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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/05/2025

Se combattono per l’Ucraina anche i foreign fighters diventano “volontari”

È impressionante – e altrettanto vergognoso – il doppio standard utilizzato per categorizzare dei soggetti a secondo delle convenienze politiche.

Per anni nel nostro paese sono stati criminalizzati e perseguiti coloro che andavano a combattere in altri paesi. Prima venivano definiti mercenari, poi più elegantemente contractors, infine foreign fighters.

Ma con la guerra in Ucraina e la diffusione della propaganda bellicista a sostegno del regime di Kiev, anche queste figure – come avvenuto per i neonazisti del Battaglione Azov – vengono avvolti in velo di glorificazione.

È il caso di altri due italiani che risultano uccisi sul fronte ucraino dopo essersi arruolati nelle milizie internazionali che affiancano le forze armate di Kiev.

Si tratta di Manuel Mameli, 24 anni, originario di Cagliari, e Antonio Omar Dridi, 33 anni, nato a Palermo.

In questo caso li abbiamo sentiti definire come “volontari”, “combattenti” o più semplicemente “italiani”. Nessuna delle categorie stigmatizzanti spesso utilizzate fino ad oggi è stata utilizzata.

Eppure sappiamo che chi ha combattuto insieme ai curdi nel Rojava sta passando i suoi guai, così come chi ha combattuto in Donbass ma a fianco delle repubbliche indipendentiste. Sicuramente sono stati perseguiti coloro che si sono recati a combattere in Siria nelle milizie jihadiste. Figuriamoci poi se scoprissero che qualche italiano combatte insieme ai palestinesi. Anzi, in quest’ultimo caso si continua – al contrario – a consentire che cittadini italiani combattano regolarmente nelle forze armate israeliane senza alcun problema legale.

Con gli ultimi due morti salgono così a sette gli italiani uccisi sui due lati del fronte della guerra in Ucraina. La prima vittima è stato nel 2022 Edy Ongaro, 46 anni, originario di Portogruaro (Venezia). Con il nome da battaglia ‘Bozambo’, combatteva insieme alle forze delle repubbliche indipendentiste di Lugansk e Donetsk. A settembre dello stesso anno è la volta di Benjamin Giorgio Galli, un 27enne originario di Varese, morto dopo essere rimasto ferito in battaglia combattendo insieme alle forze armate ucraine contro quelle russe.

Un mese dopo viene ucciso nel Donetsk Elia Putzolu, 27 anni, nato a Roma e cresciuto in Toscana, schierato con le repubbliche indipendentiste del Donbass contro le forze armate di Kiev.

Nel novembre del 2024 viene data la notizia della morte di Angelo Costanza, 42 anni, di Favara ma residente in Belgio, che si era arruolato nell’esercito ucraino. Ma sulla sua sorte rimane un interrogativo perché secondo alcune fonti sarebbe stato catturato. Lo stesso mese muore Massimiliano Galletti, 59 anni, ufficialmente non era un foreign fighter, ma svolgeva servizio volontario di assistenza ai combattenti ucraini al fronte.

Cosa dice la legge italiana in proposito?

Un cittadino italiano non può unirsi a una legione straniera che si trova all’estero per partecipare a una guerra che ritiene giusta. È illegale anche se l’adesione avviene gratuitamente, cioè senza ottenere un compenso, come accade invece per i mercenari.

È ugualmente illegale arruolarsi formalmente in un altro esercito diverso da quello italiano. Ciò è possibile solamente dietro specifica autorizzazione del Governo.

In pratica, non solo non si può partire come foreign fighters per combattere accanto all’esercito regolare di un altro Stato, ma è illegale anche farne parte, cioè diventare un militare riconosciuto all’interno di un esercito straniero. Perché ciò avvenga, il Paese straniero dovrebbe chiedere all’Italia il permesso di reclutare soldati. Ecco, forse il problema, sia nel caso dell’Ucraina che di Israele, sta proprio in questa “zona grigia”.

Fonte

28/02/2023

I foreign fighters in prima linea nella guerra tra Russia e Ucraina

Il 2 febbraio 2023, l’ex marine americano Peter Reed è stato ucciso in Ucraina mentre evacuava i civili nella città di Bakhmut, in prima linea. Due giorni dopo, il 4 febbraio, i corpi di due volontari britannici, Christopher Perry e Andrew Bagshaw, sono stati restituiti come parte di un accordo di scambio di prigionieri con le forze russe. Le loro morti rappresentano alcune delle ultime vittime occidentali in Ucraina, un anno dopo che le forze russe hanno invaso il Paese nel febbraio 2022.

I combattenti stranieri sono affluiti in Ucraina dopo il primo intervento militare russo del 2014. Ma con l’invasione russa del febbraio 2022, il numero di foreign fighters che si sono diretti in Ucraina è salito alle stelle.

Dopo che il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha chiesto agli stranieri di unirsi alla Legione Internazionale di Difesa dell’Ucraina all’inizio della guerra, il 27 febbraio, circa 20.000 “volontari” provenienti da oltre 50 Paesi sono arrivati a Kiev nelle due settimane successive.

Molti si sono recati nel Paese per motivi ideologici. In contrasto con la disillusione provata da molti veterani occidentali dopo i turni di combattimento in Afghanistan e in Iraq, la convinzione di contribuire ad “alleviare le sofferenze dell’Ucraina” e di “difendere la democrazia” è stata una forte motivazione per portare migliaia di volontari a Kiev.

Tuttavia, la stragrande maggioranza degli stranieri arrivati è tornata a casa prima dell’estate del 2022 per diverse ragioni.

Alcuni non avevano un’esperienza credibile e sono stati accusati di essere “turisti di guerra” invece di dedicarsi alla liberazione dell’Ucraina. I soldati occidentali che si sono offerti volontari si sono trovati a operare senza un forte supporto aereo e senza altri vantaggi tecnologici fondamentali di cui invece godono i gruppi di contractors in Medio Oriente.

Le barriere linguistiche hanno spesso impedito ai combattenti stranieri di comunicare chiaramente con le loro controparti ucraine. Ad alcuni volontari stranieri sono state mosse accuse di criminalità, sia nei loro Paesi d’origine che in Ucraina.

Secondo la maggior parte delle stime, i combattenti stranieri che attualmente sostengono le forze ucraine sono tra i 1.000 e i 3.000, in gran parte in servizio in tre battaglioni della Legione Internazionale. Si ritiene che centinaia di volontari stranieri più professionali stiano servendo in unità più piccole, separate dalla Legione Internazionale.

Questi includono gruppi dominati da cittadini dell’ex Unione Sovietica, come la Legione Georgiana, i battaglioni ceceni e il Reggimento Kalinoŭski, un gruppo di combattenti bielorussi.

Le unità militari a prevalenza occidentale includono gruppi come Alpha, Phalanx e la Brigata Norman. Tuttavia, anche queste unità hanno dovuto affrontare delle controversie. La leadership della Brigata Norman, un’unità a guida canadese, ad esempio, è stata ripetutamente criticata da ex membri.

Anche le società militari e di sicurezza private (PMSC) occidentali sono attive in Ucraina. Il Gruppo Mozart, una compagnia privata statunitense, nata per contrastare la compagnia privata russa nota come Gruppo Wagner, è stata attiva nel conflitto ucraino nei primi giorni.

Ma quando i finanziamenti si sono esauriti e le dichiarazioni di alcuni dei suoi membri hanno attirato l’attenzione negativa dei social media, il Gruppo Mozart è andato in pezzi. La leadership rimasta sta attualmente cercando di riorganizzare le forze residue e tornare in prima linea.

Il coinvolgimento dei volontari statunitensi in Ucraina ha sollevato anche questioni relative a potenziali violazioni della legge sulla neutralità, promulgata nel 1794 per impedire ai cittadini americani di essere coinvolti in guerre straniere. Tuttavia, mentre il Dipartimento di Stato americano ha sconsigliato ai cittadini statunitensi di recarsi in Ucraina, Washington ha fatto ben poco per evitare che migliaia di suoi “cittadini” vi andassero.

Gli Stati Uniti non sono i soli ad inviare messaggi contrastanti sui combattenti stranieri. Il governo britannico ha dichiarato che è illegale per le truppe e gli ex membri del personale di servizio britannico recarsi in Ucraina per combattere, ma a pochi giorni dall’invasione russa, nel febbraio 2022, l’allora ministro degli Esteri Liz Truss ha annunciato il suo sostegno ai cittadini britannici che andavano in Ucraina per farlo.

Nel frattempo, altri governi occidentali hanno dichiarato che avrebbero scoraggiato i singoli cittadini dal recarsi in Ucraina, ma non avrebbero perseguito coloro che lo avessero fatto (solo per quelli schierati con Kiev, naturalmente).

Ciò non ha impedito che venissero intraprese azioni legali contro coloro che sono stati scoperti. Nel giugno 2022, un tribunale della regione separatista di Donetsk, controllata dalla Russia, ha condannato a morte due cittadini britannici e un marocchino per aver combattuto nell’esercito ucraino.

“Un simile trattamento dei prigionieri di guerra costituisce un crimine di guerra, ma i russi hanno sostenuto che si trattava di mercenari e che quindi le regole di guerra non si applicavano a loro”, ha dichiarato la Harvard International Review.

Evitando di istigare una guerra più ampia tra la NATO e la Russia, i funzionari occidentali si sono astenuti dal mettere ufficialmente gli stivali sul terreno. Tuttavia, le forze speciali statunitensi sono state attive in Ucraina fin da prima della guerra e continuano a operare nel Paese, insieme al personale della CIA. Anche le forze speciali di Gran Bretagna, Francia, Canada, Lituania e altri alleati occidentali sono attive in Ucraina.

Oltre alla mancanza di chiarezza sulle operazioni di intelligence e delle forze speciali, è difficile confermare il numero esatto di occidentali in Ucraina, il tipo di ruolo che stanno svolgendo, dove si trovano esattamente e quanti sono morti.

Inoltre, spesso vengono fatte affermazioni apparentemente errate sulle loro vittime. Il 25 gennaio 2023, un sito web turco, citando dati attribuiti all’agenzia di intelligence israeliana Mossad, ha affermato che migliaia di soldati dei Paesi della NATO sono stati uccisi, tra cui centinaia di statunitensi e britannici. Questa affermazione è stata rapidamente smentita dalla NATO.

Nel frattempo, il Cremlino ha sottolineato come la Russia non stia combattendo solo contro l’Ucraina, ma contro la stessa NATO, e i combattenti occidentali catturati sono fondamentali per trasmettere questo messaggio sia all’opinione pubblica russa che al pubblico internazionale. Mosca ha cercato di inquadrare il conflitto come una lotta più ampia contro l’Occidente, che ritiene possa avere risonanza presso altre popolazioni del mondo.

Nel marzo 2022, il Presidente russo Vladimir Putin ha chiesto l’aiuto di combattenti stranieri per liberare il Donbass, mentre secondo il Ministro della Difesa russo Sergei Shoigu, 16.000 stranieri hanno dichiarato di essere disposti a combattere a fianco delle forze russe in Ucraina, secondo Newsweek.

Yevgeny Prigozhin, il finanziatore del Gruppo Wagner, ha dichiarato sul canale Telegram della sua società nel febbraio 2023 che più di 10 milioni di cittadini statunitensi si erano iscritti al gruppo per combattere per la Russia.

Mentre Wagner ha trovato la maggior parte delle sue nuove reclute nelle prigioni russe, il Cremlino ha avuto una certa fortuna nel reclutare combattenti stranieri in Ucraina. Molte compagnie russe hanno tipicamente reclutato da Stati ex sovietici e si sospetta che combattenti dell’Asia centrale siano presenti in entrambe le parti del conflitto.

