fosforo bianco, è stata utilizzata nel corso della nottata di giovedì. Ho visto il video e l'ho osservato da vicino... ci sono tutti i segni e gli indizi sull'uso di fosforo bianco. Ad esempio, i fortissimi bagliori legati agli incendi che calavano dal cielo. È stata certo usata un'arma airburst, lanciata da un mortaio o da un aero con equipaggio» ha spiegato a Russia Today Charles Shoebridge, ex ufficiale dell'esercito britannico da poco tornato in patria dopo un viaggio in Ucraina. «Il fosforo bianco non può essere spento con l'acqua» e «brucerà un corpo fino all'osso», ha aggiunto Shoebridge. «Nel caso che se ne usino grandi quantità può essere anche un veleno. Grandi quantità sono in grado di contaminare anche l'approvvigionamento idrico».
Secondo il governo di Kiev dallo scorso 13 aprile i combattimenti nell’est del paese avrebbero causato 270 vittime, tra le quali 14 minorenni e 9 donne. Ma si tratta di un bilancio assai inferiore a quello reale, se si tiene conto dei numerosi morti degli ultimi giorni e del fatto che, solo martedì scorso, i corpi di 50 persone sono stati consegnati alle camere mortuarie nelle regioni Lugansk e Donetsk.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)
