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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/11/2025

Guerra in Ucraina - Salvate il soldato Arseniy

Le migliaia di soldati ucraini intrappolati nella sacca di Pokrovsk confermano che la prosecuzione della guerra contro la Russia – come chiedono i leader guerrafondai europei – stia diventando un mattatoio non più sopportabile per l’Ucraina.

I dati sui soldati ucraini caduti – così come quelli russi – non vengono diffusi per ragioni militari, ma quelli sulle diserzioni sono stati resi pubblici e pubblicati anche in Italia dal Corriere della Sera del 28 agosto 2025.

“Non incoraggiano i dati diffusi ieri dalla Procura generale dello Stato a Kiev, che riportano i numeri di soldati che hanno lasciato le loro unità senza autorizzazione e quelli dei disertori.
Nel 2022 sono stati rispettivamente 6.900 e 3.500; nel 2023, 17.600 e 7.800; nel 2024, 67.800 e 23.300. Nei primi 7 mesi del 2025 si sale a 110.500 e 15.300: una media complessiva di 15.700 al mese
(qui c’è un errore perché la media la media è 17.971) ovvero circa il 50 per cento dei mobilitati nello stesso periodo, dato che spiega in sé la carenza delle fanterie ucraine”.

Ci sono poi oltre 50.000 prigionieri, molti dei quali consegnatisi spontaneamente al nemico, ed oltre 30.000 dispersi, morti o ritirati dal fronte e fuggiti. La scarsità delle forze umane da arruolare e mandare al fronte sta mettendo in seria crisi il regime ucraino. Il ricorso agli arruolamenti forzati sta provocando crescenti ostilità che in alcuni casi rasentano la rivolta.

I governi europei – Italia inclusa – in questi quasi quattro anni hanno speso decine di miliardi per sostenere militarmente l’Ucraina e costringerla a continuare una guerra che non poteva vincere. Per due anni sono stati coadiuvati dagli Stati Uniti che oggi si vanno però sfilando limitandosi a dire agli europei: “andate avanti voi, comprate le armi statunitensi e fornitele all’Ucraina”. È proprio il caso di dire: Salvate il soldato Arseniy!

Soldi europei, armi statunitensi ma carne da macello ucraina. Questa è la guerra in corso alla periferia dell’Europa.

Fonte

30/08/2025

4 soldati israeliani dispersi, altri uccisi nel quartiere di Zeitoun, a est di Gaza

I media israeliani hanno riportato che 4 soldati risultano dispersi e altri sono stati uccisi e feriti a Gaza, nel corso di una vasta imboscata tesa dalle Brigate Qassam per catturare soldati israeliani nel quartiere di Zeitoun, a est della Città di Gaza.

Fonti hanno riferito che l’operazione è iniziata con una grande imboscata nel quartiere di Zeitoun, che ha causato la morte di diversi soldati israeliani, mentre altri rapporti confermano ferite descritte come critiche. I media israeliani hanno aggiunto che l’esercito israeliano ha dispiegato altri 6 elicotteri per evacuare i morti e i feriti dal luogo dell’imboscata, lanciando nel frattempo intensivamente bengala nei cieli sopra Gaza centrale nel tentativo di mettere in sicurezza le proprie forze.

I rapporti indicavano anche che l’esercito israeliano ha attivato il Protocollo Annibale, una misura militare d’emergenza utilizzata in tali situazioni per impedire che i propri soldati vengano catturati.

Fonti hanno confermato che le forze della Divisione 162 e della Brigata Corazzata 401 sono quelle cadute nell’imboscata e che queste forze erano sotto una forte pressione sul campo a causa dei combattimenti nel quartiere di Zeitoun, con l’arrivo di altri combattenti palestinesi a supporto dell’operazione.

I media israeliani hanno riportato che i combattenti di Qassam hanno tentato di catturare soldati durante l’imboscata nel quartiere di Zeitoun, mentre l’esercito israeliano continua le ricerche estensive dei soldati dispersi.

I rapporti indicavano anche che la prima operazione si è verificata nel quartiere di Zeitoun quando una forza della Brigata Nahal è caduta in una imboscata ben pianificata, che ha ucciso un soldato e ne ha feriti altri. Altre forze sono state poi sottoposte a una seconda imboscata nel quartiere di Sabra, il che ha spinto gli elicotteri israeliani a intervenire e a bombardare il sito.

Abu Obeida, portavoce delle Brigate Qassam, il braccio armato del Movimento di Resistenza Islamica (Hamas), ha confermato che la resistenza palestinese è in massima allerta per contrastare i piani di Israele di occupare la Città di Gaza, cosa che, ha detto, sarebbe devastante per la leadership politica e militare dell’occupazione. Ha notato che i prigionieri israeliani si troverebbero insieme ai combattenti della resistenza nelle aree di combattimento.

In una serie di post su Telegram venerdì sera, Abu Obeida ha dichiarato che i piani per occupare Gaza “saranno pagati dall’esercito nemico con il sangue dei suoi soldati e aumenteranno le possibilità di catturare nuovi soldati”.

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06/03/2025

Gaza - Israele punta ad affamare i palestinesi per realizzare la pulizia etnica

In una nota, il gabinetto del premier israeliano Netanyahu ha precisato che Israele “cesserà ogni ingresso di merci e rifornimenti nella Striscia di Gaza”. Intervenendo alla Knesset lo stesso Netanyahu ha annunciato con cinismo che “È ora di dare al popolo di Gaza la libertà di andarsene”.

A rincarare la dose è intervenuto anche il ministro della destra sionista Smotrich secondo cui per i palestinesi di Gaza “sospendere gli aiuti è solo l’inizio, la prossima fase sarà il taglio di elettricità e acqua”.

È ormai evidente il progetto israeliano di rendere impossibile la vita ai palestinesi di Gaza per costringerli ad andarsene e realizzare così la pulizia etnica della Striscia alla quale Israele punta da tempo.

Lo stesso Trump ha lanciato mercoledì quello che ha definito un “ultimo avvertimento” ad Hamas affinché rilasci gli ostaggi israeliani detenuti nella Striscia di Gaza. “Rilasciate tutti gli ostaggi ora, non più tardi, e restituite immediatamente tutti i cadaveri delle persone che avete assassinato, o per voi è finita”, ha scritto Trump in un lungo post sulla sua piattaforma social Truth e sugli altri social media.

L’Unicef ha condannato duramente il blocco israeliano, che sta mettendo a grave rischio i servizi sanitari essenziali per i bambini di Gaza, in particolare i neonati che dipendono da interventi medici salvavita.

Rosalia Bollen, portavoce dell’Unicef, ha criticato aspramente l’ostruzione israeliana agli aiuti umanitari, affermando che il divieto di vaccini e ventilatori per i neonati prematuri “avrà un impatto catastrofico nel mondo reale” sui bambini e sulle loro famiglie.

Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha chiesto che “gli aiuti umanitari tornino immediatamente a Gaza”.

Nella giornata di ieri Francia, Germania e Regno Unito hanno espresso “profonda preoccupazione” per la sospensione degli aiuti umanitari a Gaza da parte di Israele, esortando le parti a impegnarsi in negoziati per le prossime fasi dell’accordo di cessate il fuoco.

“È fondamentale che il cessate il fuoco sia sostenuto, che tutti gli ostaggi siano rilasciati e che siano garantiti flussi continui di aiuti umanitari a Gaza”, si legge in una dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri dei tre paesi europei che hanno accolto con favore gli sforzi di mediazione di Egitto, Qatar e Stati Uniti per estendere il cessate il fuoco e chiesto un impegno costruttivo per garantire la fine permanente delle ostilità.

La dichiarazione ha fatto seguito alla decisione di Israele di fermare le spedizioni di aiuti a Gaza poche ore dopo la scadenza della prima fase del cessate il fuoco e dell’accordo di scambio di prigionieri tra Hamas e Israele.

La tregua iniziale di sei settimane, in vigore dal 19 gennaio, si è conclusa alla mezzanotte di sabato. Israele non ha accettato di procedere alla seconda fase dell’accordo, che mira a porre fine definitivamente alla guerra a Gaza.