Molti serbi, inoltre, non sopportano il ruolo storico dell’Occidente negli affari del loro Paese e dal 2014 piccoli gruppi di cittadini serbi combattono a fianco delle forze russe in Ucraina.

Nel gennaio 2023, funzionari serbi hanno dichiarato di star monitorando le notizie di altri serbi al servizio della Russia in Ucraina. Anche i funzionari montenegrini stanno cercando di impedire ai loro cittadini, molti dei quali condividono sentimenti filo-serbi e filo-russi, di recarsi in Ucraina, e alcuni lo hanno già fatto dal 2014.

Soldati e personale di Teheran si trovano in Ucraina per aiutare i russi a far funzionare i droni di fabbricazione iraniana e, secondo un funzionario ucraino, 10 iraniani sono stati uccisi durante un attacco alle postazioni russe nell’ottobre 2022.

Si sospetta che anche centinaia di combattenti siriani si trovino in Ucraina, rispecchiando le dinamiche della guerra civile siriana, dove truppe iraniane, siriane e russe combattono insieme dal 2015.

La possibilità che altri volontari di altri Paesi si uniscano alla guerra da entrambe le parti rimane alta. Nell’agosto 2022, i media statali russi hanno iniziato a suggerire che fino a 100.000 volontari nordcoreani potrebbero finire a sostenere la campagna del Cremlino in Ucraina. Sebbene questo numero sia chiaramente ottimistico, i volontari nordcoreani potrebbero superare la manciata di cittadini sudcoreani noti per essersi recati in Ucraina a combattere per Kiev.

Inoltre, anche un piccolo numero di cittadini statunitensi è andato a combattere per la Russia, insieme a commando afghani addestrati dagli Stati Uniti che ora combattono per la Russia in Ucraina. Sebbene il Cremlino smentisca queste notizie, si ritiene che i soldati afghani siano stati attivamente reclutati dal Cremlino per mesi.

La guerra tra Russia e Ucraina è chiaramente più di una guerra tra due Paesi. Oltre agli aiuti materiali che sia la Russia che, soprattutto, l’Ucraina hanno ricevuto dai loro alleati, sono arrivati migliaia di combattenti stranieri da tutto il mondo per combattere al loro fianco. Con il continuo arrivo di volontari, aumenta il rischio che altri Paesi rimangano coinvolti nel conflitto. Stabilire delle salvaguardie per gestire le vittime e i prigionieri di guerra dei volontari stranieri è fondamentale per evitare che il conflitto si inasprisca ulteriormente.

Fonte

01/12/2019

La sanguinosa truffa del London Bridge

di Alberto Negri - il manifesto

Il vertice Nato si apre nella capitale britannica con il duello rusticano di London Bridge tra un pregiudicato jihadista, che aveva già ucciso due persone, e l’assassino di una disabile, entrambi in libertà vigilata. Una storia di Natale in un’atmosfera pulp e di ipocrisia piccolo borghese che mescola l’assalto alle vendite del Black Friday con l’acquisto da parte dell’Italia dei caccia americani F-35, come se di questo avesse bisogno un Paese che frana e va in malora. Altro che «valori cristiani», come scriveva ieri sul manifesto Tommaso Di Francesco richiamando l’appello del Papa contro gli arsenali atomici.

La tesi del «lupo solitario» appare confortante ma non convincente: più di una volta si è scoperto che un attentatore aveva dei collegamenti con altri estremisti anche soltanto via web. Soprattutto tende a rendere meno preoccupante il fatto che siano presenti in Europa cellule «dormienti» del terrorismo islamico non ancora individuate. E c’è anche dell’altro, molto altro.

La sconfitta dell’Isis ha significato pure la disfatta dei cosiddetti foreign fighters del Califfato, a migliaia in possesso di passaporti europei. L’allarme poi si è fatto ancora più acuto dopo l’operazione militare della Turchia contro i curdi siriani, abbandonati dagli americani, e che erano stati tra i combattenti più strenui dell’Isis.


La stessa Turchia, che ha occupato un pezzo di Siria del nord con soldati e milizie islamiste, ha cominciato a rimpatriare alcuni di questi combattenti nei Paesi di origine come la Gran Bretagna e la Germania. Il leader turco Erdogan non rinuncia mai a usare qualche arma di pressione e di ricatto, atteggiamento che dovrebbe fare riflettere l’Unione europea quando è il momento di avere a che fare con Ankara.

Vediamo qualche dato: il numero dei foreign fighters originari dell’Unione potrebbe ammontare intorno ai 5.000. La parte più consistente del flusso europeo proviene da quattro stati: Francia (1.900), Germania (oltre 900), Regno Unito (850) e Belgio (480).

L’aspetto più inquietante è che i Paesi europei hanno fatto finta di niente. I curdi siriani, molto prima che Erdogan li massacrasse e occupasse il loro territorio, avevano chiesto alla comunità internazionale che venissero processati i jihadisti rinchiusi nelle loro carceri. Ma l’Europa ha ignorato l’appello, tranne Macron che ha aveva già raggiunto un accordo ufficiale con l’Iraq dove i terroristi di origine francesi vengono processati e impiccati dalle autorità di Baghdad.

Ma Erdogan si prepara a scagliare altre frecce al vertice Nato. La Turchia si rifiuta, in caso di attacco russo, di appoggiare un piano dell’Alleanza per la difesa dei Paesi baltici e della Polonia fino a quando la Nato non offrirà ad Ankara un maggiore sostegno politico per eliminare i curdi siriani del Rojava. In poche parole Ankara prende in ostaggio la Nato intera.

Immaginiamo che Putin al Cremlino si stia facendo delle grandi risate: è riuscito a tenere in piedi Assad a Damasco e a infilare una mina vagante come Erdogan nella Nato, prendendo pure il posto degli americani nel Nord della Siria. Che cosa vuoi di più?

Ma ecco come salvare la Nato e spiegare quello che è avvenuto a London Bridge. Gli inglesi hanno sempre un latitante da tirare fuori quando le cose si mettono male, basta rivedersi «La grande truffa del rock’n’roll» (The Great Rock ‘n’ Roll Swindle), il documentario sui Sex Pistols dove un paio di canzoni sono interpretate da Ronnie Biggs, conosciuto per aver preso parte alla grande rapina al treno del 1963. I criminali sanno come riciclarsi quando la patria chiama.

Alla Nato, che celebra a Londra i suoi 70 anni, per cavarsela adesso è sufficiente tirare fuori un po’ di quattrini e acquistare armi da Trump a tutto spiano fino al mitico 2% del Pil per le spese destinate alla difesa richiesto dagli Usa. Ancora un paio di criminali in libertà e di attentati e ce l’abbiamo fatta. Se i turchi vogliono far fuori i curdi basta che acquistino, come abbiamo fatto noi, un po’ di caccia F-35, cui per altro partecipano già alla costruzione con le loro aziende. Apri i cordoni della borsa e tutto sarà possibile: “la politica Usa è la sezione intrattenimento dell’apparato militare-industriale“, diceva Frank Zappa. E da molto tempo è anche la nostra.

Fonte

23/04/2019

Siria - Isis fa strage di soldati governativi

di Michele Giorgio

Sconfitti nelle grandi città, scacciati dai centri più piccoli, senza più uno Stato e un’autorità organizzata a dirigerli, i jihadisti dell’Isis comunque restano molto determinati e pronti a colpire con il tipico «mordi e fuggi» della guerriglia. Almeno 35 soldati siriani e combattenti alleati sono stati uccisi in attacchi messi a segno dai jihadisti negli ultimi giorni. Con raid rapidi e micidiali, gli uomini dell’Isis hanno colpito non lontano da Palmira e nel deserto di al Quriyah a est di Deir Ezzor. Si tratta della più grande operazione armata condotta dal Califfato da quando ha perso la cittadina di Baghuz, la sua ultima roccaforte in territorio siriano, ad opera delle Sdf, le “Forze democratiche siriane” (curdo-arabe) appoggiate e armate dagli Stati Uniti.

Proprio delle Sdf e del loro ruolo, i media statunitensi sono tornati ad occuparsi in questi giorni. A questa milizia il Pentagono ha assegnato il compito di detenere i circa 9.000 sospetti miliziani dell’Isis catturati o che si sono arresi durante e dopo i combattimenti. A questi si aggiungono migliaia di mogli, molte delle quali vedove, e figli di jihadisti che assieme ad altri civili vivono in condizioni precarie nell’enorme campo – ufficialmente di accoglimento, in realtà di detenzione – di al Hol (oltre 70mila persone, il 65% sono bambini e adolescenti sotto i 18 anni), nella provincia di Hasakeh a nord-est della Siria. Il destino dei jihadisti e quello delle cosiddette «mogli dell’Isis» resta un punto interrogativo. In gran parte sono siriani e iracheni ma tra di loro ci sono anche foreign fighters, i combattenti stranieri dell’Isis. Gli Usa spingono affinché questi detenuti, nelle mani delle Sdf, rientrino nei paesi d’origine per essere processati e incarcerati. Incluse le «mogli dell’Isis» che gli americani, spiegava qualche giorno fa la Cnn, non considerano innocenti ma civili che avrebbero scelto coscientemente di trasferirsi nei territori siriani e iracheni controllati dallo Stato islamico.

Come Kazakistan, Macedonia e Marocco, il Kosovo ha annunciato ieri di aver rimpatriato 110 suoi cittadini dalla Siria, fra cui quattro combattenti e molte donne con figli che avevano seguito i loro compagni. Sono almeno 300 i kosovari che si erano uniti ai gruppi jhadisti e qaedisti che combattevano (e ancora combattono) l’esercito siriano e le formazioni curde. Una settantina sono stati uccisi, altri 120 sono tornati in patria, molti sono stati arrestati al loro rientro. Restano pochi i paesi, a cominciare da quelli europei, pronti a seguire l’esempio di Pristina. Danno come motivazione la difficoltà di perseguire i presunti membri dell’Isis sulla base di prove incerte raccolte solo sui campi di battaglia. E senza proclamarlo apertamente preferiscono che i jihadisti restino dove sono adesso, nei centri di detenzione delle Sdf. Gli Usa applaudono al Kosovo e ai quei paesi che si sono “ripresi” i jihadisti e le loro famiglie ma frenano quando sono chiamati a fare altrettanto. Nelle prigioni delle Sdf ci sono almeno 2mila foreign fighters, di cui solo una ventina di cittadinanza statunitense. Eppure l’Amministrazione frena. All’inizio dell’anno Washington ha annunciato che una delle affiliate all’Isis, Hoda Muthana, di cui si è parlato nei mesi scorsi, non sarà rimpatriata sebbene sia nata nel New Jersey.

Intanto il campo di al Hol scoppia. La popolazione è cresciuta di oltre 60.000 da dicembre e comprende il 43% di siriani, il 42% di iracheni e il 15% di cittadini di altri paesi. Le condizioni di vita sono insostenibili. Il giornalista Barrett Limoges di Syria Direct, scrive di «caos e disperazione» in al Hol e riporta la testimonianza di Anita Starosta, un’operatrice umanitaria che di recente assieme ad alcuni colleghi ha visitato il campo. «Ci sono siriani, tanti iracheni, un sacco di gente dalla Turchia – ha riferito Starosta – abbiamo visto molti bambini (stranieri) ma non europei che vengono inseriti subito nella sezione internazionale». In quella parte del campo, ha aggiunto, «ci sono tedeschi, belgi, francesi, britannici, americani, russi, sudanesi, algerini. Circa 50 nazionalità. Non so dove altro esista un posto come questo».

Fonte

15/09/2018

Siria. Catturato dalle Ypg un italiano miliziano dell’Isis

Dal fronte siriano, i canali di comunicazione ufficiali curdi dello Ypg hanno divulgato la notizia che le proprie unità antiterroristiche hanno catturato nei pressi di Raqqa un miliziano dell’Isis di cittadinanza italiana: l’uomo avrebbe gestito un traffico di armi dalla Turchia e avrebbe reclutato e coordinato nuove leve per lo Stato Islamico.