C’è della tensione intanto nei rapporti tra Israele e Stati Uniti dopo la diffusione della notizia di colloqui diretti tra l’amministrazione USA e Hamas.

Un funzionario israeliano ha rivelato al New York Times che Israele ha scoperto i dettagli dei negoziati non attraverso gli Stati Uniti, ma attraverso “altri canali” non specificati. Il funzionario ha dichiarato che le discussioni si sono svolte nella capitale del Qatar, guidate dall’inviato degli Stati Uniti Adam Boehler. Secondo quanto riferito, i colloqui si sono concentrati sul rilascio del prigioniero israelo-americano Edan Alexander, che si pensa sia vivo, e sul rimpatrio dei resti di quattro cittadini statunitensi.

L’addetto stampa della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha parlato dei negoziati con Hamas, affermando: “L’inviato speciale impegnato in questi negoziati ha l’autorità di parlare con chiunque. Israele è stato consultato su questa questione”.

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25/02/2025

Se c’è qualcuno che non dimenticherà né perdonerà sono i palestinesi

di Gideon Levy

Un’immagine vale più di mille parole: centinaia di detenuti palestinesi rilasciati sabato scorso sono visti in ginocchio, in prigione, costretti ad indossare magliette con una stella di David blu e le parole “non dimenticheremo né perdoneremo”.

Israele li ha così costretti a diventare stendardi ambulanti del sionismo nella sua forma più spregevole. La settimana prima erano braccialetti con un messaggio simile: “Il popolo eterno non dimentica. Perseguiteremo e troveremo i nostri nemici”.

Non c’è niente di meglio di queste immagini ridicole per riflettere quanto in basso possa scendere la propaganda di uno Stato moderno.

Quelle magliette, le scritte, la stella di David, fanno parte di un processo narrativo che ha plasmato la psicologia di una nazione, disumanizza.

Il mondo, compreso Israele, ha dimenticato la Germania nazista, il Vietnam ha dimenticato gli Stati Uniti, gli algerini hanno dimenticato la Francia e gli indiani hanno fatto lo stesso con la Gran Bretagna: solo il ‘popolo eterno’ non dimentica. Che cosa ridicola.

Se c’è qualcuno che un giorno ‘non dimenticherà né perdonerà’, saranno i palestinesi, dopo 100 anni di tormenti, compresi i prigionieri che sono stati rilasciati sabato. Non dimenticheranno in quali condizioni sono stati detenuti e alcuni non perdoneranno la loro ingiusta detenzione, senza che si sia mai tenuto un processo sul loro caso.

Le emozioni si sono scatenate di nuovo sabato, e a ragione. Altre tre vite sono state liberate dall’inferno. (...)

Ma mentre tutti gli occhi umidi erano rivolti alla base militare di Re’im, primo punto di arrivo degli ostaggi, e poi al Centro Medico Sheba e all’Ospedale Ichilov, dove sono stati portati, sono stati rilasciati altri 369 detenuti e prigionieri palestinesi, tutti esseri umani, esattamente come i nostri Sagui, Iair e Sasha.

Le telecamere dei media stranieri si sono concentrate meno sui palestinesi, mentre quelle israeliane li hanno quasi del tutto ignorati. Dopotutto, sono tutti ‘assassini’.

Nessun elicottero li ha aspettati per portarli in ospedale e alcuni sono stati immediatamente espulsi dal loro paese. Una minoranza di loro aveva le mani sporche di sangue; gli altri erano prigionieri politici, oppositori del regime. La maggior parte di loro era residente a Gaza ed è stata coinvolta in quell’inferno. Non è certo che tutte le centinaia di gazawi rilasciati sabato abbiano mai alzato una mano contro un soldato delle Forze di Difesa Israeliane o contro i residenti delle comunità di confine di Israele.

Alcuni di loro sono stati rapiti da Khan Yunis, proprio come gli israeliani sono stati rapiti da Nir Oz. Ma per quanto riguarda Israele, tutti loro facevano parte della forza Nukhba di Hamas. Anche loro erano attesi da famiglie entusiaste, non meno delle famiglie Dekel Chen, Troufanov e Horn. Anche loro amano i loro figli. Alcuni di loro non sapevano cosa fosse successo ai loro cari dall’inizio della guerra, proprio come le nostre famiglie.

Ma mentre alle nostre famiglie, come a tutta la nazione, è stato permesso di gioire quanto volevano, guidati dalle trasmissioni di propaganda di Israele che trasformano ogni celebrazione umana in un festival di indottrinamento in stile nordcoreano, ai palestinesi è stato vietato di gioire.

A Gerusalemme Est e in Cisgiordania, ogni manifestazione di gioia è stata nuovamente proibita. Non è stato permesso loro di esprimere gioia. È così crudele la nostra tirannia, che si estende fino al controllo delle loro emozioni.

A giudicare dal trattamento dei prigionieri e degli ostaggi – un indice molto significativo – è difficile capire quale società sia più umana. Israele rispetta la Convenzione di Ginevra più di Hamas? Non si può più affermarlo. Questa dura impressione non può più essere modificata, nemmeno con le magliette con la Stella di David blu.

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23/02/2025

Israele - Netanyahu sospende il rilascio dei prigionieri palestinesi

Netanyahu ha deciso di sospendere il rilascio dei prigionieri politici palestinesi. Dopo la liberazione, da Gaza, dei sei ostaggi previsti dallo scambio, Israele ha fatto sapere che non avrebbe consegnato i palestinesi. Per tutta la giornata di sabato centinaia di persone, familiari, amici, hanno atteso tra pioggia e freddo l’arrivo degli autobus con i prigionieri, sia in Cisgiordania che a Gaza.

Nella Striscia sarebbero dovute ritornare di più di 400 persone, incluse donne e bambini, tutti arrestati dopo il 7 ottobre 2023. Il rilascio coinvolgeva più di 602 prigionieri in totale, di cui cinquanta condannati all’ergastolo, sessanta a pene considerevoli, 47 liberati in occasione di uno scambio nel 2011 e poi riarrestati e 445 fermati a Gaza dall’inizio della guerra.

L’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha fatto sapere, nella notte tra sabato e domenica, che Israele avrebbe ritardato il rilascio dei prigionieri palestinesi a causa di quelle che ha definito “violazioni del cessate il fuoco” da parte di Hamas: “Alla luce delle ripetute violazioni di Hamas – comprese le cerimonie umilianti che disonorano i nostri ostaggi e l’uso cinico degli ostaggi a scopo propagandistico – è stato deciso di ritardare il rilascio dei terroristi previsti per [sabato] fino a quando il rilascio dei prossimi ostaggi non è garantito, e senza cerimonie umilianti”.

Con ogni probabilità il riferimento è al bacio che uno degli ostaggi, Omer Shem Tov, ha dato sulla fronte a due degli uomini di Hamas che gli erano accanto sul palco durante la “cerimonia” di liberazione che il gruppo islamico mette in scena già dai primissimi scambi. Non vi sono più le enormi folle dei primi giorni: Netanyahu le aveva vietate, sospendendo già uno dei rilasci previsti in passato. Hamas ha diffuso sabato un altro video che mostrava due ostaggi rimasti a Gaza chiedere a Netanyahu di riportarli a casa, nel tentativo di fare pressione su Israele perché prosegua i negoziati sulla seconda fase del cessate il fuoco.

Hamas ha risposto domenica mattina, definendo lo stop una “palese violazione” degli accordi e chiedendo ai mediatori di intervenire immediatamente.

Intanto, nella Cisgiordania occupata l’operazione militare israeliana prosegue con rinnovata violenza dopo l’invio di tre battaglioni aggiuntivi. Nonostante non siano ancora chiare le dinamiche che hanno portato all’esplosione di tre autobus vuoti nei depositi di Tel Aviv, Netanyahu e il suo ministro della difesa Katz hanno incolpato i combattenti della brigata Tulkarem di aver provato ad organizzare un sanguinoso attentato, che sarebbe fallito solo per un errore di impostazione nei timer dei dispositivi esplosivi.

Così, da una casa palestinese requisita a Tulkarem e trasformata in un centro operativo dell’esercito, il premier e il suo ministro hanno annunciato nuove operazioni militari in Cisgiordania, dove gli attacchi, soprattutto nel nord, proseguono oramai dal 21 gennaio.

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20/02/2025

Gaza - Consegnate le salme di quattro ostaggi israeliani uccisi nei bombardamenti

La Croce Rossa ha ricevuto i corpi di 4 ostaggi israeliani nella Striscia di Gaza come parte dei termini dell’accordo di cessate il fuoco tra la resistenza palestinese e Israele.

Cinque veicoli della Croce Rossa sono entrati nel luogo della consegna presso il cimitero dei martiri nella zona di Bani Suheila di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, e dopo aver firmato un documento con un rappresentante della resistenza, la Croce Rossa ha ricevuto 4 bare, ognuna con una foto, il nome del prigioniero israeliano ucciso, la data della sua morte e la frase “ucciso dall’esercito di occupazione”.

Il portavoce militare delle Brigate Qassam Abu Obeida, aveva annunciato che i corpi della famiglia Bibas e quello del prigioniero Oded Lifshtes sarebbero stati consegnati oggi.

Il primo ministro israeliano Netanyahu ha descritto giovedì come “un giorno difficile e triste per Israele, durante il quale recupereremo 4 dei nostri prigionieri morti”.

Ciò avviene in un momento in cui il Movimento di Resistenza Islamica Hamas ha confermato che l’esercito israeliano ha ucciso i suoi prigionieri bombardando i loro luoghi di detenzione e il suo governo ha la responsabilità di aver ripetutamente ostacolato l’accordo di scambio.

Abu Obeida ha aggiunto che il criminale Netanyahu si lamenta dei corpi dei suoi prigionieri in un aperto tentativo di eludere di fronte al proprio pubblico di assumersi la responsabilità del loro omicidio.

Hamas ha detto che al-Qassam e altri gruppi a Gaza “hanno fatto tutto ciò che era in loro potere” per proteggere i prigionieri, ma la campagna di bombardamenti di Israele sulla Striscia “ha impedito il salvataggio” di tutti i prigionieri, secondo Al Jazeera. “Alle famiglie di Bibas e Lifshitz: avremmo preferito che i vostri figli tornassero vivi, ma i vostri leader hanno scelto di ucciderli insieme a 17.881 bambini palestinesi”, si legge nella dichiarazione di Hamas.

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16/02/2025

Gaza - Sesto scambio di prigionieri, nonostante Trump. Rubio in Israele con tonnellate di bombe

Il segretario di stato USA, Marco Rubio è giunto in Israele per un incontro con il primo ministro Benjamin Netanyahu. Successivamente si recherà in Arabia Saudita per colloqui con una delegazione russa per preparare l’incontro sulla guerra in Ucraina. Rubio non è arrivato in Israele a mani vuote. Ad accompagnarlo c’è la spedizione di bombe pesanti inviata dagli Stati Uniti, dove era stata bloccata dalla precedente amministrazione, che è arrivata stanotte in Israele.

Durante la notte, una nave che trasportava numerose bombe MK-84 da 2.000 libbre è stata scaricata al porto di Ashdod. Le bombe sono state poi caricate su dozzine di camion e portate nelle basi aeree israeliane.

Il ministro della Difesa Israel Katz saluta l’arrivo delle bombe dicendo: “La spedizione di munizioni che è arrivata in Israele stasera, rilasciata dall’amministrazione Trump, rappresenta una risorsa significativa per l’aeronautica e l’IDF e serve come ulteriore prova della forte alleanza tra Israele e gli Stati Uniti”.

Secondo il ministero, dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023, oltre 76.000 tonnellate di attrezzature militari sono arrivate in Israele tramite 678 aerei da trasporto e 129 navi, la stragrande maggioranza dagli Stati Uniti.

Dopo il sesto scambio di prigionieri tra palestinesi e israeliani avvenuto ieri a Gaza e in Cisgiordania rimangono ancora due due round finali di rilascio dei rispettivi detenuti fino alla fine della Fase I dell’attuale cessate il fuoco.

Il Club dei Prigionieri Palestinesi ha dichiarato che l’aver costretto i prigionieri rilasciati a indossare giubbotti con frasi minacciose rientra nel quadro del “terrorismo organizzato israeliano”.

L’organismo ha aggiunto che: “Come parte del terrorismo organizzato praticato dall’occupazione contro i prigionieri rilasciati e le loro famiglie, il sistema di occupazione non ha lasciato inutilizzato alcuno strumento di umiliazione, abuso e tortura”.

Sabato mattina, la televisione israeliana KAN ha pubblicato immagini che mostrano i prigionieri palestinesi in maglietta bianca con stampata la stella di David, il logo del servizio carcerario israeliano, e la frase “Non dimentichiamo e non perdoniamo” su entrambi i lati.

Il servizio penitenziario israeliano non solo ha costretto i prigionieri a indossare queste magliette, ma ha anche scattato loro delle fotografie in quello che è stato descritto come un modo umiliante.

I prigionieri sono stati costretti a inginocchiarsi con la testa bassa, mentre altre immagini li hanno catturati allineati all’interno di un cortile della prigione, circondati da filo spinato.

Le organizzazioni palestinesi – e non solo Hamas – detengono a Gaza ancora 73 ostaggi, tra cui 36 che sono stati dichiarati morti. E non è affatto chiaro se la Fase I sarà pienamente attuata, e certamente non si sa se la Fase II sarà attuata affatto.

C’è stato infatti l’ultimatum di Trump ai palestinesi per liberare ieri “tutti gli ostaggi” che non è stato però raccolto e, come previsto dagli accordi, ne sono stati rilasciati solo tre – Sasha Troufanov, Sagui Dekel-Chen e Iair Horn – e Israele si è adeguata. Ma il giornale israeliano Yedioth Ahronoth, citando un funzionario israeliano, ha detto che il governo di Netanyahu stava facendo tutto il possibile per impedire l'attuazione della seconda fase dell’accordo.

Le forze militari israeliane intanto hanno confermato un attacco aereo nel sud della Striscia di Gaza affermando di aver preso di mira un gruppo di uomini armati che si stavano avvicinando alle forze israeliane nell’area. I media palestinesi hanno riferito che l’attacco dei droni ha ucciso tre agenti di polizia palestinesi.

Il ministero dell’Interno di Gaza ha detto che “tre poliziotti sono stati uccisi domenica mattina a seguito del bombardamento di un drone israeliano che li ha presi di mira mentre erano schierati per garantire aiuti nell’area di Al-Shoka, a est di Rafah nel sud della Striscia”.

In Cisgiordania intanto le forze di occupazione israeliane hanno preso d’assalto un certo numero di villaggi, paesi e città palestinesi, all’alba di oggi, e fonti palestinesi hanno detto che i militari israeliani hanno preso d’assalto la città di Al-Yamun, a ovest di Jenin.

Secondo i report locali le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione anche nella città di Tal, a ovest di Nablus, nella città di Qalqilya e nel campo profughi di Jalazun, a nord di Ramallah, in Cisgiordania. Sono scoppiati scontri tra i militanti palestinesi e le forze armate israeliane.

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25/01/2024

Guerra in Ucraina - Aereo russo con prigionieri ucraini abbattuto. Un boomerang per Kiev

Che la faccenda dell’abbattimento dell’Il-76 fosse molto complicata da gestire per l’Ucraina è stato chiaro fin da subito, quando i primi comunicati entusiasti sono stati fatti sparire e sostituiti da altri molto più cauti, mentre le autorità facevano sapere che stavano investigando sull’accaduto.

Per tutto il pomeriggio il dispositivo propagandistico di Twitter ha tentato di limitare i danni lanciando varie supposizioni più o meno strampalate e tutte tese o ad accusare la Russia o a negare che sul volo ci fossero prigionieri in attesa di liberazione (tra le migliori: i 65 erano militari russi e non prigionieri ucraini; solo tre guardie? E come mai i prigionieri non hanno preso il controllo dell’aereo?; non c’era nessuno a bordo tranne l’equipaggio; il volo proveniva dall’Iran; il volo era un trasporto eccezionale per rifornire urgentemente di missili le batterie di S-300 russe che avevano finito i colpi) ma al momento una versione ufficiale, da parte ucraina, manca.