Lo stesso Ypg ha pure diffuso un video in cui l’uomo, Semir Bogana in un italiano fluente, afferma di essere stato fermato mentre stava per dirigersi in Siria e da lì partire per la volta dell’ Italia. Si attendono ancora le conferme dalle autorità governative italiane.

Nel frattempo lo Ypg ha diramato il seguente comunicato:

“La nostra lotta contro l’organizzazione terrorista dell’ISIS che era insorta come l’organizzazione più brutale nella storia dell’umanità, attaccando i valori sociali che erano stati creati con grandi sforzi e mirando a massacrare tutta l’umanità, specialmente i popoli del Medio Oriente, progredisce con successo in tutte le sfere della vita.

La nostra lotta contro questa organizzazione terroristica che, dall’Europa all’Asia e al Medio Oriente, si sostiene attraverso attacchi brutali e disumani e cerca di espandersi usando la paura, continua a ottenere nuovi risultati su base giornaliera. Le operazioni completate con successo nel cantone di Kobane e Jazeera e l’ultima fase della campagna Jazeera Storm che oggi si svolge nella regione di Deir ez-Zor sono prove storiche della nostra lotta contro ISIS.

La resistenza che si sta facendo oggi e le sue grandi conquiste stanno diventando un punto di svolta nella storia e garantiscono un futuro sicuro e dignitoso per i popoli del Medio Oriente e del Kurdistan. Usando il nome dell’Islam, l’ISIS ha cercato di imbrattare l’immagine dei credenti, pur preservando il suo predominio nella regione attraverso abusi brutali e principi inumani e per giunta con l’aiuto dei mercenari che si sono radunati da tutto il mondo.

In Europa, molte persone hanno servito l’esercito di Daesh, agendo come cellule dormienti e compiendo attacchi quando sono statj loro richiesti, mentre diffondevano i loro sforzi terroristici anche nel Rojava e nella Siria settentrionale. Come forze YPG-YPJ, abbiamo effettuato molte operazioni di successo contro queste cellule e l’abbiamo annunciato al pubblico più volte.

A tal proposito, il 27 agosto un mercenario chiamato Semir Bogana (cittadino italiano noto anche come Abu Hureyre al-Muhajir o Abu Abdullah al-Muhajir) è stato catturato in seguito a un’operazione speciale condotta dalle nostre unità antiterrorismo (YAT), quando stava cercando di fuggire in Turchia. Semir Bogana era responsabile delle spedizioni di armi che erano state consegnate all’ISIS dallo stato turco e che si occupava anche delle attività dei combattenti stranieri dell’ISIS nel Rojava. Molti dettagli sull’organizzazione terrorista dell’ISIS e sulle sue relazioni esterne sono stati rivelati da questo mercenario catturato e sono stati fatti importanti progressi nella lotta contro ISIS.”


Sempre oggi, Infoaut ha reso nota quest’altra notizia, ampiamente convergente con il comunicato delle Ypg.

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Comandante ISIS: attentatori suicidi mandati in Europa dal MİT

Riprendiamo da Uiki questa notizia che rende manifesto il ruolo della Turchia nel sostenere le dinamiche del terrorismo di matrice ISIS

Un ufficiale di alto rango dell’ISIS catturato dalle YPG, Abu Kerem, ha fatto confessioni importanti. Abu Kerem ha parlato delle relazioni dello stato turco con l’ISIS e ha affermato che gli attacchi in Europa sono stati [condotti] d’accordo con la Turchia.

Adil Musa Abduljazar (Abu Kerem) è un ufficiale di alto rango nelle bande dell’ISIS. La sua attività terroristica e i suoi crimini si sono diffusi dalla Palestina alla Libia e, da lì, alla Turchia e alla Siria. È stato in Jund Ansar Allah sotto Al Qaeda, l’ISIS, Al Nusra ed Ahrar Al Sham, tutte bande che provengono dalla stessa fonte.

Secondo l’agenzia ANHA, il capobanda Abduljazar è stato catturato dalle Unità Anti-Terrorismo delle YPG l’11 di agosto. È conosciuto per il suo periodo nel gruppo della banda di Jund Ansar Allah, che opera a Gaza sotto Al Qaeda; egli era noto per essere il secondo in comando nell’organizzazione in Palestina.

Abu Kerem fu lì arrestato da Hamas e rilasciato qualche anno dopo. Partecipò alle attività della banda nuovamente dopo il suo rilascio e fu mandato dall’ISIS a Bengasi, in Libia, per svolgere operazioni di ricognizione. Abu Kerem prestò servizio come ufficiale di alto rango in Libia.

ACCOLTO DAL MİT E INVIATO IN SIRIA

Abu Kerem fu poi chiamato in Siria dalle bande. Secondo l’ANHA, gli fu dato un falso passaporto e una falsa identità dall’agenzia d’intelligence turca, il MİT, e fu portato in aereo in Turchia. Gli ufficiali del MİT accolsero Abu Kerem ad Istanbul ed egli fu portato ad Antakya, da dove fu condotto in Siria dal MİT attraverso il valico di confine di Bab Al Salama, a Idlib.

Abu Kerem aveva chiesto come sarebbe passato in Siria, quando si trovava a Bengasi. Ha continuato la sua confessione dicendo: “I miei amici mi dissero che il MİT turco ci stava aspettando e ci avrebbe aiutato. Quando siamo partiti per la Turchia, era stato preparato tutto dal MİT. Portarono me e i miei amici Siria. Molti altri furono fatti passare attraverso il valico di confine di Bab Al Salama nella stessa giornata.”

Abu Kerem fu accolto dai suoi amici Abu Mislim, Abu Xetap e Abu Ducana Al Filistini appena passò in Siria. Lavorò in diverse regioni da Aleppo ad Al Bab fino a Raqqa, sotto Al Nusra, Ahrar Al Sham e altri gruppi di bande. Prestò servizio come comandante centrale per l’intelligence dell’ISIS ad Al Bab. Fu mandato a Raqqa dopo un po’ per costruire l’organismo di intelligence Cheshil Al Sedik. Con la sua esperienza nel conflitto palestinese, l’ISIS diede grande valore ad Abu Kerem ed egli ne diresse l’intelligence per un anno e mezzo. Un mese prima dell’operazione delle SDF per liberare Raqqa, lasciò la città verso Mayadin. Abu Kerem ha affermato che vide la relazione tra lo stato turco e l’ISIS come la migliore in Siria e che lo stato turco ha sostenuto apertamente l’ISIS di fronte agli occhi del mondo intero.

LIBERI DI PASSARE IN TURCHIA

Abu Kerem ha affermato che gli aeroporti di Istanbul e Antakya erano diventati dei nodi nevralgici per gli alti ufficiali dell’ISIS. Abu Kerem ha continuato la propria confessione: “Il confine con la Turchia era sempre aperto per noi e le munizioni che ci arrivavano. La Turchia mandava unità d’intelligence nella regione insieme a noi e le posizionava in diverse regioni della Siria. La Turchia continua ancora a sostenere l’ISIS, Al Nusra e altri gruppi. I membri dell’ISIS e le loro famiglie erano liberi di passare in Turchia ogniqualvolta volessero. La Turchia ci sosteneva con tutte le sue risorse, in modo che l’ISIS non venisse distrutto. L’ISIS tiene insieme i suoi membri e li invia in qualunque regione vogliano. La Turchia avrebbe mandato armi e munizioni all’ISIS e altri gruppi camuffati principalmente da aiuti umanitari.”

LA TURCHIA HA ESEGUITO GLI ATTENTATI IN EUROPA PER MEZZO DELL’ISIS

Abu Kerem ha affermato che in speciali campi in Siria addestravano dei bambini per impiegarli come attentatori: “Gli attentatori suicidi addestrati in questi campi sarebbero stati prelevati dalla regione e inviati in Europa dal MİT. La Turchia aveva fatto un accordo con l’ISIS, affinché eseguisse gli attentati in quei paesi che ostacolavano le sue politiche.” Abu Kerem ha concluso: “Chiedo a tutti quelli che mi ascoltano di stare lontano dall’ISIS e di non unirvisi assolutamente.”

Fonte

12/01/2018

Tunisia - Sette anni dopo è ancora tempo di rovoluzione?

di Stefano Mauro

Gli scontri di questi ultimi giorni riportano la Tunisia a sette anni fa. In molte città la popolazione, per l’ennesima volta, protesta per le precarie e difficili condizioni del paese: disoccupazione, crisi economica e, come novità dell’ultima finanziaria del 2018, aumento delle tasse su tutti i beni di prima necessità.

“Una condizione necessaria”, secondo il primo ministro Youssef Chahed per limitare il progressivo indebitamento estero che ha messo, però, in crisi lo stesso Governo di Unità Nazionale (Gun). Proprio a causa della crescente tensione e al calo di consensi il presidente della repubblica Beji Caib Essebsi, leader del partito laico Nidaa Tounes, ha annunciato che si presenterà alle prossime elezioni comunali di maggio con una coalizione contrapposta all’attuale alleato Rachid Gannouchi, segretario del partito islamista Ennahdha.

“Sono convinto che la Tunisia uscirà da questa crisi e questo sarà l’ultimo anno di sacrifici per il nostro popolo”, così si è giustificato il premier Chahed dopo l’approvazione delle finanziaria “lacrime e sangue” che vedrà aumenti anche del 300% su numerosi prodotti di prima necessità per rispettare e contrastare l’indebitamento con l’Fmi. Le proteste di questi giorni, per alcuni una seconda rivoluzione, continuano comunque a minare la durata dello stesso Governo Unità Nazionale prima della sua fine naturale prevista nel 2019 e le opposizioni sono schierate perché le riforme della finanziaria vengano rimosse, in particolare quelle sul carovita.

A sentire tutte le forze politiche di opposizione la pazienza sembra finita e l’ottimismo pure. Quello che resta nel settimo anniversario della “rivoluzione dei gelsomini”, quando la rivolta popolare fece scappare l’allora dittatore Ben Ali, è una profonda crisi economica, sociale, ma soprattutto politica.

“Oggi, nonostante le vittorie e le conquiste sociali, non è tempo di romanticismo o celebrazioni – ha dichiarato Hamma Hammami segretario del Fronte Popolare (sinistra tunisina) – Il governo evidenzia il suo immobilismo, la sua impreparazione ed il suo dispotismo”. Secondo gran parte delle opposizioni il fatto che la rivoluzione dei gelsomini sia l’unica ad aver resistito alle primavere arabe non può più bastare e rischia di far implodere un paese che, nonostante tutto, è ricco di una vitalità sociale e culturale forse unica in tutta l’area del Maghreb.

La Tunisia ha ottenuto numerose conquiste: le prime elezioni politiche e democratiche del 2011 e del 2014, ma soprattutto la Costituzione, una delle più progressiste e laiche nel mondo arabo. Numerose le riforme in campo dei diritti umani, della parità di genere – come la legge che equipara le donne agli uomini o le libertà per il matrimonio tra persone di religione diversa. Il Movimento #Mouch bessif contro l’obbligatorietà del Ramadan, le lotte della comunità Lgbt con l’apertura di una Web-radio, unica nel mondo arabo, o le fondamentali riforme sull’equiparazione dei diritti delle donne ne sono solo alcuni esempi.

Dall’altra parte, però, il paese attraversa un periodo di crisi a livello economico e politico e molti analisti mettono in guardia contro un ritorno all’autoritarismo. Decine di personaggi della società civile, universitaria, artisti e militanti hanno recentemente firmato una petizione (#Fech Nestanou – Cosa aspettiamo?) per “salvaguardare gli spazi di libertà conquistati con il sangue del 2011”. Il governo sembra puntare al mantenimento dello status quo, soffocando qualsiasi possibilità di opposizione o dissenso come la violenta repressione poliziesca sulle manifestazioni di questi giorni o lo “stato d’emergenza” rinnovato ogni sei mesi a causa dell’emergenza terrorismo.

“Molte delle rivendicazioni della popolazione non hanno avuto nessun tipo di risposta soprattutto in termini di lavoro o contrasto alla corruzione”, c’è scritto nella petizione con una chiara accusa al presidente di portare avanti un’offensiva anti-democratica.

In quest’ottica si possono leggere la recente legge di “riconciliazione nazionale” per riabilitare gran parte della vecchia classe politica della dittatura di Ben Ali (settembre 2017) o il continuo rinvio delle elezioni municipali previste, dopo sette anni, per fine dicembre 2017 e rimandate, forse, a maggio 2018. Un alto tasso di disoccupazione (35% nelle zone rurali), un rilancio economico inesistente, una classe politica ancora troppo corrotta e un progressivo aumento dei prezzi sui beni di prima necessità: questi sono i principali problemi della Tunisia a sette anni dalla rivoluzione dei gelsomini.

La mancanza di prospettiva per i giovani fa aumentare considerevolmente la minaccia di una deriva jihadista all’interno del paese. Dopo i tre terribili attentati del 2015, il Museo del Bardo di Tunisi (marzo), il resort di Sousse (giugno) e l’assalto ad un convoglio della Guardia presidenziale a Tunisi (novembre), il paese sta attraversando un periodo di relativa “stabilizzazione e calma”, secondo le parole del primo ministro tunisino Youssef Chahed.

Intervistato riguardo al dibattito sul rientro dei foreign fighters (5mila i giovani del battaglione “tunisino” nelle truppe del califfato) , il primo ministro ha dichiarato che “la minaccia del terrorismo persiste, ma il dispositivo delle forze di sicurezza ha acquisito una notevole esperienza ed efficacia, puntando allo smantellamento preventivo delle cellule terroriste”. Nonostante i progressi e la “relativa calma” i gruppi jihadisti, favoriti e sostenuti in passato dallo stesso partito islamista Ennahdha, restano una minaccia continua con oltre 800 persone nelle carceri tunisine.

“Le riforme in campo politico, economico e sociale, soprattutto nelle zone rurali del paese, sono il nostro unico mezzo per mantenere vive le conquiste di sette anni fa, per contrastare il terrorismo jihadista e per far crescere la Tunisia con i suoi giovani”, ha concluso Hammami riguardo al futuro del paese.

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17/06/2017

Al Baghdadi, doppio colpo strategico per Mosca ma non la fine della guerra in Siria

Alberto Negri - ilSole24Ore

Sarebbe un doppio colpo strategico per Mosca se fosse confermata la notizia della morte di Al Baghdadi: da quando è entrata nella guerra siriana il 30 settembre 2015 la Russia è riuscita a mantenere in sella il regime di Bashar Assad, a insediare nuove basi militari sulle coste del Mediterraneo e ora Putin potrebbe vantarsi di avere tagliato la testa ai vertici del Califfato. Al contrario per gli Stati Uniti e i loro alleati l’evento costituirebbe una sorta di smacco, magari ricompensato dalla presa di Raqqa da parte della coalizione arabo-curda sostenuta dagli Usa.

Gli americani avevano sbalzato dal potere Saddam Hussein in Iraq nel 2003 e poi, senza muovere un dito, avevano assistito, dopo il loro ritiro nel 2011, all’ascesa dell’Isis che nel 2014 era riuscito a conquistare Mosul, la seconda città irachena.

Non solo. Nel 2011 l’ex segretario di Stato Hillary Clinton aveva dato il via libera alla Turchia e ai suoi alleati arabi del Golfo, tra cui Qatar e Arabia Saudita, per l’apertura dell’"autostrada del jihad" con lo scopo di far affluire al confine i militanti islamici destinati ad abbattere il regime siriano. Un’operazione fallimentare che poi ha aperto la strada, con il contributo del brutale regime siriano, alla distruzione del Paese e all’ascesa di gruppi jihadisti tra cui la stessa Al Qaida e poi l’Isis, sorto in Iraq da una costola dell’organizzazione fondata da Osama bin Laden.

In attesa di una conferma o di una smentita, si rileva che l’Isis ormai ha perso gran parte del territorio che controllava e si può dire che il progetto di insediare un Califfato al confine tra Siria e Iraq sia fallito.

Il Califfato perde quindi attrattiva e potere di fascinazione. Questo non significa però la fine dell’Isis che potrebbe continuare a essere assai pericoloso con azioni di guerriglia e terrorismo, la specializzazione originaria del movimento jihadista.

Il passato inoltre può darci qualche lezione. Quando Al Qaida fu sconfitta in Afghanistan con la guerra seguita all’11 settembre 2001, l’organizzazione di Bin Laden non si sciolse e trovò spazi anche territoriali in altre parti del Medio Oriente, dall’Iraq allo Yemen, dove continua a essere una forza in campo rilevante. La morte del capo può non costituire la fine dell’Isis come la morte di Bin Laden non rappresentò la fine di Al Qaida che ha ancora “filiali” non solo in Medio Oriente ma anche in Nordafrica, nel Sahel e nel Corno d’Africa. Anche l’Isis può contare su una presenza assai estesa, per esempio nella penisola egiziana del Sinai, in Yemen, in Africa, in Asia centrale e orientale. Basti pensare che nei giorni scorsi ha preso il controllo in Afghanistan della montagna di Tora Bora, nella provincia di Jalalabad, la stessa dove si era rifugiato Bin Laden nel 2001.

L’ideologia dell’Isis inoltre non si esaurisce con la morte eventuale del capo e dei vertici: l’islam più radicale e il jihadismo sono fenomeni da oltre quattro decenni sulla scena mediorientale e come abbiamo visto con gli attentati in Europa hanno fatto adepti anche tra alcune fasce dei musulmani in Occidente.

La guerra in Siria non finirebbe con la possibile morte di Al Baghdadi: i jihadisti potrebbero tentare di riciclarsi nelle altre guerre mediorientali come lo Yemen mentre i servizi e le truppe speciali delle potenze di tutto il mondo sono sul campo a caccia dei loro foreign fighters, altro aspetto assai preoccupante della questione Califfato.

Il conflitto siriano poi è destinato a continuare proprio contro il regime di Assad, l’Iran e gli Hezbollah libanesi, il cosiddetto “asse della resistenza” oggi alleato della Russia. Gli americani hanno abbracciato la tesi dei sauditi, appoggiata anche dagli israeliani, che l’Iran è un pericolo da combattere al pari del Califfato. Gli Stati Uniti, con l’appoggio degli inglesi e della Giordania, attaccano le truppe di Assad per tagliare il corridoio vitale per i rifornimenti militari che collega l’Iran, l’Iraq, la Siria e gli Hezbollah. L’Isis forse non è più così importante perchè questa, l’influenza dell’Iran, è la vera posta strategica in gioco tra la Mesopotamia e il Mediterraneo.

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24/05/2017

Siamo noi a morire per le vostre guerre

Vostre le guerre, nostri i morti. Ad ogni attentato dell’Isis o di qualche imitatore siamo costretti a ripetere questa semplice verità. Che rischia sempre di essere sommersa sotto il mare della melassa vittimista sparata dagli schermi e dalle prime pagine.

Non c’è alcuna commozione in chi freddamente prepara il menu strappalacrime da sottoporre al malcapitato telespettatore. Non c’è altro che pelosa ipocrisia nelle frasi di circostanza pronunciate da ministri, premier, presidenti. Sanno meglio di noi con cosa hanno a che fare, e sanno di essere tra i primi responsabili della metastasi stragista sparsa in tutto il mondo.

Fuori da ogni complottismo idiota, la galassia jihadista – Isis, Al Qaeda, Al Nusra, ecc – trova radici storiche nel fondamentalismo sunnita, coltivato e perpetuato dall’Arabia Saudita e le altre petromonarchie del Golfo. E’ stato foraggiato e incentivato da tutto l’Occidente, in primo luogo dagli Stati Uniti, come arma fondamentale contro l’Unione Sovietica che aveva sciaguratamente invaso l’Afghanistan. Osama Bin Laden è stato per anni il principe dei freedom fighters acclamati sui media del “mondo libero”, costruendo così un immaginario vincente per una filiera quasi seppellita dalla Storia.

Il jihadismo sunnita è però esploso come fenomeno massivo solo dopo la seconda invasione occidentale dell’Iraq, quella del 2003, che portò all’abbattimento del regime di Saddam Hussein. Un regime autoritario, certo, come tutti quelli della zona (tranne Iran e Libano). Ma soprattutto laico, per nulla affascinato dalle sirene fondamentaliste. Con demente determinazione gli Stati Uniti scelsero come nemici proprio i regimi laici del Medio Oriente, assecondando gli interessi delle dittature (vi piace di più il termine monarchie?) islamicamente “pie”. Dopo Saddam Hussein toccò alla Libia di Mu’ammar Gheddafi, quindi alla Siria di Assad. Tre paesi che sono diventati un braciere dove si consumano tragedie innominabili, verso cui è stato favorito un “turismo” di combattenti dalle metropoli dell’Occidente. Lo stesso era avvenuto nella ex Jugoslavia o in Cecenia. Combattenti che qualche volta tornano a casa furibondi, portandosi dietro un altro mondo, altri interessi, altre ragioni.

Gente che magari si è sentita strumentalizzata e tradita dell’Occidente – prima sostenuti e coccolati, poi bombardati – fermamente intenzionata a portare nelle nostre città l’inferno che “i nostri” governanti e bombardieri (non importa, soprattutto a loro, se siano americani, francesi, inglesi o russi) hanno portato nelle loro.

Spiegava un compagno turco che l’Isis e gli altri gruppi sono come un pitbull: addestrati a mordere gli altri, ma a volte colpiscono anche il padrone o quello che ha presunto di poterlo essere.

L’Isis è un vostro prodotto, una metastasi del tumore che voi “classe dirigente occidentale” avete fatto crescere altrove.

I ragazzi di Manchester sono invece i nostri figli, fratelli, sorelle. Siamo noi che giriamo per le nostre strade, cercando di sopravvivere all’impoverimento crescente che voi ci avete imposto, che ci intruppiamo in uno stadio o in una metropolitana o una via della movida per una serata diversa, per una pausa in una vita senza futuro migliore.

Voi avete iniziato questa guerra che ci uccide. Non ci sono paragoni possibili con la lotta armata metropolitana degli anni ‘70 in Europa o in America Latina, perché in quel caso i bersagli erano i responsabili di scelte precise e avversate; non gente che passava per caso.

Isis ed imitatori, invece, nemmeno vi cercano. Sono troppo deboli per farlo, si accontentano di uccidere noi, a mucchi, senza distinzioni. Sangue di popolo per sangue di popolo, in una logica arcaica e senza futuro.

Voi avete iniziato questa guerra che ci uccide. Non siete voi che potete farla finire. Non siete voi che potete vincerla. Non vi interessa, anzi vi torna persino utile. I popoli spaventati si affidano inermi alla bestia che finge di proteggerli.

Finché voi resterete ai vostri posti noi continueremo a morire, a piangere i nostri ragazzi, a chiederci stupidamente “perché ci odiano?”

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23/05/2017

Gran Bretagna, centinaia i foreign fighters tornati in patria per colpire

Se fosse confermata la pista jihadista, questo attentato era tra le tragiche eventualità da mettere in conto. Dopo l’attentato del lupo solitario Khalid Masood al Parlamento britannico, in cui vennero uccise quattro persone prima che il terrorista fosse eliminato, l’intelligence inglese aveva rivelato che oltre 400 cittadini britannici, andati a combattere a fianco dell’Isis in Siria e Iraq, erano tornati in patria.