Per ora dobbiamo accontentarci del comunicato del Ministero della Difesa, dal quale risulta evidente che a Kiev (o a Washington o Londra) non si sono ancora messi d’accordo su una versione definitiva.

Nel comunicato, infatti, c’è tutto e il contrario di tutto. Fornisco una traduzione:
“Oggi si doveva tenere uno scambio di prigionieri, ma non ha avuto luogo.

24 gennaio 2024

Secondo la parte russa, questo è successo a causa dell’abbattimento di un aeroplano russo Il-76, che si presume trasportasse i nostri prigionieri.

Al momento l’Ucraina non ha informazioni affidabili e complete su chi esattamente era a bordo dell’aereo, e in che numero.

Da parte sua, l’Ucraina ha ottemperato a tutti gli accordi per una corretta preparazione dello scambio. I militari russi catturati sono stati consegnati in tempo nel luogo designato per lo scambio, dove sono stati tenuti al sicuro.

Secondo gli accordi, la parte russa doveva assicurare la sicurezza dei nostri combattenti. Allo stesso tempo, la parte ucraina non è stata informata della necessità di garantire la sicurezza dello spazio aereo nell’area della città di Belgorod durante un certo lasso di tempo, come è stato ripetutamente fatto in passato.

L’Ucraina non è stata informata sul numero di veicoli, sugli itinerari e sulle modalità di consegna dei prigionieri. È noto che i prigionieri sono trasportati via aerea, su ferrovia e su strada.

Questo potrebbe indicare un’azione deliberata da parte della Russia mirata a creare una minaccia per la vita e la sicurezza dei prigionieri.

Fare atterrare un aereo da trasporto in una zona di guerra di 30 chilometri non può essere sicuro e dovrebbe in ogni caso essere discusso da entrambe le parti, perché altrimenti l’intero processo di scambio viene messo a rischio.

Sulla base di questo, potremmo star parlando di azioni pianificate e deliberate da parte della Federazione Russa che mirano a destabilizzare la situazione in Ucraina e a indebolire il sostegno internazionale per il nostro stato.”
Dunque, prima si afferma di non sapere se a bordo vi fossero prigionieri, poi che la Russia non ha avvertito di lasciare libero un corridoio aereo come è stato fatto in passato (cosa che ovviamente l’antiaerea ucraina non avrebbe mai fatto, e giustamente, se il motivo della richiesta non fosse stato a vantaggio dell’Ucraina).

Si dice che non si sa in che maniera i prigionieri vengono recapitati sul luogo dello scambio, poi che si sa che vengono portati via aria, ferrovia e strade, e da questo si ipotizza, con un salto logico che non si ritiene di dover spiegare, che è stata una manovra della Russia per attentare alla vita e alla sicurezza dei prigionieri, riconoscendo dunque implicitamente che a bordo i prigionieri c’erano.

Ammissione ulteriormente rafforzata dalla constatazione che non è sicuro fare atterrare un aereo da trasporto in zona di guerra, concludendo quindi che si è trattato di un’azione deliberata da parte della Russia per destabilizzare la situazione interna ucraina e toglierle sostegno internazionale.

Ognuno quindi può, per ora, scegliere il pezzo del comunicato che preferisce: non c’erano prigionieri a bordo; non ci hanno detto che c’erano prigionieri a bordo; hanno organizzato tutto in modo che abbattessimo l’aereo (senza naturalmente scrivere esplicitamente che l’aereo è stato abbattuto dalla contraerea ucraina) in modo da farci fare brutta figura.

Dal punto di vista diplomatico, la Russia non l’ha presa benissimo, e il fatto che per abbattere l’Il-76 nello spazio aereo russo sia stato utilizzato un sistema NATO (Patriot o IRIS-T che sia) non contribuisce a rasserenare la situazione.

Gli USA, pilatescamente, se ne lavano le mani. In conferenza stampa John Kirby ha detto che non ci sono abbastanza informazioni per poter commentare l’accaduto, anche se la mancanza di informazioni certe non mi pare gli abbia impedito, in passato, di pronunciarsi con molta fermezza un po’ su qualunque cosa.

La riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU richiesta dalla Russia con procedura d’urgenza si terrà invece, per scelta della presidenza francese, venerdì. Magari ci sarà il tempo per produrre una versione non dico verosimile, ma almeno univoca.

EDIT: poco fa Zelensky ha dichiarato di avere convocato i vertici delle FFAA e dei servizi segreti, sia riguardo all’abbattimento che allo scambio dei prigionieri. La colpa di tutto è ovviamente data alla Russia, che ha giocato con la vita dei prigionieri e cerca di destabilizzare la società ucraina, e l’obiettivo è un’inchiesta internazionale.

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17/12/2023

Gaza - Si torna a negoziare per scambio prigionieri. Bulldozer israeliani contro gli sfollati

Il capo del Mossad, David Barnea, avrebbe ricevuto il via libera dal governo Netanyahu per riavviare i colloqui coi mediatori del Qatar sullo scambio di prigionieri.

Barnea tonerà in Europa nei prossimi giorni per incontrare il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, per la seconda volta in poco meno di sette giorni. Il loro ultimo faccia-a-faccia nel fine settimana a Oslo è stato definito “positivo”. Secondo quanto riportano i media israeliani e l’agenzia Reuters, Israele e Hamas sono aperti a un nuovo accordo di cessate il fuoco che includerebbe il rilascio degli ostaggi, ma permangono degli ostacoli.

Fonti egiziane hanno spiegato che Hamas insiste per decidere unilateralmente sulla liberazione dei prossimi ostaggi e vuole il ritiro delle truppe israeliane su linee predefinite. Secondo le fonti, Israele ha rifiutato quest’ultima condizione e ha chiesto di vedere l’elenco degli ostaggi prima di determinare data e durata del cessate il fuoco.

Israele manda i bulldozer contro le tende degli sfollati nel nord di Gaza. Ci sarebbero 20 morti

I bulldozer israeliani hanno fatto irruzione nel cortile dell’ospedale Kamal Adwan del Nord di Gaza, sotto assedio da otto giorni. Sono state spianate le tende in cui erano rifugiati feriti, pazienti e sfollati. Un video in circolazione mostra immagini devastanti.

“Un massacro terrificante e scene indicibili. Ciò che l’occupazione israeliana ha fatto all’ospedale Kamal Adwan è un crimine orribile contro i cittadini e il personale medico”, ha detto il corrispondente di Al Jazeera Arabic Anas al-Sharif in un post su X.

“Decine di sfollati, malati e feriti sono stati sepolti vivi”. Circa 20 persone sono state trovate morte e sepolte sotto le macerie. Secondo testimoni e secondo il Ministero della Sanità, gran parte della struttura ospedaliera è stata distrutta con l’uso dei bulldozer.


Il prezzo di sangue a Gaza

Secondo il Palestine Cronichle “Il fatto che Israele, che ha rifiutato l’estensione del cessate il fuoco, che termina il 1° dicembre, sia la parte che sta spingendo per un cessate il fuoco è un riflesso delle pesanti perdite militari israeliane sul terreno a Gaza”.

Questa mattina le autorità militari israeliane hanno annunciato la morte di quattro militari impegnati nell’operazione contro i combattenti palestinesi nella Striscia di Gaza. Sale così a 126 il numero dei soldati israeliani caduti.

Le forze di occupazione israeliane hanno rinnovato questa mattina i bombardamenti sul complesso medico Shifa a Gaza City. Decine di palestinesi sono stati uccisi in un bombardamento israeliano nel campo profughi di Jabaliya, nel nord di Gaza. Violenti scontri sono stati segnalati a Khan Yunis, in coincidenza con pesanti bombardamenti di artiglieria su tutte le aree della città.