Questo faceva già temere che in Gran Bretagna si era raggiunta la massa critica di terroristi “islamisti” – come aveva tenuto a sottolineare il premier Theresa May non usando l’aggettivo islamico – pronti a colpire con attacchi più simili a quelli del 30 novembre 2015 a Parigi e del 22 marzo 2016 a Bruxelles.

I servizi dunque si aspettavano non azioni di singoli lupi solitari ma attacchi coordinati di cellule jihadiste. Qualche giorno dopo l’attentato di Londra, un altro rapporto dei servizi inglesi affermava che dei 700 foreign fighters segnalati dalle autorità 320 avevano già fatto ritorno nel Regno Unito.

Fallito il progetto territoriale del Califfato era abbastanza logico che ci fossero dei ritorni, anche se non è per niente automatico che il travaso dei foreign fighters avvenga in Europa: molti jihadisti potrebbero decidere di andare a combattere in altre parti del Medio Oriente come lo Yemen. Nel 2005 a Londra ci furono 56 morti nell’attentato alla metropolitana, questo di Manchester sarebbe il più grave da allora, nonostante la fitta rete di sicurezza impiantata dalle autorità britanniche che hanno infiltrato i gruppi jihadisti con un programma di prevenzione costato miliardi di sterline.

Manca ancora una rivendicazione e questo lascia ancora dei dubbi sulla pista jihadista. Ma proprio il fatto che non ci sia ancora potrebbe significare che si tratta di un attentato organizzato e che la cellula che lo ha realizzato intenda proteggere la propria rete logistica.

L’attentato dimostra anche la vacuità dei proclami anti-terrorismo fatti in Arabia Saudita da parte di Trump e della leadership saudita che con gli israeliani hanno come obiettivo soprattutto il contenimento dell’Iran sciita più che l’eliminazione di un jihadismo sunnita che si alimenta proprio dell’ideologia islamica radicale e retrograda sostenuta da Riad. Una situazione che gli Stati Uniti, gli inglesi e i francesi conoscono perfettamente, ma fanno finta di ignorare in nome della realpolitik e dei grandi affari.

Alberto Negri da IlSole24Ore

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13/04/2017

La Tunisia a sei anni dalla rivoluzione: tra jihadismo e crisi economica

“La Tunisia ha cominciato un lungo processo di transizione democratica, con numerosi ostacoli e tragedie che non ci devono far perdere l’obiettivo principale: la riconquista della libertà”. Con questo recente discorso alla televisione nazionale, il presidente della repubblica, Beji Caid Essebsi, ha ricordato questi sei lunghi anni relativi alla “rivoluzione dei Gelsomini” che ha dato il via alla cosiddetta “primavera araba” in diversi paesi nordafricani.

Tutti gli esponenti politici tunisini ribadiscono, infatti, che la principale riconquista della rivoluzione è la libertà. Una libertà di parola, di pensiero e di dissenso. Le proteste popolari hanno portato, ad esempio, alla caduta del governo del partito islamista Ennahda (Movimento della rinascita in arabo), accusato di immobilismo, clientelismo e nepotismo. Una contro-rivoluzione laica che ha reindirizzato il paese verso una prospettiva politica più progressista, nonostante le tensioni sociali passate ed i numerosi omicidi di esponenti politici laici. Il più celebre fu l’assassinio del coordinatore del Fronte Popolare, principale coalizione tunisina di sinistra, Chokri Benaid il 6 febbraio 2013. Le numerose manifestazioni scoppiate in tutta la Tunisia, con uno sciopero generale che fermò il paese per diversi giorni, portarono alla crisi del governo di Ennahda, indicato come il principale mandante politico dell’omicidio.

“Il nostro paese” ha aggiunto il presidente tunisino “ si trova sotto un’offensiva terrorista senza precedenti che rischia di disintegrare la nazione e le sue istituzioni”. Le cifre ufficiali, infatti, indicano in oltre 5mila i militanti jihadisti che sono andati a combattere con Daesh (ISIS, ndr) in Siria e Iraq. Un numero enorme che, con la prossima caduta del “califfato” di Al Baghdadi, rischierebbe di riportare il paese in un vortice di attentati terroristici a causa, principalmente, del rientro del battaglione jihadista “tunisino”. Dopo i tre terribili attentati del 2015, il Museo del Bardo di Tunisi (Marzo), il resort di Sousse (Giugno) e l’assalto ad un convoglio della Guardia presidenziale a Tunisi (Novembre), il paese sta attraversando un periodo di relativa “stabilizzazione e calma”, secondo le parole del primo ministro tunisino Yussef al Shahed. Intervistato riguardo al dibattito sul rientro dei foreign fighters, il ministro ha dichiarato che “la minaccia del terrorismo persiste, ma il dispositivo delle forze di sicurezza ha acquisito una notevole esperienza ed efficacia, puntando allo smantellamento preventivo delle cellule terroriste”. “Molti di loro vogliono ritornare” ha proseguito “e non possiamo impedire ad un tunisino di rientrare nel suo paese, anche se bisogna affrontare questa malattia con gli apparati di sicurezza, con la giustizia e con la rieducazione sociale contro la radicalizzazione di questi anni”.

Bisogna ricordare che a causa dell’ondata jihadista e dell’instabilità della vicina Libia, la Tunisia sta attraversando un periodo di profonda crisi economica. “Non si contano ormai quasi più, secondo l’Unione Generale Tunisina del Lavoro (UGTT), il principale sindacato nazionale, “gli scioperi, i sit-in e le manifestazioni di protesta contro le dure condizioni di lavoro e l’alto tasso di disoccupazione”. Le tensioni sociali e l’allarme sicurezza hanno avuto delle ripercussioni gravi sull’economia. In base ai dati forniti dal quotidiano tunisino El Shaab (Il Popolo), legato all’UGTT, il turismo, settore economico trainante, ha avuto un calo di oltre il 30% così come le aziende e gli investimenti stranieri.

In una recente intervista il portavoce del Fronte Popolare, Hamma Hammami, ha dichiarato che “la strategia di Daesh è proprio quella di colpire l’economia nazionale per creare disoccupazione, tensione sociale e favorire il reclutamento di nuovi terroristi”. A questo va aggiunto, però, “la corruzione e la scarsa capacità di parte della classe politica, priva ancora di una reale strategia per lo sviluppo e la ripresa del paese”. “La Tunisia” ha concluso Hammami “rimane l’unica esperienza di successo della Primavera Araba in termini di libertà e democrazia, anche se di questi 6 anni di rivoluzione restano ancora tante speranze e tante aspirazioni da realizzare da parte del popolo tunisino”.

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31/08/2016

Siria, ucciso il vice Al-Baghdadi

Abu Mohammed Adnani, uomo di fiducia di Al-Baghdadi e stratega dell’attacco all’Occidente attraverso azioni d’assalto e attentati suicidi ha cessato di vivere. Lo annuncia l’agenzia Amaq, fonte attendibile del Daesh, e l’ammette anche il Pentagono. Adnani è stato ucciso con un’operazione aerea ad Al Bab, località sita nell’area di Aleppo, a seguito d’informazioni raccolte con un accurato lavoro d’Intelligence. Nato nel 1977 a Banash, in Siria, era una figura di spicco della gerarchia jihadista, ed era in questa fase impegnato in prima persona alle porte di Aleppo per contrastare il molteplice fronte che cerca d’espugnare quel che resta della città: in terra i ribelli dell’Esercito libero, e l’esercito lealista, più le incursioni dell’aviazione di Asad e quelle russe dal cielo. Fra i suoi molteplici compiti c’era anche quello di comunicatore dell’Isis. Tant’è che la stessa agenzia Amaq invita i supporter dello Stato Islamico a lanciare un’ulteriore campagna di minacce all’Occidente utilizzando i social media. La presenza nei luoghi di ritrovo virtuale del web era stata uno dei piani messi a punto con particolare attenzione da Adnani, aveva fruttato un sempre maggior seguito fra sostenitori della branca jihadista di Al Baghdadi e prodotto un reclutamento di miliziani. Ma soprattutto aveva incrementato l’effetto domino di attentati compiuti dai cosiddetti ‘lupi solitari’ che cercano e praticano la strage nei “territori dei Crociati”, come hanno dimostrato i casi di vari attacchi fra Belgio, Francia, Germania usando le tecniche e gli strumenti più diversi. Le Intelligence che studiano le mosse dell’Isis attribuivano ad Adnani la paternità del progetto del mese di fuoco durante il Ramadan che ha mietuto vittime non solo in Europa, con la strage di Nizza, ma negli Usa con l’attentato al night club di Orlando e le sanguinarie bombe di Baghdad.

Con l’eliminazione nello scorso mese di marzo del più antico fra i teorici del gruppo, Abdul Mustafa al Qaduli, e del comandante militare, Omar Shishani, alla cerchia storica di Al Baghdadi restano altre due figure iper oltranziste: Abu Mohammed Al-Shimali che s’occupa dell’organizzazione logistica, con punte soprattutto sull’ormai non più semplice terreno di città e metropoli occidentali, e Abu Omar Al Tunisi, il reclutatore di attentatori suicidi che continua a fare proseliti non solo in Paesi fortemente disagiati. Come mostrano gli attentati negli aeroporti di Bruxelles e Istanbul per destare minori sospetti i kamikaze devono vivere in loco e sembrare cittadini comuni. Certo rispetto alla fase d’attacco e d’espansione anche territoriale sviluppatasi nell’estate 2014 tramite l’occupazione d’una vasta area siriana, la creazione dello Stato Islamico con capitale a Raqqa, l’introduzione d’un controllo militare e socio-politico, con un rapporto oppressivo e intimativo ma anche interlocutivo verso la popolazione, ovviamente maschile, l’attuale momento del Daesh non è del tutto propositivo. Il sogno del grande Califfato diffuso dalle loro mappe di propaganda che s’estende dal lontano Medioriente (compresa l’India e alcune regioni cinesi) per tutta la penisola arabica, Corno d’Africa, l’intero Maghreb fino ai Paesi subsahariani, con l’aggiunta europea della penisola iberica e dei Balcani, rimane appunto un sogno. Però, oltre a restare tuttora radicati nei due stati in dissoluzione (Siria, Iraq), i seguaci di Al Baghdadi sono stabilmente presenti in Algeria, Libia, Egitto, Nigeria, Arabia Saudita, Yemen, Cecenia, Afghanistan, Pakistan. Direttamente o con miliziani locali con cui hanno stabilito alleanze tattiche più che reclutative, ma come accade in alcune aree fortemente destabilizzate (Libia) o in condizione di conflitto permanente (Afghanistan) l’influsso jihadista non è di poco conto. Egualmente prosegue il terrore diffuso dai lupi solitari. Eliminarne l’attuale esperto reclutatore, non vuol dire stroncarne l’attività. Come probabilmente accadrà per Adnani: l’Isis si darà un nuovo stratega. Chi sorride e chi piange proseguono una guerra nient’affatto scontata.


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29/07/2016

Come nasce una svolta inquietante del terrore

Il sangue di Rouen scorre sullo sfondo delle contraddizioni occidentali, di un Medio Oriente in disgregazione e di un delirio terroristico generazionale e nichilista con impresso il marchio dell’Isis, destinato a durare forse oltre la fine del Califfato. Per la prima volta vengono colpiti un sacerdote e una chiesa, con una connotazione religiosa che attacca la libertà di culto, come del resto avviene quotidianamente in Medio Oriente, dove il cristianesimo è nato e rischia di scomparire. Rouen potrebbe essere una svolta inquietante.