Cisgiordania

Cinque palestinesi sono stati uccisi in attacchi aerei nel campo di Nur Shams, vicino alla città di Tulkarem, in Cisgiordania. Lo riferisce l’agenzia di stampa palestinese “Wafa”.

Una donna israeliana è stata ferita da colpi d’arma da fuoco in un attacco in Cisgiordania. I palestinesi hanno aperto il fuoco contro due veicoli israeliani nei pressi di Ramallah. La donna ha riportato ferite da arma da fuoco alla spalla, un uomo e un bambino che erano con lei nella sua auto, sono rimasti feriti.

Nuova risoluzione dell’Onu oggi in discussione a New York

Una nuova bozza di risoluzione, sarà votata oggi alle Nazioni Unite. Chiede una “cessazione urgente e sostenibile delle ostilità per consentire un accesso umanitario sicuro e senza ostacoli nella Striscia di Gaza” e il “rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi”.

Come la precedente risoluzione, su cui gli Stati Uniti hanno posto il veto, chiedeva un cessate il fuoco portato al voto del Consiglio di Sicurezza il 9 dicembre, anche la nuova bozza di testo non nomina esplicitamente Hamas, ma condanna vagamente “tutti gli attacchi indiscriminati contro i civili”.

Il testo afferma anche il sostegno a una soluzione a due Stati nella regione e “sottolinea l’importanza di unificare la Striscia di Gaza con la Cisgiordania sotto l’Autorità palestinese”.

La scorsa settimana, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato a stragrande maggioranza una risoluzione non vincolante che chiede un immediato cessate il fuoco umanitario a Gaza e il rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi. I 193 membri dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite hanno votato in modo schiacciante per un cessate il fuoco, con 153 a favore, superando i circa 140 paesi che hanno regolarmente sostenuto risoluzioni che condannano la Russia per la sua invasione dell’Ucraina.

L’imminente risoluzione del Consiglio di Sicurezza è stata presentata dai paesi arabi che sono usciti dal voto dell’Assemblea Generale di martedì scorso sostenuti da un ampio sostegno internazionale, anche se il destino dell’ultimo testo rimane incerto.

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23/09/2022

Guerra in Ucraina - Scambio di prigionieri “eccellenti”

Ci sono cinque comandanti del battaglione Azov e sette mercenari britannici e statunitensi tra i prigionieri che i russi hanno consegnato tramite Turchia e Arabia Saudita in cambio di una cinquantina di prigionieri russi tra cui un detenuto politico.

In tutto i prigionieri ucraini rilasciati sarebbero 215 mentre solo 55 i russi. Tra questi c’è Viktor Medvedchuk, ex parlamentare ucraino accusato dalle autorità di Kiev di alto tradimento.

I prigionieri del battaglione Azov, secondo l’accordo sono stati rilasciati e rimarranno in Turchia “in totale sicurezza e in condizioni confortevoli” fino alla fine della guerra. Mosca non ha rilasciato alcun commento.

Dieci prigionieri di guerra, tra cui cinque britannici e due americani, sono invece stati trasferiti dalla Russia all’Arabia Saudita mercoledì scorso, nel quadro dell’accordo di scambio.

Martedì Erdogan ha dichiarato alla televisione statunitense che la Russia e l’Ucraina avevano concordato di scambiare 200 prigionieri in uno dei più grandi scambi della guerra che dura da sette mesi.

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“La notizia di oggi (di stanotte, in verità) è senza dubbio lo scambio di prigionieri tra Ucraina e Russia. 215 prigionieri ucraini, tra cui i cinque capi del famoso reggimento kantiano assolutamente non nazista, altri membri del reggimento in questione, varia frittura di paranza, come si dice dalle mie parti, e 10 “volontari stranieri” britannici, marocchini e croati, tra cui il famoso Aislin.

In cambio la Russia ha avuto 55 prigionieri, tra cui due ufficiali superiori, e altri 30 dovrebbero arrivare oggi. E Viktor Medvedčuk, oligarca ucraino filorusso caduto in disgrazia sia in Russia sia in Ucraina, arrestato dagli ucraini ad aprile e finora mai scambiato nonostante le offerte ricevute.

Ora, lo scambio è così tanto incredibilmente sbilanciato a favore dell’Ucraina da essere incomprensibile, soprattutto perché va a negare uno dei pilastri del discorso putiniano, quello della denazificazione, e libera persone che le repubbliche separatiste avevano condannato a morte (i “volontari”) o volevano processare (gli azoviti).

Inutile dire che l’opinione pubblica russa è esplosa. Certo, si recuperano 85 prigionieri, anche se non è chiarissimo se davvero se ne aspettano altri 30 (di Medvedčuk non parla nessuno, e a nessuno frega qualcosa di lui), ma al prezzo di liberare proprio quei personaggi contro i quali si è scatenata l’operazione “speciale”.

Però sembra chiaro che ci sia qualcosa in mezzo di cui non si dice nulla, né da una parte né dall’altra.

In primo luogo, i capi azoviti non sono in Ucraina, come gli altri prigionieri: sono in Turchia, e vi resteranno fino alla fine del conflitto. Perché? Che c’entra la Turchia? E se sono stati scambiati come prigionieri perché non ritornano a casa loro ma restano prigionieri laggiù?

Inoltre: i 10 “volontari” sono stati liberati per intercessione dell’Arabia Saudita. Perché mai l’Arabia dovrebbe preoccuparsi della sorte di inglesi e croati? E a questo punto appare probabile che anche i governi degli stati di cui sono cittadini siano intervenuti in qualche modo.

E, attenzione, devono aver negoziato con le repubbliche, non con la Russia, perché i 10 erano detenuti da loro e non dai russi: ma formalmente quelle repubbliche non sono state riconosciute, come hai fatto a negoziarci? Quindi qua ci sono in mezzo Russia, Ucraina, repubbliche di Donetsk e Lugansk, Turchia, Arabia Saudita e Regno Unito, e forse anche Croazia e Marocco.

È una storia incredibilmente poco chiara. E la domanda che ci poniamo tutti è: cosa ci guadagna Putin di così importante da sconfessare il cardine dell’operazione speciale e farsi detestare da mezza Russia, dai separatisti e da tutto l’esercito sul campo? Certamente, ripeto, non Medvedčuk.

Francesco Dall’Aglio

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31/07/2022

Guerra in Ucraina - Razzi Himars per i nazisti di Azov

L’ex “führer” del reggimento “Azov”, Andrej Biletskij ha dichiarato aperta la caccia ai responsabili della morte dei 53 neonazisti prigionieri di guerra, uccisi due notti fa nel corso del bombardamento su Elenovka, nella Repubblica popolare di Donetsk, portato dalle forze ucraine coi lanciarazzi americani Himars.

Per Biletskij, naturalmente, responsabili sono i russi: «a nome degli azoviti dichiaro aperta la caccia per sterminare ciascun responsabile dell’uccisione di massa», ha proclamato l’ex conducator di Azov, tacendo sul dettaglio che sul luogo della strage siano rinvenuti frammenti di razzi Himars e che gli stessi azoviti lo abbiano da tempo qualificato come traditore.

Tra l’altro, ricorda il canale Tsargrad.tv, all’epoca dell’assedio di Azovstal, Biletskij ignorava sistematicamente le telefonate dei congiunti dei neonazisti asserragliati, insieme ai civili trattenuti come scudi umani, nei sotterranei dell’immenso complesso industriale a Mariupol.

Per inciso, vittime del bombardamento notturno sulla prigione di Elenovka, in cui erano trattenuti un paio di centinaia di uomini, non sono stati solo i neonazisti, ma anche altre 25 persone, tra morti e feriti, compresi alcuni miliziani della DNR di guardia.

Difficile dar torto alle parole del capo della junta golpista di Kiev, Vladimir Zelenskij, che ha parlato di «crimine pianificato»: si tratta soltanto di intendersi su chi lo abbia pianificato, tenendo conto che, secondo varie fonti russe, molti degli azoviti fatti prigionieri avevano accettato di testimoniare sui nomi di coloro che li hanno coperti in questi otto anni di massacri contro i civili del Donbass e di crimini di guerra contro militari russi e miliziani delle Repubbliche popolari, dopo il 24 febbraio.