La guerra di Siria per l’Europa sta svolgendo in maniera lacerante il ruolo anche ideologico che ebbe l’Afghanistan negli anni '80 nel mondo musulmano: il ritorno degli ex mujaheddin in patria segnò l’inizio del terrorismo islamico diffuso; ora gli ex jihadisti europei di ritorno – 10mila foreign fighters, 5mila rientrati di cui 1.800 nel continente, secondo Europol – costituiscono una minaccia destabilizzante. Per individuarli con gli infiltrati e catturare i candidati alla jihad Londra ha investito due miliardi di sterline.

Ma questa volta ci sono alcune novità, rispetto all’epopea dei mujaheddin, allora acclamati come eroi e poi definiti dei “barbari” quando si arruolarono in Al-Qaeda. Non c’è più bisogno di essere un reduce, basta Internet per entrare nell’Isis virtuale e alimentare una mitologia mortale intercettando le reclute dell’orrore.

La questione chiave è che in Afghanistan i mujaheddin (40mila arabi) costrinsero al ritiro l’Armata Rossa, mentre i jihadisti, dopo l’intervento russo, hanno perso la guerra per abbattere Assad e con loro gli americani e gli europei che hanno continuato a ripetere che il presidente siriano se ne doveva andare. Contro il Califfato si combattono due guerre molto diverse: in Iraq la coalizione è a guida americana, in Siria russa, con un fronte arabo-curdo sostenuto dagli Usa. Mentre la Turchia fa la guerra soprattutto ai curdi e sostiene con sauditi e qatarini i jihadisti di Al Nusra-Al Qaeda, che gli americani vorrebbero usare in chiave anti-Iran per sostenere gli alleati sunniti come Riad, tra i finanziatori della campagna della Clinton: alle perversioni non c’è mai fine. Questi in sintesi sono i conflitti alle nostre porte che generano profughi e terrorismo.

Europei e americani continuano a far finta di niente ma hanno perduto un capitolo della guerra in Medio Oriente e ne pagano le conseguenze geopolitiche e interne. Se gli Usa e Hollande avessero bombardato nel 2013 Damasco, come promettevano, forse avrebbero spianato la strada ai gruppi jihadisti e oggi scriveremmo una storia diversa. Poco è mancato invece che il 15 luglio per un colpo di stato poi fallito Erdogan precedesse Assad nella caduta: è la Turchia, con 24 basi Nato, che ha aperto con il consenso occidentale l’autostrada della Jihad per attuare il cambio di regime a Damasco, alleato di Mosca e dell’Iran. Ankara ha concesso la base di Incirlik per bombardare l’Isis solo dopo un anno di trattative. Ecco come abbiamo fatto la guerra al Califfato.

Da dove potranno tornare i jihadisti e foreign fighters se l’Isis venisse sconfitto? Le chance per controllare il flusso vengono dagli esiti dell’incontro del 9 agosto tra Erdogan e Putin perché tra Ankara e gli Usa le relazioni sono ai minimi storici. L’Europa deve fare attenzione: il leader turco insiste che Bruxelles rispetti l’accordo sui migranti e mandi i quattrini promessi al più presto perché sa come farcela pagare.

L’accordo sul nucleare iraniano del 2015 non ha fatto che aumentare le frustrazioni dei sunniti che speravano di ritagliarsi uno stato tra Siria e Iraq e spartirsi le spoglie con i turchi: Riad si è lanciata in una guerra fallimentare in Yemen contro gli sciiti e ha decapitato in un solo giorno 42 oppositori, tra cui un imam. Un clima avvelenato dal settarismo che l’Isis strumentalizza e allarga alle altre confessioni religiose. I jihadisti sgozzano i preti mentre i sauditi tagliano teste legalmente ma sono tollerati perché comprano armi e investono sui nostri mercati.

I primi, come i terroristi nati ed educati in società democratiche e pluraliste, odiano il nostro stile di vita e vorrebbero distruggerlo, i secondi lo usano a loro piacimento finanziando il radicalismo. Sono in molti, da Occidente a Oriente, che si dovrebbero raccogliere in silenzio davanti alle vittime di Rouen.

Alberto Negri - ilSole24Ore

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21/06/2016

Libia - ISIS in cerca di nuove alleanze per non scomparire

di Francesca La Bella

L’assedio di Sirte da parte delle forze del Governo di Accordo Nazionale (GNA) sembra aver indotto un significativo arretramento dello Stato Islamico (IS) in Libia. Per quanto l’operazione sia, in base alle dichiarazioni delle forze governative, improntata alla cautela a causa della presenza di numerosi civili in città e dei numerosi attacchi suicidi dei miliziani, l’offensiva iniziata il 12 maggio sembra aver fortemente limitato le capacità di azione del gruppo. Anche l’ultimo tentativo del movimento jihadista di uscire dall’accerchiamento sarebbe, infatti, fallito. Secondo le dichiarazioni rilasciate all’AFP dal portavoce dell’esercito, Reda Issa, domenica scorsa le forze dell’IS avrebbero cercato di rompere l’assedio ad ovest di Sirte, ma le milizie del GNA li avrebbero nuovamente costretti alla ritirata.

Dopo la sconfitta di Derna e la perdita di una larga parte dei territori costieri sotto il proprio controllo durante i primi mesi di quest’anno, l’IS, arroccatosi nella città di Sirte e nelle aree limitrofe, si trova, dunque, davanti alla necessità di ricollocare la propria presenza in territorio libico e di stabilire nuove alleanze con attori locali per non scomparire. Se da un lato, l’azione del GNA e delle milizie di Misurata sembra dare i suoi frutti, le condizioni che hanno portato al radicamento del movimento islamista in Libia non sembrano essersi, però, modificate. La perdurante instabilità del Paese e la netta separazione tra Governo Sarraj e gruppi fedeli al Governo di Tobruk e al Generale Khalifa Haftar, nonché la ferma opposizione di quasi tutte le forze interne ad un intervento internazionale di supporto, lasciano presagire che, nonostante l’imminente sconfitta a Sirte, lo Stato Islamico possa scegliere di investire le proprie forze in aree meno soggette al controllo dei due attori principali come l’area desertica del Fezzan. Nel sud del Paese, infatti, la divisione insanabile tra popolazioni Tuareg e Tebu lascia ampi margini di movimento all’azione del Wilayat Fezzan, articolazione locale dell’IS, e numerosi attentati sia nell’area sia nelle regioni più a nord sono state rivendicate da questa sigla.

Se secondo fonti statunitensi l’IS conterebbe tra i 5000 e i 6000 combattenti in Libia, la maggior parte dei quali a Sirte, molti analisti ritengono che i numeri della presenza dello Stato Islamico nel Paese siano sovrastimati e che il contingente di militanti jihadisti sarebbe significativamente minore rispetto a quello presente in Siria e Iraq. Nonostante questo, la fluidità di intervento delle cellule militanti permetterebbe al movimento di ricalibrare la propria azione in base alle contingenze.

Laddove il movimento non può sfruttare una divisione sunniti-sciiti e le alleanze (e le divisioni) tra le diverse anime del Paese poggiano su una lunga storia condivisa, lo Stato Islamico vede, tra le sue fila, la presenza massiccia di foreign fighters. La relazione sulla crisi libica dell’Istituto di Affari Internazionali per l’Osservatorio di politica internazionale del Parlamento italiano, a tal proposito, afferma che, inizialmente, l’organizzazione aveva una forte componente libica, la Brigata Battar, composta da veterani libici del conflitto in Siria e Iraq. Successivamente, la leadership del gruppo avrebbe subito un importante trasformazione e, ad oggi, sarebbe prevalentemente di origine estera con membri provenienti, perlopiù, da Siria e Iraq mentre gran parte dei militanti di base proverrebbero da Tunisia, Sudan e altri Paesi del nord Africa e del Sahel. A questi si aggiungerebbero, inoltre, numerosi foreign fighters europei come i 20 britannici che, secondo il Telegraph, avrebbero raggiunto la Libia in queste ultime settimane.

Se questo aspetto potrebbe essere percepito come debolezza, in realtà esso potrebbe essere la reale forza del movimento i caso di arretramento da Sirte. Un forte radicamento territoriale sicuramente avrebbe permesso un controllo dell’area di più lungo periodo, ma a seguito di una sconfitta, la ricollocazione in altre aree potrebbe risultare più difficoltosa. In questo senso i legami internazionali con Boko Haram (ISWA, Islamic State of Western Africa Province dopo l’affiliazione all’IS) e la capacità di intervento a prescindere dal territorio di appartenenza potrebbero essere i punti di forza per la ripresa delle attività dello Stato Islamico. A fronte di un contesto frammentato come quello libico, la mancanza di un potere centrale forte e di un efficace controllo territoriale permetterebbe, infatti, all’IS di perpetuare la sua presenza nel Paese e di utilizzare il territorio libico come base logistica per destabilizzare l’intera regione con attentati anche fuori dalle aree di propria competenza o nei Paesi limitrofi (come in Tunisia o in Egitto in passato).

06/04/2016

Leader ‘bosniaco’ provoca: “caschi blu in Serbia”

Sulejman Ugljanin, leader del Consiglio nazionale bosniaco, il partito che rappresenta una parte della minoranza ‘bosniaca’ del Sangiaccato – territorio nel sudovest della Serbia abitato da popolazioni musulmane – ha proposto al consiglio di sicurezza dell’Onu e ad altre organizzazioni internazionali di intervenire con l’invio di truppe allo scopo “di prevenire conflitti e proteggere la popolazione bosniaca di quella regione della Serbia”, sottoposta a suo avviso a discriminazioni. Come riferiscono i media a Belgrado, Ugljanin – che in passato e’ stato ministro senza portafoglio nel governo serbo – ha sollecitato l’intera comunità internazionale a mobilitarsi per “fermare la campagna di intimidazioni e minacce contro la minoranza bosniaca, e porre fine al tempo stesso all’ondata di terrorismo di stato, crimini e pulizia etnica in Sangiaccato”.

Numerosi i leader politici serbi che hanno reagito duramente alla provocazione di Ugljanin. Per il ministro degli esteri Ivica Dacic la richiesta di invio di caschi blu in Sangiaccato è “insensata”, e ad essa “nessuno al mondo reagirà”. “La pace e la stabilità in Serbia non sono minacciate. Si tratta di un'evidente enorme provocazione diretta a destabilizzare il Paese”, ha detto Dacic. Dure critiche anche da Rasim Ljajic, ministro del commercio estero e turismo, anch’egli proveniente dal Sangiaccato e leader del Partito socialdemocratico serbo, secondo il quale le affermazioni di Ugljanin vanno completamente ignorate.

Una provocazione che si basa sul nulla – la situazione nel territorio serbo a maggioranza musulmana è la più tranquilla da parecchi anni – e che secondo vari osservatori deve essere vista in chiave elettorale, in vista del voto anticipato in Serbia del 24 aprile prossimo. Un modo insomma, per Ugljanin, per farsi pubblicità, contribuendo però a rendere il clima più torbido in una regione dove il fuoco continua, dopo le guerre etniche dei decenni scorsi, a covare sotto la cenere. E in una regione dove negli ultimi anni è aumentato il radicamento di organizzazioni jihadiste che hanno mandato numerosi volontari a combattere insieme ad al Nusra e allo Stato Islamico in Siria e Iraq e che potrebbero pensare di riprodurre la stessa dinamica nei Balcani, sostenute da una rete fondamentalista che fa capo all’Arabia Saudita e alla Turchia.

Proprio in queste settimane la Procura di Sarajevo ha cominciato a indagare su alcune decine di cittadini bosniaci che combattono in Siria e in Iraq nelle milizie del Califfato: 33 inchieste in corso si riferiscono a 70 persone sospettate di organizzazione di gruppi terroristici, incitamento e reclutamento per le attività terroristiche e partecipazione a conflitti all’estero. Secondo il procuratore capo Goran Salihovic, fino ad oggi sono stati incriminati 20 foreign fighters bosniaci al rientro in patria e nei prossimi giorni verranno formalizzati altri due atti d’accusa. Secondo le cifre ufficiali della polizia bosniaca, in questo momento combattono in Siria e Iraq, a fianco dell’Isis, 70 bosniaci e finora sono morti in combattimento da 40 a 50 jihadisti provenienti dalla Bosnia. Ma il fenomeno è assai più consistente. Secondo i dati diffusi nel corso di una conferenza regionale a Sarajevo dedicata alla radicalizzazione e al reclutamento dei jihadisti nei Balcani, nel 2012 e 2013 sono andati in Medio Oriente, per unirsi a vari gruppi terroristici, 877 foreign fighters balcanici. Il maggior numero, 300 combattenti, sono partiti dal Kosovo, 207 dalla Macedonia, 200 dalla Bosnia, 107 dall’Albania, 50 dalla Serbia e 13 dal Montenegro. Nel 2014 e 2015 il numero delle partenze è diminuito anche perché i paesi balcanici hanno approvato leggi secondo cui la partecipazione a conflitti all’estero costituisce un reato penale. Nello stesso periodo sono tornati nei Balcani 299 jihadisti che hanno combattuto nelle file dell’Isis e che, a piede libero, sono sotto la stretta sorveglianza delle agenzie di sicurezza. Almeno così affermano i servizi di intelligence dei vari paesi.

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23/03/2016

Quando un ministro belga sosteneva i foreign-fighters

Prima che la Clinton ammettesse le responsabilità statunitensi nell’affermazione dell’Isis, prima che Obama chiedesse scusa per il caos mediorientale creato dalle democratiche “missioni di pace” che hanno fatto centinaia di migliaia di morti, già altri politici di alto rango avevano non solo riconosciuto, ma anzi rivendicato un ruolo fondamentale dei governi occidentali nel sostegno e nella creazione di gruppi jihadisti per destabilizzare la Siria e ottenere così un regime change a loro favorevole.

In una vecchia intervista, già più volte riportata ma sempre troppo in sordina, l’attuale ministro degli Esteri Belga Didier Reynders, liberale del Movimento Riformatore con una lunga carriera politica alle spalle anche insieme a Van Rompuy nel governo del 2008, si spendeva nell’elogiare i cittadini belgi che partivano per la Siria per arruolarsi nelle milizie anti-Assad.

Era il 2013 quando Reynders alla radio Bel RTL esprimeva la sua opinione sull’“eurojihad”, ai tempi in uno dei massimi momenti di picco del fenomeno per cui tantissimi cittadini europei di fede islamica (e non) andavano ad addestrarsi e a combattere nell’eterogenea coalizione dei fondamentalisti anti-Assad, in cui i germi dell’Isis e di al Qaeda sono cresciuti e si sono moltiplicati. Di fatto i governi europei, a parte tenere d’occhio i foreign-fighters che facevano la spola tra il nostro continente e la Siria e l’Iraq, non hanno mai effettivamente contrastato il fenomeno e in alcuni casi lo hanno addirittura agevolato.

Il ministro, all’epoca, si preoccupava effettivamente della possibilità di radicalizzazione dei foreign-fighters e dei rischi che questa avrebbe comportato una volta rientrati in Belgio, ma al tempo stesso riusciva a fare una spregiudicata divisione fra quelli che sostenevano Assad e che dovevano “essere mandati davanti la Corte penale internazionale” e quelli che  “può essere per idealismo, vanno a lavorare in campo umanitario o a battersi a fianco dell’esercito siriano di liberazione; forse gli faremo un monumento come eroi di una rivoluzione”.

E’ bene ricordarsi di certi personaggi e di certe responsabilità quando siamo chiamati a piangere i nostri morti.

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10/05/2015

I miliziani stranieri dell'ISIS

di Chiara Cruciati il Manifesto

Saranno 15mila i miliziani siriani che nei prossimi tre anni gli Stati Uniti addestreranno in Giordania e Turchia per combattere l’Isis e il governo Assad. Il programma è cominciato in questi giorni in territorio giordano: l’obiettivo è mandarne il prima possibile qualche migliaio in Siria. Una goccia nel mare visti i numeri del califfo: ad arruolarsi al suo fianco sono sempre più musulmani stranieri, soprattutto europei.

Se è vero che la nazione che occupa il primo posto nella famigerata lista di “rifornitore” di jihadisti resta la Tunisia (che, nonostante i seri problemi economici e sociali, viene ancora descritta dai media occidentali come il modello riuscito delle primavere arabe), aumenta a dismisura la quota di musulmani, spesso immigrati di seconda generazione, che decide di cercarsi una nuova identità sotto la bandiera nera dell’Isis.

Nelle maglie dello Stato Islamico vengono attirati soprattutto grazie ai social network: così molti dei 6mila miliziani dell’Isis di origine europea sono finiti a combattere in Siria e Iraq. Si tratta per lo più di musulmani nati in Europa da famiglie di immigrati, spesso marginalizzati in Francia, Italia, Gran Bretagna, con poche prospettive di miglioramento economico e sociale e quindi facile preda di chi usa una falsa identità religiosa per promettere un futuro migliore.

Ma non solo musulmani: secondo un rapporto del Washington Post che cita fonti di intelligence, uno ogni sei miliziani stranieri dell’Isis si è convertito all’Islam in età adulta. Molti cristiani, alcuni ebrei, che hanno optato per l’Islam più radicale.

Una recente indagine del parlamento francese dà i numeri dell’arruolamento, figli della marginalizzazione di certe comunità di migranti: la metà dei jihadisti europei dell’Isis arrivano dalla Francia. «A livello europeo, stimiamo che 5-6mila individui sono partiti per la Siria – ha detto in un’intervista a Le Figaro Vera Jourova, della Commissione Giustizia dell’Unione Europea – Sono spinti dal desiderio di avventura, noia, insoddisfazione per le loro condizioni di vita e mancanza di prospettive».

Se 3mila sono francesi, altri 650 – secondo dati di Berlino – sono tedeschi e 3mila provengono dai paesi dell’ex Unione Sovietica. Ancora più alti i dati dell’intelligenge Usa, secondo cui il numero di europei è passato in pochi mesi da 5mila a 8mila: un +60% che non può che preoccupare le cancellerie europee, incapaci di frenare il costante flusso di rinforzi a favore del califfo. Non inficiano le sconfitte subite: la perdita di Kobane per mano kurda e di Tikrit per mano irachena non ha intaccato le capacità di arruolamento del califfato che non solo offre prospettive economiche e salari mensili, ma che sa vendere bene le conquiste archiviate.

Secondo un rapporto dell’International Center for the Study of Radicalization and Political Violence, sarebbero 20mila i combattenti stranieri, provenienti da 50 diversi paesi nel mondo, compresi gli Stati Uniti. 11mila partono invece dal Medio Oriente. 

25/03/2015

La Tunisia e il tempo delle scelte in Europa


Qualche considerazione su primavera araba, terrorismo di ritorno e ruolo del Vecchio Continente dopo gli attacchi jihadisti di Tunisi.

Il vero obiettivo dei jihadisti

Il commando, secondo le ricostruzioni, aveva provato a entrare in parlamento. Non riusciendoci ha preso di mira il museo del Bardo, che è adiacente al parlamento. Il dettaglio non è secondario. Le ipotesi su una strategia precostituita mirante a colpire “il turismo”, pur plausibile, troverebbe una parziale smentita se la ricostruzione fosse valida. Piuttosto, come si ricorda da più parti, colpire luoghi simbolo come il Bardo, notoriamente frequentati da turisti per lo più occidentali, è nel DNA delle organizzazioni terroristiche di matrice islamica fin dalla nascita del terrorismo qaidista. Questo è un segnale che non può essere ignorato.

Chi è stato?

Via twitter alcuni esponenti dello Stato Islamico si sono subito congratulati con gli attentatori, ma era avvenuto lo stesso anche dopo la strage a Charlie Hebdo: ciò fa parte, almeno per ora, del capitolo “jihad elettronico” e non dimostra che all’attentato corrisponda l’inizio di una serie di operazioni preparate a tavolino che prendano di mira in particolare la Tunisia. Ovviamente, l’ipotesi non deve essere scartata, viste le minacce – provenienti da una formazione, Ansar al-sharia, che oggi si trova nel “regno di mezzo” nella battaglia per l’egemonia fra al Qaida e lo Stato Islamico – apparse sul web prima dell’attentato.

Lo stile dell’attacco ricorda in molti punti quello di Parigi che, invece, è stato rivendicato da al-Qaida in Yemen. Lo differenzia la genesi dell’individuazione dell’obiettivo – a Parigi la redazione di Charlie Hebdo era da tempo nel mirino dei terroristi, al contrario del Bardo – e la (probabile) affiliazione degli attentatori: militanti di una brigata tunisina di al Qaida nel Maghreb Islamico di ritorno da Siria e Iraq che però, gradualmente, come in molti altri teatri, si avvicinano alle posizioni dello Stato Islamico.

L’altra differenza, non da poco, è che c’è un arresto avvenuto sul luogo dell’attacco. Avremo probabilmente dunque, a differenza di altri casi, diverse risposte su queste domande, che dovremo valutare con cura.

Il terrorismo di ritorno

Le agenzie di stampa battevano a poche ore dall’attacco la notizia secondo cui nella periferia nord della capitale era stata sgominata una cellula terroristica. L’operazione aveva dato come risultato l’arresto di 7 persone, alcune delle quali reduci dalla Siria. L’attività della cellula, secondo le forze di sicurezza tunisine, era legata al reclutamento. È possibile che l’attacco al Parlamento e al Bardo sia un contraccolpo di questa operazione.

È presto per dirlo, ma sta di fatto che in Tunisia, molto più che altrove, vediamo per la prima volta in atto gli effetti del tanto discusso “terrorismo di ritorno“: jihadisti partiti per la Siria e l’Iraq tornano nel loro paese e organizzano attacchi patria.

Al di là di questo dato fondamentale, è proprio il DNA dei terroristi a spaventare di più. Le pratiche dell’indottrinamento appaiono ormai perfettamente oliate: gli obiettivi sensibili sembrano essere rilevati dai terroristi con automatismo, i luoghi-simbolo sono identificati e colpiti come seguendo un algoritmo. A questo si aggiunge un’esperienza “militare” senza precedenti nella storia qaidista: i punti deboli sono individuati in maniera  precisa, le dinamiche degli attacchi sfruttano scientificamente le falle della sicurezza di un paese che, come nella nostra Europa, mostra di voler vivere la propria libertà anche tenendo aperto un museo.

Tunisi chiama Europa

Ma la Tunisia non è in Europa. La sua esposizione ad attacchi del genere è infinitamente maggiore per diversi motivi. È vulnerabile: la sua economia, a differenza dei paesi confinanti, non può contare sulla rendita petrolifera e si espone sempre più alle intemperie del mercato globale in termini di investimenti e di mercato del lavoro. La sua democrazia è giovanissima e fragile, anche se determinata grazie a un processo costituente tutto sommato solido.

In questa prospettiva le partecipatissime manifestazioni di ieri a Tunisi rappresentano un punto di speranza. Ma se davvero democrazia e libertà sono valori fondanti, è venuto il momento per l’Europa di dare a questo paese il supporto di cui ha bisogno e che merita. Se aveva senso dire “Je suis Charlie”, adesso ha senso dire “Je suis Bardo”*.

Non basta lo schema del prestito internazionale, dell’aiuto economico, né l’assistenza nel campo della sicurezza. Serve investire sulla dimensione politica e connettere davvero la Tunisia all’Europa. Questo attacco ci segnala, drammaticamente, che il tempo sta per scadere.

Fonte

* tutto sommato bene fino a questo punto, poi lo scivolone retorico...
Chissà perchè poi ci si deve eprdere sempre in questi scivoloni imbarazzanti. Proprio non ce la si fa ad uscire dal centrismo occidentale...