Secondo lo speaker della Duma russa, Vjačeslav Volodin, le testimonianze degli azoviti avrebbero potuto coinvolgere anche un discreto numero di leader di paesi NATO e portare a «una nuova Norimberga»: questo ha deciso la loro sorte.

Ulteriore dettaglio eloquente: come affermato dalla plenipotenziaria per i diritti umani della DNR, Dar’ja Morozova, prima del bombardamento Kiev aveva insistito per il trasferimento degli azoviti fatti prigionieri proprio nella prigione di Elenovka:

«Ciò era stato concordato; era stata una loro proposta. Cioè, loro sapevano perfettamente dove fossero i prigionieri ed ecco che, cinicamente, hanno messo a morte 50 dei propri soldati».

Così evidente la faccenda, che anche molti dei patrii “bollettini di guerra”, non possono non riportare, quantomeno, anche la “versione russa” dell’accaduto, quantunque in forma dubitativa, dando invece per sicura la versione golpista.

Più “obiettivo” addirittura il Pentagono che, per bocca di funzionari altolocati, parla di colpo «non intenzionale» da parte ucraina, pur sorvolando, ovviamente, sul fatto che le traiettorie dei razzi Himars siano guidate dagli “specialisti” yankee.

Significativo che addirittura il coordinatore per le comunicazioni strategiche alla Casa Bianca, John Kirby, si sia astenuto da qualsiasi commento, tanto palesi le responsabilità.

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21/05/2022

La resa dei militari ucraini e dei miliziani dell’Azov. Due sorti diverse

La resa dei militari dell’esercito ucraino e del reggimento neonazista Azov asserragliati nell’acciaieria Azovstal è in corso ormai da giorni.

Il totale dei militari consegnatesi alle forze russe sarebbe pari a circa duemila effettivi, di cui alcune decine di feriti gravi e mutilati: circa duecento sarebbero i cadaveri di militari caduti ancora nei sotterranei dell’acciaieria. I cadaveri sarebbero stati collocati in alcune celle frigorifere all’interno della struttura.

Nel corso della resa per il momento non si è registrato alcun incidente o tentativo di fuga.

Se da una parte rimane possibile che i militari dell’esercito ucraino arresisi possano essere scambiati con i militari russi fatti prigionieri da Kiev, per i membri del reggimento neonazista Azov la questione cambia non di poco. Al momento sembra probabile che a questi ultimi venga preclusa ogni possibilità di scambio con altri prigionieri e che vengano processati nella Federazione Russa per crimini di guerra: resta tuttavia ignoto, per adesso, il destino che li attende.

Le riprese video dei gruppi di militari arresisi e perquisiti dalle forze russe sono effettuate quasi esclusivamente da personale militare. In generale ai giornalisti – sia russi che stranieri – non viene consentito di avvicinare i militari arresisi e assai difficilmente sarà possibile farlo fino a che non verranno completati gli interrogatori a cui ogni prigioniero dovrà essere sottoposto. In nessun modo è possibile, ad oggi, accedere al perimetro interno dell’acciaieria. Nessuna conferma ulteriore, per il momento, riguardo la presenza di militari provenienti da paesi NATO all’interno dell’Azovstal.

Tutto fa intendere che siano in corso trattative sia tra Kiev e Mosca, ma soprattutto tra quest’ultima e le cancellerie occidentali: il silenzio protempore sembra infatti potersi spiegare con l’intenzione di trattare eventuali condizioni sul rilascio – ufficiale o ufficioso – di personale militare straniero in stato di prigionia prima che venga pubblicata qualsiasi notizia a riguardo.

Non serve molta fantasia per immaginare quali potrebbero essere le richieste di Mosca in sede di trattativa.

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19/04/2022

Guerra in Ucraina - Si prepara la grande battaglia per il Donbass. Riunione del G7 sull’invio degli armamenti all’Ucraina

Il fronte militare

Da ieri sera le forze armate russe hanno dato il via a una serie di attacchi aerei e di artiglieria lungo un fronte che si estende da Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, a Mariupol. Il presidente ucraino, Volodimyr Zelensky, ha annunciato di fatto l’inizio della “battaglia per il Donbass”.

Secondo il dispaccio dello Stato maggiore ucraino pubblicato questa mattina, la Russia ha intensificato le operazioni offensive e d’assalto nel Donbass per stabilire il pieno controllo del territorio delle regioni di Donetsk e Lugansk. Secondo i vertici militari ucraini, i combattimenti più intensi sono in corso nei distretti di Slobozhansky e Donetsk.

A Mariupol è iniziato l’assalto finale all’acciaieria Azovstal da parte delle forze speciali russe e delle milizie popolari. Lo ha reso noto il rappresentante della Milizia popolare della Repubblica del Donetsk Eduard Basurin al canale televisivo Rossiya 24, riportato dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti. Secondo il capo della DNR Denys Pushylin ci sono tra i 1.500 e i 3.000 militari e miliziani ucraini dentro l'impianto Azovstal.

Il ministero della Difesa russo ha riferito che al gruppo ucraino accerchiato nell’acciaieria Azovstal è stato offerto di deporre volontariamente le armi, arrendersi e cessare le ostilità dalle 6:00 ora di Mosca del 17 aprile, al fine di salvare le loro vite. Finora i miliziani e i militari ucraini hanno rifiutato l'offerta.

Diverse esplosioni sono state sentite nelle prime ore della notte a Mykolaiv, a est di Odessa. Bombardamenti sono stati segnalati anche a Kharkiv.

Da Mosca intanto fanno sapere che l’artiglieria ucraina ha colpito un villaggio vicino al confine russo con l’Ucraina, ferendo un residente. A renderlo noto è il governatore della provincia russa di Belgorod, Vyacheslav Gladkov, su Telegram.

Scambio di prigionieri

Intanto in un messaggio trasmesso dalla televisione russa, i mercenari britannici catturati a Mariupol hanno lanciato un appello per uno scambio di prigionieri, in particolare con Viktor Medvedchuk, il leader dell’opposizione ucraina catturato dai servizi di sicurezza di Kiev.

La Tass riferisce che anche la moglie di Medvedchuk, Oksana Marchenko, ha rilasciato diversi messaggi video in cui chiede aiuto a Putin per riavere suo marito attraverso uno scambio di prigionieri. Si è anche rivolta al presidente turco Recep Tayyip Erdogan e al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman Al Saud. Oltre a questo, la moglie di Medvedchuk si è rivolta alle famiglie dei cittadini britannici catturati per chiedere al primo ministro britannico Boris Johnson di aiutare a raggiungere un accordo di scambio per suo marito.

Forniture di armamenti all’Ucraina

L’incombere della grande battaglia nel Donbass, ha costretto il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, a convocare una videoconferenza per questo pomeriggio con i leader del G7 – per l’Italia parteciperà Draghi – insieme a Polonia, Romania, i vertici dell’Unione europea e della Nato. I leader discuteranno del potenziale invio all’Ucraina di armi pesanti come carri armati e aerei da combattimento, rispondendo alla continua richiesta in tal senso di Zelensky. Un tema sensibile soprattutto per la Germania, dove si registra una spaccatura in seno alla coalizione con membri dei Verdi e del Partito liberaldemocratico (Fdp) che spingono affinché il governo autorizzi l’invio di armamenti pesanti.

La Russia ha inviato note diplomatiche a tutti i paesi che consegnano armi all’Ucraina sottolineando le conseguenze imprevedibili di tali azioni, ha detto a Vedomosti la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova.

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23/04/2019

Siria - Isis fa strage di soldati governativi

di Michele Giorgio

Sconfitti nelle grandi città, scacciati dai centri più piccoli, senza più uno Stato e un’autorità organizzata a dirigerli, i jihadisti dell’Isis comunque restano molto determinati e pronti a colpire con il tipico «mordi e fuggi» della guerriglia. Almeno 35 soldati siriani e combattenti alleati sono stati uccisi in attacchi messi a segno dai jihadisti negli ultimi giorni. Con raid rapidi e micidiali, gli uomini dell’Isis hanno colpito non lontano da Palmira e nel deserto di al Quriyah a est di Deir Ezzor. Si tratta della più grande operazione armata condotta dal Califfato da quando ha perso la cittadina di Baghuz, la sua ultima roccaforte in territorio siriano, ad opera delle Sdf, le “Forze democratiche siriane” (curdo-arabe) appoggiate e armate dagli Stati Uniti.

Proprio delle Sdf e del loro ruolo, i media statunitensi sono tornati ad occuparsi in questi giorni. A questa milizia il Pentagono ha assegnato il compito di detenere i circa 9.000 sospetti miliziani dell’Isis catturati o che si sono arresi durante e dopo i combattimenti. A questi si aggiungono migliaia di mogli, molte delle quali vedove, e figli di jihadisti che assieme ad altri civili vivono in condizioni precarie nell’enorme campo – ufficialmente di accoglimento, in realtà di detenzione – di al Hol (oltre 70mila persone, il 65% sono bambini e adolescenti sotto i 18 anni), nella provincia di Hasakeh a nord-est della Siria. Il destino dei jihadisti e quello delle cosiddette «mogli dell’Isis» resta un punto interrogativo. In gran parte sono siriani e iracheni ma tra di loro ci sono anche foreign fighters, i combattenti stranieri dell’Isis. Gli Usa spingono affinché questi detenuti, nelle mani delle Sdf, rientrino nei paesi d’origine per essere processati e incarcerati. Incluse le «mogli dell’Isis» che gli americani, spiegava qualche giorno fa la Cnn, non considerano innocenti ma civili che avrebbero scelto coscientemente di trasferirsi nei territori siriani e iracheni controllati dallo Stato islamico.

Come Kazakistan, Macedonia e Marocco, il Kosovo ha annunciato ieri di aver rimpatriato 110 suoi cittadini dalla Siria, fra cui quattro combattenti e molte donne con figli che avevano seguito i loro compagni. Sono almeno 300 i kosovari che si erano uniti ai gruppi jhadisti e qaedisti che combattevano (e ancora combattono) l’esercito siriano e le formazioni curde. Una settantina sono stati uccisi, altri 120 sono tornati in patria, molti sono stati arrestati al loro rientro. Restano pochi i paesi, a cominciare da quelli europei, pronti a seguire l’esempio di Pristina. Danno come motivazione la difficoltà di perseguire i presunti membri dell’Isis sulla base di prove incerte raccolte solo sui campi di battaglia. E senza proclamarlo apertamente preferiscono che i jihadisti restino dove sono adesso, nei centri di detenzione delle Sdf. Gli Usa applaudono al Kosovo e ai quei paesi che si sono “ripresi” i jihadisti e le loro famiglie ma frenano quando sono chiamati a fare altrettanto. Nelle prigioni delle Sdf ci sono almeno 2mila foreign fighters, di cui solo una ventina di cittadinanza statunitense. Eppure l’Amministrazione frena. All’inizio dell’anno Washington ha annunciato che una delle affiliate all’Isis, Hoda Muthana, di cui si è parlato nei mesi scorsi, non sarà rimpatriata sebbene sia nata nel New Jersey.

Intanto il campo di al Hol scoppia. La popolazione è cresciuta di oltre 60.000 da dicembre e comprende il 43% di siriani, il 42% di iracheni e il 15% di cittadini di altri paesi. Le condizioni di vita sono insostenibili. Il giornalista Barrett Limoges di Syria Direct, scrive di «caos e disperazione» in al Hol e riporta la testimonianza di Anita Starosta, un’operatrice umanitaria che di recente assieme ad alcuni colleghi ha visitato il campo. «Ci sono siriani, tanti iracheni, un sacco di gente dalla Turchia – ha riferito Starosta – abbiamo visto molti bambini (stranieri) ma non europei che vengono inseriti subito nella sezione internazionale». In quella parte del campo, ha aggiunto, «ci sono tedeschi, belgi, francesi, britannici, americani, russi, sudanesi, algerini. Circa 50 nazionalità. Non so dove altro esista un posto come questo».

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04/02/2015

In Medio Oriente è orrore senza "soglie"


I miliziani dell'Isis hanno bruciato vivo un prigioniero di guerra, le autorità giordane impiccano per rappresaglia due prigionieri di guerra tra cui una donna. E' la legge del taglione, nel XXI Secolo. A beneficio delle telecamere e della più brutale spettacolarizzazione della guerra sporca in corso in un quadrante – quello tra Iraq, Siria, Libano, Giordania – che l'Isis ha perimetrato come nucleo dello Stato Islamico, e i regimi arabi “apostati” vedono come minaccia alla loro esistenza costruita sui confini della spartizione coloniale tra Gran Bretagna e Francia.

Si è scelta la strada dell'orrore e della brutalità nei confronti dei prigionieri di quella che, per quanto sporca e asimmetrica, è una guerra. Eravamo abituati a guerre convenzionali, così definite perché, pur nella loro brutalità bellica, seguivano delle “convenzioni” internazionalmente riconosciute (anche se spesso non applicate). Poi ci eravamo abituati a guerre non convenzionali perché asimmetriche. Da una parte le grandi potenze e la loro supremazia militare e tecnologica, dall'altra stati deboli sottoposti ad ogni tipo di bombardamento ed armi sperimentali che falcidiano più civili che combattenti con l'obiettivo di piegare – attraverso il terrore – un leader riottoso o un governo dissonante dagli interessi statunitensi o europei. Insomma ci eravamo abituati perché il teatro di guerra era distante ed “esotico”.

Il Medio Oriente e la sporca guerra in corso sbaraccano invece ogni giorno di più ogni parametro e spalancano soglie dell'orrore dalle quali molti vorrebbero girare la testa. In qualche modo lo avevano già fatto come durante la mattanza a Falluja durante l'invasione Usa dell'Iraq o le mattanze israeliane su Gaza. Si era pensato che fosse sufficiente negare o accettare quegli orrori come un male necessario nella “guerra al terrorismo”, che l'asetticità di un bombardamento visto dall'alto (di un aereo da combattimento o della cabina di regia a distanza di un drone) potesse rendere relativi, invisibili e inesistenti quelli che in basso venivano colpiti da quelle bombe, sempre più letali, sempre più nuove e micidiali.

Ma quell'orrore ne sta restituendo di altro e di nuovo, ma non ancora simmetrico. Al primo le opinioni pubbliche occidentali si sono assuefatte, al secondo dovranno abituarsi. A Parigi come a New York o Roma si può ritenere che centinaia di missili e bombe lanciate su questo o quell'obiettivo siano un prezzo accettabile, a patto di vedere solo porzioni parzialissime degli effetti collaterali. Dall'altra parte, non potendo competere per mezzi e capacità di fuoco, ci si affida alla spettacolarizzazione su pochi obiettivi: un piccolissimo nucleo che colpisce il cuore di una grande metropoli internazionale (come la redazione di un giornale) o con una esecuzione la cui violenza umana e visiva abbia l'effetto di un bombardamento con le bombe al fosforo pur provocando un centesimo delle vittime.

E obiettivamente non c'è meno orrore nel morire vittima bruciata dalle bombe al fosforo bianco piuttosto che arso vivo in una gabbia, se l'unica differenza è che ci sia una telecamera che lo riprenda oppure no.

In questa escalation dell'orrore non appare più visibile un limite, soprattutto per chi si è assuefatto al limite determinato dalla invisibilità delle vittime. Ma il meccanismo messo in moto in questi anni di interventi militari, bombardamenti, destabilizzazioni ripetute dei paesi del Medio Oriente da parte dei governi occidentali in combutta o indifferenti alle satrapie locali, non appare in grado di essere “normato”, di essere limitato da parametri comuni che avevano reso le guerre “convenzionali”.