17/03/2015

Lotta al terrorismo: quindici anni di fallimenti

Martedì 10 marzo us, sono stato ascoltato, in qualità di esperto, dalle Commissioni Difesa e Giustizia della Camera, in seduta comune, sul DdL-antiterrorismo appena emesso dal governo. Qui di seguito riassumo quanto ho detto in proposito.

Per esprimersi a proposito del DdL 2893 19/feb. 2015 in materia di contrasto al terrorismo, credo sia utile e, addirittura necessario, premettere qualche considerazione più generale su tre lustri di lotta al terrorismo jihadista e tracciare un bilancio della linea sin qui seguita. Mi sembra paradossale questa situazione in cui nessuno prova a dire che la linea antiterroristica non abbia dato i risultati ripromessi.
Mai nella storia c’è stata una campagna antiterrorismo così prolungata e  generalizzata a tutto il Mondo, con un impiego così ampio di uomini,  denaro e mezzi tecnologici ma con risultati così desolanti.

Mi pare che i fatti parlino chiaro: dopo quindici anni di impegno di tutte le intelligence occidentali, tre guerre costate un patrimonio (quella sola dell’Afghanistan 700 miliardi di dollari, l’equivalente del piano Paulson), e numerose missioni minori, ci ritroviamo con il Califfato fra Iraq e Siria, l’enclave fondamentalista in Libia, Boko Haram in Nigeria, ed il pullulare di cellule islamiste in Mali, India, Indonesia, Pakistan, un altro failed state come lo Yemen, Al Quaeda in ripresa che firma gli attentati di Parigi e in Danimarca. E, infine, il fenomeno inedito dei foreign fighters nell’ordine di migliaia di persone. Difficile immaginare un bilancio più in perdita.

Eppure nessun governante o responsabile di intelligence sente il dovere di ammetterlo o di abbozzare una pallida autocritica; anche nella stampa le voci in questo senso sono pochissime ed assai fioche. Siamo di fronte ad un interessantissimo caso di rimozione che meriterebbe studi di psicologia e psicanalisi, ma qui ci interessa piuttosto capire cosa non ha funzionato, perché senza un esame impietoso degli errori compiuti, non se ne verrà fuori e si passerà da disastro in disastro.

Non si può dire che sia mancato l’impegno repressivo o che esso non abbia avuto tutti i supporti necessari, anzi, ripetiamo che non ci sono precedenti di un dispiegamento di mezzi così gigantesco, dunque è evidente che il difetto che dobbiamo cercare sta “nel manico”, cioè nell’impostazione generale.

Iniziamo dalle evenienze più facili da rilevare. A quanto pare le lezioni dell’11 settembre sono state perfettamente inutili. Negli anni immediatamente precedenti al grande attentato, furoreggiava la moda delle fonti tecniche: c’era Echelon, il “grande orecchio” in grado di intercettare tutte le telefonate, le mail ed in genere ogni comunicazione, c’erano i programmi di riconoscimento vocale, di fotografia satellitare, di trattamento dei dati attraverso sofisticatissimi programmi di elaborazione delle informazioni capaci di individuare e segnalare le telefonate sospette ecc. Un invincibile Moloch tecnologico. Eppure questo non impedì a due cellule islamiste, nel cuore dell’Impero, di dirottare tre aerei e portarli a schiantarsi contro le due torri e contro il Pentagono. Poi si è scoperto che gli jihadisti avevano regolarmente frequentato un corso di istruzione al volo, ma si erano mostrati poco interessati alla manovra di atterraggio…

La lezione era che la potenza delle fonti tecniche produce una sovrabbondanza di informazioni spesso inutilizzabili, proprio per il loro eccesso. Il problema è quello di scegliere e trattare le informazioni, attività nella quale le macchine possono dare solo un apporto limitato ed usare parole chiave non è minimamente sufficiente. I dati non servono a nulla se non sono letti, esaminati e trattati da uomini. Questo avrebbe dovuto portare a rivalutare le fonti umane (i confidenti, tanto per capirci) e dedicare molta più attenzione all’analisi.

Ma le correzioni sono state molto limitate. Le spie nella lotta all’islamismo sicuramente ci sono state, ma, a quanto pare, non abbondantissime. Può darsi che questo dipenda da particolari difficoltà di penetrazione dell’ambiente segnato da un alto tasso di adesione ideologica, forse dall’inaffidabilità di questo tipo di confidenti (come il caso Merah ci segnala) o forse da particolari soluzioni organizzative caratterizzate da un forte utilizzo del Web, in ogni caso non si ha la sensazione di un particolare impegno in questa direzione dei servizi, che sembrano fare ancora affidamento prevalente sui mezzi tecnici.

Di fatto, dopo 15 anni c’è grande penuria di notizie sulla struttura dei gruppi islamisti, sulle dinamiche interne, sulle discussioni nel gruppo dirigente, sulle fonti di finanziamento, sui canali di approvvigionamento delle armi ecc. ecc.

E’ comprensibile che i servizi non divulghino tutto quel che sanno sui loro avversari, per cui è logico che le fonti aperte diano sempre un’idea riduttiva del sapere di intelligence, ma i risultati ci autorizzano a pensare che, tutto sommato, i servizi non ne sappiano tanto di più di quello che leggiamo sui giornali. Certo: di più, ma non molto.

Dunque, la prima evidenza è che, nonostante il grande spiegamento di mezzi tecnologici, dell’islamismo radicale ne sappiamo poco e ne capiamo ancor meno, perché l’altra evidenza è il deficit dell’analisi: se un bel giorno ci si trova a sorpresa un esercito come quello dell’Isis che prende Mossul e avanza sin quasi alle porte di Baghdad, vuol dire che l’analisi precedente non era stata fatta bene. E lo stesso potremmo dire della fioritura dei nuovi vistosi fenomeni islamisti come quelli di Libia, Nigeria, del fenomeno dei foreign fighters ecc. Ma la cosa più sconcertante, che depone molto male tanto sulla raccolta di informazioni, quanto sul loro trattamento, è che risulta tutt’altro che chiaro l’operato dei governi e dei servizi saudita, pakistano, quatariota. Si sa vagamente di finanziamenti, di appoggi sotterranei, forse di coperture informative da parte di questi paesi che, sulla carta, continuano ad essere “alleati” nella lotta al fondamentalismo.

Quello che balza agli occhi è che, mentre c’è stato il contrasto poliziesco e militare (e forse in eccesso) è mancato un serio contrasto sui piani politico, culturale e psicologico.

Il fenomeno del radicalismo jihadista è rimasto largamente incompreso nella sua essenza politica, lo si è liquidato come un episodio di fanatismo religioso o, al più, politico-religioso, se ne è colpevolmente sottovalutata la possibile espansione di consensi nelle società islamiche, perché non è stata avviata nessuna seria analisi delle loro dinamiche interne. E così non è stato adeguatamente compreso il fenomeno delle primavere arabe (ed uso intenzionalmente il plurale, essendosi trattato di fenomeni abbastanza diversi fra loro, pur essendosi reciprocamente attivati per “contagio emotivo”), perché, da un lato se ne è sopravvalutata, la componente laica e “liberal”, mentre dall’altro si è fortemente sottovalutata quella fondamentalista e questo errore di prospettive ha impedito che l’Europa potesse giocare un ruolo positivo alimentando le spinte più innovative.

D’altro canto, quale contrasto politico effettivo al terrorismo è possibile se si privilegia il rapporto con l’Islam wahabita che è il ventre fecondo di tutti i movimenti jihadisti? Da sempre, l’Europa e gli Usa hanno ritenuto propri alleati di riguardo proprio Arabia Saudita e monarchie del Golfo, salvo scoprirne, di volta in volta, gli ambigui rapporti con le formazioni terroriste.

Ed è mancato anche un adeguato contrasto, anche per la sostanziale incomprensione della psicologia propria degli jihadisti, anzi, il fenomeno imprevisto dei foreign fighters ci dice che, su questo piano, sono loro ad essere all’attacco e non sarà una misura penale come l’istituzione del reato di arruolamento nelle formazioni jihadiste a fermarlo (come dimostra il fatto che c’era già l’articolo 288 del cp che, però, non sembra aver avuto alcun particolare effetto frenante).

Faremmo meglio a chiederci come mai migliaia di giovani occidentali (e non si tratta solo degli immigrati di seconda generazione, ma anche di europei ed americani “purosangue”) sentono questo richiamo che dovrebbe essere del tutto estraneo alla loro formazione culturale.

Sintomatico di questo atteggiamento politicamente “cieco” è la norma del disegno di legge dedicata alla repressione delle attività di propaganda ed organizzazione via web. Le misure tendono ad identificare e chiudere i siti jihadisti. Una misura difficile da applicare, inutile e controproducente.

Difficile da applicare perché, se il server è in uno stato straniero e magari in uno con cui non ci sono accordi di estradizione o cooperazione giudiziaria in genere, o che agisca in ritardo o non sia d’accordo con la valutazione del sito come jihadista o per cento altre ragioni, non si saprebbe come fare. Oscurare il server? Una misura da Repubblica Popolare Cinese con effetti economici disastrosi.

Inutile, perché il gruppo jihadista che si vedesse reso inaccessibile il sito, ne creerebbe un altro, magari presso altro server, ed i servizi occidentali dovrebbero ricominciare il lavoro di identificazione ed all’infinito.

Controproducente, perché, al contrario, l’interesse è quello di tenere aperti questi siti, per trarne il maggior numero di informazioni possibili, dall’analisi del linguaggio e dei simboli, all’individuazione dei segnali che azionano gli attentati, dall’esame degli eventuali contrasti fra le diverse organizzazioni, alle evoluzioni di linea politica ed alle dinamiche interne al gruppo dirigente di ciascuna ecc. Se poi il server fosse cooperante, si potrebbero ricavare insperate informazioni sul flusso dei contatti, sul loro andamento per zone e periodi, eventualmente si potrebbe persino identificare una parte delle persone che, in questo modo, entrano in contatto con gli jihadisti. Con un accorto monitoraggio e trattando queste informazioni con modelli di simulazione, si potrebbero ricavare interessanti anticipazioni su attentati, crisi interne, evoluzioni del gruppo dirigente ecc.

Semmai, sarebbe opportuno iniziare un’opera di contrasto nel web attraverso falsi siti jihadisti concorrenti, per creare spaccature, introdurre elementi di discorso che disorientino settori di queste aree,  vedere chi si collega, attaccare i siti esistenti come falsi ecc. O magari sostenere quei siti islamici radicali ma non jihadisti per limitare il bacino di pescaggio di quanti fanno lotta armata.

All’opposto, la logica del decreto è quella di una repressione cieca e priva di spessore politico che sortirà lo stesso risultato di questi quindici anni: molto prossimo allo zero.

Segnalo l’utilità di  consultare i seguenti testi:

Sameera AHMED Mona M. AMER “La psicoterapia con il paziente musulmano” Ferrari Sinibaldi, Milano 2014

Cristian CHESNOT George MALBRUNOT “Quatar” Michel Lafon, Neuilly sur Seine 2013

Lorenzo DELICH “L’Islam nudo” Jouvence, Milano 2015

Franco DE MASI “Trauma Deumanizzazione e distruttività” Franco Angeli, Milano 2009

Anna ERRELLE “Nella testa di una jihadista” ed Tre60, Milano 2015

Manlio GRAZIANO “Guerra Santa e santa alleanza” Il Mulino, Bologna 2014

Farhad KHOSROKHAVAR “I nuovi martiri di Allah” Bruno Mondadori, Milano 2003

Claudio VERCELLI “Pensare il radicalismo islamico” in “Prometeo” anno 32 n 128, dicembre 2014

Lorenzo VIDINO “Piccoli martiri nostrani crescono” in “Limes” “Dopo Parigi che guerra fa”, n 1 2015