In questi mesi abbiamo parlato di apprendisti stregoni che hanno lavorato per far saltare sistematicamente ogni equilibrio senza saperne o volerne costruire di nuovi. Hanno perseguito questo avventurismo in Iraq, in Libia, in Siria, nei Territori Palestinesi. I governi di Washington, Londra, Parigi, Roma hanno ascoltato quelli che facevano proiezioni sul prezzo del petrolio o quelli che costruivano e disfacevano alleanze a tempo determinato sui teatri di guerra. Creando, finanziando, armando e poi abbandonando gruppi, leader, regioni, etnie. Gli apprendisti stregoni hanno pensato di poter continuare a giocare unilateralmente, anche sulle soglie dell'orrore e il terrore da distribuire. Ma tutto, o parte di questo, prima o poi viene restituito. E se si è deciso che le convenzioni erano diventate “lacci e lacciuoli”, la restituzione dell'orrore non può che rivelarsi conforme all'assenza di regole del gioco. Benvenuti nel XXI Secolo.

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04/11/2014

4 novembre. Una guerra e una "festa" da riscrivere completamente

La retorica nazionalista e militarista, ha già trasformato il 2 giugno – festa della Repubblica – in una ostentazione di soldati e apparati bellici. Ma da decenni in Italia si celebra il 4 novembre, data della fine della Prima Guerra Mondiale nel 1918, la festa delle Forze Armate. Quest’anno e il prossimo, questa retorica cresce e crescerà di tono perché ricorre il centenario della carneficina che insanguinò l’Europa degli imperi e gli insediamenti del colonialismo in Medio Oriente e Africa.

E’ noto che Ministero della Difesa e Ministero dell’Istruzione, hanno firmato un protocollo che consentirà ad ufficiali e propagandisti delle forze armate di andare a fare lezioni e conferenze nelle scuole il prossimo anno proprio sulla Prima Guerra Mondiale. Operazione pericolosa da almeno due punti di vista: la storia della Prima Guerra Mondiale e della partecipazione italiana sarà priva di ogni analisi critica sulle cause e le conseguenze del Grande Massacro del 1914-18. In secondo luogo la guerra, la politica militare, gli interventi bellici all’estero, sono ormai rientrati alla grande nell’agenda politica ed ideologica dei governi europei. Intorno a questa va costruito consenso, legittimazione, sostegno, soprattutto tra i ragazzi, gli alunni, le nuove generazioni che non possono avere memoria diretta (i nonni e i bisnonni sono tutti morti) delle due devastanti guerre mondiali.

Infine, ma non per importanza, la denuncia della Prima Guerra Mondiale come guerra interimperialista, è stata del tutto ripulita da ogni approfondimento e da ogni attualizzazione nel contesto delle tensioni e delle guerre che oggi incombono intorno all’Europa, da est a sud.

I compagni della Rete dei Comunisti, e pochissimi altri, stanno realizzando una serie di conferenze  in diverse città italiane sul centenario del grande massacro della prima guerra mondiale. In molti casi alla discussione si sono affiancate iniziative di piazza contro le guerre e il militarismo di oggi, in Ucraina e Medio Oriente soprattutto, come a Pisa, a Venezia, a Roma.

Il 21 settembre scorso, la Rete dei Comunisti ha organizzato una conferenza con due storici marxisti – Giorgio Gattei e Giuseppe Aragno – le cui relazioni – insieme ad altri contributi – verranno pubblicate sul prossimo numero della rivista Contropiano. Venerdì prossimo – 7 novembre – a Roma, si svolgerà la seconda parte di quella conferenza, più incentrata sulla dimensione del contesto culturale e artistico intorno alla Prima Guerra Mondiale.

In questi anni è stato costruito un senso comune innocuo e una narrazione ufficiale strumentale intorno al grande massacro di quel conflitto. Ripulendo la storia anche dai suoi dettagli ignobili e scomodi che stridono con ogni retorica nazionalista.

La storica Giovanna Procacci, ad esempio, ha dimostrato senza ombra di dubbi che centomila dei seicentomila soldati italiani morti nella Prima Guerra Mondiale, non li fece il «nemico», ma lo Stato Maggiore e i governi del re. Erano prigionieri di guerra ridotti alla fame sia dalla brutalità del nemico che da quella del loro governo. La Croce Rossa Internazionale chiese invano all’Italia cibo e coperte per i soldati italiani prigionieri, ma essi furono lasciati al loro destino e morirono di stenti. Chi aveva voluto la guerra ritenne la loro resa sui campi di battaglia un “tradimento” e lasciò morire i soldati caduti in mano al nemico. Quei centomila uomini sono stati espulsi dalla memoria di Stato, figuriamoci dalle celebrazioni del 4 novembre o dalle lezioni che gli ufficiali delle forze armate faranno nelle scuole il prossimo anno.

Per informazione e controinformazione riportiamo alcuni materiali pubblicata da Giovanna Procacci nel suo libro “Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra”:
“Le testimonianze che ci provengono dalle pagine della relazione della CIV, o dalle memorie dei sopravvissuti, ci trasmettono immagini di orrore. Nelle «città dei morenti» - come vennero definiti i campi esseri inebetiti dalla fame si aggiravano fra mucchi di rifiuti, razzolavano alla ricerca di avanzi putrefatti, si gettavano gli uni contro gli altri per afferrare il pezzo di pane che il nemico gettava nel loro gruppo. Per lenire la fame i soldati ingerivano grandi quantità di acqua, e ingoiavano erba, terra e anche sassi, legno, carta, con conseguenze letali: «Molti morivano di dissenteria e di polmonite, prendevano la dissenteria mangiando l'erba del campo come pure gli avanzi delle casse di spazzature», riferì un prigioniero francese rimpatriato. A Mauthausen «noi ufficiali vedevamo spesso i soldati prigionieri che dal loro gruppo venivano ogni mattina nel nostro reparto a raccogliere le immondizie; li vedevamo spesso slanciarsi nei canali di scolo e verso le casse dei rifiuti a raccattare spine e teste di aringa, rimasugli di patate e ogni sorta di roba cruda, sporca e fradicia». «Anche noi soffrivamo la fame, come soffrivamo il freddo e tutti gli altri disagi della prigionia; ma la condizione dei soldati ha qualche cosa di particolare che la nostra parola non ha il coraggio di riferire».
Gli osservatori esterni restavano inorriditi alla vista di quelle folle amorfe di uomini, scheletriti, coperti di stracci, che si adunavano intorno a loro chiedendo da mangiare. A Lamsdorf, in Slesia, i visitatori che vi si recarono dopo l'armistizio «arretrarono allibiti dinnanzi a certi paurosi spettri che videro uscire carponi di sotterra», da buche scavate per resistere al freddo. Un ufficiale medico rimpatriato da Sigmundsherberger (Italiani morti 2363) riferì come gli ufficiali, che avevano creato una commissione di beneficenza a favore dei soldati, dopo una prima visita nelle baracche, non si fossero sentiti più la forza di tornarvi: «...senza più nulla di umano quei disgraziati muoiono in proporzioni veramente impressionanti - o contraggono gravi malattie polmonari - o hanno arti congelati che poi vanno in cancrena, senza che si possa curarli per difetto di medicinali. Il nutrimento è assolutamente insufficiente (non si superavano quando andava bene le 900 calorie) qualitativamente e quantitativamente». Un'infermiera della CRI, trattenuta dopo Caporetto nel cortile del castello di Lubiana, così descrisse un gruppo di prigionieri italiani: «Erano circa trecento: tutti laceri sporchi, denutriti. Sembravano scheletri ambulanti che si muovessero per forza d'inerzia, inconsci ed insensibili oramai ad ogni espressione di vita civile e ad ogni ricordo”.
I nomi – Mathausen – e le immagini descritte – "folle amorfe di uomini scheletriti" – sembrano attagliarsi più agli orrori dei lager nazisti che al periodo 1914-1918. Eppure di questo si tratta. Forse il nazismo non si è inventato niente che gli stati imperialisti non avessero già praticato nelle colonie e sui prigionieri di guerra prima, durante e dopo la Prima Guerra Mondiale. La Rivoluzione d'Ottobre fu l'unica e potente alternativa a tutto questo. Ma ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di dirlo alle nuove generazioni?

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